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INTERVISTAA GIOVANNI ARMILLOTTA

INTERVISTAA GIOVANNI ARMILLOTTA*


di Melania Perciballi

Il Trattato di Amicizia e Cooperazione firmato da Libia e Italia nel 2008 ha


sollevato dubbi e polemiche a livello internazionale. Le ex potenze coloniali,
come la Francia, temono che esso possa costituire un pericoloso precedente
per le pretese delle ex colonie: è la prima volta che un’ex potenza coloniale
decide di ricompensare un’ex colonia per i danni arrecati dalla colonizzazione.
A suo avviso, cosa giustifica il diverso approccio dell’Italia nei confronti della
sua ex colonia? E solo la dipendenza energetica che ha spinto l’Italia alla
firma dell’accordo o vi sono altre motivazioni?

La malafede degli imperialismi francese e britannico è stata soltanto coperta dal


velo tenue della vittoria nel secondo conflitto mondiale. È vero: Parigi e pure Londra
temono la mossa diplomatica italiana: il famoso re è nudo! Nel senso che il colonialismo
è appurato – e da decenni – che sia stata una vergogna morale, un primo fardello
dell’uomo bianco che ha giustificato lo sfruttamento dei Popoli assoggettati. Solo
che nessuna potenza coloniale lo ha ammesso (si ricordi che la Francia e la Gran
Bretagna, sia pure con manti giuridici diversi le colonie le hanno ancora: dalla Nuova
Caledonia alla Polinesia francese, dalla Guayana francese a Mayotte, dall’Irlanda del
Nord alle Malvine, dalla Scozia alla sperduta Pitcairn), mentre l’Italia – che, in realtà,
non ha mai creato un impero coloniale – si è potuta permettere il lusso di scusarsi. E
Berlusconi non ha detto niente di nuovo, poiché già vent’anni prima del Trattato in
questione, Bettino Craxi aveva posto le basi all’amicizia italo-libica. Sia pure a titolo
personale (ma pur sempre nelle vesti di Presidente del Consiglio dei Ministri) espresse
la condanna del colonialismo italiano, tanto attesa da Tripoli, giorni dopo l’incontro con
il numero due libico, magg. Jallud: «Penso che bisognerà proprio rivederlo il giudizio
storico su questo signor Giovanni Giolitti: parlava di arabi come se fosse carne da
macello. [...] gli italiani non sanno che cosa avvenne in Libia in quel trentennio. Nessuno
ne parla. Tutto è stato rimosso, ma si tratta di crimini che, anche se compiuti dalla
classe politica pre-repubblicana, sono sul conto della nostra coscienza nazionale. [...]
è inutile auspicare un miglioramento dei rapporti con la Libia, quando i libici sentono
ancora forte un problema che gli italiani si ostinano ad ignorare» (“La Stampa”, 30
novembre 1988).
E si badi, fra le altre motivazioni, qui non c’entra alcunché la questione immigrati.
Come afferma Alfonso Desiderio in un articolo su “Limes on line”: «I migranti che
arrivano in Italia attraverso gli sbarchi a Lampedusa o gli altri approdi dello Stivale
sono solo una minoranza del flusso migratorio principale che arriva dall’Est europeo
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con altri mezzi, ma questo flusso secondario è ad alto impatto mediatico e soprattutto

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provoca numerosi morti lungo il percorso che attraversa il deserto del Sahara e poi il
mare con barche precarie». In realtà la Libia rappresenta per l’Italia un importante
esportatore di petrolio e in chiave futura anche di gas. L’Eni è il principale operatore
petrolifero in Libia, con una media di 550mila barili al giorno e ha siglato nuovi accordi
su gas e petrolio con Tripoli, che proteggerà la posizione privilegiata dell’azienda
italiana almeno fino al 2047. Bisogna considerare altri due argomenti: 1) diversi soggetti
libici hanno fatto investimenti importanti sul mercato italiano – come è avvenuto anche
in passato come nel caso della Fiat – diventando oggi azionisti tra l’altro della stessa
Eni; 2) dopo la fine delle sanzioni americane e la riabilitazione internazionale della
Libia, la conseguente apertura di Tripoli al mondo esterno e il ruolo di primo piano che
Gheddafi vuole ricoprire non più nel mondo arabo ma anche nel contesto africano,
aprono nuove prospettive di sviluppo per la Libia e indirettamente per l’Italia, la quale
si pone come primo punto di riferimento per Tripoli e tradizionale elemento di equilibrio
mediterraneo.
Una riflessione sul mondo arabo e la Libia: nel 1997 la Lega Araba – criticata da
Gheddafi per la sua mancanza di sostegno e solidarietà – propose che i due libici
sospettati per l’affare Lockerbie fossero processati da giudici scozzesi secondo la
legge scozzese ed in un Paese neutrale. Inoltre, a settembre, si espressero per un
ammorbidimento del divieto di sorvolo sulla Libia, e votarono per eludere le sanzioni
ONU, in modo da consentire al leader di giungere nei loro Paesi, e permettere voli di
carattere religioso o umanitario che volessero atterrare sui propri territori. Ma,
evidentemente, le misure non bastarono per convincere Gheddafi a posporre il desiderio
di rapporti privilegiati con i Paesi del proprio Continente, piuttosto che con quelli arabi.

Il ricomporsi del contenzioso con la Libia rientra, a suo avviso, in un


tentativo più ampio da parte italiana di rafforzare i legami con la sponda sud
del Mediterraneo? Si può affermare che il Mediterraneo è ancora il principale
interesse nazionale nella definizione della politica estera italiana?

Lei usa un termine fino a pochi anni fa considerato “fascista”: interesse nazionale.
Ossia un comportamento, questo di critica, eredità degenerata del gioco delle parti
democristiano-“comunista” e la loro visione dell’interesse nazionale – a cui è stata
attribuita per decenni una connotazione ideologica del tutto impropria, che ne associava
il significato a “velleitarismo”, a “imperialismo”, a “politica di potenza”, a “militarismo”,
ecc. – così come è tratteggiato da Lucio Caracciolo in un memorabile saggio del
1999: «Per quanto evocata nella Costituzione del 1947, nella nostra cultura la nazione
come idea regolativa dell’azione politica non aveva dignità. Essa era storicisticamente
bollata come residuo di un funesto passato, peggio come espressione di un nazionalismo
goffo quando non pericoloso; in breve, era considerata sinonimo di nostalgia imperial-
fascista» (L.C., L’Italia alla ricerca di se stessa, in Giovanni Sabatucci e Vittorio
Vidotto [a cura di...], Storia d’Italia, Laterza, Roma-Bari 1999, Vol. VI: L’Italia
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contemporanea, p. 545). Ebbene si tratta di quell’interesse nazionale (novità, quindi,

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