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INTERVISTAA GIANLUIGI ANGELANTONI

INTERVISTAA GIANLUIGI ANGELANTONI*


di Tiberio Graziani e Antonio Grego

Il Gruppo Angelantoni comprende oggi otto unità produttive localizzate in


Italia, Germania, Francia, India e Cina, e possiede filiali o uffici di
rappresentanza in oltre settanta Paesi nel mondo. Si tratta quindi di un’azienda
fortemente proiettata verso l’internazionalizzazione. In base alla sua
esperienza quali sono oggi i principali ostacoli che le industrie italiane si
trovano ad affrontare se vogliono avere successo nei mercati mondiali? Quali
sono le problematiche che aspettano chi vuole investire nei mercati emergenti
come Cina e India?

In un contesto economico difficile come quello attuale un’azienda che voglia


risultare competitiva deve avere chiari, oggi più che mai, i traguardi che vuole
raggiungere e adottare una serie di strategie vincenti. Prima fra tutte è indubbiamente
la capacità di sviluppare idee veramente innovative. L’innovazione profonda infatti
apporta un valore aggiunto molto forte all’impresa ed è la condizione necessaria (e
comunque non sufficiente) per avere successo nei mercati mondiali. Sviluppare
un’intuizione vera significa scommettere su un cambiamento radicale; è la scoperta
di quello che può avvenire domani, e costringe i competitor a seguirla e a cambiare
loro stessi. Questo tipo di attività è frutto di un impegno costante e necessita di un
cospicuo supporto di risorse per la progettazione, l’affinamento, l’industrializzazione.
I costi da sostenere sono molto elevati soprattutto se si pensa al fatto che non c’è mai
un ritorno economico nell’immediato proprio perché la filosofia stessa della ricerca
impone di guardare lontano, nel lungo periodo, anche con il rischio dell’ insuccesso
talvolta. Questa è la difficoltà principale che la maggior parte delle aziende si trova ad
affrontare: solo un’esigua parte degli investimenti necessari arriva dallo Stato e il
tessuto economico italiano, costituito per lo più da piccole e medie imprese, non riesce
a reperire i fondi necessari per mettere in moto questo meccanismo. Predisporre
scarsi investimenti in ricerca e innovazione equivale a non sviluppare nuovi concetti.
Ciò detto appare evidente che ad oggi l’ostacolo principale che le industrie italiane
trovano lungo il percorso è legato alla mancanza di sostegno alla ricerca da parte
dello Stato. D’altro canto ipotizzare di sopperire a questa mancanza investendo in
mercati emergenti non comporta difficoltà o rischi minori. In questo caso le
problematiche principali sono altre: occorre analizzare e conoscere il mercato di
riferimento, i competitor, la clientela attuale e potenziale. Ciascun’area geografica
ha il suo mercato di riferimento e in ciascun mercato vi sono cluster differenti, diversità
EURASIA

di approccio culturale e di leggi locali, specie in Cina. La diversificazione culturale, di


mentalità e legislativa rende complesse e laboriose le azioni connesse a questo tipo di

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scelta, che va quindi perseguita in piena consapevolezza e con un background di


conoscenze molto forte non solo per quel che riguarda il proprio luogo di appartenenza.

Lei è presidente del Club della Ricerca e Innovazione di Confindustria


Umbria e vicepresidente di Confindustria Perugia, come osserva , dalla sua
posizione di imprenditore e rappresentante di altri imprenditori , la crisi
economica sta colpendo con particolare durezza anche le aziende umbre. Qual
è la sua ricetta per uscire dalla crisi economica?

L’intensificarsi della competizione su scala mondiale ha portato, nell’ultimo decennio,


un numero sempre maggiore di imprese a ricercare nuove opportunità sui mercati
internazionali. Accanto a ricerca e innovazione è altresì necessaria una
internazionalizzazione delle imprese vista non solamente come export, ma come
presenza produttiva nei principali mercati di sbocco. L’internazionalizzazione è una
modalità con cui l’impresa crea valore, estende il proprio vantaggio competitivo e
accede a nuove opportunità. Chiaramente non bisogna delocalizzare le nostre aziende;
piuttosto cercare di occupare dei grandi mercati operando dal loro interno. Competere,
per esempio, con Cina e India esportando prodotti dall’Umbria è difficile, soprattutto
per i costi legati alla manodopera e ai trasporti. Meglio quindi produrre quei prodotti
all’interno di quei mercati. Per fare questo il prodotto va rivisto, deve rispondere alle
esigenze del mercato locale. Per l’impresa l’internazionalizzazione è una decisione
complessa, che comporta un rapido processo di trasformazione aziendale riguardante
gli assetti finanziari, la struttura organizzativa e tecnica, il posizionamento sul mercato
e la gestione delle risorse umane.

L’investimento nella ricerca e sviluppo di nuove tecnologie per la


produzione e distribuzione di energia rappresenta sicuramente un passo
strategico fondamentale per ogni nazione che aspiri ad avere un ruolo a livello
mondiale. L’Italia sembra essere all’avanguardia per quanto riguarda il settore
dell’eolico e del solare, ma fortemente indietro nel nucleare e nelle altre
fonti rinnovabili. Cosa si può fare, secondo lei, per aumentare la nostra
autosufficienza energetica e la diversificazione delle fonti di energia? Quale
può essere il ruolo delle potenze emergenti, come Russia, Cina e India, che
hanno fatto degli investimenti nel nucleare e in tutte le fonti rinnovabili una
priorità assoluta?

Per essere all’avanguardia nel settore delle rinnovabili bisogna creare delle stabili
filiere industriali che al momento non esistono. Nell’eolico ormai l’Italia è assolutamente
in ritardo rispetto ai grandi gruppi quali Vestas, Gamesa, Siemens e colmare il gap è
ormai impossibile, come del resto per il fotovoltaico tradizionale. Questo può invece
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essere fatto nel campo del solare innovativo, per esempio con la tecnologia del film
sottile, del CPV (Concentrated Photovoltaic) e del CSP (Concentrated Solar Power

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