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Combattere non è un gioco, in guerra si uccide e si muore; la sofferenza, la paura e la disciplina ne sono la

sintassi inevitabile. I migliori scrittori di arte militare lo sanno bene: lo sa Arriano quando analizza con
freddezza tecnica lo schieramento della fanteria pesante ellenica, lo sa Federico di Prussia quando valuta i
problemi logistici degli eserciti del XVIII secolo o Sun Tzu quando si presenta al re affermando di essere
pronto a seguire i suoi ordini nelle condizioni più difficili, "attraverso il fuoco e l'acqua". La guerra è un
inferno; è anche un'equazione con troppe incognite, un duello incessante non solo con il nemico, ma con
un insieme di elementi che sfuggono a ogni possibilità di controllo: il caso regna sovrano sulle v...

Il volume ha una veste importante, in cofanetto, ed è una raccolta di scritti classici sulla guerra, tuttavia
non è una semplice compilazione di trattati militari e, finalmente, non è il solito manuale che elargisce
consigli su come vincere le guerre o battere la competizione nei mercati finanziari o in quello dei frigoriferi
(invariabilmente somministrati da chi ha perduto, è fallito o vuole truffare). Non è neppure il nostalgico
memoriale di un generale in pensione. Il curatore della raccolta, Gastone Breccia, insegna storia bizantina
alla Facoltà di Musicologia di Cremona, sede staccata dell'Università di Pavia. Quindi appare improbabile
che Breccia sia stato indotto a questo impegno dalla necessità di fornire un libro di testo per i suoi studenti.
Ma anche se ciò fosse, sarebbe un motivo in più di apprezzamento, visto che nulla come la guerra può
insegnare a capire la vita, la storia del potere, la politica e l'umanità.

Di meriti, Breccia ne ha guadagnati tanti con questa opera. La sua introduzione e le sue annotazioni, per
dimensione, approfondimento e vivacità intellettuale, costituiscono un altro vero trattato che si affianca a
quelli storici e che li spiega, li ordina e li collega. La particolarità più interessante del libro sta proprio nel
nesso culturale e professionale del suo curatore. La profonda conoscenza della storia bizantina consente a
Breccia di costruire quel percorso ideale fra Oriente e Occidente che per secoli era stato ritenuto azzardato
o impossibile. Da Sun Tzu a Clausewitz ci sono duemila anni di differenza temporale e poche coincidenze
concettuali. Ma da Sun Tzu a Maurice de Saxe ci sono gli stessi anni e molte analogie. Sun Tzu è il primo
esponente di una folta schiera di teorici della guerra fra stati, dell'economia delle forze, della preservazione
delle risorse, del primato dell'intelligenza sulla forza bruta. Egli segna il passaggio della guerra dalla rissa
alla scienza sociale. Sun Tzu dice cose non molto diverse dai condottieri greci e da molti romani, persiani,
arabi e dai nostri strateghi bizantini, medievali e perfino moderni. Oggi molti lo citano per fingere di
ispirarsi al suo pensiero con la guerra tecnologica e inutilmente dispendiosa, ma in realtà lo contraddicono.
Clausewitz è diverso dai suoi stessi contemporanei e razionalizza la contiguità di interessi tra politica e
strategia militare. Tutti quelli che lo hanno citato per fare tutte le moderne guerre di distruzione hanno
finto di seguire il suo pensiero per perseguire i propri interessi.

Da Sun tzu a Clausewitz ci sono due continenti, due culture, due filosofie e vari sistemi imperiali di
differenza. Ma fra questi estremi geografici e culturali ci sono infinite altre culture, altri imperi, altre
umanità che hanno fatto la guerra basandosi sugli stessi principi e che li hanno modificati o adattati a
seconda delle esigenze e degli strumenti a disposizione. Gastone Breccia non fa il classico ponte fra Oriente
e Occidente, perché in realtà non si può passare da un punto all'altro del globo culturale pensando che in
mezzo ci siano soltanto buio, barbarie o ignoranza. Il sentiero di Breccia si trasforma in rete e mette in
evidenza la connessione profonda tra Est e Ovest passando per e non ignorando ciò che sta in mezzo.
Assieme agli ovvi imperi cinese e romano, parla di India, di mondo musulmano, di Persia, di impero
ottomano. Anche l'ambito della musicologia sembra aver influenzato la composizione del libro. I classici
scelti e quelli descritti o soltanto citati nelle note hanno brani e ritmi diversi. Il tema di base è lo stesso, ma
le melodie cambiano, talvolta impercettibilmente e talvolta drasticamente, grazie alla scelta di autori
sconosciuti alla gran parte del pubblico e perfino dei militari. Ci si ritrovano concetti che sembrano fraseggi
ripetitivi e intuizioni nuove che rimangono sempre tali perché mai applicate. Da Sun Tzu a Clausewitz si
stabilisce il primato delle informazioni, dell'intelligence, dello spionaggio. La strategia si mescola e confonde
con gli stratagemmi che hanno la stessa radice e la stessa importanza, ma non sempre hanno avuto lo
stesso rango. Da Sun tzu e Sun Bin la guerra è un affare serio dello stato: è la politica, come ripetono tutti i
grandi strateghi fino a Machiavelli e, dopo Clausewitz, tanti altri fino a Carl Schmitt.

Questa coincidenza viene interrotta da Clausewitz, che si arrovella sui cento significati della guerra e che
passa alla storia per un aforisma che forse è un'alterazione involontaria del pensiero. La guerra come
"prosecuzione della politica con altri mezzi" tende a giustificare i mezzi in relazione ai fini politici. Ed è un
disastro. Il continuum tra politica e guerra diversificato solo dai mezzi porta alla priorità politica della
distruzione rispetto alla conservazione delle risorse, comprese quelle del nemico. Quella di Clausewitz è la
conseguenza logica di un processo mentale inedito, ignorato e perfino contrastato da tutti i trattati di
guerra precedenti, e profondamente sbagliato. In realtà la guerra che si pone il fine politico della
distruzione è la fine della politica. La coincidenza tra politica e guerra significa invece che anche l'uso della
forza deve rispettare gli interessi politici e questi non possono essere diversi dalla salvaguardia dello stato,
dalla preservazione delle risorse, dal rispetto del nemico e della legge. "Come si rende forte l'esercito?
Rendendo la nazione prospera" dicevano gli antichi cinesi. E ancora: "Il generale che persegue la vittoria a
tutti i costi porterà la nazione alla rovina". "Negli assedi, come nelle malattie è meglio il digiuno della
spada", diceva Cesare. "Quando sarete nella terra dello scellerato non rovesciate i suoi altari, non uccidete
donne e bambini, liberate i prigionieri", diceva l'Arte dei Marescialli.

La sinfonia di Breccia comprende brani insoliti e stupendi, come quello di Flavio Arriano che, descrivendo il
dispositivo del suo esercito di Cappadocia contro gli Alani (I secolo), enumera e distingue le provenienze dei
soldati dando un'immagine perfetta della complessità e dell'organizzazione dell'impero romano in
battaglia. Arcieri di Petra, cavalieri iberici di stanza sulle Alpi, Iturei dal libano, Cirenaici della libia, Italici,
fanti del Bosforo, Numidi, lancieri della Colchide, giavellottisti di Rhizion, Apuli, Armeni. Mai nessun altro
impero ha saputo far combattere popolazioni così diverse come un sol uomo e secondo la specialità e la
predisposizione migliore di ciascuna. Ci sono poi i brani bizantini, per nulla affetti da bizantinismo, di
Maurizio e Niceforo II Foca, quelli arabi di al Andalusi, e quelli di De Balsac, Smythe, de Guibert, Lloyd e altri
sulle varie forme della guerra tradizionale. Breccia non include tutti i più famosi trattati sulla guerra. Non
vuole fare un'enciclopedia, ma tracciare un percorso.

E nella sua compilation non tralascia il saggio sulla guerra d'insurrezione in Italia scritto da Carlo Bianco di
Saint Jorioz nel 1830. E forse è proprio quest'ultimo a svolgere la funzione di una messa da requiem per
l'intelligenza, l'umanità e la razionalità della guerra. Il saggio incendiario sulla guerra di bande di Bianco è un
reperto storico del nostro Risorgimento. Bianco non inventa la guerriglia, ma esplicita e giustifica tutti i
mezzi che oggi definiamo terroristi. Differenzia l'insurrezione popolare contro un oppressore dalla guerra
fra re e re, fra tiranno e tiranno e fra repubbliche consolidate, e non esita a ribadire che nella guerra
d'insurrezione non c'è quartiere, tutte le leggi e i costumi di guerra cessano di essere validi e perfino i
prigionieri vanno trucidati. Dopo di questo, Clausewitz e tutti coloro che hanno condotto guerre di
massacro in suo nome, appaiono obsoleti. Mentre risultano coerenti tutti quelli che oggi adottano gli stessi
criteri per combattere le guerre del terrore, del contro-terrore, le guerre d'insurrezione e quelle di contro-
insurrezione. Le guerre che i più grandi e potenti eserciti del mondo uniti o sparpagliati faticano a
combattere e non riescono a vincere.

Fabio Mini
La Cina secondo Kissinger
Pochi osservatori possono vantare una conoscenza dei rapporti tra la Cina e l’Occidente pari a quella di
Henry Kissinger. Consigliere per la Sicurezza nazionale e, poi, Segretario di Stato nell’amministrazione
Nixon, è stato il fautore della politica di riavvicinamento tra Stati Uniti e Cina negli anni Settanta. Prima
ancora degli studi accademici, è l’esperienza personale il vero motore del suo ultimo libro, On China,
un’analisi solida e approfondita dell’universo politico cinese. Kissinger ricostruisce le radici storiche e
culturali dell’approccio di Pechino alla politica estera e delle differenze con la visione statunitense,
provando a tracciare gli scenari dei complessi rapporti tra i due paesi.

Accerchiamento e scacco matto


Ad accomunare le visioni americana e cinese di se stessi e del mondo è l’idea di avere un ruolo speciale,
diverso da quello assegnato agli altri paesi. Tale idea, però, è declinata in maniera differente. Se l’America
tende a pensarsi come un paese destinato a guidare gli altri diffondendo nel mondo i propri valori, la Cina
imperiale riteneva di avere un’autorità morale sul tian xia, ovvero “tutto ciò che è al di sotto del cielo”. Non
pretendeva di esportare le proprie istituzioni, ma considerava gli altri stati come tributari, di grado
differente, dei suoi modelli politici e culturali.

Kissinger spiega anche come i due paesi abbiano sviluppato culture strategiche differenti. La strategia
occidentale assomiglia al gioco degli scacchi, che ricorda Clausewitz e i concetti di “centro di gravità” e
“punto culminante della vittoria”. I giocatori puntano a una vittoria totale, da perseguire attraverso il
logoramento dell’avversario e mettendo il re in condizione di scacco: non potersi muovere senza essere
distrutto.

I cinesi, invece, non esaltano l’eroismo e lo scontro diretto, ma l’aggiramento, la ricerca di un vantaggio
relativo. In altre parole viene preferita una strategia indiretta, alla quale sembra ispirarsi un gioco
tradizionale di Pechino, il wei qi, in cui lo scopo è quello di accerchiare il nemico con astuzia. Il modo di
pensare degli strateghi cinesi è illustrato da Sun Tzu in L’Arte della Guerra, dove i migliori generali sono
ritenuti quelli che sconfiggono il nemico senza bisogno di combattere. Storicamente, infatti, il Celeste
Impero ha cercato di mettere i suoi avversari gli uni contro gli altri piuttosto che affrontarli in battaglie
decisive.

Mao, Nixon e il riavvicinamento


La stessa figura di Mao Zedong, scrive Kissinger, affonda le proprie radici nella cultura strategica della Cina
imperiale. Il fondatore della Repubblica Popolare aveva studiato a fondo Sun Tzu e ammirava Qin Shihuang,
l’imperatore che aveva riunificato la Cina nel 221 a. C., mettendo fine al sanguinoso periodo dei regni
combattenti. Se, in politica interna, Mao perseguiva una rivoluzione permanente, negli affari internazionali
predilesse un approccio cauto e realista, basato sugli interessi nazionali più che sull’ideologia marxista e
volto a restituire credibilità al suo paese, umiliato dalle potenze occidentali, dalla Russia e dal Giappone nel
corso del XIX secolo. Le tensioni con l’Urss, per esempio, erano il prodotto del prevalere delle
considerazioni geopolitiche sulla solidarietà ideologica. Insomma, scrive Kissinger, l’agenda di politica
estera di Mao “era debitrice più a Sun Tzu che a Lenin”.

L’evento al quale Kissinger dedica le maggiori attenzioni è, ovviamente, il riavvicinamento tra la Cina e gli
Stati Uniti di Nixon avvenuto tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, del quale l’autore è stato il
grande architetto. Il consigliere di Nixon spiega gli obiettivi strategici che portarono i due paesi a riallacciare
i rapporti troncati dalla rivoluzione comunista del 1949.

La Cina temeva di essere accerchiata da Unione Sovietica, India e Giappone o di poter essere danneggiata
da un condominio sovietico-statunitense. A Pechino ricordavano Il romanzo dei tre regni, un classico della
letteratura cinese, che celebra lo stratega del II secolo d. C. Zhuge Liang, che alleandosi con uno dei due
regni con i quali era in competizione, riuscì a sconfiggere l’altro, considerato il pericolo maggiore. Allo
stesso modo l’Urss costituiva, per Mao, una preoccupazione decisamente superiore rispetto ai più lontani
Stati Uniti.
A Washington l’amministrazione Nixon, impegnata nella chiusura della questione vietnamita, cercava
l’opportunità di ridefinire il proprio approccio alla politica estera, per mettere pressione sull’Unione
Sovietica e, aggiunge Kissinger con una punta di autocelebrazione, per portare avanti un disegno di pace
duratura.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è la narrazione in prima persona delle manovre diplomatiche di
quel periodo. Kissinger racconta nei dettagli i suoi incontri con i vertici dell’apparato politico cinese, in
particolare con il capo del governo Zhou Enlai, e le sue percezioni dei loro atteggiamenti. Tra le pagine si
scorge facilmente una certa fascinazione dell’autore per la Cina e per la sua cultura.

Comunità del Pacifico


Realista classico, Kissinger rifiuta però l’idea che, in futuro, un conflitto tra Cina e Stati Uniti sarà reso
inevitabile dalla crescita della prima e dal declino relativo dei secondi. Il mondo, scrive, non è destinato a
rivivere le tensioni che portarono alla prima guerra mondiale un’Europa in cui un indebolito Regno Unito si
vedeva minacciato dall’emergere di una Germania riunificata e ambiziosa. Cina e Stati Uniti devono fare i
conti con problemi interni e, inoltre, il potenziale distruttivo delle armi nucleari fa pensare che oggi un
conflitto si svolgerebbe sui piani economico e sociale, più che su quello militare. Una competizione per
l’egemonia geopolitica in Asia, infine, incontrerebbe l’ostilità delle altre potenze della regione, non disposte
ad appoggiare una politica di mero contenimento di Pechino – che li priverebbe di un partner commerciale
indispensabile -, o a sostenere l’aspirazione cinese a escludere Washington dagli affari asiatici – che li
priverebbe di un alleato che garantisce sicurezza e stabilità regionale.

Cina e Stati Uniti sono due mondi distinti che, tuttavia, devono sforzarsi di dialogare. La loro cooperazione è
fondamentale per assicurare stabilità ed equilibrio del sistema internazionale. Si deve, pertanto, evitare di
fare di questa relazione un “gioco a somma zero”, ma, anzi, è auspicabile la creazione di una comunità del
Pacifico sul modello di quella atlantica.

In un’ottica di lungo periodo, le conclusioni di Kissinger sono, probabilmente, eccessivamente ottimistiche.


La storia tende a ripetersi, gli stati guardano sempre con preoccupazione la crescita di altri attori nel
sistema internazionale e, quando pure la strada della cooperazione offre loro un “gioco a somma positiva”
in cui guadagnano tutti, sono sempre minacciati dal fatto che gli altri possano guadagnare relativamente
più di loro. Ciò non toglie, però, che relazioni cooperative tra Cina e Stati Uniti siano, oggi, nell’interesse di
entrambi. Per entrambe le amministrazioni, dunque, il libro di Kissinger è un saggio punto di vista da tenere
in considerazione.

Henry Kissinger, On China, New York, Penguin Press, 2011, pp. 608.

Riccardo Cursi frequenta il Master of Arts in Relazioni Internazionali ed Economia Internazionale della Johns
Hopkins University. Attualmente svolge uno stage presso l’Istituto Affari Internazionali.
La realtà è già inclinata
Perdona sempre i tuoi nemici.Nulla li fa arrabbiare di più (O. Wilde)
Il sinologo François Jullien spiega che nel pensiero cinese il saggio stratega, anziché fissare uno scopo alla
propria azione, si lascia condurre dalla propensione di ciò che già sta accadendo; invece di imporre il
proprio piano sul mondo, fa leva sul potenziale della situazione che è già presente. Così, se nella cultura
occidentale l’uomo virtuoso è l’eroe che sa usare la forza, in quella orientale è colui che utilizza la debolezza
e l’astuzia in modo da sfruttare la situazione a proprio vantaggio.

Il saggio orientale utilizza la debolezza e l’astuzia in modo tale da sfruttare al massimo il potenziale della
situazione.

Se l’occidentale per spostare delle grosse pietre inventa un macchinario che con immensa forza le muova,
l’orientale lascia questo lavoro a un torrente che, nel suo slancio, è in grado di trascinarle per molti
chilometri. Per il saggio orientale conta meno il proprio investimento personale, da imporre al mondo
grazie al suo sforzo, rispetto al condizionamento oggettivo risultante dalla situazione: è quest’ultimo su cui
si deve contare per determinare il proprio successo.

Il proprio successo dipende non tanto dallo sforzo personale ma dalla capacità di gestire ciò che già c’è.

Un visione del genere - all’orientale, diciamo - porta sorprendentemente verso una posizione etica. Adesso
ti dico il perché.

Pensa all’atteggiamento nei confronti della guerra. Mettendo a confronto i due principali trattati sulla
guerra troviamo, da una parte, quello occidentale (Della guerra di Carl von Clausewitz) in cui si afferma che
l’unico obiettivo è l’annientamento del nemico; dall’altra parte, quello orientale (L’arte della guerra di Sun
Tzu), in cui si sostiene che “in termini generali, il miglior modo di procedere, in guerra, è conservare intatto
il paese nemico”. Per Sun-Tzu conservare intatto l’esercito nemico è meglio che distruggerlo. Questo viene
detto, è bene sottolinearlo, non per bontà d’animo, ma per scrupolo d’efficacia, perché il paese nemico e
l’esercito nemico sono risorse utili che possono essere utilizzate… e proprio questo mero scrupolo di
efficacia conduce verso un comportamento etico (ovvero la preservazione del paese del nemico); un’etica a
cui si arriva facendosi condurre da un senso pragmatico.

Propongo un ulteriore esempio di come ci possa essere un’etica basata sullo sforzo e l’investimento
personale (più in stile occidentale) e un’etica invece che arriva come effetto finale, che è data dal lasciar
agire l“inclinazione naturale” di ciò che sta accadendo.

Come esempio di etica-basata-sullo-sforzo ti propongo un’esortazione di san Bernardo di Chiaravalle: “La


lingua maldicente ferisce la carità in tutti quelli che l’ascoltano; non solo, porta danno anche a tutti quelli ai
quali arriveranno quelle parole malefiche attraverso coloro che le hanno udite. Vedi con quanta facilità e in
breve tempo può venire infettata, da una parola maliziosa, una grande moltitudine di anime”. In sostanza
san Bernardo dice: non parlate male di nessuno perché questo porta molto danno. Ovvero: anche se ti
viene naturale di parlar male degli altri, sforzati di non farlo perché questo nuoce grandemente.

Per una via alternativa, secondo un’etica “pragmatica” all’orientale, Emil Cioran scrive: sapete qual è il
miglior mezzo per sbarazzarsi di un nemico? “Dirne bene ovunque. Glielo riferiranno, e lui non avrà più la
forza di nuocervi”.

Il miglior modo per sbarazzarsi di un nemico è dirne bene ovunque (E. Cioran)

Notate com’è più semplice seguire quest’ultima esortazione che non la prima? L’effetto finale sarà il
medesimo (non usare la maldicenza) ma la seconda via è decisamente più semplice, più agile, più
persuasiva.
AUTOSTIMA
Come già detto nell’articolo precedente l’autostima può essere intesa come la percezione di essere in grado
di raggiungere con successo le proprie aspettative.

Ti faccio allora una domanda: se stai impiegando troppo tempo, troppi sforzi, troppe energie, troppi mal di
pancia per raggiungere un tuo obiettivo, sei sicuro che stai usando la via migliore? Pensaci bene.

Alessandro Magno, quando decise di conquistare Kandahar, fortezza inserita tra due altissime montagne,
capì che non poteva prendere la via principale perché era molto stretta: avrebbe portato così i suoi uomini
a uno scontro frontale costringendoli a morte sicura. Condusse invece i suoi uomini a scalare quelle
montagne – inventando in quell’occasione la prima arrampicata con corda della storia – e, sfruttando la
posizione favorevole che le montagne davano, fece piovere dell’alto centinaia di frecce fino a portare
Kandahar alla resa.

Il messaggio che ti lascio è quindi il seguente: lascia che la situazione già presente sia il principale alleato nel
raggiungimento dei tuoi obiettivi; agisci in modo tale da non intralciare l’effetto verso cui la realtà è già
inclinata.

Agisci in modo tale da non intralciare l’effetto verso cui la realtà è già inclinata.

ESEMPIO Ti propongo un esempio di come la realtà sia già naturalmente “inclinata”.


Un giorno mi chiamò un istituto tecnico toscano per una consulenza su un problema apparentemente
strano. La linea politica scolastica era quella di estirpare in modo totale il vizio di fumare degli studenti. Per
questo motivo preside, professori e bidelli avevano costituito una task force per aumentare i controlli non
solo nei bagni ma in tutti i possibili anfratti in cui gli studenti potevano rifugiarsi per fumare. L’intenzione
della scuola era di rendere la propria immagine più appetibile all’esterno, dato che i genitori si erano spesso
lamentati del fatto che nei corridoi della scuola, soprattutto vicino ai bagni, si sentiva puzza di fumo.
Questa scelta aveva portato però ad un vero e proprio braccio di ferro. Bidelli e professori avevano preso
sul serio la mission arrivando a controllare costantemente: dentro i bagni, per vedere se qualche nuvola di
fumo usciva fuori dalle toilette, annusando l’alito dei potenziali fumatori, e multando i trasgressori colti sul
fatto (cosa tra l’altro legalmente corretta).

Dopo un’iniziale apparente successo la situazione divenne sempre più tesa tanto che i ragazzi, poco inclini
per loro natura a rinunciare al loro senso di libertà, avevano iniziato a sfidare apertamente professori e
bidelli. I più intraprendenti addirittura arrivarono a fumare in faccia ai bidelli, soprattutto dopo aver preso
la multa, sostenendo che non potevano prenderne più di una al giorno e quindi per tutto il resto della
giornata potevano fumare tranquillamente dove volevano. La situazione era diventata insostenibile.

Questo fu il mio intervento: chiesi a tutto lo staff di lasciarsi ispirare da uno stratagemma suggerito da Sun-
Tzu ne L’arte della guerra, il quale recita che se chiudi ogni via di uscita ai tuoi nemici questi tireranno fuori
una forza inaudita, se invece lasci a loro una piccola via di fuga, vedendola, si indeboliranno. Quindi proposi
di togliere i controlli da un solo luogo, abbastanza nascosto, e da cui l’odore di fumo non si sarebbe esteso
per i corridoi della scuola; ovvero chiesi loro di creare una piccola “via di uscita” per i giovani ribelli.

Quello che successe fu inevitabile: i ragazzi scoprirono questo luogo “segreto” e, credendo di averla fatta
sotto il naso di bidelli e professori, si passarono la parola andando educatamente a fumare, senza che
nessuno li vedesse (secondo loro) e sopratutto senza che l’odore di fumo si spargesse per tutta la scuola.