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CAPITOLO V - LE ORIGINI DELL’ITALIANO

1. Dal latino all'italiano

La lingua italiana e i dialetti della penisola derivano dal latino, proprio come le altre lingue romanze. Più
precisamente, queste lingue derivano dal latino volgare, un concetto abbastanza equivoco a causa dei diversi
livelli socio-linguistici a cui si fa riferimento:

SERMO PLEBEIUS

LATINO LETTERARIO SERMO MILITARIS

SERMO RUSTICUS

SERMO PROVINCIALIS

È chiaro che i colti parlavano in maniera diversa da i parlanti non istruiti. Possiamo anche dire che il latino
presenta una variazione diacronica (evoluzione nel tempo) e una sincronica, basata sulla socio-linguistica. Per
quanto concerne la prima, dobbiamo specificare che alcune innovazioni linguistiche che partirono dalla
capitale non raggiunsero poi tutto l’impero romano.
Per via della sua diffusione in un’area geografica così estesa, il latino non aveva un’unità linguistica assoluta
(come accade oggi giorno per l’inglese) e quindi troveremo un diverso grado di penetrazione in Europa:

LATINO GRECO

Iberia, Dacia, Rezia, Egitto, Palestina, Macedonia,

Gallia, Norico, Dalmazia Grecia, Asia minore

L’unica lingua per la quale i romani provassero un forte rispetto era il greco.
La Germania, a differenza della Gallia, non fu latinizzata e il confine fissato fu quello del fiume Reno.
Castellani: l'uso del Germanico rimane vivo nella Germania romana nonostante ci sia stata comunque l’entrata
nel lessico germanico di parole latine, come: MÜNZE < Moneta; STRASSE < Strata
Dal IV secolo nel latino entrano dei germanismi, come: Guerra < *WERRA (che prese il posto della parola
latina BELLUM, utilizzata poi solo in ambiti colti).
Dal VI e VII secolo arriveranno i cosiddetti franchismi.
A livello di lingua scritta, troviamo il latino classico al quale si affianca quello parlato dai ceti colti; al di sotto
troviamo il latino popolare (identificabile già come volgare): il latino dei colti andò avvicinandosi a quello
popolare, dando origine al latino volgare da cui sono nate poi le lingue romanze. Se all’inizio classico e volgare
si influenzano a vicenda, successivamente il classico è talmente cristallizzato che non riesce più ad essere
influenzato dal parlato.
Con l’espansione geografica, è nato il latino delle province, che restò omogeneo per i primi due secoli ma che
successivamente si differenziò con le invasioni barbariche, e da qui nacquero le lingue romanze.
Per ricostruire gli elementi del lat. volgare bisogna comparare le diverse lingue neo-latine, ma capita che ci si
possa trovare di fronte a forme lessicali non attestate, come: Ita puzzo < lat. volg. *PŪTIU(M) < lat. PUTĒRE
Il lat. volgare aveva molte parole classiche presenti nel lessico, come FUMUM, mentre altre furono
innovazioni e non sono appunto attestate (*); in altri casi si ebbe un cambio di significato della parola
originale, come: lat. TESTA(M) = vaso di terra cotta > sostituì lat. CAPUT
Inizialmente, TESTA(M) poteva avere un’accezione ironica, ma poi il termine prese il significato nuovo, anche
se CAPO sopravvive oggi come parola colta.
Altri cambi di significato: lat. FŎCUS= focolare domestico Vs. lat. IGNIS=fuoco
Con il tempo, la parola FŎCUS andò ad assumere il significato pieno di IGNIS. Anche nel francese possiamo
notare: fr. MAISON < lat. MANSIONE(M)=dimora
Questo ci fa capire che l’albero genealogico della derivazione delle parole è spesso contaminato, quindi
bisognerà non solo tener conto dell’origine diretta ma bensì anche delle lingue “sorelle”.
Quindi per contaminazione intendiamo l’influenza dei rami paralleli, che condiziona la trasmissione verticale
dell’albero.
Comunque sia, alcuni autori classici hanno scritto in maniera meno formale a volte, sottraendosi alla norma,
soprattutto in libri dedicati a materie pratiche e anche testi teatrali, come ad esempio: agg. BELLO < pulcher,
formosus, bellus
Pulcher era destinato a sparire, mentre gli altri hanno dato vita allo spagnolo hermoso all’italiano bello. Le
forme affettive e familiari hanno preso molte volte il sopravvento sulla forma più letteraria.
Anche il latino degli autori cristiani è deliberatamente popolare. Ad esempio nella versione Vetus latina della
Bibbia, prima della Vulgata di San Gerolamo.
Si possono anche osservare le scritture occasionali sulle pareti delle case di Pompei risalenti a prima della sua
distruzione (79 d.C.), dove osserveremo:

QUISQVIS / AMA VALIA / PERIA QUI N/OSCI AMA[RE] / BIS[T]ANTI PE/RIA QUIQUU/IS AMARE
VOTA

-caduta di –T finale nei verbi AMA, PERIA, VOTA


-passaggio E atona prevocalica > I come in PERIA < PEREAT

Nelle lettere di Terenziano, osserviamo la caduta di –M dell’accusativo.


Un rilievo particolare tra i documenti in latino volgare, ce l’ha sicuramente l’Appendix Probi, che segue gli
instituta artium del grammatico Probo: è una lista di 227 parole/forme/grafie non corrispondenti alla norma
(databile al V o VI secolo d.C.) affiancate alle forme corrette, ad esempio: speculum non speclum.
Non sempre le forme qui attestate hanno dato origine alla parola romanza, ma si possono comunque attestare
degli sviluppi, come:

SPEC(U)LU(M) > specchio (passaggio CL > kkj);


COLŬMNA > colonna (assimilazione regressiva + evoluzione vocale tonica);
FRIG(I)DA > FRICDA > fredda (caduta vocale postonica nei proparossitoni);

Questi, che potrebbero essere definiti “errori” della norma, rappresentano l’evoluzione verso una nuova lingua.
Nell’errore si possono infatti manifestare tendenze innovative che i grammatici e i colti tendono a frenare.
Quando l’errore si generalizza esso diventa norma. Diciamo quindi che la lingua è controllata dalla censura
collettiva, e solo le innovazioni che riescono a superarla possono essere accolte.

Il sostrato, il superstrato & l’adstrato

Nel latino volgare serpeggiavano tendenze alla differenziazione, e gli studiosi fanno riferimento a fenomeni di
sostrato, cioè al fatto che il latino si impose su lingue preesistenti.
Molti fenomeni linguistici sono stati ricondotti a questo sostrato, cioè all’azione esercitata dalla lingua vinta
sulla lingua vincitrice:

-il sostrato celtico spiega le vocali turbate o arrotondate in settentrione, come ë, ö, ü;


-il sostrato umbro spiega l’assimilazione di ND > nn e MB > mm nel centro-meridione.

Il fatto che in quelle date aree il latino abbia subito un’evoluzione con certi esiti, ha portato a pensare al
riaffiorare del sostrato. Inoltre, al sostrato etrusco è stata ricondotta la Gorgia toscana, cioè la spirantizzazione
delle occlusive sorde intervocaliche, come in casa > /’xasa/ e non /’kasa/.
Anche il superstrato ha avuto un ruolo fondamentale: rappresenta l’influenza esercitata da lingue che si
sovrapposero al latino (vedi il tempo delle invasioni barbariche); possiamo includere anche il fenomeno del
adstrato, ossia l’azione esercitata da una lingua confinante.
Oggigiorno, si tende a tare poca importanza al superstrato, perché l’apporto delle lingue germaniche all’italiano
non è poi così rilevante, anche se possiamo distinguere alcuni germanismi di tipo gotico, longobardo e franco.

Le invasioni barbariche

Gli ostrogoti entrarono in Italia nel 489, guidati da Teodorico, con l’avvallo dell’imperatore di Bisanzio,
intenzionato ad eliminare Odoacre che aveva deposto Romolo Augusto. Il regno gotico terminò con la guerra
intrapresa dagli eserciti di Giustiniano: non durò a lungo, e la loro lingua ci è nota grazie alla traduzione della
bibbia da parte del vescovo Ulfila; alcuni termini gotici entrati nell’italiano sono bega, bronza, melma.
I longobardi entrarono in Italia nel 586, in maniera più violenta, e il loro dominio durò più a lungo, fino
all’arrivo dei Franchi; lasciano traccia nella denominazione della Lombardia, denominazione bizantina in
contrapposizione con la Romània, oggi detta Romagna. Il longobardo era già caratterizzato dalla seconda
mutazione consonantica, che caratterizza il tedesco meridionale; questo permette la distinzione tra un prestito
longobardo e uno franco o gotico: longobardi sono alcuni toponimi in –ingo e –engo, oltre al toponimo Gualdo,
ma anche termini giuridici come faida o gastaldo, in origine “amministratore dei beni reali” e poi
“amministratore della tenuta”, o verbi come ghermire, arraffare, russare.
L’insediamento dei franchi fu diverso dai precedenti, perché portò nella penisola solo un certo numero di nobili
con i relativi fedeli, che si insediarono nel potere civile e militare.
La difficoltà maggiore nello stabilire che una parola sia di origine franca è appurare che non sia un prestito
dall’antico francese (avvenuti successivamente); i franchismi sono parole come bosco, guanto, dardo. I nobili
franchi che arrivarono in Italia dovevano però essere bilingui, come le truppe di Carlo il Calvo che parlavano
francese antico. Inoltre, l’influenza d’oltralpe fu imponente nei secoli XI e XII, con le letterature provenzale e
francese. Nel periodo carolingio entrarono termini di organizzazione politica e sociale: conte, marca,
cameriere.

2.Grammatica storica: alcune nozioni

Le modificazioni subite dal latino hanno una certa regolarità, perciò possiamo determinare delle regole di
sviluppo, che si possono organizzare sistematicamente per fornire una descrizione metodica delle lingue
romanze: è il campo della “grammatica storica”. Essa si focalizza sullo sviluppo diacronico della lingua, ed ha
un contenuto tecnico elevato per cui servono competenze diverse da quelle dello storico della cultura o della
letteratura.
Nonostante le leggi fonetiche della grammatica storica abbiano una grande validità, non sono comunque prive
di eccezioni e anomalie, quindi andrebbero meglio intese come tendenze dominanti.

2. Alcuni fenomeni

Dittongamento

In italiano possiamo notare questa regola fonetica: è < Ĕ e ò < Ŏ dittongano se toniche e in posizione di sillaba
libera (non seguita da consonante), come in: PĔDE(M) > piede /’pjede/; BŎNUM > buono /’bwono/. Tuttavia,
nonostante questa regola fonetica, in alcuni casi ci troveremo di fronte ad alcune eccezioni, a causa per esempio
di anomalie nella lingua poetica, nella quale si affermarono forme come bono su buono per influenza siciliana.
Inoltre, nel fiorentino si ebbe la scomparsa del dittongo preceduto da nesso [CONS+R], come in BRĔVE >
brieve > breve; o ancora, a inizio ‘800 venne eliminato il dittongo /wo/ dopo palatale, come in gioco < giuoco.
Addirittura, il fiorentino popolare eliminò il dittongo /wo/ in tutte le posizioni, come omo > uomo.

Monottongazione

I dittonghi latini AE ed OE si evolsero in:


-AE > Ĕ
-OE > Ē

Mentre il dittongo AU (che evolve ad <ò>) resistette più a lungo, anche se i primi casi di monottongazione di
attestano già in epoca classica come in CAUDA(M) > coda.
Metafonesi o Metafonia

E’ un fenomeno che non interessa il toscano, ma riguarda altre zone d’Italia, ed è una modificazione del timbro
di una vocale per influenza di una vocale che segue. Si ha quando le vocali finali estreme influenzano la tonica
precedente, dando due esiti:

-aumentandone la chiusura se è già chiusa;


-facendola dittongare se è aperta.

Nell’Italia settentrionale il fenomeno si limita ad: è > i & ó > u con -i finale (in certi casi interessa anche la
<a>, che per effetto di i- finale dà esito palatale, come singolare /kamp/ > plurale /kεmp/).

Nell’Italia meridionale accade sia con –i finale che con –o finale, –u finale, con questi esiti:

 ó>u
 è > ie

Può succedere che la vocale che ha dato luogo al fenomeno di metafonia, abbia successivamente subito
un’ulteriore evoluzione come in russə, dove la -u che ha dato luogo alla metafonia si è evoluta in schwa.
Dal momento che non esiste in toscano, è un importante elemento distintivo.

Anafonesi

Tipico del fiorentino, assente nelle altre parlate italiane, perciò è un ulteriore elemento distintivo. Prevede:
-é TONICA > i con NASALE PALATALE [gn] proveniente da lat. -NJ-
con LATERALE PALATALE [gl] proveniente da lat. -LJ-
con NASALE VELARE [ng]

- ó TONICA > u con NASALE VELARE [ng]

Come in: GRAMĬNEA(M) > gramigna, FAMĬLIA(M) > famiglia, dove in altre zone troveremo ad esempio
fameglia, gramegna, fongo.

Vocalismo atono

Il vocalismo atono è un sistema che non distingue tra chiuse e aperte, poiché fuori d’accento tutte le vocali
sono chiuse.

Ī ĬĒĔ ĀĂ ŎŌŬ Ū LAT

| \|/ \/ \|/ |

i e a o u ITA

Curiosamente, il vocalismo atono siciliano si riduce ai soli tre membri del quadrilatero vocalico (i, a, u).
In alcune zone meridionali, le vocali atone finali si indeboliscono a tal punto da evolversi in schwa; nelle
parlate settentrionali le vocali atone finali tendono a cadere (eccetto per la <a> che resiste di più) mentre il
toscano conserva la tendenza a far terminare le parole per vocale.
Già in latino, molte vocali atone mediane erano cadute come in DŎM(I)NA(M) > donna:, fenomeno detto
sincope della vocale post tonica in penultima sillaba.
Un altro caso è quello della sincope di vocale intertonica, cioè tra accento primario e secondario, come in
BONITĀTE(M) /,boni’tatem/ > bontate > bontà.
Passaggio e pretonica a i

In toscano e pretonica tende a chiudersi in i, come in NĔPŌTE(M) > nepote > nipote. In diversi casi il
fenomeno non si riscontra, per esempio in termini di origine straniera o in parole in cui e è stata ripristinata sul
modello latino: eguale, delicato vs iguale, dilicato.

Labializzazione della vocale pretonica

Una vocale pretonica palatale (e, i) vicino a suono labiale (p, b, m, f, v) o labiovelare (kw, gw) può diventare
vocale labiale (u, o) AEQUĀLE(M) > eguale > uguale, DEBĒRE(M) > devere > dovere.

Consonanti finali e doppie

Le consonanti finali -T, -S, -M si indeboliscono e poi cadono, come l'accusativo.


Le geminate latine si conservano in italiano e nei dialetti meridionali, ma non in quelli settentrionali. I nessi
latini -CT- e -PT- hanno quasi sempre dato luogo a geminate in Italiano: LACTE(M) > latte, SEMPTE(M) >
sette.
Un caso particolare di raddoppiamento è quello che si produce in fonosintassi, cioè nel contatto tra due parole.
La grafia italiana moderna registra il fenomeno solo quando si è prodotta univerbazione: soprattutto, sebbene.

Sonorizzazione occlusive sorde intervocaliche

Nell'Italia settentrionale /p, t, k/ > /b, d, g/, subendo una lenizione (indebolimento e sonorizzazione), a volte
con conseguente caduta della consonante. In toscano, la lenizione avviene di rado: PATELLA(M) > padella,
LOCU(M) > luogo. Alcuni esiti settentrionali sono URTICA(M) > piem. ürtía milan. ven. urtiga. Di solito,
nel passaggio /p/ > /b/, la bilabiale sonora diventa fricativa /v/, come in cavei.

Palatalizzazione di /k/ e /g/ davanti a vocali palatali ( e, i)

CĒRA /kera/ > cera /t∫era/. Da notare che l’antica pronuncia latina /k/ e /g/ si è conservata nel Logudorese,
come per /kentu/ per cento.
Nel settentrione, l’evoluzione di /k/ e /g/ passò per le affricate dentali sorde e sonore per poi finere alle sibilanti,
come in CĔNTU(M) > /tsent/ > /sent/.

Esiti di consonante + J

Una consonante latina (tranne R e S) seguita da [j] si rafforza in Italiano, come FACIO > faccio.
Il nesso latino -TJ- > /ts/, come VĬTIUM /vi:tjum/ > vezzo
-DJ- > /dz/, come in RADIUM > razzo o in /d3/ come in RADIUM > raggio
-LJ- > /gl/, come in FILIUM /filjum/ > figlio
-NJ- > /gn/, come in IUNIUM > giugno

Esiti di consonante + L

I nessi latini di consonante + l passano in italiano a consonante + i: FLORE(M) > fiore, PLANU(M) > piano.
In Italia meridionale, il nesso latino -PL- > kj, come in PLUS > chiù.
In posizione intervocalica, CONS + L diventa una geminata, come in NEB(U)LA(M) > nebbia.
Il nesso latino -TL- passa a -CL- e successivamente a kj: VET(U)LU(M) > VECLUM > vecchio.

La labiovelare

Il nesso /kw/ resta tale solo davanti a <a>, negli altri casi si riduce a /k/ come in QUID > che
Prostesi

Aggiunta di vocale iniziale per facilitare la pronuncia: Per iscritto


Il processo inverso, in cui cade una vocale, si chiama aferesi: EVANGELIU(M) > Vangelo

Epitesi

Aggiunta di suono a fine parola, per facilitarne la pronuncia: fue per fu, piùe per più, none per no

Epentesi

Aggiunta di suono all’interno di parola: HIBERNU(M) > inverno

Assimilazione

Un suono diventa simile ad un altro che gli sta vicino, può essere:

-regressiva: il secondo suono influisce sul primo: OCTO > otto


-progressiva: il primo suono influisce sul secondo: quando > quanno (italiano merdionale)

Da notare: la metafonia è un fenomeno di assimilazione regressiva a distanza.

Dissimilazione

Fenomeno opposto all'assimilazione; due suoni simili nella parola si differenziano: ARBOREM > albero con
dissimilazione della prima r a causa della seconda.

Morfologia storica: articoli e preposizioni

Nel passaggio da latino alle lingue romanze si persero le consonanti finali e l'opposizione tra vocali lunghe e
brevi. Ciò portò ad un collasso delle declinazioni e iniziò un processo di semplificazione morfologica. La
scomparsa dei casi fu surrogata dall’introduzione di forme “analitiche”, come in: FILIA MATRIS > la figlia
della madre [Passaggio intermedio ILLA FILIA DE ILA MATRE]
Si nota come il latino sia una lingua “sintetica”, mentre nel passaggio al latino volgare si introducono elementi
morfologici analitici, ossia articoli e preposizioni.
Gli articoli determinativi italiani (il, lo, la…) derivano dai dimostrativi latini (ILLUM, ILLAM), che hanno
perso pian piano il valore dimostrativo.
Dal numerale latino UNU(M) deriva l’indeterminativo un, uno.
Inoltre, le preposizioni presero la funzione di specificazione, che nel latino è affidata ai casi. Alcune
preposizioni latine si conservarono, come AD, DE, CUM, CONTRA, SUPRA, altre si persero come PROPTER,
ERGA, APUD. Altre ancora si formarono con la fusione di elementi latini, come avanti < AB ANTE.

Morfologia storica: il nome

Il latino aveva tre generi: maschile, femminile, neutro, ma quest’ultimo è sparito nelle lingue romanze. Di
conseguenza, i nomi latini neutri si sono trasformati per la maggior parte in maschili, mentre molti neutri
plurali in –A sono diventati femminili singolari attraverso una fase in cui avevano valore collettivo: FOLIA
(neutro) > foglia (femminile)

Morfologia storica: il verbo

Il futuro dell’italiano deriva da infinito del verbo + Presente di HABERE. Invece di CANTABO, in latino si
affermò il tipo analitico CANTARE + HABEO > cantarò > canterò.
Sul modello del futuro è nato anche il condizionale, non esistente in latino, formato da infinito + perfetto di
HABERE (cantare + ei, esti, ebbe).
Anche il passivo fu sostituito da una forma analitica (AMATUS SUM al posto di AMOR); analitico è anche
il passato prossimo ho cantato < HABEO CANTATUS.

Sintassi storica

L’ordine delle parole nella frase latina prevedeva il verbo alla fine della frase, quindi un ordine (S)OV; il latino
volgare preferì l’ordine diretto SVO. Inoltre, la frase subordinata latina si formava con il costrutto
ACC+INFINITO, mentre in latino volgare si passò all’utilizzo della congiunzione subordinante
QUOD+INDICATIVO: Dico amicum sincerum esse vs Dico quod illu(m) amicu(m) est sinceru(m).
Se l’italiano ha una propensione per la paratassi (coordinazione), il latino prediligeva l’ipotassi (frasi
subordinate).

3. Il problema dei primi documenti

Il passaggio da latino a lingue neolatine durò secoli e si svolse sul piano dell’oralità, visto che il latino mantenne
il ruolo di lingua della cultura e della scrittura. Nel corso dei secoli, cambiò sia per l’ignoranza degli scriventi
sia per nuove abitudini.
Intendiamo per latino medievale un’entità a sé stante, diversa sia da quello classico che da quello volgare. Per
un lungo periodo quindi, la lingua volgare venne utilizzata oralmente ma non su carta perciò per lungo tempo
mancano delle attestazioni scritte.
Alla fine, il latino medievale lascia trapelare i primi volgarismi, e ci si rende conto che chi scriveva in latino
in realtà ragionava in tutt’altra lingua.
Il lessico contiene parole nuove, le desinenze iniziano a venire abolite, il numerale unus si usa ormai come
indeterminativo: tutto ciò rappresenta la realizzazione di registri intermedi tra latino e volgare. Perché si
affermassero queste parlate, era necessario che venissero messe per iscritto in modo sistematico, anche se non
era facile trascrivere una lingua che era stata solo orale (infatti la resa grafica di certi suoni può creare
problemi).
Per i volgari italiani, solo nel XIII sec. alcune scuole di scrittori scelsero la nuova lingua in maniera motivata
o sistematica, tenendo presente il modello di altre letterature volgari nate e sviluppatesi oltralpe. Atti notarili,
graffiti, carte di uso pratico in volgare risalgono a prima di questo periodo.
La caratteristica dei documenti antichi del volgare è la casualità nella realizzazione e nel ritrovamento, ma da
essi capiamo l’antichità di certi fenomeni linguistici che sono vivi ancor oggi.
Sabatini, nel suo studio sul graffito della catacomba di Commodilla, si riferisce alla categoria della rusticità
linguistica come elemento per l’affermazione del volgare, e bisogna altresì tener conto della disposizione
psicologica: in certi casi la disposizione è facile da individuare, come ne i giuramenti di Strasburgo (primo
documento in lingua francese) dove l’intenzionalità è ufficiale, legata alla funzione pubblica.
Curiosamente, anche l’atto di nascita della lingua italiana (il Placito Capuano) è un giuramento, ma esso non
si lega ad un evento storico ed è più tardo di un secolo: esso infatti nasce da una controversia locale. Ciò
dimostra che, nonostante la casualità, il volgare si inizia ad utilizzare in ambiti dove è necessaria una formula.

L’Indovinello Veronese

Uno dei problemi che si devono affrontare nello studio dei documenti antichi è quello dell'intenzionalità. Non
è sempre facile fissare una separazione tra latino e volgare, soprattutto quando il primo è modellato sul
secondo, come per l’Indovinello veronese (codice scritto in Spagna, inizio VIII secolo).

Se pareba boves alba pratalia araba & albo versorio teneba & negro semen seminaba.

(buoi) ( campi bianchi) ( aveva un versoio bianco) (seminava seme nero)

Ci si interrogava sul significato dell’indovinello, che aveva una forte somiglianza con il Ritmo di Verona, il
quale non alludeva all’aratura bensì all’atto della scrittura; ma non era comunque facile trovare una comune
interpretazione letterale poiché non si capiva il significato di tutte le parole.
Probabilmente, il soggetto del verbo è lo scrittore, che si paragonerebbe all’aratore che spinge avanti i buoi su
campi bianchi (il foglio), reggendo l’aratro bianco (la penna) seminando il seme (l’inchiostro).
Questa postilla è stata giudicata come italiano volgare, semi volgare o addirittura latino seppur scorretto. La
questione resta irrisolta.

4. I glossari

Nel 1963 è stato pubblicato il Glossario di Monza (primi decenni X secolo), un glossario bilingue romanzo-
romaico (greco-bizantino) che consiste in un elenco di circa sessanta lemmi. Il romanzo non è latino, bensì si
avvicina al dialetto dell’Italia settentrionale.
Non vengono affiancati all'originale parole in volgare, né vengono affiancati alle forme volgari parole latine.
Non possiamo definire il Glossario come uno dei primi documenti in volgare italiano, ma piuttosto sta a metà
strada tra latino e nuova lingua orale. È costituito da glosse bilingui, dove la parola nota è affiancata a quella
meno nota, come in: gula:garufas; mercor:tetras.
Nello stesso Editto di Rotari (prima stesura delle leggi longobarde VII sec) c’è la spiegazione di parole
attraverso sinonimi più popolari. In Francia settentrionale, troviamo il Glossario di Reichenau, scritto non in
francese ma bensì in un latino meno dotto, che spiega con perifrasi delle espressioni della Vulgata, come per
galea (lat.) = helmus (forma latina del termine germanico).
In area piemontese abbiamo un documento più tardo (XIII secolo) che ci conferma l’abitudine di raccogliere
le glosse, come in Parapsis vulgariter dicitur scutella.
Da una parte il termine colto, Parapsis (piatto), e dall’altra “in volgare si dice” scutella (scudela), termine di
uso popolare.

5. Graffito di Commodilla a Roma

Le più antiche testimonianze di scritture volgari sono per lo più documenti d’archivio, mentre l’iscrizione nella
catacomba romana di Commodilla è un anonimo graffito tracciato su muro, un’antica testimonianza che rivela
il suo carattere di “oralità”.
Il graffito non è datato, essendo messaggio occasionale. L'iscrizione si trova nella cappella sotterranea della
catacomba di Commodilla, scoperta nel 1720, ed è incisa nello stucco della cornice di un affresco risalente al
VI-VII secolo. Se questo è il termine post quem, il termine ante quem è la metà del IX secolo, quando la
cappella fu abbandonata.

NON / DICE / RE IL / LE SE / CRITA / A BBOCE

Il graffito potrebbe leggersi come NON DICERE ILLE SECRITA A BBOCE, ossia “non dire quei segreti a voce
alta”, cioè non dire le orazioni segrete della messa ad alta voce. Forse un prete voleva invitare i colleghi a
recitare il Canone a bassa voce (uso documentato a partire dal VIII secolo, ciò restringe la fascia cronologica).
Si può osservare la coesistenza di caratteri romani e onciali, quest’ultimi utilizzati per tutto l’alto medioevo
fino alla “rinascenza carolingia”.
Dal punto di vista linguistico, curiosa è l’aggiunta successiva della seconda B in A BBOCE, grafia che rende
la pronuncia con betacismo (v > b) e successivo raddoppiamento fonosintattico. Questa seconda B si è aggiunta
successivamente perché nella scrittura un fenomeno fonosintattico può facilmente sfuggire, perciò una volta
riletta l’iscrizione ci si è resi conto che la scrittura non rispecchiava il dettato orale, quindi si è andati ad inserire
la seconda B (vero e proprio volgarismo).
Inoltre, SECRITA si legge /se’kreta/, in quanto I rappresenta graficamente Ē, mentre ILLE ha perso ormai la
funzione di dimostrativo ed è utilizzato come determinante.

6. Iscrizione nella basilica romana di S. Clemente

Benché più tarda di quella di Commodilla, questa iscrizione è somigliante per essere anch’essa romana e per
la natura murale. Ma mentre la prima è puramente casuale, la seconda è frutto di un progetto grafico complesso:
un affresco con parole in latino e volgare scritte accanto ai personaggi.
Sisinnio (patrizio romano) ordina ai servi di catturare Clemente; i servi si illudono di aver legato l’uomo ma si
rendono conto che stanno trascinando una colonna. Le parole hanno spesso un andamento verticale, per
riempire gli spazi vuoti, hanno funzione didascalica e sono sia in latino (parti più 'elevate' per esprimere giudizi
morali o l'intenzione di chi ha fatto dipingere l'affresco) che in volgare.
Problema della datazione: il muro di sostegno risale al 1084, e la nuova basilica di San Clemente è stata
realizzata nel 1128 quindi l’affresco è collocabile tra le due date ma sembra che in realtà sia stato dipinto subito
successivamente alla costruzione del muro.

A. FALITE DERETO / CO LO PALO / CARVON / CELLE

B. D/ U/ R/ I/ TIAM COR/ DIS/ V (EST)/ RIS = per la durezza dei vostri cuori

C. S /A/ X/ A/ TRAERE/ MERUI/ S/TIS = avete meritato di trascinare pietre

D.ALBERTEL/ TRAI(TE)

E.GOS/ MARI

F. SISIN/ IUM

G. FILI/ DELE/ P/ U/ T/ E/ TRA/ I/ TE

Chi sta parlando a chi? Due opzioni:

(a) si ritiene che tutte le battute volgari vengano pronunciate da Sisinnio, e i nomi dei servi non servano per
identificare chi è dipinto bensì facciano parte della battuta. Lettura da G ad A;
(b) Sisinnio pronuncia solo la battuta G (oppure G, E & D) e che il resto è detto dai servi.

Il problema dell’interpretazione nasce dal fatto che il rapporto figura/parola non è stabilito chiaramente.
Comunque lo si ricostruisca, resta evidente il contrasto tra latino nobile e volgare plebeo.
Da notare, in Carvoncelle passaggio rb > rv attestato nel romanesco antico; fili va letto / fiʎi/, tale era la
pronuncia del gruppo -LI- già nel latino volgare del III secolo.

7. Placito Capuano (960): l’atto di nascita dell’italiano

Il Placito Capuano è considerato l’atto di nascita della nostra lingua poiché documento ufficiale in quanto
verbale di processo (960). Si tratta di un atto notarile su pergamena relativo ad una causa tra l’abate del
monastero di Montecassino e Rodelgrimo d’Aquino; quest’ultimo rivendicava delle terre, mentre dal canto
suo, l’abate rivendicava il diritto di usucapione.
È chiaro che il dibattito con il giudice e l’intervento dei testimoni sarà avvenuto in volgare, ma si scelse si
redigere il verbale in latino poiché era quella la lingua per i documenti scritti. Infatti, la pratica di traduzione
in latino degli atti processuali durò molto a lungo (fino al ‘500 -‘600).
La particolarità del Placito è che nella verbalizzazione in latino si trovano per ben 4 volte delle forme volgari
autonome, non in un latino che assume andamento volgare: […] et testificando dixit: “Sao ko kelle terre, per
kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte sancti Benedicti”.
La parte in volgare non è proprio un frammento naturale ma piuttosto una formula fissa, e non è stata tradotta
in latino per far comprendere la vicenda ad un pubblico più vasto.
Troviamo sicuramente latinismi in questa formula, come il nesso -CT- /pronunciato t/; interessante è l’analisi
di Sao < lat. Sapio: si ipotizza che sia un elemento in comune con il nord e con il sud Italia.
Oltre al Placito Capuano, si trovano altri cosiddetti Placiti Campani, cioè la Sessa Aurunca e due carte di
Teano, con formule molto simili, dove osserviamo il raddoppiamento fono-sintattico di Sao cco,e i pronomi
bobe < VOBIS, tebe < TIBI.

8. Filone notarile-giudiziario

Gran numero degli antichi documenti italiani è dovuto alla penna dei notai, che infatti transcodificavano dalla
lingua quotidiana al latino giuridico, lasciando però spazio al volgare. Queste infiltrazioni non possono essere
considerate come veri primi documenti volgari. Ci deve infatti essere una verificabile “intenzionalità nell’uso”:
-Postilla amiatina (1087): forma di testo aggiunta in rogito (abitudine dell’epoca di riempire gli spazi vuoti), e
in questa specifica postilla due coniugi lasciano i loro beni all’abbazia di S. Salvatore di Montamiata. La
postilla significherebbe “questa carta è di Capocotto, essa lo aiuti da quel ribaldo che tal consiglio gli mise
in corpo”, riferendosi a fatti precedenti e sconosciuti. Si noti che la postilla ha un andamento ritmico.
-Carta Osimana (1151): il volgare affiora in un vero e proprio testo latino, dove Grimaldo vescovo di Osimo
dona all’abate di Chiaravalle di Fiastra la chiesa di S. Maria in selva a Macerata. L’affiorare del volgare sembra
avvenire senza motivazione (forse un code-switching) nel bel mezzo di una frase latina. Qui si trova la più
antica attestazione di mo’ con significato di ora, adesso. L’area marchigiana è molto presente sulla scena del
nascente italiano.
-Carta Fabrianense (1186): nobile si accorda con il monastero di San Vittore delle Chiuse per la spartizione di
frutti di un loro consorzio. Il documento alterna latino e volgare.
-Carta Picena (1193): rogito per vendita di terre con parte in volgare che lascia intendere che la terra ceduta è
un pegno per restituire un prestito.
-Le “Testimonianze di Travale” (1158): due pergamene dove il giudice Balduino ha raccolto le testimonianze
di sei “boni homines” di Travale (prov. Grosseto) riguardo l’appartenenza di certi casali: il volgare affiora
nelle testimonianze dei sei uomini. Latino e volgare si alternano senza ragione apparente.
-La “Dichiarazione di Paxia” (1178-82): unico documento del settentrione (zona ligure) dove la vedova Paxia
/paʝa/ dichiara la consistenza di beni del marito defunto e debiti che le restano da pagare; il testo inizia in latino
ma sfocia nel volgare.
-Documenti sardi: la Sardegna ha una sua specificità linguistica, e da qui provengono documenti risalenti ai
sec. XI e XII la cui grande quantità è da attribuire, secondo Tagliavini, alla cultura arretrata dell'isola, dove il
latino era scarsamente conosciuto, il che avrebbe reso inevitabile la redazione in volgare. Il più antico
documento (1070-80) è la carta del giudice Torchitoro, privilegio emesso da giudice di Torres a favore dei
mercanti di Pisa. Si noti che il volgare segue un incipit latino, e i latinismi non mancano soprattutto quelli
grafici (come in homines). Alcuni tratti non sono latinismi ma tratti tipici del logudorese (come la
conservazione delle consonanti finali –t e –s). In quest’area i documenti possono essere fogli sciolti o
“condaghi”, inizialmente erano atti di donazione per chiese e monasteri, poi divennero registri per questi atti.

9.Filone religioso

Altri documenti che sono stati scoperti:

-la “Formula di confessione Umbra” (1037-1080): proveniente dal monastero di S. Eutizio (Norcia – zona
marchigiana). Si tratta di una vera e propia formula di confessione che poteva essere recitata o letta. Norcia è
zona metafonetica quindi avremo: NŌS>noi>nui, PREHENSUM > PRESUM > prisu;
-Sermoni subalpini: (tra XII e XIII sec) raccolta di prediche in volgare piemontese per un totale di 22 testi, con
alternanza latino-volgare tra incipit e corpus; quest’ultimo è caratterizzato da esiti presenti anche nel
piemontese moderno (come à>e negli infiniti della prima coniugazione e –s in finale di parola per plurale).

10. Documenti Pisani

-Carta Pisana: (metà XI e metà XII sec) scoperta in America, è un elenco di spese navali; la localizzazione
pisana è data da considerazioni linguistiche quali: dittongamento Ĕ tonica > ie in sillaba libera, come in matieia
(mod. madiere, pezzo di legno conficcato nella carena della nave); nesso latino –RJ->i come in mannaia. Oltre
a queste caratteristiche toscane, ne abbiamo anche di pisane come: conservazione au davanti a l, come in taule
per tavole.
-Iscrizione su sarcofago del Camposanto, dove si inquadra la tematica del morto che parla al vivo.

11. Primi documenti letterari

Lo sviluppo della letteratura italiana si ebbe solo dal XIII secolo, con la Scuola siciliana della corte di Federico
II, anche se il carattere ritmico già si riscontrò dall’Indovinello veronese, così come la Postilla Amiatina.
L’iscrizione del duomo di Ferrara (rivelatasi però molto più tarda di quanto era stato dichiarato) fu considerata
nel 700 un campione di poesia antica, poiché retrodatava la produzione in versi al secolo XII (permettendo
all’Italia di competere con le letterature francese e occitana). Anche se questa iscrizione fosse stata così antica,
comunque l’italiano non avrebbe mai potuto vantare opere come la francese Sequenza di Sant’Eulalia (sec IX)
o la Chanson de Roland del sec XI.
Componimenti poetici italiani si trovano dal XII sec, con la forma del “ritmo” (componimento in versi delle
origini), e il nome allude alla versificazione rhythmica medievale. Versi in volgare in:

- ritmo bellunese: esalta le vittori delle milizie di Belluno e Feltre su quelle di Treviso nel 1193;
- versi volgari di autori non italiani ma che risiedevano in Italia, come il trovatore provenzale Rambaldo di
Vaqueiras nel Contrasto tra giullare che parla provenzale e donna genovese;

Nell'Italia Settentrionale in questo periodo si ascolta poesia provenzale. Per trovare versi italiani dobbiamo
aspettare la soglia del XIII secolo, data del Ritmo laurenziano. Alla fine del XII secolo si collocano il Ritmo
cassinese e il Ritmo su Sant’Alessio.
Altri due componimenti hanno arricchito il panorama della letteratura italiana delle Origini (fine XII sec):

a) canzone di decasillabi (“Quando eu stava in le tu’ catene”) =quando io stavo nelle tue catene
b) canzone di 5 endecasillabi (“Fra tuti qui ke fece lu Creature”) =fra tutti quelli che fece il creatore

Queste sono le più antiche testimonianze di poesia lirica d’amore in volgare italiano conservate sul verso di
una pergamena il cui recto contiene un contratto di vendita in latino (1127). La loro scoperta fa presumere che
ci sia stata una tradizione poetica italiana anche prima della Scuola Siciliana.

CAPITOLO VI – IL DUECENTO

1. Dai provenzali ai poeti siciliani

C’è differenza tra uso del volgare in maniera occasionale in documenti notarili/giudiziari, e l’uso del volgare
come lingua letteraria; la scelta del volgare (anche se riservata alle poesie) implicava una maggior
considerazione della nuova lingua, con una promozione che fu iniziata dalla prima scuola poetica siciliana
(inizio sec XIII) nella Magna curia di Federico II di Svevia (Italia meridionale). Altre 2 letterature si erano già
affermate:

a) francese in lingua d’oil


b) provenzale in lingua d’oc

La lingua d’oc era per eccellenza la lingua poetica, incentrata sull'amore, mentre quella d’oil si sviluppò nelle
corti di Provenza, Aquitania, Delfinato. Troviamo anche poeti italiani che scrivono in provenzale, come i poeti
siciliani che imitarono la poesia provenzale con l’innovazione di sostituire la lingua foresta con il volgare di
Sicilia e questa fu un’innovazione decisiva per la nostra tradizione poetica.
Ma perché si scelse il siciliano insulare e non una lingua del meridione continentale? Probabilmente perché è
siciliano l’iniziatore della lirica sveva, Giacomo da Lentini: la scelta del siciliano fu scelta formale, infatti
questo volgare siciliano è formalizzato e raffinato.
Molte forme provenzali entrano nel volgare siciliano, come forme in: -agio (Coragio=cuore) -anza
(allegranza).
Le forme francesizzate non sono d’obbligo e possono alternarsi a quelle italiane (vedi chiaro-clero/acqua-
aigua). La presenza di provenzalismi si spiega con l’influenza da parte della letteratura in lingua d’oc sulla
corte di Federico. All'inizio dell'800 ci furono resistenze nell’accogliere il primato cronologico della poesia
provenzale. Perticari immaginava che i poeti siciliani avessero scritto nella lingua illustre comune, una lingua
sovraregionale derivata dalla lingua romana intermedia. I provenzalismi si spiegavano non come prestiti diretti
ma come eredità della antica lingua intermedia.
Il corpus della poesia delle nostre origini (compresa quella dei siciliani) è trasmesso da codici medievali scritti
da copisti toscani, ma nel medioevo chi copiava poteva intervenire liberamente, e i toscani infatti intervennero
sulla poesia siciliana eliminando i tratti regionali che non suonavano bene a loro. Durante gli anni, non tenendo
in considerazione di questa forma di correzione, si diede la forma toscanizzata per buona, e con la distruzione
dei manoscritti siciliani da parte degli Angioini, lo stesso Dante ritenne che i siciliani si fossero liberati dai
loro tratti locali. Ma attorno alla metà dell’800 il filologo Galvani osservò che era possibile intervenire su un
testo andandone a modificare i tratti regionali, perciò lo stesso poteva essere accaduto per la poesia siciliana
attraverso le mani dei toscani.
Galvani seguì l’indizio del cinquecentista Barbieri, che aveva posseduto il codice “Libro Siciliano” con alcuni
testi poetici siciliani, che avevano una forma ben diversa da quella nota. Comunque sia, ci volle molto tempo
per accettare la tesi della sicilianità della poesia della corte di Federico II.
Alcuni esempi di sicilianità nel “Pir meu cori alligrari” di Stefano Protonotaro sono:

 le vocali finali /u/ e /i/ (rispetto alle –o ed –e toscane: alegru, penu)


 la /u/ al posto della /o/ in “inamuranza”
 la /i/ in posizione tonica al posto della /e/ toscana, in “placiri”

Comunque sia, ci sono dei tratti che andrebbero ristabiliti poiché non sono tratti siciliani, come “amo” per
“amu”.
Sicuramente il processo di toscanizzazione è evidente se si osserva come le rime siano diventate imperfette
nelle versioni toscane: ORIG. conduci : cruci TOSC. conduce: croce. Queste rime imperfette sono la “spia”
dell’operazione di toscanizzazione. Con la poesia siciliana si stabilizzò quindi la rima sticiliana (usata anche
da Manzoni nell’800) e divennero normali i condizionali meridionali in –ìa, contro il toscano –ei (crederìa-
crederei).

2. Documenti centro-settentrionali

La linea maestra della lirica italiana: dal Sud al Centro Nord

Con la morte di Federico II e la fine della casa Sveva, venne meno la poesia siciliana, e la sua eredità passò in
Toscana e a Bologna con i poeti siculo-toscani e gli stilnovisti. Questa è la linea maestra della poesia italiana,
dal meridione al centro-settentrione.

Poesia religiosa

Cantico di Frate sole di San Francesco o Laudes Creaturarum (1223-24) è scritto in volgare con elementi
umbri. Per molti secoli non fu preso in considerazione come documento letterario. La tradizione delle Laudi
religiose (cantici) andò fino al 300-400, quando i testi laudistici erano utilizzati come canti. La poesia laudistica
ebbe una funzione linguistica importante, diventando uno dei canali di diffusione dei moduli centrali in area
settentrionale; la maggior parte di queste erano anonime. Nonostante le manomissioni linguistiche si può
affermare che la base linguistica delle laudi resta centrale.

Poesia didattica e moraleggiante nel nord Italia

Nell'Italia settentrionale fiorì nel 200 una letteratura moraleggiante, con Patecchio, Uguccione da Lodi,
Giacomino da Verona ecc (l’area prevalente è quella lombarda) e la lingua prevalente è quella settentrionale
(non si imitavano ancora i modelli toscani). Questo volgare duecentesco emerse ma non riuscì comunque a
tener testa al successo della letteratura toscana.

3. I siculo-toscani e gli stilnovisti

Esiste una situazione geografica differenziata, dove non contano solo le distinzioni nord-centro-sud: la prima
grande espansione dell’uso del volgare in Toscana avvenne tra Pisa e Lucca, dove si sviluppò la poesia siculo-
toscana, con centri a Pisa, Lucca e Arezzo. Firenze si affermò solo dalla seconda metà del 200 (Dante nasce
nel 1265), e qui c’erano molti rimatori che avevano uno stile simile a quello dei poeti siciliani e si ritrovano in
essi molti sicilianismi e gallicismi come /i/ finali al posto di /e/ in sost. sing. come calori (per calore) o in verbi
alla 3° pers sing, come in ardi (arde).
Alcuni di questi tratti siciliani passeranno anche agli stilnovisti, e poi a Dante, Petrarca e all’intera tradizione
lirica italiana. Si può affermare che in Toscana si stava immettendo nella lingua locale tutta la tradizione lirica
disponibile attingendo alla Sicilia ed oltralpe.
Dante attribuì a Guinizzelli la svolta stilistica che avrebbe portato alla nuova poesia d’amore, ma si deve
prendere atto di una certa continuità tra tradizione una poetica anteriore e quella stilnovista (quindi gallicismi,
come riviera per fiume, provenzalismi, come enveggia per invidia, e sicilianismi, come saccio per so); oltre a
questi elementi, in Guinizzelli troviamo forme bolognesi come saver per sapere.
In Guido Cavalcanti (amico di Dante) troviamo come in Guinizzelli forme suffissali in -anza, meridionalismi
siciliani (saccio, ave) e consueti provenzalismi. Ci sono anche tratti toscani, come il condizionale in –ebbe
(accanto al meridionale –ìa) o il pronome personale io (accanto al siculo eo).

4. Dante: teorico del volgare

Nel Convivio, Dante celebra il volgare affermando che è destinato a sostituire il latino, per quel pubblico che
non comprende la lingua dei classici; Dante infatti vuole puntare ad una divulgazione più ampia, che non
poteva avvenire attraverso il latino. Nel Convivio, il latino è visto come superiore poiché usato in arte, mentre
nel De Vulgari Eloquentia riconosce superiore il volgare per la sua naturalezza.
Il De Vulgari Eloquentia (composto in esilio prima della Commedia, interrotto al libro II) è il primo trattato
sul volgare, ma rimase sconosciuto fino al 500. Divenne un testo fondamentale per il dibattito linguistico (i
toscani non lo apprezzarono poiché Dante andò contro al volgare toscano e promosse il volgare bolognese e
siciliano).
Manzoni tentò di sminuire l’importanza del De Vulgari, dicendo che esso non aveva come oggetto la lingua
bensì la poesia, e ciò non era del tutto falso, ma per Dante poesia e lingua avevano un legame indissolubile.
Dante stabilisce che l’uomo e l’animale si differenziano per l’uso del linguaggio, e l’origine di questo va fatta
risalire all’episodio della Torre di Babele. Le lingue naturali mutano nello spazio e nel tempo, e la loro
grammatica è un artificio dei dotti che mira a frenare la mutevolezza degli idiomi, seppur garantendo una
stabilità senza la quale non esisterebbe alcuna letteratura; anche il volgare deve acquisire stabilità per farsi
“letterario”. Per definire i caratteri del volgare letterario, Dante procede con la diversificazione geografico-
spaziale delle lingue naturali, concentrandosi su spazi sempre più ristretti. La sua attenzione si concentra
sull'Europa:

-nel Nord, Nord-Est Europa si parlano lingue dove sì = iò (tedesco ja)


-nel Centro-Sud si parla la lingua d’oil (francese), il provenzale, il volgare (lingua del sì)
-in Grecia e zone limitrofe si è diffuso il greco

Focalizzandosi sull’area italiana, Dante evidenzia come sia diversificata da parlate locali; da qui egli ricerca il
volgare migliore o “illustre”, ma risulta che nella loro forma naturale, queste parlate sono tutte indegne del
“volgare illustre”, e tra le più severe condanne c’è quella per il toscano e il fiorentino, mentre i migliori
comunque sono siciliano e bolognese a livello formale.
Passando alla letteratura, Dante stava cercando una lingua illustre priva di tratti locali, formalizzata ad un
livello alto. La nobilitazione del volgare deve avvenire attraverso la letteratura: Dante quindi condanna il
toscano per la sua letteratura rozza e plebea, mente premia lo stile siciliano e stilnovista.

5. Dante lirico

Le sue prime esperienze poetiche sono radicate nella cultura volgare fiorentina (sia per temi che per strutture
linguistiche e metriche); prevedibile la presenza di sicilianismi, gallicismi ma si nota una diminuzione degli
apporti tradizionali (come parole in –anza, -enza), diminuiscono le dittologie sinonimiche, mentre il lessico
cresce notevolmente, così come la struttura frasale è più variata.
Alcune forme strettamente legate alla tradizione sono presenti solo nella sua giovinezza (come saccio per so),
egli comunque dà priorità alla lirica, la prosa è gerarchicamente inferiore.

6. Prosa: il ritardo della prosa

Il livello della prosa del 200 (a confronto con l’alto sviluppo poetico) è più modesto e non solo c’è il noto
“ritardo” per cui la letteratura italiana è successiva a quelle d’oltralpe, ma c’è anche uno “sfasamento” tra
poesia e prosa, a svantaggio della seconda. Infatti, al tempo di Boccaccio, la prosa non aveva ancora trovato i
suoi modelli, mentre la poesia aveva già la sua tradizione. Il “Novellino” è il testo più interessante del sec XIII,
ma presenta un’evidente semplicità sintattica.
Il primato del latino e i volgarizzamenti

Nel 200 il latino ha il primato in campo della prosa: quasi tutti i documenti giuridici, amministrativi, contabili,
filosofici, medici, religiosi sono in latino, anche se a volte questo assume forme “domestiche” (con tracce di
volgare) come nella Chronica di frate Salimbene de Adam.
Il volgare per essere autonomo, non deve solamente rubare terreno al latino, ma ne è necessariamente
influenzato, e lo dimostrano i “volgarizzamenti”, genere di traduzioni, rifacimenti e imitazioni di testi prima
di tutto classici. Non sono traduzioni piene (nel medioevo si potevano liberamente tradurre le fonti).
Volgarizzare vuol dire trasporre in volgare partendo dal latino o francese: si realizzava una scrittura di alto
valore sperimentale e si stabilivano le strutture della prosa italiana.
Molto spesso queste traduzioni risentono infatti degli originali: spesso il verbo è messo in clausola, alla latina,
così come la sequenza determinante-determinato è ripresa dal latino (erano di lode desiderosi, invece di erano
desiderosi di lode).
Il francese ebbe una minore influenza anche se venne addirittura usato da alcuni scriventi (si pensi alla stesura
originale del “M
ilione” da parte di Rustichello da Pisa sotto dettatura di M. Polo). L’influenza francese sul volgare italiano è
verificabile dai prestiti lessicali, anche se molte di queste parole non varcarono la soglia del sec XIV, come
giadì per un tempo (fr. jadis).

Varietà linguistica della prosa 200esca

Nel 200 al latino e al francese (lingue usate nella prosa) non si contrappone ancora un unico volgare poiché
non se n’è ancora imposto uno sugli altri.
Una posizione di prestigio ce l'ha Bologna. Nei Parlamenta et epistole di Guido Faba, ci sono modelli di
oratoria e di lettere in lingua bolognese illustre, lingua fortemente esposta al latino.
L'autore vuole applicare al volgare regole retoriche, offrendo modelli di prosa “elegante”. I tratti dialettali
vengono in gran parte eliminati, anche se non del tutto:

- noi, voi senza metafonesi;


-audirite, intenderite con metafonesi;
-salde le consonanti sorde intervocaliche (benignità, necessità) contro la tendenza in settentrione a sonorizzare;
-salde le vocali finali atone (contro la tendenza dei dialetti gallo-italici a farle cadere).

Questa è comunque una prosa “elevata” dove entrano elementi di natura poetica, come il “cursus”, che consiste
in particolari clausole ritmiche preformate per terminare il periodo. Nella prosa di Guittone d’Arezzo, oltre ai
latinismi e al cursus, troviamo un lessico di origine poetica e i meridionalismi di origine siciliana (saccio per
so).
Non esiste in questo periodo una prosa-modello, ma la Toscana sta emergendo sempre più (non Firenze ma
altri centri come Arezzo hanno un notevole rilievo). Chiaramente, oltre alla prosa letteraria, è importante anche
la prosa che si utilizzava giornalmente in maniera più pratica.

CAPITOLO VII – IL TRECENTO

Dante e il successo del toscano

Secondo Migliorini, Dante fu il “padre” dell’italiano; tra le sue opere si può osservare l’eccezionalità della
Commedia, scritta in una lingua diversa rispetto a quella che si teorizza nel suo De vulgari eloquentia
(probabilmente questo trattato non fu completato perché Dente scelse un diverso percorso). La ricchezza
tematica e letteraria della Commedia permise una forte promozione del volgare dimostrando che questa lingua
aveva grandi potenzialità: così il successo del poema di Dante e il successo della lingua italiana nel 300
andavano di pari passo.
Mentre lo stilnovismo è un fenomeno legato a Dante tramite la sua patria, la Commedia fu scritta durante
l’esilio, perciò si collegava linguisticamente al nord Italia. Esiste quindi un connubio tra Nord e Centro che sta
alla base della crescita del modello volgare (già nel 300 ci sono autori che toscaneggiano per imitare Dante e
si staccano dalla loro lingua naturale).
Con il grande successo della Commedia, si inaugurò il successo della lingua toscana, che iniziò ad espandersi
grazie anche alle composizioni di opere come il Decameron del Boccaccio e il Canzoniere di Petrarca; questi
autori sono anche conosciuti sotto il nome di “Tre Corone” e senza di loro probabilmente la lingua italiana
sarebbe diversa oggigiorno.
Il fiorentino riusciva a penetrare sia a nord che a sud per la sua centralità, ed era simile al latino per certi versi
(più di altre parlate del tempo) e questo coronò il suo successo, che però non sarebbe arrivato senza la
letteratura. All’epoca infatti, non c’era ancora l’Italia unita e quindi non esisteva una burocrazia che potesse
unificare il paese.

Varietà linguistica della commedia

E’ certo che realizzare un’opera come la Commedia, che toccasse tutti i temi possibili, non era cosa facile, ma
Dante ci riuscì, perché la sua era un’opera universale, ed è chiaro che una lingua che riesce a sviluppare un
tale progetto così variegato è una lingua ormai matura poiché duttile e perfetta. La valutazione del volgare, nel
400, passa attraverso la valutazione dell'opera di Dante.
Ma in quale modo Dante incrementò il patrimonio linguistico italiano?
a) Grande presenza di latinismi attraverso letteratura classica, attraverso Sacre Scritture, scienza medievale
(vedi canto VI del Paradiso cirro negletto= capigliatura arruffata; tolle= prende su di sé);
b) Plurilinguismo: disponibilità ad accogliere elementi di varia provenienza quindi termini forestieri, plebei,
parole toscane e non; questa varietà lessicale è data dalla varietà di toni nelle diverse situazioni
(Inferno=turpiloquio, Purgatorio, Paradiso=sublime);
c) Nonostante provenzalismi e latinismi, il poema si presenta come opera fiorentina. Ciò però non significa
seguire delle forme rigide, quindi avremo forme lucchesi, sarde, bolognesi, settentrionalismi;
d) Polimorfia: libertà di fronte ai tratti morfologici del fiorentino (ad esempio l’uso limitato di serocchia
(sorella) e l’uso più comune di sorella/suora; gli ultimi due termini si imposero sul primo nell’italiano
letterario, e l’uso dantesco ne favorì la loro affermazione (grazie anche all’analogia con fratello);
-alternanza dittongo/non dittongo (foco/fuoco, core/cuore – i primi più usati)
-i oppure e in protonia (virtù prevale su vertù)
-a in protonia (danari per denari)
-forme del condizionale sia toscano (-ei) sia siciliano (-ìa)
e) neologismi (creazione nuove parole, come forme verbali non esistenti prima)

2. Linguaggio lirico di Petrarca

È un linguaggio selettivo, che esclude molte parole usate da Dante nella Commedia, viste come inadatte al
genere lirico (nell’opera petrarchesca, la parte in latino prevale su quella in volgare, come si evince dal titolo
originario Rerum vulgarium fragmenta, tradotto poi in Canzoniere). È curioso che siano in latino anche le
postille nel codice degli Abbozzi: ciò ci fa capire che Petrarca usa il latino come lingua naturale, mentre il
volgare è visto come raffinato gioco poetico, omaggio alla tradizione siciliana e poi dantesca.
Se per Dante il volgare veniva usato per realizzare un progetto culturale che promuovesse nuovi ceti sociali e
la divulgazione del sapere tramite la nuova lingua, per Petrarca il volgare era un semplice strumento di
esercitazione letteraria.
Petrarca:

-accoglie una sola rima siciliana (voi: altrui)


-consacra la rima grafica a scapito di quella fonica (cioè ò : ó, è : é)
-elimina gallicismi, come fidanza, dilettanza ma ne mantiene altri come rimembranza
-genericità anti-realistica, cioè linguaggio lirico vago (al contrario di quanto accade nella Commedia),
testimoniato dalla polivalenza di certi termini (=dolce ha più accezioni differenti);
-riduce le scelte lessicali, ma è comunque presente il polimorfismo, con doppia forma toscana/latina-
provenzale-siciliana (=Deo/Dio, oro/auro)
-nella sintassi usa una dispositio che muta l'ordine delle parole, anticipando il determinante rispetto al
determinato, o l'infinitiva rispetto alla principale (alla latina)
-chiasmi, antitesi, enjambements, anafore, allitterazioni, binomi di aggettivi (“solo e pensoso”)
Queste caratteristiche diverranno tipiche del linguaggio lirico italiano. Ci sono poi dei problemi grafici nell’uso
del volgare e le soluzioni di Petrarca, verificabili grazie all'esistenza del Codice Vaticano Latino 3196, sono:

-univerbazione di possessivi, preposizioni, articoli: sualuce, almio, belliocchi;


-no apostrofo (introdotto dal 500); sistema di interpunzione ridotto (punto, sbarra, punto esclamativo) con
valore diverso da quello moderno;
-latinismi grafici con h (huomo, honore), x (excellentia, dextro), nesso -tj- (gratia, letitia)
-rappresentazione affricata /ts/ con /ç/ (sença per senza) ma corregge potença in potentia
-abbreviazioni: per rappresentare una nasale (lāpa per lampa) oppure p “tagliata” per “per”.

3. Prosa di Boccaccio

Dato che la prosa trecentesca non aveva ancora una tradizione, a differenza della poesia, il Decameron di
Boccaccio ebbe una grande importanza a questo proposito. Nonostante Dante avesse prodotto della prosa (Vita
Nova e Convivio) queste opere erano strettamente legate alla poesia.
Un modello di prosa narrativa poteva essere il Novellino, che però non era adatta a tutti i contesti e non offriva
così tante situazioni come invece faceva il Decameron. Nel 500 infatti, Boccaccio venne indicato come
modello da seguire, in primis da parte di Bembo e poi da parte di Salviati (Accademia della Crusca).
Il Decameron offriva da una parte il modello del periodare boccacciano, ma dall'altra anche vari modelli che
però non ebbero lo stesso successo; nelle novelle sono rappresentate varie situazioni, con l'intervento di tutte
le classi sociali intervengono, e nella sua ricerca al realismo, Boccaccio non rinunciò ad una caratterizzazione
linguistica variegata, con personaggi veneziani, senesi, toscani eccetera.
La varietà qui presente non si può definire come plurilinguismo programmatico, poiché lo stile nobile prevale,
ma c’è una costante concessione di spazio alla vivacità del dialogo caratterizzato da scambi di battute
intelligenti. Lo stile boccacciano è caratterizzato da:
-disposizione a concedere spazio alla vivacità del dialogo, che aderisce ai moduli del parlato (replica
pronominale che mi potrestù far tu?, che polivalente, anacoluti);

-complessa ipotassi, con accumulo di subordinate prima della principale, specie nelle parti “nobili”
-inversioni latineggianti, posposizioni di verbi in clausola;
-gerundio molto usato (sentendo Gualtieri conte d’Anguersa…)
-nessi per regolare il funzionamento e la successione del periodo: adunque, allora, appresso…
-uso del relativo ad inizio frase (Il quale rispose…)

La prosa di Boccaccio è straordinariamente ricca, utilizza elementi ritmici, parallelismi sintattici, simmetrie
del periodo, allitterazioni e figure retoriche; la sua prosa è fiorentina di livello medio-alto (nonostante gli
elementi non-toscani che utilizza), anche se ci sono da una parte elementi arcaicizzanti ( come diece per dieci)
mentre dall’altra elementi che puntano alla modernità ( tu ami invece di tu ame), mentre non usa mai le forme
popolari quali arei per avrei, missi per missi.
A livello grafico:

-latinismi, come x (exempli), netto -ct- (decto) usato anche per indicare raddoppiamento, h etimologiche (
herba, habito) ma non nelle forme del verbo avere!
-affricata /ts/ resa con /ç/ o con /z/ (sempre scempie), come in mezano o scioccheça
-abbreviazioni per nasali e per “per” (vedi Petrarca)
-sistema interpunzione più ricco rispetto al Canzoniere.

4. Prosa minore dell’aureo 300: la Toscana

I grammatici del 500 vollero canonizzare le forme rigide dei modelli linguistici trecenteschi, protagonisti
dell’espansione del toscano oltre il suo territorio d’origine, e consigliavano caldamente l’imitazione delle Tre
Corone, al fianco dei quali vennero collocati autori minori del secolo reputato aureo poiché si era realizzato
un connubio tra autori e popolo). L'abate Cesari, esponente del purismo (corrente che identifica i modelli esenti
da difetti linguistici) pensava che tutti gli autori toscani trecenteschi avessero la capacità di scrivere bene. A
volte si attribuiva agli autori minori un valore sproporzionato; è il caso di Domenico Cavalca, autore di
volgarizzamenti, tra cui le Vite dei santi padri e di Iacopo Passavanti, che scrisse Specchio di vera penitenza,
opera morale e dottrinale.
Queste opere fino all’800 erano considerate basilari per la formazione dei giovani, anche per l’educazione
linguistica.

5. Primi successi del toscano

Secondo il rimatore padovano Antonio Da Tempo, il toscano è la lingua più adatta alla letteratura, e inoltre è
la lingua più diffusa e comprensibile. In pratica si riconosceva molto precocemente il primato toscano sulle
altre lingue regionali. L’influenza toscana si esercitò infatti su i poeti di altre regioni, seppur con qualche
contaminazione, e soprattutto nell'ambito satirico, che permetteva un linguaggio più realistico e meno
selezionato.
Tuttavia, molti poeti settentrionali si lasciavano sfuggire settentrionalismi. Per evitare che accadesse, alcuni di
loro arrivano anche all’ipercorrettismo, come Nicolò de’ Rossi, che per esempio cercava di ripristinare delle
consonanti geminate su influenza del toscano, inserendole però dove il toscano non le aveva (es. *vomitto per
vomito). Un imitatore di Dante in area veneta è Giovanni Quirini, che però toscaneggia meno
approssimativamente.
L'influenza di Dante toccò anche autori che cercavano invece di prendere le distanze da lui. Ne è un esempio
perfino Petrarca, i cui Trionfi sono in terzine dantesche.

6. I volgarizzamenti

La tradizione dei volgarizzamenti, molto importante per la formazione della prosa italiana, continua anche nel
300, e in certi casi si arriva al rifacimento del testo originale. Questi volgarizzamenti furono realizzati nelle
varie lingue locali, e la particolarità è che la prosa (a differenza della poesia) manteneva l’impronta della zona
geografica e non si omologava al toscano.
Esempi di volgarizzamenti sono Le vite dei santi padri di Domenico Cavalca e Fioretti di san Francesco.

7. “L’epistola napoletana” di Boccaccio

Sembrerà strano ma uno dei più antichi testi scritti in volgare napoletano è una lettera del toscano Boccaccio
risalente al 1339. È uno dei primi esempi di “letteratura dialettale riflessa”, cioè una letteratura dialettale
cosciente di essere tale, distinta dal codice della lingua letteraria che Boccaccio sapeva padroneggiare
perfettamente.
È uno scritto scherzoso dedicato all’amico De Bardi; la lingua napoletana si presenta marcata in senso comico,
cioè come un non-napoletano che volesse ricostruire quella lingua, imitandola ad “orecchio”. Sono presenti
tratti del parlato che venivano evitati nello scritto e c’è ipercorrettismo, con dittongo dove di norma in
napoletano non c’era (nuostra, fratiello).

Questo suo esperimento mostra un uso volontario di un volgare diverso dal proprio, per dimostrare di saper
padroneggiare la lingua locale, mentre di solito l’impiego di un volgare locale era fatto come assunzione di
una lingua locale a livello “illustre” senza gli elementi non adatti alla scrittura.

CAPITOLO VIII – IL QUATTROCENTO

Il rifiuto umanistico del volgare e il confronto con il latino

Petrarca, iniziatore dell’Umanesimo, affidava la parte più importante del suo messaggio letterario alla lingua
latina, sapendo bene la differenza tra il latino antico e medievale; egli avviò quindi il confronto con il latino
degli autori “canonici”, fondamentale per la stabilizzazione della norma della lingua italiana. Il nuovo gusto
classicistico si orientava verso l’imitazione dei grandi modelli letterari.
Questa “svolta umanistica” portò alla crisi del volgare (pur non arrestando il suo utilizzo dove era ormai
diventato comune) screditandolo agli occhi degli dotti, anche se continuava a farsi strada a livello pratico.
Gli umanisti di prima generazione, come Salutati e Niccoli, diffusero il loro stile latino su base ciceroniana,
screditando un poeta abile come Dante perché non aveva scritto la Commedia in latino.
D’altro canto, Bruni celebrava i meriti di Dante, indipendentemente dalla lingua usata, atteggiamento che
ritroveremo poi con Leon Battista Alberti. Bruni aveva scritto la Vita di Dante, in cui affermava che non era
importante scrivere in latino o in volgare, perché secondo lui ogni sua lingua aveva la sua perfezione, e si
doveva giudicare uno scrittore non per la lingua usata ma per la qualità delle sue realizzazioni.
Ma la parità tra lingue moderne e antiche ci mise un po’ ad arrivare, infatti nel XV secolo la cultura letteraria
è dominata dal movimento umanistico, che si esprime in latino e che nel latino si riconosce poiché lingua più
nobile e capace di garantire l’immortalità letteraria. Il volgare era accettabile solo nelle scritture d’affari, e
inoltre secondo gli umanisti, non garantiva un futuro sicuro.

Macaronico e polifilesco

L’Umanesimo produsse comunque alcuni episodi di mistilinguismo in cui latino e volgare entravano in
simbiosi, il più delle volte a scopo comico; chiaramente la contaminazione è volontaria. Nel secolo
dell'Umanesimo e nel primo 500, questi esperimenti resero arte una pratica in realtà comune (vedi verbali e
documenti che mescolato latino e volgare). Due di questi esperimenti sono:

MACARONICO: linguaggio nato a Padova a fine 400, caratterizzato da latinizzazione di parole volgari o
deformazione dialettale di parole latine, con l’idea di far cozzare le due componenti. La componente dialettale
è bassa, quella latina è aulica, e si forma quindi un insieme di “parole macedonia”:
-parola volgare+desinenza latina (cercabat – desinenza dell’imperfetto latino)
-parole esistenti in latino e volgare, ma usate nel significato del volgare (casa= lat. Capanna)
-parole latine legate in costrutti sintattici volgari (propter non perdere tempus=per non perder tempo)
-sistema di casi latino soppiantato dalle preposizioni
Ne risulta un latino pieno di errori volontari, inseriti a scopo comico, il risultato di un gioco umanistico di
gente colta.

POLIFILESCO (o pedantesco): lo troviamo in Hypnerotomachia Poliphili (1499) pubblicato a Venezia, e


presenta un volgare che porta l’estrema dose di latinizzazione possibile:
-a differenza del Macaronico, il Polifilesco non ha intenti comici bensì seri.
-il volgare combinato con il latino non è dialettale ma toscano, boccaccesco con patina settentrionale illustre;
-il latino non si ispira agli autori della latinità aurea, si rifà a Plinio e ad Apuleio;
-latinismi lessicali come achi crinali per “forcine per capelli”.

Fenomeni di mescidanza nella predicazione

Nel Nord Italia, nella seconda metà del 400, ci sono dei predicatori (Bernardino da Feltre, Valeriano da
Soncino) che si esprimono con un linguaggio in cui latino e volgare si mescolano, ricordando il Macaronico.
Gli studiosi si sono posti il problema di una connessione tra i due stili, senza arrivare ad un accordo.
La mescolanza tra latino e volgare non è una novità, ma è ereditata dalla tradizione medievale, in cui si
ricorreva al latino non solo come punto di partenza ma anche come fonte di citazioni delle Scritture all'interno
della predicazione; i sermoni mescidati estremizzano questa commistione: le frasi latine devono convivere con
una dialettalità robusta.
Ci si è chiesti se i predicatori si esprimessero davvero così e in realtà non c'è motivo di pensare che le versioni
scritte si distaccassero completamente dalla predicazione reale.

Altri casi si contaminazione tra latino e volgare

La contaminazione tra le due lingue può avvenire anche in testi non artistici, ma hanno esclusivamente degli
scopi pratici, come epistole, relazioni, diari, libri di famiglia, ricettari. Nei documenti volgari, il “latinismo” è
legato ad una consuetudine:

-in una lettera saranno in latino le formule iniziali e finali, mentre il resto è in volgare;
-in testi di natura giuridica, sono in latino i termini tecnici, o se è scritto tutto in latino, ci sono comunque frasi
o termini volgari, soprattutto se servono per citare.
- in certe lettere, si trovano formule latine occasionali, così comuni che passano quasi inosservate ai lettori del
tempo (cum=con, quondam=un tempo).

L’abitudine di mescolare latino e volgare durerà ancora nel secolo seguente, quando ormai l’italiano sarà molto
più affermato.

2. Leon Battista Alberti

Lo sviluppo del volgare fu rallentato dalla preferenza da parte degli umanisti alla lingua dei classici e mancava
un autore che preferisse l’italiano (Dante aveva manifestato la sua preferenza con il De Vulgari, ma il trattato
non era conosciuto nel 400). L’architetto Alberti risultò dunque innovativo con il suo movimento, detto
Umanesimo volgare, col quale elabora una grande promozione dell’italiano. Rientrano in scena realizzazioni
di poesia e soprattutto di prosa di tono alto, impiegata per argomenti seri. La posizione teorica di Alberti si
ricollega alle tematiche delle discussioni umanistiche sul passaggio latino > italiano.
Alberti attribuisce la causa della perdita del latino all’arrivo dei barbari, attraverso i quali si insinuarono
barbarismi; il compito del volgare è quello di riscattare se stesso e arrivare a conquistare anche i dotti, imitando
così i latini che avevano usato una lingua universalmente compresa da tutti.
La prosa di Alberti presenta latinismi (soprattutto in sintassi, lessico e fonetica) senza sfociare nel polifilesco.
Comunque, l'imitazione del latino si unisce a tratti popolari toscani. L'influenza del latino sulla sua sintassi è
molto diversa dal modello di Boccaccio, anche perché secondo lui la prosa trecentesca non è un modello da
imitare.

Grammatica della lingua toscana

Ad Alberti si attribuisce la prima grammatica italiana, tramandata da un unico codice scritto da Bembo
conservato nella biblioteca Vaticana; questa grammatica nasce per dimostrare che anche il volgare ha una sua
struttura ordinata come il latino. Purtroppo però, non venendo data alle stampe, non ebbe molta influenza.
Questa sua grammatica si concentrava sull’uso toscano del tempo: articolo el invece di il (articolo prevalente
a Firenze fino alla metà del 300): imperfetto in amav-o invece di amav-a.

Certame coronario

Alberti promosse la lingua italiana con l’iniziativa del 1441 detta Certame coronario, che consisteva in una
gara in cui i concorrenti si affrontano con componimenti in volgare, ma la giuria, composta di soli umanisti,
non assegnò alcun premio facendo fallire totalmente questa iniziativa.

3. L’umanesimo volgare alla corte di Lorenzo il Magnifico

L’aspirazione al primato di Firenze

A Firenze, nell’età di Lorenzo il Magnifico, ci fu un rilancio dell’iniziativa in favore del toscano, i cui
protagonisti furono Alberti, Lorenzo de Medici, Landino e Poliziano.
Landino nega l’inferiorità del volgare nei confronti del latino e invita i concittadini a darsi da fare per ottenere
il principato della lingua; Lorenzo il Magnifico, nel proemio al Comento per alcuni dei propri sonetti, parla
inoltre di un futuro sviluppo del fiorentino. Questo sviluppo si lega ad una concezione patriottica, cioè è vista
come vero e proprio patrimonio dello stato mediceo.
Landino commenta Dante e traduce la Naturalis historia di Plinio, testo pieno di tecnicismi scientifici: secondo
Landino il fiorentino doveva arricchirsi di latinismi e grecismi, ecco perché tradurre era importante. Le forme
popolari toscane avevano comunque il loro spazio.

Raccolta aragonese

Nel 1477, Lorenzo il Magnifico inviò Federico, figlio del re Ferdinando di Napoli, una raccolta di poesie detta
Raccolta aragonese o Silloge, raccolta della tradizione letteraria volgare che andava da pre-danteschi e
Stilnovo fino a Lorenzo de Medici, arrivando alla poesia contemporanea fiorentina. Essa era accompagnata da
un’epistola attribuibile a Poliziano, segretario di Lorenzo.
Con Lorenzo il Magnifico e la sua esaltazione del fiorentino, la promozione del volgare e la rivendicazione
delle sue possibilità si collegavano ad un preciso evento culturale e letterario.

Realizzazioni di linguaggio poetico in Toscana

La vitalità dell'Umanesimo volgare fiorentino esige una particolare attenzione alle realizzazioni poetiche di
Lorenzo de' Medici. Il volgare diventa un modo per fare esercizio letterario colto, in ambiente d'élite, da parte
di autori che sanno apprezzare la classicità ma che sono aperti alla lingua popolare.

-esperimento della letteratura rusticale a cui appartiene la Nencia da Barberino, poemetto di Lorenzo. Esistono
quattro redazioni di questo poemetto e si pensa che quella in 20 ottave sia quella di Lorenzo; questa versione
ha una caratterizzazione dialettale assente o ridotta nelle altre, ad esempio si trova migghiaio per migliaio o
begghi per begli;

-Poliziano usò 3 lingue (greco, latino, toscano). Particolarmente interessanti sono le Stanze per la giostra di
Giuliano de' Medici, lasciate incompiute;

-in ambiente mediceo: prima trasposizione su di un piano colto di un cantare cavalleresco, forma in ottave
portata su piazze da canterini per intrattenere il pubblico medio-basso;

-Luigi Pulci compose il Morgante, richiesto dalla madre di Lorenzo il Magnifico. Si inserisce nel recupero
colto di forme popolari, tendenza che caratterizza molta letteratura del rinascimento mediceo. Pulci scrisse una
lettera in ”furbesco” (primo caso di uso del gergo in letteratura) e compilò il “Vocabolista”, una sorta di
antecedente del vocabolario italiano, dove ci sono vocaboli italiani e latinismi tradotti con parole di uso
comune.

-Burchiello è famoso per aver coltivato la poesia comica fondata sui doppi sensi e invenzione verbale, fino ai
limiti del non-senso e dell'incomprensibilità, con imitazione della parlata altrui: parodia veneziano, senese e
romanesco.

La prosa toscana

Il rapporto con il parlato si avverte anche nella novella toscana, soprattutto nei dialoghi, dove emergono anche
dei plebeismi: il genere novellistico si colloca su un piano differente rispetto alla prosa “nobile” di ispirazione
latineggiante.
I romanzi di Andrea da Barberino ebbero un ruolo importante, poiché fu un genere popolare che circolò per
secoli e che contribuì a far circolare modelli di prosa italiana tra un pubblico avvezzo al dialetto.
Serianni paragona questa narrativa ai romanzi rosa, le cui storie sono sempre uguali, con minime variazioni:
una prosa di poche pretese che ricorda il colorito della narrativa pre-boccacciana.
Si notano comunque revisioni grafiche e ripuliture linguistiche (es.: a nocte vegnente > la notte seguente); ciò
ci fa capire come gli editori correggessero seguendo le mode correnti.

4. Letteratura religiosa e la sua influenza

Nel 400 esistono i laudari, utilizzati da molte comunità settentrionali, dove la letteratura toscana non era di
casa. Tuttavia si nota la tendenza alle toscanizzazioni o per lo meno ad una koiné sovraregionale, come ad
esempio nella Passione di Revello, un testo che, benché presenti forme settentrionali, contiene i regolari esiti
verbali toscani in –are invece del piemontese –é o –er.
Le sacre rappresentazioni si inscenavano per un pubblico popolare, quindi erano occasioni per i dialettofoni di
avere un contatto con una lingua più toscanizzata. La letteratura religiosa ebbe quindi una grande importanza
per la diffusione dell’italiano nel popolo.
Anche la predicazione si rivolgeva al popolo, e quindi aveva bisogno del volgare, probabilmente molto vicino
al dialetto.
Si può dire che la lingua toscana esercita già un prestigio oltre ai suoi confini naturali. Una figura predicativa
importante fu quella di San Bernardino da Siena, il quale voleva usare una lingua semplice, con esempi di vita
quotidiana; diverso il caso di Savonarola, che essendo un non toscano che doveva parlare ai cittadini dal pulpito
fu costretto ad una toscanizzazione.
Il fatto che i predicatori si muovessero da un luogo ad un altro, con un pubblico sempre diverso, li spingeva a
raggiungere il possesso di un volgare che comunicasse oltre i confini di una sola regione, depurando la loro
lingua da elementi vernacolari.

5. La lingua di Koiné e le cancellerie

La poesia volgare fu fin da subito più uniforme della prosa, che invece risentì di più di oscillazioni perché il
modello di Boccaccio apparteneva al genere della novella, e non tutte le occasioni si potevano riportare a
questo genere.
Non si poteva infatti limitare la prosa al solo uso novellistico-narrativo, era necessario estendersi a settori
extra-letterari, con diverso grado di formalizzazione; parliamo quindi di una varietà di scriptae, cioè lingue
scritte (attestate dai documenti dell'epoca) collocate in precisi spazi geografici e sociali. Nel 400, queste
scriptae mostrano una tendenza al conguaglio, ossia all’eliminazione di tratti locali, ed evolvono nel corso del
secolo in koiné. La koiné del 400 mira all’eliminazione di una parte di tratti locali, accogliendo latinismi e
appoggiandosi al toscano.
L'aspirazione a raggiungere un livello sovraregionale riceve una forte spinta dall'uso del volgare nelle
cancellerie principesche, uso che era influenzato da gusti linguistici e letterari della corte signorile di cui
cancellieri e segretari facevano parte. Questi cortigiani spesso si spostavano nelle varie corti, ed erano quindi
costretti ad adeguare il loro volgare a seconda della zona in cui si trovavano, rendendolo così strumento
neutrale.
Lo scarto tra scrittura pratica e letteraria restava molto marcato, e il ricorso ai latinismi (che si ritrovano in
tutte le koinai) serve più che altro a riempire quelle lacune linguistiche che non si vogliono colmare attraverso
il dialettismo.

6. Fortuna del toscano letterario

Modelli della lingua toscana nelle corti d’Italia

Il volgare toscano acquisì un prestigio crescente fin dalla seconda metà del 300, a partire dalla presenza fuori
dalla Toscana di autori quali Dante e Petrarca, i quali si mossero in settentrione. Precoce fu la diffusione della
Commedia, del Canzoniere e del Decameron (che nelle zone periferiche arriva in francese).
Nella cerchia di Ludovico il Moro era vivo il gusto per gli antichi scrittori toscani. Le opere di Dante e Petrarca
erano non solo nella biblioteca principesca di Pavia, ma anche nelle mani di aristocratici milanesi. Anche la
tipografia milanese aveva concesso spazio alle Tre Corone, segno di una grande richiesta del mercato, che si
indirizza così verso la letteratura volgare.
I modelli in Italia sono:

-a Milano Filippo Maria Visconti leggeva Petrarca e Boccaccio, e fece compilare un commento all’Inferno
dantesco;
-A Pavia Dante e Petrarca nella biblioteca principesca e tra le mani di aristocratici come Carlo Trivulzio;
-Venezia stampò il Canzoniere di Petrarca e il Decameron;
- Reggio e Ferrara dove operava Boiardo, che imitava Petrarca negli “Amorum libri”;
-Mantova, mecenatismo dei Gonzaga nei confronti dell’Alberti e di Poliziano.

Toscanizzazione in settentrione: lirica di Boiardo

Matteo Maria Boiardo arriva alla poesia in volgare dopo un’esperienza di poeta latino, operando in una
dimensione definibile dal punto di vista linguistico come “acronica”, cioè sradicandosi dal proprio dialetto e
assimilando il toscano; il suo punto di riferimento è il 300, in particolare Petrarca, così come il volgare poetico
precedente. Un altro punto di riferimento è il latino: frequenti latinismi che si riflettono sul vocalismo tonico:
-/i/ ed /u/ per /e/ ed /o/ (simplice, firma, summo);
-tratto toscano “anaforesi” (lingua, vermiglio…);

Nel consonantismo, il settore delle scempie e delle geminate è l’unico in cui prevale la fonetica locale, come
la rima tuto:aiuto:arguto.

Linguaggio della lirica nel sud

Durante il periodo della corte aragonese a Napoli, fiorì una poesia cortigiana, con esponenti quali Francesco
Galeota, Joan Francesco Caracciolo, Pietro Jacopo de Jenaro. La lingua di questi autori può essere studiata
confrontandola con la Koiné meridionale, con il toscano letterario e con il toscano contemporaneo. I tratti
principali di questi poeti sono:

-oscillazione tra forme anafonetiche fiorentine e forme non-anafonetiche;


-oscillazione tra /ar/ protonica locale e /er/ fiorentino-letteraria nei futuri e nei condizionali;
-oscillazione tra possessivi “toa”, “soa” e i toscani “tua”, “sua”
-specificamente meridionali sono: iorno per giorno, iace per giace…

La generazione successiva dei poeti meridionali, che ha come rappresentanti Cariteo e Sannazaro, si distacca
maggiormente dai tratti linguistici locali.
Di Sannazaro, importante è l'Arcadia, opera di genere bucolico, con alternanza di egloghe pastorali e parti in
prosa. Dopo questa pubblicazione, egli si dedicò esclusivamente alla poesia latina.

7. Prosa Narrativa non toscana

Fuori dalla Toscana, la prosa narrativa rivela presenza di idiotismi settentrionali, come nelle Porretane del
bolognese Sabadino degli Arienti. Meridionalismi invece si trovano nelle novelle di Masuccio Salernitano, che
imitava Boccaccio; la lingua locale serviva qui a caratterizzare meglio i personaggi e le situazioni, quindi operò
sia accanto che contro al latinismo e alle forme letterarie dotte.

CAPITOLO IX – IL CINQUECENTO

Italiano e Latino

Nel 500 il volgare ottiene il riconoscimento pressoché unanime dei dotti, che nell'Umanesimo vi si opponevano
e assistiamo ad un trionfo della letteratura volgare, con autori come Tasso, Ariosto, Machiavelli. Viene
raggiunto un pubblico più ampio e si conquistano tutte le branche del sapere. La storia della lingua italiana da
ora fino al 700 può essere vista come una lotta col latino, a cui verrà tolto spazio un po' alla volta.
Nel Rinascimento, la maggior parte dei libri era stampata in latino, ma si avvertiva un clima diverso, dato che
gli intellettuali ormai avevano fiducia nella nuova lingua. Questa fiducia deriva anche dalla normalizzazione
grammaticale allora in corso. Fu determinante la pubblicazione delle Prose della volgar lingua di Pietro
Bembo, come lo furono le prime grammatiche a stampa e i primi lessici. La conseguenza fu che verso la metà
del 500 la scrittura di koiné svanisce, se non dagli scritti di autori meno colti. La regolamentazione fa sì che
l'italiano raggiunga lo status di lingua di cultura di alta dignità, con un certo prestigio anche all'estero.
Il latino continuava ad avere comunque la sua importanza, in certi casi addirittura egemonica: è il caso della
pubblica amministrazione e della giustizia (gli statuti, i processi, le inchieste sono spesso in latino; è dalla metà
del secolo che il latino inizia ad essere abbandonato). In Sicilia si usava il latino nella stesura delle leggi anche
nel Seicento, ma erano in volgare le norme della vita pubblica. Quindi il linguaggio giuridico conteneva a volte
elementi locali.
Filosofia, medicina e matematica erano quasi esclusivamente in latino, ma il volgare veniva usato nella scienza
quando era il momento di stampare opere di divulgazione, tanto che ha successo nelle arti applicate (fondere
metalli, ricettari di medicina, culinaria, architettura etc). Il volgare trionfa nella letteratura e nella storiografia.
La percentuale più alta di libri stampati in volgare viene dall'editoria di Venezia, seguita da Firenze. Nella
seconda metà del secolo, è normale una percentuale 60-75% di libri in italiano e 25-40% in latino. A Roma
c'era una situazione più arretrata, e i libri in volgare erano meno del 50%.
2. La questione della lingua

Pietro Bembo: dalle edizioni aldine alle Prose della volgar lingua

È importante il sodalizio con Aldo Manuzio, che già aveva stampato l'Hypnerotomachia Poliphili. Il secondo
libro in volgare stampato da Manuzio fu l'edizione delle Lettere di Santa Caterina (1500); il volgare usato
dallo stampatore stesso nella premessa presenta ancora forme di koinè settentrionale. Nel 1501 stampa
Virgilio e Orazio, che rendono celebre il carattere tipografico corsivo noto come aldino. Nello stesso anno
esce il Petrarca volgare di Bembo; nella premessa, Manuzio difende il testo dalle critiche di chi vedeva un
allontanamento dalle tradizionali grafie latineggianti (allontanamento visibile nel titolo Le cose volgari di
Messer Francesco Petrarca, non le cose vulgari).
Il 500 è il secolo in cui il dibattito sulla lingua si fece più importante, perché l'esito delle discussioni sancisce
la stabilizzazione normativa dell'italiano.
“Questione della lingua” è il nome dato all'insieme di discussioni sulla natura del volgare e sul nome da
attribuirgli; al centro del dibattito si collocano le Prose della volgar lingua di Bembo (Venezia, 1525): sono
divise in tre libri, il terzo dei quali contiene una vera e propria grammatica che oggi sarebbe poco utile in
quanto ha forma dialogica. Questo dialogo è idealmente collocato nel 1502 e vi prendono parte quattro
personaggi:

-Giuliano de' Medici: continuità col pensiero dell'Umanesimo volgare;


-Federico Fregoso: espone tesi storiche;
-Ercole Strozzi: espone tesi degli avversari del volgare;
-Carlo Bembo: portavoce delle idee di Pietro.

Viene svolta prima di tutto un'analisi storico-linguistica, prendendo le distanze dalle teorie di Bruni, secondo
il quale l'italiano era già esistito nell'antica Roma. Bembo fa dichiarare a Ercole Strozzi che non ci sarebbe
motivo di usare una lingua che era stata abbandonata dagli scrittori classici. Adottando il punto di vista di
Biondo Flavio, Bembo afferma che il volgare nasce dal contatto fra latino e lingue barbare.
Con “lingua volgare” Bembo intende non il toscano vivente, ma quello delle Tre Corone: la lingua non si
acquisisce dal popolo ma dalla frequentazione dei modelli scritti. Bembo sapeva di tornare indietro di secoli
con questa scelta, ma requisito essenziale per la nobilitazione del volgare era staccarsi dalla popolarità, motivo
per cui non accettava pienamente la Commedia. Inoltre, Boccaccio veniva indicato come modello non tanto
per la lingua quanto per lo stile, per l'uso della sintassi latineggiante, delle inversioni e delle frasi gerundive.
Questo rifacimento al toscano del 300 non significa che Bembo non avesse fiducia nel volgare, anzi, pensava
che potesse ancora raggiungere grandi risultati.
Alla fine, la posizione di Bembo vinse: formalizzava in modo rigoroso e fondato il fatto che il volgare si era
diffuso in Italia come lingua della letteratura tramite l'imitazione (cosciente o no) dei modelli 300eschi.

La teoria cortigiana

Curiosamente, le fonti più ricche su questo argomento vengono dalle posizioni ad essa contrarie. Nelle Prose
della volgar lingua Bembo parla della teoria di Calmeta, secondo il quale il volgare migliore era quello usato
nelle corti, specialmente quella di Roma. Anche Castelvetro ne parla: secondo lui, Calmeta riconosceva la
fondamentale fiorentinità della lingua, che doveva poi essere affinata attraverso la corte di Roma, che nel 500
era una città cosmopolita: la circolazione di genti diverse favoriva il diffondersi di una lingua superregionale
di base toscana.
Chi sosteneva la lingua cortigiana non voleva limitarsi ad imitare il modello toscano arcaico, ma faceva anche
riferimento all'uso vivo di un ambiente sociale determinato. Secondo Bembo, “lingua cortigiana” era un'entità
difficile da definire in modo preciso: proprio per questo la teoria cortigiana perse il dibattito. Il vantaggio del
modello di Bembo era invece quello di offrire modelli precisi nel momento in cui si aveva bisogno di una
norma.
La teoria italiana di Trissino

Nel 1529 diede alle stampe il De vulgari eloquentia in traduzione italiana; nello stesso anno pubblica il
Castellano, in cui sostiene che la lingua di Petrarca non è fiorentina perché fa uso di parole provenienti da tutta
la penisola, quindi semmai era lingua italiana. Trissino quindi negava la fiorentinità della lingua italiana.

La cultura toscana di fronte a Trissino e Bembo

La più interessante reazione fiorentina alle teorie di Trissino è il Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua
di Machiavelli: in forma di dialogo, Dante chiede perdono per gli errori commessi nel De vulgari, cioè per
aver scritto in fiorentino e non in una lingua comune o cortigiana. Viene anche rivendicato il ruolo di Firenze
contro le pretese settentrionali. Il Discorso di Machiavelli resta inedito fino al 700, quindi in realtà non influisce
sul dibattito 500esco.

3. La stabilizzazione della norma linguistica

La prima grammatica a stampa della lingua italiana

Nel 500 si ebbero le prime grammatiche e i primi vocabolari. Si stabilizza così la terminologia linguistico-
grammaticale. Ricordiamo che già il terzo libro delle Prose di Bembo era una vera e propria grammatica, ma
non fu questa la prima grammatica della lingua italiana data alle stampe: Bembo era stato preceduto da Giovan
Francesco Fortunio, che nel 1516 stampò Regole grammaticali della volgar lingua. Anche se la teorizzazione
non è sistematica come quella delle prose, la posizione di Fortunio non si allontana troppo da quella di Bembo:
anche lui si rifà agli autori del 300, ma non disdegna la Commedia. Il difetto di questa grammatica è la scarsezza
di contenuto: le parti del discorso di cui tratta sono solo nome, pronome, verbo e avverbio, mentre per aggettivi,
participi, congiunzioni etc esistono solo delle note. Comunque l'opera fu generalmente accettata e utilizzata.

Sviluppo della produzione grammaticale e dei primi lessici

Intorno alla metà del secolo furono disponibili diverse grammatiche, il cui scopo era soprattutto pratico, che
illustravano la lingua secondo le teorie bembiane.

-Osservazioni nella volgar lingua (1550): scritta da Ludovico Dolce, era un libretto piccolo e facile da
consultare, utile ai principianti;
-Osservazioni della lingua volgare de diversi uomini illustri (1562): pubblicato da Sansovino di Venezia, sono
una raccolta in un unico volume di cinque opere grammaticali della prima metà del secolo, fra cui Bembo e
Fortunio;
-Flaminio ordina alfabeticamente le Prose di Bembo.

In mezzo a tutte le grammatiche, bisogna segnalare l'assenza di opere prodotte dall'editoria di Firenze, che non
riusciva a stare dietro a Venezia (si avvertiva un bisogno minore di usare grammatiche). Si ebbe solo De la
lingua che si parla e scrive in Firenze di Giambullari (1552), che fu tuttavia un fallimento.
Cosimo de' Medici aveva richiesto all'Accademia fiorentina di stabilire le regole della lingua in modo
ufficiale, ma non si riuscì ad arrivare ad un accordo.
Fin dalla prima metà del 500, invece, si erano diffusi i lessici, che furono anche accolti molto bene.
Contenevano un numero limitato di parole, ricavate da ricerche sugli autori, soprattutto sulle Tre Corone.

-Le tre fontane (1526): un'opera di Niccolò Liburnio che costituisce un aiuto per “scrivere bene”;
-Vocabulario di cinquemila vocabuli toschi (1536): lessico di Fabricio Luna, anche questo ispirato a Dante,
Petrarca e Boccaccio;
-La fabrica del mondo (1548): opera di Francesco Alunno di Ferrara, è il più noto vocabolario della prima
metà del secolo, contenente un indice alfabetico per ritrovare facilmente le voci.
Gli scrittori di fronte alla grammatica di Bembo

L'effetto più noto della grammatica di Bembo è quello sull'Orlando Furioso di Ariosto, il quale corresse
l'edizione definitiva seguendo proprio le Prose.

-sostituzione dell'articolo maschile el con il;


-desinenze del presente indicativo di 1°p.p. regolarizzate in -iamo;
-1°p.s. dell'imperfetto in -a (andava invece di andavo).

Machiavelli preferiva servirsi della propria padronanza naturale della lingua, ma questo poteva farlo solo un
Toscano, perché fuori da questa regione, l'adozione dell'italiano era il frutto di una scelta di cultura che veniva
dai libri.

4. L'italiano come lingua popolare e pratica

In questo secolo, si assiste ad un crescita dell'uso dell'italiano. Aumentano le occasioni di scrivere e l'italiano
viene usato anche da chi non ha molta cultura. L'analfabetismo era molto diffuso, ma nelle città c'erano popolari
che sapevano leggere e scrivere. Ovviamente le scritture popolari sono caratterizzate da regionalismi e
dialettismi. Il modello omogeneo di lingua toscana diffuso da Bembo ha effetto sugli scriventi colti. Esistono
anche forme ibride negli scritti che esprimono necessità della vita quotidiana, per esempio nei diari, libri di
famiglia, quaderni di annotazioni, lettere.
Anche certi libri a stampa offrono esempi di italiano extraletterario ricco di termini quotidiani. Ne sono un
esempio i “libri di segreti”, cioè raccolte di ricette medico-alchemiche o culinarie.

5. Il ruolo delle accademie

L'accademia padovana degli Infiammati e Sperone Speroni

Bisogna tenere a mente che anche se l'italiano aveva una sua realtà povera, i progressi per la crescita del volgare
avvennero in ambito alto, dove si dibatteva di norma e dove si definiva il gusto degli scrittori. Questa
stratificazione socio-culturale si riflette nell'uso della lingua.
L'Accademia degli Infiammati, fondata nel 1540, era frequentata da Speroni, autore del dialogo Delle lingue
(1542): si immagina che questo dialogo abbia avuto luogo a Bologna nel 1530. Viene introdotto Bembo, a
difesa delle proprie idee, contro un cortigiano e Lazzaro Bonamico, quest'ultimo difensore del latino. Viene
poi riportato da uno studente testimone un altro dialogo, in cui si presenta la posizione del filosofo Pietro
Pomponazzi, il quale sosteneva che la filosofia avrebbe dovuto essere trasportata dalle lingue classiche a quella
volgare tramite traduzioni, e da qui sarebbero conseguite modernizzazione e democratizzazione della cultura.
Latino e greco erano quasi un ostacolo al sapere. Al tempo stesso, però, sostiene che qualunque lingua va bene
per parlare di filosofia.

L'Accademia fiorentina

Nata nel 1541 dall'Accademia degli Umidi, divenne un organismo ufficiale, finanziato dal duca di Toscana
Cosimo de' Medici. Questa accademia, di cui faceva parte anche Verchi, non riuscì a realizzare una grammatica
della lingua toscana.

L'Accademia della Crusca e Salviati

Fondata nel 1582, è attiva ancora oggi. All'inizio si occupava di comporre orazioni scherzose, ma quando nel
1583 arrivò Lionardo Salviati, cominciarono ad affermarsi seri interessi filologici.
L'accademia si fece conoscere per la polemica, condotta soprattutto da Salviati, contro la Gerusalemme
liberata di Tasso, a sostegno del primato di Ariosto.
Salviati è l'autore degli Avvertimenti della lingua sopra 'l Decameron, una specie di opera di censura nota
come “rassettatura” del Decameron. Salviati era diventato un filologo praticamente distruggendo il lavoro di
Boccaccio per togliere qualsiasi elemento immorale o antireligioso. La rassettatura fu commissionata dal
granduca Francesco di Toscana per compiacere a Sisto V, ma in precedenza ce n'era già stata una
dell'Accademia fiorentina. Ad ogni modo, queste opere di censura favorirono lo sviluppo dell'interesse
filologico per il Decameron.
Nel 1590 la Crusca decise di rivedere e correggere la Commedia: furono collazionati 12 codici, che vennero
confrontati alla stampa aldina del 1502, curata da Bembo. Nel 1595 uscì quindi una versione ridotta a migliore
lezione. Bembo aveva messo Dante in secondo piano nella scelta della lingua da prendere, eppure l'edizione
della Crusca fece nascere un nuovo interesse per la sua lingua.

6. La varietà della prosa

Le traduzioni, la saggistica e la prosa tecnica

L'architettura fu uno dei settori in cui l'italiano si impose, sia per le opere nuove sia per le traduzioni dal latino.
Una delle traduzioni più importanti per l'affermazione del lessico tecnico fu quella di Vitruvio: la prima
traduzione a stampa in italiano, a cura di Cesare Cesariano, risaliva all'inizio del XVI secolo ed era nelle forme
tipiche della koinè settentrionale. Il testo di Cesariano è molto legato al latino, sia per le scelte lessicali
(expectatione per vista, ludi per giochi) sia per la costruzione della frase. La traduzione di Daniele Barbaro del
1556 è invece più libero: fornire (finire) è un termine usato da Petrarca e Boccaccio.
Il maturità assoluta della trattatistica architettonica arrivò nella seconda metà del secolo, e molte parole italiane
relative all'architettura militare e civile entrarono nel lessico delle altre lingue europee: facciata > fr. façade,
sp. fachada, balcone > ing. balcony fr. Balcon.
Le traduzioni dei classici sono molto importanti per la storia dell'italiano, per i suoi progressi nei vari campi
disciplinari e per il suo arricchimento lessicale: confrontandosi col latino, l'italiano sperimenta le proprie
potenzialità. Furono fondamentali le traduzioni di Aristotele e Platone, mentre nel campo delle scienze naturali
si continuò a tradurre Storia naturale di Plinio.
L'abbondanza delle traduzioni era dovuta al desiderio di divulgazione ed era un passo verso il pubblico, che
non sempre sapeva il latino.
La maturità della prosa politica e storica non arrivò solo dalle traduzioni: nel 1532 fu stampato a Roma De
principatibus di Machiavelli. L'autore scrive in un fiorentino ricco di latinismi: sono in latino il titolo dell'opera
e i titoli dei capitoli. Il fiorentino di Machiavelli accoglie tratti della lingua “bassa”, elementi plebei, fino a
dare l'idea di trascuratezza (secondo Ugo Foscolo). Questa sua lingua, che non si rifà eccessivamente al
classicismo, è molto vitale.

Il linguaggio scientifico

Il volgare prevaleva nella scienza applicata o diretta a fini pratici, non nella ricerca di tipo accademico.
Un'eccezione sono i Commentarii (1544) di Pierandrea Mattioli: appartiene al campo delle scienze naturali e
della medicina perché l’uso medicinale delle piante comportava una descrizione e classificazione botanica, ma
ha un valore pratico, non è solo una ricerca accademica, e questo giustifica la scelta dell’italiano.
Nel caso di Galileo, la scelta dell’italiano ha un rilievo particolare. Arriva dal mondo della scienza
universitaria, in cui l'uso del volgare non era ben voluto. Le sue speculazioni teoriche vanno oltre le semplici
indicazioni tecnico-pratiche. Rinunciando al latino, Galileo rischia di limitare la circolazione internazionale,
ma di questo è ben consapevole.
La prosa di viaggio

La letteratura di viaggio offre la possibilità di reperire forestierismi e neologismi che arrivano tramite le
descrizione di luoghi esotici e può esprimere interessi linguisti specifici se per esempio il viaggiatore si occupa
delle lingue con cui è venuto a contatto (Sassetti, mercante fiorentino, scrive in una lettera una serie di
concordanze tra parole indiane e italiane).
Grazie ai missionari, soprattutto ai Gesuiti, anche la Chiesa scopre civiltà esotiche. Matteo Ricci scrive i
Commentari della Cina, in cui l’italiano è povero a causa del lungo soggiorno all’estero. Botero si è servito
del lavoro di altri per scrivere le Relazioni universali (1596) in cui descrive tutte le parti del mondo conosciuto,
e la sua lingua è piena di ispanismi che gli sono arrivati dalle fonti spagnole.
Lo spagnolo era importantissimo come lingua internazionale: Carletti fece il giro del mondo cavandosela con
spagnolo e portoghese. In Ragionamenti del mio viaggio intorno al mondo si trovano termini come cochos
(noci di cocco), cià (tè bevuto in Cina e Giappone), ananas. Carletti riesce a fare una descrizione della scrittura
cinese e giapponese, accosta spesso parole equivalenti in lingue diverse (“vento tuffone che è quel medesimo
che nell'isole Filippine è chiamato da' castigliani huracan”) e usa iberismi molto marcati (ortalizza per
verdura, ghisare per cucinare) che però non entrano nella lingua italiana.

Il mistilinguismo della commedia

Fin dalla prima metà del 500, la commedia si afferma come genere ideale per dare vita al mistilinguismo o per
ricercare particolari effetti di lingua parlata. Molti autori toscani si sono interessati al parlato: in Discorso o
dialogo, Machiavelli critica Ariosto per aver ottenuto un risultato poco credibile con le sue commedie, scritte
in un dialetto toscano che non conosceva; in Giovan Maria Cecchi la ricerca di parlato è estrema, perché
riempie le proprie commedie di proverbi e modi di dire. La caratteristica più evidente della lingua della
commedia è data dalla compresenza di più codici per i personaggi, tendenze che finiscono per cristallizzarsi:
agli innamorati il toscano, ai vecchi il veneziano o il bolognese, ai capitani lo spagnolo, ai servi il milanese, il
bergamasco o il napoletano.
L’epistolografia

Nel XVI secolo le raccolte di lettere erano uno dei generi più diffusi e fortunati. La maggior parte di questi
libri viene stampata a Venezia, capitale dell’editoria Rinascimentale. Fiorisce anche la manualistica che dà le
regole di base per redigere una lettera adatta ad ogni esigenza.

7. Il linguaggio poetico

Ariosto

Adeguava la propria lingua al modello delle Tre Corone, eliminando i settentrionalismi e accettando le regole
della grammatica di Bembo. Nell’Orlando furioso, il bembismo di Ariosto rende la lingua chiara, elegante e
regolata. Soletti parla di “tono medio”, ottenuto anche attraverso la sostituzione di epiteti preziosi con aggettivi
più sobri (canuto invece di nettunio).

Petrarchismo

Caratteristico del linguaggio poetico cinquecentesco, è una soluzione coerente col modello di Bembo. Nella
cultura italiana ed europea, petrarchismo significa scegliere un vocabolario lirico selezionato e un repertorio
di topoi. Tuttavia, la sostanziale omogeneità dei materiali linguistici non impedisce una certa varietà di esiti
stilistici.

Torquato Tasso e le polemiche con la Crusca

Tasso non mette mai in discussione la sostanziale toscanità della lingua italiana, ma prende le distanze dai
dialetti: riconosce il primato del toscano, ma non del fiorentino, perché la tradizione toscana è sentita come un
patrimonio culturale comune, non come qualcosa di geograficamente limitato. Comunque non si rifaceva agli
autori antichi; al modello di Bembo contrapponeva un modello in cui prevaleva l'ipotassi, una sintassi moderna.
La polemica della Crusca, sintetizzata in 16 punti da Lombardelli, riguarda la lingua e lo stile della
Gerusalemme liberata. Sostanzialmente si dice che Tasso: è troppo difficile da capire; ha uno stile troppo alto;
usa una lingua che mescola latinismi, forestierismi, parole lombarde, nuove o improprie; potrebbe essere più
chiaro.
Tasso aveva una sintassi complessa, al punto che la questione sintattica e metrico-sintattica precedeva quella
lessicale. Anche il lessico infatti era un problema per i puristi, perché c’erano troppi latinismi e parole
lombarde. Il latinismo in particolare era un’alternativa al fiorentinismo, e come tale non era gradito ai fiorentini
(invece parole lombarde erano scivolate anche ad Ariosto).
Salviati in particolare se la prende con Tasso, non tanto per le scelte lessicali quanto per il fatto che era una
stella della letteratura volgare lontana da Firenze. Salviati aveva dedicato tutta la vita al primato di Firenze, e
pensava che gli autori forestieri dovessero inchinarsi.
Mentre la Crusca cercava di regolare la lingua italiana, questa si sviluppava autonomamente, in opposizione
all’autorità normativa.

Teoria poetica e stile di Tasso

Nel quinto libro dei Discorsi del poema eroico, Tasso spiega in che modo possa essere raggiunto l’ideale di
magnificenza a cui aspirava.

1. “Asprezza”: presenza di allitterazioni, con esempi presi da Petrarca.


2. Enjambement: uso di versi spezzati, che ha un rilievo particolare nella Gerusalemme. Separando, ad
esempio, l’aggettivo dal sostantivo, rompendo la prevedibilità metrica e creando un po’ di ritmo.
3. Accumulo di elementi congiunti da “e”, che accrescerebbero la forza nel parlare, e di enumerazioni
come elenchi senza congiunzioni. L’enumerazione è molto comune in Tasso, più frequente in
polisindeto, soprattutto in un crescendo o climax.
4. Emerge la ricerca di un lessico poetico capace di rendere il senso dell’indeterminato
5. Inutilità di duplicare le parole in forma di anafore e consiglio di posporre il soggetto.

La Chiesa e il volgare

La traduzione della Bibbia e la lingua della messa

La lingua ufficiale della chiesa rimane il latino, ma il problema del volgare emerge nella catechesi e nella
predicazione, dove l’azione del clero è stata fondamentale per la diffusione dell’italiano.
Il Concilio di Trento affrontò la questione del volgare nella Chiesa nel dibattito sulla legittimità delle traduzioni
della Bibbia. Il problema era che la traduzione in volgare poteva favorire la libera interpretazione, invece
diffondere il testo in latino avrebbe evitato errori di interpretazione ed eresie, ma soprattutto avrebbe garantito
il controllo del clero. La riforma protestante aveva invece puntato alla lettura diretta della Bibbia, vedi Lutero
e la sua traduzione tedesca (uscita un po' alla volta a partire dal 1522).
Alcuni membri del Concilio proposero una traduzione nelle diverse lingue nazionali, ma non riuscendo ad
arrivare ad una decisione precisa, i padri del Concilio affidarono il compito ai pontefici.
Il discorso della predicazione è molto simile a quello appena fatto. Si metteva in evidenza la funzione di lingua
sacra del latino, riconosciuto anche come lingua universale che permetteva un’omogeneità nel messaggio della
Chiesa che le lingue nazionali avrebbero contaminato e reso più difficile da controllare. Il Concilio non
condannò il volgare, anche se la messa viene celebrata in latino ancora per molto tempo.

La Chiesa, la questione della lingua e la predicazione

Il volgare confermava la sua importanza nel confronto diretto coi fedeli: il momento della predica.
Il Concilio insisteva sul fatto che i parroci non dovessero evitare predica in volgare, che doveva svolgersi
durante la Messa, cioè all’interno del rito pronunciato in latino. Esisteva comunque la predicazione in latino,
destinata ad un pubblico d’élite o a circostanze solenni.
Bisognava anche decidere che forma il volgare dovesse avere. Il bembismo aveva una forte influenza sulla
predicazione: Cornelio Musso, il primo grande predicatore di questo periodo, era stato un allievo di Bembo.
La predicazione era un settore ricollegabile all'oratoria antica, ma era sostanzialmente nuovo in quanto ad
interesse linguistico.
Il predicatore di Panigarola (1609) è il trattato più importante per il rinnovamento della prosa della
predicazione. È forse la prima volta che un esponente della gerarchia cattolica interviene nella disputa
sull'italiano. All'interno c'è una sezione sulla lingua che deve essere usata dai predicatori italiani, l'adesione ai
principi di Bembo e la teorizzazione del primato della lingua fiorentina parlata, la più adatta al pulpito.
Panigarola suggerisce di studiare sulle grammatiche e di passare del tempo a Firenze.
Borromeo, cardinale milanese, lamenta la carenza di persone che sapessero scrivere in Toscano correttamente.
Sottopone le sue prediche ad un processo di revisione linguistica, e dice che l'oratoria sacra deve usare le stesse
parole delle novelle: è come se cedesse alla letteratura.
Nella seconda metà del XVI secolo la Chiesa cercava di stabilire le norme per una predicazione colta e i
religiosi erano pronti ad aggiornarsi. In questo periodo era importante per i sacerdoti spiegare la Bibbia ai
fedeli per recuperarne le lacune.

Capitolo X – IL SEICENTO

Il vocabolario dell'Accademia della Crusca

La Crusca era un'associazione privata che portò a termine il progetto di restituire a Firenze il magistero della
lingua in un'Italia divisa in stati diversi e quindi poco adatta a riunirsi sotto ad un'unica autorità normativa.
Il suo contributo più rilevante si ha quanto nella lessicografia, a partire dal 1591, quando gli accademici
discussero su come realizzare il Vocabolario per il quale misero a punto un procedimento di schedatura. Dei
50 accademici presenti a Firenze nessuno aveva una precisa competenza lessicografica o linguistica.
Per stampare il Vocabolario servivano soldi, ma siccome si trattava di una novità il successo non era garantito:
nessuno voleva investire e quindi gli accademici furono costretti ad autofinanziarsi. Probabilmente si spiega
con motivi economici anche la decisione di stampare a Venezia piuttosto che a Firenze. L'Accademia incarica
Bastiano de' Rossi di controllare da vicino il procedere della stampa: ogni settimana doveva inviare le bozze a
Firenze, senza correggere o modificare cose di propria iniziativa; in caso di dubbi avrebbe dovuto eliminare.
Il Vocabolario degli Accademici della Crusca esce nel 1612.
L'impostazione del Vocabolario era legata all'insegnamento di Salviati, non a quello di Bembo: la lezione delle
Prose della volgar lingua sopravviveva, ma filtrata dall'interpretazione fiorentinista di Varchi e Salviati.
Gli accademici proposero la lingua del 300, ma si allargarono anche all'uso moderno. Gli schedatori avevano
cercato di evidenziare la continuità fra lingua toscana contemporanea e antica, più che concentrarsi solo
sull'apporto della lingua moderna.
Si citavano manoscritti fiorentini inediti in possesso degli accademici, che ne avevano ricavato parole
irreperibili al di fuori di queste fonti. Questa scelta, criticata dagli oppositori della Crusca, era dovuta ad
un'insoddisfazione per le edizioni a stampa disponibili, e fa nascere l'interesse per la filologia. L'eccessivo
interesse filologico si proietta negativamente sul Vocabolario, che voleva definire un patrimonio lessicale a
cui tutti avrebbero dovuto attingere, perché è pieno di parole toscane.
Per quanto riguarda la scelta della grafia, il Vocabolario è innovativo e si allontana dalle convenzioni latine
come h etimologiche e i nessi come ct.
L'opposizione alla Crusca

Paolo Beni

Il primo avversario dell'accademia fu Paolo Beni, autore di Anticrusca (1612) nella quale venivano
contrapposti al canone di Salviati gli scrittori del 500, in particolare Tasso.
Secondo Beni, l'italiano era un patrimonio comune che arrivava anche alla lingua parlata, non solo quella
scritta. La maggior parte del suo trattato comunque è dedicata a polemizzare contro la lingua di Boccaccio e a
dimostrare che la lingua del Trecento era incolta e rozza, al contrario di quella moderna che era invece regolata
e gentile.
Alessandro Tassoni

L'elenco di osservazioni fatte da Tassoni fu utilizzato dalla Crusca per la seconda edizione del Vocabolario
nel 1623. La sua opposizione non è una trattazione articolata, è una serie di note e postille polemiche, ma
anche se manca di forma, il pensiero di Tassoni esprime l'opposizione al primato fiorentino sulla lingua.
Inoltre, Tassoni proponeva di segnalare graficamente le voci antiche e le parole da evitare.
Un altro tema fondamentale è l'improbabilità dell'arcaismo linguistico, per cui viene disprezzato anche l'uso e
abuso del latino negli scritti tecnici di materia medica e legale. Tassoni è sostanzialmente contrario a qualsiasi
ostacolo alla modernità e alla semplicità della comunicazione.
Come alternativa a Firenze, Tassoni propone Roma, una scelta dovuta anche all'esperienza personale.

Daniello Bartoli

Riesaminando i testi del 300 che Salviati usa per fondare il suo canone, Bartoli dimostra che proprio in quei
testi esistono delle oscillazioni che mettono in dubbio la coerenza di quel canone grammaticale.
Il torto e il diritto del Non si può (1655) è una serie di osservazioni in cui si trovano riferimenti critici al
Vocabolario, come il fatto che “carcere” viene riportato solo al maschile sebbene appaia anche al femminile
in Giovanni e Matteo Villani, considerati maestri di lingua fiorentina.
Il titolo mette a fuoco la questione centrale: il grammatico deve stare attento a come usa il suo diritto di
condanna e di veto, perché potrebbe cadere nel torto.

Le edizioni 1623 e 1691 del Vocabolario: sviluppo della Crusca e della cultura linguistica italiana

L'edizione del 1623 non era molto diversa dalla prima, salvo per una piccola serie di aggiustamenti, giunte e
correzioni. La terza edizione, stampata a Firenze, si presenta in modo diverso:

-ci sono tre volumi invece di uno solo, quindi più lemmi, più esempi e più definizioni delle voci.
-dal punto di vista qualitativo, i lavori per questa edizione durarono tre anni.
-c'è un uso maggiore della definizione V.A., voce antica (indicazione che si riferiva solo alle voci che non
avevano più alcuna vitalità), per segnalare le voci introdotte a scopo storico-documentario, non per proporle
all'uso. Queste voci servivano come strumento per facilitare la lettura degli scrittori antichi.
-sul versante della modernità, viene dato più spazio a voci di autori moderni: drammatico, peculiare,
prefazione, efferato, esangue. Ancora più decisiva per la modernità è la serie di voci attestate da scrittori di
scienza del 600: microscopio, occhiale, edizione, parallelepipedo. Inserire Galileo e l'Accademia del Cimento
fra le voci è un modo per conciliare il gusto per la lingua toscana e l'aggiornamento moderno.

3. Il linguaggio della scienza

Galileo e il linguaggio della scienza

La prosa del 600 deve molto al linguaggio scientifico, e soprattutto a Galileo.


Galileo aveva scritto in italiano fin dall'età di 22 anni, ma a Padova aveva insegnato in latino. La scelta del
volgare dipende da una fiducia a priori e dalla volontà staccarsi dalla casta dottorale. Nella prefazione a Le
operazioni del compasso geometrico e militare, dice di aver usato il volgare per raggiungere chi fosse più
interessato alla materia che alla lingua latina. Inoltre, Galileo era fiero della propria lingua.
Anche il suo latino ha caratteristiche innovative: Spongano dimostra che Galileo usa non le parole più pure
ma quelle più immediate.
Alla fine comunque prevale il volgare, e anzi il latino prende delle connotazioni negative, come nel Saggiatore
(1623), in cui le tesi dell'avversario sono scritte in latino e confutate in italiano.
Pur preferendo il volgare, Galileo non si collocò mai al livello “basso-popolare”: raggiunse un tono elegante
e medio, che si sposava con la chiarezza terminologica e sintattica, cosa che lo distingue da autori come
Giordano Bruno.
In alcuni scritti mostra un po' di lingua toscana viva e parlata. Lo stile è vivace, grazie all'uso di elementi
colloquiali calati in un impasto sostanzialmente dotto, anche se non in modo invadente, e va ricondotto alla
provenienza toscana e al gusto rinascimentale, ma è anche una polemica al gergo elitario e scolastico.
Il suo stile è molto chiaro: senza la chiarezza linguistico-terminologica e il rigore logico e dimostrativo non
può esserci un discorso scientifico, e poi Galileo pensa che “parlare
Quando nomina o definisce un concetto, Galileo preferisce attenersi ai precedenti comuni ed evita di introdurre
terminologie troppo colte o insolite, quindi, come osserva Migliorini, tende alla tecnificazione di termini già
in uso, ed evita il latino e il greco. “Cannocchiale” (cannone + occhiale) è il nome coniato da Galileo, il quale
però accetta di usare anche “telescopio”, di origine greca, che non è stato coniato da lui. Migliorini osserva
che quando le invenzioni di Galileo hanno nomi colti, di certo non li ha coniati lui.
I grecismi si affermarono nel linguaggio della scienza fin dal XVII secolo. A partire dell'inizio del secolo, si
diffondono: microscopio, termometro, barometro (inizialmente tubo di Torricelli).
La scelta di Galileo di semplificare le terminologie non ebbe il sopravvento, ma ebbe una notevole influenza
su altri settori della scienza.
Migliorini nota anche una certa frequenza di parole chiave nel lessico di Galileo che rispecchiano concetti del
suo pensiero e del suo metodo: esperienze chiare, esempi sensati e certi, conclusioni naturali, necessarie e
eterne... La sintassi evita la complessità di Boccaccio, di moda ai suoi tempi.
Lo svolgimento logico del pensiero è tipico del nuovo linguaggio scientifico, che deve essere sottratto
all'incertezza.
Galileo ha anche una certa abilità nel descrivere, il che gli permette di passare disinvoltamente da un tema
all'altro. La sua prosa non si rivolge solo agli scienziati: il livello di divulgazione è altissimo.

La scienza piacevole: Redi e Magalotti

L'aderenza a modelli della lingua toscana parlata e la colloquialità che ne deriva si ritrovano anche in Redi e
Magalotti. Redi:
-sono famose le sue esperienze sulle vipere, sulla generazione dei vermi e le sue osservazioni su piante esotiche
e animali.
-è uno dei fondatori della biologia moderna, avendo messo in discussione delle pseudo verità tramandate da
fonti antiche. Le sue prose sono descrizioni di esperimenti, a volte in forma epistolare, che conferisce un tono
amichevole che arriva perfino ad accenni scherzosi.
-ha una cultura anche umanistica, visibile nella frequente citazione di versi nel bel mezzo delle descrizioni a
mo' di gioco, per consentire al lettore delle pause.
-la varietà sulla pagina è data anche da: liste di sinonimi (rami di ossiacanta o spinbianco); termini popolari
affiancati al loro corrispettivo colto (quella clematide, che in Toscana di chiama vitalba); uso di toscanismi (il
morso della vipera che ha leggermente accarnato).

4. Il melodramma

Il melodramma nasce a cavallo tra 500 e 600, anche dalla volontà di non piegare il testo alle esigenze della
melodia. Quello del primo 600 era un tentativo di ricreare la tragedia dell'antica Grecia, ma il rapporto musica-
poesia esisteva già dal Medioevo: molte poesie di Dante erano cantate e in seguito anche Tasso scrisse molte
poesie destinate a musica e canto.
La semplice utilizzazione della poesia da parte dei musicisti rappresenta solo un ulteriore canale di diffusione
della prosa letteraria italiana. La Camerata dei Bardi approfondisce il rapporto fra parola e melodia, per
esempio in Dialogo della musica antica di Vincenzo Galilei.
La decisione di dare più importanza alla musica viene dalla riflessione allora in corso sull'esecuzione della
tragedia greca: nella Camerata prevaleva l'idea che fosse interamente cantata, mentre il teatro del 500 era stato
recitato e la musica era usata solo negli intermezzi. Dare più importanza alla musica voleva dire misurarsi con
la capacità narrativa del testo, quindi nasce l'esigenza di una modalità di canto che permetta di comprendere il
testo senza deformarlo.
Il melodramma si caratterizza come spettacolo d'élite (feste di corte), perché richiede scenografie e allestimenti
costosi. La sua influenza linguistica rimane limitata all'ambiente della corte, però il successo si estende a
Mantova e Venezia e la produzione di libretti a partire dal 600 aumentò esponenzialmente. Nel linguaggio
poetico del melodramma si possono trovare citazioni e riprese della poesia; per farle rientrare, i librettisti
potevano variare le forme metriche impiegate, caratterizzando il coro con strofe più brevi e cantabili.
Nell'Euridice di Rinuccini, la ripresa di topoi e di lessico di unisce ad una serie di espedienti tradizionali, come
le reduplicazioni tipiche di Tasso, le concatenazioni di “e”, i giochi di opposizione.
Il melodramma diffonde questo linguaggio e si accentua la propensione per la poesia cantabile, i versi brevi,
le ariette.
5. Il linguaggio poetico barocco

Elementi innovativi

Con Marino e il marinismo, le innovazioni nel linguaggio poetico si fanno ancora più accentuate. Il catalogo
degli oggetti poetici si allarga rispetto alla tradizione, anche se certe convenzioni vengono mantenute (schemi
metrici petrarcheschi).
La poesia barocca estende i temi e le situazioni utilizzabili come oggetto di poesia, il che comporta un
rinnovamento lessicale.
Marino propone una serie di piante (pallida ed esangue violetta, papavero vermiglio, fiordaliso, narciso,
ambizioso giglio) e animali (serpe, lepre, elefante, ippopotamo). In Massano si trovano anche insetti: come gli
scienziati avevano descritto il regno animale, anche i poeti barocchi sfruttarono le ricerche zoologiche più
aggiornate per trovare nuovo lessico.

L'”Adone” del Marino

In quest'opera, l'autore introduce anche l'anatomia del corpo umano, usando termini anatomici per descrivere,
in un modo mai visto prima in poesia, l'occhio, l'orecchio, il naso e il loro funzionamento. Il lessico
dell'anatomia viene introdotto per celebrare la macchina umana. Marino introduce nella poesia parole come
nervi, pupilla, circolo visivo.
In altre ottave, Marino utilizza la descrizione della luna fatta da Galileo, come per sottolineare l'apertura della
letteratura a questi temi.
Si crea una miscela di vecchio e nuovo che caratterizza anche la poesia didascalica del 700.
La tendenza al rinnovamento può arrivare anche dai forestierismi o parole della tradizione comica.

Varietà di situazioni poetiche e di metafore

La capacità della poesia barocca di toccare elementi insoliti può essere rappresentata dalle descrizioni del seno,
che nella tradizione poetica (sen) era sinonimo di petto o cuore, mentre qui acquista una carnalità evocata già
da Tasso.
Mentre lo stile di Petrarca era ricco di similitudini, quello dei marinisti è ricco di metafore (vivi scogli per
indicare i seni, tromba errante per dire zanzara).
Per le situazioni poetiche nuove si veda la donna, rappresentata in modo decisamente non petrarchesco o
tassiano: l'immagine della donna si deforma o si caratterizza attraverso imperfezioni, ci sono fantasie erotico-
sadiche, vengono rievocati mestieri realistici che creano un legame con la quotidianità.

6. Il “cannocchiale aristotelico” di Tesauro

Viene considerato il trattato più significativo per capire la poesia barocca.


Contiene una polemica contro il dogmatismo grammaticale, polemica che propone una concezione di una
lingua libera e destinata a cambiare. Conseguenza è l'avversità nei confronti di normative vincolanti, come i
principi dell'accademia della Crusca. Secondo Tesauro, la violazione della norma è legittima purché sia fatta
consciamente, da parte di chi la norma comunque la sa. Le parole straniere, “barbarismi” per i puristi, diventano
eleganze se usate con abilità, e anzi potrebbero addirittura avere un effetto migliore.
La poesia barocca, così contraria al tradizionalismo, non era ben vista a Firenze, ma Tesauro vedeva una
continua crescita dell'italiano scritto.
Il Cannocchiale discute anche della metafora come figura retorica più caratteristica della poesia barocca: già
Aristotele ne aveva parlato come di uno strumento di effettiva conoscenza della realtà, in quanto capace di
cogliere l'analogia tra cose diverse. La metafora era dunque al centro della poesia barocca, era frutto di un
ingegno diverso dalla semplice capacità razionale. Ingegno è facoltà creativa, non è razionalità.
7. Sviluppo letterario della predicazione religiosa nel XVII secolo
La predicazione barocca

La predicazione barocca presenta una serie di costanti: forte uso di esclamazioni, interrogazioni, invocazioni,
finali ad effetto, elencazioni, giochi di rime, allitterazioni e assonanze. Le prediche di Panigarola hanno forse
anticipato questa tendenza, quindi il gusto barocco sarebbe l'evoluzione di elementi già presenti nel
Rinascimento.
Le Dicerie sacre di Marino vengono considerate predicazione religiosa: sebbene Marino fosse laico, imitava
lo stile e il genere della predica, il che dimostra il fascino di questo genere. Marino finisce per influenzare i
predicatori, fornendo temi e modelli per una religiosità “alla moda”.
Nel 600, le raccolte di prediche chiamate Panegirici, Quaresimali, o altri nomi del genere, furono pubblicate
in una quantità che non si era mai vista e che non si sarebbe più avuta.
Già dai titoli possiamo vedere un gusto ispirato al marinismo: La caduta sublime, La perdita vittoriosa, La
pace guerriera sono titoli in cui si fa uso dell'ossimoro, che crea l'artificio della sorpresa.

Padre Paolo Segneri e le “missioni rurali”

Pur ispirandosi ad una riforma dello stile barocco diffuso ai suoi tempi, Segneri rimane legato alla tradizione
che lo precede almeno per quanto riguarda forma linguistica e struttura del sermone. L'elemento veramente
innovativo è che non si rivolge al pubblico cittadino ma alle masse rurali. Segneri inventò le missioni rurali,
che consistevano nel raggiungere un pubblico solitamente trascurato. È stato ritrovato un quaderno di appunti
che lo stesso Segneri usava per scrivere non solo le prediche, ma anche che gesti fare per accompagnare i
discorsi.
L'affluenza era molto ampia, importantissima per la diffusione dell'italiano. È probabile che Segneri non
abbassasse il livello di lingua.
L'antifiorentinismo di Paolo Aresi

Aresi è difensore della dignità del volgare, strumento degno di trattare problemi di retorica ecclesiastica. Il
dialetto non è accettabile perché fa venir meno l'obbligo della nobiltà del dettato e poi perché sarebbe
impossibile per un predicatore itinerante far uno di tante parlate diverse. Propone quindi l'italiano “comune”,
che si stacca dal parlato popolare ma nemmeno si avvicina al fiorentino, perché altrimenti risulterebbe falso.

8. Le reazioni alla poetica del Barocco

Già alla fine del 600, con la fondazione dell'Arcadia (Roma, 1690) ci fu uno spirito di rinnovato classicismo e
di razionalità poetica. Si sviluppò e prese piede il senso di “cattivo gusto” del Barocco, un giudizio sempre
espresso dagli illuministi del 700. Questa reazione antibarocca si sviluppò prima in Francia che in Italia, il che
finì per coinvolgere un giudizio sulla lingua italiana che fissò certe idee nel corso del 700.
Il gesuita Domonique Bouhours sosteneva che in Europa solo i francesi avessero effettivamente la capacità di
“parlare”; gli spagnoli “declamavano” e gli italiani “sospiravano”. Insomma, il francese poteva ambire allo
statuto di lingua della nuova comunità politico-intellettuale europea, mentre lo spagnolo peccava di
magniloquenza retorica e l'italiano era lingua da poesia, incapace di esprimere in modo ordinato il pensiero
umano. La risposta italiana ci mise un po' ad arrivare, segno della debolezza della cultura. Solo all'inizio del
700 gli intellettuali difesero la lingua.
9. La letteratura dialettale

Letteratura dialettale riflessa

Nei secoli XVI-XVII nasce una letteratura dialettale che si contrappone volontariamente a quella in toscano.
In tutta la penisola ci sono autori che scrivono in dialetto, una pratica che acquistò un certo rilievo anche in
ambito teatrale.
CAPITOLO XI – IL SETTECENTO

1.Italiano e francese nel quadro europeo.


Prestigio e ruolo delle lingue d'Europa

Abbiamo visto che le lingue internazionali erano francese, italiano e spagnolo. Lo spagnolo si stava
“dissolvendo”: aveva avuto il suo momento di gloria nel 500 e all'inizio del 600, ma con la crescita di prestigio
del francese aveva perso importanza. Il portoghese, anch'esso importantissimo nel 500, non aveva più rilievo;
le lingue slave non erano né conosciute né apprezzate; tedesco e inglese avevano una posizione marginale:
l'inglese inizia ad avere peso nell'800 e la cultura si diffuse attraverso le traduzioni francesi, mentre il tedesco
riceveva giudizi negativi, per esempio da parte di Leibniz che lamenta il ritardo nel vocabolario intellettuale.
Addirittura, l'italiano Carlo Denina si trasferì a Berlino, dove entrò nell'Accademia Reale, e non ebbe bisogno
di imparare il tedesco perché la lingua ufficiale di questo organismo era il francese. Solo con il Romanticismo
il tedesco venne riconosciuto e la cultura tedesca poté far uso della lingua nazionale.
Sebbene il francese fosse quindi la lingua europea per eccellenza, anche l'italiano aveva una certa importanza,
soprattutto a Vienna, dove era lingua di corte. A Parigi era invece lingua da salotto e per le dame. Chi va a
vivere in Francia perfeziona il suo francese, perché in realtà la conoscenza di questa lingua era necessaria
anche negli altri paesi. Sono in francese due commedie di Goldoni e le sue memorie, così come quelle di
Giacomo Casanova e alcuni saggi di Carlo Denina: scrivere in francese significava essere alla moda e essere
capiti ovunque. Alcuni scrittori settentrionali lo usano per appunti personali, lettere ad amici e parenti, quindi
è una scelta di gusto.
Un'opera fondamentale per la cultura di questo secolo fu l'Encyclopédie di Diderot e D'Alambert, con due
ristampe in Italia che non necessitarono di traduzione.
Dalla Francia arriva una serie di professionisti come parrucchieri, predicatori, artisti, compagnie teatrali,
cuochi, maestri di danza e di lingua.
Il francese lingua modello

Nel 1784, l'Accademia di Berlino premiò il saggio De l'universalité de la langue française di Rivarol, il quale
riprende lo schema secondo cui il francese era il latino dei tempi moderni. Secondo l'autore, il successo di
questa lingua non era dovuto solo a cause storiche ma anche ad una superiorità intrinseca: era lingua della
chiarezza, della logica e della comunicazione razionale. Un luogo comune era che il francese fosse la lingua
della chiarezza, l'italiano la lingua della passione emotiva e della musicalità.
L'ordine naturale della frase veniva identificato nella sequenza SVO, caratteristica della lingua francese; in
italiano invece i costituenti sono più liberi e spesso c'era abuso di inversioni nel tentativo di imitare Boccaccio.
L'italiano era scarsamente logico per l'influenza della letteratura 300esca.
Esistevano comunque delle posizioni più equilibrate: Denina sostiene che nessuna lingua è intrinsecamente
migliore, e che una lingua ci sembra naturale quando ci siamo abituati. La teoria dell'ordine naturale era
appoggiata da chi voleva liberare l'italiano dalle eccessive inversioni latineggianti e renderlo più moderno e
antiaccademico. All'italiano manca la capacità di adattarsi alla conversazione e alla divulgazione, al contrario
del francese.
Ci sono stati alcuni intellettuali che si sono opposti all'egemonia del francese, al punto da combatterne la
diffusione al di qua delle Alpi. È un esempio Dell'uso e dei pregi della lingua italiana di Galeani Napione,
autore che comunque riconosceva il successo e la spigliatezza del francese. Secondo Beccaria, il discorso di
Napione mescola la polemica all'invidia e ad un desiderio di emulazione: i caratteri che elenca come negativi
sono gli stessi che si augura per l'italiano.

2. L'influenza della lingua francese

Il francese ha lasciato traccia nella nostra lingua in diversi settori: moda (il termine stesso è un francesismo;
cravatta; stoffa), politica, diplomazia, esercito, diritto, amministrazione, burocrazia, letteratura, belle arti,
economia, filosofia, scienze etc.
In campo scientifico ha un rilievo enorme la terminologia della chimica, che arriva dagli studi di Lavoisier. I
termini vengono formati su base greca: oxygène, azote, hydrogène, oxide. I principi a cui si rifaceva Lavoisier
sono:
-meglio un nome nuovo chiaro e trasparente piuttosto che uno tradizionale opaco;
-per creare nuove parole è opportuno servirsi delle lingue morte, in particolare del greco perché era noto ai
colti ed era facile usarlo per creare nuovi formati sintetici.
I suffissi che si diffondono hanno un valore classificatorio: -ique (ita. -ico): acidi ossigenati a cui corrispondono
i sali in -ate (ita. -ato); -eux (ita. -oso) per gli acidi deboli a cui corrispondono i sali in -ite (ita.-ito).
Termini francesi entrano al posto di quelli italiani, così per esempio sal acetoso marziale diventa acetito di
ferro.
3. Il pensiero di Cesarotti nel dibattito linguistico settecentesco

Fin dall'inizio del 700 si era avuta un'ulteriore riproposta del primato fiorentino; a questa si erano opposte
reazioni polemiche, di stampo illuministico. Rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca di Alessandro
Verri (a nome dei redattori della rivista Il Caffè) è un pamphlet di tono sarcastico in cui l'autore critica
l'eccessiva attenzione alle questioni retoriche e formali che hanno avuto luogo nella cultura italiana, una scelta
a svantaggio del progresso. Ne consegue una svalutazione del dibattito linguistico.
La posizione di Cesarotti, in realtà moderata, è quella che meglio esprime gli ideali dell'Illuminismo nei
confronti della tradizione conservatrice. Saggio sulla filosofia delle lingue (1785) si apre con una serie di
enunciazioni teoriche:

-il concetto di “barbarie” non ha senso, perché tutte le lingue servono ugualmente bene all'uso della nazione
che le parla;
-tutte le lingue nascono per caso, non c'è un progetto razionale;
-nessuna lingua nasce da un ordine prestabilito;
-nessuna lingua è perfetta ma tutte possono migliorare;
-nessuna lingua è tanto ricca da non avere bisogno di arricchimenti;
-nessuna lingua è inalterabile;
-nessuna lingua è parlata uniformemente nella nazione.

Cesarotti affronta anche il problema della distinzione fra scritto e parlato: la lingua scritta è superiore perché
è momento di riflessione e strumento dei dotti. Non dipende dal popolo, ma non dipende in modo assoluto
neanche dagli scrittori, e non può essere fissata sui canoni di un determinato secolo.
Nella terza parte del Saggio Cesarotti propone una normativa illuminata, contrapposta a quella troppo rigida
della Crusca. A differenza degli illuministi del Caffè, che volevano una lingua completamente libera, Cesarotti
riconosce la necessità di regole: non bisogna rifarsi agli autori morti e gli scrittori possono introdurre termini
nuovi o ampliare il senso di quelli vecchi, ma servono delle norme per frenare le innovazioni eccessive. I
termini nuovi possono essere introdotti per analogia con termini già esistenti, per derivazione o composizione.
Nuovo lessico può venire anche dai dialetti e da parole straniere. Supportando la chiarezza, Cesarotti diffida
dei latinismi e soprattutto dei grecismi: è meglio sonnifero di narcotico, accidente di sintoma. Forestierismi e
neologismi possono poi dare luogo a nuove derivazioni. A questa posizione si collega anche la teoria del genio
(il carattere originario di una lingua), utile agli avversari dei forestierismi per dimostrare l'improbabilità di quei
termini. Cesarotti distingue genio grammaticale e genio retorico per distinguere quello che deve rimanere
inalterabile (struttura grammaticale, per esempio lingue che hanno desinenze per i casi e lingue che non le
hanno) e quello che invece può evolvere (espressività della lingua, lessico). I forestierismi non possono
rovinare la lingua se non influenzano il genio grammaticale.
Per quanto riguarda la lingua italiana, Cesarotti propone l'istituzione di un Consiglio nazionale della lingua per
rimpiazzare la Crusca; la sede doveva essere ancora Firenze; l'interesse sarebbe stato soprattutto filologico-
linguistico, e una particolare attenzione doveva essere data al lessico delle arti, dei mestieri e delle scienze. Il
Consiglio avrebbe anche dovuto compilare il suo Vocabolario, in due edizioni (ampia e ridotta) e avrebbe
dovuto avviare una serie di traduzioni di autori stranieri.

4. Le riforme scolastiche e gli ideali di divulgazione


Gli ideali di divulgazione del sapere

Si comincia a pensare che anche la conoscenza dell'italiano debba far parte del bagaglio culturale per avere un
ruolo nella società produttiva: anche il popolano doveva saper scrivere e parlare italiano. L'organizzazione
razionale per una scuola più efficiente era uno degli obiettivi dell'Illuminismo. Il 700 è il secolo in cui l'italiano
entra nella scuola in forma ufficiale: prima si poteva imparare il volgare nelle parrocchie o presso ordini
religiosi, ma in questo secolo sono le organizzazioni statali a darsi da fare per allontanarsi dal latino.
Nonostante l'intervento di letterati e intellettuali in senso lato (cioè studiosi che si dedicano a diverse branche
del sapere), la situazione italiana rimane difficile, poiché manca uno stato unitario nazionale che possa mettere
in atto delle riforme per tutto il territorio.

Riforme scolastiche in Piemonte

Nel 1729 Vittorio Amedeo II emana dei provvedimenti per la riforma dell'università, tra cui l'introduzione
dell'insegnamento della grammatica latina tramite manuali in italiano. Si iniziava a tenere un approccio
didattico, tenendo conto delle difficoltà dei giovani. Nelle scuole d'élite lo studio dell'italiano diventa
obbligatorio, anche se si trattava di una lezione a settimana.
Nel 1734 viene istituita a Torino una cattedra universitaria di “eloquenza italiana e greco”, dove si leggevano
modelli di prosa nobili e antichi del 300 e 500.
Lo sviluppo dell'insegnamento dell'italiano avviene gradualmente e sempre in un contesto finalizzato allo
studio del latino; le riforme arrivano dall'alto e favoriscono la diffusione di grammatichette, manuali, piccole
opere non di grande portata ma importanti in quanto vero canale di apprendimento da parte del ceto dirigente.

Modena, Napoli, Parma

Modena prescrive per i primi anni di corso l'uso di libri italiani, non latini. A Parma era previsto l'insegnamento
solo dell'italiano per le classi “infime”, che non avrebbero proseguito gli studi ma che avevano bisogno di
sapere la lingua. A Napoli, Genovesi aveva deciso di tenere in volgare le sue lezioni, consapevole
dell'arretratezza del Regno di Napoli dovuta all'inesistenza dell'istruzione primaria.

La polemica contro il latino

Si insiste sul fatto che ai giovani delle classi medie e popolari serve una cultura legata alle esigenze del
commercio e delle attività pratiche. C'era l'idea di un insegnamento differenziato per chi non avrebbe
continuato a studiare: da una parte quindi c'era l'istruzione per la classe di intellettuali colti per i quali il latino
era necessario, dall'altra c'era la formazione di artigiani e commercianti. La polemica contro il latino è più forte
nel 700.
Il Lombardo-Veneto

Grazie alla politica scolastica di Maria Teresa d'Austria furono avviate delle riforme scolastiche. Fu ideato a
Berlino un nuovo metodo didattico (giunto poi in Italia) in cui prende forma l'unità della classe, cioè un gruppo
a cui vengono dati insegnamenti in vista di obiettivi didattici. Importanti i manuali di padre Soave, pubblicati
fra 1786 e 1788 e adottati anche fuori dalla Lombardia. Secondo Soave, il dialetto poteva funzionare da accesso
alla lingua italiana, per esempio si poteva far tradurre dal dialetto all'italiano. L'obiettivo era comunque quello
dell'italiano toscano, se non come lingua viva almeno come lingua da imparare sui libri.
Dalla riforma austriaca nasce l'idea di una scuola “comunale” che insegnasse a leggere e scrivere, un tipo di
scuola che viene istituito dall'800 negli stati dell'Italia settentrionale.

5. Lingua di conversazione e scritture popolari

Una lingua “d'occasione”

L'uso della lingua italiana continuò ad essere d'élite nonostante l'insegnamento scolastico. Il toscano era una
lingua d'occasione, adatta alle situazioni ufficiali e ai libri ma non alla conversazione e alla divulgazione. La
comunicazione in ambito familiare avveniva in dialetto.
“Linguaggio itinerario” e “parlar finito”

Foscolo parla di un linguaggio mercantile o “itinerario”, usato da chi era abituato a spostarsi da una regione
all'altra. Manzoni parla di “parlar finito”, l'uso cioè di parole che si suppongono italiane e nell'aggiungere finali
italiane alle parole dialettali che finiscono per consonante. Risultava quindi una lingua che si prestava poco
alla conversazione naturale, essendo prevalentemente scritta: solo in Toscana scritto e parlato coincidevano
quasi perfettamente. Anche i borghesi e i nobili parlavano dialetto, e solo eccezionalmente la lingua di
conversazione era l'italiano, venato comunque di sfumature dialettali. Questo fa nascere il topos secondo cui
l'italiano non era una lingua viva a tutti gli effetti.

Dialetto illustre italianizzato

In certi casi il dialetto si fa da parte: nei tribunali veneti le arringhe si fanno in veneto illustre o in un italiano
misto a veneto, un uso che si ritrova anche nella commedia di Goldoni L'avvocato veneziano.

Scritture popolari

Anche nel 700 si trovano testimonianze di scritture popolari in cui l'uso della lingua scritta è difettoso. Questa
situazione comunicativa dà luogo a interferenze del codice dialettale con quello dell'italiano. L'italiano
regionale e popolare si ritrova anche in scritture che prima non esistevano, come annunci sulle gazzette e
articoli di cronaca.

6. Linguaggio teatrale e del melodramma

L'opera in musica

Il successo dell'opera italiana è molto grande in questo secolo, anche all'estero: l'italiano diventa la lingua del
melodramma e del canto, il che non fa che confermare lo stereotipo di lingua della dolcezza e della poesia in
contrapposizione al francese che era lingua razionale, e questo in un secolo in cui la poesia era marginale
perché le novità più importanti arrivavano dalla prosa.
I tecnicismi erano un problema per l'italiano, anche nel caso dei tecnicismi artistici, come quelli della nuova
arte del melodramma. In Della tragedia antica e moderna, Martello si scusa per aver utilizzato delle parole non
indicate nel Vocabolario.
Il linguaggio di Goldoni

Dal momento che mancava una lingua comune di conversazione, un autore teatrale che volesse simulare il
parlato senza dover ricorrere al toscano vivo era costretto a ricorrere al dialetto o a impiegare una lingua mista,
formata da modi colloquiali di vari tipi.
Goldoni scrive opere in dialetto veneziano, in italiano e anche in francese. L'italiano finisce per imitare il
parlato ma ha basi scritte non letterarie, e accoglie lombardismi, venetismi e francesismi. Dialetto e lingua non
sono necessariamente in opposizione: possono anche alternarsi nella stessa battuta (“savemo che sé una signora
de spirito”), il che rispecchia quanto accade nel parlato. L'italiano di Goldoni non era perfetto, ma del resto il
problema della lingua non è il suo interesse. La sua lingua non era elegante, ma viva e innovativa, soprattutto
nella sintassi di tipo paratattico, giustappositivo, asindetico in cui il registro è informale.

7. Linguaggio poetico

L'Arcadia

Nel 1690 viene fondata a Roma l'Arcadia, movimento che fu una grande palestra poetica. Questa stagione
poetica usò come strumento una lingua sostanzialmente tradizionale, ispirata a Petrarca e che voleva liberarsi
dagli eccessi del Barocco.
Adesione al passato nel linguaggio poetico: la difficoltà del rinnovamento

Il linguaggio della poesia del 700 aderisce al passato, anche nell'uso della toponomastica e onomastica classica,
della mitologia e di latinismi e arcaismi (Parigi diventa gallica Atene). Quando viene introdotta una parola
esotica senza tradizione poetica, la si addolcisce con degli epiteti: il simo urango (simo è aggettivo usato da
Ariosto), il ricinto armadillo. In mancanza di epiteto si può ricorrere allo spostamento di accendo: ippopotàmo.
Tutti questi sono i risultati di una tendenza alla nobilitazione, che avviene a tutti i livelli, dalla proclisi
dell'imperativo (t'arresta, m'ascolta) all'enclisi (negommi, vadasi, rimanti), ai troncamenti (specie dell'infinito:
arrossir, parlar). La tendenza alla nobilitazione segna la poesia fino alle avanguardie e al Crepuscolarismo.
La poesia del 700 però introduce temi nuovi, fra cui poesia didascalica e morale.

La poesia didascalica

È un tipo di poesia che incarna gli ideali di divulgazione e progresso e celebra i successi della ricerca
scientifica: in Invito a Lesbia Cidona di Mascheroni, Lesbia visita i laboratori dell'università di Pavia.

8. La prosa letteraria

Semplificazione e linearità sintattica

La prosa saggistica, attraverso l'influenza delle lingue straniere, si avvia ad una semplificazione sintattica.
Molti scriventi propongono un confronto col francese o l'inglese: Verri interviene in Difetti della lingua per
dichiarare la sua ammirazione per l'ordine francese e la brevità inglese, inoltre lamenta la “penosa
trasposizione” dell'italiano e la vanità dei vocaboli scelti con criteri retorico-formali.
Sebbene i riformatori volessero uno stile divulgativo, moderno e libero, non riuscivano a realizzarlo e
addirittura abbandonavano l'impresa: In notti romane, Verri si rifà a latinismi e oratoria sostenuta che vanno
contro la sua decisione di promuovere una rivoluzione linguistica.

La prosa di Vico

Da giovane, Vico aveva aderito al “capuismo”, cioè al movimento arcaizzante del filosofo Leonardo Di Capua,
che imitava fedelmente i modelli toscani antichi. In Scienza nuova si trovano arcaismi e latinismi, oltre ad una
grande quantità di subordinate.
Alfieri

Non perse occasione per parlare male della lingua francese e per descrivere il suo faticoso apprendimento del
toscano classico. Proponeva il soggiorno a Firenze come allenamento di lingua viva, modello molto imitato
nell'800. In alcuni dei suoi appunti si trovano parole toscane affiancate all'equivalente francese o piemontese.
Nelle sue tragedie cerca di allontanarsi dal cantabile attraverso ogni tipo di artificio retorico, in particolare
trasposizione sintattica e spezzature delle frasi. Il linguaggio tragico risulta troppo duro ai tempi nostri, ma già
i contemporanei criticavano questa durezza.

CAPITOLO XIII – L'OTTOCENTO

1. Purismo: il culto del passato

All'inizio dell'800 si sviluppò il Purismo: il termine indica l'avversione e intolleranza per le innovazioni, gli
influssi stranieri, i tecnicismi e i neologismi per motivi retorici, letterari, nazionalistici, politici. Il XIV secolo
era per i puristi l'epoca felice della lingua, mentre i tempi presenti venivano disprezzati e la storia linguistica
era intera come progressiva caduta. È sorprendente che ancora nell'800 potesse svilupparsi una corrente simile,
e inoltre Dionisotti afferma che era una dottrina così poveramente presentata che non si capisce come abbia
potuto prendere piede e durare. In particolare, Dionisotti parla del capofila del Purismo, padre Cesari, secondo
il quale nel 300 tutti parlavano bene, estendendo il canone della perfezione linguistica alle scritture quotidiane,
ai libri dei mercanti e non sono alle opere illustri.
Ad ogni modo, Cesari non era neanche in grado di dimostrare che cosa fosse quella bellezza della lingua di
cui parlava sempre: “può essere sentita, non definita”.
All'interno del Purismo operano diverse figure. Basilio Puoti, per esempio, tenne una scuola libera dedicata
all'insegnamento della lingua italiana secondo una concezione di Purismo simile a quella di Cesari ma aperta
anche al 500. Settembrini, allievo di Puoti che però si tenne lontano dal Purismo, riconosce in questo
movimento una prima forma di sentimento nazionale.
L'efficacia pratica del Purismo si realizzò anche nella seconda metà del secolo, dopo l'Unità italiana: in molte
scuole l'insegnamento fu improntato sui metodi di Puoti e di Cesari.

2. La proposta di Monti e le reazioni antipuristiche

Lo scrittore Vincenzo Monti ebbe abbastanza forza da frenare le esagerazioni del Purismo. Le sue polemiche
linguistiche compongono la Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca,
importantissima non solo in quanto pietra miliare del dibattito sulla questione della lingua, ma anche come
opera di lessicografia italiana, dato che ricercava gli errori compiuti dai vocabolaristi fiorentini. Non mancava
chi sostenesse l'inadeguatezza del Vocabolario della Crusca.
Monti si riallacciava al Saggio sulla filosofia delle lingue di Cesarotti, come del resto lo faceva Ludovico di
Breme, che appoggiava le polemiche di Monti contro il Purismo e il Vocabolario, anche se con maggiore
durezza verso la tradizione.

3. La soluzione manzoniana alla questione della lingua

Gli scritti editi e inediti di Manzoni sulla lingua italiana

I romantici milanesi discutevano dell'italiano in parte o del tutto simile ad una lingua morta, perché si imparava
dai libri, si utilizzava per la letteratura e per le occasioni ufficiali ma era inadatta alla comunicazione nei
rapporti quotidiani. Le idee di Manzoni influirono profondamente e collaborarono a cambiare la situazione
dell'italiano, rendendolo più vivo.
Nel 1974 sono state pubblicate le cinque redazioni del trattato Della lingua italiana, su cui Manzoni aveva
lavorato per trent'anni.
La scoperta del fiorentino vivo

Lavorando alla stesura di Fermo e Lucia nel 1821, Manzoni cerca di raggiungere uno stile duttile e moderno
usando un linguaggio letterario ma senza legarcisi come i puristi, e anzi accettando francesimi e milanesismi.
Questa descrizione è data dallo stesso Manzoni nella seconda introduzione a Fermo e Lucia nel 1823, in cui
lamenta la propria tendenza al dialettismo.
Il toscano affiora come termine di confronto: “un toscano avrebbe detto: non vedo più lume”. Questa forma è
riportata nel Vocabolario della Crusca, ma anche nel vocabolario milanese del Cherubini.
Con la stesura dei Promessi Sposi del 1825-27, Manzoni cerca di usare una lingua genericamente toscana, ma
la ottiene tramite i libri, i vocabolari e i lessici. In alcune postille, Manzoni si interroga sull'effettivo uso di
certe voci, perché il modello che vuole proporre lui è quello di parlato vivo. Nel 1827 va a Firenze, dove rimane
molto colpito dalla vitalità della lingua; l'esito pubblico delle sue considerazioni si vede nell'edizione dei
Promessi Sposi del 1840-42, resa scorrevole, purificata dai latinismi, dai dialettismi e dalle espressioni
arcaiche: si tratta del fiorentino di uso colto.

La Relazione del 1868

Nel 1868, Manzoni pubblica le ragioni per cui pensa che il fiorentino debba essere diffuso attraverso una
capillare politica linguistica nelle scuole. Proponeva l'uso di vocabolari bilingue che affiancassero alle parlate
italiane le parole toscane corrispondenti. La Relazione nasce su richiesta di Broglio, che aveva invitato a
proporre le più efficaci strategie per diffondere l'italiano tra il popolo. La questione della lingua non era mai
stata così legata alla questione sociale.
Alcuni intellettuali, come Tommaseo e Lambruschini, presero le distanze da Manzoni, perché sostenevano che
gli scrittori avessero una certa funzione nel regolamentare la lingua.
Influenza della teoria manzoniana

La teoria di Manzoni ebbe comunque successo, soprattutto grazie alla diffusione dei Promessi Sposi, modella
di prosa elegante e colloquiale al tempo stesso. Diventa subito un modello che si impara per imitazione del
modello scritto. L'esempio di Manzoni favorì la prassi della “risciacquatura in Arno”, cioè il soggiorno
culturale a Firenze che serviva per acquisire familiarità con la lingua parlata di quella città.
L'unico freno alla teoria manzoniana fu il prestigio di Carducci, forte avversario del popolanesimo
toscaneggiante.

Alcune idee guida della linguistica manzoniana negli scritti postumi

Il sistema teorico di Manzoni va analizzato alla luce del postumo Della lingua italiana, che permette di
confrontare il suo pensiero anche con alcuni interlocutori messi in ombra dai contemporanei. Alcuni avversari
erano ovvi: Manzoni si oppose al Purismo di Cesari perché la naturalezza non può essere trovata in un corpus
filologico eterogeneo e arcaico; era contrario anche alle teorizzazioni dei classicisti, che si affidavano
ciecamente agli scrittori piuttosto che all'uso vivo.
Manzoni accettò la tesi della lingua come dono divino; negava che potesse essere mai esistito un uomo senza
linguaggio; rifiutò di credere che la lingua derivasse dalle onomatopee e dalle interiezioni perché questo
avrebbe significato che le idee nascono dalle sensazioni. Elaborò il principio dell'adeguatezza: una lingua viva
è quella che basta a dire tutto quanto si dice attualmente nella società che si serve di quella lingua; la lingua
può arricchirsi ma deve essere percepita come interezza che va oltre l'uso individuale. L'eccezione e
l'irregolarità valgono quanto la regola.

4. Realizzazioni lessicografiche

Grandi dizionari della prima metà dell'Ottocento

L'800 è stato il secolo dei dizionari. Dal XVI al XVIII secolo la scena era dominata dal Vocabolario della
Crusca, mentre ora il quadro si complica, anche se il dibattito lessicografico prende le mosse dalla Crusca per
quanto riguarda le idee linguistiche della vecchia accademia ma soprattutto per la rivisitazione extratoscana
del Vocabolario degli Accademici. Cesari aveva riproposto il Vocabolario della Crusca con una serie di giunte
che esplorassero ancora di più il repertorio 300esco prendendo in esame anche scritti semipopolari. Questa
rivisitazione, realizzata nel 1806-11, prende il nome di “Crusca veronese”.
Tra il 1833 e il 1842 fu pubblicato il Vocabolario della lingua italiana di Giuseppe Manuzi, anche questo da
una rivisitazione della Crusca. Anche Manuzi era un purista e il suo vocabolario conferma la tendenza italiana
ad affidarsi al passato.
Altri dizionari:

-Dizionario della lingua italiana (Bologna, 1819) di Francesco Cardinali, Francesco Orioli e Paolo Costa;
-Dizionario della lingua italiana (Padova, 1827-30) di Luigi Carrer e Fortunato Federici.

Tutti questi dizionari non fanno che aggiungere parti a quello della Crusca. Il Vocabolario universale italiano
(1820-40) stampato da Tramater aveva ancora come base la Crusca, ma aveva un innovativo taglio
enciclopedico e dava particolare attenzione alle voci tecniche (scienze, arti e mestieri). Prima i dizionari davano
per scontate certe conoscenze dei lettori (cane=animal noto). Nel Tramater vengono invece date definizioni
zoologiche e botaniche che poggiano sulla precisa classificazione scientifica (cane=specie di mammifero
domestico...). Il Tramer era il dizionario più ricco e aperto sul mercato, ma fu superato dal Tommaseo-Bellini.

Il Dizionario di Tommaseo

Nicolò Tommaseo era già noto come lessicografo, soprattutto per i Sinonimi. L'editore Pomba di Torino era
un imprenditore editoriale moderno, lontano dalla lessicografia tradizionale e soprattutto da Firenze.
Tommaseo illustrò attraverso il proprio dizionario le idee morali, civili e letterarie, introducendo nel
vocabolario termini politici e civili: comunismo (bollato con doppia croce), positivismo.
Un punto di forza era la strutturazione delle voci: non si privilegiava il significato più antico o etimologico ma
quello più comune, usando dei numeri progressivi per quelli immediatamente successivi. Viene privilegiato
l'uso moderno ma viene documentato anche quello passato: l'unione di sincronia e diacronia lo rendono il
primo vero vocabolario storico della nostra lingua.
Tuttavia c'erano dei difetti, come la strutturazione che a volte sembra disordinata o ridondante, o la soggettività
di Tommaseo: alle voci comunismo e socialismo inserisce il proprio dissenso.

Il vocabolario manzoniano

Secondo Manzoni, bisognava separare l'uso vivente da quello del passato, per il quale servivano dei lessici
appositi. Propone anche di realizzare dei vocabolari dialettali che suggerissero l'equivalente fiorentino.
Quando morì nel 1873 i lavori per la pubblicazione del Novo vocabolario della lingua italiana secondo l'uso
di Firenze erano appena iniziati, e comunque non raggiunse mai un vasto pubblico, anche per l'abbondanza di
iniziative lessicografiche. Il Novo dizionario universale della lingua italiana di Petrocchi divise la pagina in
due fasce sovrapposte: nella fascia bassa c'era il lessico arcaico che Manzoni voleva invece eliminare.

Dizionari puristici, dizionari di sinonimi e dizionari metodici

Dal Purismo nacquero anche i repertori di voci da proscrivere, cioè da evitare. Il primo dizionario puristico fu
quello compilato nel 1812 da Giuseppe Bernardoni su richiesta del ministro dell'interno. Giovanni Gherardini
replicò con Voci italiane ammissibili benché proscritte dall'Elenco del sig. Bernardoni: molte voci erano
esempi d'autore, altre nascevano da derivazione e comunque non bisognava esagerare con le minuzie.
Il più famoso è il Lessico della corrotta italianità di Fanfani e Arlia (1877).
Tutti i dizionari puristici si battevano contro dialettismi e francesismi, che però sono entrati spesso nella nostra
lingua senza creare problemi.
Un altro genere è quello dei sinonimi: Tommaseo, per esempio, aveva pubblicato Dizionario dei sinonimi nel
1830. C'era la coscienza che la perfetta sinonimia non esiste e che i vocaboli sono diversi anche se per delle
sfumature.
Negli anni in cui maturava l'Unità c'era bisogno di lessico tecnico, e la lingua italiana era debole o poco
utilizzabile in questo contesto. Giacinto Carena fornì il Prontuario di vocaboli diviso in Vocabolario domestico
e Vocabolario metodico d'arti e mestieri; come fonti usò la Crusca veronese di Cesari e il dizionario
dell'Alberti, ma verificò anche l'uso vivo.

Dizionari dialettali

L'800 fu anche il secolo della lessicografia dialettale. L'esigenza di dizionari del genere fu determinata
dall'interesse romantico per il popolo e per la cultura popolare a cui seguì una curiosità per i dialetti, ormai
considerati parlate con una loro dignità. Lo studio dei dialetti portò all'interesse per le tradizioni popolari e per
le forme letterarie della cultura orale (canti, racconti). Tutto questo non ostacolava l'Unità, anzi serviva per
conoscere le tradizioni.
Pomba, editore del Tommaseo, stampò nel 1859 il Gran dizionario piemontese-italiano di Vittorio di
Sant'Albino. Il Vocabolario milanese-italiano di Cherubini veniva usato da Manzoni.

5. Effetti linguistici dell'Unità politica

Il numero degli italofoni

Al momento dell'Unità nel 1861, l'Italia non era certo unito linguisticamente e culturalmente: esistevano
profonde differenze fra gli ex-stati, dovute a diverse tradizioni, abitudini, diversi sviluppo sociali ed economici.
In comune c'era solo l'italiano letterario elaborato dalle élites, mentre mancava quasi completamente una lingua
comune della conversazione. Il numero degli italofoni (coloro in grado di parlare) era estremamente basso.
La scuola

Con la formazione dell'Unità, la scuola elementare diventa per la prima volta obbligatoria e gratuita ovunque.
Tuttavia, nel 1861 almeno la metà della popolazione infantile non rispettava l'obbligo e nel 1906 si scendeva
al 47%. La legge Coppino del 1877 rendeva obbligatoria la frequenza per il biennio, con punizioni per gli
inadempienti.
Sempre nel 1861, la percentuale di analfabeti era 75%, con maggiori successi in Piemonte, Lombardia e
Liguria; tuttavia la conversazione era un punto di svantaggio a causa della distanza fra dialetti gallo-italici e
toscano. Veneto e Lazio non erano ancora parte del Regno, ma nel 1871 rivelano analfabetismo oltre il 60%.
In Toscana ed Emilia Romagna si arriva a 70% - 80% e in altre regioni si va oltre l'80%.
Inoltre, in certi casi i maestri insegnavano in dialetto o perché non sapevano fare di meglio o perché non erano
capaci di usare l'italiano.
Nella scuola, poi, si mescolavano insegnanti puristi, manzoniani e classicisti, che proponevano agli studenti
modelli diversi. Un libro ispirato al manzonismo ma non sempre fedele alle sue idee è L'idioma gentile di De
Amicis, in cui si trovano elenchi di parole toscane e l'invito ad abbandonare il dialetto e l'italiano regionale.
Era pratica comune sostituire il dialetto degli allievi con quello di ispirazione toscana.

Altre cause dell'unificazione linguistica

De Mauro riassume così le cause dell'unificazione linguistica italiana dopo l'Unità:

-azione unificante della burocrazia e dell'esercito: l'effetto si è visto prima di tutto sui burocrati stessi, perché
a causa degli spostamenti devono abbandonare il dialetto d'origine almeno in pubblico per diffondere un
modello unitario. Il servizio militare obbligatorio fu una novità del Regno, e successivamente, nella guerra del
1915-18 soldati di diverse regioni vennero a contatto con ufficiali istruiti;
-azione della stampa periodica e quotidiana;
-effetti di fenomeni demografici (emigrazione): gli emigranti italiani erano per la maggior parte analfabeti e
dialettofoni, e il fatto che andassero via abbassava il numero di quelli in svantaggio rispetto alla lingua e alla
scuola. Gli emigranti che poi tornavano erano l'elemento di progresso, perché l'esperienza lontani da casa gli
faceva apprezzare di più l'istruzione;
-aggregazione attorno ai poli urbani dovuta all'industrializzazione. Lo spostarsi in città comportava
l'abbandono progressivo del dialetto per integrarsi nel nuovo luogo di residenza.

Questi fatti hanno influito indirettamente sulla lingua.

Il ruolo della Toscana e le teorie di Ascoli

Nel 1873, Graziadio Isaia Ascoli, fondatore della linguistica e della dialettologia, contestò le proposte di
Manzoni, anche se le sue critiche riguardavano perlopiù i seguaci e gli imitatori. Nell'intervento proposto come
Proemio all'Archivio Glottologico Italiano, Ascoli escludeva che si potesse identificare l'italiano nel fiorentino
vivente, e affermava che fosse inutile e dannoso aspirare ad una totale unità linguistica. Non si poteva diventare
tutti fiorentini per una decisione presa a priori, e comunque il fiorentino era un dialetto come gli altri. L'unità
della lingua poteva essere una conquista reale e duratura solo con uno scambio culturale fitto e con un paese
moderno ed efficiente. A differenza di tanti illetterati, Ascoli si rendeva conto che la lingua non è isolata dal
contesto sociale ma è una conseguenza di fattori extralinguistici.
Inoltre, contestava che in Italia potesse funzionare il modello centralistico francese a cui si ispirava Manzoni.
Semmai, l'Italia era più simile alla Germania, divisa in tanti stati. L'Italia doveva essere considerata un paese
policentrico che si sarebbe livellato naturalmente. Ascoli individua la mancanza di livelli intermedi tra i dotti
e le masse.
La differenza fra Manzoni e Ascoli è che il primo ha una risonanza pubblica, mentre il secondo è noto agli
specialisti. C'è chi sostiene che la proposta manzoniana permettesse di intervenire subito con programmi
didattici, iniziative concrete e pubblicazioni, mentre Ascoli sembrava rimandare gli interventi. Questo però
non è vero: Ascolti non si opponeva agli interventi, ed esprimeva anzi ammirazione per lo stile di Manzoni.
Effettivamente i tempi della sua soluzione erano lunghi.
Ascoli giudica la Toscana come una terra fertile di analfabeti e con una cultura stagnante; al suo posto propone
Roma, sperando in un futuro radioso.

6. Il linguaggio giornalistico

Nel XIX secolo, il linguaggio giornalistico acquistò una nuova importanza, aprendosi al lessico e alla tecnica
espositiva. Si diffondevano periodici che volevano arrivare ad un pubblico nuovo, per cui avevano bisogno di
un linguaggio più semplice di quello della tradizione letteraria. All'inizio i giornali rimangono d'élite: il
linguaggio dei periodici popolari è molto simile a quello dei periodici colti, e a volte si mescolano gli elementi
popolari con la difficoltà di quelli colti.
Nella prima metà del secolo aumentano le tirature, per cui alla fine la prosa dei giornali inizio a modernizzarsi.
Nella seconda metà del secolo il giornalismo diventò fenomeno di massa: i giornali si prendevano in edicola,
mentre prima la stampa si diffondeva attraverso gli abbonamenti.
Anche se si evitano i dialettismi, certe voci regionali (camorra, picciotto) si diffondono, così come vengono
registrati forestierismi (disinfettante, batteria galvanica) e neologismi presenti nella lingua parlata o nel lessico
degli specialisti di qualche branca del sapere. Si impongono termini sulla nuova ferrovia: scompartimenti,
rotaie, battello a vapore (forestierismo).
Un aspetto interessante del giornale è che esiste un linguaggio diverso per diversi tipi di contenuti: articoli di
cronaca, di politica, pubblicità.

7. La prosa letteraria
Conservatorismo linguistico

Nell'800 si fonda la moderna letteratura narrativa attraverso Manzoni e Verga. Manzoni rinnova il linguaggio
non solo del romanzo ma anche della saggistica, avvicinando lo scritto al parlato. Prima di questo modello, la
prosa era ancora condizionata dal purismo e dal classicismo. I puristi imitavano la letteratura antica scrivendo
come Boccaccio: mentre per Manzoni il fiorentino poteva rinnovare le strutture dell'italiano letterario, per i
puristi era solo l'erede degli scrittori antichi.

La prosa di gusto classico

I classicisti invece si ispiravano alla tradizione del Rinascimento. Monti e Leopardi sono alcuni dei risultati
migliori del classicismo; entrambi scrissero contro le teorie dei puristi.
Monti si occupava di prosa polemica e satirica rivolta proprio ai puristi e all'Accademia della Crusca. Altri
scritti del genere arrivano da Annibal Caro, molto amato da Leopardi perché capace di una naturalezza
elegante. Inoltre, Leopardi ambiva ad una moderna classicità letteraria, che vedeva ben realizzata nel 600esco
Daniello Bartoli. Evitava invece gli arcaismi perché troppo ricercati, e non amava la prosa di Boccaccio. Un
esempio di prosa elevata e naturale, anche se ha del lessico colto, sono le Operette morali.

Il modello manzoniano e la prassi correttoria dei Promessi Sposi

Uscì in prima edizione nel 1825-27, già indirizzata ad una lingua media e comune. Seguì una lunga revisione
e correzione della lingua, la cosiddetta “risciacquatura in Arno”, perché Manzoni voleva adeguare il suo lavoro
al fiorentino delle persone colte.
Il nuovo testo fu pubblicato nel 1840-42 e fu accolto da giudizi contrastanti. Seguendo Vitale, possiamo
sintetizzare i criteri della prassi correttoria manzoniana:

-ampia espunzione delle forme lombardo-milanesi, che spesso coincidono con forme toscane attestate nella
letteratura comica dei secoli precedenti: marrone per errore (ho fatto un marrone > ho sbagliato). Fare un
marrone è attestato non solo nel Cherubini ma è espressione nota anche alla tradizione toscana, usata da autori
comici come Buonarroti;
-eliminazione di forme eleganti, pretenziose, scelte, arcaicizzanti o letterarie rare. Al loro posto si introducono
forme comuni e usuali: lunghesso la parete > strisciando il muro, guatare > guardare, l'affissò > lo guardò;

-assunzione di forme tipicamente fiorentine, come:


o Monottongamenti di -uo-: spagnuolo > spagnolo, stradicciuole > stradicciole.
o Uso di lui e lei per i letterari egli e ella
o Pranzo > desinare, non mi stupirei > non mi stupirei punto;

-eliminazione di doppioni di forme e voci: eguaglianza > uguaglianza, quistione > questione, pel > per il, col
> con il.

In certi casi l'uso di Manzoni ha influenzato l'andamento della lingua (lui/lei, per il, con il, eliminazione della
d eufonica dei monosillabi ad/ed tranne davanti a vocale). Le scelte linguistiche hanno prima di tutto un valore
stilistico. La risciacquatura in Arno determinò l'adozione di uno stile più naturale e slegato dalla tradizione
aulica, anche se (segno che Manzoni non era schiavo della prassi correttoria) si trovano ivi e discernere: le
mancate correzioni dipendono dal tono solenne.

Altri modelli di prosa

Collodi ebbe una grande influenza sul pubblico giovanile, con Le avventure di Pinocchio (1883): lo stile di
questo libro collaborò con il manzonismo a diffondere la lingua toscana in Italia.
Un uso diverso del toscano si ha negli autori mistilinguisti, che mescolano toscano arcaico, toscano moderno,
linguaggio comune e dialetto.

Verga, il dialetto e il rinnovamento della sintassi

In Verga si trova un modesto tasso di sicilianità linguistica ma l'uso del dialetto non è eccessivo. Nei
Malavoglia, Verga adatta la lingua italiana a strumento di comunicazione per dei personaggi siciliani del ceto
popolare, senza regredire ad un dialetto integrale. Lo scrittore ricorre a parole siciliane conosciute in tutta
l'Italia e a modi proverbiali: pigliarsela in criminale (prendersela a male), hanno la rabbia (sono bramose).
Tratti popolari si trovano anche nei nomi dei personaggi, nell'uso del che polivalente su calco di ca, il ci
attualizzante (averci), gli per loro.
La sintassi usata è particolare soprattutto nel discorso indiretto libero, cioè un miscuglio di discorso diretto e
indiretto. Non vengono aperte le virgolette, quindi è lo scrittore a riferire le parole o i pensieri, ma lo fa con
modi del discorso indiretto per cui il lettore sa che sta ascoltando la voce del personaggio: Ne aveva portate
delle pietre sulle spalle, prima di fabbricare quel magazzino!
Il discorso indiretto libero si presta a diverse funzioni, come nei Malavoglia, in cui può esprimere la coralità
popolare. Questa innovazione permette di eliminare una grande quantità di frasi subordinate.

8. La poesia

Il linguaggio poetico neoclassico

Il linguaggio poetico di questo secolo si caratterizza per la fedeltà alla tradizione aulica, in coincidenza con
l'affermarsi del Neoclassicismo. Questa aulicità è visibile anche a livello sintattico, perché spesso si trovano
inversioni prolettiche, a volte con vocativi alla fine del periodo. Frequenti sono gli iperbati, cioè le inversioni
rispetto all'ordine della frase, con separazione di elementi normalmente contingui.
Anche per il lessico si ricorre a cultismi (bronchi per rami) e latinismi (cure per affanni); per le parole che non
cambiano da prosa a poesia, si cerca di nobilitarne la forma tramite sincope (spirto per spirito) o al troncamento
(mar, cor, dolor). La tendenza alla doppia serie costituita da cultismi e latinismi continua fino alla svolta
novecentesca di Pascoli, dei crepuscolari e delle avanguardie.
Un dissonante contrasto fra toni alti e toni bassi

Il linguaggio poetico si mantenne quindi immune a vistose novità formali; parole nuove e voci quotidiane
erano introdotte solo nella poesia giocosa (Giuseppe Giusti: ghigliottina, carbonaro). Anche Manzoni, che
rinnovò il linguaggio della prosa, in poesia si atteneva alla tradizione, mantenendo un tono alto ma senza
esagerare con arcaismi e parole colte.
La quotidianità faticava ad entrare nel linguaggio poetico, ma premeva sempre di più per farlo. I classicisti che
volessero menzionare oggetti comuni avevano fatto ricorso alla perifrasi: le rauche di stagno abitatrici (rane),
le ferree canne (fucili). I romantici seguivano la stessa strada.
Qualche segno di innovazione arrivò nella seconda metà del secolo, nei poeti della “scapigliatura” (Praga,
Tarchetti), che introdussero termini realistici.

La poesia in dialetto e le polemiche antidialettali

Nell'800 si ebbe un eccezionale sviluppo qualitativo della poesia in dialetto. Porta, milanese, e
Belli, romano, erano i più alti esponenti di questa letteratura.
La poesia di Porta si lega alla polemica sul ruolo del dialetto e della letteratura dialettale: Pietro Giordani, un
classicista, aveva condannato l'iniziativa di Cherubini di stampare una collezione di opere in dialetto milanese,
il cui ultimo volume era dedicato al Porta. Giordani sosteneva che l'uso dei dialetti fosse nocivo per la nazione,
qualcosa da usare in situazioni banali della vita comune ma inadatto al viver civile e alla promozione del
popolo. La poesia dialettale doveva essere collocata su un piano basso, tra il plebeo e lo scherzoso, e non aveva
alcuna funzione di progresso. Mancava una lingua comune diffusa, per cui gli stati erano stranieri tra loro.
I romantici milanesi erano invece favorevoli alla tradizione in dialetto, un modo per avvicinarsi alla lingua
popolare e un canale di diffusione della cultura fra i ceti umili.

CAPITOLO XIII – IL NOVECENTO

1. Il linguaggio letterario e scientifico nella prima metà del secolo

Durata del linguaggio classico

La lingua italiana nel 900 si presenta come un ribollire di novità che contrastano con il permanere di una
tradizione alta. Forse Carducci era stato l'ultimo scrittore ad incarnare perfettamente il ruolo del vate, e la
lingua della sua poesia aderisce alle convenzioni che vogliono nobilitare la realtà di cui parlano i versi: tempio
per chiesa, foro per piazza.
Anche la poesia di D'Annunzio è volta alla nobilitazione, attraverso la selezione lessicale: pachidermo fiumale
per ippopotamo, uomini operatori per operai, polluto per macchiato/profanato (latinismo).
La poesia di D'Annunzio comunque è estremamente innovativa poiché sperimenta moltissime forme diverse,
fino ad arrivare al verso libero, e mostra il gusto di citare e utilizzare la lingua antica, quasi a ricostruire il
linguaggio poetico italiano, disseminando arcaismi e tecnicismi. A lui si devono anche dei neologismi, fra cui
velivolo per aeroplano, Rinascente (l'emporio milanese). D'Annunzio fu capace di adattarsi alle esigenze del
proprio tempo, facendo anche pubblicità commerciale e lavorando nella nascente cinematografia del muto,
fornendo didascalie e nomi di persona latini per Cabiria (film sulla guerra tra Roma e Cartagine).

Crisi del linguaggio classico

Pascoli, i crepuscolari e le avanguardie rappresentano la prima rottura col linguaggio poetico tradizionale.
Anche se Pascoli fa uso di parole colte e latinismi, con lui cade la distinzione fra parole poetiche e non poetiche,
fino ad includere dialettismi, regionalismi e anche italo-americano in Italy dei Primi poemetti del 1897 (ice
cream, cakes, business).
Questa selezione lessicale convive con un linguaggio letterario nobile che è pronto a scendere verso oggetti
comuni, come nella descrizione delle parti del telaio: E tendeva col subbio e col subbiello / altre fila. La bimba,
lì, da un canto, / mettea nello spoletto altro cannello. Elementi tipici dello stile di Pascoli: periodare franto,
uso di domande ed esclamazioni, risposte brevi, uso di pause, elementi che ricordano il parlato.
La poesia crepuscolare rese più forte la tendenza la tendenza alla prosa (caratteristica di buona parte della lirica
del secolo) e rovesciò il tono sublime (attraverso una pesante ironia).
Per quanto riguarda le avanguardie, in Italia si parla principalmente del Futurismo, che fece uso di un
provocatorio rinnovamento della forma:

-uso di parole miste ad immagini;


-uso di caratteri tipografici di dimensioni diverse per rendere intensità;
-abolizione della punteggiatura;
-largo uso dell'onomatopea.

La poesia futuristica ebbe un grande impatto sul linguaggio poetico del primo 900. Si impadronì del lessico
delle automobili, dei motori, della guerra moderna e meccanizzata.

Prosa poetica, lingua media, mistilinguismo

Mentre per la poesia è certo che D'Annunzio abbia influenzato i modelli, per la prosa mancano lavori che
possano affermare lo stesso. Le innovazioni più di spicco della prosa dannunziana si trovano nel Notturno.
In Notturno, scritto a Venezia nel 1916, troviamo un periodare breve o brevissimo, con sintassi nominale,
frequenti a capo ed elementi fonici e ritmici nella frase di andamento lirico.
Pirandello offre un interessante riflesso del parlato, soprattutto nelle opere teatrali: fa uso di interiezioni (ah
sì! eh via!), connettivi (si sa, figurarsi). Lo stile è opposto a quello di D'Annunzio, perché Pirandello sta attento
a non uscire dai moduli della lingua quotidiana. Va ricordato che Pirandello è diffidente verso il dialetto come
strumento letterario, anche se dà alle sue opere una patina di colore locale, per esempio attraverso i nomi.
Italo Svevo è famoso per il difficile rapporto con la lingua italiana, determinata dalla sua provenienza da
un'area periferica come Trieste. La coscienza di Zeno non risponde ai canoni puristici, per esempio nell'uso
dell'ausiliare avere con i verbi servili o nelle incertezze nei tempi verbali. Alcuni elementi sono lievemente
arcaici, come la i prostetica in Isvizzera o la continuità di mi e vi in mi vi accingo. Svevo fu accusato di scrivere
male, ma in realtà la sua lingua va inserita nel contesto in cui è nata, cioè un contesto privato. La mancata
adesione ai modelli ha forse agito come un vantaggio, favorendo una diversità e leggibilità del testo.
Un punto di riferimento per gli scrittori fu il dialetto, perché si avvicinava al mondo popolare e lo descriveva
dall'interno. Un uso interessante è quello fatto dagli autori mistilingui, come Gadda, che usano diversi dialetti:
lombardo in Adalgisa e in Cognizione del dolore, fiorentino in Favole, romanesco e molisano in Quer
pasticciaccio brutto de via Merulana.

Oratoria e prosa d'azione

Gran parte del convincimento e di penetrazione della retorica avviene oggi tramite la comunicazione televisiva,
quindi è difficile comprendere l'importanza dell'oratoria di fronte alla folla. L'oratoria del primo 900 richiama
ovviamente Mussolini: i suoi discorsi venivano trasmessi in tutta Italia tramite la radio ed erano filmati nei
documentari, ma il loro “fascino” stava nel contatto diretto con la folla.
Tuttavia, il modello che meglio rappresenta le tendenze di un'oratoria letteraria e magniloquente fu di nuovo
quello di D'Annunzio: nei suoi discorsi il periodare era breve e incisivo, con riprese frequenti (Udite. Udite.).
Vanno ricordati anche i proclami e i messaggi dannunziani, specie quelli che avevano a che fare con la
questione della Dalmazia e di Fiume: si trovano elementi di natura religiosa, sfruttati a fini patriottici (Zara la
santa).
Il modello dannunziano ha indubbiamente influenzato la retorica del Fascismo (Mussolini ripete spesso fede,
fuoco sacro, passione). I caratteri della lingua del Fascismo e di Mussolini sono:

-abbondanza di metafore religiose (martire, asceta), militari (falangi), equestri (redini del proprio destino);
-tecnicismi romani (Duce, centurione)
-ossessione per i numeri (insistenza su milioni di italiani e migliaia di feriti).

Mussolini fu tra i primi ad usare l'arte dell'arringare come tecnica di persuasione di massa, alla quale il popolo
risponde con ovazioni collettive (i lunghi silenzi erano riempiti dalle grida di approvazione). Compare anche
una certa violenza verbale che abbassa il tono in un modo impensabile: si parla di chi non è d'accordo col Duce
come di cervelli illanguiditi o intorpiditi, e questa polemica è spesso affidata ai suffissi (stupidario, liberaloide,
borghesoide). Fanno parte del linguaggio di Mussolini anche l'esagerazione e luoghi comuni: compiti poderosi,
pagine di sangue e di gloria, Italia proletaria e fascista. L'effetto che questa retorica ebbe sul popolo è visibile
nelle lettere che arrivavano a Mussolini.
La pomposità dei discorsi fascisti rimane anche in alcuni discorsi di socialisti come De Amicis (moltitudine
incolta e ribollente). Antonio Gramsci, fondatore del Partito Comunista Italiano, accusava l'oratoria socialista
di essere vuota, portata avanti da vuoti giri di parole. Proponeva invece uno stile razionale che non si rivolgesse
al popolo in una lingua diversa da quella che si usava per le persone istruite: banalizzare la lingua rischiava
solo di banalizzare i concetti. Si dovevano proporre alla classe popolare temi difficili, mirando all'educazione
di aristocrazie operaie che prendessero potere sulla lingua e la cultura delle classi egemoni. Era inaccettabile
che si usasse una lingua e uno stile per operai e contadini da una parte e tutti gli altri dall'altra. I giornali diretti
da Gramsci venivano criticati perché troppo da intellettuali. Nei suoi scritti di propaganda non mancano artifici
retorici, soprattutto se sintattici (riprese, anafore).

L'italiano della saggistica: verso l'uso medio

La crescita di una struttura universitaria moderna comportò un'abbondanza di letteratura saggistica in diversi
settori disciplinari, per cui il sapere iniziava a circolare anche fuori dall'ambito accademico. Hoepli ideò una
serie di volumetti tascabili che aveva come fine l'applicazione pratica del sapere, segno di una mentalità
positivistica che si stava diffondendo. Questi volumetti trattavano vari argomenti, dalla grammatica storica e
dalla linguistica alla concia delle pelli e alla produzione del vino.
L'800 si era concluso con una bipolarità in campo saggistico: da una parte la sostenutezza arcaizzante, dall'altra
una tendenza eccessiva al parlato. I manzoniani, per esempio, eccedevano nella facilità, fino a risultare
petulanti.
Benedetto Croce scriveva invece in modo chiaro, limpido, moderno ma senza diventare colloquiale. Alcuni
elementi arcaizzanti nella sua lingua sono assai (assai volte), restringersi per limitarsi, menare a termine per
compiere.
In Giovanni Gentile, per contro, ricorda gli irrazionali manzoniani: l'aggettivitazione può usare elementi
mistico-religiosi (divina realtà spirituale che l'uomo attua nella vita civile).
Forme suggestive ed evocatorie si trovano nella saggistica di Pascoli, che in genere ha un tono forzatamente
discorsivo, non trattatistico.

2. Politica linguistica nell'Italia fascista

Autarchia e xenofobia

La politica linguistica del Fascismo si manifestò in modo apertamente autoritario; gli aspetti più notevoli
furono la battaglia contro i forestierismi in nome dell'autarchia culturale e la repressione delle minoranze
etniche. Inoltre, anche se meno vistosa, ci fu una politica antidialettale.
La repressione delle minoranze etniche si ripercosse negativamente sulla Repubblica: l'imposizione
dell'italiano in Valle d'Aosta portò ad una reazione separatista; in Alto Adige, sottoposto ad una politica anti-
tedescofona, ci furono nel dopoguerra atti di terrorismo.
Per quanto riguarda i forestierismi, fra il 1924 e il 1926, singoli individui cominciarono a schierarvisi conto.
Nel 1930 si arrivò alla soppressione nei film di scene parlate in lingua straniera. Nel 1940, l'Accademia d'Italia,
la più prestigiosa e rappresentativa istituzione del regime, fu incaricata di indicare delle alternative alle parole
straniere, anche perché queste erano vietate nell'intestazione delle attività professionali e nelle pubblicità.
Furono anche pubblicati vari elenchi di parole proibite con i relativi sostituti, anche se in realtà venivano
accettati certi termini stranieri che ormai erano diffusi: film, sport, tennis, tram, camion. In alcuni casi le due
soluzioni convivono, così si ha l'alternanza autorimessa/garage, villetta/chalet. Fra le altre cose, vi fu anche
una campagna per abolire il lei, da sostituire col tu, più romano, o con l voi; il lei però era già radicato e voi
era sentito come dialettale, quindi questa campagna non ebbe fortuna.
Migliorini elaborò una concezione di avversità ai forestierismi che però era diversa dalla politica xenofoba del
fascismo, poiché aveva un atteggiamento più rilassato e rifiutava di mescolare questione della lingua con
questione della razza.
Con l'avvento della Repubblica non solo è stata abrogata la normativa linguistica esterofoba, ma non ci sono
stati interventi significativi se non quelli più recenti sulla questione del sessismo nella lingua.

La lessicografia del Fascismo e l'asse linguistico Roma-Firenze

All'inizio del 900, la Crusca tentava di finire una nuova versione del Vocabolario avviata nel 1863, e c'era
ancora chi faceva polemiche, come De Lollis con La Crusca in fermento. Quando, nel 1923, Giovanni Gentile
diventò ministro della Pubblica Istruzione, fu tolto alla Crusca il compito di preparare il Vocabolario. Il nuovo
vocabolario del Fascismo, prodotto dall'Accademia d'Italia, non ebbe però la fortuna sperata. Questo dizionario
eliminava moltissime voci antiche, ed era meno duro coi neologismi e coi forestierismi di quanto ci si potesse
aspettare. Il moto di citare esempi era a metà strada fra la forma della Crusca e quella di Tommaseo: sono citati
gli scrittori ma non le opere; viene dato particolare rilievo agli autori del 900 (incluso Mussolini).
Un lavoro che si rivelò importante fu il Prontuario di pronunzia e di ortografia (1939) di Bertoni e Ugolini: si
affrontava la questione della pronuncia romana quando divergeva dalla fiorentina (apertura vocalica colonna,
lettera). Il Prontuario lanciava l'asse Roma-Firenze, cioè viene rivendicato il ruolo di Roma nella questione
della lingua. Roma era già stata suggerita come alternativa da Manzoni e da Ascoli.

3. Il dopoguerra

Il neo-italiano tecnologico: Pasolini e la nuova questione della lingua

A Pasolini si deve l'ultimo grande intervento sulla questione della lingua. Pasolini si discostava dalla tradizione
dei dibattiti, più che altro perché le sue tesi non avevano carattere normativo ma erano piuttosto un'analisi
sociolinguistica della situazione presente.
Sosteneva che fosse nato un nuovo italiano, i cui centri stavano al nord, dove c'erano le grandi fabbriche. Era
nato l'italiano come lingua nazionale, perché per la prima volta una borghesia egemone poteva imporre i suoi
modelli alle classi inferiori, superando la divisione fra ceti alti e bassi. Le caratteristiche del nuovo italiano
erano:

-semplificazione sintattica con caduta di forme idiomatiche e metaforiche che torinesi e milanesi, i veri padroni
della lingua, non usavano;
-drastica diminuzione di latinismi;
-prevalenza della tecnica rispetto alla letteratura e quindi minore letterarietà della lingua.

L'intervento del 1964 non era facile da comprendere, essendo pieno di tecnicimi provenienti dalla linguistica
e dalla sociologia.
Pasolini, poi, collocava gli scrittori italiani al di sopra o al di sotto di un'ipotetica linea dell'italiano medio.
Infatti, aveva ipotizzato l'esistenza di tre linee: italiano medio, anonimo e aletterario caratteristico di opere di
intrattenimento; italiano basso della prosa dialettale; italiano alto degli scrittori di valore. Quest'ultima poteva
essere divisa in vari gradini: sui più alti c'erano gli ermetici, che avevano usato una lingua adatta solo alla
poesia, più in basso invece si collocavano gli altri, fino ai più vicini all'italiano medio, come Moravia e Calvino.
Pasolini si collocava su una linea a serpentina che toccava tutti i livelli, insieme a Gadda, che per lui era stato
una grande ispirazione.
Queste idee non furono accolte bene, soprattutto perché ci si concentrava sul concetto di italiano tecnologico
che Pasolini aveva introdotto.
Diversi anni dopo Pasolini intervenne per rivendicare una funzione rivoluzionaria dei dialetti e per lamentare
l'imbarbarimento della lingua dei giovani.

Tendenze del linguaggio letterario

Il concetto di lingua media di Pasolini è un termine di confronto negativo, come equivalente di mediocrità e
“antistile”. Sembrava privilegiare gli esperimenti di plurilinguismo, come in Gadda o nei suoi stessi romanzi;
questa attenzione era dovuta ad una moda diffusa in quegli anni, legata al prestigio di Gianfranco Contini, che
aveva usato il mistilinguismo come categoria critica.
Oggi si preferisce la normalità stilistica all'espressionismo o all'innovazione linguistica, e del resto gli autori
della normalità sono quelli che sono diventati classici, come Moravia e Primo Levi. Non sempre lo
sperimentare e l'innovare rendono difficile il rapporto col pubblico: il Partigiano Johnny di Fenoglio è scritto
in italiano e inglese, ed ha avuto moltissimo successo nonostante le iniziali incomprensioni.
Ungaretti, Saba, Montale e altri furono grandi innovatori, dall'apertura al linguaggio comune alla lingua
impoetica di Pasolini. Montale arriva ad una lingua ironica, prosastica, intrisa di citazioni di elementi
quotidiani.

Verso l'unificazione: lingua, dialetti, immigrazione

I dialetti avevano perso qualcosa: era nata un'Italia diversa da quella povera e patriarcale della prima metà del
secolo. Prima di tutto, c'era stato un cambiamento nella scolarizzazione: nel 1911 l'analfabetismo si era
abbassato al 40%; nel 1951 al 14%; nel 1971 al 5,2%. Inoltre, il dialetto aveva progressivamente perso spazio,
a vantaggio della lingua italiana. Comunque il dialetto non muore di certo, con più successo fra i vecchi che
fra i giovani, al sud piuttosto che al nord, in campagna piuttosto che in città, nei ceti inferiori rispetto a quelli
superiori.
La crescita dei poli urbani è secondo Mauro un motivo di indebolimento del dialetto.
A Torino, l'immigrazione non significò immediata crisi del dialetto: chi si trasferiva dalla provincia poteva
usare una varietà di dialetto urbana e non più rustica, mentre chi veniva da altre regioni vedeva nel dialetto un
modo per integrarsi. Il dialetto entrò in crisi quando ci furono troppe persone per un assorbimento.
Una lingua proletaria

Negli anni '60 e '70, anche la fabbrica ebbe una funzione di scuola, promuovendo e integrando nella realtà
cittadina e industriale masse di origine contadina. Secondo un'inchiesta RAI, negli anni '60 il popolo non era
in grado di capire nemmeno i termini più comuni della politica e della vita civile. La fabbrica si è espressa con
le assemblee e con un linguaggio politico ispirato al marxismo. I delegati delle strutture rappresentative
dovevano imparare a parlare ai compagni, organizzare le assemblee, trattare coi capi. In quegli anni maturava
anche un rinnovamento del linguaggio della lotta politica operaia, che si staccava dalla retorica alta: il
linguaggio dei nuovi gruppi della sinistra cerca la trasgressività, senza inibizioni.
Nei volantini delle Brigate Rosse colpisce la ripetizione di alcuni slogan che demonizzano gli avversari: regime
(stampa di regime, carceri di regime), Stato Imperialista delle Multinazionali, Stato Borghese, pidocchi (chi
aveva tradito le BR). Abbondava il lessico di guerra (lotta, battaglia, sconfiggere) e di cultura marxista (classe,
rivoluzionario, giustizia proletaria).
Il linguaggio del “potere”, detto “politichese”, si sviluppava con una serie di espedienti atti all'elusione,
all'evasività, quindi c'erano giochi di parole: cauto entusiasmo, attesa precipitosa. Entrava anche linguaggio
burocratico, economico e giornalistico. Il linguaggio della sinistra comunque usava le stesse mosse: a monte,
a valle, far chiarezza, le contraddizioni.

Funzione dei media: radio e televisione

La radio italiana nacque nel 1924. La televisione ha iniziato a trasmettere regolarmente dal 1954: le
trasmissioni raggiungevano anche le zone e le classi con il reddito basso, che sono anche quelle dove il dialetto
è più resistente. Tipici della TV sono spettacoli di intrattenimento e le rubriche dove il pubblico può telefonare
e intervenire.
Diamo per scontato che la TV più di tutti gli altri media diffonda tecnicismi, neologismi e luoghi comuni della
cronaca, ma non ci sono opinioni univoche sull'effettiva influenza linguistica al giorno d'oggi. Inoltre, resta da
chiarire quanto la TV abbia diffuso le forme regionali romane, che hanno largo spazio alla RAI (a Roma ci
sono i maggiori centri di produzione dei programmi).

I giornali

Il quotidiano è il tramite fra uso colto e letterario e la lingua parlata. Nei giornali si trovano dei sottocodici
(politico, tecnico-scientifico...) e di registri. La maggiore innovazione è nei titoli: domina la frase nominale, i
nomi vengono anticipati (Craxi, nuove accuse invece di Nuove accuse a Craxi).

La pubblicità

Attraverso questo canale si diffondono termini tecnici e forestierismi, per esempio nelle pubblicità delle case
automobilistiche si usa air-bag o retrofit. Lo slogan deve colpire il lettore, suggestionarlo e convincerlo:
vengono forzati i superlativi in -issimo o con extra, super, maxi. Il linguaggio della pubblicità favorisce la
creazione di composti (ammazzasete, granturismo, bilocale), di sostantivi affiancati (esperienza Gillette,
profumo donna), di neologismi e giochi di parole.

Italiano “standard”, italiano dell'uso medio e cambiamento linguistico

Mentre con “italiano medio” parliamo del linguaggio letterario, con “italiano dell'uso medio” intendiamo una
categoria definita da Sabatini sulla base di una serie di fenomeni grammaticali dell'italiano informale odierno.
Rispetto allo standard, cioè l'italiano secondo la norma, l'italiano dell'uso medio accoglie fenomeni del parlato
che magari fanno anche parte dello scritto, ma che in genere sono frenati dalla norma. Lo standard è quindi un
livello ufficiale e astratto, mentre l'italiano dell'uso medio è una realtà comune.
Alcuni dei suoi tratti sono:

-lui, lei, loro come soggetti;


-gli generalizzato per loro e le;
-diffusione di 'sto e 'sta;
-forme ridondanti: a me mi;
-costrutti preposizionali col partitivo: con degli amici;
-ci attualizzante;
-dislocazione a destra o a sinistra con ripresa del pronome: Carlo non l'ho più visto;
-anacoluti nel parlato: Giorgio, non gli ho detto niente;
-che polivalente (temporale, consecutivo, finale);
-cosa al posto di che cosa nelle interrogative (usato già nei Promessi Sposi);
-imperfetto al posto del congiuntivo e condizionale: se sapevo, venivo.

Queste caratteristiche riguardano anche i parlanti istruiti e sono diffuse in tutta la nazione. Si tratta
essenzialmente di un fenomeno orale, ma si può anche trovare negli scritti informali. Alcuni studiosi parlano
di neo-standard, mentre altri mettono in discussione l'esistenza di questa categoria.
Altre caratteristiche individuate da Renzi:

-uso dell'indicativo al posto del congiuntivo nella subordinata: mi dispiace che Maria è partita;
-uso di lui per l'inanimato;
-l'uso avverbiale di tipo;
-dai come espressione di meraviglia;
-anglicismi: giorno dopo giorno, tossico-dipendente.
Scuola e lingua selvaggia

Una tappa importante fu l'introduzione nel 1962 di una scuola media unica uguale per tutti, con obbligo fino
ai 14 anni. La scuola diventa, a partire da questa decade, l'obiettivo degli interventi di chi vedeva nel
tradizionalismo dell'insegnamento della lingua uno strumento di repressione di classe. Queste discussioni si
sviluppano insieme alla diffusione di nuove idee linguistiche (grammatica generativa, strutturalismo) e alla
presenza della Sinistra, con conseguente applicazione di analisi sociologiche che ne svelavano la natura
repressiva.
Anche la cultura cattolica interviene: Don Milani mise a nudo la condizione linguistica dei giovani delle classi
povere e propose una serie di interventi. Arriva a mettere in discussione l'esistenza e la legittimità di qualunque
norma linguistica, che interpretava come imbrogli per reprimere gli umili.
Altri specialisti muovevano contro le tecniche tradizionali di insegnamento, contro il tema come unico
esercizio di scrittura, contro il riferimento alla base dialettale dei ragazzi. I metodi e gli obiettivi furono rivisti,
il che portò ad un rinnovamento ma anche ad una crisi professionale degli insegnanti, che, accusati di aver
tramandato un italiano puristico/scolastico, finirono per prendere atto del modo in cui parlavano gli alunni
senza arricchirli. Oggi si riscontrano lacune anche negli studenti dell'università. Bruni ha parlato di un “italiano
selvaggio”.
Secondo Nencioni, non bisogna sopravvalutare la norma, ma è anche importante che l'insegnante sappia
condurre lo studente a capirla.