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4 LA SVOLTA LINGUISTICA

4.1 IL PRIMATO DEL LINGUAGGIO SUL PENSIERO E LA DICOTOMIA


PENSIERO/LINGUAGGIO/REALTÀ. LUDWIG WITTGENSTEIN E IL
TRACTATUS LOGICO-PHILOSOPHICUS.

La “svolta linguistica” è un fenomeno intellettuale nato nei primi anni del


secolo decimo-nono. Spesso si accosta la nascita di siffatto fenomeno intellettuale
con la nascita della filosofia analitica; di fatto, la “svolta linguistica” ha origine nel
momento in cui l'analisi sul linguaggio incomincia a rivestire un ruolo centrale nei
salotti e negli ambienti filosofici. Di per sé, tale espressione è stata coniata postuma
il fenomeno che rappresenta; infatti, solo nel 1967, quando ormai era un'altra
svolta ad essere al centro delle speculazioni filosofiche, ossia la cosiddetta “svolta
cognitiva”, Richard Rorty attribuisce questa denominazione al fenomeno in
questione1.

Abbiamo visto in età moderna come la brama di una conoscenza certa abbia
condotto molti filosofi all'elaborazione di un metodo cognitivo dal carattere
epistemico, e sempre in età moderna abbiamo assistito all'egemonia e
all'esaltazione della ragione nei confronti dell'essere delle cose. Ragione che è
giudice assoluto, che non può essere sottomessa da cosa alcuna se non dalla
ragione stessa, e che è essa stessa a scindere ciò che è possibile conoscere da ciò
che invece non può esserlo: il limite della ragione diviene così il limite della
conoscenza, o meglio della scienza. Su questa impostazione di fondo, sulla pretesa
apoditticità della scienza quale sapere apodittico ed incontrovertibile, agli inizi del
Novecento Ludwig Wittgenstein sposta l'attenzione sulla sfera del linguaggio.

Il filosofo e logico austriaco credeva che il fondamento ultimo della


conoscenza scientifica prima ancora di cadere sotto la «ragione» doveva
sottomettersi al «linguaggio», giacché è per mezzo del linguaggio che la stessa
scienza si costituisce. A proposito, Marco Bastianelli scrive che: «la tirannia della
ragione sull'intelletto, che in Kant è all'origine dell'illusione trascendentale, in
Wittgenstein diventa la tirannia del linguaggio sull'intelletto»; e che, ancora,
«Wittgenstein ha trasportato una “critica della ragion pura” ad una “critica del
linguaggio puro”»2. Se infatti, Con Kant si aveva la netta differenza tra ciò che era

1 Richard Rorty definisce per l'appunto questo attento studio posto sulle problematiche del
linguaggio “The Linguistic Turn”. Cfr. Richard RORTY, “The Linguistic Turn”, in: AA. VV., The
Linguistic Turn, Richard RORTY (ed.), University of Chicago Press, Chicago, 1967; trad. it.: La
svolta linguistica, Garzanti, Milano, 1994.
2 Marco BASTIANELLI, Oltre i limiti del linguaggio. Il kantismo nel tractatus di Wittgenstein,
Mimesis, Milano, 2008, 73.

1
possibile conoscere da ciò che non lo era, con Wittgenstein questa differenza è
stata traslittera in ciò che si può dire e ciò che non si può – anzi deve – dire 3.

La tesi di fondo avanzata da Wittgenstein è quella di riformare la filosofia in


una più verificabile analisi del linguaggio, poiché la filosofia intesa come metafisica
per sua stessa natura non può presentarsi come una disciplina scientifica. Ciò è
dovuto al fatto – stando ai pensieri di Wittgenstein – che tutti i discorsi metafisici
fanno fronte a termini che non denotano alcuna realtà fenomenica, empirica e
fattuale: quali per esempio «Dio», «assoluto», «incondizionato», «io», «nulla», ecc., e
giacché questi altro non sono che enunciati composti da proposizioni apparenti, da
pseudo-proposizioni, non possedendo significato alcuno conducono
inevitabilmente il nostro pensiero all'incantamento4. Questo “parlare senza
intendersi” – che Carnap giudicava tipicamente filosofico 5 – ha fatto capovolgere
l'oggetto privilegiato della filosofia dall'essere al linguaggio. Essendo il linguaggio,
per l'appunto, il veicolo attraverso il quale il pensiero si manifesta e si rende
sensibile, questo è diventato l'oggetto da indagare, o meglio analizzare, del nuovo
modo tipicamente analitico di fare filosofia. Nell'opera Analitici e continentali
Franca D'Agostini al riguardo scrive che:

«Il punto di arrivo della critica alla metafisica anche in questo caso è il linguaggio, non solo
perché attraverso un disciplinamento logico del linguaggio è possibile smascherare e
correggere gli errori della metafisica, ma anche perché il linguaggio in certo modo “prende
il posto dell'essere”, costituendosi come oggetto filosofico privilegiato» 6.

3 Sull'influenza del kantismo nella filosofia del logico austriaco ritengo molto interessante il
recente testo appena citato di Marco BASTIANELLI, Oltre i limiti del linguaggio. Il kantismo nel
tractatus di Wittgenstein, Mimesis, Milano, 2008, nel quale, esattamente nel III capitolo
intitolato: dalla critica della ragione alla critica del linguaggio, espone una sintetica enunciazione
di alcune delle tesi più rappresentative circa il kantismo nel Tractatus. A tal proposito è
interessante la considerazione che l'autore presenta in ripresa con il pensiero di Karl Otto Apel.
Scrive a pagina 73 del testo: «mentre Kant ha posto la questione della metafisica come
riflessione sulle condizioni di possibilità dell'esperienza e ha formulato come principio supremo
il postulato dell'identità delle condizioni di possibilità dell'esperienza e delle condizioni di
possibilità degli oggetti dell'esperienza, Wittgenstein ha trasposto una “critica della ragion pura”
in una “critica del linguaggio puro”. La tesi fondamentale che scaturisce da queste osservazioni è
che «caratterizzando così la dimensione della metafisica, il giovane Wittgenstein si pone di fatto
nell'orizzonte problematico della “filosofia trascendentale”». Secondo Apel, infatti, nella sua
prospettiva, il confine kantiano tra ragione teoretica e apparenza trascendentale è determinato
dalla distinzione logico-linguistica tra senso e nonsenso, tra ciò che si può dire e ciò che si
mostra soltanto».
4 Wittgenstein all'inizio delle Bemerkungen coniava un nuova terminologia per intendere tale
incantamento. La nuova dicitura introdotta da Wittgenstein era quella delle «ruote che girano a
vuoto», in diretto riferimento a quelle parti del nostro linguaggio superflue per la
rappresentazione. Dice a proposito Diego Marconi che: «la teoria delle “ruote che girano a vuoto”
è la forma che assume la teoria della demarcazione tra enunciati sensati e insentati». Diego
MARCONI, “Wittgenstein e le ruote che girano a vuoto”, in: Il pensiero debole, Gianni Vattimo –
Pier Aldo Rovatti (eds.), Feltrinelli, Milano, 2010, 173.
5 Cfr. Franca D'AGOSTINI, Analitici e continentali, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997.
6 Ivi, 146.

2
Il logico austriaco era mosso dall'ambizione di trovare un linguaggio
universale, univoco e privo di fraintendimenti, attraverso il quale fosse possibile
aspirare ad un'oggettività del sapere. La filosofia conseguentemente non era più
vista come una dottrina alla ricerca della verità, considerazione questa che la
lasciava in balia di correnti e stili di pensiero diversi e talvolta opposti, ma come
un'attività. Wittgenstein era fortemente convinto che operando sugli enunciati
linguistici attraverso l'analisi logica, ovvero sulla scomposizione delle proposizioni
nelle loro forme più semplici, fosse possibile attribuire alla filosofia il sapere
rigoroso della scienza. Nasceva così quel fenomeno intellettuale denominato “The
Linguistic Turn” secondo il quale la filosofia doveva operare secondo l'analisi logica
del linguaggio al fine di riconoscere alla scienza e solo ad essa l'ampliamento della
conoscenza.

Wittgenstein si fa portabandiera di codesta concezione della filosofia


mediante i pensieri trascritti nella sua unica opera filosofica: il Tractatus Logico-
Philosophicus (ricordo infatti che tutti gli altri lavori di Wittgenstein sono stati
pubblicati postumi la sua morte dopo rivisitazioni da parte dei suoi più stretti
collaboratori). L'opera è strutturata in 7 proposizioni principali e 526 sotto-
proposizioni, ordinate gerarchicamente, che trattano i temi della struttura logica
delle proposizioni, la natura dell'inferenza logica, la gnoseologia, i principi della
fisica, l'etica e il Mistico. In questa opera, con introduzione di Bertrand Russell e
presentata come tesi di dottorato, Wittgenstein espone in modo sistematico il
problema del rapporto pensiero/linguaggio/realtà, con il significato di fondo che –
come per Frege – attraverso le proposizioni il pensiero si esprime sensibilmente.
Russell introduce il lavoro di Wittgenstein sottolineando che:

«Muovendo dai principi del simbolismo e dalle relazioni che necessariamente intercorrono
tra parole e cose in ogni linguaggio, il Tractatus applica il risultato di questa indagine a vari
campi della filosofia tradizionale, mostrando in ciascun caso, come la filosofia tradizionale
e le soluzioni tradizionali nascano dall'ignoranza dei principi del simbolismo e dal cattivo
uso del linguaggio»7.

È proprio sul linguaggio che il logico austriaco verte le maggiori attenzioni


tanto da rintracciare un limite al pensiero attraverso il linguaggio stesso. Il primo
requisito per un linguaggio ideale – dice Wittgenstein – è che vi sia un unico nome
per ogni entità semplice, e che non vi sia mai lo stesso nome per due differenti
entità semplici. Il nome è un simbolo semplice nel senso che esso non ha parti le
quali sono esse stesse dei simboli 8. Ad ogni nome corrisponde un fatto; ciò
comporta che il nome e il fatto denotato si trovano in una correlazione univoca,
eliminando ogni fraintendimento sull'interpretazione – che di fatto viene così ad
essere una soltanto – degli enunciati linguistici. Detto ciò, la filosofia andando ad

7 Bertrand RUSSEL, Introduzione al Tractatus logico-philosophicus, in: Ludwig WITTGENSTEIN,


Logisch-Philosophische Abhandlung, in «Annalen der Naturphilosophie», XIV, 1921, 185-262; ed.
ingl.: Tractatus logico–philosophicus, Routledge and Kegan Paul, London, 1961; trad. it.:
Tractatus logico–philosophicus e Quaderni 1914 – 1916, Einaudi, Torino, 2007, 3.
8 Ivi, 5.

3
analizzare le proposizioni che rispecchiano i fatti del mondo acquista lo scopo di
una chiarificazione concettuale. Per Wittgenstein, il mondo è la totalità dei fatti,
non delle cose9, e il linguaggio è una sorta di specchio del mondo avente la
particolare caratteristica di descrivere i fatti che lo costituiscono.

Ma perché Wittgenstein parla di fatti e non di cose? Che cosa sono questi
fatti? Se è attraverso il linguaggio che è possibile conoscere/esprimere il mondo,
ovvero la totalità dei fatti, come si attua questa possibilità? Wittgenstein parla di
questo problema nel § 2 del Tractatus:

«Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose» 10.


«Lo stato di cose è un nesso d'oggetti (entità, cose)»11.
«Parrebbe quasi un'accidente se alla cosa, che potesse sussistere per sé sola,
successivamente potesse convenire una situazione.
Se le cose possono ricorrere in stati di cose, ciò deve essere già in esse.
(Qualcosa di logico non può essere solo-possibile. La logica tratta di ogni possibilità, e tutte
le possibilità sono i suoi fatti.)
Come non possiamo affatto concepire oggetti spaziali fuori dallo spazio, oggetti temporali
fuori dal tempo, così noi non possiamo concepire alcun oggetto fuori della possibilità del
suo nesso con altri.
Se posso concepire l'oggetto nel contesto dello stato di cose, io non posso concepirlo fuori
della possibilità di questo contesto»12.

In termini esplicativi il fatto è ciò che accade, e l'insieme di tutto ciò che
accade è il mondo. Il logico austriaco puntualizza che la “cosa”, puramente e
indipendentemente intesa, non è né concepibile né possibile. La “cosa” per essere
tale deve essere necessariamente in relazione con altre “cose”; la “cosa” sussiste
necessariamente in quanto correlazione fra “cose”, e questa suddetta correlazione
fa essere, appunto, la “cosa” un fatto. Ma come avviene la descrizione della realtà
tutta partendo dal semplice fatto? Di questo l'autore del Tractatus Logico-
Philosophicus si occupa nei paragrafi dedicati alla proposizione. Ma prima di
andare avanti cerchiamo di tenere a mente una mappa concettuale del Tractatus
Logico-Philosophicus. Prendendo in considerazione le sette proposizioni
fondamentali possiamo osservare che:

1. Il mondo è tutto ciò che accade.


2. Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose.
3. L'immagine logica dei fatti è il pensiero.
4. Il pensiero è la proposizione munita di senso.
5. La proposizione è una funzione di verità delle proposizioni elementari (la
proposizione elementare è una funzione di verità di se stessa).
6. La forma generale della funzione di verità è: [ρ, ξ, N(ξ) ].
9 Ludwig WITTGENSTEIN, Tractatus logico–philosophicus e Quaderni 1914 – 1916, cit., § 1.1,
25.
10 Ivi, § 2, 25.
11 Ivi, § 2.01, 25.
12 Ivi, § 2.0121, 26.

4
7. Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.

Nel § 1 si dice che cosa è il mondo, nel § 2 che cosa è un fatto, nel § 3 che
cosa è un pensiero, nei § 4, § 5, § 6 che cosa è una proposizione (seppur sotto
aspetti differenti) e nel § 7 – come espresso nella prefazione – di tutto il suo senso.

Rispondendo alla domanda posta poc'anzi, Wittgenstein, attraverso


un'accurata e certosina analisi, distingue le proposizioni in atomiche e molecolari:
sono dette atomiche quelle proposizioni non riducibili ad altre proposizioni,
costituite da un predicato ed un oggetto e che risultano essere “vere” o “false”
mediante un confronto con i fatti atomici; mentre, l'unione – con l'utilizzo degli
operatori o connettivi logici13 – di due o più proposizioni atomiche, formano le
proposizione molecolari, più complesse e mediante le quali è possibile esprimere
la totalità dei fatti del mondo. Il passo successivo alla distinzione delle proposizioni
è quello della verifica degli enunciati linguistici per constatare se ciò che è stato
espresso risulta essere vero, falso o insensato. Per Wittgenstein, infatti, tra il vero e
il falso c'è una terza possibilità: il non-senso. Un linguaggio significante è un
linguaggio che raffigurava uno stato di cose (i fatti del mondo), un linguaggio non
significante è un linguaggio privo di senso.

Le proposizioni costituite da nomi, segni, che denotano qualcosa, risultano


essere proposizioni significanti a prescindere dalla condivisione o meno della
forma logica con i fatti. Se poi, tali proposizioni hanno in comune con i fatti la
forma logica sono oltre che significanti anche vere; mentre, se non hanno in
comune con i fatti la forma logica sono comunque significanti, ma false. Le
proposizioni costituite da nomi che invece non denotano nessun fatto appaiono
prive di senso a causa dell'impossibilità di verifica della condivisione della forma
logica con il fatto che, appunto, viene a mancare. L'autore del Tractatus sostiene che
è con l'applicazione del principio di verificazione 14 che è possibile distinguere
quelle proposizioni che condividono con il fatto la forma logica, quelle che non la
condividono e, infine, quelle impossibili da verificare.

A tal punto dobbiamo focalizzarci sull'aspetto che l'eredità kantiana ha


assunto nel pensiero di Wittgenstein circa la riproposizione della cosa in sé; la
quale, nella filosofia del logico austriaco, ha determinato quella tanto importante
quanto radicale dicotomia del “dire/mostrare”. Orbene, seppur Wittgenstein
abbandona chiaramente la nozione di cosa in sé (come anche altre nozioni
fondamentali della filosofia kantiana quali il sintetico a priori, la tavola delle

13 Alla voce «Connettivo», in: Enciclopedia di Filosofia Garzanti, 204. «In generale, particella
linguistica che, applicata a proposizioni, genera proposizioni più complesse. Sono connettivi per
es., le particelle: mentre, se...allora, oppure, sebbene ecc».
14 Alla voce «Verificazione, principio di», in: Enciclopedia Garzanti di Filosofia, 1191. «Il criterio di
significanza empirica proposto dal positivismo logico, in base al quale un enunciato che non sia
analitico è dotato di significato “cognitivo” o fattuale se e solo se la sua verità o falsità risulta
accertabile mediante osservazioni empiriche. Un enunciato, insomma, è verificabile se e solo se
empiricamente verificabile».

5
categorie ecc.), rimane nel suo pensiero quel in sé, non esprimibile né tanto meno
formalizzabile, ma che nonostante ciò si mostra nella sua piena ineffabilità
linguistica. La suddetta dicotomia, non presente nella filosofia kantiana, in quanto
per Kant il noumeno, essendo inconoscibile, non mostra sé (o anche se lo fa risulta
impossibile da percepire in quanto non esperibile), per Wittgenstein anche se ciò
resta indicibile non per questo risulta inconoscibile dato il suo costante mostrar-si.
In Wittgenstein non c'è quell'impossibilità radicale di conoscere ciò che sfugge
all'esperienza fenomenica come avviene in Kant, ma c'è piuttosto il tentativo di non
esprimere questa datità ineffabile dato che nel momento in cui si viene a fare prova
di ciò, si cade in una paradossale ed insensata contraddizione: provare a
determinare l'ineffabile, tentare di dire l'indicibile, spiegare sensatamente
l'insensato, è – per Ludwig Wittgenstein – formulare una tesi priva di senso. Su
quanto appena espresso Hilary Putnam scrive che:

«Il tono wittgensteniano consiste nel cercare di far sì che il lettore non si senta spinto ad
affermare né “Noi possiamo descrivere la realtà come essa è in sé” né “Noi non possiamo
descrivere la realtà come essa è in sé”».

A questo punto emergono quesiti ai quali non possiamo non dare


attenzione: tutte quelle proposizioni costituite da nomi che non denotano alcunché
di empirico-fattuale (le idee kantiane per intenderci) sono da considerarsi
insensate? Poiché non è possibile verificarle attraverso i principi metodici delle
scienze naturali, sono per questo prive di senso? Esperienza significa esperimento?
Ma tornando ora al pensiero del Wittgenstein del Tractatus Logico-Philosophicus si
può notare che egli, fondando la propria filosofia sul rigore della scienza, ha la
necessità di catalogare tutti gli enunciati senza significato come privi di senso.
Scrive nel punto 4.2 del Tractatus che:

«Il senso della proposizione è la sua concordanza, o non concordanza, con le possibilità del
sussistere, e non sussistere, degli stati di cose»15.

Da quanto detto, ne consegue non solo l'archiviazione di tutte le


proposizioni che non denotano alcun “fatto” come prive di senso, ma soprattutto
l'individuazione del limite della conoscenza nel linguaggio: tutti gli enunciati che
non possono essere sottoposti al vaglio critico della verifica empirica, non
rappresentando nessuna immagine dei fatti, risultano essere “nulli” per ogni atto
cognitivo, sicché – asserisce Wittgenstein – nonostante sia possibile pensare
proposizioni prive di senso, diviene assurdo enunciarle, dato che la ragione non
possiede i mezzi per rilevare il loro criterio di verità/falsità.

«Tutto il senso del libro si potrebbe riassumere nelle parole: Tutto ciò che può essere detto
si può dire chiaramente, e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere. Il libro vuole
dunque tracciare al pensiero un limite, o piuttosto – non al pensiero stesso, ma
all'espressione dei pensieri: Ché, per tracciare un limite al pensiero, noi dovremmo poter
pensare ambo i lati di questo limite (dovremmo, dunque, poter pensare quel che pensare

15 Ludwig WITTGENSTEIN, Tractatus logico–philosophicus e Quaderni 1914 – 1916, cit., § 4.2, 56.

6
non si può). Il limite non potrà, dunque, venire tracciato che nel linguaggio, e ciò che è oltre
il limite non sarà che nonsenso»16.

Da come si può leggere nell'introduzione del Tractatus, il velo di silenzio che


deve avvolgere tutti gli enunciati privi di senso, altro non fa che inabissare tutte le
proposizioni metafisiche e comunque tutte quelle proposizione costituite da nomi
“vuoti”. Franca D'Agostini prende atto che:

«Nell'ambiente analitico, “metafisico” è un tipo di discorso che tratta di cose o entità


ulteriori alla comune esperienza e a ciò che la scienza definisce reale: poiché la scienza e
l'esperienza determinano le “condizioni di asseribilità” degli enunciati, ne consegue che la
metafisica non rispetta i limiti del linguaggio (ovvero le condizioni in base alle quali si può
determinare il significato), e formula perciò espressioni prive di senso, o dotate di un
senso solo apparente»17.

Ma questo dovere, questa auto-imposizione a non parlare di ciò, elimina di


fatto ogni dubbio sulle domande e sulle problematicità che da sempre hanno
caratterizzato la metafisica e, in ultima analisi, i desideri più profondi dell'umano?
Per ora è interessante notare che è lo stesso Wittgenstein a sollevare questo
problema nel paragrafo del Tractatus dedicato al “das Mystische”. Egli, pur
concludendo con l'affermazione del silenzio, scrive:

«Non come il mondo è, è il Mistico, ma che esso è»18.


«Noi sentiamo che, persino nelle ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano
avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati. Certo allora non
resterà più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta»19.

Chiunque abbia letto il Tractatus avrà sicuramente constatato che il testo –


la cui tesi principale è dare una risposta al problema cardinale della filosofia, cioè
la questione dei limiti dell'esprimibilità – cade in un paradosso, lo stesso che il suo
autore ha alacremente cercato di combattere attraverso una diligente analisi sul
linguaggio.

Ma come è possibile, allora, che l'opera abbia un senso se è scritta con


proposizioni insensate? Wittgenstein cerca di mostrare qualcosa di non
esprimibile, di ineffabile? Le proposizioni del Tractatus riescono a mostrare
qualcosa pur non dicendo niente? Alcuni studiosi di Wittgenstein hanno difeso
questa possibile interpretazione, altri l'hanno messa fortemente in dubbio, ma
quale sia il corretto taglio critico che si vuole imprimere nella lettura di questo
enigmatico filosofo suscita tutt'oggi, a più di mezzo secolo dalla sua morte, forti
polemiche e accesi dibattiti. Personalmente, dopo lo studio delle opere uscite
postume, dei diari segreti e del percorso spirituale che lo ha accompagnato per

16 Ivi, Prefazione.
17 Franca D'AGOSTINI, Analitici e continentali, cit., 124.
18 Ludwig WITTGENSTEIN, Tractatus logico–philosophicus e Quaderni 1914 – 1916, cit., § 6.44, 108.
19 Ivi, § 6.52, 108.

7
gran parte della sua vita, propendo più per quell'interpretazione del Tractatus che
enfatizza il mostrarne un senso etico che sfugge al linguaggio 20.

Ma a prescindere del parere – del tutto opinabile e soggettivo – che do alla


lettura del Tractatus logico-Philosophicus, è importante ai fini di questo lavoro
focalizzarci sulla “svolta linguistica”. Essa, invero, è stata una vera e propria
rivoluzione intellettuale negli ambienti filosofici di inizio Novecento, non solo
perché ha spostato l'oggetto di analisi della filosofia dal pensiero al linguaggio, ma
perché ha la ferma convinzione che solo mediante il linguaggio è possibile
delineare un limite al pensiero, alla ragione, e alle stesse proposizioni linguistiche.
È oltremodo importante anche un altro aspetto che questo capovolgimento ha fatto
scaturire: quello inerente la più propriamente detta “pragmatica del linguaggio”. Se
in questo breve testo ci siamo soffermati a descrivere il pensiero del “primo”
Wittgenstein e il fenomeno intellettuale della “svolta linguistica”, anche l'aspetto
pratico del linguaggio – quello appartenente alla pragmatica – riveste un ruolo
centrale nelle speculazioni filosofiche del secolo scorso. Codesto aspetto è stato
estremamente necessario per l'altra svolta che ha caratterizzato il Novecento
filosofico, ossia la svolta cognitiva; in quanto, ammettere che il significato di un
termine (e anche della più generale proposizione) è dettato dall'uso che il parlante
ne intende fare, (ciò è la tesi di fondo della pragmatica del linguaggio) è re-
attribuire – seppur indirettamente – il carattere intenzionale all'atto cognitivo.

Alessandro Belli

20 Vorrei fare un rimando ad una proposizione che va nella direzione etica del Tractatus che il
logico austriaco esprime in Briefe an von Ficker: «Grazie al mio libro, l'etico viene per così dire
delimitato dall'interno; e sono convinto che, in senso stretto, l'etico sia da delimitarsi solo in
questo modo. In breve credo che: tutto ciò su cui molti oggi parlano a vanvera, io, nel mio libro,
l'ho definito semplicemente tacendone». Ludwig WITTGENSTEIN, Briefe an von Ficker; trad. it.:
Lettere a Ludwig von Ficker, Armando, Roma, 1974, 73.