Sei sulla pagina 1di 1

enso che riguardi le due diverse teorie di Artaud e Brecht.

Il primo parla di teatro della crudeltà, intendendo il fatto che lo spettacolo deve circondare lo spettatore
che viene costretto a parteciparvi. Quindi il teatro è coinvolgimento totale dello spettatore, una sorta di
"contagio pestilenziale". Di conseguenza teorizza l'abolizione del diaframma scena- pubblico,
considerando lo spettacolo come un evento collettivo reale, una sorta di festa in cui la comunità compie
una crescita di coscienza collettiva, per cui è un teatro in cui tutti sono attori.
Brecht al contrario partendo dall'effetto straniamento tra attore e personaggio estende questo
"scollamento" anche al comportamento del pubblico, che deve contemplare da lontano lo spettacolo, non
deve immedesimarsi nel personaggio, per arrivare a cambiare il mondo reale (concetto marxista di uomo
modificatore). Di conseguenza propone la c.d. tecnica non aristotelica, secondo cui lo spettacolo non deve
portare alla catarsi dello spettatore, perché lo priverebbe di quel senso critico necessario per cambiare il
mondo.
Poi boh, penso che si possa parlare anche del "nuovo spettatore" come sommatoria delle teorie di Artaud
e di Brecht ( quindi pubblico contagiato dal teatro della crudeltà grazie al quale si innesca una
modificazione della coscienza politica).
Alla fine parlerei dei nuovi rapporti tra spettatore e gli altri elementi del teatro (tipo: teatro concepito
come incontro vivo e reale e non più come finzione, abbandono del testo drammatico per privilegiare
l'improvvisazione, l'uscita dallo spazio teatrale ecc)

Nella Poetica, Aristotele riprende le antiche teorie sulla tragedia focalizzando l'attenzione su due
concetti: quello di mìmesis (imitazione) e di kàtharsis (purificazione). Il primo si riferisce al valore
e alla finalità della poesia e dell'arte in genere, in modo particolare della tragedia: tutti gli artisti
sono “imitatori” (cfr. Repubblicadi Platone) perché creano una realtà fantastica, modellata sulla
realtà ma tuttavia diversa da essa. “Ci sembra che due siano le cause, entrambe d'ordine
naturale, che in sostanza danno origine all'arte poetica. Anzitutto è connaturato negli uomini sin
da fanciulli l'istinto d'imitare; in ciò si distingue l'uomo dagli altri animali, perché la sua natura è
estremamente imitativa e si procura per imitazione i primi apprendimenti. Poi c'è il piacere che
tutti provano davanti alle opere: quelle cose che ci fanno soffrire quando le vediamo nella realtà,
ci recano piacere se le osserviamo in immagini che siano il più possibile fedeli, come i disegni
delle bestie più sordide o dei cadaveri.” (Poetica, 1148 b 4-12) Quest'illusione attira e suggestiona
il pubblico favorendo l'identificazione dello spettatore con i personaggi e una forte
compartecipazione emotiva. Su questa profonda empatia si innesta il processo della catarsi:
l'ascoltatore si immedesima a tal punto nelle vicende rappresentate da liberarsi dalle passioni
portate in scena. Così Aristotele definisce la tragedia: “Tragedia è opera imitativa di un'azione
seria, completa, con certa estensione; eseguita con linguaggio adorno distintamente nelle sue
parti per ciascuna delle forme che impiega; condotta da personaggi in azione, e non esposta in
maniera narrativa; adatta a suscitare pietà e paura, producendo tali sentimenti la purificazione
che i patimenti rappresentati comportano.” (Poetica, 1149 b 24- 28)