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INTERVISTA A LUCIANO MAIANI

INTERVISTAA LUCIANO MAIANI


PRESIDENTE DEL CNR
di Luca Lauriola

Ho accolto con piacere e interesse la proposta del Direttore di “Eurasia”, Tiberio


Graziani, di proporre al Prof. Luciano Maiani, attuale Presidente del CNR (Consiglio
Nazionale delle Ricerche), un’intervista sulle attività di carattere tecnologico del CNR
e sulle nuove frontiere della fisica spaziale e delle particelle elementari. Maiani è
Prof. ordinario di Fisica teorica all’Università La Sapienza di Roma, è stato Presidente
dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) dal 1993 al ’98, Direttore generale
del Centro Europeo di Ricerche Nucleari (CERN) dal 1999 al 2003, dove ha sede il
più potente e avanzato acceleratore di protoni del mondo, il “Large Hadron Collider”
(LHC). Ha ricevuto numerosi premi internazionali. È autore di 150 pubblicazioni
scientifiche sulla teoria delle particelle elementari. Ha predetto (con S.L. Glashow e
J. Iliopoulos, nel 1970) l’esistenza e le proprietà di una nuova famiglia di particelle
contenenti il “quark charm”, facendo compiere un fondamentale passo verso la
formulazione dell’attuale teoria unificata delle interazioni deboli.
Potrei continuare ad elencare attività e risultati. In qualità di Presidente del CNR,
dirige ora una struttura nazionale di sviluppo tecnologico finalizzata al potenziamento
dell’industria italiana nella competizione con i paesi più avanzati nei moderni settori
produttivi. La nuova funzione gli consente di aggiungere, al dominio conoscitivo delle
frontiere della fisica, attività operative di grande importanza per lo sviluppo economico
italiano. La sua vasta e complessa cultura mi permetterà più avanti di affrontare temi
che spaziano sulle frontiere del sapere umano.
Ebbi l’occasione e il piacere di realizzare con Maiani una trentina di anni fa alcuni
programmi televisivi di divulgazione scientifica, e da allora ho conservato con lui
un’amicizia duratura, arricchitasi con successivi frequenti incontri e dialoghi. Amicizia
che mi consente di continuare a dargli del tu anche in questa intervista.

Prima domanda: una rapida descrizione delle principali funzioni e attività


del CNR e dei suoi rapporti con l’Industria e le Università.

Cominciamo con l’industria. La sua struttura è cambiata negli ultimi decenni. Ora
è in prevalenza un insieme di medie e piccole imprese, non in grado di provvedere in
proprio a significative attività di ricerca. Il CNR deve quindi impegnarsi a potenziare
le capacità nazionali dei settori non coperti dal contributo statale, che anche verso il
CNR è scarso, fornendo appena le spese del personale e parte di quelle per le
infrastrutture. Con quanto riceve, il CNR può pagare luce, gas e servizi analoghi, ma
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non può alimentare le attività di ricerca, tranne rare eccezioni. Il grosso delle spese il

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CNR deve quindi conquistarselo con i contratti, come comincia a fare. Il Ministero
dello Sviluppo Economico ha lanciato un importante programma, denominato “Industria
2015”, finalizzato ad affrontare attività di ricerca con il concorso di Enti specifici,
iniziative pubbliche, imprese. Il CNR ha così acquisito un buon numero di tali contratti,
che riguardano in particolare risparmio energetico, sviluppo di energie alternative e
altri settori. Un interlocutore importante che sta entrando in scena sono le Regioni,
ora abilitate a investire in attività di ricerca. Le Regioni possono fungere da tramite
tra un ente pubblico come il CNR e le piccole imprese.

Hanno cominciato a svolgere tale funzione?

Sì. Ci sono Regioni più avanzate quali la Lombardia, la Toscana, l’Emilia Romagna,
altre che cominciano a entrare in scena, come la Puglia, e altre ancora decise a
muoversi. È una strada interessante. All’estero, ad esempio in Germania, una grossa
parte della spesa di ricerca è finanziata dalle regioni. Quello che manca nel nostro
Paese è un finanziamento sistematico e consistente di ricerche che occorrono per le
innovazioni di domani e dopodomani. È chiaro che le imprese non possono finanziare
ricerca fondamentale, tranne alcune eccezioni.

Ad esempio, quelle condotte al CERN di Ginevra nell’ambito dell’LHG?

Sì. La ricerca fondamentale punta verso obiettivi molto lontani, non si pone traguardi
immediati. I governanti dovrebbero comprendere che la ricerca fondamentale non
deve espandersi a pioggia, deve avvalersi di precise logiche di scelta. Se si punta a
una ricerca diffusa, come quella che il CNR può fare, non si richiedono costi eccezionali.
Il CNR copre il 40% degli enti dì ricerca in Italia, ma purtroppo lo Stato paga
essenzialmente le spese del personale, svolge attività di intervento episodiche, finanzia
parzialmente il CNR, alcune imprese, e non sto parlando di attività molto diffuse e
localizzate. Mancano quelle iniziative e strutture che sono invece assai presenti in
altri paesi. In Francia, ad esempio, hanno realizzato un’Agenzia nazionale che finanzia
la ricerca fondamentale ma opera anche su vasta scala in settori applicativi diversi,
con finanziamenti diversi. In Italia tale tipo di strategia non esiste, almeno finora.

Manca una strategia politica di chiara e vasta azione prospettica...

Il CNR fa la sua parte, dispone di una rete di Istituti sparsi sul territorio nazionale
e coordinati tra loro. Ottimale è ora il rapporto con le Regioni, come già detto, assai
migliore di quello esercitato con le singole Università, che hanno anche difficoltà a
collaborare tra loro. Il coordinamento regionale riesce meglio con gli Istituti organizzati
in Dipartimenti più o meno vasti. Ci troviamo quindi di fronte a una grande nuova
opportunità. Spero che, ponendosi come intermediario tra la ricerca di base e il mondo
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dell’innovazione, il CNR arrivi ad assumere una funzione importante nella crescita

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tecnologica complessiva del Paese, fino a diventare un protagonista nelle attività


innovative di base, funzione che costituisce del resto il DNA del CNR.

Quali sono le attività più soddisfacenti e più avanzate nei rapporti del
CNR con le industrie e le università?

Certamente quelle riguardanti la fisica, in tutte le sue innumerevoli applicazioni e


in direzione delle inesauribili e diverse frontiere che continuamente apre. L’ambiente
pone problemi nuovi all’umanità che avanza, genera nuove e crescenti esigenze di
natura economica e industriale. Il CNR ha grandissime capacità e potenzialità nella
gestione dell’ambiente, che può essere minacciato da eventi naturali imprevisti. Pensa
ai problemi sorti con l’eruzione vulcanica in Islanda. Il CNR è l’unica struttura che ha
fornito informazioni importanti sull’evoluzione della cenere avvalendosi della rete di
osservatori laser coordinati da un Istituto che si trova a Potenza, nel profondo Sud,
fornendo in tempo reale informazioni sull’evoluzione della nube. Noi abbiamo proposto,
e la Protezione civile ha accolto, di potenziare la rete laser, di estenderla a tutta
l’Europa. In emergenze similari potremmo fornire un quadro realistico dell’evoluzione
dinamica delle nubi vulcaniche in modo da evitare che si debbano interrompere alla
cieca i voli degli aerei civili. In Italia, a causa delle Alpi, che hanno funzionato da
parziale barriera, quelle nubi sono arrivate quasi a livello di respirabilità, non
diversamente dalle nubi ricche di sabbia provenienti dal Sahara.

Minacce possono venire anche dai vulcani marini...

A questo proposito stiamo proponendo una grossa fetta di attività di ricerca sul
mare, sia in materia di pesca sostenibile, sia per quanto riguarda il monitoraggio di
eventi estremi. Ad esempio, si è parlato di recente di un vulcano sottomarino nel
Mediterraneo. Con appropriati fondi il CNR potrebbe sicuramente realizzare una rete
di monitoraggio per fronteggiare rischi di maremoti e di tsunami, che, data la densità
della popolazione che vive lungo le coste mediterranee, potrebbero causare grosse e
gravi calamità.

L’Italia deve dunque attrezzarsi seriamente per fronteggiare quelle


calamità naturali che non possono essere previste tempestivamente...

In un mio articolo pubblicato sul “Messaggero” ho sottolineato l’importanza delle


infrastrutture scientifiche. Esse possono svolgere una funzione permanente di
monitoraggio dell’ambiente, rilevando dati importanti che hanno relazioni con il clima,
con le componenti delle nubi, con la natura e la dinamica dei mari e degli oceani. In
momenti di emergenza tali strutture di rilevazioni scientifiche si attivano
automaticamente, fornendo gli elementi base per bloccare e contrastare i rischi.
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È anche compito del CNR fare previsioni sui rischi di esaurimento di fonti
naturali essenziali allo sviluppo economico e industriale, soprattutto in campo
energetico?

Il problema delle energie rinnovabili è di importanza centrale. Sono convinto che


abbiamo idrocarburi destinati e finire, e quindi il problema: che fare? Sono
completamente d’accordo con la linea del Presidente Obama, illustrata tempo fa in
anteprima al CNR dal ministro americano dell’Energia. Abbiamo a che fare con molte
fonti di energia diffusa e con altre concentrate, come quella nucleare. Accanto alle
fonti diffuse, carboniche, occorrono quelle alternative, rinnovabili, che saranno utilizzabili
solo se sostenute da ricerche importanti. Oggi non abbiamo i mezzi per rendere
veramente incisive le energie rinnovabili, ma il CNR ha le capacità per realizzarle, e
ci metteremo volentieri a lavoro.

Passiamo alla fisica? Alla fisica delle particelle elementari e alla fisica
spaziale? Cosa sta emergendo di nuovo da queste affascinanti frontiere?

Nell’estate del 2008 è entrato in funzione al CERN di Ginevra il più grande e


potente acceleratore di protoni del mondo, il Large Hadron Collider (LHG)...

Tu sei stato direttore del CERN dal 1999 al 2003, quando era in costruzione
la gigantesca macchina circolare nel tunnel di 27 km.

Sì. All’inizio di quest’anno l’LHG ha effettuato esperimenti alle massime energie


d’urto protoni-protoni che macchine del genere siano mai state in grado di raggiungere.
La costruzione dell’LHG può ritenersi un vanto della scienza fisica dell’industria
europea, e italiana in particolare. Ingegneri e fisici italiani, del CERN e dell’INFN
(Istituto nazionale di fisica nucleare), hanno partecipato a tutte le fasi di realizzazione
della macchina (il collisore lungo 27 km), dal progetto iniziale alla ricerca e sviluppo
dei componenti più avanzati e alla concezione e realizzazione dei rivelatori.

Cosa ci si aspetta dall’LHG e, in particolare, dagli ultimi esperimenti


condotti quest’anno?

Dalle collisioni protoniche avvenute e registrate dovremmo attenderci una particella


di nuovo tipo, il bosone di Higgs, finora ricercato senza successo in tutti i maggiori
laboratori di fisica del mondo.

Perché è così importante l’attesa scoperta del bosone di Higgs?

Perché è l’anello mancante della nostra teoria delle forze fondamentali della natura.
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La sua scoperta dimostrerebbe l’esistenza di un campo che pervade tutto il cosmo,

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