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DICONO DI LEI

Con Nadia Perciabosco


Testo di Roberta Calandra
Regia Massimiliano Vado
Coordinamento Roberta Federica Serrao

INTRODUZIONE

Nella società dell'immagine il sogno di molti, contrariamente a ciò che si può pensare è
scomparire.
La nostra protagonista, la famosa attrice immaginaria Anita Marzo, ha fatto perdere le sue
tracce e cinque personaggi, pirandellaniamente, si interrogano sulla sua fine.
Morte, suicidio, capriccio, amore, insoddisfazione professionale, stanchezza, voglia di
stupire o solo di normalità... la madre borghese, la sorella vagamente ottusa, la sedicente
rivale in amore e palco, l'energia manager, la figlia smarrita e assetata di normalità
compilano ipotesi senza risposta.
Parlano al telefono, alle amiche, alla stampa, a se stesse.
Ognuna una voce ma anche forse uno spicchio del complesso prisma mentale di Anita
stessa che le anima come un burattinaio folle o fin troppo consapevole. Ebbra del suo
spettacolo migliore e forse definitivo.
Nanni Moretti si chiedeva se si venisse notati più o meno se si presenzia debitamente in
società, fenomeni di eccellenza contemporanea come Bansky, Elena Ferrante o il
seducente papa sorrentiniano.
Sembrerebbero optare per la seconda ipotesi... ma la sparizione di Anita non ha risposta,
incorniciata con essenzialità scenografica dai profili delle sue testimoni.
Resta per noi importante che anche il pubblico si faccia una sua idea, tifando per le
svariate risposte.
Chi l'ha visto non è per caso un successo ininterrotto: tutti segretamente desiderano
sparite a tratti ma ugualmente forse essere ritrovati. Tutti sono più o meno
inconfessabilmente attratti da temi universali come l'espressione artistica, la depressione,
il potere mediatico, il tradimento, la fatica di una vita originale e autentica e ai suoi prezzi
possibili.
Che la si ami o la si odi dunque Anita vuole conquistare ancora una volta e potrebbe
riuscirci in pieno.

NOTE di REGIA di Massimiliano Vado

DICONO DI LEI, non è solo un testo teatrale, ma una collezione maniacale di informazioni,
un museo teorico intitolato ad una attrice, una confessione di impotenza del genere
umano, una contraddizione fitta come un gomitolo di corda che nessuno può riuscire a
sciogliere. La sfida intellettuale di Roberta Calandra è di disegnare una persona senza mai
farla vedere -e ovviamente senza mai sentirla parlare- affidando ogni confessione a chi le
stava accanto, per vocazione, per legame familiare o anche solo per invidia professionale
quanto umana.
Se si scommette sul raccontare qualcosa incrociando lo stile pirandelliano della
testimonianza sotto forma di monologo, ai più recenti format televisivi che parlano di
persone scomparse, spezzando i ritmi dialettici e alternando le versioni discordanti, si
deve per forza considerare che nella forma teatrale più assoluta tutto questo deve essere -
obbligatoriamente- essere fatto dalla stessa attrice: la stessa persona che può essere la
scomparsa del titolo di cui parlano tutte persone che hanno la sua stessa faccia, una
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attrice che rappresenta, non essendoci, tutto quello che conosce; una versione duplicata
all’infinito di se stessa che racconta se stessa, senza perdersi. Anzi, riempiendosi di tutto e
del contrario di tutto, piegandosi per velare i suoi difetti e lasciando irrisolta qualsiasi teoria
che la riguarda, apparendo uno specchio di quel che si dice, un’antonomasia di se stessa
che interpreta se stessa.
La struttura portante di uno spettacolo di questo tipo, che non è un monologo soltanto, ne
una sequela di monologhi discordanti, quanto piuttosto una serie di input irrisolti, frutto
della continuità lessicale più che di quella temporale, è -potenzialmente- un museo
dell’innocenza in cui vengono conservati e catalogati gli oggetti, gli umori, le locandine, i
costumi, gli urli inascoltati, i vizi, le notizie, i pianti e i lasciti materiali di una sola persona.
Il gioco è semplice: si crea il mito e si fa di tutto per accreditarlo, lo si impone come
realmente esistito, lo si deifica mentre lo si umanizza solo per renderlo credibile già
all’inizio del percorso.
Il resto è un gioco che non trova fine: forse l’attrice famosa di cui si parla ha scelto di
sparire, forse non tornerà mai più o forse è sul punto di comparire a sorpresa, compiendo
l’ennesimo episodio di cui parlare e sparlare.
Un finale che non è scritto per un dipanarsi narrativo dai contorni non obbligatori, riassesta
l’idea che ognuno di noi, se mai dovesse scegliere di accomiatarsi dal mondo, lascerebbe
dietro di se una esposizione di infinità irrisolte, una proclamazione di esistenza e l’idea di
se stampata nei cervelli di chiunque l’abbia incontrato.
Cinque donne partecipano a questa deificazione contemporanea e, ciascuna a suo modo,
rigettano, non senza limiti, la propria personale interpretazione della protagonista: dicono
di lei per farci sapere di lei. ma tradendo se stesse, immergendo quel che razionalmente
progettano di dire nella propria infelicità e nelle proprie passioni. l’ombra di quel che si
pensa si proietta su quel che si pretende di dire, ci si tradisce, si torna indietro, si ipotizza,
si sbanda, è naturale. è umano. Non ci si riduce ad affermare il luogo comune, chi se ne è
andato non è sempre una brava persona; il “salutava sempre” neanche appare. siamo
troppo coinvolti, troppo razionalmente intimi per lasciar andare la mente in modo
consolatorio: si può sperare di scatenare guerre emotive anche nel momento
dell’elaborazione del lutto. Si sprofonda in se stessi per raccontare altro e l’altro, i
personaggi in scena incurvano se stessi schiacciati dal peso della propria sottomissione
all’idea di qualcuno più potente di loro, che neanche c’è. Un dio inesistente per sdoganare
una vita realmente vissuta quanto abusata.
quel che facciamo nella vita, rimane, indelebile e non si può sperare di passare
inosservati.
Scritto da una donna, interpretato da una donna e prodotto da una donna, mi vede -unico
uomo nel progetto- in minoranza; non me ne dispiaccio. Trovo che il lavoro di
compensazione per arrivare ad una parità lavorativa anche nel settore dell'arte sia ancora
lungo e mi pregio di esserne un tassello. Perché è necessario, anzi è vitale, che la
sensibilità femminile sappia urlare la propria bellezza.

L'AUTRICE- Roberta Calandra

La dialettica tra essere e apparire è sempre stata il cuore del teatro, dunque, senza
presumere di avere inventato nulla, ma anzi ricalcando grazie alle straordinarie doti di
un’interprete siciliana come Nadia Perciabosco, i più celebri temi pirandelliani, “Dicono di
lei” vuole raccontare una storia moderna.
Potrebbe essere narrata su FB, come a “Chi l’ha visto”, il pretesto è semplice, anzi banale:
una donna è scomparsa e varie persone si interrogano sulla sua possibile fine: sua madre,
sua sorella, la sua agente, la sua rivale, sua figlia… Fuga d’amore, desiderio di suscitare
una nuova curiosità professionale, suicidio, vacanza, romance, tutto è valido e tutto
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ugualmente privo di prove.
La novità del testo è dovuta al fatto che la protagonista, una famose attrice
contemporanea, non si vedrà mai, ma compariranno in scena solo le voci familiari che
cercando, anche attraverso paradossali contraddittori, di decodificarla.
Una donna calda e fredda, ironica e ottusa, depressa e iper attiva, una donna sicuramente
di grande fascino e insicura percezione di sé, che ci ricorda l’immensa fatica di essere se
stessi in una società sempre meno privata e insieme, l’irrefrenabile bisogno di piacere per
esistere, una donna che, malgrado sia così speciale, assomiglia terribilmente ad ognuno di
noi.

fonti:
- http://viaggi.corriere.it/viaggi/eventi-news/linnocenza-di-pamuk-in-un-museo-e-ora-in-un-film/?refresh_ce-cp
- http://www.online-news.it/wp-content/uploads/2012/01/massironi-la-donna-che-sbatteva-le-porte-sala-umberto-roma.jpg
- http://www.teatrodimeano.it/wp-content/uploads/2015/12/una-stanza.jpg
- http://www.ilquotidianodellazio.it/img/archivio/27237.jpg

Nadia Perciabosco porta a teatro la vita su Facebook e il dilemma

contemporaneo tra essere e apparire


SET 11TH, 2017 ART ICO LI

Questa è l’epoca, ancor più di quella vittoriana, in cui il dilemma è tra l’essere e l’apparire. I

social media sono semplicemente la beatificazione di un processo tecnologico, certo, ma di fatto

soprattutto culturale che ha trasformato senza via di ritorno le nostre società in amalgame confuse e

confusive in cui l’identità si sfuoca tra pubblico e privato, perdendo i suoi confini. Siamo convinti

di sapere tutto su tutti solo perché ne spiamo i movimenti attraverso immagini e post sui social più

comuni o ne leggiamo notizie sui periodici dal parrucchiere: giudizio, pregiudizio se non addirittura

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mitizzazione ne sono gli effetti. Ma qual è la verità? Chi siamo veramente e quanto c’è di reale in

ciò che percepiscono gli altri di noi?

Quanto utilizziamo la vita degli altri per nascondere le nostre? Questo è uno dei temi

dello spettacolo “Dicono di lei”, interpretato dalla straordinaria attrice siciliana Nadia

Perciabosco, in cui la protagonista, una famosa attrice, ha fatto perdere le sue tracce e le cinque

donne a lei più vicine, pirandellaniamente, si interrogano sulla sua fine. La madre borghese, la

sorella vagamente ottusa, la seducente rivale in amore e sul palco, l’energica manager, la figlia

smarrita e assetata di normalità compilano ipotesi senza risposta. Fuga d’amore? Desiderio di

suscitare una nuova curiosità professionale? Suicidio? Vacanza? Romance? Tutto è valido e tutto

ugualmente privo di prove. Parlano al telefono, alle amiche, alla stampa, a se stesse. E, ciascuna a

suo modo, rigettano, non senza limiti, la propria personale interpretazione della protagonista:

dicono di lei per farci sapere di lei, ma tradendo se stesse, immergendo quel che razionalmente

progettano di dire nella propria infelicità e nelle proprie passioni. L’ombra di quel che si pensa si

proietta su quel che si pretende di dire, ci si tradisce, si torna indietro, si ipotizza, si sbanda, è

naturale. E’ umano.

La novità del testo è dovuta al fatto che la protagonista, l’attrice, non si vedrà mai, ma

compariranno in scena solo le voci familiari che cercheranno, anche attraverso paradossali

contraddittori, di decodificarla. E, come in un geniale Effetto Droste, a far vivere queste cinque

“voci”, le cinque donne del testo, sarà un’unica interprete, la Perciabosco.

Dicono di lei vuole raccontare una storia moderna. Una storia che potremmo tranquillamente

ritrovare narrata in un post su Facebook, oppure a Chi l’ha visto – dice la Perciabosco: “Passare

da un personaggio all’altro, in un gioco di intrecci, è stata una decisione dell’autrice, Roberta

Calandra, e del regista, Massimiliano Vado, un’idea che ho trovato subito molto intrigante come

sfida attoriale, ma anche estremamente logica perché si parla di una donna sicuramente di grande

fascino ma insicura percezione di sé, che ci ricorda l’immensa fatica che si fa a essere se stessi in

una società sempre meno privata e, insieme, l’irrefrenabile bisogno di piacere per esistere. Una

donna che, malgrado sia così speciale, assomiglia terribilmente ad ognuno di noi.”

EUGENIA ROMANELLI - http://eugeniaromanelli.it/nadia-perciabosco-porta-teatro-la-vita-

facebook-dilemma-contemporaneo-apparire/
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TESTO

DICONO DI LEI…
Testo teatrale di:
Roberta Calandra

Roma-agosto 2014. Tutti i diritti riservati a norma di legge

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No, forza su, non voglio sentire nessuna di queste sciocchezze: mia figlia non si è
suicidata, sono sicura, una scelta del genere lei non l’avrebbe mai fatta, ha sempre amato
troppo la vita e anche se era un po’ giù non se ne era stancata, su questo posso giurarci,
e poi queste cose una madre se le sente. Sicuramente per avere quarantadue anni non
conduceva quella che si dice generalmente “una vita regolare”, ma per favore, non
rendiamoci ridicoli, chi è oggi che ce l’ha?! Una crisi sì questo può essere, un viaggio, un
ritiro spirituale, quello può essere, ne ha fatte talmente tante di esperienze, sempre a
cercare qualcosa, sempre, sempre, ma cosa poi? Mi veniva il mal di testa solo a sentirla
raccontare certe volte, e sicuramente avremmo voluto per lei una vita diversa, ma
insomma, alla fine chi è che è totalmente soddisfatto della sua? Per fortuna siamo riuscite
a darle una sorella, i bambini non devono crescere soli, anche se ora hanno un rapporto
orribile sempre sorelle sono, e prima o poi lo capiranno. Magari un giorno si accorgeranno
che anche se hanno preso in superficie dei ruoli opposti nel gioco del mondo,
profondamente si assomigliano, almeno credo, in realtà non sono mai stata, a detta di
chiunque, una persona particolarmente profonda, e poi quante sorelle conoscete che
hanno un bel rapporto? Intendo nella sostanza… Io comunque ad amarle ce l’ho messa
tutta, anche se non sono mai stata una donna particolarmente espansiva, lo so, che devo
dire, ognuno fa quello che può, io faticavo a lasciarla libera, questo sì, ma non venitemi a
dire che questo poi è veramente il problema che le ha scatenato quelle depressioni, no,
non sopporto i luoghi comuni, certo, una che sceglie di fare l’attrice nella vita si espone a
rischi non indifferenti, noi ovviamente abbiamo cercato di scoraggiarla in tutti i modi, come
avrebbe fatto qualsiasi persona di buon senso, ma lei niente: cocciuta, testarda, fissata
con questa storia che bisogna seguire le emozioni, i sogni… E’ arrivata perfino a dire che
se non fosse riuscita a farlo si sarebbe ammalata, e in effetti non le è andata male.

Non mi sono mai sentita veramente sua sorella, forse perché c’è questa strana storia della
gemella non nata, che lei sì, sarebbe stata all’altezza della star. Non mi vergogno di dire
che ho cercato di conquistarla in tutti i modi, ma era lei a rifiutarmi, a farmi sentire
inadeguata, mai abbastanza brillante, mai abbastanza spiritosa. Però quando è stata male
io c’ero. Una specie di strana rivincita, che ho preso quando è nata la bimba, che lei stava
talmente male da non riuscire nemmeno a guardarla. Sono io che l’ho allattata, io a
cambiare i pannolini, a far dondolare i sonagli, per un bel po’, non fatemi parlare del
padre… Lei ha sempre pensato che la invidiassi per avere avuto un uomo geniale al suo
fianco, ma io segretamente la compativo. Non è vero che io odio mia sorella, certo di
problemi me ne ha creati parecchi, ma francamente io penso che questo sia solo
l’ennesimo colpo di testa, non sono preoccupata, questo no, in famiglia siamo abituati alle
sue stranezze continue, parti di qua, provoca di là, litiga, combatti, e a rassicurare, a
placare, a prendere tutti i ruoli rimasti, quelli più “normali”, forza, diciamolo senza avere
paura, dove sta il problema?!... a prendere quelli sono stata io. E poi non è che se una si è
laureata in Economia e Commercio e lavora in un’azienda, timbrando il cartellino tutti i
giorni non ha bisogno di qualcosa, tutto intendo: attenzione, rispetto, cura, anche l’eredità
di nonna, sì certo, ne vogliamo parlare? E’ vero che io ho una casa ma l’ho comprata
facendo il mutuo! Vogliamo parlare della fatica che ho fatto per pretendere parti uguali
perché lei, poverina…Sarà perché è sempre stata la più bella? C’è pure questa, sì. Ma
non sono motivi per augurare la morte a nessuno.
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Non è vero che fossimo rivali, in realtà ci siamo sempre piaciute. Ci siamo annusate,
combattute, comprese, fatte compagnia, anche per questo in definitiva penso che lei sia
morta: per non lasciarmi sola. Che si sia suicidata ne sono praticamente certa, ma non per
disperazione o narcisismo, semplicemente perché era una donna che aveva fatto nella
vita tutto ciò che aveva sempre voluto fare e lo aveva esaurito. Lo sento nell’aria, come
un’energia invisibile che è venuta a mancare, una sorta di miccia spenta, una stella
caduta, una lucciola ferita, ecco, e io mi sento scarica, come fosse andata via anche una
parte di me. A breve recupereranno il suo corpo da qualche parte, nella Senna o nel
Tamigi immagino, per quanto adorasse la sua città non la vedo scegliersi una fine
melmosa e lurida come le acque del Tevere o di Ostia, benché depurate. Con i vestiti di
marca che poi si comprava ultimamente!

Non ho mai desiderato di essere come lei, così fastidiosamente speciale, io ho sempre
cercato di diventare il contrario, anche a prezzo di negare il mio sangue, ho voluto
amichette scialbe, un po’ frivole, con il papà commercialista e la mamma impiegata, che
mi guardavano come la figlia di un sogno, con ammirazione imbarazzata, coltivando in
profondità un senso di superiorità che mi ha sempre fatto sentire molto sola. Ma non
potevo fare altro.

Tutti pensano che io sia da sempre innamorata di lei, so bene come corrono le voci
nell’ambiente, non mi sono mai preoccupata di smentirle, perché non ne vale la pena e
anche perché in fondo non è completamente falso. Quando l’ho conosciuta sì, devo dire
che sono rimasta folgorata, che un tale miscuglio di fragilità e forza, come fosse
un’aquilotta caduta dal nido mi ha lasciata senza fiato, in tal senso è stato sicuramente un
amore a prima vista, recitava Molly Bloom in una rassegna come tante altre e, proprio per
questo…” e io pensavo be' lui ne vale un altro e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere
ancora sì allora mi chiese se io volevo sì dire di sì mio fior di montagna e per prima cosa
gli misi le braccia intorno sì e me lo tirai addosso in modo che mi potesse sentire il petto
tutto profumato sì e il suo cuore batteva come impazzito e sì dissi sì voglio sì…” e tutti ci
siamo sentiti abbracciare. Quando lei lo ha incontrato mi sono fidanzata anche io, per
controspinta. L’amicizia intensa, dipendente, complice ed esclusiva che ci legava aveva
bisogno di pesi equilibrati. “Magari m’interessassero le donne” ripeteva sempre, un po’
seria un po’ ridendo, con quello sguardo lievemente storto che l’ha sempre resa unica e io
pensavo che tutto sommato era davvero una fortuna che fosse così. Forse il mio
matrimonio è stato più solido del suo, non lo avrei mai detto all’inizio, un incontro
trascinato quasi per caso, oggi sono passati vent’anni e non ho rimpianti. Anche se certo,
la donna che mi sta vicino sa anche di esserci per arginare la sua presenza. Per alcuni
anni sono riuscita a vivere come sua agente esclusiva, poi ho capito che non sarebbe mai
bastato. Lei, gelosa come solo le donne che non sanno vivere amori realmente esclusivi
possono essere, ne ha sofferto, siamo diventate socie, abbiamo prodotto degli spettacoli,
poi scoperto dei giovani talenti, anche qui non capivo mai quanto ne fosse orgogliosa e
quanto in fondo ne soffrisse, sentendosi invecchiare.

Non che io sia stata poi così fortunata d’altronde, ma certo mio marito è sempre rimasto.
L’amore non lo conosco, ma la tranquillità mi ha fatto stare bene, senza rimpianti, e lei non

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ha mai voluto capirlo. Poi certo, anche mia nipote non è stata la figlia che non abbiamo
mai avuto, come forse, senza dirlo nemmeno a me stessa, speravo. Mi ha sempre trattata
con un’affettuosa distanza, come se anche noi non fossimo fatte dello stesso sangue,
come se una sostanza misteriosa dell’anima –uso una frase che piace tanto a mia sorella-
ci tenesse invisibilmente separate. Come se alla fine davvero non conta quello che fai ma
come sei in fondo veramente e basta. Di questo ho sofferto, sì. Ma abbiamo cercato tutte
e due di restare vicine, anche se dentro sapevamo che era relativo, però il Natale insieme
quando non era in viaggio o a teatro lo abbiamo sempre passato, e sono stati dei Natali
affettuosi, come i compleanni, gli anniversari, appuntamenti che possono sembrare banali
ma che poi, se li metti in fila, fanno la vita. Io dico che ha incontrato uno nuovo, ed è
andata via, ci scriverà tra qualche tempo, settimane, forse mesi, dicendo di aver voluto far
perdere le sue tracce perché l’altro non l’avrebbe mai lasciata andare, a rischio di
diventare pericoloso anche per noi…E, stando a quanto leggi sui rotocalchi, magari
avrebbe avuto anche ragione! Si è sempre lamentata di non venire capita abbastanza, ma
certe cose non sono particolarmente difficili da capire, in realtà. Ridere alla fine non mi ha
mai fatto ridere troppo, anche se mi rendo conto che se in tanti l’hanno definita “geniale”
qualcosa avrà avuto, io dal mio ammetto di non avere un particolare senso dell’umorismo,
era evidente anche da bambina quando mi mettevo a piangere se mi facevano gli scherzi,
non so, in qualche modo assomigliamo entrambe moltissimo a mamma, ma è come se io
avessi preso il suo senso pratico, lei, le sue frustrazioni.

Io avrei voluto continuare a suonare il pianoforte, sicuramente sì, ma insomma eravamo


così giovani, così innamorati quando sono rimasta incinta che alla fine cosa fai? Di
abortire nemmeno se ne parlava ai tempi e poi io l’ho desiderata, tanto da non volerla mai
davvero lasciarla andare via: ho cominciato con il parto, urla bestiali, acque rotte e un
passaggio che non si dilatava mai a sufficienza per lasciarla entrare nella vita, hanno
dovuto usare la ventosa per tirarla fuori, una bambina stappata al mondo, come una
bottiglia di Moet Chandon, se vogliamo usare una metafora gioiosa, a noi sono sempre
piaciute le feste, a mio marito anche troppo, ma io l’ho seguito volentieri, per fortuna ce lo
potevamo permettere. Di certo quello che avevo fatto era il classico ‘buon matrimonio’, le
amiche me lo invidiavano tutte, anche se prima di avere lei ho perso spontaneamente due
bambini, e non so come mai, ma ho sempre avuto la sensazione che anche nel suo caso
sia successo qualcosa, come una gemella potenziale che poi è rimasta a metà…Non ho
prove mediche per questo, ma quando ne parlavo a mia figlia a lei sembrava vero, diceva
che una situazione così avrebbe potuto spiegarle quella sensazione strana e continua di
solitudine che si sentiva dentro, costantemente. Forza, tutte abbiamo un amore difficile
nella vita, ma ostinarvisi vent’anni richiede un talento particolare, e io che quel regista
fosse la persona sbagliata l’ho capito da subito, anche quando lei negava di averci niente
a che fare, che era solo un buon maestro, una figura di riferimento per il suo lavoro, allora
perché sei dovuta arrivare a farci una figlia dico io?! Poi per carità, mia nipote è la ragazza
più adorabile della terra e sarà anche perché è l’unica che non posso pensare di vivere
senza di lei. Alla fine allora mia figlia ha condotto esattamente la vita che desiderava, con i
suoi alti e bassi, io ho sempre cercato di spronarla quando diceva “non ce la faccio più”
troppo spesso, con troppa enfasi, meno male che era diventata un’attrice comica, se
avesse fatto la tragedia cosa ci saremmo dovuti sorbire allora?! I compromessi li abbiamo
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fatti tutti, senza quelle scenate costanti che noi non la capivamo noi non le davamo fiducia,
noi cercavamo solo di metterla a contatto con la realtà, non è questo che deve fare un
genitore?

Lo abbiamo anche incontrato praticamente nello stesso momento, non avevamo


nemmeno trent’anni ed eravamo all’apice della reciproca forza. Lui ci ha volute entrambe
per capriccio, per capriccio ci ha corteggiate conquistando entrambe con difficoltà, poi,
semplicemente per quanto la situazione fosse complessa, ci si è trovato dentro. Non è
vero che nessuna della due lo sapeva, lo sapevamo entrambe ed entrambe da subito. Lo
si capiva da come ci dirigeva, come non aveva mai diretto nessun’altra. Il suo estro, la mia
furia, ma era tutto con noi, con ognuna di noi. Nessuna delle due aveva un alibi credibile,
tutti sapevano che aveva lasciato la moglie perché lei non sopportava più le sue continue
infedeltà, era di dominio pubblico, come un semplice dato di fatto, anche se negli anni
2000 può lasciare un senso di antico in bocca. Con la vita che conducevamo tutti e tre non
c’è mai stato molto da recriminare su chi dovesse trascorrere insieme l’estate o le feste
comandate, non c’era nemmeno il tempo di pensarci, figuriamoci poi quando mi sono
trasferita a Milano. Io, a dispetto di tutto quello che mi hanno detto, non mi sono mai
sottratta al lavoro, nemmeno a quello squallido, come la soap opera che mi ha reso
celebre a tutte le casalinghe d’Italia e che comunque, nonostante tutto, non mi ha mai
impedito di continuare a valicare i palcoscenici dei teatri migliori, recitando testi che
nessuna casalinga capiva. Mi ricordo quella sera che è venuta ad applaudirmi, forse
pensando di crearmi disagio, o semplicemente per spiazzarmi, per farmi sentire quanto
non avesse paura. Credo sia stata l’interpretazione migliore della mia vita, come la sentissi
in sala e, quando l’ho vista applaudire in prima fila, con due lacrime di autentica
commozione nello sguardo, ho pensato che davvero ci meritavamo.

Quando è lontana per tourné troppo lunghe mi rileggo i giornali che ho conservato su di lei
e mi sento molto orgogliosa: “intensa, unica, calibrata, originale…” è mia figlia! Certo se i
soldi fossero stati pari alle lodi…Niente, nemmeno la voglia di recitare nelle fiction tv! Poi
lei dice che non la prendevano ma boh…è sempre stata così bella, e quando potevamo
abbiamo anche cercato per lei gli agganci giusti, certo non concludendo granché. Non si
può nemmeno dire che l’abbiamo ostacolata alla fine, certo, almeno fosse riuscita a creare
per sé una vita affettiva stabile, voglio dire, anche se non è bello, tutti ci facciamo due
conti sulle cose e quello che non hai di qua lo devi prendere per forza di là, ma lei i conti
non se li è mai saputi fare, la matematica è sempre stata il suo punto debole, quanta
sofferenza quando andavo a parlare con i suoi professori: “sua figlia non si applica,
dovremmo essere più severi” e niente io giù a balbettare che non era portata, che è
sempre stata portata solo ad applicarsi a quello che la appassionava, anche quando era
evidentemente sbagliato.

E’ sempre stata una donna speciale ma strana, aperture di cuore improvvise, dilaganti,
che ti davano il senso di un’intimità subitanea, indistruttibile, e poi raffiche di gelo, come un
vetro che si apre di colpo l’inverno. Forse lei non se ne rendeva conto, ma aveva uno
strano modo di mettere alla prova le persone, regalando la sua fedeltà, e giuro, densa e
solida come poche, solo a chi risultasse in grado di contenere i suoi vuoti, la sua

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instabilità, le sue mancanze anche sgarbate. Poi, appena ti sentiva riprendere il tuo
spazio, respirare in sua assenza, tornava intera, esigente, piena di idee, iniziative,
progetti…Una volta capito il gioco ci si poteva anche giocare, ma mai abbassando
veramente la guardia. Di monologhi ne avevo visti fin troppi al tempo, io a quella rassegna
nemmeno volevo andare, ma iniziavo la mia carriera di casting, al soldo della più cattiva di
tutte e certo non potevo farmi mancare nemmeno una trincea. Sia per dimostrare a me
stessa che potevo farcela, sia certamente per colpirla, le procurai in breve un ruolo
importante in uno sceneggiato televisivo, forse come sempre accade la qualità non era
quella sperata, ma da quella volta cominciarono a riconoscerla per strada. E questo serve
nel nostro lavoro, serve molto più di quanto ci s’immagini. Poi sono arrivati altri ruoli, il
cinema, le compagnie, piano piano le sono diventata indispensabile, avevamo bisogno
l’una dell’altra, lei il mio fiore all’occhiello, io il suo motore, il suo sprone, lo sguardo che
discerne, che modera.

Quando lei stava male mi lamentavo, ma in realtà ero contenta, almeno per qualche
settimana saperla vicina, anche se inerte, svuotata, era la cosa più importante. Poi tornava
l’energia, il lavoro, i viaggi ed io non ero più niente ancora una volta, tanto da farmi odiare
l’arte, il teatro, la letteratura, anche la televisione, tanto da avere voglia di restare fuori dal
mondo. Fingendo di essere un’adolescente superficiale ho studiato più di chiunque altra, e
adesso so che qualcosa di buono lo combino sicuramente. Mi piace lavorare all’università,
sono così giovane per le cose che ho conquistato, alla fine anche io, mio malgrado, sono
diventata una persona speciale, è così che funziona, ti sforzi talmente tanto di fare una
cosa che finisci per avere il risultato contrario. E lei ne è felice e orgogliosa, lo so, anche
se lo sa dimostrare solo a tratti. Papà invece è contento, mi chiama “la sua piccola
scienziata” e dice di essere sollevato che non lavoro nel mondo dell’arte. Ho un lavoro, un
ragazzo, un’amica fidata. Tutto solo uno, che basta e avanza. Io lo sono, alla fine
comunque qualcosa bisogna pur diventare. Io sono una e stabile, lo sanno tutti.

Eppure so che lui non ha mai voluto scegliere perché viveva con ognuna delle due una
parte di anima differente, non c’è stato bisogno di mentire con noi, perché nessuna ha mai
pensato di fare domande. Era tutto lì e si poteva annusare come le tracce di un complicato
processo di macellazione che avesse dato vita a una ricetta complicata e gustosa, che
non sai definire e forse non ordinerai mai più ma gusti con dedizione assoluta. Forse ci ha
fatto comodo non avere un amore tutto intero, forse nessuno di noi tre avrebbe saputo
sostenerlo veramente, anche se, ne sono certa, entrambe ne abbiamo sofferto moltissimo.
Nessuna delle due, per quanto esasperata, ha però saputo andarsene per davvero, ma
tutte due abbiamo fatto finta in numerose occasioni, sapendo che profondamente, non era
un vero favore che ci stavamo facendo. Ma quanto può durare un meccanismo così
complesso? Niente, mai, come tutti gli amori, alla fine, è per questo che oggi ho la
sensazione che sia davvero finita. Lui continua a non parlarmene, come è stato per tutta la
vita, ma non l’ho mai visto così inquieto, così triste, come un lupo che improvvisamente si
renda conto di aver perso larghe chiazze di pelo e con esse forza e bellezza. Non
lavoravano insieme da un po’, pur dicendosi entrambi insoddisfatti degli incontri nuovi che
avevano creato per “rigenerarsi”. Io restavo, ma sempre con la paura di diventare troppo
scontata, troppo banale. Una paura che oggi mi divora completamente, e che forse porterà
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via anche me dal resto della mia vita. O forse imparerò a tenerlo tutto per me, invecchiato
e mozzo, me lo farò andare bene anche così. Certo, noi non abbiamo mai avuto insieme
una figlia, ma anche la loro alla fine non è stata che un incidente…

Poi, i momenti neri ci sono stati, ma li abbiamo affrontati come tutte le coppie: litigando,
separandoci, rilanciando, ritrovandoci… Un’avventura costante. Io avevo bisogno del suo
istinto, lei della mia organizzazione, tutti la vedevano come una donna coraggiosa e
indipendente, ma solo io so con che fatica e che dolore difendesse i suoi confini, nel
privato come nell’arte e quanto fosse vulnerabile alle osservazioni dei giornali. Una
recensione eccellente poteva portarla in cielo, una critica gettarla nella miseria totale.
Malgrado le sue tre analisi questo aspetto non è mai cambiato. E’ per questo che sono
tranquilla e anzi curiosa: penso stia semplicemente preparando il suo colpo di scena, il
migliore. Ultimamente si diceva di lei che si fosse inasprita, che la tecnica superasse il
cuore, che il suo meraviglioso talento andasse cristallizzandosi in un perfezionismo di
maniera e lei questo non poteva sopportarlo. Lei che sempre e solo cuore aveva
combattuto per essere ed essere riconosciuta. Io credo che stia lavorando con un nuovo
regista, probabilmente a Londra o Parigi, dice che Roma la soffocava e come non capirla,
che aveva continuamente bisogno di altri stimoli, sicuramente è successo questo, anche
per allentare la tela di ragno di un amore troppo ingombrante troppo lungo e poco
generoso. Vuole liberarsi di lui, di se stessa, un pochino anche di me, ultimamente non
facevamo che litigare, qualsiasi consiglio le dessi la infastidiva, si sentiva scarica, nervosa,
non sopportava nemmeno le passassi i copioni più interessanti, pochissimi, che mi
capitavano. Ero stanca anch’io ma ho fiducia in lei, grazie di quest’assenza che rigenera
anche me, torna a sorprenderci presto, che tra un po’ comincio ad annoiarmi….

Ero così fiera quando le mie amiche mi facevano i complimenti per averla vista a teatro, mi
dicevano tutte questa cosa che la sua voce faceva venire i brividi, e credo fosse una
maniera di confermare tutta quella storia delle emozioni, che alla fine aveva fatto bene a
seguirle. Avrei voluto dir loro “non avete idea a che prezzo” ma poi non l’ho mai fatto,
ognuno paga il prezzo che vuole, anche se nel suo caso lo abbiamo pagato anche noi, in
termini di preoccupazione continua, questo sì, pur non essendo dei grandi specialisti di
emozioni, questo va detto. Comunque sono assolutamente sicura che è viva. Una madre
queste cose le sente, almeno queste, direi…

Poi c’è la storia che fosse la preferita di papà, può anche darsi che sia vero, ma anche lì,
quando è stato operato chi c’era? Non lei, che aveva la sua grande occasione a Parigi, per
carità, cosa vuoi dirle, fatto sta che non c’era. Io non rimpiango di aver lavato tanti panni
sporchi, non mi sono fatta mancare niente e se sembra che sia vissuta nell’ombra, beh,
sicuramente mi sono rinfrescata. Qualche volta mi sveglio la notte e ho paura che sia
successo veramente qualcosa, qualcosa di brutto, di definitivo, anche se lei diceva sempre
la morte non esiste, ma non voglio nemmeno pensare a questo. Ultimamente era diversa:
perdeva tutto, inquieta, non trovava mai una parte che le piacesse veramente, scriveva da
sola di notte, si era stancata anche della sua manager, quando sorrideva a noi familiari
sembrava che guardasse un punto lontano, ma io sono quasi sicura che si fosse
innamorata, e che, dati i precedenti, non avesse voglia di parlarne. Ci sorprenderà, anche

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questa volta con effetti speciali. Ora porto mia nipote al cinema, si è fatto tardi e non voglio
che sia triste nemmeno un minuto.

Abbiamo passato tutta la vita a fingere di non avere segreti, ma io ho sempre saputo di
non essere stata voluta, di essere nata troppo presto, di avere rischiato di venire abortita,
di essere stata usata come arma di ricatto nell’ottica di costruire una famiglia normale, che
forse nessuno dei due desiderava veramente. Proprio per questo ho potuto permettermi
diversi capricci, pretendere le coccole più inopportune, chiedere a nonna o a zia tutto ciò
che lei mi negava, per farla ingelosire senza mai riuscirci del tutto. Ma tutte e due
sapevamo che l’unico amore che contasse veramente era il nostro: confuso, feroce,
negato e, proprio per questo, inimitabile. E’ per questo che in fondo io dico che mamma ha
deciso di diventare qualcun altro, solo una persona normale, forse la sorella che non è mai
nata, un essere umano come tanti, che nessuno riconosce al supermercato, mentre
compra i surgelati. Tornerà, me lo sento, ma avrà i capelli di un colore diverso, il naso più
corto, e forse vestirà un anonimo tailleur pantalone color panna con un toppino beige, avrà
i colpi di sole castani, gli occhiali da sole più diffusi tra le donne normali. La voce sarà
leggermente nasale, questo non è un problema, è sempre stata un genio con le voci, e io
sarò l’unica a saperlo, non potrò parlarne neanche con papà, e questo sarà veramente
difficile. Resterà il nostro segreto, per sempre, non vedo veramente l’ora. Mamma mi
manchi da morire, mi sei sempre mancata, mi piace sognare che sei sparita anche per
me, per ritornare a fare tutto quello per cui non abbiamo mai avuto il tempo.

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