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Dominique Chateau, La subjertiviré au cinéma.

Représenlations filmiques du subjectif, Presses


Universitaires dc Rennes, Rennes 2011, pp. 174.

Il libro di Dominiquc Chateau si presenta fin da subito come un testo di grande rilevanza per la
definizione del soggetto all’interno dell’orizzonte del cinema. Questa ricerca viene fatta attraverso
diverse articolazioni, e aspetti particolari di notevole interesse. Il libro si articola in circa 180
pagine, c apparentemente non aggiunge nulla di nuovo a un discorso che gli studi sul cinema hanno
attivato in modalità diverse ormai da oltre cinquant’anni, ma lo fa con una capacità di analisi c
sintesi, di discussione molto importante che lo fa diventare un lavoro efficace c fornisce un
interessante contributo alla definizione del soggetto o della soggettività all’interno della macchina-
cinema.

Un libro dal forte impianto filosofico e teorico, e d’altronde è normale visto che Chatcau è un
filosofo c che in passato ha scritto libri di grande importanza dal punto di vista del pensiero
filosofico applicato al cinema. Il lavoro quindi risulta essere convincente ed efficace nella sua
riflessione sulle molteplici articolazioni del soggetto (e dei soggetti) nelle dinamiche del cinema.
Già in passato Chateau aveva prodotto testi di notevole spessore come La philosophie de l’art
comme synthèse critique (1987), o La philosophie de l’art, fondation et fondaments (2000), Cinéma
et philosophie (2003) e Sartre et le cinéma (Z005), che indicano una costante ricerca teorica in
rapporto non solo al cinema, ma alle arti visive in generale c alla filosofia.

In questo senso La subjectivité au cinéma si muove verso una riflessione che guarda al carattere
ontologico della soggettività c che si articola verso diversi aspetti, differenti categorie della
soggettività al cinema: i personaggi, lo spettatore e l’autore. E questa riflessione non riguarda
semplicemente come si muove la soggettività dello spettatore in relazione ai personaggi e alla
fruizione del film, su cui giustamente molta teoria degli anni passati si era basata. Chateau infatti
riflette e indaga altri aspetti della soggettività di tutti i soggetti che fanno parte del cinema, diegetici
c non, attraverso una strutturazione del lavoro alquanto particolare e originale.

Il lavoro è diviso essenzialmente in due parti non propriamente nette ma che dialogano tra di loro.
In primo luogo c’é il problema del punto di vista, che Chatcau descrive in maniera semplice e
diretta in relazione a diversi elementi che intervengono nella dislocazione dell’elemento in
questione e delle dinamiche: di sguardo che intercorrono in relazione allo spettatore e ai personaggi.
Ma il lavoro non si sofferma unicamente sullo sguardo durante la visione del film, ma
immediatamente fa un discorso verso immaginari e orizzonti che scavalcano lo sguardo e la
superficie del film, anche in relazione a strategie visive, e a stili e modelli di messa in scena
moderni c contemporanei.

La prima parte tra l’altro riflette attraverso un bagaglio filosofico ampio che investe in particolar
modo Merleau-Ponty e Sartrc sul problema della realtà (infatti c’é una riflessione critica nei
confronti delle teoric di Rossellini) e del funzionamento ontologico del dispositivo cinematografico.
La seconda parte del libro invece è orientata verso due linee teoriche ben precise:

l. la costruzione dei mondi possibili e immaginari;

2. la costruzione delle emozioni nel cinema;

La costruzione di mondi immaginari è per Chateau definita in relazione al sogno, all’allucinazione e


alla configurazione di orizzonti deliranti, proprio perché la visione dei film produce uno shock che
va oltre la semplice identificazione c che quindi produce altro, determinati movimenti fegati alle
sensazioni.

Il film è considerato in relazione soprattutto a ciò che è in grado di trasformare e a come e capace di
trasformare la soggettività dello spettatore in una sorta di riconfigurazione dello stato di passività
dello stesso. Lo spettatore, ai di là di un’apparente passività rispetto all’orizzonte diegetico, diventa
attivo da un punto di vista mentale e dei registri inconsci, delle sensazioni, soprattutto
dell’immaginario.

Chateau si sofferma anche su aspetti della soggettività alquanto inediti e quasi mai affrontati negli
studi sul cinema. In particolare il problema della soggettività apre la strada nel cinema a
problematiche sempre inerenti alla riproduzione delle emozioni, ma di emozioni e stati d’animo
particolari. In primo luogo la tristezza, che diventa un problema strettamente legato al linguaggio
secondo le posizioni di Wittgenstein; e in secondo luogo una riflessione sul problema della
confessione che in un certo senso spiazza un po’ il lettore.

Il libro risulta interessante non solo per come è strutturato e le riflessioni che attiva, ma soprattutto
perché formula una critica forte ed efficace a certe concezioni positivistiche e fenomenologiche dei
cinema che, nonostante siano superate scientificamente, continuano ancora a creare problemi e
confusioni nella riflessione contemporanea.

Davide Persico