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di Diplomentor*

*Nota: questo testo esprime opinioni esclusivamente personali e non istituzionali

Quest’opera e’ condivisibile e riproducibile senza finalita’ commerciali alle condizioni della licenza
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INDICE

L’ AUTORE 3

PREFAZIONE 4

INTRODUZIONE 6

1. LA SOLITUDINE DELL’ASPIRANTE DIPLOMATICO 11

2. CARRIERA DIPLOMATICA, SAPERNE DI PIU’ 13

3.IL DIPLOMATICO OGGI 17

4.IL TRATTAMENTO ECONOMICO 32

5.LA FORMAZIONE DEL DIPLOMATICO 37

6.LA VALUTAZIONE DEL DIPLOMATICO 48

7. TRA ROMA E L’ESTERO 54

8. CONCLUSIONE: PERCHE’ NE VALE LA PENA 59

9. RISORSE WEB 62

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L’ AUTORE

Sono un funzionario della Farnesina, attualmente in servizio


all'estero, con una esperienza pluriennale nella Carriera Diplomatica.

Ritengo che la Carriera Diplomatica costituisca ancora oggi un


cammino professionale appassionante e gratificante.

Incoraggio i giovani che sentono di avere questa vocazione ad


intraprenderla con apertura mentale, consapevolezza e senso di
responsabilita’.

Questo e-book e’ dedicato alla mia famiglia, ed in particolare a mia


moglie A.L., che condivide quotidianamente questa scelta di vita e di
carriera.

Diplomentor, aprile 2008

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PREFAZIONE

Ogni anno 600 – 700 giovani affrontano a Roma uno degli esami piu’
difficili della pubblica amministrazione, quello per l’ingresso nei ranghi
della Carriera Diplomatica italiana.

Superate delle prove attitudinali i candidati ammessi agli scritti


affrontano la redazione di temi di Storia, Diritto e Economia, ed in due
lingue straniere. La prova dura 5 giorni.

Chi e’ ammesso agli orali viene esaminato, oltre che sulle materie
degli scritti, anche su una dozzina di altre materie.

Si tratta di un esame la cui difficolta’ ha pochi eguali in Italia. Si tratta


allo stesso tempo di una scommessa di vita importante.

Il Ministero degli Esteri generalmente bandisce il concorso per 25-30


posti.

Benche’ il Ministero sia sottostaffato e abbia bisogno di un maggior


numero di funzionari, la commissione d’esame puo’ decidere di non
coprire tutti i posti in palio.

Cio’ al fine di tenere un livello qualitativo elevato in uno dei corpi


professionali piu’ importanti e qualificati dello Stato.

La selezione e’ molto dura. Molti dei giovani candidati si preparano


per anni con metodo e sacrificio per affrontare l’esame con buone
probabilita’ di riuscita.

Chi intraprende il concorso non puo’ avere certezze preventive sulle


sue possibilita’ di successo.

E’ dunque una sfida che va preparata con piena consapevolezza


dell’investimento necessario per acquisire le competenze richieste
(attitudinali, accademiche,linguistiche,ecc.).
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E’ ugualmente necessaria una preventiva consapevolezza delle
implicazioni di questa scelta professionale.

La Carriera Diplomatica non deve essere un salto nel buio.

Questo libro rappresenta un piccolo contributo in tal senso.

Esso sintetizza e sistemizza quanto finora apparso su


www.diplomentor.net, un blog che offre un canale di comunicazione
permanente con i giovani universitari interessati al concorso per
entrare in Carriera Diplomatica.

Il libro fornisce una prospettiva dall'interno sulla Carriera altrimenti


difficilmente reperibile.

Spero che la sua lettura permettera’ a chi si avvicina alla Carriera


Diplomatica di conoscerla un po’ meglio.

Ne guadagneranno tutti. La Farnesina che potra' contare su giovani


che hanno fatto una scelta informata e motivata.

E soprattutto i giovani che continuano ad essere attratti dalla


diplomazia.

Essi potranno contare su uno strumento per decidere con maggiore


consapevolezza se vale la pena (o meno) affrontare la fatica e
l’incognita del concorso.

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INTRODUZIONE

Questo libro e’ un esercizio di persuasione.

Lo e’ in primo luogo nei confronti dei giovani che prendono in


considerazione la carriera diplomatica come possibile sbocco
professionale.

Lo e’ anche nei confronti dei giovani colleghi che – come ho


direttamente sperimentato – soffrono oggi alla Farnesina la distanza
tra la poesia e la prosa, e cioe’ la contraddizione tra le aspettative su
una professione forse troppo idealizzata e la realta’ lavorativa
quotidiana.

Il mercato del lavoro offre oggi molte occasioni per chi desideri una
proiezione professionale internazionale. Un tempo la Carriera
Diplomatica era uno dei pochi sbocchi per chi sentisse di avere una
vocazione internazionale, accompagnata dal desiderio di
rappresentare il Paese.

Oggi invece si puo’ affermare che non ci sia professione che –


volendo - non offra una proiezione e una dimensione internazionale

Tuttavia, la diplomazia continua ad esercitare sui giovani un fascino


particolare. Essa resta una carriera speciale.

Forse perche’ e’ una professione tra le piu’ antiche.

La diplomazia e’ essenzialmente un processo di comunicazione.


Dunque essa e’ vecchia almeno quanto l’invenzione del linguaggio.

Forse perche’ la diplomazia mantiene ancora un certo glamour.

Il tempio della diplomazia italiana e’ il Ministero degli Affari Esteri o,


come e’ anche denominata dal luogo in riva al Tevere su cui sorge il
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monumentale palazzo in stile razionalista degli architetti Del Debbio,
Foschini e Morpurgo, la Farnesina.

I diplomatici italiani la chiamano “la Casa”.

Essa per certi aspetti resta ancora una entita’ abbastanza misteriosa
per il grande pubblico.

Quel che e’ misterioso e’ anche affascinante, ma nel nostro tempo il


mistero puo’ risultare controproducente.

Viviamo infatti in un’epoca di trasparenza, di comunicazione e la


diplomazia, come detto, e’ comunicazione.

Tuttavia, se il diplomatico esercita prevalentemente il suo talento


comunicativo nell’ambito codificato del sistema di regole della societa’
internazionale corre il rischio di trascurare la sua constituency
domestica cui egli, in ultima istanza, risponde.

E’ forse anche per questo che la categoria dei diplomatici appare oggi
sulla difensiva.

Malgrado gli sforzi della Farnesina, il pubblico sa ancora poco dei


compiti numerosi e fondamentali per il buon funzionamento e la
sicurezza dello Stato che i diplomatici svolgono in condizioni
ambientali assai diverse e spesso difficili.

I diplomatici sono tavolta incalzati a dare ragione della loro necessita’


e della loro utilita’, quasi che dovessero giustificare la loro stessa
esistenza in vita.

Una certa vaghezza sulle funzioni e l’attivita’ del diplomatico e’ diffusa


anche tra quelle poche centinaia di giovani da cui la Farnesina attinge
annualmente per assicurare la continuita’ del suo corpo di funzionari.

Persiste una scarsa conoscenza delle implicazioni di questa scelta


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professionale. Tra le conseguenze vi e’ anche quella, per quanti
superano il concorso, di un impatto piu’ problematico del preventivato
con la realta’ quotidiana del lavoro svolto alla Farnesina.

Tali prime difficolta’ determinano un certo disincanto sulla professione


tanto piu’ singolare in quanto esso assale proprio i piu’ giovani, quelli
che invece dovrebbero apportare al corpo diplomatico italiano un
indispensabile contributo di entusiasmo.

E’ dunque auspicabile una maggiore consapevolezza sulla natura


effettiva della funzione diplomatica oggi.

Sui vantaggi che la carriera diplomatica ancora offre. Sulle difficolta’


che questa scelta di vita presenta.

Il blog www.diplomentor.net offre un luogo di incontro per discutere


dei pro e contra di quella che continua ad essere una affascinante
scelta di vita e di lavoro.

Diplomentor e’ una iniziativa esclusivamente personale che non ha


l’avallo istituzionale del Ministero degli Esteri. Le opinioni di chi scrive
non impegnano la Farnesina.

Il blog pero’ corrobora uno sforzo apprezzabile piu’ generale di


trasparenza ed apertura verso l'esterno che il Ministero degli Esteri
da tempo sta compiendo per farsi meglio conoscere ed apprezzare.

Cio avviene nell’ambito di una precisa strategia articolata in un Piano


di Comunicazione.

La pubblicazione di un Annuario Statistico si collega a questo sforzo.

L’apertura del palazzo ai visitatori nell’ambito dell’iniziativa “Farnesina


Porte Aperte” per far conoscere il suo patrimonio architettonico ed
artistico e la visita della sua collezione di arte contemporanea
italiana, costituisce un’altra, indovinata, modalita’ di outreach .
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Un’ulteriore opportunita’ per conoscere gli interna corporis della Casa
e' costituita dagli stage che si possono compiere sia alla Farnesina
che presso le sedi diplomatico-consolari estere.

Tali periodi di formazione sono certamente utili per familiarizzare i


giovani neo-laureati con la struttura burocratica del Ministero degli
Esteri ed anche con la specifica "cultura aziendale" della Farnesina.

Mi sarebbe senz'altro piaciuto poter usufruire di una simile


opportunita' prima di avventurarmi con successo, al termine degli
studi universitari, nella preparazione del concorso.

Fortunatamente, posso dire, dopo tanti anni di non essere stato


deluso dall'investimento fatto (in termini di fatica, studio, ecc.) e dalle
aspettative che avevo riposto in questa scelta di lavoro e di vita.

Quella degli aspiranti diplomatici e' certamente una nicchia, piccola


ma di qualita'.

Chi solo prende in considerazione questa carriera e' di per se'


speciale sia per talento che per motivazioni.

E ha verosimilmente dentro di se' un'anima un po' romantica.

La sfida e' preservare quest'anima romantica. Negli anni il lavoro


quotidiano, le difficolta', talvolta qualche amarezza, induriscono e
contribuiscono ad un atteggiamento un po' blase'.

Cio' e' umanamente comprensibile e forse anche inevitabile.

Ma occorre resistere alla tentazione del cinismo e trasmettere - anche


solo in parte - quel patrimonio di entusiasmo e di dedizione che
anima quotidianamente i diplomatici italiani.

Esso costituisce la migliore pubblicita’ per una professione che


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continua ogni anno a catturare l’attenzione di tanti brillanti giovani
italiani.

Spero dunque che dalla lettura di questo libro gli aspiranti diplomatici
trovino motivazioni per intraprendere una professione che ha pochi
eguali.

In particolare, a chi considera la carriera diplomatica come un


possibile sbocco mi sento di dire di affrontare il concorso senza retro
pensieri.

Il concorso per l’ingresso nella carriera diplomatica e’ un concorso


pulito e l’Amministrazione degli Affari Esteri e’ ancora
sostanzialmente sana.

L’esame e’ un’incognita ma il level playing field che le modalita’ del


concorso ancora oggi assicurano possono bastare a giustificare il
faticoso investimento necessario per garantire una ragionevole
probabilita’ di riuscita.

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1. LA SOLITUDINE DELL’ASPIRANTE DIPLOMATICO

Chi si appresta ad affrontare il concorso diplomatico, una delle prove


piu’ selettive della pubblica amministrazione, e’ solo.

Non e‘ una novita’. Nel sistema scolastico italiano lo studente e’


spesso lasciato a se stesso. Si cimenta nelle sue prove in solitudine.
Successi e fallimenti si consumano nell’isolamento.

Dietro alla decisione di avviare Diplomentor e di scrivere questo libro


c’e’ la consapevolezza di aver ricevuto tanto da questa Carriera e il
desiderio di condividere la mia esperienza aiutando chi si prepara al
Concorso a sentirsi un po’ meno solo.

Quando preparai il mio concorso ero anche io solo.

Completati gli studi, frequentato un corso di preparazione agli scritti,


mi ritrovai in solitudine con tanti manuali e con mille dubbi.

Era davvero questa la mia strada?

Della Carriera avevo una idea abbastanza approssimativa. Durante


gli ultimi due anni del mio corso di laurea in Scienze Politiche avevo
avuto modo di incontrare i testimonial che il Ministero inviava nelle
facolta’ italiane per promuovere lo sbocco professionale Farnesina.

La conferenza di un Ambasciatore a riposo (Sergio Cojancich) mi


convinse che questo poteva essere un sentiero praticabile.

Non mancarono momenti di scoramento. Intanto, non superai il


concorso al primo tentativo, ne furono necessari due. Al primo
esame, fallii (di pochi decimi) la prova di economia e, pur avendo
abbondantemente superato tutte le altre, non fui ammesso agli orali.

Il contesto non era necessariamente favorevole. A parte la mia


famiglia che non mi fece mancare sostegno, un certo scetticismo
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circondava il mio impegno.

Una domanda che mi era frequentemente rivolta era chi conoscessi


alla Farnesina (non sono figlio d’arte).

Si intendeva implicitamente che solo una raccomandazione mi


avrebbe aperto le porte del Ministero degli Esteri.

La prova fu dunque character building.

In Italia scarseggia quella invidiabile qualita’ degli americani, la can


do attitude.

Credo che questo atteggiamento contribuisca in parte allo scetticismo


dilagante di questi anni.

Col senno di poi credo che la mia carta vincente sia stata quella che
cinici e disincantati definirebbero “ingenuita’”.

Credevo – credo ancora oggi –che l’Italia non e’ necessariamente il


paese delle raccomandazioni.

Non mi sbagliavo.

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2. CARRIERA DIPLOMATICA, SAPERNE DI PIU’

Rispetto a quando provai il concorso, oggi si sa di piu’ della Carriera,


soprattutto per chi e’ un outsider e non, come si dice, “un figlio d’arte”.

La Farnesina e' infatti particolarmente impegnata, soprattutto


attraverso il suo Istituto Diplomatico a gettare ponti verso il mondo
universitario italiano dove giovani di talento scoprono la vocazione
per la diplomazia.

2.1. SCOPRIRE UNA VOCAZIONE

Come tanti, anche io ho scoperto da adolescente una passione per la


storia e per le lingue straniere e per i viaggi.

Mi ritrovavo a leggere le pagine di politica internazionale sempre


prima di quelle di cronaca o di politica interna (ma sempre dopo
quelle sportive!)

Una volta intraprese Scienze Politiche, le carriere internazionali mi


sembrarono un logico sbocco professionale. Non ho parenti in
carriera, i miei genitori hanno svolto attivita' lontanissime dalla
diplomazia ed ancora oggi non hanno perfettamente chiara la
differenza tra un Console ed un Ambasciatore.

Riesaminando il mio percorso, direi che la vocazione di rappresentare


il paese e' cresciuta nel tempo cammin facendo.

Non sono un nazionalista, mi considero animato da un patriottismo


abbastanza equilibrato da riconoscere i pregi ed i difetti del nostro
carattere nazionale, potenzialita' e limiti del ruolo del nostro paese
sulla scena mondiale.

L'Italia, vista dall'esterno, e' un Paese che non lascia indifferenti, ma


che scatena forti emozioni, spesso contrastanti. Pochi altri Paesi e
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pochi altri popoli destano ammirazione, interesse e talvolta anche
delusione come il nostro.

La prima domanda di chi intenda prendere in considerazione questo


sbocco professionale e’: la carriera diplomatica fa per me?

La seguente griglia di domande puo’ essere un utile punto di


partenza.

• Sono pronto a rappresentare con fierezza e


consapevolezza l’Italia nel mondo?
• Sono pronto a difendere e promuovere gli interessi
del Paese?
• Sono pronto ad assumermi alti livelli di
responsabilita?
• Sono disponibile ad una carriera che e' anche uno stile di vita
nomadico?
• Sono pronto a vivere a lungo in Paesi stranieri, incontrare e
conoscere persone e culture profondamente diverse?
• Ho attitudine alla soluzione dei problemi?

Se la risposta e’ positiva per la maggior parte delle domande


questa Carriera puo’ fare per voi.

2.2. GLI STAGE

Una delle modalita' piu' indovinate dell’azione di outreach della


Farnesina verso il mondo universitario italiano e' costituita dagli stage
che si possono compiere sia alla Farnesina che presso le sedi
diplomatico-consolari estere.

La Farnesina ha dal 2001 avviato una Convenzione con la


Conferenza dei Rettori Universitari italiani (CRUI).

La Convenzione consente la possibilita’ di svolgere stage di tre mesi


presso gli uffici ministeriali. Ben 66 atenei italiani partecipano alla
Convenzione. Nel 2007, 1238 studenti hanno fatto stage in Italia ed
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all’estero (erano stati solo 77 nel 2001).

Premessa. Negli ultimi anni, come dice Beppe Severgnini su


“Italians”, sempre di piu’, l’Italia si e’ trasformata in una “Repubblica
fondata sullo stage”, per parafrasare la nostra Costituzione.

Questa tendenza, collegata ad una generale precarizzazione dei


rapporti di lavoro, ha talvolta fatto dell’esperienza stagistica una sorta
di limbo para-professionale che cela situazioni al limite dello
sfruttamento.

Insomma, la parola stage ha assunto una connotazione negativa.

Fortunatamente questo non e' il caso dello stage al MAE anche


perche’ le sue condizioni temporali sono chiaramente determinate e
ben regolamentate e a tutela dello stagista.

Lo stage puo’ dunque effettivamente costituire una proficua


opportunita’ per avvicinarsi alla carriera diplomatica.

E’ un’occasione per avvicinarsi ad uno dei gangli vitali della macchina


amministrativa dello Stato, per farsi una idea precisa del tipo di vita e
di carriera che attende chi entra nei ranghi della Farnesina.

Ho finora collaborato con una decina di stagisti sia in Italia che


all’estero. Nell’insieme la mia esperienza e’ positiva sia per quanto
riguarda la serieta’ con cui i giovani si avvicinano alla Casa (ed in
generale al mondo del lavoro), sia per la valutazione del loro bagaglio
professionale.

Ho verificato una generale e notevole predisposzione all’informatica


(evidentemente legata al fattore generazionale); ottime competenze
linguistiche (anche in lingue di difficile apprendimento come arabo,
cinese e giapponese).

Ho inoltre registrato una notevole capacita’ di adattamento al


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particolare contesto lavorativo in cui si volge lo stage. La struttura del
Ministero degli Esteri (per non parlare di quella dell’amministrazione
pubblica nel suo insieme) e’ assai articolata e non e’ facile
orizzontarsi, interagire (anche sul piano umano) in un microcosmo
complesso quale e’ quello di un ufficio pubblico italiano.

Non si puo’ comunque che essere profondamente grati agli stagisti


perche’ – a costo zero per l’Amministrazione degli Affari Esteri -
offrono un contributo anche in termini di entusiasmo di cui la Casa ha
profondo bisogno.

L’istituzione dello stage costituisce anche una iniezione di risorse


umane necessaria per il MAE. La Farnesina e’ infatti afflitta da
carenze di personale, sia al livello della carriera diplomatica che di
quella amministrativa.

Gli stagisti forniscono dunque una fondamentale boccata di ossigeno.

Per fare questa esperienza gli stagisti investono tempo e soldi


particolarmente quando lo stage si svolge all’estero.

Per tutte queste considerazoni, e’ un preciso dovere della Farnesina


fare dello stage una win-win situation e un'occasione che dia valore
aggiunto al percorso professionale del neo- laureato.

Cio’ al di la’ del fatto che lo stagista manifesti interesse per un futuro
sbocco professionale all’interno della Casa.

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3.IL DIPLOMATICO OGGI

Uno spot televisivo di un noto gruppo dolciario italiano contribui' anni


fa a cristallizzare in negativo presso il pubblico l'immagine dell'attivita'
diplomatica.

Nel filmato, al cocktail di un imprecisato Ambasciatore l'annoiata


consorte chiedeva al suo inguantato autista un gustoso cioccolattino
(prontamente reperito).

Lo spot amplificava uno stereotipo diffuso, quello che vuole il


diplomatico animatore di una intensa vita di relazione che da sola
esaurisce la sua funzione e che trova nel cocktail la sua piu' compiuta
epifania.

Paradosso: proprio il gruppo dolciario che ha contribuito ad


alimentare un'immagine decadente della Diplomazia attribui' un
importante incarico, alla fine della sua carriera, a uno dei piu' efficaci
diplomatici italiani, l'Ambasciatore Francesco Paolo Fulci.

3.1. IL DIPLOMATICO COME “VERSATILISTA”

Esiste un dilemma irrisolto circa la natura del diplomatico.

Il diplomatico e' un generalista? E’ uno specialista?

Chi polemicamente ama fare rilevare l’irrilevanza dei diplomatici nel


mondo moderno fa notare che il diplomatico e' forse oggi - in un
mondo di competenze specialistiche - il generalista par excellence.

Il diplomatico si pregia effettivamente di tale suo carattere. Questa


scuola di pensiero e’ ancora diffusa alla Farnesina talvolta non solo
presso i colleghi piu' anziani ma talvolta anche tra i piu' giovani.

Credo che tale atteggiamento sia giusto. Cio’, pero’, non in virtu’
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dell’argomento che, specializzandosi, si deprezzerebbe la
funzione “nobile” del diplomatico che, cosi’ facendo, non si
distinguerebbe piu' dagli altri civil servant.

La ragione secondo me e’ un’altra. Sono convinto che in un mondo


che cambia a grande velocita’ una specializzazione esasperata sia
pericolosa.

Essere un generalista oggi vuol dire restare aperti al cambiamento.


Vuol dire aggiornarsi continuamente. Vuol dire investire in formazione
permanente.

Il generalista e’ chi non cessa di crescere. E’ chi beneficia dal


cambiamento, non lo combatte e prospera dalle opportunita’ da esso
generate.

Vi e’ oggi estremo bisogno di persone capaci di articolare la sintesi


tra i particolarismi che limitano spesso l'orizzonte degli specialisti.

Come scrive Thomas Friedman nel suo “The World is Flat”, a fronte
di conoscenze sempre piu’ tecniche e di nicchia, il mondo del lavoro
ha oggi bisogno di “Grandi Sintetizzatori” e di “Grandi Spiegatori”.

Di persone cioe’ che vedono la complessita’ e la spiegano con


semplicita’.

Una figura professionale del futuro sara’, secondo Friedman, quella


del CIO che sta pero’ non per “Chief Information Officer”, ma per
“Chief Integration Officer”. Qualcuno cioe’ che “unisca i puntini”.

Affoghiamo oggi in un diluvio di informazioni, dal quale stentiamo a


trarre un senso che sia funzionale ai nostri scopi. In queste condizioni
l'informazione si trasforma in "noise" paradossalmente assordante.

Tale scenario, che si sta realizzando sotto i nostri occhi, esalta le


qualita’ dei “versatilisti”.
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Il versatilista, nelle parole di Friedman, “applies depth of skill to a
progressively widening scope of situations and experiences, gaining
new competencies, building relationships and assuming new roles”.

La disponibilita’ di versatilisti sara’ sempre piu’ richiesta dalle imprese


che, costrette dalla logica del profitto a fare sempre di piu’ con minori
risorse, incoraggieranno la universalita’ dei dipendenti e la loro
fungibilita’ nelle diverse mansioni.

Come dice Friedman, il versatilista e’ una sorta di “coltellino svizzero”


dai mille pratici usi.

Le qualita’ del versatilista appaiono non dissimili da quelle del


diplomatico (generalista) o dall'aspirante tale.

Preparandosi a questa professione, e possibilmente svolgendola, si


compie uno sforzo che appare al passo con una tendenza oggettiva
del nostro tempo e destinata a rafforzarsi nel futuro.

3.2. UN TALENTO RICICLABILE?

Una preoccupazione diffusa dei giovani che provano il concorso e’,


nel caso di insuccesso, di aver sprecato un anno (ed in certi casi
anche di piu’).

Essi chiedono assicurazioni che, studiando per diventare diplomatici,


si stia comunque costruendo per il futuro sviluppando competenze
per le quali c’e’ domanda sul mercato del lavoro, in particolare nel
settore privato.

Se investo tanto nel concorso e magari non lo supero, ci si puo’


almeno consolare con la consapevolezza di essersi comunque
adeguatamente preparati per cogliere altre opportunita’ professionali.

E’ una domanda ragionevole anche se pero’, evidentemente, non


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possono essere date assicurazioni

Questo interrogativo se lo pongono in verita’ anche gli stessi


diplomatici, ed in particolare i piu’ giovani.

Con la diplomazia si sviluppano delle competenze trasferibili? Esiste


una domanda nel mercato del lavoro per una figura professionale
dalle caratteristiche sui generis?

L'eventualita' per quanti siano gia’ in Carriera di un cambio di cavallo


in corsa riflette un approccio mentale oggi sempre piu' diffuso, e cioe'
quello di tenersi tutte le opzioni aperte evitando di "fidelizzarsi" ad un
unico percorso professionale.

Sono convinto che con la preparazione al concorso, ed in generale


con la carriera diplomatica, si accumula un capitale di conoscenza ed
esperienza trasferibile (e possibilmente monetizzabile) anche in altri
ambiti professionali.

Se penso alle skill specifiche che ho sviluppato in questi anni potrei


stilare un elenco solo approssimativo di competenze appetibili sul
mercato del lavoro:

• analista politico ed economico


• mediatore di conflitti
• ghost writer
• addetto alle pubbliche relazioni
• amministratore
• lobbista
• public speaker
• esperto di protocollo/cerimoniale
• promotore commerciale
• promotore di eventi culturali
• interprete
• logista
• ufficiale di collegamento
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• esperto di sicurezza

Da un punto di vista generale, direi che esiste una duplice


prospettiva, una interna, un'altra esterna alla professione.

Partiamo con la prospettiva dall'interno. Esistono certamente


opportunita’ di lavoro al di fuori della carriera in cui anzi il bagaglio di
know-how e di esperienza del diplomatico offre un valore aggiunto.

La specialita’ del diplomatico appare spendibile in altri ambiti


professionali. Alcuni di questi ambiti costituiscono delle evoluzioni,
delle transizioni naturali dalla professione diplomatica.

Cio’ perche’ esiste una continuita’ nella materia oggetto della


professione. Cambia pero’ la prospettiva.

Ad esempio, il giornalismo e’ certamente uno sbocco. Per citare il


caso forse piu' famoso, basti pensare all’Ambasciatore Sergio
Romano che, dopo aver lasciato la carriera all’inizio degli anni
Novanta, ha conosciuto una sorta di second life, una feconda
stagione di editorialista, giornalista, opinionista e storico.

Chi ha studiato per il concorso dispone certamente della conoscenza


di un gran numero di materie che consentono una lettura della realta’
sociale, politica, economica, culturale, ecc. di cui media desiderosi di
fare informazione (e non intrattenimento) potrebbero utilmente
avvantaggiarsi.

Se la preparazione da sola basti poi all’ingresso in una redazione


giornalistica e’ pero’ un altro discorso.

L’insegnamento universitario costituisce un altro sbocco naturale e


consueto. L’essersi misurato sul campo con i concreti problemi
internazionali apporta all’insegnamento impartito dal diplomatico un
senso di realismo e di praticita’ di cui l’accademico puo’ invece
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essere privo.

L’attivita’ di consulenza e’ un altro esempio. Talvolta tale consulenza


viene svolta a beneficio di imprese private (banche, gruppi industriali).
Ma puo' anche essere svolta in proprio.

Non credo ci sia da scandalizzarsi se colleghi a fine carriera


capitalizzino il bagaglio di conoscenze e entrature che hanno
accumulato negli anni.

Si tratta anzi di un patrimonio di internazionalizzazione che puo’


beneficiare molto il settore privato italiano.

Ci si puo’ forse semmai rammaricare che il mondo degli affari peschi


dalla diplomazia solo a fine carriera e non prima. Ma cio' dipende
anche da alcuni vincoli strutturali che la pubblica amministrazione si
e' data.

Del resto l’esistenza di una porta girevole tra Wall Street e


Washington e’ uno dei tratti caratteristici del sistema americano e
forse uno dei suoi vantaggi competitivi.

L’osmosi tra il mondo degli affari e quello delle istituzioni (prese


naturalmente le opportune precauzioni) e' mutualmente benefica:
allarga le reciproche prospettive ed il bagaglio di conoscenza e
esperienza di entrambe le parti.

3.3. UNA CARRIERA COMPETITIVA

Uno strumento condiziona la carriera diplomatica: il bollettino.

E' un documento di pubblica consultazione all'interno della Farnesina


ed e' caratteristica esclusiva della carriera diplomatica.

Si tratta dell'elenco gerarchico che mette in fila i 1000 funzionari


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diplomatici della Farnesina dal piu' anziano degli Ambasciatori
all'ultimo dei Segretari di Legazione in prova. Tale elenco si
costituisce sulla base dell'anno dell'ingresso in carriera e degli
assestamenti in seguito alle promozioni.

L'elenco registra dei cambiamenti in occasioni dei passaggi di grado.


Non tanto quello da Segretario di legazione in prova (Slip) a
Segretario di Legazione (SegLeg) ma quanto in quello da SegLeg a
Consigliere di Legazione (ConsLeg), quello da ConsLeg a Consigliere
d'Ambasciata (ConsAmb), quello da ConsAmb a Ministro e infine da
Ministro a Ambasciatore.

Al momento dell'ingresso in Carriera l'ordine di bollettino fotografa


una realta' che rispecchia essenzialmente le qualita' accademiche dei
candidati che hanno superato con successo il concorso. La
graduatoria del concorso 2008 dira' poco circa le attitudini pratiche
dei giovani funzionari, benche' da qualche anno siano stati introdotti
dei test attitudinali propedeutici alle prove scritte.

Naturalmente questo stato delle cose e' destinato ad evolvere non


appena i funzionari cominciano a misurarsi con le sfide quotidiane
della professione. Emergeranno qualita' che il concorso non misura
appieno come ad esempio il buon senso, la capacita' di giudizio,
l'equilibrio, il tatto, il sangue freddo.

Nessuna modalita' di selezione concorsuale del personale


diplomatico riuscirebbe a misurare la capacita' di gestire un
rapimento di un connazionale, il rapporto con la stampa,
l'evacuazione di una collettivita' italiana, l'emergenza causata da uno
tsunami.

Trascorsi i primi dieci anni della carriera, l'amministrazione stila un


primo bilancio e rivede la classifica. In dieci anni il funzionario si sara'
misurato con le responsabilita'' di 1-2 uffici al ministero e di 2 sedi
all'estero. Saranno emersi in quel lasso di tempo i suoi pregi ed i suoi
difetti. Al giudizio sulle qualita' accademiche si affianchera' quello
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sulla sua performance sul campo e sulle sue qualita' professionali.

Tale valutazione viene ripetuta in occasione dei successivi passaggi


di grado, il che vuol dire - sulla base di un ragionevole sviluppo di
carriera - dopo 10 anni dall'ingresso nei ranghi (passaggio a
ConsLeg), 15-16 anni (passaggio a ConsAmb), 23-25 anni
(passaggio a Ministro).

Il passaggio ad Ambasciatore fa storia a se perche' su questo incide


anche la Politica.

Naturalmente questi passaggi tengono in fibrillazione i funzionari e


determinano inevitabilmente tensioni.

La carriera di certi funzionari si inceppa in occasione di alcuni dei


passaggi; in certi casi alcuni funzionari si fermano ad un grado (ad
esempio ConsLeg o ConsAmb); in altri casi gli scorrimenti, anche
quando si realizzano, sono comunque percepiti dagli interessati
beneficiari come lenti e dunque penalizzanti.

Visto dall'esterno il meccanismo sembra perverso perche' mette i


funzionari in competizione tra loro minando lo spirito di corpo.

D'altra parte quante carriere nella Pubblica Amministrazione


stimolano una sana competizione tra i funzionari? Il problema nella
P.A. oggi e' spesso quello dell'appiattimento dei valori, dell'assenza di
una prospettiva di carriera che unisca al principio dell'anzianita' anche
quello del merito.

La Farnesina e’ in questo una notevole eccezione.

Non bisogna pero’ farsi troppo condizionare dal bollettino, questo


benchmark supremo della qualita' del diplomatico.

Non e' facile perche' la cultura aziendale ne e’ permeata –instillando


piu' o meno subliminalmente la convinzione di essere i partecipanti
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ad una gara.

La gara - se di gara si deve parlare - e' in primo luogo con se stessi


non con gli altri. Misurare la propria soddisfazione od il proprio
successo sulla base della performance degli altri e' una sicura ricetta
per guastarsi il fegato.

Bisogna stabilire dei benchmark personali, fissare degli obiettivi,


stilare dei bilanci. Soprattutto non bisogna cercare scorciatoie.
Occorre giocare la partita lealmente nell'interesse proprio e
dell'amministrazione.

Le soddisfazioni non mancheranno.

3.4. FUGARE I MALINTESI

Nel dialogo sul blog con gli studenti ho notato una forte spinta etica e
morale della nuova generazione di aspiranti diplomatici

Esiste anche un certo annacquamento della componente nazionale


nel background dei giovani italiani. Non dimentichiamo che molti di
essi sono i componenti di quella generazione Erasmus, che
costituisce l’incarnazione forse piu’ compiuta di un nuovo Uomo
Europeo.

Poter contare su giovani latori di una forte motivazione idealistica e’


un asset e una fortuna per l'Italia.

Cio' costituisce sicuramente un arricchimento della carriera


diplomatica italiana rafforzando una tendenza in atto da tempo di cui
e', ad esempio, un indizio l'esperienza, da parte di un crescente
numero di funzionari, nel servizio civile nazionale.

Tuttavia, si impongono alcune puntualizzazioni.

In primo luogo, il rappresentante diplomatico esprime la quintessenza


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delle qualita' nazionali agli occhi delle autorita' e piu' sovente della
societa' del paese in cui e' accreditato.

Piacciano o no gli stereotipi - in quanto descrizioni semplificate e


verosimili della realta' - sono strumenti essenziali della conoscenza
ed i popoli vi ricorrono abitualmente.

A quanti abbiano trascorso lunghi periodi all'estero sara' capitato di


riscontrare una certa accentuazione delle proprie caratteristiche
nazionali. In breve, all'estero ci si sente piu' italiani, o piu' francesi,
inglesi, ecc. . Si riscopre - piu' facilmente che in patria - il carattere
nazionale.

La carriera diplomatica proprio per la sua natura puo' dunque


necessariamente condurre ad una esaltazione della propria
quintessenza nazionale.

In secondo luogo, un diplomatico, anche nel mondo postmoderno di


cui secondo Robert Cooper l'Unione Europea sarebbe la piu'
avanzata realizzazione, rimane uno strumento per l'avanzamento di
interessi pragmatici, spesso non necessariamente altruistici.

Tali interessi la diplomazia persegue preferibilmente con gli strumenti


del dialogo. L'Italia repubblicana e' una potenza fortemente
impegnata nella causa dei diritti umani, della solidarieta', della
promozione del dialogo anche tra parti distanti e ostili.

Tuttavia, le circostanze della realpolitik - volenti o nolenti - continuano


ad informare la realta' internazionale chiamando il nostro Paese
all'uso della forza, anche se ragioni di convenienza politica sfumano
opportunamente tale impegno.

Senza arrivare al caso estremo della guerra si possono fare alcuni


esempi in cui l'esperienza professionale potrebbe proporre dei
laceranti dilemmi di coscienza al diplomatico animato da forti
considerazioni ireniche.
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Quel diplomatico si potrebbe un giorno trovare ad essere chiamato -
per fare un esempio - a promuovere presso uno Stato straniero il
sostegno governativo nazionale al procurement di armamenti presso
un'azienda italiana. Operazione pienamente legittima, ma che
potrebbe causare qualche problema di coscienza.

O potrebbe ricevere istruzioni da Roma perche' eserciti una forte


pressione presso le sue autorita' di accreditamento perche'
dispongano la riammissione di migranti economici, certo disperati,
tuttavia illegalmente approdati in Italia.

Per costoro esistono carriere internazionali alternative. Sarebbe per


esempio forse piu' indicata una carriera nell'ambito delle Nazioni
Unite.

La diplomazia non e' il Peace Corps.

3.5. LA RESPONSABILITA’ DELLA RAPPRESENTANZA

Rappresentanza, una parola che da sola contribuisce alla definizione


di una parte significativa dell'attivita' diplomatica all'estero.

Il primo dovere del diplomatico e’ quello della presenza. Si tratta di un


dovere spesso dato per scontato ma che caratterizza fortemente la
funzione diplomatica.

Confesso di provare emozione mista a responsabilita' ogni volta che


ad una riunione internazionale mi siedo dietro il segnaposto (in gergo
"cavaliere") con su scritto il nome "Italy".

Certo non e' come giocare la finale della Coppa del Mondo, ma
talvolta la posta in palio, benche' piu' oscura, puo' essere non meno
importante e forse anche piu' rilevante per gli interessi del nostro
Paese.

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In certe riunioni di alto livello diplomatico (ad esempio un vertice
europeo) e' certamente questo il caso.

Il punto che mi preme evidenziare e' la responsabilita' particolare che


grava sulle spalle del diplomatico per il fatto di indossare una virtuale
maglia azzurra in ogni momento della sua giornata.

La caratteristica della carriera diplomatica e' la sfumatura di quella


sottile linea rossa che separa la sfera professionale da quella
personale.

Questa condizione e' intrinseca alla vita del diplomatico. In


particolare, durante il servizio all'estero, essere diplomatici e' una
condizione immanente, h/24.

Il diplomatico opera in un contesto spaziale e temporale in cui la sfera


personale e quella professionale si articolano senza soluzione di
continuita'.

Lo stesso spazio abitativo e' promiscuo, nel senso che esso deve
essere scelto in funzione non solo della fruizione personale, ma
anche delle esigenze di rappresentanza (leggi relazioni sociali).

Egli disobbedisce dunque al primo comandamento di quanti


raccomandano equilibrio tra sfera professionale e personale: non
portatevi il lavoro a casa.

Come nota infatti mia moglie, in questa professione il lavoro spesso


te lo ritrovi a casa seduto sul divano del salotto con un drink in
mano...

Rappresentanza vuol dire anche che agli occhi della societa' locale il
diplomatico e' come la moglie di Cesare: deve essere al di sopra di
ogni sospetto.

Per fare un esempio, se un connazionale all'estero da scandalo di se


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con una condotta licenziosa e/o illegale, cio' sara' notato e messo in
conto esclusivamente alla specifica scarsa caratura morale
dell'interessato.

Se invece si tratta di un rappresentante di uno Stato straniero in


missione diplomatica il comportamento, oltre a gettare discredito sul
suo autore, innesca una sorta di responsabilita' in solido del Paese
con il rischio di ricadute negative di immagine.

Non e' un caso che tra i doveri del diplomatico vi sia quello di una
condotta onorevole e decorosa che non leda in alcun modo
l'immagine dell'Italia all'estero.

Oltre a cio' una altra particolarita' rende il diplomatico italiano un


azzurro sempre in divisa da gioco e pronto ad entrare in campo.

Le esigenze di reperibilita' di servizio fanno del diplomatico una


specie di medico di turno sempre pronto.

Emergenze politiche, disastri naturali, catastrofi naturali, incidenti che


coinvolgono connazionali, ecc. Sono queste eventualita' che possono
richiedere l'attivazione della funzione diplomatica anche al di fuori
dell'orario di ufficio.

E succede piu' spesso di quello che si pensi.

3.6. NON SOLO COCKTAIL

Un luogo comune descrive il diplomatico come l’esponente di una


casta che identifica la bisboccia con il lavoro.

Tale topos e’ ormai talmente diffuso da alimentare irragionevoli sensi


di colpa.

Nelle occasioni conviviali in cui un fotografo documenta la cronaca


sociale locale confesso imbarazzo al suo approssimarsi.
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Tremo all'idea di essere immortalato reggendo in mano il vergognoso
drink.

La convivialita' e' - piaccia o no - il lubrificante delle relazioni sociali. A


tavola si smussano differenze, ci si studia, ci si conosce. E' piu' facile
negoziare con chi si e' spezzato il pane insieme.

Chiunque abbia soggiornato in Oriente sa ad esempio come sia


importante e ben speso il tempo investito nell'ospitalita' e nella
convivialita'.

La rappresentanza costa fatica. Gli impegni sociali si verificano


generalmente al termine della giornata di lavoro o nel fine settimana.

Spesso la partecipazione sottrae tempo agli affetti familiari o agli


interessi personali.

L'organizzazione degli eventi porta via tempo soprattutto quando il


"teatro delle operazioni" si identifica con la propria abitazione.

Talvolta la conversazione non e' altro che sterile small talk.

Da quanto tempo sei a X? Come e' difficile la vita qui per noi
occidentali a Z! Quanto dura la tua missione a Y?

Ed altre banalita' del genere.

Fare una buona rappresentanza puo' tuttavia essere divertente.


Stilare una lista di invitati costituisce una specie di esercizio di
chimica.

Come la sapiente mescolanza dei colori e dei sapori puo' produrre


armonia anche l'accostamento di tipi umani diversi puo' produrre un
risultato piacevole che ripaga della fatica fatta.

La rappresentanza costituisce un moltiplicatore, offrendo leverage


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che si traduce in migliori entrature nella societa' del paese di
accreditamento ed in definitiva in migliori informazioni.

In cio' noi italiani godiamo di un vantaggio competitivo.

All'estero essere invitati in una casa italiana fa sempre piacere. Si sa


di essere accolti in un ambiente ospitale e di buon gusto e di essere -
quasi sempre - sfamati con un pasto di ottima qualita' innaffiato da
buon vino.

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4.IL TRATTAMENTO ECONOMICO

Fare il diplomatico non rende ricchi.

Se fare i soldi e' uno degli obiettivi professionali, allora e' bene sapere
di essere nella wrong line of work.

La carriera diplomatica italiana - nelle sue attuali modalita' -


determina una spiccata schizofrenia nell'attitudine individuale al
consumo risultato di retribuzioni (estera e metropoliana)
profondamente diverse.

Cio' impone una capacita' di pianificazione del proprio piano di


consumo e di risparmio in una prospettiva pluriennale. La retribuzione
durante il periodo di servizio estero compensa le ristrettezze
metropolitane consentendo quel risparmio necessario ad una famiglia
tipicamente monoreddito come e' quella del diplomatico.

E' difficile e richiede disciplina e flessibilita’.

Non sono in grado di fare paragoni dettagliati con la retribuzione dei


colleghi stranieri, ma maggiori informazioni al riguardo ha il sindacato
dei diplomatici italiani, il SNDMAE.

Semplificando, il trattamento economico estero italiano ha carattere


forfettario. Cio' spiega perche' gli stipendi dei diplomatici italiani
appaiano piu' alti di quelli corrispondenti stranieri.

L'ISE (indennita' di servizio estero) copre diverse voci di spesa


mentre quella di altri servizi prevede una base retributiva piu' bassa
integrata pero' da specifiche indennita' (coniuge, scuole, viaggi di
congedo, ecc.) piu' generose di quelle italiane.

L'ISE (che non ha carattere retributivo) non e' prerogativa esclusiva


dei diplomatici come certa stampa fa credere, ma e' prerogativa di
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tutto il personale della pubblica amministrazione in servizio all'estero.

Ma torniamo al punto iniziale, e cioe’ che facendo i diplomatici non si


diventa ricchi.

Occorre guardare le cose da un altro e piu' ampio punto di vista.


Cosa vuol dire essere ricchi?

Se ci si limita ad una dimensione puramente finanziaria della


ricchezza, allora si puo' ragionevolmente affermare che la carriera
diplomatica non rende milionari. Essa consente comunque uno
standard di vita decoroso in Italia ed agiato all'estero.

La carriera diplomatica, tuttavia, arricchisce incomparabilmente sotto


altri aspetti consentendo una crescita professionale, culturale,
emotiva e se si vuole anche spirituale incomparabile con altre
esperienze.

Tutto cio' non e' forse monetizzabile ma e' ugualmente - se non di piu'
- gratificante.

Infine, fuor di retorica, la motivazione alla base del servizio


diplomatico e' quella del servitore di una Idea: l' Italia.

Personalmente, trovo ancora a distanza di anni questa motivazione


alla base della mia scelta di vita e del mio impegno quotidiano.

Sono certo che le competenze professionali che la carriera mi ha


finora consentito di affinare e sviluppare siano apprezzabili sul
mercato e potrebbero trovare remunerative occasioni di impiego nel
settore privato, ma finche' le motivazioni che ho sopra descritto mi
sosterranno preferiro' i sacrifici imposti dalla carriera alla prospettiva
della scalata di una corporate ladder.

Una curiosita’ diffusa e’ quanto guadagna un diplomatico. In linea di


massima, a Roma un SegLeg fresco di ingresso in carriera guadagna
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circa 2000 euro mensili, un ConsLeg circa 3000 euro, un ConsAmb
circa 4000, ecc.

All’estero la musica cambia in meglio grazie all’ISE.

Non sono in grado di dare un quadro certo ma credo che un giovane


funzionario in prima uscita in una sede disagiata o particolarmente
disagiata non guadagni meno di 10.000 euro mensili.

Non va nascosta una diffusa insoddisfazione alla Farnesina per il


trattamento economico.

In particolare presso le giovani leve e’ opinione diffusa che esso sia


particolarmente sfavorevole rispetto a quello del settore privato.

Simpatizzo con le ragioni dei giovani funzionari.

La situazione economica del diplomatico non migliora


necessariamente negli anni quando arrivano i figli e le consorti
devono scendere – talvolta anche dolorosamente – a patti con la
consapevolezza di dover sacrificare le proprie aspirazioni
professionali.

Una famiglia monoreddito,come e’ spesso quella del diplomatico, non


ha di che scialacquare.

Tuttavia, ho qualche reticenza a condividere in toto la doleance in


questione.

In primo luogo certi paragoni mi sembrano azzardati. Regola per un


paragone corretto e’: le mele con le mele e le pere con le pere.

Nel settore privato con chi confrontare la posizione economica di un


Segretario di Legazione? Ritorna la questione della "specialita' " della
funzione diplomatica.

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Anziche' con il settore privato, ha forse piu’ senso rapportarsi,
nell’ambito della P.A., con un giovane neo-magistrato.

Da un punto di vista generale, parto da una premessa contro-


corrente.

Nel momento in cui si sceglie una carriera impiegatizia bisogna


essere consapevoli di aver accettato la situazione caratterizzata in
economia come quella del c.d earned income (in italiano diremmo il
reddito del lavoratore dipendente).

Per chi guadagna earned income la tassazione e' ineluttabile


avvenendo la trattenuta a monte e non a valle.

Il reddito corrispondente all’impiego e’ inoltre certamente finito, nel


senso che non aumenta oltre un certo limite pur a fronte dell’aumento
delle ore lavorate.

Solo per l’imprenditore o ancora di piu’ per l’investitore professionale,


the sky is the limit . Il reddito e’ infatti per questi potenzialmente
infinito.

A tale vantaggio corrisponde pero’ un’alea ben piu’ grande di quella


del lavoratore dipendente.

La scelta impiegatizia implica dunque un trade-off: sicurezza del


lavoro/finitezza del reddito. In tempi di precariato dilagante una
carriera nella pubblica amministrazione costituisce una sorta di
specie in via di estinzione: il posto sicuro.

In Italia tanti giovani sono precari e non sono necessariamente sotto


qualificati dal punto di vista accademico rispetto ad un giovane
diplomatico. E in certi casi sono pagati assai meno di 2.000 euro
mensili.

Se si trova insostenibile tale situazione allora e’ il caso di tirarne le


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conseguenze ed intraprendere altre strade economicamente piu’
vantaggiose.

Il vero problema e’ a mio avviso intrappolare la famiglia del


diplomatico in una dimensione mono-reddito non creando anche per
i/le consorti quelle condizioni (anche sul piano normativo) che ne
facilitino l’attivita’ lavorativa in Italia e all’estero. Cio’ allevierebbe
sensibilmente il disagio finanziario del diplomatico e quello emotivo
dei coniugi.

Su tale terreno, rispetto ad altri Paesi, l’Italia appare particolarmente


arretrata. E’ dunque particolarmente importante ed apprezzabile
l’azione che su questi temi svolge presso la Farnesina l’Associazione
Consorti dei Dipendenti del MAE, in coordinamento con l’ EUFASA
(European Union Foreign Affairs Spouses Association).

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5.LA FORMAZIONE DEL DIPLOMATICO

Tenuto conto dell'eta' cui ci si laurea in Italia, i neo-diplomatici


entrano in Carriera mediamente a 27-29 anni.

Ci sono naturalmente eccezioni sia nel caso di enfants prodiges che


entrano nei ranghi a 23-25 anni.

Ci sono anche dei late bloomer che superano il concorso gia'


trentenni o anche di piu', in particolare per quei casi di mobilita'
interna in cui funzionari della carriera amministrativa del MAE
superano il concorso diplomatico.

Per le caratteristiche del mercato del lavoro italiano e per la crescente


diversificazione del bacino di risorse umane da cui il MAE attinge, e'
frequente che la carriera diplomatica non costituisca la prima
occupazione e che si abbia gia' alle spalle delle precedenti
esperienze professionali.

E' ugualmente possibile invece che la Farnesina sia la prima


significativa esperienza professionale. Quale che sia la storia
individuale di ciascuno, per il semplice fatto di aver superato un
esame difficile come quello degli Esteri, si avrebbe ogni diritto di
godere di un meritato riposo dai libri di studio.

Ma non e’ il caso. La formazione permanente e’ una caratteristica del


nostro tempo e delle societa’ dell’informazione come sono quelle
avanzate come la nostra.

La carriera diplomatica non fa eccezione, anzi, per la sua stessa


natura presuppone forse anche piu’ di altre un processo costante di
aggiornamento e sviluppo.

Intanto, appena entrati alla Farnesina aspetta un corso di formazione


presso l'Istituto Diplomatico.
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Si tratta di una serie di conferenze sugli aspetti dell'attivita' del MAE.
L'Istituto Diplomatico offre anche corsi pre-posting (generalmente
sulla materia consolare, quella commerciale o quella amministrativa)
che possono essere utili al momento dell'assegnazione all'estero.

L'Istituto Diplomatico offre inoltre corsi di lingue straniere. Non solo


lingue come francese, inglese, spagnolo e tedesco, ma anche lingue
di difficile apprendimento come cinese, russo, arabo.
Occasioni di formazione possono emergere anche negli Uffici in cui si
e’ distaccati. Ad esempio sono molto ambiti i seminari in ambito UE
(esiste un progranma per giovani diplomatici europei).

Il Regno Unito organizza nell'atmosfera informale di Wilton Park


seminari su temi di attualita' internazionale che offrono interessanti
opportunita' di networking e brainstorming con colleghi stranieri e
esperti di fama mondiale.

Con la Francia abbiamo uno schema interessante che prevede


l'assegnazione di un giovane funzionario al Quay d'Orsay seguito da
un periodo di distacco presso una Prefettura francese.

Tuttavia, al di la di quello che offre il Ministero (e che non e' poco), la


responsabilita' della formazione ricada in primo luogo sugli stessi
funzionari.

E' questo un processo di formazione permanente. La lettura di libri,


riviste specializzate, giornali, costituiscono un dovere del diplomatico.

L' e-learning offre oggi modalita' telematiche di formazione in tutti i


campi dell'attivita' diplomatica spesso con modalita' di insegnamento
asincrone che permettono agli studenti di programmare il proprio
impegno nei ritagli di tempo.

Tutto cio' presuppone naturalmente una forte motivazione individuale.


Non sempre si trova a questo riguardo la necessaria comprensione

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dei superiori che invocheranno le pressanti esigenze del servizio per
inchiodare i giovani alla scrivania.

Occorre tenere il punto. La formazione permanente costituisce un


necessario investimento individuale - e soprattutto - un beneficio di
medio/lungo termine per l'Amministrazione.

5.1 LA LAUREA IDEALE

Non esiste una laurea ideale per affrontare il concorso diplomatico.

Storicamente la laurea in legge ha costituito la laurea “classica” del


diplomatico in carriera.

Non dispongo di dati statistici certi ma la mia impressione e' che oggi
le facolta' di scienze politiche ed economia forniscano in proporzione,
rispetto a giurisprudenza, un numero maggiore di diplomatici.

Tuttavia, cio' non pregiudica le chances dei laureati in legge. Molte


delle prove concorsuali (in particolari quelle orali) hanno per oggetto il
diritto.

Una laurea in scienze politiche (o in scienze diplomatiche) a mio


giudizio offre forse il vantaggio di una maggiore interdisciplinarieta' ed
asseconda quella versatilita'"che ritengo la caratteristica qualificante
del diplomatico moderno.

E' possibile che la frequenza di scienze politiche o diplomatiche dia


un vantaggio in partenza rispetto a giurisprudenza.

Questo per una piu' spiccata vocazione alle carriere internazionali


che si riflette in materie e piani di studio in sintonia con i programmi
ministeriali per il concorso diplomatico.

Molto dipende comunque dalla preparazione del singolo.

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Se - al di la' degli studi universitari in legge – si e’ sempre coltivato
passione e interesse per la storia, l'economia e le lingue straniere, ci
si puo’ mettere al passo nel corso della tua preparazione post-laurea
al concorso.

I corsi offerti in diversi atenei e istituti sono in tal senso certamente


utili. Esse hanno l’obiettivo di creare un level playing field tra
candidati dal background accademico diverso.

Sul piano professionale una solida preparazione giuridica costituisce


certamente il presupposto per fare bene il lavoro consolare a Roma e
all'estero.

Chi si trova a lavorare presso il Contenzioso Diplomatico si


avvantaggiera' certamente di una preparazione giuridica ed in
particolare di una specializzazione in diritto internazionale.

Il servizio presso la Direzione Generale per l'Integrazione Europea o


la Rappresentanza Permanente a Bruxelles presso la UE sono
naturali sbocchi di chi ha un background in diritto comunitario.

5.2. LE LINGUE STRANIERE

Ricordo che, entrato da poco in Carriera, un collega anziano fece


un'osservazione che mi lascio' di stucco.

A suo dire il diplomatico non e' un portiere d'albergo che, dovendo


interagire con tanti individui di nazionalita' diversa, si esprime in
maniera forse rozza ma funzionale in molte lingue.

Secondo lui le due uniche lingue che servivano nell'esercizio della


funzione diplomatica erano inglese e francese. "Con quelle vai
dappertutto", fu la conclusione lapidaria.

Si tratta di un approccio non condivisibile.


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La padronanza dell'inglese (scritto oltre che parlato) e' oggi
naturalmente essenziale.

Essere versati nelle lingue europee e' opportuno soprattutto se si


opera in ambito comunitario. Conoscere il francese ancora oggi non
guasta, non solo perche' questa e' stata la lingua storica della
diplomazia ma perche' e' ancora la lingua veicolare in Africa
occidentale.E certamente serve lo spagnolo.

Per un diplomatico italiano e' necessario conoscere spagnolo e


francese sia per la vicinanza storica e culturale con queste due
nazioni ma anche perche' si tratta di lingue che non ci risulta
particolarmente difficile apprendere. All'elenco si potrebbe aggiungere
il portoghese (e forse anche il romeno).

Il Ministero degli Esteri ha poi oggi un bisogno estremo di linguisti


versati, ad esempio, nell’arabo, nel cinese e nel russo. Non
guasterebbero piu' esperti di giapponese e farsi.

Quel che ho notato, prestando servizio in paesi la cui lingua e' di


difficile apprendimento, e' che la credibilita' complessiva del
diplomatico aumenta immensamente.

Gli interlocutori locali apprezzano lo sforzo che si fa perche' dimostra


genuino interesse ed empatia nei confronti del loro paese e della loro
cultura.

Cio' vale non solo nei riguardi degli interlocutori locali ma anche dei
connazionali che vivono e lavorano nel paese da anni e che per
questa ragione ne conoscono meglio la lingua.

Ho avuto talvolta la sensazione che questi considerino il diplomatico


giunto in sede un superficiale cui spiegare con atteggiamento
condiscendente "come questo paese funziona".

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E’ questo un atteggiamento irritante. Ma succede e tanto piu' sovente
quanto il funzionario e' giovane e magari in prima uscita estera.

Tale atteggiamento di superiorita' non sussiste se, al contrario, il


background del funzionario diplomatico dimostra solidita' anche
linguistica e quella coerenza che deriva magari da una
frequentazione culturale e di vita pluriennale di una determinata area
geografica.

Un consiglio pero’. Se si vuole affrontare una lingua di difficile


apprendimento in funzione della carriera diplomatica, allora, occorre
ragionare nella maniera pratica cui e' costretta l' Amministrazione
allorche' decide l'allocazione delle risorse.

Faccio degli esempi.

La Farnesina non e' il Dipartimento di Stato o il Waijiabu (il Ministero


degli esteri cinese). Il pool di funzionari e' necessariamente piu'
ristretto ed il numero degli incarichi piu' limitato.

Una conseguenza e' che la Casa non riesce a dedicare con


continuita' nel tempo funzionari allo studio sistematico ed
approfondito di una lingua straniera di difficile apprendimento.

I cinesi prendono un giovane a 18-20 anni e gli dicono di imparare


l'italiano. Bene, per quel giovane l'Italia diventa la sua ragione
professionale ed anche una sorta di gabbia. La sua carriera si
svolgera' quasi esclusivamente sul binario Pechino-Roma.

Non e' dunque un caso che con l'eccezione del Capo Missione (la cui
nomina puo' avvenire in base ad altre considerazioni) i gradi
intermedi dell'ambasciata cinese in Italia parlino generalmente un
ottimo italiano. Lo conoscono meglio dell' inglese.

Nel caso degli Stati Uniti, oltre a lusso della specializzazione, si


aggiunge il vantaggio competitivo offerto dalla natura intrinseca del
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melting pot americano.

Questo consente di reclutare personale naturalmente bilingue e che


dunque conosce lingue di difficile apprendimento in virtu' della propria
specificita' culturale e dell'ambiente familiare.

A questo vantaggio si aggiungono una assai maggiore disponibilita' di


opportunita' di formazione linguistica e di posizioni nelle sedi estere.

Ecco dunque che si spiega come sia piu' facile per la diplomazia
americana poter contare su funzionari che si esprimono fluentemente
in lingue di difficile apprendimento.

Cio' nonostante anche gli americani hanno i loro problemi. Dopo il


2001 si sono ad esempio resi conto di non avere un sufficiente
numero di arabisti o di esperti di farsi, pashtu e urdu dei quali c'era e
c'e' ancora un urgente ed inevaso bisogno.

Tenuto conto dei limiti strutturali cui ho accennato, si spiega come


oggi la Farnesina cerchi di assumere giovani che, gia' al momento del
concorso, conoscano una lingua di difficile apprendimento.

Sicuramente questo e' un vantaggio per il candidato. E la Farnesina


acquista cosi' il prodotto gia' finito, "chiavi in mano" e non dovra'
formarlo successivamente spendendo risorse proprie.

Tale modalita' di reclutamento e' funzionale ad una conventional


wisdom che e' per una parte generalizzata e per un'altra invece
caratteristica della Farnesina.

E' generalizzata in quanto sottende l' opinione diffusa e' che le lingue
straniere si possano imparare solo da giovani, meglio da
giovanissimi.

Dissento. Sicuramente non si acquisira' la competenza di un madre


lingua ma acquisire una working knowledge anche di una lingua di
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difficile apprendimento e' sempre possibile purche' si studi con
impegno e continuita'.

Il problema della condizione attuale e' che gli impegni di lavoro a


Roma e all'estero sono talmente pressanti che e' difficile dedicarsi
con la necessaria continuita' e concentrazione allo studio linguistico.

Quando preparai il concorso qualcuno mi disse che comunque la


Carriera mi avrebbe dato la possibilita' di imparare le lingue anche
dopo l'assunzione nel corso del servizio.

Cio' e' vero solo in parte. L’ esperienza prova che e' possibile - con
impegno e autodisciplina - affinare la conoscenza di base di lingue
europee e sviluppare una working knowledge di lingue di difficile
apprendimento.

L'ideale sarebbe prendersi un sabbatico e dedicarsi allo studio ma


non e' frequente che l'Amministrazione lo consenta. Cio' non per
irragionevolezza ma per obiettiva necessita'. I ranghi della Carriera
sono infatti sottostaffati e la Farnesina ha un bisogno disperato di
risorse, ai loro posti negli uffici.

Distaccare funzionari allo studio di lingue straniere e' un lusso che


difficilmente la Farnesina puo' permettersi.

Il mio consiglio e’: studiare le lingue intensamente. Anche per conto


proprio. Studiatele e soprattutto certificatene la conoscenza.

Al momento del concorso si possono allegare i certificati come titoli.


Si puo’ chiedere di sostenere una prova supplementare in una lingua
di difficile apprendimento.

Si avranno punti in piu’ rispetto agli altri candidati.

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5.3 LE SPECIALIZZAZIONI
Benche’ creda che essere generalista sia un vantaggio competitivo
della professione diplomatica, sono tuttavia convinto della
opportunita’ di acquisire alcune specifiche specializzazioni.

Il funzionario diplomatico guadagna in credibilita' e autorevolezza se


fa lo sforzo di impadronirsi di dossier anche molto tecnici.

Il generalista deve dunque anche sviluppare delle conoscenze


specifiche in un paio di stream.

La complessita' delle sfide contemporanee rende infatti essenziale


una loro trattazione non superficiale ma il piu' possibile competente,
nell'interesse del Paese.

Esistono ragioni che militano in favore di due tipi di specializzazione.


Una specializzazione che possiamo definire tematica e una
specializzazione geografica.

Per fare degli esempi, al primo tipo si possono ricondurre expertise


specifiche quali quella comunitaria, quella di difesa e sicurezza,
quelle del disarmo,dei diritti umani, dell'ambiente, ma anche
commercio internazionale, cooperazione allo sviluppo, emigrazione
(italiani all'estero), affari culturali, stampa, ecc.

Il secondo tipo di specializzazione e' relativa alle diverse aree


geografiche: Asia, Africa, America Latina, Balcani, Europa centro-
danubiana,Russia ed ex spazio sovietico, ecc.

E’ nell'interesse del giovane funzionario cominciare a sviluppare delle


specializzazioni fin dall'ingresso in carriera.

Obiettivo minimo e' a mio avviso abbinare una specializzazione


ratione materiae con quella in un'area geografica.

Esempio: diritti umani e Asia; oppure disarmo e America Latina,


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ecc.ecc. E' da notare che la specializzazione ratione materiae puo'
coincidere con la specializzazione nel settore multilaterale (UE,
NATO, Nazioni Unite,OMC, ecc.)

L'Amministrazione sta sempre piu' incoraggiando specializzazioni che


non siano quelle tradizionali come quella comunitaria, quella
atlantica, ecc.

In particolare per certe aree geografiche (Medio Oriente, Estremo


Oriente) e' interesse formare pool specifici di funzionari specialisti cui
attingere nelle rotazioni tra Roma e le sedi estere.

Un altro fattore gioca a favore della tendenza alla specializzazione


dei diplomatici. In casi sempre piu' frequenti i neo -diplomatici
dispongono gia' al momento dell'ingresso in carriera di competenze
specifiche quali la conoscenza di lingue di difficile apprendimento.

E' nell'interesse dell'Amministrazione assecondare tali precoci


inclinazioni, coltivando fin dall'inizio le vocazioni specifiche individuali.

Capita tuttavia che le esigenze del servizio possano condurre ad una


allocazione non necessariamente ottimale delle risorse umane.

Al momento dell'assegnazione agli uffici puo' dunque conseguirne


che l'esperto in lingua russa si ritrovi ad occuparsi di Africa o di
emigrazione; che il sinofono si occupi di Unione Europe, e via
discorrendo.

Tali paradossi possono ripetersi al momento della prima


assegnazione all'estero.

Ritengo tuttavia che rispetto al passato tali incongruenze si verifichino


con minore frequenza. In primo luogo chi ha superato al concorso la
prova di specializzazione (Estremo Oriente, Medio Oriente) al
momento della prima partenza per l'estero puo' fare valere -entro
limiti - una sorta di "prelazione" per le sedi in quelle specifiche aree
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geografiche.

Cio' anche perche' ai fini della progressione di carriera deve compiere


il cosiddetto adempimento geografico e cioe' aver servito nell'area di
specializzazione in una delle sue due prime assegnazioni estere.

Se comunque un giorno dovesse succedere di essere destinati in


Argentina anziche' in Cina come si e’ da sempre sognato, non
bisogna farsene un particolare cruccio.

Occorre considerare tale evento una sorta di serendipity che


potrebbe aprire prospettive ed opportunita' su aree e temi magari
non coltivati in precedenza ma che si potrebbero dimostrare
ugualmente interessanti e gratificanti.

In fondo uno dei motivi di interesse della carriera diplomatica e' la


grande varieta' dei temi e delle questioni che il funzionario si trova a
trattare nel corso degli anni assicurando una varieta' professionale
che ben difficilmente si riscontra in altre occupazioni.

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6.VALUTAZIONE E PROGRESSIONE DI CARRIERA

La prova del concorso e’ per i funzionati diplomatici solo la prima di


una serie di giudizi dalla cadenza annuale.

Per sua natura la carriera diplomatica e’ una carriera fortemente


competitiva. Il Segretario Generale della Farnesina, Ambasciatore
Umberto Vattani defini’ qualche anno fa i diplomatici dei “purosangue”
.

La competizione e’ determinata dal meccanismo del bollettino che


mette in concorrenza tra loro i funzionari che appartengono al
medesimo age bracket (le cosiddette “classi”).

Cio’ rende estremamente difficile il compito della Direzione Generale


del Personale (o come e’ stata recentemente ribattezzata, delle
Risorse Umane e dell’Organizzazione).

Il ruolo di quel Direttore Generale ricorda, per restare alla metafora


ippica dell’Ambasciatore Vattani, quello ingrato del mossiere del Palio
di Siena.

Una conseguenza della competitivita’ dell’ambiente e’ la difficolta’ di


stabilire nella Casa delle autentiche amicizie.

Paradossalmente e‘ piu’ facile stabilire relazioni di amicizia con


colleghi di maggiore anzianita’ oppure con quelli molto piu’ giovani
poiche’ ne’ con i primi, ne’ con i secondi si e’ in diretta competizione.

Incidentalmente, cio’ facilita nella Casa relazioni del tipo


mentore/protege’.

Tra i pari eta’ e pari grado esiste invece una certa strisciante tensione
dovuta alla competizione per “scalare” il bollettino.

Talvolta tale strisciante tensione esiste anche tra coniugi (esistono


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colleghi sposati tra loro) che si trovano a competere per una
promozione.

Negli anni la chimica tra i componenti di una “classe” cambia, in


particolare in conseguenza degli assestamenti apportati all’ordine del
bollettino originario dalle promozione ai vari gradi.

Al cameratismo dei primi anni (cementato dalla frequentazione


dell’Istituto Diplomatico) segue un atteggiamento piu’ distaccato, piu’
improntato al calcolo.

In generale, l’ambiente di lavoro e’ forse poco indicato per stringere


delle amicizie. La Farnesina si presta poco in tal senso per via delle
sue specifiche caratteristiche.

Quella diplomatica e’ una carriera in cui, anche quando hai stretto


rapporti sinceri, il destino professionale manda uno a Santiago e
l’altro a Singapore. Per anni ci si perde di vista.

E quando ci si ritrova, beh e’ passata tanta acqua sotto i ponti, ci si


rispecchia gli uni negli altri, ritrovando talvolta il segno impietoso del
passare del tempo.

Esiste tuttavia una exit strategy dalla forma mentis del carrierismo
esasperato. E’ quella che nasce dalla consapevolezza di una
competizione serrata, ma da intepretarsi in maniera sana e leale, non
facendone una ragione di vita.

Se possibile – ma non e’ facile – bisogna dimenticarsi il piu’ possibile


dell’esistenza del bollettino.

Parafrasando la celebre politica di Gambetta e Delcasse’ riferita


all’Alsazia: “parlarne sempre (o come dicono gli anglosassoni pay lip
service), ma non pensarci mai.”

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6.1. LE NOTE DI QUALIFICA

Ogni anno i funzionari fino al grado di Ministro sono valutati con


apposite schede di valutazione (anche dette note di qualifica).

Esse prevedono almeno due livelli di giudizio: quello dei diretti


superiori e quello collegiale del c.d. Consiglio di Amministrazione del
MAE (il Gotha della Farnesina). Cio’ garantisce una valutazione la
piu’ completa e equilibrata possibile.

Questo meccanismo e’ valido soprattutto per i funzionari da


Segretario di Legazione a Consigliere di Ambasciata.

La valutazione e‘ fatta sulla base della corrispondenza ad obiettivi


che vengono stabiliti ad inizio anno.

Tale sistema e’ di importanza cruciale perche’ una regolare e positiva


valutazione di giudizio costituisce la condizione necessaria (e si spera
sufficiente) per le promozioni nei successivi gradi della Carriera.

Anche il servizio (in particolare quello all’estero) dei funzionari con il


grado di Ministro e Ambasciatore e’ vagliato annualmente.

In conclusione, tale sistema ha nell’insieme preservato la buona


qualita’ del corpo diplomatico italiano.

Tenendo i funzionari costantemente sul filo del rasoio essi sono


motivati a dare il meglio di se’ pena:
a) la mancata progressione di carriera;
b) la mancata assegnazione all’estero (e qui entra in ballo il discorso
economico)

Oggi che si riparla finalmente di meritocrazia, la Farnesina appare


piu’ attrezzata di altre carriere della Pubblica Amministrazione, forte
di un sistema che stabilisce dei benchmark per valutare la
prestazione e la corrispondenza ad obiettivi che rispondono ad un
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interesse di efficienza.

L’appiattimento dei valori e la mancanza di incentivi degradano nel


tempo la qualita’ della cultura e del servizio offerto da una
amministrazione e/o da una azienda.

Tutto cio’ premesso, va pero’ detto che non tutto e’ perfetto nel
sistema en place. Ci sono aspetti discutibili e migliorabili.

Il sistema di valutazione che ho sopra descritto e’ ovviamente un


costante argomento di discussione (talvolta in modo sterile) all’interno
della Casa, soprattutto tra quanti si occupano di sindacato.

La discussione diventa incandescente in concomitanza di tornate di


promozioni e/o di nomine.

Va pero’ tenuta presente una cosa.

La diplomazia e’ materia che per sua natura sfugge a misurazioni.


Essa e’ essenzialmente un processo, spesso necessariamente
“open-ended” e dunque difficilmente quantificabile e/o ponderabile.

Da tempo ci si sforza di trovare criteri adeguati. Per quel che riguarda


la valutazione dei gradi apicali della Carriera (Ambasciatore e
Ministro), qualche anno fa andava di moda un argomento secondo il
quale la performance (e dunque la qualita’) di un Ambasciatore va
valutata sulla base dell’aumento delle esportazioni italiane nel Paese
in cui e’accreditato.

Si tratta di un argomento inadeguato. Pensate all’incarico di


Ambasciatore in Cina, Paese verso il quale nonostante le nostre
esportazioni siano in crescita abbiamo un crescente disavanzo
commerciale. Nel borsino diplomatico di quel Paese la nostra
quotazione e’ complessivamente in ascesa anche se il deficit
commerciale purtroppo cresce.

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Applicando il suddetto metro di giudizio ogni nostro Ambasciatore in
Cina verrebbe giudicato fallimentare.

Misurato su quel metro risulterebbe fallimentare anche Talleyrand!

6.2.I PARAMETRI POLITICI

La valutazione del funzionario risponde anche a parametri politici.

Il “politico” va inteso nel senso di rispondenza agli indirizzi ed alle


finalita’ strategiche dell’azione diplomatica del Paese cosi' come essi
vengono definiti dalla dirigenza del Ministero degli Esteri (il Ministro
cioe').

L'incidenza di questi parametri politici e’ proporzionale alle


responsabilita’ ed al grado della Carriera.

Certamente il lavoro di un giovane Segretario di Legazione ha meno


implicazioni politiche di quello di un Ministro Plenipotenziario o di un
Ambasciatore.

Nel caso dei gradi intermedi della Carriera l'individuazione e la


definizione degli obiettivi e' effettuata, nell'ambito delle varie Direzioni
Generali e Servizi, all'interno stesso degli Uffici.

Nel corso del servizio all'estero gli obiettivi sono dati dal Capo
Missione.

Nel caso degli Ambasciatori, al momento della partenza per la sede


estera, viene loro rimessa una lettera firmata dal Ministro degli Esteri
che dettaglia gli indirizzi di fondo della sua missione ed i temi prioritari
della sua azione.

Come e' ovvio, tali istruzioni scritte vengono integrate nei contatti
(diretti, epistolari, telefonici, ecc.) che il Ministro ha con gli
Ambasciatori.
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L'intensita' di tale flusso supplementare di istruzioni e' direttamente
proporzionale alla frequenza delle occasioni di incontro e alla
rilevanza delle questioni e degli interessi in gioco per l'Italia.

E' ovvio che il Ministro si veda e/o si senta piu' spesso con
l'Ambasciatore d'Italia a Washington, che con quello a Wellington.

Per fare un altro esempio, l'azione diplomatica a Bruxelles (UE) o a


New York (Nazioni Unite) richiede un fine tuning costante tra
funzionari (i c.d. Rappresentanti Permanenti) e dirigenza politica.

Infine, oltre all'indirizzo politico che gli Ambasciatori ricevono dal


Ministro degli Esteri esiste quello che essi ricevono da Vice Ministri e
Sottosegretari che agiscono nell'ambito di una delega (geografica e/o
per materia).

L'affiliazione partitica di tali personalita' non sempre coincide con


quella del Ministro degli Esteri.

Possibili "distonie" non vanno comunque enfatizzate.

La macchina amministrativa sa infatti di far capo alla Farnesina ad un


unico e superiore centro di responsabilita' politica: il Ministro (anzi,
come si dice e scrive nel linguaggio del palazzo, l'Onorevole
Ministro).

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7. TRA ROMA E L’ESTERO

Superato il concorso si aprono ai neo-diplomatici le porte dell'edificio


italiano piu' grande, il cui volume e' pari a quello della reggia di
Caserta: la Farnesina.

All'inizio si e‘ Segretari di Legazione in prova (in gergo Slip). Lo si


resta per circa un anno. Si tratta di un periodo di prova al termine del
quale l'Amministrazione conferma nei ranghi ministeriali con il grado
di Segretario di Legazione, grado che si conserva fino al decimo anno
di carriera.

Si tratta di un passaggio quasi automatico essendosi verificati rari


casi di drop-out. Si resta a Roma per un minimo di due anni, ma
occorre mettere in preventivo un periodo anche maggiore spesso di
tre, talvolta anche di quattro, fino al sospirato momento della prima
sede estera.

E' un periodo cruciale perche' e' questa la fase dell'imprinting, quella


in cui si delineano i caratteri originali del funzionario, in cui si
comincia a formare (talvolta in maniera irreversibile) la Reputazione,
quel capitale di credibilita’ che costituisce uno degli asset piu'
importanti nella gara cui - consapevolmente o no – ci si e’ iscritti.

Esiste oggi un diffuso e preoccupante disincanto tra i giovani neo-


assunti nella carriera diplomatica, risultato di un adattamento
problematico alla cultura aziendale della Casa.

All'ingresso entusiasta nella Farnesina subentrano delusione e


qualche frustrazione.

Tale disincanto tracima ormai fuori dalle mure della Farnesina.

Gli studenti su Diplomentor chiedono: ma la diplomazia e' tutta qui?

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7.1.LA CULTURA AZIENDALE DELLA FARNESINA

Alcuni fattori "smontano" i neo-assunti. Il primo periodo metropolitano


puo’ dunque riuscire estremamente difficile per i giovani funzionari.

Cio’ per una serie di circostanze che hanno riflessi importanti sul
gradimento complessivo della scelta professionale fatta.

L’aspetto della retribuzione economica – sulla cui insufficienza i lettori


di Diplomentor.net si sono piu’ volte soffermati – e‘ certamente uno di
questi ma non e’ il solo.

Ci sono anche altre circostanze che hanno a che fare con l’ambiente
di lavoro.

Soprattutto quello che mette alla prova e’ l’adattamento alla cultura


aziendale e al metodo di lavoro della Farnesina.

In generale, la Farnesina e’ un ambiente professionale "challenging".

Lo e’ per i funzionari piu’ anziani e a maggior ragione lo e‘ per i


giovani che devono farsi le ossa, cercando auspicabilmente di non
rompersele.

Ecco le (otto) ragioni in dettaglio.

1. La Farnesina e’ complessa.
E’ una organizazione grande, dalle funzioni ramificate, ospitata in un
palazzo che, per volume, e’ con la reggia borbonica di Caserta il
primo edificio d’Italia.

Impadronirsi dei meccanismi, districarsi nell’organizzazione del


Ministero e’ un’impresa che di per se’ richiede tempo.

Alla complessita' si aggiunge l'impersonalita' tipica delle grandi


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organizzazioni.

2. La Farnesina e’ competitiva
Esistono ragioni strutturali. Vedi alla voce bollettino.

3. La Farnesina e’ gerarchica
Non e’ proprio una caserma e non si sta in divisa, ma si puo’
azzardare una vaga corrispondenza dei gradi ministeriali con quelli
militari.

Ci si aspetta osservanza della catena del comando.

Inoltre, se immaginiamo la Carriera come una linea ferroviaria, un


Ministro Plenipotenziario e un Segretario di Legazione si trovano a
fermate diverse e molto distanti tra loro.

Si rapportano in maniera diversa tra loro.

E’ solo naturale che anziani e giovani si aspettino cose diverse dalla


Carriera.

4. Alla Farnesina prevale una cultura aziendale che attribuisce


valore e premio all’anzianita’ ed all’esperienza piuttosto che alla
gioventu’ (ancorche’ talentuosa).
Farnesina, specchio dell'Italia.

Per chi brami di bruciare le tappe cio' puo’ risultare frustrante.

Alla Farnesina si e’ soliti riferirsi al giovane funzionario come al


“ragazzo di bottega”.

E’ un’espressione simpatica, quasi affettuosa. Fa riferimento alla


diplomazia come ad un’arte.

Evoca suggestioni medievali corporative, maestri d’arte ed


apprentisti.
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Sottende una complicita’ intergenerazionale nell’obiettivo comune di
assicurare la continuita’ di un’arte specifica.

Tuttavia, l’espressione nasconde anche un atteggiamento che i


giovani (soprattutto al giorno d’oggi) possono trovare irritante: il
paternalismo.

5. La Farnesina e’ una burocrazia

Osservazione banale forse ma fattuale. Una delle funzioni della


burocrazia e’ “pushing paper”. Sono create (anche) per questo.
Leggere o rileggere Max Weber.

La diplomazia ha inevitabilmente anche una sua dimensione


burocratica. Una delle qualita’ richieste al giovane funzionario e’ di
svolgere un lavoro oscuro e poco appariscente di redazione, di
interazione, di “problem solving”, ecc.

Quello che in gergo si chiama “smazzare”.

Insomma se ci si aspetta di scrivere, dopo poche settimane di


servizio, l’equivalente italiano del lungo telegramma di Kennan, si va
incontro ad una delusione.

6. La Farnesina e’ prudente
Altra caratteristica importante della cultura aziendale della Casa e’ la
prudenza.

La prudenza e’ senza dubbio una qualita’ importante del diplomatico.

Non e’ tuttavia necessariamente una qualita’ giovanile, tanto piu’ nel


nostro tempo in cui si cresce con un piu’ ridotto attention span
rispetto al passato ed una diffusa aspettativa di “gratificazione
immediata”.

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7. Alla Farnesina si lavora fino a tardi
Amici, conoscenti, estranei si soprenderanno sempre quando direte
loro che state in ufficio spesso fino alle otto di sera (ed anche oltre).

“Ma come non esci alle 4 come tutti i ministeriali?”

Questa frase racchiude sia la specialita’ della Farnesina che


l'ignoranza del pubblico ancora diffusa sulla Casa.

La prudenza e la gerarchicita' dell'organizzazione si abbinano ai


pesanti orari di lavoro nel determinare una generale impressione di
farragginosita’ del sistema con conseguente scoramento e
frustrazione.

Alla Farnesina si fa spesso tardi e se cio’ succede non e’ solo per gli
elevati carichi di lavoro ma anche per la ponderatezza dei processi
decisionali.

Se si fanno le 9 di sera per ottenere una firma del vostro capo ufficio
o direttore generale sulle carte d’ufficio si ha certo qualche motivo di
frustrazione (non e’ la regola, pero’ puo’ succedere).

Cio’ puo’ riflettersi negativamente sulla vita personale fuori dell’ufficio.

8. Alla Farnesina “diplomacy begins at home”


A parte le relazioni che i giovani diplomatici devono intrattenere con
coetanei e i colleghi piu’ anziani ci sono quelle con gli appartenenti
alle altre carriere amministrative che coesistono nel Ministero.

Nel rapporto con queste valgono altri codici, a cominciare dalla forma
in cui rivolgersi (prevale il lei anziche’il tu d’uso tra colleghi
diplomatici).

Entrati in Carriera si capisce presto che il primo ambito di esercizio


delle doti diplomatiche non e' l'esterno ma la Casa stessa.

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Non e' detto che cio' sia un male.

8. CONCLUSIONE: PERCHE’ NE VALE LA PENA

In un mondo in rapida trasformazione come quello di oggi, poche


occupazioni offrono oggi le opportunita’ di crescita umana e
professionale offerte dalla carriera diplomatica.

La diversita’ dei contesti geografici e culturali in cui il diplomatico e’


chiamato ad operare, la molteplicita’ delle materie trattate fanno si’
che raramente in questo mestiere ci sia un giorno uguale all’altro.

Poche professioni come quella del diplomatico consentono una


diversificazione ed un ampliamento del proprio bagaglio culturale.

E’ per questo che mi rallegro della scelta professionale fatta anni fa.

E tuttavia mi sembra che il miglior servizio possibile per la causa


della diplomazia come scelta di vita e di lavoro sia quello di un
approccio piu’ consapevole e realistico alla Carriera.

E in cio’questo libro ed ancora di piu’ il sito www.diplomentor.net puo’


essere di qualche utilita’.

La carriera diplomatica non va eccessivamente idealizzata.

Per quanti faticano ogni anno sui libri di studio e’forse inevitabile
idealizzare l’obiettivo professionale che si sta perseguendo.

Forse solo idealizzandolo si riesce a radunare le forze e a


concentrare le energie per centrarlo.

D’altra parte, raggiunto il traguardo, la realta’ puo’ non corrispondere


al nostro sogno.

Succede spesso nella vita. La distanza tra illusioni e realta’ non deve
impedire a chi si avvicina alla carriera diplomatica di saper vedere e
cogliere le opportunita’ che essa offre.
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In particolare, la carriera diplomatica, non solo in Italia ma anche
all’estero, subisce la concorrenza del settore privato che compete
nell’attirare giovani di talento.

Tuttavia, le prospettive offerte dal settore privato non vanno


enfatizzate. Esse presentano sfide e difficolta’ forse diverse da quelle
della Carriera ma non per questo meno problematiche.

Si’, forse la carriera e’ piu’ veloce (ma cio’ dipende anche dal settore).
Ma spesso il lavoro nel settore privato vuol dire vendere un prodotto
commerciale. E vendere e’ difficile.

Anche il diplomatico vende un prodotto di successo, il “brand Italy”.


Pur con tutte le difficolta’ del momento, il “brand Italy” all’estero si
vende ancora bene.

Nel vendere il “brand Italy” si avanzano gli interessi del Paese e si


rende dunque un servizio alla collettivita’. Questo e‘ un motivo di
gratificazione.

Infine, un ulteriore motivo di conforto, soprattutto per i giovani gia’ in


servizio alla Farnesina.

Non si creda che i giovani diplomatici stranieri se la passino molto


meglio di quelli italiani.

Chi ha avuto occasione di trascorrere prolungati periodi di distacco


presso altre cancellerie europee ne e‘ spesso tornato rivalutando la
Farnesina.

Dunque, e’ importante e’ non mollare. Soprattutto non mollare subito.


Se il primo incarico delude, occorre tener duro. E’ solo il primo di una
lunga e variegata serie.

Comunque, si tratta solo del primo periodo di servizio metropolitano.

Occorre mantenere la prospettiva. Il servizio metropolitano e’ solo


una faccia della medaglia.
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Tra colleghi si scherza dicendo che la vera sede disagiata della
Carriera diplomatica e’ Roma (che e’ invece considerata un plum
assignment dai colleghi stranieri).

Chi intraprende la carriera diplomatica lo fa generalmente per vivere


l’esperienza estera.

La vita del diplomatico all’estero e’ piu’ stimolante, sia sul piano


professionale che su quello personale, di quella in Italia.

In bocca al lupo dunque a quanti affrontano l’impegnativo concorso.

Ed un arrivederci su Diplomentor.

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9. RISORSE WEB

1) Ministero degli Affari Esteri: www.esteri.it

2) Diplomentor : www.diplomentor.net

3) Corsi di preparazione al concorso per la carriera diplomatica:


www.esteri.it/mae/doc/centri.pdf

4) Sindacato Nazionale Dipendenti Ministero Affari Esteri


(SNDMAE)

La copertina dell’e-book e’ opera di Linda di www.ecoversource.com

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