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Enzo Bandelloni

ELEMENTI
DI ARCHITETTURA
TECNICA

Quarta edizione
ampliata e aggiornata
a cura di Paolo Andriolo Stagno
Giorgio Baroni e Francesca Franchini

CLEUP EDITORE-PADOVA
Prima edizione: settembre 1970
Seconda edizione: marzo 1975 Tutti i diritti sono riservati;
Terza edizione: maggio 1982 nulla può essere riprodotto
Quarta edizione: aprile 1986 senza il permesso dell'Editore.
Ristampa corretta: febbraio 1991
Ristampa: febbraio 1995
Ristampa: maggio 1998

Il contenuto dell'informazione pub-


blicitaria della Valdadige Spa - Vero-
na, che compare alle pagine 284-
288, non impegna minimamente né
l'autore né l'editore del volume.
11 contributo della Valdadige Spa
ha permesso di contenere il prezzo
del volume e di favorirne perciò
l'utilizzazione didattica universitaria.

CLEUP - Cooperativa Libraria Editrice dell'Università di Padova

© 1986 by "CLEUP EDITORE" PADOVA


INDICE

Prefazione alla prima edizione del 1970 di Enzo Bandelloni IX


Prefazione alla terza edizione del 1982 di Pierluigi Giordani XI

Cap. 1 ESPRESSIVITÀ' DELLE STRUTTURE NELLO STUDIO DEL


L'ARCHITETTURA TECNICA 1

Cap. 2 IL PROBLEMA TECNICO STRUTTURALE 13

Cap. 3 IL LEGNO 29
Proprietà e prove relative ai legnami 30
Classificazione dei legnami 32
Principale impiego dei legnami 34
Difetti dei legnami 34
Applicazione dei legnami come elementi costruttivi 35
Lavorazione del legno 35

Cap. 4 I MATERIALI LAPIDEI 39

Cap. 5 CERAMICI - LATERIZI 47

Cap. 6 I LEGANTI - LE MALTE 55


Le malte 58
Malte addittivate 59
Malte pronte 60

Cap. 7 LE MURATURE 61
Definizioni . 61
Materiali impiegati nelle murature 61
Nomenclatura delle murature 62
Murature con funzione strutturale 63
Caratteristiche fisico-tecniche delle murature 66
Caratteristiche estetiche delle murature 66
Nomenclatura delle parti costitutive le murature laterizie . . 67
Prove per la determinazione della resistenza e del carico
ammissibile 74
Carichi gravanti sulle murature 76
Cenni sulle murature non laterizie 83
Norme costruttive 84
VI

Cap. 8 MATERIALI SINTETICI E METALLICI NON FERROSI 85


Le resine sintetiche 85
I bitumi 89
Materiali non ferrosi 89

Cap. 9 ILFERRO 91
I materiali ferrosi 94
Requisiti fondamentali dell'acciaio 95
Caratteristiche dell'acciaio 96
Caratteristiche negative 97
Caratteristiche positive 99
Acciai speciali 99
Formati e denominazioni 100
Esempi profilati a doppio T 1 02
Norme per la progettazione 104
Acciai da costruzione 106
Collegamenti 109
Confronto acciaio calcestruzzo armato 122
Cap. 10 IL CALCESTRUZZO ARMATO 135
Cenni storici 136
II calcestruzzo di cemento 156
Il cemento 156
Gli inerti 163
La ghiaia 164
L'acqua 167
Il calcestruzzo 167
Tensioni ammissibili 181
Controllo di qualità del conglomerato 182
L'armatura metallica 187
Casse forme e sostegni per il getto 198

Cap. 1 1 CALCESTRUZZO ARMATO PRECOMPRESSO 203


Raffronto fra strutture precompresse e strutture in e.a. . .. 204 <
I materiali 205
Criteri di calcolo 209
Regolamentazioni legislative 212
Cause e valutazioni delle cadute di tensione 212
Sistemi di precompressione 212
Pregi del conglomerato precompresso 214

Cap. 12 LE FONDAZIONI 217


Classifica e resistenza dei terreni 218
Le fondazioni 228
Fondazioni in superficie 228
VII

Fondazioni lineari o continue 229


Fondazioni a plinti 230
Fondazioni a trave rovescia 231
Fondazioni a platea 232
Fondazioni in profondità 233
Pali costruiti fuori opera 234
Pali gettati in opera 237
Statica dei pali 247
Formule di stabilità dei pali 249
Stabilità dei pali in gruppo 251
Prove di carico sui pali 253
Le fondazioni speciali 255
Cassoni autoaffondanti 256
Cassoni pneumatici 257
Pali ad elementi 258
Palancole 259
Diaframmi in calcestruzzo 260
Consolidamento del terreno 261

Cap. 13 ISOLAI 265


Solai in legno 265
Solai in calcestruzzo armato 267
Solai in laterizio e e.a 270
Solai in acciaio 280

Cap. 14 LE COPERTURE 289


Coperture a volta 289
Coperture a falda 294
Strutture sottotegola per edifici civili 300
Coperture piane 302
Il manto di copertura 304

Cap. 1 5 LA PROTEZIONE CONTRO L'UMIDITA' 311


Isolamento dall'umidità sotterranea 311
Isolamento dagli agenti atmosferici 314
Barriera al vapore 318

Cap. 16 PROBLEMI ACUSTICI 321


Materiali acustici 325
L'isolamento acustico 326
La correzione acustica 335

Cap. 1 7 PROBLEMI TERMICI 339


Richiami di trasmissione del calore 339
Vili

Normativa italiana 341


Tecniche di architettura bioclimatica 348

Cap. 18 LE SCALE 357


Tipo di collegamento verticale 358
Tipologia della scala 359
Norme di progettazione 363
Dimensionamento 366
Struttura 367

Cap. 1 9 I SERRAMENTI 377


Tipi di serramento 379
Caratteristiche strutturali del serramento 392
Particolarità dei serramenti metallici 398
Vetri 401

Cap. 20 OPERE DI FINITURA 403


Intonaci 403
Tipi di intonaco distinti per tipo di lavorazione 405
Pavimenti 407
Rivestimenti 418
Tinteggiature e coloriture 422

Cap. 21 CENNI SULL'INDUSTRIALIZZAZIONE DELL'EDILIZIA E LA


PREFABBRICAZIONE 427
La progettazione per l'edilizia industrializzata 431

Cap. 22 IL PROGETTO, LA CONDOTTA, LA CONTABILIZZAZIONE DEI


LAVORI E I COLLAUDI 435
Introduzione 435
Compilazione del progetto 438
Approvazione del progetto 460
Appalto 463
Gara di appalto 465
Contratto 477
Esecuzione dei lavori e loro condotta 478
Contabilità dei lavori 486
Revisione dei prezzi 493
Riserve 495
Collaudo tecnico-amministrativo 497
Disciplina per le opere in conglomerato cementizio (sem-
plice, armato e precompresso) e per le strutture metalliche. 499

FAC-SIMILE DEGLI ATTI RELATIVI ALLA CONTABILIZZAZIONE DEI LAVORI. . . . 507


Prefazione alla prima edizione del 1970

Questa raccolta di appunti dalle lezioni di Architettura Tecnica che


completa e integra le dispense redatte e pubblicate a cura degli studenti du-
rante gli anni scorsi, non deve essere considerata un testo completo della ma-
teria ma soltanto un agile ausilio per un primo approccio alla molteplicità
di fattori che sono alla base dei problemi tecnico-strutturali inerenti alle co-
struzioni.
Per chi volesse approfondire la materia è riportata per ogni sìngolo ca-
pitolo una bibliografia essenziale, alla quale si è largamente attinto sia nella
stesura del testo che nella scelta delle illustrazioni.
Per ciascun materiale trattato è stato anche succintamente riportato il
procedimento per dedurre il costo analitico dello stesso, onde dare un'indi-
cazione seppure sommaria del fattore economico che sovente è alla base per
la scelta di un materiale, e che qualche volta non è sufficientemente consi-
derato dal progettista. E' stato invece amplìamente trattato in un capitolo
a parte, l'aspetto economico-amministrativo e burocratico che è conseguen-
te ad un progetto, riportando nella bibliografia le principali leggi e norme
che possono interessare l'ingegnere civile nell'esercizio della professione.
Hanno collaborato gli assistenti ing. Paolo Andriolo-Stagno, ing. Pino
Bottacin, ing. Paolo Schwarcz, arch. Piero Mansutti ai quali va un grato rin-
graziamento per la non lieve fatica.

Enzo Bandelloni
Prefazione alla terza edizione del 1982

Ancora nel 1978 l'indimenticabile amico Prof. Enzo Bandelloni, Ordi-


nario di Architettura Tecnica in questo Istituto, aveva deciso di por mano
ad una riedizione del suo testo dì Elementi dì Architettura Tecnica, aggior-
nandolo secondo le nuove normative ed adattandolo a quanto la sua espe-
rienza didattica e scientifica gli era venuta suggerendo, anche per ciò che
riguardava una più attuale ripartizione degli argomenti. La tragica sua scom-
parsa nel dicembre di quell'anno purtroppo impediva anche il solo avvio
concreto dell'operazione, che fino ad allora si era limitata a costruttivi
scambi di idee con i collaboratori al suo corso.
Esaurite ora anche le ultime scorte del volume, non è apparsa con-
veniente una semplice ristampa dell'opera, che da anni è adottata come te-
sto anche da altre Facoltà di Ingegneria.
Il Prof. Giorgio Baroni, l'Ing. Paolo Andriolo Stagno e l'Ing. Francesca
Franchini, allo scopo preminente di perpetuare il ricordo del Prof. Bandello-
ni tra docenti e discenti, hanno ora provveduto ad un generale aggiorna-
mento ed ampliamento del testo, previa una attenta rilettura e mantenendo
la validissima struttura di base del volume.
In particolare P. Andriolo Stagno ha curato la revisione dei capitoli
dal n. 9 al 13, adeguandoli alle nuove norme sull'accettazione dei materia-
li e sulla progettazione ed esecuzione delle strutture in acciaio e in calce-
struzzo armato, nonché di quelli relativi alle coperture, alle scale, ai serra-
menti, alle opere dì finitura ed alle norme per il progetto e la condotta dei
lavori edili; G. Baroni ha rivisto i primi quattro capitoli ed ha integrato ed
in parte rielaborato i capitoli n. 5, 6, 15, 16 e 21 sui ceramici e laterizi, sui le-
ganti e le malte, sulla protezione contro l'umidità, sui problemi acustici e
sull'industrializzazione edilizia; F. Franchini ha infine redatto ex novo i
capitoli n. 7 sulle murature, n. 8 sui materiali sintetici e su quelli metallici
non ferrosi ed il capitolo n. 17 sui problemi termici, in relazione anche alle
recenti norme sul contenimento dei consumi energetici.

Pierluigi Giordani
Direttore dell'Istituto di Architettura e Urbanistica
dell'Università di Padova
Gennaio 1982
CAPITOLO PRIMO

ESPRESSIVITÀ DELLE STRUTTURE


NELLO STUDIO
DELLA ARCHITETTURA TECNICA
Pier Luigi Nervi nel suo volume ''Scienza o arte del costruire" pone la
domanda se il costruire sia prevalentemente un'arte, ossia un atto creativo
dominato e determinato da elementi umani ed individuali, o non piuttosto
un fatto eminentemente scientifico, regolato da formule impersonali col-
leganti in modo rigido ed univoco premesse di problemi a precise conseguen-
ze di soluzioni.
La risposta a detta dello stesso Nervi non può essere che unica: il co-
struire è arte pur nei suoi aspetti più tecnici, cioè quelli che si riferiscono
alla stabilità delle strutture.
Infatti anche l'indagine strutturale più esatta condotta sia pure con
procedimento matematico complesso, presenta sovente una limitata acu-
tezza che può essere integrata e completata solo mediante un lavoro perso-
nale di intuizione e comprensione dei fenomeni statici, non certo traduci-
bile a mezzo di leggi di carattere assoluto e numerico. In ogni opera di pro-
gettazione è necessario quindi impostare i problemi che, considerando il
fatto estetico insito nell'opera, possano permettere di fondere in un tutt'uno,
organico ed indiscindibile. le esigenze della tecnica con quelle dell'arte, che
è in fondo il presupposto primo per chiunque voglia operare con coscienza
nel campo delle costruzioni. E' impensabile infatti una qualsiasi struttura, e
non solo edilizia, che risponda soltanto a qualcuno dei quesiti posti all'atto
della impostazione del problema, ad esempio alla sola funzione estetica, o
strutturale, o economica (fattore quest'ultimo di fondamentale importanza
e più volte trascurato dai progettisti), ma per risultare "riuscita" dovrà poter
fondere nel suo complesso tutto quell'insieme di fattori che sono di estetica,
di funzionalità, di staticità e di economia che compongono un'opera e la
qualificano soprattutto nel tempo, anche in relazione ai gusti e alle mode che
quasi sempre sono passeggeri.
Ogni elemento, ogni organismo, ogni struttura ha una propria funzio-
nalità e nel contempo una propria esteticità, cioè sotto certi aspetti costitui-
scono deglf strumenti che adempiono a determinate funzioni, e possono per-
ciò essere considerati come degli utensili, e sotto altri possono essere invece
riguardati come degli oggetti d'arte nelle opere d'arte. Soprattutto interes-
serebbe conoscere il motivo per cui il nostro spirito è disposto a riconoscere
bella una struttura genuinamente concepita nell'organizzazione unitariamen-
2

te totale di fattori razionali e di fattori fantastici.


L'architettura, o più genericamente l'arte, è un linguaggio: linguaggio
per chi si esprime e linguaggio per chi legge e cerca di penetrare e di inter-
pretare le ragioni che hanno fatto concepire quella determinata forma nel-
la mente e poi nell'opera dell'artefice. Come tutti i linguaggi è quindi costi-
tuito da delle parole, dei vocaboli, che nel contesto più ampio di uno scrit-
to o di una poesia assumono una particolare individualità. I vocaboli sono
raccolti nei dizionari, e rappresentano degli strumenti per esprimersi che
una volta inseriti nel ritmo compositivo, possono essere trasformati dall'ar-
tista ed assumere quindi delle nuove utilizzazioni che possono dare ai sem-
plici vocaboli anche delle nuove significazioni.
L'architettura tecnica è appunto una raccolta analitica dei singoli vo-
caboli che sono indispensabili al progettista che si esprime nella sua opera
a mezzo di un linguaggio tecnico ed estetico; può essere paragonata ad un
vasto dizionario che raccoglie catalogando ed analizzando criticamente le
singole voci, che insieme composte con l'aiuto della grammatica e della sin-
tassi cioè con i modi di comporre e di unire correttamente le singole vo-
ci — costituisce il linguaggio architettonico, cioè l'espressione della compo-
sizione architettonica, che dovrebbe rappresentare appunto il passo ultimo
a partire dal singolo vocabolo, cioè dal dizionario, attraverso le regole gram-
maticali e sintattiche per giungere ad accendere la fantasia nella fase della
composizione, ove — solo per chi è dotato - si può raggiungere la poesia.
Da ciò si deduce l'importanza dell'approfondimento nello studio del-
l'architettura tecnica, cioè della precisione dei vocaboli, come elementi tecni-
ci, che possono essere sia elementi strutturali che distributivi, che sempre
sono perfezionabili nella loro catalogazione, e quindi inseribili in dizionari
— cioè nel bagaglio delle cognizioni tecniche di ciascuno — attraverso una cri-
stallizzazione di perfezionamento che è tecnico, applicativo ed anche este-
tico.
Nell'architettura si dovranno quindi attentamente esaminare tutti gli
elementi, ordinandoli e catalogandoli, in quanto sono proprio questi ele-
menti, cioè i materiali, le strutture, le linee, i volumi, i colori, che rappresen-
tano i segni del linguaggio architettonico che permettono di leggere nell'o-
pera la proiezione di noi stessi, come singoli operatori o come artisti, uni-
tamente alla società ed alla civiltà a cui si appartiene. Non è da dimenticare
che vi sono infatti degli aspetti di artisticità dovuti ai singoli individui ed
altri dovuti al "gruppo". Tale considerazione era soprattutto valida nei se-
coli passati ove un qualsiasi cittadino inserito in una tradizione trovava la
vera identità grazie alla costrizione che gli imponeva di rispettare quanto
di vincolante era stato elaborato, cioè il canone delle autorappresentazioni
ammesse dalla collettività.
Nulla era allora ammissibile al di fuori dell'esistenza di gruppo, che vi-
sivamente si rappresentava nell'estetica di gruppo, ed esempio di un tale mo-
do di intendere la civiltà è attorno a noi, nelle nostre antiche città ove, per
3

chi sappia leggerla, ogni opera chiaramente rappresenta oltre all'individuali-


tà dell'artista, lo spirito e la società del tempo.
A questo proposito sembra non inutile molto brevemente accennare
allo sviluppo successivo delle tecniche costruttive con particolare relazione
alle conseguenze e all'impiego dei materiali, in quanto il problema tecnico
strutturale dell'architettura è in fondo l'oggetto del corso di Architettura
Tecnica, chiamato anche in altre facoltà come corso di Elementi Costrutti-
vi. E' però necessario cercare di analizzare in profondità e con impegno cul-
turale il problema della struttura, fin dalle sue origini, alle sue significazioni,
ragioni e successivi' aggiornamenti per poter affrontare con un sufficiente
bagaglio di nozioni, di tecnica, di cultura e di arte, i problemi di oggi che
sono di grande importanza e di notevole mutevolezza, dato il continuo ag-
giornamento che la nascita e la sperimentazione di nuovi materiali richiede.
La tecnica costruttiva fin dalle sue origini, per secoli, si è basata su tre
elementi fondamentali che sono legno, pietra e laterizio; solo da poco con
l'applicazione del calcestruzzo armato, del ferro, delle materie plastiche, del
vetro ed in genere dei materiali odierni, la tecnica costruttiva si è rapidamen-
te evoluta, creando un nuovo linguaggio tecnico ed estetico, che è in conti-
nua fase di sperimentazione, di sviluppo e di controllo.
L'elemento costruttivo originario, che più volte ritroveremo nello svi-
luppo del corso è il trilite, costruito da due piedritti o pilastri e superior-
mente da un architrave, detto anche traverso o orizzontamento, vincolato
alle strutture verticali da semplice appoggio, Fig. 1.1. Il materiale impie-
gato è generalmente lapideo e la struttura presenta un fondamentale erro-
re di impostazione statica cioè quello di caricare la pietra disposta orizzon-
talmente su due appoggi, e assoggettarla quindi a sollecitazioni di flessione
e taglio, contrarie alle caratteristiche fisiche e tecnologiche proprie del ma-
teriale. L'uso della pietra come elemento strutturale orizzontale, date le
sue limitazioni più avanti accennate, portò a particolari determinazioni for-
mali, che in pratica costituirono l'aspetto estetico delle architetture di quei
periodi, e basti pensare ai templi greci, ove la necessità di contenere gli oriz-
zontamenti entro luci modeste, condizionò l'interasse tra i pilastri e le co-
lonne, investendo tutta la costruzione con una serie di misure reciproche e
di rapporti dimensionali tra i singoli elementi e tra le varie partiture, che
rappresentarono anche il senso di una particolare sensibilità formale che fu
di ricerca di raffinata proporzione e di un gusto che investì e configurò ogni
rappresentazione di quella civiltà.
L'architettura romana nacque e si sviluppò sotto il segno della riscoper-
ta di due elementi fondamentali, il laterizio, come elemento costitutivo delle
fabbriche e l'arco come elemento di stabilità e di struttura delle stesse. I pri-
mi laterizi furono infatti adoperati dalle civiltà orientali, a partire dal 2000
a.C, come testimoniano gli scavi eseguiti in India, a Lothal. che portarono
alla luce un forno per mattoni e in epoca anche precedente in Mesopotamia
e Babilonia, ove con tale materiale vennero eseguite costruzioni maestose di
4

cui ancora oggi restano evidenti tracce. Con i romani il laterizio, cioè l'ele-
mento parallelipedo di argilla impastata, formato e cotto in fornace, diven-
ne il simbolo e la visione di un fatto costruttivo del tutto nuovo. E' però da
dire che negli elementi dell'architettura romana il muro o l'arco non era co-

Fig. 1.1 — Porta dei Leoni a Micene.

struito interamente in mattoni, ma di solito questi ne costituivano il para-


mento esterno, la cassaforma dell'anima della struttura che di solito era il
calcestruzzo, opus cementicium, cioè un conglomerato di sostanze solide,
o aggregati, e di materie cementizie, quali le calci idrauliche ed il cemento
Portland, che era ben conosciuto dai romani, come ci ricorda Vitruvio nel-
la descrizione delle specificazioni tecniche (Vitruvio, De Architectura, 1,2
e 11,4). Infatti come fa notare uno studioso inglese (W. Perkins, Roman
concrete and Roman palaces, "The Listener" nov. 1956): "Molti visitatori
lasciano Roma senza sospettare che il Pantheon e le Terme di Caracalla non
sono assolutamente edifici in mattoni. In effetti i mattoni sono soltanto un
rivestimento superficiale, il cui scopo principale era quello di rendere piana
la superficie e di contenere il nucleo di calcestruzzo quando questo non era
ancora ben essiccato. Un altro comune errore è la convinzione che i mattoni
spesso incorporino quelli che ovviamente sembrano elementi strutturali, co-
5

me archi di sostegno, sopraporte e finestre. Questa credenza ha portato alcu-


ni studiosi a parlare di volte romane in termini di raccolta e trasmissione di
spinte, come se un edificio romano in calcestruzzo fosse un organismo dina-

Fjg. 1.2 — Archi romani sulla via Nova, ai piedi del Palatino.

mico nello stesso senso, ad esempio, di una cattedrale gotica. La verità è che
una volta asciugato, il calcestruzzo romano era quasi del tutto inerte. Gli ar-
chi di sostegno e simili elementi avevano senza dubbio una notevole impor-
tanza durante la costruzione; ma l'edificio, una volta terminato, si reggeva
grazie alla grande resistenza ed alla monoliticità del calcestruzzo stesso. Muri
e volte potrebbero, in teoria, essere costruiti nella forma preferita dall'archi-
tetto, purché la struttura progettata fosse abbastanza resistente da sostenere
6

il suo stesso peso", Fig. 1.2 e 1.3.


La struttura ad arco era già nota agli egiziani verso il 2000 a.C. come te-
stimoniano numerosi reperti, fu poi in pratica negletta dai greci che prefe-
rirono la struttura architravata, e ripresa invece dagli etruschi che ne fecero

Fig. 1.3 — Arco romano con struttura in calcestruzzo.

largo uso, come ad esempio nelle mura di Perugia, nell'arco cosiddetto di


Augusto per la superficiale aggiunta d'epoca romana. L'arco romano è ge-
neralmente semicircolare, privo di stabilità se le sue spalle non sono sostenu-
te da solidi muri, atti a sopportare la spinta dell'arco, e se i pilastri di soste-
gno non solo altrettanto solidi. Da ciò ne consegue l'aspetto estetico delle
strutture romane, ove archi e volte realizzati senza catene erano impostati
su grandi e massicci piedritti, la cui dimensione per il principio delle resi-
stenze passive, era necessaria per assorbire entro il nocciolo d'inerzia della
base la risultante delle forze dovute al peso proprio ed alla spinta dell'arco.
Tali principi costruttivi, dopo un periodo susseguente alla caduta del-
l'Impero romano, di notevole regresso e di abbandono delle tecniche dive-
nute ormai tradizionali, trovarono applicazione nel Medio Evo, dopo il
Mille, e caratterizzarono formalmente con la loro espressività le strutture
dell'architettura romanica, nella quale venne approfondito ed affinato il
gusto tutto romano per la lavorazione delle murature con elementi di la-
terizio, con materiali lapidei. Il principio prima accennato delle resistenze
passive, fu quello che informò staticamente le costruzioni di quel periodo,
ed in particolare gli edifici religiosi, le cattedrali romaniche le quali, con le
due navate affiancate a quella principale, costituivano un efficiente siste-
ma per lo scarico sul terreno delle spinte degli archi e delle volte che copri-
vano lo spazio.
Nella continuità muraria di queste costruzioni si può individuare uno
7

scheletro resistente, formato da pilastri o costoloni necessari a scaricare la


spinta degli archi; le altre parti dell'involucro — i muri perimetrali e i cam-
pi delle volte tra un costolone e l'altro — sono addossati a questo scheletro
più o meno strettamente, ma quasi sempre distinguibili con chiarezza. Tut-
ti gli elementi contribuiscono alla stabilità della costruzione. I nodi strutt-
rali affiorano all'esterno, sotto forma di costole e contrafforti, ripetendo
i ritmi delle campate interne; i piedritti centrali possono snellirsi in colon-
ne, essendo le resistenze maggiormente affidate alle murature esterne realiz-
zate di notevole spessore per assorbire appunto le spinte degli archi e delle
volte. La forma architettonica evidenziata è così essenzialmente in funzio-
ne della struttura.
Praticamente nello stesso periodo, ma particolarmente fuori d'Italia,
sorsero le architetture gotiche, come le grandi cattedrali di Francia e di In-
ghilterra, nelle quali l'applicazione del materiale lapideo perse quella ottu-
sità statica e pesantezza visiva che, come si è già visto, aveva caratterizzato
le costruzioni romane e posteriori; con i gotici il materiale letteralmente
vibrò nello spazio con una leggerezza fino allora sconosciuta, rappresentan-
do visivamente con estrema eleganza e raffinatezza la realtà degli sforzi di
sostegno e contrasto di quelle arditissime strutture. I caratteri costitutivi
dell'architettura gotica sono ben noti; essi sono l'arco acuto, l'arco ram-
pante e la volta a nervature. E' da dire però che nessuna di queste strutture
è puramente un'invenzione gotica, ed infatti archi acuti e rampanti com-
paiono in precedenti chiese romaniche, ma gli architetti di quel periodo
combinarono insieme i vari elementi secondo il principio delle resistenze
attive, ottenendo l'eccezionale risultato estetico di animare e vibrare le inerti
masse murarie accelerandone il movimento spaziale per ridurre l'edificio ad
una visibile struttura di linee di forze tra loro intersecantesi. I vantaggi
tecnici di tale soluzione sono anche molteplici: innanzi tutto mentre la volta
a botte di tipo romano scarica le forze lungo tutta la linea costituita dai due
muri perimetrali corrispondenti all'imposta, le volte a crociera permettono lo
scarico su soli quattro punti; l'arco acuto permette altresì al costruttore di
voltare coperture svincolate dalle piante rigidamente quadrate e di dare a
queste con una maggiore verticalità uno slancio visivo più accentuato. Dal
punto di vista costruttivo venivano eliminate le costose armature lignee lungo
tutta la lunghezza e la larghezza, necessarie per la costruzione delle volte a
botte o di quelle a crociera romaniche, perché con la volta a nervature le ar-
mature di sostegno erano limitate ai soli archi trasversali ed alle costolature,
mentre per gli spicchi di riempimento, tra di loro indipendenti, veniva ap-
plicato un sistema leggero di centinatura mobile. La volta infatti era pensa-
ta e realizzata come composta da più volte secondarie che ricoprivano gli
spazi lasciati libere dalle costolature (elementi di struttura), realizzando co-
sì un perfetto sistema spaziale elastico, Fig. 1.4, 1.5 e 1.6).
E' da accennare anche al concetto veramente "moderno" dell'ideazio-
ne dell'edificio gotico, nel quale le pareti perdono la loro pesantezza e di-
8

mensione e quindi l'essenza di maschi murari; gli elementi di chiusura addi-


rittura scompaiono, sostituiti da grandi policromie vetrate tra gli esili elemen-
ti strutturali - linee di forza - che contrappuntano con un perfetto linguag-

Fig. 1.4 - Schema strutturale di una volta gotica.

gio tecnico ed estetico tutta la costruzione. Un moderno e famoso scienzia-


to, il Danusso (in "Quaderni della Fondazione Pesenti", 1949) nota a pro-
posito di queste strutture che alla luce delle conoscenze di oggi sembrano
impensabili:
"Quando penso alla struttura delle cattedrali gotiche, che incanala lungo
una sapiente ramificazione il flusso delle forze per guidarlo nella sua disce-
sa sino ai fusti ed alle radici; quando penso al turbamento che devono aver
provato e virilmente superato gli ideatori e costruttori di colossi come le
Terme di Caracalla, o le cupole del Pantheon, di Santa Maria del Fiore, di
San Pietro, vedendole sorgere nella loro imponente realtà, quando penso
tutto questo, non posso che riconoscere la precedenza storica dell'intuito
sulla scienza, ed inchinarmi sulla sua potenza creatrice".
Dopo notevoli ed interessanti esperienze gotiche, filtrate in Italia però
attraverso gli influssi delle tradizioni locali e basti per questo pensare ai mo-
numenti dell'Italia centrale ed alle splendide, uniche architetture di Vene-
zia, verso il 1500 fiori e proprio dall'Italia, da Firenze e Padova, quella cul-
tura rinascimentale che con le sue speculazioni filosofiche, con le sue ec-
cezionali personalità artistiche e le sue realizzazioni può essere considerata
come punto di partenza della cultura moderna, e non solo nel campo del-
l'arte. Fu il periodo dei grandi trattatisti, come Leon Battista Alberti, il
Serbo, il Palladio, lo Scamozzi, il Vignola, che con le loro opere tentaro-
no di cristallizzare entro normative e schemi i modi e le varie forme di com-
porre e costruire gli edifici, rifacendosi ai grandi esempi del passato che fu-
rono riscoperti, studiati ed analizzati fin nel profondo. I materiali prevalen-
temente lapidei impiegati nelle strutture delle fabbriche vennero trattati e
9

plasmati con un sentimento estetico tale da assumere delle valorizzazioni


espressive che ne caratterizzarono l'impiego; anche l'intonaco, prima scar-
samente impiegato, acquistò la dignità di materiale come elemento tecnico

Fig. 1.5 - 1.6 - Chiesa di S. Anna ad Annaberg (1499). Pianta e particolare della volta.
10

e decorativo, mentre apparirono le prime applicazioni del ferro usato come


elemento per contrastare le strutture spingenti, cioè come catena per archi
e volte.
Il seicento approfondi i grandi concetti già espressi nel secolo prece-
dente superandoli nelle innovatorie concezioni politiche, filosofiche ed ar-
tistiche; per la prima volta nell'architettura entrò il concetto di spazio, ma
non lo spazio rigido, bloccato e severo delle costruzioni greche, romane o
medioevali, ma lo spazio che fluisce e si compenetra valorizzato dalla luce
e dagli effetti prospettici. Si può dire che in questo periodo passa in secondo
piano l'impiego meditato dei materiali, tanto l'arte è informata da una su-
periore concezione di spiritualità e di abbandono dei vecchi tradizionali sche-
mi, che in alcuni artisti assunse a vette di poesia, mentre per altri non uscì
dai limiti del manierismo. Concezioni statiche di grande interesse trovarono
applicazione nelle fantasticherie architettoniche e costruttive dei grandi
maestri, come nel S. Lorenzo di Torino del Guarini, ove la struttura venne
piegata al lirismo poetico e spaziale dell'idea informatrice per dare, per dir-
la con le stesse parole del Guarini "lo scopo di erigere edifici molto forti
si che sembrassero deboli, e che servissero di miracolo, come stessero in
piedi".
Verso la metà del settecento si levò a Venezia una voce isolata, quel-
la del frate veneziano Carlo Lodoli che, in nome della ragione predicò la
sincerità strutturale, criticando anche gli antichi "perché la pura ragione del-
le cose è ancora più antica degli antichi". Il "lodoljsmo", noto attraverso
le opere dell'Algarotti e del Memmo derivava dalle concezioni meccaniche
di Galileo, ed anche più direttamente da quelle sensistiche di Bacone; "de-
vonsi unire fabbrica e ragione e sia funzione la rappresentazione" era tra i
suoi motti. Ormai il Barocco, dopo la sua splendida fioritura, si ripiegava
sotto il peso degli ornamenti plastici del manierismo e del rococò, ed il neo-
classicismo con la pedissequa ripetizione dei canoni e degli ordini dell'an-
tichità denunciava la sua fredda illogicità concettuale. In questo panorama
il Lodoli predicava che l'architettura non era da considerare scultura, ma
aveva il precipuo scopo di "fare una fabbrica molto durevole"; condannò
cosi ogni forma di decorazione, in quanto mai si doveva parlare di bellezza
di una fabbrica ma di utilità, perché la bellezza poteva consistere solo nel
chiaro ordine degli elementi impiegati per raggiungere un chiaro e determi-
nato fine. Il materiale, ed ogni materiale doveva avere "la sua ragione", ve-
niva così ad assumere un'importanza decisiva in quanto il cosiddetto "sti-
le" non era altro che tecnica nel costruire che poteva essere valorizzato solo
"dalle espressioni delle precise proporzioni della materia che si mette in uso
in una fabbrica".
Quella del Lodoli fu certamente la prima voce, il primo passo verso
quella concezione che oggi è intesa come architettura moderna, il cui cammi-
no seguente è in pratica storia di oggi e strettamente connesso ai fenomeni
politici, sociali e tecnici degli anni che ci hanno preceduto e di quelli nei qua-
11

li viviamo, e sul quale si tornerà sia pur brevemente nel corso dei capitoli che
seguono.

Bibliografia

G.B. MILANI,L'ossatura murale, 3 voi., Torino, 1920.


G.B. MILANI e V. FASOLO, Le forme architettoniche, 2 voi., Milano,1931-1940.
P.L. NERVI, Scienza o arte del costruire, Roma, 1945.
G. ROISECCO, Vita dei materiali in architettura, Genova, 1958.
N. DAVEY, Storia del materiale da costruire, Milano, 1965.
A. CAVALLARI MURAT, Intuizione statica ed immaginazione formale nei reticoli delle
volte-gotiche nervate, in "Atti e rassegna tecnica", Torino, luglio 1958.
N. PEVSNER, Storia dell'architettura europea, Bari, 1959.
A. PETRIGNANI, Tecnologìe dell'architettura, Milano, 1967.
CAPITOLO SECONDO

IL PROBLEMA TECNICO
STRUTTURALE

E' da definire come organismo statico qualsiasi corretta e coerente rea-


lizzazione della complessità di elementi portanti e portati che entrano in
gioco in una struttura. Naturalmente in ogni organismo di tale tipo non è
possibile assolutamente prescindere dalla scelta del materiale da impiegare,
in quanto ogni materiale ha precipue e ben determinate proprietà caratte-
ristiche che potranno venire esaltate — sia sotto l'aspetto statico-costrutti-
vo che estetico — soltanto dal corretto impiego dello stesso.
Si è già visto come nel passato sia stato proprio l'impiego meditato del
materiale, a parte le conoscenze tecniche, che ha determinato delle espres-
sioni formali e delle forme costruttive ed architettoniche.
Il problema tecnico strutturale è anche e soprattutto in funzione del
corretto e sapiente uso del materiale: in particolare ogni struttura avrà un
determinato linguaggio e particolare impiego e specificazioni a seconda del
materiale impiegato. Chi ad esempio costruirà in legno o in pietra — tecni-
che però ormai in disuso — dovrà tener conto e valutare le diverse limita-
zioni negative che tali materiali impongono; costruendo invece in calce-
struzzo armato o in acciaio si dovranno considerare tutti i fattori sia posi-
tivi che negativi che sono tipici di due mezzi anche espressivi cosi diversi,
unitamente a quella complessità di fattori legati all'ambiente, alla tradi-
zione ed all'economia che non sono mai da dimenticare.
Per affrontare con coerenza e sensibilità il problema della struttura,
sembra non inutile riportare integralmente quanto Pier Luigi Nervi, ebbe
a scrivere nella prefazione del suo volume Nuove Strutture, ove fa parti-
colarmente riferimento alle mentalità tutte diverse nell'affrontare il pro-
blema che generalmente caratterizzano il progettista a seconda che sia usci-
to da una scuola di Ingegneria o di Architettura:
"Nel nostro paese, e con poche differenze negli altri, i futuri tecnici e
progettisti di tutto il vasto campo del costruire, vengono formati di due di-
versi ambienti universitari: le scuole di Architettura e quelle di Ingegneria
Civile. Da quanto mi risulta per conoscenza diretta, e per considerazioni
fatte esaminando, in occasione di concorsi o su riviste specializzate, proget-
ti provenienti da diverse Nazioni, si dovrebbe concludere che le scuole di
architettura e l'ambiente culturale architettonico sono tuttora dominati da
un formalismo simile, nella sua profonda essenza, a quello che cinquanta
anni or sono si manifestava, libero da ogni preoccupazione tecnica, in fan-
14

tasiose decorazioni superficiali.


Le necessità didattiche, che accentuano l'importanza del disegno, l'abi-
tudine di critica architettonica di carattere essenzialmente formale, la scarsa
accentuazione da parte di molti docenti nella ineluttabile necessità di un va-
lido corpo costruttivo per qualsiasi fatto architettonico, fanno si che quasi
inconsapevolmente lo studente della facoltà di Architettura sia portato a
vedere nell'opera architettonica un qualche cosa di astratto che si identifi-
ca con il graficismo che lo rappresenta.
Posto di fronte ad un problema strutturale nuovo, per prima cosa pensa
ad una forma, e la fissa in schizzi prospettici, che via via elabora e sviluppa,
senza domandarsi se tutto ciò alla fine sarà traducibile in un organismo sta-
bile e ragionevolmente economico. Per contro lo studente di Ingegneria è
portato, sia dai programmi, sia dalla abitudine alla ricerca matematica, co-
mune a molti docenti, a vedere ogni problema costruttivo sotto l'aspetto
astratto del complesso di formule e sviluppi teorici, capaci di inquadrare il
relativo problema statico.
Da questo angolo visuale la stabilità di una struttura diventa, prima che
una realtà fisica, che le teorie non cercano ma solamente aiutano ad inda-
gare, un problema di meccanica dei sistemi elastici, problema che, se mate-
maticamente elegante, acquista una preminente importanza e diventa fine
a se stesso.
Cosicché si può dire che di fronte ad un nuovo problema strutturale
l'abitudine mentale del neo-architetto è quella di pensare ad una forma, a
quella del neo-ingegnere di indirizzarsi verso un bel procedimento di cal-
colo.
L'uno e l'altro dimenticano che una struttura non è che un sistema di
reazioni e sollecitazioni interne, capace di equilibrare un sistema di forze
esterne e che, per conseguenza, deve essere concepita come un organismo
materiale diretto a quel preciso scopo.
E poiché la capacità resistente di una struttura è data sia dalla sua cor-
rispondenza schematica ad un sistema schematicamente valido, sia dalla pos-
sibilità che ogni sua sezione resista stabilmente alle sollecitazioni che in essa
si producono, è evidente che alla base della progettazione strutturale si deb-
ba porre tanto la definizione di un valido schema statico-costruttivo quanto
la valutazione numerica delle sollecitazioni interne della sue parti.
L'essenza della corretta progettazione strutturale consiste, a mio modo
di vedere, nel lasciarsi prendere per mano dal problema statico e nel prospet-
tarsi, senza apriorismi formali, o reminescenze culturali, le soluzioni possi-
bili nel singolo caso.
Ogni soluzione schematizzata in disegni di larga massima deve essere
sottoposta, prima di ogni ulteriore sviluppo, a calcoli orientativi per verifi-
carne la possibilità ed efficienza statica e stabilirne un primo dimensiona-
mento.
Assurdo proseguire uno studio strutturale senza una verifica statica, al-
15

trettanto assurdo e disturbante iniziare durante queste ricerche esplorative,


calcoli complessi richiedenti lunghi sviluppi matematici.
Esaurita questa prima fase di indagine che sarà tanto più feconda quan-
to più ampia sarà stata la ricerca e la schematizzazione delle soluzioni pos-
sibili, si può passare alla scelta della soluzione migliore e al suo progressivo
affinamento formale e costruttivo.
In questa seconda fase agli elementi puramente economici, statici e tec-
nici si aggiungono fattori soggettivi di carattere estetico architettonico.
Infatti ognuna delle soluzioni possibili avrà una precisa espressività ar-
chitettonica e sue caratteristiche tecniche costruttive ed economiche, in al-
tre parole avrà pregi e deficienze, ed è precisamente nella serena valutazio-
ne comparativa di tutti questi elementi e nella scelta finale della soluzione
che presenta più pregi che si riassume e concentra la difficile "arte del pro-
gettare"... Naturalmente qualsiasi suggerimento tecnico o costruttivo non
può avere maggior valore di quello di un indirizzo, di una ispirazione, e
quindi lascia un notevole margine alla sensibilità personale del progettista,
allo stesso modo che gli obbiettivi suggerimenti tecnici che hanno portato
alla nascita di tanti elementi formali e strutturali delle architetture del pas-
sato, hanno lasciato la più completa libertà nelle relative definizioni for-
mali.
Penso che si sarà fatto un grande passo verso una nuova vera architet-
tura strutturale il giorno in cui i progettisti si persuaderanno che ogni parte
di una struttura ha in sé, in relazione al materiale di cui è costituita, e alle
sue precise funzioni statiche, una potenziale, intrinseca ricchezza formale,
e che nell'accogliere, interpretare e rendere visibile queste istanze di natu-
ra obbiettiva, consiste l'essenza della progettazione strutturale e il più vasto
campo per estrinsecare la sensibilità personale...
A mio modo di vedere è quindi necessario che il progettista strutturale
si formi una particolare abitudine mentale: da una parte l'assenza di pre-
concetti formali nel senso di essere disposto a seguire gli indirizzi e i sugge-
rimenti obbiettivi che gli verranno dati dalla statica e dalle esigenze costrut-
tive, e definendoli con amore ed instancabile cura dall'altra potrà trovare
la più eloquente espressione della propria personalità...Mi permetto infine
di raccomandare alla attenzione di quanti architetti, ingegneri, critici e cul-
tori si interessano del meraviglioso campo del costruire, una considerazio-
ne che rappresenta la sintesi di una obbiettiva realtà troppo spesso trascu-
rata o più spesso negata, per una specie di illusoria idealizzazione formale
e culturalistica del fatto architettonico:
I materiali, la statica, la tecnologia costruttiva, il buon rendimento e-
conomico, le esigenze funzionali, sono i vocaboli del discorso architetto-
nico.
Impossibile elevare tale discorso alla poesia (Architettura) e nemmeno
alla corretta prosa (Buona edilizia) senza la perfetta conoscenza di tali vo-
caboli e delle regole di grammatica e di sintassi (Tecnica) con cui essi deb-
16

bono essere composti".


Riguardo ancora al problema tecnico strutturale, il Pozzati fa notare
che "la progettazione delle strutture coinvolge problemi non di rado ardui,
a causa del calcolo e principalmente delle difficoltà di definire l'effettivo
grado di sicurezza di una costruzione, in rapporto alle sue condizioni di
vincolo, alle caratteristiche dei materiali impiegati e alle azioni esterne, che
possono differire per natura e per tempi e modi di applicazione. L'analisi
numerica, pur avendo grande importanza, non è quindi la sola questione
che il progettista si trovi a dover esaminare; e in genere non è neppure la
prima delle varie fasi del suo lavoro, intervenendo essa, a parte i sempli-
ci calcoli preliminari di orientamento, il più delle volte per verificare le
dimensioni che si è di solito costretti a definire in precedenza; sussiste in-
fatti la circostanza che le strutture sono frequentemente iperstatiche e quin-
di hanno lo stato di sollecitazione dipendente in genere dalla rigidezza del-
le varie loro parti; inoltre le sollecitazioni risultano influenzate dai pesi pro-
pri, quindi dalle stesse dimensioni, e non di rado in sensibile misura. Ma, a
parte queste ragioni contingenti, è evidente che il calcolo non può diret-
tamente condurre alla scelta della soluzione strutturale, che è il fatto di gran
lunga più importante, appena si esca dai casi nei quali ci si debba muovere
su schemi prefissati. Si pensi, per citare uno fra gli innumerevoli esempi,
alla difficoltà delle scelte nel progetto di un ponte o di un viadotto, che
può essere realizzato con strutture ad arco o a travata, isolate o continue,
prefabbricate o costruite in opera, metalliche o di calcestruzzo armato, con
o senza l'intervento della precompressione. Le decisioni debbono tener con-
to della natura del suolo, del problemi esecutivi connessi con l'accessibilità
del luogo, col reperimento dei materiali e con l'efficienza delle imprese co-
struttrici; ed essere infine sottoposta ai confronti e al giudizio dei risultati
funzionali, estetici ed economici, considerando questi ultimi anche in rela-
zione alla prevedibile durata dell'opera e al costo della sua manutenzione.
L'intreccio delle influenze è tale da rendere, sotto un punto di vista rigoro-
so, ogni progetto dell'ingegneria civile pressocché irripetibile: s'intende che
ci sono circostanze, quale il ricorso a strutture prefabbricate, che spesso li-
mitano fortemente l'area delle scelte, però il problema resta complesso, per-
ché decisioni e revisioni critiche non possono far capo alla pura concate-
nazione di fatti conosciuti e all'utilizzazione di leggi naturali note, ma ri-
chiedono anche immaginazione e intuizione di un processo di coordina-
mento e di sintesi. Principalmente dalla concezione della struttura, più che da
minuti perfezionamenti del calcolo, dipende il buon esito dell'opera, ed è
chiaro che, qualora la scelta della soluzione non sia felice, le elaborazioni
analitiche e numeriche non potranno consentir altro che la definizione del-
le sezioni necessarie alla resistenza della struttura, le cui caratteristiche re-
steranno sostanzialmente immutate.
In definitiva, la più sensibile difficoltà del progettare deriva dal fatto
che valutazioni intuitive e analitiche si trovano, almeno nei loro aspetti es-
17

senziali, indissolubilmente legate e simultaneamente necessarie, se pure con


diverso peso a seconda della natura del progetto, senza che di solito sia pos-
sibile affidare a persone diverse la sensibilità alle due differenti esigenze,
perché fin nella prima idea creatrice debbono intervenire precise conside-
razioni tecniche; le conoscenze specializzate potranno essere utilizzate in
un secondo tempo per gli esami approfonditi e per la messa a punto dei
particolari costruttivi, anch'essi molto importanti. Occorre che, pur nel
rispetto delle diverse propensioni, non venga dalle scuole deformato e gua-
stato il naturale "codice genetico" del progettista, portando questi a ragio-
nare in termini di sola fantasia o di soli procedimenti di calcolo; e che si
contrasti questa tendenza a troncare ogni cosa in due, a creare categorie
profondamente differenziate di specializzati che, pur dovendo operare per
il medesimo fine, rischiano di non serbare neppure una comune sfera di
emozioni.
E tuttavia, nonostante il legame strettissimo fra la concezione e il cal-
colo di una struttura, esiste la diffusa opinione che nella stessa persona
sensibilità artistica e preparazione tecnica siano due atteggiamenti incom-
patibili e tali che l'accrescersi dell'uno deteriori inevitabilmente l'altro: ri-
tenendo da un lato che, per verificare l'arte, le conoscenze tecniche deb-
bono venir relegate in posizione secondaria; e dall'altro, che tutto possa
invece esser tratto da elaborazioni numeriche, essendo perditempi le que-
stioni riguardante l'arte. E' ignorando così che tutti gli artisti — pittori,
musicisti, poeti e scultori — han dovuto di solito impiegare tecniche com-
plesse dominate da regole inflessibili, e che, d'altronde, divengono aride e
disumane le attività della tecnica esulanti da quelle dello spirito, esclusiva-
mente sospinte da valutazioni economiche, non illuminate dal riferimento
essenziale al rapporto dell'uomo con gli altri uomini e con la natura; ogni
progetto tecnico comporta, se pur con diversi gradi d'importanza e di evi-
denza, problemi di responsabilità morale.
L'idea animatrice di un progetto risente sempre, anche quando sem-
bra improvvisa, di un apprendistato graduale, faticoso e lento, nel corso del
quale si crea l'abitudine a pensare nei termini concreti di come le cose pos-
sano venir compiute. In tale apprendistato il calcolo trascende l'importan-
za, pur grande, di strumento di verifica e diviene fondamentale ai fini an-
che dell'ideazione, consentendo di escogitare le più opportune forme, ab-
bozzare i primi dimensionamenti, creare la sensibilità agli ordini di grandez-
za delle sollecitazioni, alle connessioni determinanti, all'attendibilità delle
schematizzazioni tecniche; mentre nel necessario processo a ritroso per la
verifica delle previsioni, s'afferma con naturalezza la preziosa esigenza, ter-
minato il lavoro, di riandare col pensiero alle cose fatte e di esaminare i ri-
sultati in controluce, ripensando alle ipotesi, alle semplificazioni e al signi-
ficato fisico delle operazioni eseguite. Avviene così, in questo ripetuto e
paziente esercizio, che l'esperienza conduce a mano a mano all'essenziale,
affina le intuizioni e le sintesi, quindi la capacità di discernere soluzioni fe-
18

liei e di trasferire la complessa realtà della struttura in uno schema teorico


il più possibile semplice e tuttavia attendibile.

La credibilità delle previsioni teoriche per larga misura risiede nella


scelta dello schema strutturale, assunto nei calcoli per interpretare e simu-
lare il comportamento della struttura. Anche la definizione di tale schema
è importante e può risultare non semplice, dovendo evitare da un lato che
eccessive semplificazioni rendano il modello teorico non più significativo,
e dall'altro che calcoli estenuanti o troppo estesi facciano perdere di vista i
fatti veramente influenzati e la correlazione dei risultati conseguiti con le
ipotesi semplificatrici. Ipotesi che sono inevitabili per vari motivi, cui può
convenire soffermare brevemente il pensiero: le condizioni di carico deb-
bono venire in genere ricondotte a schemi convenzionali che, anche se po-
co rispondenti alla realtà, possano tuttavia dar luogo a stati di sollecitazio-
ne abbastanza simili a quelli effettivi, e comunque non meno gravosi ai fi-
ni della resistenza. Si debbono addottare vincoli ideali, pur sapendo che
quelli supposti mobili in realtà s'inceppano, specie col passar del tempo,
mentre quelli fissi possono risultare sensibilmente cedevoli; e varie con-
nessioni spesso si presentano definibili con grandi incertezze, per cui i loro
effetti debbono essere trascurati o saggiati con interpretazioni limiti. Gli
spostamenti dei vari punti delle strutture sono in genere considerati pic-
colissimi rispetto alle dimensioni; ma pur piccolissimi, il più delle volte essi
debbono essere valutati per lo studio dei problemi staticamente indeter-
minati, ed allora è necessario introdurre particolari correlazioni fra de-
formazioni e tensioni. Gli stati di tensione vengono assai spesso influenza-
ti da circostanze estranee ai carichi, quali le variazioni di temperatura, i
cedimenti dei vincoli, le operazioni di saldatura per le strutture metalliche
e i lunghi processi di solidificazione dei getti contenenti materiali cemen-
tanti; e purtroppo tali circostanze sono in genere di difficile valutazione e
possono d'altronde aver grande influenza. Inoltre, a causa di uno stato di
tensione si manifestano, dopo deformazioni pressocché istantanee, movi-
menti lenti, per gran parte irreversibili, che possono per certi materiali (qua-
li il calcestruzzo e alcuni tipi di terreni) superare largamente quelli immedia-
ti, provocando modificazioni dello stato di tensione a lungo protratte nel
tempo, e anche delle stesse caratteristiche di sollecitazione quando la strut-
tura sia iperstatica.
La materia, apparentemente inerte, è sede quindi di continue vicende,
per azioni che vanno e vengono, per fluttuazioni termiche a lunga e breve
ricorrenza, per fenomeni viscosi; e per questo incessante prodursi di varia-
zioni di movimento e di tensioni, il materiale modifica le sue caratteristi-
che e le strutture subiscono un'inarrestabile trasformazione, presentando a
loro modo un volgere di età e di resistenza.
Tutto ciò, se pure ridotto a qualche accenno, sta ad indicare quanto
siano complessi i fenomeni naturali riguardanti il comportamento delle strut-
19

ture, e come di conseguenza i nostri schemi non possono dare se non un'im-
magine approssimativa, e non di rado sfocata e incerta, di quel che accade
nella realtà.
Abbiamo già accennato che il progetto di una struttura è da ritenere
in genere emanazione tanto dell'arte quanto della scienza del costruire es-
sendo determinante l'apporto dell'immaginazione, senza la quale è certo che
sarebbe stata ben diversa la storia dell'uomo.
Moderni mezzi come i calcolatori possono venir molto utilmente im-
piegati nel calcolo per risparmiare snervanti elaborazioni numeriche e per
consentire di saggiare diverse soluzioni. Ma al progettista spetterà sempre
il compito di distinguere prima quel che vuole e può ottenere dalla mac-
china, poi analizzare e coordinare i risultati e di prendere le decisioni con-
clusive; e rimarranno indispensabili, terminati i calcoli, le revisioni delle
ipotesi fatte, i riscontri delle previsioni avanzate, mantenendo al di sopra
delle elaborazioni numeriche la visione dell'opera nel suo complesso e vi-
vido il giudizio critico conclusivo, per poter constatare se i proporziona-
menti rispondano a quell'esigenza di equilibrio generale delle masse che,
quando sussista, è il primo indice di un favorevole stato di cose.
Occorre che i potenti strumenti di calcolo di cui oggi dispone il pro-
gettista siano intesi come mezzi per lasciar più libera la sua attività creati-
va, che rischia di restare ottenebrata da calcoli gravosi, e per dar maggior
respiro alla messa a punto del progetto e allo studio dei particolari costrut-
tivi, non di rado invece trascurati, nonostante la grande importanza che es-
si possono avere: le difese dagli eccessi delle temperature e dai rumori nel-
le abitazioni, la scelta dei materiali per protezione e ornamento, l'impermea-
bilizzazione delle coperture, la corretta specificazione di vincoli, giunti, infis-
si, scarichi delle acque e condutture costituiscono aspetti del progetto tut-
t1 altro che secondari, ciò che appare chiaramente, se si riflette al danno che
un negligente e maldestro studio di essi può provocare a chi dovrà utilizza-
re l'opera, o all'influenza che essi possono avere nella preservazione del-
l'opera stessa.
A riguardo delle condizioni di carico più frequentemente ricorrenti
nella pratica del progettista, è da far rilevare che tutte le costruzioni pos-
sono essere sottoposte a forze di varia natura, distribuzione e intensità. Al-
cune agiscono senza modificazioni nel tempo, e sono quindi dette perma-
nenti; altre, essendo invece variabili, sono dette accidentali, o sovraccarichi,
e richiedono quindi la previsione, riferita a indispensabili termini probabi-
listici, delle più gravose entità e delle diverse maniere di essere applicate.
Per il calcolo delle costruzioni frequentemente ricorrenti nella prati-
ca dei progettisti, il più delle volte si fa riferimento, relativamente ai cari-
chi accidentali, a condizioni semplificate e convenzionali, non di rado po-
co rispondenti alla realtà,-tuttavia atte a riprodurre stati di' sollecitazione
che siano non inferiori a quelli più gravosi conseguenti ai carichi effettivi,
o che abbiano la loro legittimità sancita dall'esperienza. Nella maggioranza
20

dei casi le forze si considerano applicate staticamente, ossia con lentezza


tale da non dar luogo a sensibili effetti dinamici sulle strutture, e conglo-
bando tali effetti nei valori normalizzati delle forze stesse.
L'entità dei carichi verticali, comprensivi degli effetti dinamici ordina-
ri, possono desumersi dalla seguente tabella, ricavata dal D. Min. L.L.P.P.
12.2.1982 citato in bibliografia:

Tabella 2.1. - Carichi di esercizio.

Un frequente esempio di condizione di carico convenzionale, che si è


costretti ad assumere per l'estrema aleatorietà dei valori e delle distribuzio-
ni delle effettive forze, è dato dal calcolo dei solai degli edifici; per essi non
si può in genere far altro che considerare il carico, con il valore fornito dal-
la citata tabella, uniformemente diffuso sull'intera superficie o, qualora que-
sta comprenda più parti fra loro continue, distribuito in modo da provocare
i valori massimi delle varie azioni interne valutate nelle più significative se-
zioni. E quando il complessivo carico accidentale dipenda dall'azione simul-
tanea su superfici molto estese o su numerosi altri elementi strutturali può
essere alle volte lecita qualche leggera riduzione del suo valore più inten-
so: così, ad esempio, il computo dei pesi applicati alle fondazioni di un edi-
ficio con più di tre piani può essere eseguito considerando il carico acciden-
tale completo per la copertura e per i due piani più caricati, e riducendo del
10, 20, 30, 40, 50% (e non più del 50%) i carichi accidentali dei rimanenti
piani, ordinati secondo il valore decrescente del rispettivo sovraccarico; al-
trettanto dicasi per il calcolo dei massimi sforzi normali dei pilastri. E' evi-
dente, in queste ultime prescrizioni, il riflesso di valutazioni probabilistiche.
Per i solai di costruzioni industriali (magazzini, sili, serbatoi, ecc.). si
possono avere pressioni anche di varie tonnellate per metro quadrato o con-
dizioni di carico particolari (derivanti per esempio dalla presenza di macchi-
ne) che debbono essere oggetto di relative prescrizioni e di adeguato studio,
sulla base delle notizie date dal committente.
21

Del fatto che le forze possono essere applicate in modo brusco, i dati
della Tab. 2.1 tengono larvatamente conto assumendo per le pressioni valo-
ri superiori a quelli corrispondenti al massimo affollamento statico. Gli ef-
fetti dinamici dipendono però anche dalle caratteristiche della struttura e
non di rado può essere non più legittimo prescindere da esse; cosi per i pon-
ti, i carichi accidentali vengono amplificati mediante un moltiplicatore, che
della "risposta" della struttura tiene conto facendo comparire nelle sue e-
spressioni la sola distanza (luce) fra le estremità dell'opera, ossia soltanto
uno, se pure fra i più significativi, dei vari parametri che intervengono nel
complesso fenomeno quali, ad esempio, il rapporto fra i pesi mobili e fissi,
i vincoli della struttura.
Ma in certi casi la natura dinamica delle forze diviene essenziale al pun-
to che sarebbe privo di senso un calcolo ancorato a quello statico: è quel
che può accadere, ed esempio, quando si debbano valutare gli effetti dipar-
ti di macchine in movimento, di azioni sismiche e, alle volte, di azioni del
vento, per i quali, oltre ai problemi inerenti alla resistenza, può presentarsi
quello di definire il grado di sicurezza nei confronti del grande pericolo di
risonanze.
Il vento ha natura molto complessa: mutevole, comporta in genere
una azione di fondo abbastanza persistente, che può essere assimilata a un
carico statico; e presenta anche fluttuazioni, di più elevata frequenza e di
variabile rilevanza rispetto alla parte media, che possono provocare solle-
citazioni dinamiche di sensibile portata per le strutture molto deformabili.
Ma anche quando il vento spira pressocché regolarmente, si possono mani-
festare, per particolari fenomeni aerodinamici, vibrazioni trasversali, ossia
in piani normali alle direzioni dello stesso vento, che spesso possono risul-
tare superiori, pur con eguali deformabilità correlative della struttura, a
quelle massime che si verificano longitudinalmente a causa delle raffiche.
Le azioni esterne che il vento applica a una costruzione sono com-
plesse, non di rado imprevedibili e dipendenti da numerose circostanze.
La velocità e la direzione del vento, la forma, l'esposizione e l'altezza del-
l'edificio, la località (in relazione anche alla vicinanza di altre costruzioni
e alla natura del suolo), la forma, la permeabilità e la scabrezza delle super-
fici esterne della costruzione sono condizioni che possono avere determi-
nante importanza sul valore delle pressioni esercitate dal vento, ma pur-
troppo il legame fra il valore della pressione in un punto e una delle varia-
bili mette in gioco anche parte delle restanti, e possono essere non lievi gli
errori se si considerasse tale legame univoco.
Il vento provoca pressioni e depressioni, e non di rado i più temibili
effetti sono dati da queste ultime o dalla simultanea azione di entrambe; le
depressioni (che sono considerate negative) si manifestano in genere sulle
superfici sotto vento, ma non sono infrequenti anche per quelle sopra ven-
to. Si suppone di solito che il vento spiri orizzontalmente con velocità e di-
rezione persistenti, assimilando quindi la sua azione fluttuante ad una forza
22

applicata staticamente con distribuzione spesso uniforme.


Il valore della pressione effettiva è riferito alla pressione, detta cine-
tica, q = v2/2 e poiché la densità dell'aria p = y/g vale all'incirca 0,125
Kg.sec2/m3 , si pone
q (pressione cinetica) Kg/m2 (con v in m/sec).

I massimi valori della velocità del vento, e di conseguenza della pres-


sione cinetica, variano a seconda della località fino a valori di (= 250 Km/h;
q = 310 Kg/m 2 ; ma nell'entroterra difficilmente si sono riscontrate punte
superiori a 50 m/s 180 Km/h;q 160 Kg/m 2 ).
Per il suolo italiano, nelle nostre norme tecniche si trovano previsti
quattro diversi gradi di ventosità, e quindi quattro tipi di località o "zone",
riferiti all'altezza di 20 m dal suolo e corrispondenti a pressioni cinemati-
che variabili da 60 a 120 Kg/m 2 . Le istruzioni in proposito sono indicate
nella Fig. 2.2, ma vengono ammesse variazioni nei casi particolari in cui le
condizioni siano giustificatamente differenziate da quelle medie alle quali
le norme si riferiscono. I valori delle pressioni cinetiche variano in funzio-
ne del grado di ventosità e dell'altezza dell'edificio, così ad esempio a 20 m
vengono diminuiti del 25% e mantenuti uniformi per costruzioni alte non
più di 10 m; corretti con il coefficiente (H + 20)/40 e adottati costanti sul-
l'intera altezza //, quando questa sia fra 10 e 20 m; e se l'edificio è alto più
di 20 m, si lasciano invariati i valori forniti sino a tale quota, oltre la quale
si considera la pressione cinetica variabile linearmente sino a raggiungere
l'estremo valore
q (20 m) + 60 (H- 20) : 100 (in Kg/m2 , con H in m) ;

infine per le parti dell'edificio più alte di 100 m, si può considerare costan-
te il valore raggiunto a 100 m (variabile da 108 a 168 Kg/m2 secondo la zo-
na), poiché praticamente non si fa più risentire l'azione frenante operata
al suolo.
Invece il carico sulla copertura di una costruzione dovuta alla neve è
da determinare tenendo conto delle condizioni locali. In ogni caso, il carico
relativo alla proiezione orizzontale della copertura dev'essere assunto, per
località di altitudine h minore di 300 m, non inferiore a 90 Kg/m2 (Piemon-
te, Valle d'Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia-Giulia, Lombardia, Ve-
neto, Emilia, Marche, Umbria, Abruzzi) e a 60 Kg/m2 (per le restanti regio-
ni); per più elevate altitudini, la precedente pressione deve essere aumentata
di 0,15 (h - 300) (Kg/m 2 , con h in m).
Oltre i 2000 m sono però difficili le previsioni, e le pressioni possono
essere molto maggiori di quelle precedentemente citate.

Le variazioni degli stati di sollecitazione cui si trovano incessantemen-


te soggette le costruzioni danno luogo di solito a irrilevanti fenomeno di fa-
23
24

tica; ma questi possono diventare di grande importanza per strutture sotto-


poste a forze alternative derivanti, ad esempio, da organi di macchine in mo-
vimento.
Le deformazioni della struttura non influenzano in generale i valori
delle azioni esterne: ma per l'azione del vento, ad esempio, si possono ma-
nifestare vibrazioni autoeccitanti, per le quali i movimenti che subisco-
no i punti della struttura acquistano la duplice e simultanea veste di effet-
ti e di cause. La possibile ripercussione della deformazione sulle azioni e-
sterne non riguarda però soltanto i regimi dinamici dello stato di solleci-
tazione: nel calcolo dei manufatti sottoposti alla spinta delle terre, si sup-
pone, per poter determinare questa, che la deformazione della struttura sia
tale da poter dar luogo a stati estremi di equilibrio per il terreno; e va da sé
che in tali casi l'entità della deformazione influenza la spinta, perché essa,
essendo in realtà azione fra due corpi deformabili quali il terreno e la strut-
tura, non può non dipendere dal loro stato di deformazione.
Stati di sollecitazione, spesso molto importanti, possono sussistere an-
che in assenza di forze esterne e vengono detti "di coazione". Pensando la
struttura provvisoriamente suddivisa, mediante adeguato numero di tagli,
in più elementi liberi di deformarsi, uno stato di coazione deriva dall'esi-
stenza, in tale provvisoria situazione, di movimenti relativi incompatibili
con le connessioni esterne e interne; quindi le condizioni di continuità, per
poter essere ripristinate, richiedono la presenza di tensioni interne. Vi sono
casi in cui il meccanismo di generazione di tali stati può essere definibile
in maniera abbastanza semplice, come si può avere, ad esempio, per certe
schematizzazioni di variazioni termiche e, se pure con maggiori incertezze,
dei ritiri presentati dai materiali cementati durante i processi di solidifica-
zione. Altre volte gli stati di coazione possono essere creati ad arte, per fron-
teggiare gli effetti delle forze esterne.
Gli stati di coazione, essendo dominati dalle condizioni di congruenza,
chiamano in causa problemi complessi anche per l'insorgere di deformazio-
ni differite nel tempo, dette viscose, implicanti alle volte una sensibile evo-
luzione delle stesse caratteristiche del materiale.
Pur dalle pochissime cose accennate è facile rendersi conto che il fon-
damentale problema della determinazione delle azioni agenti su una strut-
tura, intese nell'accezione più vasta del termine, comporta non di rado per
l'ingegnere questioni assai complesse che non possono essere congelate tut-
te in regole, tanto più che la definizione di tali azioni non si pone in termi-
ni di possibilità o impossibilità, ma piuttosto di grado di probabilità; grado
che dipende da un gran numero di parametri, il cui dosaggio deve prevalen-
temente scaturire dall'unitaria visione che il progettista deve avere dell'inte-
ra struttura.
Le azioni agenti sulle strutture vengono suddivise, dalle istruzioni ita-
liane (UNI - CNR 1967), in principali (carichi permanenti e accidentali, ne-
ve, spinta delle terre, coazioni impresse) e complementari (vento, variazioni
25

termiche, ritiro, fenomeni viscosi, imperfezioni di vincolo, difetti di mon-


taggio), con ciò senza adombrare alcun giudizio sull'importanza che an-
che le seconde possono avere. Condizioni di carico I e II vengono dette,
dalle stesse norme, quelle in cui si accumulano o le sole "azioni principa-
li" oppure le "principali" e "complementari" insieme, combinate sempre
nella più sfavorevole maniera: alle condizioni I e II vengono attribuiti di so-
lito coefficienti di sicurezza diversi".
Un discorso a parte, che non è qui il caso se non di richiamare, va fat-
to per le azioni dinamiche conseguenti a sisma: problema che in Italia, co-
me anche recenti tragedie hanno dimostrato, è di grandissima importanza.
Esso è attualmente regolato da precise Norme di legge e richiede una alta
specializzazione strutturistica per le sue concrete soluzioni.

La gamma dei materiali impiegati nelle strutture architettoniche è as-


sai estesa: pietra e muratura, legname, acciaio, alluminio, calcestruzzo ar-
mato normale e precompresso, materie plastiche. Tutti questi materiali
hanno in comune alcune proprietà essenziali che li rendono atti a resistere
alle sollecitazioni imposte dai carichi.
Quale che sia la durata dell'azione dei carichi sulla struttura — perma-
nente, intermittente o solo momentanea — occorre che la deformazione del-
la struttura non aumenti progressivamente e che cessi quando cessa l'azio-
ne del carico. Si dice che un materiale ha comportamento elastico quando
la sua deformazione cessa rapidamente colla cessazione del carico. Tutti i
materiali strutturali sono in maggior o minor misura elastici. Se non lo fos-
sero, e quindi se la struttura rimanesse deformata permanentemente dopo
la cessazione del carico, l'azione di nuovi carichi aumenterebbe la deforma-
zione permanente e la struttura finirebbe con venir messa fuori uso. Per
contro, nessun materiale strutturale è perfettamente elastico: a seconda del
tipo di struttura e della natura dei carichi, le deformazioni permanenti sono
inevitabili ogni qualvolta l'entità delle sollecitazioni supera determinati va-
lori. I carichi pertanto debbono essere contenuti entro valori che non provo-
chino deformazioni permanenti: i materiali strutturali sono sempre solle-
citati entro il loro campo elastico.
Per lo più i materiali strutturali sono non soltanto elastici ma anche,
entro certi limiti, linearmente o proporzionalmente elastici, il che vuol dire
che la loro deformazione è proporzionale al loro carico. Cosi, se entro i li-
miti di proporzionalità, una trave a mensola si inflette di 2,5 mm sotto un ca-
rico verticale di 10 t posto all'estremità libera, la sua deformazione sotto
un carico di 20 tonn. sarà di 5 mm. I materiali strutturali sono per la mag-
gior parte impiegati esclusivamente entro i loro limiti di elasticità lineare.
Si dice che hanno comportamento plastico i materiali che presentano
deformazioni permanenti dopo la cessazione del carico. Al di là dei limiti
di elasticità, tutti i materiali strutturali hanno comportamento plastico:
il carico sotto il quale un materiale comincia a comportarsi in modo net-
26

tamente plastico è detto carico o lìmite di snervamento.


I materiali che sono linearmente elastici fino alla rottura, quali il ve-
tro e talune materie plastiche (si noti la improprietà del termine), sono as-
solutamente inidonei per la realizzazione di strutture: non danno avverti-
mento della imminenza della rottura e inoltre hanno spesso comportamento
fragile e vanno in frantumi per effetto di urti.
A temperature normali l'acciaio presenta un campo utile di elasticità
lineare, seguito da un campo plastico, ma diviene improvvisamente fragile
a temperature attorno ai -34°C. Alcune impreviste rotture di ponti in ac-
ciaio nel Canada sono attribuibili a questo brusco passaggio dal comporta-
mento plastico a quello fragile a basse temperature. A temperature eleva-
te anche l'acciaio, che è uno dei materiali strutturali più resistenti, perde
la maggior parte della propria resistenza e scorre parallelamente attorno
ai 370°C. Per poter essere usato con sicurezza nelle costruzioni, l'acciaio
deve venir protetto in modo da diventare resistente alle alte temperature:
il calcestruzzo armato resiste a queste temperature purché l'acciaio dell'ar-
matura sia protetto da un sufficiente spessore di calcestruzzo.
Alcuni materiali hanno un limite di elasticità relativamente basso, e
scorrono plasticamente anche sotto carichi limitati. Alcune materie pla-
stiche (ed in questo caso il termine è proprio) scorrono praticamente sot-
to qualsiasi carico. Il basso limite di snervamento di alcune materie plasti-
che ed il comportamento fragile di altre, ha rese queste materie finora po-
co adatte come materiali strutturali. Vi sono però materie plastiche rin-
forzate, come il Fiberglass (rinforzato da fibre di vetro), aventi buone ca-
ratteristiche strutturali, ed è facile prevedere una maggior diffusione del
loro impiego. I moderni materiali strutturali, come l'acciaio, sono general-
mente isotropi, e cioè la loro resistenza è indipendente dalla direzione in
cui essi vengono sollecitati. Il legno invece ha una resistenza diversa a se-
conda che venga sollecitato nella direzione delle fibre oppure ortogonal-
mente ad esse. A tale inconveniente si pone rimedio incollando insieme,
con adesivi plastici, sottili fogli di legno disposti colle fibre in direzioni
diverse. Il prodotto così ottenuto, il cosiddetto compensato, presenta ca-
ratteristiche di resistenza più omogenee.
I materiali strutturali possono anche essere classificati a seconda del
tipo di sollecitazione semplice a cui sono più atti a resistere: trazione, com-
pressione e taglio. La trazione è il tipo di sollecitazione che tende a sepa-
rare le particelle componenti il materiale, la compressione invece le spin-
ge l'una contro l'altra. Il taglio tende a far scorrere le particelle una rispet-
to all'altra, come avviene in un filo metallico tagliato con la pinza a tron-
chese.
Tutti i materiali strutturali sono capaci di reagire a sollecitazioni di
compressione. Taluni, come l'acciaio, resistono altrettanto bene a com-
pressione ed a trazione. Altri, come la pietra ed il calcestruzzo, non sono
altrettanto versatili: il loro impiego è limitato necessariamente a quelle for-
27

me ed a quei carichi che escludano sollecitazioni a trazione. I materiali con


buona resistenza alla trazione hanno di norma anche buona resistenza al
taglio: per contro, i materiali resistenti essenzialmente a compressione han-
no scarsa resistenza alle sollecitazioni di taglio.

Come si è detto, ai fini strutturali i materiali vengono di norma impie-


gati entro i loro limiti di elasticità lineare, e ciò significa che le loro defor-
mazioni risultano proporzionali ai carichi. Ma i vari materiali si compor-
tano in modo diverso sotto gli stessi carichi. Se un filo di acciaio di 2 mm di
diametro lungo 300 cm, posto in verticale, viene caricato, alla sua estre-
mità con un peso di 50 Kg, esso si allunga di 2,3 mm; un filo di alluminio
delle stesse dimensioni e sottoposto allo stesso carico si allunga di tre volte
tanto, e cioè circa 7 mm.
L'acciaio ha cioè una rigidità a trazione superiore a quella dell'allumi-
nio. In generale, la misura di tale rigidità è data, per ciascun materiale, da una
costante detta modulo di elasticità a trazione. Il modulo di elasticità è mi-
surato (in Kg/cm 2 ) dal numero di Kg capaci teoricamente di stirare un filo
della sezione di 1 cm2 fino al doppio della sua lunghezza iniziale (abbiamo
detto teoricamente, perché in pratica il filo si romperà prima di allungarsi
di tanto). Il modulo di elasticità dell'acciaio è uguale mediamente a 2.100.000
Kg/cm2 ; quello dell'alluminio a 700.000 Kg/cm 2 .
Il modulo a compressione differisce in genere da quello a trazione. Il
modulo a compressione del calcestruzzo è in media di 200.000 Kg/cm2 ; il
suo modulo a trazione ha poca importanza, poiché la resistenza a trazione
del calcestruzzo è trascurabile. Il modulo a compressione del legno è in me-
dia di 100.000 Kg/cm2 nella direzione delle fibre e di 50.000 Kg/cm2 orto-
gonalmente alle fibre stesse. Sia l'acciaio che l'alluminio hanno invece lo
stesso modulo sia a trazione sia a compressione.
Ai fini della sicurezza è di estrema importanza conoscere il valore della
sollecitazione alla quale un materiale comincia a cedere sotto carico. Per l'ac-
ciaio e l'alluminio il limite medio di snervamento a trazione e a compressio-
ne {resistenza a snervamento) corrisponde a circa 3.500 Kg/cm 2 . Quando
un materiale non abbia un limite di snervamento ben definibile o non ne ab-
bia affatto, i criteri di sicurezza non possono più essere fissati in relazione
a tale limite. Il primo di questi due casi è quello del calcestruzzo, per il qua-
le non esiste un passaggio netto dal comportamento elastico a quello pla-
stico; il secondo si riferisce ai materiali fragili, che hanno comportamento
lineare fino alla rottura. In tali casi, per quello che riguarda il materiale, la
sicurezza deve essere determinata per riferimento diretto alla rottura. Così
è importante sapere che l'acciaio si rompe per una tensione di trazione com-
presa tra 5.000 e 14.000 Kg/cm2 e che il calcestruzzo cede a sollecitazioni
di compressione tra 200 e 600 Kg/cm 2 . Tali sollecitazioni costituiscono il
carico di rottura del materiale o meglio la Resistenza a rottura.
Dato che ovviamente non si può consentire né la rottura né lo sner-
28

vamento delle strutture sotto carico, il valore delle tensioni ammissibili vie-
ne di norma fissato ad una frazione della resistenza a snervamento o a rot-
tura; i coefficienti di sicurezza (rapporto tra tensione ammissibile e resi-
stenza a rottura o a snervamento) così introdotti dipendono da diverse con-
dizioni: l'uniformità del materiale ed il controllo della sua produzione, le
sue proprietà di resistenza prima definite, il tipo di sollecitazione, la per-
manenza e la certezza dei carichi, l'uso infine a cui la struttura viene adi-
bita.

Bibliografia

P.L. NERVI, Scienza o arte del costruire, Roma, 1945.


P.L. NERVI, Costruire correttamente, Milano, 1965.
P.L. NERVI,Nuove strutture, Milano, 1963.
STRUCTURE: art architect's approach, New York, 1966.
M. SALVADORI, Le strutture in architettura, Milano, 1964.
C. POZZATI, Teoria e tecnica delle strutture, Torino, 1972.
D. MIN. L.L.P.P. 12 febbraio 1982: Aggiornamento delle norme tecniche relative ai "Cri-
teri generali per la verifica di sicurezza delle costruzioni e dei carichi e sovraccari-
chi".
CAPITOLO TERZO

IL LEGNO

Il legno, che ha avuto nel passato larghissima applicazione come ele-


mento di struttura e di decorazione, rimane ancora oggi il preferito per de-
terminati ma limitati elementi costruttivi, anche perché, almeno nelle no-
stre città di pianura, è di difficilissimo reperimento mano d'opera specializ-
zata nella sua lavorazione.
Il tessuto che costituisce la massa legnosa del tronco presenta una strut-
tura che può essere generalmente schematizzata come è rappresentato in
Fig. 3.1.
Esaminando la sezione trasversale di un
tronco d'albero, si distingue un'anima centrale
di forma cilindrica detta midollo, attorno alla
quale si sono venuti formando nel tempo
numerosi anelli, l'uno esterno all'altro che
comprendono il durame e l'alburno. Il dura-
me, costituito dagli anelli interni e composto
da cellule morte e lignificate, è di colore più
scuro; l'alburno che rappresenta la parte viva,
cioè le cellule in via di lignificazione si rico-
nosce dalla tinta più chiara, e comprende gli
anelli esterni. Esso è costituito dal legno di
più recente formazione e attraverso i suoi
vasi passa la linfa, cioè il liquido nutritivo
della pianta.
L'alburno a sua volta è seguito da un
sottilissimo strato di sostanza filamentosa
viva chiamata libro, alla quale è sovrapposta
la corteccia, cioè l'elemento più esterno. Fig. 1.3 — Sezione schematica di un
Le cellule dei legnami possono presen- tronco.
tare pareti spesse ed aperture molto strette,
oppure bordi sottili e vani di notevoli dimensioni. Quando la pianta in pri-
mavera comincia a vegetare, l'acqua necessaria sale generalmente attraverso
le cellule più recenti e perciò essenzialmente lungo l'ultimo anello di forma-
zione. Di conseguenza in primavera si formano cellule aventi pareti sottili e
vani notevoli, permettendo all'acqua di giungere rapidamente ai rami.
In estate la richiesta d'acqua è invece minore e le cellule nascono più
30

strette e con pareti robuste. Per questa ragione il legname che si forma du-
rante l'estate è di colore più scuro, più resistente e compatto.
Nei nostri climi, nei quali si ha una successione regolare di stagioni di
vegetazione e di riposo, ogni anno si aggiunge normalmente un anello le-
gnoso, detto appunto anello annuale, composto da uno strato di cellule
compreso tra il libro e il legno.
Osservando quindi una sezione del legno, dal numero di anelli di ac-
crescimento si può calcolare approssimativamente l'età della pianta.

Proprietà e prove relative ai legnami

Una delle proprietà che caratterizza il legname è la massa specìfica, in


quanto, la massa per unità di volume di un elemento di legno comprenden-
te fibre, pori, e vani, è uno dei fattori che influenza maggiormente la resi-
stenza del materiale. Essa è funzione della struttura cellulare del legno, del-
la stagionatura, dell'età e del modo di sviluppo della pianta e dell'epoca
del taglio.
Con l'aumentare della massa specifica del legno aumenta la sua resi-
stenza meccanica, in quanto le cellule con pareti spesse sono formate da
fibre più robuste di quelle che costituiscono le cellule a pareti sottili. Un
elemento di giudizio della qualità del legname può quindi essere la por-
zione del legno estivo, in quanto la massa specifica di questo è circa il doppio
di quella del legno cresciuto durante la primavera. Empiricamente si rico-
nosce la quantità del legno estivo contenuta negli anelli dalla diversità di
colore.
La determinazione della massa specifica apparente è eseguita su dei
provini di forma cubica di 5 cm di lato con la bilancia idrostatica. Sono di
solito determinati per i principali tipi di legno tre valori della massa specifi-
ca a seconda che i provini siano costituiti da legno verde o essiccato all'aria
oppure artificialmente in essicatoi. Il primo contiene in media il 45% di umi-
dità (massa di acqua contenuta nel materiale espresso in percentuale del le-
gno essiccato in forno a 100°C, fino a massa costante), il secondo il 10 15%,
mentre nel legno essiccato al forno l'umidità si riduce a meno del 10%. L'e-
sperienza ha dimostrato che la resistenza del legno è notevolmente influen-
zata dal contenuto di umidità. L'effetto diretto della riduzione di umidità
è rappresentato dall'irrobustimento delle fibre legnose.
Infatti i provini cubici prima considerati, se portati ad una bassa per-
centuale di umidità possono aumentare la loro resistenza fino al 200%.-
Tuttavia i processi di essicazione, specie quelli artificiali, in forno o
autoclave e di breve durata, producono sovente delle fenditure nel legno, il
cui effetto di indebolimento compensa l'incremento di resistenza provo-
cato dalla stagionatura, e non è pertanto consigliabile fare affidamento sul-
l'incremento di resistenza tra legno verde e stagionato.
31

La variazione soprattutto se rapida del contenuto di umidità produce


nel legno il fenomeno del ritiro e del rigonfiamento. La contrazione nel
verso delle fibre è molto piccola, circa dello 0,5%, molto più grande è in-
vece nella direzione periferica degli anelli di accrescimento e può raggiun-
gere il valore del 10%.
La diminuzione media di volume di un elemento di legno verde, quan-
do venga essiccato all'aria con una percentuale di umidità del 12 15% è
di circa 5%.
Data la particolare struttura del legno e per la anisotropia che è caratte-
ristica del materiale, la resistenza è funzione oltre che dal tipo di sollecita-
zione a cui è assoggettato, anche dalla direzione secondo la quale viene eser-
citato lo sforzo. La resistenza agli sforzi di comprensione dipende essenzial-
mente dall'angolo che la direzione della forza agente forma con quella del-
le fibre. Secondo le esperienze eseguite si può affermare che la resistenza a
compressione nel senso normale alle fibre è più piccola di tutte; nelle prove
che si eseguono sui legnami i campioni, cioè i provini cubici con lato di
cm 5, dovrebbero essere prelevati in zone diverse del materiale, in modo che
riproducano complessivamente le reali condizioni del legname in analisi.
Nella prova a compressione parallelamente alle fibre il provino cede per
scorrimento delle fibre le une sulle altre, secondo piani più o meno paralle-
le alla direzione dello sforzo. La macchina di prova indica l'inizio di questo
sfibramento con una istantanea diminuzione della resistenza e tale valore
viene assunto come carico di rottura del materiale.
Nella prova di resistenza alla compressione nel verso normale alle fi-
bre, il provino gradualmente si comprime e si riduce ad uno strato impac-
cato e sottile di fibre fortemente compresse senza che si verifichi la rottura.
Per la determinazione della resistenza a rottura sotto sollecitazioni di
trazione, di solito misurata solo in senso assiale, si usano invece provini a
sezione cilindrica o rettangolare della sezione di 2 cm 2 , e della lunghezza
utile di cm 5, oltre alle due testate opposte che sono necessarie per l'anco-
raggio al macchinario di prova.
La prova di resistenza a sollecitazioni di flessione si esegue con parti-
colari provini le cui fibre sono disposte normalmente o parallelamente alla
direzione dello sforzo, evitando direzioni inclinate. Si impiegano provini di
sezione quadrata, con il lato di 3 centimetri e della lunghezza di 22 cm che
vengono appoggiati su coltelli a testa arrotondata alla distanza mutua di
18 cm. La resistenza massima è circa uguale alla media fra le resistenze a tra-
zione e a compressione.
Per il calcolo della resistenza, come già visto, viene di solito adottata
come sollecitazione massima ammissibile una frazione di quella di rottura:
generalmente 1/10 di questa. Detto carico può essere però aumentato di
circa 1/5 nelle opere provvisorie e ridotto di un terzo nelle opere stabili.
Alla sollecitazione di taglio il comportamento del legno, per le diffi-
coltà che si incontrano nelle esperienze, non è determinato con esattezza.
32

Il Winkler per questa sollecitazione in direzione parallela alle fibre conside-


ra una resistenza pari a 1/9 1/12 di quella a flessione oppure 1/6 1/8 di
quella a compressione. Nel verso trasversale alle fibre la resistenza al taglio
è certamente maggiore ma è ancora più difficile determinarla sperimental-
mente.
In linea generale si può ritenere che essa superi tre volte quella nella
direzione delle fibre.

Tabella sollecitazioni a rottura per alcuni tipi di legno da costruzione.

Classificazione dei legnami

I legnami di uso comune possono essere classificati a seconda del tipo


di essenza in:
1 ) Legnami duri o dì essenza forte
2) Legnami teneri o di essenza dolce
3) Legnami resinosi
4) Legnami fini.
Quelli del primo gruppo sono legni con elevato peso specifico che si
scalfiscono con difficoltà, resistono molto bene all'usura e alle alternanze
di secco ed umido, per cui vengono in genere usati per pavimentazioni.
Per un buon rendimento si deve sottoporre però preventivamente il le-
gno ad una buona essicazione favorendone la traspirazione; si evita così
che dopo un certo tempo della posa in opera, il materiale possa rigonfiarsi.
Per il loro elevato peso specifico sono poco usati nell'industria dei ser-
ramenti, anche perché il costo non è indifferente, in relazione soprattutto
33

alla difficoltà di lavorazione.


A questo gruppo appartengono le querce, di cui le più note in Europa
sono il cerro, il rovere e il leccio.
Il rovere {di Sìavonia) è di colorazione giallo bruna con alburno bian-
castro. E' un legno compatto, tenace, pesante, con fibra diretta. Il leccio e il
cerro sono legni di colorazione rosso bruna con alburno più chiaro. Sono
molto compatti, pesanti, omogenei; tenaci, di lunga durata e quasi inintacca-
bili dagli insetti in quanto durissimi.
Altri legni che appartengono a questo gruppo sono: il castagno, legno
giallo bruno con venature più scure, discretamente leggero e resistente ma
non troppo compatto, esposto alle intemperie si deteriora facilmente, e si
scurisce in quanto contiene tannino.
Il faggio, legno di colore bianco rossastro a raggi midollari; è assai ela-
stico e flessibile, al vapor d'acqua accentua questo suo carattere per cui è
molto usato nell'industria del legno curvato; non resiste però alle alternan-
ze di secco e umido. E' anche usato per pavimentazioni, ove sostituisce il
rovere, dato il costo meno elevato. Il frassino, legno bianco e chiaro con al-
burno bianco rosso, presenta riflesse madreperlacei nelle sezioni radiali; è
tenace, compatto, elastico ma facilmente flessibile.
Il noce, di colore bruno e resistente, è stabile se stagionato. L'acero, le-
gno bianco gialliccio poco differenziato nell'alburno; è elastico, leggero e
piuttosto duro.
Appartengono al secondo gruppo legni molto teneri che si sfibrano fa-
cilmente, tra cui il pioppo, legno di colore biancastro, che è leggero ed abba-
stanza resistente, ma poiché si sfibra facilmente è poco usato per lavori di
una certa consistenza. Il platano, legno con durame rosso bruno; è di poco
pregio nelle costruzioni perché è facilmente attaccabile dai parassiti.
Quelli del terzo gruppo sono dei legni di grande resistenza, compatti ed
elastici, il cui essicamento non richiede particolari cure; resistono molto be-
ne alle intemperie. La principale applicazione dei legnami di essenza resino-
sa è appunto nell'industria dei serramenti. In questo gruppo troviamo: il la-
rice, legno a durame rosso bruno, molto resinoso e perciò odoroso; com-
patto, semiduro, resiste bene e lungamente all'azione dell'acqua, attualmen-
te non è però molto usato, soprattutto perché non è facile trovarlo perfet-
tamente stagionato.
L'abete douglas del Canada, molto classico e resistente e si avvicina al
larice per le sue proprietà, oltre alla caratteristica colorazione giallo rossic-
cio presenta una quasi perfetta perpendicolarità delle fibre, con assenza di
nodi.
Vabete ed il pino, si presentano in diverse specie che forniscono legna-
mi molto usati nelle costruzioni. Il pino giallo o picht-pine: largamente usa-
to in Europa proviene in gran parte dall'America centrale e settentrionale in
varie qualità; ve ne sono di eccellenti che danno un legno duro, pesante, re-
sinoso, durevole, di colore giallo rossastro fino al rosso bruno.
34

I legnami del quarto gruppo presentano fibre sottili e sono annoverabi-


li tra i legni preziosi particolarmente indicati per lavori di ebanisteria. In mas-
sima parte raggiungono dimensioni modeste e sono di solito impiegati in
limitata quantità per lavori di intarsio e simili nell'industria del mobile.

Principale impiego dei legnami

Impalcature abete, pino, castagno


Serramenti esterni larice, pino, pitch-pine, abete vernicia-
to, douglas
Serramenti interni abete, castagno, faggio, noce
Pavimentazioni interne rovere, faggio
Strutture in tetti di legno abete, castagno, rovere, pino, larice.

Difetti dei legnami

I principali difetti dei legnami sono i seguenti:


— Nodi, dovuti ai rami che attraversano il fusto radialmente e sono poi
ricoperti dagli strati annuali di accrescimento.
Possono essere vivi, cioè saldati con il circostante tessuto legnoso, o
morti, che cadono facilmente lasciando fori sani od avariati.
In ogni modo ostacolano la lavorazione e riducono la resistenza del
legno.
— Fusto eccentrico, cioè con spessore degli anelli non uniforme. Si
manifesta in alberi isolati cresciuti su terreni con forte pendenze. In questo
caso la resistenza è ridotta e il legname è poco adatto ad essere rifilato o
segato.
— Torsione del fusto, dovuto all'azione del vento spirante in direzio-
ne costante. Si hanno elementi a resistenza ridotta e variabile da punto a
punto.
— Cipollatura o girello, che consiste nel distacco di due anelli di ac-
crescimento continui lungo l'intera circonferenza, o in parte. E' dovuta alle
diverse deformazioni degli anelli prodotti dall'azione del vento e dall'effet-
to del caldo e dei geli eccessivi.
— Falso durame, che è costituito dal legno della parte centrale di cir-
colazione più scura e a contorno irregolare; provoca una riduzione della re-
sistenza e della durata del materiale.
— Lunatura o doppio alburno, fenomeno dovuto alle gelate tardive
in primavera e precoci in autunno che atrofizzano le cellule dell'alburno ar-
restando la sua trasformazione in durame. Resta quindi incluso uno strato
non lignificato.
— Marciume, che proviene dall'alterazione dei tessuti del legno provo-
35

cata da una eccessiva circolazione di linfa e da microorganismi vegetali. Il


legno si riduce ad un ammasso pulvirulento o fibroso privo di consistenza.
— Cretti, che sono spaccature dei fusti in senso radiale. Possono es-
sere periferici o centrali e sono originati da forti geli seguiti da veloci disge-
li, oppure da una troppo rapida evaporazione dell'acqua.

Applicazione dei legnami come elementi costruttivi

Le principali forme e dimensioni, a seconda dell'uso e dell'impiego dei


legnami da costruzione sono:
- Travi: di forma parallelepipeda, squadrati a spigolo vivo, di misu-
re che vanno dai 25 ai 42 cm e lunghezze fino a 14 m.
— Legname tipo Trieste: sono chiamati così quei legnami semplice-
mente sgrossati d'ascia e grossolanamente squadrati, senza spigoli vivi.
— Travetti o morali: sono elementi di dimensioni minori con sezio-
ne quadrata, generalmente 6 x 6 , 7 x 7 , 8 x 8 . Si ha mezzo morale quando
una delle dimensioni è dimezzata 3 x 6; 3,5 x 7; 4 x 8.
Il loro uso è principalmente nei tetti.
- Correntini o listelli: usati specialmente per la piccola orditura dei
tetti, hanno sezione 2 x 4 , 3 x 3 , 3 x 5 .
- Tavole: generalmente sono lunghe 4 m e larghe da 20 a 40 cm con
spessori di 2 4 cm. Se sono di spessore superiori ai 4 cm vengono chia-
mate palancole.

Lavorazione del legno

Reciso il tronco e pulito dalle ramaglie e talora dalla corteccia, a se-


conda dell'impegno cui è destinato, l'elemento può essere trasportato inte-
ro o segato in lunghezze commerciali, in genere circa quattro metri.
Nelle costruzioni provvisorie (impalcature, ponti di servizio di cantie-
re) il tronco viene impiegato senza essere squadrato. Invece nelle costruzio-
ni di maggior durata o di una certa importanza il tronco viene grossolana-
mente squadrato o ridotto a spigolo vivo.
La squadratura a spigolo vivo si fa a macchina. Se la trave deve essere
sollecitata a compressione o a trazione conviene farla a sezione quadrata,
perché in tal caso è massima l'area della sezione ed è massimo il raggio di
inerzia.
Se invece la trave è sollecitata a flessione i lati b ed h della sezione ret-
tangolare dovranno avere il rapporto che rende massimo il modulo di resi-
stenza W = 1/6 bh2. Tale rapporto vale circa 5/7.
36

La segagione del materiale è diversa a seconda del tipo e degli elementi


che si vogliono ottenere. I principali sistemi sono i seguenti, Fig. 3.2:
— Segagione a maglia, è generalmente la più usata, anche se per gli ele-
menti che si ottengono non si evita l'imbarcamento, dato l'andamento degli
anelli nella sezione del tronco.

Fig. 3.2 - Segagioni del legname.


37

— Segagione in quarto con mezzoni, dopo il taglio dei tavoloni centra-


li si procede al taglio degli elementi nei quarti in direzione radiale, oppure
secondo direzioni parallele.
— Segagione in quarto, ove gli elementi sono tagliati nei quarti del
tronco secondo direzioni alternativamente normali.
— Segagione in quarto a misure obbligate, analoga alla precedente ove
gli elementi hanno diverse e prefissate misure.
Il legno compensato, come già accennato, è un prodotto di grandissi-
ma diffusione ed è generalmente usato per le opere di finitura interna de-
gli edifici particolarmente per la costruzione di porte, pannelli di rivesti-
mento, serramenti in genere, e nell'industria del mobile.
Il legno compensato si ottiene incollando sotto pressione sottili fogli
di legno dello spessore da 0,8 a 2 mm, disposti gli uni rispetto agli altri con
le fibre perpendicolari. Si è visto infatti che la resistenza del legname varia
grandemente col variare dell'angolo tra la direzione delle fibre e quelle del-
lo sforzo di sollecitazione, pertanto la particolare costruzione di tale ma-
teriale evita questo inconveniente. Inoltre le tavole di legname, a causa del
ritiro, sono soggette ad un ingobbamento più o meno sensibile a seconda
della stagionatura e delle alternanze di secco e di umido. I vantaggi dal
punto di vista della resistenza sono quindi evidenti, ed è anche da aggiunge-
re la leggerezza ed il costo non elevato.
La fabbricazione del legname compensato ha appunto lo scopo di crea-
re un materiale che abbia una buona resistenza in tutte le direzioni e non
sia soggetto a notevoli deformazioni; in definitiva quindi le tavole di legno
compensato presentano caratteristiche meccaniche notevolmente migliora-
te rispetto al legno naturale.
I tronchi destinati alla lavorazione del legno compensato (quercia, piop-
po, betulla, faggio) devono prima essere scortecciati, e poi mantenuti per
molte ore a contatto col vapore d'acqua che renderà il legname più soffice,
e quindi collocati su apposite macchine sfogliatrici che funzionano allo stes-
so modo di un tornio.
II tronco viene fatto girare lentamente e mediante un coltello automa-
tico pressato contro il legno, si viene a tagliare un sottile foglio continuo.
L'operazione di incollatura dei diversi fogli viene fatta a caldo e sotto
pressione, usando colle a base di caseina, che essendo a lenta presa, costrin-
gono a mantenere la pressione per 8 10 ore.
Riassumendo quindi, il compensato presenta il vantaggio sul legno co-
mune di una maggiore leggerezza, di una minore variazione dimensionale
per effetto di umidità, di una maggiore facilità di lavorazione, anche su gran-
di dimensioni; permettono inoltre di ottenere superfici in vista con legni
pregiati, senza necessità di impiallaciatura e in definitiva con costi notevol-
mente bassi.
Un particolare tipo di compensato è il paniforte che è un compensato
composto da molteplici sottili fogli di legno incollati e pressati fra loro con
38

fibre incrociate fino a formare uno spessore di uno o due centimetri. Sotto
lo stesso nome si hanno altri pannelli formati da prismi di legno accostati
e incollati così da formare una tavola: sulle due faccie di tale tavola ven-
gono incollati due normali compensati.
Altro particolare impiego il legno può trovarlo nei pannelli agglome-
rati truciolari (tipo Faesite) che si ottengono con pressatura ad alta tem-
peratura; il prodotto finito si presenta come pannello anche di minimo spes-
sore, compatto e durissimo, di solito finito e smaltato su di una faccia e
lasciato grezzo dall'altra.
Il legno può anche essere usato come materiale isolante sia termico che
acustico (come isolamento e come correzione) in appositi pannelli di spes-
sore variabile da cm 1 a 7,5 costituiti da fibre di pioppo imbevute in una
soluzione concentrata di solfati di magnesio e trattati termicamente in for-
ni ad alta temperatura {Eraclit).
Le fibre di legno così trattate subiscono un vero processo di mineraliz-
zazione e pertanto risultano inalterabili nel tempo mentre la sua struttura,
costituita da un insieme di piccole celle irregolari, conferisce al pannello
elevati doti di leggerezza e di isolamento. Tale materiale è largamente im-
piegato nelle costruzioni, data la capacità autoportante del pannello, la fa-
cilità della posa in opera, la possibilità di intonacatura, ed il costo non ele-
vato.
CAPITOLO QUARTO

I MATERIALI LAPIDEI

Le pietre naturali impiegate nelle costruzioni, provengono da determi-


nati tipi di rocce, cioè da miscugli eterogenei di sostanze di natura minera-
le, che formano parte integrante della crosta terrestre.
Vengono prelevate dalle cave che possono essere a cielo aperto o sot-
terranee. Nel primo caso messo a nudo il giacimento, si procede all'escava-
zione con metodo diverso (ad aria compressa, con filo elicoidale, con esplo-
sivi) a seconda della giacitura e delle caratteristiche del materiale, nel se-
condo invece l'escavazione avviene a mezzo di cunei oppure con l'impiego
del filo elicoidale in vere e proprie gallerie che si addentrano all'interno del
giacimento (come ad esempio per i materiali tufacei o più generalmente
per la cosiddetta pietra tenera del Vicentino).
Il materiale una volta escavato viene trasportato ai piedi della cava e
quindi inviato agli stabilimenti di lavorazione. Il blocco così pervenuto, a
meno che non venga impiegato in opere particolari, viene di solito segato
in lastre di spessore variabile, a partire da un minimo di 7 mm, con apposi-
te macchine chiamate telai costituite da un insieme di lame in ferro poste
alla distanza voluta per l'ottenimento dello spessore delle lastre. Le lame
costituenti il telaio strisciano con movimento pendolare sul blocco e su di
esse si fa cadere una miscela abrasiva, che ha appunto la funzione del ta-
glio, costituita da acqua e sabbia quarzifera; l'operazione di taglio di un
blocco, a seconda del tipo del materiale, può durare ininterrottamente per
più giorni.
Dalle lastre così ottenute, a seconda delle particolarità di impiego, si
procederà poi alle lavorazioni successive che si distinguono a seconda che
il materiale sia impiegato come rivestimento per l'esterno o l'interno, o co-
me pavimentazione, o scala, o davanzale, ecc..
Le rocce possono essere classificate in tre categorie:
A) Eruttive
B) Sedimentarie
C) Scisti cristallini.

Le rocce eruttive provengono dalle viscere della terra, da cui sono usci-
te allo stato fuso ad alta temperatura, e si sono nel tempo poi solidificate in
superficie.
Sono essenzialmente rocce di tipo vulcanico, come graniti, porfidi, ba-
40

salti, trachiti. Anche la pomice appartiene a questa categoria, ma è un ma-


teriale con caratteristiche particolari, come l'estrema leggerezza, per cui vie-
ne di solito polverizzata ed applicata come materiale isolante per l'isola-
mento termico ed acustico.
Le rocce appartenenti a questa categoria sono estremamente compatte,
hanno elevato peso specifico ed elevata durezza; possono essere impiegate
solo per usi particolari (prescindendo dall'effetto estetico: colore, grana e
venatura); resistono molto all'usura ma si tagliano e si lavorano con note-
vole difficoltà. Hanno quindi generalmente un costo elevato.

Le rocce sedimentarie derivano dalla sedimentazione di sostanze mine-


rali oppure da depositi organici; sono derivate dalla erosione determinata
dagli agenti fisici o chimici degli elementi naturali. Le masse così accumu-
late hanno subito nel tempo notevoli trasformazioni, da cui derivano diver-
si tipi di rocce. Altri tipi di rocce sedimentarie si sono originate col discio-
gliersi e il depositarsi di materiali in acqua, uniti a residui di organismi ve-
getali o animali, oppure da prodotto vulcanici cementati insieme.
Appare dunque evidente che le rocce sedimentarie sono di natura mol-
to varia, sia dal punto di vista della composizione che della struttura.
Appartengono a questa categoria i calcari ed i marmi; è infatti non dif-
ficile trovare all'interno di essi scheletri di pesci preistorici, conchiglie, lu-
mache ed altri fossili.
Le rocce appartenenti a questo gruppo possono essere ulteriormente
suddivise in due categorie:
1) Marmi cristallini a struttura saccaroide (Grecia, marmo di Lasa,
Vallestrona, Carrara, madreperla di Sicilia).
2) Marmi concrezionati. Al limite estremo di questa categoria trovia-
mo i tufi, ed in genere le pietre tenere. E' questo un materiale che si taglia
facilmente con la sega appena escavato ed all'aria subisce un processo di
indurimento; è però attaccabile dallo smog e dalle atmosfere inquinate del-
le nostre città, per cui anche in poco tempo si disgrega e si polverizza. Ap-
partengono ancora a questa categoria le brecce e tutti i brecciati, i quali
anche visivamente si presentano come formati dall'unione di vari e diversi
elementi. Non sono in genere materiali compatti a struttura cristallina ma
si sgretolano con notevole facilità.

Scisti cristallini. Sono rocce spesso insieme eruttive e sedimentarie, di-


sposte a strati e quindi facilmente divisibili o sfaldabili. Non vengono infat-
ti quasi mai estratte in blocco ma per sfaldatura. A questa categoria appar-
tengono i Gneis (rocce micacee), le quarziti, i serpentini.

Per il corretto impiego del materiale ha notevole importanza conosce-


re le proprietà fisiche delle varie pietre e, in relazione per un impiego all'e-
sterno, particolarmente la resistenza agli agenti atmosferici. Ad esempio, in-
41

fatti, soltanto il costruttore sprovveduto e di scarsa cultura, non solo tecni-


ca, penserà dì applicare a Venezia come rivestimenti esterni pannellature in
travertino che, data la struttura non compatta e la porosità che sono tipi-
che del materiale, darà dei risultati di durevolezza nel tempo — oltre che
di esteticità — quanto mai precari. Il travertino che è un ottimo e bellissi-
mo materiale troverà la sua esaltazione a Roma, nell'antica tradizione e nel
clima più adatto alla sua corretta applicazione. A Venezia, come l'esperien-
za dei secoli insegna, l'unico materiale lapideo correttamente impiegabile
per esterni è la pietra d'Istria, che viene intaccata solo superficialmente dal-
l'atmosfera e dalla salsedine della laguna patinandosi in colorazioni parti-
colari che hanno caratterizzato nei secoli le principali architetture della cit-
tà lagunare.
Le altre caratteristiche principali, che sono date dall'insieme dei requi-
siti naturali propri del materiale, e che interessano ai fini di un corretto
impiego sono le seguenti:
— Peso specifico, che varia da 2.000 a 3.000 kg/m 3 (calcestruzzo ar-
mato 2.000 2.500 kg/m 3 ) e che è dato dal rapporto tra il peso del mate-
riale ridotto in polvere ed il suo volume.
— Durezza. E' la resistenza al logorio dovuto ad azioni esterne (abra-
sione). Se ad esempio si dovesse pavimentare un grande magazzino di ven-
dita, non si userà mai una breccia, che pure è di notevole effetto estetico da-
to il suo colore variegato e la sua grana, in quanto il pavimento costituito
da questo materiale si sfalderebbe entro breve tempo. Per un pavimento ri-
sulta quindi fondamentale considerare la durezza e la compattezza del mate-
riale in relazione al proprio uso. Tornando all'esempio precedente, sarà cor-
retto impiegare ad esempio un granito per la sicurezza che nel tempo il ma-
teriale si conserverà perfetto; l'unico limite nell'applicazione di un tale tipo
di pavimentazione è dato soprattutto dal costo e particolarmente in rela-
zione ad altri materiali di normale impiego.
— Tenacità. E' la resistenza agli urti e costituisce un requisito molto
importante per una pietra; è il contrario della fragilità.
— Gelività. E' la resistenza della pietra agli agenti atmosferici. La pie-
tra se adoperata per esterni deve essere a struttura compatta e non presen-
tare fori per non essere intaccata dal gelo; si è già accennato infatti che non
sarebbe corretto applicare come rivestimento elementi di materiale gelivo
in climi particolarmente umidi e freddi, come a Venezia. Una pietra di que-
sto tipo non è consigliabile anche usarla come pavimento; il travertino ad
esempio è una pietra porosa, la cui superficie è costituita da una serie di fo-
ri che assorbono l'acqua e la polvere. Pietre di questo tipo trovano invece
larghissimo e corretto impiego nei climi più caldi dove in pratica questo pe-
ricolo non esiste.
— Lavorabilità. E' in diretta relazione con la tenacità e varia con i ma-
teriali, e per ciascun materiale a seconda del verso. La lucidabilità è un'atti-
tudine caratteristica di lasciarsi ridurre a superficie perfettamente levigata,
42

attraverso successive operazioni. Di solito i materiali più Riciclabili sono i cal-


cari cristallini, mentre i materiali più duri, come il granito, si lucidano con
notevole difficoltà e costo elevato, ma una volta acquistata la lucidità la con-
servano a lungo.
Per quanto riguarda le caratteristiche meccaniche è da dire che le pie-
tre presentano elevata resistenza a compressione e scarsissima resistenza a
flessione. Le pietre dei gruppi A e C presentano un a compressione che
varia da 1.500 a 2.000 kg/cm 2 ,per quelle del gruppo B il varia da 500
a 800 kg/cm 2 .
La resistenza a flessione è trascurabile al punto che viene considerata
in pratica nulla. Per i gruppi A e C = 1 0 0 kg/cm 2 ; per il gruppo B =
2
= 50 kg/cm . Si veda in proposito la tabella allegata.

Tabella comparativa di resistenza alle sollecitazioni per taluni tipi di pietre naturali.

Il coefficiente di sicurezza prima definito varia per i materiali lapidei,


e a seconda del materiale, da 10 a 15.
Per l'elevata resistenza a compressione le pietre e i materiali lapidei so-
no stati usati fin dall'antichità per murature, pilastri, colonne: cioè in strut-
tura sollecitate a sforzi normali o di compressione.
Per quanto si riferisce all'impiego odierno dei materiali lapidei - ab-
43

bandonato naturalmente il concetto dell'uso degli stessi come elementi di


struttura — le principali applicazioni sono le seguenti:
Rivestimenti esterni. Il materiale lapideo è impiegato in lastre di spes-
sore variabile come rivestimento di una sottostante struttura generalmente
laterizia — o di tamponamento tra gli elementi di una struttura a gabbia —
oppure come elemento di rivestimento in lastre di minimo spessore posto
al di sopra di un supporto autoportante per pannellature prefabbricate. Nel
primo caso le lastre di marmo o pietra, di tipo e di spessore adeguato (con
un minimo di cm 3), saranno fissate alla sottostante muratura a mezzo di
apposite zancature, mentre tra la lastra e la muratura sarà interposto un let-
to di malta, Fig. 4.1.

Fig. 4.1 - Sistemi di attacco di lastre usate come rivestimenti esterni di facciate.

Le zancature possono essere di diverso tipo, ma sempre di materiale


non attaccabile alla corrosione, come ferro zincato, rame od ottone. Nel
caso invece dell'impiego del materiale lapideo come elemento di rivesti-
mento superficiale esterno dì un pannello prefabbricato, la lastra dovrà es-
sere di minimo spessore (7 mm) che aderisce a mezzo di collanti speciali
ad un supporto autoportante, che in alcuni casi può essere di fibre di legno
legato da cemento magnesiaco (Eraclit), Fig. 4.2.
I vari pannelli dimensionati in funzione della modulazione prescelta,
potranno essere tra loro collegati verticalmente a mezzo di profilati metal-
lici, generalmente di alluminio.
Rivestimenti intemi. Di solito limitati ad elementi di non grande di-
mensione, per cui valgono le prescrizioni di applicazione di cui si è accen-
nato al punto precedente. Naturalmente, a seconda delle estensioni del ri-
vestimento, le zancature avranno dimensioni più limitate, le lastre potran-
no avere spessore minore ed il materiale impiegato avrà caratteristiche fisi-
44

Fig. 4.2 — Pannelli prefabbricati di tamponamento con faccia esterna in materiale lapideo di minimo
spessore.

che e meccaniche diverse da quello invece utilizzato per i rivestimenti ester-


ni soggetti agli agenti atmosferici.
Pavimentazioni. E' certamente il campo di più largo impiego del mate-
riale lapideo, la cui scelta è direttamente in funzione dell'ambiente nel
quale verrà posto, delle caratteristiche estetiche del materiale, della sua re-
sistenza e lucidabilità e del suo costo. E' di solito posto in lastre, su un sot-
tostante massetto di sottofondo in calcestruzzo di cemento, posato con il
piano lavorato a filo di sega e poi levigato e lucidato in opera con apposite
macchine.
Può anche essere utilizzato in frammenti di varie dimensioni, tra loro
connessi con un legante e si ottiene così il "pavimento alla palladiana", op-
pure sbrecciato in piccole dimensioni ed annegato in un pastone di polve-
re di mattone, calce, pozzolana e polvere di marmo e si ottiene il "terrazzo
alla veneziana".
Scale, che possono essere del tipo a sbalzo, costruite a massello, cioè
con gradini e pianerottoli in struttura massiccia lapidea. Di solito oggi le
scale hanno struttura in calcestruzzo armato ed il materiale lapideo è esclu-
sivamente usato come rivestimento in lastre di spessore costante (cm 3), op-
pure di spessore variabile, da cm 3 per le pedate, i pianerottoli ed i ripia-
ni, e da cm 2 per le alzate, e fissate con malta bastarda alla sottostante strut-
tura, Fig. 4.3.
Nell'edilizia civile numerosissimi altri utilizzi trova il marmo o la pie-
tra che vediamo impiegati nei davanzali, negli stipiti e nei contorni delle
porte, nelle mensole e in svariati altri elementi che costituiscono le opere
di finitura di un edificio.
45

Fig. 4.3 - Gradini.


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Bibliografia

A. CONSIGLIO, Il marmo, Pisa, 1949.


M. PIERI, Marmi d'Italia, Milano, 1952.
F. RODOLICO, Le pietre delle città d'Italia, Firenze, 1953.
M. PIERI,Marmologia, Milano, 1966.

e le riviste specifiche:

- Marmi, Graniti, Pietre


- Marmo, Tecnica, Architettura
- Pietre.
CAPITOLO QUINTO

CERAMICI - LATERIZI

Si definiscono come "ceramici" tutti quei prodotti inorganici e non me-


tallici che per la loro fabbricazione necessitano di elevate temperature; in
questo capitolo si tratteranno i prodotti ceramici più tradizionali, ricavati
da materiali argillosi, innanzitutto i laterizi e poi le maioliche, le terraglie,
il gres e le porcellane.
I materiali ceramici (da kéramos = argilla in greco) sono tra i prodotti
più antichi della civiltà umana: già 6000 anni a.C. si trovano mattoni o pia-
strelle cotte ed anche smaltate in Egitto ed in Mesopotamia e India.
Le argille sono rocce molto diffuse nella crosta terrestre: sono il risul-
tato di profonde trasformazioni, sviluppatesi attraverso varie ere geologi-
che, di rocce primarie come graniti, basalti e miche sotto l'azione dell'acqua,
della pressione e della temperatura; pur nella loro varietà sono sempre ri-
conducibili a dei silicati di alluminio, ad una associazione di silice ed allu-
mina in diverse proporzioni (illiti, caoliniti, montmorilloniti) con presenza
di ossidi di ferro e calcari, i quali ultimi peraltro non devono superare il
10% del totale.
I prodotti ceramici vengono classificati come segue:

II processo di formazione dei laterizi avviene in sei successive fasi:


1) estrazione del materiale da cave a cielo aperto, in superficie, previa
asportazione del cappellaccio vegetale, ed è eseguita generalmente in autun-
no.
2) ibernazione (spurgo): si lasciano esposte le argille alle intemperie
48

in grandi cumuli, all'aperto, ove per opera del gelo e del disgelo, si degrada-
no le argille liberando le sostanze estranee. Questa operazione permette che
il materiale si riduca in grani di dimensioni molto piccole. Può anche essere
eseguita un'operazione meccanica (estivazione), nella quale le argille vengo-
no sminuzzate, raffinate, mescolate ed impastate e se necessario con una
decantazione che avviene in una serie di vasche con fondo perforato a gri-
glia; in tale caso le operazioni 2 e 3 vengono a coincidere in un unico pro-
cedimento meccanico.
3) Mescolazione: la pasta viene finemente impastata con particolari
macchine ad elica e viene eventualmente corretta la composizione aggiun-
gendo quei materiali che mancano o che non sono in esatta percentuale
per una perfetta composizione della miscela.
4) Impasto e modellazione: i singoli elementi di argilla vengono mo-
dellati a mano, procedimento ormai in disuso, oppure a macchina per pres-
satura; gli elementi per solaio vengono trafilati e tagliati con un filo d'ac-
ciaio per ottenere elementi di lunghezza desiderata, cosi come gran parte
degli altri elementi forati.
5) Essicazione: una volta modellati, i pezzi vengono essiccati e tale
operazione può essere naturale, sotto delle tettoie dove vengono asciugati
dall'azione dell'aria, oppure artificialmente nella quale i singoli pezzi ven-
gono immessi in opportune camere ad aria calda, con eventuale ricupero
del calore di cottura.
6) Cottura: avviene normalmente intorno a 950-1000°C con ciclo di
alcune ore, che negli impianti più moderni si tendono sempre a ridurre
(8-4 ore): un tempo erano generalmente usati i forni a fuoco mobile tipo
Hoffmann a camere comunicanti e recupero di calore, oggi è invece più dif-
fuso l'uso di forni a tunnel.

A seconda del grado di cottura i mattoni laterizi vengono classificati


in: aitasi, poco cotti di colore giallo chiaro, molto porosi e con scarsa re-
sistenza; mezzani, a cottura normale; forti, ottenuti a temperature più ele-
vate e con caratteristiche fisico-meccaniche migliori dei precedenti; ferrio-
li, troppo cotti, in parte vetrificati, di colore più scuro, con scarso appi-
glio per le malte.
Oltre alle terrecotte, derivate dalle stesse materie prime dei laterizi,
ma per usi non strettamente edilizi (vasi, recipienti, decorazioni), da ma-
terie prime più pure e con minore contenuto di ossido di ferro si ottengo-
no le faenze, normalmente rivestite con vetrine trasparenti o con ingobbio,
che, se rivestite invece con smalti e decori (composti di piombo, boro, zir-
conio, titanio, manganese, ferro, cadmio, cromo, ecc.), prendono il nome
di maioliche.
Con l'aggiunta di caolini e fondenti (feldspati ed eventualmente talco)
si ottengono, con cottura a 1000-1500°C le terraglie tenere, e a 1200-
1250°C le terraglie forti: le terraglie vengono ricoperte in seconda cottura
49

fino a 1100-1150°C con smalti opachi.


Partendo da argille plastiche di tipo caolinitico o illitico con fondenti,
cotte a 1200-1300°C, si ottiene il gres, con struttura molto più compatta
e grande resistenza chimica.
La porcellana rappresenta il prodotto più nobile dell'industria cerami-
ca: le materie prime sono caolino, quarzo, come smagrante, e feldspato co-
me fondente: quanto maggiore è la percentuale di caolino e inferiore quel-
la del feldspato, maggiore è la durezza della porcellana e più alta la tempe-
ratura di cottura, tra 1400 e 1450°C, con invece maggiore percentuale di
fondenti si hanno le porcellane tenere, che cuociono a 1300°C ed hanno
caratteristiche meccaniche inferiori.
Nella gamma dei prodotti ceramici sono compresi anche i vari tipi
di refrattari, con uso peraltro soprattutto negli impianti e nell'industria.
Nel campo dell'edilizia i principali prodotti sono:

Laterizi:
- Mattoni pieni (UNI 5626/65) da cm 5,5x12x25 del peso di 2,8
kg ciascuno; persistono ancora in produzione mattoni con formati tradizio-
nali locali, come il veneto 6x 13x26.
- Mattoni semipieni (UNI 5629/65): trasversalmente allo spessore
prevedono dei fori di diametro inferiore a 15 mm distanti fra loro almeno
7 mm, peso circa 2,4 kg ciascuno. Vengono anche prodotti in dimensioni
di cm 12x12x25 denominati "bimattoni".
— Mattoni forati (UNI 1607) generalmente hanno 2-3 oppure 4-5 fori
longitudinali e superficie esterna rigata.
— Blocchi forati (UNI 5630/65) si fabbricano in forme e dimensioni
diverse con incastri verticali o orizzontali per facilitare la posa in opera e li-
mitare l'impiego di malte.

Secondo le norme UNI 5632/65 questi prodotti devono avere forma


regolare, essere esenti da screpolature, fessure e cavità irregolari, presentare
a frattura massa omogenea e compatta, dare a un colpo di martello suono
chiaro di timbro metallico.
I mattoni da paramento, cioè per murature a vista devono anche dare
sufficiente uniformità di colore.
II carico medio unitario di rottura a compressione deve essere superio-
re ai valori per ciascun tipo indicati nella tabella 5.1.
Per i laterizi dichiarati non gelivi i mattoni divisi a metà vengono im-
mersi in acqua a + 35°C per 1 ora indi posti in frigorifero a — 10°C per 3
ore e il cicli viene ripetuto 20 volte. Alla fine della prova i provini non de-
vono presentare screpolature, sfaldature o tracce di lesioni e alla prova di
compressione devono dare un risultato non inferiore all'80% di quello ri-
cavabile sullo stesso campione prima della prova.
Il saggio di imbibizione consiste nell'essiccare in stufa i campioni sino
50

Tabella 5.1

a costanza di peso e successivamente immergerli in acqua per 2 h. Dopo aver


asciugato i campioni con carta bibula si ripesano. La quantità d'acqua assor-
bita deve essere compresa tra l'8 ed il 28% del peso del campione all'inizio.

— Tavelloni, generalmente impiegati in strutture orizzontali portanti;


il loro spessore varia da 6 a 8 cm, e la loro lunghezza da un minimo di 40 ad
un massimo di 120 cm. Sono autoportanti e trovano il loro impiego per co-
prire luci molto modeste, con sovraccarichi non elevati.
— Tegole curve o coppi, di forma tronco conica usati come manti di
copertura. Le dimensioni unificate sono: lunghezza cm 45, larghezza mas-
sima e minima cm 18 e cm 14, spessore minimo 12 mm. Il profilo della te-
gola è ad arco di parabola. Per ogni metro quadrato ne occorrono 33, il pe-
so del manto al metro quadrato è di kg 75 80.
— Tegole romane (embrici canali) di forma trapezia con orli rilevati
ad angolo retto lungo i lati non paralleli.
Per ogni m2 occorrono da 9 a 12 coppie (embricate e canale) peso 60
70 kg/m 2 .
— Tegole piane {marsigliesi). Sono di forma rettangolare e presenta-
no nelle due facce opportuni rilievi ed incavi che servono al necessario par-
ziale ricoprimento dei pezzi contigui, e ad offrire un agevole scolo alle
acque. Le dimensioni unificate sono cm 24x39. Peso di ogni elemento cir-
ca 2,5 kg. Un tratto di copertura della lunghezza di 1 m deve comprendere
5 tegole in lunghezza e 3 tegole secondo la inclinazione della falda. Peso al
m2 circa 38 kg.
Requisito essenziale per gli elementi usati come manti di copertura è
51

l'impermeabilità; la prova si attua sottoponendo un elemento ad un carico


di 55 mm di acqua per 24 ore. Una buona tegola, ad imbibizione totale non
deve presentare un aumento di peso maggiore del 15%.

Fig. 5.1 - Elementi in laterizio come manti di copertura.


52

Piastrelle

Le caratteristiche fisiche e meccaniche, la facilità di pulizia, il basso


costo, le infinite possibilità di decorazione, la varietà dei tipi a disposizio-
ne giustificano il larghissimo uso nell'architettura delle piastrelle ceramiche,
legato anche ai miglioramenti via via apportati al prodotto ed alle tecnolo-
gie di produzione.
I principali tipi sono i seguenti:
— Piastrelle in maiolica a pasta debolmente colorata e perciò sempre
ricoperte da smalti opachi, sono in genere di dimensioni 15x15 variamente
colorate destinate al rivestimento di interni.
— Piastrelle in cottoforte, prodotto tipico italiano fabbricato per lo
più in Emilia, sono utilizzate per la pavimentazione di interni, nel formato
20x20 ricoperte con smalti opachi colorati e decorati, hanno buone carat-
teristiche meccaniche.
— Piastrelle in cotto non smaltate, di un caldo color rosso servono per
pavimentazioni di interni rustici laddove un tempo venivano impiegati i mat-
toni.
Formati più frequenti 30x 30, 25 x 25, 20 x 40, 40x 60.
— Piastrelle in gres rosso previste anche dalle norme UNI 6506/69,
sono vetrificate, presentano un assorbimento in acqua < 4%. Nel classico
formato 7,5x14 vengono utilizzate per pavimentazioni di interni ed ester-
ni in abitazioni, industrie, ospedali e in genere zone di intenso passaggio
per la loro resistenza chimica e all'abrasione.
— Piastrelle in gres porcellanato, quasi completamente vetrificate con
ottime proprietà meccaniche e di resistenza chimica. Nei formati 5x10 e
10x10 servono per pavimentazioni. Possono essere variamente colorate, si
producono anche per monocottura e in tal caso risultano smaltate.
— Piastrelle in terraglia dolce. Assieme al successivo è il tipo più dif-
fuso nel mondo per rivestimenti di pareti interne. Prodotto a pasta bianca,
come fondenti contiene carbonati di calcio e di magnesio. Si può decorare
la superficie del biscotto e rivestirla di sola vetrina. Il formato classico è
15x15.
— Piastrelle in terraglia forte. Simili alle precedenti prevedono l'im-
piego di feldspati come fondente. Hanno quindi minore porosità e maggio-
re resistenza meccanica.
La resistenza meccanica viene di solito interpretata attraverso il cari-
co di rottura a flessione di interesse soprattutto per le piastrelle per pavi-
mentazione. Esso risulta in genere superiore ai 100 kg/cm 2 ma per alcuni
tipi di gres può raggiungere i 250-350 kg/cm 2 .

Laterizi alleggeriti

Allo scopo di migliorare la coibentazione termica e l'isolamento acu-


53

stico si ricorre anche a prodotti laterizi nei quali viene esaltata la porosità,
anche se a scapito del peso specifico e della resistenza meccanica.
La tecnologia di produzione dei mattoni "leggeri" contempla l'impie-
go in miscela (oltre ai prodotti consueti) di prodotti combustibili che libe-
rano pertanto gas al momento della cottura e ostacolano il processo di sin-
terizzazione. Si ricorre a antracite, segatura di legno, farina di coke e di li-
gnite. Si possono usare anche carbonati che liberano anidride carbonica.
Il processo di formatura è del tutto simile a quello già descritto per
i mattoni più compatti sol che si ricordi che le deformazioni in cottura di
tali prodotti sono molto più sensibili ed è quasi sempre necessaria una ope-
razione finale di rifilatura.
Se la formatura avviene per colaggio si possono avere prodotti porosi
anche trasformando la sospensione in una schiuma addizionando opportuni
agenti emulsionanti e mantenendo l'insieme fortemente agitato per inglo-
bare la massima quantità d'aria.
Si fabbricano mattoni isolanti per impianti frigoriferi (fino a -100°C)
per temperatura ambiente, per temperature fino a 150°C e oltre. Mattoni
refrattari sono considerati quelli che resistono a temperature superiori ai
500-600°C.
La resistenza a compressione di questi ultimi non deve essere inferio-
re ai 50 kg/cm 2 ma può arrivare fino a 200, la conducibilità termica è me-
diamente 0,5-0,7 kcal/m/h/°C.
Nei mattoni porosi la porosità è dell'ordine del 50% e il peso specifico
attorno a 1 ma si possono ottenere valori anche molto più bassi come 0,3-
0,4g/cm 3 .
Se la porosità è del tipo aperto occorre impermeabilizzare il manufat-
to per impedire la penetrazione di umidità dato che la conducibilità termi-
ca dell'acqua è circa 20 volte quella dell'aria. In genere alle alte tempera-
ture è preferita la presenza di moltissimi pori piccoli e chiusi non collegati
fra loro per diminuire la trasmissione di calore per irraggiamento.
Una interessante e nuova elaborazione del laterizio tradizionale è rap-
presentata dal Poroton, owerossia "argilla porizzata", così denominata
dall'ing. Sven Fernhof suo ideatore. Questa macroalveolatura, ottenuta in-
serendo nell'impasto argilloso — prima della trafilazione — una miriade di
sferette del diametro di circa 1,5 mm di una sostanza a bassa temperatura
di sublimazione (polistirolo espanso), esalta le doti di benessere abitativo
proprie del laterizio tradizionale. Alle caratteristiche di leggerezza (800
kg/m 3 ) questo materiale unisce notevoli capacità isolanti sia dal punto di
vista termico che acustico, per cui è possibile ottenere, a parità di isola-
mento, murature più leggere e di spessore ridotto rispetto a quelle costrui-
te con il laterizio tradizionale.
Allo stesso scopo viene prodotta anche l'argilla espansa, LECA (Light
Expanded Clay Aggregate), inerte leggero ottenuto attraverso un procedi-
mento di cottura ad alta temperatura (clinkerizzazione) di speciali argille;
54

si presenta in forma di granuli rotondeggianti costituiti da una dura scorza


esterna e con struttura interna a cellule chiuse e vetrificate: viene usato per
la confezione di calcestruzzo leggeri, di blocchi da muro o anche sciolto
per strati isolanti e riempimento di intercapedini.
Più attinenti ai ceramici fin qui considerati sono prodotti come la ver-
miculite (silico alluminato idrato del tipo della montmorillonite) che per
riscaldamento a 800°C aumenta fortemente di volume (fino a 15-20 volte)
per la trasformazione in vapore dell'acqua che si trova presente tra i vari
pacchetti raggiungendo una densità apparente di 0,1.
Il prodotto usato come materiale di riempimento può essere anche im-
pastato e formato col 10% di argilla per ottenere dei blocchi con densità
apparente 0,5 e ~ 20 kg/cm 2 di resistenza alla compressione.
Simile alla vermiculite è la perlite, roccia vulcanica contenente silice
e allumina che rigonfia molto per riscaldamento.

Bibliografia

C. MONDIN,Muri, infìssi, murature, Bologna, 1963.


Annuario dell'industria dei laterizi e compendio di tecnica applicativa, Roma, 1965.
G. BRIGAUX, Opere in muratura, Bologna, 1966.
Rivista mensile "Costruire", dell'A.N.D.I.L..
V. GOTTARDI,I ceramici, Padova, 1977.
CAPITOLO SESTO

I LEGANTI - LE MALTE

L'impiego dei leganti come materiali cementanti di collegamento di


vari elementi delle costruzioni, è di uso antichissimo; le prime tracce di ta-
li materiali possono farsi risalire al X secolo a.C, ma il loro uso più vasto e
caratteristico si ebbe con gli Etruschi e soprattutto con i Romani che perfe-
zionarono il processo di cottura, dello spegnimento delle calci, della me-
scolazione degli elementi, e l'impiego delle malte.
Come leganti sono impiegati materiali ottenuti dalla riduzione di cal-
cari (carbonato di calcio) che si trovano in natura sotto forma di grossi ciot-
toli risultanti dallo sgretolamento in cava a mezzo di esplosivi di grossi bloc-
chi di pietra calcarea; il materiale così sminuzzato viene poi passato in ap-
positi forni a circa 900° (intermittenti o a fuoco continuo), per la dissocia-
zione del carbonato di calcio e l'eliminazione dell'anidride carbonica con-
tenuta nel calcare, per ottenere l'ossido di calcio (Ca Co 3 CaO + C0 2 ).
Con il materiale così ottenuto, se mescolato con acqua e sabbia, si co-
stituiscono le malte, se mescolato con acqua, sabbia, ghiaia o pietrisco, i
calcestruzzi. Le malte ed i calcestruzzi sono miscele plastiche che in un tem-
po più o meno breve si solidificano (fenomeno della presa) con il concorso
degli agenti atmosferici. Base attiva per questi impasti sono essenzialmente
due tipi di elementi: le calci ed i cementi, mentre a fianco di essi, ma con
caratteristiche speciali e per usi particolari stanno i gessi.
Pertanto i leganti potranno essere suddivisi in:
a) calci aeree
b) calci idrauliche
e) cementi
d) gessi.

a) Calci aeree

Con questo nome vengono indicate quelle calci capaci di dare malte
che induriscono soltanto all'aria, mentre in presenza d'acqua non indurisco-
no, si spappolano e non fanno presa.
Sono ottenute, come accennato in precedenza, dalla cottura di calcari,
dalla quale si produce l'ossido di calcio anidro, calce viva, che ha la caratte-
ristica di essere caustico ed avido d'acqua. L'ossido così ottenuto deve esse-
56

re idrato per ottenere la calce spenta; tale operazione viene eseguita in va-
sche trapezoidali, dette bagnoli, con fondo in mattoni e sponde in legno,
e con l'aggiunta di acqua per circa tre volte il peso della calce viva. Dal ba-
gnolo, il latte di calce ottenuto con la mescolatura continua per due o tre
ore della calce viva con l'acqua, viene scaricato attraverso un'apertura mu-
nita di griglia posta sulla base minore della vasca, in fosse dette calcinai, do-
ve la pasta si raffredda, dato che nel processo di spegnimento si sviluppa
calore, l'acqua evapora e si deposita la vera pasta, o grassello di calce, che si
usa per formare le malte.
Nella calcinaia il grassello viene lasciato a lungo in riposo, coprendolo
con uno strato di acqua o di sabbia, per impedire che la calce perda le sue
proprietà indurendo per assorbimento dell'anidride carbonica dell'aria. In
genere si prescrive che per la formazione di murature il grassello debba es-
sere stato idratato da non meno di venti giorni, mentre per gli intonaci il
periodo richiesto minimo è di due mesi.
La presa della calce spenta, una volta posta in opera, avviene per mez-
zo del fenomeno della carbonatazione, ossia la calce assorbendo l'anidride
carbonica dell'atmosfera si trasforma indurendo in carbonato di calcio. Per-
tanto la calce aerea per la sua proprietà di indurire solo a contatto con l'aria
può essere usata soltanto per murature in elevazione.
Questo tipo di calce può essere suddivisa in calce grassa e in calce ma-
gra, a seconda della resa in grassello della calce viva (maggiore di 2,5 m3 per
tonnellata per le calci grasse), della produzione di calore durante lo spegni-
mento e del tempo di presa. Di solito le calci grasse sono preferite per il loro
elevato rendimento, anche se non sono esenti da difetti e imperfezioni.
Tra le calci aeree è anche compresa la calce idrata in polvere, cioè calce
spenta e macinata e che non richiede idratazione per la formazione del gras-
sello. E' polverizzata in fabbrica e posta in commercio in sacchi, pronta per
essere usata, presenta una buona adesività ed una resistenza anche superiore
alle calci grasse. Deve però essere riparata in locali adatti e ben protetta dal-
l'umidità prima dell'impiego.

b) Calci idrauliche

Sono ottenute dalla cottura di calcari contenenti argilla in dosi varia-


bili tra il 6% ed il 20% con procedimento analogo a quello per le calci aeree,
ma con durata di cottura e con temperature maggiori (fino a 900° 1000°).
Hanno caratteristica di fare presa anche se immerse in acqua; le proprietà
idrauliche variano in relazione alla diversa composizione chimica dei calca-
ri marnosi, alla temperatura ed alla durata della cottura.
La classificazione comune per le calci idrauliche, cioè l'indice di idrau-
licità i è dato dal rapporto :
57

per cui si potrà distinguere, in relazione a detto rapporto, tra:


calci debolmente idrauliche /=0,10 0,16
calci mediamente idrauliche i = 0,16 0,31
calci idrauliche propriamente dette / = 0,31 0,42
calci eminentemente idrauliche i = 0,42 0,50
[cementi /=0,50 0,58]
Il regolamento distingue le calci idrauliche in:
— calce idraulica in zolle,
— calce idraulica naturale in polvere,
— calce idraulica artificiale, ottenuta con la mescolazione di calcari
e di materie argillose e con la successiva estinzione, stagionatura e macina-
zione,
— calce idraulica artificiale pozzolanica, ottenuta per macinazione di
pozzolana e calce aerea,
— calce idraulica siderurgica, ottenuta per manicazione di loppe di
alto forno granulare e calce aerea.
Per tutte le calci idrauliche la presa deve iniziare dalle due alle sei ore
dal principio dell'impasto e deve essere compiuta dalle 8 alle 40 ore dal me-
desimo.

c) Cementi

Dei cementi si tratterà diffusamente nei capitoli successivi.

d) Gessi

Si ottengono dalla cottura della pietra da gesso o selenite (solfato di cal-


cio biidrato), trasformandosi in gesso cotto anidro che macinato e finemen-
te polverizzato dà un prodotto cementante a rapida presa e di tipo aereo. Il
gesso non trova in pratica applicazione nelle strutture murarie, particolar-
mente esterne, in quanto assorbe moltissimo l'umidità aumentando di con-
seguenza il suo volume. Presenta invece buone qualità di resistenza, è legge-
ro, non dà ritiro, ed ha buone qualità di isolamento termico ed acustico e
si presta facilmente ad essere tinteggiato.
Trova pertanto largo impiego, oltre che come elemento decorativo per
la sua facilità di modellazione, per le opere di finitura interna delle costru-
zioni civili, particolarmente negli intonaci.
58

Le malte

Sono impasti, costituiti da legante, sabbia ed acqua, che hanno la pro-


prietà di indurire, solidificandosi, e di aderire ai materiali da costruzione,
sia nel caso che siano impiegati per l'unione tra gli elementi costituenti la
struttura (muratura di mattoni), sia per ricoprire i muri stessi come super-
fici di rivestimento (intonaci), sia come supporto a rivestimenti o pavimen-
ti di materiale vario.
Gli elementi costitutivi delle malte, come già visto sono i seguenti:
— legante. Il compito del legante è di consolidare gli elementi della
sabbia con i quali deve essere impastato e la sua dosatura deve essere in re-
lazione all'impiego ed agli interstizi compresi tra i granelli. Lo stesso di-
casi per il tipo di legante impiegato; così se si impiegheranno calci aeree,
si otterranno malte aeree, ed analogamente per le malte idrauliche. Pos-
sono essere anche usate malte esclusivamente di cemento, oppure le mal-
te bastarde, costituite cioè con cemento e calce aerea. Questo tipo di mal-
ta, poiché indurisce in poco tempo, aumenta la coesione degli elementi in
laterizio ed ha notevoli proprietà idrauliche, è particolarmente impiegata
per murature sottili, come ad esempio per le tramezzature divisorie all'in-
terno degli edifici civili.
— acqua. Deve essere limpida e pura, ed a temperatura normale
perché se troppo fredda ritarda il fenomeno della presa, se troppo calda
l'accelera. E' molto importante l'esatto dosaggio della quantità d'acqua;
infatti una quantità eccessiva provoca una evaporazione che lascia dei vuo-
ti all'interno della pasta, mentre una quantità scarsa provoca una difficol-
tosa idratazione e parte del materiale cementante rimane inerte.
— sabbia. E' di solito costituita da detriti originati dalla disgregazio-
ne di rocce naturali; deve essere accuratamente lavata e non deve conte-
nere alcuna particella terrosa o di materia organica. Per questo sono prefe-
ribili le sabbie di fiume. Dal punto di vista della granulometria la sabbia
deve essere scelta a seconda dell'uso a cui è destinata la malta; per muri di
pietrame dovrà passare attraverso ad un vaglio a maglie circolari del diame-
tro di 3 mm; per muri di mattoni attraverso un vaglio da 1 mm; per into-
naci attraverso un vaglio da 0,5 mm di maglia.
In relazione al quantitativo di legante impiegato nell'impasto le malte
possono essere classificate in:
— malte magre, quando il quantitativo di legante non è sufficiente a
riempire i vuoti tra i granuli della sabbia.
— malte grasse, quando il quantitativo di legante è sufficiente a
riempire i vuoti di cui sopra.
— malte ricche, quando il quantitativo di legante è superiore a quel-
lo sufficiente.
— malte molto ricche, quando il quantitativo di legante è notevol-
mente superiore a quello sufficiente.
59

Di solito il dosaggio delle malte è il seguente:

A) di calce aerea
Si ha un m3 di calce spenta (grassello) con 500-600 kg di calce viva e
3
m 1,60 circa d'acqua.
Ogni m3 di sabbia occorrono:
— per murature: grassello m3 0,33 (1/3 di m 3 ) o kg 125 e. idrata e
cioè un rapporto 1:3 (per volume di grassello ve ne sono 3 di sabbia);
— per intonaci: grassello m3 0,50 (1/2 di m 3 ) o kg e. idrata e cioè
un rapporto 1:2 (per volume di grassello ve ne sono 2 di sabbia).

B) di calce idraulica
Ogni m3 di sabbia occorrono:
— per murature: kg 350-400 di calce idraulica;
— per intonaci: da kg 400 (rustici) a kg 500 (civili) di calce idraulica.

C) Bastarde
Ogni m3 di sabbia occorrono:
— per murature: calce dolce m3 0,10 + calce idraulica kg 250 oppu-
re + cemento kg 175;
— per intonaci: calce dolce m3 0,20 + calce idraulica kg 350 oppure
+ cemento kg 300.

D) Pozzolaniche
(La pozzolana dà una malta eminentemente idraulica che può essere
formata con un volume di grassello, un volume di pozzolana e un volume
di sabbia).
Ogni m3 di pozzolana occorrono:
— per murature: grassello m3 0,33 (o kg 100-125 calce idrata);
— per intonaci: grassello m3 0,40 (o kg 125-150 calce idrata).

E) di Cemento (Tipo 325)


Ogni m3 di sabbia occorrono:
— per murature: cemento kg 400
— per intonaci: cemento kg 500.

Additivi per malte e calcestruzzi

Ai componenti classici della malta e dei calcestruzzi, vengono aggiunti


in taluni casi dei prodotti di diversa natura allo scopo di conferire agli impa-
sti particolari requisiti per impieghi specializzati:
I principali sono:
— fluidificanti-plastificanti, che oltre a migliorare plasticità, adesività e
lavorabilità possono anche aumentare le resistenze meccaniche a media o lun-
ga stagionatura;
60

— impermeabilizzanti, sono sostanze idrofughe che ovviando alla scar-


sa compattezza migliorano la loro impermeabilità. Possono però rallentare la
presa e l'indurimento;
— antigelo, sono prodotti che accelerano il processo di idratazione del
legante e abbassano il punto di congelamento dell'acqua, permettendo getti
fino a -15°C ;
— acceleranti e ritardanti dei tempi di presa, si possono ottenere acce-
lerazioni modeste o molto rapide nella presa o si possono ottenere ritardi nei
tempi di presa del legante; sono in genere uniti ai fluidificanti;
— espandenti, servono a confezionare malte senza ritiro o con ritiro
controllato introducendo nella miscela una moderata espansione; servono per
ancoraggi;
— alleggerenti, servono a confezionare malte con buon isolamento ter-
mico;
— incrementatori di presa, polimeri emulsionanti danno incrementi an-
che notevoli della resistenza a compressione (fino a 4 volte), della resistenza
a trazione (fino a 3 volte) e della resistenza a taglio;
— disarmanti: da usare per ottenere buoni getti a faccia vista.

Malte pronte o premiscelate


Si trovano in commercio delle malte pronte all'uso in forma di miscela
secca, per lo più per esecuzione di intonachi.
I componenti opportunamente miscelati per specifici impieghi sono
contenuti solitamente in sacchi di carta impermeabilizzata.
La confezione delle malte può essere ottenuta facilmente seguendo le
istruzioni del fornitore. Le malte pronte offrono il vantaggio di una compo-
sizione controllata e costante eliminando cosi le incertezze della scelta dei
materiali e della loro miscelazione.

Le "Raccomandazioni per la progettazione ed il calcolo delle costruzioni a muratura por-


tante in laterizio" prevedono le seguenti classi di malta:
CAPITOLO SETTIMO

LE MURATURE

Definizioni

Chiamasi "muratura" una struttura in elevazione, non omogenea poi-


ché costituita da più elementi artificiali o naturali (laterizi, pietre, ecc.) la-
vorati o no, uniti tra loro con legante o altro sistema.
Tale struttura può essere considerata: geometricamente come bidi-
mensionale, essendo le dimensioni di larghezza e di altezza notevolmente
prevalenti sullo spessore, staticamente come soggetta, per lo più, a carichi
verticali e/o spinte laterali derivanti dall'azione di strutture particolari in-
terne all'edificio o da azioni esterne quali ad esempio il vento o, per i muri
di sostegno, la spinta del terreno.

Materiali impiegati nelle murature

Attualmente si tende a chiamare "muratura" solo quella struttura rea-


lizzata, come si è detto, con laterizi o pietre legati con malta. Anticamen-
te per strutture analoghe venivano usati anche altri materiali; lo stesso di-
casi per alcune particolari costruzioni.

— Strutture in legno: sono ancora realizzate con tronchi lavorati o


semilavorati, uniti ad incastro e disposti in modo da costituire sia le pare-
ti che le coperture in costruzioni quali baite, fienili, ecc..
Negli Stati Uniti, nel corso del XIX secolo, fu adottato un sistema,
chiamato balloon-frame, basato sull'impiego di elementi di legno modula-
ri e per così dire "prefabbricati", assemblati con l'ausilio di metalleria e
incastri.
Un altro sistema strutturale di tipo misto, è costituito da un telaio
ad elementi lignei verticali, orizzontali ed obliqui di controventamento:
gli spazi vuoti sono riempiti da materiale incoerente (pietrisco, terra, fram-
menti ceramici) ben costipato. Questo tipo strutturale è usuale anche nei
"cottages" inglesi e nelle costruzioni eseguite in montagna.

— Strutture in pietra: si possono avere murature realizzate sia con


pietra allo stato naturale (per es. ciottoli, pietrame) sia lavorata. La posa
62

in opera può avvenire sia a secco, cioè posando gli elementi maggiori ben
ravvicinati e riempiendo i vuoti con piccole pietre, sia con l'ausilio di malta.
Una tecnica ora poco usata è quella "a sacco": tra due paramenti ac-
curatamente realizzati, viene gettato un riempimento di materiale incoe-
rente.

— Strutture miste: per lo più sono realizzate alternando strati in pie-


tra, sia concia (ovvero tagliata in forma regolare) sia in ciottoli o pietrame
disposto a volte a spina di pesce, e strati in laterizi (Fig. 7.1).

A = Muratura mista listata di mattoni B - Muratura di pietrame con conci


e pietrame d'angoio squadrati

C = Muratura di pietra a conci squa- D = Muratura di pietra a strati alter-


drati nati di conci squadrati

E = Muratura di pietrame irregolare

Fig. 7.1

Nomenclatura delle murature

Le murature si possono suddividere in più classi a seconda che se ne


consideri la funzione strutturale, le caratteristiche fisico-tecniche o quelle
estetiche.
63

Murature con funzione strutturale

— Muratura portante. La muratura portante è l'elemento strutturale,


sia interno che esterno di una costruzione, atto ad assorbire i carichi verti-
cali provenienti dai solidi murari soprastanti, dagli elementi di solaio o dai
carichi accidentali e d'esercizio, assicurando così la stabilità dell'edificio.
Generalmente una muratura portante laterizia è composta di elementi
pieni o forati ma con rapporto di foratura non troppo elevato.
Si considerano come pieni gli elementi forati aventi percentuale di fo-
ratura inferiore o uguale al 15%; come semipieni se la percentuale dì fora-
tura è compresa tra il 15% e il 55%; i laterizi sono chiamati forati leggeri
qualora la percentuale di foratura sia superiore al 55%. Nel caso che i mat-
toni o i blocchi (semipieni oppure leggeri) siano messi in opera con la fo-
ratura in verticale, vengono denominati "mattoni o blocchi perforati"; nel
caso che la foratura si presenti in orizzontale vengono chiamati "mattoni
o blocchi cavi". Ovviamente nel secondo caso diminuisce la caratteristica
meccanica.
Lo spessore del solido murario sarà in relazione con i carichi a cui è
assoggettato, essendo esso, in questa tecnica muraria, direttamente propor-
zionale alla resistenza a compressione; tale spessore non dovrebbe comun-
que mai essere inferiore a 25 centimetri o a due teste.
Nel caso di edifici di notevole altezza, diminuendo il carico con l'au-
mentare dell'altezza, i muri portanti possono venire eseguiti "a risega" di-
minuendone cioè lo spessore all'aumentare dell'altezza (la diminuzione in
genere è di una testa). Di tali variazioni si dovrà ovviamente tener conto
nel calcolo statico.
E' bene distinguere, nel progetto, le murature portanti interne, da quel-
le esterne perimetrali: quelle interne infatti devono resistere quasi esclusi-
vamente alle sollecitazioni di carico, mentre per quelle esterne è necessario
tener conto della resistenza alle intemperie (esplicantesi anche in carichi
accidentali: pioggia, vento, neve, ecc.) e alla coibenza termica.
Con studi recenti per il problema statico e quello di coibentazione si
è cercata una soluzione comune. Per lo più si tratta della adozione di "bloc-
chi" a fori orizzontali o verticali formanti camere d'aria, disposte trasver-
salmente al flusso termico.
Una seconda soluzione è presentata dalle murature ad intercapedine. Que-
ste in genere sono formate da due pareti con funzioni portanti,oda una con fun-
zione portante e la seconda di rifodera secondo gli esempi riportati (Fig.7.2,7.3).
E' da ricordare, nel caso di adozione di pareti portanti ad intercapedi-
ne, l'importanza del collegamento accennato tra l'elemento portato e quel-
lo portante e la centratura del carico.
Una variante tecnica è rappresentata dalle murature armate. Esse, mol-
to usate in zone sismiche, migliorano la collaborazione tra strutture verticali
e orizzontali (cordoli, travi, ecc.). La loro costruzione è realizzata con bloc-
64

Fig. 7.2 — Muratura ad intercapedine.

Fig. 7.3 — Murature con rifodera.

chi conformati e disposti in modo da permettere il passaggio dell'armatura


verticale. Usando mattoni pieni tradizionali è ugualmente possibile realiz-
zare una muratura armata, costruendo due pareti parallele in laterizio, col-
legate tra loro con zanche o grappe ecc.; l'intercapedine viene occupata dal-
l'armatura metallica e dal calcestruzzo.

- Murature non portanti. Le murature non portanti non hanno fun-


zione strutturale statica pur dovendo sopportare il carico proprio. A secon-
da che si trovino nel perimetro dell'edificio o all'interno di questo prendono
il nome di muri di tamponamento o di tramezzatura.
65

a) Muri di tamponamento: costituiscono i muri d'ambito dell'edificio.


Hanno applicazione soprattutto in presenza di struttura portante a telaio
(in c.a. o acciaio). Anche se in questo caso alla muratura non è affidata fun-
zione strutturale di sostegno, essa deve, oltre ad essere autoportante, pre-
sentare requisiti di coibenza sia termica che acustica. Il tamponamento è
generalmente realizzato ad intercapedine; lo spessore medio risulta esse-
re attorno ai 40 cm (Fig. 7.4).

Fig. 7.4 - Muratura di tamponamento.


66

b) Tramezze: suddividono gli spazi interni di un edificio. Data la loro


particolare funzione si cerca di realizzare pareti leggere e di spessore conte-
nuto (8-14 cm) ma con laterizi aventi alte percentuali di foratura per otte-
nere un leggero isolamento acustico tra un ambiente e l'altro. Per le pareti
di divisione tra un alloggio ed un altro o delimitanti i servizi (bagni, cu-
cine, ecc.) o ambienti per i quali è richiesta un'alta insonorizzazione, si pos-
sono adottare pareti di maggiore spessore, ad intercapedine, ecc..

Caratteristiche fisico-tecniche delle murature

Le murature quasi sempre devono anche soddisfare particolari esigen-


ze quali quelle di isolamento termico, acustico, e dall'umidità. Possono es-
sere realizzate sia con la tecnica ad intercapedine sia usufruendo di parti-
colari rivestimenti.
Le prime sono costituite da una parete portante esterna, una non por-
tante interna di spessore minore chiamata di "rifodera"; tra le due pareti
si lascia un'intercapedine di 4 6 centimetri nella quale eventualmente si
può inserire del materiale coibente. Un effetto analogo si ottiene rivesten-
do la muratura stessa (senza intercapedine) all'esterno o all'interno con
pannelli o intonaci realizzati con particolari materiali aventi proprietà coi-
benti, come verrà più ampiamente spiegato in seguito.

Caratteristiche estetiche delle murature

Sia dei muri portanti sia di quelli di tamponamento si vuole eviden-


ziare a volte l'aspetto estetico; ciò può essere ottenuto utilizzando spe-
ciali composizioni delle malte per intonaco (ad esempio con polvere o gra-
niglia di marmi, pietre colorate, quarzi, frammenti di laterizio...) rivesti-
menti ceramici o in lastre di pietra o marmi, infine usando particolare at-
tenzione nella tessitura della parete esterna. Il paramento, cioè, può essere
realizzato a faccia a vista usando cioè speciali laterizi o lasciando in vista
la struttura stessa. Il materiale usato a questo scopo deve essere però di
ottima produzione; privo di efflorescenza e di inclusioni calcaree (calci-
nelli) e non gelivo; particolare cura va data ai giunti in malta, anche colo-
rata, che possono essere a raso muro o fugati con appositi ferri.
Si esemplificano alcune tecniche di realizzo (Fig. 7.5):
67

Nomenclatura delle parti costitutive le


murature laterizie C O L L E G A M E N T O C O N LATERIZI
DI P U N T A E DI C O S T A
Attualmente il tipo di muratura
più frequentemente usato è realizzato
in laterizi. Per gli altri tipi su menzio-
nati e le relative tecniche di esecuzio-
ne si rimanda a testi specifici.
Si chiamano "corsi o filari" gli
strati orizzontali successivi secondo i
quali vengono posati i singoli mattoni.
Si chiamano "giunti", gli spessori di
malta interposti tra i mattoni di ogni
singolo filare, come pure lo strato (let-
to di posa) steso tra un filare e quello
soprastante (Fig. 7.6). COLLEGAMENTO CON LATERIZI
- DI PUNTA - DI TESTA O DI CHIAVE

Modalità di costruzione

Una muratura laterizia si ottiene


sovrapponendo ed accostando i matto-
ni abbondantemente bagnati prima del-
la posa in opera, per evitare che assor-
bano l'acqua contenuta nell'impasto del
legante. I mattoni si pongono in opera
in corsi piani perfettamente orizzonta-
li, ben adagiati su letto di malta dello
spessore di 1 cm. Tra un mattone e l'al-
tro si pone ugualmente un giunto di
malta non eccedente il centimetro. Par- COLLEGAMENTO CON - BLOCCHI -
ticolare cura deve essere rivolta allo
sfalsamento dei giunti verticali tra i
corsi sovrapposti al fine di realizzare
uno stretto collegamento tra i singoli
filari.
A seconda della disposizione dei
mattoni si ha la seguente classificazione
delle murature:
a) murature "in foglio"; i matto-
ni vengono disposti "di coltello", cioè sul-
la costa del lato di dimensioni maggiori.
Questa tecnica è usata per la costru-
zione di muri divisori (tramezze) non por- Fig. 7.5
68

Fig. 7.7 - Muratura in foglio.


69

tanti.
Lo spessore del muro risulta uguale a quello del mattone impiegato
(Fig. 7.7).
b) Murature "a una testa", (o "in spessore"): i mattoni vengono po-
sati sul piatto e orientati secondo la lunghezza del muro. Questa tecnica è
atta alla costruzione di muri di tamponamento e di muri portanti a inter-
capedine in strutture di peso contenuto.
Lo spessore del muro risulta uguale a quello del mattone impiegato
(Fig. 7.8).

Fig. 7.8 - Murature a una testa.

c) Murature "a due teste" i mattoni vengono posati sul piatto e orien-
tati o secondo la lunghezza del muro o perpendicolarmente ad esso. Si esem-
plificano qui di seguito le disposizioni più usuali: (Fig. 7.9, 7.10, 7.11).
Questa tecnica è atta anche alla costruzione dei muri portanti, in edi-
fici di dimensioni non eccessive.
Lo spessore del muro risulta uguale alla misura della lunghezza del
mattone (a due teste).
d) Murature a "tre o più teste". Tre mattoni vengono posati sul piatto,
orientati secondo o perpendicolarmente alla lunghezza del muro. Si esem-
plificano qui di seguito le disposizioni più usuali: (Fig. 7.12, 7.13).
Dagli esempi presentati risulta evidente che questa tecnica è atta alla
costruzione di muri portanti ai quali, per motivi statici si desidera conferi-
re notevoli spessori.
70

DISPOSIZIONE IN - CHIAVE DI PUNTA -

DISPOSIZIONE FIAMMINGA

Fig. 7.9 - Muratura a due teste.


71

DISPOSIZIONE GOTICA

DISPOSIZIONE FIAMMINGA

Fig. 7.10 - Muratura a due teste.


72

DISPOSIZIONE A BLOCCO

DISPOSIZIONE A CROCE

Fig. 7.11 - Muratura a due teste.


73

Fig. 7.12 - Muratura a tre teste.

Fig. 7.13 — Muratura a quattro teste.


74

Prove per la determinazione della resistenza e del carico ammissibile

Data la natura costruttiva e strutturale delle murature portanti, è ne-


cessario determinare esattamente la loro resistenza a compressione.
Per la prova si utilizzano dei provini, aventi le stesse caratteristiche
della muratura considerata, formati da almeno tre corsi di laterizi con lar-
ghezza, non minore a due lunghezze dell'elemento usato e rapporto tra al-
tezza e spessore, (h/t), compreso tra 2,4 e 5. Il provino, posato su un letto
di malta, dovrà essere da questa anche ricoperto; oppure può essere posto
tra due piastre metalliche. Dopo 28 giorni di stagionatura a 20°C e umidi-
tà relativa del 70%, il provino con le superfici accuratamente livellate, vie-
ne posto tra i due piatti, di cui uno articolato, della macchina di prova.
Il carico di compressione viene centrato ed applicato alla velocità di circa
0,5 MPa (1 megaPascal = 10 kg/cm2 ) ogni 20 secondi.
Particolare attenzione va rivolta ai provini costituiti da muratura in
blocchi a fori verticali con rapporto di foratura maggiore del 45%.
La prova si effettua su almeno sei provini.
Si ottiene così la resistenza caratteristica a compressione fk = - ks
dove:
/ = resistenza media

s = stima dello scarto

k = coefficiente dato dalla tabella sotto indicata, a seconda del nume-


ro n dei provini.

Tabella 1 - Determinazione del coefficiente k.

La resistenza caratteristica deve inoltre essere verificata per i singoli


materiali usati:
- malta: almeno n. 3 provini prismatici da 40x40x160 mm; si sot-
topongono prima a flessione fino a rottura, e quindi le metà risultanti a
compressione (metodo RILEM);
— laterizi: almeno 10 elementi; si sottopongono a compressione con
carico ortogonale al letto di posa, dopo rettifica delle facce. Questa prova
può essere evitata per materiali "qualificati", cioè con fabbricazione con-
trollata tramite verifiche effettuate in stabilimento.
Il valore della resistenza caratteristica fk per murature di laterizi con
percentuale di forature < 45%, si può dedurre dalla resistenza caratteristica
75

fbk a compressione del laterizio e della qualità della malta impiegata vedi
Tabella 2; per la composizione delle malte unificate vedere la Tabella alla
fine del Capitolo 6.

Tabella 2

Per valori intermedi si usa la interpolazione.

Qualora la verifica di stabilità richieda fk 8 MPa (= 80 kg/cm2 ) è


obbligatorio eseguire prove di controllo di qualità durante la costruzione;
la resistenza caratteristica "convenzionale" fk si determina considerando
tre campioni di muro. Le resistenze a compressione dei tre provini

(cioè i rapporti tra il carico di rottura e l'area lorda di sezione) permettono


di calcolare fk che è espresso dal minore tra i seguenti due valori

(MPa)

dove:
= la media dei 3 valori sperimentali;
= il minimo dei 3 valori.

Determinata fk è possibile ottenere così la "tensione base ammissibile"


della muratura:
76

Qualora i laterizi siano di qualità controllata si ha:

Carichi gravanti sulle murature

Come è stato precedentemente esposto, le categorie dei carichi inte-


ressanti le strutture murarie comprendono carichi permanenti e carichi ac-
cidentali. Questi si trasmettono alla struttura o in modo concentrato o di-
stribuiti e assiali o eccentrici. Si danno alcuni cenni sui casi particolari dei
carichi concentrati e dei carichi eccentrici.

Carichi concentrati

Dal momento che in una muratura date le discontinuità rappresenta-


te dai fori (porte, finestre), i carichi trasmessi dalle travi vengono necessa-
riamente a gravare su porzioni limitate, è necessario curare la distribuzione
e i modi di assorbimento dei carichi stessi.
In particolare, per quanto concerne le aperture, si può ritenere che
sopra di esse si verifichi "l'effetto volta": il carico soprastante cioè non in-
siste totalmente sulla trave ma si scarichi in parte ai lati.
Con sufficiente approssimazione si può considerare gravante sull'archi-
trave il peso della porzione di muro compresa in un triangolo equilatero
avente come base la luce libera della trave (Fig. 7.14).
Nel caso di schema strutturale con carichi concentrati, come quelli
trasmessi da pilastri o da testa di travi, i carichi si suppongono trasmessi al-
la muratura sottostante secondo angolazioni di 60° sull'orizzontale, cioè
30° sulla verticale.
Per la verifica locale si può ammettere un incremento del 30% delle
tensioni ammissibili (Fig. 7.15).

Carichi eccentrici

Si possono verificare varie condizioni per cui i carichi gravano in mo-


do eccentrico sulle strutture portanti. Fra queste ricordiamo la possibilità
di appoggio eccentrico di un solaio prefabbricato, un'eccentricità di carico
sulle murature perimetrali dovute all'azione del vento, infine un'eccentri-
cità accidentale dovuta a disassamenti della muratura in fase di costru-
zione, che comunque non dovrebbero superare il valore di 1/300 dell'altez-
za totale del muro (Fig. 7.16).
77

Fig. 7.14 - Carichi concentrati sulle murature - architravi.

Fig. 7.15 - Carichi concentrati - su travi.


78

Fig. 7.16 - Carichi eccentrici.

In questi casi si verifica una riduzione della tensione ammissibile se-


condo un coefficiente di riduzione 0, tabulato ed espresso in funzione della
snellezza l/t e del coefficiente di eccentricità M = 6 ejt.
Le tabelle seguenti si riferiscono alle ipotesi di continuità e di artico-
lazione (Tab. 3 -4).
Nello schema di continuità si ipotizzano, ai nodi, dei vincoli di inca-
stro, tra muro e solaio, tra muro e muro; tale ipotesi può essere assunta
solo qualora la resistenza a flessione del nodo sia sufficiente.
Nello schema di articolazione si ipotizzano le pareti articolate in cor-
rispondenza dei solai; il calcolo del muro si esegue in questo caso tenendo
sempre conto di un'eccentricità costante per tutta l'altezza. In questo caso
ha estrema importanza la "snellezza" del muro.
Per "snellezza" dei muri s'intende il rapporto
19

Tabella 3 — Schema di continuità

Tabella 4 - Schema di articolazione


80
81

Fig. 7.17

nulla, cioè e = 0 e di conseguenza anche il coefficiente di eccentricità m =


= 6 e /t=0.
La muratura è costituita da mattoni con resistenza caratteristica a com-
pressione degli elementi in laterizio fbk = 200 kg/cm2 = 20 MPa legati con
malta tipo M 2 .
Per calcolare la tensione ammissibile base della muratura, si applica la
formula

dove /jt è la resistenza caratteristica della muratura a compressione, che si


ricava dalla tabella precedente n. 2, trovando in questo caso il valore di 72
kg/cm 2 .
Ora si calcola il coefficiente di riduzione della tensione ammissibile
82
83

Fig. 7.19 - Carichi eccentrici - appoggi su murature di solai di copertura.

Cenni sulle murature non laterizie

Viste le crescenti richieste di divisori che soddisfino contemporanea-


mente esigenze di isolamento acustico, leggerezza e minimo spessore si
vanno adottando anche materiali diversi dai laterizi.
Tra questi ricordiamo i pannelli laterizi, i pannelli prefabbricati, al-
cuni dei quali possono essere montati anche a secco, realizzati in cartone
gessato, derivati del legno (truciolati, paniforti, ecc.) metallici, ecc.
84

Norme costruttive

Si ritiene utile dare qui, schematicamente alcune indicazioni per la buo-


na esecuzione di murature laterizie.
1 ) Porre in opera i laterizi bagnati;
— i giunti verticali normali alle facce del muro devono risultare sfal-
sati da corso a corso di almeno 0,4 h (altezza dell'elemento) con
un minimo di cm 4,5 ;
— spessore dei giunti di malta è di regola 12/13 mm;
— ripassare parte esterna dei giunti nei muri a faccia vista per favo-
rire lo scorrimento dell'acqua piovana;
— proteggere dal gelo le murature appena eseguite.
2) Particolare attenzione nel caso che nel sistema strutturale murario
siano inserite parti strutturali in c.c.a. o in acciaio.
3) Evitare un'eccessiva concentrazione di sforzi sul bordo interno del
muro causata dal fatto che la rotazione di estremità del solaio di copertura
non è contrastata da una parete sovrastante (ad esempio ponendo una stri-
scia di materiale cedevole in corrispondenza del bordo interno).
4) Sono ammesse deviazioni dalla verticale non superiori a 10 mm
per 3 m di altezza, con un massimo assoluto di 30 mm su tutta l'altezza
dell'edificio.
5) Nelle murature a doppia parete la funzione portante deve, di nor-
ma, essere affidata ad una sola di esse, realizzando l'altra in modo da ren-
derla stabile per se stessa;
6) Evitare che le pareti divisorie leggere si trovino sottoposte a sforzi
di compressione derivanti dall'inflessione delle strutture orizzontali so-
vrastanti.
7) Le tracce per gli impianti in murature portanti devono essere pre-
viste in progetto e se ne deve tener conto nel dimensionamento statico.

Bibliografia

C. MONDIN,Muri, infissi, murature, Bologna, 1963.


G. BR1GAUX, Opere in muratura, Bologna, 1966.
N. TUBI, La realizzazione di murature in laterizio, Roma, 1981.
A.N.D.I.L., Raccomandazioni per la progettazione ed il calcolo delle costruzioni a mura-
tura portante in laterizio, Roma, 1981.
Rivista mensile A.N.D.I.L., "Costruire".
Rivista mensile A.N.D.I.L., "Industria italiana dei laterizi".
CAPITOLO OTTAVO

MATERIALI SINTETICI
E METALLICI NON FERROSI

Le resine sintetiche

Si definiscono "materie plastiche" le sostanze organiche (sintetiche o


naturali come il legno, la lana, il cotone, il cuoio, la cellulosa, ecc.) con pe-
so molecolare elevato, e così pure i materiali che per la loro plasticità (pro-
prietà di un corpo di subire una deformazione permanente sotto l'azione di
uno sforzo applicato) e in determinate condizioni, possono essere facil-
mente modellati e stampati.
Le materie plastiche sintetiche si ottengono con processi di "polimeriz-
zazione": cioè unione di macromolecole disposte o in modo disordinato (po-
limeri amorfi) o in modo ordinato (polimeri cristallini), o in modo promi-
scuo (polimeri semicristallini).
Le proprietà delle materie plastiche dipendono dalla disposizione del-
le macromolecole che possono avere sviluppo lineare o ramificato, o esse-
re collegate trasversalmente fra loro (reticolazione).
I prodotti sintetici prendono il nome di "resine sintetiche".
Le materie plastiche hanno avuto uno sviluppo vertiginoso soprattutto
nella seconda metà di questo secolo, anche se alcune resine sintetiche erano
già state realizzate precedentemente.
Cenni storici: nella "storia naturale" di Plinio il Vecchio, è descritta
una resina fossile, l'ambra, che ha la proprietà di attrarre, se strofinata, le
particelle di polvere.
John Tradescant, studioso inglese, fece conoscere all'Europa la "gut-
taperca" che dal 1800 al 1900 costituì il materiale ideale per l'isolamento
dei cavi sottomarini.
Dopo la scoperta dell'America, venne utilizzata la gomma naturale,
ottenuta con coagulazione del "lattice" di alcune piante.
Nel 1820 Hancock scoprì il processo di masticazione della gomma
e nel 1838 Goodyear brevettò il processo di vulcanizzazione.
Nel 1838, Regnault e Simon polimerizzarono il cloruro di vinile e lo
stirolo.
Nel 1869 l'americano Hyatt ricavò, per nitrazione della cellulosa, la
nitrocellulosa in seguito filata in fibre (la celluloide).
II belga Baekeland, ai primi del 1900, inventò, nel campo delle resine
sintetiche, la bachelite, ottenendola per condensazione di fenolo con for-
86

maldeide.
Sempre ai primi del 1900, si collocano le prime sperimentazioni di fab-
bricazione della gomma sintetica attuate in Russia e in Germania.
Tra le due guerre mondiali, furono scoperte importanti famiglie di re-
sine: le poliviniliche, le acriliche, il nylon.
I progressi più recenti riguardano la realizzazione di materiali compo-
siti — resine epossidiche e poliestere — e di materie plastiche resistenti alle
alte temperature (poliammidi).
Attualmente le materie plastiche vengono usate, nel campo dell'edilizia,
per coperture impermeabilizzanti, per isolamenti termici ed acustici, per pa-
vimentazioni, per rivestimenti murali, per arredamenti, per giunti elastici
e come sigillanti.
Le materie plastiche si possono suddividere in due grandi categorie:
— termoplastiche
— termoindurenti.

Le resine termoplastiche sono delle sostanze solide a temperatura am-


biente, che si trasformano nello stato liquido o pastoso se riscaldate, per tor-
nare solide al successivo raffreddamento.
Questa proprietà è utilizzata per la loro lavorazione chiamata "for-
matura".
II metodo più usato è lo "stampaggio a iniezione". La resina, in for-
ma granulare, viene preriscaldata e iniettata mediante un pistone in uno
stampo mantenuto freddo, in modo che l'oggetto ottenuto può essere im-
mediatamente estratto dallo stampo.
Un secondo metodo di formatura è "l'estrusione". Questo è adatto
per la produzione di manufatti a sezione costante (profilati, tubi, ecc.).
Il polimero fuso viene spinto mediante una vite senza fine e fatto pas-
sare attraverso un ugello avente la sezione desiderata.
All'uscita dalla macchina, il materiale viene raffreddato così da con-
servare la forma acquisita.
Altri processi impiegati per la formatura sono: "la formatura sotto
vuoto" o "termoformatura" e "lo stampaggio per soffiatura".
Il primo processo utilizza il materiale plastico in fogli: questi vengo-
no fissati al telaio-forma posto sopra una camera a tenuta e quindi riscal-
dati. Ottenuto il vuoto nella camera, la pressione dell'aria esterna fa ade-
rire il foglio allo stampo che gli impone così con precisione la forma vo-
luta.
Il secondo processo è utilizzato per la fabbricazione dei contenitori.
Si pone una grossa goccia di materiale termoplastico in uno stampo, succes-
sivamente si insuffla aria in modo tale da espandere la resina così che as-
suma la forma voluta.
Un'applicazione importante delle resine termoplastiche è la composi-
zione di vernici.
87

Queste, sciolte in un opportuno solvente, vengono spruzzate o stese a


pennello sulla superficie da trattare e lasciate seccare; il solvente evapora la-
sciando una pellicola aderente lucida con funzioni protettive contro la cor-
rosione atmosferica.
Dalle resine termoplastiche si possono ancora ottenere:
— Resine Viniliche
— Polistiroli
— Stirene
— Resine Acriliche
— Resine Cellulosiche
— Polietilene
— Leacril
— Resine Fluorocarboniche

Resine Viniliche: la principale tra esse è il cloruro di polivinile (P.V.C.).


Se non plastificato è un prodotto rigido, resistente ai solventi, agli acidi e
agli alcali; se plastificato diventa flessibile. La sua maggiore applicazione si
ha nelle pavimentazioni e nei tubi rigidi. I pavimenti sono resilienti (resisto-
no cioè a fatica), fonoisolanti e coibenti, resistono all'usura e sono incom-
bustibili. Sono inoltre molto leggeri (2-5 kg/m 2 ).
Ancora sono utilizzati per la fabbricazione di tubi rigidi ma da usar-
si solo per condutture d'acqua fredda, in quanto il P.V.C, non ha resistenza
alle temperature elevate.
Il P.V.C, non è corrodibile né soggetto ad incrostazioni.
Il Polistirolo è una resina ottenuta per polimerizzazione del vinilben-
zene o stirolo. Si tratta di una resina trasparente con un'elevata resistenza
meccanica ed elettrica: è però fragile e solubile in molte sostanze. Per miglio-
rare queste caratteristiche si producono i copolimeri (resine A.B.S.) tra acri-
lonitrile (per aumentare la resistenza ai solventi), butadiene e stirolo (per
migliorare la resilienza).
Il polistirolo, in forma espansa, si usa per isolanti termici e acustici sia
lavorato in lastre, sia, in forma di perline, unito all'impasto del calcestruzzo
o dell'argilla dei mattoni.
Il coefficiente di conducibilità termica di pareti realizzate con parti
in polistirolo può valere circa un terzo di quello di mattoni pieni.
Un'altra caratteristica è la leggerezza, per questo è utilizzato per i cal-
cestruzzi leggeri speciali.
Stirene non viene utilizzato nel campo dell'edilizia.
Le resine acriliche si ottengono dall'acido acrilico tramite un processo
di polimerizzazione. Al termine di questo processo si ha il "polimetilmeta-
crilato" detto, in termini più semplici, plexiglass o perspex.
Ha una buona resistenza meccanica, ottima trasparenza, buona resi-
stenza alla luce e agli agenti atmosferici. Si usa per lastre ondulate che pos-
sono sostituire nelle coperture il vetro offrendo in più il vantaggio della
88

leggerezza e della infrangibilità. Si utilizzano perciò anche per lucernari di


grandi dimensioni.
Resine cellulosiche. Non hanno importanza rilevante nella edilizia.
// polietilene si ottiene per polimerizzazione dell'etilene secondo due
processi: uno ad alta e uno a bassa pressione. Ha una grande inerzia chimi-
ca e si usa per rivestimenti di vasche e per costruire tubi. Ha inoltre il van-
taggio di poter essere saldabile. Ha potere isolante, per cui viene usato nei
cavi della televisione e del telefono.
Il leacril viene usato soprattutto nell'industria tessile.
Le resine fluorocarboniche si ottengono con un processo di polimeriz-
zazione del tetrafluoroetilene. Hanno un'ottima resistenza chimica ed alle
alte temperature. Servono per isolare trasformatori, pompe, valvole, ecc.
Le resine termoindurenti si suddividono in:
— Melanina
— Urea
— Amminopiasti
— Poliesteri
— Resine Fenoliche
— Resine Epossidiche
— Plastici Rinforzanti
— Poliammidi
— Siliconi
— Poliuretani.

Le resine melaniniche si ottengono per reazione tra formaldeide e me-


lanina. Si usano per laminati plastici, rivestimenti, ecc..
Le resine ureiche si ottengono per condensazione della formaldeide con
urea. Sono trasparenti e hanno particolare durezza e resistenza meccanica.
Si usano per laminati plastici (Formica), per impianti igienici, ecc...Queste
due resine rientrano nel gruppo delle resine amminoplastiche.
Le resine poliestere si ottengono per condensazione di un alcool con
un acido; se il poliestere risultante è saturo si ottiene il "Terital". Al con-
trario, se il poliestere è insaturo, si ottengono resine ad alta stabilità dimen-
sionale, resistenti al calore, agli acidi ed ai solventi organici.
Le resine fenoliche si ottengono per condensazione del fenolo con
aldeide formica. Si usano generalmente per laminati plastici, adesivi, verni-
ci, ma date le loro caratteristiche di alta resilienza, di resistenza al calore e
di isolamento elettrico si possono usare per altri scopi.
Le resine epossidiche si ottengono per condensazione del bifenolo con
epicloridrina. Al momento dell'impiego danno luogo ad una reticolazione.
Sono usate come collanti strutturali (araldite) e sostituiscono, alcune volte,
i sistemi di saldatura data la loro aderenza con molti materiali (legno, ce-
mento, metalli, ecc.).
/ materiali plastici rinforzati, sono combinazioni di resine alchidiche
89

con fibre di vetro. Hanno una notevole resistenza meccanica, bassa conduci-
bilità e dilatazione termica e buona stabilità dimensionale.
Questi materiali sono impiegati in strutture esterne (tettoie) sotto for-
ma di lastre piane o ondulate, offrendo anche vantaggio di leggerezza e resi-
stenza agli agenti atmosferici. Sono utilizzati anche nella costruzione di
pannelli di chiusura "courtain-walls" ad esempio per muri perimetrali di co-
struzioni prefabbricate in lastre accoppiate con un'intercapedine contenen-
te polistirolo o poliuretano espanso per l'isolamento acustico.
I poliammidi si ottengono per condensazione di acido e ammina. 11 pro-
dotto più conosciuto è il nylon con notevoli caratteristiche di resilienza uti-
le per tubi, profilati, ecc..
Le resine siliconiche sono costituite da silicio e ossigeno alternati. Si
usano come materiali idrorepellenti per vetri, pavimenti, pareti.
/ poliuretani si ottengono per condensazione di isocianati polifunzio-
nali e alcooli polivalenti. Si usano sotto forma di espansi, rigidi o flessibili.
I rigidi servono come isolanti termici per impianti frigoriferi. Si utilizzano
inoltre per costruzione di pannelli "sandwichs", prefabbricati, leggeri.

I bitumi

Si chiama "bitume" una miscela formata da più sostanze organiche


ad alto peso molecolare. La composizione media è: C 83%. H 10,7%,
S 5,5%, 02 0,8%. La formazione avviene per "polimerizzazione" naturale
dei residui del petrolio ovvero delle frazioni più pesanti dei prodotti della
sua distillazione.
In natura il bitume è contenuto negli asfalti da cui può essere facil-
mente estratto.
Può anche essere prodotto industrialmente.
II bitume trova largo uso per le impermeabilizzazioni e per le pavi-
mentazioni stradali in genere.

Materiali non ferrosi

Oltre al ferro e alle sue leghe, nella edilizia, si usano altri metalli come
il Rame, l'Alluminio, il Piombo e le relative leghe.
// rame è uno dei metalli noti fin dai tempi più antichi. Era usato per
tubazioni già al tempo degli Egizi; ora viene impiegato come conduttore
elettrico o termico, per decorazioni esterne, per coperture, per opere di lat-
toniere, per tubi di riscaldamento.
Nelle coperture di tetti, gli elementi di rame vengono ricoperti con
uno strato di solfato basico o di bicarbonato con funzione protettiva.
Forma delle leghe con molti metalli: con lo zinco forma gli ottoni e con
90

lo stagno i bronzi.
Gli ottoni sono lavorabili a caldo e a freddo, in quest'ultimo caso dan-
no origine a leghe da lavorazione plastica.
Se la percentuale di zinco nella lega è del 40%, si hanno gli ottoni da
fonderia.
Le caratteristiche meccaniche e di resistenza alla corrosione degli ot-
toni possono essere migliorate con l'aggiunta di altri elementi ottenendo
così gli ottoni speciali. Ad esempio, la presenza dell'I" di piombo facilita
la lavorazione agli utensili (ottoni automatici); la presenza di Sn. o di Ni.
migliora la resistenza alla corrosione, specie quella causata dall'acqua marina
(ottoni navali).
Gli ottoni sono usati per rifiniture (di davanzali, di gradini, ecc.), co-
prigiunti di vario tipo, tubi, cerniere, oggetti d'arredo e rubinetteria, so-
prattutto cromate.
I bronzi vennero usati fin dall'antichità per oggetti artistici e statue,
dato il loro basso punto di fusione, la buona colabilità ed il limitato ritiro.
Ora sono usati nell'industria meccanica, elettronica, per applicazio-
ni artistiche o come elementi complementari nell'edilizia (ad esempio grap-
pe di fissaggio).
L'alluminio è uno degli elementi più diffusi sulla crosta terrestre. Solo
da circa un secolo è ottenuto alluminio allo stato metallico, essendo stato
messo a punto solo recentemente il processo di separazione dal suo ossido,
l'allumina.
L'alluminio si ossida in presenza di ossigeno formando cosi una pellico-
la con caratteristiche protettive ad esempio contro la corrosione atmosfe-
rica. Tale processo industrializzato è denominato "ossidazione anodica" da
cui il nome di corrente di alluminio anodizzato.
E' un metallo non saldabile, per cui le unioni si effettuano solo per
aggraffatura o incastro.
L'alluminio naturale o anodizzato viene impiegato per lamiere di co-
pertura, lamiere per rivestimenti delle pareti interne ed esterne (vedi Cour-
tain-Walls), profilati per serramenti, impianti elettrici, radiatori.
77 piombo, reperibile in natura allo stato puro, ha un basso punto di
fusione (300°), è malleabile e compressibile. Per questo, fin dall'antichità,
è usato per giunti di dilatazione, appoggi non rigidi, bloccaggio di grappe
e zanche di ferro o bronzo.
Non è saldabile; quindi l'impiego di lastre di piombo per manti di co-
pertura implica il loro accurato fissaggio al supporto e il collegamento del-
le lastre stesse tra loro.

Bibliografia

G. SCARINCI e D.R. FESTA, Le materie plastiche, Bologna, 1979.


V. GOTT.ARDÌ,/metalli, Bologna, 1979.
CAPITOLO NONO

IL FERRO

Pur conosciuto fin dall'antichità, i suoi usi nell'architettura e nelle co-


struzioni furono sempre modesti a causa delle difficoltà di produzione.
Si ebbero principalmente due impieghi; il primo riguardante la statica,
come elemento sollecitato a trazione con funzione di tiranti, catene, cra-
vatte. Il secondo, in origine difensivo e poi decorativo, culminante nella
splendida fioritura di ferri battuti del Medio Evo e del Rinascimento.
Si dovette attendere il 1734, quando in Inghilterra Abramo Darby riu-
sci a fondere il minerale di ferro con il carbone, per poter dare inizio a quel-
la "età del ferro" che fu la principale spinta alla rivoluzione industriale.
Le prime leghe ferrose adoperate, essenzialmente ghise piuttosto impu-
re e fragili data la loro ricchezza di carbonio, vennero usate per elementi
compressi, ma, già nel 1773 si iniziava la costruzione del primo ponte in
materiale ferroso, di più di 30 metri di luce, costruito da Wilkinson e Darby
a Coalbrookdale.
Logicamente i primi usi furono di sostituzione di questo eccezionale
materiale, al legno, laddove il progettista non era turbato dall'eccessiva esi-
lità, rispetto ai materiali tradizionali.
Così negli Stati Uniti, la necessità dei lunghi ponti per attraversare
quei larghi fiumi, portò a sostituire nelle alte travi reticolari gli elementi
tesi in legno con il ferro, come possiamo vedere nei tipi Burr (-1804) e
Howe (1840), Fig. 9.1 e 9.2.

Fig. 9.1 - Trave in legno con tiranti verticali in ferro (Burr, 1804).

Ma già nel 1783 veniva brevettato il sistema di produzione detto pu-


dellaggio e si lanciava l'idea dei laminatoi a rulli per la produzione di pro-
filati, e sin dal 1850 la siderurgia poteva offrire una vasta gamma di profili
92

e di lamiere in grado di permettere e seguire il grande sviluppo che questo


nuovo materiale richiedeva ed imponeva.
Il Paxton nel 1851 in soli sei mesi allestiva a Londra il Palazzo di Cri-
stallo, su 98.000 m2 coperti, impiegando 9.642 tonnellate d'acciaio, utiliz-
zando ancora la ghisa per gli elementi compressi, ma riservando le parti te-
se a tondi in acciaio e pervenendo al risultato più moderno e caratteristico
del materiale e cioè la grande leggerezza ed esilità delle strutture accoppia-
te alla vastità delle superfici vetrate.

Fig. 9.2 - Trave in legno e ferro (Howe, 1840).

Esperienze veramente rivoluzionarie ed indubbiamente premature per


il gusto dell'epoca che, soprattutto nelle costruzioni, non voleva rinunciare
all'ornamento e perseverò per anni, con irrazionali appesantimenti, nel trat-
tare questo rivoluzionario materiale alla stregua e con le decorazioni di quel-
li tradizionali, quando non cercò di farlo sparire sotto pesanti strati di ges-
so e stucco.
Ma la costante spinta industriale, che portava le varie nazioni a gareg-
giare nelle Esposizioni Universali, riportò in auge il ferro come materiale
in se stesso decorativo, con la nuova esigenza dei grandi padiglioni a cupo-
la, il cui trionfo si ebbe nel 1889 a Parigi con la costruzione dovuta ad
Eiffel del Palazzo delle Arti Liberali e della sua famosa torre.
Ma la rivoluzione industriale indicava e seguiva altre strade per il trion-
fo dell'acciaio. La spinta costante della diffusione dei trasporti che porta-
rono alla costruzione dei vascelli in acciaio e delle strade ferrate; le esigen-
ze per quest'ultimi di ponti e di stazioni; il fiorire delle macchine utensili
per la creazione di altre macchine che abbreviassero ed agevolassero il lavo-
ro dell'uomo. Tutto ciò impose alla siderurgia balzi da gigante.
Nel 1856 il convertitore Bessemer era in funzione, dal 1864 lavoravano
i forni Martin-Siemens. Nel 1878 l'acciaio veniva prodotto con procedi-
mento Thomas.
In questa strada di progresso, molto spesso la tecnica costruttiva prece-
dette lo studio teorico e lo costrinse a determinate vie. Molti insuccessi,
spesso catastrofici, obbligarono ad una ricerca più accurata su di un mate-
riale troppo generoso da essere spesso sopravalutato o solo poco conosciuto.
Dalla prima nave marittima in ferro del 1824 si arriva al varo del pri-
93

mo transatlantico ad elica con scafo in acciaio dovuto al Brumel nel 1834,


ed ai relativi studi sulle strutture autoportanti a guscio.
Stephenson realizza con accoppiamenti di lamiere e profilati il grande
ponte Britannia, con travi tubolari autoportanti per la cui realizzazione fu
necessario sviscerare i problemi di ingobbamento delle pareti laterali.
Nel 1850 Culman suggerisce di alleggerire le pesanti pareti laterali con
griglie reticolari dimensionate ciascuna per il proprio sforzo.
Gerber nel 1878 realizza il suo sistema con una trave continua nei cui
flessi sostituisce delle cerniere, e che porta il suo nome.
Una serie di crolli provoca la necessaria emanazione di norme per il cal-
colo ed il controllo. Vengono più accuratamente valutate le forze esterne
dovute al vento ed alla neve. Si cominciano ad intuire i reali limiti dell'in-
stabilità elastica sulle aste compresse, purtroppo a seguito di disastrosi crol-
li, e nel 1910 Timoshenko ne inizia uno studio sistematico. E per le co-
struzioni, dalle elefantiache esigenze della società americana, nascono i pri-
mi grattacieli in acciaio; del 1912 è il Woolworth Building sui 58 piani, fi-
no al più alto, inaugurato nel 1931, l'Empire State Building con i suoi 85
piani. Queste eccezionali e complesse realizzazioni sollecitarono gli studio-
si alla ricerca di un sistema di soluzione per iterazione, dapprima attuato
da Takabeya e definitivamente perfezionato e risolto dal Cross nel 1930.
Infine, quando già sembrava che nessun'altra rivoluzionaria innovazio-
ne potesse ancora allargare gli orizzonti d'impiego del nuovo materiale,
vennero perfezionati e messi a punto i procedimenti di saldatura autogena
all'arco elettrico, che permettevano un alleggerimento delle costruzioni, ri-
spetto ai precedenti tipi chiodati, valutabili fino al 15% ed una flessibilità
di forme e di costruzione veramente impensabili fino ad allora.
Anche queste innovazioni dovettero conoscere un cammino di espe-
rienze talvolta dolorose, basti ricordare il crollo dei ponti sul Canale Alber-
to, a travata Vierendel interamente saldati (Fig. 9.3), provocati dalla fragi-
lità e dall'invecchiamento delle saldature e dal crearsi di stati di sollecitazioni
triplici.

Fig. 9.3 - Il ponte di Hasselt dopo il crollo avvenuto il 14 maizo 1938, a travate scariche.
94

Ancor oggi problemi parzialmente insoluti esistono: altri problemi na-


scono dallo stesso inarrestabile progresso che sollecita continuamente i co-
struttori al superamento di ciò che poco prima costituiva un limite.
Abbiamo già appreso, con una quasi assoluta sincerità, ad usare archi-
tettonicamente questo materiale. Più spontanei, forse perché più liberi,
nelle opere ingegneristiche che in quelle propriamente architettoniche. Ma
indubbiamente il cammino aperto è ancora lontano dal suo termine. Da per-
correre con coraggio e con una parte spesso di rischio, purché consapevole
per un superamento dei limiti e per un vero sincero impiego, in tutta purez-
za, del materiale che ha dato un nome ad un'epoca: quella dell'acciaio.

I materiali ferrosi

1) Il ferro

E' il principale componente dei materiali ferrosi da costruzione; le sue


caratteristiche principali sono le seguenti:

peso specifico 7876, = kg/m 3


durezza 50 70 brinnel
limite elastico 10 14kg/mm 2
resistenza a trazione 18 25 kg/mm 2
coefficiente lineare di dilatazione termica 15 x IO"6

Il minerale ferroso viene fuso in altoforni con carbone. Si ottiene una


lega ferro-carbonio che viene chiamata, a seconda se è fucinabile1 o meno, ac-
ciaio o ghisa. Detta, lega è il materiale che interessa le costruzioni e le sue
caratteristiche sono determinate dalla percentuale di carbonio in essa con-
tenuta.

2) L'acciaio

L'acciaio è una lega che oltre all'elemento preponderante, il ferro, con-


tiene percentuali maggiori o minori di componenti metallici (manganese,
rame, nichel, cromo, tungsteno, ecc.) o non metallici (carbonio, silicio, fo-
sforo, zolfo, ecc.), cui alcuni (nichel, cromo, Wolframio, ecc.) deliberata-
mente aggiunti ad altri invece (carbonio, manganese, fosforo, zolfo, ar-
senico, ecc.) già presenti nelle materie prime impiegate nella fabbricazio-
ne.
Infatti il ferro chimicamente puro non ha pratico interesse, mentre so-

Con fucinatura si indicano le operazioni necessarie per la lavorazione a caldo dei metalli.
95

no le sue leghe che si prestano alle applicazioni industriali nel campo delle
costruzioni. Il punto dì fusione e le caratteristiche meccaniche, elettriche
e magnetiche del metallo base, il ferro, variano sensibilmente in funzione
degli elementi aggiunti. Il tenore di carbonio influisce così profondamen-
te sulla lavorabilità delle leghe siderurgiche da servire come criterio fonda-
mentale per la loro classificazione.
Una divisione empirica degli acciai è la seguente:

acciai extradolci tenore di carbonio 0,15%


acciai dolci tenore di carbonio da 0,15 a 0,30%
acciai semiduri tenore di carbonio da 0,30 a 0.45%
acciai duri tenore di carbonio da 0.45 a 0,65%
acciai extraduri tenore di carbonio da 0,65 a 1,70%
ghise acciaiose tenore di carbonio da 1.70 a 2,50%
ghise comuni tenore di carbonio oltre 2,5%

Il materiale più usato per le costruzioni è l'acciaio dolce, con il quale


vengono costruiti tutti i profilati, le barre, i tondi e parte delle lamiere. Gli
acciai con più alti tenore di carbonio sono duri, ma eccessivamente fragili e
non saldabili; vengono normalmente impiegati per utensili od altri usi spe-
ciali. Si arriva infine alle ghise, non fucinabili, fragili e cristalline il cui uso
oggi, come materiali da costruzione, è decisamente superato.

Requisiti fondamentali dell'acciaio

Un acciaio di qualità per le costruzioni deve possedere i seguenti re-


quisiti:

Omogeneità. Ottenuta oggi grazie ai nuovi sistemi di fusione e depurazione


delle leghe, per cui la resistenza dei materiali non hanno valori diversi in di-
rezioni preferenziali.

Alto limite di snervamento. Nella pratica il limite di snervamento ha ancora


più importanza di quello di rottura.
Un provino di acciaio sottoposto a carico ha le seguenti fasi di compor-
tamento (Fig. 9.4):
— prima fase (campo elastico) nella quale le deformazioni sono pro-
porzionali agli sforzi e sono reversibili e, cioè, il provino, allo scarico, assu-
me la configurazione iniziale e non subisce deformazioni permanenti;
— dopo questa fase e continuando ad accrescere gli sforzi, si supera
il limite elastico e si entra nella fase elasto-plastica nella quale le deforma-
zioni non sono proporzionali agli sforzi impressi e non sono più reversibili
(la configurazione del provino denuncia deformazioni permanenti);
96

— continuando ad accrescere gli sforzi si entra nel campo dello sner-


vamento vero e proprio e, cioè, nel campo nel quale un piccolo incremento
di sforzo comporta grandi deformazioni (irreversibili) e la rottura.

Fig. 9.4 - Diagramma carichi-allungamenti.

E' detto limite di snervamento il punto di passaggio tra il campo elasti-


co ed il campo elasto-plastico.
Il coefficiente di sicurezza viene riferito al limite di snervamento e non
alla rottura, tenendo presente che il coefficiente di sicurezza e, cioè, il rap-
porto tra limite di snervamento e il carico di rottura è mediamente pari a
0,6 + 0,5.
Comunque la metallurgia tende ad innalzare il valore di questo rappor-
to con l'uso di appropriate tecniche e di particolari additivi.

La saldabilità direttamente legata alla quantità di carbonio giacché al di so-


pra dello 0,5% di tenore in carbonio questo procedimento è irrealizzabile.
La normativa attuale, prescindendo dagli altri elementi che possono influen-
zare le possibilità dell'operazione, ammette per acciai saldabili percentuali
di carbonio intorno allo 0,2%, concedendo come massimo, con elettrodi
particolari, lo 0,24+ 0,26%.

La resilienza caratteristica della capacità del materiale a resistere ad urti


ed al lavoro a fatica.

Caratteristiche dell'acciaio

Le principali caratteristiche dell'acciaio sono le seguenti:


coefficiente lineare di dilatazione termica 0,000012 C°
peso specifico (circa) 7850 kg/m 3

Come ogni materiale anche l'acciaio ha delle caratteristiche positive e


negative.
97

Caratteristiche negative

Corrosione

Si tende attualmente a dare una spiegazione di questo fenomeno con


azioni elettriche. La costante possibilità dell'acciaio a comporsi chimica-
mente sulle sue parti esterne fino a dare ossidi di ferro, porta a notevoli
inconvenienti, di cui il più macroscopico è la perdita di spessore che può
arrivare, a seconda dei diversi ambienti di esposizione, anche 0,1 0,15
mm di perdita di spessore all'anno in ambienti inquinati da fumi industriali.
Da qui la necessità di protezione delle strutture metalliche con diver-
si tipi di trattamento.
Il più comune è la verniciatura. Un ottimo ciclo, di sicura efficacia è
il seguente :
a) trattamento delle superfici con sabbiatura fino ad un completo di-
stacco delio strato superficiale di calamina (ossido di ferro ricoprente i pro-
fili laminati a caldo derivante dallo stesso processo di laminazione);
b) verniciatura con una prima mano di minio di piombo;
c) verniciatura con una seconda mano di minio dopo la posa in opera;
d) copertura con due mani di vernice a finire.
Oppure, più modernamente, si può eseguire l'opera di protezione con
un ciclo comprendente prima una sabbiatura e poi una verniciatura con zin-
canti a freddo.

Sabbiatura è un'operazione di pulizia dell'acciaio eseguita mediante getti


di sabbia ad alta velocità. Le norme dello Swedish A Corrosion Committee
prevedono vari gradi di sabbiatura e li individuano con delle sigle SA 2;
SA 2,5; SA 3.
Una sabbiatura SA 2,5 oppure detta a metallo bianco, pulisce perfet-
tamente l'acciaio da qualsiasi traccia di ruggine o calamina.
Una sabbiatura SA 2, detta anche commerciale, è meno accurata della
precedente; offre tuttavia una buona pulizia. Dopo la sabbiatura si procede
alla verniciatura come sopra indicato.

Zincatura a freddo. Si tratta, in sostanza, di applicazione delle vernici ric-


che di zinco metallico, immerso in un veicolo organico o inorganico, che
una volta a contatto con l'acciaio, reagisce intimamente e realizza una
protezione elettrochimica. Ricoprendo poi con una o più mani di verni-
ce a finire, si realizza una protezione dell'acciaio paragonabile a quella del-
la zincatura a caldo.

Zincatura a caldo, consistente nell'immersione di pezzi finiti e lavorati, do-


po ripulitura chimica superficiale (decapaggio), in bagni di zinco fuso, cosic-
ché una volta estratto il pezzo, una pellicola continua di zinco viene a rico-
98

prire ogni parte metallica.


Per pezzi di piccole dimensioni viene usata la zincatura galvanica che
fa depositare elettroliticamente, in un bagno, lo zinco uniformemente sul ma-
nufatto d'acciaio.
Attualmente la siderurgia tende alla ricerca d'acciai inossidabili o auto-
protettivi di cui si dirà.

Scarsa resistenza al calore

lì comportamento dell'acciaio alle varie temperature, dal punto di vista


della sua resistenza a rottura, è raffigurato nel diagramma seguente (Fig. 9.5).

Fig. 9.5 - Variazioni della resistenza degli acciai extra-dolci col variare della temperatura.

Come si può vedere all'innalzarsi della temperatura, dopo un primo au-


mento di resistenza si ha che, giunti a 300 gradi, la resistenza cala veloce-
mente sino ad essere quasi nulla intorno ai 800°C. Detta caratteristica è
particolarmente negativa se si pensa a delle colonne poste ai piani inferio-
ri di edifici attaccati dal fuoco o a qualche grande travatura, sottesa da ti-
ranti, investita da fiamme sottostanti. Il cedimento può divenire catastrofi-
co anche per un incendio di modesta entità.
Di qui la necessità di rivestimenti protettivi che possono essere realiz-
zati con calcestruzzo, placcature in gesso ed amianto, impasti di amianto e
cemento spruzzati, guaine imbottite di lana minerale, particolari vernici che
diventano spugnose (coibenti) all'aumentare della temperatura, ecc.
99

Caratteristiche positive

Affidabilità

L'acciaio ha caratteristiche di resistenza più facilmente controllabili e


costanti essendo tutta la produzione unificata e rispondente alle tolleranze
imposte.

Resistenza e leggerezza

I moderni acciai da costruzione permettono di realizzare strutture di


dimensioni, luci e altezze molto superiori a quelle del calcestruzzo arma-
to. Tali vantaggi si sono potuti ottenere grazie agli elevati limiti di sner-
vamento e soprattutto ai pesi relativamente modesti delle strutture realiz-
zate in profilati di acciaio.

Rapidità di costruzione

I tempi di costruzione di una struttura in acciaio sono generalmente


più contenuti di quelli di analoghe strutture in calcestruzzo armato: tale
riduzione nei tempi di lavoro può portare notevoli vantaggi economici nel
caso di complessi di grande dimensione.

Recupero del materiale

L'acciaio permette di realizzare un certo utile all'atto della demolizio-


ne o del rifacimento di un'opera. Questa voce diventa importante per quei
fabbricati destinati ad avere vita relativamente breve come alcuni tipi di
fabbricati industriali.

Acciai speciali

Negli acciai possono esser presenti come impurità o come additivi al-
tri componenti (Si, N, Cr, Ni, Mn) che ne migliorano o ne peggiorano al-
cune caratteristiche.
Per diminuire le caratteristiche negative dell'acciaio, la siderurgia si
è sempre più impegnata a produrre acciai speciali. Tra quelli che più riguar-
dano le costruzioni e tralasciando gli acciai speciali per macchine, utensili,
strumenti, ecc. si ricordano :
- acciai inossidabili sono principalmente costituiti da leghe al Cromo-
Nichel.
II più noto è l'inox 18/8 che contiene il 18% di Cromo ed l'8% di Nichel
con varie componenti di carbonio secondo l'uso.
100

Gli acciai inossidabili sono proibitivi per le strutture di edifici civili


per il loro alto costo, si usano come elementi decorativi o per grondaie e
pluviali.
— acciai autoprotettivi sono acciai con additivi (primo fra tutti il ra-
me) che tendono a creare una ossidazione superficiale tale da proteggere gli
strati interni.
Il più noto acciaio autoprotettivo è il COR-TEN. E' un acciaio con
una buona percentuale di rame che presenta notevole resistenza alla corro-
sione e può essere usato "nudo" (senza verniciatura o zincatura) e che — col
tempo — viene ad assumere una colorazione rossastra o melanzana.
(I guard-rails dell'autostrada del Brennero sono in cor-ten).

Formati e denominazioni

L'acciaio per costruzioni metalliche si reperisce in commercio in ele-


menti prodotti dalle ferriere mediante laminatoi a caldo.
Nella pratica corrente si definiscono laminati i piatti e le lamiere, pro-
filati le barre di sezione più complesse e travi gli elementi strutturali.
Più precisamente la distinzione fra i vari prodotti è la seguente:

A) Prodotti piatti
1) piastre larghissimi piatti superiori a 40 mm di spess.
2) lamiere grosse larghissimi piatti tra 10 e 40 mm di spess.
3) lamiere medie larghissimi piatti tra 4 e 10 mm di spess.
4) lamiere sottili larghissimi piatti tra 1 e 4 mm di spess.
5) lamierini larghissimi piatti inferiori a 1 mm di spess.
6) larghi piatti fino a 400 mm di larghezza di vari spess.
7) piatti fino a 200 mm di larghezza di vari spess.

La produzione delle piastre e delle lamiere ha dei limiti dimensionali


dati dai laminatoi. Formati standard per le piastre sono 1,00x2,00 me-
tri; 1,25x2,50 metri e 1,50x3,00 metri, ma i ferri piatti possono esser la-
minati anche dai 10 mm ai 2,00 metri di larghezza con lunghezza fino a
8,00 metri, in vari spessori.
Le lamiere sottili e soprattutto i lamierini vengono prodotti in "coils"
che sono bobine molto lunghe di nastro di lamiera avvolte circolarmente su
se stesse e che possono avere pesi da 6 ^ 10 tonnellate.

B) Profilati
1) tondi
2) quadri
3) esagoni
4) angolari a lati eguali (da 15x15 mm fino a 150x 150 mm con vari
101

spessori come da tabella riportata di seguito);


5) elle a lati diseguali (da 20x30 mm fino a 100x 150 mm con vari
spessori, come da tabella riportata di seguito);
6) ferri a T
7) ferri a Z.

I ferri profilati sono unificati e sono prodotti da tutte le ferriere con


le stesse caratteristiche geometriche e meccaniche.
Vengono usati nella carpenteria metallica per strutture reticolari o per
altri usi del tutto secondari.

C) Travi
1) ad U o a C
2) a doppio T
3) a doppio T ad ali larghe

Anche le travi sono unificate e sono prodotte dalle varie ferriere con
caratteristiche geometriche e meccaniche del tutto eguali.
Per le travi a doppio T e a doppio T con ali larghe esisteva - a partire
dalla metà dell'ottocento — una unificazione denominata NP (normal profil).
Queste travi NP, per una migliore utilizzazione dell'acciaio e per un mi-
glior collegamento corrispondente ad una diminuzione di peso a parità di ca-
ratteristiche statiche,sono state sostituite da altre travi unificate che, in se-
de europea, soddisfano le norme comunitarie (EURONORM).
Questi vantaggi vengono ottenuti con una diminuzione dello spessore
dell'anima centrale e con un aumento di spessore delle ali. Inoltre le ali ven-
gono costruite attualmente con i due lati paralleli e non più con la faccia
interna rastremata come erano le travi NP.
Queste travi a doppio T si possono suddividere in due principali cate-
gorie :
— travi IPE ([profilo europeo) che hanno un'altezza pari a circa due
volte la larghezza delle ali e che pertanto hanno una massima resistenza su
di un piano e vengono usate soprattutto per strutture che sono sollecitate
esclusivamente su un piano (solai e travi);
— travi HE (H europeo) che sono praticamente iscrivibili in un qua-
drato ed hanno, quindi, caratteristiche statiche assai simili nei due sensi e,
cioè, secondo entrambi gli assi principali di inerzia.
Queste travi trovano la loro migliore applicazione nei pilastri che, fa-
talmente, possono esser sollecitati egualmente sui due assi principali d'i-
nerzia.
Altro vantaggio delle travi HE è quello di esser prodotte in tre serie:
la leggera (HEA), la normale (HEB), la pesante (HEM) aventi le medesi-
me dimensioni di ingombro esterno, ma con sensibili variazioni di spessore.
Ciò permette, per esempio, di conservare lo stesso profilo apparente
102

di colonna alle varie quote di un fabbricato multipiano pur diminuendo il


carico che su di esso grava con l'innalzarsi dei piani.
In Italia le trave HE sono prodotte con sezioni variabili da 100 a 600
mm di altezza, mentre all'estero l'altezza delle sezioni arriva anche a 1.000
mm.
Per sezioni di altezza superiore ai 600 mm. in Italia, si ricorre alle tra-
vi composte di lamiera saldata automaticamente e dimensionate in base agli
sforzi effettivi risultati dal calcolo.

Esempi profilati a doppio T

Travi

Trave INP 200 (Fig. 9.6), dove la sigla sta a significare:


l forma del profilo
N normale
P profilo
200 altezza del profilo in mm

Trave IPE 200 (Fig. 9.7)


I forma del profilo
P profilo
E europeo

Trave HE B 100 (Fig. 9.8)


H forma del profilo
E europeo
B serie normale
(A serie alleggerita)
(M serie rinforzata)
103

Per i vari tipi di profilati e le loro caratteristiche statiche e geometriche


si veda il sagomano allegato in fondo al capitolo.

Scelta del profilo

La scelta del profilo è determinata da considerazioni di natura tecnica


ed economica.

A) / profilati angolari

Si impiegano prevalentemente per la realizzazione di strutture reticolari


e tralicci. Le loro caratteristiche geometriche infatti, ne facilitano sia l'ac-
coppiamento mediante bullonatura o saldatura, sia la lavorazione in offi-
cina con macchine automatiche. Le loro caratteristiche statiche si adattano
bene alla realizzazione delle aste tese o compresse delle strutture reticolari,
mentre non si prestano per gli elementi inflessi.

B) / profilati a doppio T, INP o IPE

Si impiegano prevalentemente come elementi inflessi (travi) in quanto


le loro caratteristiche geometriche e statiche sono state studiate per offri-
re il massimo momento d'inerzia e il massimo modulo di resistenza secondo
uno solo dei due assi principali della sezione.

C) Profilati HE

Si usano raramente ed in casi particolari come travi. Si usano partico-


larmente come pilastri o colonne; infatti la loro caratteristica geometrica
(alla larga) permette di avere un raggio d'iner-
zia relativamente elevato secondo ambedue
gli assi principali e quindi una buona resisten-
za al carico di punta.
Tutti i profilati si possono accoppiare fra
di loro mediante saldatura o bullonatura nella
maniera più diversa a seconda delle necessità.
Le sezioni composte che ne derivano
avranno le caratteristiche ottimali individuate
dal progettista per ogni specifico impiego.

D) Tubi
Fig. 9.9 — Sezione composta da due
Di discreta importanza nelle costruzio- profilati IPE per l'impiego come co-
ni di carpenteria quando soprattutto si debbo- lonna.
104

no realizzare delle economie in peso. La loro notevole inerzia, a parità di pe-


so, rispetto ai profilati, permette risparmi fino al 40% sulle strutture com-
presse. Il loro costo assai maggiore fa rientrare il vantaggio economico e, ag-
giunto ad una maggior difficoltà di lavorazione, porta il costo della costru-
zione tubolare finita ad essere maggiore di quella realizzata con profilati.
A seconda dei loro diametri e dei loro spessori possono essere realizzati con
o senza saldatura.

E ) Profila ti a freddo

Di notevole interesse e di uso recente, soprattutto per le orditure secon-


darie sono i profilati a freddo ricavati da coils di lamiera di piccolo spessore
attraverso il passaggio del nastro su serie di rulli che man mano gli danno la
forma desiderata. Nati per usi automobilistici essi hanno trovato largo im-
piego soprattutto come orditura minuta in profilo di ottima inerzia a basso
peso con caratteristiche tali da agevolare la posa in opera di materiali secon-
dari come isolamenti, controsoffitti, illuminazione. Tra le forme più usate
abbiamo quelle riportate in Fig. 9.10 come l'omega (1), l'omega ad ali rin-
forzate (2), il L" (3), il C ad ali rinforzate (4) ecc..

Fig. 9.10 - Tipi di profilati a freddo.

Norme per la progettazione

Fino al 1971 nessuna norma imponeva criteri specifici di progettazione


né limitava gli sforzi massimi da indurre nelle strutture in acciaio in relazio-
ne alla sua qualità, alla sua forma, ecc..
Nel 1971 per aggiornare le norme di progettazione e di esecuzione del-
le opere in calcestruzzo armato furono, per la prima volta, emanate diretti-
ve anche per la progettazione e per l'esecuzione di opere in calcestruzzo pre-
compresso e matalliche.
105

La legge del 5 novembre 1971, n. 1086 prevede principalmente delle


modalità di controllo nella esecuzione di strutture siano esse in calcestruz-
zo normale, calcestruzzo precompresso o metalliche, e l'art. 21 di questa
legge prevede che il Ministero dei LL.PP., sentito il Consiglio superiore dei
LL.PP. e il Consiglio nazionale delle ricerche, deve emanare ogni biennio le
norme tecniche alle quali deve uniformarsi ogni tipo di struttura sia essa in
calcestruzzo o metallica.
Queste norme furono emanate con i seguenti decreti del Ministero dei
LL.PP.:
- D.M. 30 maggio 1972
- D.M. 30 maggio 1974
- D.M. 16 maggio 1976
- D.M. 26 marzo 1980
- D.M. 1 aprile 1983
Tutte le norme previste in questi decreti sono obbligatorie per il calco-
lo, l'esecuzione ed il collaudo statico delle strutture in calcestruzzo ed in
acciaio.
Parimente obbligatorie sono le norme tecniche concernenti i criteri
generali per la verifica della sicurezza nelle costruzioni e dei carichi e so-
vraccarichi che devono essere assunti nella progettazione di ogni struttura.
Queste ultime norme derivano da uno studio del Consiglio Nazionale
delle Ricerche pubblicato nel Boll. Uff. del C.N.R. del 31/5/1957, n. 3 e
prevedono anche i valori minimi per i vari tipi di carico permanente ed ac-
cidentale nonché i carichi della neve e la spinta del vento in varie zone e a
diverse altitudini.
Sono state rese obbligatorie con il:
- D.M. 3 ottobre 1978 — Criteri generali per la verifica della sicurez-
za delle costruzioni e di carichi e sovraccarichi (G.U. 15 novembre 1978, n.
319).
Queste norme sono state chiarite e integrate dalla Circolare del Mini-
stero dei LL.PP del 9 novembre 1978 n. 18591 — Istruzioni relative ai ca-
richi, sovraccarichi ed ai criteri generali per la verifica di sicurezza nelle co-
struzioni.
Pur non essendo obbligatorie per legge è bene attenersi, per l'autorità
di chi le ha emanate, alle seguenti direttive per costruzioni in acciaio:
1) Costruzioni in acciaio (B.U. del C.N.R. del 31/2/1973, n. 26)
2) Istruzioni per l'impiego nelle costruzioni di profilati in acciaio for-
mati a freddo (B.U. del C.N.R. del 19/4/1973, n. 33)
3) Ponti stradali in acciaio — Norme di progettazione (del Consiglio
Superiore dei LL.PP del 15/5/1970, n. 16)
4) Travi composte in acciaio e calcestruzzo — Istruzioni per il calcolo
e l'esecuzione (B.U. del C.N.R. del 31/5/1961, n. 3 - UNI 10012).
Le strutture devono esser calcolate staticamente con i normali metodi
insegnati dalla Scienza delle costruzioni e seguendo le particolari norme so-
106

praricordate che il Ministero dei LL.PP. pubblica ogni biennio.


E' bene ricordare che esistono, anche in relazione alla complessità del-
la struttura, tipi di calcolo che prevedono condizioni di carico più o meno
complete e cioè:
— condizione di carico 1 che cumula, nel modo più sfavorevole le azio-
ni permanenti ed accidentali (compresi eventuali effetti dinamici) ad ecce-
zione degli effetti del vento e degli stati coattivi sfavorevoli (temperatura,
cedimento di vincoli, ecc.). Si devono includere nelle condizioni di carico 1
gli effetti statici e dinamici del vento, qualora le tensioni da essi provocate
siano maggiori di quelle ingenerate dagli altri carichi permanenti e acci-
dentali.
— condizione di carico 2 che cumula, nel modo più sfavorevole, tutti
i carichi permanenti ed accidentali (vento e dilatazioni termiche inclusi).
Inoltre nelle strutture in acciaio per la grande resistenza del materiale
e per la conseguente piccola sezione, in caso si compressione, le aste sono
sempre caricate di punta, le pareti sottili sono facilmente soggette a im-
bozzamento e le travi inflesse a svergolamento.
Per il carico di punta un'asta compressa non potrà esser calcolata con
la semplice formula = PIA, ma si dovrà adottare la seguente formula:

ove u è un coefficiente maggiore di uno che è tabulato in funzione della


snellezza dell'asta, intendendo per snellezza X il rapporto tra la lunghezza
libera d'inflessione ed il raggio minimo d'inerzia i

Acciai da costruzione

Caratteristiche meccaniche

L'acciaio, come già detto è essenzialmente una lega di ferro e carbonio.


Gli acciai da costruzione hanno un tenore di carbonio con percentua-
li variabili dallo 0,15% allo 0,28%. La recente normativa italiana (D.M. del
26 marzo 1980) prevede l'impiego di acciai laminati a caldo, profilati in
barre, larghi, piatti, lamiere e profilati cavi (anche tubi saldati ricavati da
nastro laminato a caldo) denominati:
Fe 360 (già Fe 37)
Fe 430 (già Fe 44)
Fe 510 (già Fe 52)
Nel decreto ministeriale 26 marzo 1980 è stato anche adottato il "Si-
stema internazionale di unità" indicato con la sigla SI di cui alle direttive
107

del Consiglio delle Comunità Europee 76/770/CEE del 27 luglio 1976.


Nella relazione fra il sistema SI e quello precedentemente adottato
(M K S A)

1 kg F = 9,81 N (Newton)

I valori di tensione di rottura e di tensione di s n e r v a m e n t o s o -


no riportati nel seguente prospetto 1) per profilati, barre, larghi piatti, la-
miere e nel prospetto 2) per i profilati cavi. •

Prospetto 1 - Caratteristiche meccaniche per profilati, barre, larghi piatti, lamiere.


108

Prospetto 2 — Caratteristiche meccaniche per profilati cavi.

I valori delle precedenti tabelle si riferiscono a prodotti qualificati e


cioè a quei prodotti che sono stati sottoposti favorevolmente alle prove
previste dall'allegato 8 del D.M. 26/3/1980.

Costanti elastiche

Per gli acciai considerati si assumono i seguenti valori delle costanti


elastiche (punto 3.1.3 del D.M. 26/3/1980).

Modulo di elasticità normale E = 206.000 N/mm 2


Modulo di elasticità tangenziale G= 78.400 N/mm 2

Resistenza ammissìbile
Nella seguente tabella sono riportati i valori ammissibili a trazione o a
compressione (a adm) dei vari tipi di acciaio nell'ipotesi di acciai qualificati
e con calcoli eseguiti con le condizioni di calcolo 1.
109

Tabella 3 Tensioni ammissibili a trazione o compressione per acciaio laminato.

La tensione tangenziale ammissibile \p adm è pari a 0,576 della tensio-


ne normale ammissibile (a adm) (punto 3.1.2 del D.M. 26/3/1980).
Le tensioni ammissibili per le condizioni di carico 2 sono da assumersi
pari a 1,125 delle relative tensioni ammissibili per i vari tipi dì acciaio so-
praindicate e valevoli per le condizioni di carico 1 (punto 3.0.2.2 del D.M.
26/3/1980).

Collegamenti

Trascurando la chiodatura, tecnica ormai superata nella carpenteria


metallica, oggi si effettuano principalmente due tipi di unione dei profili
d'acciaio ai fini di arrivare a strutture composte:
a) la bullonatura mediante dadi e bulloni unificati con interposte
rondelle, che ha sostituito quasi interamente la più laboriosa e difficoltosa
chiodatura.
Detti attacchi sono verificati al taglio nel gambo del bullone o nel nu-
cleo a seconda dei casi, ed alla pressione sul contorno del foro, Fig. 9.11.
Molto importante è l'attuale uso di bullonatura ad alta resistenza nei
tipi denominati 8G e 10K. In queste unioni i bulloni costituiti con acciai
speciali ad alti limiti elastici, bonificati, vengono avvitati con particolari
chiavi dinamometriche atte ad applicare una coppia di serraggio assai ele-
vata e prefissata, equivalente ad un precarico di trazione sul gambo del bul-
lone stesso. Tale serraggio garantisce il funzionamento dell'unione per attri-
to tra le superfici a contatto e migliora di molto il rendimento del bullone
stesso permettendo così minore numero di fori e bulloni più piccoli, con le
logiche e positive diminuzioni d'ingombro.
Il funzionamento di un giunto con bulloni ad alta resistenza è sostan-
zialmente diverso da quello con bulloni normali.
Quando in un collegamento del tipo rappresentato in Fig. 9.12 i bullo-
ni ad alta resistenza vengono serrati con la chiave dinamometrica, il preca-
rico indotto della coppia di serraggio nel gambo dei bulloni, che può essere
110

Fig. 9.11 - Collegamento realizzato con piastre di coprigiunto e bulloni normali impegnati a taglio.

Fig. 9.12 - Collegamento realizzato con piastre e flangia e bulloni ad alta resistenza impegnati ad attri-
to ed a trazione.
111

dell'ordine di parecchie decine di tonnellate, (un bullone da 24 10K forni-


sce un precario di 22,3 t) è in grado di sviluppare un momento resistente
interno che si oppone al momento delle forze esterne applicate.
In altre parole, il momento esterno, mettendo in trazione l'ala inferio-
re della trave tende a distaccare le flangie fra di loro, mentre il precarico
dei bulloni tende a tenerle in compressione.
b) La saldatura che viene effettuata mediante arco elettrico, fondendo
i due pezzi da unire con l'apporto di materiale di unione derivante dall'elet-
trodo che innesca l'arco, normalmente protetto da scorie acide o basiche al
fine di impedire l'ossidazione della giunzione, coprendo con detto rivesti-
mento fuso in bagno. Esistono particolari coefficienti di riduzione dello sfor-
zo ammissibile nelle saldature a seconda delle loro posizioni e delle solle-
citazioni alle quali sono sottoposte.
La saldatura è e rimane il collegamento principe fra due elementi me-
tallici. Senza dilungarsi sui vari sistemi e tipi di saldature diremo solo che
la normativa le divide in due classi.
/ classe: sono giunti che devono soddisfare in qualsiasi punto ad un esa-
me radiografico senza presentare difetti di sorta
II classe: sono giunti che non richiedono la perfezione di esecuzione di
quelli di prima classe, ma che comunque devono presentare difetti contenu-
ti entro un ragionevole limite di accettabilità (punto 2.4.3 del D.M. 26/3/80).
La preparazione dei lembi degli elementi da saldare viene effettuata sia
per permettere una migliore esecu- a) Preparazione a K
zione della saldatura sia per permet-
tere un risparmio di passate. Nella
Fig. 9.13 sono rappresentate una
preparazione a K, una V ed una a
doppio V.

Confronto fra saldatura e bullona-


tura
b) Preparazione a V
Anche qui la scelta è influen-
zata da considerazioni tecniche,
economiche ed estetiche. Ingenerale
ci si va orientando verso la saldatura
in officina e la bullonatura in can-
e) Preparazione a doppio V
tiere.
La bullonatura facilita grande-
mente i montaggi in opera e, in
genere, le operazioni di foratura sono
più veloci della saldatura, soprattutto Fig. 9.13 — Preparazione dei collegamenti saldati
se effettuate con l'impiego di mac- a V, a doppio V e a K.
112

chine automatiche.
Le strutture saldate risultano più leggere perché le sezioni dei ferri non
sono ridotte dai fori per i bulloni, ma richiede più tempo di lavorazioni.

I pilastri semplici e composti

Possiamo dividere i pilastri, che devono essere atti precipuamente al-


la resistenza a compressione ed a momenti flettenti nei due tipi semplici e
composti, Fig. 9.14.

Fig. 9.14 - Tipi di pilastri, semplici e composti dall'unione di più profilati.

I pilastri semplici possono eseguirsi con un tubo di diametro e spesso-


re proporzionati ai carichi, con il grande vantaggio di una ottima resisten-
za al carico di punta presentando la massima inerzia in funzione della quan-
tità di materiale, e pari resistenza ai momenti flettenti in ogni direzione. Si
ha grande leggerezza, ma costo elevato e difficoltà nelle giunzioni.
Talvolta possono essere riempiti in calcestruzzo. Oppure, ed è il siste-
113

ma oggigiorno più usato, vengono utilizzate travi ad ali larghe del tipo HE
per le caratteristiche statiche già accennate, abbastanza simili nelle due
direzioni principali.

Fig. 9.15 - a) Pilastro a doppio T semplice; b) Pilastro tralicciato composto.

I pilastri composti si ottengono con l'unione di profilati atti a realizza-


re la sezione voluta (Fig. 9.14). Possono essere ancora ad anima piena, o del
tipo reticolare, o calastrellato come rappresentato nella Fig. 9.16.
114

Fig. 9.16 - Pilastro calastrellato.

Unione di pilastro in acciaio con fondazione

L'unione tra un pilastro in acciaio e il plinto di fondazione in calce-


struzzo è molto delicata sia perché si tratta di collegare saldamente fra loro
due materiali assolutamente diversi, sia perché il punto di unione può esser
sollecitato da sforzi notevoli specialmente in caso di forze orizzontali (Figg.
9.17 e 9.18).
Anzitutto è necessario saldare una grossa lastra di acciaio alla base del
pilastro.
Questa lastra sarà necessariamente piuttosto estesa per ripartire sul
calcestruzzo di fondazione il peso e gli sforzi trasmessi dal pilastro e dovrà
essere opportunamente irrigidita con ferri piatti saldati sia alla piastra sia al
pilastro.
115

Fig. 9.17 - Collegamento di pilastro in acciaio con fondazione in calcestruzzo.

La piastra sarà opportunamente forata in più punti simmetrici per la-


sciar passare i "tirafondi" e cioè quegli elementi di collegamento tra la pia-
stra e la fondazione in calcestruzzo.
I tirafondi sono superiormente filettati e inferiormente terminano con
un gancio.
Nel plinto di fondazione, durante il suo getto, vengono lasciate le "fos-
sette" e cioè profonde scanalature attraversate da un ferro di aggancio.
Si infilano i tirafondi nelle fossette e li si fanno passare attraverso i fori
della piastra.
Quando il pilastro è posizionato (allineato, centrato e messo a piombo)
si riempiono le fossette con del calcestruzzo espansivo in modo che i tira-
fondi siano annegati perfettamente nel calcestruzzo di fondazione senza
possibilità di sfilarsi.
Sulla parte superiore filettata dei tirafondi si avvitano fortemente dei
dadi realizzando così una completa unione tra pilastro in acciaio e fonda-
zione in calcestruzzo.
116

Fig. 9.18 — Attacco di pilastro in acciaio con fondazione in calcestruzzo.

Le travi

Anche questi elementi portanti, precipuamente atti a sostenere cari-


chi verticali, possono venire realizzati con elementi pieni o con strutture
reticolari.
Le travi di tipo più semplice per luci non elevate rimangono quelle
piene, che vengono realizzate, a seconda della loro importanza e con doppi
T, IPE o HE, o con trave a doppio T saldate ricavate dalla composizione di
117

lamiere di vari spessori. Per usi particolari si possono anche avere travi com-
poste da diversi tipi di profilati. Un tipo interessante come utilizzo, nei casi
in cui si voglia aumentare notevolmente l'inerzia contenendo il peso, è il ti-
po di trave alveolare ottenuta dal taglio ossiacetilenico a greca operato sull'a-
nima dì un profilo normale ed il successivo ricongiungimento mediante sal-
datura dei due tronchi, sfalsati di un campo, in maniera tale da aumentare
l'altezza di almeno un terzo (Fig. 9.19).
Queste travi ricavate da profili IPE tagliati ad embrice a risaldati, pos-
seggono, rispetto al profilato normale di pari altezza, il vantaggio di poter
far ricorso ad un profilato minore a parità di carichi e sollecitazioni a fles-
sione. Sono anche possibili altri tipi di taglio.

Fig. 9.19 - Travi con fori esagonali.

Quando si richiede una forte rigidità torsionale le travi vengono rea-


lizzate "a cassone" al fine di dotarle di notevole inerzia anche nel senso del-
l'asse non principale.
Si possono considerare come travi anche quelle particolari incavalla-
ture ad altezza variabile chiamate "'capriate".
Le capriate (in legno, acciaio o calcestruzzo) sono quelle incavallature
a forma triangolare composte da reticoli triangolari che costituiscono l'ossa-
tura di tetti a due falde senza sostegni intermedi e che non esercitano alcuna
spinta laterale sugli appoggi.
I tipi di capriate possono essere innumerevoli ed alcuni sono indicati
nella Fig. 9.20.
Le capriate in ferro sono sempre più in disuso perché sostituite van-
taggiosamente da travi reticolari ad altezza costante ed ancor più da travi
in calcestruzzo precompresso.
Attualmente, specialmente per le grandi luci, le travi in acciaio più ti-
piche e più usate sono quelle reticolari ad altezza costante (Fig. 9.21).
Capriate e travi reticolari vengono calcolate con il solito sistema del
Cremona (diagramma cremoniano), del Culmann o del Ritter e sfruttano
il vantaggio delle strutture reticolari di presentare nelle aste solo sforzi di
118

Fig. 9.20 — Vari tipi di incavallature.


1, tipo Polonceau adatto fino a/ < 10 va;2,3, tipi adatti per l < 10;4, Polonceau per I < 20 m;25, id.
per/ > 20; 5, 21, tipo inglese con diagonali tese per / < 15-25m;6, 19, corrispondenti alle precedenti
con diagonali compresse; 7, 8, tipo belga con diagonali più lunghe tese; II, tipo adatto con grandi luci;
30 a 38 tipi per tetti quasi piani con altezza discreta anche agli appoggi il che diminuisce il carico sui
correnti; 45, tipo con lucernario ; 46, tipo a trave semiparabolica per aviorimesse e grandi luci ; 4 7 a 56,
tipi con lanternini per l'illuminazione.

trazione o di compressione, sempre che siano caricate esclusivamente sui


nodi.
Normalmente sia le capriate che le travi reticolari sono realizzate me-
diante la composizione di ferri angolari collegati generalmente con saldatu-
ra e talvolta con bullonatura.
Sia le capriate che le travi reticolari sono simmetriche rispetto al piano
dei carichi esterni, presentano quasi sempre degli elementi in lamiera, chiama-
ti fazzoletti, nei nodi di unione tra le varie aste al fine di poter utilizzare un
119

maggior spazio tale da essere sufficiente per eseguire la lunghezza di salda-


ture o il numero dei fori necessario dal calcolo alla tenuta della giunzione.
Anche in questo caso vi possono essere oltre a quelle a profili affiancati, tra-
vi a cassone, di notevole dimensione anche secondo il piano ortogonale ai
carichi, per sopportare adeguatamente sollecitazioni agenti anche in questo
piano.

Fig. 9.21 - Schemi di travi reticolali semplici.

Le strutture reticolari sono caratterizzate da uno schema di composi-


zione di triangoli, in maniera tale da assicurarne l'indeformabilità. Esiste
però la possibilità di realizzare travi composte da quadrilateri e di queste
la più nota è quella ideata e realizzata da Vierendeel. Questa trave (Fig.
9.22, Fig. 9.23) assai elegante nella forma e di indubbi vantaggi funzionali
non è altrettanto conveniente dal punto di vista del rapporto peso-resisten-
za ed è notevolmente complessa come calcolo, dato il suo notevole grado
di iperstaticità.
120

Fig. 9.22 - Travata semiparabolica Vierendeel.

Fig. 9.23 - Schema di trave Vierendeel.

I posti di ristoro e rifornimento che scavalcano l'autostrada Padova-


Brescia sono eseguiti con grandi travi Vierendeel in cemento armato a casso-
ne anche per avere la possibilità di aprire finestre rettangolari sulle fiancate.

Strutture secondarie

Al di sopra delle capriate, al fine di sostenere le lastre di copertura atte


a formare il tetto delle costruzioni, vengono posti, ad interassi assai limitati
gli arcarecci o terzere.
Detti arcarecci, costituiti normalmente da travi a doppio T, o a C, o ad
omega con profili in lamiera stampata, dovranno possibilmente essere posti
sui nodi delle capriate o travi sottostanti al fine di non dare momenti ai cor-
renti. Gli arcarecci sono sollecitati a flessione deviata a causa della loro po-
sizione che segue la pendenza del tetto; vengono pressocché sempre trattati
come travi appoggiate su due o più appoggi per non dare momenti torsio-
nali alle strutture sottostanti.

Controventature

Al fine di rendere stabili le strutture in piani ortogonali a quelli dei ca-


richi principali verticali, vengono applicate orditure secondarie atte ad assor-
bire gli sforzi prodotti principalmente dalle spinte del vento (Fig. 9.24).
121

Fig. 9.24 - Schemi di strutture controventate in edifici multipiano.

Anche se in effetti sarebbe possibile vincolare rigidamente i nodi del-


le strutture ed assimilarle a dei telai rigidi atti a sopportare sforzi derivanti
da spinte di qualsiasi direzione nello spazio, risulta più economico l'introdu-
zione di queste aste, disposte preferibilmente con funzione di tiranti e atte
a riportare gli sforzi alle fondazioni o di rendere collaboranti le varie parti
della struttura.
Si hanno cosi controventature in edifici multipiano che assimilano
l'intera struttura ad una lunga mensola reticolare incastrata al terreno.
Oppure, nei capannoni, il collegamento con croci di S. Andrea sulla
falda tra la prima e la seconda capriata che le legano insieme creando una
grande trave che resiste alle spinte che investono frontalmente le facciate
della costruzione.
In Fig. 9.25 è riportato uno schema di controventatura della coper-
tura di un edificio di tipo industriale: alle controventature di falda sono
affidati i compiti di assorbire le azioni del vento trasmesse dai frontoni,
per trasferirle lungo le linee di gronda e trasmetterle agli altri elementi strut-
turali, ed anche per collegare i correnti superiori compressi delle capriate.
I controventi verticali sono elementi rigidi che assicurano la stabilità
lungo l'asse longitudinale del fabbricato; sono atti ad assorbire le azioni
longitudinali e stabilizzare un sistema che altrimenti risulterebbe labile.

La costruzione

Normalmente la tendenza attuale è quella di costruire in officine, me-


diante l'unione con saldature, grandi elementi trasportabili (colonne, travi,
122

Fig. 9.25 - Esempi di controventatura in copertura di edifici industriali.

capriate, arcarecci) e di montarli unendoli in opera mediante bullonatura,


assai più agevole da eseguire all'aperto. Solo in alcuni casi gli edifici multi-
piano oggi pressocché interamente realizzati, sia per le colonne che per le
travi, con doppi T preferibilmente HE (per i motivi già citati per le colon-
ne e per contenere l'altezza dei solai, per le travi) si usano unioni intera-
mente saldate in opera che offrono il vantaggio di una maggiore monoliti-
cità e la riduzione d'ingombro dei nodi di giunzione.

Confronto acciaio calcestruzzo armato

La scelta dell'uno o dell'altro sistema costruttivo è determinata dal-


l'analisi dei molteplici fattori, ognuno dei quali può assumere importanza
predominante rispetto agli altri in relazione alle circostanze particolari di
impiego.
Sarà compito del progettista valutare tutte le componenti del problema,
123

sotto l'aspetto tecnico e sotto quello economico, e quindi procedere alla


scelta del materiale più adatto per la struttura in progetto.
In alcuni casi la scelta può essere immediata: ad esempio una coper-
tura di 60 m di luce sarà più conveniente realizzarla in acciaio, mentre un
fabbricato per abitazione di 6 piani converrà certamente realizzarlo in
calcestruzzo armato.
In altri casi la scelta non è così immediata e richiede accurate analisi
tecnico economiche.
Esempio tipico è quello del fabbricato multipliano (10 15 piani) nel
quale l'acciaio offre una maggiore leggerezza, un ridotto tempo di montag-
gio, minori ingombri e quindi maggiori spazi utili. Dall'altro canto risulta
più costoso di una struttura tradizionale in calcestruzzo armato; presenta
minore resistenza al fuoco ed alla corrosione e quindi richiede adeguate pro-
tezioni, che si riflettono poi sui costi.
Certamente, nel caso di produzioni in grandi serie e ripetitive di ele-
menti, l'acciaio può risultare più conveniente perché permette una pre-
fabbricazione completa in officine altamente automatizzate, con costi di
trasformazione ridotti.
Il grattacielo Pirelli a Milano (ora sede degli uffici della Regione) è la
massima costruzione in calcestruzzo oggi pensabile: quasi una sfida dei so-
stenitori del calcestruzzo ai sostenitori dell'acciaio (Fig. 10.15). Si noti, pe-
raltro, come la necessità di grosse strutture alla base ne ha ridotto i vani
utili.
124
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128
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130

Mises Van der Rohe - Crown Hall dell'I.I.T. - Chicago 1952. Particolare della struttura.
131

Eero Saaiinen - Centro Tecnico della General Motors — 1948-1956.


132

Eero Saarinen - Sede della Deere & C, realizzata in corten - 1957-1963.


133

Bibliografia

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Steel structures, New York, 1968.
Steel designers manual, London, 1972.
Giunzioni con bulloni A.R., Milano. 1971.
U. ZIGNOLI, Costruzioni metalliche, Torino, 1963.
F MASI, La pratica delle costruzioni metalliche, Milano, 1963.
C. MASSONET, Ossature piane, Bologna, 1967.
ITALSIDER,L'acciaio nelle costruzioni, Roma, 1962.
L'acciaio nell'edilizia moderna, Genova, 1966.
Strutture in acciaio, Genova, 1970-75.
CAPITOLO DECIMO

IL CALCESTRUZZO ARMATO

Il calcestruzzo armato (poco appropriata, anche se più diffusa, è la locu-


zione "cemento armato") è un materiale artificiale ed eterogeneo ottenuto u-
nendo il conglomerato cementizio ad elementi metallici ("armature") oppor-
tunamente disposti e generalmente costituiti da barre di sezione circolare.
Tale unione ha lo scopo precipuo di ripartire tra i due elementi, la resi-
stenza della costruzione alle azioni che essa deve sopportare, e ciò in modo
da sfruttare nella migliore misura le diverse qualità elastiche di essi: in par-
ticolare la resistenza alle sollecitazioni di compressione è affidata al con-
glomerato cementizio, quella agli sforzi di trazione alle armature metalli-
che.
L'unione dei due materiali è praticamente possibile per le seguenti
ragioni:
— il calcestruzzo di cemento ed il ferro hanno coefficienti di dilata-
zione termica pressocché uguali, per cui dalla loro unione non nascono, per
le variazioni di temperatura, sollecitazioni secondarie pericolose;
— i due materiali hanno reciprocamente un alto potere adesivo, per
cui nella loro unione si ha una efficiente e sicura trasmissione di deforma-
zioni e di sforzi tra un materiale e l'altro;
— il ferro annegato nel calcestruzzo viene ottimamente preservato dal-
la ossidazione, cosicché, anche se impiegato in barre di piccola sezione, dà
un affidamento di durata ben maggiore di quello che potrebbe presentare,
anche con notevoli spese di protezione e di manutenzione, se fosse esposto
da solo agli agenti atmosferici.
Naturalmente, perché sia possibile una giusta ripartizione degli sforzi
tra i due elementi costituenti una membratura di cemento armato e perché
questa possa ben resistere alle azioni a cui deve essere sottoposta, occorre
non solo calcolare le sezioni dei due elementi, calcestruzzo e ferro, ma de-
terminare altresì la posizione esatta che, in ogni punto della trave, deve assu-
mere l'armatura metallica, onde realizzare nel complesso un elemento uni-
co resistente. Ne nasce che per il progetto di una struttura in e.a. è neces-
sario conoscere, con la massima esattezza, la distribuzione degli sforzi nel
suo interno; a ciò sovraintende la scienza delle costruzioni, consentendo un
rigoroso studio della struttura nelle condizioni di vincolo e di carico pre-
viste dal progetto. A monte di tale studio, esistono peraltro alcune ipotesi
semplificative, e cioè: che il calcestruzzo sia omogeneo, isotropo e che se-
136

gua la legge di Hooke (proporzionalità tra sollecitazioni e deformazioni); la


conservazione delle sezioni piane; l'assoluta mancanza di resistenza a tra-
zione da parte del conglomerato; e un determinato valore del rapporto tra
i moduli di elasticità dei due materiali 1 .
Per una buona riuscita di una costruzione in cemento armato è neces-
sario, una volta che essa sia stata ben calcolata, che la esecuzione venga cu-
rata con intelligente vigilanza affinché l'armatura abbia esattamente in ogni
punto la posizione assegnatale dal calcolo. Fattori di riuscita di un'opera
sono quindi il calcolo, l'esecuzione e, non meno importante, la qualità dei
materiali componenti. Si comprende quindi facilmente come in siffatte co-
struzioni gli "empirismi" non possano in alcun caso essere ammessi.

Cenni storici

L'uso del calcestruzzo non armato, quale conglomerato formato da im-


pasto di pozzolana 2 , acqua, sabbia e ghiaia, si può far risalire fino ai Roma-
ni, che l'adoperavano su vasta scala per fondazioni, gettate di muraglie, ed
anima delle strutture.
Verso la metà del secolo XIX, in Francia e negli Stati Uniti, comincia-
no a venire usati elementi strutturali in conglomerato cementizio, rinfor-
zati mediante l'inserimento di barre metalliche, limitatamente alle sole fon-
dazioni degli edifici. Nel 1855 il francese J.L. Lambot realizza un canotto
costituito da una leggera armatura metallica rivestita in calcestruzzo. Si de-
ve arrivare però al 1877 per veder nascere il primo edificio in c.a., la chiesa
di St. Jean de Montmartre a Parigi, di A. de Baudot. Tra il 1901 e il 1904,
T. Garnier, nella progettazione della Citè Industrielle di Parigi, anticipando
di quasi vent'anni un linguaggio architettonico che sarà abituale nel perio-
do razionalista, adotta per gli edifici gli schemi basati sul reticolo struttu-
rale, rinunciando ad ogni sovrapposizione decorativa.
E' il francese A. Perret però che per primo sfrutta le possibilità delle
strutture a scheletro in e.a., nel 1903, per risolvere le difficoltà planime-
triche della casa al 25bis di rue Franklin a Parigi, ponendo cosi le premesse
della moderna struttura edilizia (Fig. 10:1).
Strutture più complesse vengono affrontate con la costruzione di pon-
ti. Lo svizzero R. Maillart nei suoi caratteristici ponti (famoso quello sul
Reno a Tavanasa del 1905) evidenzia il comportamento elastico unitario
delle strutture fondendo intimamente impalcato, pilastri ed archi (Fig.
10.2). Dal ponte Risorgimento a Roma nel 1911, di 100 m di luce, si arri-
1
A norma del punto 3.1.1 del D.M. 26 marzo 1980 il rapporto di elasticità tra calcestruzzo ed
acciaio è n = 15. (coefficiente di omogeneizzazione).
2
La pozzolana è una varietà di tufo incoerente formata per disaggregazione di scorie laviche.
Ridotta in polvere ed unita alla calce aerea rende questa capace di far presa e le conferisce la proprie-'
tà di essere un legante idraulico.
137

Fig. 10.1 - Auguste Perret - Casa in Rue Franklin, n. 25bis - Parigi 1903.
138

Fig. 10.2 - R. Maillart, Klosters, viadotto sulla Landquart, 1930, sezione, pianta.

Fig. 10.3 - R. Morandi — Viadotto sul Polcevera.


139

va nel 1930 ai 172 m del viadotto di Plougaste, in Bretagna, del Freyssinet,


e nel 1960-1967 ai ponti di Riccardo Morandi, quali il viadotto sul Polcevera
a Genova, Fig. 10.3 (m 207), il ponte sul Fiumarella a Catanzaro (il maggio-
re d'Italia con il suo arco di 231 m) e il grandioso ponte sulla baia di Mara-
caibo in Venezuela (m 235)(Fig. 10.4 e 10.5). Il massimo arco in c.a. è oggi
quello del ponte di Gladesville sul Parramatta (Sidney), la cui luce libera è
di m 304.
Altra tappa fra le più significative nella storia delle strutture in c.a. è
rappresentata dalla nascita e lo sviluppo dei "pilastri a fungo" (pilastri la
cui estremità superiore ha la forma di un tronco di cono o di un tronco di
piràmide, così da formare un sistema solidale con il solaio sovrastante: la
struttura che ne deriva è anche indicata con il nome di "solaio a fungo").
Queste strutture vengono adottate in particolare per sopportare forti cari-
chi con pochi pilastri: il ringrossamento terminale ha infatti la funzione di
evitare il punzonamelo 3 del solaio, che nei casi normali verrebbe prodot-
to dall'eccessivo sforzo di taglio presente lungo il perimetro di contatto
tra pilastro e solaio.
Tale sistema costruttivo, brevettato nel 1908 dallo svizzero Robert
Maillart dopo lunghe prove sperimentali per sviluppare le virtualità tecni-
che latenti nel cemento armato, è stato dallo stesso applicato per la prima
volta in un magazzino a Zurigo nel 1910, e poi via via da quasi tutti i mag-
giori architetti, per le particolari realizzazioni architettoniche a cui si pre-
stava. Ricordiamo semplicemente in questa sede, perché veramente degni
di menzione, gli Uffici Johnson a Racine di F. LI. Wright, del 1936-39,(fi-
gura 10.6) e i famosi pilastri parzialmente in acciaio del Palazzo del Lavoro
di Torino, realizzato da P.L. Nervi per l'Esposizione Italia '61,(Figg. 10.7
e 10.8).
Intanto l'uso del cemento armato va generalizzandosi anche nel cam-
po dell'edilizia corrente. Nel 1916 Wright realizza l'Albergo Imperiale di
Tokyo, che resisterà al disastroso terremoto del 1923, dimostrando l'otti-
mo comportamento e l'utile applicazione delle strutture in c.a. nelle cosid-
dette "zone sismiche". Quasi contemporaneamente Le Corbusier presen-
ta il progetto delle case Dom-Ino, a ossatura modulare cementizia, ponendo
le premesse per l'attuazione della pianta libera. E nel 1928-31 realizza (in
collaborazione con P. Jeanneret) quello che può definirsi il suo capolavoro,
la villa Savoye a Poissy, poggiando su esili pilotis un parallelepipedo i cui
spazi interni sono appunto articolati in piena libertà, (Fig. 10.9).
Qualche anno prima, nel 1925-26, il tedesco Walter Gropius adotta la
struttura in cemento armato per gli edifici della Bauhaus a Dessay, condi-
zionandone l'uso in base agli schemi statici ed alle esigenze funzionali, sen-
za dare alcuna particolare caratterizzazione ai singoli elementi costruttivi.

3Per punzonamento si intende il rapporto p = P/l x S (espresso in kg/cm2), in cui P è il carico


totale gravante sul pilastro, L il perimetro del pilastro stesso e S lo spessore del solaio sovrastante.
140
141

Fig. 10.5 - Ponte a Maracaibo di R. Morandi — Particolare di un pilone in fase di costruzione.


142

Fig. 10.6 - Atrio di ingresso degli uffici della Johnson a Racone, F.L. Wright, 1936.

Fig. 10.7 - Pilastro in c.a. del Palazzo del Lavoro di Torino di P.L. Nervi.
143
144

Fig. 10.9 - Le Corbusier e P. Jeanneret. Villa Savoye a Poissy, 1928-1931.

Quest'opera riassume in sé alcune delle più significative caratteristiche


dell'architettura razionalista: l'adesione alla "scala umana" ed alle necessi-
tà utilitarie e funzionali, la compenetrazione dello spazio esterno ed interno
con la simultanea possibilità di percezione della struttura e della sua costi-
tuzione interna attraverso la trasparenza delle grandi vetrate, l'abolizione
di qualsiasi simmetria delle facciate, il distacco figurativo dell'edficio dal
terreno, la semplificazione dei dettagli e l'uso dei materiali privi di un'auto-
noma consistenza materica come vetro, acciaio, intonaco.
Intanto il problema delle coperture unitarie di grandi spazi sollecita
un sempre maggiore approfondimento della ricerca sulle strutture in c.a., ed
in particolare sulle strutture a lastra ed a reticolo. Inizia il Maillart con la
copertura a lastra incurvata del Padiglione del cemento Portland alla Esposi-
zione Nazionale di Zurigo del 1939; Torroja apre la strada delle tettoie a
guscio sbalzanti (m 16) con l'ippodromo La Zarzuela presso Madrid nel
1935; P.L. Nervi con lo stadio comunale di Firenze del 1930-32 (arcata a
sbalzo di 22 m), le aviorimesse di Orbetello del 1935-40 (luci libere fra i 60
145
146

e gli 80 metri),(Fig. 10.10),il palazzetto (diametro interno m 60) ed il Palaz-


zo dello Sport di Roma (diametro interno m 100), del 1957-60, imposta glo-
balmente il problema di sfruttare al massimo le capacità di resistenza del ma-
teriale, di svincolarne la forma dalle limitazioni derivanti dalla casseratura
tradizionale, di ridurre i costi e migliorare l'esecuzione delle opere attraver-
so l'introduzione della prefabbricazione strutturale.
Tra il 1947 ed il 1952, Le Corbusier applica il cemento armato nell'Uni-
té d'habitation di Marsiglia, adottandolo, oltre che per l'ossatura principa-
le, anche per i rivestimenti esterni, per le scale di emergenza, per le strade
interne e per i brise-soleil, il cui disegno è rigorosamente rispettoso delle
esigenze della produzione di serie e del montaggio razionale, Fig. 10.11 e
Fig. 10.12.
Nel campo dell'edilizia residenziale e commerciale, Mies van der Rohe
con i Promontory Appartments a Chicago (1949) e Belgioioso, Peressutti
e Rogers con la Torre Velasca a Milano (1958) Fig. 10.13 e 10.14, affron-
tano il tema dell'edificio-torre in termini comparativi tra acciaio e c.a, risol-
vendolo entrambi a favore di quest'ultimo almeno per altezze fino ai 120-
150 metri, oltre i quali l'ingombro dei pilastri diviene eccessivo. Appunto
per tale ragione, lo schema ad intelaiatura tradizionale viene abbandonato
a favore di quello a grandi piloni cavi o a quinte ortogonali, come nella
Torre Pirelli di Milano, del Gruppo Ponti, costruita da Nervi nel 1958, Fig.
10.15.
Il cemento armato però non è soltanto linearità, scheletri portati re-
ticolari, schemi strutturali rigidi e ben precisi. E' bensì un materiale (per
non dire l'unico) che permette qualsiasi forma espressiva e qualsiasi model-
latura particolare.
La prima applicazione del calcestruzzo secondo le sue virtualità plastiche
di massa modellabile al di là di ogni schematismo tradizionale, perché flui-
da, omogenea e continua, si ha con la torre-osservatorio di Einstein a Post-
dam (nel 1920) di E. Mendelshon, cui fa seguito nel 1921, il monumento
ai caduti di marzo, a Weimar di W. Gropius. Nel 1950-55 con la cappella
di Notre-Dame-du-Haut a Ronchamp, Fig. 10.16 e nel 1959 con il conven-
to Ste-Marie-de-la-Tourette presso Lione, Le Corbusier sblocca la forma
dell'organismo architettonico da ogni rigido schema geometrico. Più re-
centemente la chiesa dell'Autostrada del Sole a Campi Bisenzio presso Fi-
renze, di Giovanni Michelucci, Fig. 10.17 e 10.18, l'Air Terminal della TWA
nell'aereostazione Kennedy a New York di E. Saarinen, Fig. 10.19 e Fig.
10.20 e la cattedrale cattolica a Tokyo di K. Tange, si rivolgono ad una in-
terpretazione ancora più libera del cemento armato, tendendo ad un com-
pleto annullamento della struttura nello spazio architettonico da essa de-
terminato .
147
148

Fig. 10.12 - Le Corbusier, Unità di Abitazione di Marsiglia. Particolare dei pilastri.


149

Fig. 10.13 - 10.14 - Studio B.B.P.R. - La torre Velasca a Milano, 1957.


150

Fig. 10.15 - Sezione strutturale e pianta del piano terreno del grattacielo Pirelli a Milano.
Progetto studio G. Ponti - Strutture di P.L. Nervi, 1955.
151

Fig. 10.16 - Chiesa a Ronchamp di Le Corbusier, 1950-54.


152

Fig. 10.17 — Chiesa sull'Autostrada del Sole di Giovanni Michelucci; pianta e sezione.
153
154
155

Fig. 10.20 - Eero Saarinen - Terminal della TWA a New York.


156

Il calcestruzzo di cemento

Il calcestruzzo di cemento è un conglomerato artificiale formato dall'in-


timo impasto di tre elementi essenziali: il cemento, gli inerti (sabbia, ghiaia
o pietrisco) e l'acqua che, indurendosi all'aria o nell'acqua, danno luogo ad
una vera e propria pietra artificiale.
In prima approssimazione, e salvo quanto si dirà in proposito, le dosa-
ture per ottenere un metro cubo di calcestruzzo sono:

- sabbia 0,40 m3-


- ghiaia (o pietrisco) 0,80 m3
- cemento 250 350 kg
- acqua 120 180 litri

La buona qualità e, quindi, la buona resistenza del calcestruzzo dipen-


de da una molteplicità di fattori che spaziano dalla qualità dei singoli com-
ponenti, dalle modalità di confezionamento, trasporto e posa in opera alla
reciproca dosatura dei materiali, alla costipazione del getto, alla temperatu-
ra ambientale. L'esecuzione di un buon calcestruzzo non è un'operazione
semplice per le molteplici possibilità di una cattiva riuscita legata a tutti i
fattori sopraindicati.
Il calcestruzzo va riguardato come un conglomerato artificiale com-
posto dagli inerti, legati assieme dalla miscela acqua-cemento che costitui-
sce, per così dire, un "collante".
Migliore sarà il calcestruzzo quanto più compenetrati tra loro saranno
gli inerti così da lasciare minori spazi vuoti e tanto migliore sarà il calce-
struzzo quanto migliore sarà il "collante" e, cioè, quanto migliore e in mag-
gior dosatura sarà il cemento e quanto meno sarà diluito con l'acqua.
Sarà opportuno esaminare partitamente i singoli elementi che compon-
gono il calcestruzzo per indagare su tutti i fattori che ne possono influenza-
re la buona riuscita.

D cemento

Il cemento che si usa per il calcestruzzo armato è un legante idraulico.


La materia prima per ottenere il cemento è una miscela di calcare ed
argilla.
In natura, peraltro si possono trovare, dai calcari marnosi che, con l'ag-
giunta di pochi materiali correttivi, contengono gli ingredienti richiesti nel-
le proporzioni volute.
Il loro impiego porta all'ottenimento dei così detti cementi naturali
intendendosi per cementi artificiali quelli ricavati da opportune miscele di
calcare ed argilla o di prodotti intermedi. Dopo l'escavazione del calcare e
157

dell'argilla si procede ad una loro prima frantumazione in frantoi e mascelle


e ad una successiva macinazione.
Questa miscela, il più possibile intima e omogena, viene cotta in forni
rotativi, in modo continuo ed uniforme fino a raggiungere un principio di
vetrificazione e precisamente fino al color bianco (cioè fino a quasi 1500°C).
Il prodotto di questa cottura ("clinker") si presenta sotto forma di par-
ticelle all'incirca sferiche.
Il clinker, scaricato dai forni rotativi, viene violentemente raffreddato
ed esposto per qualche tempo all'aria aperta e successivamente viene fine-
mente macinato e polverizzato in modo da non lasciar sul setaccio di 900
maglie al cm 2 un residuo superiore del 2 5% del volume totale.
Una più spinta macinazione migliora la qualità del cemento.
Durante la macinazione del clinker si aggiunge dal 2 al 5 % di gesso o di
anidrite 4 che hanno la funzione di regolatori della presa.
Si ha così una polvere impalpabile di color grigio-azzurro o leggermen-
te verdastro che è il "cemento'"'.
E' naturale che la buona qualità e un alto dosaggio di cemento miglio-
rano la qualità del calcestruzzo, ma non quanto potrebbe sembrare.

Tipi di cemento

Secondo la legge del 26 maggio 1965, n. 595 (pubb. su G.U. del 10 giu-
gno 1965, n. 143) i leganti idraulici, in generale, ed i cementi in particolare
si distinguono in:

A) Cementi normali e ad alta resistenza


1) Portland
2) pozzolanico
3) d'alto forno

B) Cemento alluminoso

C) Cemento per sbarramenti di ritenuta


1) portland
2) pozzolanico
3) d'alto forno

Nella stessa legge sono, poi, classificati e descritti gli agglomerati cemen-
tizi e le calci idrauliche di cui si è già detto. I cementi sopra nominati rispon-
dono alle seguenti definizioni:

4
L'anidrite è una pietra costituita da solfato di calcio anidro; presenta struttura granulare e
compatta ed ha colore biancastro. A contatto con l'acqua si altera trasformandosi lentamente in gesso.
158

A) Cementi normali e ad alta resistenza

1) Cemento portland. Per cemento portland si intende il prodotto ot-


tenuto per macinazione del clinker (consistente essenzialmente in silicati
idraulici di calcio), con aggiunta di gesso per regolarizzare il processo di idra-
tazione.
2) Cemento pozzolanico. Per cemento pozzolanico si intende la mi-
scela omogenea ottenuta con la macinazione del clinker portland e di poz-
zolana o di altro materiale a comportamento pozzolanico, con la qualità di
gesso o di anidrite necessaria a regolarizzare il processo di idratazione.
3) Cemento d'alto forno. Per cemento d'alto forno si intende la mi-
scela omogena ottenuta con la macinazione del clinker portland e di loppe
basiche5 granulate d'alto forno, con la quantità di gesso o anidrite neces-
saria per regolarizzare il processo di idratazione.

B) Cemento alluminoso

Per cemento alluminoso si intende il prodotto ottenuto con la maci-


nazione del clinker costituito essenzialmente da alluminati idraulici di calcio.

C) Cemento per sbarramenti

Per eseguire sbarramenti la cui costruzione è soggetta al regolamento


approvato con D.P.R. 1 novembre 1959, n. 1363 (Progettazione, costruzio-
ne ed esercizio degli sbarramenti di ritenuta - Dighe o traverse), si usano ce-
menti previsti dal predetto regolamento che sono denominati cementi per
sbarramenti di ritenuta.
Per cementi di ritenuta si intendono quei cementi normali (portland,
pozzolanico o d'alto forno) i quali abbiano particolari valori minimi di re-
sistenza alla compressione previsti con il D.M. 3 giugno 1968 (G.U. 17 lu-
glio 1968, n. 180).
La particolarità principale dei cementi per sbarramenti è quella che nel
processo di idratazione (presa) si ha un minimo sviluppo di calore ed un mi-
nimo ritiro.

Resistenza dei cementi

La resistenza dei cementi viene provata su prismi 40x40x 160 cm con-


fezionati con malta normale standardizzata e cioè confezionata con:
a) una parte di cemento;
b) tre parti di sabbia composita, perfettamente secca e di tipo unifi-

5
Le loppe sono i prodotti fusi che si ottengono nell'estrazione e nella affinazione dei metalli,
facendo reagire le impurità con opportuni fondenti.
159

cato per qualità e granulometria (proveniente dal lago di Massaciuccoli pres-


so Torre del Lago - Livorno);
c) mezza parte di acqua potabile priva di sostanze organiche o zucche-
ri (acqua potabile).
Nella malta normale da usare per la prova a resistenza, l'unica variabile
è la qualità del cemento.
I cementi sono classificati in base al valore della rottura a compressio-
ne dei predetti provini dopo ventotto giorni dalla loro confezione.
Si hanno così cementi tipo 325; 425; 525 kg/cm 2 .
Secondo l'art. 1 del D.M. 3 giugno 1968 i cementi devono avere le se-
guenti resistenze (con una tolleranza del 5%) espresse in kg/cm 2 .

A) Cementi normali e ad alta resistenza:

1) normale
resistenza a flessione
a) dopo sette giorni 40 kg/cm 2
b) dopo ventotto giorni 60 kg/cm 2
resistenza a compressione
a) dopo sette giorni 175 kg/cm2
b) dopo ventotto giorni 325 kg/cm 2

2) ad alta resistenza
resistenza a flessione
a) dopo tre giorni 40 kg/cm 2
b) dopo sette giorni 60 kg/cm 2
c
) dopo ventotto giorni 70 kg/cm2
resistenza a compressione
a) dopo tre giorni 175 kg/cm 2
b) dopo sette giorni 325 kg/cm 2
c) dopo ventotto giorni 425 kg/cm2

3) ad alta resistenza e a rapido indurimento


resistenza a flessione
a) dopo ventiquattro ore 40 kg/cm2
b) dopo tre giorni 60 kg/cm2
c) dopo ventotto giorni 80 kg/cm2
resistenza a compressione
a) dopo ventiquattro ore 175 kg/cm 2
b) dopo tre giorni 325 kg/cm 2
c) dopo ventotto giorni 525 kg/cm 2

Seguono gli altri simili valori per i cementi alluminosi e per i cementi
per sbarramenti di ritenuta.
160

Prove sui cementi

Le prove sui cementi (da non confondere con le prove sui calcestruzzi)
sono dettagliatamente previste e codificate dal D.M. 3 giugno 1968 (G.U.
del 17 luglio 1968, n. 180).
Tutte le prove sui cementi devono esser eseguite sui provini di "pasta
normale" e cioè avente la precisa composizione sopra ricordata.
Molte sono le prove che possono esser eseguite sui cementi: prove fi-
siche di finezza, prove di indeformabilità, prove di espansione in autoclave,
prove chimiche per la determinazione del MgO del S 0 3 , ecc..
Per restare entro i limiti di questo corso si segnaleranno soltanto le se-
guenti prove:

A) Prova di presa

Una importante caratteristica del cemento è il tempo di presa e cioè


l'intervallo di tempo, a partire dalla confezione della malta, entro cui il ce-
mento comincia a indurire a quando è del tutto indurito.
Si distinguono, pertanto, cementi:
— a lenta presa con inizio della stessa ad almeno un'ora dall'impasto
e termine dopo 6 + 12 ore;
— a rapida presa con inizio di presa almeno un minuto dall'impasto
e termine entro 30 minuti.
Il fenomeno della presa di un cemento si può modificare artificialmen-
te con particolari additivi;
— acceleranti di presa, qualora occorra un disarmo rapido ed una
immediata capacità di resistenza;
— ritardanti di presa nel caso sia necessaria una lavorazione prolun-
gata o forzatamente interrotta o un trasporto a grandi distanze.
Le prove di presa si eseguono su pasta normale posta in un anello tron-
co conico di ebanite avente le dimensioni indicate in Fig. 10.21, disposto
su una lastra di vetro, e tenuto in ambiente a temperatura compresa fra i
15°-20°, avente umidità relativa di circa l'80%. La prova consiste nello sta-
bilire, in funzione del tempo, di
quanto affonda nella pasta un ago
di ferro (detto ago di Vicat)
cilindrico, liscio, terminato da una
sezione piana ortogonale all'asse di
1 mm 2 di area e pesante 300 g.
Si definisce inizio della presa
l'istante in cui il suddetto ago si
arresta a distanza di 3 mm dalla
lastra di vetro, e termine della pre-
sa, l'istante in cui l'ago sia soppor- Fig. 10.21
161

tato dalla pasta senza che vi penetri più di mezzo millimetro. I periodi di
tempo occorrenti perché avvengano l'inizio ed il termine della presa vengo-
no calcolati a partire dall'inizio dell'impasto.

B) Resistenza a flessione

Il provino della sezione di 40x40 mm e lungo 160 mm viene posto su


due rulli del diametro di 10 mm con gli assi distanziati 100 mm.
Un terzo rullo di 10 mm di diametro imprime gradualmente dei carichi
in posizione centrale rispetto ai rulli di supporto. La resistenza a flessione
Rf, tensione massima di rottura, risulta applicando la formula

dove è:
M = Pl/4 momento flettente;
b = lato della sezione quadra del prisma;
P = carico applicato sul punto di mezzo del prisma;
/ = distanza fra i supporti.

La tensione massima di rottura a flessione Rf risulta in kg/cm2 quando


/ e b sono espressi in cm e P in kg.

C) Resistenza a compressione

La prova della resistenza a compressione è la più comune e caratteriz-


zante. Viene eseguita sui due semiprovini risultanti dalle prove a flessione.
Ogni semiprovino deve esser sollecitato a compressione su una fascia late-
rale (che è stata già a contatto con lo stampo) per una sezione di 40x 40 mm,
fra due piastre di metallo duro, da una pressa tale da assicurare un incre-
mento di tensione di 15 kg/cm 2 al secondo.
La resistenza a compressione Rc si esprime in kg/cm 2 e risulta pari a
Rc = P/\6 cm2 dove P è il carico di rottura in kg e 16 è la sezione in cm2 del
provino.

Risultati
1
I valori di resistenza a flessione e a compressione, devono esser deter-
minati su almeno tre provini per ogni scadenza. Le medie aritmetiche dei
risultati delle prove a flessione ed a compressione, determineranno per ogni
scadenza, la resistenza a flessione e la resistenza a compressione della malta
normale, da confrontare con i valori delle norme.
Per l'accertamento dei requisiti di accettazione del cemento le prove
162

debbono esser eseguite su 50 kg di cemento prelevato da dieci sacchi su par-


tite di 1000 sacchi o frazione o, in via eccezionale, per ogni partita di 2000
sacchi per cantieri con grande consumo giornaliero di cemento e quando il
direttore dei lavori si sia reso conto della costanza di qualità del cemento.

Caratteristiche fisiche e particolarità dei cementi

Il peso della polvere di cemento non "costipato varia da 1,1 a 1,3 kg/1,
mentre il peso specifico del cemento si aggira normalmente fra i 3,0 e 3,2
kg/1.
Si preferisce però normalmente dosare direttamente il legante in peso
anziché in volume.
Bisogna inoltre osservare che un inizio prematuro della presa comporta
normalmente un tempo superiore al normale per il completamento del fe-
nomeno e dà luogo a resistenze minori. 11 protrarsi ecccessivo dell'inizio,
per contro, fa sospettare che il legante abbia sofferto per l'umidità. Con la
presa si ha svolgimento di calore con innalzamento della temperatura del-
la massa più o meno accentuato a seconda della natura del cemento e del
suo tenore, del tipo di casseforme e delle condizioni ambientali. Tale innal-
zamento è ovviamente massimo nei punti interni. Secondo Hummel, in con-
dizioni medie, raggiunge i 10° per i cementi ordinari, i 40° per i cementi
ad alta resistenza (dopo 12 ore circa) e i 100° per i cementi alluminosi (do-
po 5 ore circa). E' minimo per i cementi per sbarramenti di ritenuta.
I cementi ad alta resistenza si ottengono con una più accurata scelta
dei componenti le miscele, spingendo la cottura a temperatura più alta e con
una maggiore finezza di macinazione.
I cementi ad alta resistenza ed alluminosi, per i loro vantaggi, hanno
incontrato largo favore fra i costruttori; richiedono tuttavia alcune cautele
fondamentali (che vedremo più avanti) intese soprattutto a mitigare gli ef-
fetti del ritiro, più sentiti e più rapidi che coi cementi ordinari.
Si deve evitare la mescolanza di cementi ordinari con cementi ad alta
resistenza, perché si otterrebbero prodotti a pronta presa e di resistenza
finale minore.
E' invece ammissibile la sovrapposizione di strati di calcestruzzo di re-
sistenza diversa, sempre,che lo strato inferiore abbia una maturazione di al-
meno 14 giorni, e la sua superficie, all'atto del secondo getto, sia resa sca-
bra, ben pulita ed abbondantemente irrorata.
La scelta dei tipo di cemento dipende dalla natura dei lavori, dai cari-
chi di sicurezza stabiliti, dal processo tecnologico di preparazione ed
esecuzione degli impasti, e da particolari condizioni ambientali.
163

Condizioni e modalità di fornitura

I cementi vengono di norma forniti in sacchi del peso di 50 kg, chiusi


con sigillo, e recanti stampati (secondo le norme legislative): la qualità del
legante, l'indicazione dello stabilimento produttore, la resistenza minima
a trazione e pressione della malta normale 1:3 garantita dal produttore do-
po maturazione di 28 giorni dei provini.
Attualmente, per cantieri di una certa importanza, il cemento viene
fornito anche sfuso, e ricoverato in grandi silos.
II cemento comunque, specialmente se fornito in sacchi, deve essere
conservato in un posto asciutto ed aerato, ed impiegato entro breve ter-
mine; una prolungata permanenza danneggia in generale il cemento, la cui
resistenza diminuisce rispetto a quella del prodotto fresco nella misura
dell'8% dopo tre mesi, fino al 40% dopo un biennio.

Gli inerti

Ai fini della resistenza meccanica del calcestruzzo, occorre stabilire


una particolare scelta degli inerti, nonché una adeguata composizione gra :
nulometrica degli stessi, così che risulti massima la compattezza del calce-
struzzo e contemporaneamente minima la quantità di cemento (a parità
di resistenza finale).

La sabbia

Deve essere "viva", cioè distinguersi per l'angolosità e durezza dei gra-
nuli, essere aspra al tatto, scricchiolare tra le dita e non intorbidire l'acqua
di un recipiente in cui venga versata. Sono preferibili le sabbie provenienti
da fiumi. Quelle di cava spesso contengono materie terrose e devono, quin-
di, essere lavate, avendo però cura che non venga sporcata la parte più fina.
Questo lavaggio, per lavori importanti, potrà anche essere fatto con mezzi
meccanici, e, per quanto esso riesca in generale piuttosto costoso, non è
assolutamente da trascurarsi quando non sia possibile avere a disposizione
sabbia migliore.
La sabbia di cava mista a terra, detta "sabbia morta", deve essere asso-
lutamente esclusa.
Particolarmente dannose sono le materie organiche: bastano talvolta trac-
eie di esse per rendere la sabbia inservibile. Assai semplicemente si può deci-
dere in ordine a queste impurità mediante la prova di Abrams e riarder, a se-
conda della colorazione più o meno intensa che assume una soluzione al 3 % di
idrato di sodio nella quale sia stato sommerso un campione di sabbia per 24
ore: la sabbia è accettabile se dà luogo ad una colorazione giallo chiara, scar-
164

tata se la colorazione tende al rossiccio 6 .


Macinando a mezzo di frantoi o molazze pietre naturali o pietrisco pro-
venienti da rocce silicee o calcari duri, si hanno le sabbie artificiali.
Dal punto di vista della composizione granulometrica, onde risulti be-
ne assortita in grossezza, secondo quanto stabilito dalle norme, si deve ado-
perare sabbia la cui composizione corrisponda ad una curva compresa fra le
curve limiti della Fig. 10.22, che si ottiene rilevando le percentuali in peso
del materiale passato attraverso quattro setacci aventi rispettivamente fori
del diametro di 0,2 - 1 - 3 - 7 mm.

Fig. 10.22

La ghiaia

La ghiaia, come la sabbia, può essere di cava o di fiume; la prima risul-


ta dalla sminuzzatura di rocce al frantoio, la seconda normalmente è preferi-
bile perché lavata.
Essa comunque deve derivare da rocce sane e non friabili o gelive, e es-
sere sempre scevra da sostanze estranee terrose o comunque dannose. In que-
st'ultimo caso deve essere lavata con acqua dolce.
Per strutture in conglomerato armato, le norme stabiliscono che le di-
mensioni degli elementi della ghiaia non devono di regola superare i 3 cm;
per getti di grandi dimensioni, e con ferri opportunamente distanziati, può

6
Per l'accettabilità delle sabbie in relazione al loro contenuto di materie organiche, cfr. l'alle-
gato 1 del D.M. 3 giugno 1968, già ricordato.
165

essere tollerata la presenza di elementi con dimensioni maggiori, ma non su-


periori ai 7 cm.
Nella confezione di conglomerato cementizio si deve usare ghiaia mi-
sta a sabbia, così da ottenere una composizione granulometrica bene assor-
tita.
Ciò ha notevolissima importanza nella preparazione dei conglomerati e
malte cementizie: dalle dimensioni e forma dei granuli dipendono l'entità
delle superfici esterne dell'aggregato e la percentuale dei vuoti che determi-
nano, relativamente alla cubatura, la quantità del legante da impiegare; da
questi dipende inoltre la resistenza meccanica del conglomerato.
La composizione, la quantità ed il tipo dei granuli che rientrano a far
parte dell'impasto legante, sono dati da apposite curve che determinano le
migliori condizioni di miscela..

Fig. 10.23

Il regolamento americano adotta la curva del Fuller, di equazione

Y = 100

ove Y è la percentuale in peso di inerte passato dai vagli di diametro d, e


x = d/D, ove d indica il diametro generico e D il diametro massimo dei va-
gli e degli elementi (Fig. 10.23).
Il regolamento tedesco non stabilisce un'equazione, e quindi un'unica
curva, ma fissa due curve estreme (vedi Fig. 10.24), stabilendo così le per-
166

centuali (in peso) minima e massima di inerte passante attraverso sei setac-
ci aventi rispettivamente fori circolari del diametro di 0,2 - 1 - 3 - 7 - 1 5 -
30 mm.
Stabilisce cioè un certo campo di possibilità, consigliando però come
optimum la curva intermedia.
Il regolamento italiano, prescrive che la ghiaia mescolata alla sabbia
presenti una composizione granulometrica compresa fra le curve limiti in
Fig. 10.24, curve che corrispondono più o meno alla curva intermedia ed
a quella inferiore del regolamento tedesco.

Fig. 10.24

E' importante peraltro che la granulometria risulti "continua", cioè


che siano comprese in quantità opportuna tutte le varie pezzature: solo co-
sì si potrà ottenere, a parità di materiale agglomerante adoperato, maggio-
re compattezza e resistenza nel calcestruzzo.
Nei lavori di notevole mole (dighe, viadotti, bacini, ecc.) così come
nelle grandi centrali di betonaggio, si esegue il controllo granulo metrico
dell'inerte quasi giornalmente.

Pietrisco

Qualora invece della ghiaia si adoperi pietrisco, questo deve proveni-


re dalla frantumazione di roccia compatta, non gessosa né geliva, non deve
contenere impurità né materie pulvirolenti o terrose e deve essere costi-
167

tuito da elementi le cui dimensioni soddisfino alle condizioni sopra indicate


per la ghiaia.
E' quindi assolutamente da evitare la pessima abitudine (peraltro anco-
ra piuttosto in uso) di annegare blocchi di pietra nei getti di calcestruzzo di
fondazione.

L'acqua

Ha molta importanza nella composizione delle malte e dei calcestruzzi


la qualità e la quantità dell'acqua che vi si impiega.
Se questa contiene, in soluzione, cloruri e solfati in percentuali danno-
se (per i solfati maggiori dell'I%, per i cloruri del 5%), la presa subisce un
ritardo, mentre al contrario risulta accelerata dalla presenza di carbonati
alcalini. Pertanto l'acqua per gli impasti dovrà essere limpida, dolce, scevra
da impurità di natura organica, e non contenere solfati e cloruri in percen-
tuale dannosa.
Un elemento decisamente negativo è lo zucchero: questo, anche se con-
tenuto nell'acqua in minima quantità, disturba lo svolgersi regolare della
presa.
Anche la temperatura dell'acqua esercita una notevole influenza: se è
troppo fredda rallenta il fenomeno della presa, se è troppo calda l'accelera.
La quantità di acqua da usare per l'impasto del calcestruzzo deve esse-
re determinata, secondo le norme vigenti, in base alla plasticità occorrente
per la buona lavorazione dei getti. A questo proposito occorre osservare
che l'acqua ha una azione molto importante sulla presa e sull'indurimento
del calcestruzzo cementizio, poiché essa idrolizza i costituenti del cemento
e produce soluzioni colloidali, che danno luogo a "geli", capaci a loro vol-
ta di assorbire considerevoli quantità di acqua, l'eccesso della quale resta
nel calcestruzzo sotto due forme principali: come acqua assorbita nelle
cellule colloidali e come acqua libera, che riempie la cavità che per essa si
formano nel calcestruzzo. In tal modo, all'evaporazione dell'eccesso di
acqua, il calcestruzzo rimane poroso. In ogni caso, la presenza di un eccesso
di acqua risulta dannosa in quanto ritarda l'indurimento del calcestruzzo e
ne diminuisce la resistenza.

Il calcestruzzo

Come si è detto, è un conglomerato di cemento, sabbia, ghiaia o pietri-


sco ed acqua intimamente mescolati e nelle proporzioni volute.
La sabbia e la ghiaia (o il pietrisco) debbono avere secondo le norme
italiane composizioni granulometriche alle quali corrispondono curve di gra-
nulometria comprese tra le curve limiti a cui si è già in precedenza accennato.
168

In generale per i bisogni del cantiere è sufficiente l'uso di una serie ri-
dotta di setacci, limitata a quelli di mm 1 ; 7; 30. Con questi possono essere
controllate la percentuale di fino della sabbia (vagliata dal setaccio con fori
di 1 mm) che deve essere compresa tra il 20 e il 46%, e la percentuale di sab-
bia nell'inerte, che deve stare tra il 40 e il 57%.
In via di massima può dirsi che, secondo le circostanze locali e le esi-
genze dei lavori, la composizione granulometrica può variare entro limiti
piuttosto ampi, senza nuocere alla qualità del conglomerato; è però essen-
ziale controllare, ed eventualmente correggere, la composizione della sabbia
e stabilire convenientemente la percentuale di essa nell'intero inerte. Ciò
ha il fine di ricercare la maggiore limitazione di vuoti nella miscela degli
inerti, così da limitare l'impiego della pasta cementizia, ma sempre in mo-
do che tali vuoti siano totalmente riempiti.
Per quanto riguarda la forma degli elementi, di regola sono meno pre-
feribili quelli di forma allungata o lenticolare, perché, a parità di tenore
d'acqua usata nell'impasto, rendono la massa meno plastica e se ne separa-
no facilmente. Inerti a superficie ruvida danno in generale risultato miglio-
re di quelli a superficie levigata.
Gli elementi a spigoli vivi migliorano la resistenza a trazione rispetto
ad elementi tondeggianti; non risulta una diversità di comportamento nei
confronti della resistenza alla compressione.
Per lo più sabbia e ghiaia granulometricamente idonee vengono ap-
provvigionate separatamente: basta quindi stabilire il rapporto sabbia/
ghiaia in modo da soddisfare le condizioni regolamentari.
A tale riguardo si deve osservare che la regola di miscelare, come in
uso, una parte in volume di sabbia (m 3 0,40) con due di ghiaia (m 3 0,80)
conduce in generale ad una percentuale, anche in peso, di sabbia intorno
al 30%, tenore piuttosto lontano dall'intervallo 40-57% previsto dalle nor-
me. Però le sabbie impiegate hanno spesso granuli di dimensione massima
alquanto al di sotto del limite di separazione convenzionale, e ciò com-
porta un certo compenso.

Dosatura del cemento

Il cemento è il componente più costoso e pertanto ragioni economi-


che spingono a limitarne il consumo, stabilendo con giusto criterio la sua do-
satura normale.
Una dosatura troppo magra nuoce alla resistenza del calcestruzzo, e
nelle strutture armate, per difetto di compattezza, pure alla protezione che
esso deve offrire alle armature; una dosatura troppo ricca è causa di ritiri
più marcati, e d'altra parte non è detto che un alto tenore di cemento per
sé stesso, a prescindere da altri fattori, debba dare luogo a calcestruzzi di
qualità superiore.
169

La compattezza richiede un tenore di cemento sufficiente a riempire


i vuoti della sabbia (dando luogo ad una malta ricca) e la malta deve essere
sufficiente a riempire i vuoti della ghiaia, con margini sufficienti per tenere
conto di inevitabili disuniformità.
Dosature alte, fino a 400 500 kg/m 3 di getto, si richiedono per mem-
brature molto sollecitate, soggette ad agenti chimici, e quando si debba com-
pensare l'influenza di un elevato tenore d'acqua richiesto da particolari mo-
dalità di posa in opera. Quando viceversa in cantiere sia esercitato un accu-
rato controllo sugli ingredienti, sulla preparazione e posa degli impasti, e
sulla resistenza dei getti, la dosatura può scendere in casi particolari fino
a 250 kg/m 3 . Dosature ancora più magre (150 kg/m 3 ) possono ammettersi
per getti non armati e poco sollecitati (magrone di fondazione).
Il regolamento italiano fissa la dosatura minima per getti armati in
300 kg/m 3 per miscuglio secco di materie inerti (sabbia e ghiaia o pietrisco);
per il cemento alluminoso la dosatura minima è fissata in 250 kg/m 3 .
Secondo le norme UNI 7163/72 per i calcestruzzi a resistenza garan-
tita i minimi dosaggi di cemento (per inerti con diametri fino a 30 mm)
sono:

Dosatura dell'acqua

Il quantitativo d'acqua necessario all'impasto deve essere determinato


in base alla plasticità occorrente per la buona lavorazione dei getti.
A tale proposito, a seconda del tenore d'acqua, l'impasto può essere
"umido", "plastico" o "fluido".
— La "consistenza umida", che corrisponde a circa 120 litri d'acqua
per m3 di miscuglio secco, conferisce all'impasto l'aspetto di terra umida, e
richiede una battitura molto energica od una particolare vibratura; com-
170

porta pertanto una difficile lavorabilità del getto, confortata peraltro dalla
massima resistenza ottenibile, con una minore influenza di fattori seconda-
ri, quali il ritiro. La consistenza umida del conglomerato è quindi senz'al-
tro da preferirsi ogniqualvolta sia possibile.
— La "consistenza plastica" richiede un tenore d'acqua di circa un
terzo più elevato (circa 150 litri per m 3 ); dà luogo a resistenze minori, ma
in compenso il conglomerato può mettersi in opera più facilmente, risulta
più omogeneo, avviluppa e protegge bene le armature. Questi tipi di con-
glomerati, per le ragioni suddette, sono i più usati nelle costruzioni in ce-
mento armato, specialmente là dove si debba operare getti di limitate di-
mensioni.
— La "consistenza fluida" si ha per tenori d'acqua intorno ai 180 li-
tri per m3 di impasto secco. Essa dà la minima resistenza dei getti, ma è
preferita per la facile lavorabilità del getto (per esempio nervature dei tra-
vetti di solaio) e lì dove il trasporto di calcestruzzo dalla confezionatura al
luogo d'impiego richiede un certo tempo o viene effettuato entro canali o
tubazioni (tipo grandi getti di dighe o di pali trivellati).
Il regolamento peraltro stabilisce che la dosatura di cemento venga
aumentata coll'aumentare della fluidità dell'impasto, in modo che resti più
o meno costante il rapporto A/C (acqua/cemento) in peso.
Ciò in relazione alle esperienze di Abrams, secondo il quale, per de-
terminati materiali e condizioni di prova, è la quantità d'acqua di impasto
che determina la resistenza.
Per avere un'idea concreta della influenza del rapporto acqua/cemento
sulla resistenza della pasta di cemento, che è poi in definitiva proporziona-
le alla resistenza del calcestruzzo, se si indica con 100 la resistenza della pa-
sta con rapporto acqua/cemento 0,30 (che sarebbe però un calcestruzzo im-
possibile a lavorarsi), le resistenze per rapporti superiori sono:

per rapporto 0,40 resistenza 60


per rapporto 0,50 resistenza 40
per rapporto 0,60 resistenza 30
per rapporto 0,80 resistenza 14

Tali valori riportati nel diagramma della Fig. 10.25, indicano come il
campo di maggior convenienza ai fini della resistenza e della lavorabilità del
calcestruzzo sia ristretto ai valori del rapporto acqua/cemento 0,40-0,50.
Per definire la consistenza del conglomerato, dagli americani fu propo-
sta la cosiddetta "prova del cono".
Viene adoperato uno stampo tronco-conico aperto ad entrambe le estre-
mità; si riempie lo stampo col calcestruzzo, quindi, tolto lo stampo, il ma-
teriale si schiaccia da sé gradatamente, e l'abbassamento (slump) fornisce
un'idea sufficientemente appropriata della consistenza dell'impasto.
171

Fig. 10.25

Preparazione del calcestruzzo

Abbandonata la preparazione manuale, che regolava i quantitativi de-


gli inerti in base alla capacità delle carriola adibite al trasporto e quelli del ce-
mento e dell'acqua in base all'occhio più o meno esperto dell'operaio (e che
oltretutto forniva una produzione di appena 1 m3 di impasto per ogni ora
di lavoro di quattro operai), la preparazione del calcestruzzo avviene oggi
meccanicamente, o ricorrendo all'uso di "betoniere" o addirittura in "cen-
trali di betonaggio".
Gli inerti ed il cemento, senza preventivo rimescolamento e nelle quan-
tità stabilite, vengono versati o direttamente o a mezzo nastri trasportatori
nella tramoggia di alimentazione o nella benna di caricamento di un ele-
vatore che li adduce alla tramoggia; da questa scendono in un tamburo gi-
revole munito di alette, entro il quale vengono rimescolati a secco per qual-
che giro, e quindi, previa aggiunta dell'acqua, trasformati in calcestruzzo.
Le betoniere, azionate da motore elettrico o a scoppio, hanno capa-
cità variabili da 150 a 1500 litri, con corrispondente produzione oraria da
6 a 60 m 3 .
Per lavori di grande mole, può convenire l'impianto di una centrale di
betonaggio, con silos per il cemento e gli inerti, apparecchi di dosature au-
tomatica ed elevatori per gli inerti, camera di dosaggio per il cemento e
l'acqua.
172

Schema di un'attrezzatura da cantiere per un impianto di betonaggio con inerti ammucchiati in terra.

Trasporto del calcestruzzo

Per brevi distanze all'interno del cantiere, il trasporto dell'impasto può


avvenire mediante carriole, nastri trasportatori, dumper e tubi a pressio-
ne; questi ultimi peraltro hanno l'inconveniente di dare un affioramento del-
l'acqua di impasto ed una stratificazione dell'inerte, proporzionale alla gra-
nulometria.
Per distanze maggiori si usano le autobetoniere, in cui si caricano i com-
ponenti asciutti; durante il tragitto avviene l'impasto con l'acqua contenuta
in apposito serbatoio.
E' molto in auge attualmente questo sistema di fornitura di calcestruz-
zo preconfezionato, molto pratico specialmente nei centri urbani dove mol-
to spesso non vi è spazio sufficiente per un impianto completo di cantiere,
ma è da sorvegliare attentamente per i gravi inconvenienti che può presen-
tare.

Posa in opera

La posa in opera del calcestruzzo avviene normalmente o in volumi di


scavo ben delimitati (per opere di fondazione) o di casseri di legno o di fer-
ro, perfettamente riproducenti la forma geometrica della struttura (per le
173

opere in elevazione). Le casseforme in legno, prima del getto, devono essere


accuratamente pulite ed abbondantemente asperse con acqua affinché non
ne sottraggano all'impasto. Si deve inoltre curare di non eseguire mai il getto
da una altezza superiore al metro, onde non avere sezioni a resistenza variabi-
le, dovuta ad una diversa stratificazione granulometrica dell'inerte.
Le operazioni di getto debbono compiersi prima che si inizi la presa.
Questa comincia mediamente entro 2 ore dopo la preparazione, per tem-
perature fra i 15° e 20°, entro un'ora a 30°, in 30 minuti circa a 50°, al cre-
scere della temperatura i getti si asciugano rapidamente per l'evaporazione
dell'acqua di impasto, sicché, particolarmente in estate, sarà necessario pro-
teggerli, o continuare ad aspergerli con acqua, almeno nei primi due o tre
giorni dopo il getto.
Il freddo non è dannoso fino a —2° per calcestruzzi ordinari, fino a
— 4° per calcestruzzi ad alta resistenza; basterà in questi casi proteggere le
superfici con sacchi, paglia o sabbia.
Quando occorre gettare a temperature più basse, si può ricorrere al
riscaldamento dell'acqua di impasto od all'aggiunta di additivi all'impato
stesso.
Con l'aggiunta del 4% di cloruro di calcio si possono eseguire getti fino
a - 6 ° ; fino a -10° con l'8%.
Con l'aggiunta di cloruro di sodio si possono eseguire getti fino a —21° ;
questo si può usare però soltanto in getti non armati (poiché il cloruro di
sodio causa l'arrugginirsi delle armature), ed anche qui con precauzio-
ne, perché la resistenza del calcestruzzo può abbassarsi fino al 30% circa.
Il regolamento italiano peraltro vieta i getti a temperature minori di
0°C. Con cemento alluminoso, il conglomerato può essere messo in opera
fino a -10°C.
Una volta operato il getto, bisogna curare che il calcestruzzo riempia
tutti gli interstizi della struttura, così che questa risulti massimamente omo-
genea.
A tale scopo si può procedere in vari modi.
Con la "battitura" o "pigiatura", che viene eseguita sia pigiando diret-
tamente i getti con pestelli particolari, sia battendo con normali martelli
sull'esterno dei casseri. L'operazione viene proseguita finché i ferri non
siano bene avviluppati e l'eccesso d'acqua non affiori alla superficie. E'
questo un sistema normalmente adottato nel getto di pilastri.
Con la "vibrazione" del getto, i risultati che si ottengono sono ancora
migliori. I vibratori possono distinguersi in "esterni" ed "interni".
Fra i primi si possono classificare:
— le tavole vibranti, per la fabbricazione di elementi costruiti fuori
opera; la vibrazione ha luogo entro casseforme fissate al dispositivo;
- vibratori fissati esternamente ai casseri; la loro azione è piuttosto
limitata in profondità e servono essenzialmente per la costruzione di mem-
brature sottili, come travetti di solaio, pali, tubi, ecc.;
174

- vibratori superficiali o a piatto, che vengono fatti traslare sulla su-


perficie del getto, il quale viene costituito a strati orizzontali di spessore non
superiore ai 30 cm; trovano impiego nella esecuzione di opere a grande esten-
sione come pavimentazioni, platee, ecc..

I vibratori interni, o pervibratori, hanno normalmente la forma di lame


o cilindri vibranti che vengono immersi nell'impasto.
La vibrazione attenua l'attrito interno, dipendente dalla quantità e qua-
lità della pasta, e conferisce fluidità all'impasto; gli elementi della massa par-
tecipi del movimento si assestano e, riempiendo i vuoti, scacciano in super-
ficie l'aria e l'eccesso d'acqua.
La posa in opera con vibrazione permette di impiegare impasti con rap-
porti A/C molto bassi e di ottenere il completo riempimento dei casseri, il
perfetto incorporamento dei ferri, l'uniformità nelle superfici dei getti (im-
portante per i getti destinati a restare a vista), ottimi risultati nei riguardi
della compattezza e resistenza.
L'impasto non deve essere troppo plastico altrimenti oltre all'aria ed
all'acqua anche la malta fluisce in superficie, determinandosi così una vera
e propria disgregazione; il tempo di vibrazione quindi deve essere ridotto al
crescere della plasticità del getto.
In generale può dirsi che la vibrazione migliora tutte le caratteristiche
su cui influisce favorevolmente una riduzione del rapporto A/C, col note-
vole vantaggio di aumentare anche l'aderenza delle armature metalliche.
Infine, con la "centrifugazione", l'impasto, nel quantitativo necessario, vie-
ne posto in forme tubolari metalliche o rivestite di lamiere, che vengono
poste in rapida rotazione intorno al loro asse, con una velocità di 600-1000
giri al minuto per circa 10 minuti. L'impasto viene spinto energicamente
contro la parete della forma ed al tempo stesso liberato dall'eccesso d'acqua.
Il procedimento permette l'impiego di rapporti A/C relativamente piccoli
e dà luogo a grande compattezza ed elevata resistenza.
La centrifugazione trova esclusiva applicazione nella costruzione di
tubi per condotte forzate, di pali di sostegno di fondazione, ecc..

Caratteristiche particolari

Mentre la resistenza del calcestruzzo dipende esclusivamente dal tenore


di acqua con cui viene eseguito, la "lavorabilità", ossia la maggiore o mino-
re facilità con cui l'impasto potrà essere messo in opera, è funzione di altri
fattori, ed in special modo della natura e composizione granulometrica de-
gli inerti e della modalità con cui viene eseguito l'impasto. Essenzialmente
essa dipende dal materiale fino con dimensioni massime sotto gli 0,2 mm, il
quale conferisce mobilità alla massa, anche con percentuali d'acqua relati-
vamente basse. Composizioni granulometriche prossime a quella caratteriz-
175

zata dalla linea limite inferiore del regolamento danno impasti ben lavorabi-
li soltanto per dosature di cemento relativamente elevate e tenori d'acqua
piuttosto ristretti; migliore risultato danno quelle più prossime alla linea
limite superiore, le quali perciò sono preferibili in condizioni di posa in
opera meno facili, entro casseforme anguste e con armature fitte. La ghiaia
con elementi lisci e tondeggianti è preferibile, sotto questo aspetto, al pie-
trisco .
Il grado di "impermeabilità" all'acqua varia notevolmente con la natu-
ra del cemento impiegato (cementi ad alta resistenza) ed è più alto per i ce-
menti con maggiore finezza di macinazione ed in generale per quelli che
danno malte ben lavorabili.
Gli impasti umidi danno luogo a getti alquanto porosi; quelli plastici
danno i migliori risultati, ma anche i fluidi usati con opportune cautele pos-
sono dar luogo a getti impermeabili. Per migliorare l'impermeabilità dei
conglomerati, si possono usare talvolta particolari additivi speciali, ed anche
materie bituminose o grasse, soluzioni di allume o di sapone, pozzolana,
polvere di mattone. Molto cauti, specie nel caso di cementi armati, convie-
ne essere nell'impiego di grassi, in quanto ne risultano diminuite la resisten-
za del conglomerato e l'aderenza alle armature.
Si possono tuttavia ottenere calcestruzzi impermeabili anche senza ag-
giunte di sorta, usando molta diligenza nella condotta dei lavori e cioè ba-
dando alla uniformità degli impasti ed alla posa in opera del conglomerato
in strati regolari, ben costipati e di moderato spessore.
L'impermeabilizzazione totale può venire raggiunta con l'applicazione
di intonaci di malta cementizia o di malta preparata con prodotti speciali.
Durante la presa del cemento si manifesta, così nella malta come nel cal-
cestruzzo, una diminuzione di volume, o "ritiro", che ai fini costruttivi pre-
senta una particolare importanza in quanto da esso dipendono incrinature
e lesioni che non di rado si riscontrano nei getti cementizi e possono talvol-
ta costituire l'origine di una successiva e progressiva disgregazione del getto.
In particolar modo poi, nelle membrature in cemento armato, tale fenome-
no di ritiro è causa del formarsi di un particolare stato di tensione per la
resistenza opposta dalle armature metalliche alla contrazione della massa
che le avvolge, stato di tensione che si sovrappone a quello delle forze sol-
lecitanti e di cui pertanto dovrà tenersi debito conto nei calcoli statici.
In particolare il ritiro è funzione della qualità del cemento, della misce-
la degli aggregati, del rapporto acqua/cemento, delle condizioni di manipo-
lazione e posa in opera, delle modalità di conservazione, e, sembra in misu-
ra assai notevole, delle condizioni climatiche di ambiente, per cui è impor-
tassimo, specie nella stagione calda, proteggere e mantenere bagnati i getti,
almeno per un certo periodo.
Per le opere esposte liberamente all'aria esterna, tende a prodursi una
specie di compensazione tra il ritiro e le dilatazioni termiche, in quanto, a
causa dell'essiccamento che accompagna generalmente l'elevarsi della tem-
176

peratura, la dilatazione termica tende ad essere compensata dalla contrazio-


ne di ritiro; mentre l'inverso avviene all'abbassarsi della temperatura, poiché
allora le influenze igrometriche possono ridurre notevolmente le contrazio-
ni termiche.
Da prove eseguite, si è potuto dedurre che per ridurre gli effetti del ri-
tiro è necessario impiegare cementi a debole ritiro ed ad alta resistenza alla
trazione (in particolare i cementi ordinari), ridurre al massimo le percen-
tuali di acqua, usare una granulometria bene appropriata per ottenere un
calcestruzzo compatto (avendo presente che sono nocivi gli elementi più
fini), preferire il pietrisco duro a superfici rugose, mantenere umido il get-
to per tre o quattro settimane, evitare i bruschi cambiamenti di temperatu-
ra e l'azione del sole e del vento, ed infine proteggere il getto con un into-
naco elastico, tipo il bitume.
Altro fenomeno in certo qual modo concomitante col ritiro e posto in
evidenza in tempi relativamente recenti è quello dell'"assestamento plasti-
co", chiamato anche più impropriamente fluidità o "Flauge", cioè del len-
to progredire delle deformazioni sotto l'azione continuata dei carichi.
In Fig. 10.26 sono riportati comparativamente i diagrammi di anda-
mento nel tempo dei fenomeni di ritiro e di assestamento plastico.

Fig. 10..26

Quest'ultimo è stato particolarmente studiato da Freyssinet, il quale


ha trovato che le deformazioni lente per effetto di una lunga continuità di
carico sarebbero rappresentabili mediante una legge esponenziale e posso-
no raggiungere, dopo diversi anni, il quadruplo delle deformazioni elastiche
originarie.
Il fenomeno comunque è molto complesso ed imperfettamente reversi-
bile: esso diminuisce con l'aumentare della dosatura di cemento, dell'età
del calcestruzzo al momento della messa in tensione, dell'umidità dell'aria
ambiente, della percentuale d'armatura, ecc..
Sembra anche che tale fenomeno produca un abbassamento del modulo
di elasticità, onde esso tenderebbe ad attenuare gli effetti del ritiro e delle
variazioni termiche. Il Graf, inoltre, su esperienze condotte su pilastri, ha tro-
177

vato che non solo la deformazione cresce per lungo tempo, ma si modifica
la ripartizione del carico con aumento della sollecitazione del ferro e note-
vole diminuzione di quella del calcestruzzo.
Notiamo infine che il regolamento italiano prescrive l'adozione di un
coefficiente di dilatazione lineare uguale a 0,00001 (od al valore più esatto
che risultasse da una diretta valutazione sperimentale) nelle strutture iper-
statiche in cui si deve tener conto degli effetti termici ed assimilare l'effet-
to prodotto dal ritiro del conglomerato, in mancanza di più esatta valuta-
zione sperimentale, ad una diminuzione di temperatura da 20° a 10° in
relazione alla percentuale di armatura, variabile dall'1% al 2%. Prescrive
infine, nelle costruzioni di grandi dimensioni, l'adozione di giunti di dilata-
zione a distanza non maggiore di mi 50 (R.D. 16/11/1939), quando sia ef-
fettuato un calcolo completo degli effetti indotti dalle variazioni termiche
e dal ritiro, a distanza non maggiore di mi 40 in caso contrario.

Resistenza del calcestruzzo

La quasi totalità dei materiali da costruzioni può esser controllata nella


sua qualità e resistenza prima della posa in opera (acciai, mattoni, legnami,
pavimenti, ecc.).
Viceversa, la qualità e la resistenza del calcestruzzo può esser accertata
solo quando la massa fluida del conglomerato si è indurita ed ha esaurito
il fenomeno della presa e, cioè, almeno 28 gg. dopo il getto delle strutture.
Si conosce, quindi, la resistenza effettiva del calcestruzzo solo dopo
28 gg. dal getto quando i lavori di costruzione possono esser progrediti di
molto.
Le cause della cattiva resistenza del calcestruzzo possono esser le più
svariate e, pertanto, è necessario un continuo e costante (se pur tardivo)
controllo della qualità del calcestruzzo facendo numerosi e continui prelie-
vi di cubetti che, a maturazione avvenuta, verranno provati per saggiare la
qualità e la resistenza del calcestruzzo.
Ogni prelievo di campioni consiste nel predisporre due cubetti confe-
zionati con lo stesso calcestruzzo posto in opera. Il prelievo deve esser fatto
in contraddittorio fra l'appaltatore ed il committente o fra i loro rappresen-
tanti (direttore di cantiere e direttore dei lavori).
I risultati delle prove cubiche a compressione (che sono le più signifi-
cative) sono influenzati dalle dimensioni dei provini che al crescere delle di-
mensioni — a parità di qualità di calcestruzzo — denunciano resistenze uni-
tarie inferiori.
Secondo il Geheber — pur usando lo stesso calcestruzzo — si hanno,
a seconda delle dimensioni del cubetto (o provino) le seguenti resistenze
percentuali considerando 100 la resistenza di un cubetto di 20 cm di spigolo.
178

Pertanto — per avere dati comparabili — il regolamento italiano preve-


de che le dimensioni dei provini siano unificate e siano in precisa relazio-
ne con le massime dimensioni degli inerti come è previsto dalla norma de-
finitiva (e non più sperimentale) UNI 6130-72.

* Temporaneamente è ammesso anche l'uso di provini con lato di 16 cm.

I provini devono esser confezionati in cantiere entro forme metalliche


prelevando il conglomerato dall'impasto all'atto del getto nelle casseforme.
II conglomerato da provare deve esser posto nelle forme di tre strati di
circa egual spessore e deve esser costipato a mano con l'aiuto di un tondino
metallico del diametro di 10 mm fino a quando l'acqua affiori in superficie.
I provini si liberano dalle forme 48 ore dopo la confezione (o dopo 24
ore quando il legante sia cemento alluminoso) e si fanno maturate fino al set-
timo giorno sotto sabbia mantenuta umida; quindi vengono inviati ai labo-
ratori ufficiali di prova.
La prova viene, di norma, eseguita dopo 28 gg.; se particolarmente ri-
chiesto anche dopo 7 o 14 gg..
Per poter aver un risultato attendibile per ogni tipo di calcestruzzo si
devono tener separati i cubetti di prova ed i rispettivi risultati per getti di
calcestruzzi omogenei.
II conglomerato per il getto delle strutture di un'opera si considera
omogeneo se la miscela viene confezionata con i componenti aventi essen-
zialmente le stesse caratteristiche di qualità e se i rapporti qualitativi tra i
componenti, le attrezzature e le modalità di confezione restano pratica-
mente invariati.
Si è già detto che ogni prelievo consiste nel confezionamento di due
cubetti aventi le dimensioni proporzionate agli inerti.
E' detta "resistenza di prelievo" (Rm ), ed è espressa in kg/cm 2 , la me-
dia della resistenza a compressione di due cubetti costituenti un prelievo.
E' detta "resistenza media di partita omogenea" (RM) la media arit-
metica delle varie resistenze di prelievo.
In prima approssimazione la resistenza media di partita omogenea po-
179

trebbe indicare il valore medio di resistenza a compressione di una partita


di calcestruzzo omogeneo.
Ma il regolamento italiano ha voluto introdurre dei correttivi che ri-
ducono questa resistenza media per partita omogenea, per ottenere la così
detta "resistenza caratteristica'' Rbk che determina la classe dei calce-
struzzi (Allegato 2 del D.M. 6 giugno 1976).
Questi correttivi variano a seconda del numero dei prelievi.

A) Prelievi in numero maggiore di 30

Se il numero dei prelievi è maggiore di trenta la resistenza caratteristi-


ca è data dalla seguente formula:

(A)

nella quale

la media aritmetica delle resistenze di prelievo;

lo scarto quadratico medio ;

n = il numero dei prelievi effettuati;


k = un coefficiente che, nel caso di un numero di prelievi non inferiore
a 30 può essere assunto con sufficiente approssimazione eguale al
valore 1,64 corrispondente ad un numero elevatissimo di prelievi.

Nel caso che il valore dello scarto quadratico risultasse inferiore a 20,
nella predetta formula (A) dovrà essere introdotto il valore di 20.

B) Numero di prelievi da 10 a 29

Il procedimento statistico per determinare la resistenza caratteristica


di un calcestruzzo omogeneo, può essere esteso, con approssimazione ac-
cettabile, anche al caso di un numero di prelievi compreso tra 10 e 29.
La formula (A) può esser ancora ritenuta valida assegnando al coef-
ficiente K i valori seguenti:

Anche nel caso di un numero di prelievi compreso tra 10 e 29 il valore 5


180

dello scarto quadratico medio da introdurre nella (A) non deve esser minore
di 20 kg/m 2 .

C) Numero dì prelievi da 3 a 9

Nel caso che il numero dei prelievi sia compreso fra 3 e 9 la resistenza
caratteristica viene assunta eguale al "minore" dei seguenti due valori:
1) Valore minimo delle medie aritmetiche mobili delle resistenze di
prelievo, prese a gruppi di tre, diminuito di 70 kg/cm 2 . (Per medie aritme-
tiche mobili delle resistenze di prelievo si intende la serie di valori medi di
tutti i gruppi di tre prelievi successivi, cioè la media aritmetica della l a , 2a
e 3a resistenza di prelievo, quindi della 2 a , 3a e 4a e così via fino alla 7 a ,
8a e 9a o fino a comprendere l'ultima resistenza di prelievo). L'ordine dei
prelievi è quello che risulta dalla data di confezione dei provini, corrispon-
dente alla rigorosa successione dei relativi getti.
2) Valore minimo delle resistenze di prelievo.

D) Numero di prelievi minori di quello necessario

Nelle costruzioni con meno di 100 m3 di conglomerato omogeneo, se


il numero dei prelievi è minore di quello necessario a definire la resistenza
caratteristica con i metodi sopra indicati, si dovrà comunque controllare,
almeno con un prelievo che la resistenza media sia maggiore di 225 kg/cm 2
e si assumeranno le tensioni ammissibili corrispondenti ad una resistenza
caratteristica convenzionale RBK = 150 kg/cm 2 .
(Punto 2.3 del D.M. 30 maggio 1974).

Classe dei calcestruzzi

Si definisce "classe del conglomerato" il valore, espresso in kg/cm 2 , del-


la resistenza caratteristica a 28 gg. di maturazione, come sopra calcolata.
Si hanno, pertanto, classi di calcestruzzo 150 - 200 - 250 - 300 - 400 -
500 kg/cm 2 .
Per strutture armate non è ammesso l'impiego di conglomerato con re-
sistenza caratteristica minore di 150 kg/cm 2 .
Nei calcoli statici non potrà esser presa in conto una resistenza caratte-
ristica superiori a 500 kg/cm 2 .
Per poter adottare nei calcoli resistenze caratteristiche maggiori di 400
kg/cm2 si richiedono controlli statici sia preliminari che in corso d'impiego
e calcolazioni accurate della struttura.
Il progettista delle strutture, nei suoi elaborati, dovrà indicare in modo
chiaro e preciso la classe del conglomerato che l'impresa deve fornire.
181

Tensioni ammissibili

In funzione della resistenza caratteristica del conglomerato si determi-


nano le tensioni ammissibili e cioè quei valori massimi che possono essere
indotti nelle strutture :
1) Per travi, solette e pilastri soggetti a flessione o presso-flessione lo
sforzo massimo ammissibile è pari a

2) Per elementi calcolati a pressione semplice il predetto valore viene


ridotto del 30%.
3) Per travi con soletta collaborante il valore della formula viene ri-
dotto del 10%.
4) In mancanza di diretta sperimentazione il valore medio della re-
sistenza a trazione semplice (assiale) può esser assunta pari a (punto 2.1.2
del D.M. 26/3/1980):

5) In mancanza di sperimentazione diretta e con esclusione dei calce-


struzzi maturati a valore, il modulo elastico istantaneo può essere assunto
(punto 2.1.3 del D.M. 26/3/1980)

6) In mancanza di sperimentazione diretta il coefficiente di dilatazio-


ne può esser assunto pari a 0,00001 al grado centigrado (punto 2.1.5 del
D.M. 26/3/1980).
7) Gli sforzi unitari di taglio ammissibili sono caratterizzati da due va-
lori: (Punto 2.4 del D.M. 16/6/1976). Al di sotto del valore:

non è richiesta la verifica delle armature al taglio ed alla torsione.


In ogni caso nelle travi dovranno esser poste almeno tre staffe per una
sezione complessiva non inferiore a 3 cm2 /m e comunque distanziate di non
più di 0,8 volte l'altezza della trave.
Superato il predetto valore di sforzo unitario di taglio e fino al valore

gli sforzi di taglio (tangenziali) devono essere interamente assorbiti da arma-


ture metalliche affidando alle staffe non meno del 40% dello sforzo globale
discorrimento.
182

Se il predetto valore di dovesse esser superato, è necessario cambia-


re sezione della struttura perché, per valori così elevati di sforzi unitari di
taglio, il regolamento vieta di sopperire ad esso con armature metalliche.

Controllo di qualità del conglomerato

Sia prima che durante l'esecuzione di opere in calcestruzzo è prescrit-


to che vengano eseguiti controlli di qualità del conglomerato (allegato 2 del
D.M. 26/3/1980) allo scopo di accertare che il conglomerato realizzato ab-
bia la resistenza caratteristica non inferiore a quella richiesta dal progetto.
Si hanno i seguenti tipi di controllo :
— studio preliminare di qualificazione e resistenza;
— controlli di accettazione che il direttore dei lavori deve compiere
con il controllo di tipo A o, in alternativa, per costruzioni con più di 1500
m3 di conglomerato, con il controllo statistico di tipo B;
— prove complementari da eseguire, se necessario, nel caso che le pro-
ve di accettazione non avessero dato risultati favorevoli. Le prove comple-
menfari hanno lo scopo di accertare se il calcestruzzo giudicato di qualità
inferiore a quella prevista, possa esser accettato o, comunque, utilizzato.

Valutazione preliminare della qualità e resistenza

Prima dell'inizio di una produzione di serie o della costruzione di


un'opera, il costruttore deve valutare la resistenza caratteristica per cia-
scuna miscela omogenea di conglomerato.
Questa valutazione può esser fatta sia sulla scorta di esperienze acqui-
site, sia su valutazioni sperimentali statistiche oppure con entrambi i modi.
Il costruttore resta comunque responsabile della valutazione effettuata.

Controlli di accettazione

Durante l'esecuzione dell'opera il direttore dei lavori deve procedere


alle prove di accettazione del conglomerato sia esso confezionato in can-
tiere o preconfezionato.
L'allegato 2 del D.M. del 26/3/1980 prevede precise modalità di accet-
tazione del calcestruzzo per ogni partita di 300 m3 di calcestruzzo omo-
geneo (controllo di tipo A).
Solo per le costruzioni con oltre 1500 m3 di calcestruzzo omogeneo
si possono adottare, in alternativa, altre modalità di controllo (controllo
di tipo B).
183

Controllo di tipo A

Il controllo di tipo A prevede che per ogni partita di 300 m3 di conglo-


merato omogeneo vengano eseguiti prelievi di due cubetti ciascuno per ogni
100 m3 di getto e, in ogni caso, ogni giorno di getto.
Di conseguenza se ogni giorno si eseguissero solo 50 m3 di getto si do-
vranno effettuare almeno sei prelievi.
Se, viceversa, in un sol giorno, dovessero esser collocati in opera più di
100 m3 di conglomerato, i prelievi giornalieri dovranno esser aumentati in
modo da avere almeno un prelievo ogni 100 m3 di conglomerato posto in
opera e per ogni ulteriore frazione di 100 m 3 .
Si indichino con:
— le resistenze dei singoli prelievi;
— Rm la media aritmetica delle resistenze di tutti i prelievi;
— Rbk la resistenza caratteristica del calcestruzzo indicata dal proget-
tista.
Il controllo di accettazione è positivo ed il quantitativo di conglomera-
to può esser accettato se risultano verificate entrambe le seguenti disegua-
glianze:

Per le costruzioni con meno di 100 m3 di calcestruzzo omogeneo non vi


è obbligo di prelievo giornaliero, ma è egualmente necessario procedere a
tre distinti prelievi di due cubetti ciascuno per vagliarne l'accettabilità se-
condo le prescrizioni previste dal controllo di tipo A.

Controllo di tipo B
In alternativa al precedente tipo di controllo e soltanto per partite di
calcestruzzo omogeneo superiori a 1500 m 3 , si può adottare un sistema di
controllo di tipo statistico {controllo di tipo B). Per questo tipo di controllo
è necessario effettuare almeno un prelievo per ogni 100 m3 di getto e, in o-
gni caso, per ogni giorno di getto; così se ogni giorno venissero collocati in
opera 50 m3 di conglomerato è necessario procedere complessivamente a
trenta prelievi.
In ogni caso, però, il numero dei prelievi non può essere inferiore a
quindici. Pertanto, se in un giorno venissero gettati più di 100 m3 di con-
glomerato è necessario, per quel giorno, procedere a più prelievi e, preci-
samente, ad un prelievo ogni 100 m3 di calcestruzzo e per ogni ulteriore
frazione di 100 m 3 .
Il controllo è positivo e la partita di calcestruzzo può essere accettata,
184

quando risultino verificate entrambe le seguenti diseguaglianze

essendo:
Rm — la resistenza media dei quindici o più prelievi;
s = lo scarto quadratico medio dei quindici o più prelievi;
Rbk = la resistenza caratteristica del calcestruzzo prescritta nel progetto
statico ;
R1 = la resistenza minore dei quindici o più prelievi.

Se i risultati delle prove di accettazione, accertati con uno dei metodi


A o B sopraindicati, non dovessero esser conformi alle qualità prescritte per
il calcestruzzo, è necessario procedere (cfr. allegato 2 del D.M. 26/3/1980)
a controlli sperimentali e/o a controlli teorici che possano fornire la tran-
quillante sicurezza della staticità dell'opera anche se confezionata con cal-
cestruzzo le cui caratteristiche e la cui resistenza siano inferiori a quelle
previste dai calcoli statici.
I controlli sperimentali consistono nel rinnovo delle prove a compres-
sione su campioni di calcestruzzo indurito in opera e prelevati nel modo più
indisturbato possibile (carotaggi, prelievi di grossi blocchi che poi vengono
ridotti in cubetti con seghe a filo, ecc.) secondo le norme UNI 6131-72.
II rinnovo della prova a compressione trova la sua giustificazione in
un eventuale e possibile ritardo di presa (cemento a lenta presa, non idonea
confezione o conservazione dei cubetti, avversità atmosferiche, ecc.).
Se le nuove prove danno risultati accettabili secondo i criteri sopra in-
dicati la partita può esser accettata.
I controlli teorici consistono essenzialmente in una più affinata rical-
colazione delle strutture eventualmente con diverse (ma sempre realistiche)
ipotesi di comportamento statico della struttura.
Se la accurata ricalcolazione dovesse accertare che la minor qualità del
calcestruzzo può esser compatibile — secondo le norme regolamentari e in
tutta sicurezza — con le sollecitazioni massime che possono esser indotte nel
calcestruzzo nelle peggiori condizioni di carico, la partita può esser accettata.
E' consigliabile che un direttore dei lavori attento e scrupoloso, dopo il
favorevole esito dei controlli teorici e/o sperimentali, per sua maggior tran-
quillità, proceda, con ogni prudenza, ad accurate prove di carico delle strut-
ture eseguite con il calcestruzzo sospetto.
Se le verifiche teoriche e/o sperimentali non fossero possibili ovvero se
i risultati delle indagini non risultassero del tutto rassicuranti si potrà:
— dequalificare l'opera (prescrivere carichi accidentali minori dei pre-
visti, ecc.);
185

— eseguire ben studiate opere di consolidamento;


— demolire l'opera.
E' chiaro che l'Impresa esecutrice delle opere è l'unica responsabile
della non idoneità del calcestruzzo e che a lei sono imputabili tutti i danni
per la dequalificazione dell'opera, per l'esecuzione dei rinforzi o per la sua
demolizione.
I predetti controlli di accettazione del calcestruzzo sono egualmente
validi per il calcestruzzo confezionato in cantiere e per i calcestruzzi precon-
fezionati in appositi impianti e poi trasportati nei cantieri di utilizzo.
Per questo secondo caso è da escludere che i controlli possano esser
effettuati presso gli impianti di preconfezìonamento ma è obbligatorio che
vengano effettuati nei cantieri di utilizzo precedendo al prelievo del calce-
struzzo all'atto del getto o, meglio, prelevandolo dalla massa di calcestruz-
zo appena immessa nelle casseforme (Norme UNI 6126-72).
II prelievo in cantiere di utilizzo deve essere eseguito in contraddittorio
fra il direttore dei lavori e l'appaltatore (o loro rappresentanti) e deve esser
verbalizzato riportando ogni circostanza obbiettiva (data, ora e cantiere di
prelievo, struttura per la quale è stato utilizzato il calcestruzzo, numero e si-
gla del prelievo, composizione del calcestruzzo, provenienza del prelievo,
ecc.).

Calcestruzzi leggeri

Per l'esecuzione di elementi costruttivi non destinati a compiti statici


(sottofondi, tramezze, murature di tamponamento, blocchi parete, ecc.)
si usano talvolta dei calcestruzzi che si differenziano da quelli ordinari per
un minore peso specifico apparente e più alto grado di isolamento termico ed
acustico.
Si distinguono essenzialmente due tipi di conglomerati leggeri: quelli
ottenuti con l'impiego di inerti porosi e quelli in cui la porosità è ottenuta
mescolando all'impasto sostanze che rigonfiando lasciano il getto dissemi-
nato di piccole cavità.
Al primo tipo appartengono:
— il "calcestruzzo dì pomice", ottenuto impastando con cemento il
solo granulato di pomice (elementi fra 2 e 12 mm) oppure aggiungendo an-
che della sabbia; la dosatura di cemento è di 200 kg/m 3 .
Il peso si aggira sugli 800-900 kg/m 3 senza sabbia, sui 1000-1300 kg/m 3
con sabbia. Il carico di rottura, atre, quattro mesi di maturazione, si può ri-
tenere intorno ai 10-30 kg/cm 2 senza sabbia, ed ai 30-70 kg/cm 2 con sabbia.
Gli impasti vengono eseguiti con percentuali d'acqua elevate per evitare
che l'assorbimento della pomice privi il legante dell'acqua necessaria alla
presa, oppure usando granulato di pomice saturo d'acqua.
Una parete di calcestruzzo di pomice dello spessore di cm 13,5 dà lo
186

stesso isolamento termico di una parete di mattoni pieni dello spessore di


cm 40, con un rapporto in peso 1:5;
— il "calcestruzzo di scorie", ottenuto impiegando come inerti scorie
d'alto forno, che danno un granulato con elementi angolari. Peso specifico
apparente fra i 1000 e 2000 kg/m 3 a seconda della percentuale di sabbia; le
resistenze sono paragonabili a quelle dei conglomerati di pomice;
— il "calcestruzzo di vermiculite", materiale risultante dall'alterazione
della mica nera. Questa allo stato naturale si presenta in masse più o meno
compatte che si disgregano in scaglie lucenti; sottoposta a riscaldamento,
ogni scaglia si sfalda in innumerevoli scagliette e poi si rompe in granuli o
fiocchi somiglianti ai granuli di sughero espanso.
Il peso specifico apparente del tipo espanso varia dai 150 ai 350 kg/m 3 .
Con acqua e cemento costituisce un impasto con forte potere isolante; le
principali applicazioni riguardano l'isolamento termico di tetti piani, sotto-
fondi per pavimenti, murature antiacustiche, ecc.;
— il "calcestruzzo di argilla espansa", materiale risultante dall'altera-
zione dell'argilla sottoposta a riscaldamento, presentatesi in granuli marro-
ne tipo ghiaietto. Ha le stesse caratteristiche dei calcestruzzi di pomice e di
vermiculite, e le stesse applicazioni, con la particolarità che i granuli di ar-
gilla espansa, a differenza di quelli della pomice o della vermiculite, presen-
tano notevole resistenza, conferendone quindi anche al conglomerato risul-
tante (Con calcestruzzo di argilla espansa si eseguono anche strutture).
Fra i calcestruzzi del secondo tipo si possono ricordare:
— il "gasbeton" e "V"aereokret", che si ottengono mescolando alla
pasta o alla malta di cemento con un tenore d'acqua molto alto (circa il
50%) polvere di alluminio in misura varia fra il 10 e il 25%.
L'alluminio, combinandosi con l'idrato di calcio, libera l'idrogeno che
pervade la massa di minutissime bolle. Il peso specifico è di 280 kg/m 3 . E'
un ottimo isolante termico ed acustico;
— la "cellulite" (Zellenbeton), proveniente dalla mescolanza della pa-
sta o della malta cementizia con una schiuma di sapone che viene preparata
a parte in una macchina staffilatrice connessa alla mescolatrice del calce-
struzzo; le bollicine della schiuma si diffondono nella massa e danno luogo
a miriadi di cavità sferoidali.
Se l'impasto del cemento ha luogo senza sabbia si ottiene un calcestruz-
zo avente un peso di 300-400 kg/m 3 , largamente usato come isolante termi-
co. Il peso è di 700 1200 kg/m 3 per conglomerati impastati con sabbia
e a cui debba essere affidata anche una funzione statica di modesta entità.
Resistenza alla compressione 6 12 kg/cm2 nel primo caso, 10 40
2
kg/cm nel secondo;
— lo "spugnocemento", conglomerato poroso composto da cemento
e sabbia silicea in proporzioni varie. Ha le stesse caratteristiche ed applica-
zioni dei conglomerati su menzionati.
187

Giunti di dilatazione

Si è già detto che il coefficiente di dilatazione del calcestruzzo è da


assumere pari a 0,00001 metri per grado centigrado.
Pertanto un elemento in calcestruzzo lungo 40 metri, sotto uno sbalzo
di temperatura di 30°C, ha una escursione di ben 1,20 cm. Di conseguenza
fabbricati in calcestruzzo che abbiano una lunghezza dai 40 ai 50 metri de-
vono essere interrotti da "giunti di dilatazione'" per evitare la loro rottura
o fessurazione.
I giunti di dilatazione sono dei veri e propri tagli della struttura tali da
lasciare un intervallo di circa 2 cm.
Possono esser realizzati eseguendo su di un unico plinto, non uno ma
due pilastri in calcestruzzo indipendenti fra loro e di creare un analogo giun-
to sui solai e sulle travi (Fig. 10.27).
I due pilastri che formano il giunto possono esser gettati in un unico
cassero diviso da un setto di polistirolo espanso e aventi ciascuno una pro-
pria armatura metallica indipendente.
A disarmo avvenuto il polistirolo può esser eliminato con l'uso di un
ferro caldo.
Lo spazio tra i due pilastri potrà esser saturato con prodotti plastici
per evitare il passaggio d'acqua piovana o insetti, o potrà esser chiuso con
lamierino a V in rame (Fig. 10.27).
Un sistema meno usato in edilizia (ma più comune per i ponti) è quel-
lo d'interrompere le travi ove si verifica l'inversione del momento creando
degli appoggi e introducendo tra i due monconi di trave del materiale (per
es. neoprene) che ne faciliti il reciproco scorrimento (Fig. 10.28).
Naturalmente l'eventuale rivestimento (in marmo o clinker) della fac-
ciata dovrà esser interrotto lungo il giunto di dilatazione e così anche l'in-
tonaco, le grondaie, eventuali tubi di impianti, ecc.

L'armatura metallica

L'armatura metallica più comunemente usata per le armature delle co-


struzioni in cemento armato può essere costituita da:
a) barre "tonde liscie", tipo Fe B 22 K ed Fe B 32 K, con una ten-
sione caratteristica di snervamento rispettivamente non minore di 22
kg/mm 2 e 32 kg/mm 2 ;
b) barre "ad aderenza migliorata", tipo Fe B 38 K ed Fe 44 K, con una
tensione caratteristica di snervamento rispettivamente non minore di 38
kg/mm 2 e di 44 kg/mm 2 ; questi acciai si differenziano dagli acciai in barre
liscie per le particolarità di forma atte ad aumentare l'aderenza al conglome-
rato cementizio, e sono caratterizzati dal diametro d della barra tonda equi-
pensante.
188

Fig. 10.27 - Giunto di dilatazione formato da due pilastri accostati.


189

Fig. 10.28 - Giunto di dilatazione su travi.

Particolare importanza comunque, nella determinazione del carico limi-


te ammissibile per gli acciai, riveste, più che il carico di rottura, il carico di
snervamento, che, in un diagramma carico-allungamento (Fig. 10.29) può es-
sere identificato nel punto S, in cui vi è un brusco passaggio della curva da
funzione pressocché lineare a curva esponenziale.

Fig. 10.29

Di norma, la tensione ammissibile per un dato tipo di acciaio non de-


ve mai superare il 55 65% del carico di snervamento.
190

Le tensioni caratteristiche e di rottura per classificare gli acciai nonché


gli sforzi massimi ai quali possono esser assoggettati i vari tipi di acciaio sono
indicati nel seguente prospetto e sono espressi in kg/cm 2 .
Si intende per acciaio controllato in stabilimento quell'acciaio che è
stato prelevato — senza preavviso — in ferriera e viene provato per distinte
colate, da un Istituto ufficiale di prove dei materiali che ne certifica le ca-
ratteristiche .

Per acciai con tensioni di esercizio (K amm) tra 1900 e 220 kg/cm 2
si deve usare conglomerato di classe maggiore o eguale a 200 ; per tensioni
superiori a 2200 kg/cm 2 si deve impiegare conglomerato di classe maggiore
o eguale a 250 kg/cm2 (Punto 2.5.2.3 del D.M. 30 maggio 1974).

Controllo di accettazione

Il controllo di accettazione per gli acciai da calcestruzzo non controlla-


to in stabilimento, è obbligatorio.
Per i materiali non controllati in stabilimento, da ogni partita si devono
prelevare almeno tre spezzoni (lunghi circa 120 mm) per ogni diametro e li
si devono inviare, per la prova, a laboratori ufficiali autorizzati.
A norma del punto 2.2.8.3 della prima parte del D.M. 26 marzo 1980,
il controllo di accettazione è positivo e la partita può essere accettata se,
per ciascun diametro venga accertato contemporaneamente che:
191

— la media aritmetica dei valori delle prove a snervamento ridotta di


350 kgf/cm 2 , è almeno eguale alla minima tensione caratteristica di snerva-
mento relativa al tipo di acciaio oggetto della prova;
— la media aritmetica dei valori delle prove a rottura, ridotta di 450
kgf/cm 2 , è almeno pari alla minima tensione caratteristica di rottura relati-
va al tipo di acciaio oggetto della prova.
Nel caso che il risultato delle prove dovesse indicare valori inferiori ai
minimi previsti, il direttore dei lavori disporrà la ripetizione della prova su
ulteriori tre spezzoni per ciascuno dei diametri che non abbiano dato risul-
tati accettabili.
Il risultato della prova sarà considerato positivo soltanto se la media
aritmetica fra i primi tre risultati ed i successivi tre risultati, ridotti di 350
kgf/cm2 per lo snervamento è di 450 kgf/cm2 per la rottura, raggiunga i
valori minimi di tensione caratteristica o di rottura relativi al tipo di acciaio
oggetto della prova.
In questa ipotesi la partita può essere accettata; diversamente dovrà
esser rifiutata.

Aderenza dell'armatura al conglomerato

Particolare importanza, nell'accoppiamento fra.acciaio e calcestruzzo,


ha l'aderenza che si realizza fra i due materiali, così che la loro unione ri-
sulta intima e la loro collaborazione sicura.
La resistenza che si oppone allo sfilamento di un tondino di acciaio
immerso in un getto è dovuta in parte all'aderenza, in parte all'attrito che
si manifesta con l'incipiente moto relativo ed in relazione alla pressione
esercitata dal getto in seguito al ritiro, ed in parte infine vi contribuiscono
pure le imperfezioni di forma della barra (acciai ad aderenza migliorata).
" La resistenza si valuta globalmente e si riferisce all'area della superfi-
cie di contatto (Fig. 10.30).

Fig. 10.30

Se p è il perimetro ed / la lunghezza del tondino immerso, e P la forza


massima che provoca lo sfilamento, la resistenza specifica vale:
192

Poiché , e supposta una ripartizione unifor-


me, risulta come minimo valore di l necessario affinché l'aderenza possa equi-
librare la trazione fino al valore massimo

La resistenza allo sfilamento t, da 15 20 kg/cm 2 per tondi di grande


diametro, raggiunge i 40 50 kg/cm2 per i tondini di diametro più piccolo.
Inoltre essa passa mediamente da 33 kg/cm 2 per ferri arruginiti a circa 23
kg/cm 2 per ferri di ruvidità normale, e si abbassa a 10 15 kg/cm 2 per ferri
a superficie liscia.
La resistenza di aderenza cresce per saggi maturati in acqua e con il ca-
rico di schiacciamento, ed è influenzata dalla disposizione dell'armatura cir-
costante.
La resistenza allo sfilamento si abbassa notevolmente per i ferri che pre-
sentino foglie di laminazione o di ruggine, che siano verniciati, polverosi o
sporchi di grasso. Tracce di ruggine bene aderente alla superficie conferisco-
no a questa una certa ruvidità che migliora l'aderenza.
Talvolta per aumentare l'aderenza (in particolare nelle riprese di un
getto), si spalmano i ferri con "boiacca" (pasta di acqua e cemento); occorre
però che lo strato formatosi non si stacchi dai ferri, asciugandosi troppo ra-
pidamente, perché allora il provvedimento risulterebbe dannoso.
L'aderenza, o resistenza allo scorrimento reciproco dei due materiali,
assicura la trasmissione degli sforzi dall'uno all'altro e la uguaglianza delle
loro deformazioni. L'aderenza fa sì che il calcestruzzo possa seguire, senza
rompersi, allungamenti superiori a quelli che potrebbe sopportare se non
fosse armato. In effetti la presenza dell'armatura provoca dei fenomeni di
stiramento per i quali il calcestruzzo segue plasticamente gli allungamenti
di essa. Tale fenomeno è noto sotto il nome di "legge di Considère".
Una efficacia notevole sulla aderenza esercitano anche le staffe, special-
mente se, anziché trovarsi a contatto con l'armatura tesa, ne disfano alquan-
to, in modo da costituire una parziale cerchiatura della medesima.
Influenza particolarmente importante nei riguardi dell'aderenza è da
attribuire alla buona qualità del calcestruzzo, alla sua compattezza, alla sua
resistenza a trazione, e, soprattutto, alla perfezione del suo inviluppo delle
armature, onde si può dire che la "pastosità" di posa in opera del calcestruz-
zo rappresenta una condizione di massima importanza a questo riguardo, e
sembra che, pur di raggiungere un perfetto rivestimento dell'armatura, si
possa ben tollerare un qualche eccesso di acqua di impasto, quando pur non
si voglia ricorrere alla vibrazione o ad altri moderni sistemi atti ad ottenere
una buona lavorabilità del calcestruzzo senza eccedere nel dosaggio dell'ac-
193

qua.
I controlli di aderenza sono regolamentati dall'allegato 6 del D.M. 26
marzo 1980.
Sotto l'azione di sforzi ripetuti, e specialmente per ferri di grosso dia-
metro, l'aderenza non sempre offre una sufficiente garanzia contro possi-
bili scorrimenti di un elemento rispetto all'altro; per sicurezza quindi, il re-
golamento prescrive, per barre tonde liscie, che i ferri vengano risvoltati
ad uncino alle estremità.
Tale uncino deve essere piegato a semicerchio (Fig. 10.3 la), con luce in-
terna uguale a 5 volte il diametro del ferro; è inoltre opportuno (proposta
del Considère) che la parte rettilinea del gancio sia sufficientemente lun-
ga, onde moderare la dissimetria nella distribuzione della pressione radia-
le in corrispondenza della curva, e con essa la tendenza del gancio ad aprirsi. E'
necessario inoltre che i ferri, quando non più necessari per l'armatura resisten-
te, vengano interrotti in zona compressa, e la lunghezza di ammarraggio nella
zona stessa deve essere di almeno 40 volte il diametro (Fig. 10.31b).
Per gli acciai ad aderenza migliorata, anziché l'uncino, è sufficiente
una piegatura a 30° ed un ammarraggio in zona compressa pari a 10 volte
di diametro (Fig. 10.3lc), comunque non minore di cm 15.
Generalmente ai ferri di armatura si dà un andamento rettilineo per
semplicità di posa in opera, e per garantire nel miglior modo la resistenza
alle sollecitazioni assiali. Per molti occorre tuttavia eseguire dei cambia-
menti di direzione (per assorbire gli sforzi di taglio, o per seguire la tensio-
ne di trazione nelle membrature, che da superiore può divenire inferiore,
o viceversa) e bisogna tener presente che ogni deviazione comporta una
azione laterale pari alla risultante degli sforzi nei due tronchi contigui, ri-
sultante che deve essere sopportata dal calcestruzzo, eventualmente coadiu-
vato dai ferri trasversali.
A tale fine il regolamento stabilisce che le piegature intermedie venga-
no eseguite con raccordo di raggio di curvatura pari a 6 volte il diametro
del tondino (Fig. 10.3 ld). Raccordi più dolci occorrono nei risvolti più sol-
lecitati (Punto 4.4 del D.M. 30/5/1972).
Se poi la risultante di un ferro sollecitato a trazione tende a raddrizzar-
lo, e questo armi un bordo concavo di risvolto, è buona regola sostituire cia-
scun ferro piegato con una coppia di ferri diritti ed incrociati che si pro-
traggono oltre l'incrocio fino a raggiungere preferibilmente la zona compres-
sa (Fig. 10.31c,f,g).
Nel disporre le armature metalliche per le costruzioni in cemento arma-
to, occorre spesso eseguire delle giunzioni, non essendo sempre possibile
fare uso di barre di un solo pezzo (normalmente in commercio si trovano
barre lunghe m 12 12,50). Per tali giunzioni si può provvedere mediante:
— sovrapposizione,
— manicotti filettati,
— saldatura.
194

Fig. 10.31a,b,c,d

Con la sovrapposizione, i ferri piegati ad uncino alle estremità si sovrap-


pongono per una lunghezza di almeno 40 diametri se si tratta di acciaio in
barre tonde liscie (Fig. 10.3Ih), o di 30 diametri per gli acciai ad aderenza
migliorata (Fig. 10.3 li). E' inammissibile la sovrapposizione per ferri di dia-
metro maggiore di 25 mm, e per qualunque diametro nel caso di nervature
195

Fig. 10.31e,f,g,h,i

tese, come catene o tiranti; può accettarsi invece per le pareti dei serbatoi
purché le giunzioni siano sfalsate e generalmente quando alla interruzione
sopperisca una barra addizionale.
La giunzione con manicotto filettato è l'unica consentita dal regola-
196

mento per i ferri delle membrature soggette a trazione pura. Naturalmente,


se la filettatura viene tagliata sul tondino, lo sforzo di questo deve essere
commisurato alla sezione del nucleo. Altrimenti si rifollano a caldo le estre-
mità dei tondini quando basta per ottenere una sezione resistente nella filet-
tatura almeno uguale a quella del tondino.
Oggi si usa già abbastanza largamente, e con ottimi risultati, la saldatu-
ra delle barre, specialmente conveniente quando si debbano formare degli
anelli per armatura di condotte, serbatoi cilindrici e simili, od armature per
ponti, ed in generale per travate o strutture di grandi dimensioni.
La saldatura viene fatta elettricamente all'arco o per resistenza elettri-
ca; possibile, ma molto meso usata, quella eseguita al cannello ossiacetile-
nico.
La migliore risulterebbe la saldatura a doppio coprigiunto(Fig. 10.3IL)
scarsamente usata però perché piuttosto onerosa; le più in uso sono quelle
per sovrapposizione (Fig. 10.3lm), che però, per la trasmissione eccentrica
degli sforzi, possono dar luogo ad azioni dirompenti nel conglomerato cir-
costante; per questa ragione sono preferibili le saldature a sovrapposizione
deviata (Fig. 10.3 In). Sono sconsigliabili le giunzioni di testa.
Da numerose esperienze eseguite sia a trazioni statiche che ripetute, si
può ritenere ottimo il comportamento delle giunzioni saldate: normalmen-
te infatti il cedimento si ha fuori saldatura.

Fig. 10.31 l,m,n

Copriferro, in ter ferro

Perché il ferro che arma il calcestruzzo possa esplicare tutta la sua re-
sistenza e possa esser protetto dalla corrosione è necessario che sia ricoper-
to da almeno 0,8 cm di calcestruzzo in caso di solette e di due centimetri
per travi e pilastri.
Questo ricoprimento del ferro con il calcestruzzo è detto "copriferro".
197

Per strutture in ambienti aggressivi (zone marine, officine con parti-


colari lavorazioni, ecc.) il copriferro deve esser maggiore e può raggiungere
i 3,5 4cm.
Inoltre fra le singole barre di armatura in acciaio si deve rispettare in
ogni direzione una distanza (interferro) eguale almeno a due centimetri o
una maggiore distanza pari al diametro dei ferri. L'interferro non solo per-
mette un più completo sfruttamento di ogni singola barra, ma consente di
poter gettare calcestruzzi con granulometria non eccessivamente piccola.

Disposizioni, preparazione e posa delle armature

Il peso di acciaio per m3 di getto varia dai 20 ai 50 kg nei getti nei qua-
li l'armatura ha solo scopo precauzionale contro le azioni termiche o di riti-
ro, dai 70 ai 200 kg circa nei getti armati veri e propri.
Di regola l'armatura consta:
a) di ferri di "resistenza", le cui sezioni vengono determinate col cal-
colo;
b) di ferri di "orditura", aventi lo scopo di facilitare la formazione del-
le gabbie metalliche {ferri di "montaggio"), per conferire a queste la neces-
saria rigidezza (staffe e legature), e di evitare concentrazioni di sforzi;
c) ferri di "riparazione" per ripartire i carichi concentrati su superfici
maggiori.
I diametri più comunemente impiegati nelle ordinarie costruzioni di
cemento armato sono :

per ferri di ripartizione e staffe;


per armature di solette;
per piccole nervature;
per pilastri, travi e nervature principali;
per travate di grandi dimensioni.

Soltanto in via eccezionale si impiegano barre di diametro superiore,


fino a 50 mm; non usate invece sono le barre di diametro dispari, eccezion
fatta per i diametri , usati però quasi esclusivamente nei can-
tieri di prefabbricazione o nella confezione di travetti di solaio.
Conviene limitare al massimo la varietà dei diametri da impiegare, per
ridurre lo sciupo di materiale. E' buona regola inoltre sfalsare alquanto le
giunzioni, di qualunque specie siano e farle capitare in corrispondenza alle
sezioni meno sollecitate.
I ferri delle solette si indicano per lo più in proiezione orizzontale; per
travi, nervature, pilastri ecc. si eseguono disegni particolareggiati, con se-
zioni longitudinali e trasversali.
Per ciascun elemento costruttivo viene allestita una "distinta dei ferri",
198

contenente una numerazione d'ordine, il diametro, la sagoma quotata, il


numero dei pezzi, la lunghezza di taglio e il peso teorico corrispondente.
La preparazione dell'armatura comporta le seguenti operazioni:
a) taglio delle barre alla lunghezza stabilita;
b) esecuzione delle uncinature terminale e degli eventuali pieghi in-
termedi;
c) montaggio.
Le prime due operazioni vengono normalmente eseguite a freddo per
i diametri fino al o 22, a caldo per diametri superiori.
Per il taglio si usano cesoie per lo più comandate a mano.
La piegatura può essere effettuata col "mordiglione" (Fig. 10.32a) e
con moderne macchine "piegabarre" azionate a motore (Fig. 10.32b). Il
perno C è fissato alla pistra di base e costituisce il punto di rotazione della
leva sulla quale si trova il perno B. Il fermo A è fissato alla piastra di base e
fornisce l'appoggio per il ferro da piegarsi. Per diminuire l'attrito i perni B
e C sono forniti di rulli girevoli, di cui quello infilato su C è ricambiabile
con diversi diametri.

Fig. 10.32

Casseforme e sostegni per il getto

Le "'casseforme" o "casseri" sono gli involucri entro i quali viene im-


messo l'impasto, perché si rassodi nella forma voluta. Esse sono sorret-
te dall'armatura di servizio, la quale è soggetta ai pesi del calcestruzzo
199

e delle casseforme, nonché ai sovraccarichi insistenti durante la costru-


zione.
Le casseforme vengono per lo più costruite con tavole di legno della
qualità meno pregiata, di spessore fra 25 e 40 mm e larghezza da 10 a 20 cm;
vanno preferiti in genere gli spessori maggiori che meno facilmente danno
luogo a rotture nel disarmo.
Le tavole vengono semplicemente accostate e collegate con traverse,
evitando però di serrarle eccessivamente, onde permettere il rigonfiamento
del legname causato dall'umidità del getto. Per getti destinati a rimanere
in vista, le tavole vengono piallate ed unte di olio o con un preparato disar-
mante, per facilitarne appunto il disarmo.
Per l'armatura di servizio si impiegano legni squadrati per correnti,
traverse e retti, tavole per i controventi. I collegamenti vengono effettuati
di regola con chiodi, viti, bulloni e legature con filo di ferro dolce e ricotto
del diametro di 2 mm.
Importante requisito dell'armatura provvisoria è che si possa procede-
re al suo disarmo con facilità e con il minor spreco di legname. I casseri dei
pilastri dovranno potersi rimuovere prima dei palchi di sostegno dei solai,
le sponde dei casseri prima delle travi prima dei fondi.
La cassaforma di un pilastro a sezione rettangolare (Fig. 10.33) è costi-
tuita da quattro fianchi mutualmente chiodati od avvitati in corrispondenza
degli spigoli; le pareti devono essere as-
sicurate contro la flessione con la dispo-
sizione di rinforzi trasversali, posti ogni
80 100 cm circa, mantenuti in sito con
tiranti bullonati o staffature regolabili.
Oggi trovano sempre maggior impiego
casseforme metalliche, costituite da la-
miera piana e profilati di ferro, che ven-
gono bloccate fra loro con speciali mor-
setti (cravatte).
I casseri dovrebbero presentare un
foro al piede di una delle pareti, attra-
verso il quale sia possibile allontanare,
prima di procedere al getto, il materia-
le eventualmente accumulatosi all'in- Fig. 10.33
terno.
Per mantenere la verticalità dei casseri si dispongono opportune contro-
ventature, formate da tavole, dette "briglie".
L'armatura delle ordinarie solette e dei solai gettati in opera (Fig.
10.34) consta di un tavolato sorretto da correnti di sezione 8x10 10x12
oppure da tavole disposte di costa di sezione 3x15, poste ad interasse di
circa 70 90 cm; i correnti sono a loro volta sorretti da traverse, e queste
da ritti a sezione tonda, cui sono collegate mediante coprigiunti chiodati.
200

Gli stessi poi sono convenientemente controventati.


Il fondo e i fianchi delle casseforme per travi e nervature (Fig. 10.35) si
compongono separatamente con tavole dello spessore di 2,5 cm, collegate

Fig. 10.34

con traversi a distanza di circa 1


m. Se l'altezza della trave è rile-
vante, sono necessari sbadacchi
trasversali interni, posti a metà
altezza, costituiti da listelli di le-
gno o torcigliari di filo di ferro;
questa disposizione poi è necessa-
ria nel caso di travi perimetrali,
per la parete esterna che non è
contrastata da sbadacchi fra una
trave e l'altra, o per travi isolate.
Se si tratta di trave per solai a
travetti prefabbricati, alle traver-
se di ciascun fianco si sovrappo-
ne longitudinalmente una tavola
destinata a fornire l'appoggio ap-
punto dei travetti di solaio.
E' opportuno che i casseri
siano disposti con una leggera
monta di almeno l'l%, per impe-
dire che rimangano, dopo il getto,
avvallamenti dovuti a cedimenti
dei ritti di sostegno.
Tali sistemi di sostegno, sia Fig. 10.35
201

per solette che per solai e travi, possono essere realizzati anche in tubi di fer-
ro, collegati e controventati fra loro con speciali morsetti in ghisa.
Il tavolato per il getto di solai o solette, completo di correnti e traver-
se, prende normalmente il nome di "banchinaggio".

Disarmo

Dicesi "disarmo" l'operazione di rimozione dell'armatura provvisoria,


operazione che si effettua quando il getto abbia raggiunto un grado di ma-
turazione sufficientemente progredito perché le strutture possano reggersi
da sole. Secondo il vigente regolamento, per conglomerati di cemento nor-
male, non si devono rimuovere prima di 3 giorni le sponde dei casseri delle
travi e quelle dei pilastri; non prima di 10 giorni per le solette; non prima
di 24 giorni per i puntelli delle nervature e non prima di 28 giorni per strut-
ture a sbalzo.
Per conglomerati di cemento ad alta resistenza il disarmo può essere
eseguito non prima di 48 ore per le sponde dei casseri di travi e pilastri, 4
giorni per armature di solette, 12 giorni per puntelli di travi e di solette di
grande portata e non prima di 14 giorni per strutture a sbalzo. (Punto 6.1.5
del D.M. 26 marzo 1980).

Vantaggi e svantaggi del cemento armato

Così si è già avuto occasione di dire, l'unione dei due materiali, calce-
struzzo e ferro, ha lo scopo precipuo di ripartire tra i due elementi la resi-
stenza alle azioni di compressione e di trazione rispettivamente, ed è resa
possibile da fattori particolari quali la pressocché identica dilatazione termi-
ca dei due elementi, l'alto potere adesivo e l'ottima preservazione del ferro
dall'ossidazione. Come tutti i materiali da costruzioni, d'altra parte, il ce-
mento armato presenta vantaggi e svantaggi che ne consigliano o meno di
volta in volta l'uso o la preferenza rispetto ad altri sistemi costruttivi.
Tra i vantaggi del cemento armato possiamo annoverare i seguenti:
— la "monoliticità" che viene ad assumere la struttura in e.a.; parti-
colarità questa che fa si che l'effettivo comportamento reale della sturttura
è sempre più favorevole di quello che si considera in fase di calcolo, dato
che quest'ultimo parte sempre da ipotesi limiti e per lo più piuttosto re-
strittive ;
— la sezione di calcestruzzo e la relativa armatura metallica di ogni
elemento strutturale possono variare punto per punto, adeguandone così
la resistenza alla variabilità delle sollecitazioni esterne; tutto ciò si traduce
in un notevole risparmio economico ;
— la rapidità di esecuzione di una qualsiasi struttura, data l'immediata
202

possibilità di approvvigionamento dei materiali ed il loro facile trasporto;


— una struttura in c.a., a differenza di altri sistemi costruttivi, non ri-
chiede alcuna spesa di manutenzione;
— l'ottima resistenza al fuoco, tanto che in determinati casi la strut-
tura in c.a. è l'unica ammessa dai regolamenti dei Vigili del Fuoco, ai quali
deve essere sottoposto per l'approvazione qualsiasi progetto di costruzione;
— il cemento armato infine può adeguarsi perfettamente a qualsiasi
struttura architettonica, assumendo qualsiasi forma e dimensione, qualsiasi
aspetto di leggerezza e di solidità, purché tutto ciò sia suffragato da una pro-
fonda conoscenza della Scienza delle Costruzioni.
Tra gli svantaggi in particolare ricordiamo:
— la difficoltà, se non addirittura (ed è la maggior parte dei casi) l'im-
possibilità, di modificare o di rinforzare una struttura già eseguita; in molti
casi appunto l'unica soluzione è l'abbattimento della stessa;
— l'assoluta precisione nella disposizione dei ferri e la particolare at-
tenzione che non avvengano movimenti delle gabbie durante l'operazione di
getto;
— il notevole onere dovuto al banchinaggio ed alle casseforme; al fine
di ridurne l'incidenza, sta prendendo sempre più piede l'uso di profili tubo-
lari metallici, legati vicendevolmente con morsetti in ghisa, per le impalca-
ture di sostegno, e di tralicci reticolari in ferro a lunghezza variabile per l'or-
ditura dell'impalcato. Queste armature di servizio in ferro, oltre alla rapi-
dità di montaggio, presentano spreco pressocché nullo e reimpiego quasi
illimitato.

Bibliografia

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CAPITOLO UNDICESIMO

IL CALCESTRUZZO ARMATO
PRECOMPRESSO

Il concetto fondamentale della precompressione è da attribuire al fran-


cese Freyssinet, che dopo vari anni di studio teorico e di tentativi pratici,
né annunciò la teoria nel 1933.
Ma la precorritrice teorica del Freyssinet non potè avere all'epoca una
pratica attuazione per la non sufficiente buona qualità dei materiali.
La precompressione è un principio generale applicabile a tutti i mate-
riali omogenei e non soltanto al calcestruzzo armato che, a tal fine, viene
considerato omogeneo.
La precompressione è quella teoria e tecnologia che determinano e per-
mettono di imprimere in una membratura o struttura di qualsiasi materiale
omogeneo, un preventivo ed appropriato stato di coazione, entro il limite
elastico, di verso contrario a quello che le forze esterne eserciteranno sulla
struttura in fase di esercizio.
In questo modo, in fase di esercizio, le forze esterne applicate alla
struttura in un primo tempo sono contrastate ed assorbite dalla coazione
elastica impressa artificialmente, e, successivamente, all'aumentare del cari-
co, agiscono sulla struttura sfruttando le sue naturali capacità di resistenza.
Di conseguenza la struttura precompressa può sopportare sforzi molto
più elevati (quasi il doppio) di quelli che potrebbero esser sopportati da una
analoga struttura non precompressa.
In altri termini, se in una struttura induciamo artificialmente sforzi di
compressione quando la struttura sarà sottoposta a forze esterne di trazio-
ne, queste, prima scaricheranno la struttura dagli sforzi di compressione in
essa artificialmente indotti e poi interesseranno la naturale capacità di resi-
stenza a trazione del materiale di cui è costituita.
Così, con la precompressione, una struttura invece di sopportare, se-
condo le proprie naturali caratteristiche, uno sforzo generico N, riesce a sop-
portare uno sforzo quasi doppio rispetto alla sua naturale capacità di resi-
stenza e, cioè, riuscirà a sopportare uno sforzo commisurabile tra gli sforzi
da —N (impresso artificialmente) fino a + N corrispondente alla naturale
capacità di resistenza elastica del materiale di cui la struttura è composta.
Con la precompressione non si ha la parzializzazione della sezione co-
me avviene nel c.a. normale, ma tutta la sezione risulterà compressa otte-
nendo un maggiore e più razionale sfruttamento del materiale, così che, a
parità di sezione, la struttura precompressa potrà avere luci maggiori oppure
204

potrà sopportare carichi più gravosi.


Oppure, a parità di luci e di forze esterne, potrà risultare sensibilmente
più snella.

Raffronto fra strutture precompresse e strutture in c.a.

Si è già accennato, e lo si vedrà meglio di seguito, che la sezione di una


struttura inflessa in calcestruzzo precompresso è interamente compressa,
mentre una analoga struttura di calcestruzzo normale risulta parzializzata
e lavora a compressione solo per 0,20 0,25 della sua altezza.
Altra sostanziale differenza fra strutture precompresse e strutture in
c.a. normali va ricercata nel comportamento dell'armatura metallica.
In una normale struttura in c.a., l'armatura metallica compie una vera
e propria funzione passiva e, cioè, comincia a "lavorare" solo quando la par-
te di calcestruzzo assoggettata a trazione comincia a cedere dando luogo a
micro fessurazioni.
In tal modo l'armatura metallica viene ad assumere dei valori che di-
pendono dalle forze esterne e dal loro modo di distribuirsi, ed il calcolatore
può tener conto di questi valori e distribuzione di sforzi solo in base a ipo-
tesi di calcolo più o meno rispondenti alla realtà.
Invece nella struttura precompressa l'armatura metallica compie la fun-
zione attiva di creare in essa tensioni ben definite, controllabili sperimental-
mente ed indipendenti dalle forze esterne che andranno a sollecitarla.
Tali tensioni, che rimangono latenti nella struttura con un rigoroso
equilibrio fra la trazione dell'armatura e la compressione del calcestruzzo,
possono essere considerate come forze virtuali, le quali entrano in gioco al-
lorché vengono ad agire le forze esterne, nel senso che di mano in mano che
per effetto di queste si annulla una parte della compressione del calcestruzzo,
viene liberata una equivalente frazione della tensione dell'armatura, la quale
va ad equilibrare, o meglio, ad opporsi alle sollecitazioni di trazione indotte
dalle forze esterne.
Queste forze virtuali quindi assumono il ruolo di forze esterne aggiun-
te al sistema dei carichi.
Tutto ciò avviene in forma di compensazione interna, senza che si ma-
nifesti in deformazioni praticamente apprezzabili, sino a quando almeno
non si giunga, col crescere delle forze esterne, ad annullare completamente
la compressione del calcestruzzo.
A questo punto, quando cioè l'azione dei carichi superi i limiti di pre-
compressione, insorgono tensioni di trazione nel calcestruzzo che, superatane
la resistenza, si trasferiscono all'armatura metallica (supplementare) e la strut-
tura si comporta come una struttura comune in cemento armato, conser-
vando le sue proprietà elastiche sino a quando non venga superato il limite
elastico del calcestruzzo compresso o quello dell'armatura tesa.
205

Naturalmente questa diversità di comportamento viene resa subito evi-


dente dall'insorgere di deformazioni di diverso ordine di grandezza, onde il
passaggio dall'uno all'altro comportamento viene chiamato "limite di tra-
sformazione" o "limite di avvertimento". Esso avviene bruscamente con
cambiamento completo delle proprietà della struttura se in tutte le parti
di essa il limite di trasformazione è raggiunto simultaneamente; in caso con-
trario si genera con una certa gradualità.
Comunque al di là del limite di avvertimento si hanno tuttavia defor-
mazioni reversibili senza alterazione delle caratteristiche elastiche del mate-
riale, che può rientrare ancora invariato nel dominio del precompresso, pur-
ché non sia stato superato il limite di passaggio dal campo elastico al cam-
po plastico.
Invece nella costruzione ordinaria in cemento armato esiste solo que-
st'ultimo limite, il quale pure si rende manifesto con una esaltazione del-
le deformazioni, ma che comporta peraltro un decadimento delle caratteri-
stiche elastiche del materiale.
Altra importante proprietà delle strutture precompresse è che, in una
struttura a precompressione diffusa nella sua massa (praticata cioè in più
direzioni), allorché si generano in qualche punto deformazioni ingenti per
il superamento dei limiti di avvertimento o addirittura di quello elastico,
le precompressioni tendono a concentrarsi intorno al punto minacciato per
accrescere considerevolmente la sollecitazione che sarebbe necessaria a pro-
vocare la rottura, vale a dire per accrescere la resistenza del materiale in
quel punto.
Tale fenomeno, intuito dal Freyssinet stesso, trova una qualche ana-
logia col comportamento delle strutture iperstatiche, nelle quali l'affacciarsi
in un punto di deformazioni plastiche chiama a concorso la resistenza di
parti più lontane, meno affaticate. L'analogia appare del tutto chiara e giu-
stificata quando si pensi alla notevole diversità di ordine di grandezza tra
le deformazioni elastiche e quelle, pressocché nulle, del precompresso, e
tra le deformazioni plastiche e quelle elastiche.

I materiali

// conglomerato

L'accurata scelta dei materiali per la composizione del conglomerato è


essenziale per le opere in c.a.p., in quanto non si può fare del precompres-
so con conglomerati scadenti o medi, avendosi elevati sforzi e dovendo ri-
durre al minimo le deformazioni lente.
In Italia è richiesta una resistenza caratteristica minima a 28 giorni di
stagionatura di 300 kg/cm2 ; bisogna dire però che normalmente si lavora
con conglomerati aventi resistenza cubica aggirantesi sui 500 525 kg/cm 2 .
206

Del resto nel precompresso i buoni conglomerati sono meglio utilizzati che
non nel c.a., essendo le sezioni interamente reagenti in condizioni di eser-
cizio.
I criteri per ottenere un buon conglomerato sono naturalmente gli
stessi già noti per le opere in c.a., e cioè:
a) il cemento deve essere del tipo ad alta resistenza, con dosaggio in-
torno ai 400 450 kg/m 3 . Per tracciare le curve granulometriche, con le for-
mule più moderne, occorre stabilire dall'inizio il quantitativo di cemento da
impiegare, quantitativo d'altra parte che dipende dagli inerti a disposizione
e dalle caratteristiche della struttura da gettare;
b) gli inerti devono essere particolarmente curati e privi di sostanze
nocive, con una percentuale di sabbia intorno al 25 35% (con scarso quan-
titativo di sabbia fina fra 0,1 e 0,4 mm) e con le dimensioni degli elementi
maggiori preferibilmente non superiori ai 25 30 mm, sia perché le struttu-
re sono in generale esili, sia per non avere segregazioni durante le vibrazioni.
La massima dimensione dipende dall'interasse delle armature: detta
e la distanza minima fra i cavi, tale dimensione non dovrebbe superare il
valore di (0,9 x e), e comunque 1/4 della minore dimensione della struttura.
La composizione granulometrica degli inerti deve comunque sempre sod-
disfare precise curve granulometriche ottimali, fra le quali la più nota ed
usata è quella del Füller;
c) l'acqua deve essere assolutamente priva di sostanze nocive e nella
quantità minima compatibilmente con le esigenze del getto; d'altra parte si
preferisce migliorare la lavorabilità con un energico costipamento anzi-
ché con un aumento d'acqua. La quantità dèlia stessa poi è legata anche
al tipo di cassaforma: mentre le casseforme metalliche trattengono tutta
l'acqua, quelle in legname ne assorbono e ne lasciano sfuggire fra le connes-
sure.
Mediamente si può dire che la quantità d'acqua deve essere compresa
fra lo 0,38 e lo 0,42 in peso del cemento, inclusa l'acqua apportata dagli iner-
ti; in nessun caso comunque deve superare lo 0,5 ;
d) il costipamento, ottenuto con vibratori esterni applicati alle casse-
formi o con pervibratori introdotti nel getto (sono generalmente preferibili
questi ultimi che consentono un costipamento migliore e più rapido, con
possibilità di azione più energica in determinati punti ove il getto sia mag-
giormente ostacolato);
e) il trattamento nel periodo di stagionatura susseguente al getto. La
condizione ideale di sottoporre il c.l.s. ad una pioggia continua può otte-
nersi solo in stabilimento nella costruzione dei manufatti prefabbricati: in
tale modo il ritiro viene ad essere praticamente annullato. Nei cantieri ci si
deve limitare ad un frequente inaffiamento.
In stabilimento si possono conseguire rapidi indurimenti con la stagio-
natura a caldo, facendo circolare una corrente di vapore intorno alle casse-
forme, che mantenga il getto a temperature intorno ai 60°, cosicché il ma-
207

nufatto può essere sformato da 3 a 6 ore dopo eseguito il getto. Tale tempo
può essere ulteriormente ridotto con temperature prossime ai 100°. E' im-
portante però non sottoporre il conglomerato al trattamento a caldo imme-
diatamente dopo il getto, attendendo, a seconda dei manufatti e del tenore
di cemento, da mezz'ora ad un'ora. Con il trattamento a caldo è indispen-
sabile la susseguente stagionatura in ambiente umido.

L'armatura metallica

La prerogativa del c.a.p. è l'impiego di acciai duri ad elevata resistenza,


detti anche "acciai armonici"; senza di essi non potrebbe farsi del c.a.p. ed
a loro volta gli acciai ad alta resistenza non potrebbero essere utilizzati in
pieno nel c.a. senza ricorrere alla tecnica della precompressione.
Essi vengono prodotti per laminazione o trafila, e vengono classificati
in base alla loro resistenza a trazione ed alla curva caratteristica carico-defor-
mazione (Fig. 11.1).
Le resistenze per piccoli
diametri (min di 2 mm) pos-
sono superare notevolmente
i 200 kg/mm 2 , mentre per gli
acciai da 5 7 mm, impiegati
per formare i cavi, le resisten-
ze variano tra i 140 190
kg/mm 2 . Le resistenze decre-
scono quindi al crescere del
diametro; purtuttavia si tende
a passare ai fili da 9 mm onde
ridurre il costo delle opera-
zioni di tesatura. Con i ferri
da 26 mm impiegati con alcu-
ni sistemi di precompressione
non sì superano i 100 kg/mm 2 .
Per la sicurezza delle
strutture si richiede che gli ac-
Fig. 11.1
ciai:
a) siano completamente privi di difetti sia di origine che prodotti nel
trasporto e nelle operazioni di tesatura;
b) abbiano una durezza tale da non essere né fragili né duttili, il che
risulta dai diagrammi carico-deformazione;
c) che le differenze delle caratteristiche misurate in laboratorio, su
più provini, siano minime, tali da garantire una ottima omogeneità di for-
nitura ;
d) siano protetti dalla corrosione prima e dopo posti in opera.
208

Il fenomeno della corrosione degli acciai costituisce la principale preoc-


cupazione dei costruttori di opere ir. c.a.p., e cioè per un duplice motivo: il
primo è la degradazione della resistenza dell'opera, conseguente alla riduzio-
ne di sezione dei fili; il secondo è il fenomeno della corrosione fessurante
sotto tensione, che può portare alla rottura spontanea dei fili. Non si sono
ancora trovati provvedimenti radicali per eliminare tali inconvenienti, per cui
non resta che cercare di impedire l'ossidazione delle armature, prima e dopo
il getto, con protezioni particolari, e limitare gli sforzi di trazione nel con-
glomerato a valori minimi, sì da escludere l'apparizione di fessure che costi-
tuirebbero vie di attacco degli agenti esterni.
Gli acciai duri per c.a.p. vengono normalmente confezionati:
a) in "trecce" di fili, o fili sagomati o ritorti (Fig. 11.2); in Italia so-
no molto diffuse le trecce a 2 o 3 fili di diametro da 1,5 a 2,5 mm, per la
costruzione di solai e piccoli manufatti, ma si producono trecce fino a 7 fili
(di cui uno al centro) che costituiscono dei veri cavetti impiegati nella co-
struzione di travi da ponte. Importante particolarità di tali trecce è l'altissi-
ma aderenza al getto.

Fig. 11.2

b) ormai superato è l'uso di acciaio in "cavi" o "trefoli", costituiti da


fili di acciaio di diametro 0 5 o 0 7, in numero da 8 a 18 per ogni cavo, di-
sposti (come indicato in Fig. 11.3) paralleli e perimetrali ad una spirale di

Fig. 11.3

tondino di acciaio di 1,5 mm di diametro per fili da 0 5 mm, e di 2 mm per fili


da 7 mm, stirata in modo da ottenenere un passo di 3 cm per tratti diritti,
ridotto fino ad 1 cm nei tratti curvi del cavo. Il diametro esterno della mol-
la è variabile da 1,5 a 2,5 cm a seconda del diametro e numero dei fili, e que-
sti sono tenuti insieme da rade legature in filo di ferro o meglio con nastro
isolante.
209

Criteri di calcolo

Il calcolo delle strutture precompresse si basa sulla verifica della condi-


zione che le tensioni massime siano inferiori a quelle ammissibili per il ma-
teriale, ma, mentre nelle costruzioni ordinarie in c.a. va preso in esame il so-
lo caso dei massimi carichi agenti, per queste occorre esaminare tre distinte
fasi:
a) struttura scarica sotto precompressione iniziale;
b) struttura scarica sotto precompressione permanente;
c) struttura carica sotto precompressione permanente.
In generale le tensioni nello stato a) superano quelle nello stato b) di
circa il 15-25%, per cui sembrerebbe superflua la seconda verifica una volta
effettuata la prima; ma in realtà per quest'ultima si ammettono tensioni su-
periori che per l'altra, trattandosi di una situazione temporanea e, a me-
no che non si oltrepassino i limiti di sicurezza, non più ripetibile. Per tali
verifiche si determinano separatamente i sistemi di tensioni derivanti dalla
sola precompressione e quelli derivanti dalle sole forze esterne (permanenti
ed accidentali), per ricavarne poi, dalla sovrapposizione, il sistema relativo
allo stato c), e, sempre considerando la sezione interamente reagente, nel
presupposto che non si generino mai tensioni di trazione, o che queste sia-
no di valore assai limitato e quindi largamente sopportabili dal calcestruzzo.
E' dunque chiaro che i valori delle tensioni iniziali sono ben lungi dal
poter essere mai raggiunti ove la costruzione non venga assoggettata a carichi
maggiori di quelli massimi per i quali è stata calcolata. Perciò la stessa ope-
razione iniziale di precompressione costituisce un vero e proprio collaudo
severo della costruzione, effettuato prima ancora di sottoporla a qualsiasi
regime di carichi ed a mezzo di sollecitazioni esattamente tarate e control-
labili.
Per fare un semplice esempio esplicativo consideriamo una trave sem-
plicemente appoggiata a sezione costante e destinata ad esser sottoposta
a carico uniformemente distribuito.
In questo caso l'armatura metallica di precompressione della trave non
è rettilinea ma ha un andamento curvilineo che passa per i baricentri delle
sezioni estreme e per il limite inferiore del nocciolo d'inerzia della sezione
mediana (vedremo che questa non è sempre la posizione più conveniente).
Quello indicato è un cavo ideale ed è detto "cavo risultante" in quanto
in pratica esisteranno più cavi di acciaio armonico (Fig. 11.4a) i cui effetti
si sommano nel cavo risultante.
Applichiamo ora, un tiro A' sull'armatura, a cui corrisponde una rea-
zione —N sulla trave —.
Il cavo risultante non essendo rettilineo e centrato, dà luogo, in ogni
sezione della trave in calcestruzzo, a:
1) una precompressione assiale —N/Ac ;
2) una preflessione N. e/W, essendo e l'eccentricità del cavo risul-
210

tante nella sezione considerata.


La sovrapposizione di queste precompressioni da per risultante il dia-
gramma triangolare complessivo delle tensioni di precompressione. Nella se-
zione di mezzana questo diagramma risultante è triangolare come indicato
nella Fig. 11.4b, con valore massimo

Cioè la trave precompressa e scarica da ogni peso risulta tutta compres-


sa con valore massimo di nella sezione centrale.
Nelle altre sezioni della trave il diagramma è trapezoidale ed in quelle
di estremità è rettangolare, in quanto, in tali estremità, la eccentricità è
nulla.
La trave, cosi sollecitata per la tesatura del cavo risultante, assume un
accorciamento elastico ed una curvatura per flessione con andamento contra-
rio alla curvatura che ingenererà l'imposizione dei carichi (Fig. 11.4b).
Si pensi adesso la trave posta in opera e gravata da carico uniforme-
mente distribuito, incluso il peso proprio (Fig. 11.4c) di intensità tale che
le tensioni marginali della sezione di mezzana siano eguali in valore asso-
luto alla sollecitazione massima del diagramma di precompressione. Siamo
cioè eguali

Sovrapponendo gli effetti della precompressione a quelli del carico mas-


simo, si ha che la sezione del calcestruzzo risulta tutta soggetta a compres-

Fig. ll;4a,b,c
211

sione con diagramma triangolare avente come massimo un = - 2 N/Ac.


In altre parole, passando dallo stato di sola precompressione che si può
dire "a vuoto" a quella di carico massimo, ossia "a pieno" la tensione massi-
ma si trasferisce dal lembo inferiore a quello superiore della sezione.
Ciò evidentemente corrisponde ad una traslazione della risultante —N
dal punto di nocciolo inferiore a quello superiore, e, se chiamiamo e la di-
stanza tra questi due punti, il corrispondente "momento utile" della sezio-
ne risulta:

Mu =N'e

La trave in conglomerato, per effetto della precompressione, si muta


quindi in una uguale trave di materiale omogeneo, con lo stesso carico di si-
curezza a trazione e compressione.
Qualora poi il cavo risultante venga fatto passare, nella sezione di mez-
zeria, non nel punto di nocciolo inferiore, bensì più in basso, evidentemente
il momento che può essere sopportato dalla sezione è ancora maggiore.
Supponiamo quindi di separare, nel momento flettente M, la parte Mp
dovuta al carico permanente da quella Ms dovuta al sovraccarico accidenta-
le, e componiamo lo sforzo —N di precompressione con il momento —Mp,
cioè spostiamo lo sforzo —N verso il bordo teso dai momenti flettenti, di
una quantità

e' = Mp/N

Avremo allora il diagramma triangolare b) del caso precedente, non più


per la sola precompressione, ma per questa combinata col carico permanen-
te della struttura, senza aver nulla variato all'armatura metallica e dello sfor-
zo ad essa impresso, salvo la sua posizione (Fig. 11.5).
Resterà perciò disponibile per i sovraccarichi accidentali l'intero mo-
mento M del caso precedente anziché un momento ridotto Ms = M—Mp, co-
me allora si aveva.
Si può dunque, con tale accorgimento, compensare il carico permanen-
te della struttura in modo del tutto gratuito, naturalmente sino a quando

Fig. 11.5 - a) precompressione; b) carico permanente; c) precompressione + carico permanente;


d) carico accidentale; e) precompressione + carichi.
212

questo non superi i sovraccarichi accidentali, nel qual caso la compensazio-


ne gratuita potrebbe avvenire solo parzialmente.

Regolamentazioni legislative

Le costruzioni in cemento armato precompresso hanno avuto una pri-


ma regolamentazione con la Circolare Ministeriale n. 2323 del 2/8/1955, ag-
giornata con la Circolare n. 494 del 7/3/1960 del Consiglio Superiore del
Ministero dei LL.PP., ed infine con la Circolare n. 1398 del 23/1/1965 del-
lo stesso Ministero, ed infine con la legge 1086 del 15/11/1971 e D.M.
30/5/1972 - 30/5/1974 - 16/6/1976 - 26/3/1980 - 1/4/1983.

Cause e valutazioni delle cadute di tensione

La somma degli accorciamenti (elastico, di ritiro e di fluimento) del cal-


cestruzzo da una parte, e gli allungamenti viscosi dell'armatura pretesa dal-
l'altra, portano ad una diminuzione inevitabile degli sforzi di precompres-
sione, i quali si adeguano alle nuove lunghezze dei due elementi, dando luo-
go al cosiddetto fenomeno di "deformazione differita'".
Da ciò si comprende come l'uso del precompresso richieda, come con-
dizioni assolutamente indispensabili, l'impiego di un ottimo calcestruzzo ad
elevata resistenza e di acciai ad altissimo limite elastico, come già si è detto.

Sistemi di precompressione

Vari sono i procedimenti mediante i quali può esercitarsi la precom-


pressione nelle strutture.
In particolare accenneremo ai due sistemi principali, e cioè:
— sistema ad armatura "pre-tesa" od "ad aderenza": esso consiste nel
sottoporre a sforzo di trazione dei sottilissimi fili di acciaio (trecce) di altis-
sima resistenza, prima del getto della struttura, ed annegarli, mentre sono
mantenuti in tensione, nel getto di calcestruzzo. A stagionatura avvenuta si
liberano i fili dall'apparecchio di trazione, per modo che, nella loro tenden-
za ad accorciarsi, ed a dilatarsi trasversalmente, si ancorano automatica-
mente, per effetto dell'aderenza, al calcestruzzo, cui trasmettono una sol-
lecitazione di compressione sino a stabilire un perfetto equilibrio tra questa
ed il loro sforzo di trazione.
Questo procedimento richiede apparecchiature complesse per la messa
in tensione dei fili, ed è particolarmente usato negli stabilimenti di prefabbri-
cazione, dato anche che comporta la necessità di costruire travi esclusivamen-
te rettilinee; si possono in tal modo fabbricare travi di grande lunghezze (es.
213

travetti di solaio), dalle quali è possibile tagliare successivamente elementi


diversi delle lunghezze volute, atti a conservare il loro stato di precompres-
sione in virtù dell'aderenza;
— sistema ad armatura "post-tesa" o "a cavi scorrevoli": in esso si
applica la precompressione generalmente a strutture in opera o a piè d'ope-
ra, dopo che il calcestruzzo abbia già effettuata la sua presa e, con un con-
veniente periodo di maturazione (intorno ai 14 giorni) e quando una buona
parte del ritiro si è già esaurita.
Esso consiste nella formazione e nella posa in opera, entro casseforme
formanti la sagoma della struttura desiderata, dei cavi, costituiti da tre-
foli posti entro dei tubi di lamierino di 2/10 di mm di spessore e di diame-
tro leggermente superiore al trefolo (le guaine metalliche danno il minore
attrito al tiro e consentono di ottenere in seguito una buona aderenza con
le iniezioni cementizie), si procede quindi al getto del conglomerato e, ad
indurimento avvenuto, alla messa in tensione delle armature per mezzo di
martinetti idraulici (appositamente costruiti ed abbastanza facilmente ma-
neggevoli) ed all'ancoraggio al calcestruzzo delle armature così tese median-
te piastre o con dispositivi di bloccaggio di tipi vari, basati per la maggior
parte sull'azione di speciali elementi conici o cuneiformi (Fig. 11.6). Si può
quindi procedere ad una eventuale ripresa successiva del tiro (compensan-
do quindi in parte la caduta di tensione dovuta alla deformazione differita)
ed infine all'iniezione nei cavi, previa pulizia degli stessi (facendo passare
dell'aria compressa), di pasta cementizia (nelle proporzioni in peso acqua:
cemento 1:2) ovvero malta cementizia, composta all'incirca nelle propor-
zioni in volume di 3/4 di cemento ed 1/4 di farina finissima di sabbia od
anche di bentonite.

Fig. 11.6 - Elementi di testata per il sistema di precompressione ad armatura post-tesa.


214

Le guaine possono essere anche in plastica, di tipo flessibile; comunque,


tali da assicurare che i cavi non subiscano spostamenti per la vibrazione del
getto. Le guaine si collegano a staffe di diametro non troppo piccolo (gene-
ralmente non inferiore a 8 mm) sia pure fortemente distanziate, e, special-
mente con nervature esili, si assicura la loro giusta posizione anche trasver-
salmente, ad evitare che all'atto del tiro si producano spostamenti laterali.
Con tale sistema è anche possibile formare strutture di tipo comples-
so mediante elementi separati, prefabbricati e lasciati stagionare a lungo,
che vengono tenuti insieme ed obbligati ad una stretta collaborazione dal-
la stessa precompressione, alla quale si provvede con cavi di acciaio che, al-
l'atto del montaggio, si allogano in appositi fori predisposti in tali elemen-
ti, per essere poi messi in tensione.
Precisiamo infine che nelle strutture precompresse in generale, ol-
tre all'armatura di precompressione, esiste sempre, oltre alla gabbia di con-
fezionamento, anche un'armatura secondaria aggiunta (in acciaio ad ade-
renza migliorata con kf = 2200 kg/cm 2 ) per assorbire eventuali sforzi pre-
ponderanti di trazione, flessione e taglio.

Pregi del conglomerato precompresso

Appare evidente che il conglomerato precompresso presenta caratte-


ristiche meccaniche talmente diverse da quelle del cemento armato da avere
con questo solo una lontana affinità.
Le strutture precompresse presentano molteplici vantaggi, e precisa-
mente:
— eliminazione o riduzione a valori ammissibili degli sforzi di tra-
zione nel conglomerato prodotto dai carichi esterni; ciò si traduce in una
quasi assoluta mancanza di fessurazioni al lembo teso ;
— riduzione da 1/5 a 1/10 delle tensioni principali dovute al ta-
glio, ed eventuale annullamento di queste mediante tensione preventiva
applicata alle staffe ;
— a parità di ogni altra condizione, riduzione dell'altezza delle travi
inflesse a quasi meno della metà rispetto al cemento armato;
— risparmio del conglomerato dell'ordine dal 20 al 50%, e quindi ul-
teriore beneficio per la riduzione del carico permanente;
— risparmio di metallo derivante dalla possibilità di impiegare acciai
ad elevata resistenza, economia che può giungere fino all'80% in peso;
— ottimo comportamento alle sollecitazioni alternate, non avendosi
inversione nel segno degli sforzi nel conglomerato, ed essendo minime le
oscillazioni della tensione nelle armature al variare del carico esterno;
— riduzione della freccia nei sistemi inflessi, a parità di sezione, e ciò
in dipendenza dell'aumentato valore di Ec ;
— collaudo preventivo dei materiali, in quanto, al momento della mes-
215

sa in tiro, essi vengono sottoposti alle massime tensioni; in particolare le ar-


mature, a causa delle cadute lente di tensione, non verranno mai sollecita-
te in esercizio oltre la tensione di tiro (questo vantaggio si perde in parte
con il sistema della post-tensione);
— possibilità di impiego di elementi prefabbricati, conseguendo la so-
lidarietà della struttura mediante cavi di collegamento, solidarietà che inve-
ce si perde nella struttura ad elementi prefabbricati in c.a.;
— effettivi pregi estetici per l'esilità delle strutture in c.a.p..
A svantaggio delle strutture precompresse vanno le difficoltà insite nel-
la tecnica stessa della precompressione, che richiede attrezzature particolari
e manodopera specializzata, elementi entrambi particolarmente onerosi.

Bibliografia

BETON KALENDER, vol. 3, Bologna, 1968.


G. BORAGA, B. BONI, Riccardo Morandi, Milano, 1962.
C. CESTELLI GUIDL Cemento armato precompresso, Milano, 1960.
A. PETRIGNANI. Tecnologie dell'architettura, Milano, 1967.
CAPITOLO DODICESIMO

LE FONDAZIONI

Le fondazioni sono quelle strutture che trasmettono e diffondono nel


terreno il peso dell'edificio e rendono solidale l'edificio col terreno.
Tipo, forma e dimensione delle fondazioni sono in diretta correlazio-
ne al terreno sul quale si posano ed al tipo della costruzione che hanno da
sostenere.
La fondazione deve essere tale da peter sopportare tutti i carichi del
fabbricato, trasmettendoli al terreno in modo conforme alla sua natura ed
organicamente in rapporto al sistema costruttivo. In particolare deve assi-
curare che nel tempo sia evitato ogni "cedimento o scorrimento differen-
ziato" tra le varie parti della costruzione, in conseguenza di azioni esterne
prevedibili (neve, vento, ecc.) e per cause di corrosioni di acque superficia-
li o profonde, vibrazioni, prosciugamenti, abbassamenti della falda acqui-
fera, ecc..
Nelle opere di fondazione dicesi "piano di fondazione" il piano di
appoggio sul terreno; chiamasi "spiccato del fabbricato" il tracciato delle
sue strutture nel piano finale o superiore delle opere di fondazione.
Nella progettazione delle opere di fondazione, la relazione che espri-
me la condizione di equilibrio per la stabilità della fondazione stessa, è

ove il termine N/A rappresenta l'effetto del carico verticale ed il termine


M/W l'effetto del momento flettente dovuto alle azioni orizzontali (vento,
dilatazioni termiche e ritiro, azioni sismiche, ecc.) ed alle eventuali eccentri-
cità dei carichi; esprime il carico ammissibile sul terreno, N la sommatoria
di tutti i carichi (permanenti ed accidentali) trasmessi dalle strutture e
gravanti sulla fondazione, A l'area della fondazione (ed in particolare l'area
della proiezione dell'opera di fondazione sul piano di fondazione), M il mo-
mento flettente dovuto ai carichi orizzontali ed agente sulla sezione più
sopra definita, W il modulo di resistenza della sezione stessa.
Nel computo dei carichi gravanti si deve tener conto sia del peso pro-
prio della costruzione (pavimenti, sottofondi, solai, tramezzature interne,
manti di copertura, intonaci, murature di tamponamento, murature e strut-
ture portanti), che costituisce il cosiddetto "carico permanente", sia di tut-
ti i "carichi accidentali", derivanti da fattori atmosferici (neve e vento), dal-
218

l'uso specifico cui è destinata la costruzione, e talvolta dalle località ove sor-
ge la costruzione (come per le zone sismiche).
I valori medi dei carichi accidentali su menzionati sono riportati nella
Tabella 2.1 del Capitolo 2, e più diffusamente specificati nel D.M. 3 ottobre
1978 (G.U. 15 novembre 1978, n. 319) Criteri generali per la verifica della
sicurezza delle costruzioni e dei carichi e sovraccarichi.
Si passa allo studio della fondazione allorché, ultimato il progetto del-
l'edificio, di questo si possono conoscere i carichi trasmessi. In alcuni casi
tuttavia, cioè in presenza di terreni particolarmente sfavorevoli, è necessa-
rio già in fase di progetto dell'edificio tener conto delle possibilità di fonda-
zione, evitando, nei limiti delle necessità funzionali, di dare carattere esten-
sivo per esempio a tutte quelle strutture che, di limitata utilità, possano ri-
chiedere opere di fondazione di notevole costo.
Conosciuti i carichi trasmessi dall'edificio è essenziale, per poter stabi-
lire le opere di fondazione occorrenti, conoscere la natura del terreno di
fondazione, con un attento esame dello, stesso.
Un primo criterio di larga massima sulla qualità del terreno potrà aver-
si assumendo informazioni nella zona e sui fabbricati attigui, sul tipo di
fondazioni adottate e sui risultati avuti.
Però i terreni possono variare fortemente anche in punti relativamente
vicini e, pertanto, è sempre necessario, sull'area interessata dal fabbricato,
eseguire degli assaggi diretti.
Con D.M. 21 gennaio 1981 (Supplem. Ord. G.U. del 7/2/1981 n. 37)
e con successiva Circolare del Ministero dei LL.PP. del 3/6/1981 n. 21597,
sono state impartite precise norme obbligatorie per i lavori pubblici e priva-
ti riguardanti le indagini su terreni e sulle rocce, la stabilità dei pendii natu-
rali e delle scarpate, i criteri generali e le prescrizioni per la progettazione,
l'esecuzione ed il collaudo delle opere di sostegno delle terre e delle opere
di fondazione.
Lo scopo di queste norme è quello di prescrivere che ogni scelta pro-
gettuale dei muri di sostegno e delle fondazioni sia sempre basata su una
precisa ed affinata conoscenza del terreno dal punto di vista geologico e geo-
tecnico, che siano sempre previste verifiche di stabilità del terreno su dati
certi e che si debba sempre tener conto dei prevedibili spostamenti (verti-
cali od orizzontali) dell'insieme opera-terreno.
A garanzia di questa impostazione programmatica, il paragrafo A.3 del
D.M. 21 gennaio 1981 vuole che i risultati delle indagini sui terreni e dei
calcoli geotecnici costituiscano parte integrante degli elaborati progettuali.

Classifica e resistenza dei terreni

Una prima generica suddivisione dei terreni è la seguente:


- terreni buoni, con carico minimo ammissibile 2 kg/cm 2 ,
219

- terreni mediocri, con carico minimo ammissibile fra 1,2 e 2 kg/cm 2 ,


- terreni cattivi, con carico minimo ammissibile minore di 1,2 kg/cm 2 .
I terreni del primo gruppo vanno dalla roccia compatta e di notevole
spessore (e non presentante piani di scorrimento, quindi non soggetta a scor-
rimenti o slittamenti), ai terreni ghiaiosi e sabbiosi, per i quali però è neces-
sario uno studio particolare della falda freatica.
Al secondo gruppo appartengono le rocce attaccabili dall'acqua e sfal-
dabili, assieme a tutti i terreni (di natura argillosa) alterabili da agenti atmo-
sferici o da falde sotterranee.
Fanno parte del terzo gruppo infine i terreni fangosi, torbosi, percorsi
da acque e presentanti stratificazioni di materie organiche. Particolare cura
è richiesta, per quest'ultimo tipo di terreni, nelle opere di fondazione, nelle
quali è buona norma non lavorare mai al limite del carico ammissibile.
Per un primo orientamento, possiamo assegnare i seguenti carichi am-
missibili sui terreni:

roccia compatta 7 20 kg/cm2


ghiaia compatta 4 7 kg/cm 2
sabbia grossa compatta 4 7 kg/cm 2
sabbia fine 2 4 kg/cm2
argilla compatta 1,4 2 kg/cm2
argilla sabbiosa 1 1,5 kg/cm2
terreno solido plastico 0,8 kg/cm2
terreno molle plastico 0,4 kg/cm 2

Tali valori valgono nella ipotesi che il sottosuolo sia omogeneo per una
certa profondità (circa 2 3 volte la larghezza delle fondazioni) od almeno
che sotto gli strati superficiali non si trovino strati di minore resistenza, nel
qual caso il carico ammissibile va riferito alla capacità portante di questi
strati, tenuto naturalmente conto della ripartizione dei carichi.

Esami del terreno

Data l'importanza che assume la resistenza del terreno, prima di proce-


dere all'esecuzione di qualsiasi opera di fondazione, è di fondamentale im-
portanza procedere ad un accurato esame del terreno stesso.
Per costruzioni di modesta mole, di due o tre piani al massimo, normal-
mente è sufficiente operare uno scavo in trincea (Fig. 12.1) sagomato a gra-
doni, e portato fino ad una profondità di 2 3 m circa, in modo da poter
rilevare direttamente sia la stratigrafia del terreno, sia il livello della falda
freatica (qualora sia possibile, si manterrà il piano di fondazione sempre al
di sopra di tale livello, per evitare di dovei- eseguire scavi e getti in presenza
d'acqua), e sia la quota più appropriata a. cui impostare il piano di fonda-
220

zione (che normalmente, per fondazioni in superficie, si pone a circa 1 1,5


metri sotto il piano campagna).

Fig. 12.1

Quando si tratta di co-


struzioni più importanti, si
ricorre a sondaggi più rigo-
rosi, che consentano il pre-
lievo di campioni di terre-
no veri e propri, fino a pro-
fondità anche di 20 30
metri.
Detti campioni vengo-
no prelevati mediante "per-
forazione" del terreno a
mezzo di particolari trivelle
o sonde a valvola, capaci
di perforare il terreno e di
asportarlo con campioni in-
disturbati (Fig. 12.2).
Dopo un primo esame
compiuto all'atto del prelie-
vo, i campioni, accurata-
mente rinchiusi e conserva-
ti in vasi di plastica o di
vetro per non alterarne la
percentuale di umidità, deb-
bono essere raccolti e clas-
sificati per i successivi studi
e controlli; si ottiene così
la "stratigrafia" del terreno
(Fig. 12.3).
Con apparecchiature
speciali, si può fare diretta- Fig. 12.2
221

Fig. 12.3 - Stratigrafia di un terreno.

mente l'analisi delle resistenze del terreno alle varie profondità. Sono queste
i "penetrometri", apparecchi costituiti essenzialmente da due cilindri coas-
siali, di caratteristiche note (superficie di punta, normalmente di 10 cm 2 , e
diametro esterno), che vengono spinti alternativamente in profondità da
un'apparecchiatura idraulica che a mezzo di due manometri permette il ri-
levamento della pressione di punta e totale; ciò permette di registrare su ap-
positi grafici (Fig. 12.4) la resistenza di punta, la resistenza totale per attrito
222

Fig. 12.4

laterale (risultante della differenza fra le prime due) incontrate dall'apparec-


chio alle varie profondità.
Le prove penetrometriche sono particolarmente utili in special modo
223

quando si prevedono fondazioni su pali, poiché dai risultati di dette prove


si può facilmente dedurre una portata presunta per i pali.
Indagini stratigrafiche inadeguate (o perché eseguite in numero insuffi-
ciente o perché non spinte fino alle necessarie profondità) possono riserva-
re spiacevoli sorprese e portare a cedimenti differenziati, con pericolo quin-
di di lesioni, quando non si arriva al crollo vero e proprio.

Prove di carico

Si può procedere ad una diretta misura della resistenza del terreno me-
diante prove di carico effettuate sul piano di fondazione, caricando il ter-
reno oltre i limiti di validità della legge di Hooke. Ciò limitatamente a quei
terreni che si mantengono omogenei per una sufficiente profondità e che si
suppone non debbano subire modifiche del loro stato fisico.
In sostanza la prova si esegue appoggiando sul terreno in esame un ta-
volo avente le gambe poggianti su quattro piedi di superficie nota (normal-
mente cm 15x15 o 20x 20), sul quale viene applicato un carico di cui si co-
nosce l'entità e che possa essere incrementato ad intervalli di tempo; i cedi-
menti del tavolo sotto il carico vengono rilevati a mezzo di quattro flessi-
metri posti sui quattro lati del tavolo stesso (Fig. 12.5).

Fig. 12.5

Se si riportano come ordinate di un diagramma (Fig. 12.6) i cedimenti


rilevati (in particolare il valore medio delle quattro letture effettuate ai
flessimetri) e come ascisse i carichi corrispondenti, possiamo osservare che
l'incremento del cedimento è pressocché proporzionale a quello del carico,
fino a che non si raggiunge il valore critico pc, oltre il quale le deforma-
zioni del terreno aumentano bruscamente.
Si potrebbe pensare quindi, detto n il grado di sicurezza richiesto,
di poter affidare al terreno un carico ammissibile
224

Questo procedimento di indagine non dà risultati probanti, dato che la


superficie di prova è notevolmente diversa da quella effettiva di fondazione,
con la conseguenza che i cedimenti, a parità di carico unitario, risultano no-
tevolmente differenti.
A tale proposito si trova citato l'esempio di un edificio costruito a
San Francisco: mentre la prova di carico dette circa 2 mm di cedimento, la
costruzione subì, per lo stesso carico unitario, un cedimento di 50 mm, os-
sia ben 25 volte maggiore.
E' pertanto necessario conoscere quali relazioni passino tra i cedimenti
di superficie di area diversa a parità di carico.
Secondo le esperienze
di Kògler, Scheidig ed altri,
risulta che, a parità di cari-
co unitario sul terreno, al
crescere delle dimensioni
della superficie di base, i
corrispondenti cedimenti,
che per aree piccolissime
sono assai forti, da princi-
pio diminuiscono fino a rag-
giungere un minimo e poi
riprendono a crescere quasi
proporzionalmente alla radi-
ce quadrata dell'area della
superficie (Fig. 12.7).
In particolare una su-
perficie di carico su un ter-
reno cede per due cause:
per la compressibilità stessa
del terreno e per il rifluire
parziale della terra dalla zo-
na sottostante alla fondazio-
ne verso quella periferica.
Per chiarire meglio tale
concetto, è opportuno vede-
re come avviene la diffusio- Fig. 12.7
ne di un carico sul terreno.
Le esperienze più interessanti sono quelle del Kògler e dello Scheidig,
eseguite su strati di sabbia con piastre circolari rigide, esperienze che hanno
posto in evidenza la buona concordanza fra i risultati sperimentali e quelli
teorici che si possono dedurre con il calcolo.
Se si costruiscono le "isostatiche" (superfici di uguale pressione), si osser-
va che il terreno sottostante il corpo di carico può essere distinto in tre zo-
ne (Fig. 12.8): una zona laterale inerte prossima alla superficie del terreno,
225

che rimane indifferente alla presenza del carico ; una seconda zona in cui il
terreno viene ad essere pochissimo sollecitato; ed infine il bulbo di pressio-
ne.
E' evidente quindi che, mentre
un carico di prova con superficie ri-
stretta produce un campo di tensio-
ne che interessa in modo sensibile so-
lo strati di terreno superficiale, regi-
strando quindi solo i cedimenti do-
vuti alla compressibilità di questo,
la fondazione di area ben maggiore
influenzerà gli strati profondi, suben-
do cedimenti che saranno funzione
della compressibilità di tali strati.
Pertanto, se un terreno anziché es-
sere omogeneo, è stratificato, non è
possibile dedurre alcuna conclusio-
ne esatta circa il comportamento di
una fondazione dai soli dati delle Fig. 12.8
prove di carico eseguite su superfici
di dimensioni diverse da quelle della fondazione stessa.
Osservando i risultati di prove di carico eseguite, a parità di tutte le al-
tre condizioni, a quote diverse, si può notare che i cedimenti decrescono
dapprima assai rapidamente e poi in misura sempre minore con il crescere
della profondità.
Ciò dimostra che il rifluimento non si manifesta in modo apprezzabile
oltre una certa profondità. Poiché il rifluimento è la causa principale dei ce-
dimenti di fondazioni di piccola superficie (mentre i cedimenti di una co-
struzione fondata su larga base sono dovuti quasi esclusivamente alla com-
pressibilità del terreno) ed essendo i cedimenti poco variabili in relazione al-
la profondità di posa, ne consegue che per la loro previsione sono sufficien-
ti prove anche con piccole superfici, eseguite però ad una profondità tale
che il rifluimento venga impedito.
Dall'esame dei risultati delle prove di carico (Fig. 12.6), si è visto che
ad una prima fase di equilibrio elastico con proporzionalità tra carico e ce-
dimento, subentra, con un passaggio abbastanza netto, una seconda fase,
nella quale i cedimenti crescono molto più rapidamente del carico.
Il valore della pressione corrispondente al punto di passaggio definisce
"// carico critico o di snervamento'". In questa seconda fase si producono
rifluimenti delle particelle di terra in quelle zone che subiscono deforma-
zioni plastiche, il che permette nuove condizioni di equilibrio, che si defi-
nisce "elastoplastico".
Incrementando ulteriormente il carico, si perviene ad una terza fase,
con veri slittamenti di masse terrose su superfici lungo le quali la resistenza
226

al taglio non è sufficiente a mantenere l'equilibrio, slittamenti che possono


anche provocare lo slittamento del corpo di carico. La pressione corrispon-
dente all'inizio di questa terza fase si definisce "carico limite o di rottura".
A seconda della natura dei terreni, questa terza fase può avere un rapi-
dissimo decorso fino allo sprofondamento, subito dopo sorpassato il cari-
co di rottura, o a volte può prolungarsi, come nei terreni argillosi, per un
tempo considerevolmente lungo.

Diagrammi di carico

Per diagramma di carico si intende il diagramma delle pressioni effetti-


ve trasmesse al terreno delle fondazioni. Diversi fattori influiscono nella sua
forma, e principalmente le dimensioni della superficie di appoggio della
fondazione, la sua profondità di posa ed il rapporto fra le costanti elastiche
del terreno e quelle delle strutture.
Seguendo criteri semplificativi sufficienti in molti casi della pratica, il
Kògler raggruppa i diversi casi in tre caratteristici, adottando per essi dia-
grammi di forma geometrica semplice, e cioè rettangolare, parabolica e trian-
golare (Fig. 12.9a,b,c).

Fig. 12.9a,b,c

Con terreni "incoerenti" (quali sono per esempio tutti i terreni sabbio-
si), con fondazioni superficiali molto rigide ed estese si può adottare la for-
ma rettangolare, con superfici di dimensioni medie la forma parabolica, con
superfici di dimensioni ridotte la forma triangolare. Quando la fondazione
è profonda il rifluimento ai bordi viene quasi totalmente impedito anche in
terreni incoerenti, e se essa è sufficientemente rigida può adottarsi la ripar-
tizione rettangolare, indipendentemente dalle dimensioni della fondazione
stessa.
Con i terreni "coerenti" (quali i terreni rocciosi o di argilla sabbiosa
molto compatta) il rifluimento è minimo, e si può adottare un diagramma
rettangolare anche con superfici medie e piccole. Se però il terreno, pur es-
sendo coerente, è anche plastico, (come le argille non consolidate), con-
verrà adottare per le superfici medie e piccole il diagramma parabolico. L'eia-
227

sticità della fondazione, per carichi su di essa uniformemente ripartiti, ha


per effetto la diminuzione della differenza tra le pressioni al centro e quel-
le ai lembi; per le fondazioni deformabili quindi, nel caso di terreni coe-
renti è sempre accettabile un diagramma di carico rettangolare, nel caso
di terreni incoerenti quello rettangolare per superfici grandi e medie, e quel-
lo parabolico per superfici piccole, specialmente se superficiali.

Cedimenti
Abbiamo già detto che il cedimento di una fondazione è dato da due
componenti principali: quella dovuta al costipamento del terreno sotto il
carico, e quella dovuta al rifluimento laterale. Quest'ultima si verifica prin-
cipalmente quando il piano delle fondazioni è all'altezza del terreno di ri-
porto; per evitarla, o comunque ridurla al minimo, basterà quindi appro-
fondire congruamente il piano di posa nel terreno di fondazione, compati-
bilmente con i maggiori oneri di scavo e di riempimento.
Particolarmente pericolosi, per ogni tipo di struttura, sono i "cedimen-
ti differenziati"', cioè cedimenti disuguali nei vari punti della stessa struttu-
ra; essi comportano sollecitazioni secondarie nella struttura non indifferen-
ti, e talvolta persino talmente grandi da provocarne il crollo. Ad evitare ta-
le tipo di cedimenti è necessario:
— conoscere esattamente il terreno di fondazione per tutta l'estensio-
ne interessata;
— scaricare sul terreno un carico sempre uniforme e costante, se co-
stanti sono le caratteristiche del ferreno di fondazione, o comunque sempre
proporzionale a tali caratteristiche;
— prevedere, sin dall'impostazione del calcolo della struttura e delle
fondazioni, di poter assorbire cedimenti differenziati sino ad un dato valore.

FIG. 12.10
228

Se analizziamo il cedimento di un fabbricato nel tempo, si ricava il dia-


gramma di Fig. 12.10, ove X segna il momento in cui si raggiunge il massi-
mo carico, cioè praticamente quando la costruzione è terminata.
In particolare osserviamo che se il terreno di fondazione è buono, do-
po un certo tempo non si hanno praticamente più cedimenti; se il terreno
è mediocre, il cedimento si protrae, anche minimamente, per molto tempo;
se infine il terreno è cattivo, non si ha praticamente mai l'arresto del cedi-
mento.

Le fondazioni

Le fasi di progettazione di una fondazione possono riassumersi come


appresso :
1 ) prelievo dei campioni dal sottosuolo e loro analisi sperimentale (da
eseguirsi eventualmente in appositi laboratori) per determinarne le caratte-
ristiche fisiche e meccaniche. Eventuali prove di carico in sito;
2) scelta del sistema di fondazione e suo dimensionamento di massi-
ma;
3) ricerca dello stato di sollecitazione del sottosuolo, ossia analisi della
distribuzione in esso delle tensioni generali dovute al peso del terreno (pri-
ma e dopo eseguiti i lavori) e ai carichi applicati;
4) verifica della stabilità dell'opera in relazione alle sue esigenze, alle
caratteristiche del terreno ed alla variazione di sollecitazione provocata nel
sottosuolo ;
5) previsione degli assestamenti degli strati e quindi dei cedimenti del-
la costruzione appoggiata su di essi.

I fattori determinanti nella scelta di un tipo particolare di fondazione


dipendono esclusivamente dal modo di scaricarsi di una struttura (per esem-
pio, su murature continue o su pilastri isolati) e dalla reazione che il terreno
offre, alle varie profondità, alla sollecitazione cui viene sottoposto.
In base ai suddetti fattori, si possono dividere le fondazioni in tre tipi
particolari, e più precisamente:
— fondazioni in superficie o diretta,
— fondazioni in profondità o indirette,
— fondazioni speciali.

Fondazioni in superficie

Col termine di fondazioni "superficiali o dirette" si intendono quelle


il cui piano di posa non supera i 2 3 metri sotto il livello del piano di sban-
camento.
229

Se ne stabiliscono le dimensioni in modo che le pressioni al piano di


appoggio siano accettabili in relazione alla natura del terreno, in modo cioè
che il valore

sia inferiore al carico ammissibile sul terreno stesso, e che i cedimenti, tenu-
to conto dei sottostanti strati cedevoli, siano compatibili con le esigenze
della costruzione.
E' bene ricordare che le fondazioni superficiali devono rispondere a
due principali requisiti. Devono essere:
a) assolutamente rigide così da non esser deformate dalla spinta ver-
ticale, dal basso verso l'alto, delle terre e poter trasmettere al terreno i ca-
richi dell'edificio, in modo uniforme;
b) baricentriche. La risultante dei carichi trasmessi dall'edificio deve
coincidere con il baricentro geometrico della fondazione per evitare la for-
mazione di momenti interni che si verrebbero a creare tra la risultante dei
carichi e la risultante delle reazioni del terreno.
Le fondazioni superficiali si possono suddividere in:
— lineari o continue,
— a plinti,
— a trave rovescia,
— a platea.

Fondazioni lineari o continue

Sono le più indicate per le costruzioni a struttura muraria portante, in


cui quindi il peso dell'edificio viene scaricato in modo uniforme su una
superficie lineare continua.
Esse sono state realizzate in muratura (sistema peraltro attualmente
abbandonato). Oggi si eseguono in calcestruzzo semplice o armato, e possono
avere una delle forme indicate in Fig. 12.11.

Fig. 12.11
230

Nel caso di fondazioni in c.a., Tannatura longitudinale serve unicamen-


te per creare un collegamento continuo, per evitare cedimenti differenziati
o per superare brevi tratti superiormente scarichi (per es. in corrispondenza
degli accessi carrai). L'armatura trasversale può essere omessa generalmente
per le sezioni tipo 11a, 11b fino a che il valore della risega b non superi
il valore 2/3 h; oltre tale limite, e per sezioni tipo 11e (per le quali, ove
possibile, è preferibile adottare una pendenza della scarpa intorno ai 30°,
pari all'angolo di attrito medio del calcestruzzo), normalmente è sem-
pre necessaria un'armatura trasversale resistente posta in basso; il calcolo di
quest'ultima avverrà considerando la fondazione come una mensola rovescia,
di lunghezza s, sottoposta alla reazione del terreno.

Fondazioni a plinti

In un edificio a gabbia, tutti i carichi scaricantesi sul terreno sono


concentrati in determinati punti (pilastri); allora, se la resistenza del terreno
lo consente, la struttura di fonda-
zione può essere limitata ai soli
punti di appoggio dei pilastri. Si
viene così ad ottenere una fonda-
zione discontinua formata da
elementi d'appoggio detti "plinti",
di forma tronco-piramidale come
in Fig. 12.12 (allargamento della
sezione dei pilastri).
Generalmente, ove sia pos-
sibile per le caratteristiche del ter-
reno e compatibilmente con le esi-
genze economiche, si preferisce fa-
re il plinto piuttosto alto, sia per
ridurne le sollecitazioni, sia per ga-
rantire al pilastro un certo grado
di incastro al piede, e sia infine
per conferirgli una rigidità suffi-
ciente, che permetta di poter fa-
re assegnamento su una riparti-
zione uniforme della reazione del
suolo.
Pur ammettendo quanto so-
pra, il calcolo di un plinto si
presenta alquanto difficile ed
incerto.
Generalmente, supposto che Fig. 12.12
231

il carico P si diffonda uniformemente attraverso il plinto stesso, così da dare


un carico sul terreno di fondazione uniformemente ripartito visti i sim-
boli in Fig. 12.12, l'armatura alla base del plinto (ferri incrociati nelle due
direzioni) si calcola in prima approssimazione, considerando la sezione tra-
pezia r-r soggetta al momento flettente totale

La sezione trapezia ad armatura semplice tesa Ff inferiore si può per


semplicità sostituire con una rettangolare di larghezza b0 = b + 0,35 H, e
di altezza H.

Fondazioni a trave rovescia

Se, in una struttura di fondazione a plinti, la resistenza del terreno è


tale che alcuni plinti dovessero interferire l'un l'altro o se il terreno non è
omogeneo, si ricorrerà ad una fondazione a trave rovescia (Fig. 12.13), così
detta perché il suo compito è esattamente l'opposto di quello di una nor-
male trave di solaio (anziché concentrare sui pilastri il carico ripartito dei
solai, ripartisce sul terreno il carico concentrato dei pilastri).

Fig. 12.13

Il suo calcolo avviene come per una normale trave su due o più appog-
gi, tenendo presente però che il carico uniforme gravante è di segno negati-
vo (reazione del terreno verso l'alto) per cui il diagramma dei momenti ri-
sulterà rovesciato.
232

In particolar modo poi bisognerà fare attenzione che il baricentro del-


la fondazione a trave rovescia, coincida con la risultante dei carichi trasmes-
si dai pilastri, ovverossia che i valori delle reazioni della trave rovescia sui
pilastri uguaglino i valori dei carichi sui pilastri stessi.

Fondazioni a platea

Se la resistenza del terreno è molto bassa e i carichi sono rilevanti, può


darsi che occorra per la fondazione una superficie di appoggio talmente va-
sta da comprendere tutta l'area coperta del fabbricato. Si giunge così alla
fondazione generale a platea (si possono avere anche fondazioni a platee
parziali, di cui risulta chiaro il significato).
In una fondazione a platea occorre siano soddisfatte la seguenti con-
dizioni:
— il terreno deve essere omogeneo; si rischia altrimenti una vera e pro-
pria rottura della platea nella zona di variazione dell'omogeneità del terreno;
— la distribuzione dei carichi del fabbricato sulla platea deve essere
tale che la pressione trasmessa sul terreno risulti la più uniforme possibile;
a tal fine, la risultante dei singoli pesi della costruzione dovrà passare per il
baricentro della platea;
— la platea deve essere calcolata in modo da risultare una struttura ri-
gida e monolitica.
Le platee di fondazione (solai rovesci) sono costituite in genere da un
solettone in c.a. con travi-nervature sporgenti al di sopra; il loro calcolo non
differisce da quello dei solai, poiché sono in effetti dei veri e propri solai
rovesciati, il cui carico è rappresentato dalla reazione del terreno, diminui-
ta del peso proprio della platea (aggirantesi normalmente intorno al 15% del
peso della costruzione).
In quanto alla determinazione del valore e della distribuzione del-
la reazione del terreno, si tratta in generale di un problema iperstatico
e complesso, giacché la reazione nei vari punti della superficie di appoggio
della platea è funzione della deformazione elastica della platea stessa; im-
portanti studi sono stati fatti in proposito, e per essi rimandiamo ai testi
citati in bibliografia.
Soltanto nella condizione di platea molto rigida, si potrebbe per sem-
plicità considerare la reazione del terreno come uniformemente distribuita;
fortunatamente gli studi eseguiti dallo Szeps hanno posto in luce che nella
maggior parte delle costruzioni di usuale dimensione ha relativa importan-
za considerare la soletta rigida o flessibile; si possono quindi risparmiare
calcoli molto laboriosi.
E' da ricordare infine che, nella determinazione del peso da ripartire
sul terreno, bisogna tener conto, oltre che dei carichi gravanti e del peso
proprio della fondazione, anche dell'eventuale terrapieno sovrastante (o
233

della struttura e formazione del solaio del piano terra) nonché dei pesi pro-
pri e accidentali del piano terra.
A volte si ricorre alla fondazione a platea, non tanto per la bassa resi-
stenza del terreno, quanto per la necessità di contrastare la spinta delle ac-
que sotterranee di falda e di preservare dall'umidità i cantinati degli edifici.

Fondazioni in profondità

Quando il peso dell'edificio e/o la natura del terreno non consentono


che le opere di fondazione possano essere costituite da fondazioni super-
ficiali, risulta necessario l'impiego di pali di fondazione, che hanno lo scopo
di trasmettere il carico delle strutture a strati profondi e resistenti del sot-
tosuolo, attraverso terreni incoerenti e inadatti a sopportare carichi. E' chia-
ro come sia importantissimo in questi casi studiare il terreno in profondità
e per la totale estensione del fabbricato, individuando esattamente le carat-
teristiche fisiche e di portanza dei vari strati.
Se esaminiamo il comportamento di un palo di fondazione, notiamo
che esso trasmette al terreno il carico P delle strutture superiori in parte
come resistenza di punta (Rp ) ed in parte come resistenza di attrito latera-
le (Ra), realizzandosi la condizione di equilibrio

ove n è coefficiente di sicurezza mediamente variabile fra 1,5 e 2,5.


Quando, per la mancanza di uno strato consistente, il palo lavora
solo per attrito laterale, si parla di "pali sospesi" o "pali galleggianti", si han-
no invece i "pali di punta" nel caso opposto, quando cioè il palo trasmette il
carico solo per resistenza di punta, con l'attraversamento di strati di terreno
del tutto inconsistente; in quest'ultimo caso la funzione statica del palo non
differisce da quella di un normale pilastro, che trasmette il carico alla ba-
se.
Il bulbo delle pressioni rispettivamente per pali sospesi e pali di pun-
ta è rappresentato in Fig. 12.14a,b.
Gli elementi che maggiormente concorrono alla scelta del tipo del
palo sono:
— la stratigrafia del terreno ;
— la portanza massima desiderata per ogni palo ;
— il livello della falda freatica rispetto al piano di lavoro;
— considerazioni economiche;
— facilità di installazione delle apposite attrezzature in cantiere;
— velocità e facilità di approvvigionamento ed esecuzione dei pali;
— considerazioni relative alla posizione del cantiere, tale da permet-
tere o meno la battitura di pali, e quindi la trasmissione di forti vibrazioni
234

sotterranee (particolarmente peri-


colose, per esempio, in prossimità
di edifici in muratura, di non
recente costruzione).
Vari sono i tipi di pali
attualmente a disposizione del
progettista per opere di fondazio-
ne ; in questa sede ci limiteremo, alla
descrizione dei più importanti, sia
sotto il profilo storico che pratico,
rimandando ai testi citati in
bibliografia per un maggior appro-
fondimento della materia.
In particolare comunque si
possono suddividere i pali in due
grandi categorie :
1 ) pali costruiti fuori opera
(battuti);
2) pali gettati in opera (bat- Fig. I2.i4a,b
tuti o trivellati).

Pali costruiti fuori opera

Fanno parte di questa prima categoria i seguenti tipi di pali:


— Pali in legno. L'impiego di pali in legno, come struttura portante di
fondazione, è oggi limitato quasi esclusivamente ad opere provvisorie o di
limitata importanza; si usano invece abbastanza normalmente per opere di
costipamento, con una densità media di tre pali per m 2 , della lunghezza me-
dia di 3 5 metri.
Tali pali si comportano egregiamente nel tempo quando sono comple-
tamente immersi in acqua; si distruggono invece con estrema facilità quando
sono sottoposti ad alternanza di umidità e di asciugamento all'aria. Regola
fondamentale è quindi che queste palificate siano completamente comprese
nella falda acquifera del terreno. Essi sono inoltre sconsigliabili in acque sa-
late (anche se Venezia è tutta fondata su pali di legno), perché possono fa-
cilmente venire attaccati da organismi marini.
E' consigliabile l'uso di pali poco o per nulla stagionati.
Le essenze preferite sono il pino, il larice e il rovere. La lunghezza (per
pali di fondazione) varia da un minimo di 5 6 metri ad un massimo di 16,
ed, eccezionalmente, di 20 metri; la grossezza è proporzionata alla lunghez-
za, con il rapporto diametro/lunghezza mediamente pari a 1/30.
L'estremità più sottile del palo, viene foggiata a punta e rinforzata con
una "puntazza" in ferro, mentre la testa viene provvista di un anello di fer-
235

ro ("ghiera") per resistere ai colpi del maglio (Fig.


12.15).
I pali in legno possono presentare anche l'incon-
veniente del deterioramento della punta nell'attraver-
samento di strati particolarmente resistenti; in alcuni
casi si può arrivare anche alla rottura del palo, con
ovvii inconvenienti pratici ed economici.
II collegamento delle teste dei pali viene fatto
o mediante piattaforme in legno, costituite da tavo-
loni chiodati nei due sensi, o con cordoli o plinti in
calcestruzzo.
— Pali in calcestruzzo. I pali prefabbricati in
calcestruzzo sono stati i primi ad essere impiegati do-
po i pali in legno e presentano rispetto a questi ulti-
mi i seguenti vantaggi essenziali:
a) durata praticamente illimitata ed indipen-
dente dalle variazioni del livello delle acque di falda;
b) maggiore resistenza agli sforzi di flessione e
di taglio, e possibilità di adattare l'armatura all'enti-
tà degli sforzi;
c) possibilità di infissione attraverso terreni an-
che altamente compatti, riducendo al minimo il peri- Fig. 12.15
colo della rottura del palo (a tale proposito conviene
osservare che la rottura di un palo in c.a. il più delle volte avviene non tanto
per la compattezza del terreno attraversato, quando per una errata manovra
di battitura, o per una azione di battitura non esattamente coassiale all'asse
longitudinale del palo, od infine per un occasionale incontro di trovanti par-
ticolari, come vecchie fondazioni).
La sezione dei pali in calcestruzzo può essere quadrata, esagonale, otta-
gonale o circolare: sono questi i pali tipo Hennebique, Considère, Bignel,
che hanno attualmente un valore puramente storico, in quanto caduti in
disuso.
Vastissimo impiego ha attualmente il palo in c.a. centrifugato, dalla
caratteristica struttura tubolare (ottenuta appunto dalla centrifugazione) a
sezione di corona circolare; la forma longitudinale è tronco-conica, con dia-
metro minimo in punta di 22,5 cm (24 cm per i pali cosiddetti "rinforzati")
ed una rastremazione dell' 1,5%. La lunghezza varia da un minimo di 8 ad
un massimo di 20 metri.
L'impasto di calcestruzzo viene eseguito con cemento ad alta resisten-
za (tipo 425 o 525) a 4 ql/m 3 di inerte di appropriata granulometria.
L'armatura longitudinale è costituita da tondini di acciaio ad alto limi-
te elastico (medialmente 6 o 8 0 12); l'armatura trasversale è costituita da
una doppia cerchiatura esterna ai ferri longitudinali (una spirale destrorsa
ed una sinistrorsa), mentre all'interno sono disposti degli anelli distanti me-
236

diamente 60 cm uno dall'altro, di diametro variabile, cosi da ottenere la ra-


stremazione necessaria. Particolarmente rinforzata è la punta del palo, che
termina con una puntazza di ferro di forma conica (Fig. 12.16).
L'armatura dei pali in c.a. deve essere tale
da poter resistere agli sforzi creati dal solleva-
mento e dal trasporto {ferri longitudinali), dal
carico massimo sopportabile in opera e dalla bat-
titura (ferri a spirale). Mentre le torsioni causate
dai primi sforzi possono essere o limitate al mas-
simo (adoperando particolari cautele nel traspor-
to e nel sollevamento) o precisamente calcolate,
più difficile da valutarsi sono le tensioni che si
generano durante l'infissione. Pochissima utilità
a tale fine ha l'armatura longitudinale, mentre la
staffatura a spirale aumenta la resistenza del cal-
cestruzzo alla compressione longitudinale ed agli
sforzi di taglio.
Questo tipo di pali ha una portata variabi-
le, a seconda della lunghezza e della stratigra-
fia del terreno attraversato, da un minimo di
20 tonn ad un massimo di 50 60 tonn.
Il collegamento di detti pali avviene, previa
rottura delle teste per una lunghezza di 30 cm
circa, inglobando i ferri longitudinali messi co-
sì a nudo nel getto di plinti, travi rovescie o pia- Fig. 12.16
tee armate.
L'infissione dei pali costruiti fuori opera viene fatta con macchine "bat-
tipalo", consistenti in un cavalletto o "capra" che oltre al sollevamento ed
alla caduta del maglio serve anche alla guida del palo durante l'infissione
(Fig. 12.17).
Un verricello, mosso da motore elettrico o a scoppio, compie il solle-
vamento e la manovra del palo stesso e aziona il maglio il cui peso media-
mente si aggira intorno agli 800 kg per i pali in legno, ai 3000 kg per i pali
in c.a.; è buona norma comunque che il peso del maglio superi il peso del
palo di circa il 10%.
Si dice "volata" una serie di dieci colpi di maglio, portati da un'altez-
za di caduta di 1 metro; viene chiamato "rifiuto" l'affondamento medio del
palo sotto una volata; è da tale valore, come si vedrà più avanti che si giu-
dica il momento in cui il palo ha raggiunto lo strato consistente di terreno,
e comunque la sua capacità portante.
237

Fig. 12.17

Pali gettati in opera

Il sistema generale consiste nel creare nel terreno, o attraverso l'infis-


sione di un tubo d'acciaio ("tubo forma") o mediamente altri procedimen-
ti, che vedremo più avanti, la "sede", del diametro (da 40 a 120 140 cm)
e della profondità (mediamente dai 15 ai 25 metri), entro la quale viene get-
tato il calcestruzzo a consistenza di terra umida.
Questo ha normalmente una dosatura di 3,5 4 ql di cemento per m3
di impasto, ed il getto del conglomerato viene eseguito calando nella sede
una "benna" con una valvola all'estremità. Mano a mano che si effettua il
getto e si solleva il tuboforma, il conglomerato può venire più o meno battuto,
o addirittura compresso. Mediante la battitura o la compressione, oltre che
riempire completamente il vano, il calcestruzzo si espande comprimendo la-
238

teralmente il terreno, e realizzando così un palo con allargamenti e scabrosità


più o meno sensibili, ed importantissimi ai fini dell'attrito laterale.
Si deve comunque sempre evitare il getto dall'alto, che porterebbe ad
una disgregazione naturale del conglomerato.
Nell'ultimo tratto di palo, per una lunghezza di circa sei metri, si inse-
risce un'armatura di barre d'acciaio con staffatura a spirale, che, oltre che
irrobustire la parte terminale del palo contro eventuali sforzi laterali, serve
all'unione del palo con le travi di collegamento in c.a..
A seconda del sistema usato per la formazione del foro nel terreno e
per il getto del calcestruzzo, possiamo suddividere i pali gettati in opera in:
— pali battuti,
— pali trivellati,
— pali bentonici,
— pali rotativi,
— micropali.

— Pali battuti. La sede per questo tipo di pali viene realizzata median-
te l'affondamento nel terreno per battitura di un tubo forma (con magli da
2 a 4 tonn), senza asporto di terreno, ma con semplice costipamento late-
rale dello stesso. Durante l'infissione, l'estremità inferiore del tubo forma
è chiusa da una puntazza (in ferro o in calcestruzzo), che si distacca e si
abbandona quando viene ritirato il tubo dal terreno, od è apribile e ritirabile
assieme al tubo (Fig. 12.18) (Palo: Alligator).
Mano a mano che si procede al getto, viene gra-
dualmente estratto dal terreno il tubo forma.
Questo sistema è particolarmente impiegato per
pali profondi e di grande portata, dato che anche in
terreni incoerenti è possibile ottenere un ener-
gico costipamento del sottosuolo; non è invece
consigliabile in fondazioni particolarmente vicine a
fabbricati esistenti, sia per l'ingombro delle attrez-
zature, sia per i danni che i colpi di maglio possano
provocare alle opere vicine.
I principali tipi di pali battuti sono:
A) Palo Simplex. L'unica particolarità è che la
puntazza del tubo forma è apribile e recuperabile.
B) Palo Simplex pressato. Il getto di calce-
struzzo avviene attraverso queste fasi: riempito il tu-
bo forma di conglomerato, lo si estrae per circa un
metro, lasciando che il conglomerato si espanda oc-
cupando il vuoto lasciato dal tubo; si colma quindi Fig. 12.18
di nuovo il tubo, che viene ribattuto sovrapponen-
dogli un contromaglio di acciaio, avviene allora che il conglomerato, non po-
tendosi espandere nel tubo chiuso, si allarga alla base comprimendo il terreno
239

e formando un grosso bulbo. Si possono così ottenere numerosi rigonfia-


menti, aumentando notevolmente la capacità portante del palo, per attrito.
C) Palo Duplex. Consiste nel battere un secondo palo, a mezzo di tubo
e puntazza, concentricamente ad un palo Simplex appena gettato ed il cui
conglomerato è ancora fresco.
D) Palo Frankì. Viene eseguito a mezzo di una camicia di acciaio for-
mata da due o tre tubi telescopici, cioè scorrevoli uno nell'interno dell'al-
tro, provvisti di anelli di arresto. Il tubo viene infisso con colpi di maglio
dati non in testa ma in fondo al tubo stesso, in cui viene piazzato un tappo
speciale in acciaio o in calcestruzzo; il tubo quindi penetra nel terreno co-
me trascinato anziché spinto.

Fig. 12.19

Un tipo caratteristico è quello per terreni con presenza d'acqua, in cui


il tappo viene formato con il getto di circa 1 m3 di calcestruzzo quasi asciut-
to, che, sotto i colpi si comprime contro le pareti e per aderenza trascina il
240

tubo affondandolo nel terreno.


Raggiunta la profondità desiderata, si aggancia il tubo per mezzo di funi
al battipalo, in modo da impedirne il trascinamento nelle successive fasi di
battitura del calcestruzzo. Si stacca allora con violenti colpi del maglio il
tappo di fondo e si versa nuovo calcestruzzo per evitare infiltrazioni d'acqua
o di terra, l'operazione continua finché il maglio non raggiunge un rifiuto ta-
le da assicurare un sufficiente costipamento del terreno circostante. Si pro-
cede allora alla formazione del fusto in modo analogo, sollevando il tubo
forma da 20 a 50 cm ogni volta che viene introdotto nuovo calcestruzzo. In
questo moto il diametro effettivo del fusto risulta notevolmente superiore
a quello del tubo forma, ed il palo presenta una superficie molto rugosa e
caratteristiche sporgenze anulari che ne aumentano fortemente la capacità
portante per attrito laterale (Fig. 12.19).

— Pali trivellati. La categoria comprende tutti i tipi di pali gettati in ope


ra per i quali il tubo scende nel terreno per mezzo di speciali trivelle o sonde a
percussione (Fig. 19.20). Sostanzialmente i pali trivellati differiscono dai pre-

Fig. 12.20 - Tipo di sonda per pali trivellati.

cedenti perché in fase di infissione avviene asporto di terreno. La sonda ca-


dendo dall'alto per peso proprio urta con forza nel terreno e vi penetra, fa-
cilitata dal tagliente posto all'estremità; il materiale, attraversata la valvola,
si deposita nel corpo della sonda da cui viene successivamente estratto; il
241

tubo forma, sia per peso proprio che pei" un movimento di rotazione im-
presso, scende nel terreno e, secondo la natura di quest'ultimo, può precede-
re o meno l'avanzamento della sonda. In terreni coerenti il sondaggio prece-
de normalmente il tubo, la cui infissione è relativamente facile; se il terreno
è incoerente, melmoso e frana facilmente, è necessario far precedere l'avan-
zamento del tubo senza sondare, per impedire che il terreno continui a fra-
nare, col pericolo di apportare notevoli danni sia ai pali vicini che ad altre
fondazioni.
Il palo trivellato è certamente il tipo più economico fra i pali gettati in
opera, ed è il tipo di palo che può essere eseguito in tutte le condizioni di
terreno e d'ambiente: per terreni particolarmente resistenti si adoperano
scalpelli speciali; è inoltre un tipo di palo particolarmente indicato allor-
ché la vicinanza al cantiere di fabbricati già esistenti e che potrebbero le-
sionarsi sotto le vibrazioni originate dai colpi di maglio sconsigliano l'uso
di pali battuti.
Per contro, per riuscire bene eseguito, ha bisogno di grande cura e sor-
veglianza, perché basta una svista per creare nel palo soluzioni di continuità
e danni tali da compromettere la stabilità della fondazione.
Tra gli inconvenienti più perico-
losi è la formazione di un "tappo" di
calcestruzzo che impedisca la disce-
sa del getto ed interrompa la conti-
nuità del palo (Fig. 12.2la); ciò può
accadere se è forte l'attrito contro
la parete del tubo (calcestruzzo trop-
po asciutto, ghiaietto a spigoli vivi,
battitura non troppo forte) o se il
conglomerato non ha uniforme con-
sistenza.
Lo stesso inconveniente può
succedere se la camicia viene solle-
vata più del necessario oltre il li-
vello del calcestruzzo (Fig. 12.2lb);
se il terreno intorno è incoerente,
di poca consistenza e immerso in
acqua, è possibile che del materia-
le terroso si mescoli al calcestruzzo
con evidente soluzione di continui-
tà del getto.
Un altro pericolo è il dilava-
mento del calcestruzzo che, ancora
fresco, venga a contatto con una cor-
rente sotterranea in pressione.
In terreni sabbiosi, durante il Fig. 12.21
242

sondaggio, c'è il pericolo di un "richiamo" (sifonamento) di terreno intorno


al foro eseguito, che può pregiudicare la resistenza d'attrito dei pali vicini
e delle fondazioni esistenti. La minima distanza fra i pali è, per questo, uno
degli elementi più importanti nel progetto di una palificata.
I vantaggi che i pali trivellati in genere presentano rispetto agli altri
tipi sono:
— conoscenza di volta in volta di tutti gli strati di terreno attraversati
e possibilità di una più sicura valutazione della portata del palo mediante
l'estrazione di campioni ed il loro esame in laboratorio;
— assenza di energhiche battiture e, se la perforazione è eseguita con
trivelle a rotazione, esclusione di qualsiasi percussione;
— graduale adattamento del palo alle condizioni fisiche del terreno
e possibilità di ottenere il palo più adatto per la voluta ripartizione di cari-
chi sul terreno;
— possibilità di raggiungere anche facilmente grandi profondità;
— possibilità di eseguire i pali in ogni tipo di terreno e di attraversare
trovanti, murature, rocce, ecc. adoperando opportuni attrezzi demolitori.
I pali trivellati in terreni sabbiosi ed in presenza d'acqua possono costi-
tuire una insidia per la stabilità di fabbricati vicini.
L'enungiamento di terreni sabbiosi in presenza d'acqua richiama nella
zona di trivellazione i terreni circostanti impoverendone la consistenza e la
capacità a portare e rendendo precario l'equilibrio statico degli edifici li-
mitrofi che trovavano sostegno su questi terreni.
Generalmente questo pericolo — salvo casi clamorosi — non è avverti-
to o denunciato dai vicini per la mancanza delle vibrazioni e del rumore as-
sordante che procurano i pali battuti.
I pali trivellati si differenziano essenzialmente nel modo di costipa-
mento del calcestruzzo, che può essere a battitura meccanica diretta ed ad
aria compressa.
A) // Palo Strauss. E' il prodotto del palo trivellato, in cui il calce-
struzzo è costipato con un maglio azionato da un argano, di mano in mano
che viene introdotto nel tubo forma.
B) Il Palo Wolfsholz. Differisce dal palo Strauss per la compressione del
calcestruzzo che avviene con aria compressa (Fig. 12.22).
Affondato il tubo forma ed introdotta l'armatura metallica nella te-
sta del palo, si chiude il tubo con un coperchio a vite e vi si manda dentro
aria a bassa pressione (rubinetto "b") per scacciare l'acqua eventualmente
introdottasi nel tubo; chiuso " b " si apre la valvola "m" per l'introduzione
del calcestruzzo sotto pressione fino a riempire quasi tutto il tubo; chiuso
infine "m", si apre il rubinetto "a" dell'aria ad alta pressione, la quale fa
rifluire il c.l.s. nei vani del terreno, che ne resta cosi imbevuto, mentre
contemporaneamente provoca l'innalzamento della camicia per la pressio-
ne che vi esercita sul coperchio. E' quindi necessario a tratti interrompere
il getto d'aria ed introdurre altro calcestruzzo.
243

Fig. 12.22

Può avvenire, ed in ciò sta il pericolo maggiore, che, per eccessivo valo-
re della pressione, il tubo si sollevi oltre il necessario ed il foro rimanga sco-
perto, con conseguente discontinuità del palo per immissione di corpi estranei.
Per effetto della pressione, il calcestruzzo penetra nel terreno, dando
luogo, se incontra strati compressibili, a protuberanze ed espansioni irre-
golari che aumentano l'attrito tra palo e terreno.

— Pali bentonitici. Il continuo progresso della tecnica sotruttiva ha


reso possibile un sempre crescente impiego dei pali a grande diametro (da
600 a 1500 mm), che di norma raggiungono profondità notevoli (anche
fino a 50 metri e più).
La perforazione viene realizzata mediante un utensile a tazza o a tri-
vella, a seconda del tipo di terreno incontrato, con la rotazione dello stes-
so impressole da una colonna di aste quadre, spinte verticalmente median-
te pistoni oleodinamici. Man mano che procede lo scavo, viene immesso,
nel foro,del "fango bentonitico"1, che ha lo scopo non solo di sostenere
le pareti del foro, ma anche di trattenere in sospensione i prodotti del la-
voro di frantumazione dello scalpello, come terriccio, sabbia, ghiaia, ed an-
che ciottoli di diametro notevole (fino a 10 15 cm).

*La "bentonite" è una roccia argillosa formatasi dall'alterazione di ceneri vulcaniche. Essa ha la
proprietà (tixotropia) di formare con l'acqua una sospensione simile a un "gel", e trova il suo princi-
pale impiego nell'industria petrolifera, appunto come fango di trivellazione. Il fango bentonitico ha
un alto peso specifico.
244

La parete del foro, energicamente compressa dallo scalpello, impermea-


bilizzata e consolidata dalla bentonite, si sostiene senza rivestimento metal-
lico in virtù dell'elevato peso specifico dei fanghi contenuti nel foro e del-
l'azione coesiva dei fanghi stessi sul terreno da essi imbibito.
Ultimata la trivellazione, l'attrezzatura si sposta su un altro palo ed ini-
zia una nuova trivellazione, mentre sul palo già perforato inizia la posa in
opera delle armature ed il getto del palo. Molte volte il tempo di perforazio-
ne e quello di getto è circa lo stesso, cosicché il ciclo di lavorazione è con-
tinuo, senza soste e tempi morti.
11 getto avviene come specificato in Fig. 12.23: viene posta in opera
nello scavo eseguito una apposita tubazione di getto, di diametro 200-300
mm, munita di un imbuto all'estremità superiore, mentre quella inferiore
si trova ad una distanza di 20 30 cm dal fondo; viene poi formato all'in-

Fig. 12.23
245

terno del tubo un tappo di malta cementizia, allo scopo di impedire la mi-
scelazione del calcestruzzo con il fango che riempia la colonna durante la
discesa del primo impasto; vengono poi aggiunti impasti successivi fino a
quando il calcestruzzo, uscendo dal fondo della colonna, raggiunge un'al-
tezza minima, all'esterno della stessa, che assicuri la continuità del getto.
Si continua allora l'alimentazione del calcestruzzo, mentre contemporanea-
mente si estrae il tubo forma, sino al completamento del palo, avendo cu-
ra che il fondo della camicia si trovi sempre immerso nel calcestruzzo del
palo in fase di getto.
Metodicamente l'altezza del calcestruzzo viene controllata per mezzo
di una catena zavorrata.
Il fango bentonitico che esce dallo scavo in concomitanza con la posa
in opera del calcestruzzo, viene convogliato da una pompa o da una canalet-
ta alla vasca di deposito; il fango così recuperato, viene in parte utilizzato
per lo scavo dei pali successivi.
In cantiere vengono rilevate le caratteristiche del fango prima e dopo
la trivellazione; ciò consiste nella misurazione di densità e peso specifico,
in modo da poter avere a disposizione in ogni momento un fango bentoni-
tico adatto alle caratteristiche del terreno.
Detto dei diametri e delle profondità a cui questi pali possono arriva-
re, è infine da precisare che essi possono raggiungere portate massime an-
che superiori alle 600 tonnellate.

— Pali rotativi. Sono usati su terreni rocciosi o molto compatti o per


attraversare vecchi manufatti interrati e non comportano quindi, l'uso di
tubi forma né circolazione di fanghi bentonitici.
Il sistema è basato sull'attraversamento delle strutture da sottofonda-
re, con pali eseguiti a rotazione con una trivella munita di scalpelli parti-
colarmente robusti, in verticale o inclinati.
Sono armati per tutta la lunghezza e possono essere assoggettati a sfor-
zi sia di compressione che di trazione, ed hanno un comportamento sotto
carico perfettamente elastico: sono particolarmente idonei quindi nei pro-
blemi di consolidamento di fondazioni o di strutture spingenti (muri di so-
stegno, archi, costruzioni antisismiche, muri di sponda, ecc.), di strutture
soggette a carichi mobili o vibranti (grues, compressori), nelle sottofonda-
zioni di fabbricati monumentali, in quanto non alterano l'aspetto origina-
rio dell edificio.
Le attrezzature di lavoro sono di modestissimo ingombro, e quindi par-
ticolarmente indicate per lavorare in spazi ristretti e con limitata altezza li-
bera (come cantinati, pile di ponti, cunicoli).
Riportiamo in Fig. 12.24 alcuni esempi di applicazioni di detti pali.

— Micropali. Sono pali di recente applicazione, di facile infissione, di,


buon risultato specialmente per opere di rinforzo di fondazione (Fig. 12.25).
246

Fig. 12.24

Viene infisso nel terreno un robusto tubo in ferro con il perimetro abbon-
dantemente forato e chiuso nella parte inferiore con un tappo provvisorio.
Raggiunta la profondità voluta ed espulso il tappo, si inietta nel tubo,
con alta pressione, del calcestruzzo di buona qualità.

Fig. 12.25 - Micropalo.

Il calcestruzzo fuoriesce dal fondo del tubo creando un bulbo e fuorie-


sce dai fori laterali formando attorno al tubo una corona di calcestruzzo tan-
to più grande quanto più comprensibile è il terreno circostante.
Si possono così eseguire, con minima attrezzatura, dei pali anche di
diametro abbastanza grande, con un ampio bulbo di calcestruzzo alla base e
molto scabro lungo le pareti e, cioè, pali che possono sopportare pesi non
trascurabili.
247

Statica dei pali

Il palo è un "mezzo" che trasferisce il carico al terreno: la resistenza


della fondazione dipende dalla natura del terreno e dal modo di diffusione
del carico; variabile in una infinità di tipi la prima, incerta spesso la se-
conda.
Si capisce quindi come sia impossibile fissare una formula generale sul
comportamento dei pali; tuttavia esamineremo alcuni casi caratteristici che
si riscontrano sovente nella pratica, o che comunque possono fornire un'indi-
rizzo utile per lo studio, il più reale pos-
sibile, del comportamento di un palo.
Supponiamo il palo immerso in uno
strato profondo di terreno omogeneo
(Fig. 12.26). Applicato il carico P, il
palo tende ad infiggersi ulteriormente
nel terreno: la resistenza di questo, al
di sotto del piano di base BD, costitui-
sce un certo ostacolo al movimento, ma
la maggior parte della reazione è for-
mata dalla resistenza di attrito lungo il
fusto del palo.
Il palo diffonde il carico in una
zona di terreno delimitata dalla linea
ABCDA e forma con questa porzione
un tutto unico: lungo questa linea può
avvenire lo scorrimento se la tensione
tangenziale supera quella ammissibile.
La linea ABCDA forma il "cono di di-
stribuzione" del carico. In altri termi- Fig. 12.26
ni, il carico concentrato P si trasforma,
per mezzo del palo, in un carico diffuso su un cerchio di diametro BD. L'an-
golo BAD non è conosciuto esattamente e la linea ABCDA serve a dare una
rappresentazione qualitativa e non quantitativa del problema. Sul piano BD
le tensioni non sono uniformi, e sono massime in corrispondenza dell'asse del
palo; la curva BCD rappresenta il "bulbo di pressione" del palo. Sul piano di
base le tensioni vanno diminuendo man mano che ci si allontana dal centro,
fino a ridursi a valori trascurabili.
Una formula empirica indica per l'angolo BAD = l'espressione:

in cui d è il diametro del palo. Il diametro BD del bulbo di pressione sarà:


248

e la pressione media sul piano di base è approssimativamente

cioè uguale al carico P distribuito "sulla sezione longitudinale del palo".


E' in ogni caso opportuno verificare che la tensione media sia contenu-
ta entro limiti ammissibili, cioè che il carico trasmesso al terreno sia sensi-
bilmente inferiore al carico critico.
Questo descritto è il caso di un palo sospeso.
Il caso limite opposto al precedente è quello del palo appoggiato;la base
del palo appoggia od è incastrata in uno strato resistente ed incomprensibile,
mentre il terreno sovrastante è molto compressibile e non offre alcuna resisten-
za di attrito.
All'affondamento del palo reagisce soltanto il terreno al di sotto della
base; il piccolo strato resistente che il palo attraversa produce una certa
resistenza di attrito che serve a diffondere più uniformemente il carico sul-
la base ingrandendo il bulbo di pressione. Il carico ammissibile sul palo è
in questo caso limitato dalla resistenza specifica del palo e dello strato in-
compressibile (Fig. 12.27).
Teoria ed esperienza escludono, per la generalità dei casi, il pericolo di
carico di punta (d'altra parte in tali casi è sempre preferibile porre nel palo
un'armatura metallica per tutta la lunghezza interessata dal terreno non re-
sistente).
Un caso assai frequente in pratica è quello del palo immerso in terre-
no consistente dopo aver attraversato uno strato di riporto (Fig. 12.28).

Fig. 12.27 Fig. 12.28


249

In questo caso la resistenza del palo è formata dall'attrito sulla sua su-
perficie laterale, ma soltanto negli strati inferiori. Lo strato superiore (ripor-
to, torba, ecc.) non contribuisce, e quindi nel calcolo di questo palo occor-
re fare astrazione dalla resistenza offerta da detto strato.
Il ragionamento è valido anche per casi in cui i pali vengono infissi, o
trivellati, a partire da un piano campagna molto più elevato del piano defi-
nitivo, di imposta delle fondazioni.

Formule di stabilità dei pali

Chiarito il comportamento del palo nel terreno, vediamo come si può


calcolarne la capacità portante (o "portanza"), cioè il carico che un palo
può sopportare sottostando a cedimenti limitati nel tempo e contenuti en-
tro i limiti di elasticità del terreno.
A tale scopo vi sono due tipi di formule: "dinamiche" e "statiche"; i
risultati di entrambe comunque debbono sempre essere assunti con le do-
vute riserve, sia perché a volte si discostano anche notevolmente dalla real-
tà, sia perché consentono di realizzare la stabilità di un palo isolato rispetto
al terreno circostante, facendo completa astrazione dalla presenza in sito
di altri pali, che ne diminuiscono la portanza.
Le "formule dinamiche" sono basate sulla equazione della energia rela-
tiva all'urto fra maglio e palo, trascurando la natura del terreno; esse per-
tanto forniscono la sola resistenza dinamica alla penetrazione e possono
essere applicate soltanto ai pali eseguiti fuori opera ed infissi, o a quelli
gettati in opera previa infissione di un tubo forma e battitura a rifiuto del
getto.
L'urto può essere supposto "anelastico", per cui il lavoro motore eser-
citato dal maglio deve uguagliare il lavoro resistente utile per l'affondamen-
to del palo e quello perduto nell'urto per deformazione del palo e del ma-
glio; a tali presupposti si rifà la formula olandese che esprime la portata
ammissibile su un palo in

ove
n = coefficiente di sicurezza variabile da 6 a 12;
M = peso del maglio (in tonn);
H = altezza di caduta del maglio (in cm), normalmente pari ad 1 m;
Q — peso del palo (in tonn);
e = il "rifiuto", ovverossia l'abbassamento medio del palo sotto una
"volata" di dieci colpi di maglio;
Pamm= il carico ammissibile sul palo, espresso in tonn.
250

L'urto fra maglio e palo può essere ammesso perfettamente "elastico",


e quindi nell'equazione dei lavori compare l'energia cinetica di rimbalzo che
il maglio acquista nell'urto. A detta teoria di rifà la formula di Brix, che
esprime la portata ammissibile su un palo con

ove, fermi restando i simboli precedenti,


n = un coefficiente di sicurezza variabile fra 8 e 12;
C = peso della cuffia (in tonn).

La formula di Brix è quella maggiormente applicata per il calcolo dei


pali infissi. Esistono particolari diagrammi di cantiere (Fig. 12.29), realiz-
zati assumendo il peso del maglio unitario, e determinati valori del coeffi-
ciente di sicurezza nonché del rapporto r = (C + Q)/M\ la portata ammissi-

Fig. 12.29
251

bile di un palo si ottiene rapidamente moltiplicando il peso effettivo del


maglio, in tonn per il valore fornito dal diagramma in corrispondenza del
rifiuto rilevato.
Le "formule statiche" risultano dalla condizione di equilibrio fra il ca-
rico applicato sul palo e la resistenza opposta al suo affondamento per attri-
to laterale e per resistenza alla punta. Per la loro applicazione richiedono
l'esatta conoscenza della natura dei terreni attraversati e quelli sottostanti
al palo.
Una formula statica si compone di due parti: l'una che esprime la por-
tata del palo per "resistenza di attrito", l'altra per "resistenza alla punta".
Ma è questione molto discussa se la reale portanza di un palo si otten-
ga dalla somma dei due termini, o se debba prevalere l'uno o l'altro degli
addendi, non potendosi astrarre nell'esame del problema, dalla natura fisi-
ca del terreno, caso per caso.
Le formule statiche si usano di preferenza per la verifica dei pali getta-
ti in opera; a volte anche per pali prefabbricati infissi in terreno argillosi.

Stabilità dei pali in gruppo

Non è possibile giudicare la stabilità di una palificata dalla portanza di un


palo isolato; paragonare il cedimento di un gruppo al cedimento di un palo
durante la prova di carico sarebbe come paragonare il comportamento di
una piastra di pochi centimetri quadrati a quello di una fondazione su pla-
tea che trasmetta al terreno lo stesso carico unitario.
La prova su un palo, scrive il Cummings, non è che una prova su model-
li: si tratta di vedere la relazione che sussiste tra il modello ed il caso reale.
Il carico trasmesso dalla costruzione è in genere distribuito su un gruppo di
pali collegati tra loro da travi, plinti, solette, secondo il tipo di fondazione.
Il numero dei pali deve essere determinato in base al principio che tutto il
carico della fondazione sia sopportato dai pali: è errato il ritenere che il ter-
reno interposto tra i pali possa sopportare una aliquota del carico trasmesso
dalla fondazione.
Si tratta quindi di determinare, in base alla portanza di ciascun palo
supposto isolato, la portanza dell'intera fondazione disposta su un numero
più o meno grande di pali.
La battitura può modificare le caratteristiche meccaniche del terreno
intorno al palo; può darsi il caso che il terreno stesso, tra i pali, si sollevi di
qualche centimetro in seguito all'infissione, stando ad indicare che nessun
consolidamento è avvenuto in seno all'ammasso terroso; il fenomeno oppo-
sto avviene nei terreni incoerenti (sabbia, ghiaia) ove pali infissi a piccolo
interasse producono il costipamento del sottosuolo e ne aumentano la com-
pattezza.
Se i pali sono "sospesi" e la resistenza è essenzialmente dovuta all'at-
252

trito, teoria e prove hanno dimostrato che la capacità portante di una pali-
ficata non è la somma della portanza di singoli pali supposti isolati.
Se i pali invece lavorano di punta, possiamo supporre di trovarci in pre-
senza di una platea profonda, avente, per quanto già detto allora, un cedi-
mento diverso da quello di un palo supposto isolato.
Bisogna quindi sempre pensare ad una diminuzione della capacità por-
tante di una palificata rispetto a quella del palo singolo, diminuzione che
dipende dalla forma e dal tipo del palo, dall'interasse e dalle dimensioni del-
la fondazione, cioè dal numero e disposizione dei pali.
L'interasse dei pali di un gruppo è della massima importanza: primo,
perché i bulbi di pressione dei vari pali vengono ad intersecarsi, compri-
mendo maggiormente il terreno circostante e riducendone quindi la por-
tanza utile: secondo, perché dall'interasse dipende direttamente il valore del-
la pressione sullo strato di fondo; terzo, perché durante il lavoro di trivella-
zione o di battitura potrebbero manifestarsi pressioni tali da provocare in-
flessioni o lesioni nei pali vicini, dove il calcestruzzo non abbia fatto anco-
ra presa: quarto, perché trivellazioni troppo vicine alterano le caratteristiche
fisiche del terreno.
Per quanto detto, l'interasse dei pali non dovrebbe essere inferiore a
tre volte il diametro del palo stesso: alcuni autori consigliano la formula
empirica

dove i è espresso in metri e P, carico sul palo, in tonnellate.


La portanza dei pali in gruppo si ottiene riducendo secondo un certo
"coefficiente di efficienza " la portanza di ogni singolo palo, cioè asse-
gnando ad ogni palo del gruppo una "portata utile" Pu data da

in cui -eff, o "portata efficiente", è la portata di un palo, considerato singo-


lo, ed il coefficiente di efficienza, calcolato da F.Y. Converse, è rappresen-
tato dalla formula

dove
n = il numero dei pali per fila;
m = il numero delle file:
= la tangente D/i, espressa in gradi.

La formula di Converse ha solo valore qualitativo, poiché non tiene con-


to né della natura del terreno né della lunghezza dei pali.
253

Come norma generale comunque si dovranno sempre tenere presenti i


seguenti punti:
— la portanza di un gruppo di pali (tranne casi particolari che il pro-
gettista dovrà studiare e valutare volta per volta) non è la somma delle resi-
stenze dei singoli pali supposti isolati;
— l'efficienza della palificata sarà tanto più vicina ad 1 quanto mag-
giore sarà l'interasse dei pali (secondo alcuni Autori per ì = 8 D);
— in ogni fondazione bisogna verificare che la pressione trasmessa dal-
la palificata su un piano orizzontale qualunque, sia inferiore a quella ammis-
sibile per la natura del terreno;
— verificare che al di sotto del piano di base dei pali, e per una pro-
fondità alla quale i carichi sono ancora sensibili, non vi siano strati di terre-
no molto compressibili, la cui stabilità può essere compromessa dal carico
della palificata;
— tenere sempre presente il principio già sottolineato che, se i pali
attraversano uno strato compressibile, tale da subire certamente un conso-
lidamento sotto il carico, tutto il terreno al di sopra di questo strato non
offre alcuna resistenza di attrito.

Prove di carico sui pali

Le prove di carico hanno una importanza fondamentale nello studio


di una palificata; e si è usata la parola "studio" proprio perché non si do-
vrebbe progettare né iniziare alcuna fondazione importante senza aver ese-
guito una o più prove di carico. Purtroppo, in molti casi, l'onere economi-
co che tali prove comportano fa si che esse o vengono addirittura abolite,
o, se eseguite, lo sono solo a posteriori, quando cioè normalmente la pali-
ficazione è quasi in fase di completamento. Tranne quindi alcuni casi par-
ticolari, le prove di carico sui pali servono per verificare più che stabilire i
presupposti del progettista.
Di norma poi queste prove vengono effettuate specialmente per i pali
gettati in opera, dato che per i pali prefabbricati infissi il rifiuto è di per sé
stesso un indice sufficientemente attendibile della portanza del palo.
In genere la prova viene eseguita interponendo un martinetto idraulico
tra la testa del palo, annegata in un blocco di calcestruzzo o bloccata da
una ghiera in ferro, ed un contrasto fisso; tale contrasto, atto a resistere
alla reazione del palo, può essere costituito da un cassone zavorrato (per
prove a carichi piuttosto limitati) o, più normalmente, da una struttura di
travi in ferro saldamente ancorata a due o quattro pali laterali (per i quali
il palo dì prova deve risultare baricentrico), struttura alla quale è affidato
il compito di trasmettere il carico di compressione al palo centrale e di tra-
zione a quelli laterali (Fig. 12.30). E' chiaro che in quest'ultimo caso si
deve stabilire a priori quale sarà il palo di prova, onde armare adeguatamen-
254

te a trazione i pali laterali.


Un manometro tarato indica la pressione del martinetto e quindi il ca-
rico P agente sulla testa del palo; tre o quattro flessimetri disposti simme-
tricamente intorno al palo di prova permettono di leggere i cedimenti dello
stesso.
Schema della prova di carico con pali a trazione.

Fig. 12.30

In una prova di carico bisogna prestare particolare attenzione a che:


— la testa del palo sia molto ben ripulita e scalpellata prima di essere
annegata nel dado del calcestruzzo, o che il collegamento con la ghiera in fer-
ro risulti perfettamente rigido, in modo da escludere la possibilità di uno
scorrimento tra dado e palo o tra ghiera e palo;
— il calcestruzzo del dado e del palo sia ben stagionato, in modo da
non subire deformazioni plastiche, una volta sottoposto al carico;
— il martinetto idraulico sia fissato in modo perfettamente coassiale
col dado e col palo;
— i flessimetri, disposti per leggere gli abbassamenti della testa del
palo (o del piano del dado), siano assolutamente indipendenti dalla incastel-
latura di contrasto e non risentano di possibili deformazioni del terreno in
vicinanza del palo;
— si operi nell'ombra ed all'asciutto, poiché le variazioni di tempera-
tura e di umidità possono influire sul risultato delle prove; dato perciò che
normalmente tali prove durano ben più di 24 ore, si dovrà provvedere ad
una copertura provvisoria della zona di prova.
La prova normalmente si svolge in due cicli: nel primo, si porta grada-
tamente il carico fino al valore di progetto, procedendo poi in due o tre ri-
prese allo scarico completo; nel secondo, si porta, sempre gradualmente, il
carico fino ad un valore pari ad 1,5 2 volte il valore di progetto, proceden-
do quindi nuovamente allo scarico come sopra.
Gli incrementi del carico sono normalmente pari ad un ventesimo del
carico di progetto nella prima fase, ad un decimo nella seconda; ad ogni in-
255

cremento si effettua una lettura ai flessimetri, lettura che viene ripetuta ad


intervalli regolari di tempo; non si procede ad un incremento successivo del
carico fino a che non si ha il completo assestamento dei flessimetri.
Se si riporta in un diagramma di assi cartesiani i valori dei carichi appli-
cati e dei corrispondenti cedimenti medi, si ottiene una curva come quella
riportata in Fig. 12.31.

Fig. 12.31

Dall'esame del diagramma carichi-cedimenti si possono trarre diverse


considerazioni:
— osservare se i cedimenti sino al carico del progetto si sono mante-
nuti entro limiti modesti o meno, e se per ogni incremento di carico si è
avuta o meno una costante proporzionalità tra i carichi e i cedimenti;
— se la stabilizzazione ad ogni incremento di carico si raggiunge in un
tempo più o meno relativamente breve ;
— determinare il cedimento massimo sotto il carico di esercizio ed il
cedimento residuo massimo, valori questi molto importanti ai fini di una
previsione di eventuali cedimenti differenziati, della cui importanza abbia-
mo già detto, e che in alcuni casi richiedono costose travi di contrasto.
Infine, dal comportamento dei pali sottoposti a trazione, si può de-
durre se la portata d'attrito di questi pali è più o meno elevata rispetto a
quella inizialmente progettata.

Le fondazioni speciali

Esaminiamo brevemente, solo ai fini almeno di una opportuna cono-


scenza, alcuni tipi particolari di fondazioni, sottofondazioni e diaframmi
di sottofondazione o contenimento.
256

Cassoni autoaffondanti

In presenza di terreni superficiali scarsamente resistenti, e saturi d'acqua


(per esempio fondazioni di ponti), quando non si debbano raggiungere pro-
fondità troppo forti, a volte conviene usare il sistema a cassoni autoaffon-
danti(Fig. 12.32).

h'ig. 1 2 . 3 2

Questi sono in generale in calcestruzzo armato, con taglienti alla base


e, se notevolmente estesi, possono essere pluricellulari. Detti cassoni, man-
canti del cielo e del fondo, vengono costruiti direttamente sul posto ed in
seguito affondati scavando via via la terra all'interno. Raggiunta la profon-
dità voluta, essi vengono riempiti di conglomerato e sabbia battuta, e chiu-
si superiormente con una soletta di ripartizione.
In casi particolari, nel terreno sottostante vengono infissi pali di costi-
pamento.
Se non si intende ususfruire delle celle del cassone le si riempiranno si
sabbia e superiormente verrà eseguita una soletta portante ancorata ai ferri
superiori del cassone che preventivamente saranno messi a nudo.
Se, viceversa, le celle del cassone dovessero venir utilizzate (per es.
per installarvi le pompe di un impianto idrovoro) si eseguirà, per ogni cella
una platea di fondo armata in modo da resistere alla spinta delle terre (o
dell'acqua) dal basso in alto.
Quando le fondazioni da eseguire in terreni melmosi sono di dimensio-
ni ridotte,invece dei cassoni autoaffondanti si usano i "pozzi autoaffondan-
ti" realizzati con anelli di calcestruzzo armato con diametro fino a 1,20 me-
tri ed alti mediamente 1,00 metro, che vengono sovrapposti l'uno all'altro
mano a mano che il pozzo affonda fino alla profondità voluta a seguito di
scavo eseguito all'interno del pozzo.
257

Cassoni pneumatici

Per eseguire fondazioni o altre opere sotto l'acqua di fiumi, laghi o del
mare non sempre è sufficiente l'uso di sbarramenti provvisori per prosciu-
gare la zona su cui operare.
In questi casi si può ricorrere alla tecnica sofisticata dei cassoni pneu-
matici.
Un cassone generalmente in ferro (Fig. 12.33) viene immerso fino ad
una profondità di 20 ed anche di 30 metri sotto il livello dell'acqua.

Fig. 12.33 - Cassone pneumatico.

Il cassone viene vuotato dall'acqua mediante l'immissione di aria com-


pressa a pressione superiore a quella dell'acqua.
Per permettere agli operai di scendere o risalire dal cassone ed operare
sul fondo, il cassone è corredato da un tubo (camminata) con sopra una ca-
mera di compensazione munita di due sportelli. Il cassone è sempre in pres-
sione e cosi anche il tubo (camminata), ma non la camera di decompressione.
Gli operai entrano nella camera di decompressione attraverso lo spor-
tello " b " che viene rinchiuso.
A questo punto si comincia a insufflare gradatamente aria compressa
nella camera di decompressione fino a quando in essa si raggiunge la stessa
pressione che esiste nel cassone e nella "camminata".
In questa situazione lo sportello " b " resta bloccato e lo sportello "a"
si apre permettendo agli operai di accedere al cassone. Con processo inverso
si opera per far uscire gli operai.
Analoga camminata è predisposta per l'asporto e l'apporto dei materia-
258

li, ma in essa la compressione e la decompressione della camera sono molto


più rapide.
Per profondità di lavoro da 10 e 20 metri occorrono operai di con-
trollata robusta costituzione fisica.
In ogni caso gli operai devono esser sottoposti a controlli medici per
accertare che non siano affetti da qualsiasi menomazione cardiaca o circo-
latoria.
Le ore di lavoro sono proporzionalmente ridotte.
Per profondità maggiori i controlli medici sono continui e più rigoro-
si e le ore di lavoro sono ulteriormente ridotte.

Pali ad elementi

Questo tipo di palo viene usato esclusivamente per il rafforzamento di


fondazioni di fabbricati da restaurare o sopravalere o per opere particolari.
Il tipo più comune esistente in commercio (Fig. 12.34) è costituito da
un primo elemento in calce-
struzzo fortemente armato
{puntazza) che viene posto
sotto le fondazioni da rin-
forzare.
Tra le fondazioni (pri-
ma consolidate con la esecu-
zione di un cordolo in e.a.)
e la puntazza viene posto
un martinetto che contra-
stando sulla fondazione in-
figge la puntazza nel ter-
reno. A questo punto sulla
puntazza viene calettato un
tubo centrifugato in c.a.
(alto 80-100 cm) che viene
premuto dal martinetto e fa
affondare ulteriormente la
puntazza.
Procedendo in tal mo-
do ed inserendo degli ele-
menti di centratura (anche
essi in c.a.) per centrare e
dare continuità ai vari tubi
aggiunti e riempiendo i vuo-
ti con calcestruzzo, si co-
struisce il palo ad elementi. Fig. 12.34
259

Bisogna vigilare attentamente che quando il palo ha raggiunta una cer-


ta portanza, l'azione del martinetto non "alzi" il fabbricato.
Per questo scopo è consigliabile che quando si usano pali ad elementi,
i fabbricati da restaurare non vengano preventivamente alleggeriti asportan-
do i pavimenti, le tramezzature e gli altri carichi permanenti.
Questo tipo di palificazione garantisce l'assenza di ogni vibrazione e
di asporti di terra al di sotto delle strutture, è di rapida esecuzione e richiede
pochissimo spazio di manovra.
Le teste dei pali quindi vengono collegate con un cordolo di irrigidi-
mento e di ripartizione.
Risulta inoltre di notevole interesse la possibilità di collaudare in pra-
tica ogni palo prima di raccordarlo con le strutture esistenti, e di mantener-
lo in pressione durante tutta l'operazione di raccordo, così da evitare gli
assestamenti che spesso si verificano nella messa in carico delle fondazio-
ni, anche se eseguite su pali.

Palancole

Le palancole formano una classe particolare di pali; sono costituite da


elementi isolati infissi nel terreno, tali da costituire uno sbarramento o "dia-
framma", atto a resistere a pressioni laterali.
Le palancole sono normalmente impiegate solo per opere provvisorie (per
i diaframmi veri e propri parleremo più avanti), per permettere il prosciu-
gamento e lo scavo del terreno in tutte quelle opere ove si debba agire in
presenza d'acqua. Esse vengono infisse mediante battitura con maglio, e
quindi facilmente recuperate mediante sfilamento.
Possono essere in legno, ferro e c.a., ma le più usate sono quelle metalli-
che, delle quali esistono in commercio diversi tipi, tutti più o meno equiva-
lenti, caratterizzati dalla sezione del profilato e dalla natura dell'acciaio (le
più note ed usate sono quelle tipo Larsen della Fig. 12.35a.

Fig. 12.35
260

Rispetto alle palancole in legno o in c.a., quelle metalliche presentano i


seguenti vantaggi:
— grande resistenza agli sforzi di flessione, con leggerezza ed ingombro
minimo;
— facilità di infissione e scorrevolezza tra le giunzioni dei diversi ele-
menti, con perfetta impermeabilità delle giunzioni stesse;
— l'infissione è possibile anche in terreni alluvionali, là dove palancola
in legno o in c.a. si romperebbero o perderebbero la loro impermeabilità;
— è possibile il reimpiego (e quindi hanno lunga durata), prestandosi
quindi maggiormente per le opere provvisorie;
— l'elevata resistenza alla flessione infine permette l'impiego di palan-
cole molto lunghe, anche fino a 20 metri.

Diaframmi in calcestruzzo
Quando è necessario costruire entro terra e a grande profondità dei mu-
ri senza poter sbancare l'intera zona o quando si devono eseguire fondazioni
di contenimento in aderenza ad altre esistenti, ecc. si ricorre alla esecuzione
di "diaframmi".
Per profondità non eccessive si scava con una benna larga 40-60 cm un
tratto rettilineo di terreno lungo circa due o tre metri e contemporaneamen-
te lo si riempie di bentonite (Fig. 12.36).

Fig. 12.36 - Diaframma bentonitico

Successivamente si posizionano nello scavo le gabbie di armatura me-


tallica e, quindi, si pompa il calcestruzzo a partire dalla parte bassa dello
scavo con il sistema già descritto per i pali bentonitici.
Si ottiene così un elemento prismatico di calcestruzzo armato inseri-
to a buona profondità nel terreno.
Proseguendo con questo sistema ed eseguendo ciascun elemento pri-
smatico in aderenza all'altro si ottiene un diaframma continuo. Per pro-
fondità maggiori i diaframmi possono esser costituiti con pali bentonitici
o rotativi costruiti gli uni vicino agli altri (Fig. 12.37).

Fig. 12.37 - Diaframma di pali.


261

Le perforazioni ed i pali si eseguono nell'ordine indicato dalla Fig.


12.37 creando inizialmente una serie di pali singoli ad una distanza, fra
asse ed asse, inferiore al diametro del palo e, quindi, eseguendo, con una
trivella munita di robusti scalpelli, un palo d'incastro fra due precedente-
mente eseguiti.
I diaframmi con pali possono raggiungere profondità anche superio-
ri ai 40 metri.
Per evitare possibili filtrazioni d'acqua si praticano iniezioni di oppor-
tune malte idrofughe lungo le linee di intersezione dei pali o degli elemen-
ti prismatici di calcestruzzo.
Per aumentare l'impermeabilità, si potranno applicare anche intonaci
impermeabili.
I diaframmi trovano particolare applicazione in opere come:
— fondazioni di contenimento di cantinati di particolare profondità;
— fondazioni di pile e spalle di ponti;
— lavori di ripresa di sottofondazioni o consolidamento di fondazio-
ni che hanno subito danni in conseguenza di cedimenti del terreno od altro;
— sottofondazioni di muri di edifici esistenti in conseguenza di nuove
costruzioni adiacenti, o di edifici pericolanti;
— difesa di sponde ed opere marittime soggette ad erosione.

Consolidamento del terreno

Al fine di rendere la presente trattazione sufficientemente completa,


almeno come conoscenza panoramica di tutte le opere di fondazione e affi-
ni, si completa la parte dedicata alla fondazione dando brevi cenni sui siste-
mi più in uso per il consolidamento del terreno, cioè per migliorarne le ca-
ratteristiche di resistenza.
Ciò può essere utile sia ai fini di aumentare il carico ammissibile, così
da realizzare opere di fondazione dirette di minore costo, impossibili per
quel dato terreno allo stato naturale, sia per migliorarne le caratteristiche
di compattezza sotto fondazioni già esistenti ma, per varie ragioni, peri-
colanti.
Per piccole profondità, si può ottenere un sufficiente, ed abbastanza
economico costipamento del terreno a mezzo di infissione di pali o a mez-
zo di rilevati di sabbia:

— Palificate di costipamento. Si ottengono infiggendo pali in legno,


della lunghezza di circa 3 4 metri e del diametro di 15 20 cm, con una
densità media di tre pali per m2 di superficie, nell'area interessata, proce-
dendo dal perimetro verso l'interno; in tal modo, nelle zone circostanti i
pali, il terreno si comprime aumentando così la sua resistenza, consenten-
do quindi l'adozione di fondazioni superficiali.
262

I pali in legno possono essere sostituiti da pali in calcestruzzo vibrato,


che eliminano l'inconveniente proprio del legno, di risentire delle variazio-
ni di umidità.

— Rilevati di sabbia. Specialmente adatti per zone paludose, i rilevati


(completamente di sabbia o di strati alternati di sabbia o ghiaia in natura),
innalzati sul terreno, esercitano una compressione su tutta la massa, impe-
dendone i rifluimenti e rendendola più compatta in seguito all'espulsione
dell'acqua in essa contenuta. Il rilevato, oltre a comprimere il terreno, pe-
netra in esso, costituendo una massa superficiale notevolmente resistente,
che ripartisce sul sottostante strato cedevole i carichi ad esso applicati. Il
costipamento avviene normalmente a mezzo di battitura meccanica (con la
"rana") o con rulli leggeri.
Per profondità maggiori, anche fino a 15 20 metri, il costipamento,
che in questi casi peraltro risulta sempre notevolmente oneroso, può avve-
nire:
— Con pali speciali. Il sistema Compressoi consiste nel creare dei poz-
zi, ad un certo interasse l'uno dall'altro, mediante la caduta libera di magli
speciali (del peso di circa 2 tonn) da un'altezza di 15 metri; tali pozzi quin-
di vengono riempiti con ciottolame a secco fortemente costipato mediante
altri magli particolari, oppure con calcestruzzo compresso; altro sistema è
quello di riempirli di sabbia accuratamente costipata;

— A mezzo di iniezioni di cemento. Particolarmente adatte per terre-


ni sciolti, si eseguono infiggendo nel terreno, con trivellazioni a diverse pro-
fondità e ad opportune distanze, dei "tubi iniettori speciali" di piccolo dia-
metro, terminanti a punta, e bucherellati nel contorno per una superficie
complessiva di poco superiore a quella della sezione del tubo.
Attraverso i tubi si inietta a pressione nel terreno dapprima dell'acqua
per liberare e pulire i vani fra i grani di sabbia e di ghiaia, quindi la misce-
la liquida di cemento o anche semplicemente cemento in polvere ove nel
sottosuolo sia già presente in abbondanza l'acqua.
II consolidamento con iniezioni di cemento trova le maggiori applica-
zioni per i terreni immersi in acqua, risultando difficoltosi altri sistemi; bi-
sogna garantirsi però che l'acqua non sia in movimento, altrimenti potrebbe
asportare il cemento; in tali casi si provvede a deviarne la corrente con pa-
lancolate;

— A mezzo di congelamento. Il sistema non porta ad un consolida-


mento definitivo, e serve solo per consentire difficili lavori di fondazioni, sia
formando diaframmi impermeabili di terra congelata che consentono di la-
vorare all'asciutto, sia formando colonne di terra congelata a sostegno delle
vecchie fondazioni delle opere di sottofondazione.
263

Il sistema è costosissimo e viene realizzato infiggendo nel terreno dei tu-


bi in comunicazióne con un gruppo frigorifero ed iniettando in genere ani-
dride carbonica a —20°C.

Bibliografia

C. CESTELLI GUIDI,Meccanica del terreno, fondazioni, opere in terra, Milano, 1957.


G. COLOMBO,Manuale dell'ingegnere, Milano, 1955.
MANUALI CREMONESE,Manuale dell'ingegnere civile, Roma, 1952.
P. POZZ ATI, Metodi per il calcolo delle fondazioni, Bologna, 1953.
R. SANSONI, Pali e fondazioni su pali, Milano ,1955.
CAPITOLO TREDICESIMO

I SOLAI

I solai sono quelle strutture che dividono l'edificio in piani e che devo-
no sopportare i carichi permanenti (peso proprio, tramezzature, pavimen-
ti, intonaco, ecc.) ed i carichi accidentali (mobili, arredi, persone, ecc.).
L'esecuzione dei solai presenta oggi la possibilità di diverse soluzioni.
Innanzitutto la tessitura di un solaio, che una volta era realizzata sempre
nel senso del lato minore dell'ambiente (la struttura era a muratura portan-
te), oggi può essere indifferentemente realizzata; cioè il solaio può essere
posto nel senso della luce minore e le travi portanti nel senso della luce mag-
giore, oppure viceversa come può farsi per i solai in laterizio e c.a..
I tipi di solai a disposizione del progettista sono inoltre diversi, e pre-
cisamente si possono raggruppare in quattro distinte categorie:
— solai in legno,
— solai in calcestruzzo armato,
— solai in laterìzio e calcestruzzo armato,
— solai in ferro.

Solai in legno

Fino a qualche tempo fa, era questo l'unico sistema possibile per la so-
luzione di un solaio. Oggi tale sistema è però in disuso. Si realizzano infatti
solai in legno solo per casi particolari, quali rifacimento o restauro di vec-
chi edifici o per strutture aventi particolare carattere architettonico.
La realizzazione avviene collocando una serie di travi in legno a tessitu-
ra parallela, sovrapponendo quindi un tavolato ortogonale alle travi stesse
(Fig. 13.1).

Fig. 13.1
266

La facilità con cui marciscono le teste delle travi immorsate nelle mura-
ture portanti e l'attacco dei tarli costituiscono il maggior difetto dei solai in
legno.
Seppure raramente, si sono adottati dei sistemi di protezione.
Un sistema è quello di praticare nel muro un foro sufficientemente am-
pio da permettere l'aereazione della trave diminuendo la facilità di immar-
cimento delle sue teste inserite nel muro (Fig. 13.2).
La trave veniva agganciata ad una piastra metallica esterna che impedi-
va la filtrazione delle acque meteoriche.
Altra soluzione - più valida anche se più costosa — era costituita nel-
l'appoggiare la trave su "barbacani" in pietra emergenti dal muro (Fig. 13.3).

Fig. 13.2 Fig. 13.3

Più spesso, sui barbacani (più distanziati tra loro di quanto non lo fos-
sero nella soluzione precedente) correva una trave di legno sulla quale trova-
vano appoggio le travi del solaio.
Col sistema dei barbacani le travi non venivano inserite nel muro e non
risentivano della sua umidità e restavano arieggiate. Contro i tarli si imbe-
vevano le travi con sostanze particolari a base di petrolio e bitume {carbo-
lineum).
Per superare luci di particolare grandezza, si collegavano con sovrappo-
sizione a staffe in ferro, più travi, oppure si creavano dei rompitratta con tra-
vi principali più grosse, sulle quali si poneva poi l'orditura secondaria costi-
tuita da travi più piccole, sulle quali veniva posto infine l'impalcato di tavole.
Gravi difetti del solaio in legno sono la facile putrescibilità e la difficile
manutenzione, nonché l'essere facilmente attaccabili da tarli e termiti, e il
sopportare male un pavimento rigido, per la notevole elasticità del materiale
costituente il solaio.
I veneziani avevano risolto il problema in modo brillante: avevano cioè
ideato un pavimento formato da un impasto di polvere di mattone, calce,
pozzolana, e con "seminati" elementi di marmo; il cosiddetto "pavimento
alla veneziana", che essendo molto elastico, riusciva a seguire perfettamente
267

i movimenti della struttura in legno sottostante.


Sopra l'impiantito normalmente veniva steso uno strato di calcinacci,
per uno spessore di 15-20 cm, e su di esso il pavimento vero e proprio.
Le connessure tra le tavole, però, permettevano il passaggio della polve-
re e dei detriti creando così un notevole inconveniente. A ciò rimediò per
primo il Sansovino ideando il solaio che da lui prese il nome.
Il solaio alla Sansovino ha travi molto più ravvicinate così che le tavo-
le dell'impalcato (larghe mediamente 40 cm) possono esser poste paralle-
lamente alle travi (Fig. 13.4) e le loro linee di tangenza si sovrappongono
alle travi così che non può verificarsi il passaggio della polvere.

Fig. 13.4

Solai in calcestruzzo armato

Con l'avvento del calcestruzzo, si pensò di eliminare i difetti dei solai


in legno e di quelli in ferro che li sostituirono, con solai costruiti interamen-
te in calcestruzzo armato (Fig. 13.5).
Ma l'impiego di questi solai risultò molto costoso per la necessità di
eseguire una casseratura o impalcatura continua in legno che li contenesse e
che, per di più, doveva esser
molto robusta per sostenere
il peso del calcestruzzo (2500
kg/m 3 ).
Inoltre le "solette" in
calcestruzzo armato trovano
un limite nella loro luce pro-
prio nel peso del calcestruzzo. Fig. 13.5
268

E' noto che l'altezza di un qualsiasi orizzontamento (solaio) non può


esser inferiore a 1/30 della luce.
Pertanto un solaio in calcestruzzo della luce di 6,00 metri deve avere
almeno un'altezza utile (tra lembo compresso e ferri di armamento tesi) di
20 cm e, cioè, un'altezza reale - per il necessario ricoprimento del ferro
di almeno 22 cm che viene a pesare circa 550 kg/m 2 .
Si cercò di sopperire a questo svantaggio costruendo solai con solette
nervate (Fig. 13.6) che avevano una maggior resistenza ed un minor peso,
ma che comportavano una enorme spesa per la casseratura in legno che do-
veva seguire l'andamento molto articolato dell'intradosso.

Fig. 13.6

Questi solai, a seconda delle loro dimensioni planimetriche, possono


essere a semplice o a doppio ordine di nervature; avere cioè nervature in
una sola direzione, direttamente appoggiate sui muri o sui pilastri di soste-
gno, oppure una serie di "nervature principali", direttamente portate dai
sostegni, ed una serie, ad esse ortogonali, di "nervature secondarie" che si
innestano alle prime (Fig. 13.7).
Per ragioni estetiche, si desidera assai spesso non fare apparire le nerva-
ture ed avere una soffittatura piana. Ciò può essere realizzato o con un con-
trosoffitto formato con rete metallica intonacata o, meno comunemente
con apposite tavelline unite mediante ferri tondi di piccolo diametro 5;
6) disposti in apposite scanalature (vedi Fig. 13.6), o con altri tipi di con-
trosoffittatura.
Tutto ciò comunque comportava, e comporta, pesi notevoli e costi
molto elevati, sia per l'alto onere delle casserature richieste sia per il costo
del controsoffitto di chiusura.
La necessità dì ridurre tali oneri, ed il concomitante sviluppo dell'in-
dustria del laterizio, ha portato all'impiego dello stesso nella realizzazione
dei solai.
269

Fig. 13.7
270

Solai in laterizio e c.a.

Nei solai in calcestruzzo solo la parte compressa, superiore all'asse neu-


tro, contribuisce alla resistenza; mentre la parte sottostante tesa non costi-
tuisce che un aggravio di peso.
Si è pensato, allora, di alleggerire la parte tesa del solaio in calcestruz-
zo, che non collabora alla resistenza, con elementi cavi di laterizio ("pignat-
te") dando luogo ai solai in calcestruzzo e laterizio.
L'elemento in laterizio non ha alcuna precisa funzione portante ed in
alcuni casi speciali le pignatte sono state sostituite con elementi scatolari in
legno truciolare o addirittura con scatole di cartone impermeabilizzate. La
pignatta è spesso definita come "cassaforma a perdere".
Peraltro, in questi ultimi tempi (a partire da solai in calcestruzzo e la-
terizio eseguiti attorno agli anni del 1960) si è verificato, dopo otto o dieci
anni dalla esecuzione, il distacco e talvolta la caduta dei fondelli degli ele-
menti in laterizio.
Le cause di questo inconveniente sono diverse e non sempre ben indi-
viduabili.
Le pignatte devono avere uno spessore non minore di 8 mm per la par-
te superiore, non minore di 7 mm per le altre pareti perimetrali e per il fon-
do e non minore di 6 mm per i setti interni.
Questi solai sono formati da una serie di elementi forati in laterizio
detti "pignatte", posti ad un interasse tale da lasciare tra pignatta e pignat-
ta uno spazio sufficiente per il getto di calcestruzzo che deve formare la
nervatura del solaio. Tali solai si presentano pertanto come solette alleggeri-
te, prive di una buona parte del calcestruzzo teso, (Fig. 13.8). Il loro cal-
colo non differisce perciò affatto da quello delle ordinarie solette piane o

Fig. 13.8
271

nervate, solo che l'armatura, anziché essere distribuita con uniformità lun-
go tutta la soletta, è concentrata nelle singole piccole nervature.
In questi solai il laterizio ha una duplice funzione.
— pur lasciando inalterata la zona compressa del calcestruzzo (cappa
di circa 4 cm) sostituisce la quasi totalità del calcestruzzo teso che si riduce
a nervature di larghezza pari a 8 12 cm.
Un solaio in calcestruzzo alto 24 cm pesa circa 600 kg/m 2 , mentre
un analogo solaio alleggerito con le pignatte pesa circa 270 kg/m2 ;
— evita la spesa del controsoffitto; grazie infatti alle casseforme per-
se in laterizio, l'intradosso del solaio si presenta completamente piano ed è
un supporto perfetto per l'intonaco.
I solai in laterizio e c.a. (impropriamente chiamati anche solai in late-
rizio armato o solai in laterocemento) possono dividersi, a seconda del si-
stema di esecuzione e getto, in due categorie:

— solai eseguiti in opera;

— solai eseguiti fuori opera o prefabbricati.

I "solai eseguiti in opera" sono realizzati come si è detto più sopra e


come schematizzato in Fig. 13.8. Essi presentano notevoli vantaggi:
— migliore sfruttamento del ferro di armatura, che può essere pre-
disposta solo nei punti ove è necessaria;
— notevole flessibilità architettonica; questo tipo di solaio si adatta
infatti molto bene a qualsiasi tipo di pianta, più o meno irregolare;
— possibilità di porre in opera o predisporre, ancora in fase di getto,
i passaggi e i vani per i tubi di scarico, dei servizi, delle canalizzazioni, ecc.,
rinforzando adeguatamente le armature intorno al foro.
Per la posa in opera di detti solai si predispone un tavolato in modo da
realizzare una superficie completamente piana; su di questa si dispongono
in file accostate tra di loro le pignatte in laterizio, che hanno alla base del-
le alette sporgenti particolari, e che vengono a formare delle gole, o nerva-
ture, tra le singole file, in cui viene collocata l'armatura (ferri diritti o pie-
gati).
L'impasto di calcestruzzo si fa normalmente con una dosatura di ce-
mento tipo 425 da 3 a 3,5 ql/m 3 ; la granulometria dell'inerte deve essere
piuttosto minuta per permettere all'impasto di penetrare nelle nervature ed
avvolgere completamente il ferro di armatura (per i ferri che eventualmente
rimanessero scoperti, si potrebbero avere pericolosi fenomeni di corrosio-
ne, con conseguente riduzione della sezione resistente), per la stessa ragione
la consistenza del calcestruzzo sarà del tipo plastico. Prima del getto si do-
vrà curare di bagnare abbondantemente sia i laterizi che le casseforme in
legno, onde evitare che questi ultimi abbiano ad assorbere l'acqua dell'impa-
272

sto, "bruciando" in tal modo il calcestruzzo stesso.


Oltre al getto delle nervature, si realizza normalmente (per solai por-
tanti) anche uno strato superiore di 4 5 cm ("cappa") uniforme su tutta la
estensione del solaio.
I solai di questo tipo hanno spessore variabile da un minimo di 8 cm
(minimo per legge) ad un massimo di 50 cm, più la cappa; le nervature han-
no uno spessore interno sui 7 12 cm; l'interasse delle nervature può va-
riare da un minimo di 40 cm ad un massimo di 60 cm circa; attualmente
peraltro si tende ad uniformarlo sui 50 cm.
Per le strutture portanti in calcestruzzo sono talvolta usate le travi "in
spessore", cioè contenute in altezza nello spessore del solaio, e quindi nor-
malmente molto larghe (a volte anche 2 metri). Se il solaio poggiasse in-
vece su muro portante, l'ancoraggio si realizza a mezzo di un "cordolo",
ossia su una trave larga quanto il muro, e alta quanto il solaio, armata sem-
plicemente con 4 10 o 4 12 longitudinali e staffe 6 o 8 a passo piut-
tosto ampio (0,8 altezza del cordolo).
Grande incidenza sul costo di questi solai ha la casseratura per la posa.
Attualmente, per il sostegno del tavolato si usano delle speciali travi tele-
scopiche reticolari in ferro, che presentano il vantaggio di potersi usare su lu-
ci diverse, di lasciare completamente libero il piano sottostante (poiché so-
no sostenute solo alle estremità), e di essere riutilizzabili per un numero
grandissimo di volte.
Altro tipo di solai in opera sono quelli a "nervature incrociate" (Fig.
13.9), realizzati con speciali pignatte che permettono il getto di nervatu-
re nei due sensi ortogonali; si hanno in tal modo i solai a piastra, elemen-
ti monolitici che presentano struttura portante lungo tutto il perimetro.
Questi solai sono normalmente molto costosi, per cui si preferisce rea-
lizzarli solo in casi particolari.

Fig. 13.9
273

I "solai eseguiti fuori opera" sono normalmente realizzati dal connu-


bio in opera di un elemento portante ("travetto") e di un elemento porta-
to ("pignatta").
A seconda del tipo dei travetti portanti, si possono distinguere in:
— solai prefabbricati in laterizio,
— solai con travetti prefabbricati in c.a.,
— solai prefabbricati in c.a. precompresso,
— solai speciali.

Solai prefabbricati in laterizio

Sono realizzati (Fig. 13.10a,b) tramite l'accostamento di travetti pre-


fabbricati in laterizio, oppure con travetti con interposte pignatte di alleg-
gerimento.

Fig. 13.10a

I travetti prefabbricati sono realizzati, a piè d'opera, o nell'apposito


cantiere di prefabbricazione, accostando in fila un numero adeguato di pi-
gnatte, fino a raggiungere la lunghezza voluta; collegate fra di loro da due
274

o più ferri di armatura, (ferri di confezione) bloccati con malta di cemento


in speciali gole presenti nelle pignatte (bisogna fare particolare attenzione
a che la malta avvolga completamente il ferro di armatura).

Fig. 13.10b

Fra travetto e travetto, o fra travetto e pignatta, rimangono delle ner-


vature che si riempiono, assieme alla cappa, col getto in opera. In tali nerva-
ture, qualora necessiti, possono trovare posto ulteriori ferri di armatura
(ferri interposti).
I laterizi usati per i travetti prefabbricati hanno forme particolari, pre-
sentando non solo alle estremità inferiori delle gole atte all'alloggiamento
del ferro di confezione, ma anche una o due scanalature superiori per l'in-
serimento di appositi ferri normalmente del 4, atti a contrastare eventua-
li sforzi inversi durante le fasi di trasporto e sollevamento.
I solai di questo tipo presentano il vantaggio di una più veloce posa in
opera e di una notevole riduzione di costo per le impalcature che, anziché
continue, possono ridursi a linee di appoggio (rompitratta) poste ad inter-
valli di 2 3 metri.
Le altezze di questi solai a travetti sono pari a quelli dei solai gettati
in opera.
275

La cappa per solai con carichi modesti (sottotetti, solai di copertura),


può non essere realizzata; al contrario assume particolare importanza per
alcuni tipi di solai, come per esempio quando si vuole ottenere una certa
ripartizione di eventuali carichi concentrati (biblioteche, librerie, sale di
riunione, teatri, garages, ecc.)

Solai prefabbricati con travetti in calcestruzzo armato

Parallelamente ai solai in laterizio si è sviluppato, specialmente alcuni


anni fa, un solaio realizzato con travi in cemento armato vibrato prefabbri-
cato di sezione a doppio T (travi "Varese"), poste ad un interasse di circa
0,80 1,00 m con superiormente ed inferiormente appoggiati dei tavello-
ni in laterizio su appositi alloggiamenti; sopra ai tavelloni superiori viene
gettata una cappa armata con una rete a maglia larga per una migliore ri-
partizione dei carichi e per legare in parte l'intera struttura (Fig. 13.11).
Il difetto maggiore di
tale tipo di solaio è presen-
tato da una assoluta discon-
tinuità fra i vari elementi
dell'intradosso, discontinui-
tà che porta logicamente
ad una innumerevole serie
di fessurazioni, evidenziate
esteticamente ancor più dal
diverso colore assunto dal-
l'intonaco all'intradosso ap-
plicato su un supporto non Fig. 13.11
omogeneo e con diversa ca-
pacità di assorbire l'umidità dell'aria (alternanze di travetti in c.a. e tavello-
ni in laterizio). Tale ultimo inconveniente è stato ultimamente superato con
l'uso di tavelloni in calcestruzzo anziché in laterizio.
I solai di questo tipo, oltre ad una particolare economia di fornitura,
presentano anche una notevole velocità di posa in opera, ma, specialmen-
te in questi ultimi tempi, sono sempre meno usati nelle costruzioni civili,
proprio per gli inconvenienti sopra detti; trovano invece largo impiego negli
edifici industriali ed agricoli e nella formazione di solai sottotegola.
L'uso di tale tipo di solaio è invece particolarmente indicato in casi
particolari, come nei restauri di edifici antichi: l'inserimento di questi solai
nella muratura portante esistente avviene molto semplicemente creando dei
fori nei muri in corrispondenza all'innesto delle travi, senza quindi il biso-
gno di creare dei cordoli continui di collegamento, che richiederebbero il
taglio continuo (e quindi un pericoloso indebolimento) della struttura esi-
stente.
276

Solai con travetti in calcestruzzo precompresso

Altro tipo di solaio in laterizio e calcestruzzo è il solaio con travetti in


c.a.p.(Fig. 13.12).
I travetti hanno normalmente sezione a T rovescia con anima, a coda di
rondine, superficie perimetrale notevolmente rugosa (per aumentare l'ade-
renza al getto) e suola costituita da granulato di laterizio (per creare un sup-
porto omogeneo per l'intonaco).
Le pignatte intermedie, in laterizio, hanno normalmente la zona supe-
riore rinforzata per realizzare una maggiore massa resistente a compressione.

Fig. 13.12

L'altezza dei travetti mediamente è contenuta fra i 9 e 15 cm, con una


larghezza intorno ai 12 15; lo spessore del solaio finito può variare da un
minimo di 12 cm ad un massimo di 50 cm; pertanto si può arrivare a copri-
re anche luci fino ai 12 14 metri.
Per casi particolari possono esser abbinati due o più travetti ad ogni
pignatta, ottenendo così solai maggiormente resistenti o, a parità di altri ele-
menti, con frecce d'inflessione minori.
Sia per i solai Varese sia per i solai con travetti in c.a.p. l'ancoraggio
alle travi, a differenza dei solai in laterizio o in e.a. (che terminano con i
ferri di armatura sporgenti e liberi) viene realizzato per aderenza, annegan-
do cioè un certo tratto di travetto.
277

Solai con cassaforma in calcestruzzo

Per praticità di costruzione e anche per cercare di eliminare o ridurre


la caduta dei fondelli delle pignatte, si sono creati dei tipi di solai aventi
una cassaforma di contenimento con suola in calcestruzzo.
Il primo di questi solai, in ordine di tempo, è il solaio "bausta" (Fig.
13.13).

Fig. 13.13 - Solaio tipo "bausta".

E' costituito da una sottile suola di calcestruzzo (circa 4 cm) conte-


nente l'armatura in acciaio (o parte dell'armatura).
La suola di calcestruzzo è gettata in un elemento cavo e rettangolare
di laterizio che forma cassaforma per il getto del calcestruzzo e — a solaio
finito - permette la realizzazione di un intradosso del solaio di materiale
uniforme (fondelli del travetto e pignatte) in modo che l'intonaco ad esso
applicato non presenti diversità di colore per differente assorbimento di
umidità.
Nella suola in calcestruzzo è preventivamente inserito un traliccio me-
tallico elettrosaldato che dà al sottile travetto la necessaria resistenza du-
rante il trasporto e la posa.
Posti in opera i travetti, inserite tra di essi le pignatte e aggiunta l'e-
ventuale armatura in acciaio di completamento, si gettano in calcestruzzo
le nervature e la cappa di almeno quattro centimetri di spessore realizzan-
do un buon solaio monolitico.
278

Particolarità di questo solaio è il suo conveniente impiego anche in


caso di restauri (come per il solaio Varese), il modesto peso e la grande ma-
neggevolezza dei travetti, la rapidità di posa, l'economia dei costi.
Una estensione di questo tipo di solai è dato dal solaio a lastra prefab-
bricato o tipo "predai" (Fig. 13.14 e 13.15).
In stabilimenti specializzati viene costruita una solettina di calcestruz-
zo armata, alta circa 4 cm, larga circa da 2,40 a 1,20 metri e lunga anche
una dozzina di metri ed oltre.

Fig. 13.14 - Solaio tipo Predai.

Dalla soletta emergono dei tralicci come per i solai bausta.


Fra i tralicci viene posto del polistirolo ad alta densità che ha la funzio-
ne di cassaforma per il getto in opera della soletta (cappa).
279

Fig. 13.15 — Posa in opera delle piastre prefabbricate tipo Predai.


280

La cappa gettata in opera è resa perfettamente solidale con la suola a


mezzo delle nervature in calcestruzzo che si formano fra i blocchi di polisti-
rolo, nervature che sono armate dai tralicci.
In pratica la soletta prefabbricata, completa di tralicci tra i quali è inse-
rito il polistirolo, viene posta in opera poggiandola sulle travi o sui muri por-
tanti accostandole l'una a l'altra.
Successivamente vengono gettate le nervature e la cappa con eventuale
armatura di ripartizione (reti elettrosaldate 60 8 con maglie da 10 o 20
cm.).
Si ha così un solaio a cassone interamente in calcestruzzo che presenta
ottime caratteristiche statiche, e che è anche accettato da Vigili del Fuoco a
copertura di locali con alto rischio di incendio.

Solai in acciaio

I primi solai in acciaio (verso il 1900) si realizzavano con travi in fer-


ro a doppio T poste ad un interasse intorno a 0,70 1,00 metro ed inse-
rendo; nella luce libera tra due travi, venivano poste volterrane in laterizio o
tavelloni (Fig. 13.16), pure in laterizio.
Tale connubio però, sia per la differente dilatazione termica dei due
materiali sia per la discontinuità dei vari elementi presentava gli stessi in-
convenienti esposti per i solai tipo Varese.

Fig. 13.16

In più si aveva l'inconveniente del ri-


stagno di umidità nell'intonaco sotto l'ala
della trave in ferro. L'inconveniente fu in
un secondo tempo, superato con l'inseri-
mento di particolari copriferro in laterizio
(Fig. 13.17) che avvolgevano perfettamen-
te l'ala inferiore della trave in modo che
l'intradosso del solaio presentasse un pia-
no continuo ed uniforme per la presa e l'a-
desione compatta dell'intonaco. Fig. 13.17
281

Onde evitare tali inconvenienti, si è arrivati a realizzare solai interamen-


te metallici che oggi vanno prendendo sempre maggiore diffusione, anche
se ostacolati dall'alto costo, in parte compensato da una maggiore celeri-
tà di esecuzione.
Essi sono principalmente realizzati con la posa di lamiere d'acciaio gre-
cate al di sopra delle orditure secondarie, fissate ad esse mediante punti di
saldatura, sopra alle quali viene posta, ancora per saldatura a punti all'estra-
dosso delle lamiere, una rete metallica elettrosaldata a maglia quadra, ed il
tutto viene completato da un getto di calcestruzzo di adeguata fluidità e
granulometria che, oltre a riempire le nervature sormonta di almeno 3 4
cm le lamiere stesse. E' evidente come sì venga a creare una struttura mista
acciaio-calcestruzzo, in cui l'acciaio funziona in un primo tempo come cas-
saforma e, a realizzazione avvenuta, come parte inferiore tesa, mentre al
calcestruzzo viene riservata la funzione di resistere nella parte superiore
compressa (Fig. 13.18).

Fig. 13.18

Questo comportamento statico si ha raramente e solo nel caso di solaio


ad una campata.
Viceversa nei casi più comuni quando le campate diventano numerose
(il che è frequente perché l'interasse delle travi non supera i 2,50 metri) la
struttura lamiera grecata-calcestruzzo ha un comportamento di trave conti-
nua su più appoggi.
Esistono tabelle di carico in funzione degli spessori delle lamiere (nor-
282

malmente da 6 a 12/10), del tipo di grecatura e del getto. Dette tabelle so-
no tutte di derivazione sperimentale dato che il funzionamento acciaio-cai-
cestruzzo è in questo caso affidato all'aderenza del getto alla sua cassa-
forma e, soprattutto perché nelle lamiere in acciaio zincato l'aderenza non
è mai del tutto assicurata.
La rete metallica che viene posta al di sopra delle lamiere ha una dupli-
ce funzione: aumentare l'aderenza e ripartire gli sforzi sulla cappa evitando
le noiose fessurazioni.
Esìstono vari tipi di lamiere grecate a seconda delle Ditte costruttrici.
Principalmente esse variano nel numero di nervature e per la loro profon-
dità; elementi che vanno crescendo all'aumentare della portata richiesta.
Fra le più usate sono quelle con 4 nervature sullo sviluppo di un metro
(si parte sempre per la profilatura da coils di 1 m di larghezza) di profondi-
tà di 45 mm o 65 mm o 95 mm.
Normalmente la parte nervata stretta ed alta, viene disposta verso il
basso al fine di ridurre il getto e conseguentemente il peso del calcesturzzo.
Altri tipi di lamiere si possono avere con agganci mutui particolari, e
con dispositivi per il sostegno delle orditure di controsoffitto o costituiti
da due lamiere accoppiabili fra loro una sull'altra, (Fig. 13.19).

Fig. 13.19
283

Notevole vantaggio presentano detti solai per il loro esiguo peso (dai
110 ai 150 kg/m 2 ) e per la velocità di posa in opera anche senza particolari
mezzi di sollevamento. Il loro costo è però influenzato anche dalla necessi-
tà di controsoffittare gli ambienti dopo la loro posa e di dover difenderli da
possibili attacchi del fuoco mediante amianto spruzzato o vere barriere al
fuoco poste nel controsoffitto.
Altro tipo di solaio sovente realizzato nelle costruzioni metalliche è
quello molto schematicamente illustrato in Fig. 13.20 nel quale risulta ac-
coppiato alla struttura metallica principale delle travi, un normale solaio
misto in laterizio e c.a., ed in questo caso la trave risulta incorporata nel
getto di calcestruzzo di completamento. Può essere anche molto vantaggio-

Fig. 13.20

samente impiegato il solaio illustrato alla Fig. 13.12 ed in tal caso il tra-
vetto in c.a. precompresso si appoggerà semplicemente sull'ala inferiore
della trave in acciaio, mentre la pignatta costituirà elemento leggero di riem-
pimento. Anche in questo caso un getto di calcestruzzo, incorporando la
trave metallica, legherà le diverse strutture. Questi tipi di solaio trovano lar-
go impiego nella pratica, anche perché uniscono ad una notevole efficienza
statica e funzionale un costo che è da considerare abbastanza competitivo
in relazione ad altri tipi di uso corrente.

Bibliografia

A. ARCANGELI, Le Costruzioni in cemento armato, Milano, 1958.


0. BELLUZZI, Scienza delle costruzioni, voi. II, Bologna, 1968.
L. SANTARELLA,7Z cemento armato, voi. II, Milano, 1951.
G. COLOMBO,Manuale dell'ingegnere, Milano, 1950.
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TRAVE REP

Trave autoportante in acciaio - REP -

La trave REP è l'elemento fondamentale e caratterizzante di un sistema


costruttivo a prefabbricazione aperta che si realizza accoppiando la trave stessa
a qualsiasi tipo di solaio che soddisfi alle esigenze statiche e funzionali richieste.
Interamente prefabbricata in acciaio laminato tipo Fe 52 C (Uni 7070-
72), essa è composta da una orditura a traliccio realizzata con tondi salda-
ti su un piatto di base. Quest'ultimo, oltre a svolgere funzione statica, of-
fre il vantaggio di dare appoggio al solaio e di sostituire la casseratura per il
getto integrativo. Alle estremità è previsto un dispositivo di appoggio stabi-
lizzante che garantisce un corretto inserimento nei nodi strutturali senza so-
luzione di continuità (fig. A).
I singoli componenti della trave REP sono solidarizzati tra loro median-
te un procedimento di saldatura sotto gas di protezione C02 che l'Istituto
Italiano per la Saldatura di Genova ha qualificato con i verbali n. 1649-76
e n. 1664-76 conferiti alla produttrice Valdadige spa.
II calcolo statico viene eseguito in conformità alla normativa vigente
mediante un elaboratore elettronico. Esso rende possibile un dimensiona-
mento "ad hoc" per ogni singola richiesta in base ai dati tecnici forniti dal
progettista ed alle prescrizioni dello stesso. Di regola si adotta l'ipotesi di trave
continua su più appoggi puntiformi, variamente incastrata alle due estremità,
prescindendo dalla struttura verticale che non risulta quindi vincolante.
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La trave REP si presta infatti ad essere posata sia su piedritti in cemento


armato o in acciaio, sia su murature nuove o vecchie; offre inoltre soluzioni
interessanti anche nella realizzazione di strutture con campate a sbalzo.
Dopo la stagionatura del conglomerato, la continuità tra le varie campate
è assicurata dalle barre di collegamento in acciaio fornite a corredo. Nella tabel-
la n. 1 sono illustrate 18 sezioni tipo di conglomerato cementizio memorizzate
nel calcolatore elettronico e considerate resistenti ai fini statici nella trave mista.
Le loro caratteristiche dimensionali indicano la possibilità di realizza-
re anche travi di spessore diverso da quello del solaio e perciò sporgenti sia
verso l'alto, sia verso il basso; in quest'ultimo caso la trave REP è correda-
ta di un apposito dispositivo che sostiene il solaio alla quota richiesta ed evita
onerose puntellazioni provvisorie lungo la trave.
La struttura mista ottenuta con l'inserimento della trave REP raggiun-
ge caratteristiche meccaniche notevoli, decisamente superiori a quelle che si
possono ottenere con la tradizionale trave in cemento armato di uguali di-
mensioni, in particolare per quanto riguarda la rigidezza.
Le armature e le sezioni tipo fornite all'elaboratore possono essere mo-
dificate, purché si sottopongano a verifica le singole sezioni in ogni fase
di carico. Così potendo scegliere, per il piatto fra le larghezze di 25, 33, 50,
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segue tabella 1 — Sezione tipo

66 cm e fra gli spessori di 6 e 10 mm, per il tondo fra tutti i diametri in com-
mercio, si può facilmente sostituire all'armatura standard memorizzata quel-
la più idonea al caso in esame.
Analogo criterio si può seguire nella scelta della sezione tipo.
La trave REP offre perciò al progettista una considerevole elasticità nel di-
mensionamento ed una scelta flessibile della maglia strutturale ; di conseguenza
offre anche la possibilità di soddisfare agevolmente le esigenze architettoniche.
I campi d'impiego sono rappresentati nel diagramma di fig. 2, dove è
possibile rilevare le coppie di valori; "luce solaio, luce trave REP" associabi-
li nell'ipotesi di continuità, in funzione del loro comune spessore. In base
ai momenti di esercizio agenti sulla trave REP, si può ricavare, nei casi più
comuni, il peso di acciaio richiesto per il corretto dimensionamento della trave
stessa, compresa l'armatura necessaria per assorbire i momenti negativi ai nodi.
Nel campo dei momenti d'esercizio inferiori a quelli indicati, il peso
stesso non può diminuire poiché il dimensionamento minimo rimane co-
stante (Tab. 2).
Nei casi in cui:
M > 6.000 kgm nella struttura H = 20
M > 8.000 kgm nella struttura H = 24
M > 11.000 kgm nella struttura H = 28
M > 14.000 kgm nella struttura H = 32
è necessario aumentare la larghezza dell'ala nella sezione a T in calcestruz-
zo collaborante con la trave REP. Ciò si ottiene disponendo nel solaio, la-
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Tabella 2 - Peso TRAVE REP per metro lineare comprese barre integrative per momen-
ti negativi.

teralmente alla trave stessa, blocchi di alleggerimento che abbiano un'altezza


inferiore di almeno 4 cm rispetto a quelli impiegati nella zona centrale della
campata. La trave REP viene posta in opera senza l'impiego di rompitratta,
mentre questi ultimi sono applicati al solaio che ad essa si accoppia.
Talvolta risulta conveniente, quando si impiegano solai nervati precom-
pressi, risolvere tutto l'orizzontamento in completa autoportanza.
In tal caso va posta speciale attenzione al dimensionamento della trave
ed agli ancoraggi ai pilastri, affinché siano assorbiti in piena sicurezza gli
sforzi derivanti dalla prima fase di carico, particolarmente gravosa.
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La caratteristica di autoportanza della trave REP, unita alla possibi-


lità di fungere da cassero, consente cosi una sensibile riduzione e in qualche
caso la eliminazione dei rompitratta provvisori, maggiore pulizia di can-
tiere e migliore agibilità del piano sottostante.

Figura B — Campi d'impiego per sovraccarichi di civile abitazione.


CAPITOLO QUATTORDICESIMO

LE COPERTURE

La copertura è l'elemento terminale della costruzione ed ha la funzio-


ne di proteggere questa dalle variazioni atmosferiche e dalle intemperie.
Le coperture possono essere orizzontali o piane, oppure inclinate 0 a
falde. Caso particolare sono le coperture a volta o a cupola di cui si accen-
nerà brevemente in appresso.
Nelle coperture a falde, l'inclinazione di queste non è tanto in relazio-
ne alla zona ed alla latitudine ove dovrà sorgere l'edificio, ma soprattutto
in strettissima funzione con il materiale adoperato come manto di copertu-
ra, per il quale, almeno per i tipi tradizionali, esistono dei valori di penden-
za ottimale che non possono essere superati, né in difetto né in eccesso,
senza causare gravi conseguenze all'impermeabilità della copertura o alla
stabilità dei singoli elementi costituenti il manto. Ad esempio per un nor-
male tetto di tegole in laterizio (coppi), la pendenza si aggira attorno al
30 35%.
Suddivideremo le coperture in relazione alla loro struttura in:
— coperture a volta
— coperture a falde
— coperture piane.

Coperture a volta

Furono usate nell'antichità sia come elemento di suddivisione dei vari


piani, in sostituzione dei solai, sia come strutture di copertura. Il loro fun-
zionamento statico è analogo a quello degli archi, da cui strettamente deri-
vano: sono cioè costituite da una successione di elementi, o conci, che agen-
do per mutuo contrastro trasmettono alle imposte il peso proprio e i carichi
sovrastanti. Essendo, come gli archi, delle strutture spingenti, necessitano di
catene metalliche orizzontali per annullare gli sforzi di trazione in corri-
spondenza dell'imposta.
Si definiscono come volte semplici quelle che non presentano spigoli
all'intradosso, costituite cioè da superfici curve uniche. Le principali (Fig.
14.1) sono:

La volta a botte (Fig. 14.la), costituita da un semicilindro ad asse retti-


290

lineo, oppure obliquo (b), o a generatrici inclinate (c) o con le imposte col-
locate a diversa altezza (d). Spesso, per particolari strutture, come le scale,
è stata impiegata nel passato la volta anulare o elicoidale, costituita da una
volta a botte avente per linee di imposta due cerchi concentrici o due eliche
coassiali (e).

La volta conica o a conoide (Fig. 14.1f,g,h,i), particolarmente usata per


la copertura di ambienti di forma irregolare, oppure quando, come nel caso
di edifici industriali, si voglia ottenere una zona unidirezionale di illumina-
zione, analoga a quella delle coperture a "shed". Caso particolare è invece
quello riportato nella figura i, conoide a doppia direttrice, usata sovente per
coperture industriali di grandi luci, con sostegno centrale o ai vertici della
superficie.

Fig. 14.1 - Forme geometriche di alcune volte semplici.


291

La volta a vela (Fig. 14.1 l,m) che è costituita da superfici sferiche op-
pure elissoidiche. Sono indicate per coprire ambienti rispettivamente a pian-
ta quadrata o rettangolare ed hanno caratteristica, al contrario delle volte a
botte, di scaricare i pesi soltanto sui quattro punti delimitanti la superficie.

Si definiscono come volte composte quelle costituite dall'unione di


più volte semplici e che presentano l'intradosso intersecato da spigoli e da an-
goli che ne interrompono la continuità. Le principali (Fig. 14.2) sono:

Fig. 14.2 - Forme geometriche di alcune volte composte.

La volta a padiglione (Fig. 14.2a), costituita dall'intersezione di due


volte a botte aventi le linee di imposta sui lati dell'ambiente. Si immagini
cioè di tagliare con due piani verticali diagonali una volta a botte a pianta
292

quadrata; si otterranno cosi quattro parti a due a due uguali chiamate un-
ghie le une e fusi le altre. L'unione di quattro fusi, cioè degli elementi di
volta in corrispondenza della struttura muraria portante all'imposta, gene-
rano appunto le volte a padiglione, mentre l'unione di quattro unghie genera:

La volta a crociera (Fig. 14.2e,f) che, analogamente alla volta a vela


concentra le azioni di spinta ai vertici della pianta. Se la generatrice dell'un-
ghia è inclinata si ottiene la volta rialzata (g,h), e tale rialzatura può essere
più o meno accentuata, fino a raggiungere il tipo ad archi acuti (i), che fu
caratteristica dell'arte ogivale, sulla cui individualità estetica e costruttiva
brevemente si è accennato nel capitolo 1.
Altri tipi, meno importanti di volte composte, possono essere:

La volta a botte con testate di padiglione (Fig. 14.2b).

La volta a schifo (Fig. 14.2e), ottenuta tagliando con un piano orizzon-


tale la parte superiore di una volta a padiglione oppure a botte con testate
di padiglione.

La volta lunettata (Fig. 14.2d) costituita dall'intersezione su una volta


a botte principale di altre volte a botte, minori, normali alla prima, general-
mente impiegate per illuminare l'ambiente sottostante.

Per la struttura delle volte nell'antichità vennero impiegati materiali la-


pidei o laterizi e la loro costruzione, particolarmente per quelle del tipo com-
posto, come avviene per gli archi, era iniziata dalle linee di imposta traccia-
te sulla parete dell'ambiente e procedendo da queste sino alla sommità. Par-
ticolari apparecchi, stabilivano cioè la disposizione più opportuna da asse-
gnare ai conci, sia di struttura nelle volte semplici che di riempimento in
quelle composte, naturalmente variabili a seconda del tipo di volta adottata.
Le strutture a volta sono oggi quasi generalmente impiegate per la co-
pertura di grandi luci per edifici industriali (i cosiddetti "capannoni"). I
tipi più usati sono il tipo classico a botte ove la struttura può essere costitui-
ta da elementi prefabbricati reticolari in calcestruzzo, posti ad interesse non
superiore ai 2 m e con interposti all'entradosso, tra arco ed arco, elementi
rettangolari, cioè lastre anch'esse prefabbricate in calcestruzzo. La struttura
può essere anche in laterizio, costituita da travetti preconfezionati e posti
in opera accostati come per i già descritti solai in laterizio e cemento arma-
to. In laterizio sono anche eseguite le volte a conoide, o a paraboloide o a
doppia curvatura. Queste strutture necessitano di tiranti orizzontali in ferro,
che ne limitano in un certo senso l'impiego, sia perché tale elemento deve
essere sufficientemente protetto dalle azioni del fuoco, sia perché la pre-
senza di tale suddivisione orizzontale rende in pratica inutilizzabile tutta la
porzione di spazio compresa tra le imposte e l'intradosso della volta. Tale
293

volume, che generalmente è notevole, è da considerare perso ai fini dell'uti-


lizzo, ma è altresì da considerare nel volume effettivo per il calcolo della
illuminazione e del riscaldamento dell'ambiente. Per cui, come si vedrà in
seguito, l'attuale tendenza per le coperture di tipo industriale o per grandi
luci tende ad eliminare le strutture a volta.
La copertura a volta per grandi luci, prefabbricata in calcestruzzo ar-
mato in cantieri specializzati, è costituita fondamentalmente da tre ele-
menti:

1) Due semiarchi parabolici monolitici a struttura reticolare posti ad


un interesse variabile da 1,50 a 2,50 metri costituenti l'ossatura portante. La
conformazione dell'arco risulta con giunto centrale a maschio e femmina
funzionante a cerniera, e così pure la conformazione degli appoggi indivi-
duando la struttura come un arco a tre cerniere. Tale configurazione statica
è particolarmente adatta nel caso della prefabbricazione per la semplicità
di calcolo e per la facilità di montaggio, essendo il regime degli sforzi inter-
ni insensibili agli errori di posa in opera, cedimenti degli appoggi e variazio-
ni di temperatura.

2) Lastre in c.a. vibrato con dimensioni di circa 2,00x0,35x0,08 me-


tri, interposti tra arco ed arco. La sagomatura di queste lastre è tale da con-
ferire una eccezionale leggerezza unita ad una notevolissima resistenza. Il
profilo esterno dà luogo, quando gli elementi sono tra loro accostati, alla
formazione di canali disposti a rete con lati alternativamente paralleli e nor-
mali agli archi. Tali canali vanno sigillati con conglomerato cementizio ad
alta resistenza ed è buona norma costruttiva inserire in essi tondini di ac-
ciaio di adeguato diametro allo scopo di creare un efficace collegamento del-
le strutture in senso longitudinale.

3) Tiranti in tondo di acciaio di controllata qualità per l'assorbimento


della spinta orizzontale.
Oltre ai tiranti ed ai tenditori si hanno le piastre di acciaio da serrare
contro le sezioni terminali di imposta dell'arco con i relativi dadi e contro-
dadi. Questa caratteristica è particolarmente favorevole al costruttore per-
ché elimina il tenditore centrale permettendo di registrare comodamente
la tensione del tirante delle sezioni di imposta.
Per la fabbricazione degli elementi vengono esclusivamente usati con-
glomerati ad alto dosaggio di cementi ad alta resistenza, inerti di appropria-
ta granulometria e tondo di acciaio. Le strutture vengono infine confezio-
nate su tavoli vibranti ed in forme di ferro.
294

Coperture a falda

E' il tipo di copertura più comunemente usato negli edifici civili, nei
quali il tetto è costituito da uno o più elementi inclinati, appunto le falde,
che devono essere progettate e conformate in modo da assicurare un per-
fetto e regolare deflusso delle acque piovane. La più semplice disposizione
è naturalmente ad una sola falda, ma anche se è qualche volta impiegata, ta-
le soluzione raramente è soddisfacente da un punto di vista estetico, data
la differenza considerevole di altezza che vengono ad assumere le pareti op-
poste dell'edificio in relazione alla pendenza della copertura. E' invece mol-
to usata la disposizione a due falde (il cosiddetto "tetto a capanna") carat-
terizzato da una linea di colmo centrale sulla copertura e due linee di gron-
da parallele ed opposte a
questa. Nella disposizione
a più falde, usata sovente
per edifici costituiti pla-
nimetricamente da super-
fici composte, particola-
re importanza riveste lo
studio geometrico della
copertura procedendo da-
gli angoli a mezzo di bi-
settrici, perché tutte le
falde devono avere la me-
desima pendenza, ed in-
dividuano le linee di com-
pluvio, cioè le rette di in-
contro delle superfici in-
terne e formanti angolo
rientrante, le linee di di-
spluvio, cioè le rette di
incontro delle superfici
esterne e formanti ango-
lo sporgente, la linea di
colmo e quella di gronda Fig. 14.3
(Fig. 14.3).
In speciali condizioni ambientali e tradizionali si usano costruire anche
tetti le cui falde, invece che risultare formate ciascuna di un unico piano
inclinato, sono costituite da due piani con differente inclinazione, di solito
l'una molto più forte dell'altra. Tale tipo di tetto, prende il nome di man-
sarda, dall'architetto J. Hardouin Mansard che per primo lo adoperò a Parigi
verso la metà del 1600. Con tale tipo di copertura gli ambienti di sottotetto
vengono ad essere utilizzati come abitabili ed i locali che se ne ricavano han-
no pareti e soffitti piani, in quanto all'altezza di cui si incontrano le falde
295

a diversa inclinazione, è eseguita una solita impalcatura, poi controsoffit-


tata.
A seconda del tipo di struttura portante di copertura i tetti a falde
possono essere suddivisi in:

Capriate o incavallature in legno. Tale tipo di struttura è certamente


il più classico ed antico, ora generalmente in disuso, esistendo in commer-
cio materiale di minor costo e di più facile esecuzione e posa in opera. Han-
no la caratteristica di scaricare il loro peso soltanto sui due muri portanti

Fig. 14.4 - a) Capriata palladiana; b) id con sottocatena; c,d,e,f) particolari costruttivi delle connes-
sioni.

esterni della costruzione; hanno generalmente luce di 12 15 m, anche se


in qualche esempio del passato sono riscontrabili luci fino a 25 ^ 30 m. Sono
a sezione triangolare, costituite in legno di essenza dura o resinosa quali
il larice, il castagno, l'abete o il pino. Gli schemi strutturali più sempli-
ci con i particolari degli attacchi sono riportati in Fig. 14.4; è da far rilevare
che il monaco non deve mai essere appoggiato all'elemento orizzontale, la
catena, ma anzi a mezzo di una o più staffe dovrà opporsi all'inflessione di
questa sotto il peso proprio, in quanto tale elemento dovrà resistere sol-
tanto a sforzi di trazione. I carichi che devono sopportare le capriate com-
prendono:
- il peso del manto di copertura,
296

— il peso della piccola orditura (listelli di sostegno del manto e travi-


celli o travetti a questi ortogonali),
— il peso della grossa armatura (arcarecci o terzere),
— il peso proprio della capriata,
— il sovraccarico accidentale dovuto alla neve ed alla spinta del vento.

Capriate a strutture metalliche. Si è già visto come le strutture metalli-


che per la loro leggerezza possono essere agevolmente impiegate fino a 40
metri di luce non creando particolari problemi di progettazione, esecuzione
e montaggio. Come già detto, queste luci possono venire superate con tradi-
zionali strutture a capriate (Fig. 9.20), o, con diffusissimo uso per copertu-
re industriali, con strutture a "sheds" costituite da travi reticolari principali
rettilinee che portano, appoggiate superiormente da un lato, appesa infe-
riormente dall'altro, capriate triangolari di sostegno della copertura.
La struttura a capriata reticolare era il tipo più comune e ricorrente di
copertura metallica, particolarmente impiegata per edifici industriali; essa
è costituita da una serie di capriate ordite nel senso trasversale del fabbri-
cato, di cui un esempio schematico è riportato in Fig. 14.5, sul cui corren-
te superiore, in corrispondenza dei nodi della struttura reticolare, è posta
una serie di correnti longitudinali che prendono il nome di terzere o arca-
recci ai quali è fissata la copertura. Naturalmente sono in funzione del tipo
di manto di copertura adottato sia i tipi di arcarecci impiegati, che l'inte-
rasse tra questi ed anche il tipo di capriata, principalmente per quanto ri-
guarda la pendenza della falda, che nei tipi più correnti ha un valore me-
dio del 15% (impiegando cioè manti di copertura in lastre di fibro-cemento
o lamiera ondulata).

Fig. 14.5 — Esempio schematico di capriata metallica per edifici industriali.

La struttura a shed invece, offre il vantaggio di poter usufruire del la-


to esterno della trave principale come lucernario, orientato preferibilmen-
te a nord, al fine di ottenere una illuminazione pressocché costante come
intensità, evitando i fastidiosi effetti di abbagliamento dei raggi solari diretti.
297

La caratteristica costruttiva di questo tipo di copertura (Fig. 14.6), è di esse-


re costituita da tre ordini di membrature: 1) Travi principali, generalmente
reticolari, con funzioni anche di portavetro. 2) Travi secondarie inclinate, ap-
poggiate alla briglia superiore ed a quella inferiore delle travi principali.
3) Arcarecci di sostegno della copertura, correnti sulle travi secondarie e
quindi orditi parallelamente alle travi principali.

Fig. 14.6 - Schema di struttura a shed.

Quando per particolari esigenze sia necessario superare le luci sopradet-


to, si dovrà ricorrere ad altri tipi di struttura, tra le quali hanno un'ampia
diffusione quelle ad arco nei vari tipi e soluzioni; gli archi reticolari vengo-
no eseguiti con forma parabolica preferibilmente quando i carichi verticali
siano predominanti e possono essere sia del tipo a spinta eliminata con ti-
rante, sia normali, nei quali le spinte vengono affidate alle strutture sotto-
stanti che le trasmettono poi alla base. L'arco a tre cerniere è preferito nei
casi in cui si debba supporre possibili cedimenti degli appoggi che, con que-
sto tipo, come già visto, non ne influenzano la stabilità.
Da tempo si sono operati però studi in altre direzioni al fine di otte-
nere coperture di diversa forma pur sempre atte alla copertura di grandi luci,
e principalmente per uso industriale. Uno di questi si muove nel campo del-
le piastre reticolari, costituito cioè da un insieme di strutture reticolari nel-
lo spazio, che, nel caso più semplice, sono costituite da una orditura di tra-
vi nei due sensi, incrociati a 90°, sistema assai laborioso essendo basato sul-
la congruenza degli abbassamenti di ogni nodo d'incrocio di dette travi,
che oggi è stato di molto snellito nella calcolazione dall'impiego dei calco-
latori elettronici ed esistono già numerosi esempi di grandi coperture di que-
sto tipo, per le quali sono stati ottenuti dei pesi non eccessivamente elevati
con altezze limitate e coperture pressocché piane.
Variante a questo tipo di soluzione pressocché completamente speri-
mentale, è il tipo di copertura "Behlen" di brevetto americano, costituita
298

da lamiere irrigidite e sagomate a grande ondulatura, di spessore discreta-


mente elevato, per copertura, unite a lamiere simili, in controsoffittatura,
con una grande serie di diagonali a croce di Sant'Andrea realizzate in pro-
fili laminati a freddo con sagoma ad omega irrigidito.
L'aspetto complessivo è di un grande cassone, di notevole altezza,
che può essere lanciato su luci fino a 60 80 metri con notevole sempli-
cità. Il sistema si basa sull'utilizzazione delle lamiere di copertura e di con-
trosoffittatura come parti compresse e tese di una grande lastra, lasciando
alle diagonali il compito di assorbire i tagli e trasmettere tra le due parti
gli sforzi (Fig. 14.7).

LUCE LIBERA MASSIMA DELLA COPERTURA BEHLEN PER DIVERSI SOVRACCARICHI

Aumentando l'altezza della copertura Behlen si


possono ottenere campate fino a 100 metri sen-
za appoggi intermedi.

Fig. 14.7
299

L'esperienza dei ponti sospesi ha portato, soprattutto in America, allo


studio ed alla realizzazione di coperture realizzate pressoché interamente
con cavi. Ne nascono forme complesse e superfici rigate, semplici o com-
plesse, che permettono la copertura di grandi stadi, auditorium, teatri ecc.
con notevole leggerezza utilizzando elementi tutti sottoposti a trazione e
realizzati con acciaio ad altissima resistenza. Gli sforzi di compressione ed i
movimenti derivanti dalla copertura vengono assorbiti dalle strutture verti-
cali d'ambito.
Il problema più importante in questo tipo di struttura è rappresentato
dalla ricerca dei materiali di copertura e di isolamento che devono essere al
tempo stesso molto leggeri e resistenti nel tempo. Oggigiorno le applicazio-
ni più frequenti sono dirette verso il poliuretano espanso, con notevoli den-
sità e spesso schiumato direttamente, ricoperto da manti impermeabiliz-
zanti in resine sintetiche di notevole elasticità. Poco però si può ancora di-
re sull'invecchiamento di questi nuovi materiali.
In Italia una interessante e positiva esperienza è stata realizzata a Ge-
nova con la costruzione del Palazzo dello Sport la cui copertura è schema-
ticamente simile ad una ruota di bicicletta posta orizzontalmente in cui il
mozzo costituisce un imbuto centrale per la illuminazione ed i raggi reggo-
no copertura e controsoffitto, con le proprie pendenze, in elementi tutti
tesi.
La copertura è realizzata con tegoloni in resine poliestere costituiti
appositamente per l'opera.

Capriate in calcestruzzo armato, adatte come impiego in sostituzio-


ne delle capriate in ferro; sono sempre prefabbricate, possono coprire luci
notevoli, ed in relazione all'impiego ed al loro peso risultano relativamente
economiche.
Presentano il vantaggio della rapidità della posa in opera, richiedendo
una puntellazione provvisoria quanto mai limitata; poggiano o sono inca-
strate su strutture laterali portanti (travi e pilastri in c.a.) e sono poste di
solito ad un interasse di circa 2 metri, in quanto analogamente alle struttu-
re prefabbricate ad arco, una tale luce permette l'interposizione degli ele-
menti di chiusura realizzati con lastre prefabbricate in calcestruzzo che, a
mezzo di un getto, vengono ancorati con i ferri che superiormente sporgono
dal corrente superiore della capriata stessa. Con tale sistema la struttura
di copertura è posta in opera con estrema facilità ed in breve tempo, non
richiedendo costose opere di puntellazione e di casseratura. Altro vantag-
gio delle strutture a capriata è che è possibile utilizzare, a mezzo della co-
stituzione di un controsoffitto a livello della catena, gli spazi sovrastanti,
tra le aste, come volume tecnico per il passaggio di tubi o canalizzazioni.
Il calcolo di queste strutture, se considerate come travi reticolari piane ad
aste rigidamente collegate (infatti le unioni sono dei veri e propri incastri
che impediscono alle aste di ruotare attorno ai nodi, generando agli estre-
300

mi delle aste dei momenti flettenti che determinano nelle stesse delle solle-
citazioni non trascurabili) esigono calcoli notevolmente laboriosi e com-
plessi, presentando tali strutture un rilevante numero di incognite iperstati-
che. Di conseguenza, semplificando, e per strutture di semplice copertura,
si usano per la calcolazione gli ordinari diagrammi cremoniani, supponendo
generalmente tutti i carichi concentrati sui nodi (che è poi la posizione de-
gli arcarecci), e pertanto il dimensionamento delle singole aste verrà esegui-
to considerando gli sforzi principali quali risultano dai diagrammi cremo-
niani.
Le capriate in calcestruzzo possono assumere qualsiasi forma o dimen-
sione, data la particolarità del calcestruzzo stesso di conformarsi perfetta-
mente all'interno di casseforme precostituite (Fig. 14.8); un tipo particola-
re che trova specifica applicazione negli edifici industriali che necessitano
di una luce unidirezionale, proveniente da nord, è il tipo a shed (Fig. 14.8d), co-
stituito da strutture reticolari più volte ripetute, triangolari ed a lati diversa-
mente inclinati; nei quali quello a pendenza minore sostiene il manto di coper-
tura (di solito con solaio sottostante o con elementi prefabbricati in calcestruz-
zo), e quello a pendenza più pronunciata, che è qualche volta verticale, la
finestratura necessaria. Ogni triangolo dell'incavallatura è composto da due
puntoni e da una catena, il puntone più inclinato è soggetto a compressio-
ne e poco a flessione, quello più inclinato prevalentemente a flessione, e la
catena a trazione; nel caso si volesse diminuire il numero di pilastri tra ele-
mento ed elemento, si dovrà disporre un puntone superiore o briglia, di
collegamento dei vertici superiori dei triangoli (Fig. 14.8e).
Tale tipo di struttura può essere naturalmente eseguita anche in ferro.
Un particolare tipo di capriata che ha trovato un largo impiego è quel-
lo del tipo prefabbricato e precompresso in c.a. a parete piana, a sezione
rettangolare in corrispondenza degli appoggi ed alleggerita a doppio T nel-
le altre sezioni, calcolata per sopportare carichi uniformemente ripartiti
in condizioni di semplice appoggio. Un tale tipo di struttura viene impie-
gata esclusivamente con manti di copertura particolari (lastre ondulate di
fibro-cemento) che richiedono una pendenza del 15%, e quindi con con-
seguente riduzione di altezza e riduzione di peso.

Strutture sottotegola per edifici civili

Nei comuni edifici civili ove le luci sono generalmente modeste le fal-
de dei tetti sono formate da comuni solai (solai sottotegola) collocati in ope-
ra con la pendenza necessaria al di sopra dell'ultimo solaio posto a coper-
tura dell'ultimo piano.
La disposizione più classica prevede un muro di spina centrale per il
sostegno della trave di colmo che è più alto dei muri perimetrali.
I solai sottotegola vengono tessuti fra la trave di colmo e le travi peri-
301

Fig. 14.8

metrali di bordo.
In maniera analoga si procede nei fabbricati con ossatura in calcestruz-
zo armato.
Nel caso che il muro o la pilastrata di spina non fossero a egual distan-
za dai muri o dalle travi perimetrali le pendenze delle falde sarebbero diver-
se e potrebbero essere intollerabili.
302

In questa ipotesi, e per luci contenute, l'inconveniente può esser ovvia-


to lasciando libera da appoggi e centrando la trave di colmo. In questo mo-
do le due falde del tetto sono assimilabili a due puntoni di capriata.
Per eliminare la spinta che questi due puntoni vengono a ingenerare
è necessario sistemare nel più alto solaio a copertura dell'ultimo piano una
serie supplementare di ferri orizzontali saldamente connessi con le travi di
bordo che vengono ad assolvere le funzioni della catena della ipotizzata ca-
priata.
Per i solai di sottotegola trovano buon impiego i solai tipo Varese che
con le tavelle superiori costituiscono un ottimo piano di appoggio al manto
di copertura (tegole, lamiere grecate, ecc.) e che consentono l'inserimento,
nell'interspazio fra tavelle superiori e inferiori, di materiale termicamente
isolante.
Il volume di un sottotetto realizzato con travi sottotegola risulta pra-
ticabile e può essere usato come locale accessorio o anche, se opportuna-
mente attrezzato e protetto, come mansarda.
La costruzione delle falde di un tetto con solai sottotegola risulta re-
lativamente caro e certamente più caro della costruzione delle falde con
muretti e tavelle di cui si dirà.
Da pochi anni, infatti, per economizzare sul costo di costruzione del-
le falde del tetto si è adottata altra tecnica che certamente non risponde ai
migliori canoni del buon costruire e i cui risultati potranno essere valutati
fra pochi anni.
La nuova tecnica consiste nel costruire l'ultimo solaio a copertura
dell'ultimo piano sufficientemente robusto.
Sopra questo solaio e con andamento perpendicolare ai travetti che
lo compongono, vengono costruiti dei sottili muri con interasse fino ad un
metro e di altezza degradante dal colmo alla gronda. Sopra i detti muretti
vengono posti delle tavelle saldate con malta che costituiscono il piano di
appoggio del manto di copertura.
L'intenso reticolo di muretti rende inutilizzabile il sottotetto che, pe-
raltro, con opportuni varchi lasciati nei muretti, dovrà poter essere accessi-
bile per poter accedere al tetto per riparazioni, posa di antenne, ecc..

Coperture piane

Il tipo più semplice per coperture di luci normali è quello rappresen-


tato dal solaio di copertura dell'ultimo piano, al di sopra del quale per ra-
gioni pratiche od estetiche, si voglia realizzare una terrazza (tetto piano)
praticabile o meno.
Questo solaio oltre ad essere adatto a sopportare i carichi accidentali
(persone, neve) ed i carichi permanenti (pavimenti, sottofondi, ecc.) dovrà
esser impermeabile all'acqua e termicamente isolante.
303

Per la struttura si rimanda al capitolo dei solai, per l'isolamento e lo sco-


lo delle acque si rimanda al capitolo 15 (isolamento dall'umidità) per la pro-
tezione termica si rimanda al capitolo 17 (problemi termici).

Per le coperture di grande luce, e generalmente per gli edifici industria-


li, si trascurano ormai le capriate (in ferro e in c.a.), le travi ad anima piena
in calcestruzzo, le travi reticolari o a cassone in ferro o calcestruzzo perché
il loro impiego risulta di alto costo e per il pericolo di attacco dal fuoco nel
caso di strutture in ferro.
In questi ultimi anni hanno trovato vantaggioso e larghissimo impiego
le strutture costituite con travi prefabbricate e precompresse che oltre a su-
perare luci notevoli, permettono una rapida esecuzione del lavoro ed hanno
un prezzo contenuto e altamente competitivo oltre ad avere un aspetto più
consono ai gusti estetici attuali e ad eliminare i volumi persi presenti nelle
strutture ad arco.
Queste travi precompresse possono o meno richiedere un completa-
mento superiore di copertura (Fig. 14.9) e possono assumere le forme più
svariate a seconda dei brevetti o delle industrie che le producono; si hanno
così forme a Y, a X ad omega diritto o rovescio, a T, a C, a TT, ecc..
Nella Fig. 14.9 sono riportate le sezioni di tre tipi di coperture piane
con travi precompresse.
Nel caso di travi a Y poste tra loro ad un certo interasse e rese più o
meno solidali con le strutture portanti perimetrali, lo spazio fra le varie
travi viene chiuso con cupolini in calcestruzzo che, per dare una sufficien-
te illuminazione all'interno, possono, per file continue o a tratti, essere so-
stituite da cupolini translucidi in materiale plastico.
Nella Figura 14.9 è anche rappresentata la sezione di una copertura
a travi precompresse ad omega rovescia ed accostate fra di loro.
In questo caso l'illuminazione supplementare necessaria può esser
fornita da finestrelle ricavate sulle pareti verticali della trave ad omega.
In tutte queste coperture con travi precompresse di grande luce il pro-
blema della condensa assume particolare importanza.
Cosi, per evitare stillicidi di condensa, se il locale è riscaldato, è neces-
sario adottare i necessari accorgimenti con contrasoffittature isolanti o al-
tri sistemi.
Le travi precompresse sono prodotte in stabilimenti a elevato livello di
meccanizzazione, per cui, dati i costanti controlli a cui sono sottoposte, ri-
sultano confezionate con materiali di caratteristiche costanti; sono realizza-
te in calcestruzzo precompresso a fili aderenti e presentano il lembo supe-
riore perfettamente finito in quanto per il loro impiego non è previsto alcun
completamento superiore, essendo la loro sezione reagente atta a resistere
da sola alle sollecitazioni esterne. Il loro vincolo alle strutture laterali (che
possono essere anch'esse prefabbricate) è di semplice appoggio, mentre il
loro interasse è variabile a seconda del tipo di copertura o di manto che vie-
304

Fig. 14.9 - Esempi di coperture piane con tiavi precompresse.

ne adottato.
Trovano impiego in tutti quei casi in cui si vuole evitare l'impalcatura
provvisoria di sostegno e in quei casi in cui, per ragioni strutturali, non è ne-
cessario applicare una soletta collaborante.

Il manto di copertura

li manto di copertura è l'elemento che rende impermeabile la struttura


del tetto permettendo un regolare e costante deflusso delle acque piovane.
I tipi più comunemente usati sono le tegole curve, le tegole alla romana e le
marsigliesi, a cui si è già accennato nel capitolo riguardante i laterizi, che pre-
305

Fig. 14.10
306

sentano pur con pesi propri abbastanza rilevanti il grandissimo vantaggio di


essere adattabili ad ogni tipo di copertura per la limitata misura di ogni sin-
golo elemento.
Le caratteristiche per il loro impiego e le pendenze della falda del tetto
su cui sono posti, possono essere sintetizzate nella tabella seguente:

Un materiale largamente usato, principalmente per manti di copertura


di edifici industriali, per la notevole leggerezza e resistenza e per il fatto che
consente pendenze delle falde non superiori al 15% è il fibro-cemento (impa-
sto di cemento ed amianto pressato, il cui nome commercialmente tra i più
noti è "Eternit"), conformato in lastre piane oppure ondulate. Tali lastre
che hanno la caratteristica di essere autoportanti, hanno dimensioni varia-
bili tra 0,95 e 1,050 m di larghezza e tra 1,22 e 2,44 m di lunghezza; han-
no spessore variabile tra mm 5,5 e 7, ed il peso di un tale tipo di manto di
copertura varia dagli 8 ai 12 kg/m 2 . Le lastre sono poste in opera con so-
vrapposizioni di circa 12 cm e fissate con viti di ferro zincato alla sottostan-
te struttura se questa è in legno, oppure con bulloncini di ferro zincato e
dado quadro se la struttura è metallica. Oltre all'estrema leggerezza e resi-
stenza, tale tipo di materiale presenta il non indifferente vantaggio che non
è necessaria una struttura sottostante continua di supporto, ma è sufficien-
te una struttura aperta (arcarecci) di maglia leggermente inferiore alle di-
mensioni della lastra. Sono però fragili e possono rompersi in casi di forti
grandinate.
I materiali metallici in lastre di rilevante spessore trovarono largo im-
piego nell'antichità come manti di copertura, e basti pensare ad esempio
alle lastre di piombo che rivestono la struttura delle cupole della Basilica
del Santo o della grande volta a carena del Palazzo della Ragione di Pado-
va. Attualmente si usano lastre di minimo spessore, generalmente in lamiera
sottile di acciaio zincato e sagomato, materiale dotato di elevata resisten-
za meccanica, di ottima resistenza all'azione degli agenti atmosferici che
assicura, data la superficie perfettamente liscia, un agevole e costante de-
fluire delle acque; sono anche di estrema leggerezza, di facile e rapida posa
in opera e si adattano a qualsiasi tipo di struttura.
307

Gli elementi di copertura in lamiera di acciaio zincata e sagomata (e la


sagomatura può essere ad onde, come per le lastre di fibro-cemento oppu-
re a greca e si hanno le lamiere grecate) sono solitamente caratterizzati da
forma rettangolare con nervature, ricavate nel senso della lunghezza, che
ne aumentano la resistenza a flessione. Le dimensioni sono variabili; le più
comuni hanno uno spessore fino a 2 mm, una larghezza di circa un metro
ed una lunghezza fino a 16 metri, ed il peso di una copertura di tale tipo è
variabile da circa 10 a 20 kg/m 2 .
Con l'applicazione di lamiere zincate fortemente nervate a tre onde
trapezoidali (Fig. 14.11) che ne aumentano la capacità portante, si possono
ricoprire ampie superfici ove gli appoggi sono costituiti da maglie poste ad
interasse rilevanti; un lembo piegato verso l'alto lungo la testata superiore
elimina le infiltrazioni di acqua per stravento, mentre un lembo piegato ver-
so il basso lungo la testata inferiore fa le funzioni di gocciolatoio. Il fis-
saggio alla sottostante struttura, di qualunque tipo essa sia, avviene a mez-
zo di appositi giunti stagni a cappuccio studiati nei diversi tipi adatti ad
ogni condizione di impiego (Fig. 14.11).

Fig. 14.11

Possono essere anche impiegati per tali tipi di copertura lamiere greca-
te in acciaio zincato, nervate secondo la lunghezza ed aventi forme e dimen-
sioni diverse a seconda della portata richiesta ed in relazione alla distanza
tra gli appoggi; in tal caso il manto di copertura continuo è ottenuto so-
308

vrapponendo i lembi esterni delle lamiere, e l'ancoraggio alla sottostante


struttura avviene con uno dei tipi di ganci di cui alla Fig. 14.12.
Le lamiere zincate che costituiscono questi tipi di manti di copertura,
hanno la capacità di riflettere, grazie alla loro speculante i raggi solari, fun-
gendo da discreti isolanti; pur tuttavia nei casi si volesse ottenere un buon

Fig. 14.12

valore dell'isolamento, verranno impiegati i pannelli "sandwich" composti


da due lamiere, una inferiore ed una superiore, con interposto strato isolan-
te costituito da materassini di fibre minerali, oppure da resine sintetiche o
schiume espanse. Come soluzione più economica possono essere usate spe-
ciali vernici isolanti con caratteristiche antirombo, che si applicano a spruz-
zo sulla superficie al di sotto della copertura.
Altro materiale, eccellente sotto ogni punto di vista come manto di co-
pertura, è il rame, conformato in lastre o in striscie lisce o nervate, che alle
caratteristiche di resistenza e leggerezza proprie delle lamiere metalliche uni-
sce la proprietà di autoproteggersi dagli agenti atmosferici. Il rame infatti
appena esposto all'aria, diventa opaco e si scurisce per la formazione di sol-
fato basico che forma una patina protettiva per il materiale sottostante; nel
tempo tale patina assume la caratteristica colorazione verde-rame di gra-
309

devole effetto estetico.


Soltanto l'elevato costo ne limita notevolmente l'impiego.
Anche molto usato per le sue eccellenti caratteristiche è l'alluminio,
che anch'esso ha la proprietà di autoproteggersi naturalmente senza bi-
sogno di vernici protettive.
Tutti i manti di copertura metallici possono essere posti in opera con
pendenze di falda minima di circa il 6 8 %.

Bibliografia

G.B. MILANI, L'ossatura murale, Torino, 1911


A. CAVALLARI-MURAT, Intuizione statica ed immaginazione formale nei reticoli spa-
ziali delle volte gotiche nervate, in "Atti e rassegna tecnica", luglio 1958.
E. PITTINI, Lezioni di Architettura Tecnica, Torino, 1954.
L. GUARNERI, Elementi costruttivi nell'Architettura, Volume II, Milano, 1965.
A. PETRIGNANI, Tecnologie dell'Architettura, Milano, 1967.
L'acciaio nell'Edilizia Moderna, Italsider, 1966-
Il rame nell'Architettura: i tetti, Cisar, 1964.
CAPITOLO QUINDICESIMO

LA PROTEZIONE CONTRO L'UMIDITA

Particolare importanza rivestono in un edificio tutte quelle opere pro-


tezionali che sono approntate per impermeabilizzarlo, cioè per difenderlo
dalla penetrazione dell'acqua, che può essere di origine sotterranea oppure
atmosferica.
Pertanto potremo nettamente distinguere le opere relative a:
— isolamento dall'umidità sotterranea,
— isolamento dagli agenti atmosferici,
— barriera al vapore.

Isolamento dall'umidità sotterranea

Nel sottosuolo l'acqua si propaga essenzialmente per capillarità, ed in-


fatti qualsiasi tipo di terreno è da considerarsi in pratica come un insieme
di infiniti capillari; tale umidità proviene dal drenaggio delle acque superfi-
ciali nei vari strati del terreno e delle variazioni del livello della falda freatica;
essa talora può esercitare anche delle gravose controspinte sulle pareti e sulle
solette a pavimento di vani interrati.
Nel caso di locali sotterranei sarà necessario individuare con esattezza
il massimo livello raggiungibile dalla falda e provvedere di conseguenza ai
vari tipi di impermeabilizzazione.
Oltre all'impiego di calcestruzzi armati calcolati per l'antifessurazione e
addittivati per renderli più plastici ed impermeabili, tra i manti protettivi
che vanno applicati all'esterno delle murature d'ambito o superiormente
al vespaio o sotto alla soletta di sostegno della pavimentazione, il più co-
mune è certamente l'asfalto steso a caldo in uno strato su un sottofondo
di malta di cemento fratazzata; oggi esistono in commercio emulsioni bitu-
minose oppure, ancor più diffuse attualmente, membrane o guaine bitumi-
nose elastomeriche o di resine sintetiche anche armate con fili di vetro o di
poliestere o altri prodotti particolari, il cui nome è variabile a seconda del-
la ditta produttrice, che possono assicurare nei vari casi una sufficiente pro-
tezione alla penetrazione delle acque sotterranee. Un particolare accorgi-
mento può essere adottato per impedire che l'acqua di falda penetri negli
scantinati attraverso la discontinuità tra il getto della fondazione continua
e quello del muro superiore, strutture che normalmente vengono eseguite
312

Fig. 15.1 - Disposizione schematica degli strati impermeabili per la protezione degli scantinati dalla
umidità.

Fig. 15.2 - Particolari per la protezione dall'acqua e per la ventilazione di uno scantinato.

Fig. 15.3 - Schemi di vespai aerati.

in tempi diversi: si inserisce nel getto della fondazione una metà di un ele-
mento in plastica con foro ovalizzabile e lunghe alette la cui metà superiore
viene poi incorporata nel sovrastante muro, creando una barriera invalica-
bile.
313

Generalmente poi, per eliminare ogni residuo di umidità, è necessario


che i locali interrati siano sempre convenientemente aerati, con finestre di-
rette, ponendo cioè il livello del pavimento del piano sovrastante al di so-
pra del piano campagna, oppure con la creazione di "bocche di lupo", quan-
do tale soluzione non si presenta di possibile realizzazione. In caso comun-
que di locali interrati molto ampi, o completamente ciechi, sarà sempre op-
portuno inserire in essi delle canne di aereazione, costituite da semplici tubi
in cemento o cemento-amianto o laterizio, che sboccando al di sopra del-
la copertura, permettano con un adeguato "giro d'aria" una buona venti-
lazione dell'ambiente.
In ogni caso l'addossare alla muratura d'ambito dello scantinato un ve-
spaio di pietrame o ghiaione non è mai soluzione consigliabile, in quanto con
tale sistema si convoglia proprio a ridosso delle murature che si desiderano
isolare, l'acqua piovana proveniente dalla superficie del terreno, a meno che
non esista un'apposita e costosa fognatura drenante posta al di sotto del
vespaio verticale per poter convenientemente convogliare e allontanare
l'acqua dal fabbricato.
Nel caso invece di locali posti al piano terra, il sistema più semplice e
comunemente usato è quello di creare un supporto al pavimento a mezzo
di un vespaio, costituito da uno spessore costipato di 20 o 30 cm di ghiaio-
ne o pietrisco, posto con cura, con gli elementi più grossi intervallati da
pezzature più minute di saturazione e con un massetto sovrastante dello
spessore di 6 8 cm di calcestruzzo dosato a qli 2 2,5 di cemento. Tale
disposizione, particolarmente in presenza di terreni cedevoli, è soggetta a
naturali assestamenti che si ripercuotono sulle eventuali tramezzature po-
ste a suddivisione degli ambienti, creando in esse visibili incrinature che pos-
sono essere ovviate con l'interposizione di una leggera armatura in ferro a
maglia posta nello spessore del massetto, per tutta l'estensione del pavimen-
to, oppure limitatamente al di sotto delle tramezze.
Un normale vespaio, come descritto, favorisce però ovviamente la pe-
netrazione per capillarità dell'umidità dal sottosuolo, e pertanto si cerca di
ovviare a tale inconveniente stendendo uno strato impermeabilizzante al
di sopra del massetto e realizzando nello spessore del vespaio stesso dei cu-
nicoli di aereazione in diretta comunicazione con l'esterno. Un sistema più
conveniente e normalmente usato è quello di creare al di sotto del suppor-
to del pavimento uno strato continuo di aria, a mezzo di una serie di muret-
ti verticali costituiti in muratura ad una testa di mattoni con interposti su-
periormente dei tavelloni orizzontali autoportanti in laterizio, sui quali vie-
ne gettata una sottile cappa in calcestruzzo per legare la struttura e costi-
tuire sottofondo alla pavimentazione. La camera così costituita è messa in
diretta comunicazione con l'esterno onde permettere una agevole e con-
tinua ventilazione.
Quando il livello del pavimento del piano terreno è posto ad una quota
superiore ai 60 80 cm dal piano di campagna, invece delle soluzioni in
314

precedenza descritte, può essere più conveniente porre in opera un norma-


le solaio in laterizio, nel quale lo strato d'aria sottostante allo stesso sia
messo in comunicazione con l'esterno per creare appunto un'efficace ven-
tilazione al di sotto del pavimento. Un sistema di tale tipo è generalmente
prescritto in caso di costruzioni scolastiche o di edilizia popolare con am-
bienti abitabili posti al piano terreno.
Sarà sempre comunque necessario interrompere con elementi imper-
meabili la muratura d'ambito dallo spiccato delle fondazioni onde evitare
che l'umidità possa salire lungo i muri verticali, e tali interruzioni che una
volta, o ancora oggi per particolari lavori di restauro, erano realizzate con
sottili lastre di piombo, sono attualmente generalmente eseguite con uno
strato di asfalto colato a caldo, oppure con uno strato di emulsione bitumi-
nosa o di una guaina elastomerica posta al di sotto dell'inizio della muratu-
ra del piano terreno, sia questa di struttura oppure di tamponamento.

Isolamento dagli agenti atmosferici

Si è già visto nel capitolo precedente come tutti i tetti a falda, o co-
munque inclinati, debbano essere protetti da adeguati manti di copertura
che consentano, soprattutto in relazione alla pendenza della falda, un age-
vole e costante defluire dell'acqua piovana. Tale acqua è raccolta in corri-
spondenza delle linee di gronda in apposite canalizzazioni orizzontali, chia-
mate appunto grondaie, e convogliata a mezzo di condotti verticali, detti
pluviali, al terreno ove si inserisce in una rete di fognatura, detta delle
acque bianche, distinta da quelli degli impianti igienici dell'edificio detta
delle acque nere, fino a confluire nella rete di fognatura stradale oppure,
ove questa mancasse, in apposite vasche perdenti.
La grondaia, con o senza cornice, essendo in pratica la linea termi-
nale dell'edificio, è stata sempre considerata e particolarmente nell'anti-
chità come un elemento di rilevante importanza architettonica, e pertan-
to nel suo disegno e conformazione dovrà essere posta cura particolare, sia
per la funzionalità che per l'estetica dell'edificio; le grondaie quindi pos-
sono essere di differente linea o materiale, comunque perfettamente im-
permeabili, liscie, ed atte ad un rapido defluire delle acque.
Il primo fattore da determinare è la quantità Q di acqua che il tetto
potrà ricevere, che è funzione dell'intensità della pioggia L e della super-
ficie S della proiezione orizzontale della porzione di tetto servita da ogni
singolo pluviale di discesa.
Si avrà:

Q = LxS

ove L è espresso in litri/minuto per m2 ; Q è espresso in litri/min; S è espres-


315

so in m 2 .
L'intensità ordinaria della pioggia per le nostre zone temperate è di un
litro/minuto per m 2 , però si considera generalmente un valore di 2 litri/mi-
nuto m2 per mediare con l'intensità massima ed assicurare alla copertura un
regolare deflusso dell'acqua piovana.
Noto Q si può determinare il diametro D della gronda con la seguente
formula empirica

D = 2,04(2

Apposite tabelle danno la sezione della gronda in funzione della pen-


denza e della superficie di falda servita.
Occorre, poi, prevedere giunti di dilatazione qualora la gronda avesse
una lunghezza superiore ai 15 20 m, per evitare la rottura della stessa do-
vuta alle dilatazioni termiche.
Per i pluviali la sezione migliore è quella tonda (e il diametro general-
mente usato è 100 miti) e bisogna proteggerne l'imbocco sulla grondaia
con una griglia, per evitare intasamento, dovuti a foglie e terriccio traspor-
tati dal vento.
Il tipo di grondaia più classica è quello in lamiera zincata dello spesso-
re di 6 7 decimi di mm, di forma semicircolare, isolata ed esterna all'edi-
ficio sostenuta da appositi ferri detti "cicogne" (Fig. 15.4). Le lamiere sono
vendute in rotoli alti un metro, ragione per la quale lo sviluppo di una gron-
daia è sempre sottomultiplo del metro, ad evitare sprechi; misura quindi
33;50;66;100 cm.

Fig. 15.4 - Grondaia in lamiera.

Una fìarte della grondaia viene infilata sotto il manto di copertura ri-
salendo in modo da evitare che l'acqua che trabocca dalla grondaia possa
penetrare nel tetto; bisogna anche sempre fornire la grondaia di un goccio-
316

latoio nella parte esterna per evitare che l'acqua traboccante corra lungo il
muro. Variabile naturalmente è il disegno e la forma, nel caso si volesse
che la grondaia fosse interna ad un cornicione aggettante (Fig. 15.5); an-
che in questo caso la lamiera dovrà essere sagomata in modo da estendersi
per un tratto al di sotto del manto di copertura e da formare elemento di
gocciolatoio all'esterno,
al di sopra del bordo del-
la cornice e al di sotto.
Converse in lamiera
verranno anche poste sul
manto di copertura in
corrispondenza delle li-
nee di compluvio o co-
munque in tutte quelle
zone di incontro della
falda inclinata con mu-
rature verticali, come ad
esempio attorno ai muri
di delimitazione dei ca- Fig. 15.5 - Cornice di gronda.
mini.
Tutte le opere in lamiera andranno trattate con antiruggine e successi-
va verniciatura a più mani, a meno che non si volesse impiegare la lamiera
di rame, il cui uso però, come già detto, è notevolmente limitato dato l'ele-
vato costo del materiale, o di acciaio inossidabile o di resine sintetiche.
Per evitare infiltrazioni all'interno dell'edificio delle pareti verticali
esterne, dovute ad acqua di stravento o a tracimazioni delle grondaie, sarà
opportuno che tali pareti siano le più liscie possibili, e nel caso presentas-
sero superfici anche minimamente in rilievo o rientranti, come ad esempio
i cordoli dei solai che possono avere funzione estetica di marcapiani, sarà
opportuno predisporre delle apposite scossaline in lamiera nel contatto tra
il muro e tali superfici, onde evitare che l'acqua possa fermarsi al di sopra
di esse. Nel caso di pareti lisce esterne, semplicemente intonacate, sarà da
usare dell'idrofugo mescolato alla malta, mentre è oggi normalmente diffu-
so l'impiego di tinteggiature idrorepellenti, o meglio trasparenti ai siliconi
che creano un'efficace pellicola protettiva invisibile per ricoprire la faccia
esterna della parete che può anche essere realizzata in mattoni oppure in
calcestruzzo a vista.
Nel caso che la copertura dell'edificio venga realizzata a terrazza pia-
na, praticabile o meno, particolare cura dovrà essere posta nell'isolare dal-
le variazioni termiche gli ambienti dell'ultimo piano al di sotto della terraz-
za e nel creare un manto perfettamente impermeabile al di sopra del solaio.
Il primo problema può essere risolto adottando innanzi tutto un solaio
di notevole spessore, magari del tipo a camera d'aria per aumentarne la capa-
cità di isolamento termico, eseguendo poi sulla superficie di copertura il trac-
317

ciamento per il defluimento e la raccolta delle acque piovane, creando del-


le vere e proprie linee di compluvio e displuvio e, fissata la posizione dei plu-
viali, la pendenza richiesta — variabile tra il 2% e il 4% — potrà essere otte-
nuta gettando sulla cappa orizzontale del solaio un massetto di calcestruz-
zo leggero (500 800 kg/m 3 ) conformato a pendenza e realizzato con cal-
cestruzzo con inerti leggeri ed isolanti, quali pomice, vermiculite, argilla
espansa ecc.. Nel caso si volesse ottenere un valore maggiore dell'isolamento
per gli ambienti sottostanti, potrebbe essere molto vantaggiosamente rea-
lizzata una struttura a camera d'aria analoga a quella già analizzata per i ve-
spai aerati dei locali al piano terra; sarà da porre cioè sulla superficie oriz-
zontale del solaio una serie di muretti in mattoni, ad una testa o forati, a
diversa altezza per realizzare la pendenza desiderata, e ricoprire il tutto con
tavelloni in laterizio autoportanti. Potrà essere posto nell'intercapedine co-
sì creata tra il tavellone ed il solaio, all'interno dei muretti, anche del ma-
teriale isolante termico.
In tal modo, o con il massetto in calcestruzzo leggero o con il sistema
muretti-tavelloni, si è realizzato il supporto in pendenza atto a ricevere
l'impermeabilizzazione che era di solito costituita da più strati di cartonfel-
tro bitumato e di asfalto oppure di emulsione bituminosa. La poco valida
tecnica di impermeabilizzazione con cartonfeltro e emulsione bituminosa è
stata completamente abbandonata e sostituita con tecniche decisamente mi-
gliore.
Si usano, oggi, quasi esclusivamente, (fig. 15.6) guaine elastometriche
da 3 4 mm. armate con fibre di vetro o di poliestere che — contrariamente
al cartonfeltro bitumato — conservano immutate nel tempo la loro caratteri-
stica di elasticità e di impermeabilità, oppure fogli di resine sintetiche (P.V.C.).
Preventivamente si livella e si liscia a frattazzo l'estradosso della strut-
tura da impermeabilizzare. Su questo piano si posano le guaine elastomeriche
o di poliestere interponendo un qualsiasi materiale (cartonfeltro, tessuto -
non tessuto, carta craft) tra il manto impermeabile e la struttura per evitare
che il movimento di quest'ultima, per escursioni termiche, strappi il manto
impermeabile.
Le guaine o meglio "membrane" elastometriche o in P.V.C. si fanno ri-
salire per circa 15 20 cent. lungo i muri che circondano il piano da imper-
meabilizzare, così da formare un catino assolutamente impermeabile e dura-
turo nel tempo.
Le guaine elastomeriche vengono saldate tra loro a caldo mentre quelle
in P.V.C, con collanti fluidi dello stesso materiale P.V.C. cosi da costituire
un unico foglio impermeabilizzante senza soluzioni di continuità.
Per esser praticabile e comunque per proteggerla dagli effetti degra-
danti dei raggi solari una copertura di tale tipo abbisogna di una pavimenta-
zione adeguata. Nelle zone ove il clima è soggetto a notevoli alternanze di
temperatura durante le stagioni; e particolarmente in inverno, non sarà mai
consigliabile porre in opera un normale pavimento in mattonelle, nel quale
il sottile giunto tra piastrella e piastrella può costituire, con la penetrazio-
318

ne dell'acqua per capillarità, l'elemento disgregatore dell'intera pavimenta-


zione. Sarà pertanto più adatto costituire una pavimentazione in calcestruz-
zo normale, con superficie lisciata oppure levigata, tagliata a quadroni di
circa 80x80 era di lato e con interposto materiale elastico tra giunto e giun-
to per impedire le infiltrazioni e per favorire la dilatazione del pavimento,

Fig. 15.6 - L'isolamento di un tetto piano praticabile.

particolarmente durante i mesi caldi.


Nel caso che la copertura non fosse praticabile può essere posto al di
sopra dell'ultimo strato in sostituzione del pavimento, come "volano ter-
mico", uno spessore di 5 cm di ghiaietta, oppure un foglio sottilissimo di
lamiera di alluminio o, nel caso delle membrane, con applicazione di vernici
riflettenti con emulsione di alluminio.

Barriera al vapore

Il vapore contenuto nell'aria interna dei singoli locali è, entro deter-


minati limiti, condizione essenziale di benessere per l'uomo; difatti l'umi-
dità relativa dell'aria viene oggi controllata e se del caso corretta con i più
aggiornati impianti di climatizzazione.
Tale vapore può però generare fenomeni negativi sugli elementi co-
struttivi degli edifici, specificatamente nei casi in cui esso condensa: in par-
ticolare si considerano qui due casi:
- quando le superfici delimitanti un vano, soprattutto quelle di pa-
reti perimetrali, dei vetri e dei soffitti, raggiungono la temperatura di ru-
319

giada, il vapore condensa su dette superfici: il fenomeno è facilmente ri-


levabile d'inverno nei punti più freddi, sulle finestre ed in corrispondenza
dei ponti termici e di spigoli esposti a nord-est. Ciò può comportare for-
mazione di antiestetiche muffe e talora alterazioni permanenti delle tin-
teggiature e degli intonaci; a ciò va posto rimedio con un adeguato uso del-
la coibentazione termica affinché appunto anche nelle condizioni clima-
tiche più gravose tali superfici non scendano sotto la temperatura di ru-
giada;
— quando la temperatura di rugiada si raggiunge in una certa posi-
zione all'interno dello spessore dei muri, il vapore che naturalmente passa da
temperatura superiore a temperatura inferiore, condensa all'interno della mu-
ratura; l'umidità che qui si forma, oltre a ridurre, come si dirà più avanti, il
potere isolante termico della parete, può provocare deterioramenti irreversi-
bili di certi materiali, soprattutto dei pannelli termoisolanti. Per evitare que-
sto pericolo si provvede a creare una barriera al vapore, interponendo uno
strato impermeabile al vapore (ad esempio un foglio di alluminio) in posizio-
ne tale che prima di esso la temperatura rimanga al di sopra di quella di con-
densazione (rugiada).

Fig. 15.7 — Tetto rovescio pedonatole.

Bibliografia

P. MARSH, La tenuta all'aria e all'acqua degli edifici, BE-MA Ed., Milano, 1979.
R. CADERGIUS, Isolamento e protezione dei fabbricati, Bologna, 1975.
CAPITOLO SEDICESIMO

PROBLEMI ACUSTICI

Il suono è un'alterazione della pressione di particelle, della tensione,


della posizione o velocità delle stesse che si propaga in un mezzo elastico,
di solito l'aria, secondo onde concentriche alternativamente di compressio-
ne e rarefazione; tale fenomeno era conosciuto fin dall'antichità, tanto che
era già definito nel IV secolo a.C, da Aristosseno da Taranto che così lo
descriveva (Vitruvio, De Architettura, V, 3): "La voce è un movimento di
onde dell'aria sensibile al senso dell'udito. Esso si propaga per infinite vi-
brazioni circolari, come quando, gettando un sasso nell'acqua stagnante
si producono innumerevoli circoli di onde che si allargano e si diffondono
per quanto possibile dal centro; a meno che non si opponga la ristrettezza
del luogo o qualche ostacolo che non lascia giungere le onde al loro ter-
mine... Nello stesso modo si estende la voce anche circolarmente, ma con
la differenza che nell'acqua i cerchi si estendono in larghezza orizzontal-
mente, e la voce si estende in larghezza e man mano sale verso l'alto".
La velocità del suono nell'aria (alla temperatura di 18°C e ad un valo-
re definito dell'umidità) è di 343 m/sec; in altri materiali è direttamente
proporzionale alla densità del mezzo; cioè più il materiale è duro e com-
patto maggiore è la velocità del suono, e tale fenomeno è particolarmen-
te rilevabile in edilizia ove sono impiegati generalmente materiali pesanti
e compatti e di elevata densità.
Nella tabella seguente sono riportate le velocità del suono attraverso
i materiali di uso più frequente.

La rappresentazione di un'onda sonora è una sinusoide ; tale figura rap-


presenta però visivamente un suono puro, cioè quello emesso dai rebbi di
322

un diapason. Se invece si considerano dei suoni comuni, come quelli origi-


nati da strumenti musicali o dalla voce umana, non si avranno più come rappre-
sentazione grafica delle semplici sinusoidi, ma delle formazioni estremamen-
te complesse. Infatti ogni suono composto è formato da un suono puro fon-
damentale e da suoni puri di intensità molto minori, detti suoni armonici,
che vengono ad aggiungersi al primo e che caratterizzano qualitativamente
il suono.
La voce umana, ad esempio, è molto ricca di armoniche; le frequenze
che caratterizzano le vocali vanno da 3.000 a 4.500 Hz, le consonanti inve-
ce possono arrivare a 10.000 Hz. Per quanto riguarda l'acustica tecnica è
però necessario non solo considerare la frequenza dei suoni fondamentali,
ma anche le zone di frequenza che caratterizzano gli armonici. Generalmen-
te si esegue un calcolo acustico o si osserva il potere di assorbimento di un
materiale alle seguenti frequenze principali: 128; 256; 512; 1024; 2048;
4096 Hz. L'orecchio umano è sensibile ai suoni compresi tra i 20 e i 20.000
Hz.
Le unità di misura più usate nell'acustica tecnica sono il decibel (dB)
e il phon. La prima è un'unità fisica e rappresenta il minimo aumento di
sensazione che l'orecchio umano può apprezzare, è un rapporto tra due di-
verse intensità o pressioni ed esprime la misura di una amplificazione o di
una attenuazione rispetto ad una grandezza base conosciuta (zero dB). E'
possibile quindi costruire una scala delle pressioni sonore da 0 dB {soglia
di udibilità) a 130 dB {soglia del dolore); entro tali limiti è il campo di udi-
dibilità, come riportato nell'allegata tabella.

Il phon è invece l'unità di eguale livello sonoro, o livello fisiologico;


cioè un'unità di misura psicofisica con la quale, a differenza del decibel
che è un'unità matematica, si riesce a tener conto dell'effetto simultaneo
e complesso della frequenza e dell'intensità sulla nostra sensibilità genera-
le. Sono state stabilite sperimentalmente delle curve di uguale livello so-
noro, dette isofoniche, che rappresentano in funzione della frequenza il li-
vello di intensità fisica dei suoni che provocano una sensazione di uguale
intensità, Fig. 16.1. Dalla lettura delle curve si nota che il livello fisiolo-
gico espresso in phon è uguale al livello fisico espresso in decibel solo per
la frequenza di 1000 Hz, cioè per il suono di riferimento.
Una considerazione di rilevante importanza, particolarmente per lo
studio delle superfici investite dalle onde sonore, è da fare a riguardo della
propagazione del suono, che nei fenomeni della riflessione segue le medesi-
me ben note leggi delle onde luminose relative alla riflessione ottica.
Quando un'onda sonora nel suo moto di propagazione incontra un'o-
stacolo, ad esempio una parete, l'energia sonora incidente viene in parte
riflessa, in parte assorbita ed in parte trasmessa, Fig. 16.2.
L'assorbimento di energia sonora da parte della parete in esame è do-
vuta a diversi fenomeni che trasformano il suono in altre forme di energia,
323

Pressione e livello sonoro medio in ambienti diversi.

e dipende strettamente dalla natura stessa del materiale; se il materiale im-


piegato è a struttura porosa e non omogenea (fibre di vetro, di legno, lana
minerale ecc.) l'assorbimento di energia sonora sarà maggiore che per mate-
riali compatti a superficie dura e liscia (marmo, vernici, pietra, ecc.).
324

Fig. 16.1 - Curve di uguale livello sonoro.

Fig. 16.2 - Un'onda sonora che incontra una parete viene in parte riflessa, in parte assorbita e in parte
trasmessa.

Infatti nel primo caso l'onda sonora penetrando nelle cavità, mette in
vibrazione l'aria contenuta in esse, la quale trasforma l'energia sonora in ca-
lore mediante la resistenza per viscosità ed attrito offerta dal materiale, ed
accresce cosi il naturale processo di assorbimento, che viene ancora esalta-
to dalle vibrazioni forzate delle innumerevoli fibre che compongono il ma-
325

teriale. Le dimensioni di queste cavità e di questi fori, il numero e la forma


di essi fanno variare l'assorbimento di energia sonora, anche a seconda del-
la frequenza e dell'ampiezza del suono incidente.
L'assorbimento quindi non è altro che un processo dissipativo, di di-
struzione cioè dell'energia sonora, ed esso avviene quando il regolare moto
vibratorio è distrutto dalle forze di viscosità ed attrito offerto dalle moleco-
le del materiale incontrato.
La capacità di un materiale ad assorbire l'energia sonora ad una deter-
minata frequenza è chiamato coefficiente di assorbimento a quella frequen-
za; detta quantità rappresenta il rapporto tra l'energia sonora non riflessa
(assorbita e trasmessa) e l'energia totale incidente. La definizione del coef-
ficiente di assorbimento è basata sull'ipotesi del Sabine, il quale dopo varie
esperienze definì come unità di assorbimento o unità di finestra aperta, una
superficie unitaria attraverso la quale l'energia sonora viene completamente
assorbita, cioè una superficie a coefficiente di assorbimento uguale ad uno.
Per cui si dirà che un materiale ha coefficiente di assorbimento uguale
a 0,20, quando un metro quadrato di esso assorbe il 20% dell'energia inci-
dente, oppure che occorrono cinque metri quadrati di tale materiale per
ottenere un'unità assorbente. Se indichiamo quindi, con a il valore del coef-
ficiente di assorbimento, avremo che l'assorbimento totale A di un mate-
riale di superficie S sarà dato dal prodotto:

Materiali acustici

In relazione alle proprietà acustiche sopraccennate, i materiali potran-


no quindi essere classificati come materiali riflettenti e come materiali as-
sorbenti l'energia sonora incidente.
In linea generale i materiali riflettenti si presentano a superficie dura
ed a struttura compatta, come il ferro, l'alluminio, il marmo, il legno ver-
niciato, i laminati plastici, ecc. mentre i materiali assorbenti si presentano a
superficie non compatta e a struttura porosa a cellule aperte, come la lana
di vetro o di roccia, i materiali costituiti da agglomerati di legno di polisti-
rolo espanso, ecc..
E' possibile suddividere i materiali acustici nelle seguenti categorie
principali:

Pannelli prefabbricati. Possono essere in gesso, oppure in lamierino di


alluminio o in ferro zincato e verniciato, e presentano la superficie forata.
I pannelli di questo tipo hanno al di sotto della superficie forata dei mate-
rassini di fibre minerali (lana di vetro o di roccia), e i fori che presenta la
lamiera funzionano come dei piccoli risuonatori di Helmotz e possono es-
326

sere di diverse dimensioni per poter assorbire suoni di diverse frequenze;


questo tipo di materiale ha la proprietà di assorbire molto bene frequenze
che variano dai 500 ai 5000 Hz.

Pannelli di materiale compresso. L'esempio più classico di questo tipo


di isolante è l'Eraclit, prodotto, come già visto, ottenuto con sfilacciature di
legno di pioppo impastato con legante magnesiaco, e autoportante, tanto
che può essere impiegato per rivestimenti di pareti e di soffitti, sia al natu-
rale che verniciato. Hanno caratteristiche di assorbimento particolarmente
alle medie frequenze.

Intonaci acustici, che possono essere posti in opera con i sistemi nor-
mali o a spruzzo. Questi intonaci sono costituiti da elementi di particolari
materiali assorbenti, generalmente a grana molto fine (vermiculite, perlite
ecc.), combinati con leganti che ne permettono un rapido e facile montag-
gio. Pur presentando un coefficiente di assorbimento minore dei tipi pre-
cedenti, e particolarmente alle basse frequenze, hanno il vantaggio del bas-
so costo e della facilità della posa in opera. L'assorbimento di questo tipo
di materiale varia con lo spessore, la composizione ed il modo con cui è
applicato alle pareti; hanno però l'inconveniente di essere scarsamente de-
corativi, di facile deterioramento e di non poter essere lavati o dipinti.

L'isolamento acustico

E' conveniente classificare i rumori a seconda del tipo particolare di


propagazione sonora, per essere in grado di poter studiare ed attuare il mo-
do più adatto per attuirne gli effetti. Potremo pertanto distinguere tra:

Rumori aerei, provocati da sorgenti sonore e trasmessi attraverso l'at-


mosfera. Essi arrecano disturbo negli ambienti dove sono emessi ed anche
in quelli limitrofi, propagandosi in questi ultimi per trasmessione attraverso
le pareti o attraverso le fessure, in base al principio di Huygens.

Rumori dovuti a vibrazioni, provocati da macchinari e si trasmettono


alle strutture eccitandone le frequenze proprie e trasmettendo le vibrazioni
all'interno delle strutture stesse. Rumori di questo tipo sono provocati nel-
le abitazioni da macchine in movimento, come pompe, motori delle appa-
recchiature di riscaldamento, ascensori, ecc..

Rumori dovuti a percussioni. Sono i più comuni rumori della casa, do-
vuti in genere ad urti sul pavimento (calpestio, oggetti che cadono) o sulle
pareti.
Per limitare gli effetti dei rumori aerei bisogna provvedere ad isolare
327

in modo opportuno le pareti verticali interne, esterne, i serramenti e l'intra-


dosso dei solai.
Per eliminare i rumori dovuti a vibrazioni bisogna creare per gli impian-
ti che li provocano, dei basamenti o dei giunti isolanti (detti appunto anti-
vibranti), cioè dei veri e propri cuscinetti entro i quali le vibrazioni si smor-
zino .
Vi sono due leggi fondamentali che regolano l'isolamento acustico ; la
prima è la seguente :
— Per impedire la trasmissione del suono in un corpo occorrono dei
materiali isolanti la cui resistività sia il più possibile diversa da quella del cor-
po stesso.
La resistività acustica è data dal prodotto della densità del corpo per la
velocità di propagazione del suono in esso; è una grandezza caratteristica
di un materiale in determinate condizioni fisiche, e dipende oltre che dalla
natura del materiale stesso, anche dai trattamenti subiti. Questo spiega che,
quando si vuol realizzare l'isolamento da un suono che si propaga nell'aria,
la quale ha bassa resistività acustica, occorrono materiali pesanti ad alta re-
sistività e viceversa; da ciò in conseguenza la necessità di forti spessori mu-
rari per impedire che il suono che si propaga nell'aria si trasmetta nell'in-
terno degli ambienti, come l'utilità di diaframmare con camere d'aria le
strutture murarie. L'esperienza ha dimostrato però, che raddoppiando lo
spessore, e quindi il peso di una parete di materiale rigido ed omogeneo,
non si aumenta che di soli 5 dB il suo potere di attenuazione acustica.
Così, se si considera ad esempio, una parete di mattoni pieni dello
spessore complessivo di 25 cm, che attenua 48 dB e pesa 420 kg/m 2 , e si
pensasse di raddoppiarne lo spessore, si otterrebbe solo un'attenuazione di
circa 53 dB con un peso proprio di oltre 800 kg/m 2 . Il diagramma ripor-
tato in Fig. 16.3 rappresenta l'isolamento globale di una parete di peso dato,

Fig. 16.3 - Isolamento della parete piena in funzione della massa, per frequenze comprese tra i 125 e
2048 Hz.
328

per le frequenze comprese tra 25 e 2048 Hz, e chiaramente dimostra che


l'isolamento varia sensibilmente con il logaritmo della massa. Tale princi-
pio può essere considerato come la seconda legge dell'isolamento acustico.
Risulta quindi evidente che se la massa è necessaria in partenza per
creare una certa isolazione, si dovranno poi raggiungere pesi enormi per
ottenere degli isolamenti sufficienti; nelle moderne costruzioni, specie mul-
tipiane, ovviamente non è possibile applicare un principio di tale tipo. Ciò
spiega l'utilità del sughero, del feltro, delle fibre di vetro o minerali, delle
più recenti resine espanse, cioè di ogni analogo materiale poroso e leggero,
per isolare corpi di elevata densità.
Per la tecnica dell'isolamento, potremo pertanto distinguere tra pareti
semplici e pareti multiple. Le prime s'intendono costituite da uno o più
strati connessi rigidamente tra di loro, ove i singoli elementi possono esse-
re anche costituiti da materiali differenti, come ad esempio mattoni più
intonaco. Pareti multiple si intendono invece quelle, composte da due o
più strati di materiale leggero indipendente, non connessi tra loro rigida-
mente, ma separati da un intercapedine di aria che può essere anche riempi-
ta con del materiale fono-isolante, Fig. 16.4. L'isolamento di quest'ultimo
tipo di parete, con una appropriata esecuzione, è superiore a quella risultan-
te dalla somma dei pesi dei singoli strati che ne costituiscono la struttura.
Esaminiamo brevemente i due differenti tipi. Le caratteristiche acusti-

Fig. 16.4 - Esempi di pareti multiple esterne e divisorie per l'isolamento dai rumori aerei.
329

che di una parete semplice sono strettamente in funzione:


a) del peso per unità di superficie della parete;
b) della sua rigidezza alla flessione;
c) del valore del coefficiente di assorbimento del materiale di cui è
costituita la parete.

In alcuni Stati sono fissati con precisione i valori di isolamento (cioè


di abbattimento del livello sonoro, in dB) che dovrebbe avere una parete
divisoria tra ambienti diversi; ad esempio nelle norme tedesche per l'edili-
zia (DIN 4110 cpv. D 11), nel campo delle frequenze tra 100 e 3000 Hz e
nel caso di civili abitazioni, è fissata un'attenuazione minima di 48 dB, di
53 dB invece nel caso di ospedali. Si è però già visto in precedenza, come
per ottenere in una parete semplice il valore succitato di attenuazione so-
nora, sia necessaria una parete della massa di 420 kg/m 2 , il che, come già
detto, è in pratica irrealizzabile. Si useranno quindi le pareti multiple, leg-
gere e sottili, che rispondono ai requisiti richiesti, e facilmente raggiungono
il valore dell'isolamento prescritto, in quanto presentano tra l'altro il non in-
differente vantaggio di poter raddoppiare il valore dell'attenuazione, po-
nendo in opera due pareti indipendenti, non collegate tra loro da legami
rigidi.
Per una parete multipla il valore di isolamento è in funzione:
a) del peso per unità di superficie della parete;
b) dello spessore dei vari strati che ne costituiscono struttura;
e) della costituzione fisica e chimica del materiale degli strati;
d) del sistema di montaggio dello strato isolante;
e) del sistema di ancoraggio della parete multipla all'ossatura dell'e-
dificio.

Particolare importanza in questo tipo di parete, riveste l'intercapedine


che generalmente separa i due elementi principali costitutivi della sua strut-
tura; ogni intercapedine infatti costituisce una speciale camera riverberante,
per cui, ricorrendo all'assorbimento della energia sonora, si può incremen-
tare il valore dell'isolamento. Riportiamo nella tabella seguente i valori
dell'attenuazione in dB dello strato d'aria tra due pareti di peso uguale.

E' opportuno però che le pareti che racchiudono l'intercapedine, che


non dovrebbe mai essere inferiore a 5 cm, siano di materiale diverso, per
non avere gli stessi modi propri di risonanza; se cosi non fosse si provvede-
330

rà ad intonacare con un particolare tipo di malta una faccia della parete, la-
sciando sull'altra, ad esempio, il laterizio a vista.
Per sfruttare però, come già accennato, l'assorbimento di energia sono-
ra per migliorare l'isolamento acustico, si può riempire completamente con
materiale poroso e fono assorbente lo strato d'aria dell'intercapedine, op-
pure disporre nastri di tale materiale lungo i bordi o riempire parzialmente
la camera d'aria con elementi di detto materiale.
Per quanto riguarda le pareti esterne, perimetrali dell'edificio, che co-
stituiscono l'unico schermo dai rumori provenienti dalla strada, sarà oppor-
tuno adottare una soluzione del tipo precedentemente indicato, con dop-
pia parete racchiudente un'intercapedine continua interna. Per ottenere
un soddisfacente risultato nel valore di attenuazione bisognerà osservare:
— che ciascuno dei due elementi costituenti la parete sia quanto più
pesante possibile; ad esempio la parete verso l'esterno in mattoni pieni, e
quella verso l'interno in forati o mattoni in foglio, per opporre una deter-
minata massa al primo frangersi delle onde sonore;
— che ogni elemento sia da considerare completamente isolato,
cioè costruito senza collegamenti rigidi con l'elemento opposto; infatti l'ef-
fetto dell'intercapedine può venire pregiudicato od anche completamente
annullato, quando i singoli elementi della parete siano uniti rigidamente tra
loro, ad esempio con mattoni, ponti di malta, tubi passanti, ecc.;
— che gli strati di malta siano continui e non lascino alcuna fessura
poiché, per il noto principio, verrebbe in pratica annullata ogni opera di iso-
lamento;
— che nell'intercapedine di almeno 5 cm, sia applicato del materiale
poroso e fonoassorbente, se non dello spessore della camera d'aria, almeno
dello spessore di cm 2, e ciò per aumentare con l'assorbimento di energia
sonora, il valore dell'isolamento.
In questo tipo di pareti estrema cura ed accorgimenti dovranno essere
posti nella costruzione e nella scelta delle finestre, per non annullare i van-
taggi ottenuti con l'adozione della parete multipla.
Per quanto riguarda le pareti interne, interesse particolare rivestono
quelle di suddivisione degli appartamenti, o di delimitazione di determina-
ti ambienti, quali camere da letto, servizi, cucine, sale. Anche in questo ca-
so, vale ovviamente quanto suesposto a proposito delle pareti esterne poi-
ché non potendone aumentare il peso, converrà adottare pareti multiple,
con doppia parete ed intercapedine.
I singoli elementi potranno essere in laterizio forato, anche se è consi-
gliabile che una delle due faccie venga eseguita con mattoni pieni disposti
in foglio; nell'intercapedine è bene sia posto uno strato di materiale poroso
dello spessore non inferiore a cm 2; valgono comunque le medesime osser-
vazioni riportate a proposito delle pareti esterne.
E' da far notare che una parete così descritta viene però ad occupare
uno spessore totale di oltre 20 cm, e sovente nelle nostre abitazioni, ove
331

lo spazio è studiato e calibrato al millimetro, non è sempre possibile porre


in opera una struttura di tale tipo. In Germania ha trovato di recente larga
applicazione un tipo di parete, che si descrive in appresso, e che permette
di ottenere l'attenuazione prescritta dalle norme DIN di 48 dB, pur con
spessore totale non rilevante, e consente altresì una facile applicazione an-
che su pareti già costruite da tempo.
Su una parete di 80 120 mm di spessore, già intonacata e pareggiata
sulla faccia da isolare, viene applicato con precauzione uno strato isolante
di fibre minerali da 80 100 mm su questo poi è appoggiata una rete por-
taintonaco, fissata al soffitto a mezzo di ganci isolati e che sostiene un in-
tonaco civile a due strati di malta di calce e gesso, dello spessore totale di
cm 2,5.
Sarà in ogni caso opportuno che qualsiasi tipo di parete interna sia
montata su un supporto di materiale fono isolante, ad esempio un agglo-
merato di fibre di legno, per far sì che eventuali vibrazioni della parete non
si trasmettano alle strutture dello stabile.
Per quanto riguarda la trasmissione di rumore attraverso i solai, a mez-
zo di percussioni degli stessi che, come il calpestìo, è uno dei fenomeni più
diffusi e fastidiosi dei moderni edifici a struttura in calcestruzzo armato,
nei quali i solai adottati generalmente del tipo misto in laterizio e c.a., che
se presentano discrete caratteristiche di isolamento contro i rumori aerei, so-
no in pratica nulli contro il calpestìo, e pertanto la tecnica moderna ha
messo a punto un sistema notevolmente efficace ed economico per dare
all'isolamento acustico sufficienti valori di accettabilità.
Si tratta dei cosiddetti pavimenti galleggianti, cioè di una serie di cu-
scinetti fono assorbenti, posti paralleli tra di loro al di sotto di una cal-
dana di calcestruzzo i quali, oltre a distaccare nettamente il pavimento dal
solaio, vengono risvoltati verso l'alto alle estremità, in modo da isolare com-
pletamente il pavimento delle pareti circostanti e farlo così "galleggiare"
sullo strato smorzante. E' necessario però che il materiale impiegato per
questi cuscinetti sia atto a sopportare con continuità e nel tempo i cari-
chi statici e accidentali che possono gravare sul pavimento, senza subirne
delle deformazioni permanenti. Di solito, come hanno consigliato recenti
esperienze, vengono adoperati o pannelli rigidi di fibre di vetro o minerale
impregnati di resine sintetiche, oppure normali pannelli a fibra lunga del
medesimo materiale, o di altro materiale (ad es. granulare di gomma, sughe-
ro, ecc.).
Uno dei sistemi migliori per interrompere la propagazione delle onde
sonore all'interno delle strutture dell'edificio sarebbe la creazione di una
discontinuità strutturale che potesse fare da schermo alla trasmissione del
rumore. Poiché, come si è già visto, una soluzione di tale tipo non è in pra-
tica realizzabile, si è così creata una completa discontinuità tra gli elementi
strutturali e gli ambienti abitabili a mezzo dei pavimenti galleggianti e del-
le pareti multiple per cui, teoricamente, il rumore si propaga soltanto lungo
332

le strutture, le cui vibrazioni vengono poi assorbite dal materiale isolante


che le separa dagli ambienti abitabili.
L'efficacia del pavimento galleggiante può essere in casi particolari au-
mentata, con l'adozione di un soffitto sospeso isolante, posto nell'ambien-
te al di sotto del pavimento in esame. Un soffitto di tale tipo è costituito
in genere da elementi in metallo, leggeri e componibili, che sono semplice-
mente appoggiati alle murature perimetrali a mezzo di uno strato isolante op-
pure sospesi al solaio mediante accoppiamenti smorzanti; la piccola intercape-
dine che risulterà tra il solaio ed il soffitto, sarà riempita da uno strato di mate-
riale fono assorbente, disteso sugli elementi metallici. Nel caso vi fosse la neces-
sità di aumentare l'assorbimento di energia sonora nell'ambiente ove è installa-
to un soffitto di tale tipo, basterà porre in opera degli elementi forati.
Esaminiamo un esempio di pavimento galleggiante, come quello ripor-
tato in Fig. 16.5, analizzando tutti gli elementi costitutivi. Lo strato isolan-

Fig. 16.5 - Pavimento galleggiante e soffitto sospeso, costituenti la "struttura a scatola".


333

te può essere costituito da pannelli bachelizzati in fibra di vetro, dello spes-


sore di cm 1 e del peso specifico di 60 kg/m 3 , oppure in pannelli di fibra
lunga di vetro del medesimo spessore e del peso specifico di 150 kg/m 3 . So-
pra detto strato, sarà posto un foglio di carta catramata che servirà da fon-
do al sovrastante massetto in calcestruzzo, e impedirà al getto fluido di im-
pregnare il materiale isolante creando dei collegamenti rigidi tra le fibre e
annullandone la porosità. Il massetto in calcestruzzo, di solito dosato a
250 kg di cemento e con inerti piuttosto fini, avrà lo spessore medio di
cm 4, sarà posto in opera generalmente senza armatura, e costituirà il sot-
tofondo vero e proprio del pavimento; lungo tutte le pareti sia il massetto
che il pavimento non andranno incastrati in esse, in quanto dovranno esse-
re come galleggianti sullo strato isolante.
Qualora anche i soffitti degli ambienti siano del tipo sospeso, come in
precedenza descritto, si verrà a realizzare una struttura a scatola che per-
mette, come già accennato, di rendere completamente indipendenti gli am-
bienti di abitazione delle strutture portanti dell'edificio, lungo le quali si
propaga il suono generato da urti o vibrazioni delle stesse. Tale soluzione
risulta quanto mai complessa e costosa anche per la necessità di chiudere
ermeticamente la scatola, con doppi e particolari serramenti, ma si presen-
ta oggi come delle poche possibilità che offre la tecnica, per poter ottenere
dei risultati concreti nel campo dell'isolamento acustico degli edifici utili.
L'isolamento acustico di un ambiente è però realizzato soltanto quan-
do dalle aperture praticate sulle pareti, cioè dalle porte e dalle finestre, non
si propaghi il suono attraverso l'aria.
Nei problemi di isolamento tra ambiente e ambiente, ma particolar-
mente tra interno ed esterno, grande importanza ha la perfetta tenuta dei
serramenti; infatti fessure di pochi millimetri nei telai delle finestre posso-
no completamente compromettere il risultato dell'isolamento. Tale difetto
è spesso la causa per cui si ottengono valori di isolamento effettivo pari
10 20 dB, in luogo dei 25 35 dB che, in teoria, lascierebbe prevedere
la scelta del materiale utilizzato. A questo proposito è da notare, che i serra-
menti metallici presentano caratteristiche di ermeticità di chiusura inferio-
re ai serramenti in legno perfettamente eseguiti; però questi ultimi notevol-
mente risentono delle variazioni di umidità e temperatura.
Sono comunque da ricercare dei profili e dei nodi tali, con scanalature,
con doppia o tripla battuta, sì da poter realizzare degli incastri quasi per-
fetti tra battenti e telaio, evitando il minimo gioco tra di essi. Sono soven-
te anche usate a tale scopo delle speciali guarnizioni a tenuta pneumatica,
che non dovranno essere ovviamente di materiale troppo rigido, come il
feltro, ad esempio, che farebbe contatto solo su di una parte del profilo,
ma di materiale cedevole, come quelle di gomma soffice e cava che, adattan-
dosi a tutto il contorno del serramento, provvederanno ad una chiusura
praticamente ermetica.
Si può far uso, per aumentare il valore dell'isolamento, della finestra
334

galleggiante, cioè di una normale finestra a perfetta tenuta, con interposta


una fascia di materiale plastico tra il vetro e la scanalatura del telaio, che
permette di isolare il vetro dal resto della costruzione. Un serramento di ta-
le tipo presenta anche il vantaggio del perfetto fissaggio del vetro al telaio,
e sono così evitate le eventuali vibrazioni dei diversi elementi del serra-
mento; il gioco tra vetro e telaio, provoca infatti una notevole perdita di
isolamento, e sotto l'azione di suoni particolari, come ad esempio il passag-
gio di autoveicoli o vibrazioni di macchine, si viene ad eccitare la frequen-
za propria di risonanza del materiale cioè, come si dice in linguaggio cor-
rente, il vetro "si mette a cantare".
Quando si desideri invece ottenere decisamente valori elevati di isola-
mento, sarà preferibile utilizzare serramenti a doppio vetro, oppure doppie
finestre, o serramenti con vetri speciali. In effetti, per applicazione del pri-
mo tipo, data la relativa distanza che può intercorrere tra le due facce, cioè
circa 2 3 cm, si potranno ottenere risultati soddisfacenti avendo cura pe-
rò che i due vetri abbiano spessore diverso, ad esempio 4 mm verso l'ester-
no e 3 mm verso l'interno, e che siano rispettati i requisiti già citati a riguar-
do della tenuta degli infissi e della rigidità dei telai. Nel caso della doppia
finestra, risultati efficaci di isolamento saranno ottenuti particolarmente per
i suoni acuti, ed in generale a seconda del tipo di vetro e, analogamente a
quanto constatato per le pareti multiple, a seconda dello spessore della ca-
mera d'aria interposta. Per vetri doppi, e per larghezza dell'intercapedine
variabile da 7 a 37 cm, il valore dell'isolamento varia da circa 38 a 44 dB
mentre, con l'applicazione di due cristalli si può raggiungere il valore di
attenuazione pari a circa 50 dB.
Il problema della perfetta tenuta tra battente e telaio in una porta, è
facilmente risolta creando delle chiusure a doppia o tripla battuta e inter-
ponendo tra queste delle striscie di materiale plastico che, alla chiusura del
serramento, risultando compresse, elimineranno qualsiasi fenomeno di gio-
co, ed eviteranno altresì all'atto della chiusura, l'urto dell'anta mobile con-
tro il telaio. Sarà bene porre una striscia di detto materiale anche tra il te-
laio fisso e la cassa morta del serramento.
Con porte normali, costruite in legno ben stagionato, si può ottenere
un valore dell'isolamento medio pari a circa 20 dB; per aumentare tale valo-
re si può applicare il principio della parete multipla, costruendo cioè delle
ante doppie, ciascuna delle quali fissata, possibilmente con telaio indipen-
dente, su una delle due pareti costituente il tramezzo multiplo. Se l'inter-
capedine tra le due porte è di circa 20 25 cm, è possibile raggiungere dei
valori di isolamento pari a 30 40 dB.
Le numerose apparecchiature meccaniche e gli impianti installati in un
edificio, sono la principale fonte delle vibrazioni che si trasmettono agli
elementi strutturali, e tale disturbo è anche propagato attraverso il diramar-
si della rete di tubazioni nel fabbricato. E' opportuno pertanto agire diret-
tamente sulla sorgente di disturbo creando per tali apparecchiature degli
335

appositi basamenti galleggianti, costituiti di solito da una massa di calce-


struzzo a cui è rigidamente fissata la macchina, poggiante su uno strato ce-
devole e smorzante, che ne ripartisce il carico sul terreno. Come materiale
è sovente usato il piombo ma, per ogni tipo di apparecchio, e caso per ca-
so, sarà bene calcolare opportunamente il tipo e lo spessore dello strato ce-
devole da impiegare.
In caso di ventilatori per fumo, o pompe di circolazione, si dovranno
ovviamente impiegare apparecchiature del tipo più silenzioso, a basso nu-
mero di giri, ed interrompere l'attacco rigido delle tubazioni, a mezzo di
un manicotto smorzante di lamierino e gomma. Per i disturbi provocati
dai bruciatori dell'impianto di riscaldamento, oltre al già previsto supporto
isolato, si dovrà trattare acusticamente il focolare della caldaia, a mezzo di
piastrelle perforate di refrattario che, funzionando da risuonatori, possono
ridurre e smorzare il rumore prodotto nell'emissione della fiamma. In ogni
caso è sempre opportuno collegare con manicotti smorzanti l'attacco del-
la caldaia con la tubazione.
Anche le tubazioni, oltre a propagare il rumore prodotto dalle pompe
o dall'impianto di combustione e di sollevamento possono essere fonte di
disturbo a causa del passaggio di fluido attraverso di esse; una adeguata re-
te di ventilazione o di espansione può agevolare l'isolamento, avendo però
cura di calcolare una bassa velocità di propagazione del fluido nei tubi, di
progettare curve ad ampio raggio, e di raccordare tutte le variazioni di se-
zione.
Anche la GESCAL (Gestione Case per Lavoratori) ha emanato del-
le norme tecniche di esecuzione e progettazione, colmando per quanto ri-
guarda le abitazioni popolari, una lacuna dell'attuale legislazione italiana
relativamente all'isolamento delle costruzioni. L'art. 76 di dette norme pre-
vede per le pareti esterne un isolamento medio non inferiore a 45 dB per
frequenze comprese tra 100 e 3000 Hz ed analogo valore per le pareti di-
visorie interne. Per i solai le norme si limitano a prescrivere un livello mas-
simo di trasmissione dei rumori di calpestio non superiore a 70 dB.
Analoga materia è trattata in una circolare del 1966 del Ministero dei
LL.PP. relativa ai "criteri di valutazione e collaudo dei requisiti acustici
nelle costruzioni edilizia".

La correzione acustica

Un secondo ordine di problemi acustici in architettura è costituito dal


miglioramento della qualità dei suoni all'interno dello stesso vano in cui essi
sono stati generati; la corretta soluzione di tale tipo di problemi è partico-
larmente importante per teatri, cinematografi, auditorium, sale da concerto
e da registrazione, aule per lezioni e conferenze, chiese.
I termini della questione sono i seguenti: il suono prodotto da una sor-
336

gente (conferenziere, strumento musicale, altoparlante) raggiunge l'uditore


sia direttamente sia anche per onde riflesse dalle varie superfici interne del
locale, pareti, soffitti, pavimenti; i diversi percorsi dell'onda sonora com-
portano al punto d'ascolto uno "sfasamento" temporale che viene denomi-
nato tempo di riverberazione o coda sonora, misurabile in secondi o loro fra-
zioni e che corrisponde al tempo necessario affinché l'intensità del suono
istantaneo nel locale si riduca praticamente a zero (Fig. 16.6).

Fig. 16.6 — Schema riverberazione dei suoni.

Questa coda sonora, entro determinati limiti non superiori a 1,5 1,7
secondi, proporzionali al volume dell'ambiente e alla destinazione dello stes-
so è persino un elemento favorevole, che rende i suoni più pastosi e gradevo-
li; oltre tale limite invece crea fenomeni di disturbo e confusione, dal sempli-
ce sovrapporsi di suoni successivi a rimbombi e persino agli echi.
Un calcolo sufficientemente approssimato della coda sonora f, che in
realtà dipende anche dalla forma dell'ambiente e dalla conformazione spe-
cifica delle superfici che lo delimitano, si può fare con la seguente formula:

con

ove
= area delle superfici interessate alla riflessione
= coefficienti di assorbimento dei singoli materiali
337

La classica "correzione acustica" va quindi eseguita portando il tempo


di riverberazione o coda sonora prossimo ai valori ottimali, operando sulle
superfici, in particolare dei soffitti e delle pareti, con l'adozione di materiali
di adatto coefficiente di assorbimento (vedi ad esempio la tabella in fig. 16.7).

Marmo 0.015 Schermo cinema 0,120


Lamiera gracata 0.018 Stoffe su muro 0,150
Cemento lisciato 0,020 Moquette s. medio 0,180
Muro intonacato liscio 0,025 Tendaggi pesanti 0,200
Vetro spessore mm. 3 0.020 Eracustic 2,5 0,640
Muro intonacato grezzo 0,030 Feltro minerale 0,580
Agglomerati di sughero 0.050 Gesso forellato 0,420
Legno duro naturale 0.080 Persone, cad. 0.400
Doghe mlcroforate 0.750 Doghe forate 0,600

Fig. 16.7 - Coefficienti di assorbimento acustico per metro quadrato.

Oggi il problema, di fronte all'adozione generalizzata di sistemi di am-


plificazione sonora, è sostanzialmente di correzione acustica degli ambien-
ti mediante l'uso di materiali fortemente fonoassorbenti; in passato peraltro
aveva grande importanza anche la possibilità di ampliare e dirigere corret-
tamente i suoni, come possiamo ancor oggi riscontrare in tanti antichi teatri,
soprattutto all'aperto, ed in talune chiese e sale da concerto.

Bibliografia

KNUDSEN & HARRIS, Acoustical Designing in Archiecture, New York, 1955.


BURRIS-MEYER & COODFRlED,Acousticsfor the Archi tee t, New York, 1957.
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G. TREVISAN, L'acustica degli ambienti, Ingegneri e costruttori n. 6, Vicenza 1983.
CAPITOLO DICIASETTESIMO

PROBLEMI TERMICI

Richiami di trasmissione del calore

Come viene ampiamente trattato nei corsi di fisica tecnica, il calore


si propaga fra corpi diversi o nei corpi dalla zone a temperatura superiore
alle zone di temperatura inferiore sostanzialmente per:
— conduzione, cioè senza trasporto di massa;
— convezione, cioè con movimento delle molecole che formano il
corpo; si può avere questo tipo di propagazione solo nei liquidi e nei gas;
— irraggiamento, cioè quando i corpi emettono energia raggiante o
ne ricevono da quelli circostanti; l'energia si può propagare anche in as-
senza di materia.
Le grandezze in gioco sono le seguenti:
— conducibilità termica (X) di un materiale omogeneo è la quantità
di calore passante attraverso un corpo di superficie e spessore unitari nella
unità di tempo e con un salto termico di 1°C: si misura in Kcal/h°C-m2-m;
— conduttanza termica è, per un dato materiale di conduci-
bilità X, la quantità di calore trasmesso in un'ora attraverso 1 m2 di super-
ficie con salto termico 1°C tra le facce opposte di una parete di spessore s;
— trasmittanza o coefficiente di trasmissione termica globale (k) e-
sprime la quantità di calore che si propaga in un'ora attraverso 1 m2 di pa-
rete di spessore s con una differenza di temperatura 1°C.
Si consideri infatti una parete piana ed omogena, che separi due am-
bienti rispettivamente a temperatura f, e te con r,- > te.
La trasmissione di calore avviene in tre fasi:
— dall'ambiente a temperatura /,• alla faccia interna della parete, tra-
mite moti convettivi e per irraggiamento;
— dalla faccia interna della parete alla seconda faccia interna (cioè
attraverso la parete) tramite conduzione;
— dalla seconda faccia alla temperatura te tramite convezione e ir-
raggiamento.
La quantità di calore che passa dall'ambiente a temperatura maggiore
all'ambiente a temperatura minore, si può esprimere tramite la formula:
340

dove:
ed sono coefficienti di adduzione interna ed esterna, espressi in kcal/
m 2 h°C; essi esprimono la quantità di calore ceduta sia (a,) dall'aria
interna nell'unità di tempo ad ogni unità di superficie della parete
per ogni grado di differenza di temperatura sia all'ambiente
a temperatura te nell'unità di tempo da ogni unità di superficie del-
la parete per ogni grado di differenza di temperatura.
5 = spessore della parete (m);
S = superficie della parete (m2 );
= coefficiente di conducibilità della parete;
h = tempo di durata della trasmissione di calore (ore).

Il termine esprime l'inverso della trasmittanza H o il


coefficiente di trasmissione termica globale K cioè la quantità di calore tra-
smesso in un'ora attraverso 1 m2 di superficie per la differenza di 1° C di tem-
peratura tra i due ambienti. Quindi

da cui si può dedurre che:

La resistenza termica è l'inverso della trasmittanza

Essa rappresenta la resistenza per unità di superficie che la parete op-


pone al flusso termico; è direttamente proporzionale allo spessore della pa-
rete ed è inversamente proporzionale alla conducibilità termica dei mate-
riali. Cioè aumentando lo spessore della parete o usando materiali a bassa
conducibilità termica (isolanti si definiscono convenzionalmente isolanti
termici quei materiali la cui conducibilità termica < 0,1) oppure limitan-
do l'area interessata al flusso termico

e si esprime in m2 h°C/kcal.
Se la parete è composta da più strati, in serie, diversi fra loro, K si de-
termina:
341

// calore specifico è la quantità di calore necessaria per innalzare di 1°


la temperatura di 1 kg di sostanza. Varia secondo la temperatura; per l'aria
il calore specifico è

La capacità termica è la quantità di calore che innalza di 1°C la tempe-


ratura di un corpo.

dove:
m, = masse ;
Gi = calori specifici.

(vedi tabella 1 e 2) .

Normativa italiana

La legge 30/4/1976 n. 373 stabilisce i limiti zona per zona della poten-
za termica massima di un impianto di riscaldamento, valutata tramite la re-
lazione

dove:
Cg = è il coefficiente volumico globale di dispersione termica, espresso
in W/m3 °C o dato che 1 kcal/h = 1,16 W si avrà anche 1 kcal/1,16
h m3 °C. Esso è composto di due termini Cg = Cv + Q dove:
Cv = è il coefficiente volumico di dispersione termica per ventilazione
cioè è la potenza termica necessaria per il riscaldamento dell'aria
di rinnovo. (W/m3 °C). Cv si ricava dalla formula Cv = 0,25 x n (do-
ve 0,25 è il calore specifico dell'aria); n sono i ricambi d'aria orari;
in genere si è stabilito n - 0,5.
Cd = è il coefficiente volumico di dispersione termica per trasmissione;
esso rappresenta la sommatoria delle dispersioni termiche attra-
verso l'involucro sempre riportato all'unità di volume v.p.p.
V = è il volume delle parti d'edificio riscaldate. Si esprime in m3 ;
A t = èia differenza di temperatura tra l'aria interna che in genere non può
superare i 20°C e l'aria esterna definita nelle tabelle per zone.

Riassumendo, la legge tratta il contenimento delle dispersioni termi-


che imponendo dei livelli massimi di dispersione totali dell'edificio.
In generale si può affermare che la temperatura delle pareti non deve
342
343

scostarsi di più di 3°C dalla temperatura dell'ambiente altrimenti ci si sente


fisiologicamente a disagio, inoltre se ci fosse un forte sbalzo avverrebbe il
fenomeno di condensazione in superficie dell'umidità presente nell'aria.
La temperatura della faccia interna della parete è tanto più vicina a
quella dell'ambiente quanto minore è la trasmissione termica attraverso la
parete. Un ambiente è più confortevole quanto maggiore è la capacità ter-
mica della parete.
Per contenere le dispersioni termiche si deve tener conto delle proprie-
tà isolanti delle murature, delle malte e degli intonaci e dello spessore e peso
della muratura e dei materiali isolanti nelle intercapedini.
La conduttività termica delle malte e degli intonaci si può contenere
adottando additivi isolanti.
Un altro sistema per migliorare il comportamento termico è quello di
aumentare lo spessore delle murature in quanto il tempo impiegato per la
propagazione del calore all'interno della muratura aumenta con lo spesso-
re e diminuisce la diffusione termica. Da qui si può dedurre il concetto di
inerzia termica: essa misura l'attitudine di un materiale ad accumulare ca-
lore e rimetterlo successivamente verso gli ambienti a diretto contatto con
esso.
La trasmittanza termica può essere anche contenuta con strutture
murarie a intercapedine, con murature con strato isolante all'esterno (iso-
lamento a cappotto) o con strato isolante all'interno.
Le murature a intercapedine stagna cioè non ventilata aumentano le
caratteristiche di isolamento: l'intercapedine può essere libera e di dimen-
sioni di circa 2 5 cm oppure riempita di materiale isolante come pannelli
di polistirolo espanso, di lana di roccia, di fibre di vetro, argilla espansa
ecc.. Se l'intercapedine è occupata parzialmente dai pannelli isolanti si avrà
un maggior contributo all'isolamento dato dalla camera d'aria. E' necessa-
rio che i pannelli contengano una barriera al vapore verso l'interno dell'edi-
ficio per evitare condensazioni pericolose ma la controindicazione è data
dalla non traspirabilità del muro. Oggi si usano le "barriere di freno al va-
pore" che permettono la traspirazione parziale della muratura. E' necessa-
rio inoltre stendere un rinzaffo di intonaco sulla faccia interna del para-
mento esterno per evitare infiltrazioni d'acqua (Fig. 17.1, 17.2, 17.3).
Le murature con lo strato isolante all'esterno cioè con l'isolamento
a cappotto hanno il vantaggio di eliminare i ponti termici; in questo caso
si ha un maggiore tempo di messa a regime dell'impianto di riscaldamento
e un più lento raffreddamento degli ambienti dopo lo spegnimento. E' quin-
di consigliabile per edifici residenziali stabili con impianti a funzionamen-
to intermittente (Fig. 17.4).
Quelle con lo strato isolante posto all'interno sono di facile ed eco-
nomica realizzazione; la messa a regime ma anche il raffreddamento sono
più rapidi per cui sono consigliabili per residenze temporanee (case da
week-end) o uffici (Fig. 17.5).
344

Fig. 17.2 - Muratura con intercapedine riempita totalmente con isolante.


345

Fig. 17.4
346

Fig. 17.5 — Isolamento a cappotto.

Una soluzione più recente, è rappresentata


dalle facciate ventilate che sono costituite da:
isolamento termico sull'esterno delle pareti
dell'edificio in muratura tradizionale, camera
d'aria ventilata, e paramento esterno in mate-
riale affidabile: Alluminio, Amianto Cemen-
to, Glasal (fig. 17.5bis).
Assomma in sé i pregi della coibentazione
esterna e cioè:
• Eliminazione dei ponti termici
• Maggior inerzia termica dell'ambiente
- Inoltre il «Sistema Facciata Ventilata» offre
i seguenti vantaggi sul tradizionale cap-
potto:
• Eliminazione dei fenomeni di condensa
La ventilazione della camera d'aria che si for-
ma tra lo strato isolante e il paramento esterno
garantisce il continuo smaltimento, del vapo-
re che dall'interno migra verso l'esterno.
Ciò garantisce dalle formazioni di condensa
all'interno del sistema; quindi la resistenza
termica non viene alterata.
• Maggior benessere abitativo
- Nella stagione estiva, a motivo della venti-
lazione che smaltisce il calore irraggiante,
nonché del potere riflettente del paramento
esterno, nonché della protezione dei raggi
solari diretti sulla faccia esterna dell'iso-
lante.
- Nella stagione invernale, grazie all'innalza-
mento della temperatura superficiale delle
pareti interne, alla maggior inerzia termica,
all'eliminazione delle condense.
Fig. 17,5bis - Facciata ventilata.
347

I ponti termici si hanno in quelle zone dove c'è concentrazione di pas-


saggi di calore, cioè con maggiore trasmittanza, come:
— nei cordoli in calcestruzzo;
— negli architravi di porte e finestre;
— nei muri di sottofinestre ;
— negli angoli di muri perimetrali;
— nelle nervature verticali.
E' necessario dunque contenere il passaggio di calore e il formarsi di
condensazioni di umidità. Nei cordoli si cerca di coprirli esternamente con
intonaci isolanti oppure con tavelle isolanti (Fig. 17.6 e 17.7).
La legge 30/4/1976 n. 373, tiene conto in sostanza solo della trasmit-
tanza, in quanto Cd e t sono fissati a priori; ne consegue che questa norma-
tiva è soddisfatta - a parità di K -indipendentemente dal materiale costrut-
tivo o isolante impiegato.

Fig. 17.7
348

Questa impostazione deriva da una semplificazione iniziale: cioè dal


considerare il regime termico come permanente, cosa astratta in quanto si
trascura l'andamento reale delle temperature esterne ed interne e di con-
seguenza il comportamento delle componenti dell'edificio. Infatti la tem-
peratura esterna varia durante le ore del giorno, con un andamento che si
può definire sinusoidale. Si ha di conseguenza la cosiddetta "onda termica"
sulla quale il tipo di parete, al passare di essa dall'esterno all'interno, pro-
duce uno smorzamento sensibile dell'ampiezza e uno sfasamento nel tempo.
Questo regime reale si definisce "regime variabile": in esso entra in gioco al
fine dello smorzamento dell'onda, e del suo sfasamento, la capacità di accu-
mulo termico o "capacità termica''' degli elementi costruttivi. Essa è propor-
zionale alla conducibilità termica del materiale, al suo peso volumetrico e
al calore specifico dello stesso. Ad es.: la capacità termica di 1 m3 d'acqua
è dato da

dove:
m = densità dell'acqua = 1000 kg/m 3 ;
Cp = calore specifico dell'acqua = 1 kcal/°C;
= il salto termico tra la temperatura del materiale e quella di utilizzo.

Dalla capacità termica si può dedurre la "inerzia termica" che è il pro-


dotto della capacità termica per la resistenza termica del materiale.
Una corretta impostazione della progettazione degli elementi costrut-
tivi, deve quindi tener conto anche dei fattori summenzionati, in quanto
appaiono chiari alcuni effetti sia per la riduzione dei consumi di energia
sia per un miglior benessere termo-igrometrico ambientale.

Tecniche di architettura bioclimatica

La cosiddetta "crisi energetica" degli anni '70 ha ridimensionato in


relazione soprattutto ai problemi di riscaldamento e di climatizzazione de-
gli edifici tutto quanto era stato raggiunto con facilità a seguito del grande
sviluppo delle tecnologie impiantistiche e di automatizzazione e della di-
sponibilità di grandi quantità e a basso costo di combustibili, in particolare
liquidi e gassosi.
In conseguenza di ciò si è rimessa in moto tutta una serie di studi e di
approfondimenti teorici e sperimentali orientati prevalentemente sui se-
guenti due settori:
1 ) ricerca di fonti di energia alternativa, in particolare, quella solare,
diretta e indiretta (eolica e biomassa) e quella geotecnica;
349

2) tecniche dì architettura "bioclimatica", tendenti oltreché a ridurre


le dispersioni termiche, a utilizzare e soprattutto a "conservare" l'energia
solare captata dagli edifici.
Il primo settore detto anche dei "sistemi attivi", rientra nel campo del-
la impiantistica, anche se l'integrazione nell'edificio dei collettori o capta-
tori solari può costituire un problema architettonico. Il secondo comprende
tutti questi sistemi che sono detti "passivi".
I sistemi vengono infatti definiti passivi quando l'energia termica pas-
sa attraverso l'edificio (dalla captazione all'accumulo e alla distribuzione)
con flusso termico naturale, cioè senza forza motrice dall'esterno pompe,
ecc..
L'involucro edilizio deve raccogliere e conservare le radiazioni solari
a mezzo degli elementi strutturali ed architettonici.
Questi sistemi necessitano quindi di un controllo del flusso termico in
modo da bloccare il flusso entrante nell'edificio o uscente dall'involuco (iso-
lamento o schermatura) e di modificare le aperture e le chiusure nei momen-
ti in cui agisce il flusso termico (reciproca apertura o chiusura degli spazi).
Gli elementi architettonici che caratterizzano i sistemi passivi sono le
vetrate, le murature massicce, le pareti isolanti, le schermature mobili o fis-
se, i piani riflettenti.
Le tipologie delle case solari "passive" dipendono dalla forma di cap-
tazione dell'energia solare.
L'energia solare viene utilizzata con tre metodi: diretto, indiretto e
separato (Fig. 17.8).
Captazione diretta (dal sole-all'ambiente-alla massa di accumulo).
I raggi solari passano attraverso l'ambiente prima di essere accumulati
in un impianto termico per un riscaldamento differito.
In questo modo l'ambiente è riscaldato direttamente dal sole, le ra-
diazioni raggiungono la massa accumulatrice, successivamente il calore viene
distribuito dalla massa termica e circola negli ambienti per convezione.
Gli edifici che impiegano questa captazione dei raggi solari devono avere:
— una ampia e doppia superficie vetrata esposta a sud a diretto con-
tatto con l'ambiente abitato;
— il pavimento e le pareti che fungono da elemento di accumulo e
quindi devono essere di dimensioni notevoli e dotati di grande capacità
termica;
— un sistema per isolare l'energia dalle variabilità climatiche esterne
(riflettori, sistemi di oscuramento e chiusure) (Fig. 17.9).
Captazione indiretta (dal sole-all'elemento di accumulo-all'ambiente).
Nel metodo indiretto la struttura dell'edificio raccoglie e accumula l'e-
nergia solare e quindi trasferisce calore all'interno.
I tipi principali di captazione indiretta sono: il muro di "Trombe" o
"parete solare", il "muro d'acqua" o "water wall" o "parete Baer" e il
"roof pond" o "solard pond" o lo "stagno sul tetto" (Fig. 17.10).
350
351

Fig. 17.10 - Incremento indiretto.

Il muro di Trombe è formato da un vetro posto davanti a una massa


muraria nera, per assorbire le radiazioni, rivolta verso il sole. Il muro posto
dietro al vetro ha dei fori o bocchette di sfogo all'altezza del pavimento e
del soffitto in modo tale che l'aria riscaldata tra la muratura e il vetro sale
per convezione verso l'alto o entra attraverso i fori superiori nell'ambiente
abitato, mentre l'aria fredda dell'ambiente viene aspirata dai fori in basso.
Il vetro può ugualmente avere bocchette in alto e in basso in modo tale
che d'estate, per convezione, l'aria surriscaldata esca, creando eventualmente
un ricambio d'aria nell'ambiente abitato (Fig. 17.11 a-b).
Il muro ad acqua o water wall o parete Baer è una variante del muro
di Trombe dove al posto della muratura, c'è una parete formata da conte-
nitori neri riempiti di acqua; il calore viene trasmesso dal sole al vetro e
dal vetro al muro d'acqua il quale per irraggiamento e convezione crea
una circolazione naturale.
Per evitare l'irraggiamento verso l'esterno si usano degli elementi iso-
lanti esterni (Fig. 17.12).
Un terzo sistema è il Roof Pond o il Solar Pond dove la captazione del-
•l'energia solare avviene dal tetto.
Il roof pond è formato da contenitori di plastica riempiti di acqua con
la superficie inferiore nera e quella superiore formata da due fogli traspa-
renti con intercapedine d'aria per aumentare l'effetto serra.
L'acqua assorbe e accumula calore e lo espande per irraggiamento al-
l'ambiente sottostante (Fig. 17.13).

Captazione separata: essa è caratterizzata dal fatto che l'isolamento


352

termico degli ambienti avviene separatamente sia dalla superficie di capta-


zione che dall'accumulo.

Fig. 17.Ila - Muro di Trombe (inverno).

Fig. 17.11b - Muro di Trombe (estate).

La superficie di captazione deve essere ampia e vetrata, orientata ver-


so Sud; essa è collegata termicamente alla massa accumulatrice (che può.
essere un basamento di pietra, un muro massiccio, una vasca d'acqua, dei
contenitori d'acqua) in quanto nei giorni nuvolosi viene sfruttata l'energia
immagazzinata e successivamente viene distribuita.
353

Fig. 17.12 — Muratura ad acqua water-wall.

Fig. 17.13 - Roof Pond - Solar Pond - Stagno sul tetto.


354

La captazione separata avviene tramite due sistemi "a serra" o "a ter-
mosifone".
La "serra" è formata da una parete trasparente, uno spazio vuoto che
funziona da cuscinetto e una superficie assorbente. I raggi solari che attra-
versano la vetrata vengono assorbiti dalla parete assorbente, la quale emette
a sua volta radiazioni di lunghezza d'onda diversa, verso la superficie ve-
trata: essa, in questo caso, funziona come un corpo opaco, di modo che le
radiazioni non vengono più trasmesse all'esterno, e quindi nella zona tra il
vetro e la parete assorbente si crea una temperatura più elevata di quella
esterna. Questo è il cosiddetto "effetto serra".
L'energia termica captata dalla serra viene trasmessa all'edificio con:
— trasmissione diretta della radiazione solare;
— scambio d'aria diretto;
— conduzione attraverso le murature.
Nel primo caso il muro tra la serra e l'edificio deve avere delle apertu-
re, in quanto parte del calore penetra direttamente dalla serra all'edificio
soprattutto d'inverno.
Nel secondo caso il calore viene trasmesso all'edificio per convezione
naturale quando tra la serra e l'edificio non c'è un muro ma teloni o a mez-
zo di ventilatori.
Nel terzo caso il calore viene assorbito dalla superficie rivolta verso la
serra e per conduzione naturale passa all'interno dell'edificio riscaldandolo.
Gli elementi fondamentali sono la serra, un muro ad elevata inerzia ter-
mica e l'ambiente (Fig. 17.14).

Fig. 17.14 - Effetto serra.


355

Il sistema a termosifone sfrutta l'effetto che si produce tra una piastra


nera, assorbitrice, distinta dall'edificio ed esposta al sole e l'ambiente da
riscaldare (Fig. 17.15).

Fig. 17.15 - Sistema a termosifone.

Bibliografia

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1977.
S. LOS, Energia solare, architettura, sistemi passivi, L'Ingegnere libero professionista,
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RDB, La trasmittanza termica nelle murature, nei solai e nelle coperture in laterizio, Pia-
cenza, 1978.
ANCE, L'energia solare nell'edilizia, Roma, 1981.
IRFEA, Quaderni dell'IRFEA, Rimini, 1981.
C. FALASCA, Dal clima alla tipologia edilizia, Firenze, 1985.
CAPITOLO DICIOTTESIMO

LE SCALE

Le scale sono vie di comunicazione verticali, assimilabili a vere e pro-


prie vie di scorrimento che servono al collegamento di ambienti posti a livelli
o piani diversi.
Le scale vanno dimensionate in relazione al dislivello da superare ed al-
la funzione a cui la scala è destinata.
Alcuni tipi particolari di scale, come le scale mobili e gli ascensori, ri-
chiedono speciali volumi tecnici superiormente ed inferiormente al vano
scala, per la sistemazione dei meccanismi di manovra. Lungo la scala deve
fluire nel modo più uniforme possibile il traffico verticale dell'edificio. Si
può assimilare la scala ad un condotto, e quindi, in analogia con quanto av-
viene in idraulica, si dovranno sempre evitare in esso sporgenze o restringi-
menti di sezione, operando semmai degli allargamenti, in particolare agli
angoli di tale condotto non rettilineo, intendendosi per angoli (normalmen-
te a 180°) i pianerottoli di sosta e di arrivo, ove in particolare vi è rallen-
tamento di flusso.
La larghezza del pianerottolo di una scala non dovrà quindi mai essere
inferiore alla larghezza della scala stessa (Fig. 18.1), anzi dovrà essere au-
mentata di un certo coefficiente che dovrà tener conto sia del traffico che
la scala deve sopportare, sia del fatto che sul pianerottolo possono aprirsi
358

porte di accesso ai locali diversi. Dal traffico piuttosto limitato che si può
avere in una scala di un fabbricato unifamiliare, si passa ad un flusso massi-
mo di circa 50 persone per un condominio di 10 appartamenti, ed ad un
traffico ancora superiore in caso di edifici pubblici: parimenti quindi dovrà
esser aumentata la larghezza dei pianerottoli.

Tipo di collegamento verticale

Possiamo suddividere i collegamenti verticali in varie categorie, a secon-


da dell'inclinazione sull'orizzontale che essi presentano (Fig. 18.2):

Fig. 18.2 - Inclinazioni usuali per giadonate, scale normali, pei locali macchine, a pioli.

— da 0° a 15° i collegamenti prendono il nome di "rampe", partico-


lari collegamenti a piano inclinato, privi di gradini, usati soprattutto per e-
sterni (giardini, strade ripide, sistemazioni urbanistiche), per interni di edi-
fici particolari (ville, asili-nido, accessi ai garages situati ai piani interrati),
e cosi via;
— da 15° a 20° i collegamenti prendono il nome di "gradonate" (Fig.
18.3) scale a gradini molto allungati, usati per accessi esterni o interni di edi-
fici particolari (asili-nido, scuole elementari, ospedali);
— da 20° a 45° sono compresi tutti i tipi di scala usati negli edifici
di civile abitazione, pubblici o di commercio, come vedremo più avanti;
— da 45° a 75° si hanno le scale di servizio, tipo quelle usate a bordo
359

Fig. 18.3 - Gradonate.

delle navi, per servizi di manutenzione in edifici industriali, per accesso a lo-
cali macchine ;
— da 75° a 90° sono infine comprese le scale a pioli o alla marinara,
quelle di accesso ai locali ascensori, ai serbatoi, ecc..

Tipologia della scala

Esaminando in particolare la scala usata negli edifici di civile abitazione


(con un angolo di inclinazione sull'orizzontale compreso fra i 20° e i 45°),
a seconda dello schema assunto dalla scala in pianta, si possono avere:
— "scale dirette": sono coperte da un'unica rampa, spezzata o meno
da uno o più pianerottoli, a seconda della lunghezza (Fig. 18.4a,b); sono usa-
te di solito soltanto in particolari circostanze, o per ottenere motivi di parti-
colare effetto architettonico ;
— "scale a rampa con elemento centrale": sono composte da due ram-
pe affiancate che si succedono arrivando e partendo dallo stesso pianerotto-
lo (Fig. 18.5). Possono appoggiare soltanto sui muri laterali, oppure su que-
sti o su un muro di spina.
Questo tipo di scala fu particolarmente usato nel passato, con le rampe
portate da volte in muratura (Fig. 18.6), data la sua relativamente facile ese-
cuzione, pur presentando l'inconveniente di poter essere poco illuminata per
360

Fig. 18.4a

Fig. 18,4b - Tipi di scale dilette.

Fig. 18.5 - Scale a due rampe affiancate con parapetto chiuso.

Fig. 18.6
361

il particolare tipo di struttura portante, che non permetteva assolutamente


(nelle volte) o relativamente (nei muri portanti laterali e di spina) l'apertura
di fori di illuminazione.
L'avvento del cemento armato ha eliminato tale ultimo inconvenoente
consentendo innanzi tutto l'eliminazione del muro di spina, e quindi la
sostituzione della muratura portante perimetrale con una struttura a telaio
e trave rampante, di cui si accennerà in appresso.
— "scale a tenaglia": (Fig. 18.7) in questo tipo di scala si succedono
alternativamente una rampa centrale (normalmente larga) e due rampe late-
rali, più strette.

Fig. 18.7 - Scale a tenaglia.

Hanno avuto sempre una impor-


tante funzione architettonica, specie
nel passato (nelle ville palladiane e nel
periodo del barocco romano), che
conservano ancora a tutt'oggi, specie
negli edifici pubblici, ove vengono
ormai quasi esclusivamente usate.
— "scale a pozzo": le più usate
nelle moderne costruzioni civili. Esse
possono essere a pianta rettangolare
(Fig. 18.8 e 18.9), circolare (Fig.
18.10) od elittica.
Le rampe possono essere soste-
nute dai muri perimetrali portanti, o
da una struttura in telaio in c.a..
Esse lasciano comunque sempre Fig. 18.8 - Scale a pozzo.
362

Fig. 18.9 — Scala a pozzo a tre rampe con parapetto a giorno.

Fig. 18.10 - Scala a chiocciola con gradini in massello di marmo a sbalzo della muratura perimetrale.
363

uno spazio vuoto al centro, più o meno ampio a seconda dell'area destinata
al vano scala e a seconda dell'assetto in pianta assunto dalla scala stessa.

Norme di progettazione

In un edificio è ammessa una sola scala quando la superficie coperta da


servire è inferiore o uguale a m2 400, ed una scala aggiuntiva ogni m2 350 o
frazione.
Per un edificio superiore ai 24 m di altezza, se destinato ad abitazione,
o anche in altezza inferiore, se avente particolare destinazione (alberghi,
scuole, ospedali, grandi magazzini ecc.) è prescritta una scala "a tenuta di
fumo" (Fig. 18.11), in cui la gabbia della scala e degli ascensori ed i rispetti-
vi accessi e disimpegni non devono avere alcuna comunicazione con i vani
abitati.
La scala a tenuta di fumo deve esser ideata e attuata in modo che se
una unità immobiliare abbia preso fuoco e dal suo portoncino d'ingresso
fuoriesce del fumo, questo non debba invadere e permanere nella scala ren-
dendo più difficoltosi o impossibili i soccorsi.
Si ricordi che il vano scala, per quanto riguarda il fumo, si comporta
come una canna fumaria che convoglia il fumo verso l'alto, ma che diffi-
cilmente lo elimina perché il vano scala non ha sfoghi sufficienti.
E', pertanto, necessario che l'eventuale fumo che fuoriesce dalla porta
di ingresso di una unità immobiliare non sia convogliata nel vano scale ma
in altro vano che, in diretta comunicazione con l'esterno, ne consenta una
rapida fuoriuscita ed eviti il ristagno del fumo nel vano delle scale.
Se la scala è posta in corrispondenza di una parete perimetrale dell'e-
dificio non si potrà accedere alle singole unità immobiliari direttamente dal
pianerottolo, ma da un localino (con porta a tenuta di fuoco) che sia ampia-
mente aperto verso l'esterno (Fig. 18.11).
In questo modo se l'unità immobiliare prende fuoco ed espelle fumo
dal portoncino d'ingresso, il fumo non potrà invadere le scale, ma uscirà ver-
so l'esterno dal detto localino dotato di ampio foro verso l'esterno e privo
di qualsiasi tipo di chiusura. Se la scala fosse ubicata in centro all'edificio il
detto localino fra pianerottolo e portoncino d'ingresso dovrà esser posto in
diretta comunicazione di un cavedio (pozzo di luce e d'aria) che convoglia
il fumo al di sopra del tetto ed impedisce al fumo di invadere le scale grazie
al verso di apertura di porte incombustibili come indicato in Fig. 18.11.
Altri sistemi, tutti finalizzati ad impedire che il fumo invada le scale,
possono esser attuati in relazione alla ubicazione e conformazione del vano
scale.
La larghezza della scala per edifici unifamiliari di abitazione deve essere
almeno di m 1,00 (Fig. 18.12), aumentando tale valore a seconda della desti-
nazione dell'edificio.
364

Fig. 18.11 - Scale a tenuta di fumo: prototipi.

Una rampa di scala dovrà inoltre avere tutti i gradini uguali: si preferisce
eventualmente diminuire l'alzata negli ultimi piani di edifici multipiano, al
fine di non affaticare l'utente. Per quanto riguarda l'altezza minima da osser-
vare tra rampe e rampe immediatamente sovrapposte, bisognerà fare atten-
zione a permettere un passaggio fluido e senza ostacoli, assumendo quindi
365

come minimo una dimensione di m 2,10 2,20 (Fig. 18.13).


Sarà inoltre opportuno contenere la lunghezza delle rampe in un nume-
ro limitato di gradini: le norme di sicurezza per gli edifici per spettacoli
prescrivono a questo riguardo fino ad un massimo di 13 gradini per ogni
rampa.

Fig. 18.13 - Pendenze.

Per permettere la sosta delle persone e l'apertura delle porte che vi si


affacciano, senza con ciò creare intralci nel traffico, sarà bene abbondare
nella larghezza dei pianerottoli, tenendoli di 20% circa maggiore della lar-
ghezza della scala.
Sarà bene inoltre non adottare larghezza di scala superiore ai 2 m per
366

permettere l'appoggio a chi sale; nel caso in cui la larghezza superi i 2 metri,
si potranno inserire longitudinalmente degli appoggi intervallati, fungenti
anche da corrimano.
Il corrimano, che ha lo scopo di impedire la caduta nel vano scala, va
progettato in funzione del numero e categorie degli utenti della scala; la sua
altezza media non deve essere mai inferiore ai 90 cm utili.

Dimensionamento

Gli elementi costitutivi della scala sono i gradini: ogni gradino è forma
to da una parte orizzontale, detta "pedata", e da una parte verticale, detta
"alzata" (Fig. 18.14).

Fig. 18.14

Questi due elementi sono legati tra loro da formule empiriche, basate
sulla lunghezza del passo medio dell'uomo in salita (Fig. 18.13), tenendo pre-
sente che, aumentando la pendenza, il passo dell'uomo si accorcia per equi-
librio dinamico.
Le formule più comunemente usate per il dimensionamento dei gradi-
ni sono

2 a + p = 63 cm a + p = 46 cm

Si potrà quindi variare a piacere uno solo di questi due elementi dato
che, aumentandone uno, diminuisce ovviamente l'altro; e di ciò si dovrà
367

tener conto al fine di non progettare scale scomode, disagevoli e pericolose.


Si è prima accennato alla categoria degli utenti, e cioè alla destinazione del-
la scala; con tale criterio si potrà creare un'ulteriore suddivisione nella gam-
ma delle scale vere e proprie ; avremo così:
— "scale leggere", con una alzata di 14 15 cm che sono particolar-
mente usate per asili, scuole, ospedali;
— "scale normali", con una alzata di 16 17 cm che sono le più co-
muni nell'edilizia civile;
— "scale pesanti", con alzata da 19 22 cm, usate come scale di ser-
vizio, accessi agli scantinati, ecc..
Le scale destinate agli edifici di abitazione si possono inoltre suddivi-
dere in:
— "scale esterne", in cui si adotteranno alzate più basse (mediamente
intorno ai 15 cm) e gradini lavorati in modo particolare sulla pedata (bugna-
tura, bocciardatura, zigrinatura, inserimento di fascie antisdrucciolevoli)
per impedire lo scivolo per l'azione della pioggia, neve e ghiaccio;
— "scale interne", in cui non sono necessari gli accorgimenti suddetti;
le alzate varieranno quindi normalmente dai 16 ai 17 cm, arrivando anche ai
20 cm per le scale di servizio nelle quali peraltro la pedata sarà tenuta al-
meno di 26 cm.
Nella realizzazione di una scala,
bisognerà cercare di evitare il più possi-
bile gli scalini "a zampa d'oca" (Fig.
18.15), sempre molto pericolosi per la
riduzione della pedata e la conseguen-
te facilità di cadute.
Bisognerà inoltre curare partico-
larmente l'inserimento nel gruppo sca-
la del vano dell'ascensore, la cui dimen-
sione varia a seconda della portata, o
dal numero di persone trasportate dal-
l'ascensore stesso: da un minimo di
m 1,30x 1,50 per 4 persone, ad un mas-
simo di m 2,10x2,10 per 13 persone, Fig. 18.15
a m 2,10x2,80 per un montalettighe).
Attualmente, contro la vecchia soluzione del vano scala quadrato con tre
rampe di scala e gli ascensori inseriti al centro, si preferisce adottare una sca-
la a due rampe e collocare l'ascensore in sede propria immediatamente a lato
della scala, con accesso diretto ai pianerottoli (Fig. 18.11).

Struttura
La soluzione strutturale di una scala può avere diverse soluzioni. Si tra-
lascia la descrizione delle scale in legno o in ferro oggi pochissimo usate nel-
368

l'edilizia comune; si richiameranno le scale in calcestruzzo armato facendo


qualche cenno alle scale in massello di pietra o marmo.
Le scale siano esse formate da gradini isolati o da solette generalmen-
te sono contornate da strutture portanti che perimetrano il vano delle sca-
le ed alle quali le scale possono esser rese solidali. Queste strutture portan-
ti possono esser costituite da murature in mattoni per i più modesti tipi di
edificio o da murature in c.a. o travi in calcestruzzo a ginocchio o rampan-
ti, per gli edifici costruiti con intelaiatura in cemento armato.
Nulla di particolare devono avere le murature che sostengono le scale;
si deve solo ricordare che i muri perimetrali delle scale o degli ascensori
si fanno spesso in calcestruzzo per dare una maggior rigidezza generale al-
l'edificio.
Viceversa, le travi che sostengono longitudinalmente le scale (le travi
a ginocchio) sono travi che alle estremità, in corrispondenza dei pianereot-
toli, sono orizzontali e nel tratto mediano, corrispondente alla rampa, so-
no inclinate (Fig. 18.16).
Le travi a ginocchio si incastrano nei pilastri ubicati nei quattro an-
goli del vano delle scale e sono contenute nello spessore dei muri di tam-
ponamento che perimetrano il vano delle scale. La trave a ginocchio sosti-
tuisce per quanto riguarda l'immorsamento della struttura delle scale, i mu-
ri di sostegno delle stesse. Infatti, mentre un muro in mattoni pieni (o in
calcestruzzo) può offrire sufficiente incastro alla struttura delle scale, nel
caso di fabbricati a travi e pilastri in c.a. i leggeri muri di tamponamento
non possono offrire un analogo incastro che, invece, deve esser realizza-
to eseguendo la trave a ginocchio (Fig. 18.16).
Trovano incastro nei muri perimetrali longitudinali o nelle travi a gi-
nocchio le strutture delle scale che siano realizzati "a sbalzo" e cioè:
— le scale con gradini a sbalzo prefabbricati;
— le scale con gradini a sbalzo costruiti in opera;
— le solette a sbalzo sulle quali, secondo la pendenza della rampa,
possono o meno esser costruiti dei gradini.
Viceversa le scale costruite da soletta rampante longitudinale trova-
no appoggio o sui muri di testa del vano scale (perpendicolari ai prece-
denti) o su travi in c.a. poste tra i pilastri a quote diverse corrisponden-
ti alle quote dei pianerottoli.
Chiarito questo concetto si potranno elencare, sotto un profilo strut-
turale, i vari tipi di scale.

— Scale con gradini appoggiati all'estremità. Sono scale quasi esclu-


sivamente esterne realizzate con lastre di marmo o di pietra di un certo spes-
sore (6 8 cm) o in calcestruzzo rivestito o meno di altro materiale.
Questa soluzione è poco usata per scale interne perché, necessitando
li un muro di spina, rendono il vano scala buio e scomodo (si veda quanto
detto per le scale a volta).
369

Fig. 18.16 - Trave a ginocchio compresa nello spessore del muro di tamponamento.

— Scale con gradini a sbalzo prefabbricati. Si possono prefabbricare


gradini in calcestruzzo armato aventi, per ragioni estetiche, inerti formati
con graniglia di marmo. Questi gradini (Fig. 18.17a) sono naturalmente ar-
mati come mensole (ferro in alto) e vengono inseriti nei muri perimetrali e
preferibilmente annegati in un cordolo di calcestruzzo.
370

Sono sagomati come in Fig. 18.17a sia perché il calcestruzzo non può
terminare con un angolo acuto che fatalmente si romperebbe, sia perché,
sotto il carico, ogni gradino può trovare collaborazione nei gradini sotto-
stanti.

Fig. 18.17a,b

I gradini in calcestruzzo prefabbricati possono assumere forme anche di-


verse da quelle indicate nella Fig. 18.17a e possono esser costituiti dalla so-
la pedata (Fig. 18.18) soprattutto per brevi scale esterne e, in questo caso,
sono generalmente confezionate con cemento bianco e sono rese scabre
con la "bocciardatura".
Oppure possono esser
costituite dalla sola pedata
(spessore circa 5 6 cm) re-
sa solidale, con opportuna
armatura metallica, all'alza-
ta (spessore 3 4 cm) per
aumentare il momento d'i-
nerzia del gradino.
Questo ultimo tipo di
gradino è, però, poco consi-
gliabile perché non sempre
ha dato buoni risultati.
In questa categoria di Fig. 18.18
gradini si possono ricorda-
re gli analoghi gradini ricavati da masselli di marmo o di pietra (Fig. 18.17b)
per i quali, peraltro, si dovranno valutare attentamente le caratteristiche
meccaniche e di resistenza del materiale impiegato che, essendo lapideo, re-
siste ben poco alla flessione e che, essendo naturale, non presenta una co-
stanza di caratteristiche di omogeneità e di compattezza.
Pertanto il materiale lapideo da usare per gradini a massello dovrà es-
sere a struttura compatta ed omogenea e privo di piani di frattura presta-
bilita (peli), come ad esempio i graniti.
Le scale in massello di marmo sono proibite nelle zone sismiche di ca-
tegoria 2 (le più pericolose).
371

Da non molti anni vengono prefabbricate in c.a. intere rampe di gradi-


ni che vengono incastrate nelle travi dei pianerottoli ed i cui gradini vengono
poi rivestiti con materiali più o meno pregiati.

— Scale con gradini in calcestruzzo costruite in opera. Con incastri


sui muri longitudinali del vano scale o sulla trave a ginocchio possono esser
costruiti in opera dei gradini in c.a. a sbalzo.
Mentre i pianerottoli non sono che delle solette appoggiate ai soste-
gni laterali (muri o parti orizzontali delle travi a ginocchio) le rampe sono
costituite da gradini in c.a. che, con casseratura complessa, vengono getta-
ti in opera e vengono opportunamente armati come mensole (Fig. 18.19).

Fig. 18.19 — Scala in calcestruzzo con gradini a sbalzo costruiti in opera.

Al di sotto dei gradini viene lasciata una soletta " s " di circa 5 cm che
sarà opportunamente armata in senso longitudinale per ripartire i carichi
concentrati su di un solo gradino e che li collega fra di loro.
Oltre ai ferri di armatura posti in alto (in Fig. 18.19 sono due ferri
10) saranno necessari altri ferri (staffe) di confezionamento o per sop-
perire a possibili sforzi di taglio.
Se i gradini costruiti in opera sono incastrati nella muratura la loro
sezione è quella della Fig. 18.19.
Se viceversa i gradini costruiti in opera sono incastrati in una trave a
ginocchio la loro sezione è tutta compresa nello spessore della trave a ginoc-
chio alla quale sono incastrati come chiaramente appare dalla Fig. 18.20.
Il tipo di scala con gradini a sbalzo costruiti in opera è oggi quello più
usato.
A scala finita i gradini ed i pianerottoli vengono ricoperti con mate-
riale più o meno pregiato come marmo, moquette, o con altri numerosi
372

Fig. 18.20 - Scala con gradini gettati in opera e a sbalzo su trave a ginocchio.

idonei materiali o con combinazioni varie secondo l'estro del progettista


(alzata in marmo e pedata in linoleum, oppure in cotto, ecc.).

- Scale con soletta a sbalzo. E' possibile costruire, con incastro nel-
le murature laterali o nelle travi a ginocchio, delle solette a sbalzo per 1,20-
1,50 metri che emergono dalle strutture di sostegno e che seguono l'anda-
mento dei pianerottoli e la pendenza della rampa (Fig. 18.21).
Si pensi a qualcosa come ad un poggiolo che emerga dalla facciata di
un edificio, ma che, invece di essere tutto su di un piano, abbia il primo e
l'ultimo tratto orizzontali e a quota diversa (i pianerottoli) ed il tratto cen-
373

trale inclinato (rampa) in modo da


congiungere i due pianerottoli.
Lo spessore della soletta per
una comune scala con soletta a
sbalzo può variare dai 10 ai 15
cm a seconda della larghezza del-
la scala (luce della soletta a sbal-
zo) e del carico che deve soppor-
tare.
Se la rampa ha pendenza mo-
desta (fino al 10 12%) la si usa
come tale e può essere pavimen-
tata in un modo qualsiasi, ma evi-
tando pavimenti sdrucciolevoli.
Se, viceversa, la pendenza è
notevole, sopra la parte inclinata
della soletta a sbalzo, si costrui-
scono i gradini con materiale iner-
te (mattoni, calcestruzzo di argilla
espansa, ecc.). Fig. 18.21
Nella sezione di una rampa a
sbalzo, i gradini verrano disegnati sopra la soletta (Fig. 18.22).
I gradini, poi, vengono rivestiti come per il caso precedente di scale con
gradini costruiti in opera.
- Scale con soletta rampante. Talvolta, lateralmente alla scala non esi-
stono strutture portanti (scala aerea non racchiusa in un vano scale) ma si
hanno strutture portanti sui lati corti della scala (Fig. 18.22).
In questi casi si eseguono delle solette "appoggiate" alle strutture di te-
sta e aventi quindi una "luce" pari allo sviluppo della rampa e dei pianerotto-
li, luce non sempre trascurabile.
La soletta ha un andamento a ginocchio (rampante) per sagomarsi in
modo da formare i pianerottoli e la rampa.
Lo spessore " s " della soletta rampante è dell'ordine di 20 cm. Anche in
questo caso i gradini vengono eseguiti in fase di finiture con un qualsiasi ma-
teriale idoneo allo scopo, e nella sezione della rampa verranno disegnati so-
pra la soletta portante.
- Scale con trave a ginocchio, rampante, corrente in mezzeria del gra-
dino e poggiante su travi di testata poste sui lati più corti (Fig. 18.23).
In questo caso, trave a ginocchio e gradino assumono comunemente
la conformazione in Fig. 18.23. L'economia di questa soluzione consiste
nel fatto che il gradino risulta a sbalzo su una luce dimezzata, e la trave è
sollecitata a torsione solo per la quota parte di carico accidentale gravante
su mezzo gradino.
374

Fig. 18.22 - Scala a soletta rampante. Le strutture portanti sono di testa al gruppo delle scale; le ram-
pe ed i pianerottoli in c.a. costituiscono solette a ginocchio (rampanti) sostenute dalle
strutture portanti. I gradini non sono elementi strutturali, ma sono formati dopo il getto
della soletta.
375

- Scala con travi a gi-


nocchio, rampanti, inserite
nei muri laterali di ogni
rampa; con questa soluzio-
ne, particolarmente usata
nel caso di strutture in fer-
ro, i gradini sono sollecita-
ti a momento flettente di
semplice appoggio, e le tra-
vi a semplice flessione (non
esiste infatti torsione).

Scale a struttura spe-


ciale sono le scale elicoidali
e le scale a chiocciola: esse
consentono particolari risul-
tati architettonici, ma pre-
sentano nel contempo com-
plessi problemi sia di calco-
lo sia, particolarmente, di
esecuzione e di utilizzazione. Fig. 18.23

Bibliografia

O. BELLUZZI,//cemento armato, Bologna, 1967.


Manuale dell'Architetto, Roma, 1962.
L. SANTARELLA, La struttura in e.a., Milano, 1962.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO

I SERRAMENTI

Nell'approfondire lo studio di un'opera architettonica è molto impor-


tante, per il perfetto completamento della stessa, saper risolvere nel giusto
rapporto il problema del serramento, in quanto la risoluzione di tale ele-
mento può modificare notevolmente il risultato estetico ed architettonico
dell'intera opera.
Molto spesso, infatti, può essere proprio il serramento a configurare e
caratterizzare l'aspetto definitivo di un edificio; basti pensare a particolari
tipi di costruzioni come, ad esempio, quella a "courtain wall" (a facciata
continua) o a certe ville o costruzioni ad impostazione razionalista per ren-
dersi conto dell'importanza che assume il serramento.
Inoltre, il serramento deve essere progettato o scelto in base alle sue
particolari caratteristiche in funzione del tipo di edificio cui deve servire.
Un determinato tipo di serramento può esser ottimo per una scuola, ma
non funzionalmente conveniente per un locale di soggiorno, ecc..
La scelta del tipo o del materiale di un serramento può sia qualificare
l'opera per il quale è destinato (casa di lusso, o casa popolare) sia classifica-
re la tipologia edilizia (case d'abitazione, per uffici, scuole, ospedali ecc.)
(in quanto le necessità tecnico-funzionali sono diverse).
E' pertanto indispensabile, essendo il serramento uno degli elementi
principali della casa, approfondirne lo studio, al fine di riuscire ad impri-
mere all'opera progettata un carattere di massima coerenza stilistica e di
massima funzionalità.
Il serramento deve innanzi tutto assicurare agli ambienti degli edifici,
nei quali è posto, ed in relazione alle particolari esigenze, un'adeguata pro-
tezione dagli agenti atmosferici, ed altresì garantire una efficace difesa e
sicurezza dall'esterno. Inoltre il serramento, date le sue caratteristiche tec-
nico strutturali, è l'elemento architettonico che permette di illuminare e di
arieggiare gli ambienti.
La diversa configurazione del serramento può modificare notevolmen-
te le caratteristiche abitative di un ambiente; a seconda di come è dimen-
sionato e strutturato può creare diverse zone di luce e d'ombra in maniera
tale da poter corrispondere ed adeguarsi alle funzioni che vengono espli-
cate nell'ambiente stesso.
Il serramento per soddisfare le esigenze per le quali è concepito, deve,
soprattutto, presentare delle caratteristiche di indeformabilità e di durata
378

nel tempo; si deve perciò scegliere, coerentemente con la situazione in cui


si viene ad operare, il materiale più adatto.
La scelta del materiale per il serramento può essere determinata sia dal
risultato estetico che si vuole ottenere, sia dalle possibilità economiche.
I tipi fondamentali di serramento in relazione ai materiali sono:
— serramento in legno,
— serramento in ferro,
— serramento in allumìnio,
— serramento in plastica.

I difetti ed i pregi principali dei tipi suesposti possono essere così bre-
vemente sintetizzati:
— il serramento in legno dà buoni risultati di tenuta; col tempo è pe-
rò soggetto a deteriorarsi e a deformarsi. I vantaggi si notano soprattutto
nella facilità di lavorazione del materiale e nella possibilità di variare la forma
e le dimensioni della sezione in infiniti modi. I principali legnami usati so-
no: l'abete, il larice, il douglas, il pitch-pine.
— // serramento in ferro, oltre ad essere pesante, è soggetto a fenomeni
di corrosione, è molto rumoroso e non dà soddisfacenti garanzie di tenuta;
sono per questo oggi molto usati serramenti in lamiera profilata a freddo e
zincata, anche verniciata a fuoco, che riducono notevolmente le caratteri-
stiche negative prima accennate.
— il serramento in alluminio è molto leggero e dà la massima garanzia
di durata nel tempo e di tenuta dall'acqua e dall'aria; è però un serramento,
almeno in Italia, ancora di un costo relativamente elevato.
— serramenti in plastica. Con il progredire della chimica e con la pro-
duzione in plastica degli oggetti più svariati era fatale che si arrivasse a co-
struire serramenti in plastica.
Per quanto riguarda le finestre si nota che la possibilità di dare le più
svariate forme alla plastica permette di realizzare serramenti con ottime "bat-
tute" ed incastri che evitano passaggi d'aria e di acqua.
Peraltro è molto problematica la scelta del tipo di plastica che deve es-
sere indeformabile anche se assogettata da una parte alla temperatura am-
biente (20°C) e dall'altra alla temperatura esterna che può variare da —5 a
+ 35°C.
Altro punto delicato è quello della applicazione della ferramenta per
il fissaggio del serramento e per la sua chiusura e movimentazione.
Per quanto riguarda le porte si possono fare meno riserve.
Naturalmente le porte in plastica (come del resto anche le finestre) han-
no misure standardizzate. Le porte sono costituite da elementi scatolari a co-
da di rondine che possono esser connessi tra loro con un modulo di 5 cm e
sono contornati e connessi da un pesante elemento ad "U" così da formare
l'anta mobile della porta.
Gli elementi scatolari possono esser o meno trasparenti alla luce e pos-
379

sono esser composti così da avere pannellature di porta in parte cieche e in


parte translucide.
Si usano porte in plastica dove assieme all'igiene (sono facilmente la-
vabili anche con soluzioni disinfettanti) non è necessario un gran pregio
estetico.
Sono ideali per cabine di piscine e trovano buon impiego in ospedali,
caserme, stadi, scuole, ecc..
Molto usate sono le persiane avvolgibili in plastica che — per il loro
prezzo e la non necessità di manutenzione — hanno soppiantato le persiane
avvolgibili in legno.
E' però necessario limitarne l'uso a luci contenute perché per la loro
deformabilità potrebbero dare risultati non soddisfacenti.

Tipi di serramento
Le finestre sono quei serramenti che permettono l'illuminazione e la
aereazione dei locali e li proteggono dagli agenti atmosferici.
Gli oscuri sono quei serramenti che permettono l'oscuramento dei lo-
cali e offrono difesa dall'esterno.
Le porte permettono o impediscono il passaggio dall'esterno all'inter-
no e tra i vari locali.
Altri tipi di serramenti (serrande metalliche, cancelli estensibili ecc.)
hanno esclusivo scopo di protezione.
A seconda del modo di apertura di un serramento e a seconda delle
sue funzioni, si possono distinguere i seguenti tipi di serramenti:

A) finestre :

I) finestre ad 1 battente
2) finestre a 2 battenti (la più comune)
3) finestre a più battenti
4) finestre a bilico (orizzontale o verticale)
5) finestre a wasistas (interno od esterno)
6) finestre a slitta
7) finestre a saliscendi o a ghigliottina
8) finestre scorrevoli
9) finestre composte (unione di più tipi)

B) oscuri:

10) oscuri ad 1 battente (pieni o a lamelle)


11 ) oscuri a 2 battenti (pieni o a lamelle)
12) oscuri a libro
13)persiane avvolgibili (in legno, in plastica, in alluminio)
380

C) porte interne:

14) porte a battente


15) porte a ventola
16) porte scorrevoli
17) porte a soffietto

D) serramenti di chiusura:

18) porte basculanti


19) serrande metalliche
20) cancelli riducibili

Le caratteristiche dei vari tipi di serramenti sopraelencati sono le se-


guenti:

A— 1), 2), 3) Finestre ad uno o più battenti (Fig. 19.1)

Sono le più semplici e tradizionali finestre usate generalmente nelle


abitazioni. Consentono la totale apertura del vano finestra ed un comodo
affaccio. Se la finestra giunge fino al pavimento, indipendentemente dal
fatto che permetta il passaggio all'esterno (logge, balconi), è detta por-
tiera o porta-finestra.

A — 4) Finestre a bilico orizzontale o verticale (Fig. 19.2)

Hanno il vantaggio, per l'illuminazione, di esser costituite da un'unica


specchiatura. Si aprono facendole ruotare, anche di 180 gradi, attorno ad
un asse verticale od orizzontale che non deve essere necessariamente cen-
trale, ma può essere eccentrico. E' un tipo di finestra che offre buone ga-
ranzie d'indeformabilità, ed è molto luminosa. Si usa principalmente per
edifici pubblici, uffici e scuole.

A— 5) Finestre a wasistas (Fig. 19.3)

Sono dette a wasistas (dal nome dell'igienista che le ha ideate) quelle


finestre che hanno le cerniere fissate al traverso superiore od inferiore a
seconda che il telaio mobile si apre verso l'esterno o verso l'interno. E' un
tipo di finestra che permette un buon ricambio d'aria (specialmente per il
tipo apribile verso l'interno), evita forti correnti d'aria ed impedisce l'af-
faccio .
L'apertura non è mai completa, limitandosi ad un angolo di 30 + 35
gradi e nei tipi migliori è graduata da apposite frizioni. Generalmente le fi-
nestre a wasistas hanno modeste dimensioni ed hanno una specchiatura uni-
381

Fig. 19.2

Fig. 19.1

ca. Trovano il loro impiego in locali particolari di ospedali, scuole ed uffici.


La pulizia della parte esterna del vetro non è facile, a meno che non sia pre-
vista anche la possibilità di apertura ad anta normale.

A - 6) Finestre a slitta (Fig. 19.4)

Sono un perfezionamento delle finestre a wasistas con cerniera sul tra-


verso superiore e quindi sono apribili verso l'esterno. Un apposito congegno
permette al telaio mobile di aprirsi ruotando attorno ad un asse orizzonta-
le corrispondente al traverso superiore e contemporaneamente di abbassar-
si in modo da lasciare, superiormente, una vasta fessura, tra telaio e spec-
chio mobile, nella parte alta del serramento. In tal modo l'aria calda può
facilmente fuoriuscire attraverso la descritta fessura che manca, nelle co-
muni finestre a wasistas, permettendo un rapido ricambio d'aria. Per la
pulizia del vetro esterno si hanno gli stessi inconvenienti precisati per le
finestre a wasistas.

A — 7) Finestre a ghigliottina o a saliscendi (Fig. 19.5)

Sono finestre più usate nei paesi nordici o anglosassoni che in Italia.
382

Fig. 19.4

Fig. 19.3

Sono costituiti da due elemen-


ti vetrati particolari e paralleli e che
sono fatti scorrere verticalmente, a
mezzo di un sistema di guide, sul
telaio fisso, o di un sistema di con-
trappesi che bilanciano le parti mo-
bili, in modo che l'apertura delle
stesse possa essere graduata a pia-
cere. A parità di dimensioni nel fo-
ro del muro, permettono la massi-
ma luminosità, in quanto i mon-
tanti della parte mobile possono es-
sere contenuti nel montante del te-
laio fisso ma non permettono un ri-
cambio d'aria a tutta sezione del
foro murario.
Hanno il vantaggio di non pre-
sentare, né verso l'esterno, né ver-
so l'interno ingombro alcuno. Fig. 19.5

A- 8) Finestre scorrevoli (Fig. 19.6)

Sono anch'esse costituite essenzialmente da elementi vetrati che posso


no esser fatti scorrere (su guide opportunamente sagomate) sul telaio fis
so, in modo che l'elemento traslato si venga a sovrapporre ad altro elemen
to fisso o anch'esso scorrevole.
383

Si usa preferibilmente per elementi fincstrati a sviluppo orizzontale.


Presenta diversi vantaggi come la notevole luminosità, la mancanza di in-
gombro, in quanto non occupa spazio per l'apertura, permette l'affaccio
e la pulizia dei vetri può anche non essere molto difficoltosa. Si usa princi-
palmente per uffici, scuole, ecc..

A — 9) Finestre composte (Fig. 19.7)

Sono serramenti particolari risultanti dall'accoppiamento di due o più


dei tipi sopra elencati. Un es. di finestra composta è dato da quella costi-
tuita da due ante normali con sovrastante elemento a wasistas.
Si usano in ospedali, scuole ed ogni qual volta si vogliano sfruttare le di-
verse caratteristiche dei vari tipi di finestre.

Fig. 19.6 Fig. 19.7

B — 10), 11) Oscuri ad uno o due battenti (Fig. 19.8)

Sono gli oscuri più antichi e comuni, formati da una o due ante gire-
voli su cardini a muro fissati negli spigoli esterni del foro murario.
Il tipo tradizionale veneto è formato da un doppio ordine di tavole d'a-
bete da 25 mm lordi poste con le fibre incrociate. La parte d'oscuro che ri-
sulta esterna quando il serramento è chiuso, è costituito da tavole accosta-
te e con le fibre verticali, l'altra parte (connessa solidamente con la prima
mediante fitta chiodatura) è formata da tavole immaschiate fra loro con fi-
384

bre ad andamento orizzontale e sagomate in modo da far gocciolare verso


l'esterno l'acqua piovana. In certi casi i perni a muro su cui ruotano le antine
sono poste nello spessore di muro del foro della finestra, in questi casi, al-
lora, per permettere la completa apertura delle ante, queste sono ripieghe-
voli su cerniere.

Fig. 19.8

Quando questi scuri sono aperti, una parte di ciascuna anta è contenu-
ta nel vano della finestra ed è addossata agli stipidi e l'altra parte è ripiega-
ta di 90 gradi, e risulta aderente e parallela, alla facciata.
Vari tipi di oscuri esistono oltre a quelli tradizionali veneti sopra ri-
cordati.
Talvolta le antine sono formate da telai in legno e specchiature in pan-
forte o di lamiera.
Nel centro e sud Italia, gli oscuri sono formati da un telaio avente la
specchiatura formata da alette orientabili (Fig. 19.9).
In generale gli oscuri permettono una discreta sicurezza, una buona
protezione e coibentazione, ed un sufficiente oscuramento (salvo quelli
con alette orientabili). In questo caso l'oscuramento può esser ottenuto ap-
plicando un copriportello all'interno del telaio a vetri.
385
386

B- 12) Oscuri a libro (Fig. 19.10)

Se si vuole, per ragioni estetiche, evitare che gli oscuri (quando sono
aperti) siano visibili dall'esterno, o se si vuole proteggerli dalle piogge bat-
tenti o dai raggi del sole, o quando, infi-
ne, si abbiano due fori di finestra, tan-
to vicini per cui l'ingombro degli oscu-
ri aperti non potrebbe esser contenuto
nel tratto di muratura intercorrente tra
i due fori di finestra, si usano gli oscuri
a libro. Sono comuni oscuri girevoli su
cardini posti nello spessore di muro del
vano finestra che hanno le ante com-
poste da diversi elementi ripiegabili a
fisarmonica gli uni sugli altri, così da
formare un "pacchetto" che risulta, ad
oscuro aperto, contenuto nello spesso-
re del muro del vano di finestra.
Questo pacchetto però deve trovar Fig. 19.10
sede o in un incavo del muro o esser
contenuto da un "elemento" di marmo o pietra (anche artificiale) che è po-
sto a contorno del foro di finestra.
Diversamente la vista del "pacchetto" formato dalla sovrapposizione
degli elementi ripieghevoli di ciascuna anta, risulterebbe antiestetica.

B— 13) Persiane avvolgibili (Fig. 19.11)

Di comune applicazione come oscuri sono le persiane avvolgibili che


possono essere di legno (pino, pitch-pine, ramin, ecc.), in plastica o in allu-
minio .
Sono formate da lastre di piccola sezione (12x40 mm circa) connesse
tra di loro con opportuni ganci che ne permettono l'avvolgimento (come
una stuoia) attorno ad un albero orizzontale (rullo). L'albero è solidale con
una puleggia comandata da una cinghia. Azionando la cinghia la persiana
avvolgibile si svolge dal rullo e scende su guide fissate alle spalle del foro di
finestra fino a chiuderlo completamente. Con manovra inversa, la persiana
viene aperta.
Il rullo e la puleggia sono contenuti in un "cassonetto" ispezionabile.
Le persiane offrono il vantaggio di poter essere chiuse o aperte senza apri-
re i telai a vetri, sono contenute nel vano della finestra e quindi non si so-
vrappongono alla facciata.
Mentre il rotolante in legno ha una buona coibenza termica, ma richie-
de una manutenzione piuttosto lunga ed onerosa, quello in plastica ha te-
nuta meno buona ma è più duraturo e più leggero, consentendo così di co-
387

Fig. 19.11

prire anche luci elevate senza richiedere particolari congegni meccanici.


Inoltre, per quanto riguarda i rotolanti in plastica, è molto facile sosti-
tuire un elemento rotto, in quanto sono sfilabili l'uno sull'altro.

C- 14) Porte a battente (Fig. 19.12 e 19.13)

Sono le comuni porte incernierate da una parte che possono essere


aperte solo in un verso. Sono costituite da un telaio in legno, formato da
assicelle incrociate in legno (nido di ape) sulle quali viene applicato, per
ciascuna parte, un foglio compensato, oppure un compensato impellicciato
con legni pregiati (noce, mogano, tek, ecc.).
Sono montate sulle casseporte e cioè su quegli elementi in legno che
rivestono il vano interno della porta e, con cornicette riportate, risvoltano
sulle pareti.
Le casseporte sono fissate al muro con arpioni. Con tecnica più affi-
nata, le casseporte sono avvitate su casse morte che sono delle tavole in abe-
te che, arpionate sul vano interno della porta, servono da supporto alle cas-
seporte. Le porte a battente possono essere cieche e cioè interamente in
legno o a vetri e cioè con specchiature formate da vetri stampati.
388

Fig. 19.12

Sono dette sopraluci quegli elementi vetrati (fissi o apribili a wasistas)


che sono posti sopra il battente della porta.

C- 15) Porte a ventola (Fig. 19.14)

Sono porte a due battenti che, grazie a particolare tipo di ferramenta


d'attacco, possono esser aperte in un verso o nell'altro. Sono usate per am-
bienti con grande traffico.

C- 16) Porte scorrevoli (Fig. 19.14)

Sono serramenti di porte che si aprono con scorrimento orizzontale,


agganciate superiormente su guide in ferro mediante rotelle scorrevoli. Nor-
malmente il serramento nella fase di apertura si incunea nella intercapedine
389

Fig. 19.13 — Particolari nodi porta tamburata ad un battente.


390

formata da due divisori; in tal modo la porta aperta, resta celata alla vista
e non crea ingombro.

C- 17) Porte a soffietto (Fig. 19.15)

Sono anch'esse porte a scorrimento orizzontale con la differenza che,


in fase di apertura, il serramento si riduce di dimensioni come se fosse un
soffietto di fisarmonica.

Fig. 19.14

Sono costituite da una intelaiatura metallica a losanghe rivestita ester-


namente di tessuto elastico, tessuto sky, ecc., che si può ridurre a circa
1/5 della luce corrispondente alla massima estensione.
Sono comprese in questa categoria anche quelle porte formate da ele-
menti di legno che in fase di apertura si ripiegano l'uno sull'altro.
Il loro uso è generalmente indicato per suddividere in due, un ambien-
te spazioso.

D — 18) Porte basculanti o a bìlico (Fig. 19.16)

Sono porte formate da una unica pannel-


latura (anche di grandi dimensioini) che si apre,
con movimento di roto-traslazione così da
passare dalla posizione verticale di chiusura
ad una posizione di apertura orizzontale. So- Fig. 19.16
391

no bilanciate con molle o contrappesi così che la loro apertura o chiusura è


facile e poco faticosa.
Non creano ingombro alcuno. Sono usate quasi esclusivamente come
porte per box di autorimesse private.

D — 19) Serrande metalliche (Fig. 19.17)

Sono fondate sullo stesso principio delle persiane avvolgibili, e sono


costituite da elementi ondulati di lamiera per i magazzini o a maglie me-
talliche per i negozi.

Fig. 19.17

Alcuni tipi di serrande hanno uno scorrimento orizzontale ed in curva


per cui da una posizione, a serranda chiusa, parallela alla facciata, vengono
ad assumere una posizione perpendicolare alla facciata quando siano aperte
e sono usati per garages o capannoni industriali.
392

D— 20) Cancelli riducibili o estensibili (Fig. 19.18)

Sono serrande formate da montanti in doppio ferro ad U e diagonali


in ferro piatto disposte a losanga in modo che, con la manovra di apertura,
le fa scorrere orizzontalmente riducendone la lunghezza a circa 1/20 della
luce.

Fig. 19.18

Quando la serranda è aperta e il cancello ridotto, può essere raccolto


o dietro la mazzetta del foro cui serve, o può essere incassato nel muro, o
può essere ribaltato sullo spessore del muro del foro.

Caratteristiche strutturali del serramento

Tutti i tipi di serramenti presi in considerazione al paragrafo prece-


dente devono essere progettati secondo criteri di massima funzionalità nei
riguardi dei modi di apertura, dei meccanismi relativi, delle sagomature e
della possibilità di tenuta e di durata.
Il serramento è essenzialmente composto da due parti e precisamente:
— parte fissa,
- parte mobile,
ed è completato della ferramenta di attacco e di chiusura (Fig. 19.19).
393

La parte fissa è generalmente


denominata telaio e viene aggancia-
ta alle pareti in una apposita sede
e fermata mediante zanche in ferro.
Con la tecnica moderna, si usa
predisporre, nelle murature,apposite
cassemorte in legno o in ferro, a
seconda del tipo di serramento im-
piegato, che consentono di ultima-
re la costruzione di tutti i suoi det-
tagli, prima di porre in opera i ser-
ramenti già verniciati o lucidati
mediante semplice avvitatura dei
serramenti alle cassemorte. Fig. 19.19
La parte mobile è per le fine-
stre la parte vetrata che consente l'areazione e la illuminazione degli ambien-
ti; per le porte è la parte che, a secondo che la porta è chiusa o aperta impe-
disce o consente il passaggio tra un ambiente e l'altro o tra l'interno e l'ester-
no dell'edificio.
La ferramenta d'attacco, tra parte fissa e parte mobile, è costituita da
cerniere di vario tipo che permettono il movimento di rotazione delle anti-
ne mobili o da guide e rotelle che ne permettono lo scorrimento.
Il più comune sistema di bloccaggio delle ante mobili è, per le finestre,
il "cremonese" e cioè un'asta metallica contenuta nella parte mobile e che,
comandata da una maniglia, fuoriesce al di sopra e al di sotto dell'antina
mobile incuneandosi in boccole solidali con il telaio fisso.
Per le porte, il sistema di bloccaggio è costituito da serrature con scroc-
co comandato da maniglie e paletto comandato da chiavi.
L'incontro o la sovrapposizione della parte mobile col telaio, viene at-
tuato mediante una o più battute (Fig. 19.20).
La battuta è l'incavo di una parte di serramento per creare l'appoggio
all'altra e per garantire una buona tenuta all'aria ed all'acqua. Per le finestre
è sempre preferibile creare una particolare battuta interna.
Le battute vanno dimensionate a seconda delle caratteristiche tecniche
e fisiche dei materiali.
In corrispondenza delle battute è sempre opportuno prevedere una cer-
ta aria (distanza tra parte fissa e parte mobile) in maniera tale da consenti-
re un facile movimento alla parte mobile.
Sono detti nodi le sezioni orizzontali o verticali di un serramento. Per
le finestre i nodi principali sono:
— il nodo inferiore in corrispondenza del davanzale;
— il nodo superiore in corrispondenza dell'attacco con il cassonetto o
con l'architrave;
— il nodo orizzontale in corrispondenza dell'attacco con la parete e
394

Fig. 19.20

e quello in corrispondenza dell'incontro di due parti mobili.


Di seguito si prenderanno in sommario esame i nodi principali di un ser-
ramento in legno, tralasciando i nodi dei serramenti metallici le cui caratte-
ristiche, del resto, sono ispirate agli stessi criteri anche se la loro realizzazio-
ne è necessariamente alquando diversa (Fig. 19.21).
L'attacco del telaio (parte fissa) al davanzale della finestra deve essere
oggetto di particolare attenzione.
E' necessario evitare che tra la inevitabile fessura fra davanzale e telaio
fisso, si infiltri acqua od aria.
Perseguono lo scopo due sistemi fra loro analoghi che consistono nel
creare uno sbarramento alle filtrazioni o con una sporgenza in risalto del
davanzale o con una lama in ottone o in plastica per metà inserita in appo-
sita scanalatura del davanzale stesso.
Facendo sormontare il dentello del davanzale o la lama, dal telaio fisso
della finestra non è più possibile che avvenga filtrazione alcuna.
Sul traverso inferiore del telaio fisso, e dalla parte interna è incastrato
un elemento di legno, sagomato con un canaletto (raccogli condensa), che
permette di raccogliere l'acqua che si condensa sui vetri e quella che po-
trebbe infiltrarsi tra telaio fisso e telaio mobile e di allontanarla all'esterno,
mediante boccole in ottone.
E' solidale al telaio mobile ed è posto nella parte verso l'esterno un ele-
mento in legno sagomato detto battiacqua che ha lo scopo di proteggere
dall'acqua battente la fessura fra telaio fisso e telaio mobile.
Nella parte superiore del nodo inferiore è ricavata la sede per il vetro
395

Fig. 19.21

che, appoggiato su un letto di stucco, viene bloccato mediante una specia-


le listolina di legno, chiamata fermavetro, e fissata al serramento tramite
viti o chiodi.
Il nodo superiore è il simmetrico di quello inferiore solo che l'attacco
nella parte superiore è molto più semplice e non ha né gocciolatoio né bat-
tiacqua.
Il nodo laterale presenta la particolarità che su di esso è fissata la cer-
niera che permette i movimenti di rotazione alla parte mobile.
396

Sul nodo centrale (nel caso di finestra a due ante) vi è invece inserito
il cremonese, l'inversione delle battute consente l'inversione di apertura
delle due ante.
L'attacco di tutto il telaio con la struttura viene mascherato da oppor-
tune fascette coprigiunto.
Per quanto riguarda i nodi di serramenti particolari si allegano alcune
tavole illustrative.
Molto spesso, soprattutto nei paesi nordici, dove fa molto freddo, sono
molto usati i serramenti doppi. Essi possono essere composti da un serra-
mento normale con sezioni maggiorate sulla cui parte mobile è ricavato un
secondo telaio mobile, di dimensioni molto ridotte, in quanto esso è aperto
solo per le pulizie (Fig. 19.22); oppure possono essere ottenuti da due ser-
ramenti posti uno davanti l'altro, e resi solidali mediante un'asta in ferro
(Fig. 19.23)

Fig. 19.22

Sempre per una maggior protezione dal freddo, esistono serramenti a


doppio sistema di apertura.
Sono infissi ad una sola anta mobile con doppia possibilità di apertura,
a ribalta o a ventola, comandata da particolari meccanismi di manovra e
congegno per impedire l'apertura a ribalta quando l'anta si trova aperta a
ventola e viceversa.
397
398

Particolarità dei serramenti metallici

Sono serramenti che trovano sempre più frequenti impieghi. Possono


venir realizzati con profilati e materiali diversi.
Il tipo più semplice ed economico è ottenuto da un accoppiamento di
normali ferri profilati a L, Z, T. I serramenti così ottenuti sono piuttosto
rustici, hanno poca tenuta all'aria, sono proporzionalmente pesanti.
Si sono ottenuti risultati molto migliori impiegando, per la costruzio-
ne di finestre, dei profilati di ferro appositamente studiati (ferro-finestra).
Sono serramenti con discreta tenuta d'aria, non sempre risultano este-
ticamente gradevoli, abbisognano di continua manutenzione. Sono relati-
vamente pesanti e proporzionalmente costosi.
Si è passato, quindi, con tecnica recente, ai serramenti metallici a pro-
fili tubolari.
I profili sono diversi da ditta a ditta e i materiali impiegati sono:
— acciaio zincato da 8 10 decimi i cui profili sono ricavati dalla pro-
filatura a freddo di nastri di acciaio zincato. Per la protezione dell'acciaio
zincato, i profilati subiscono un processo di fosfatazione a caldo con im-
mersione con ciclo completo di sgrassaggio (Fig. 19.24). I serramenti in fer-
ro zincato devono esser coloriti a smalto e ad olio previa mano di antirug-
gine.
— acciaio inossidabile (di raro uso);
— ottone nudo, satinato o brunito (di raro uso);
— leghe di alluminio (Fig. 19.25).
La sagomatura delle lamiere è ottenuta mediante profilatura continua
(particolare procedimento di estrusione) o mediante presso piegatura a fred-
do delle lamiere.
I profili vengono uniti con saldatura elettrica a scintillio lungo tutto
il perimetro della sezione o, meglio, con particolari tipi di giunto che evi-
tano differenze di anodizzazione.
I profilati tubolari sono realizzati con elementi standardizzati aventi
dimensioni variabili in altezza o larghezza.
Le doppie battute formate dalle particolari sagomature e le guarnizio-
ni in gomma assicurano una ottima tenuta all'aria.
Si ottengono serramenti rigidi, a perfetta tenuta di aria, leggeri e, a se-
conda del materiale impiegato, anche di buon valore estetico.
L'attacco al muro dei serramenti metallici più comuni si effettua me-
diante l'ancoraggio del telaio fisso con speciali piastre o zanche metalliche
e con eventuale riempimento con calcestruzzo degli interstizi tra telaio fis-
so e muratura.
I serramenti metallici di qualità migliore e con materiali più pregiati
vengono applicati su controtelai in profili di ferro zincato precedentemen-
te posto in opera.
E' il caso di ricordare i serramenti realizzati con profilati in acciaio a
399

Fig. 19.24 - Serramento in lamiera di acciaio zincato. Nodo orizzontale e verticale.


400

Fig. 19.25 — Serramento in alluminio.

sezione tubolare rivestiti esternamente con materiali plastici (guaine a for-


te aderenza).
Questi tipi di finestre assomano i vantaggi offerti dai serramenti in le-
gno (isolamento, mancanza di condensa, mancanza di spigoli taglienti) ai
vantaggi di leggerezza ed indeformabilità dei serramenti metallici.
Sono serramenti che non abbisognano di manutenzione alcuna.
401

Vetri

A seconda di varie circostanze per cui la dimensione ed il tipo di serra-


menti si usano diversi tipi di vetri.
Trascurando anche cenni sommari sulla tecnica vetraria, si indicano i
tipi commerciali più comuni di vetro in lastre.
In Italia le lastre in vetro vengono classificate in base allo spessore con
una terminologia che, secondo le norme UNI, risulta la seguente (con spesso-
ri espressi in millimetri) :

Norme UNI 6486 - 69

— semplice 1.6 1.9


— semidoppio 2.7 3.2
— doppio 3.6 3.9

Norme UNI 6487 - 69

— mezzo cristallo
— ultraforte o cristalli

Esistono poi dei tipi speciali di vetro detti vetri "stampati" che non
permettono la visione di cose od oggetti attraverso di essi. Hanno sagome,
decorazioni e lavorazioni di diverso tipo. I vetri semplici semidoppi, doppi
ed anche i mezzi cristalli si usano per le finestre; i cristalli che non presenta-
no impurità di impasto né bolle d'aria, si usano per vetrine o per specchia-
ture molto grandi anche curvate; i vetri stampati trovano impiego quasi
esclusivamente in specchiature di porte.
Un particolare tipo di vetro stampato e quello detto "retinato" per-
ché in esso — durante la colatura della lastra — è posta una sottile rete me-
tallica a maglie romboidali o rettangolari. Questo accorgimento evita che
— in caso di rottura della lastra — pezzi di vetro possano cadere da portie-
re o serramenti, sulla strada.
Si fa un semplice richiamo per i vetri stampati colorati ormai di impie-
go molto limitato.
Esiste, poi, una vasta gamma di vetri speciali.

— Vetri camera (ad es. il Thermopan). Sono costituiti da due lastre di


vetro o cristallo distanziate e saldamente unite al perimetro cosi da formare
una camera d'aria che può esser riempita da gas inerte.
Sono vetri che proteggono gli ambienti diminuendo le dispersioni ter-
miche, impedendo la condensa ed attenuando i rumori.
Le due lastre di vetro possono avere spessori eguali o per una migliore
difesa termica e acustica, possono avere spessori diversi.
402

- Vetri stratificati. Sono formati da due lastre di vetro accoppiate per


il tramite di un foglio di materiale plastico trasparente (polivinilbuttirile).
Oltre ad una sicurezza in caso di rottura permettono un discreto com-
portamento di difesa termica ed acustica.
I tipi più comuni sono (spessori in millimetri)

— Vetri fotocromici. Sono vetri che aumentando la luminosità esterna


si iscuriscono e venendo a diminuire la luminosità esterna riacquistano gra-
dualmente il color bianco.
— Vetri di sicurezza. Sono vetri già di per sé resistenti. Mediante una
tempra termica o chimica si inducono nei vetri delle tensioni (specie di
precompressione) interne.
Così in caso di rottura, si avrà la polverizzazione del vetro in minutissi-
mi frammenti a contorno meno tagliante, e, pertanto, meno pericolosi.
Anche i vetri stratificati si possono considerare come vetri di sicurezza.
— Vetri ariti proiettile e/o antisfondamento. Sono vetri di tempera
e di composizione chimica speciali, di grosso spessore e molto pesanti che
resistono a forti urti e anche a colpi d'arma da fuoco ripetuti ed esplosi
da breve distanza.
Hanno un uso limitato a banche, uffici postali e in ogni caso che ragio-
ni di sicurezza lo impongono.
— Vetri filtro. Sono vetri speciali che trattengono i raggi del sole pur
lasciando passare la luce polarizzata.
— Vetri tagliafuoco (tipo Pyrostop): questo tipo di vetro è in grado di
bloccare non solo le fiamme ma anche il calore prodotto da un incendio. A
temperature di 800-900 °C la superficie opposta al lato ove è l'incendio non
supera i 140 °C per il tempo stabilito (collaudo a REI a 30 o REI a 60 minuti),
impedendo così il propagarsi del fuoco per autocombustione dei materiali
di arredamento; ciò è possibile grazie alla composizione del complesso, che è
formato da sottili lastre di vetro e da strati di un particolare materiali termo-
isolante che, reagendo sotto l'azione del calore, forma una efficacissima bar-
riera termica, mentre a freddo è perfettamente trasparente.
CAPITOLO VENTESIMO

OPERE DI FINITURA

Sono comunemente chiamate opere di finitura quelle particolari opere


che completano e rifiniscono la struttura al grezzo dell'edificio.
Le opere di finitura comprendono principalmente gli intonaci, i rive-
stimenti, i pavimenti, le coloriture e le verniciature.
Queste opere riguardano sia l'interno che l'esterno dell'edificio e inte-
ressano tutti i locali.
Le opere di finitura sono quelle che principalmente differenziano un
fabbricato civile, da un fabbricato economico o popolare. I concetti della
moderna edilizia — infatti — non fanno discriminazione alcuna tra case ci-
vili o popolari per quanto riguarda la distribuzione interna. La differenza
tra i due tipi edilizi è dato principalmente dalla differenza tra le finiture,
oltre che naturalmente dalle superfici a disposizione.
Non è sempre vero che un alto costo delle finiture sia sicura garanzia
di un più valido risultato tecnico o di maggior effetto estetico. E' necessa-
rio conoscere le proprietà di ogni tipo di finitura per adattarlo nei casi in cui
il suo impiego sia più razionale.
Una approfondita conoscenza dei materiali usati per le finiture, delle
loro caratteristiche tecniche ed una opportuna scelta del loro impiego pos-
sono permettere di "finire" un fabbricato con proprietà, eleganza ed in mo-
do tecnicamente valido pur riuscendo a contenere le spese.

A) Intonaci

Sono detti intonaci gli strati di malta (sabbia più legante) applicati ai
muri, ai soffitti ed alle varie parti rustiche dell'edificio in uno o due strati
con spessori complessivi da 1,5 a 2 cm.
Gli intonaci hanno diversi scopi pratici ed estetici.
Gli intonaci esterni proteggono l'edificio dalla pioggia e dalle intempe-
rie e gli conferiscono un miglior effetto estetico.
Gli intonaci interni, regolarizzando i muri rendono le pareti più funzio-
nali, più igieniche e conferiscono — in generale — un aspetto più luminoso
e confortevole ai locali.
La dosatura dei leganti delle malte per intonaci, come già visto, è sem-
pre superiore di quella delle malte per muri e ciò per consentire che le mal-
404

te aderiscano ai muri in modo completo e continuo.


Difficile e complessa sarebbe una classificazione degli intonaci, sembra
quindi più efficace elencare separatamente i vari tipi di intonaco :
— in base al tipo ed alla quantità di legante;
— in base al grado di finitura e tipo di lavorazione.
Esistono, poi, intonaci speciali che hanno soprattutto uno scopo orna-
mentale o di maggior protezione delle pareti e di cui si dirà alla voce rive-
stimenti in quanto per composizione, spessore e qualità tali strati protetti-
vi sono da classificare più come rivestimenti che come intonaci veri e propri,
e perchè vengono applicati sopra comuni intonaci.

Intonaco di malta di calce idraulica

E' il tipo più comune di intonaco ed è usato ad uno strato per locali
rustici o per sottofondo a intonaci più pregiati oppure a due strati (specie
per esterni). Quando sono usati per esterni e su pareti esposte alle intempe-
rie questi intonaci sono arricchiti con sostanze idrofughe per renderli il più
possibile impermeabili.
E' errato usare all'interno degli edifici intonaci idrofugati e ciò per evi-
tare che su dette superfici si verifichi il fenomeno della condensa dei vapori.
Gli intonaci di calce idraulica induriscono abbastanza presto, sono re-
sistenti, ma — anche se ben lavorati - non raggiungono il grado di finitura
degli intonaci di calce aerea.

Intonaco di calce aerea

Viene impiegato soltanto come finitura degli intonaci a calce idraulica


per renderne più regolare la superficie e per evitare che alcuni tipi di tin-
teggiature — reagendo con la calce idraulica — si deteriorino. Sono intonaci
che — in un tempo relativamente lungo e se ricchi di calce — possono esser
abbastanza resistenti e, se ben lavorati, presentano superfici liscie e regola-
ri di buon effetto estetico.

Intonaco di cemento

Viene usato, in uno o più strati, quando si vuol ottenere un intonaco


più resistente o più impermeabile di quelli di calce idraulica.
Si usa raramente intonaco avente per legante il solo cemento, si usa più
comunemente intonaco con malta di cemento mescolata a calce idraulica o
calce aerea.
Solo per particolari impieghi viene usato l'intonaco avente come solo le-
gante il cemento ed in tali casi si usano additivi che lo rendano più imper-
405

meabile o più resistente, o meno soggetto a cavillature (ritiro).


Gli additivi per l'indurimento saranno richiamati nella voce pavimenti
in cemento.

Intonaci dì malta bastarda

Sono intonaci costituiti da malte aventi leganti diversi.


Si hanno intonaci di calce idraulica e cemento quando si vogliano ren-
der più resistenti gli intonaci di calce idraulica o per particolari sottofondi;
si hanno intonaci di cemento e calce aerea quando si vogliano aver intonaci
resistenti e con poco ritiro; si hanno intonaci di calce idraulica e calce aerea
quando la resistenza dell'intonaco non ha grande importanza ma si ha ne-
cessità di un intonaco più plastico.

Intonaco di gesso

E' un tipo di intonaco diverso dagli altri perché il gesso è inerte e legan-
te nello stesso tempo e sono, quindi, privi di sabbia.
E' bene eseguire tali intonaci non direttamente sulle pareti (come pur-
troppo vien fatto talvolta) ma su intonaci ad uno strato di calce idraulica.
Sono intonaci molto levigati, lisci che però possono risultare freddi e non
sempre adatti per tutti i tipi di tinteggiature. Sono da escludere nei locali
ove si produce vapor acqueo (bagni, cucine) perchè al suo contatto, il gesso
assorbendo l'umidità e l'acqua, si deteriora. Naturalmente sono assolutamen-
te da escludere per esterni.

Intonaci speciali

Tipo Terranova, Emalux, Plastirithe, Settef, ecc., che pur essendo in-
tonaci hanno carattere di rivestimenti e di essi verrà fatto breve cenno trat-
tando dei rivestimenti.

Tipi di intonaco distinti per tipo di lavorazione

Rabboccatura

E' il tipo più rustico di intonaco e consiste nel conguagliare le fronti


della muratura con malta (generalmente cementizia).
Tale tipo di intonaco è usato quasi esclusivamente su murature in pie-
trame e per locali rustici.
406

Rinfazzo
Più che un intonaco è un supporto per intonaci predisposto su opere in
calcestruzzo o sui soffitti ove l'intonaco comune potrebbe non aderire a
perfezione.
Si tratta di una malta piuttosto fluida e molto ricca di legante (cemen-
to a 6 7 qli) lanciata con forza sulle superfici da intonacare e sulle quali
aderisce creando una superficie molto frastagliata e ben aderente alla strut-
tura. Il rinfazzo funge da ottimo supporto per altri intonaci.

Intonaco frattonato (o frattazzato)

E' un intonaco ad uno o due strati che viene pareggiato e levigato con
uno speciale strumento (frattazzo) costituito da una tavoletta con manico.
Si usa in uno strato per locali di servizio o come primo strato di intona-
ci più raffinati (a civile o a gesso) ed in due strati per esterni.

Intonaco a civile

Consiste in un primo strato di intonaco frattonato su cui vien steso un


sottile strato di malta di calce aerea che — per la sua pastosità - permette
una finitura più regolare e liscia. Viene fatto col frattazzo.

Intonaco a panno

E' un intonaco a civile che ha il secondo strato (malta di calce aerea)


lisciato con panno e feltro invece che col frattazzo.

Intonaco lisciato (ormai superato da altri tipi)

E' un intonaco con malta di cemento molto grassa tirata a frattazzo e


subito dopo lisciata con l'aggiunta di polvere di cemento, pressato e liscia-
to con la cazzuola in modo da ottenere una superficie liscia, compatta e
resistente.

Intonaci bugnati, rigati, ecc.

Sono intonaci in malta di cerriento usati per esterni e lavorati in modo


da ottenere particolari effetti esserido lavorati a riquadri, bugnature, rigutu-
re, ecc..
407

Intonaco a marmorìno ormai superato da altri materiali

Era usato ancora fino a pochi anni fa come zoccolo per scale o locali
per bagno.
Per la sua compattezza, lucentezza e venatura imitativa, non felice-
mente, l'effetto estetico del marmo.
E' formato con tre parti di polvere di marmo bianco ed una parte di
calce trivellata.
Viene steso in due spessi strati di cui il secondo, quello in vista, viene
strofinato con un feltro, lisciato con un ferro regolare piano ed infine luci-
dato con uno spianatoio d'acciaio caldo (45°C).

Intonaco a gesso (clet) ed altri

Gli intonaci a gesso sono già stati descritti nella composizione e nell'im-
piego. Vengono "tirati" da specialisti (stuccatori) con frattazzi metallici
(spatole) su sottofondo di intonaco di calce idraulica.
L'intonaco a stucco, a stucco marezzato, l'incausto, lo stucco lucido
sono tipi di intonaco assolutamente superati anche se talvolta potevano ave-
re un loro pregio. E' difficile trovare oggi gli artigiani per eseguirli; si usano
talvolta per restauri di antichi edifici.

B) Pavimenti

Dicesi pavimento quell'opera di finitura eseguita sopra i solai o i vespai


e su cui transitano le persone.
I requisiti di un pavimento ideale sono molti, anzi troppi perché un so-
lo tipo di pavimento possa possederli tutti. Di volta in volta, quindi, si dovrà
rinunciare a qualche particolarità a favore di altre a seconda dello scopo e
dell'uso principale cui è destinato il pavimento.
Un buon pavimento deve esser resistente all'usura ed allo sgretolamen-
to ; deve poter sopportare bene anche carichi concentrati (piedini metallici
di sedie, ecc.); deve esser facilmente pulibile; non dovrebbe aver connessu-
re ove — contro principi igienici — si annida fatalmente lo sporco; non do-
vrebbe esser assorbente e dovrebbe resistere ad acidi o altre sostanze che su
di esso possono casualmente esser versate. In più si chiede al pavimento
una certa eleganza data dal colore o dall'accostamento di colori, dalla lu-
centezza, ecc.
I vari tipi di pavimento necessitano di un appropriato "sottofondo"
cioè di un idoneo supporto che viene predisposto sopra i solai o i vespai e
su cui viene applicato il pavimento.
Per pavimenti lapidei (marmo, marmette, marmettoni, battuto di ce-
408

mento) il sottofondo è costituito da un massello di malta (con sabbia gros-


sa) di calce idraulica o di cemento che non necessita di particolari rifiniture.
Per i pavimenti di gomma, linoleum, piastrelle viniliche, parchetti la-
mellari, moquette, ecc. si usa un sottofondo come il precedente ma tirato
perfettamente a livello e frattonato a fino e poi rasato con malta fluida e con
preparati speciali (livellina, pianolina, ecc.). (Si vedano i pavimenti in lino-
leum o vinilici).
Per i pavimenti in legno (parchetti e tavole) il sottofondo può esser co-
stituito da morali in legno resi solidali con il solaio (con malta e reggette di
ferro) su cui inchiodare il pavimento, oppure il sottofondo può esser costi-
tuito da un semplice strato di sabbia di spessore regolare ed asciuttissima
su cui poggiare — incastrati a maschio e femmina — gli elementi in legno
(doghe) del pavimento. Tra lo strato di sabbia ed il pavimento si interpone
un foglio di cartone catramato per impedire la fuoriuscita della sabbia dagli
interstizi del pavimento.
L'industria fornisce oggi in gran quantità tipi di pavimento che si diffe-
renziano per materiali, forme, tipi di posa, ecc.. Uno stesso tipo di materiale
può dar luogo a pavimenti con caratteristiche diverse a seconda del sistema
di posa o della variazione della quantità dei componenti.
Difficile è quindi una classificazione razionale.
Si potrebbe tentare una classificazione per materiali; ma con lo stesso
materiale si possono fare diversi tipi di pavimento. Si potrebbero classificare
i pavimenti distinguendoli tra quelli eseguiti in opera e quelli preformati e
posati in opera, ma alcuni tipi di pavimenti possono esser eseguiti in opera
o preformati.
Si potrebbero distinguere i pavimenti in base alle loro proprietà fisiche
o chimiche, ma ciò non metterebbe in risalto altre importanti caratteristi-
che. Si preferisce quindi elencare i più comuni e caratteristici tipi di pavi-
mento senza tentarne una classificazione.

Pavimento in cemento (rullato, frattonato, lisciato)

E' un tipo molto povero di pavimento usato esclusivamente per locali


accessori di servizio.
Sopra un sottofondo di calcestruzzo o malta che non abbia ancora fini-
ta del tutto la presa (e ciò per favorire una incorporazione del pavimento
con il sottofondo) si stende una "pasta di cemento" (malta di cemento
molto grassa) dello spessore di 2 3 cm che viene "tirata" come un intona-
co.
Sulla "pasta di cemento", ancora fresca, si getta polvere di cemento per
arricchirla e renderne più resistente lo strato superficiale. Il pavimento vie-
ne finito o a frattazzo, o viene lisciato o — infine — quello lisciato, viene
anche "rullato" con un rullo la cui superficie è fornita di quadratini in ri-
409

lievo che formano sul pavimento dei piccoli incavi a quadratini.


Talvolta il pavimento in cemento è arricchito — per ragioni estetiche —
con terre colorate (quasi esclusivamente il rosso).
Per pavimenti in cemento di edifici industriali esistono in commercio
degli additivi che lo rendono molto duro, ma non fragile (atto — in alcuni
casi - anche al transito con carrelli con ruote metalliche), non sgretolabile
ed antisdrucciolevole. Si tratta di "indurenti" a base di ghisa acciaiosa di
struttura fibro-reticolare, trattata con un procedimento brevettato tale
da conferirle la proprietà di incorporarsi nella malta di cemento.
Lo strato di usura è arricchito con alcuni minerali duri (coridone e cal-
cedonio) per esaltare le caratteristiche di antiusura.
Con i migliori additivi si ottengono pavimenti in cemento di durezza
simile alle più dure pietre naturali, con stabilità dimensionale che evita fes-
surazioni.
Le malte senza additivi per i comuni pavimenti in cemento devono es-
ser particolarmente ben dosate perché diano luogo a piani di calpestio resi-
stenti e non fessurati per il fenomeno del ritiro. Si usa spesso malta bastar-
da (cemento e calce aerea) molto grassa ed è buona norma eseguire giunti
di dilatazione molto ravvicinati specialmente se i pavimenti sono esterni.

Mattonelle di cemento

Si tratta di mattonelle ormai in disuso preformate in casseforme e com-


presse che hanno misure di 20x20 con spessori di 2 3 cm. Ebbero un pe-
riodo di grande impiego qualche decennio fa.
Si usavano, bugnate, e senza aggiunte di coloranti, per marciapiedi an-
droni rustici, ecc., oppure lisce e colorate o a disegni per locali interni non
rappresentativi.
Talvolta le marmette non avevano forma quadrata o rettangolare ma
forme centinate e complementari che permettevano l'incastro di un elemen-
to nell'altro (per es. il certosino).
Il variare delle forme, la composizione dei colori e l'accurata prepara-
zione tecnica delle mattonelle in cemento permetteva, talvolta, di creare
pavimenti abbastanza decorativi ma pur sempre poveri.

Marmette di graniglia e marmettoni

Sono tipi di pavimento che, pur avendo caratteristiche, valore estetico


e prezzi ben diversi, hanno molte particolarità di costruzione e di posa che
sono comuni e pertanto sembra opportuno descriverli in un unico contesto
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pur precisandone le differenze che spesso sono notevoli.


Per questi tipi di pavimento il sottofondo è costituito da un massello
di calcestruzzo (con ghiaia molto piccola) o di malta di calce cementizia
con sabbia grossa.
Il sottofondo non abbisogna di particolari cure o finiture.
I singoli elementi vengono posti in malta cementizia sui predetti sotto-
fondi.
Le marmette di graniglia sono simili a quelle di cemento precedente-
mente descritte ma confezionate — per la parte superiore — con granula-
to di marmo (graniglia) e polvere di marmo (spolverone).
I marmettoni sono anch'essi preformati in misure di 30x30 o 40x40
con spessori da 3 a 4 cm.
Sono costituiti da piccoli elementi di lastre di marmo (6-15 cm) lega-
ti con calcestruzzo avente inerti di marmo e formate su un fondo di mal-
ta di cemento.
Per limitare piccole vacuità (forellini superficiali) che nelle marmette
o nei marmettoni si formano per l'evaporazione dell'acqua di impasto, è
consigliabile usare miscele di inerte e cemento, quasi asciutte e comprimer-
le fortemente con idonee presse.
Recentemente — per quasi tutti questi tipi e soprattutto per i marmet-
toni — il legante classico (il cemento) è stato sostituito, e sembra con ottimo
successo, da resine viniliche.
Sia nel caso di legante cementizio che di resine, alcune ditte usano una
meno comune tecnica per produrre i marmettoni, tecnica che è scarsamen-
te usata per le marmette.
Da un grosso blocco (del volume anche di un m 3 ) risultante dal getto
pressato e vibrato in casse forme di blocchetti di marmo, graniglia e legan-
te (cemento o resine viniliche) vengono "segati" i marmettoni.
L'uso di levigare e lucidare le marmette o i marmettoni prima di porli
in opera è stato abbandonato perché con tale tecnica le giunzioni restavano
evidenziate e la piccola ed inevitabile diversità di piano di posa dei singoli
elementi costituivano difetti evidenti del pavimento.
Oggi si usa porre in opera i singoli elementi di pavimento o rustici co-
me provengono dalla formatura o appena sgrezzati (ed eventualmente stuc-
cati) cospargendoli con un "beverone" (boiacca a lenta presa, colorata) in
modo che tutti gli interstizi tra piastrella e piastrella, vengano saturati.
Quando i vari leganti hanno fatta sicura presa, il pavimento viene levi-
gato e stuccato con diverse mole sempre più fini finché viene — se del caso —
lucidato a piombo con panno.
Si ottengono così pavimenti senza discontinuità e perfettamente lisci
di buon effetto e di buon valore tecnico.
411

Palladiana

E' un tipo di pavimento eseguito in opera ponendo, su di un letto fre-


sco di malta di cemento, elementi di una determinata qualità di marmo o di
più qualità mescolate aventi tutti lo stesso spessore (due centimetri). Gli
interstizi vengono saturati con boiacca di cemento talvolta frammista a
graniglia dello stesso marmo usato per la palladiana o di marmi diversi. Per
ragioni estetiche la boiacca viene arricchita da sostanze coloranti.
Le boiacche chiare venivano predisposte con cementi bianchi — che da-
to il loro forte ritiro - spesso si cavillavano.
Da pochi anni è disponibile in commercio un cemento, il "Bianco
1000", che accoppia lo scarsissimo ritiro ed una forte resistenza ad un bel
colore assolutamente bianco. L'uso del "Bianco 1000" può ovviare ai ricor-
dati inconvenienti della cavillatura delle connessure.
Quando i leganti hanno fatto buona presa si procede alla leviguatura,
stuccatura e lucidatura del pavimento come per i marmettoni.
A seconda della qualità, del valore e della pezzatura del marmo si pos-
sono aver pavimenti mediocri o di buon valore estetico e tecnico.

Pavimenti in lastre di marmo

I pavimenti in discorso sono formati da lastre regolari di marmo dello


spessore medio di 2 cm posti su malta cementizia.
Si dicono "a correre" quei pavimenti formati con elementi di misure
standard (per es. 20x40) mentre son detti a casellario quelli formati con
lastre aventi misure che sono esattamente sottomultipli delle misure del lo-
cale e ciò per evitare che nella parte terminale dei pavimenti, debbano es-
ser impiegate lastre di misura diversa e più piccola.
La varietà dei pavimenti in marmo è cosi vasta quanto vasta è la gam-
ma dei tipi di marmo.
Generalmente i marmi più variegati e policromi presentano dei difetti,
a meno che non si ricorra a tipi molto rari e quindi molto costosi.
Tra i marmi, ottimi per pavimenti, per durezza, lucidabilità e valore
estetico sono i graniti che pure essendo abbastanza comuni in Italia hanno
prezzi altissimi perché di difficile lavorazione e lucidatura per la loro estre-
ma durezza.

Battuti di graniglia

E' un tipo di pavimento eseguito in opera che è ancora usato, con un


certo prestigio, in alcune regioni italiane (Liguria) mentre in altre è ormai
completamente in disuso.
412

Non è altro che un conglomerato di marmo e leganti gettato e battuto


in opera con giunti di ottone (distanziati di circa un metro) e poi levigati.
Il suo pregio dipende dall'accuratezza della lavorazione e dai tipi di grani-
glia usati.

Battuto o terrazzo alla Veneziana

Questo pavimento, orgoglio di molti palazzi monumentali della Repub-


blica veneta, merita un cenno storico.
L'originale ed antico battuto alla veneziana veniva formato da un sotto-
fondo grasso, dello spessore di almeno dieci centimetri, formato da 3 parti
di rottami di tegole o di mattoni (grossi come una noce) e da uno o due par-
ti di polvere di mattone legati da una parte di calce spenta. Questo sotto-
fondo veniva battuto dopo un giorno dal getto fino a ridurlo a 4/5 dello
spessore originario.
Sopra il sottofondo si stendeva la "coperta" o il secondo strato for-
mato con malta molle di calce e polvere di mattone in parte eguali. La "co-
perta" dopo un giorno dal getto veniva anch'essa vigorosamente battura
e — quindi — in essa venivano conficcati pezzetti di marmo cominciando da-
gli elementi più grossi. Dopo ciò si bagnava abbondantemente e si rullava il
pavimento per regolarizzarne la superficie. Infine si levigava il pavimento
con battuto di calce e polvere di marmo (non esistevano allora altri abrasivi).
E' un pavimento di notevole spessore ed estremamente pesante anche
se ha il vantaggio di esser sufficientemente elastico e di scarsa usura.
Il mutato gusto, l'alto costo, la mancanza di artigiani provetti e la fre-
netica corsa a diminuire gli spessori per contenere gli edifici nei limiti im-
posti dai regolamenti edilizi, hanno bandita la costruzione del terrazzo alla
veneziana dai nuovi fabbricati. Si usano talvolta delle imitazioni che non
raggiungono la nobilita e la bellezza del vero terrazzo alla veneziana.

Pavimenti in piastrelle di gres

Il gres è una particolare ceramica e cioè è quella ceramica derivante da


un impasto il cui ingrediente fondamentale è l'argilla bianca o naturalmen-
te colorata purché a pasta compatta ed impermeabile. Si usa di preferenza
un'argilla ferruginosa vetrificabile ossia una argilla che — al calore — diven-
ta compatta prima di fondersi o deformarsi.
Gli elementi di pavimento in gres vengono cotti a circa 1500°C. Le pia-
strelle in gres sono di forme diversissime (esagoni, quadrelli, rettangoli, ot-
tagoni alternati con quadrelli, mosaico, figure mistilinee intrecciate).
Esiste una vastissima gamma di pezzi speciali per zoccolini angoli con-
vessi o concavi, listelli ecc. ecc..
413

La gamma dei colori è abbastanza vasta: dal nero, al marrone di diverse


tonalità, al bruno, al giallo e al rosso (che è il più comune).
La superficie superiori può esser liscia, a buccia di arancia, zigrinata.
Il gres è uno degli ottimi materiali per pavimento perché è duro, impermea-
bile, resistentissimo all'usura; inattaccabile da quasi tutti gli agenti (acidi,
basi, petroli, soda ecc.).
Si tratta però di un pavimento esteticamente modesto anche se di co-
sto contenuto e con numerose connessure a causa delle modeste misure de-
gli elementi.
In particolari casi, per eliminare le inevitabili scabrosità dovute a diver-
so piano di appoggio, i pavimenti in gres sono stati levigati con una spesa di
molto superiore e quella del costo del pavimento. Si sono ottenuti peral-
tro risultati eccellenti. Un ambiente ospedaliero in gres chiaro levigato e lu-
cidato accoppia ai grandi pregi del gres anche un tono di eleganza.
In generale il gres era usato, prima dell'avvento del gres smaltato, per
bagni, cucine, laboratori, locali sanitari, magazzini, poggioli, ecc..
La posa richiede un sottofondo duro e resistente sul quale si stende uno
strato semiduro di sabbia e cemento (300 kg di cemento per m3 di sabbia).
Su tale strato si posano le piastrelle e le si battono con tavole abbastanza
lunghe per pareggiare i livelli. Si cola quindi nelle strettissime connessure
una pasta liquida di cemento per sigillare i giunti e fissare gli elementi al
sottofondo.

Gres smaltato
Non è da confondere con altro tipo di pavimento (famose quelle di
Vietri e di Marsiglia) costituite da argilla cotta e smaltata a basse tempera-
ture.
La tecnica moderna ha permesso di ottenere piastrelle di gres smaltate
cotte ad alta temperatura che accoppiano ai pregi del gres, l'effetto croma-
tico e decorativo dei vari smalti policromi e dei disegni floreali o geometrici.
L'industria - stretta dalla concorrenza - produce piastrelle in gres
smaltato in una vasta gamma di tipi, colori e decorazioni.

Pavimenti in legno

Sono di tipi svariatissimi per le varie essenze usate, per la pezzatura de-
gli elementi, per la diversità della posa.
Trascuriamo i pavimenti in tavoloni di abete usati nelle case delle no-
stre Alpi e in zone ove l'abete costa poco e trascuriamo pure i pavimenti
a legno intarsiato perché di impiego eccezionale. Le essenze più usate com-
mercialmente sono il faggio, il rovere, il pitch-pine, ecc. ma viene usato an-
che il noce, l'ulivo e altre essenze esotiche.
414

A tolda di nave

Tipo poco usato anche se — in certi locali — di ottimo effetto estetico


sono i pavimenti in legno a tolda di nave (o a bastimento). Si tratta di ta-
volette da 2,00 2,50 cm di spessore larghe da 60 a 80 mm connesse a ma-
schio e femmina, ed inchiodate (o comunque connesse) a mezzi morali in
legno (3x6 cm), solidali con il solaio, disposti perpendicolarmente alle ta-
vole del pavimento a distanze di 30 40 cm.
Più comuni sono i parchetti e cioè tavolette in legno da 5x25 a 10x50
cm connessi a maschio e femmina o con lame metalliche o sono del tipo da
incollare sul pavimento.
Parchetti comuni negli spessori da 20 22 a 15 17 mm con immorsa-
tura a maschio e femmina sono posti o su mezzi morali come per i pavimen-
ti in legno a tolda di nave o su letto di sabbia asciutta.
Talvolta i parchetti sono posti in opera su strato di asfalto caldo (in tal
caso non sono immaschiati tra loro). Se i parchetti sono asfaltati nella par-
te inferiore possono esser posati direttamente su malta cementizia (sistema
poco usato se non in Lombardia).
I parchetti vengono comunemente posti a spina di pesce. Non di rado
però si dispongono parallelamente ad una parete con giunti sfalsati.
La posa a "quadri" è riservata ai tipi con elementi prefabbricati.
Parchetti sovrapponibili hanno spessori modesti 8 10 mm e sono con-
nessi tra loro con linguette metalliche fisse ad un elemento e che penetrano
nelle scanalature fresate di un contiguo elemento.
I parchetti sovrapponibili sono adatti anche per ricoprire vecchi pavi-
menti (purché siano piani e solidi).

Parchetti a elementi prefabbricati

Constano di elementi di tavole compensate delle misure varie da 30x40


a 50x50 cm con innesti a maschio e femmina sulle quali sono incollate ta-
volette di legno, pregiato con motivi vari a scacchiera, a intarsio, con compo-
sizioni ornamentali ecc.). Vengono posati con uno dei sistemi predetti.
Per alcuni tipi manca il supporto di tavola e le tavolette di legno pre-
giato sono fissate su supporti di carta e vengono incollati (con mastici ido-
nei) su un sottofondo assolutamente piano e livellato.

Pavimenti in linoleum

II linoleum è un materiale fornito in piastrelle o in rotoli fino a 2,00x


x 30 mi, costituito da un supporto di grossa tela di juta su cui viene dispo-
sta la linossina (miscela di farina di sughero, olio di lino cotto ossidato, re-
415

sine e pigmenti coloranti).


La tela di juta con la linossina passa fra due cilindri (calandra) che re-
golarizzano la superficie e comprimono i materiali fino allo spessore voluto.
I teli sono posti in magazzini per 4 mesi per la stagionatura delle resine
(se la temperatura è portata a 60°C bastano due mesi). Il linoleum — nei
vari tipi — è usato per rivestimenti di pareti o di mobili, per pavimenti, ecc..
Per pavimenti si usano spessori da 2,0 2,5 mm.
Si hanno colori pastello a tinta unita, oppure marmorizzati o variegati.
Quello in linoleum è un pavimento afono, morbido resistente all'usu-
ra di facile pulizia, ma delicato e facilmente danneggiabile per l'umidità.
II linoleum è fissato al sottofondo di calcestruzzo grasso con colle resi-
nose in soluzione alcoolica previa livellazione del sottofondo con mastice
livellatore (ad esempio gesso da forma o — meglio — livellina, ardur, piano-
lina, ecc.).

Pavimenti in resine asfaltiche

Le pavimentazioni in piastrelle di asfalto usato per scuole, palestre,


ecc. è ormai limitata a pochissimi e particolari ambienti. Si usano piuttosto
pavimenti in resine asfaltiche in fogli da 25x25 dello spessore di circa 2
mm.
Le piastrelle sono formate da una miscela di resine comaroniche (deri-
vanti dall'asfalto), asfalto e coloranti.
Questi pavimenti hanno dato buoni risultati perché sono resistenti
alla usura, afonici, di aspetto talvolta gradevole anche se hanno il difetto di
rompersi alla flessione con gran facilità.
Le piastrelle vengono incollate al sottofondo, ben lisciato e rasato co-
me per il linoleum, con collanti asfaltici.

Pavimenti vinilici o di vinil-amianto

Sono prodotti moderni che, anche se non di gran lusso, hanno ottimi
requisiti fisici ed estetici.
Sono forniti in piastrelle di misure varianti secondo i tipi, con una va-
sta gamma di colori pastello, marmorizzati, variegati di buon effetto cro-
matico, componibili anche a scacchiera o con altri motivi geometrici.
Per questi tipi di pavimenti ha molta importanza una buona prepara-
zione del sottofondo che deve esser molto resistente perfettamente levi-
gato a "bolla".
I sottofondi sono di due tipi principali:
— massetto di calcestruzzo con inerti di varia ed assortita granulome-
tria ed almeno 3,5 ql di cemento, accuratamente regolarizzato con frattazzo
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e poi lisciato con mastice livellatore (livellina, pianolina, ardur, Bostik, ecc.);
— sottofondo di anidrene. L'anidrene è un legante ottenuto per sin-
tesi chimica e fa parte delle anidridi sintetiche. L'anidrene è prodotta anche
in Italia ed è coperta da diversi brevetti. Contiene un catalizzatore (ossido
di calcio) che ne accelera la presa. Si presenta come una polvere bianca-
stra molto somigliante al cemento bianco ed è confezionata in sacchi di
carta da 50 kg.
Si usa — per sottofondo — pura impastata con acqua (resistenza e com-
pressione dopo 28 gg pari a 670 kg/cm2 ) oppure mescolata ad un volume
doppio di sabbia (resistenza a compressione dopo 28 gg pari a 380 kg/cm 2 ).
L'inizio della presa avviene non prima di due o tre ore e ciò permette
di eseguire con tutta comodità la messa in opera. Dopo tale periodo la mas-
sa indurisce in brevissimo tempo senza fessurazioni neppure se stesa su gran-
di superfici così da consentire una rapida utilizzazione del sottofondo.
Questo sottofondo si deteriora a contatto anche di poca acqua che su
di esso ricada quando è già indurito.
I principali tipi di questi pavimenti sono:

Pavimenti in vinil-amianto. Si ottengono dalla miscela di 45 parti di clo-


ruro di polivinile (P.V.C.) con 55 parti di amianto e pigmenti coloranti. Si
usa sia amianto in polvere sia - con migliori risultati — amianto in fibre. La
miscela viene fatta passare attraverso una calandra a rulli ad alta tempera-
tura ottenendo fogli dello spessore di 1,6 1,8 2 mm. Dai fogli si taglia-
no piastrelle da 25x25 (non misure maggiori per evitare rotture in quanto
le piastrelle di vinil amianto hanno un forte coefficiente di dilatazione).
Si hanno pavimenti, caldi, afoni, isolanti, sufficientemente elastici e
quindi morbidi, di aspetto semilucido, assolutamente impermeabili (una
macchia di inchiostro viene pulita perfettamente con uno straccio imbevu-
to d'acqua anche dopo diversi giorni).
Peraltro segni di suole di gomma o forti pesi concentrati (tacchi a spil-
lo, piedini di mobili) sporcano o incidono definitivamente il pavimento.

Pavimenti in p.v.c. puro. Il cloruro di polivinile (puro fino al 95% e con


l'aggiunta di coloranti, può esser ridotto in fogli di circa 2 mm e tagliato in
piastrelle (fino a 50x50) ed usato per pavimenti.
Si trovano in commercio piastrelle a "spessore unico" formate tutte
con lo stesso impasto o piastrelle formate da uno strato di colore naturale
ed un secondo strato colorato.
II materiale viene pressato a 120 atmosfere e viene quindi stabilizzato
(quattro passaggi da + 180°C a —25°C). Dopo questo trattamento i singoli
pezzi (piastrelle) vengono rifilate nelle esatte misure volute.
Si ottiene un pavimento simile al precedente, ma molto più lucido mol-
to più elastico e molto più resistente all'usura, di più facile manutenzione
di quelli in Vinil-amianto e che resiste molto meglio ai carichi concentrati.
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Le singole piastrelle possono essere unite co-n un procedimento simile a quel-


lo della saldatura autogena.
Per impieghi particolari per i quali la resistenza del pavimento deve es-
ser aumentata (ospedali, per passaggio di carrelli, lettighe, ecc.) la miscela
è arricchita fino al 5 % con minerali indurenti, perdendo - peraltro — nella
lucentezza del pavimento.
Naturalmente il costo dei pavimenti in p.v.c. puro è maggiore di quelli
in Vinil-amianto, anche se — pur tenendo conto del maggior costo del sotto-
fondo — il loro prezzo è largamente competitivo con i comuni pavimenti.

Pavimenti in gomma. I pavimenti in gomma sono per lo più forniti in


rotoli; si usano anche in piastrelle ma possono anche esser gettati in opera.
Due sono i tipi di pavimento in gomma, quello di tipo civile (liscio e
colorato) e quello del tipo industriale (rigato o bullonato).
Sono formati da gomma naturale o da gomma sintetica. I primi hanno
il grave difetto di emanare un forte odore di gomma (specialmente quando
è in funzione l'impianto di riscaldamento). I pavimenti in gomma per usi
civili sono di bell'effetto con colorazione imitanti marmi o a tinte pastello;
sono soffici, afoni ed isolanti. Il loro prezzo è relativamente alto.
Hanno la proprietà di esser "autolucidanti" e cioè di levigarsi e lucidar-
si con l'uso. Questa proprietà può esser un pregio per l'estetica e la facilità
di manutenzione, ma può risultare pericolosa perché rende il pavimento
sdrucciolevole.
I pavimenti in gomma per usi industriali con superfici rigate e bul-
lonate hanno dato ottimi risultati di durevolezza. Alcuni pannelli posti
sperimentalmente sul piazzale delle ferrovie Nord di Milano qualche an-
no prima della guerra hanno sopportato ottimamente l'intenso traffico,
i cingoli dei carri armati, la caduta delle macerie di case bombardate.
In Francia è stato prodotto ed è oggi in commercio in Italia un tipo di
pavimento in gomma da gettare in opera; è un ottimo pavimento che può
esser impiegato sia nell'industria che per edifici civili.
Tre principali elementi vengono miscelati subito prima dell'impiego;
essi sono: lattice di gomma naturale, granuli di caucciù, speciali cariche di-
sidratanti e acceleranti della vulcanizzazione delle gomme.
La miscela è autocollante e viene stesa in spessori di circa 8 mm su qual-
siasi superficie: calcestruzzo, legno, lamiere (da qui la vasta applicazione
sulle navi).
Con questo preparato di gomma si ottengono pavimenti dalla superfi-
cie leggermente ruvida, e quindi non sdrucciolevole, dimensionalmente sta-
bili per cui può esser impiegato anche su vaste superfici continue e può es-
sere risvoltato sulle pareti così da conferire assoluta impermeabilità al pa-
vimento.
Le caratteristiche del pavimento sono l'eccezionale antiusura, elastici-
tà, buon isolamento elettro-termo-acustico; insensibilità agli agenti chimici,
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ai detergenti; resistente all'invecchiamento per la sua stabilità chimica.


E' un pavimento igienico perché continuo e che non produce o trattie-
ne polvere.
La sua aderenza al supporto è notevole infatti la resistenza media al
decollaggio supera i 1000 kg/cm 2 .

Moquette. E' un tipo di pavimento-tappeto.


Sono dei tappeti (su supporto di feltro, juta o tessuti polipropilenici)
di fibre poliesteri, polipropileniche (leacril, nylon, ecc.) con svariati tipi di
lavorazione ed una vasta gamma di colori. La tecnica per la produzione del-
la moquette si è affinata al punto che il loro impiego non è più limitato
a particolari locali (soggiorno, camere da letto) ma viene usato anche in cor-
ridoi od hall di alberghi, in sale di riunioni e concerti e financo nelle cucine,
in locali pubblici di grande traffico.
Esiste anche un tipo di moquette per rivestire il fondo, le pareti ed i
bordi di piscine.
Naturalmente esistono tipi diversi di moquettes per i diversi impieghi.
Le fibre sintetiche assicurano buona resistenza all'usura, relativa faci-
lità di pulizia, varietà e solidità dei colori, e isolamento dal filtraggio di li-
quidi o passaggio di umidità.
Si ottengono pavimenti soffici, afoni di aspetto gradevole e confortevo-
le di buona qualità tecnica.
La posa avviene su sottofondi normali (masselli di calcestruzzo o di
anidrene ben pareggiati e stuccati) con idonei collanti anche vinilici.
Il loro prezzo — in origine elevatissimo — con il crescere della richiesta
e con l'aumentata concorrenza fra le varie ditte, diventa sempre meno ele-
vato.

Esistono delle norme di accettazione (R.D. 16/11/1939 n. 2234) che


fissano le caratteristiche dei materiali per pavimentazione. Tali norme — già
superate al momento della loro emanazione — riguardano quasi esclusiva-
mente materiali o non più impiegati o impiegati scarsamente e cioè pia-
nelle in argilla o argilla pressata, mattonelle in cemento; piastrelle in grani-
glia, mattonelle di gres, alcuni marmi, mattonelle d'asfalto.
Sfuggono, quindi, ad ogni norma legale di accettazione quasi tutti i
pavimenti.

C) Rivestimenti

Per ragioni estetiche; per maggior protezione dall'acqua, dalla umidità,


dagli urti ecc., alcune zone di parete o pareti intere (sia esterne che interne),
vengono rivestite con materiali particolari che — a seconda dello scopo per
cui vengono posti in opera — hanno peculiari caratteristiche di durezza, im-
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permeabilità o valore decorativo. I migliori tipi di rivestimento assommano


alcune o tutte le sopralencate caratteristiche.
I rivestimenti per correzione acustica sono già stati trattati in altro ca-
pitolo, in quanto assolvono a diverse e ben precise finalità.
Alcuni tipi di rivestimento sono impiegati esclusivamente per esterni,
altri esclusivamente per interni ed — infine — ne esistono svariati tipi che
possono esser usati indifferentemente sia all'interno che all'esterno.
Non si pretende qui di seguito di enumerare tutti i tipi di rivestimento,
ma, piuttosto, di indicare le categorie più comuni trascurando le diversità
dei vari tipi della stessa categoria.
Come per i pavimenti, anche per i rivestimenti, ogni classifica non con-
sente di raggrupparli in categorie omogenee. Quindi si procede ad una elen-
cazione dei vari tipi di rivestimento senza, raggrupparli per categorie.

Rivestimento in marmo, di cui si è già accennato nel capitolo riguar-


dante i materiali lapidei.

Rivestimenti imitanti faccia vista

Per ragioni diverse (di ordine estetico, ambientale, ecc.) si richiede,


talvolta, di avere delle facciate a faccia-vista.
Non sempre è possibile ottenere una muratura con i mattoni in vista
su cortine continue sia per il pratico ed economico diffondersi dell'uso di
blocchi, sia per il caso di fabbricati con struttura in calcestruzzo armato.
Si ripiega allora su rivestimenti che producano l'effetto di muratura a
faccia vista.
A tale scopo si possono usare elementi di laterizio di ottima qualità e
ben cotto con superfici lisce, lavorate o sabbiate con colori dal rosato al
rosso, al rosso bruno; si ricorre anche a elementi di clinker che sono lateri-
zi cotti ad altissima temperatura e vetrificati e che possono avere colori più
forti ed aspetto più lucente.
Le misure possono esser quelle del mattone di costa (circa 5,5x25 cm)
o del mattone in piano (circa 12x25) e possono aver altre misure e forme.
Questi elementi di laterizio o di clinker imitanti i mattoni sono corre-
dati da pezzi speciali ad L per render continuo il rivestimento anche in cor-
rispondenza degli spigoli del fabbricato o in corrispondenza dei fori di por-
te e finestre.
Gli elementi possono esser posti in opera a contatto fra loro oppure di-
stanziati con un ferro tondo a 4 5 mm in modo da creare un interstizio
che poi viene saturato con malta.
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Granulati di marmo

Sono intonaci speciali che costituiscono rivestimento. Polvere o grani-


glie di marmo in una vasta gamma di colori omogenei o miscelati vengono
legati tra loro con resine viniliche e applicati a spatola su intonaci vecchi o
nuovi perché asciutti e preferibilmente formati con malte bastarde (metà
cemento e metà calce idraulica). Dopo l'applicazione possono esser battu-
ti per renderne la superficie più liscia.
Per aumentare la resistenza del rivestimento, agli inerti può esser ag-
giunta graniglia di quarzo.
I tipi formati con polvere di marmo (anche arricchita con polvere di
graniglia) possono esser stesi sull'intonaco di sottofondo anche a spruzzo.
Si ottiene con tali prodotti un rivestimento di effetto cromatico, a vol-
te discutibile, con superfici più o meno granulate, compatti, impermeabili
e resistenti. Sono usati più comunemente i granulati di marmo per faccia-
te esterne e gli altri prodotti a grana più fine per interni limitatamente a
locali molto particolari.

Rivestimenti resilienti di ceramica

Miscele di resine e ceramica plastica possono esser stese su intonaci o


su rasature a gesso e costituiscono un rivestimento impermeabile ed elasti-
co facilmente adattabile a qualunque forma, inattacabile da detersivi, da
acidi ed alcali diluiti.
E' possibile disporre del prodotto in un gran numero di colori anche
con tinte forti.
Tale prodotto viene impiegato principalmente per zoccolature o per
pareti di vani scala, refettori, laboratori chimici.

Resine plastiche

Si possono usare, come rivestimenti, resine plasiche, quasi pure, rinfor-


zate da minerali ad altissimo grado di durezza e coloranti.
Tali resine vengono stese sugli intonaci e costituiscono rivestimenti du-
ri ed impermeabili.

Piastrelle maiolicate

Sono rivestimenti formati con piastrelle di maiolica (nei tipi migliori


di caolino) cotte e smaltate ad alta temperatura.
Vi sono svariate forme e misure (7,5x 15; 10x 10; 15x 15; ecc.) dispo-
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nibili in un gran numero di tonalità. Talvolta le piastrelle maiolicate di cao-


lino sono anche decorate a disegni vari.
E' 0 classico rivestimento per bagni e cucine. Alcuni pezzi speciali (per
angoli) o elementi terminali (a becco di civetta) rendono continui ed esteti-
camente efficienti i rivestimenti in piastrelle. Le piastrelle sono poste in mal-
ta su sottofondi di malta idraulica o bastarda e le connessure sono fugare con
cemento bianco.

Mosaici

Tesserine da 2x2; 3 x 3 ; incollate su carta pesante possono esser poste


in opera così da formare mosaico a tinta unica o con tessere di colore vario.
Le tessere possono essere in gres smaltato, gres colorato, in materiale
vetroso, in ceramica o in vetro.
Si usa per esterni ed anche per interni, ma il loro impiego è in declino.

Intonaci tipo Terranova

Sono così chiamati dal nome con cui fu lanciato commercialmente


questo tipo di intonaco.
Sono intonaci speciali che possono venir annoverati tra i rivestimenti
per le loro caratteristiche fisiche, chimiche di durezza e impermeabilità.
Polvere di marmo, pigmenti coloranti, cemento bianco e resine ven-
gono impastate e applicate a spatola o spruzzo.
Sono intonaci duri, impermeabili.

Rivestimento in legno

Per particolari ambienti possono esser richiesti rivestimenti in legno


per soffitti o pareti interne o esterne.
Generalmente si tratta di pannellature perlinate (e cioè formate da
stretti elementi di legno con sagome diverse immaschiati tra loro).
Le essenze più usate sono il mogano, l'aframosia, il noce mansonia, il
douglas, ecc. trascurando le essenze più comuni (abete, larice) impiegate
per case rustiche in montagna.

Carte o stoffe da parati

Possono esser considerati come rivestimenti le carte o stoffe da parati


che — ormai — sono quasi esclusivamente sostituiti da tessuti di resine vi-
niliche imitanti le carte o le stoffe con motivi moderni o classici.
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Rivestimenti metallici

Per rivestimenti esterni si ricordano le lamiere smaltate e soprattutto i


pannelli di alluminio sagomati con cui si rivestono le grandi pareti cieche di
magazzini o depositi mascherandone le strutture, oppure interi elementi
alternativamente ciechi e con serramenti per i moderni edifici multipiano
(court ain-wall).

D) Tinteggiature e coloriture

Importanti tra le opere di rifinitura sono le tinteggiature e le coloriture


con cui si completano le pareti, i soffitti, le opere in legno, in ferro, in la-
miera ecc.
Si classificano normalmente — con dizione non rigorosa — tinteggiatu-
re, le applicazioni di sostanze coloranti alle pareti o ai soffitti e cioè — in
genere — a elementi ricoperti con intonaco e con coloriture l'applicazione
di sostanze coloranti a opere in legno, ferro ecc..

Tinteggiature

Oltre alle tinteggiature classiche si citeranno anche alcune tinteggiatu-


re più moderne ed altri trattamenti superficiali.

Tinteggiatura a calce con veicolo acquoso

La base di queste tinteggiature è il latte di calce che è il normale gras-


sello di calce aerea decantato, passato per tele metalliche molto fitte che
trattengono tutte le impurità, diluito con acqua.
Nel latte di calce si stemperano i colori (costituiti generalmente da ter-
re) che non reagiscono con l'idrato di calcio contenuto nel latte di calce.
E' buona norma stemperare i colori in acqua prima di mescolarli al lat-
te di calce in modo che i granuli delle terre si possano bagnare bene e si
possono, poi, ben miscelare al latte di calce.
Questa tinta è adatta per tutte le superfici di materiali assorbenti e gra-
nulosi, è quindi idonea per tinteggiare intonaci comuni, ma non opere in
cemento armato, legno, ferro, ecc..