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I metodi elettro-magnetici utilizzano sorgenti di natura elettro-magnetica per energizzare il terreno.

Tali

sorgenti possono essere sia di origine naturale che di origine artificiale.

Quando queste onde penetrano nel sottosuolo interagiscono con la materia: l’obiettivo fondamentale

della Geofisica è capire come i vari sistemi rocciosi interagiscono con un’onda elettromagnetica.

Ogni roccia, però, non è caratterizzata da un unico valore del parametro fisico, bensì da un range di valori

di quel parametro che va da un minimo ad un massimo. Il valore del parametro fisico è indice dello stato

fisico della struttura oggetto di studio.

IL CAMPO FISICO

Un campo fisico è una regione di spazio in cui si può definire punto per punto il valore di una grandezza.

Esso può essere scalare o vettoriale:

- scalare, una funzione che associa uno scalare ad ogni punto dello spazio. Ad esempio

considerando la temperatura, se si riesce a dare un valore della temperatura per ogni punto dello

spazio indagato si definisce un campo di temperatura;

- vettoriale, funzione che associa ad ogni punto di una regione di uno spazio un vettore dello spazio

stesso. Ad esempio considerando la velocità, se si riesce a definire, per ogni punto dello spazio

indagato, la velocità di un corpo (fornendo l’intensità di velocità, la direzione ed il verso) si

definisce un campo delle velocità.

Il campo fisico, in più, può essere statico o dinamico:

 il campo fisico statico è il campo di una grandezza fisica che non varia nel tempo;

 il campo fisico dinamico, invece, è il campo di una grandezza fisica che varia nel tempo.

Ad esempio, se si immette nel terreno una corrente stazionaria (che non varia nel tempo) continua, tale

corrente genera un campo elettrico stazionario (campo fisico statico).


Se, invece, si immette nel terreno un’onda elettromagnetica che varia nel tempo (ed in frequenza) si

genera un campo fisico dinamico.

LA PROSPEZIONE GEOFISICA

La prospezione geofisica è di tipo non-distruttivo, perché è in grado di valutare le proprietà del sottosuolo

attraverso indagini indirette.

Quindi, si pone sul terreno un sistema per l’invio di una sorgente artificiale (o si utilizza una sorgente

naturale) ed un registratore che misura la risposta del terreno al campo che è stato propagato nel

sottosuolo.

I principi teorici su cui si basano tutti i metodi di prospezione geofisica fanno riferimento alle leggi della

fisica classica, ad esempio:

- le leggi di Maxwell, se ci si riferisce alle prospezioni elettriche ed elettromagnetiche;

- le leggi di Hook, Snell ed il Principio di Huygens, se ci si riferisce alla prospezione sismica;

- la legge di Newton, nel caso delle prospezioni gravimetriche.

Quindi, ogni metodo lavora su principi dettati dalle leggi della fisica classica.

Se si vuole schematizzare il processo di funzionamento di una prospezione geofisica, si può fare

riferimento a questo schema a blocchi:

𝐹⃗ (𝑟⃗, 𝑡) è il segnale d’ingresso, che può essere sia vettoriale che scalare (in generale però è un campo

vettoriale, perché il campo scalare non è altro che un caso particolare di campo vettoriale). Si tratta di un

campo (funzione) che dipende da 𝑟⃗ (posizione) e da 𝑡 (tempo).


Queste sorgenti (sia di origine naturale che artificiale) sono funzioni fisiche che dipendono dallo spazio e

dal tempo:

- dallo spazio, a causa dell’eterogeneità della Terra (il sottosuolo è diverso da punto a punto).

L’onda si trasforma in virtù del mezzo che sta attraversando, quindi deve necessariamente

dipendere dalla posizione. Per cui, uno stesso campo si comporterà in modo diverso a seconda di

dove viene immesso;

- dal tempo perché vi sono alcuni metodi la cui risposta dipende dal tempo.

Quindi si introduce la funzione di ingresso nel sistema, essa si trasforma in base alle caratteristiche fisiche

del mezzo che sta attraversando, e la registrazione in uscita 𝐺⃗ (𝑟⃗, 𝑡) è una funzione (un campo) che

dipende dal punto in cui viene osservato, ed è collegata alla funzione di ingresso da un parametro ℎ che

viene definito funzione di trasferimento del sistema , che indica come il sistema ha trasferito il segnale

d’ingresso nel segnale d’uscita (cioè come è avvenuto il trasferimento) ovvero la proprietà fisica che è

intervenuta nella modifica del segnale di ingresso.

Ad esempio, consideriamo 𝐹⃗ (𝑟⃗, 𝑡) come intensità di corrente (𝐼), 𝐺⃗ (𝑟⃗, 𝑡) differenza di potenziale (∆𝑉),

ℎ resistività: se si immette nel sottosuolo una corrente continua (𝐹) si misura una differenza di potenziale

(𝐺) e queste due grandezze sono collegate dalla legge di Ohm:

∆𝑉
=𝑅
𝐼

∆𝑉(𝐺) = 𝐼(𝐹) ∙ 𝑅(ℎ)

Questo, però, è vero solo se il terreno è omogeneo, cioè se il parametro fisico che si sta misurando è lo

stesso in ogni suo punto (e nel tempo).

Quindi, conoscendo l’ingresso (in quanto siamo noi ad inserirlo), registriamo l’uscita e si può ricavare la

funzione di trasferimento.
METODI E PARAMETRI

In nero è il metodo e tra parentesi è il parametro fisico che essi forniscono.

Le prospezioni geofisiche possono essere di tipo unidimensionale, bidimensionale e tridimensionale che

tendono a misurare le variazioni di un certo parametro rispettivamente in una, due o tre dimensioni.

Bisogna presupporre che il sistema sia monodimensionale, bidimensionale o tridimensionale cioè che i

parametri varino rispettivamente in una, due o tre dimensioni (in riferimento alla/e direzione/i di

misurazione).

Mentre la prospezione 2D si esegue di solito lungo un allineamento, la prospezione 3D invece genera

campi che si propagano in tutte le direzioni come fronti d’onda sferici. Tali sfere, se il sottosuolo è

omogeneo, sono perfettamente simmetriche, cioè si comportano nella stessa maniera, se invece il

sottosuolo è eterogeneo si deformano: il rilievo 3D segue la trasformazione del segnale a seconda della

direzione in cui si è propagato.

Una volta ottenuto il dato, deve essere elaborato per convertire i valori apparenti in valori reali utilizzando

un modello di terra 3D. Quindi, in base alle conoscenze del sottosuolo si applica un campo e si ipotizza il

comportamento del segnale in uscita, in base alle funzioni di trasferimento dei vari corpi che costituiscono
il sottosuolo, e si calcola una risposta teorica che deve essere confrontabile con quella sperimentale.

Questo è un metodo di interpretazione diretto. Invece il metodo di interpretazione di tipo inverso

presuppone l’inversione delle equazioni che descrivono il fenomeno che si sta studiando.

CONCETTI DI OPERATORI MATEMATICI

IL PRODOTTO SCALARE

Definiamo un’operazione di moltiplicazione tra vettori.

Si chiama prodotto scalare 𝑎⃗ ∙ 𝑏⃗⃗ (si legge “a scalare b”) tra due vettori 𝑎⃗ e 𝑏⃗⃗ il numero che si ottiene

moltiplicando il modulo del primo per l’intensità del vettore componente del secondo lungo il primo:

𝑎⃗ ∙ 𝑏⃗⃗ = 𝑎𝑏𝑎

dove:

- 𝑎⃗ ∙ 𝑏⃗⃗ è il prodotto scalare;

- 𝑎 è il modulo del primo vettore;

- 𝑏𝑎 è la componente del secondo vettore lungo il primo.

Se l’angolo tra 𝑎⃗ e 𝑏⃗⃗ è acuto, 𝑏𝑎 si prende positivo ed anche il prodotto scalare è positivo:
Se 𝑎⃗ e 𝑏⃗⃗ sono perpendicolari tra loro, 𝑏𝑎 è nullo ed anche il prodotto scalare è uguale a zero:

Se l’angolo tra 𝑎⃗ e 𝑏⃗⃗ è ottuso, 𝑏𝑎 si prende negativo ed anche il prodotto scalare è minore di zero:

Per il prodotto scalare vale la proprietà commutativa:

𝑎⃗ ∙ 𝑏⃗⃗ = 𝑏⃗⃗ ∙ 𝑎⃗

Ciò significa che 𝑎⃗ ∙ 𝑏⃗⃗ è dato anche dal prodotto del modulo di 𝑏⃗⃗ per l’intensità 𝑎𝑏 del vettore componente

𝑎⃗ lungo 𝑏⃗⃗:

𝑎⃗ ∙ 𝑏⃗⃗ = 𝑎𝑏𝑎 = 𝑏𝑎𝑏


IL PRODOTTO VETTORIALE

Definiamo la seconda operazione di moltiplicazione tra vettori, detta prodotto vettoriale, che dà come

risultato un vettore.

Dati due vettori 𝑎⃗ e 𝑏⃗⃗, il loro prodotto vettoriale 𝑎⃗ × 𝑏⃗⃗ (si legge “a vettore b”) è un vettore che ha:

- direzione perpendicolare al piano che contiene i due vettori 𝑎⃗ e 𝑏⃗⃗:

- verso dato dalla regola della mano destra*:

- intensità uguale all’area del parallelogramma generato dai vettori 𝑎⃗ e 𝑏⃗⃗:


*se si pone il pollice della mano destra nel verso del vettore 𝑎⃗ e le altre dita nel verso di 𝑏⃗⃗, il vettore 𝑎⃗ × 𝑏⃗⃗

è uscente dal palmo della mano.

Se, invece di 𝑎⃗ × 𝑏⃗⃗, calcoliamo 𝑏⃗⃗ × 𝑎⃗ otteniamo come risultato un vettore che ha la stessa direzione e lo

stesso modulo, ma vesto opposto. Quindi per il prodotto vettoriale vale la proprietà anti-commutativa:

𝑏⃗⃗ × 𝑎⃗ = −𝑎⃗ × 𝑏⃗⃗

FORMULA TRIGONOMETRICA DEL PRODOTTO SCALARE E VETTORIALE

Prodotto Scalare:

𝑣1 ∙ 𝑣2 = 𝑣1 𝑣2 cos 𝜃

Prodotto vettoriale:

𝑣1 × 𝑣2 = 𝑣1 𝑣2 sin 𝜃
LA DERIVATA

La derivata di una funzione:

𝑓(𝑥) − 𝑓(𝑥0 )
𝑓 ′ (𝑥) = lim
𝑥→𝑥0 𝑥 − 𝑥0

definisce in che modo varia una grandezza fisica rispetto alla sua variabile correlata.

IL GRADIENTE

Si consideri una funzione scalare 𝑓 con variabili spaziali 𝑥, 𝑦, e 𝑧, quindi 𝑓(𝑥, 𝑦, 𝑧). Ogni punto della

funzione 𝑓 sarà caratterizzato da 3 coordinate.

Si costruisca, in ogni punto dello spazio, un vettore le cui componenti 𝑥, 𝑦, e 𝑧 siano uguali alle derivate

parziali della funzione 𝑓(𝑥, 𝑦, 𝑧). Tale vettore prende il nome di gradiente di 𝒇 (grad𝑓 o ∇𝑓):

𝜕𝑓 𝜕𝑓 𝜕𝑓
⃗⃗𝑓 =
∇ 𝑢𝑥 +
⃗⃗⃗⃗⃗ 𝑢𝑦 +
⃗⃗⃗⃗⃗ 𝑢
⃗⃗⃗⃗⃗
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑧 𝑧

Il gradiente è caratterizzato da tre componenti:

𝜕𝑓
1. 𝑢
⃗⃗⃗⃗⃗
𝜕𝑥 𝑥
 derivata parziale rispetto a 𝑥 per il versore* lungo 𝑥;

𝜕𝑓
2. 𝑢
⃗⃗⃗⃗⃗
𝜕𝑦 𝑦
 derivata parziale rispetto a 𝑦 per il versore* lungo 𝑦;

𝜕𝑓
3. 𝑢
⃗⃗⃗⃗⃗
𝜕𝑧 𝑧
 derivata parziale rispetto a 𝑧 per il versore* lungo 𝑧.

⃗∇⃗𝑓 è un operatore di derivazione, che agisce su una funzione scalare e ne calcola le derivate:

- parziali se è una funzione a più variabili,

- se invece si tratta di una funzione ad una sola variabile sarà totale.

Questo operatore indica quanto rapidamente varia la funzione nell’intorno di un punto. Ad esempio: la

sua componente 𝑥 è la derivata parziale di 𝑓 rispetto a 𝑥 ed indica quanto rapidamente varia 𝑓 quando ci

si muove lungo 𝑥.
⃗⃗𝑓 in un punto qualsiasi è quella in cui, a partire da quel punto, ci si deve muovere per
La direzione di ∇

trovare l’incremento più rapido della funzione 𝑓.

Quindi, il gradiente rappresenta la direzione di massimo incremento di una funzione.

Le superfici dove il campo scalare è costante si dicono superfici di livello; su di esse il gradiente è

ortogonale alle superfici stesse.

*Un versore è un vettore di modulo unitario (indica solo una direzione) ed è definito come:

𝑥⃗ |𝑥| ∙ ⃗⃗⃗⃗⃗
𝑢𝑥
= = ⃗⃗⃗⃗⃗
𝑢𝑥
|𝑥| |𝑥|

𝑥⃗
|𝑥|
si legge “𝑥 vettore diviso il modulo di 𝑥”.

LA DIVERGENZA

Consideriamo un volume finito 𝑉 di forma qualsiasi e superficie 𝑆, il flusso

di una qualunque grandezza attraverso questo volume è dato

dall’integrale, esteso alla superficie che racchiude il volume, della

funzione moltiplicato scalarmente per 𝑆:

Φ = ∫ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑆⃗
𝑆

L’integrale di superficie indica “quanto di questo campo esce attraverso la superficie 𝑆 che racchiude il

volume chiuso 𝑉”.

Immaginiamo di dividere il volume in tanti volumi più piccoli in modo

che la somma dia sempre il volume totale ed indichiamo con 𝑆𝑖 le

superfici che delimitano questi volumi chiusi.


Il flusso attraverso la superficie 𝑆 che racchiude il volume 𝑉 è dato dalla sommatoria dei flussi attraverso

tutte le superfici:

Φ = ∫ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑆⃗ = ∑ ∫ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑆⃗𝑖
𝑆 𝑖=1 𝑆𝑖

Poiché il nostro obiettivo è quello di valutare le caratteristiche puntuali di una funzione, cioè verificare

punto per punto come essa cambia (ossia, valutare quale è il valore della funzione in quel punto) bisogna

dividere l’integrale esteso alla superficie 𝑆 per il volume racchiuso dalla superficie 𝑆𝑖 :

1
∫ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑆⃗𝑖 ∙
𝑆𝑖 𝑉𝑖

Se il volume tende a 0 diventa un punto, quindi la divergenza di un qualunque campo vettoriale 𝑓 è uguale

al limite per il volume che tende a zero del flusso attraverso la superficie:

1
𝑑𝑖𝑣𝐹⃗ = lim ∫ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑆⃗𝑖
𝑉𝑖 →0 𝑉𝑖 𝑆
𝑖

Quindi, si sta cercando di quantificare questo campo in un punto (perché il volume tende a 0).

Ovviamente quel limite deve esistere perché se non esiste significa che la derivata diverge (una funzione

è derivabile se è continua in un dominio di definizione). Matematicamente una funzione divergente è

ammissibile, ma in campo fisico no perché non possono esistere fenomeni indefiniti.

Se si moltiplica e si divide il flusso per 𝑉𝑖 si ottiene:

𝑁 𝑁
∫𝑆 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑆⃗𝑖
Φ = ∫ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑆⃗ = ∑ ∫ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑆⃗𝑖 = ∑ 𝑉𝑖 ( 𝑖
)
𝑆 𝑉𝑖
𝑖=1 𝑆𝑖 𝑖=1

che rappresenta la divergenza di 𝑓.


Per 𝑁 (numero di volumetti in cui è stato suddiviso il volume chiuso) che tende a infinito:

𝑁→∞

il volume tende a 0:

𝑉𝑖 → 0

mentre la sommatoria tende all’integrale del volume (cioè la sommatoria di tutti i volumetti che

costituiscono 𝑉):

∑ 𝑉𝑖 → ∫ 𝑑𝑉

Per cui:

∫ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑆⃗ = ∫ 𝑑𝑖𝑣𝐹⃗ 𝑑𝑉
𝑆 𝑉

cioè, il flusso di un campo vettoriale attraverso una superficie 𝑆 che racchiude il volume 𝑉 è uguale

all’integrale esteso al volume della divergenza.

Questa relazione rappresenta il Teorema di Gauss (o della divergenza) ed è valido per ogni campo

1
vettoriale per cui la relazione 𝑑𝑖𝑣𝐹⃗ = lim ∫ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑆⃗𝑖 ha un limite.
𝑉𝑖 →0 𝑖 𝑆𝑖
𝑉

La divergenza è un operatore dato da nabla moltiplicato scalarmente per un vettore:

⃗⃗ ∙ 𝐹⃗

ciò vuol dire che il risultato è uno scalare.

Nabla (∇) è un operatore vettoriale le cui componenti sono derivate, quindi la divergenza è un operatore

che misura la tendenza di un campo vettoriale a divergere o convergere verso un punto.

Per esempio, immaginiamo di trovarci in una vasca da bagno e di aprire il rubinetto per cui sgorga acqua.

Se ci poniamo al centro di questa vasca (in modo da non vedere né la sorgente né il pozzo) si osserva un

flusso laminare. La funzione 𝑓, in questo caso, è il campo delle velocità con cui l’acqua si muove. Al centro
della vasca i valori di velocità saranno gli stessi in tutti i punti, come anche il verso e la direzione quindi la

divergenza è nulla. Essa sarà diversa da 0 in prossimità ed in corrispondenza della sorgente e dello scarico

perché in quelle zone la velocità dell’acqua non è uguale in tutti i punti. Nel primo caso essa è positiva,

nel secondo caso essa è negativa perché l’acqua sparisce.

Quindi, la divergenza mira a valutare l’intensità delle sorgenti:

- nell’esempio precedente essa è 0 al centro della vasca perché lì non ne esistono sorgenti;

- la divergenza del campo gravitazionale indica la densità di materia in un punto;

- la divergenza del campo “corrente di calore” indica la presenza di sorgenti o pozzi di calore nello

spazio;

- la divergenza del campo elettrico indica la presenza di densità di carica;

- la divergenza del campo magnetico è sempre nulla perché non esistono sorgenti magnetiche

elementari (la sorgente più semplice è un dipolo). Ecco perché il campo magnetico è detto

solenoidale (𝑑𝑖𝑣 = 0).

IL ROTORE

In questo caso anziché considerare gli integrali di superficie consideriamo gli integrali di linea lungo un

percorso chiuso 𝐿:

Γ = ∮ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑙⃗
𝐿

La circuitazione di una funzione lungo un percorso chiuso è uguale al prodotto scalare del vettore per gli

spostamenti infinitesimi (𝑑𝑙⃗).


Dividiamo la linea in tante linee (𝐿𝑖 ), in modo che insieme danno il percorso unico 𝐿, si ha che la

circuitazione di 𝑓 lungo la linea chiusa 𝐿 è data dalla somma delle circuitazioni lungo tutte le micro-linee

𝐿𝑖 :

∮ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑙⃗ = ∑ ∮ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑙⃗𝑖
𝐿 𝑖=1 𝐿𝑖

per cui:

Γ = ∑ Γ𝑖
𝑖=1

Mentre nel caso della divergenza la superficie delimitava un volume, questa volta la linea delimita una

superficie quindi bisogna dividere l’integrale per le corrispondenti superfici 𝑆𝑖 . In questo caso però la

situazione si complica un po’, perché mentre la divergenza era data da un prodotto scalare, il rotore è

⃗⃗ × 𝐹⃗ ) dà come
dato da un prodotto vettoriale questo vuol dire che l’operazione che si compie ora (ossia ∇

risultato un vettore in quanto le superfici sono orientate, quindi scegliamo come direzione quella

perpendicolare alla superficie e verso dato dalla regola della mano destra (se si percorre la linea in senso

antiorario il verso è uscente dalla superficie, se si percorre in senso orario il verso è entrante).

Quindi, si definisce rotore della funzione 𝑓 il limite della circuitazione estesa al percorso 𝐿𝑖 diviso 𝑆𝑖 , per

𝑆𝑖 che tende a 0:

∮𝐿 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑙⃗𝑖 Γ𝑖
𝑟𝑜𝑡𝐹⃗ = lim 𝑖
𝑜𝑝𝑝𝑢𝑟𝑒 𝑟𝑜𝑡𝐹⃗ = lim
𝑆𝑖 →0 𝑆𝑖 𝑆𝑖 →0 𝑆𝑖

Il rotore denota e quantifica la presenza di vortici nel campo cioè, nel caso del moto di un fluido, un

movimento in cui la velocità delle singole particelle ha una componente perpendicolare al moto principale

di traslazione che determina la portata. Se questa componente è nulla allora non esiste il moto vorticoso

e il fluido di dice laminare.

Se il rotore è diverso da 0 vuol dire che le particelle si influenzano l’un l’altra, cioè vi è una interazione tra

le diverse superfici che costituiscono il flusso del fluido.


Il limite ottenuto in precedenza è uno scalare associato al punto P nel campo vettoriale F ed alla direzione

𝑢𝑛 (versore normale alla superficie 𝑆𝑖 ). La grandezza ottenuta risulta quindi un vettore:

Γ𝑖 ∮𝐿 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑙⃗𝑖
(𝑟𝑜𝑡𝐹⃗ ) ∙ 𝑢
⃗⃗𝑛𝑖 = lim = lim 𝑖
𝑆𝑖 →0 𝑆𝑖 𝑆𝑖 →0 𝑆𝑖

Consideriamo:

Γ = ∮ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑙⃗ = ∑ Γ𝑖
𝐿 𝑖=1

Se si moltiplica e divide tutto per 𝑆𝑖 si ottiene:

𝑁
Γ𝑖
∑ 𝑆𝑖 ( )
𝑆𝑖
𝑖=1

Per 𝑁 (numero di micro-linee in cui è stato suddiviso il percorso chiuso L) che tende a infinito:

𝑁→∞

𝑆𝑖 tende a 0:

𝑆𝑖 → 0

per cui il termine tra parentesi tende a 𝑟𝑜𝑡𝐹⃗ ∙ 𝑢


⃗⃗𝑛𝑖

Si ha che:

𝑁 𝑁
Γ𝑖
∑ 𝑆𝑖 ( ) = ∑ 𝑆𝑖 ∙ (𝑟𝑜𝑡𝐹⃗ ∙ 𝑢
⃗⃗𝑛𝑖 )
𝑆𝑖
𝑖=1 𝑖=1

quindi:

Γ = ∮ 𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑙⃗ = ∫ 𝑟𝑜𝑡𝐹⃗ ∙ 𝑑𝑆⃗


𝐿 𝑆
Questa relazione rappresenta il Teorema di Stokes: la circuitazione, ossia l’integrale del campo 𝐹 lungo

un circuito chiuso 𝐿 è uguale all’integrale esteso alla superficie 𝑆 (superficie chiusa dal percorso chiuso 𝐿)

del rotore di 𝐹 scalare 𝑑𝑆.

Il vettore rotore è costituito da tre componenti: 𝑥, 𝑦 e 𝑧:

𝜕𝐹𝑧 𝜕𝐹𝑦 𝜕𝐹𝑥 𝜕𝐹𝑧 𝜕𝐹𝑦 𝜕𝐹𝑥


𝑟𝑜𝑡𝐹⃗ = ( − )𝑢
⃗⃗𝑥 + ( − )𝑢
⃗⃗𝑦 + ( − )𝑢
⃗⃗
𝜕𝑦 𝜕𝑧 𝜕𝑧 𝜕𝑥 𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝑧

Il rotore è un operatore dato da nabla moltiplicato vettorialmente per un vettore:

⃗∇⃗ × 𝐹⃗

Siccome il risultato prodotto vettoriale tra due vettori ha direzione perpendicolare al piano che li contiene:

la componente 𝑥 considera le componenti del campo nel piano 𝑌𝑍, la componente 𝑦 del rotore considera

le componenti nel piano 𝑋𝑍 e la componente 𝑧 considera le componenti nel piano 𝑌𝑋. Cioè, la

componente 𝑧 fa riferimento al piano 𝑋𝑌, la componente 𝑥 fa riferimento al piano 𝑌𝑍 e la componente 𝑦

fa riferimento al piano 𝑋𝑍.

LA CORRENTE ELETTRICA

Una corrente elettrica è un flusso ordinato di cariche per effetto di un campo esterno applicato.

Per generare una corrente elettrica bisogna applicare un campo elettrico, ma non è detto che se si applica

un campo elettrico si genera corrente elettrica in quanto se non ci sono cariche nel sistema non si crea un

moto ordinato di cariche.

I portatori di carica sono rappresentati da:

1. particelle metalliche;

2. da ioni disciolti.

Se si applica ad una roccia, anche asciutta, un campo elettrico si mettono in moto gli elettroni, in quanto

liberi di muoversi, delle particelle metalliche presenti nella roccia.


Nel primo caso (metalli) la conduzione è di tipo elettronico perché i portatori di carica sono elettroni.

Nel secondo caso (ioni) la conduzione è di tipo elettrolitico perché la corrente è trasportata fisicamente

da ioni.

Se il sottosuolo non contiene né particelle metalliche né ioni non si potrà mai creare un flusso di cariche

elettriche.

In particolare, la corrente elettrica si definisce stazionaria quando il moto delle cariche non varia nel

tempo. Cioè, se attraverso una certa sezione di sottosuolo passa la stessa quantità di cariche elettriche la

corrente è detta stazionaria.

Se si applica un campo elettrico (ossia creare una differenza di potenziale) ad un conduttore metallico si

crea un moto di cariche negative verso il polo positivo. Per convenzione, il flusso della corrente va dal polo

positivo al polo negativo.

Un altro esempio di corrente elettrica: consideriamo un elettrolita (ossia una soluzione di acqua e sale che

si discioglie in ioni 𝑁𝑎+ e 𝐶𝑙 − ). Se si applica un campo elettrico, le particelle negative (𝐶𝑙 − ) si muovono

verso l’elettrodo positivo, le particelle positive (𝑁𝑎+ ) si muovono verso l’elettrodo negativo generando

un flusso ordinato di cariche.


Si può avere anche una combinazione delle due tipologie di corrente elettrica: considerando una lampada

a incandescenza che contiene un gas ionizzato ed un filamento metallico si ha la combinazione del flusso

di corrente dovuto sia al filamento metallico che al gas ionizzato.

Nel caso invece di una pentola contenente acqua e sale posta sul fuoco non si genera un campo elettrico

perché il calore mette in agitazione le particelle generando un moto disordinato che crea un equilibrio

elettrico.

Per intensità di corrente (𝐼) si intende la quantità di carica (ossia il numero di portatori) che attraversa la

sezione (𝑆) del conduttore nell’unità di tempo.

Se ci sono molti portatori di carica vuol dire che nell’unità di tempo passano tante cariche, attraverso la

sezione.

Per elevate intensità di corrente il corpo si dice conduttore. Se attraverso la stessa sezione, nell’unità di

tempo passano un numero molto inferiore di cariche il corpo si dice isolante.


L’unità di misura dell’intensità di corrente elettrica è l’Ampere (𝐴).

La densità di corrente (𝐽) esprime il numero di portatori di carica che insistono su una superficie:

𝐼 𝐴
𝐽= = 2
𝑆 𝑚

LA FORZA ELETTROMOTRICE

Per poter mettere in moto le cariche bisogna applicare una differenza di potenziale costante (se non lo

fosse la corrente non sarebbe più stazionaria). Esistono molti dispositivi elettrici in grado di mantenere i

loro terminali (chiamati poli) a potenziali diversi (cioè sono in grado di fornire sempre la stessa quantità

di energia), ad esempio la pila e la batteria, che sono in grado di mantenere un campo elettrico all’interno

del conduttore e quindi far fluire al suo interno una corrente stazionaria.

Simbolo della pila.

Un generatore di forza elettromotrice è caratterizzato da due elettrodi a polarità opposta tra i quali esiste

una differenza di potenziale chiamata ∆𝑉 che la pila (o la batteria) è in grado mantenere tramite reazioni

chimiche. Si ha quindi la trasformazione di energia chimica in energia elettrica.

Quindi, se si collegano le estremità di un conduttore (un filo di rame o il terreno) di lunghezza 𝑑 ai due

poli della pila, si genera nel conduttore un campo elettrico (𝐸) dato dal rapporto tra la differenza di

potenziale generata dalla pila e la lunghezza del conduttore:

∆𝑉
𝐸=
𝑑
Tale campo agisce sulle cariche libere del

conduttore (gli elettroni nel caso del filo di rame,

gli ioni nel caso del terreno) stabilendo un moto

ordinato di cariche (ovvero, una corrente

elettrica) che fluisce dal conduttore all’interno

della pila e nuovamente nel conduttore. Si

genera così un circuito elettrico, ossia un flusso

di cariche che escono dall’elettrodo positivo ed entrano in quello negativo, creando un circuito chiuso che

prende il nome di circuito elettrico.

Questa corrente ha lo scopo di non far annullare il campo elettrico all’interno del conduttore altrimenti

non si avrebbe più la sorgente all’interno del mezzo, quindi non si può capire come il mezzo reagisce al

passaggio della corrente.

Quindi, affinché ci sia un moto ordinato di cariche elettriche, cioè affinché ci sia una corrente, è necessario

che ci sia un campo elettrico.

Per convenzione il verso della corrente è quello del movimento dei portatori di carica positiva, quindi è

uguale a quello del campo elettrico. Infatti la corrente esce dal polo positivo ed entra in quello negativo.

Però, all’interno della pila la carica negativa esce dall’elettrodo negativo e va verso quello positivo. Quindi,

all’interno della pila, il verso in cui circolano le cariche è opposto a quello della corrente.

Se si pone un conduttore in un campo elettrostatico, le cariche nel conduttore si orientano: le cariche

positive verso l’elettrodo negativo e le negative verso l’elettrodo positivo, mentre all’interno il campo è

nullo.
LE EQUAZIONI DI MAXWELL

In fisica, in particolare nell'elettromagnetismo, le equazioni di Maxwell costituiscono le leggi fondamentali

che governano l'interazione elettromagnetica. Esse esprimono l'evoluzione temporale e i vincoli a cui è

soggetto il campo elettromagnetico in relazione alle distribuzioni di carica e corrente elettrica da cui è

generato.

Le equazioni di Maxwell possono essere espresse sia in forma differenziale (locale) che integrale (globale):

le equazioni di Maxwell in forma integrale descrivono il sistema a livello globale quindi descrivono

l’interazione all’interno di volumi o superfici (a livello macroscopico), non forniscono caratteristiche

puntuali quindi non sono di interesse geofisico dato che in questo campo interessano le caratteristiche

puntuali (fornite dalle equazioni di Maxwell in forma differenziale o locale).

LE EQUAZIONI DI MAXWELL IN FORMA INTEGRALE

La prima equazione di Maxwell è la Legge dell’induzione elettromagnetica di Faraday che afferma che la

variazione del campo elettrico (𝐸) lungo un percorso chiuso 𝐿 è uguale al flusso cambiato di segno del

vettore induzione magnetica (𝐵) attraverso la superficie 𝑆:

𝜕𝐵(𝑟, 𝑡)
∮ 𝐸(𝑟, 𝑡) ∙ 𝑑𝑠 = − ∫ ∙ 𝑛 𝑑𝑆
𝑆 𝜕𝑡

Il primo membro rappresenta il rotore, cioè la variazione lungo un percorso chiuso del campo elettrico è

uguale in modulo ma opposta in direzione alla variazione dell’induzione magnetica (che esce attraverso

la superficie 𝑆 racchiusa dalla linea 𝐿) nel tempo.

In altre parole, questo concetto esprime che il campo magnetico è generato da cariche in movimento,

infatti Ampere dimostrò che il campo magnetico prodotto da un sorgente dipolare può essere assimilata

al campo generato da un filo percorso da corrente elettrica.

Quindi esiste una relazione tra campo elettrico e campo magnetico.


La seconda equazione di Maxwell è la Legge della circuitazione di Ampere che afferma che la circuitazione

del vettore campo magnetico è uguale al flusso (integrale esteso alla superficie) totale di carica elettrica

che attraversa nell’unità di tempo la superficie 𝑆 delimitata dalla linea 𝐿:

𝜕𝐷(𝑟, 𝑡)
∮ 𝐻(𝑟, 𝑡) ∙ 𝑑𝑠 = ∫ (𝐽(𝑟, 𝑡) + ) ∙ 𝑛 𝑑𝑆
𝑆 𝜕𝑡

Ciò significa che la variazione del campo magnetico lungo la linea chiusa 𝑆 genera una corrente.

Nell’equazione 𝐽 rappresenta la densità di corrente di conduzione, mentre 𝐷 rappresenta la densità di

corrente di spostamento, ciò vuol dire che individuano due diverse tipologie di corrente, una legata alle

caratteristiche di conduzione del mezzo ed un’altra legata alle caratteristiche dielettriche* del mezzo.

Come detto precedentemente, i materiali conduttori sono quelli che si lasciano attraversare da una

corrente elettrica cioè possiedono cariche che si mettono in moto generando una corrente, ma se queste

cariche non esistono il materiale è resistivo (cioè è un isolante), quindi il mezzo non conduce in quanto

non c’è una corrente di conduzione. In questa chiave 𝐽 dovrebbe essere 0 perché la densità di corrente è

0 perché non c’è carica. Ma, anche in assenza di cariche, il mezzo potrebbe comunque condurre perché è

sottoposto ad un campo elettrico. Infatti, se esiste un campo magnetico significa che c’è un campo

elettrico che l’ha generato.

*I materiali dielettrici sono materiali che per loro natura sarebbero

resistivi perché le molecole sono fermamente legate al reticolo, ma

se vengono immessi in un campo elettrico possono condurre

corrente in quanto se si fornisce un’energia sufficiente le molecole

possono essere sbilanciate: immaginiamo ad esempio un generatore

di forza elettromotrice, se al suo interno si pone un materiale

dielettrico avente molecole fortemente legate tra loro, succede che

le cariche positive si spostano verso l’armatura negativa e viceversa, creando una polarizzazione

dielettrica cioè un accumulo di carica positiva da un lato ed un accumulo di carica negativa dall’altro.
Laddove si ha una distribuzione anomala di carica il mezzo si dice polarizzato.

Si consideri un poro di una roccia al cui interno circolano fluidi con sali disciolti. Se il sistema non è soggetto

ad un campo elettrico le cariche si distribuiscono in modo tale da creare un equilibrio, quindi una

distribuzione omogenea di cariche positive e negative, per cui non si crea un flusso di corrente:

Se, invece, nel poro in questione è presente una particella di argilla che per sua natura ha uno strato di

cariche negative in superficie, attrae le cariche positive presenti all’interno del fluido generando una

concentrazione anomala di cariche che crea un effetto di polarizzazione naturale:

Si parla quindi di polarizzazione dielettrica, cioè si ha uno spostamento di cariche (ossia una corrente di

spostamento) senza creare un flusso ordinato di cariche elettriche.

Se nel sottosuolo non sono presenti materiali dielettrici ma solo materiali conduttori:

𝜕𝐷(𝑟, 𝑡)
=0
𝜕𝑡

perché in assenza di materiali dielettrici quel fenomeno non si crea.

Se, invece, sono presenti materiali dielettrici e non sono presenti conduttori:

𝐽(𝑟, 𝑡) = 0
Nei casi più generali coesistono entrambi i contributi, ovvero il contributo dovuto alle cariche di

conduzione e quello dovuto alle cariche di spostamento. Quindi, in generale, la corrente abbina fenomeni

di conduzione a fenomeni di spostamento.

Questa è la Legge della circuitazione di Ampere che in sostanza afferma che un flusso di corrente (dovuto

a cariche di conduzione e di spostamento) che passa attraverso una superficie 𝑆 genera un campo

magnetico.

Le altre due equazioni fanno riferimento alla divergenza.

La terza equazione di Maxwell è la Legge di Gauss elettrica che afferma che il flusso del vettore induzione

elettrica 𝐷 attraverso una superficie chiusa 𝑆 è uguale alla densità di carica elettrica che attraversa

nell’unità di tempo il volume 𝑉 racchiuso dalla superficie 𝑆:

∫ 𝐷(𝑟, 𝑡) ∙ 𝑛 𝑑𝑆 = ∫ 𝜌𝑐 (𝑟, 𝑡) 𝑑𝑉
𝑆 𝑉

Questa legge esprime il principio della conservazione della carica elettrica per cui la densità di carica

elettrica (𝜌𝑐 ) contenuta nel volume 𝑉 è uguale alla variazione, quindi al flusso, di induzione elettrica che

esce dalla superficie che racchiude il volume 𝑉.

L’ultima equazione di Maxwell è la Legge di Gauss magnetica che esprime la natura solenoidale del flusso

di induzione magnetica:

∫ 𝐵(𝑟, 𝑡) ∙ 𝑛 𝑑𝑆 = 0
𝑆

Quindi il flusso di induzione magnetica attraverso una superficie chiusa è nullo.


LE EQUAZIONI DI MAXWELL IN FORMA DIFFERENZIALE

Ora si può passare dalle equazioni di Maxwell espresse in forma integrale a quelle espresse in forma

differenziale, per comprendere come si comportano i campi punto per punto:

𝜕𝐵(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −
𝜕𝑡

𝜕𝐷(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝐽(𝑟, 𝑡) +
𝜕𝑡

∇ ∙ 𝐷(𝑟, 𝑡) = 𝜌𝑐 (𝑟, 𝑡)

∇ ∙ 𝐵(𝑟, 𝑡) = 0

Le equazioni di Maxwell (espresse sia in forma integrale che in forma differenziale) descrivono il

comportamento (ossia la propagazione nella materia) di una qualsiasi onda elettromagnetica che è

composta da una componente elettrica ed una magnetica che sono strettamente legate tra loro.

Si tratta di risolvere un sistema ricavando i parametri incogniti (𝐸, 𝐻, 𝐷 e 𝐵)

Per studiare il moto di un’onda elettromagnetica bisogna

fissare un sistema di riferimento (𝑥, 𝑦, 𝑧).

In geofisica l’orientamento positivo di 𝑧 è fissato verso il

basso perché si è interessati alla profondità, mentre il piano

𝑥𝑦 rappresenta il piano campagna.

Il campo è generato nel punto 𝐸, quindi 𝑟 è il vettore di

posizione del punto in cui si crea il campo rispetto al sistema

di riferimento.

Per studiare in quel punto quanto vale il vettore induzione magnetica 𝐵 bisogna tracciare un altro vettore.

𝑟 si può esprimere in termini delle tre componenti del campo (𝐸𝑥 , 𝐸𝑦 , 𝐸𝑧 ). Quindi l’equazione si scinde in

tre equazioni: una per la componente 𝑥, una per la componente 𝑦 ed una per la componente 𝑧.
Ogni equazione di Maxwell in forma differenziale può essere scissa in tre equazioni (una per ogni

componente), si ha quindi a che fare con un sistema a 12 equazioni.

Le incognite sono 16 (le componenti di ogni vettore): 𝐸𝑥 , 𝐸𝑦 , 𝐸𝑧 ; 𝐵𝑥 , 𝐵𝑦 , 𝐵𝑧 ; 𝐻𝑥 , 𝐻𝑦 , 𝐻𝑧 ; 𝐷𝑥 , 𝐷𝑦 , 𝐷𝑧 ; 𝐽𝑥 , 𝐽𝑦 , 𝐽𝑧 ;

𝜌𝑐 (che è uno scalare quindi non ha componenti).

Il sistema è composto quindi da 12 equazioni e 16 incognite per cui non è risolvibile, perché per risolvere

un sistema di equazioni il numero delle incognite deve essere pari al numero delle equazioni linearmente

dipendenti.

Maxwell è riuscito a sviluppare altre 4 equazioni in modo tale da poter risolvere questo sistema.

La prima è l’Equazione di continuità (o principio di conservazione della carica): la divergenza della densità

di carica in un punto è uguale all’opposto della variazione nel tempo della densità di carica:

𝜕𝜌𝑐 (𝑟, 𝑡)
∇ ∙ 𝐽(𝑟, 𝑡) = −
𝜕𝑡

Quindi se una carica 𝜌𝑐 entra nel sistema e nel tempo questa carica fluisce attraverso una superficie 𝑆, la

quantità che esce deve essere uguale a quella che è entrata perché altrimenti non si ha continuità, quindi

l’equazione di continuità lega la densità di corrente alla densità di carica.

Le altre tre equazioni sono state trovate sperimentalmente: Maxwell notò che se si ha un campo

magnetico 𝐻 l’induzione magnetica che si genera in un materiale dipende dalle proprietà magnetiche del

mezzo.

Per la seconda equazione: se si ha un sottosuolo omogeneo e si immette un campo magnetico nel

sottosuolo si genera un campo di induzione magnetica che dipende dal campo sorgente (input) e l’uscita

(output) dipende da 𝜇 ossia la permeabilità magnetica, cioè la capacità di un materiale di lasciarsi

attraversare da un campo magnetico:

𝐵(𝑟, 𝑡) = 𝜇𝐻(𝑟, 𝑡)
Ad esempio, se il mezzo è un calcare, il vettore induzione magnetica 𝐵 = 0 perché il calcare non contiene

materiali magnetizzabili. Viceversa, se si induce un campo magnetico in un deposito di grafite si genera

un campo di induzione magnetica elevatissimo perché la grafite ha una permeabilità magnetica molto

alta.

Lo stesso vale per la terza equazione: se si applica un campo elettrico 𝐸 ad un materiale dielettrico avente

costante dielettrica 𝜀 (che descrive quanto il materiale è in grado di creare cariche di spostamento, perché

a parità di campo si può creare una forte o una debole corrente di spostamento che dipende dai legami

reticolari del materiale), il vettore induzione elettrica 𝐷 (che definisce l’entità della corrente di

spostamento) è influenzato da 𝜀:

𝐷(𝑟, 𝑡) = 𝜀𝐸(𝑟, 𝑡)

Se il materiale non è per niente dielettrico, 𝐷 = 0.

La quarta equazione (che in sostanza è la legge di Ohm scritta in forma vettoriale*) afferma che se si

applica un campo elettrico ad un mezzo si osserverà, in un altro punto, una densità di corrente

proporzionale al campo applicato attraverso un parametro che esprime la capacità di un mezzo di

condurre corrente, ovvero la conducibilità:

𝐽(𝑟, 𝑡) = 𝜎𝐸(𝑟, 𝑡) 𝑜 𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝜌𝐽(𝑟, 𝑡)

Se si ha un resistivo la conducibilità è 0 (𝜎 = 0). Quindi, anche se si applica un campo intenso, in assenza

di cariche non si ha alcuna densità di corrente (quantità di carica che passa attraverso una superficie).
*La Legge di Ohm scritta in forma scalare è:

∆𝑉
𝑅=
𝐼

dove:

- 𝑅 è la resistenza elettrica caratteristica del conduttore;

- ∆𝑉 è la differenza di potenziale elettrico;

- 𝐼 è l’intensità di corrente elettrica.

La resistenza (𝑅) dipende da alcune caratteristiche fisiche e geometriche del conduttore:

- dalla resistività 𝜌;

- dalla sua lunghezza 𝑙;

- dalla sua sezione 𝑆.

Si consideri il caso di un conduttore composto da un solo materiale, di sezione uniforme e flusso di

corrente al suo interno uniforme, per cui:

𝑙
𝑅=𝜌
𝑆

da cui:

𝑆
𝜌 = 𝑅 [𝑂ℎ𝑚 ∙ 𝑚]
𝑙

dove:

- 𝑆 è la sezione del conduttore cilindrico e vale 2𝜋𝑟 2 .


Queste ultime tre relazioni lineari, cioè che all’aumentare dell’input aumenta proporzionalmente anche

l’output, valgono se i mezzi sono omogenei.

Queste tre relazioni sono fondamentali perché descrivono in che modo le proprietà fisiche del mezzo

interagiscono con i campi che applichiamo in esso e prendono il nome di relazioni costitutive perché

fanno parte della costituzione del materiale, cioè a parità di campo (elettrico o magnetico), la risposta è

fortemente influenzata dal materiale di cui è costituito il corpo in cui il campo si propaga.

Riprendendo lo schema a blocchi:

 per la prima equazione la funzione di trasferimento del sistema ℎ è 𝜇;

 per la seconda equazione ℎ è 𝜀;

 per la terza equazione ℎ è 𝜎 o 𝜌.

L’obbiettivo del geofisico è inviare un campo elettromagnetico nel sottosuolo, misurare la risposta in un

punto diverso ed osservare come è cambiato l’output rispetto all’input. Il cambio è dovuto alle proprietà

fisiche del mezzo.

Il fine ultimo della prospezione geofisica è, quindi, ottenere una rappresentazione del sottosuolo in

termini di parametri fisici che consente di ricavare un modello fisico-matematico che deve essere

trasformato in un modello geologico-strutturale, ossia associare alla distribuzione dei valori dei parametri

strutture e/o litologie che hanno dato origine a quel modello fisico.
Le relazioni costitutive, e quindi la propagazione di un qualsiasi tipo di onda nel sottosuolo, dipendono

fortemente dalle caratteristiche fisiche del mezzo che si va ad indagare. Le caratteristiche fisiche più

importanti di un mezzo sono:

- linearità: un mezzo si dice lineare quando ad una combinazione lineare di cause, corrisponde una

combinazione lineare di effetti secondo gli stessi coefficienti, cioè se si inducono tre campi nel

sottosuolo, quello che si osserverà sarà una combinazione lineare degli effetti dei singoli campi;

- omogeneità: un mezzo si dice omogeneo se le caratteristiche del mezzo non sono funzioni delle

coordinate del punto e dell'istante considerato, cioè se si osserva la risposta del mezzo in vari

punti, la caratteristica del mezzo è sempre la stessa. Quindi si osserveranno delle uscite che fanno

sì che la funzione di trasferimento sia sempre la stessa. Ciò vale anche se si fanno misure continue

nel tempo;

- isotropia: un mezzo si dice isotropo se, qualsiasi sia l'orientamento delle cause, gli effetti sono

allineati con le cause stesse, cioè non esistono direzioni privilegiate, ossia la risposta è orientata

con la direzione di applicazione del campo;

- dispersività nel dominio del tempo: un mezzo si dice dispersivo nel dominio del tempo se gli effetti

(𝐵 o 𝐷 e 𝐽), ad un certo istante di tempo 𝑡, dipendono non solo dal valore delle cause (𝐻 o 𝐸) in

quell'istante, ma anche dal valore delle cause in ogni istante precedente. Cioè, se si applica una

corrente in un’istante 𝑡 e si misura la differenza di potenziale si ha una certa risposta che non ha

carattere impulsivo, cioè non dipende soltanto dal valore dell’input in quell’istante ma dal valore

dell’input che ha avuto in tutto l’intervallo temporale in cui è stato attivo. Questo concetto si

esprime matematicamente con un integrale di convoluzione nel tempo, cioè integra la funzione

su tutto quello che è successo prima, quindi calcola la risposta in tutto l’intervallo temporale.

- dispersività nel dominio dello spazio: un mezzo si dice dispersivo nello spazio se gli effetti (𝐵 o 𝐷

e 𝐽), in un certo punto dello spazio, dipendono non solo dai valori delle cause (𝐻 o 𝐸) relativi allo

stesso punto, ma anche dai valori delle cause in ogni altro punto dello spazio, o in particolare in

ogni punto di un assegnato volume. Cioè, se si applica una sorgente in un punto e si osserva la
risposta in un altro punto, questa non dipende solo dalla causa in quel punto ma dalle cause in

tutti i punti che circondano il punto in osservazione. Anche in questo caso si ricorre ad un integrale

di convoluzione, effettuato questa volta su tutto il volume in cui il mezzo è dispersivo.

Analiticamente, nel caso generale di un mezzo lineare, non-omogeneo, anisotropo, dispersivo nel tempo

e nello spazio, le equazioni costitutive si esprimono come:

𝑡
𝐵(𝑟, 𝑡) = ∫ ∫ ∫ 𝑑𝑉0 ∫ 𝑦𝐻 (𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏) ∙ 𝐻(𝑟0 , 𝜏)𝑑𝜏
𝑉0 0

𝑡
𝐷(𝑟, 𝑡) = ∫ ∫ ∫ 𝑑𝑉0 ∫ 𝑦𝐸 (𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏) ∙ 𝐸(𝑟0 , 𝜏)𝑑𝜏
𝑉0 0

𝑡
𝐽(𝑟, 𝑡) = ∫ ∫ ∫ 𝑑𝑉0 ∫ 𝑦𝐽 (𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏) ∙ 𝐸(𝑟0 , 𝜏)𝑑𝜏
𝑉0 0

*Il triplo integrale si legge “integrale sull’intero volume 𝑉0 ”, è riferito “in 𝜕𝑥, in 𝜕𝑦 ed in 𝜕𝑧” cioè indica

che le caratteristiche non sono le stesse nel volume che si sta esplorando ma cambiano punto per punto.

Dove 𝑦𝐻 , 𝑦𝐸 e 𝑦𝐽 sono delle funzioni diadiche di Green, considerabili come le risposte impulsive del

mezzo, in quanto coincidono con le risposte del sistema ad un impulso unitario applicato nel punto 𝑟0 al

tempo 𝜏 (si tratta sostanzialmente di sommare tutti gli impulsi in tutto il volume ed in tutti gli istanti di

tempo).

Il sistema è dispersivo nel dominio del tempo, quindi l’integrale va da 0 a 𝑡.

Nel caso:

𝑡
𝐵(𝑟, 𝑡) = ∫ ∫ ∫ 𝑑𝑉0 ∫ 𝑦𝐻 (𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏) ∙ 𝐻(𝑟0 , 𝜏)𝑑𝜏
𝑉0 0

la funzione di trasferimento ℎ è la permeabilità magnetica, quindi è stato immesso un campo magnetico

che ha causato una risposta nel mezzo dipendente dalla permeabilità magnetica in tutti i punti. Quindi in

ogni punto si avrà una permeabilità magnetica 𝑦𝐻 data da 𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏 (ossia la differenza di spazio e di

tempo).
Ma, per il principio di causalità, l'effetto non può precedere la causa, quindi la risposta impulsiva (funzione

diadica di Green) del mezzo deve essere nulla:

𝑦𝑖 (𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏) = 0 ∀𝜏 > 𝑡

dove:

- 𝑖 = 𝐻, 𝐸, 𝐽.

Cioè, l'effetto non si può calcolare prima della causa, per cui prima del tempo 𝑡 l'effetto è nullo. Ecco

perché il limite superiore per 𝜏 negli integrali precedenti può essere fissato al valore 𝑡 (questo principio di

causalità non vale nello spazio ma solo nel tempo).

Inoltre, se i campi 𝐻 oppure 𝐸, considerati come ingresso al sistema, sono nulli per ogni valore di 𝑡 < 0,

cioè i segnali sono applicati all'istante 𝜏 = 0, il limite inferiore dell'integrale temporale è fissato al valore

0.

Queste considerazioni non sono ovviamente applicabili nel caso dell'integrale di volume, infatti questo

integrale sta solo a rappresentare l'effetto globale, nel punto 𝑟, dovuto alle cause presenti in ogni punto

𝑟0 del volume 𝑉0 , e pertanto ragionamenti di fisica realizzabilità non sono applicabili.

Infatti, se non vi è dispersività né nello spazio1 né nel tempo2, le funzioni diadiche di Green dovranno

essere proporzionali a 𝛿 (funzione di Dirac*):

𝑦𝑖 (𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏) = 𝛿(𝑟 − 𝑟0 )𝑦𝑖 (𝑡 − 𝜏)1

𝑦𝑖 (𝑟 − 𝑟0 , 𝑡 − 𝜏) = 𝛿(𝑡 − 𝜏)𝑦𝑖 (𝑟 − 𝑟0 )2

Scompaiono, quindi, l’integrale di volume e l’integrale sul tempo ed il mezzo viene detto non dispersivo

nello spazio1 e nel tempo2.


Nel caso limite di mezzo omogeneo, isotropo, non dispersivo si ha:

𝐵(𝑟, 𝑡) = 𝜇𝐻(𝑟, 𝑡)

𝐷(𝑟, 𝑡) = 𝜀𝐸(𝑟, 𝑡)

𝐽(𝑟, 𝑡) = 𝜎𝐸(𝑟, 𝑡)

ossia 𝜇, 𝜀 e 𝜎 sono costanti e l’output dipende soltanto dalla distanza (𝑟) tra il punto di osservazione ed il

punto sorgente, perché man mano che ci si allontana dalla sorgente l’output cambia (per la maggior parte

dei campi l’output cambia di un fattore 1⁄𝑟 2 ) infatti a grandi distanze le risposte sono nulle perché non

c’è più l’influenza della sorgente.

Nel caso di mezzo continuo, lineare, omogeneo, isotropo, non dispersivo nello spazio e dispersivo nel

tempo (ossia mezzi con memoria) le relazioni costitutive vengono rappresentate in forma integrale:

𝑡
𝐵(𝑟, 𝑡) = ∫ 𝜇(𝑡 − 𝜏) ∙ 𝐻(𝑟, 𝜏)𝑑𝜏
0

𝑡
𝐷(𝑟, 𝑡) = ∫ 𝜀(𝑡 − 𝜏) ∙ 𝐸(𝑟, 𝜏)𝑑𝜏
0

𝑡
𝐽(𝑟, 𝑡) = ∫ 𝜎(𝑡 − 𝜏) ∙ 𝐸(𝑟, 𝜏)𝑑𝜏
0

dove 𝜇, 𝜀 e 𝜎 sono funzioni di risposta impulsiva, in quanto coincidono con le risposte del sistema a un

impulso unitario applicato al tempo 𝜏.

Questo è il caso della polarizzazione indotta, perché con questo metodo si investigano terreni con “effetto

memoria”, ovvero quei terreni che si polarizzano per cui le relazioni tra campo elettrico e intensità di

corrente non sono espresse dalla Legge di Ohm scritta in forma vettoriale ma in una formula più

complessa. Infatti se il mezzo non è dispersivo nel tempo non c'è la differenza 𝑡 − 𝜏.
*LA FUNZIONE 𝜹 DI DIRAC

Per comprendere la “Funzione 𝛿 di Dirac” bisogna innanzitutto definire una funzione che prende il nome

di Funzione Gradino, che dal punto di vista estetico sembra proprio un gradino e si comporta in questo

modo:

Questa funzione ha valore 0 fino all’origine degli assi dove subisce un “salto” assumendo valore 1 fino

all’infinito.

Analiticamente si esprime come:

1, 𝑡≥0
𝑓(𝑡) = 𝑢(𝑡) = {
0, 𝑡<0

N.B.: 𝑢(𝑡) è la forma più utilizzata.

Si consideri ora un altro tipo di funzione, costruita a partire dalla precedente, chiamata Funzione

Impulsiva o, semplicemente, Impulso. Essa consiste nella combinazione di due funzioni gradino ed ha

questo andamento:

Questa funzione ha valore nullo fino all’origine degli assi dove si “accende una sorta di segnale” fino ad

un determinato valore che prosegue per una durata 𝜒 dopo la quale si annulla nuovamente.
Matematicamente questa funzione (che è una combinazione di due funzioni gradino) si esprime come:

𝑢(𝑡) − 𝑢(𝑡 − 𝜒)
𝑓(𝑡) =
𝜒

cioè è data da una funzione gradino 𝑢(𝑡) dalla quale bisogna sottrarre una funzione gradino valutata nel

punto 𝜒, ossia 𝑢(𝑡 − 𝜒), tutto diviso la durata dell’impulso (𝜒).

Questa funzione ha la proprietà di avare area uguale all’unità:

1
𝑆 =𝑏×ℎ =𝜒 =1
𝜒

Si può ora definire la Funzione 𝜹 di Dirac (che non è una vera e propria funzione ma fa parte di un gruppo

molto particolare di oggetti matematici: le cosiddette distribuzioni).

Si consideri una successione di funzioni impulsive via via più strette ed alte (ma sempre di area 1):

Portando questo procedimento al limite, cioè facendo tendere 𝜒 → 0, la funzione tenderà ad un

rettangolo infinitamente stretto ed alto (sempre avente area uguale a 1).

Questa funzione prende il nome di Funzione di 𝜹 di Dirac centrata su 𝝌, che è nulla ovunque tranne che

nel punto 𝜒 e si indica come:

𝑢(𝑡) − 𝑢(𝑡 − 𝜒) +∞, 𝑡=0


𝛿(𝑡) = lim = 𝑓(𝑥) = {
𝜒→0 𝜒 0, 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑜𝑣𝑒

cioè è il limite della successione dei rettangoli (che prendono il nome di Funzioni Porta) che alla fine

coinciderà con un rettangolo infinitamente stretto ed alto.


La 𝛿 di Dirac può anche non essere centrata in 0, ma può essere centrata anche in un altro punto, ad

esempio 𝑡′:

in questo caso si indica come:

𝛿(𝑡 − 𝑡 ′ )

Due proprietà importanti della 𝛿 di Dirac sono:

1. l'area della funzione coincide con l’integrale della stessa sul parametro tra −∞ e +∞:

+∞

𝑆 = ∫ 𝛿(𝑡 − 𝑡′) 𝑑𝑡 = 1
−∞

2. l’azione della 𝛿 di Dirac su una generica funzione 𝑓 è uguale al valore della funzione nel punto di

intersezione tra le due:

+∞

∫ 𝑓(𝑡)𝛿(𝑡 − 𝑡 ′ ) 𝑑𝑡 = 𝑓(𝑡 ′ )
−∞

La 𝛿 di Dirac è lo strumento ideale per “modellizzare” un impulso, cioè un segnale concentrato tutto in un

singolo istante.
Quindi l’obbiettivo della prospezione geofisica è studiare la propagazione di un’onda elettromagnetica in

un mezzo reale (ossia con settori caratterizzati da parametri fisici diversi), cioè ricavare le proprietà fisiche

che hanno determinato le distorsioni del campo che è stato immesso risolvendo il sistema di 16 equazioni

in 16 incognite.

Però, in presenza di superfici di discontinuità

separanti mezzi aventi proprietà fisiche

differenti (permeabilità magnetiche,

permeabilità elettriche e conducibilità

elettriche differenti) e di vettori di campo che

risultano non perpendicolari alle suddette

discontinuità, le equazioni di Maxwell, o

equazioni da esse derivate, devono essere affiancate da appropriate condizioni al contorno al fine di

risolvere casi anche complessi di geometrie del sottosuolo.

Quindi, il pacchetto che ci serve per risolvere un qualsiasi problema di elettromagnetismo (ossia per

descrivere l’interazione tra la materia ed i campi elettromagnetici) è composto dalle Equazioni di Maxwell

alle quali si associano l’equazione di continuità e le relazioni costitutive a queste si associano le condizioni

al contorno.

I CAMPI ELETTRO-MAGNETICI

Mentre i metodi geoelettrici forniscono soprattutto la resistività elettrica dei mezzi ed il metodo

magnetometrico fornisce essenzialmente la permeabilità magnetica dei mezzi, i metodi elettromagnetici

sono in grado di fornire resistività elettrica, permeabilità magnetica e permettività elettrica (o costante

dielettrica).

Un campo magnetico coinvolge solo le proprietà magnetiche dei corpi, infatti un’anomalia magnetica si

osserva quando si ha un corpo con grandi capacità di magnetizzazione che crea un campo indotto, quindi

la proprietà fisica che entra in gioco è la suscettività magnetica del corpo. Quando si ha un campo elettrico
stazionario, quindi non varia nel tempo, non si ha un campo magnetico variabile. Se, invece, si ha una

sorgente elettromagnetica la propagazione dell’onda sarà influenzata sia dalle proprietà elettriche che

dalle proprietà magnetiche perché variano entrambe.

La permettività elettrica è la capacità dei mezzi di permettere

(quindi trasmettere) un campo elettrico perché un materiale

dielettrico può influenzare il campo elettrico in cui esso è

immesso. Infatti, se si inserisce un materiale dielettrico tra due

armature di un condensatore aventi carica opposta, le molecole

negative vengono attratte dalla piastra positiva mentre le

molecole positive vengono attratte dalla piastra negativa. Poiché

il campo esce dal polo positivo ed entra in quello negativo, il

campo prodotto dal condensatore segue la stessa direzione (frecce blu). Il campo prodotto dal materiale

dielettrico va nell’altro senso, quindi la presenza di un materiale dielettrico tende a ridurre il campo

elettrico prodotto dalle armature.

Quindi se si immette un campo elettrico in un sistema terrestre, composto da materiali dielettrici, esso si

modifica (si indebolisce in particolare). In base all’entità dell’indebolimento del campo si può risalire alla

tipologia di materiale attraversato. Ricordando l’equazione costitutiva:

𝐷(𝑟, 𝑡) = 𝜀𝐸(𝑟, 𝑡)

la permettività elettrica del mezzo in cui fluisce il campo elettrico 𝐸 crea un campo di spostamento

elettrico 𝐷 che cambia a seconda del valore di 𝜀. Quindi a parità di campo elettrico 𝐸 si può avere un

campo 𝐷 minore o maggiore a seconda del valore di 𝜀: se 𝜀 è molto grande la corrente di spostamento

che si genera è molto alta, viceversa se il materiale non è dielettrico, 𝜀 è molto piccolo per cui prevalgono

le correnti di conduzione e non quelle di spostamento.


METODI DI PROSPEZIONE ELETTRO-MAGNETICA

I metodi elettromagnetici hanno avuto un grande successo nel mondo dell’esplorazione geofisica

essenzialmente per due motivi:

1. consentono la misura della resistività elettrica in aree in cui l’immissione della corrente elettrica

nel suolo attraverso elettrodi è improponibile (zone particolarmente aride, suolo gelato, strade

asfaltate, ecc.);

2. utilizzano una strumentazione che non è a diretto contatto col terreno (elettro-magnetometri) e

che talvolta può essere anche avio-trasportata.

Si consideri una funzione che può generare un campo elettromagnetico, ad esempio una corrente

alternata (che nel tempo può cambiare la sua ampiezza o la sua fase) produce un campo elettromagnetico

il cui segnale sinusoidale ha un andamento del genere:

In tutta generalità possiamo considerare la seguente espressione per un campo elettromagnetico

variabile nel tempo:

𝐹(𝑡) = 𝐹0 𝑒 𝑖𝜔𝑡

dove:

- 𝐹0 è l’ampiezza iniziale dell’onda;

- 𝜔 = 2𝜋𝑓 è la pulsazione, ossia il numero di vibrazioni che si hanno in un periodo di 2𝜋𝑟𝑎𝑑.


La variazione nel tempo del campo elettrico può generare un campo magnetico e viceversa (secondo le

leggi di Maxwell).

In generale, si considera un’onda monocromatica, cioè ad una sola frequenza 𝑓 (in natura però le onde

elettromagnetiche sono costituite da un ampio range di frequenze).

In questo ambito si lavorerà in approssimazione di onda piana, cioè che i fronti d’onda* sono costituiti da

infiniti piani paralleli tra loro e perpendicolari alla direzione di propagazione dell’onda e la cui ampiezza

picco-picco è costante. Questa approssimazione vale quando la sorgente è molto lontana dal punto di

osservazione.

*Il fronte d'onda è il luogo geometrico dei punti dello spazio che, in un dato istante, è raggiunto dalla

perturbazione ondosa generata dalla sorgente ad un ben preciso istante precedente. Cioè è il luogo dei

punti in cui si ha la stessa fase ossia la perturbazione ha le stesse caratteristiche. In altri termini, il luogo

dei punti in cui, in un dato istante, arrivano le componenti dell’onda aventi le stesse caratteristiche.

Consideriamo l’esempio di un sasso lanciato in acqua: la sorgente è il sasso che impatta sull’acqua a 𝑡 =

1𝑠. Dopo due secondi si forma il primo fronte d’onda, ossia il luogo dei punti che a 𝑡 = 2𝑠 viene raggiunto

dalla perturbazione.

Se si immagina che le componenti elettrica e magnetica dell’onda elettromagnetica abbia questa forma:
Quando si considera un’onda elettromagnetica monocromatica le equazioni diventano:

𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝐸0 𝑒 𝑖𝜔𝑡

𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝐻0 𝑒 𝑖𝜔𝑡

dove:

- 𝑒 𝑖𝜔𝑡 è la formula di Eulero che consente di rappresentare i numeri complessi* in coordinate

polari.

*mentre i numeri reali di rappresentano lungo una retta, i numeri complessi si rappresentano in un piano.

Quindi se abbiamo un numero:

𝑧 = 𝑎 + 𝑖𝑏

significa che non ha solo una parte reale ma anche una parte immaginaria. E si rappresenta così:
Per poter rappresentare i numeri complessi in coordinate polari si fissano un’origine, un asse polare ed

un semipiano polare delimitato dall’asse polare.

Le coordinate polari (𝑟, 𝜃, 𝜑) di un punto 𝑃 sono il modulo 𝑟 del raggio vettore 𝑂𝑃, l’angolo 𝜃 che 𝑂𝑃

forma con l’asse polare e l’angolo 𝜑 che il semipiano contenente 𝑃 e l’asse polare forma con il semipiano

polare.

Le coordinate polari hanno range:

- 0 ≤ 𝑟 < +∞;

- 0 ≤ 𝜃 ≤ 𝜋;

- 0 ≤ 𝜑 ≤ 2𝜋.

Nel sistema di riferimento cartesiano un punto è determinato da tre coordinate cartesiane (𝑥, 𝑦, 𝑧):
In un sistema di riferimento polare tridimensionale la posizione del punto 𝑃 è definita dal vettore di

posizione 𝑟, dall’angolo che esso forma con l’asse 𝑧 e dall’angolo formato tra la proiezione 𝑟’ del vettore

di posizione sul piano 𝑋𝑌 e l’asse 𝑥:

Nel caso bidimensionale, si fissano un’origine ed un asse polare. Le coordinate (𝑟, 𝜑) del punto 𝑃 sono la

distanza 𝑟 del punto dall’origine e l’angolo 𝜑 che la retta 𝑂𝑃 (vettore di posizione 𝑟) forma con l’asse

polare:
Se si considera la circonferenza trigonometrica di raggio unitario, il vettore posizione 𝑟 è uguale a 1:

𝑎=1

𝑏 = 𝑎 sin 𝜑 (𝑐𝑜𝑚𝑝𝑜𝑛𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑎𝑟𝑖𝑎)

𝑐 = 𝑎 cos 𝜑 (𝑐𝑜𝑚𝑝𝑜𝑛𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑒)

Quindi 𝑒 𝑖𝜑 può essere espresso come:

𝑒 𝑖𝜑 = cos 𝜑 + 𝑖 sin 𝜑

che è la rappresentazione dei numeri complessi in coordinate polari.

Esistono delle relazioni che legano le coordinate polari alle coordinate cartesiane che consentono di

trasformare le une nelle altre.


EQUAZIONI GENERALI CHE REGOLANO I METODI DI PROSPEZIONE

ELETTRO-MAGNETICI

Per poter risolvere un qualsiasi problema di interazione tra un campo elettromagnetico ed il sistema Terra

bisogna risolvere le equazioni di Maxwell a cui si aggiungono l’equazione di continuità, le relazioni

costitutive e le condizioni al contorno:

𝜕𝐵(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −
𝜕𝑡

𝜕𝐷(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝐽(𝑟, 𝑡) +
𝜕𝑡

∇ ∙ 𝐷(𝑟, 𝑡) = 𝜌𝑐 (𝑟, 𝑡)

∇ ∙ 𝐵(𝑟, 𝑡) = 0

𝜕𝜌𝑐 (𝑟, 𝑡)
∇ ∙ 𝐽(𝑟, 𝑡) = −
𝜕𝑡

Considerando che:

𝐵(𝑟, 𝑡) = 𝜇𝐻(𝑟, 𝑡)

𝐷(𝑟, 𝑡) = 𝜀𝐸(𝑟, 𝑡)

𝐽(𝑟, 𝑡) = 𝜎𝐸(𝑟, 𝑡)

Si possono effettuare le relative sostituzioni, per cui le equazioni di Maxwell diventano:

𝜕𝐻(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −𝜇
𝜕𝑡

𝜕𝐸(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝜎𝐸(𝑟, 𝑡) + 𝜀
𝜕𝑡

∇ ∙ 𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝜌𝑐 (𝑟, 𝑡)

∇ ∙ 𝐻(𝑟, 𝑡) = 0
𝜕𝜌𝑐 (𝑟, 𝑡)
∇ ∙ 𝐽(𝑟, 𝑡) = −
𝜕𝑡

Si noti che 𝜇, 𝜀 e 𝜎 escono fuori dal segno di derivata perché sono costanti.

Se non ci sono sorgenti esterne, quindi si è in assenza di cariche libere, essendo 𝜌𝑐 la densità di carica esso

è uguale a 0 ciò significa che la divergenza di 𝐽 è uguale a zero:

𝜌𝑐 = 0

Quindi:

∇ ∙ 𝐸(𝑟, 𝑡) = 0

∇ ∙ 𝐽(𝑟, 𝑡) = 0

Il sistema si semplifica enormemente perché le tre divergenze sono uguali a 0:

𝜕𝐻(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −𝜇
𝜕𝑡

𝜕𝐸(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝜎𝐸(𝑟, 𝑡) + 𝜀
𝜕𝑡

∇ ∙ 𝐸(𝑟, 𝑡) = 0

∇ ∙ 𝐻(𝑟, 𝑡) = 0

∇ ∙ 𝐽(𝑟, 𝑡) = 0

Quindi restano solo le prime due equazioni dove, come detto precedentemente:

𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝐸0 𝑒 𝑖𝜔𝑡

𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝐻0 𝑒 𝑖𝜔𝑡

Per cui:

𝜕𝐻0 𝑒 𝑖𝜔𝑡
∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −𝜇
𝜕𝑡
Portiamo fuori dal segno di derivata 𝐻0 (ampiezza iniziale dell’onda) che non dipende dal tempo e

deriviamo rispetto al tempo 𝑒 𝑖𝜔𝑡 (la derivata dell’esponente per l’esponenziale). Si ottiene:

∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −𝜇𝐻0 𝑖𝜔 ∙ 𝑒 𝑖𝜔𝑡

Essendo:

𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝐻0 𝑒 𝑖𝜔𝑡

si ha:

∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −𝜇𝑖𝜔 ∙ 𝐻(𝑟, 𝑡)

Per lo stesso principio:

𝜕𝐸(𝑟, 𝑡) 𝜕𝐸0 𝑒 𝑖𝜔𝑡


∇ × 𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝜎𝐸(𝑟, 𝑡) + 𝜀 = 𝜎𝐸0 𝑒 𝑖𝜔𝑡 + 𝜀 = 𝜎𝐸0 𝑒 𝑖𝜔𝑡 + 𝜀𝐸0 𝑖𝜔 ∙ 𝑒 𝑖𝜔𝑡
𝜕𝑡 𝜕𝑡

Essendo:

𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝐸0 𝑒 𝑖𝜔𝑡

si ha:

∇ × 𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝜎𝐸(𝑟, 𝑡) + 𝜀 ∙ 𝐸(𝑟, 𝑡)𝑖𝜔

Il nostro obbiettivo è trovare delle equazioni che dipendono solo da 𝐸(𝑟, 𝑡) e solo da 𝐻(𝑟, 𝑡) perché così

facendo si separano le variabili e si risolve rispetto ad 𝐸 e rispetto ad 𝐻.

Quando si applica il rotore al primo ed al secondo membro delle due equazioni si ottiene:

∇ × ∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −∇ × [𝜇𝑖𝜔𝐻(𝑟, 𝑡)]

∇ × ∇ × 𝐻(𝑟, 𝑡) = ∇ × [𝜎𝐸(𝑟, 𝑡) + 𝜀 ∙ 𝐸(𝑟, 𝑡)𝑖𝜔]


I matematici hanno dimostrato che il rotore del rotore di una funzione è uguale al gradiente della

divergenza meno il Laplaciano* della funzione:

∇ × ∇ × 𝐹(𝑟, 𝑡) = ∇(∇ ∙ 𝐹) − ∇2 𝐹(𝑟, 𝑡)

Ma la divergenza è 0 quindi il primo termine scompare. Risulta quindi che il rotore del rotore di 𝐸 è uguale

a meno il Laplaciano di 𝐸, ed il rotore del rotore di 𝐻 è uguale a meno il Laplaciano di 𝐻:

∇ × ∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −∇2 𝐸(𝑟, 𝑡)

∇ × ∇ × 𝐻(𝑟, 𝑡) = −∇2 𝐻(𝑟, 𝑡)

*le componenti di nabla sono:

∇2 è uguale alla derivata seconda:

𝜕2 𝜕2 𝜕2
∇2 = + +
𝜕𝑥 2 𝜕𝑦 2 𝜕𝑧 2

Si possono portare fuori dal rotore tutte le costanti, quindi:

−∇2 𝐸 = −𝑖𝜇𝜔∇ × 𝐻 = −𝑖𝜇𝜔(𝜎𝐸 + 𝑖𝜔𝜀𝐸)

−∇2 𝐻 = (𝜎 + 𝑖𝜔𝜀)∇ × 𝐸 = −(𝜎 + 𝑖𝜔𝜀)𝑖𝜇𝜔𝐻

Quindi restano i rotori di 𝐸 e di 𝐻:

∇2 𝐸 − 𝑖𝜇𝜔𝐸(𝜎 + 𝑖𝜔𝜀) = 0

∇2 𝐻 − 𝑖𝜇𝜔𝐻(𝜎 + 𝑖𝜔𝜀) = 0

Da ciò risulta che la prima equazione dipende solo da 𝐸 e la seconda solo da 𝐻, quindi ognuna dipende

solo da una componente dell’onda.


Posto:

𝜇𝜀𝜔2 − 𝑖𝜇𝜔𝜎 = 𝑘 2

si ottiene:

∇2 𝐸 + 𝑘 2 𝐸 = 0

∇2 𝐻 + 𝑘 2 𝐻 = 0

Queste sono due equazioni differenziali di secondo grado, che possono essere risolte imponendo

determinate condizioni al contorno.

I calcoli da svolgere per risolvere queste equazioni non dipendono solo da 𝑡 ma anche dal punto in cui si

osserva il campo perché a seconda della posizione e della distanza dalla sorgente si osservano effetti

diversi perché l’onda ha attraversato volumi diversi, per cui:

∇2 𝐸(𝑟, 𝑡) + 𝑘 2 𝐸(𝑟, 𝑡) = 0

∇2 𝐻(𝑟, 𝑡) + 𝑘 2 𝐻(𝑟, 𝑡) = 0

Tale distanza non deve per forza coincidere con un asse del sistema di riferimento scelto, ed è quindi

rappresentato dal versore 𝑛:


Con queste posizioni le soluzioni del sistema di equazioni differenziali sono:

2𝑟 2𝑟
𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝐴1 𝑒 −√−𝑘 + 𝐴2 𝑒 −√−𝑘

2𝑟 2𝑟
𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝐶1 𝑒 −√−𝑘 + 𝐶2 𝑒 −√−𝑘

dove 𝐴1 , 𝐴2 , 𝐶1 e 𝐶2 sono costanti (che dipendono dal fenomeno fisico che si sta studiando) da

determinare imponendo opportune condizioni al contorno.

Vediamo ora quali sono queste condizioni al contorno.

Assumendo che l'onda si propaga nella direzione 𝑧 e che i campi variano in modo sinusoidale, l'onda è

rappresentata così:

Il piano 𝑋𝑍 contiene la componente 𝐸 mentre il piano 𝑌𝑍 contiene la componente 𝐵, quindi le due

componenti sono ortogonali tra loro ed entrambe sono perpendicolari alla direzione di propagazione

dell’onda.

La variazione sinusoidale di 𝐵 nel piano 𝑌𝑍 genera una variazione nel campo 𝐸 nel piano 𝑋𝑍 e viceversa.

Quindi le due componenti viaggiano accoppiate.

𝑘 viene definito “numero d’onda” (infatti ha le dimensioni dell’inverso di una lunghezza) cioè quante onde

rientrano in un certo intervallo spaziale:

𝑘 2 = 𝜇𝜀𝜔2 − 𝑖𝜇𝜔𝜎
Essendo un numero complesso lo si esprime semplicemente come:

𝑘 = 𝛼 − 𝑖𝛽

dove:

- 𝛼 definisce la parte reale;

- 𝛽 definisce la parte immaginaria.

Estraendo la radice di 𝑘 2 si ottiene:

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛼 = 𝜔 [ (√1 + 2 2 + 1)]
2 𝜀 𝜔

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛽 = 𝜔 [ (√1 + 2 2 − 1)]
2 𝜀 𝜔

dove:

- 𝛼 è detto fattore di assorbimento perché determina come l’energia dell’onda viene assorbita dal

mezzo. Questo fattore è strettamente legato alle caratteristiche fisiche del mezzo e dalla

frequenza dell’onda, quindi a parità di campo si può avere un’energia che si indebolisce in uno

spazio minore perché le proprietà fisiche del mezzo sono diverse;

- 𝛽 è detto fattore di fase perché influenza la fase dell’onda e tiene conto dello smorzamento

dell'onda (l’onda si attenua, diminuendo l'intensità, e si smorza nel tempo per cui la sua fase

cambia).

𝜎2
Si noti che sia nel fattore di fase che nel fattore di assorbimento compare il rapporto 𝜀 2 𝜔2
dove 𝜎 è la

conducibilità elettrica del mezzo, 𝜀 è la costante dielettrica del mezzo e 𝜔 è la frequenza dell’onda.
Esaminiamo ora i casi estremi per cui:

𝜎
≫1
𝜀𝜔

𝜎
≪1
𝜀𝜔

Il primo caso esprime che, a parità di frequenza dell’onda, le correnti di conduzione prevalgono sulle

correnti di spostamento, cioè che 𝜎 ≫ 𝜀 quindi la corrente è trasportata dalle cariche ioniche libere di

muoversi e non dalle cariche di spostamento. Quindi prevale la proprietà conduttiva del mezzo e non

quella dielettrica, cioè il mezzo è un cattivo dielettrico, mentre è un buon conduttore. In questo caso

𝐽(𝑟, 𝑡) ≫ 𝐷(𝑟, 𝑡) (quest’ultimo è praticamente nullo).

Nel secondo caso prevalgono, invece, i comportamenti dielettrici del mezzo, cioè 𝜎 ≪ 𝜀. Quindi a parità

di frequenza dell’onda, la conduzione, ossia il passaggio dell’energia elettromagnetica nel mezzo, è

favorita dalle proprietà dielettriche del mezzo e non da quelle di conduzione. Vuol dire che il mezzo è un

cattivo conduttore ma un buon dielettrico.

𝜎
N.B.: Possono esserci casi in cui il rapporto 𝜀𝜔 assume valori all’interno di questo intervallo. Ciò vuol dire

che i due fenomeni coesistono.

Consideriamo il primo caso (𝜎 ≫ 𝜀):

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛼 = 𝜔 [ (√1 + 2 2 + 1)]
2 𝜀 𝜔

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛽 = 𝜔 [ (√1 + 2 2 − 1)]
2 𝜀 𝜔

𝜎
Essendo ≫ 1, l’1 sotto radice può essere trascurato. Per cui:
𝜀𝜔

0.5
𝜇𝜀 𝜎2 𝜇𝜀 𝜎 0.5
𝛼 ≈ 𝜔[ (√ 2 2 + 1)] ≈ 𝜔[ ( + 1)]
2 𝜀 𝜔 2 𝜀𝜔
𝜎
Di nuovo, ≫ 1 quindi si può trascurare l’1 in parentesi. Quindi:
𝜀𝜔

𝜇𝜀 𝜎 0.5 𝜇𝜎 0.5 𝜇𝜎
𝛼 ≈ 𝜔[ ( )] ≈ 𝜔 [ ] ≈ √𝜔 2
2 𝜀𝜔 2𝜔 2𝜔

Si ottiene:

𝜇𝜎𝜔
𝛼≈√
2

Svolgendo gli stessi calcoli anche per 𝛽, si ottiene:

𝜇𝜎𝜔
𝛼=𝛽≈√
2

Quindi, in questo caso, il fattore di smorzamento e di attenuazione sono uguali.

Ritornando alle soluzioni delle equazioni delle componenti magnetica e elettrica:

2𝑟 2𝑟
𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝐴1 𝑒 −√−𝑘 + 𝐴2 𝑒 −√−𝑘

2𝑟 2𝑟
𝐻(𝑟, 𝑡) = 𝐶1 𝑒 −√−𝑘 + 𝐶2 𝑒 −√−𝑘

reintroducendo la dipendenza dei campi dal tempo 𝑒 𝑖𝜔𝑡 e considerando che:

√−𝑘 2 = √−1√𝑘 2 = 𝑖 √𝑘 2 = 𝑖𝑘

si ottiene (per il campo elettrico):

𝐸(𝑟, 𝑡) = (𝐴1 𝑒 −1𝑘𝑟 + 𝐴2 𝑒 𝑖𝑘𝑟 )𝑒 𝑖𝜔𝑡 = 𝐴1 𝑒 −1𝑘𝑟+𝑖𝜔𝑡 + 𝐴2 𝑒 𝑖𝑘𝑟+𝑖𝜔𝑡

Considerando che:

𝑘 = 𝛼 − 𝑖𝛽

si ottiene:

𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝐴1 𝑒 −𝑖(𝛼−𝑖𝛽)𝑟+𝑖𝜔𝑡 + 𝐴2 𝑒 𝑖(𝛼−𝑖𝛽)𝑟+𝑖𝜔𝑡


Poiché:

𝜇𝜎𝜔
𝛼=𝛽≈√
2

con le dovute sostituzioni, si ottiene:

𝜇𝜎𝜔 𝑖(𝜔𝑡−√𝜇𝜎𝜔𝑟) 𝜇𝜎𝜔 𝑖(𝜔𝑡−√𝜇𝜎𝜔𝑟)


−√ 𝑟 2 √ 𝑟 2
𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝐴1 𝑒 2 𝑒 + 𝐴2 𝑒 2 𝑒

La componente elettrica dell'onda elettromagnetica che si propaga è data quindi dalla somma di due

contributi che hanno una parte reale che moltiplica una quantità complessa.

𝑟 rappresenta la distanza tra il punto di osservazione ed il punto sorgente. Quindi al variare della distanza,

per 𝑟 che aumenta:

𝜇𝜎𝜔
𝑝𝑒𝑟 𝑟 → ∞ , −√ 𝑟→0
2

Questo risultato è fisicamente ragionevole, perché man mano che ci si allontana dalla sorgente l’intensità

dell’onda diventa nulla.

Il secondo esponenziale, per 𝑟 che aumenta, aumenta anch’esso all’infinito:

𝜇𝜎𝜔
𝑝𝑒𝑟 𝑟 → ∞ , √ 𝑟→∞
2

Ciò esprime che man mano che ci si allontana dalla sorgente l’energia dell’onda aumenta.

Questo concetto si scontra col principio di conservazione dell’energia, perché questa all’aumentare della

distanza dal punto sorgente si smorza per vari effetti (attrito, conversione in calore, ecc.).

Per non incorrere in questo assurdo fisico e per avere una soluzione fisicamente ragionevole:

𝐴2 = 0
Rimane quindi solo il primo termine, in cui la prima parte:

𝜇𝜎𝜔
−√ 𝑟
𝑒 2

indica come si trasforma l’ampiezza dell’onda nella sua propagazione, la seconda parte invece:

𝜇𝜎𝜔
𝑖(𝜔𝑡−√ 𝑟)
2
𝑒

ovvero quella complessa, descrive come cambia la fase al crescere di 𝑟.

Questa equazione esprime come, nella sua propagazione, l’onda modifica sia la sua ampiezza che la sua

fase.

Si immagini che il campo abbia solo componente 𝐸𝑥 , cioè che nella direzione 𝑦 e 𝑧 sia nulla.

Nel caso in cui l’onda non si smorza, cioè non vi è assorbimento, quindi il materiale non assorbe (il che è

assurdo), a 𝑡 = 0 e 𝑥 = 0 l’ampiezza è uguale ad 𝐴1 :

𝜇𝜎𝜔 𝜇𝜎𝜔
𝐸(𝑥, 𝑡) = 𝐴1 [cos (𝜔𝑡 − √ 𝑥) + 𝑖 sin (𝜔𝑡 − √ 𝑥)]
2 2

Per poter studiare la propagazione, però, si fissa una posizione 𝑥 e si fa variare il tempo, cioè si vuole

vedere al variare del tempo, in quella posizione, come si trasforma l’onda. Viceversa vale se si fissa il

tempo.

Questi due concetti sono espressi da due grafici:

Il primo esprime che: fissato un istante 𝑡1 > 0 come si muove l’onda al variare della posizione. A 𝑡 = 0

l’onda è quella indicata dalla linea continua, mentre a 𝑡1 l’onda è indicata dalla linea tratteggiata.
Il secondo grafico indica come varia l’onda al variare del tempo: si fissa una posizione 𝑥1 > 0. Alla

posizione 𝑥0 l’onda è quella indicata dalla linea continua, alla posizione 𝑥1 al variare del tempo l’onda

viaggia nel modo indicato dalla linea tratteggiata.

Questo però vale se l’onda si propaga nel vuoto, poiché si propaga nella materia vuol dire che questo

corpo ha delle sue caratteristiche fisiche (permeabilità magnetica, costante dielettrica e permettività

elettrica). Tali proprietà sono espresse da questa quantità:

𝜇𝜎𝜔 𝜇𝜎𝜔 𝜇𝜎𝜔


−√ 𝑥
𝐸(𝑥, 𝑡) = 𝐴1 𝑒 2 [cos (𝜔𝑡 −√ 𝑥) + 𝑖 sin (𝜔𝑡 − √ 𝑥)]
2 2

Al variare della posizione, cioè all’aumentare della distanza dalla sorgente questa quantità diminuisce

tendendo a zero.

Questo discorso vale anche per la componente magnetica, infatti anch’essa si attenua.

L’attenuazione è plausibile perché l’energia elettromagnetica viene assorbita dal mezzo in base alle

proprie caratteristiche elettriche e magnetiche: se il mezzo è molto conduttivo significa che assorbe molta

energia, quindi a grandi distanze non si osserva nessun fenomeno perché l’onda si è completamente

smorzata.

Nella sua propagazione l’onda si attenua con costante di attenuazione 𝛼, che rappresenta la parte reale

del coefficiente del numero d’onda ed ha le dimensioni dell’inverso di una lunghezza (𝑚−1).

Quando la distanza 𝑟 a cui si osserva l’onda elettromagnetica è uguale a 1/𝛼 si ha:

1 2
𝑟= =𝛿=√
𝛼 𝜇𝜎𝜔

ed il campo 𝐸 si riduce a:

𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝐴1 𝑒 −1 [𝑒 𝑖(𝜔𝑡−1) ]
Ma 𝑒 −1 è uguale all’inverso dell’esponenziale naturale ovvero:

1
𝑒 −1 = = 0.37
𝑒

Quindi quando si osserva cosa succede in un punto a distanza 𝑟 dalla sorgente, dove 𝑟 è uguale all’inverso

del coefficiente di assorbimento, l’intensità (l’ampiezza) dell’onda si è ridotta del 37%.

𝛿 è detta skin depth (o profondità pelle) in quanto descrive il cosiddetto “effetto pelle”: in un mezzo

conduttore il campo elettromagnetico si attenua (viene assorbito) in proporzione alla frequenza e alla

conducibilità elettrica. Un mezzo più conduttivo, infatti, assorbe più rapidamente il campo di un mezzo

più resistivo (che è più “trasparente”) a parità di frequenza, mentre a parità di conducibilità elettrica il

mezzo assorbe più rapidamente il campo a frequenza più elevata. Questo è importante perché quando si

effettua una prospezione geofisica per una valutazione grossolana dei parametri fisici che caratterizzano

il sistema che si sta indagando, si conosce il contesto geologico in cui si lavora, si conosce il valore della

conducibilità elettrica del materiale, 𝜔 è nota perché l’onda siamo noi a scegliere l’onda elettromagnetica

(nel caso di sorgenti artificiali). Ciò vuol dire che si sa già di quanto si è attenuata l’onda ad una certa

distanza.

Quindi a questo punto si può lavorare sulla frequenza, se si ha un terreno molto conduttivo significa che

𝜎 è molto alto quindi se si usano frequenze molto basse si può aumentare l’effetto pelle. Ma se la

frequenza è fissata non si può agire su di essa, però si può dire che per mezzi molto conduttivi l’onda si

attenua a piccole profondità, cioè l’energia dell’onda viene assorbita subito. Viceversa se si ha un terreno

a bassa conducibilità, l’onda si approfondisce di più. Quindi l’effetto pelle sta ad indicare la profondità per

la quale l’onda elettromagnetica ha un contenuto energetico almeno pari al 63% del contenuto che aveva

inizialmente.

Quindi se si lavora su un terreno di cui si conosce la conducibilità si può agire sulla frequenza,

diminuendola se ci si vuole approfondire di più.


Ciò spiega perché le onde ad alta frequenza si smorzano prima e quelle a bassa frequenza raggiungono

profondità più elevate. Le anomalie ad alta frequenza sono indice di corpi a bassa profondità e le anomalie

a bassa frequenza sono indice di corpi ad alta profondità.

Poiché la velocità di fase è data da:

𝜔 𝜔 2𝜔
𝑣= = =√
𝑘 𝜇𝜎𝜔 𝜇𝜎

2

dove:

- 𝜔 è la pulsazione;

- 𝑘 è il numero d’onda

Guardando questa relazione si capisce che la velocità di fase di un’onda che si propaga in un mezzo

conduttivo è un’onda dispersiva perché la sua velocità dipende dalla frequenza dell’onda. Quindi

all’aumentare della frequenza aumenta la velocità alla quale l’onda si propaga.

Esaminiamo ora il caso 2, il caso in cui il rapporto 𝜎⁄𝜀𝜔 ≪ 1.

In questo caso prevalgono le correnti di spostamento quindi il corpo si comporta come un buon

dielettrico.

Partendo dalle espressioni:

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛼 = 𝜔[ (√1 + 2 2 + 1)]
2 𝜀 𝜔

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛽 = 𝜔 [ (√1 + 2 2 − 1)]
2 𝜀 𝜔
𝜎2
Essendo 𝜀2 𝜔2 ≪ 1 diventa trascurabile, per cui:

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛼 = 𝜔[ (√1 + 2 2 + 1)] ≈ 𝜔(𝜇𝜀)0.5
2 𝜀 𝜔

0.5
𝜇𝜀 𝜎2
𝛽 = 𝜔[ (√1 + 2 2 − 1)] ≈0
2 𝜀 𝜔

Ciò significa che le onde elettromagnetiche subiscono un’attenuazione. In questo caso il coefficiente di

assorbimento (𝛼) dipende dalla costante dielettrica (𝜀), mentre prima dipendeva da 𝜎. E il fattore di fase

(𝛽) è nullo.

Quindi il campo 𝐸 dato da:

𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝐴1 𝑒 −𝑖(𝛼−𝑖𝛽)𝑟+𝑖𝜔𝑡 = 𝐴1 𝑒 𝑖(𝜔𝑡−𝛼𝑟) 𝑒 −𝛽𝑟

diventa:

𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝐴1 𝑒 𝑖(𝜔𝑡−𝜔√𝜇𝜀𝑟

Se si sviluppa la formula di Eulero, l’espressione sopra diventa:

𝐸(𝑟, 𝑡) = 𝐴1 [cos(𝜔𝑡 − 𝜔√𝜇𝜀𝑟) + 𝑖 sin(𝜔𝑡 − 𝜔√𝜇𝜀𝑟)]

In questo caso non compare più la quantità relativa all'assorbimento dell'onda, ciò vuol dire che per i

mezzi dielettrici, che sono resistivi, l'assorbimento è nullo perché è come se il mezzo fosse trasparente.

La velocità di fase invece sarà:

𝜔 𝜔 1
𝑣= = =
𝑘 𝜔√𝜇𝜀 √𝜇𝜀

Ora l'onda non è più dispersiva perché non dipende più dalla frequenza e dalla conducibilità dell’onda.

Ora dipende solo da 𝜀, ovvero dalla conduttività elettrica del mezzo, ovvero alla capacità del mezzo di

permettere il passaggio di un campo elettrico e da 𝜇.


Quindi qualunque sia la frequenza dell’onda elettromagnetica la velocità è sempre la stessa.

Ricordando che nel vuoto la velocità delle onde elettromagnetiche, 𝑐, è data da:

𝑐 = 3 × 108 𝑚/𝑠

dove:

- 𝑐 è la velocità della luce nel vuoto

quindi:

1
𝑐=
√𝜇0 𝜀0

Tenuto conto che la permeabilità magnetica dei materiali è, salvo casi particolari (ad esempio in presenza

di materiali ferromagnetici), all’incirca uguale a quella del vuoto:

𝑁
𝜇 ≈ 𝜇0 = 4𝜋 × 10−7
𝐴2

Poiché la costante dielettrica relativa è data dal rapporto tra la costante dielettrica propria del mezzo e la

costante dielettrica del vuoto:

𝜀
𝜀𝑟 =
𝜀0

dove:

- 𝜀0 = 8.85 × 10−12 𝐶 2 ⁄𝑚2 𝑁

Se si sostituiscono queste quantità nella formula della velocità di fase si ottiene:

1 1 𝑐
𝑣= ≈ ≈
√𝜇𝜀 √𝜇0 𝜀0 𝜀𝑟 √𝜀𝑟

Dove:

- 𝜀𝑟 è la costante dielettrica del mezzo che si sta indagando in cui l’onda si propaga.
Questa relazione è fondamentale quando si parla di prospezione GPR, perché il parametro fisico che

interagisce con l’onda elettromagnetica è proprio 𝜀𝑟 . Quindi se per esempio un’onda radio si propaga

nell’acqua, 𝜀𝑟 = 80, cioè la costante dielettrica del mezzo è 80 volte quella del vuoto. Vuol dire che è un

ottimo dielettrico. La velocità con cui l’onda si propaga nell’acqua è 3.3 𝑐𝑚/𝑛𝑠.

Queste sono le costanti dielettriche relative e le velocità di propagazione di alcuni materiali:

IMPEDENZA DELL’ONDA ELETTROMAGNETICA

Una grandezza importantissima in elettromagnetismo è l’impedenza caratteristica dell’onda (𝑍) che si

propaga in un mezzo. Essa è uguale all’impedenza acustica ed esprime il contrasto, ossia la resistenza, che

un mezzo offre al passaggio di energia elettromagnetica dovuto alle caratteristiche elettriche e

magnetiche del mezzo (𝜇, 𝜎 e 𝜀).

Quindi l’onda è condizionata ed impedita nel suo percorso nel sottosuolo dalle sue proprietà elettriche e

magnetiche.

Per definire questa grandezza partiamo dalla prima Legge di Maxwell:

𝜕𝐻(𝑡)
∇ × 𝐸(𝑡) = −𝜇
𝜕𝑡
Questa equazione si scinde in tre equazioni ognuna in riferimento alle 3 componenti:

𝜕𝐸𝑧 𝜕𝐸𝑦 𝜕𝐻𝑥


− = −𝜇
𝜕𝑦 𝜕𝑧 𝜕𝑡

𝜕𝐸𝑥 𝜕𝐸𝑧 𝜕𝐻𝑦


− = −𝜇
𝜕𝑧 𝜕𝑥 𝜕𝑡

𝜕𝐸𝑦 𝜕𝐸𝑥 𝜕𝐻𝑧


− = −𝜇
𝜕𝑥 𝜕𝑦 𝜕𝑡

Eseguiamo ora una grande semplificazione, il campo elettrico ha solo la componente lungo 𝑥, quindi:

𝐸𝑦 = 𝐸𝑧 = 0

e il campo magnetico ha componente solo lungo 𝑦:

𝐻𝑥 = 𝐻𝑧 = 0

Quindi di tutto il set di equazioni resta solo:

𝜕𝐸𝑥 𝜕𝐻𝑦
= −𝜇
𝜕𝑧 𝜕𝑡
Poiché abbiamo supposto che l’onda elettromagnetica si propaga lungo la direzione 𝑧 e che i campi 𝐸 e 𝐵

sono diretti nelle direzioni 𝑥 ed 𝑦, rispettivamente, si avrà:

𝐸(𝑥, 𝑡) = 𝐸𝑥 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧

𝐻(𝑦, 𝑡) = 𝐻𝑦 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧

Bisogna, ora, derivare 𝐸𝑥 rispetto a 𝑧 e 𝐻𝑦 rispetto al tempo.

Calcoliamo la prima derivata:

𝜕𝐸𝑥
= 𝐸𝑥 (−𝑖𝑘𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧 ) = −𝑖𝑘𝐸𝑥 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧
𝜕𝑧

e la seconda:

𝜕𝐻𝑦
= 𝐻𝑦 (𝑖𝜔𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧 ) = 𝑖𝜔𝐻𝑦 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧
𝜕𝑡

Sostituendo i valori appena ottenuti nell’equazione:

𝜕𝐸𝑥 𝜕𝐻𝑦
= −𝜇
𝜕𝑧 𝜕𝑡

si ottiene:

−𝑖𝑘𝐸𝑥 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧 = −𝜇𝑖𝜔𝐻𝑦 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧

effettuando le dovute semplificazioni si ottiene:

−𝑖𝑘𝐸𝑥 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧 = −𝜇𝑖𝜔𝐻𝑦 𝑒 𝑖𝜔𝑡−𝑖𝑘𝑧

𝑘𝐸𝑥 = 𝜇𝐻𝑦 𝜔

𝐸𝑥 𝜇𝜔
=
𝐻𝑦 𝑘

𝐸
Si definisce, quindi, impedenza d’onda elettromagnetica (𝑍) il rapporto: 𝐻𝑥 .
𝑦
Sapendo che:

𝑘 2 = 𝜇𝜀𝜔2 − 𝑖𝜇𝜔𝜎

si ha:

𝐸𝑥 𝜇𝜔 𝜇𝜔 𝜇 𝑖𝜎 −0.5
𝑍= = = ±√ = √ (1 − ) (𝑂ℎ𝑚)
𝐻𝑦 𝑘 𝜀𝜔 − 𝑖𝜎 𝜀 𝜀𝜔

Nei mezzi dielettrici 𝜎 è molto piccolo e 𝜔 è molto grande per cui 𝜎⁄𝜀𝜔 → 0 per cui:

𝜇
𝑍≈√
𝜀

Se l’onda elettromagnetica si propaga nel vuoto, l’impedenza è data semplicemente dal rapporto:

𝜇0
𝑍 = √ = 377Ω
𝜀0

che esprime la resistenza che il mezzo offre alla propagazione dell’onda elettromagnetica.

Analizziamo ora i vari casi che si possono verificare.

Immaginiamo di avere due mezzi dielettrici a contatto. Il primo mezzo è caratterizzato da un’impedenza:

𝜇1
𝑍1 = √
𝜀1

ed il secondo mezzo caratterizzato da un’impedenza:

𝜇2
𝑍2 = √
𝜀2

Quando un’onda elettromagnetica impatta una superficie di discontinuità che separa due mezzi con

caratteristiche fisiche diverse parte dell’energia viene riflessa e parte viene trasmessa.
La quantità di energia riflessa e trasmessa è espressa (in funzione dell’impedenza) rispettivamente da:

𝑍2 − 𝑍1
𝑅=
𝑍2 + 𝑍1

2𝑍2
𝑇=
𝑍2 + 𝑍1

dove:

- 𝑅 è il coefficiente di riflessione;

- 𝑇 è il coefficiente di trasmissione.

Ammesso che non si stia indagando un terreno contenente materiali ferromagnetici, si ha:

𝜇1 = 𝜇2 = 𝜇0

Sostituendo questo valore nelle espressioni dell’impedenza 𝑍1 e 𝑍2 , il coefficiente di riflessione è dato da:

√𝜀1 − √𝜀2
𝑅=
√𝜀1 + √𝜀2

Mentre il coefficiente di trasmissione è dato da:

2√𝜀1
𝑇=
√𝜀1 + √𝜀2

Si riesce quindi a determinare l’energia dell’onda elettromagnetica riflessa e quella dell’onda

elettromagnetica rifratta.

Se invece siamo nella situazione che il primo mezzo è un dielettrico, quindi la sua impedenza è regolata

da questo rapporto:

𝜎1
≪1
𝜔𝜀1

e il secondo mezzo è un conduttivo, per cui la sua impedenza è data da:

𝜎2
≫1
𝜔𝜀2
l’approssimazione 𝜇1 = 𝜇2 = 𝜇0 non è più valida. In questo caso sostituendo i valori delle impedenze

nell’equazione del coefficiente di riflessione si ottiene:

𝜎2
√𝜀1 − √𝜀2 (1 − 𝑖 𝜔𝜀 )
2
𝑅=
𝜎2
√𝜀1 + √𝜀2 (1 − 𝑖 𝜔𝜀 )
2

che dipende dalla conducibilità del mezzo e dalla frequenza dell’onda, mentre nel caso precedente

dipendeva solo dalla costante dielettrica dei mezzi.

Il coefficiente di trasmissione non è presente perché l’energia elettromagnetica tende a restare nel mezzo

dielettrico perché la propagazione non è favorita in un mezzo molto conduttivo.

Altri casi non sono significativi poiché i mezzi conduttivi attenuano rapidamente il segnale, ad esempio se

si hanno due mezzi conduttivi non ha senso fare questo discorso perché non comparirebbero né 𝑅 né 𝑍.

Questa è una tabella in cui sono riportate tutte le grandezze che caratterizzano la propagazione delle onde

elettromagnetiche (da imparare a memoria):


I vari metodi di prospezione elettromagnetica vengono classificati in base alle frequenze che vengono

utilizzate nella genesi dell’onda elettromagnetica:

Le frequenze estremamente basse (ELF) vengono utilizzate per lo studio della struttura della Terra per

trovare discontinuità importanti come le Moho.

Le frequenze basse (LF) vengono utilizzate per l’esplorazione mineraria/petrolifera.

Le onde metriche (VHF), decimetriche (UHF) e centimetriche (SHF) rientrano nel campo di applicazione

del GPR per applicazioni archeologiche/ingegneristiche.

L’infrarosso (IR - termografia all’infrarosso termico) è una tecnica molto utilizzata in ingegneria

aerospaziale per vedere lo stato dei materiali nei primi millimetri di spessore, ad esempio per vedere la

presenza di crepe nelle fusoliere.

Di nostro interesse sono le frequenze che vanno dal centimetro fino a qualche km perché queste

lunghezze d’onda ci permettono di applicare i metodi elettromagnetici in diversi campi: architettonico,

archeologico, ingegneristico, oil and gas, ambientale, risorse minerarie/energetiche.


Questi metodi vengono anche utilizzati nell’ambito dei rischi ambientali, ad esempio con il rilievo

elettromagnetico a frequenze abbastanza basse (𝟑𝟎𝟎𝒌𝒉𝒛 − 𝟑𝑴𝒉𝒛) si possono fare studi a carattere

regionale, studiare come varia la copertura di versanti che insistono su tratti autostradali, ecc.

METODI DI PROSPEZIONE ELETTROMAGNETICI A BASSA FREQUENZA

Analizziamo ora i metodi di prospezione elettromagnetica a bassa frequenza ossia il caso in cui le proprietà

di conduzione prevalgono su quelle dielettriche del mezzo, il che implica che la proprietà elettrica

fondamentale è la resistività elettrica. Infatti per i valori di conducibilità elettrica che generalmente

caratterizzano le rocce costituenti la crosta superiore (10−3 − 1 𝑀ℎ𝑜/𝑚) quindi la resistività è 1 −

103 𝑂ℎ𝑚/𝑚. Per questi valori prevalgono le proprietà di conduzione quindi siamo nel caso a bassa

frequenza.

La relazione:

𝜎
≫1
𝜀𝜔

è soddisfatta se con quel range di conducibilità si utilizzano frequenze molto basse.

Quindi vale solo se si usano frequenze:

𝜔 ≪ 106 𝑟𝑎𝑑/𝑠

A queste frequenze (intorno ai 15 𝑘𝐻𝑧) il campo elettromagnetico si comporta come un campo “statico”.

I metodi a bassa frequenza si distinguono in due tipologie:

1. |𝑘|𝑟 ≪ 1

2. |𝑘|𝑟 ≫ 1

Dove 𝑘 è il numero d’onda e 𝑟 è la distanza tra la sorgente del campo ed il ricevitore.

Il primo, dove il numero di induzione è molto basso, si riferisce ai metodi a basso numero d’onda (o Low

Induction Number, LIN).


Il secondo si riferisce ai metodi ad onda piana, ovvero metodi che si basano sull’ipotesi che la distanza tra

sorgente e ricevitore è molto più grande della lunghezza d’onda 𝜆 nel vuoto (il metodo magnetotellurico

si basa su questa approssimazione).

Il metodo che analizzeremo è il metodo FDEM (Frequency Domain Electro-Magnetic) è un metodo LIN.

I metodi LIN usano una strumentazione che è fatta da bobine che generano una corrente elettrica per

generare dei campi magnetici variabili nel tempo.

Il principio su cui si basano i metodi LIN è schematizzato nell’immagine sotto:

Le tecniche di prospezione elettromagnetica a bassa frequenza si basano sull’utilizzo di una bobina

trasmittente ed una ricevente, distanziate in maniera opportuna e con geometrie e caratteristiche

variabili da strumento a strumento (le distanze diverse tra le bobine, coils, e frequenze diverse del campo

primario forniscono profondità d‘indagine diverse). La bobina trasmittente, percorsa da corrente elettrica

alternata, genera un campo magnetico primario, anch’esso variabile, che si propaga nell’aria e nel suolo.

Questo campo, attraversando il suolo, genera a sua volta genera una forza elettromotrice che tende ad

apporsi alla variazione di corrente che l’ha generata (Legge di Lenz*). Questa forza elettromotrice funge
da generatore di tensione che mette in moto le cariche dando origine a correnti secondarie (correnti

indotte o parassite o di Focault) variabili nel tempo che attraversano il suolo più o meno facilmente a

seconda della propria conducibilità elettrica, ovvero queste correnti saranno tanto più intense quanto

maggiore sarà la capacità di conduzione del mezzo nel quale esse si sono formate. La corrente elettrica

indotta produce a sua volta un campo magnetico secondario che, arrivando alla bobina ricevente, viene

di nuovo trasformato in corrente elettrica e quindi misurato. La bobina ricevente capta il campo

secondario, ma insieme ad esso capta anche il campo primario perché questo è ancora attivo durante la

misura. Per cui, il segnare captato dalla bobina ricevente è la risultante dei due campi magnetici (primario

e secondario) la cui direzione sarà la composizione vettoriale dei due campi.

*La Legge di Lenz afferma la variazione di una corrente alternata genera un campo di induzione magnetica

primario che, a sua volta, varia nel tempo e genera una forza elettromotrice che si oppone alla variazione

della corrente che le ha generate.

IL CIRCUITO RC & RLC

Un circuito 𝑅𝐶 è un circuito elettrico basato su una resistenza (𝑅) e sulla presenza di un elemento

dinamico, il condensatore (𝐶):

Il ruolo del condensatore è quello di addensare le cariche, cioè di trattenerle a sé; la resistenza invece

oppone una specifica resistenza elettrica al passaggio della corrente elettrica.


Questo è un circuito elettrico composto da due componenti elettriche ma,

nella teoria dei circuiti elettrici, esiste un’altra componente elettrica,

l’induttore (𝐿) il cui simbolo è un solenoide avente un certo numero di

spire. Si avrà così un circuito 𝑅𝐿𝐶 (Resistenza Induttanza Condensatore).

L’induttore è componente elettrico costituito da un materiale conduttivo (metallico) avvolto su sé stesso

che genera un campo magnetico al passaggio di corrente elettrica.

La corrispondente grandezza fisica è l’induttanza, ovvero la proprietà dei circuiti elettrici tale per cui la

corrente che li attraversa induce una forza elettromotrice che, per la Legge di Lenz, si oppone alla

variazione dell'intensità della corrente stessa.

AUTO-INDUZIONE

È fondamentale comprendere il fenomeno dell’auto-induzione per capire il fenomeno di mutua induzione,

in quanto i metodi elettromagnetici studiano la capacità del terreno di generare fenomeni di mutua

induzione.

Si consideri una spira percorsa da una corrente 𝑖 variabile nel tempo che produce un campo magnetico, e

quindi un flusso magnetico.

Ai capi della spira si genera una forza elettromotrice che si oppone alla variazione della corrente. La forza

elettromotrice è proporzionale alla derivata del campo 𝐵 che, a sua volta, è proporzionale alla corrente

che fluisce nella spira. Quindi la forza elettromotrice è data dalla relazione:

𝑑𝑖
𝑓. 𝑒. 𝑚. = −𝐿
𝑑𝑡

Il segno – indica che la forza elettromotrice si oppone alla variazione di corrente che circola nella spira e

questa variazione è strettamente legata all’induttanza 𝐿 che dipende solo dalla geometria del circuito

(numero di spire, larghezza delle spire, spaziatura delle spire e lunghezza del solenoide). Quindi 𝐿 è un

parametro geometrico, per cui maggiore è 𝐿 maggiore è la forza elettromotrice che si genera. Più le spire

sono fitte e più è lungo l’avvolgimento maggiore sarà l’induttanza del circuito.
Questo è il fenomeno di auto-induzione.

Si consideri un solenoide fatto da 𝑁 spire avvolte intorno a un cilindro metallico di raggio 𝑟 ed altezza ℎ.

Nel caso in cui ℎ >> 𝑟, cioè la lunghezza del solenoide è molto più grande del raggio della spira, il campo

magnetico che si genera all’interno del solenoide, le cui linee di forza sono rappresentate nell’immagine

sotto, quando il solenoide è percorso da una corrente 𝑖, è dato da questa formula:

𝑁𝑖
𝐵 = 𝜇0

dove:

- 𝑁 è il numero di spire;

- 𝑖 è la corrente che circola nelle spire;

- ℎ è l’altezza del solenoide

Linee di forza del campo magnetico generato nel solenoide.

Da ciò si deduce che il campo magnetico è strettamente legato alla geometria del solenoide. Quindi a

parità di intensità di corrente e di altezza ℎ, un solenoide formato da un numero molto elevato di spire

avrà un campo molto più intenso e le linee di forza saranno molto più addensate.

Il flusso di 𝐵 attraverso il solenoide sarà 𝑁 volte quello della singola spira, quindi:

𝑁𝑖 2
Φ(𝐵) = 𝑁𝜇0 𝜋𝑅

dove:

- 𝜋𝑅 2 è la superficie della sezione del solenoide.

Cioè il flusso è dato dal campo creato per ogni singola spira moltiplicato il numero di spire.
Quindi la forza elettromotrice auto-indotta è uguale a:

𝑑Φ(𝐵)
𝑓. 𝑒. 𝑚. = −
𝑑𝑡

Se si deriva rispetto al tempo questa quantità si ha:

𝑁 2 2 𝑑𝑖
𝑓. 𝑒. 𝑚. = −𝜇0 𝜋𝑅
ℎ 𝑑𝑡

Che rappresenta l’induttanza:

𝑁2 2
𝐿 = 𝜇0 𝜋𝑅

Quindi:

𝑁 2 2 𝑑𝑖 𝑑𝑖
𝑓. 𝑒. 𝑚. = −𝜇0 𝜋𝑅 = −𝐿
ℎ 𝑑𝑡 𝑑𝑡

In ultima analisi, la forza elettromotrice auto-indotta è quella generata da una corrente variabile nel

tempo che passa attraverso un solenoide.

Quindi maggiore sarà l'induttanza della bobina, maggiore sarà il campo magnetico prodotto e quindi la

forza elettromotrice che si oppone. Inoltre maggiore è il raggio della spira, maggiore sarà il flusso di

induzione magnetica e quindi maggiore sarà la profondità di penetrazione dell'onda elettromagnetica.

L’unità di misura dell’induttanza è l’Henry (𝐻), dal fisico che ha studiato i fenomeni di auto-induzione,

dove:

𝑊𝑒𝑏𝑒𝑟
1 𝐻𝑒𝑛𝑟𝑦 = 1
𝐴𝑚𝑝𝑒𝑟𝑒

Nella pratica, però, le forze elettromotrici che vengono indotte sulla base delle correnti che noi generiamo

sono nell’ordine dei 𝑚𝑖𝑙𝑙𝑖𝐻𝑒𝑛𝑟𝑦 (𝑚𝐻).


MUTUA INDUZIONE

Il concetto di mutua induzione è molto importante per capire la relazione tra la bobina ricevente, bobina

trasmittente ed il terreno.

Questi tre elementi si comportano come un circuito 𝑅𝐿𝐶, però, trascurando effetti dovuti a cariche di

polarizzazione, essi si comportano come circuiti 𝑅𝐿.

È stato già detto che un’induttanza produce un campo magnetico proporzionale alla corrente che scorre

nell’induttore. Se le linee di forza di questo campo intersecano un altro solenoide avviene un fenomeno

di mutua induzione: si immaginino due spire e si faccia circolare nella prima spira una corrente 𝑖1 per cui

nel secondo circuito si registra una forza elettromotrice indotta (𝑉2 ) data da:

𝑑𝑖1
𝑉2 = 𝑀12
𝑑𝑡

dove:

- 𝑀12 è il coefficiente di mutua induzione che dipende dalle caratteristiche della prima e della

seconda spira.

Viceversa una corrente 𝑖2 che circola nella seconda spira genera una forza elettromotrice indotta (𝑉1)

nella prima spira data da:

𝑑𝑖2
𝑉1 = 𝑀21
𝑑𝑡

Poiché la geometria delle due spire non cambia si ha:

𝑀12 = 𝑀21
Schematizzando in termini di circuito 𝑅𝐿 una situazione di campo:

Il circuito 𝑇𝑋 rappresenta la bobina trasmittente, il circuito 𝑅𝑋 rappresenta la bobina ricevente ed il

circuito 𝐸𝑎𝑟𝑡ℎ/𝑇𝑎𝑟𝑔𝑒𝑡 rappresenta il terreno.

Dove:

- 𝐿𝑖 e 𝑅𝑖 rappresentano la resistenza e l’auto-induttanza del circuito 𝑖, ossia il flusso magnetico che

passa attraverso il loop 𝑖 generato dal flusso di corrente nello stesso loop;

- 𝑀𝑖𝑗 rappresenta l’induttanza mutua (ossia il flusso magnetico che passa attraverso il loop 𝑗 dovuto

a una corrente elettrica unitaria che fluisce nel loop 𝑖). È un fattore puramente geometrico che

dipende dall’orientazione relativa e ubicazione dei due loop.

N.B.: Nel caso delle bobine la resistenza si riferisce al materiale della spira (filo di metallo).

Quindi si genera una corrente che fluisce e genera il campo magnetico primario che penetra nel terreno

e produce una forza elettromotrice che dipende dalla resistenza del terreno e dalla sua induttanza (questo

metodo ovviamente è valido per i mezzi conduttivi, non per quelli resistivi). Le correnti parassite che si

sono generate inducono un campo magnetico secondario che viene captato dalla bobina ricevente.
Domanda  Perché schematizziamo la Terra come un circuito 𝑅𝐿 e non come un circuito 𝑅𝐿𝐶?

Risposta  Non è presente il condensatore perché in esso il campo magnetico è nullo essendo:

𝑆
𝐶=𝜀
𝑑

dove:

- 𝐶 è la capacità del condensatore;

- 𝑆 è la superficie dell’armatura;

- 𝑑 è la distanza tra le armature.

Quindi 𝐶 dipende soltanto dalla costante dielettrica per cui non compare la permeabilità magnetica.

La forza elettromotrice indotta (tensione) creata in virtù del campo magnetico primario risulta sfasata

rispetto al campo primario di una quantità pari a 𝜋⁄2 perché le due componenti sono ortogonali.

Quindi la variazione del campo magnetico primario produce una variazione del campo elettrico ad esso

perpendicolare per cui la forza elettromotrice indotta è perpendicolare al campo primario.

Ma le correnti secondarie, che si formano in virtù della forza elettromotrice, hanno bisogno di un

determinato lasso di tempo affinché si formino, quindi sono sfasate di un certo angolo 𝛼 rispetto al campo

indotto.
Una volta generato, il campo magnetico secondario interagisce col campo primario, quindi il segnale che

registra lo strumento (elettro-magnetometro) è la risultante 𝑅 in termini delle sue due componenti:

1. una componente in fase col campo primario (componente reale), ovvero la componente

orizzontale;

2. una componente sfasata di 𝜋⁄2 rispetto al campo primario (componente in quadratura di fase o

immaginaria).

Nella bobina trasmittente circola una corrente monocromatica variabile nel tempo (𝐼𝑝 ) data da:

𝐼𝑝 = 𝐼𝑃0 sin(𝜔𝑡)

dove:

- 𝐼𝑃0 è l’intensità iniziale;

- 𝜔 è la frequenza (2𝜋𝑟𝑎𝑑).

Che avrà un andamento del genere:

𝐼𝑝

𝜔𝑡

Questa funzione assume valore massimo per 𝜔𝑡 = 𝜋⁄2 quindi per 𝑡 = 1⁄4.
Tale corrente creerà un campo magnetico primario (𝐻𝑝 ) dato da:

𝐻𝑝 = 𝑘𝐼𝑝 = 𝑘𝐼𝑃0 sin(𝜔𝑡)

dove:

- 𝑘 è il coefficiente di autoinduzione della spira trasmittente che dipende dalla geometria della

bobina.

Quindi, la forza elettromotrice indotta (𝑒𝑐 ) in un corpo conduttore nel sottosuolo è data da:

𝑑𝐼𝑝
𝑒𝑐 = −𝑀𝑡𝑐
𝑑𝑡

dove:

- 𝑀𝑡𝑐 è il coefficiente di mutua induzione:

o 𝑡 rappresenta la bobina trasmittente;

o 𝑐 rappresenta il corpo conduttore.

Sostituendo:

𝐼𝑝 = 𝐼𝑃0 sin(𝜔𝑡)

nell'espressione della forza elettromotrice, bisogna derivare rispetto al tempo l’equazione precedente:

𝑑𝐼𝑝
𝑒𝑐 = −𝑀𝑡𝑐 = −𝜔𝑀𝑡𝑐 𝐼𝑃0 cos(𝜔𝑡)
𝑑𝑡

Essendo le funzioni cos e sin sfasate di 90°, si può sostituire il termine 𝑖 allo sfasamento ottenendo:

−𝜔𝑀𝑡𝑐 𝐼𝑃0 cos(𝜔𝑡) = −𝑖𝜔𝑀𝑡𝑐 𝐼𝑃0 sin(𝜔𝑡)


Essendo:

𝐻𝑝 = 𝑘𝐼𝑃0 sin(𝜔𝑡)

sostituendo si ottiene:

−𝑖𝜔𝑀𝑡𝑐 𝐻𝑝
−𝑖𝜔𝑀𝑡𝑐 𝐼𝑃0 sin(𝜔𝑡) =
𝑘

Così facendo si mette in relazione il campo primario con la forza elettromotrice da esso generata.

La forza elettromotrice (𝑒𝑐 ) induce nel corpo conduttore una corrente parassita legata alle caratteristiche

elettriche e magnetiche del mezzo quali la resistenza del conduttore (𝑟𝑐 ) e la sua induttanza (𝐿𝑐 ). Si

dimostra che la corrente parassita (𝑖𝑐 ) generata dalla forza elettromotrice (𝑒𝑐 ) è data dalla relazione:

𝑒𝑐
𝑖𝑐 =
𝑟𝑐 + 𝑖𝜔𝐿𝑐

Esaminiamo ora due casi limite in cui, a parità di 𝐿𝑐 :

1. il mezzo è un buon conduttore

2. il mezzo è un cattivo conduttore.

Nel primo caso 𝑟𝑐 è molto basso, quindi la forza elettromotrice genera una corrente parassita molto alta

per cui anche il campo secondario sarà, a sua volta, molto alto.

Nel secondo caso 𝑟𝑐 è molto alto per cui la corrente parassita che genera la forza elettromotrice sarà molto

bassa.

Poiché:

−𝑖𝜔𝑀𝑡𝑐 𝐻𝑝
𝑒𝑐 =
𝑘

sostituendo questo valore nell’equazione precedente si ottiene:

−𝑖𝜔𝑀𝑡𝑐 𝐻𝑝
𝑖𝑐 =
𝑘(𝑟𝑐 + 𝑖𝜔𝐿𝑐 )
Questa corrente parassita, poiché varia nel tempo, genera un campo magnetico secondario (𝐻𝑠 ) che sarà

uguale a:

𝑘′𝑖𝜔𝑀𝑡𝑐 𝐻𝑝
𝐻𝑠 = 𝑘 ′𝑖𝑐 = −
𝑘(𝑟𝑐 + 𝑖𝜔𝐿𝑐 )

che sarà registrato dalla bobina ricevente, sovrapposto al primario.

Moltiplicando e dividendo tutto per (𝑟𝑐 − 𝑖𝜔𝐿𝑐 ) si ottiene:

𝑘′𝑖𝜔𝑀𝑡𝑐 𝐻𝑝 (𝑟𝑐 − 𝑖𝜔𝐿𝑐 )


𝐻𝑠 = −
𝑘(𝑟𝑐 + 𝑖𝜔𝐿𝑐 ) (𝑟𝑐 − 𝑖𝜔𝐿𝑐 )

Moltiplicando e dividendo, di nuovo, tutto per 𝐿𝑐 ⁄𝑟𝑐2 si avrà:

𝐿𝑐
𝑘′𝑖𝜔𝑀𝑡𝑐 𝐻𝑝 (𝑟𝑐 − 𝑖𝜔𝐿𝑐 )
𝑟𝑐2
𝐻𝑠 = −
𝐿
𝑘(𝑟𝑐 + 𝑖𝜔𝐿𝑐 ) (𝑟𝑐 − 𝑖𝜔𝐿𝑐 ) 2𝑐
𝑟𝑐

che può essere espresso come:

𝐿𝑐
𝑘′𝑀𝑡𝑐 𝐻𝑝 (𝑖𝜔𝑟𝑐 + 𝜔2 𝐿𝑐 )
𝑟𝑐2
𝐻𝑠 = −
𝐿𝑐
𝑘(𝑟𝑐2 + 𝜔 2 𝐿2𝑐 )
𝑟𝑐2

Posto:

𝜔𝐿𝑐
𝑄=
𝑟𝑐

si avrà:

𝑘′𝑀𝑡𝑐 𝐻𝑝 (𝑄2 + 𝑖𝑄)


𝐻𝑠 = −
𝑘𝐿𝑐 (1 + 𝑄 2 )
Dividendo il primo ed il secondo membro per 𝐻𝑝 si ottiene:

𝐻𝑠 𝑘 ′ 𝑀𝑡𝑐 (𝑄2 + 𝑖𝑄) 𝑘 ′ 𝑀𝑡𝑐 𝑄2 𝑄


=− 2
= − [ 2
+𝑖 ]
𝐻𝑝 𝑘𝐿𝑐 (1 + 𝑄 ) 𝑘𝐿𝑐 (1 + 𝑄 ) (1 + 𝑄 2 )

dove:

𝑄2
- (1+𝑄2 )
è la componente in fase;

𝑄
- 𝑖 (1+𝑄2 ) è la componente in quadratura di fase.

Si ottiene così il rapporto 𝐻𝑠 ⁄𝐻𝑝 utile per confrontare il campo secondario rispetto al primario, perché se

il campo secondario è molto alto rispetto al primario si capisce che nel terreno i fenomeni di mutua

induzione sono molto elevati, viceversa se il campo secondario è una piccolissima parte del campo

primario significa che il mezzo influenza poco la propagazione dell’onda elettromagnetica.

Posto:

𝑘 ′ 𝑀𝑡𝑐
𝐾=− =1
𝑘𝐿𝑐

dove:

- 𝐾 è una quantità costante e nota una volta poste le bobine ricevente e trasmittente sul terreno

(perché dipende soltanto da questioni geometriche).


Studiamo ora il comportamento del rapporto 𝐻𝑠 ⁄𝐻𝑝 al variare della frequenza.

Nel caso in cui 𝑄 ≪ 1 (limite resistivo) le capacità di induzione del mezzo sono minori delle capacità di

conduzione dello stesso ovvero la resistenza del mezzo è molto maggiore dell’auto-induttanza per cui il

𝑄2
sottosuolo induce poco. Quindi per 𝜔 → 0 o per 𝑟𝑐 → ∞, la componente in fase, ovverosia tende
(1+𝑄 2 )

a 0. Anche la componente in quadratura di fase vale 0 il che significa che la corrente è stazionaria quindi

la frequenza è nulla per cui non si crea nessun campo secondario (ricordiamo che perché si generi un

campo secondario c’è bisogno di una corrente variabile).

Nel caso in cui 𝑄 ≫ 1 (limite induttivo) le capacità di induzione del mezzo sono maggiori delle capacità di

conduzione dello stesso. Quindi per 𝜔 → ∞ o per 𝑟𝑐 → 0, la componente in fase è uguale a 1 mentre la

componente in quadratura di fase è uguale a 0. Cioè il campo secondario ha la stessa intensità del campo

primario.

Se non ci si trova in questi due casi estremi ma 𝑄 ≈ 1 si ricade in un range di frequenza intermedio in cui

la componente in quadratura di fase assume il suo massimo valore.


Riepilogando:

1. si fa circolare una corrente alternata nella bobina trasmittente che genera un campo magnetico

primario variabile nel tempo;

2. tale campo primario genera una forza elettromotrice che si oppone alla variazione della corrente,

ovvero si oppone al flusso del campo magnetico;

3. la forza elettromotrice mette in moto le cariche generando correnti parassite che a loro volta,

poiché variano nel tempo, generano un campo magnetico secondario;

4. il segnale rilevato dalla bobina ricevente è rappresentato dalla risultante del campo magnetico

primario e di quello secondario indotto espressa in termini delle sue componenti: una

componente in fase col campo primario ed una componente sfasata rispetto allo stesso.

In sintesi, quando si effettua una prospezione elettromagnetica a bassa frequenza la bobina ricevente

viene permeata sia dal campo magnetico primario che dal campo magnetico secondario, quindi, non

riuscendo a distinguere le due componenti, misura la risultante, ossia la somma vettoriale, del campo

magnetico primario e di quello secondario indotto in termini delle sue due componenti: la componente

in fase e quella in quadratura di fase che sono correlate alle proprietà elettriche e magnetiche del terreno

che si sta investigando. Nello specifico la componente in fase dà informazioni sulle proprietà magnetiche

del sottosuolo mentre la componente in quadratura di fase dà informazioni sulla conducibilità del

sottosuolo.

Le due componenti viaggiano alla stessa frequenza, ovverosia la frequenza della corrente elettrica

alternata immessa nel sottosuolo:

𝐼𝑝 = 𝐼𝑃0 sin(𝜔𝑡)

Queste quantità sono espresse in 𝑝𝑝𝑚, ovvero parti per milione, o 𝑝𝑝𝑡, ovvero parti per migliaia.

Se il rapporto 𝐻𝑠 ⁄𝐻𝑝 è molto piccolo vuol dire che il sottosuolo non possiede caratteristiche elettriche e

magnetiche tali da generare un campo secondario di notevole entità.


A basse frequenze entrambe le componenti vanno a zero perché si è in regime stazionario quindi non

c’è più una variazione del campo magnetico. Ricordando la prima legge di Maxwell:

𝜕𝐵(𝑟, 𝑡)
∇ × 𝐸(𝑟, 𝑡) = −
𝜕𝑡

se il campo è stazionario non si ha una variazione dell’induzione magnetica nel tempo, quindi non si crea

una forza elettromotrice indotta, ossia non si creano correnti parassite (che danno origine al campo

secondario).

L’ampiezza della componente in quadratura di fase è quella di maggior interesse nella prospezione

geofisica perché è direttamente correlata alla conducibilità elettrica del sottosuolo. Si può dimostrare che

se la distanza, 𝑟, tra le bobine è almeno 5 volte più grande rispetto al diametro delle bobine, la

conducibilità elettrica 𝜎 di un semispazio conduttore omogeneo e isotropo è data da:

𝐻𝑆 4
𝜎 = 𝐼𝑚 ( )
𝐻𝑃 𝜇𝜔𝑟 2

dove:

𝐻
- 𝐼𝑚 (𝐻𝑆 ) rappresenta la parte immaginaria di 𝐻𝑠 ⁄𝐻𝑝 ed è fornita dallo strumento;
𝑃

- 𝜔 è la frequenza della corrente alternata, quindi è nota;

- 𝑟 è la distanza tra le bobine, quindi è nota.

Gli strumenti di misura, chiamati elettro-magnetometri, forniscono la componente in fase, la componente

in quadratura di fase e la conducibilità.

Se il sottosuolo non è omogeneo, 𝜎 assume significato di conducibilità apparente ciò significa che se si

può agire sulla frequenza della corrente energizzante e sulla distanza tra le due bobine si può realizzare

un sondaggio elettrico verticale, come in geoelettrica, in quanto all’aumentare della frequenza dell’onda

diminuisce la profondità di indagine, viceversa al diminuire della frequenza aumenta la profondità di

esplorazione, quindi a parità di distanza tra le due bobine si può variare la frequenza.
Se lo strumento è a frequenza fissata, cioè è in grado di erogare una corrente solo ad una determinata

frequenza, si può agire sulla distanza tra le bobine (se esse sono svincolate tra loro).

Bisogna poi passare dal dato apparente al dato reale, quindi dalle pseudo profondità alle profondità reali.

Per fare questo bisogna interpretare il dato o direttamente o inversamente.

Il metodo di interpretazione diretto consiste nella definizione un modello sulla base dei dati a disposizione

e si calcola una curva di resistività apparente teorica, ossia una curva che si osserverebbe se il sottosuolo

fosse identico al modello. Si paragona poi il modello teorico al modello sperimentale e si modificano i

valori della curva teorica fino alla completa sovrapposizione delle due curve.

N.B.: Anche se una curva teorica fitta perfettamente la curva sperimentale non è detto che sia indice dei

parametri esatti del terreno perché, a causa del problema dell’ambiguità interpretativa, uno stesso set di

dati sperimentali è compatibile con più modelli.

Questo problema è risolvibile utilizzando altre metodologie di indagine per ridurre i modelli compatibili. .

Ma, questo problema non si risolve mai completamente perché si lavora sempre in un sistema multi-

parametrico (quindi è matriciale e non vettoriale).


STRUMENTAZIONE

Esistono diverse disposizioni sorgente-ricevitore:

1. verticale coassiale in cui le bobine sono perpendicolari al piano campagna mentre gli assi delle

bobine sono paralleli al piano campagna;

2. orizzontale complanare in cui le bobine sono parallele al piano campagna mentre gli assi delle

bobine sono perpendicolari al piano campagna.

a. Quando le bobine sono disposte verticalmente (coi dipoli

magnetici orizzontali, 𝐻𝑀𝐷), lo strumento è più sensibile

alle anomalie superficiali, si raggiunge in tal modo una

profondità d’indagine paragonabile alla distanza tra

bobina trasmittente e ricevente;

b. quando le bobine sono disposte orizzontalmente (coi

dipoli magnetici verticali, 𝑉𝑀𝐷), lo strumento è più

sensibile ad una profondità d’indagine di circa 2 volte la

distanza tra le bobine (la profondità di indagine dipende

sempre dalle caratteristiche del mezzo: se è conduttivo la

profondità di indagine è bassa, se ha caratteristiche

intermedie il segnale si approfondisce di più), quindi è

sensibile ad anomalie più profonde rispetto alla prima configurazione.


Gli strumenti più utilizzati nella prospezione elettromagnetica nel dominio della frequenza (si ricorda che

si sta parlando di metodi a bassa frequenza che utilizzano frequenze nell’ordine di qualche kilohertz) sono

sostanzialmente tre della ©Geonics:

- 𝐸𝑀38;

- 𝐸𝑀31;

- 𝐸𝑀34 − 3.

L’𝐸𝑀38 è trascinato a mano a pochi centimetri dal piano campagna e alle sue estremità sono poste la

bobina trasmittente e ricevente.

L’ 𝐸𝑀31 è costituito da un tubo più lungo rispetto al modello precedente portato a spalla dall’operatore

a qualche metro dal piano campagna (la distanza dello strumento dal piano campagna dipende dall’altezza

dell’operatore).

In questi due modelli le bobine sono vincolate tra loro quindi non si può agire sulla distanza tra di esse e

nemmeno sulla frequenza, perché anch’essa è fissata.


Nell’ 𝐸𝑀34 − 3, invece, le due bobine sono separate consentendo di eseguire misure sia al variare della

distanza tra le bobine (sondaggio geometrico) sia al variare della frequenza (sondaggio parametrico).

Tabella che riporta alcuni parametri dei tre modelli.

Con i primi due modelli (𝐸𝑀38 e 𝐸𝑀31) è possibile effettuare al massimo solo due misure (essendo la

distanza tra le bobine e la frequenza fissate):

1. misura a dipolo orizzontale;

2. misura a dipolo verticale.

N.B.: Con l’𝐸𝑀31 si raggiungono profondità di indagine maggiori rispetto all’𝐸𝑀38 sia perché la distanza

tra le bobine è maggiore sia perché lavora ad una frequenza minore.

Con l’𝐸𝑀34 − 3, invece, le bobine possono essere distanziate di 10-20-40 metri e per ognuna di queste

distanze si può utilizzare una delle tre frequenze riportate in tabella. Con questo strumento si possono

effettuare al massimo 9 misure.


Gli strumenti 𝐸𝑀31 ed 𝐸𝑀38, a distanza e frequenza fisse, sono in grado di fornire un solo valore di

conducibilità apparente. In realtà, la strumentazione fornisce una profondità d’indagine 𝑝 diversa in

accordo con le due diverse configurazioni possibili:

- a dipolo orizzontale (modalità 𝑅𝐻);

- a dipolo verticale (modalità 𝑅𝑉).

Queste due profondità di indagine sono correlate dalla relazione:

𝑝𝑅𝐻 ≈ 2𝑝𝑅𝑉

Quindi, a parità di tutte le altre condizioni, è possibile ottenere due valori di conducibilità apparente

diversi, riferibili a profondità d’indagine diverse.

CAMPAGNA CON L’ELETTRO-MAGNETOMETRO

Prima di tutto bisogna effettuare uno studio geologico dell’area per scegliere la metodologia di indagine

(o meglio, le metodologie per il problema dell’equivalenza) che meglio rispondono alla problematica e

che sono più in grado di restituire un risultato.

Una volta scelta la metodologia bisogna delimitare l’area di indagine e pianificare la distanza tra i profili

in base alle dimensioni del target (tale distanza deve essere almeno 4-5 volte più piccolo delle dimensioni

del target). Infine bisogna pianificare il passo di campionamento ossia il numero di acquisizioni in un

intervallo temporale.
Con l’elettro-magnetometro si effettua un percorso a “zig-zag” (come nella figura sotto) a velocità

costante:

La prospezione elettromagnetica permette la misura simultanea di due grandezze fisiche del terreno: la

conducibilità elettrica e la suscettività magnetica (che devono essere orientate nella stessa direzione) le

cui variazioni areali possono essere rappresentate, mediante l’utilizzo di opportuni programmi

informatici, con mappe bidimensionali o tridimensionali dalle quali si ricavano informazioni su eventuali

strutture sepolte caratterizzate da buone proprietà elettriche e magnetiche (come metalli, strutture in

laterizi, strutture impregnate di acqua ad alto contenuto salino, ecc.).

Questo metodo presenta vantaggi e svantaggi.

Tra i vantaggi:

- nessun contatto col terreno;

- rapidità delle misure in quanto un sondaggio multifrequenza, realizzato con strumenti tipo 𝐸𝑀34,

impiega qualche secondo per acquisire la conducibilità apparente in una gamma di frequenze

scelta dall’operatore, cioè un vero e proprio SEV;

- portabilità dello strumento le cui dimensioni sono tali da poter essere gestito da un solo operatore

(si ottiene pertanto un’alta produzione giornaliera con costi più contenuti di quelli della

geoelettrica);
- profondità d’indagine maggiore della distanza tra le spire, a differenza della geoelettrica, la cui

profondità d’indagine è molto piccola in rapporto alla massima distanza del dispositivo

quadripolare (in media circa 1/5);

- tale metodo si è dimostrato di notevole ausilio nell’esplorazione di risorse minerali metalliche,

anche in ambienti difficili (Scandinavia, Siberia, ecc.), ogniqualvolta fossero presenti formazioni o

filoni buoni conduttori.

Tra gli svantaggi:

- minor potere risolutivo rispetto al metodo geoelettrico (tanto minore quanto maggiori sono le

resistività presenti nel sottosuolo);

- scarsa applicabilità in campo ingegneristico-ambientale, eccetto per l’individuazione di fenomeni

di intrusione marina e di diffusione di fluidi altamente conduttivi (i.e. percolati da discariche in

perdita).

A lato è mostrata una mappa elettromagnetica

bidimensionale ricavata da dati acquisiti in un

sito archeologico in Puglia.

L’immagine mostra la variazione della

componente in quadratura di fase (espressa in

𝑝𝑝𝑚), che può essere ricondotta alla

conducibilità elettrica apparente dei terreni

investigati. Il settore delineato dalla linea nera tratteggiata evidenzia un’anomalia di conducibilità elettrica

piuttosto estesa caratterizzata da un contrasto negativo rispetto all’area circostante. Tale minimo è stato

ascritto alla presenza di reperti archeologici sepolti; l’ipotesi formulata è stata successivamente

confermata dagli scavi eseguiti nell’area.


La mappa riporta la risposta di un volume di terreno di 5 metri, per cui la presenza di un’area resistiva

indica che in quei 5 metri è sicuramente presente un corpo più conduttivo rispetto al contesto ma non è

possibile definirne la geometria, i limiti e se effettivamente si trovi alla profondità di 5 metri.

Per cui se lo scopo della campagna è quello di capire se nel sottosuolo è presente un corpo resistivo allora

si utilizza un metodo di prospezione elettromagnetico a bassa frequenza in quanto, essendo speditivo, si

riesce a coprire un'area abbastanza grande in 30 minuti, per cui si localizzano le aree più resistive e si

concentrano i profili delle aree più resistive solo nelle zone di interesse.

In conclusione si può affermare che con questo metodo è possibile rispondere a domande di tipo

qualitativo, ovvero se sono presenti anomalie o zone più o meno conduttive, se le anomalie sono ad alta

o bassa frequenza ecc. Invece, per fornire informazioni di tipo quantitativo bisogna definire la geometria

del corpo, la profondità, le dimensioni e la natura. Quindi, per passare da una informazione di tipo

qualitativa a quantitativa bisogna interpretare i dati in maniera diretta (spiegata precedentemente) o

inversa.

METODI ELETTRO-MAGNETICI NEL DOMINIO DEL TEMPO (TDEM)

Fino ad ora si è parlato di metodi elettromagnetici nel dominio della frequenza perché come sorgente del

campo elettromagnetico si è considerato un campo che varia in frequenza (ossia una corrente alternata).

Se non ci fosse un campo variabile non si può parlare di campi elettrodinamici ma si parla solo di campi

elettrostatici. Quindi, perché il campo elettromagnetico varia al variare della frequenza. Infatti le

componenti 𝐸 ed 𝐻 sono espresse in funzione della frequenza dell’onda energizzante:

𝐸 = 𝐸0 𝑒 𝑖𝜔𝑡

𝐻 = 𝐻0 𝑒 𝑖𝜔𝑡

Quindi sono dei campi condizionati dal valore della frequenza dell’onda generata.

In questo caso, invece, i metodi elettromagnetici nel dominio del tempo utilizzano sorgenti il cui campo

non varia nel tempo.


Come è nato questo metodo?

Ci si è resi conto che il metodo 𝐹𝐷𝐸𝑀 (più antico del metodo 𝑇𝐷𝐸𝑀) produceva dei campi magnetici

secondari piuttosto deboli rispetto al campo magnetico primario (circa il 10-20% del campo primario).

Si è notato che se nell’area di indagine erano presenti corpi conduttori molto profondi, il campo

secondario si indeboliva ancora di più perché il segnale veniva mascherato dal contributo del campo

profondo. Per questa ragione, negli anni ’80, è stato sviluppato questo metodo che va sotto il nome di

metodo elettromagnetico nel dominio del tempo che è in grado di rilevare anche campi magnetici deboli.

Nel metodo 𝐹𝐷𝐸𝑀 la bobina ricevente registra sia il campo magnetico primario che quello secondario,

ma se il campo magnetico primario è molto più intenso del secondario, quest’ultimo viene mascherato

per cui la risultante è data, fondamentalmente, dalla componente primaria che non è di interesse

geofisico, perché è la componente secondaria a fornire informazioni sulle caratteristiche

elettromagnetiche del sottosuolo. Quindi il metodo 𝐹𝐷𝐸𝑀 non è in grado di misurare campi magnetici

secondari deboli.

Il metodo 𝑇𝐷𝐸𝑀 azzera il campo primario ed osserva soltanto il decadimento del campo secondario.

Quindi la misura del campo secondario si esegue in assenza del campo primario.

La configurazione utilizzata per una misura 𝑇𝐷𝐸𝑀 è composta da un trasmettitore collegato ad una spira

(loop quadrato, rettangolare o circolare) di cavo elettrico steso sul terreno ed una bobina ricevente (coil),

anch’essa disposta sul terreno, connessa ad un ricevitore con un cavo.


Il trasmettitore, che invia corrente, può essere alimentato o da una batteria (se abbiamo bisogno di basse

energizzazioni perché la profondità di esplorazione è bassa) o da un gruppo elettrogeno (se si è interessati

ad investigare maggiori volumi di sottosuolo).

La corrente inviata dal trasmettitore nella spira stesa sul terreno è un’onda quadra a fase nulla (cioè che

non varia al variare del tempo) che viene interrotta e ridotta a zero ogni secondo quarto di periodo.

Questa corrente continua ha la forma di un’onda quadra con lo 0 centrale:

Quindi, se il periodo dell’intera onda è 𝑇:

- nel primo quarto di periodo essa assume valore +𝐼0;

- nel secondo quarto di periodo assume valore 0;

- nel terzo quarto di periodo assume valore −𝐼0 ;

- nel quarto quarto di periodo assume nuovamente valore 0.

Questa forma d’onda ricorda quella della polarizzazione indotta nel dominio del tempo.

La frequenza delle interruzioni varia da 300 𝐻𝑧, generalmente utilizzata per indagini a piccole profondità,

a 0.075 𝐻𝑧, utilizzata per indagare a grandi profondità.

N.B.: Il segnale, quindi, non è più una corrente alternata ma è una corrente continua!

La particolarità di questa corrente continua è che per il primo quarto di periodo va a 0 e per l’altro quarto

la sua polarità si inverte (perché si invertono gli elettrodi) per applicare la tecnica stacking, una tecnica di

filtraggio del rumore.


La corrente induce, negli intervalli temporali durante i quali assume valori costanti, un campo magnetico

stazionario 𝐵(𝑟) perché, nel momento in cui si fa circolare una corrente stazionaria in un filo si genera un

campo magnetico costante (per cui la prima equazione di Maxwell sarà ∇ × 𝐸 = 0).

Quando si apre il circuito, cioè non si fa circolare più corrente nel circuito, la corrente non va a 0

istantaneamente ma decade secondo un transitorio (ossia si azzera in un determinato lasso di tempo),

ciò significa che ha un comportamento transiente, ossia varia nel tempo.

Quindi, avendo una corrente che varia nel tempo, si genera un campo magnetico (primario) variabile nel

tempo dovuto allo spegnimento della corrente.

Questo campo magnetico variabile nel tempo genera una forza elettromotrice data da:

𝑑Φ(𝐵𝑝 )
𝑓𝑖 = −
𝑑𝑡

ossia è uguale all’opposto della variazione nel tempo del flusso del campo magnetico primario.

N.B.: il segno − indica che la forza elettromotrice tende ad opporsi alla causa che l’ha generato.

Tale forza elettromotrice a sua volta dà origine a correnti parassite, la cui forma rispecchia quella del loop,

che si diffondono nel sottosuolo polarizzandolo in funzione delle sue caratteristiche elettriche.

Nel tempo queste correnti indotte si diffondono con un andamento che può essere assimilato a quello di

un anello di fumo in quanto si espandono all’aumentare della profondità:


Le correnti indotte decadono (quindi variano nel tempo) sia per effetti dissipativi sia perché il campo

magnetico primario tende ad annullarsi. Questa loro variazione nel tempo genera, a sua volta, un campo

magnetico indotto, 𝐵𝑠 (𝑟, 𝑡) (campo secondario). Con il passare del tempo, la diffusione laterale ed in

profondità degli anelli di corrente indotta (anelli di fumo) provoca la diminuzione del campo magnetico

secondario, la cui variazione induce una forza elettromotrice nella spira ricevente.

La variazione dell’intensità delle correnti indotte (parassite) e, quindi, il decadimento del campo

magnetico secondario, sono influenzati dalla resistività dei terreni e perciò la misura di questa variazione

in funzione del tempo darà informazioni sulla misura della resistività in funzione della profondità.

In realtà la grandezza fisica misurata è una tensione elettrica, cioè la bobina ricevente misura il campo

magnetico secondario in termini di tensione (ossia in termini della forza elettromotrice generata dalle

correnti parassite):

𝑑𝐵𝑠 (𝑡)
𝑉(𝑡) = −
𝑑𝑡

Quindi la risposta della strumentazione 𝑇𝐷𝐸𝑀 è una tensione al variare del tempo, cioè all’aumentare

del tempo le correnti raggiungono profondità maggiori, quindi le tensioni per tempi lunghi sono relativi a

strati più profondi del sottosuolo indagato.

STRUMENTAZIONE E TIPO DI STENDIMENTO

L’equipaggiamento necessario per eseguire sondaggi tramite il metodo 𝑇𝐷𝐸𝑀, consiste in:

 un generatore di corrente che può essere una semplice batteria (che può erogare corrente fino a

5 𝐴, se l’obbiettivo è indagare a piccole profondità) o da un gruppo elettrogeno (che può erogare

corrente fino a circa 50 𝐴, per indagare a grandi profondità);

 un transmitter, che invia alla spira trasmittente la corrente alla frequenza fissata per le

interruzioni, che deve essere dotato di un inverter perché deve invertire la corrente ogni 2/4 di

periodo. La batteria da sola non è in grado di invertire la corrente, per cui eroga corrente continua,

ecco perché è necessario un inverter;


 un controller del transmitter, che sincronizza transmitter e receiver;

 un receiver, che rileva e registra i dati sotto forma di curve di decadimento e le converte in curve

di resistività;

 spire (loops) che stese sul terreno agiscono come antenne trasmittenti e riceventi.

N.B.: Il transmitter ed il receiver possono essere contenuti in un singolo involucro o essere separati.

Se si usano due spire, la spira ricevente deve essere posta vicina alla spira trasmittente (di solito si pone

all’interno della spira trasmittente) perché deve essere coinvolta dal campo secondario (che non è molto

distante dal campo primario).

La sincronizzazione tra le due apparecchiature (transmitter e receiver) consente di registrare il segnale in

una breve finestra temporale, in assenza del campo primario. La registrazione avviene comunque dopo

un tempo di turn-off caratteristico della strumentazione.

Per ciascuna frequenza di interruzione, il ricevitore è in grado di campionare il transiente tramite una serie

di canali di acquisizione (20 canali), che si aprono a tempi via via maggiori, ovvero spaziati secondo una

scala temporale prefissata, indagando così zone sempre più profonde, dato che col passare del tempo le

correnti indotte penetrano sempre più in profondità, con una velocità di propagazione che è direttamente

proporzionale alla resistività elettrica (ovvero inversamente proporzionale alla conducibilità elettrica) del

terreno.
La corrente immessa nel loop trasmittente ha di solito una forma d’onda quadra, con tempi di

energizzazione (time-on) uguali a quelli di interruzione della corrente (time-off).

Essa impiega un certo tempo per salire (non è

importante per la prospezione), assume poi un

valore stazionario 𝐼0 , dopodiché si manda a 0 la

corrente che si annulla in un lasso di tempo

detto tempo di “turn-off” (o “ramp time”). In

questo brevissimo lasso di tempo si genera il

campo magnetico primario variabile nel tempo

che a sua volta genera una forza elettromotrice

indotta che a sua volta genera correnti indotte

che generano il campo magnetico secondario

che viene rilevato come curva di decadimento

della tensione (transiente) durante il time-off. Il transiente è tanto più piccolo quanto più alta è la

frequenza di interruzione e contiene le informazioni sulla resistività del sottosuolo.

L’intero ciclo viene ripetuto molteplici volte, con frequenze di ripetizione variabili da 0.075 a 300 𝐻𝑧. Si

consideri che una singola misura viene campionata dalla strumentazione per almeno 256 volte.

Per ogni misura, poi, si applica il processo di stacking perché, ovviamente, i dati possono essere affetti da

rumore quindi si effettua una sommatoria sincrona mediata di tutti i transienti registrati.
Riportando i valori registrati della forza elettromotrice indotta che dà origine al campo secondario su una

scala bilogaritmica si presenta in questo modo:

La curva presenta due fasi:

- fase iniziale (o early stage) che non viene presa in considerazione perché la corrente è ancora

attiva;

- fase finale (o late stage), che viene studiata, è rappresentata da una linea retta con pendenza

negativa che è direttamente correlata alla conducibilità del sottosuolo, maggiore è la conducibilità

maggiore è il valore di tensione che si osserva a parità di intensità di corrente che circola nella

spira.

Nella fase finale la tensione decade con una forma relativamente semplice:

3
𝐼𝐴 𝜇𝜎 2 −5
𝑉(𝑡) = ( ) 𝑡 2
20 𝜋

dove:

- 𝐼 è l’intensità della corrente inviata nel loop;

- 𝐴 è l’area del loop, perché le correnti parassite sono legate alla geometria della spira;

- 𝜎 è la conducibilità del terreno;

- 𝑇 è il tempo in cui si osserva il fenomeno.


Se il terreno è omogeneo la risposta è data dalla curva Homogeneous Half-Space Response, in questo caso

𝜌 rappresenta la resistività reale del sottosuolo che si sta investigando:

Nel caso di mezzi disomogenei la curva cambia la propria forma a seconda dei rapporti tra 𝜌1 e 𝜌2 .

Se il sottosuolo è composto da due strati dove il primo strato ha una resistività minore del secondo (𝜌1 <

𝜌2 ) la risposta è data dalla curva 𝑎.

Se, infine, il primo strato ha una resistività maggiore del secondo strato (𝜌1 > 𝜌2 ) la risposta è data dalla

curva 𝑏.

Quindi, uno stesso valore di tensione si misura:

 ad un tempo minore nel caso 𝑎;

 ad un tempo maggiore nel caso 𝑏.

Ciò accade perché:

 nel caso a, il primo mezzo è più conduttivo del secondo mezzo, quindi la corrente attraversa

facilmente e velocemente il primo mezzo;

 nel caso b, al contrario, il primo mezzo è più resistivo del secondo mezzo, quindi la corrente tende

a restare più a lungo nel primo mezzo.


In sostanza il primo tratto della curva è rappresentativo del primo strato mentre il secondo tratto è

rappresentativo del secondo strato.

Quindi, la curva esprime il contrasto di resistività tra i due strati: se si modifica di poco vuol dire che il

contrasto è basso, viceversa se si modifica di molto vuol dire che il contrasto è alto.

Poiché la massima profondità di esplorazione dipende dal tempo in cui si effettua l’osservazione, perché

man mano che aumenta il tempo gli anelli di fumo si approfondiscono quindi la tensione misurata è

relativa a strati sempre più profondi. Quindi, dalla relazione:

2𝑡
𝑑=√
𝜇𝜎

si può ottenere una stima delle profondità che si stanno esplorando.

Il rilievo 𝑇𝐷𝐸𝑀 è molto simile al Sondaggio Elettrico Verticale (𝑆𝐸𝑉) perché dipende dalla frequenza delle

interruzioni. Se la frequenza delle interruzioni è bassa significa che si stanno acquisendo informazioni

provenienti da profondità maggiori, mentre se la frequenza delle interruzioni è alta si stanno acquisendo

informazioni da profondità minori.

La profondità d’esplorazione è circa 1-2 volte il lato della spira (quando questa è nell’ordine dei 100-200

metri). Quindi se si usa una spira di 200 metri si raggiunge una profondità di indagine di circa 200-300

metri. Per spire di piccole dimensioni (10, 20, 40 metri) la profondità d’esplorazione può essere 3-4 volte

superiore perché siccome l’energia decade come:

1
√𝑟

risulta chiaro che maggiore è 𝑟 minore è l’energia che bisogna erogare per coprire 100 metri rispetto a

quella che bisogna erogare per una spira di piccole dimensioni.

Il metodo 𝑇𝐷𝐸𝑀 presenta diversi vantaggi, sia per le operazioni in campagna che sono più rapide, sia per

l’alta risoluzione offerta, che hanno permesso il suo progressivo sviluppo negli anni. Le operazioni in
campagna, infatti, sono più rapide, poiché invece di inserire gli elettrodi e spostarli un gran numero di

volte, una volta che la spira trasmittente è stesa sul terreno, il sondaggio stesso dura circa un minuto.

Questo metodo però presenta alcuni svantaggi rispetto al classico Sondaggio Elettrico Verticale in

corrente continua come, ad esempio, gli alti costi dovuti alle strumentazioni relativamente sofisticate (che

arrivano a costare fino a 200˙000€) o la presenza della rete elettrica a 50 𝐻𝑧, in questo caso infatti le

correnti che circolano nel loop sono influenzate anche dalle correnti della rete elettrica, per cui si crea un

flusso concatenato con la rete elettrica e quindi la curva di risposta risentirà del campo indotto dalla linea

elettrica. Attraverso dei filtri però è possibile eliminare tutti i contributi a 50 𝐻𝑧.

I problemi che bisogna affrontare durante un rilievo 𝑇𝐷𝐸𝑀 sono essenzialmente legati alle sorgenti di

rumore perché nella spira circola una corrente che crea un campo magnetico variabile nel tempo che non

si propaga solo nel terreno ma anche nell’aria. Quindi se sono presenti linee elettriche a 50 𝐻𝑧, si crea un

campo magnetico che si sovrappone a quello generato (risultando quindi una sorgente di disturbo).

Questo tipo di rumore, però, è abbastanza facile da controllare perché si presenta sempre con la stessa

frequenza (è monocromatico quindi).

Un'altra fonte di disturbo può essere la presenza di tubi metallici sepolti perché quando questi vengono

attraversati da una corrente elettrica generano un campo magnetico primario (che può essere anche

molto intenso). Quindi il campo magnetico secondario che si genera non è relativo solo alle caratteristiche

elettriche e magnetiche del sottosuolo ma anche alla presenza di sottoservizi metallici.

Il problema maggiore in fase di acquisizione è il basso rapporto segnale/rumore. Infatti, è difficile trovare

un segnale molto alto rispetto al rumore quando le prospezioni sono a grande profondità. Questo

rapporto, invece, è abbastanza alto quando si effettuano indagini nell’ordine dei 2 metri.

Il processing dei dati, necessario per ridurre i rumori di fondo ed aumentare il rapporto segnale/rumore,

è composto da tre fasi in sequenza:

1. una volta acquisito il segnale si deve innanzitutto applicare un filtro di Notch per rimuovere il

rumore associato alle linee elettriche a 50 𝐻𝑧;


2. una seconda fase in cui si effettua uno stacking;

3. una terza ed ultima fase di smoothing per eliminare ulteriori rumori di fondo.

Queste tre fasi di processing vengono applicate prima di rappresentare la curva in grafici (tensione in

funzione del tempo o resistività in funzione del tempo) bilogaritmici relativi alla resistività apparente in

funzione del tempo di acquisizione.

I risultati 𝑇𝐷𝐸𝑀 si presentano, dal punto di vista grafico, come una curva simile a quella ottenuta per il

Sondaggio Elettrico Verticale: per quest’ultimo si rappresenta la resistività al variare della spaziatura degli

elettrodi mentre nel caso 𝑇𝐷𝐸𝑀 si rappresenta la resistività al variare del tempo.

Una curva 𝑇𝐷𝐸𝑀 si rappresenta su un grafico resistività/tempo bilogaritmico (si può anche rappresentare

in un grafico resistività/profondità in base alla relazione che regola, fissato il tempo t, il valore massimo di

profondità raggiunta).

Questo è un esempio di curva:

I dati sperimentali sono rappresentati dai pallini rossi.


Ci sono due curve. Una inizia ad una profondità di 10 𝑚 e finisce ad una profondità di circa 100 𝑚. La

seconda curva finisce a poco più di 200 𝑚.

La presenza di due curve diverse è ascrivibile all’utilizzo di spire di dimensioni diverse: la prima curva è

relativa ad una spira di dimensioni minori rispetto alla seconda spira.

L’interpretazione si basa su un forward modeling, ossia il modello diretto, cioè dato un impulso si trova

l’output in relazione alle caratteristiche del sistema risolvendo l’equazione che descrive il fenomeno della

propagazione dell’onda in un campo elettrostatico. Si graficano le curve teoriche che verranno poi

confrontate con la curva sperimentale. Questo metodo di interpretazione viene anche detto “trial and

error”.

I metodi di interpretazione di tipo inverso, invece, invertono le equazioni per ricavare le caratteristiche

del sistema.

Le curve 𝑇𝐷𝐸𝑀 vengono interpretate attraverso l’algoritmo di inversione di Occam che suddivide il

sottosuolo in 19 piccoli strati. In base a questo modello si costruisce la curva di resistività apparente

teorica che risponde al modello.

L’algoritmo di inversione di Occam è stato sviluppato per un modello di terra 1D: quando si inverte un

sondaggio 𝑇𝐷𝐸𝑀 con questo algoritmo si presuppone a priori che il modello di terra sia

monodimensionale.

Questa supposizione, però, può essere applicata a seconda del contesto in cui si effettua la prospezione

(ad esempio, è valida in un contesto di piana alluvionale in cui la resistività varia con la profondità). In più

questa supposizione è valida se la prospezione non coinvolge grossi volumi di terreno.

La procedura d'interpretazione si basa sull'inversione della funzione secondo le consuete procedure della

Geofisica, fino ad individuare il miglior modello (ossia il best fitting) 1D resistività-profondità (modello

elettrostratigrafico) la cui curva di risposta si sovrappone a quella di campagna. La correlazione tra i singoli

modelli 1D di best-fitting consente di ricostruire varie sezioni elettrostratigrafiche. Si giunge infine ad un

modello di sottosuolo che è descrittivo delle curve ottenute sperimentalmente.


Il modello di sottosuolo ottenuto non è l’unico compatibile con i dati sperimentali (incappando

nell’ambiguità interpretativa) per ovviare a questo problema si può fare ricorso ad altri metodi di indagine.

METODI DI PROSPEZIONE ELETTROMAGNETICA AD ALTISSIMA FREQUENZA

GROUND PENETRATING RADAR (GPR O GEORADAR)

Il Georadar (o 𝐺𝑃𝑅, o Ground Penetrating Radar), che rientra in questa categoria di metodi di prospezione,

è una metodologia non distruttiva che permette di investigare il sottosuolo mediante l’utilizzo di impulsi

elettromagnetici (è una sorgente impulsiva, a differenza dei metodi 𝐹𝐷𝐸𝑀 e 𝑇𝐷𝐸𝑀 che utilizzano

sorgenti diffusive), della durata di 1 − 10 𝑛𝑠, ad alta frequenza (15 𝑀𝐻𝑧 – 2.6 𝐺𝐻𝑧). Proprio perché

utilizza frequenze alte (o molto alte) può essere utilizzato per esplorazioni a piccole profondità al fine di

individuare strutture sepolte di origine naturale o antropica. Infatti, i campi di applicazione del Georadar

sono:

 archeologia

 ingegneria civile

 beni culturali

 ecc.

I metodi 𝐹𝐷𝐸𝑀 e 𝑇𝐷𝐸𝑀 creano fenomeni indotti (infatti prendono il nome di metodologie induttive)

ossia inducono una forza elettromotrice che induce una corrente parassita che induce un campo

magnetico.

Esiste una relazione che lega la frequenza dell’onda e lunghezza d’onda:

𝑐
𝜆(𝑚) =
𝑓

dove:

- 𝑐 è la velocità della luce;

- 𝑓 è la frequenza.
L’obbiettivo del metodo 𝐺𝑃𝑅 è quello di individuare la presenza di discontinuità e/o la presenza di corpi

di piccole dimensioni nel sottosuolo attraverso il contrasto tra le proprietà dielettriche del corpo oggetto

di indagine ed il complesso che lo circonda.

In particolare, la tecnica radar mira all’identificazione delle discontinuità elettromagnetiche presenti nel

sottosuolo dovute a strati o corpi isolati aventi caratteristiche dielettriche differenti rispetto all’ambiente

circostante. Infatti, le discontinuità che generano riflessioni sono legate a cambiamenti nelle

caratteristiche dielettriche del terreno, che possono essere dovute non solo a cambiamenti litologici, ma

anche a variazioni del contenuto d’acqua o da variazioni di densità di volume. Spazi vuoti all’interno del

materiale generano riflessioni significative dovute al cambiamento di velocità dell’onda elettromagnetica.

Quando l’impulso elettromagnetico intercetta un’interfaccia tra materiali aventi differenti proprietà

elettriche, parte dell’onda viene riflessa (torna indietro in superficie) e l’energia restante viene trasmessa

(continua verso la prossima interfaccia). Il 𝐺𝑃𝑅 valuta la riflessione delle onde elettromagnetiche

all’interfaccia tra due diversi materiali dielettrici misurando il tempo che intercorre tra la trasmissione e

la ricezione del segnale causato da riflessioni o diffrazioni nel mezzo.


All’interfaccia tra due materiali con caratteristiche elettromagnetiche differenti si possono avere diversi

fenomeni:

 riflessione;

 rifrazione;

 diffrazione.

Come detto precedentemente, quando l’impulso elettromagnetico intercetta un’interfaccia tra materiali

aventi differenti proprietà elettriche, parte dell’onda viene riflessa (torna indietro in superficie) in base

all’espressione:

Φ1 = Φ2

dove:

- Φ1 è l’angolo di incidenza;

- Φ2 è l’angolo di riflessione.

mentre l’energia restante viene rifratta (trasmessa) continuando verso la prossima interfaccia in base alla

relazione:

𝑣1 sin Φ1
=
𝑣2 sin Φ2

dove:

- Φ1 è l’angolo di incidenza;

- Φ2 è l’angolo di rifrazione.
Però, può avvenire anche un fenomeno diverso dalla riflessione e dalla rifrazione, ossia il fenomeno della

diffrazione che avviene quando l’onda incidente intercetta uno spigolo del corpo. In quel momento lo

spigolo diventa esso stesso sorgente di energia. È come se nel sottosuolo fosse presente una sorgente-

immagine della sorgente presente in superficie. Quindi, si comporta proprio come l’onda incidente che

emana radiazioni elettromagnetiche in tutte le direzioni:

STRUMENTAZIONE GPR

Un sistema 𝐺𝑃𝑅 è costituito da un’unità centrale che genera gli impulsi attraverso l’antenna trasmittente

e controlla in tempo reale l’acquisizione dell’antenna ricevente.

L’immagine a pagina successiva mostra lo schema di funzionamento del 𝐺𝑃𝑅, evidenziando:

- il sistema di trasmissione, caratterizzato da un generatore di impulsi collegato ad un’antenna

(operante ad una determinata frequenza);

- il sistema ricevente, formato da un’antenna ricevente collegata ad un circuito elettrico che

permette di misurare la variazione di ampiezza del segnale rispetto al segnale generato;

- un sistema di elaborazione dati che trasforma l’impulso elettromagnetico in un’informazione

digitale (binaria);

- il sistema di visualizzazione che restituisce l’informazione sul monitor del computer utilizzato per

la prospezione.
Le antenne possono essere in configurazione bistatica o monostatica.

Un’antenna bistatica è costituita da due antenne, una trasmittente ed una ricevente, separate da una

distanza (𝑑) chiamata offset che può essere modificata di volta in volta.

N.B.: L’offset viene scelto in base alla profondità che si vuole esplorare. Quindi, maggiore è l’offset

maggiore sarà la profondità di penetrazione dell’onda elettromagnetica.

L’antenna monostatica è costituita da un’antenna che prima trasmette il segnale e successivamente lo

riceve (si parla di antenna monostatica anche quando si usano due antenne con un offset molto piccolo).

La dimensione delle antenne è strettamente correlata alla lunghezza d’onda della radiazione

elettromagnetica considerata. In particolare, maggiore è la frequenza maggiore è la dimensione

dell’antenna.

Risulta chiaro che la scelta dell’antenna da utilizzare è funzione sia della profondità di esplorazione che

della risoluzione desiderata per l’indagine.


Può succedere di fare una scelta non idonea della frequenza dell’antenna qualora le dimensioni del target

sono troppo piccole per essere individuate dall’antenna.

L’antenna irradia energia elettromagnetica in un cono ellittico (che prende il nome di cono di radiazione)

il cui apice è al centro dell’antenna trasmittente:

Si tratta, sostanzialmente, di un fascio luminoso che illumina una zona di sottosuolo, che prende il nome

di footprint, che varia in funzione della profondità, delle proprietà dielettriche del terreno e della

lunghezza d’onda utilizzata.

Si intuisce, quindi, che la dimensione dell’area illuminata è strettamente correlata alle dimensioni del

target: se si ha un oggetto le cui dimensioni lineari sono molto più grandi, ad esempio, del semiasse 𝐴 (in

figura) ne viene illuminata solo una parte, quindi non se ne vedono i limiti; può capitare anche che

l’oggetto sia troppo piccolo rispetto al cono di radiazione per cui non viene individuato.

Bisogna quindi determinare una corretta frequenza e lunghezza d’onda della radiazione da utilizzare.

Il semiasse maggiore del footprint, 𝐴, è legato alla lunghezza d’onda ed alla profondità dalla relazione:

𝜆 𝐷
𝐴= +
4 √𝜀𝑟 − 1

Dove:

- 𝜀𝑟 è la costante dielettrica relativa del mezzo in cui l’onda si propaga;


- 𝐷 è la profondità.

È ovvio che per poter scegliere la frequenza giusta dell’antenna da utilizzare bisogna fare un calcolo. Si

vuole che il footprint sia di dimensioni tali da poter osservare bene l’oggetto.

Vediamo ora come le caratteristiche del mezzo influiscono sulla propagazione delle onde

elettromagnetiche e, quind,i sulla profondità di esplorazione.

L’interazione dell’onda col mezzo determina una attenuazione (espressa dal coefficiente di assorbimento

𝛼) da cui dipende la profondità di indagine.

Il coefficiente di assorbimento è dato da

𝛼𝑡𝑜𝑡 = 𝛼𝑜ℎ𝑚𝑖𝑐𝑜 + 𝛼𝑠𝑐𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑖𝑛𝑔

Nel caso in cui il sottosuolo sia composto di strati elettricamente omogenei, l’assorbimento dipende

soltanto dalle proprietà di conduzione del mezzo, perché nel momento in cui l’energia si irradia negli

strati, caratterizzati da conducibilità diverse, una parte dell’energia si trasforma in calore, per cui

l’ampiezza iniziale dell’onda decade.

Questo succede solo se gli strati sono perfettamente omogenei, spesso però all’interno degli strati sono

presenti disomogeneità (causate dalla presenza di oggetti o zone caratterizzate da diversi valori di

conducibilità elettrica) che causano fenomeni di scattering che disturbano il segnale.

Quindi in un terreno omogeneo la profondità di penetrazione può essere più alta di quella raggiunta in un

terreno eterogeneo.

La profondità di penetrazione, però, è anche funzione della frequenza: maggiore è la frequenza minore è

la profondità di indagine e viceversa. Ma maggiore è la frequenza maggiore è l’attenuazione.


Quando si sceglie la frequenza da utilizzare bisogna tener conto delle dimensioni del target,

dell’assorbimento e, anche, dalla risoluzione che è la capacità di distinguere due oggetti allineati.

Generalmente, la risoluzione verticale si considera idealmente tra 𝜆/4 e 𝜆/2, cioè la lunghezza d’onda

dell’antenna scelta deve essere 1/4 o 1/2 della dimensione lineare dell’oggetto.

Ciò significa che la risoluzione (Δ𝑑), ossia la distanza osservabile tra due oggetti deve essere:

𝜆 𝑣
Δ𝑑 ≥ 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝜆 =
4 𝑓

Consideriamo due superfici di discontinuità pressoché parallele, per esempio, il top e il bottom di un

oggetto sepolto. Affinché le riflessioni da esse generate siano distinguibili è necessario che la distanza fra

le superfici stesse sia almeno pari ad una lunghezza d’onda dell’energia trasmessa.

Se le due riflessioni non sono separate da una lunghezza d’onda, le onde riflesse risultanti dal top e bottom

non saranno riconoscibili a causa dell’interferenza distruttiva.

Quando le due interfacce sono separate da una distanza maggiore di una lunghezza d’onda, si generano

due riflessioni distinte, e l’oggetto può essere risolto.

 Alle alte frequenze le onde definiscono sia il top (𝐴) che il bottom (𝐵) dell’interfaccia e l’onda

risultante da queste riflessioni (𝐶) può risolvere entrambe le interfacce perché la distanza tra le

due (Δ𝑑) è più grande della lunghezza d’onda.


 L’onda di frequenza media definisce sia il top (𝐷) che il bottom (𝐸) dell’interfaccia, e l’onda

risultante (𝐹) può definire appena entrambe le interfacce perché la lunghezza d’onda è prossima

a Δ𝑑.

 La bassa frequenza definisce il top (𝐺), ma a causa del fatto che la separazione tra le due interfacce

è minore della lunghezza d’onda (𝐻), l’onda risultante (𝐼) è data dall’interferenza tra le due onde

per cui solo il top dell’interfaccia viene risolto.

La frequenza caratteristica dell’antenna determina sia le caratteristiche di massima profondità di

esplorazione sia la risoluzione. In generale:

- basse frequenze:

o grande profondità di esplorazione

o bassa risoluzione

- alte frequenze:

o bassa profondità di esplorazione

o alta risoluzione

TECNICHE DI INDAGINE

Le tecniche più utilizzate nella metodologia 𝐺𝑃𝑅 sono:

- tecnica a riflessione  le antenne trasmittente e ricevente procedono lungo il profilo di misura

mantenendo una distanza reciproca costante.

- tecnica del Common Mid Point (CMP)  è uno dei più semplici e veloci test di velocità. Le due

antenne vengono posizionate una di fronte all’altra e vengono poi spostate simmetricamente in

direzioni opposte lungo una linea retta e per punti fino a coprire l’intera lunghezza del profilo.
Viene quindi effettuata una serie di misure dei tempi di viaggio dell’onda elettromagnetica che,

con la conoscenza del percorso effettuato nel terreno da quest’ultima, portano alla misura della

velocità degli strati più superficiali. Però, all’aumentare della distanza tra le due antenne l’entità

della riflessione si riduce sempre più (la maggior parte delle volte, non si riesce a coprire l’intero

profilo), per cui quando non si registra più la riflessione si ferma l’acquisizione (limitandosi a 3/4

tracce).

- tecnica Wide Angle Reflection and Refraction (WARR)  si mantiene fissa l’antenna trasmittente

e si sposta solo la ricevente (o viceversa), per cui si campionano punti diversi del sottosuolo.

Questa tecnica viene utilizzata, ad esempio, per descrivere l’andamento di un riflettore.

- tecnica della Tomografia Radar (o Transilluminazione)  trasmittente e ricevente sono collocate

sulle due facce opposte del mezzo da investigare. Si utilizza per lo studio di strutture e non per il

sottosuolo e, ovviamente, lavora con le onde trasmesse e non quelle riflesse. Per questa tecnica

si utilizza un’antenna avente frequenza nell’ordine dei GHz.


MODALITÀ DEL RILIEVO

I dati GPR vengono acquisiti spostando le antenne lungo la superficie da investigare secondo due diverse

modalità:

- Fixed-mode  posizionandole in differenti punti della superficie ed effettuando misurazioni

distinte

- Moving-mode  tenendo l’antenna trasmittente e ricevente ad una distanza fissa, trasportandole

lungo la superficie ad una velocità costante (in genere 2 𝑘𝑚/ℎ)

L’onda elettromagnetica è irradiata dall’antenna

trasmittente e si propaga verso il basso ad una velocità

𝑣 che dipende dalle caratteristiche elettromagnetiche

del mezzo circostante.

Se intercetta un oggetto o una superficie con

caratteristiche elettriche e magnetiche diverse da

quelle del mezzo in cui si sta propagando parte

dell’onda viene riflessa mentre la parte restante viene

trasmessa verso il basso.

L’onda riflessa in superficie verrà intercettata dall’antenna ricevente e registrata dall’unità centrale per le

elaborazioni successive.
I dati 𝐺𝑃𝑅 sono registrati come tracce. Ogni traccia è costituita da un insieme di riflessioni che hanno

avuto origine a differenti profondità all’interno del materiale.

PERCORSI DEI SEGNALI IN UN TERRENO A 2 STRATI

Appena inizia l’acquisizione, la prima onda ad essere registrata dall’antenna ricevente è la cosiddetta air

wave (onda diretta in aria), che si propaga nell’aria tra le due antenne alla la velocità della luce. Idealmente

essa è registrata al 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑧𝑒𝑟𝑜 per cui determina il punto di inizio della sezione radar.

Il tempo che questa onda impiega per raggiungere l’antenna ricevente è dato da:

𝑥
𝑡𝑎𝑖𝑟 =
𝑐

dove:

- 𝑥 è la distanza tra le due antenne;

- 𝑐 è la velocità della luce nel vuoto;

che rappresenta l’equazione di una retta.

La seconda onda che raggiunge il ricevitore è la cosiddetta ground wave. Anche quest’onda viaggia

direttamente dal trasmettitore al ricevitore ma lungo l’interfaccia aria-suolo e viene utilizzata per

determinare il contenuto di umidità del suolo in prossimità della superficie.


Il tempo che questa onda impiega per raggiungere l’antenna ricevente è dato da:

𝑥
𝑡𝑔𝑟𝑜𝑢𝑛𝑑 =
𝑣

dove:

- 𝑥 è la distanza tra le due antenne;

- 𝑣 è la velocità di propagazione dell’onda elettromagnetica nel mezzo;

anche questa rappresenta l’equazione di una retta.

N.B.: Entrambe le onde sono solitamente indicate come onde dirette e si osservano sempre,

indipendentemente dalle caratteristiche dei terreni.

Il terzo arrivo ed ogni arrivo successivo sono generalmente onde riflesse o multiple o onde rifratte derivate

da interfacce tra strati di sottosuolo con differenti proprietà dielettriche.

Il tempo che le onde riflesse impiegano per raggiungere l’antenna ricevente è dato dalla relazione:

√𝑥 2 + 4ℎ2
𝑡𝑟𝑒𝑓 =
𝑣

- 𝑥 è la distanza tra le due antenne;

- 𝑣 è la velocità di propagazione dell’onda elettromagnetica nel mezzo;

- ℎ è lo spessore dello strato;

che rappresenta l’equazione di un’iperbole.


VISUALIZZAZIONE DEI DATI

I dati 𝐺𝑃𝑅 possono essere visualizzati come:

A-Scan (o line scan, o tracce radar), che è una singola traccia acquisita

rappresentata in un piano cartesiano 𝑎𝑚𝑝𝑖𝑒𝑧𝑧𝑎 −

𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 𝑑𝑜𝑝𝑝𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑣𝑖𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜. Le ampiezze delle “ondine” (che si possono

rappresentare anche in una scala di colori) rappresentano l’intensità della

quantità di energia riflessa.

Il centro della traccia rappresenta lo 0, cioè il centro dell’antenna, vengono

prese in considerazione tutte le ampiezze che superano una determinata

soglia positiva o negativa che viene scelta per determinare il segnale utile

(ossia il segnale proveniente dal corpo che si sta cercando) rispetto al rumore ambientale. Il segnale che

supera la soglia rappresenta il segnale utile, invece quello compreso all’interno della soglia è segnale che

si confonde col rumore ambientale.

L’insieme delle A-Scan costituisce una B-Scan, comunemente conosciuta col nome di radargramma (simile

al sismogramma) ovvero una sezione trasversale del mezzo in cui tutte le tracce registrate sono

visualizzate in un formato in cui il tempo doppio di viaggio è riportato sull’asse verticale e la distanza

percorsa dall’antenna sulla superficie del mezzo è riportata sull’asse orizzontale.

La B-Scan può essere

rappresentata sia in formato

wiggle, sia in toni di grigio che a

colori in modo che le riflessioni

che possono rappresentare

importanti interfacce nel mezzo

sono prontamente visibili.


In un radargramma le air-wave, ground-wave e le riflessioni si presentano in questo modo:

N.B.: le Air-Wave e le Ground-Wave hanno un percorso rettilineo perché la loro velocità è costante.

Di solito nel radargramma si elimina l’air-wave e si fa partire la traccia dalla ground-wave (Static

Correction).

Guardando un radargramma è possibile effettuare una valutazione qualitativa di ciò che è presente nel

sottosuolo.

In un radargramma, se gli oggetti sono di dimensioni finite, hanno quindi una propria geometria, si

osserveranno andamenti iperbolici (Iperboli di Diffrazione) in quanto gli echi provenienti dai punti laterali

impiegano più tempo a raggiungere il ricevitore rispetto all’eco proveniente dalla sommità. Invece, se la

discontinuità è piano-parallela gli echi registrati in diversi punti della superficie impiegano lo stesso tempo

per raggiungere il ricevitore, per cui si osserverà un andamento lineare.


I radargrammi vengono acquisiti nel dominio del tempo (si parla infatti di Time-Domain Radargrams),

risulta però necessario convertire i radargrammi dal dominio temporale al dominio spaziale (Distance-

Domain Radargrams) attraverso un’analisi di velocità per interpretare i dati in termini di profondità

piuttosto che in termini di two-way travel time.

Ciò è possibile attraverso l’utilizzo della formula:

1
𝑑 = 𝑣𝑡
2

dove:

- 𝑣 è la velocità di propagazione dell’onda elettromagnetica nel mezzo;

- 𝑡 è il two-way travel time.

Bisogna quindi ricavare la velocità con cui l’onda si è propagata nel mezzo. Ricordando che:

𝑐
𝑣=
√𝜀𝑟

si comprende che la velocità di propagazione dell’onda dipende fortemente dalle caratteristiche

dielettriche del mezzo in cui l’onda si sta propagando.

L’analisi di velocità consiste in un’analisi delle iperboli di diffrazione mediante fitting di queste ultime

(Hyperbola Adaptation). Questa metodologia consiste nel sovrapporre un’iperbole sintetica ad una

iperbole di diffrazione reale generata da oggetti all’interno del mezzo, cercando di ottenere un best fitting

tra le due.
Una volta definita la velocità media con cui le onde elettromagnetiche hanno viaggiato nel mezzo, è

possibile procedere alla trasformazione delle sezioni 𝐺𝑃𝑅 in profondità (time-depth conversion).

La combinazione di più radargrammi, caratterizzati dal fatto

di essere associate a sezioni verticali adiacenti, consente di

ottenere una rappresentazione volumetrica dell’intero

materiale investigato: la C-Scan, quindi, identifica l’immagine

3D del 𝐺𝑃𝑅 come un cubo di dati in cui è possibile visualizzare

diversi piani, la sua costruzione avviene attraverso

l’affiancamento di più profili B-Scan paralleli ed altri

perpendicolari. La C-Scan, quindi, permette di seguire

l’andamento spaziale delle strutture.


LE TIME-SLICES

Un modo sofisticato di trattamento dei dati 𝐺𝑃𝑅 è la costruzione delle Time-Slice (o mappe radar) che

rappresentano una ricostruzione delle ampiezze, caratterizzanti il mezzo indagato, mediante sezioni

parallele alla superficie del mezzo indagato derivanti dall’interpolazione dei valori di ampiezza dei

radargrammi che ricadono all’interno di specifiche finestre temporali. Il risultato è una serie di slice che

illustrano la collocazione tridimensionale delle anomalie derivate da un’analisi digitale di più profili

bidimensionali.

Le Time-Slice sono generalmente costruite in intervalli di tempo uguali, con ogni slice rappresentante uno

spessore approssimato del mezzo indagato. Se le analisi di velocità sono fatte in anticipo e sono fatte le

correzioni tempo-profondità, ogni Time-Slice può essere vista come una Depth-Slice.

I radargrammi raccolti lungo linee parallele o

incrociate sono sezionati ad un determinato

intervallo temporale 𝑑𝑡. Le ampiezze relative

delle onde radar riflesse registrate tra quei

tempi sono poi mediate ed interpolate. Le

anomalie risultanti visibili in una Time-Slice rappresentano, perciò, la distribuzione spaziale delle ampiezze

della riflessione a specifiche profondità.

Quindi, le Time-Slice si riferiscono ad uno specifico valore temporale che può essere convertito in

profondità mediante la relazione:

1
𝑑 = 𝑣𝑡
2

dove:

- 𝑣 è la velocità di propagazione dell’onda elettromagnetica nel mezzo;

- 𝑡 è il two-way travel time.