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LINGUISTICA TEORICA

L’esame da 6cfu consiste in una prova scritta che si basa su un syllabus fornito dalla docente:

- Haegeman, Manuale di grammatica generativa, capp. 1-4


- Rizzi, The fine structure of the left periphery, §1-6
- Rizzi, On the position of Int(errogative) in the left periphery of the clause, §1-2
- Rizzi, Introduction: Core computational principles in natural language syntax, § 1-7
- Giorgi, About the speaker, capp. 2 e 4 (escluso 4.6)

LEZIONE 1

Argomenti del corso:


- Nozioni di base (prime quattro lezioni)
- L’argomento del corso riguarda problemi di interfaccia, cioè come la rappresentazione
sintattica di una struttura frasale si connette con altri aspetti legati al linguaggio, cioè con
l’interpretazione, cioè gli aspetti di semantica. Data una frase, bisogna mettere le parole in
un certo ordine: Gianni mangia il panino (SVO). Questa frase ha un’interpretazione:
sappiamo cosa sia l’evento del mangiare, sappiamo che ci sono due partecipanti all’evento.
Questo è l’aspetto semantico. C’è un’interfaccia, cioè un modo di passare dalla struttura
sintattica al suo significato, non solo devo capire le parole messe in sequenza ma devo
costruire il significato della struttura. Come si effettua questo passaggio è detto “problema
di interfaccia”. Ci occuperemo del fatto che alle frasi vengono assegnate delle intonazioni:
Gianni mangia il panino ha un contorno intonazionale tipico delle frasi non marcate. Il panino
Gianni ha mangiato (non la torta) ha un contorno intonazionale diverso e, in virtù di questo,
un significato diverso. Si tratta dello stesso evento e degli stessi partecipanti, ma il contesto
è diverso. Posso iniziare una conversazione con la prima frase, ma non con la seconda.
Studieremo in che modo una struttura sintattica si relaziona con il suo contorno
intonazionale. Studiare l’interfaccia è interessante perché è il modo in cui le frasi vengono
realmente usate nell’interazione linguistica; ci fa capire qual è la funzione della sintassi nel
contesto, nel discorso, nell’interazione fra parlante e ascoltatore.
- Collocazione temporale degli enunciati (l’interpretazione dei tempi verbali), cioè il ruolo del
parlante rispetto alla struttura temporale degli eventi. Se dico Gianni ha mangiato un
panino, l’evento si colloca nel passato calcolato dal punto in cui dico questa espressione
linguistica. Se dico Gianni mangerà un panino, il futuro viene calcolato dal momento in cui
parlo. Se dico Gianni sta mangiando un panino, l’evento è in corso nel momento in cui parlo.
La locazione temporale degli eventi è uno degli aspetti più importanti della struttura
linguistica che ha a che fare con la situazione linguistica in cui viene usato un enunciato.
La nozione di presente, passato e futuro non esiste; esiste la nozione di presente, passato e
futuro relativi ad un contesto, definito in linea di massima dal parlante.
Alcuni eventi non sono relativi al parlante. Per esempio, nelle narrazioni il punto per definire
presente, passato e futuro dipende dal personaggio, come nel discorso indiretto libero: “Il
razionamento sarebbe cominciato domani”. Il “domani” è quello del personaggio, non quello
del narratore, del lettore o dell’autore.
- Vedremo come si definisce il contesto, studieremo i tempi verbali, le strutture subordinate
(perché esistono sistemi complessi?). Terremo conto dell’uso dell’imperfetto, usato nei
contesti narrativi ma anche di finzione (i bambini quando giocano dicono “facciamo che io
ero il re”). Vedremo anche le surprise questions, cioè frasi in forma di domanda che non
richiedono risposta.
- Osserveremo come l’ordine delle parole possa cambiare in base al contesto. In che modo il
contesto influenza la sintassi? Come si adatta la sintassi al contesto? Come e perché si
inserisce la prosodia nel quadro?

Cosa sono i costituenti?

Gianni saluta Maria.


N V N
S V O
Nom Acc
CӕsarØ Cӕsarem
Io me

S e O identificano delle funzioni grammaticali. Il soggetto porta il caso nominativo, mentre l’oggetto
porta il caso accusativo, il che porta a forme diverse (io/me). Quindi esiste una struttura, i cui
elementi hanno delle funzioni grammaticali che comportano delle proprietà morfo-sintattiche.
Non tutte le lingue hanno Nom/Acc.
Le proprietà del soggetto sono il caso nominativo e, in una lingua come l’italiano, esiste il fenomeno
dell’accordo fra soggetto e verbo. Nel nostro esempio il verbo e il soggetto sono entrambi di terza
persona singolare. Le proprietà degli elementi hanno a che fare con il caso (in italiano lo vediamo
solo su alcuni pronomi). Queste due proprietà non sono valide in assoluto per tutte le lingue, ma
sono abbastanza diffuse.

Gianni saluta Maria


N

Il ragazzo saluta Maria


D N

Il ragazzo simpatico saluta Maria


D N A

Il ragazzo simpatico che ho conosciuto ieri saluta Maria


D N A C V V Adv

In tutti gli esempi, la parte scritta in rosso ha la stessa funzione di soggetto. Il perno
dell’informazione è sempre un N, che sia Gianni o il ragazzo. N è quindi la testa del costituente o
sintagma nominale. Il fatto di aggiungere informazioni al referente è la proprietà ricorsiva del
linguaggio, ovvero la possibilità di applicare lo stesso procedimento un numero illimitato di volte
per ottenere segni sempre nuovi (un SN che contiene un altro SN che contiene un altro SN). Il
concetto viene dalla logica, in cui A -> ((XA) A).

[Il [ragazzo N] simpatico che [Maria N] ha conosciuto ieri]


[Il [ragazzo N] simpatico che [il [fratello N] di [Maria N] SN] ha conosciuto ieri]

Il referente rimane lo stesso e tutti gli elementi si accordano con il verbo.


Potenzialmente, la ricorsività è infinita, ma nella realtà i parlanti non producono frasi così lunghe. È
una proprietà cognitiva e astratta: anche se non la usiamo, sappiamo che c’è. Tuttavia, non lo
facciamo perché altrimenti la frase diventerebbe troppo difficile da pronunciare e da capire.

[[Gianni N]SN saluta V [Maria N] SN]F


[[Gianni N] [dorme V]SV]F

Queste frasi sono uguali o diverse? Esistono diversi tipi di analisi. Quanti elementi ci sono nella
frase? Nella prima ci sono due elementi (Gianni e Maria), mentre nella seconda c’è solo un elemento
(Gianni). Diremmo quindi che le frasi sono diverse.
Tuttavia esistono altri modi di analizzare queste frasi: cosa c’è alla sinistra del verbo? Il soggetto.
Cosa c’è alla destra del soggetto? Il verbo. In questo senso le frasi sono uguali, e sono semmai i verbi
che cambiano. Infatti, in entrambi i casi abbiamo un soggetto e un predicato, ed è questo predicato
che prende forme diverse.

Rappresentazione ad albero della frase.

LEZIONE 2

Abbiamo identificato come componenti della frase un SN e un SV, cioè abbiamo assegnato alla frase
una struttura di tipo soggetto-predicato. Questa è una prima struttura approssimativa (quelle che
useremo saranno più complesse), che serve a illustrare il fatto che tutte le frasi sono strutture
predicative. Significa che qualsiasi frase riconosciuta dai parlanti delle lingue, non solo dell’italiano,
come ben formata ha un soggetto e un predicato. Possiamo rappresentare questa struttura
approssimativa così:

Questo è un modo molto comune di esprimere le strutture frasali, con un soggetto di tipo nominale
e un predicato di tipo verbale, ma non è sempre così: non tutti i soggetti non sono proiezioni di nomi
e non tutti i predicati sono proiezioni di verbi. Per esempio, ci possono essere soggetti frasali (Che
Maria sia partita preoccupa Massimo), o soggetti locativi, come in inglese.
Le strutture predicative non necessariamente contengono verbi transitivi o intransitivi: Gianni è
intelligente. In molte lingue, strutture di questo tipo possono non avere la copula, ma sono
comunque strutture predicative.
Abbiamo visto che i sintagmi hanno delle teste, ovvero queste teste proiettano un sintagma dello
stesso tipo: un nome protetta un SN, un verbo proietta un SV e così via per aggettivi, preposizioni,
avverbi, etc.
Se definiamo una frase come un insieme di soggetto e predicato, F è un costituente che ha una sua
distribuzione ma che non ha una testa. N è la testa di SN, V è la testa di SV, ma non c’è una testa F
per il costituente frasale, ma solo la giustapposizione di SN e SV. Questa è un’anomalia che
attribuiamo al costituente frase.
I costituenti proiettati da aggettivi e preposizioni sono del tutto analoghi a SN e SV. In che modo lo
vediamo? I verbi possono essere transitivi o intransitivi, una descrizione che si trova nelle
grammatiche scolastiche.
C’è una corrispondenza fra strutture verbali e strutture nominali più stretta di quello che pensiamo.
Se prendo il verbo “partire”, posso dire Gianni è partito, ma ho anche un equivalente nominale La
partenza di Gianni. Questi elementi prendono dei complementi non in quanto verbi o nomi ma in
quanto, in astratto, predicati. Il partire comporta la presenza di un partecipante. Questa struttura
predicativa può essere espressa sia con un nome che con un verbo.
I barbari distrussero Roma può anche essere La distruzione di Roma da parte dei barbari (o la loro
distruzione di Roma). Abbiamo una relazione fra un certo evento, chi ha preso parte all’evento e
l’oggetto dell’evento.
In che modo possiamo cogliere la corrispondenza fra strutture nominali e strutture verbali? Con i
ruoli tematici. “PARTIRE1” assegna un ruolo tematico ϑ di partecipante a colui che parte;
“DISTRUGGERE” assegna un ruolo tematico di agente a chi distrugge e un ruolo tematico di paziente
all’oggetto della distruzione. Possiamo identificare il numero e la natura dei partecipanti ad un
evento indipendentemente dalla loro realizzazione come nomi o verbi.
Tutto questo vale anche per aggettivi e preposizioni, che possono assegnare quindi dei ruoli
tematici. Per esempio, posso dire Gianni è simpatico a tutti. “A tutti” è un ruolo tematico assegnato
da “simpatico”, viene interpretato grazie al predicato.
Le proprietà dei predicati non sono immediatamente riconducibili ad una natura nominale, verbale,
aggettivale o preposizionale: alcune proprietà interpretative sono inerenti al tipi di evento e si
realizzano in modo diverso a seconda del tipo di testa.
Le preposizioni hanno un contributo lessicale e uno tematico: in La palla è sotto al tavolo, sotto ha
un suo significato e ci dice qual è la relazione fra la palla e un oggetto rispetto al quale la palla è
sotto (ruolo tematico di locazione).
Quindi, anche preposizioni e aggettivi assegnano ruoli tematici e proiettano dei costituenti.
Tutti questi elementi (N, V, A, P) possono creare strutture complesse:
Gianni spinge la palla sotto al tavolo.

1
Il maiuscolo e le virgolette indicano che non sto parlando né di un verbo né di un nome, ma di un elemento astratto
con delle proprietà tematiche che identificano i partecipanti all’evento, indipendentemente dalla sua forma nominale
o verbale.
Il fratello (simpatico) di Gianni dorme.

Da questo impariamo che tutti i costituenti hanno una testa e ogni testa proietta un costituente: c’è
una corrispondenza biunivoca fra testa e costituente. I costituenti sono legati agli elementi che
compaiono al loro interno da relazioni tematiche.
Esistono due problemi:

- Il costituente frase non è in relazione biunivoca con nessuna testa, a meno che non
complichiamo la struttura;
- Questa rappresentazione permette alberi non binari, cioè con più di due rami. Il fatto di
avere uno strumento non restrittivo non è una cosa positiva, perché ho una teoria in cui
tutto è possibile, ma che non spiega perché le cose sono in un certo modo e non in un altro.

In qualsiasi riflessione teorica, va mantenuta la corrispondenza biunivoca e la natura soggetto-


predicato.
Nelle prossime due frasi, il soggetto è sempre Gianni, e il predicato è “dorme” o “ha dormito”

Gianni dorme.

SN SV

N V
Gianni dorme

Gianni ha dormito.
Una possibilità è di dire che “ha dormito” è una testa verbale complessa:

SN SV

N V
Gianni ha-dormito

Volendo esprimere lo stesso significato, le varietà di italiano del sud non usano una forma
perifrastica, ma una forma sintetica “dormì”.
Il vantaggio di rappresentare una testa verbale composta è che coglie come forme diverse abbiano
la stessa interpretazione di significato.
Lo svantaggio è che non coglie la possibilità di aggiungere, fra ausiliare e participio, degli elementi,
come un avverbiale, cioè un costituente che può essere paragonato ad un aggettivo dei verbi: Gianni
ha sempre dormito fino a tardi / Gianni non ha mai dormito sul divano. In uno schema come quello
che stiamo prendendo in considerazione, non c’è posto per aggiungere questi elementi.
Quindi, se da una parte colgo la somiglianza di fondo tra ha dormito e dormì, dall’altra non spiego
tutto. Entrambe le considerazioni vanno spiegate: dobbiamo spiegare sia la somiglianza di
significato sia la possibilità di inserire altri elementi. Non è sufficiente dividere il costituente fra SN
e SV, ci sono tanti altri costituenti da considerare.
L’italiano ha una struttura morfologica verbale abbastanza regolare e abbastanza ricca:

L’evento è definito dal morfema lessicale mangi-

Per classificare un evento, abbiamo bisogno di sapere: che evento è, qual è il tempo, chi partecipa
all’evento.
In una forma come mangiavano, queste informazioni si trovano sulla stessa parola, in avevano
mangiato invece no: le informazioni di tempo, modo, persona e numero sono su “avevano” in modo
autonomo. Questa parte del verbo non dà un contributo lessicale (l’evento è mangiare, non avere),
serve di appoggio per i morfemi che esprimono tempo, modo, persona e numero. Per il momento
non prendiamo in considerazione il –to del participio.
Quando confrontiamo queste due forme, vediamo comunque che sono identiche, perché veicolano
le stesse informazioni.
La differenza importante è che in senso morfologico e fonologico “avevano” e “mangiato” sono
parole diverse: ci sono due accenti di parola, al contrario di mangiavano che ne ha uno.
In mezzo ad “avevano” e “mangiato” possono esserci altri costituenti. Questa è una caratteristica
generale. In certe lingue la distanza fra i due può essere enorme.
Informazioni di tempo, modo, persona e numero sono informazioni morfologiche, non lessicali, e
sono presenti in tutte le lingue, indipendentemente dalla loro realizzazione con un morfema che
possiamo vedere. Quando il parlante esprime una frase ben formata nella sua lingua, si riferisce ad
un evento collocato nel tempo: non ci sono lingue in cui la frase sia ben formata senza queste
informazioni. *Gianni mangiare un panino non va mai bene, bisogna sempre collocare
temporalmente l’evento.
Dato che tutte le frasi sono delle predicazioni, con un soggetto, devo sempre poterlo identificare.
Molte lingue lo fanno con un morfema sul verbo.
Sono proprietà molto generali presenti in tutte le lingue, che poi hanno diverse realizzazioni. Sono
informazioni necessarie per la buona formazione delle frasi in tutte le lingue. In *Gianni mangiare
un panino non posso essere sicuro che il soggetto sia Gianni se non ho informazioni che lo
confermino.
Se queste sono proprietà imprescindibili della frase, possiamo dire che sono queste la testa della
frase. L’insieme di tempo, modo, persona e numero vengono raggruppate sotto Inflection (in
italiano Flessione). Per la frase non useremo più F, ma IP (inflectional phrase). I è una matrice di
tratti2

N -> SN
V -> SV
A -> SA
P -> SP

I -> IP Inflection non ha contenuto lessicale, a differenza delle altre categorie.

Inflection può essere adiacente al verbo (mangiavano è fatto di V+I); nelle forme perifrastiche
precede il verbo (avevano mangiato è fatto di I+V). Vedremo come si può rendere conto della
diversa sintassi di queste forme.
La frase è fatta di un soggetto e di un predicato, ma cos’è il predicato? È un elemento che è
proiettato da I ma non è inclusivo del soggetto.

Gli avverbiali avvengono nello spazio fra I’ e V’’, sotto ad un SAdv con testa Adv (o semplicemente
A). Gianni ha (spesso) salutato Maria ha questa struttura. Se ci fosse l’avverbiale lo metteremmo
dove c’è la lineetta rossa.

2
Tratti distintivi binari (in inglese features)
Gianni salutava Maria ha questa struttura:

Come ottengo Gianni salutava Maria in questa struttura? Dando una derivazione, cioè passo da una
struttura che ha un tipo di notazione in cui non distinguo tra salutava e ha salutato ad una che lo fa.
Questa struttura è comune ad entrambe le forme:

La struttura è esattamente la stessa, solo che con una forma sintetica


la struttura superficiale rimane uguale, mentre con una forma
perifrastica deve esserci una derivazione per cui il verbo viene
pronunciato in I e non in V.

Come faccio a distinguere “salutava” da “ha salutato” da una struttura comune?


La struttura superficiale di Gianni salutava Maria è diversa dalla struttura profonda, in cui la
posizione V rimane vuota perché il verbo viene realizzato sotto I’. Questo vuol dire che la derivazione
ha avuto luogo e c’è stato movimento della testa V ad I.
Il problema si risolve ipotizzando una testa per le strutture frasali ed una struttura comune per
forme sintetiche e perifrastiche, e questa struttura comune può venire modificata, per le forme
sintetiche, con un movimento dalla testa V alla testa I.
Questo è un vantaggio, perché se ci sono degli avverbi, con il movimento da V a I questi elementi
restano a destra: Gianni salutava spesso Maria. Questa derivazione spiega il diverso ordine degli
avverbi in concorrenza con forme perifrastiche o sintetiche (Gianni ha spesso salutato Maria).

Ricapitolando: ogni frase ha una struttura di base e una struttura in cui viene derivato l’ordine delle
parole come effettivamente le vediamo (la struttura profonda e la struttura superficiale). Esiste una
struttura comune a Gianni salutava Maria e Gianni ha salutato Maria, ma quello che porta all’ordine
superficiale diverso è un procedimento diverso: “salutava” si muove da V a I, “ha salutato” mette
l’ausiliare sotto I e il verbo lessicale sotto V.

Vediamo le strutture subordinate:

[[Gianni] [ha detto che Maria ha salutato Luisa]]

Il verbo transitivo “dire” ha come complemento una frase: Maria ha salutato Luisa. “Che” può
precedere solo le frasi subordinate, non le principali. Abbiamo detto che il complementatore è una
testa che proietta un costituente, che ha come complemento un IP, che ripete la struttura frasale
SN, IP, VP e SN complemento:
Vediamo alcune delle funzioni della proiezione C. Possiamo avere delle frasi subordinate
dichiarative, come quella che abbiamo visto, ma ce ne sono anche le interrogative dirette, come Mi
domando quale ragazzo tu abbia invitato alla festa. Questa frase non è introdotta da “che”, ma da
un sintagma nominale che ha la proprietà di essere un sintagma interrogativo perché è presente il
determinante “quale” che lo rende tale. Usando questo sintagma io sto comunicando che voglio
avere informazioni sul ragazzo invitato alla festa. Questo sintagma occupa una posizione a sinistra
del soggetto.

Gianni si domanda quale ragazzo tu abbia invitato.


Hai invitato un ragazzo.

Dal punto di vista dell’interpretazione, questo elemento viene interpretato sulla base del predicato,
anche se non è nella posizione canonica dei complementi, alla destra. La distanza del sintagma
interrogativo rispetto all’elemento che assegna il ruolo tematico può essere molto ampia:

Quale ragazzo hai (tu) invitato ____________?


Quale ragazzo (tu) pensi che Maria abbia invitato ________________?
Quale ragazzo (tu) pensi che tutti sappiano che Maria ha invitato _____________?

In sintassi, qual è la posizione di “quel ragazzo?” Nello specificatore di C’’.

LEZIONE 3

A cosa serve l’analisi dei costituenti? Perché vogliamo assegnare una rappresentazione alle frasi
(perché abbiamo decido che il punto di partenza nello studio della struttura delle lingue è l’analisi
dei costituenti)? La risposa è il principio di dipendenza dalla struttura: nella grammatica ci sono
delle regole, e queste regole si applicano ai costituenti, cioè stringhe di parole e non parole singole.
Il ragazzo saluta il fratello di Maria. In qualsiasi tipo di derivazione, per esempio passiva, di focus o
di topicalizzazione, si applicano le regole a insiemi di parole come “il ragazzo”, “il fratello”, “di Maria”
(o “il fratello di Maria”). Non esistono regole che si applichino a “saluta il” perché non è definibile
come un costituente.
Ma cosa intendiamo per “grammatica” e “regole”?
Per “grammatica” non si intende quella normativa, che è quella che viene insegnata a scuola. Per
noi, la grammatica non sono le regole del bel parlare, le regole prescrittive. La grammatica di cui ci
occupiamo noi è generativa: non è ciò che viene prescritto dai grammatici, bensì è la competenza
del parlante, quello che i parlandi sanno della loro lingua e quello che ne fanno. La competenza dei
parlanti può o meno coincidere con le norme della grammatica normativa, ma questo fatto non è
oggetto di studio. Per il linguista, l’oggetto di studio è quello che i parlanti sanno e fanno della lingua.
Se un parlante riconosce una frase come appartenente alla sua lingua, allora quella frase appartiene
alla sua lingua, indipendentemente da quello che dice la grammatica normativa. Ricordiamo che ci
sono diversi tipi di italiani, in cui la grammaticabilità di una certa sequenza può variare.
Quindi, la grammatica è la competenza del parlante, quello che il parlante sa della sua lingua.
La grammatica, definita in questo modo, ha degli aspetti che sono comuni a tutti gli esseri umani in
quanto parlanti di una lingua, e degli aspetti specifici, perché ciascun parlante ha la sua lingua. In
altre parole, esistono degli aspetti universali (tutti gli umani parlano) e degli aspetti di
differenziazione (esistono lingue e varietà di lingue diverse). La grammatica è quindi anche la
capacità di usare il linguaggio. Si parla di grammatica universale per definire una competenza
comune a tutti (indipendentemente dalla lingua che si parla, per esempio in tutte le lingue è
necessario avere un soggetto, un verbo e un oggetto); con grammatiche particolari ci riferiamo a
competenze che definiscono proprietà di una singola lingua (per esempio, l’ordine di soggetto,
verbo e oggetto può cambiare).

Il cane dorme
*Cane dorme il -> agrammaticale in tutte le lingue
*Cane il dorme -> agrammaticale in italiano, ma grammaticale in altre (per esempio in rumeno)

Le “regole della grammatica” non vanno intese in senso normativo, ma come un tipo particolare di
manipolazione della struttura. Nella lezione scorsa, abbiamo visto il movimento della testa V a I.

FORMA VERBALE SINTETICA: Il verbo si


sposta sotto I.

FORMA VERBALE ANALITICA: il movimento


V-I non c’è.

Le informazioni di tempo, modo, persona e numero sono presenti in tutte le lingue (che possono
anche non avere morfemi per realizzarle). In italiano possiamo trovarle realizzate sul verbo o
sull’ausiliare. Nel caso di “mangiava”, il verbo “mangiare” sale ad I per prendere le informazioni T,
M, Pers, Num; nel caso di “aveva mangiato”, “mangiare rimane al suo posto, e le informazioni T, M,
Pers, Num vengono prese dall’ausiliare “avere”.
Il fatto che il verbo non appaia nella sua posizione di base ma in una adiacente alla sua morfologia
verbale è una regola della grammatica che troviamo in tutte le lingue che hanno forme verbali
sintetiche.
Un argomento importante è la distribuzione degli avverbi, che si trovano in una posizione
intermedia fra I e V. Questi avverbi precedono il participio e seguono il verbo flesso. La regola che V
si sposta a I rende conto del fatto che questi elementi appaiono obbligatoriamente post verbali:

Gianni non mangiava (V+I) mai _____ mele


*Gianni non mai mangiava _____mele.

In italiano, quando il verbo è flesso, obbligatoriamente l’avverbio lo segue.

Le regole della grammatica pone dei problemi importanti. In questo caso, prendiamo il verbo e lo spostiamo
ad un’altra posizione. A questo punto possiamo chiederci se sia lecito prendere un componente e farlo
apparire dove ci pare. Sembra che sia fatto apposta per risolvere un problema. Le regole della grammatica
devono essere ristrette, cioè bisogna spiegare perché le posso applicare e quali vincoli hanno. C’è bisogno di
capire le restrizioni che si applicano su quelle regole. Come mai posso fare un’operazione di movimento del
verbo a I? Quali sono i vincoli?

L’ordine canonico dell’italiano è SVO, e abbiamo detto che S ed O hanno delle proprietà
grammaticali:

S O In certe lingue, i casi sono visibili, in altre di meno. In italiano si


| | possono osservare differenze di caso praticamente solo sui pronomi.
Nom Acc Io/me hanno lo stesso significato, ma cambia la forma morfologica.
Io Me

Tutti i N’’ devono avere un caso, solo che in molte lingue il caso non si vede sempre. Questo,
ovviamente, non vuol dire che il caso non ci sia: “Carlo” rimane sempre uguale, ma può avere casi
diversi. La differenza la vedo solo con determinati elementi lessicali, ma la distinzione c’è sempre.
Che i N’’ debbano avere un caso è una proprietà universale; che questo caso sia Nom o Acc e la
distribuzione del caso è un’altra questione, che dipende dalle singole lingue.
I casi sono una proprietà universale da associarsi ai N’’, indipendentemente da quanto siano visibili.

 Questa considerazione è molto restrittiva perché motiva gran parte dell’ordine delle parole
di una lingua.
 Questa proprietà è interessante perché è molto astratta: faccio l’ipotesi che su “Carlo” ci sia
lo stesso caso che c’è sul pronome “io”, e che ciò motivi la distribuzione di un N’’ come
“Carlo” esattamente come motiva la distribuzione di un N’’ come ”io”.

L’ordine delle parole è influenzato dalla proprietà di caso indipendentemente da quanto io lo veda
sui singoli elementi.

Quando abbiamo una frase, indipendentemente dal fatto che sappiamo che al soggetto bisogna
dare il nominativo e all’oggetto l’accusativo, abbiamo molte altre conoscenze relative alla struttura,
per esempio sappiamo cosa sia un evento di “salutare” e sappiamo che richiede due partecipanti,
sappiamo cosa sia un evento di “dormire” e sappiamo che richiede un solo partecipante.

Gianni saluta Maria.


S V O

Gianni dorme.
S V

Da un punto di vista interpretativo, questi elementi hanno delle proprietà tematiche.


L’interpretazione viene assegnata dal verbo.
In Gianni saluta Maria, Gianni è un soggetto, ma è anche un AGENTE, cioè colui che compie l’azione
di salutare, mentre Maria è un oggetto, ma è anche un PAZIENTE, cioè colei su cui ricade l’azione.
La corrispondenza fra ruoli tematici richiesti dal predicato e gli elementi che li realizzano deve essere
1:1, cioè non posso avere due ruoli tematici se il predicato ne richiede uno, non posso dire *Gianni
saluta e nemmeno *Gianni dorme Maria.
Gianni corre Le proprietà fisiche sono le stesse, ma correre chiede un elemento solo, rincorrere
ne richiede due, e non posso scambiarli. È una proprietà del lessico che
Gianni rincorre Mario corrisponde immediatamente a delle proprietà sintattiche.

I N’’ sono quindi associati a due tipi di proprietà: proprietà grammaticali (soggetto, oggetto) e
interpretazione semantica (agente, paziente). Non tutti gli argomenti sono agenti o pazienti: se dico
Gianni teme il fuoco, Gianni è un ESPERIENTE, perché sperimenta uno stato psicologico, mentre il
fuoco è un TEMA. Abbiamo già un idea che le proprietà che possiamo assegnare ai sintagmi delle
lingue del mondo rilevanti per la struttura sintattica sono poche: già solo con proprietà di caso (2 o
3) e proprietà tematiche (5 o 6) otteniamo un’enorme varietà di espressioni.
Tutti gli agenti sono soggetti, ma non tutti i soggetti sono agenti.
Un’ultima considerazione: quando parliamo di proprietà di caso, le associamo ai N’’. In altre parole,
quelli che devono portare il caso sono i N’’, ma le frasi sono fatte anche di altri costituenti.

La cosa interessante da notare è


che mentre le proprietà di caso
riguardano solo i N’’, le proprietà
tematiche riguardano anche
sintagmi di altro tipo.

Una regola da cui iniziano tutti i manuali è la derivazione delle strutture passive, che è una delle
regole più complesse della grammatica.

Gianni saluta Maria


ϑ1 ϑ2

Maria è salutata (da Gianni)


ϑ2 ϑ1

Per quanto riguarda le proprietà grammaticali, Gianni e Maria ricoprono funzioni diverse in diverse
frasi. Nella prima frase, Gianni è il soggetto, mentre nella seconda ho una serie di fenomeni di
accordo che mi dicono che il soggetto è Maria. Vogliamo cogliere le somiglianze e le differenze fra
le strutture e spiegare la competenza linguistica del parlante, che ci dice che l’evento è lo stesso,
ma mette in evidenza prima Gianni e poi Maria. Le differenze riguardano l’assegnazione del caso
nominativo, e questo concorre con l’accordo verbale. Vogliamo una teoria da cui emerga che si
tratta della stessa frase realizzata in modo diverso e che spieghi perché il parlante sceglie una
struttura piuttosto di un’altra.
Come facciamo? Bisogna prima dare una rappresentazione sintattica relativa all’interpretazione
tematica e poi fare delle ipotesi sul modo in cui vengono identificati gli elementi grammaticali.
In grassetto la struttura di
tutte le frasi con verbi
transitivi.

ϑ1 e ϑ2 e i ruoli di AGENTE e
TEMA rimangono sullo
stesso elemento sia nella
forma attiva che in quella
passiva.

Gianni ha salutato Maria


ϑ1 aux ϑ2

Maria è salutata da Gianni


ϑ2 aux accordo ϑ1

Nel caso della frase attiva con verbo transitivo, ho l’ausiliare avere. Nella frase passiva, la struttura
morfosintattica del verbo cambia, e ho l’ausiliare essere. Non solo, ma mentre nell’attiva il participio
è invariante, nella passiva il participio è in accordo col soggetto. Inoltre, c’è l’interpretazione
temporale di queste forme: se (al centro-nord) dico Gianni ha salutato Maria, il verbo è una forma
di passato, e se voglio rendere la stessa cosa al passivo devo aggiungere un verbo Maria è stata
salutata. La struttura morfofonologica del verbo cambia molto, e in particolare ci interessa il cambio
di ausiliare.
Il modo in cui viene realizzato I è diverso: con “avere” ho per forza ϑ1 e ϑ2, con “essere” ho ϑ2 in
posizione di soggetto. La presenza di “avere” o “essere” coincide con la distribuzione di ϑ1 e ϑ2. La
realizzazione di I ha a che fare con la distribuzione dei ruoli tematici, cioè con ciò che viene
identificato come soggetto. Non posso identificare come soggetto ϑ2 se ho “avere”, o ϑ1 se ho
“essere”. In particolare, la generalizzazione è: quando ho essere il soggetto è ϑ2 (Generalizzazione
di Burzio).
Riflettiamo sulle proprietà dell’ausiliare essere:
- Appare nelle strutture copulari: Gianni è simpatico, Maria è bella.
- Appare con i verbi intransitivi: Gianni è partito, Maria è arrivata. Non compare MAI in
strutture che hanno un oggetto, e questo vuol dire che è incompatibile con l’accusativo. Se
appare con verbi che hanno due argomenti li intransitivizza. Maria è salutata non può avere
l’accusativo, perché il verbo “salutare” è stato intransitivizzato.

Però abbiamo detto che tutti i N’’ hanno bisogno di un caso! Che caso riceve ϑ2?
Ho un ϑ2 che compare con un verbo
“salutare” che assegna ruolo
tematico, ma che in virtù del fatto
che ha un ausiliare essere non può
assegnare il caso accusativo. Quindi
ho un N’’ che crea dei problemi, e
devo sapere se usare io/me, cioè ho
necessità di assegnare un caso
perché altrimenti la frase non è
pronunciabile. ϑ2 non può restare
nella sua posizione, bisogna
spostarlo alla posizione di soggetto,
dove prende il caso nominativo.

Dove metto ϑ1? Se vogliamo possiamo esprimerlo con un P’’, ma nei passivi si può ignorare.
Abbiamo fatto sparire un ruolo tematico per recuperare un caso che altrimenti non sarebbe
disponibile per l’argomento interno.
Le proprietà tematiche e di caso interagiscono e spiegano le alternanze.

LEZIONE 4 – I verbi inaccusativi

Possiamo identificare una struttura che, dato un qualsiasi verbo transitivo, è comune sia a una frase
espressa in forma attiva sia a una frase espressa in forma passiva. In particolare, ci interessa quello
che accade all’argomento interno quando abbiamo a che fare con una struttura passiva.
Abbiamo visto che i N’’ devono avere un’interpretazione tematica3 e devono ricevere caso,
necessario per la realizzazione morfosintattica. I ruoli tematici sono definiti dal predicato, che non
sempre è un verbo. I casi non dipendono dal predicato in sé, cioè dal tipo di evento che il predicato
designa, ma dalla posizione sintattica di un N’’: la posizione di oggetto riceve il caso accusativo; la
posizione di soggetto riceve il caso nominativo (quando la forma verbale è di tempo finito.
L’assegnazione del caso nominativo è una proprietà di I quando, nella matrice T, M, Num, Pers, il
tempo è di carattere finito).
Se sotto I c’è un ausiliare “essere”, il predicato non può più assegnare il caso accusativo all’oggetto,
diventa un verbo intransitivo. C’è uno scollamento fra la possibilità di assegnare interpretazione
tematica e di assegnare il caso. Ci sono delle circostanze in cui il ruolo tematico viene assegnato, ma
l’assegnazione del caso accusativo è impossibile. A questo punto, o la frase diventa agrammaticale

3
Da tenere a mente il “criterio tematico”: la corrispondenza fra argomenti e ruoli tematici deve essere 1:1.
come in *è stata salutata me, o il verbo smette di assegnare un ruolo tematico interno, rinuncia al
ruolo tematico esterno (che può essere recuperato con un P’’) liberando così una posizione di caso
nominativo che viene riempita dall’ex argomento interno. Cioè, in una frase come Maria ϑ2 è stata
salutata (da Gianni ϑ1) il verbo rinuncia a ϑ1 e ϑ2 viene realizzato nella posizione di soggetto. Il
ruolo tematico viene assegnato nella posizione di argomento interno, ma non posso avere una
realizzazione morfosintattica in quella posizione perché “essere” blocca l’assegnazione di caso,
quindi devo assegnare il caso in posizione di argomento esterno, ed è qui che avrò la realizzazione
morfosintattica di ϑ2. Ci sono due posizioni dell’albero che concorrono per dare l’interpretazione
sintattica a questo sintagma.
Il passivo è una struttura derivata. Nella struttura di base l’argomento interno rimane nella sua
posizione per ricevere interpretazione. Nella struttura derivata vediamo le manipolazioni operate
dal parlante, che sceglie di mettere in evidenza l’argomento interno invece di quello esterno e
sceglie la struttura passiva con ausiliare essere, che vincola una realizzazione in cui l’unico caso
disponibile è quello del soggetto.
In italiano, e in molte altre lingue, esiste una classe di verbi che hanno sempre ausiliare essere. Sono
verbi di moto, di cambiamento di stato e altre categorie, quindi una classe eterogenea, non
uniforme. Ci si può domandare se le proprietà di questi verbi sono casuali oppure legate al
significato o a caratteristiche sintattiche. Ci sono stati molti studi che hanno preso in considerazione
la semantica di questi verbi, ma è molto difficile trovare delle varianti lessicali perché i verbi non
corrispondono al 100% fra le lingue e quindi è difficile trovare un’uniformità. Ci si può quindi
domandare che proprietà ci possono essere che diversificano i verbi con ausiliare essere o avere.

Il capitano (ϑ1 NOM) ha affondato la nave (ϑ2/ACC)

La nave (ϑ2/NOM) è stata affondata (dal capitano ϑ1) DERIVAZIONE PASSIVA (essere, accordo,
secondo ausiliare per il passato, posizione ϑ2)
La nave affonda/è affondata

Per alcuni aspetti, l’ultima derivazione assomiglia a quella passiva: c’è l’ausiliare essere, c’è accordo
sul participio e ϑ2 occupa la posizione di soggetto con caso NOM.
Da cosa capiamo che non è una derivazione passiva?
 La distribuzione dei tempi verbali:

a) La nave affonda è presente ed è la stessa forma del presente attivo il capitano affonda
la nave (senza ausiliari);
b) Nel passato ho un ausiliare essere, ed è uno solo: la nave è affondata (è il passato di
affonda). Per esprimere il passato uso è anziché la forma attiva ha. Dal punto di vista
della realizzazione dei tempi verbali si comporta come l’attivo, cioè senza ausiliari nella
forma attiva e con un solo ausiliare essere per il passato.
 Mentre nel passivo posso dire La nave è stata affondata dal capitano, nel passato dal
capitano non funziona: *La nave affonda/è affondata dal capitano.

Questa forma è una via di mezzo fra la forma attiva e la forma passiva. Ha molte caratteristiche del
passivo, soprattutto il destino di ϑ2, argomento interno con caso nominativo, ma ha anche una serie
di proprietà non condivise dal passivo, in particolare l’interpretazione temporale del verbo e il ruolo
del complemento d’agente.
La maggior parte dei verbi con ausiliare “essere” non ha un corrispondente transitivo e quindi non
hanno un passivo ma solo una forma con ausiliare “essere”: Gianni è partito, Gianni è arrivato,
Gianni è arrossito.
Possiamo dire che abbiamo una derivazione analoga a quella passiva: la nave affonda la deriviamo
come la mela è stata mangiata da Gianni: l’argomento interno non può ricevere accusativo in virtù
dell’ausiliare “essere”.

Il capitano affonda la nave.


- Posso avere un ϑ1 che
assegno ma che decido di
non realizzare nella forma
passiva.
- Posso anche non assegnare
ϑ1 in nessun punto della
derivazione e ho la
derivazione la nave
affonda/è affondata, con
ϑ2 in posizione di soggetto
e caso NOM.

In entrambi i casi “essere”


impedisce l’assegnazione di caso
accusativo.
Qual è la differenza fra il capitano
affonda la nave e la nave affonda/è
affondata? In un caso ho una
realizzazione di ϑ1, nell’altro caso
non ce l’ho mai.

Il capitano ha affondato la nave per riscuotere l’assicurazione


Referente del “riscuotere l’assicurazione”

La nave è stata affondata (dal capitano) per riscuotere l’assicurazione


Anche nella derivazione passiva interpreto il capitano come referente, anche se non viene espresso
il sintagma.

La nave affonda (*dal capitano) per riscuotere l’assicurazione.


Non solo non posso realizzare il complemento d’agente, ma indipendentemente da questo fatto, se
dico “per riscuotere l’assicurazione” non recupero ϑ1 perché non c’è mai stato e quindi è impossibile
da recuperare, tant’è vero che una by-phrase è agrammaticale.
I verbi che hanno una forma verbale attiva ma ausiliare essere sono detti verbi inaccusativi, cioè
non possono assegnare caso accusativo. La domanda è: sono inaccusativi perché hanno ausiliare
essere o l’ausiliare essere c’è perché sono inaccusativi? Non si sa con sicurezza, per questo la
“generalizzazione di Burzio” non è chiamata “teoria di Burzio”.

Con i verbi ad ausiliare essere, l’argomento interno non è un agente: Gianni è partito. Nel caso di
Gianni è morto, “Gianni” è un argomento interno perché è vero che non c’è un’alternanza transitiva,
ma ho un verbo che include l’uccidere: Gianni uccide Gianni.
Nella terminologia degli anni Ottanta, questi verbi erano chiamati ergativi. L’italiano è una lingua
NOM/ACC, ma non tutte le lingue sono di questo tipo. Quando abbiamo soggetto e oggetto abbiamo
NOM/ACC, quando abbiamo solo il soggetto, questo continua ad essere NOM, indipendentemente
dall’ausiliare.

Gianni ϑ1 dorme
Indipendentemente dal ruolo tematico, il caso che cade su Gianni è
sempre NOM.
Gianni ϑ2 parte

Molte lingue hanno sistemi di casi diversi.

Gianni mangia la mela


ERG4 ASS
*Me affondo

Fino a qui si tratta praticamente di NOM e ACC con nomi diversi, ma nelle lingue puramente ergative,
quando c’è un verbo intransitivo, il soggetto non ha caso ERG, non mantiene il caso (in italiano il
caso del soggetto è sempre NOM indipendentemente dal ruolo tematico), bensì il soggetto ha caso
ASS, come se noi avessimo il soggetto in ACC. Il caso è legato all’interpretazione tematica.
Questi verbi erano stati chiamati ergativi perché l’argomento interno finisce come argomento
esterno, ma in realtà la terminologia era inappropriata perché in lingue come l’italiano e l’inglese
l’argomento interno mantiene il ruolo tematico ma non il caso. Dagli anni Novanta la terminologia
è cambiata.

Il verbo, in qualche modo, assegna ϑ1 e ϑ2 nelle due posizioni della struttura nella figura. Questa
idea è abbastanza strana, perché in linguistica è importante considerare le proprietà locali.
Di solito le operazioni si svolgono in un dominio piccolo: l’assegnazione di ruolo tematico interno va
bene perché il dominio è piccolo, cioè verbo e argomento interno sono vicini; l’assegnazione del
caso ACC e del caso NOM avviene in un dominio piccolo.

4
Ergativo da ergos, “lavoro”, cioè il caso dell’agente.
Invece, l’assegnazione di ϑ1 da parte del verbo avviene in modo anomalo in un sistema che privilegia
la località: il verbo scavalca un’altra testa per assegnare tematico ad uno specificatore di un’altra
proiezione.
L’ipotesi che l’assegnazione non sia locale deve essere giustificata.

Gianni ϑ1 ha preso un libro ϑ2 -> Gianni è l’agente del prendere


Gianni ϑ1 ha preso il tram
Gianni ϑ1 ha preso freddo
Gianni ϑ1 ha preso un raffreddore

L’interpretazione di Gianni è sempre di argomento esterno, ma mentre “prendere” stabilisce una


relazione con un oggetto che entra a far parte di una relazione stretta con Gianni, quello che fa
Gianni non è sempre la stessa cosa. L’uniformità di ϑ2 c’è, quella di ϑ1 è meno forte. Per lo più,
quando i verbi manifestano questi paradigmi, quello che ha un’interpretazione variabile è sempre
ϑ1. La relazione del verbo con ϑ2 è più stretta, ma allo stesso tempo non vogliamo che la relazione
sia non locale, che il verbo assegni una proprietà ad un elemento che compare all’interno di un’altra
testa.
Dominique Sportiche, nel 1988, è stato il primo a proporre una soluzione a questo problema.
Sportiche parte dal problema dei “floating quantifiers”, cioè quantificatori che “misteriosamente”
appaiono in diverse posizioni violando la località.

Tutti i ragazzi hanno partecipato alla gara

I ragazzi hanno tutti partecipato alla gara

I ragazzi hanno partecipato tutti alla gara


“Tutti” è un modificatore di “ragazzi” e si riferisce sempre a “ragazzi”, indipendentemente dalla sua
posizione.
Per il momento prendiamo in considerazione solo le prime due frasi.
Il significato della prima frase è mantenuto nella seconda frase, una cosa molto strana perché c’è
una relazione non locale in cui il quantificatore appare fra l’ausiliare e il participio.
In che modo possiamo spiegare queste strutture? Dobbiamo spiegare che, per il parlante, queste
frasi hanno lo stesso significato e quindi spiegare come fanno ad avere lo stesso significato anche
quando c’è una relazione non locale. In molte lingue, con poche eccezioni, i modificatori del nome
sono vicini al nome. Il fatto che il modificatore possa apparire altrove va spiegato. Una volta si diceva
semplicemente che i floating quantifiers avevano la capacità di poter apparire in diversi punti della
struttura. In realtà, non può essere così, perché mentre la terza frase è possibile in italiano, in
francese risulta agrammaticale, e quindi non si può spiegare il problema con una proprietà dei
quantificatori, che possiamo mettere solo in certe posizioni, e non ovunque. Dobbiamo spiegare
perché appaiono in certe posizioni e non in altre.
Questa è la struttura di “tutti i ragazzi”. Q’’ potrebbe avere uno specificatore come “quasi”. Come
complemento, Q prende un N’’ (che inizieremo ad indicare con D’’ in presenza di articolo). I principi
della sintassi ci dicono che i N’’ devono avere caso. Se il quantificatore ha un caso è per accordo,
non perché sia un suo requisito.

Tutti i ragazzi hanno telefonato


I ragazzi hanno tutti telefonato

Se non vogliamo dire che il quantificatore nella seconda frase è “strano”, ci resta l’ipotesi che sia
nella posizione giusta, e che l’ordine Tutti i ragazzi hanno telefonato sia un ordine derivato.
Hanno _____ telefonato non può avere un N’’ in questa posizione perché devono avere caso, e le
posizioni di assegnazione di caso sono quella di argomento esterno o interno, e quindi questa
posizione non è giusta.
Allora dov’è la posizione in cui stiamo mettendo il quantificatore? Fra I e V, più precisamente
(tenendo presente che vogliamo relazioni tematiche locali) nello specificatore di V’’:

LEZIONE 5 – La configurazione C-comando

Tutti i ragazzi hanno vinto la gara


I ragazzi hanno tutti vinto la gara

Abbiamo considerato questi esempi non perché ci interessi il fenomeno dei floating quantifiers in
sé, ma perché ci interessa vedere la struttura sintattica di base: la posizione di questi elementi può
darci delle informazioni su quale sia la struttura sintattica di base e quali siano invece le strutture
derivate.
VP internal subject hypothesis (fine anni ’80): tutti i ruoli tematici assegnati da un predicato di tipo
verbale sono assegnati all’interno della proiezione del verbo. La distribuzione dei floating quantifiers
è un forte argomento a favore di questa ipotesi. Ci stiamo occupando della posizione di base del
soggetto, cioè della assegnazione tematica esterna all’argomento che diventa soggetto nelle frasi
transitive attive.
Abbiamo concluso che la posizione di base del quantificatore è quella della frase 2. Se questa è la
posizione di base del quantificatore, in virtù del fatto che è un modificatore del D’’, bisogna dire che
è anche la posizione di questo D’’. Normalmente, il modificatore non è separato dal D’’, per questo
c’è una condizione di località che può venire violato a livello di struttura superficiale (vedi frase 2)
ma che ci dà un indizio importante sulla posizione di base di questi elementi.
La posizione di base del soggetto non è quella preverbale prima dell’ausiliare, ma quella fra ausiliare
e participio. Questa posizione è una proiezione all’interno delle proiezioni di V’’. Per il momento,
possiamo dire che il soggetto occupa la posizione di specificatore del V’’. La struttura di base (cioè
dove vengono assegnati i ruoli tematici) di entrambe le frasi è questa:

Il D’’ soggetto, che riceve argomento


esterno, ha un’articolazione complessa,
in cui D’’ è complemento del
quantificatore. Non necessariamente i
D’’ hanno dei quantificatori, quindi è
possibile che al posto di Q’’ ci sia un
semplice D’’.

Prima di questa ipotesi, l’assegnazione di ϑ1 era non locale, cioè al di fuori delle proiezioni
dell’elemento che assegna il ruolo tematico: in altre parole, il verbo definiva le proprietà di un
elemento che era all’interno delle proiezioni di un’altra testa. Questa assegnazione sarebbe
problematica, perché i processi all’interno del linguaggio sono tutti locali, e infatti era considerata
come un’eccezione. Questa ipotesi corregge questa anomalia: i ruoli tematici sono tutti interni alle
proiezioni del verbo. Questo vuol dire che quando i soggetti si trovano nella loro “normale”
posizione preverbale, l’ordine è in realtà una derivazione.
Ma perché il soggetto si sposta alla posizione preverbale dalla sua posizione di base? Come abbiamo
già visto, il D’’ deve ricevere anche un caso, e in questa struttura ci sono due posizioni specifiche che
assegnano caso al soggetto e al complemento: l’argomento esterno riceve caso NOM, l’argomento
interno riceve caso ACC. Per questo motivo, il soggetto si sposta dalla sua posizione di base a quella
di argomento esterno per ricevere caso NOM. Siamo costretti a sposare il soggetto, perché il caso
è una proprietà di posizione, mentre il ruolo tematico è una proprietà dei predicati. La posizione di
specificatore di V’’ non è una posizione di caso, per cui il soggetto non può rimanere qui e deve
spostarsi nell’unica posizione in grado di assegnargli caso NOM.
Q’’ può:
- Spostarsi con D’’: Tutti i ragazzi hanno vinto la gara;
- Rimanere nella posizione di base: I ragazzi hanno tutti vinto la gara.

Abbiamo visto varie manipolazioni della struttura per soddisfare requisiti tematici e requisiti di caso.
Queste manipolazioni ci permettono di spiegare vari fenomeni del linguaggio, cioè varie intuizioni
dei parlanti. Quando spostiamo una testa o un sintagma, ci sono delle restrizioni, non possiamo
spostare costituenti a caso in posizioni a caso. Dobbiamo cioè avere delle ragioni esplicite ed
argomentabili.
Ci sono due restrizioni, elaborate a partire dagli anni ’70: la località e il C-comando. Ci sono state
diverse formulazioni con diversi risultati. Per il momento vedremo un quadro generale.
Perché abbiamo bisogno dell’analisi dei costituenti? Perché le regole della grammatica si applicano
a costituenti, quindi entità della grammatica e non parti di stringhe. Questo è parte del principio di
dipendenza dalla struttura.
Un’altra considerazione molto importante è la nozione di C-comando. Per una qualche ragione,
spiegata dalla teoria minimalista, non solo gli elementi che possono essere manipolati dalla
grammatica devono essere entità sintattiche, ma le posizioni che sono toccate dal processo di
derivazione devono essere necessariamente in una configurazione di C-comando, cioè una
configurazione reciproca particolare.

Questo è uno schema X’ dell’italiano.


Lo schema può essere letto dall’alto al basso, secondo la
gerarchia, o da destra a sinistra, secondo l’ordine lineare.
Le considerazioni di tipo gerarchico sono indipendenti
dalle considerazioni di tipo lineare. In altre parole:
- La gerarchia è valida indipendentemente dalle
lingue: il complemento è in una posizione più
bassa rispetto allo specificatore sia che lo trovi a
destra sia che lo trovi a sinistra;
- L’ordine lineare cambia in base alle scelte che le
lingue fanno: si legge l’ordine dei costituenti così
come appaiono nelle singole lingue (per esempio,
in italiano avremo Gianni mangia la mela, mentre
in giapponese avremo Gianni la mela mangia).

Nell’albero possiamo definire una serie di relazioni. Possiamo domandarci quale sia la relazione fra
lo specificatore e il complemento. Dal punto di vista dell’asse orizzontale non possiamo dire niente,
perché ogni lingua ha proprietà diverse. Dal punto di vista dell’asse verticale possiamo identificare
una relazione che è valida sempre, perché non dipende dalle singole lingue ma da una gerarchia
universale. In parole povere, lo specificatore è in una posizione più alta del complemento. Spiegando
in modo più tecnico: dobbiamo descrivere, rispetto alla struttura, che proprietà ha lo Spec. Per
poterlo fare, dobbiamo dare delle risposte universali, ovvero che lo Spec è attaccato ad una testa
più alta rispetto al complemento.
La nozione che viene definita per esprimere questo tipo di relazione è quella di C-comando5,
formalizzata negli anni ’70, in particolare la prima formulazione è quella del ’76 di Tanya Reinhart.

α C-comanda β sse6:

II. Il nodo che domina immediatamente α domina anche β

La nozione che vale per l’asse orizzontale


è quella di precedenza: Y’’ precede X e X
precede W’’.
La nozione che vale per l’asse verticale è
quella di dominanza (percorso che collega
i nodi): X’’ domina X’, Y’’ e W’’ (cioè tutto).
X’ domina X e W’’. A seconda che abbia
zero nodi, o uno o più nodi parleremo di
dominanza immediata o dominanza non
immediata.
In rosa le relazioni immediate di X’’, in
verde le sue relazioni non immediate.

 Assumiamo che Y’’ sia α e che W’’ sia β. Il nodo che domina direttamente α è X’’: domina
anche β? Sì, quindi α C-comanda β.
 Assumiamo che Y’’ sia β e che W’’ sia α. Il nodo che domina direttamente α è X’: domina
anche β? No, quindi α non C-comanda β.

QUINDI: lo specificatore C-comanda il complemento, mentre il contrario non è possibile. È una


relazione asimmetrica.

Da notare che quando computo un C-comando l’asse orizzontale non ha nessuna rilevanza. I
rapporti di dominanza sono gli stessi, indipendentemente dall’ordine di precedenza dei costituenti.
Vediamo un caso in cui nel complemento ci sia una struttura complessa:

Ho incontrato [la sorella [di Maria]]

5
C sta per “costituente”
6
Simbolo logico dell’implicazione. A↔B: se ho A ho anche B, se ho B ho anche A.
Computiamo il C-comando scegliendo come α lo
specificatore e come β “di Maria”.
Il nodo che C-comanda α C-comanda anche β,
quindi α C-comanda β. Lo specificatore C-comanda
il complemento e tutto ciò che è all’interno del
complemento, indipendentemente dalla sua
lontananza, perché la nozione di dominanza non ha
limiti.

Vediamo la relazione opposta, cioè un caso in cui la struttura complessa sia nello specificatore.

[[La sorella] [di Gianni]] dorme

α non C-comanda β, perché il nodo che


domina immediatamente α non domina
β.
Quello che è interno allo specificatore
non C-comanda niente al di fuori dello
specificatore.

A cosa serve questa nozione? L’osservazione che è stata fatta già dagli anni ’70 è che non soltanto
le regole della grammatica operano solo su costituenti, ma possono mettere in relazione solo
posizioni in una configurazione reciproca di C-comando. Una regola della grammatica non potrà mai
mettere in relazione posizioni che non sono in una configurazione di C-comando. Quindi, un
costituente può muoversi ad un’altra posizione solo se c’è C-comando (movimento V-I).

La nozione di C-comando restringe molto il movimento. Questa restrizione però non basta, perché
posso spostare un costituente di molte frasi anche in questo modo.
La mela ϑ2 è stata mangiata la mela ϑ2
La nave ϑ2 affonda la nave ϑ2

Movimento da una posizione interna a


V’’ ad una posizione di specificatore di
I’’ (movimento locale, all’interno di una
singola struttura frasale).

I. α non domina β sse β non domina α

In pratica, escludiamo dalla computazione di C-comando queste configurazioni, cioè quando α


contiene β o quando β contiene α:

Per i nostri scopi non è importante questa esclusione.

α e β sono uno dentro all’altro. Queste


strutture non le computiamo nel C-
comando, le escluderemo.
Dalla computazione di C-comando bisogna escludere le considerazioni in cui α e β si contengono.
Nei manuali si può trovare: “ad esclusione delle configurazioni in cui si contengono, computiamo il
C-comando in questo modo”.

Se W’’ è α e Z’’ è β, posso computare il


C-comando?
La prima clausola è soddisfatta: α e β si
contengono? No.
La seconda clausola è soddisfatta: il
nodo che domina immediatamente α
domina anche β.
In questa configurazione c’è C-comando
reciproco.

Quando c’è C-comando reciproco, e uno dei due è una testa, si parla di una configurazione chiamata
reggenza. Questa configurazione realizza il caso accusativo e l’assegnazione del ruolo tematico
interno. Se W’’ fosse un verbo, assegnerebbe queste due proprietà.
[Mario ha detto che [Gianni è partito]CLAUSE]SENTENCE

In italiano non abbiamo la distinzione fra sentence (struttura frasale complessa) e clause (struttura
frasale dentro ad un’altra struttura frasale).
Non tutte le derivazioni sono di questo tipo, quindi adesso vedremo un tipo di derivazione in cui C-
comando è sempre rispettato, ma la nozione di località sembra essere da specificare in modo più
sofisticato.
Le posizioni di partenza e di arrivo possono non essere vicine, come nel caso delle interrogative:

Data una frase Maria ha detto che Gianni ha mangiato una mela ϑ2, posso chiedere delle
informazioni per interrogare l’argomento interno del predicato verbale:

Che cosa ϑ2 hai detto che Gianni ha mangiato? Esprimo l’argomento interno in forma
interrogativa.

Oltre al fatto che la wh-phrase appare fuori dalla clause in cui si è originata, quanto distante dalla
posizione di base possiamo metterla? Apparentemente la distanza fra la posizione di partenza e
quella di arrivo è illimitata.
Possiamo usare ordini non canonici dei costituenti per mettere un FOCUS:

La mela Gianni ha mangiato (non la pera)


La mela, Gianni l’ha mangiata

L’ordine è OSV e deve essere giustificato da un contesto precedente, cioè non si può iniziare una
conversazione con una di queste frasi. Ordini del genere sono detti marcati.
Anche questo tipo di struttura può essere realizzata non localmente: la mela non appare nella sua
posizione di assegnazione tematica.
In che modo possiamo descrivere le differenze fra questi tipi di derivazioni
(interrogativo/focus/dislocation)?
La differenza fondamentale è che il sintagma nella posizione di argomento interno non riceve caso
nella frase La mela è mangiata da Gianni (come il VP internal subject), mentre in una frase come La
mela Gianni ha mangiato, l’ausiliare è avere, quindi l’assegnazione di caso c’è e il costituente si
sposta per ragioni di FOCUS, INTERROGAZIONE o DISLOCAZIONE.
La necessità del movimento in passivo, accusativo e VP internal subject è motivata dalla necessità
del sintagma di avere caso. Nulla di questo si applica agli altri casi che abbiamo visto.

La mela hai detto che Gianni ha mangiato


Il verbo non solo assegna ϑ2 ma assegna anche il caso (l’ausiliare è AVERE). La posizione in cui viene
assegnato ϑ2 è anche una posizione di caso. Infatti, questa è una normale frase transitiva attiva.

Me Gianni ha salutato, non Luca Il caso ACC viene assegnato con ausiliare AVERE.

Un’altra differenza è che nelle derivazioni locali, il sintagma che viene spostato manca del caso. In
questo tipo di derivazioni apparentemente non locali, il sintagma non ha bisogno di spostarsi per
cercare il caso.

Sono due tipi di derivazioni diverse: in un caso c’è una motivazione grammaticale, in un altro la
motivazione è il discorso.

LEZIONE 6 - La località: il movimento lungo, il movimento ciclico successivo

Abbiamo iniziato a vedere dei fenomeni che sembrano non essere locali. Abbiamo visto che esistono
delle dipendenze create dai sintagmi wh-, dal focus e dal topic (in inglese Clitic Left Dislocation).
Quello che ci interessa è che sono fenomeni a lunga distanza, in cui il sintagma interrogativo che
viene focalizzato o topicalizzato può trovarsi a sinistra dell’enunciato e può trovarsi in una posizione
d’arrivo non predicibile da quella di partenza (posizione dove riceve ruolo tematico). Questi
elementi non si trovano in quella posizione per riceve caso ma perché hanno una particolare
funzione informazionale.

Che cosa stai leggendo ϑ2?

Che cosa hai detto che sta leggendo ϑ2?

Che cosa credi che Maria abbia detto che Gianni sta leggendo ϑ2?

Man mano che la distanza aumenta, le frasi diventano meno naturali e meno accettabili. Nella vita
di tutti i giorni si arriva al massimo a due livelli di incassamento, ma fa parte della nostra competenza
linguistica l’intuizione che la distanza fra posizione di partenza e posizione di arrivo può essere
infinita.

Ci sono due considerazioni importanti:


- In italiano, questo tipo di sintagmi si trova a sinistra della struttura frasale, in particolare a
sinistra del soggetto. Il soggetto non si esprime a meno che non sia necessario, ma per
esempio in inglese non si può omettere il soggetto e bisogna quindi ricorrere all’ausiliare
(What did you say that he is reading?);
- Sono elementi esterni alla struttura frasale:

Se sono esterni alla struttura frasale, qual è la posizione in cui possiamo trovare questi
elementi? La teoria è che la posizione in cui possiamo trovare gli elementi provenienti da
una struttura frasale è lo specificatore di C’’, indipendentemente dal livello di incassamento:

Abbiamo parlato delle frasi subordinate, che sono introdotte dalla parola che. Trattiamo questa
parola con una testa e le diamo l’etichetta di complementatore. Come una qualsiasi testa, C proietta
uno schema X’, con una posizione di specificatore e una di complemento. Il complemento di C è la
frase. Abbiamo parlato delle interrogative indirette:

Mi domando quale ragazzo/chi tu abbia invitato ϑ2 (voglio avere informazioni sull’argomento interno;
ho una connessione fra la posizione tematica e un sintagma che appare dopo il verbo e prima del soggetto)

Gianni ha detto che C Maria ha invitato Marco alla festa. (fra verbo e soggetto c’è che)

In italiano standard, le frasi incassate sono introdotte dal complementatore o dal sintagma
interrogativo, ma questi non possono essere realizzati contemporaneamente. In moltissime varietà
dell’italiano questo è invece possibile (Quando che arrivi).
Queste considerazioni portano alla conclusione che in questo caso abbiamo come complemento del
verbo una struttura in cui il verbo può essere dire/domandarsi in cui abbiamo le proiezioni di C e le
proiezioni della struttura frasale, e a seconda del tipo di verbo avremo o la testa riempita da che
(Gianni ha detto che Maria ha invitato Marco) oppure lo specificatore riempito da un sintagma
interrogativo (Mi domando quale ragazzo Maria abbia invitato).

La complementazione dei verbi prevede la possibilità


di un complementatore o di un sintagma interrogativo; in molte varietà dell’italiano vediamo
entrambi.
La posizione che assegniamo ai sintagmi interrogativi nelle relazioni a lunga distanza è sempre quella
di specificatore di C.

Quale ragazzo tu pensi che Maria abbia invitato?

PERIFERIA SINISTRA 

POSIZIONE TEMATICA

Gli elementi coinvolti, cioè la posizione tematica e il sintagma che la realizza, non sono all’interno
della stessa clause, quindi stiamo creando una dipendenza non locale. Notiamo la distanza fra la
posizione tematica e lo specificatore di C sotto cui va a finire ϑ2.
Quando c’è un sintagma interrogativo a sinistra di tutto, non ipotizziamo una struttura nuova per
sistemarlo, ma ipotizzo la presenza del complementatore.
Le frasi sono sempre introdotte da C’’: quando sono subordinate sono introdotte da che, quando
sono principali non usiamo la posizione, ma non vuol dire che questa non ci sia.

La distanza fra la posizione di assegnazione tematica e quella di specificatore di C è potenzialmente


infinita, quindi la derivazione sembra essere non locale. Questo fatto preoccupa, perché è difficile
che ci siano fenomeni naturali che riguardano domini infinitamente lontani, dove infinitamente vuol
dire lontani in modo non predicibile a priori. Avere una regola della grammatica che si applica a
sequenze infinite non è quello che vogliamo da un approccio scientifico empirico rigoroso. Vogliamo
un sistema generativo, che generi le frasi in modo tale da poter specificare in che dominio le regole
si applicano e quando inizia e finisce questo dominio.
Esiste un modo di verificare se una dipendenza a lunga distanza sia davvero non locale. Se nel
costruire una frase mi interessa solo mettere una posizione immediatamente in relazione con l’altra,
qualsiasi cosa si trovi in mezzo dovrebbe essere irrilevante, perché ai fini dell’applicazione di questa
regola l’unica cosa che vede il mio sistema che genera le frasi dell’italiano sono le posizioni di
partenza e di arrivo.
Per vedere se è vero, cambiamo il contenuto che c’è fra queste posizioni. Se il risultato non cambia,
le relazioni non locali esistono; se il risultato cambia, dobbiamo formulare un’ipotesi alternativa
all’esistenza delle relazioni non locali.

Maria si domanda quale libro Gianni abbia regalato a Teresa.

Quale libro C’’ Maria si domanda se C tu hai regalato a Teresa?

??/*? A quale ragazzo C’’ Maria si domanda quale libro C’’ tu abbia regalato?

Non possono esserci due sintagmi interrogativi contemporaneamente. La relazione a lunga distanza
non può funzionare se c’è un altro sintagma interrogativo. Perché la presenza di un altro sintagma
interrogativo ci disturba? Perché non è vero che il movimento è a lunga distanza: se aggiungo un
altro sintagma, la struttura peggiora. Entrambi i sintagmi si trovano nella posizione di specificatore
di C’’. Possiamo quindi ipotizzare che il movimento debba essere ciclico successivo, cioè i movimenti
a lunga distanza sono in realtà delle catene in cui ogni anello è un movimento locale.

Quale libro C’’ Maria si domanda se C’’ tu hai regalato a Teresa ___?

In ciascuna fase del movimento, atterro sullo specificatore di C’’. Se lo specificatore di C’’ è occupato,
come nella terza frase, non posso far atterrare “quale ragazzo” in quella posizione, quindi non posso
fare movimento locale e dovrei fare un movimento lungo, ma il movimento lungo non è una regola
della grammatica delle lingue naturali.
Ricapitolando, l’ipotesi che abbiamo adottato è che il movimento lungo non esista, e che invece ci
siano delle catene di movimenti locali. Il movimento alle posizioni a sinistra del soggetto è un
movimento allo specificatore di C’’. L’atterraggio di un sintagma interrogativo (o di focus e topic) è
obbligatorio anche se non lo vedo, cioè noi non vediamo ogni singolo atterraggio ma solo la
posizione finale.

A quale ragazzo ti domandi quale libro Maria ha regalato?


TEORIA DELLE ISOLE: una struttura frasale in cui lo
specificatore di C è riempito è un’isola, cioè non posso
estrarre niente da lì perché la posizione non è disponibile
e impedisce il movimento ciclico successivo.

ϑ2 è l’oggetto il libro, ϑ3 è il recipiente.


ϑ2 si sposta nel secondo specificatore di C’’. Questo vuol
dire che la posizione di atterraggio per il movimento
ciclico successivo di ϑ3 non è disponibile, e siamo quindi
costretti al movimento lungo, che però non è una regola
della grammatica. Quindi questa frase non è accettabile.
Se invece avessimo se, la posizione sarebbe libera e si
verificherebbe movimento ciclico successivo.

Vediamo ora un caso di strutture complesse che costringono al movimento lungo perché il landing
site non esiste proprio: l’isola del sintagma nominale complesso.
Quando abbiamo parlato di assegnazione tematica abbiamo parlato di verbi, ma abbiamo anche
parlato di strutture predicative create dai nomi: in La partenza di Gianni i ruoli tematici sono gli
stessi che vengono assegnati in Gianni è partito. Nomi e verbi si corrispondono in molti aspetti.
Infatti, ci sono nomi che hanno come complemento delle strutture frasali: L’idea che Gianni possa
partire mi sconvolge; L’opinione di Gianni che Maria vada bocciata mi preoccupa. Dal punto di vista
della struttura predicativa, una testa come “opinione” è concettualmente simile ad una struttura
proiettata dal verbo “credere”.

1. A) Gianni crede/ha detto che Maria ha comprato un libro.

B) Che cosa C Gianni crede/ha detto che C Maria ha comprato?

2. A) Gianni ha espresso l’opinione che Maria abbia comprato un libro.

B) Che cosa Gianni ha espresso l’opinione che Maria abbia comprato?

In 1B, c’è un movimento ciclico successivo e non ci sono problemi.


In 2B, invece, tra il verbo e la posizione in cui mi vengo a trovare c’è un sintagma proiettato da una
testa N. Quindi, che Maria abbia comprato è il complemento di questa testa N, non di una testa V.
Questo nome assegna ruoli tematici e definisce una struttura predicativa analoga a quelle verbali,
ma siccome è un nome non ha le proiezioni di C. Le frecce arancioni indicano che dovremmo
spostarci alla testa N, ma questo passaggio non si può fare perché non c’è una posizione di
specificatore di C che possiamo usare come landing site; è come se trovassimo una frase che non ha
le proiezioni di C, e da una frase così non si può uscire perché dovremmo atterrare nello
specificatore di C, che in questo caso non troviamo perché le teste N non sono introdotte da
complementatori. Saremmo quindi costretti al movimento lungo, ma come abbiamo visto, questo
movimento non è una regola della grammatica.
Concludendo, possiamo dire che il movimento non locale non esiste. Infatti, abbiamo visto che le
relazioni a lunga distanza sono in realtà il risultato di una serie di anelli di movimenti locali. Se
manipoliamo la struttura compresa fra la posizione di partenza e la posizione di arrivo, vediamo che
queste manipolazioni possono creare dei problemi, in particolare se manipoliamo in landing site
intermedio che serve per costruire i vari anelli della catena. Abbiamo visto dei casi in cui il landing
site c’è ma non è disponibile e dei casi in cui il landing site non esiste affatto.
Questi casi vengono spiegati con la teoria della soggiacenza.

Riassumendo le ultime due lezioni, le restrizioni di movimento sono:

- C-comando: le regole della grammatica mettono in relazioni posizioni che sono in una
configurazione reciproca di C-comando, in particolare la posizione di arrivo deve sempre C-
comandare quella di partenza;
- Località: abbiamo visto una nozione di località un po’ rozza, in cui “locale” vuol dire
“all’interno della stessa frase”. Quello che conta è che il movimento a lunga distanza non
esiste.

Un punto molto interessante è che queste restrizioni funzionano anche su relazioni che non
riguardano il movimento, ma in questo corso non ne parleremo.

FINE DELLE LEZIONI INTRODUTTIVE AL CORSO


L’argomento del corso vero e proprio è la relazione fra la grammatica di frase e il contesto, cioè lo
scenario in cui una struttura frasale viene usata.
La teoria prevede un’ossatura sintattica, ma la struttura delle frasi non è sufficiente per inserire una
certa struttura frasale in un contesto: la frase deve avere un significato e deve essere pronunciata,
cioè associata ad una struttura prosodica.

FONOLOGIA SINTASSI INTERPRETAZIONE

Sia che si prenda in considerazione il quadro pre-minimalista, sia che si prenda in considerazione il
quadro minimalista, c’è sempre questa tripartizione: la sintassi si interfaccia con gli aspetti semantici
e fonologici.
Secondo questo quadro, interpretazione e fonologia sarebbero indipendenti l’una dall’altra. Questo
punto di vista ha creato dei problemi, perché se prendiamo una frase come È arrivato Gianni, ci
rendiamo conto che questa può essere letta in modi diversi. In altre parole, data una struttura
sintattica, la prosodia dà luogo ad interpretazioni diverse. Quindi, per esempio, la sintassi che
assegna struttura interrogativa è diversa dalla sintassi che assegna struttura affermativa.
Comunque non è sempre facile mediare con la sintassi: a volte bisogna tenere conto della
pragmatica, cioè delle proprietà che hanno a che fare col contesto in cui viene usata una struttura.
Facciamo subito degli esempi. Tutte le lingue fanno un uso massiccio di elementi che vengono
chiamati “indessicali”, detti anche “deittici”. Noi faremo una distinzione fra i due nomi.

- Gli elementi indessicali hanno bisogno di sapere in che contesto vengono utilizzati per essere
interpretati; sono elementi come pronomi personali, verbi, avverbi (di spazio e di tempo)
che vengono interpretati dal contesto in cui una frase viene pronunciata.
Io mangerò un panino domani ha una referenza ad una persona che pronuncia una frase in
un determinato momento parlando del futuro.
Gli indessicali hanno un indice, cioè sono connessi con l’istante in cui la struttura viene
prodotta.
- Gli elementi deittici veri e propri fanno parte degli elementi indessicali, cioè sono elementi
indessicali accompagnati da gesti estensivi.

Questi elementi sono strettamente legati al contesto d’uso. Nel quadro tradizionale si ritiene che il
contesto d’uso non sia rilevante ai fini della sintassi, cioè si fa l’analisi sintattica e solo a posteriori si
interpretano gli elementi e gli si assegna interpretazione a partire dal contesto. La sintassi e la
referenza degli indessicali sarebbero indipendenti, ma è difficile tenere un punto di vista come
questo. In sintassi sono presenti degli elementi che consentono l’interpretazione degli indessicali,
quindi non si può dire che siano indipendenti.

LEZIONE 7- The fine structure of the left periphery

L’analisi di Rizzi ha costituito un enorme passo avanti rispetto al quadro precedente, ma ora si sta
ulteriormente riflettendo su dei problemi lasciati irrisolti. Vedremo quindi non solo la proposta di
Rizzi, ma anche le sue problematiche e le strategie di soluzione.
Abbiamo già visto parte della periferia sinistra quando abbiamo parlato delle derivazioni non
argomentali, cioè le derivazioni a lunga distanza, che abbiamo esemplificato con le frasi
interrogative. Abbiamo affrontato il problema dal punto di vista della località, e abbiamo visto che
non esiste un movimento a lunga distanza dalla posizione tematica alla periferia sinistra, quanto
piuttosto una catena di movimenti locali detta “movimento ciclico successivo”. I principi (o le
proprietà della struttura) che restringono le possibilità di movimento sono il C-comando e la nozione
di dominio locale. Abbiamo lasciato questa nozione molto vaga, ma nel quadro classico della
grammatica che stiamo prendendo in considerazione, per località si intente la clause da cui ha
origine il movimento, con la possibilità di scavalcare il nodo C.

Si può uscire dal dominio locale (la clause)


atterrando nello specificatore di C. Si esegue
una seconda volta il movimento perché la
posizione di atterraggio, in termini tecnici
detta edge, lo permette. È la posizione di
atterraggio che consente di uscire dal
dominio.

La periferia sinistra si trova a sinistra della frase vera e propria, ovvero prima del soggetto e di I’’.
Quest’area può essere occupata da complementatori (Gianni pensa che…) o da proiezioni massimali
nello specificatore (Che cosa pensi che Gianni abbia mangiato?).
Le proprietà del wh- movement di ritrovano anche nel movimento di FOCUS contrastivo, o FOCUS
di correzione: LA MELA Gianni ha mangiato (non la pera). La convenzione è di scrivere il FOCUS in
lettere maiuscole per indicare l’intonazione contrastiva. Accanto a questo abbiamo la Clitic Left
Dislocation (CLLD) che mostra un clitico di ripresa e un’intonazione particolare: La mela, Gianni l’ha
mangiata. Questi fenomeni sono piuttosto estesi nelle lingue del mondo, con delle variazioni7. Sono
fenomeni generali, ma non universali.

Nelle analisi che sono state date fino al lavoro di Rizzi, wh- e FOC sono stati equiparati: sono
proiezioni massimali che si trovano nella periferia sinistra che sono soggetti a movimento ciclico
successivo. FOC può essere infinitamente lontano dal punto di partenza e, come osservato da
Chomsky negli anni Settanta, risponde alle isole allo stesso modo di wh-, quindi è sensibile alla
struttura compresa fra la posizione di partenza e quella di arrivo come lo è wh-.
Inoltre, una cosa interessante su cui si discute ancora molto è che sono in distribuzione
complementaria, cioè se c’è uno non può esserci l’altro. Equipararli vuol dire infatti assegnargli la
stessa posizione nello specificatore di C. Analogamente, anche la CLLD è stata equiparata a questi
movimenti: si trova nella periferia sinistra e quindi occupa anche lei lo specificatore di C.
Questo era il quadro negli anni Ottanta e Novanta, prima che Rizzi pubblicasse The fine structure of
the left periphery nel 1997. Ci sono varie considerazioni da fare: il movimento a lunga distanza non
è davvero a lunga distanza; wh- e FOC avevano davvero le stesse proprietà?; c’è un’area a sinistra
in grado di accogliere questi elementi?
Andando a vedere in dettaglio questo quadro, vediamo immediatamente che unificare wh-, FOC e
CLLD pone dei problemi in un quadro in cui gli elementi della periferia sinistra sono una posizione
di testa e una posizione per proiezione massimale.
Vediamo alcuni di questi problemi:

- Abbiamo detto che, in linea di massima, quando c’è un elemento nello specificatore di C non
si vede la testa del complementatore. Questo è molto chiaro nelle frasi subordinate.

In molte varietà dell’italiano, si possono vedere entrambe le posizioni realizzate: Quando che
arrivi. Quando questo succede, troviamo questi elementi nell’ordine che ci aspettiamo, con
wh- prima di C: posso dire Quando che, ma non posso dire Che quando.
Secondo il quadro classico, FOC occupa la stessa posizione di wh- (è sensibile alle isole ed è
in distribuzione complementaria, quindi sta nello specificatore di C). Osserviamo la sua
distribuzione rispetto al complementatore:

7
Nelle frasi interrogative, non tutte le lingue spostano i sintagmi interrogativi, soprattutto quelle che hanno
coerentemente la testa a destra della frase. In giapponese, il sintagma interrogativo si trova in situ: Pensi che Gianni
abbia mangiato che cosa? In italiano esistono strutture del genere, ma non sono vere domande. Per questi tipi di
fenomeni è importantissimo prendere in considerazione il contesto. Se dico “Hai mangiato che cosa?” non voglio sapere
cosa è stato mangiato, ma sto chiedendo di ripetere perché non ho capito o non ho sentito.
Gianni si domanda che cosa (che) tu abbia mangiato.
wh-

Gianni ha detto che LA MELA Luca ha mangiato.


C FOC

Nel secondo caso, FOC segue il complementatore. È vero che sono entrambi elementi che si
trovano nella periferia sinistra, è vero che sono elementi che possono essere a lunga
distanza, è vero che sono sensibili alle isole, ma non è vero che occupano la stessa posizione:

wh- CHE

CHE FOC

- Nel quadro classico, la periferia sinistra è quella che precede I’’. È vero che wh- e FOC sono
in distribuzione complementaria, ma se consideriamo CLLD, vediamo che in moltissime
lingue, fra cui l’italiano, CLLD e FOC possono coesistere:

A Gianni, IL LIBRO gli voglio regalare (non il disco).


CLLD FOC Cl

Data una struttura di questo tipo, non so dove collocare questi elementi perché c’è solo una
posizione disponibile. Inoltre, la situazione si complica perché posso avere più elementi
topicalizzati:

Domani, a Gianni, IL LIBRO gli regalerò (non il disco).

Queste considerazioni ci dicono che questa visione è troppo riduttiva e imprecisa, perché ci sono
elementi sia a destra che a sinistra e ci possono essere più costituenti topicalizzati
contemporaneamente, per cui la periferia sinistra è troppo piccolo per includerli tutti:

Con i due punti che abbiamo appena trattato, stiamo falsificando una teoria prendendo in
considerazione dati che questa teoria non è in grado di predire, che questa teoria, cioè, non riesce
a spiegare. Bisogna quindi proporre una nuova teoria che spieghi quello che era già stato spiegato
(wh- e FOC sono a lunga distanza e sensibili alle isole) e che aggiunga nuove osservazioni. Questa
teoria, a sua volta, deve essere tale da poter essere falsificata.

Sulla base di queste considerazioni dobbiamo rendere più complessa la periferia sinistra, in modo
da rendere conto dei dati aggiuntivi che stiamo prendendo in considerazione.
Wh-, FOC e CLLD sono elementi dipendenti dal contesto. Utilizzare un certo tipo di sintagma dà
luogo ad un tipo di struttura detta felicitus, felice nel senso di appropriata/non appropriata in un
certo tipo di contesto e non nel senso di grammaticale/agrammaticale. C’è una serie di
presupposizioni, cioè cose che il parlante dà per scontate, che attribuisce come conoscenze comuni
(common ground) fra sé e l’interlocutore. Se chiedo “Che cosa ha mangiato Gianni?”, sto dando per
scontato che Gianni abbia mangiato qualcosa e che l’interlocutore sappia la risposta. La felicità, cioè
l’appropriatezza di questa domanda è dipendente dal contesto.
Una delle considerazioni che descrive FOC è di essere informazione nuova:

Gianni ha mangiato una pera.


No, UNA MELA Gianni ha mangiato. -> la mela non c’era nel discorso precedente.

Nella CLLD, al contrario, l’informazione deve essere data:

La mela, Gianni l’ha appena mangiata -> il clitico la riprende un’informazione già data

Come gli elementi propriamente indessicali, anche gli elementi che occupano la periferia sinistra
necessitano di un contesto per poter essere interpretati. Fanno parte di quei fenomeni che
richiedono una conoscenza della struttura grammaticale della frase e del modo in cui la struttura
grammaticale si colloca in contesti più ampi, ad esempio il discorso.
La periferia sinistra è il locus della struttura frasale che funge da interfaccia col contesto: se ci trovo
dei costituenti, il ruolo che questi svolgono è recuperabile all’interno del discorso, cioè sono lì non
per la grammatica ma per il discorso.

Vediamo più in dettaglio i dati discussi da Rizzi:

- In italiano non esiste solo il complementatore che. La complementazione può essere:


a) Di modo finito: Gianni pensa che Maria partirà.
b) Di modo infinito: Gianni pensa di partire, Gianni si prepara a/per partire, Gianni ha fatto
di tutto per partire. Questi elementi preposizionali non introducono un D’’ ma una
struttura frasale. Nel quadro tradizionale, gli elementi che introducono strutture frasali
occupano la posizione di C:

Se andiamo a vedere la distribuzione degli elementi che come proiezioni massimali possono
occupare la periferia sinistra, vediamo che non hanno comportamento uniforme. In
particolare, se contrastiamo le frasi introdotte da che e quelle introdotte da di vediamo che
FOC segue che e precede di, mentre il contrario non è possibile:

che FOC Credo che QUESTO gli dovremmo dire/*?Credo QUESTO che gli
dovremmo dire

FOC di Credo QUESTO di dovergli dire/*Credo di QUESTO dovergli dire.

Non può essere tenuto un quadro in cui alla sinistra della struttura frasale si ipotizza un’unica
proiezione, perché la distribuzione di FOC non è compatibile con questa visione. Sebbene gli
introduttori delle strutture di modo finito e di modo infinito debbano essere considerati dei
tipi di complementatori, la distribuzione rispetto alle proiezioni massimali che occupano la
periferia sinistra non è uniforme (in un caso FOC precede, nell’altro segue).
A questo di unisce il dato di CLLD, che ha una distribuzione come quella di FOC:

che CLLD Credo che il libro, Gianni l’abbia già letto/*?Credo il libro, che Gianni
l’abbia già letto.

CLLD di Credo il libro, di doverlo leggere/*Credo di il libro doverlo leggere.

Dopo il costituente si mette una virgola per rendere graficamente il fatto che abbiamo
l’impressione che ci sia una pausa fra il costituente e quello che segue. Questo fenomeno
viene detto comma intonation.
Una prima considerazione è quindi il fatto che troviamo le proiezioni massimali in questo
tipo di distribuzione rispetto ai due complementatori.
L’altra considerazione è che la distribuzione di CLLD non è incompatibile con FOC:

Gianni crede che a Maria, QUESTO dovremmo dirle.


CLLD FOC

Gianni crede a Maria QUESTO di doverle dire.


CLLD FOC

Il punto più problematico dell’analisi di Rizzi è che l’ordine di FOC e CLLD non è fisso, cioè
posso invertirli: Gianni crede che QUESTO a Maria dovremmo dirle/ Gianni crede QUESTO a
Maria di doverle dire. Gli esempi di Rizzi non sono proprio esempi in cui questi due elementi
vengono invertiti, ma piuttosto sono esempi in cui a sinistra di FOC appaiono elementi
associati con la comma intonation ma non con la CLLD: in Gianni crede che QUESTO domani
dovremmo dirle domani non ha nessun clitico di ripresa, e il clitico le non ha un antecedente.
Rizzi distingue la CLLD vera e propria dal un clitico di ripresa, e chiama Topic gli elementi con
comma intonation ma senza clitico di ripresa.
La letteratura era – ed è ancora - molto anglo-centrica. In inglese non ci sono i clitici, quindi
non c’è CLLD e dal punto di vista della stringa FOC e Top non si distinguono, e spesso tutto
ciò che si trova a sinistra viene detto topicalizzato, indipendentemente dal fatto che
l’elemento sia FOC o Topic. In altre parole, topicalisation indica elemento messo a sinistra
senza distinzione tra FOC e Topic.
Nell’analisi di Rizzi, quindi, abbiamo la seguente distribuzione nella periferia sinistra:
che Top* FOC Top* di I’’

Possono esserci anche più Topic, che precedono o seguono FOC:

Credo che QUESTO, domani, a Lucia, glielo dovremo dare.


Credo che domani, il libro, A LUCIA dovremmo darlo (non a Mario)

Per segnalare il fatto che si possono avere più Topic, Rizzi dice che possiamo avere un Topic
ricorsivo, proprietà che indichiamo con un asterisco a destra di Topic. Le posizioni di Topic
sono ricorsive e possono precedere o seguire FOC. Obbligatoriamente, FOC e Topic seguono
che e precedono di.
Tutto questo è quello che prima veniva considerato C’’, ma ora dobbiamo rendere più ricca
l’analisi della periferia sinistra. In particolare, il passo più importante è distinguere la testa
che produce le frasi temporalizzate, cioè la testa C vera e propria che Rizzi chiama FORCE8, e
l’elemento FIN9 che introduce le strutture di tempo e modo non finito, quindi sensibile
all’infinitezza. Per ragioni di tipi sintattico-semantico, questi due tipi di test sono
mutualmente esclusivi: o c’è FORCE o c’è FIN.
Dove stanno questi elementi? La proposta di Rizzi è molto interessante, ed è stata
ampiamente elaborata nell’approccio cartografico alla sintassi, un approccio in cui i
costituenti che realizzano delle funzioni discorsive come [+nuovo] (FOC) o [+dato] (Top) sono
collocate nello specificatore di proiezioni dedicate. Rizzi vuole mettere in evidenza che questi
elementi sono interpretati in questo modo non perché c’è un componente pragmatico che
analizza l’informazione nuova/data, ma perché stanno in una proiezione che obbliga a quel
tipo di interpretazione. Un Top è tale perché si trova nella posizione di specificatore di un
costituente Top che ha come proprietà il fatto di essere [+dato]. In Il libro, Gianni l’ha letto il
libro viene interpretato come [+dato] non per il componente pragmatico ma soprattutto
perché sta nello specificatore di una proiezione che ha questo tratto.
L’uso di questa proiezione sarà appropriato se la pragmatica mi consente di utilizzarla. Se il
costituente non è dato perché nel discorso precedente non c’era, l’uso di questa proiezione
sarà infelice, ma non agrammaticale.
Lo stesso vale per FOC, che viene interpretato come [+nuovo] perché è nello specificatore di
una proiezione che ha questo tratto.

La periferia sinistra è data dalla distribuzione di questi elementi:

8
Nel senso di forza illocutoria. È un elemento che introduce le asserzioni. La visione di Rizzi non è condivisa dai
semanticisti.
9
Finite
Avremo quindi o un FORCE o un FIN a seconda della struttura I’’ che segue e avremo poi
specificatori di Top e FOC, dove di Topic possono essercene anche più di uno sia a destra che
a sinistra di FOC.
Tutto questo è equivalente al C’’ che usavamo prima.

LEZIONE 8 – Differenze fra Top e FOC

Nel caso di struttura con Topic, c’è una proprietà intonazionale che abbiamo chiamato comma
intonation che è il tipico contorno prosodico assegnato a questo tipo di struttura, per la quale c’è
una posizione dedicata in cui il costituente appare nello specificatore.
La struttura proposta da Rizzi ha un costituente nella posizione di specificatore di una proiezione
dedicata a Top. In che modo questo costituente viene interpretato come topicalizzato? In questa
configurazione, gli elementi che ne fanno parte devono condividere dei tratti, in questo caso un
tratto che viene portato dalla testa e che si trova realizzato nella posizione di specificatore. È questo
meccanismo di accordo che porta all’interpretazione del costituente come Topic. Il costituente è un
Topic non per una componente pragmatica ma in virtù della struttura sintattica. Questo verrà poi
sviluppato nell’approccio cartografico. Il fatto che l’informazione sia data rende la struttura felice,
cioè appropriata al contesto, ma la rappresentazione sintattica che mi consente di interpretare
come Topic è questa, in cui le proprietà che verranno interpretate sono definite in sintassi da tratti.

Il tuo libro, l’ho letto.


Lo stesso vale per il Focus contrastivo:

IL TUO LIBRO, ho letto.

Queste strutture danno luogo ad un ordine OS(V), sono strutture marcate, felici sono all’interno di
un certo contesto. Sono associate a contorni prosodici particolari e strutture sintattiche speciali.
La considerazione fatta da Rizzi riguarda il fatto che questi elementi, che si trovano nella periferia
sinistra, possono concorrere col complementatore e a seconda del tipo di complementatore si
trovano in posizioni diverse rispetto ad esso:

che FOC
FOC di

Non possiamo pensare di mantenere che e di come due varianti dello stesso tipo di teste, dobbiamo
assegnare delle etichette diverse: FORCE e FIN (sono entrambi complementatori, ma la posizione
rispetto a FOC e Top cambia a seconda di quale complementatore usiamo).

FORCE Top* FOC Top* FIN


Che di

Una considerazione da fare è che si tratta di proiezioni massimali, ma di fatto non vediamo mai la
testa di FOC o di Top:
In alcune lingue, ci sono delle particelle che realizzano la testa di FOC. Lo stesso sembra non
accadere per Top, cioè per questa proiezione non c’è evidenza di particelle che possano realizzarne
la testa.

Abbiamo visto che FOC è stato assimilato a wh- movement, ma per quanto riguarda Topic, in
particolare CLLD, ci sono molti dubbi. FOC è Topic danno luogo a dipendenze apparentemente
illimitate, ma già dagli anni Settanta si sapeva che FOC e wh- sono sensibile alle isole, e dagli anni
Novanta si sapeva che CLLD non lo è.
Vediamo quindi le differenze fra FOC e Top messe in evidenza da Rizzi:

1) CLLD ha un clitico di ripresa, FOC no.

Il tuo libro, l’ho letto.

IL TUO LIBRO, ho letto/*l’ho letto.

2) Top è incompatibile coi bare quantifiers, FOC no.

*Nessuno, l’ho incontrato ieri/NESSUNO, ho incontrato ieri.


*Tutto, l’ho appena fatto/TUTTO, ho fatto.

3) Top è ricorsivo, FOC no.

Il libro, a Gianni, domani, glielo daremo.

In certe lingue, è accettabile avere più FOC, ma l’italiano non è una di queste lingue:
*A GIANNI, IL LIBRO, ho dato.

4) CLLD può precedere un sintagma interrogativo, ma non può seguirlo. Con FOC c’è la
distribuzione opposta.

A Gianni, che cosa gli hai detto?/*A GIANNI che cosa hai detto?

*/??Che cosa, a Gianni, gli hai detto?/Che cosa A GIANNI hai detto?

5) Weak crossover

Esistono due tipi di elementi pronominali: pronomi personali (io, tu, lui) e pronomi riflessivi
(sé, sé stesso). Nella grammatica generativa, i pronomi riflessivi vengono chiamati anafore.
Se osserviamo la distribuzione dei pronomi riflessivi come sé stesso, possiamo notare una
serie di proprietà che distinguono la distribuzione di questi elementi dai pronomi personali.
C’è una proprietà non sintattica che distingue i pronomi dalle anafore: l’indessicalità, in
particolare la deissi. Mentre i pronomi sono elementi che possono essere usati con deissi, le
anafore non lo sono, cioè non esistono gesti estensivi che le accompagnino. Dal punto di
vista interpretativo, le anafore sono pronomi incompatibili con un riferimento deittico.
Se restringiamo l’attenzione sull’italiano sé stesso o sull’inglese –self, notiamo una
distribuzione complementaria tra pronomi e anafore.
A scuola, il pronome riflessivo è definito come un pronome che si riferisce al soggetto.
Questo è vero nella maggior parte dei casi, ma esistono esempi come Una lunga terapia ha
restituito Maria a sé stessa, in cui l’antecedente Maria è un complemento oggetto.

Gianni ama sé stesso/John loves himself. Dalla seconda frase, non possiamo dedurre il
referente di “lui”, ma sappiamo per certo che non
Gianni lo ama/Gianni ama lui/John loves him. può essere Gianni. Se intendessimo che Gianni ama
Gianni, dovremmo esprimerlo obbligatoriamente
come nella prima frase. Le frecce rosse indicano che
[Gianni lo ama/ama lui]
Gianni non è l’antecedente dell’anafora.

[[La madre [di Gianni]] lo ama moltissimo] C-comando

La madre di Gianni ama sé stesso No C-comando

Consideriamo la località. In entrambi i casi, l’antecedente è all’interno della frase che


contiene il pronome. Se l’antecedente C-comanda, la referenza è possibile; se l’antecedente
non C-comanda, la referenza non è possibile. Vediamo in dettaglio: lo specificatore C-
comanda il complemento e quello che il complemento contiene, ma una cosa dentro allo
specificatore non C-comanda niente al di fuori di quella posizione.
Nel dominio locale, l’anafora deve essere C-comandata dall’antecedente (Gianni ama sé
stesso/*La madre di Gianni ama sé stesso), mentre per il pronome vale il contrario (*Gianni
ama lui/La madre di Gianni ama lui).

Parliamo quindi dell’argomento che ci interessa per questa ultima differenza fra Top e FOC,
ovvero parliamo di anafore e pronomi nel dominio locale. Le condizioni che vincolano le
regole della grammatica sono C-comando e località. Abbiamo visto l’effetto del C-comando,
quindi vediamo adesso gli effetti della località.

Gianni crede [che Maria lo ami moltissimo]

Nell’esempio, Gianni C-comanda il complemento e tutto quello che contiene, ma è fuori dal
dominio locale di lo.
Vediamo un altro esempio:

*Gianni crede [che Maria ami sé stesso]


Per quanto riguarda le anafore bimorfemiche, questa coreferenza è impossibile, perché
anche se Gianni C-comanda sé stesso, è fuori dal dominio locale.

Quindi qual è la distribuzione delle anafore?

Principio A della teoria del legamento

Un’anafora deve avere un antecedente che lo C-comandi e che sia nel dominio locale:

- Un’anafora deve essere C-comandata dall’antecedente

Gianni ama sé stesso/*La madre di Gianni ama sé stesso

- L’antecedente deve essere nel dominio locale

Gianni ama sé stesso/*Gianni crede che Maria ami sé stesso (è troppo lontano anche se C-
comanda)

Qual è la distribuzione dei pronomi?

Principio B della teoria del legamento

Un pronome NON può avere un antecedente che lo C-comanda e che è nel dominio locale.

C-comando e località vincolano tutte le relazioni della grammatica, anche quelle di referenza.
Quando parliamo di referenza, non dobbiamo riferirci solo ai pronomi, ma anche a semplici
D’’. Infatti, anche loro prendono una referenza: Alessandra Giorgi è un elemento rigido, cioè
la cui referenza è data a priori in quanto si riferisce ad una persona specifica (eliminando,
ovviamente, i casi di omonimia). Altri D’’ non sono così rigidi: il presidente degli Stati Uniti
oggi è una persona, dieci anni fa era un’altra, fra cinque anni sarà un’altra ancora.
Nomi e descrizioni definite, che distribuzione hanno? La possibilità di coreferenza di questi
elementi manifesta sensibilità a C-comando e località? Sì, in particolare quando li mettiamo
ad interagire con pronomi e anafore: in Gianni ama sé stesso/Gianni pensa che Maria lo ami,
l’antecedente Gianni è un D’’.
Cosa succede se l’antecedente lo mettiamo a destra invece che a sinistra?

*Lui ama Gianni

Secondo il principio B, un pronome non può essere C-comandato dal suo antecedente nel
dominio locale. In questo caso, lui è lo specificatore, ed è lui che C-comanda tutto il resto.
Quindi il principio B non serve per spiegare perché questa coreferenza vada male.
La distanza non è importante:

Lui crede che Maria ami Gianni.

Sembra che un pronome non possa trovarsi a sinistra del suo antecedente, ma questo non è
sempre vero:
[Sua madre] ama molto Gianni

Se il problema non è il fatto che il pronome appaia a sinistra, qual è il problema? Perché i
primi due esempi di coreferenza vanno male? Perché il pronome precede l’antecedente? No,
ci sono esempi in cui la struttura va bene anche quando il pronome precede l’antecedente.
Il problema sono le proprietà referenziali dei D’’, anch’essi sensibili alle considerazioni di C-
comando e località.

Principio C della teoria del legamento

I D’’ (sia nomi propri che descrizioni definite) non possono essere C-comandati da pronomi
coreferenti.

La differenza in questi esempi sta nel fatto che nel terzo esempio la coreferenza non è col
D’’ ma con un pronome che è dentro ad un D’’: [Sua madre]. Il pronome dentro al D’’ non C-
comanda niente.

Lui ama Gianni. (Lui C-comanda Gianni)

Lui crede che Maria ami Gianni. (Come sopra)

Sua madre ama molto Gianni. (Struttura complessa che contiene α’, non c’è C-comando)

Le prime due espressioni non vanno bene perché le espressioni nominali sono sensibili al C-
comando: non possono essere coreferenti con un elemento che le C-comanda.
Quando abbiamo elementi pronominali, la coreferenza è anch’essa soggetta al C-comando.
Le possibilità di coreferenza sono una regola della grammatica, e quindi sono sensibili al C-
comando e, occasionalmente, alla località.

Questa lunga introduzione sui pronomi e sui principi della teoria del legamento serve per capire il
test del weak crossover.
Il quadro che abbiamo visto offre una buona analisi dei pronomi, un’analisi parziale ma corretta per
le anafore bimorfemiche e una buona analisi della distribuzione dei D’’. Ci sono però dei fenomeni
che sfuggono a queste analisi.
Viene chiamato weak crossover perché dal punto di vista del parlante gli effetti sono deboli, cioè
non danno una agrammaticalità netta quanto piuttosto una marginalità. La cosa interessante del
weak crossover è che è un fenomeno estremamente generale: si trova praticamente in tutte le
lingue.
L’esempio base è proprio quello con il pronome che precede D’’:
Sua madre ha sempre apprezzato Gianni ϑ2.
B C

Il principio B è soddisfatto perché il pronome non è C-comandato da niente nel dominio locale.
Il principio C è soddisfatto perché Sua non C-comanda Gianni (Sua madre C-comanda Gianni).
L’esempio classico di weak crossover ha a che fare con strutture interrogative. Si può decidere di
interrogare ϑ2:

Chi [sua madre ha sempre apprezzato] C?


B

Chi è completamente fuori dal dominio locale, e la distanza può essere aumentata: Chi credi che sua
madre abbia sempre apprezzato? Questa frase è degradata rispetto a quella precedente e va peggio,
ma non è agrammaticale.
Il principio B è soddisfatto, il principio C è soddisfatto. L’unica cosa che non va è il fatto che si
scavalca un elemento (sua) coreferente.
Il problema di coreferenza non può essere attribuito alla teoria del legamento, ma origina
dall’interazione del movimento con la presenza di pronomi. In poche parole, movimento e pronomi
non interagiscono bene, dando luogo a effetti di weak crossover.
La distribuzione dei pronomi e di D’’ è regolata dai principi della teoria del legamento e dalle
condizioni del weak crossover.
Data la generalità di questi fenomeni e delle osservazioni sui principi A, B e C, l’insorgere di questo
fenomeno viene usato come test di movimento. In questo caso è ovvio che le due posizioni sono
connesse da una derivazione, ma non è sempre chiaro. Possiamo dire che se ci sono effetti di weak
crossover allora c’è stato movimento.

LEZIONE 9 – Il complementatore se

Gianni, sua madre lo ha sempre apprezzato.

Questo è un caso di CLLD, in cui il pronome sua si riferisce a Gianni. Ci interessa solo questo tipo di
lettura. È sempre possibile che un pronome si riferisca a qualcosa di esterno alla frase, ma a noi in
questo caso interessa solo la lettura in cui sua si riferisce a Gianni. Abbiamo visto che questa è una
possibilità dovuta al fatto che il principio B in questo caso è soddisfatto perché il pronome non è C-
comandato da un elemento dello stesso dominio locale, cioè I’’.

*?GIANNI, sua madre ha sempre apprezzato.

Questo è invece un caso di FOCUS, in cui la frase è degradata. Qui c’è fenomeno di weak crossover.
Questo fenomeno nasce dalla considerazione che la frase di partenza Sua madre ha sempre
apprezzato Gianni è una frase grammaticale, con referenza fra sua e Gianni dovuta al fatto che sua
è all’interno del soggetto e quindi non C-comanda Gianni. La struttura di base rispetta il principio B
e C della teoria del legamento. La struttura con FOC è degradata sia rispetto alla struttura base sia
alla struttura con Top.
La frase che va meglio di tutte, Sua madre ha sempre apprezzato Gianni, è una frase in cui il pronome
precede il D’’, una distribuzione dei pronomi che viene di solito considerata anomala. In realtà può
creare dei problemi informazionali, perché i pronomi si riferiscono a qualcosa di recuperabile dal
contesto, e un pronome che precede l’elemento coreferente crea appunto problemi informazionali.
Ciononostante le strutture di questo tipo sono grammaticali, anche se più pesanti.
Il fatto che la struttura con FOC sia degradata è interessante alla luce della considerazione che
l’antecedente precede il pronome, e quindi dovrebbe essere una struttura non soltanto buona dal
punto di vista della teoria del legamento, ma anche una struttura canonica dal punto di vista della
distribuzione dell’informazione: c’è un D’’ e poi segue un pronome che si riferisce a quel D’’. Il fatto
che la struttura con FOC vada male è interessante anche perché dal punto di vista informazionale il
D’’ precede il pronome, che dovrebbe essere il caso normale. Il fatto che questa struttura vada male
deve farci riflettere.
L’esistenza di questo tipo di contrasti va insieme alle ipotesi di movimento, cioè è una diagnostica
del movimento: quando si ha fenomeno di weak crossover è perché c’è stato movimento da una
posizione tematica ad una non tematica. Questo vuol dire che FOC è un fenomeno di movimento,
cioè in cui c’è una derivazione in cui un costituente occupa una posizione tematica che è diversa
dalla posizione in cui viene pronunciato.
Tutte le lingue del mondo mostrano effetti di weak crossover quando c’è movimento. Questo vuol
dire che c’è una differenza fondamentale fra FOC e CLLD, e cioè che CLLD non dà effetti di weak
crossover: la frase va bene con l’intonazione appropriata. L’alternativa è dire che gli elementi
dislocati sono originati là dove li vediamo. Sembrano strutture simmetriche, ma non lo sono.

L’elemento a sinistra è un operatore, mentre la posizione legata, in particolare quella di partenza, è


la variabile: Che cosa (operatore) hai mangiato? La variabile può essere sostituita con qualsiasi
valore per l’oggetto mangiato. Il FOC è una struttura con operatore e variabile.
In linea di massima, ogni operatore lega una variabile. È possibile che un operatore leghi una
variabile che a sua volta lega una variabile che a sua volta lega un’altra variabile in una struttura
ciclica successiva. In una struttura del tipo GIANNI, sua madre l’ha sempre apprezzato l’operatore
GIANNI, che è nella periferia sinistra ed è paragonabile ad un wh- deve legare contemporaneamente
due variabili: sua e la posizione tematica. Siccome non c’è C-comando fra questi due, sua non lega
la posizione tematica e la posizione tematica non lega sua, quindi GIANNI deve legare entrambe.
Questa è un’anomalia dal punto di vista della struttura logica, perché di solito un operatore lega una
sola variabile, ma questa anomalia dà luogo a un giudizio che non è agrammaticale ma è quanto
meno degradato.

Con questo abbiamo finito di vedere il lavoro di Rizzi del 1997. Adesso iniziamo a vedere Rizzi 2001.

Nel suo lavoro del 1997, Rizzi aveva proposto la seguente struttura:

FORCE Top* FOC Top* FIN

Dobbiamo completare il quadro con il complementatore se, che introduce interrogative indirette di
tipo sì/no. Le frasi introdotte da se sono frasi temporalizzate, come succede con il complementatore
che, ma sono circoscritte ad un contesto particolare.
Che distribuzione ha questo complementatore?
Per quanto riguarda FOC, la distribuzione è come quella di che:

Credo che QUESTO avreste dovuto dirgli.

*Credo QUESTO che avreste dovuto dirgli.


Mi domando se QUESTO avreste dovuto dirgli.

*Mi domando QUESTO se avreste dovuto dirgli.

Se andiamo a vedere CLLD, notiamo un contrasto:

Credo che, a Gianni, avrebbero dovuto dirgli la verità.

*?Credo, a Gianni, che avrebbero dovuto dirgli la verità.

Non so se, a Gianni, avrebbero potuto dirgli la verità.

Non so, a Gianni, se avrebbero potuto dirgli la verità.

Da queste ultime frasi, si deduce che se e che non occupano la stessa posizione: con che, FOC e Top
seguono; con se, FOC segue ma Top può precedere.
La struttura va quindi rappresentata in questo modo:

FORCE Top* INT FOC Top* FIN


che se di

A seconda della frase, ci sono diversi tipi di complementatori, che occupano posizioni diverse
nell’ambito della periferia sinistra. Il complementatore che occupa la posizione all’estrema sinistra,
e non c’è niente della frase incassata che lo possa precedere: quello che si trova a sinistra di FORCE
fa parte della frase superiore. Il complementatore di, invece, può essere preceduto da costituenti
della frase subordinata se sono CLLD ma non da FOC.

Passiamo ora a considerare il lavoro di Rizzi del 2013, in cui fa delle considerazioni relative alla
struttura dei costituenti. Nelle lezioni precedenti abbiamo visto che lo schema X’ dei costituenti è
questo:

Lo schema dell’italiano ha lo specificatore a sinistra e il complemento a destra, ma le scelte


riguardanti la direzionalità possono cambiare da lingua a lingua. Per esempio, mentre l’italiano è
una lingua VO, il giapponese è una lingua OV, per cui invece di dire Mangiare la mela si dice La mela
mangiare. Il giapponese è coerentemente head final, cioè i complementi sono sistematicamente a
sinistra. Varie lingue che hanno in verbo in posizione non sono così coerenti.
La direzionalità si basa sulla nozione di precedenza, in cui si dice, per esempio, che in italiano lo
specificatore precede la testa e la testa precede il complemento.
La nozione di dominanza è invece universale, perché indipendentemente dalle scelte di direzionalità
proprie di ogni lingua, la gerarchia dei costituenti è sempre questa: X’ domina il complemento e X’’
domina tutto.
Rizzi fa alcune considerazioni di base sul tipo di struttura che possiamo ipotizzare.

- Innanzitutto, ipotizziamo che esistano i costituenti, per i quali Rizzi non usa etichette:

The boy will meet the girl

Struttura articolata

Esistono un paio di alternative:

a)

Struttura piatta/struttura concatenata


b)

Struttura che ramifica per ogni parola


Non è chiaro quale struttura dobbiamo assegnare, non è chiaro quali proprietà debba avere la
struttura. Come facciamo a sapere quali sono le strutture giuste da assegnare alle frasi? Bisogna
vedere quale fra le strutture possibile rende conto di più fenomeni.
Perché preferiamo la prima struttura alle due alternative? Nella struttura piatta non distinguiamo
unità significative: l’unica nozione che possiamo usare in questo caso è quella di precedenza poiché
c’è un ordinamento lineare ma non c’è nessun tipo di ordinamento gerarchico. La struttura piatta
viene chiamata struttura concatenata, in cui le parole sono visibili alla sintassi solo in virtù del fatto
che seguono una parola e ne precedono un’altra. Nella struttura che ramifica per ogni parola si va
nella direzione opposta.
Quali sono gli argomenti che ci fanno scegliere una struttura sintattica? Rizzi propone un argomento
molto interessante: the boy e the girl sono due costituenti, e questo fatto ha delle conseguenze, per
esempio nella costruzione delle frasi scisse, cioè quelle frasi che servono a produrre effetti simili alla
vocalizzazione. Per esempio, posso costruire frasi scisse se considero the boy e the girl come due
unità significative, ma se non le considero tali non è pensabile di avere una regola per questo tipo
di strutture.

The boy will meet the girl in the garden.

Da questa frase possiamo costruire:

It is the boy that _____ will meet the girl in the garden. (Il gap si riferisce a the boy)

It is the girl that the boy will meet _____ in the garden. (Il gap si riferisce a the girl)

Se non avessimo la struttura articolata che abbiamo visto prima, potremmo pensare di costruire
delle CLEFT (frasi scisse):

It is girl that the boy will meet the _____ in the garden.

Se non abbiamo una distribuzione dei costituenti che abbia un significato, se abbiamo come una
regola quella di prendere un elemento e spostarlo a sinistra della CLEFT, non si vede perché non si
possano costruire strutture di questo tipo. Per costruire le CLEFT dobbiamo avere la nozione di
costituente: the boy, the girl, in the garden. Non si possono spostare pezzi a caso, o due parole solo
perché sono consecutive, ma solo i costituenti.
Le strutture alternative (quella piatta e quella che ramifica) non discriminano, cioè non c’è ragione
di prendere the boy e the girl invece di altre parole.
Quindi c’è bisogno di una struttura che ramifichi nei punti giusti, perché le altre strutture non
rendono conto di queste proprietà. Questo è un effetto del principio di dipendenza dalla struttura.
Serve una struttura che identifichi elementi con una coerenza unitaria, ovvero una struttura con
costituenti, che serve per formulare correttamente le regole della grammatica.

Partendo dalle considerazioni di Rizzi, dobbiamo complicare il quadro.


Abbiamo visto che la struttura X’ è un modo di identificare i rapporti di costituenza. Lo schema X’ è
molto interessante perché è generale, cioè la struttura è articolata sempre nello stesso modo per
tutti i costituenti. Inoltre, è interessante che dal punto di vista gerarchico non ci siano differenze fra
le lingue del mondo.
Abbiamo detto che ci sono lingue speculari all’italiano per quanto riguarda i complementi, cioè che
hanno il complemento a sinistra della testa anziché a destra. Consideriamo adesso gli specificatori:
abbiamo immediatamente dei problemi per identificare lingue che abbiano lo specificatore a destra
(la LIS è un’eccezione, ma non la considereremo). Le lingue del mondo si dividono a metà fra Mangio
la mela e La mela mangio, quindi i complementi a volte precedono e a volte seguono. Gli
specificatori invece appaiono sempre a sinistra, tranne nella LIS.
Dal punto di vista della nozione di precedenza, lo schema X’ predice quattro tipi di lingue:

1) Specificatore a sinistra e complemento a destra;


2) Specificatore e complemento a sinistra;
3) Specificatore a destra e complemento a sinistra;
4) Specificatore e complemento a destra.

X’ è stato proposto negli anni Settanta e da allora le tipologie linguistiche si sono arricchite
moltissimo. Quello che si è visto considerando i numeri relativamente all’ordine delle parola è che
praticamente non ci sono lingue in cui lo specificatore è a destra. Da X’ ci si aspetterebbe di trovare
una distribuzione del 25% circa per ogni tipo di lingua. Se i numeri sono molto lontani, vuol dire che
c’è qualcosa che non va nella teoria.
X’ ha dato una struttura alla nozione di costituente che è stata usata per decenni e che ha consentito
di studiare lingue e trovare dati in modo efficace, ma andando a vedere in dettaglio i dati reali e
confrontandoli con cosa ci si aspetta prendendo sul serio questa teoria si vede che ha dei problemi.
La nozione di costituenza usata fino a questo momento deve essere in qualche modo rivista.

Abbiamo visto strutture di movimento di uno specificatore in alto a sinistra (FOC e Top). La cosa
interessante è che non si trovano strutture di questo tipo con movimento del wh- in alto a destra
(sempre ad eccezione della LIS). Le strutture interrogative variano da lingua a lingua: o c’è
movimento in alto a sinistra o c’è il sintagma interrogativo in situ se il movimento a sinistra è
impossibile.

Che cosa hai dato a Mario?

Hai dato che cosa a Mario? (In italiano queste sono domande eco)

Hai dato a Mario che cosa? Solo LIS

Dobbiamo rivedere alcuni aspetti della nozione di costituenza che hanno a che fare con le simmetrie
proposte dalla struttura X’, cioè vedere fino a che punto le strutture predette da X’ sono corrette.
LEZIONE 10 – L’asimmetria dello schema X’

In questa lezione vedremo la proposta di Kayne, Linear correspondance axiom, sull’asimmetria


dello schema X’. Questo fa parte della revisione della teoria generativa tradizionale che in larga
misura ha portato all’approccio minimalista. Non tutti gli studi di grammatica generativa usano il
LCA, ma l’approccio che si usa a Ca’ Foscari è basato sulla visione di Kayne.
Abbiamo visto che lo schema X’ è strutturato in questo modo:

Abbiamo visto che le ipotesi relative alla direzionalità che sono computate sulla base della nozione
di precedenza presentano dei problemi quando si vanno a vedere grandi quantità di lingue. Mentre
l’ipotesi di complemento a destra è suffragata dalla distribuzione dei dati (metà delle lingue
osservabili ha questa distribuzione), lo stesso non si osserva per lo specificatore. Lo schema X’
prevede quattro tipi di lingue: fa delle previsioni simmetriche per cui tutti i fenomeni che si trovano
in una direzione si trovano anche nell’altra.
L’analisi di Kayne (1994) si basa sull’osservazione empirica che sull’asse della precedenza molti
fenomeni sintattici non sono simmetrici. Vedremo un breve elenco di fenomeni che ci
aspetteremmo di trovare e che invece non troviamo.

1) Movimento di Int in alto a destra

Il movimento di Int è a sinistra, e in quelle lingue dove non c’è movimento a sinistra, Int
rimane in situ. Per esempio, in giapponese, che è una lingua coerentemente head final, il
sintagma interrogativo rimane nella posizione dove l’argomento riceverebbe ruolo tematico:
se è argomento interno resta nella posizione a sinistra della testa, e da questa posizione il
sintagma interrogativo non si sposta, come se dicessimo Gianni ha dato che cosa a Maria?
che in italiano sarebbe un ordine marcato.
Esistono quindi due tipi di lingue: uno in cui il sintagma interrogativo si muove a sinistra e
uno in cui rimane in situ.
Manca sistematicamente (tranne in LIS) il movimento da una posizione bassa verso la
posizione di specificatore in alto a destra.
DAFUQ?? Lingue come il giapponese sono importanti perché vuol dire che non possiamo
spiegare la mancanza di movimento in alto a destra dicendo che è un fenomeno che va fatto
per forza in quel modo. Il fatto che esistano lingue come il giapponese ci dice che il
movimento a sinistra non è una strategia che il parlante assume per motivi indipendenti, ma
è una delle strategie possibili, tant’è vero che esiste un’altra possibilità, in cui Int rimane in
situ.

2) Opposto del V2

Il V2 è una proprietà di varie lingue, in particolare di quelle germaniche (ad esclusione


dell’inglese che ha V2 solo in certe strutture) e di quelle indoeuropee orientali. Si può trovare
realizzato con differenze fra le lingue, cioè il modo in cui viene specificamente implementata
varia da una lingua all’altra, soprattutto rispetto a quello che succede nelle frasi principali vs
frasi subordinate.
Il V2 è una proprietà per cui il verbo si trova in seconda posizione rispetto ad un costituente
che occupa la prima posizione della frase:

[[1] v2 ….]

Vediamo degli esempi dal tedesco:

Hans hat einen Apfel gegessen. Forma perifrastica


S Aux OGG V (participio)

Hans isst einen Apfel. Forma sintetica


S V OGG
Nel caso di una forma sintetica, il verbo non appare in posizione finale, ma subito dopo il
soggetto.
Ci sono altri ordini possibili:

Einen Apfel hat Hans gegessen *hat


OGG Aux S V

Gestern hat Hans einen Apfel gegessen.


Adv Aux S OGG V

Siamo liberi di scegliere quale costituente collocare in prima posizione, ma non si può
decidere dove mettere il verbo. Così, l’ausiliare non può apparire in posizione finale. Una
volta deciso quale costituente mettere in prima posizione bisogna per forza mettere il verbo.
Se la frase inizia con un costituente non soggetto, l’ausiliare precede il soggetto: hat Hans.
Abbiamo detto che a sinistra del soggetto c’è la periferia sinistra, quindi i fenomeni che
stiamo considerando dovrebbero riguardare questa periferia. Un’ulteriore evidenza viene
dalle frasi subordinate.
Cosa succede nelle frasi subordinate? Quanto è presente il complementatore, c’è un unico
ordine possibile (tutti gli altri sono marcati):

[…] dass Hans einen Apfel gegessen hat.


C S OGG V Aux

In tedesco, si possono avere subordinate che non sono introdotte dal complementatore. Se
la subordinata non è introdotta da C, l’ordine non può più essere questo e deve tornare
all’ordine che abbiamo visto prima:

V Hans hat einen Apfel gegessen


S Aux OGG V

V einen Apfel hat Hans gegessen


OGG Aux S V

V gestern hat Hans einen Apfel gegessen


Adv Aux S OGG V

In mancanza del complementatore, abbiamo nella frase subordinate il pattern delle frasi
principali. Abbiamo una frase subordinata con una testa di tipo verbale a sinistra, cioè una
struttura frasale con il verbo a sinistra preceduto da un costituente che può essere un
qualsiasi costituente della strutture: soggetto, avverbio, oggetto…
Come si spiega il fatto che abbiamo lo stesso ordine nelle frasi principali e nelle frasi
subordinate che non sono introdotte dal complementatore? Se c’è la parola dass l’ausiliare
deve apparire in fondo alla frase, è l’unico ordine possibile ad esclusione di quelli marcati.
C’è una correlazione fra la presenza/assenza di dass e la presenza/assenza di V2. Quando c’è
dass l’ausiliare è in fondo; quando non c’è dass il verbo flesso è in seconda posizione: questo
è sempre vero per le principali, mentre per le subordinate è vero solo se non c’è C’’.
Qual è la struttura da assegnare al V2?
L’ausiliare non può essere messo
sotto Inflection

L’ausiliare deve per forza stare sotto


V perché C è occupato da dass.
In italiano, il verbo sale da V a I e si
ferma qui.
In tedesco c’è un ulteriore passaggio
da I alla periferia sinistra. Il V2 è la
salita del verbo nella periferia
sinistra, obbligatoriamente seguita
dalla salita di un altro argomento
(soggetto, oggetto, avverbio…).

Questo ci dà la distribuzione complementare fra Che Maria la mela mangiato ha e La mela


ha Maria mangiato o ancora Maria ha la mela mangiato. Anche l’ultimo caso è un caso di
V2, e il fatto che il soggetto sia proprio nella posizione di specificatore dipende da una scelta
di mettere questo costituente all’inizio.
Questi fenomeni sono spiegabili solo se ipotizziamo un’ulteriore struttura sintattica a sinistra
del soggetto. La frase non è solo soggetto, verbo e oggetto (in qualunque ordine vengano
realizzati), ma è struttura a sinistra e struttura frasale. Questa struttura a sinistra ha una
funzionalità sintattica.

Pensiamo alle interrogative inglesi, che di solito vengono descritte come “inversione del
soggetto”.

What did you eat?


In questo esempio, abbiamo un sintagma interrogativo, che andrà sotto lo specificatore di
C’’, e un ausiliare, che andrà sotto la testa di C’. Le interrogative inglesi sono un caso di
residual V2: l’inglese era una lingua originariamente V2, poi ha perso quasi tutto questo
fenomeno venendo a contatto con le lingue romanze e l’ha conservato solo in certe
strutture.

Tornando all’asimmetria di X’: Kayne dice che il V2 non è speculare, cioè non ci sono verbi in
penultima posizione. Questi fenomeni sono evidenza di una periferia sinistra, mentre non
c’è evidenza di movimento di teste o di costituenti ad una periferia destra.
Le simmetrie previste da X’’ non si vedono nei fenomeni di V2 o assimilabili al V2 (come il
residual).

Il fatto che quasi non esista, o che comunque sia dubbio, il movimento di Int a destra, e che non
esista specularità di v2 a destra, fa pensare che la posizione di specificatore a destra non esista: wh-
appare o a sinistra o in situ, e V2 appare a sinistra.
Kayne conclude dicendo che non abbiamo argomenti per ipotizzare la possibilità della ramificazione
di specificatore a destra. Il quadro simmetrico che propone X’ non è corretto, perché questa
posizione non c’è e c’è troppa poca evidenza che è troppo poco speculare per supporre che esista.

Abbiamo visto dei fenomeni di movimento, ma Kayne parla anche di una serie di altri fenomeni che
coinvolgono problemi di direzionalità, per esempio i fenomeni di accordo, che sono fortemente
direzionali.

3) Problemi di direzionalità – L’accordo

Le lingue possono essere a testa iniziale o a testa finale. Allo stesso modo, le preposizioni
possono precedere il D’’ oppure seguirlo (in questo caso vengono chiamate postposizioni).
Ci sono lingue, come l’ungherese, in cui troviamo entrambe le opzioni.
Kayne osserva che le lingue P D’’ sono come l’italiano. Nelle lingue D’’ P c’è spesso il
fenomeno di accordo. Per esempio, in ungherese dietro di me può essere detto anche come
me dietro: in questo caso c’è un D’’ marcato di prima persona e una preposizione che prende
un morfema di prima persona.
Kayne osserva che i fenomeni di accordo si hanno solo in questo caso, cioè non sempre c’è
accordo con le postposizioni, ma non c’è mai con le preposizioni. Di nuovo, questo è un caso
di asimmetria in ambito direzionale, perché l’accordo va solo in una direzione. In uno schema
X’ dovremmo trovare questo fenomeno in entrambe le direzioni, perché fa delle previsioni
simmetriche.
Questo fenomeno non è di movimento evidente, ma l’accordo molto spesso è evidenza di
movimento. Abbiamo accordo quando i costituenti appaiono prima della testa, ma le lingue
tendono a non avere accordo quando i costituenti seguono la testa. Questo si vede anche in
italiano standard:

Gianni ha mangiato le mele. Normalmente non c’è accordo con l’oggetto.

Gianni le ha mangiate. Accordo perché il clitico precede.

Se l’oggetto precede la testa verbale, c’è accordo col clitico. Normalmente l’accordo non c’è:
ha mangiato la mela/il pompelmo/le mele/i pompelmi.
L’asimmetria in questo caso riguarda non lo specificatore ma la struttura di un P’’ in relazione
al suo complemento:

La simmetria proposta da X’ non è valida: abbiamo una serie di fenomeni che riguardano le
preposizioni e il complemento a sinistra che non valgono quando il complemento è a destra.
Secondo Kayne, nella struttura P D’’, D’’ è la posizione base, mentre la posizione di D’’ a
sinistra di P è derivata.
L’albero sintattico di lingue come l’italiano è quindi:

La posizione di complemento a sinistra


non esiste, ma può essere derivata con
operazioni di movimento, perché
fornisce comunque una posizione di
landing site.

Avevamo iniziato descrivendo lo schema X’ usando la nozione di dominanza e di precedenza. Se


abbiamo concluso che non esistono gli specificatori a destra e i complementi a sinistra, allora le
lingue dovrebbero essere tutte uguali sull’asse della precedenza:

Discusso in questi termini, lo schema è ridondante. Per descriverlo non serve più la nozione di
precedenza: non abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica che lo specificatore è a sinistra e il
complemento è a destra, ma bensì abbiamo bisogno di sapere che lo specificatore occupa una
posizione più alta.
Tuttavia, il linguaggio fa un uso massiccio della nozione di precedenza: le parole vanno messe in
determinati ordini e non si può prescindere da questa nozione.
Se eliminiamo la nozione di precedenza, rimaniamo solo con queste relazioni:

X’’ domina immediatamente lo specificatore e X’


X’ domina immediatamente X e il complemento

Come passiamo dalla nozione di dominanza all’ordine lineare? La proposta di Kayne, su cui si basa
gran parte della sintassi moderna, è il Linear Correspondance Axiom, in cui Kayne propone di
derivare l’ordine lineare dalla nozione di dominanza in questo modo:

α precede β
sse
α C-comanda β
e
β non C-comanda α

Stiamo ricavando la precedenza dal C-comando, quindi dalla nozione di dominanza e di dominanza
immediata.

α C-comanda simmetricamente β: il nodo che


domina immediatamente α domina anche β, e il
nodo che domina immediatamente β non
domina α. Quindi la relazione fra α e β è
asimmetrica. Per questo, α precede β.

Possiamo pronunciare questa struttura solo come α β e non viceversa perché il C-comando è
asimmetrico.
Le strutture asimmetriche sono linearizzabili, cioè pronunciabili. Cosa possiamo dire invece di
strutture di questo tipo?

Il C-comando è simmetrico perché α e β si C-comandano a vicenda. Questo tipo di relazione non è


linearizzabile, cioè se la struttura asimmetrica può corrispondere ad una frase, lo stesso non vale
per questa struttura. Il fatto che questa struttura non possa corrispondere ad una frase sta alla base
di gran parte della sintassi moderna; ne è un esempio l’approccio cartografico.
LEZIONE 11 – Ruolo della proiezione C’’

Abbiamo visto che la teoria X’ può essere vista secondo due dimensioni: quella gerarchica, basata
sulla nozione di dominanza e dominanza immediata, e quella orizzontale, basata sulla nozione di
precedenza.
Ci sono dei dati che evidenziano che l’aspetto lineare è da mettere in discussione, perché le
previsioni della teoria X’, cioè che ci siano lingue con specificatore a destra o specificatore a sinistra
e con complementatore a destra o complementatore a sinistra, sono parzialmente verificate:
- Non ci sono fenomeni di movimento di V2 che riguardino il lato destro;
- Ci sono dei fenomeni che sistematicamente mancano da un lato, come i fenomeni di accordo
- Un altro fenomeno è l’estrazione di complementi frasali: Gianni ha detto che Maria è partita.
In alcune lingue il complemento può precedere il verbo, in altre invece lo segue. In molte
lingue, come il basco, sono possibili entrambi gli ordini. Quando questo succede, è possibile
estrarre un wh- da CP se l’ordine è V CP, mentre lo stesso non si può fare se l’ordine è CP V:

V CP CP V

Quindi, la teoria X’ fa delle previsioni di simmetria che su un vasto campione di lingue sembrano
scorrette.
Date queste considerazioni, possiamo dire che la parte che riguarda la direzionalità di X’ non è
empiricamente suffragata dai dati. Questo significa che non ci sono abbastanza dati a sostegno della
proposta di X’ per quanto riguarda l’asse orizzontale. Se riduciamo la struttura sintattica alla pura
gerarchia, abbiamo un problema gravissimo, perché le frasi sono prodotte linearmente, ed
eliminando la nozione di precedenza e direzionalità, non sappiamo come produrre linguaggio. Se
dobbiamo cancellare l’asse orizzontale, come possiamo fare per mettere le parole in fila? Questo è
quello che il Linear Correspondance Axiom, proposto da Kayne nel 1994, si propone di risolvere. La
proposta è che se quello che ci resta della struttura dei costituenti è l’ordine gerarchico, dobbiamo
recuperare l’ordine lineare dalla dominanza.
Rivediamo il C-comando:

α C-comanda β
sse
α non contiene β
e
β non contiene α

A noi interessa la clausola secondo cui il nodo che domina immediatamente α domina β. Questo dà
luogo ad una struttura asimmetrica: α C-comanda β se c’è dominanza immediata (fra i due nodi non
ce ne sono altri). Possiamo avere un β infinitamente incassato dove c’è dominanza ma non
dominanza immediata:
Se c’è α’, α C-comanda β, ma α’ no, perché il nodo che domina α’ è α, e α non domina β. Attenzione
a non confondere dominanza con C-comando! α C-comanda β, ma non lo domina: la dominanza è
verticale, non ci si può spostare fra i rami.
Il C-comando è una nozione asimmetrica, ma è perfettamente coerente con l’esclusiva presenza
dell’asse verticale perché è basato su questo asse e sulla nozione di dominanza (non tutte le
definizioni di C-comando parlano della dominanza in questi termini, ma sono riducibili alla
definizione che stiamo usando qui).
La proposta del LCA è:

α precede β
sse
α C-comanda β
e
β non C-comanda α

In questo modo mettiamo in ordine le parole usando solo l’asse verticale. Stiamo ordinando i
costituenti sulla base del fatto che un costituente C-comanda asimmetricamente un altro, e non
perché abbiamo un asse che ci dica cosa precede cosa.
Quali sono le conseguenze del LCA? Se abbiamo una lingua con una struttura dell’esempio che
segue, α C-comanda asimmetricamente β, quindi α precede β:

Nei casi in cui si verifica questa situazione di C-comando asimmetrico, indipendentemente dalle
etichette dei nodi, la frase è linearizzabile. Lo stesso varrebbe se l’albero fosse speculare.
Vediamo ora cosa succede nel caso in cui ci sia C-comando simmetrico:

In questo caso non viene soddisfatta la seconda clausola del LCA, secondo la quale, affinché α
preceda β, β non deve C-comandare α.
In un caso del genere, non sappiamo se linearizzare come α β o come β α. Non possiamo sapere
quale sarà la linearizzazione perché il C-comando è simmetrico. Dato che la linearizzazione è una
componente irrinunciabile della sintassi, queste strutture simmetriche non possono esistere.
Questa conclusione ha avuto delle conseguenze enormi.
Dal punto di vista del componente sintattico-gerarchico, la struttura sarebbe anche ben formata,
solo che non è linearizzabile. È una struttura ammessa fino ad un certo punto; non è ammessa per
quanto riguarda le procedure di linearizzazione.
Cosa succede quando la sintassi produce strutture di questo tipo?

1) La prima cosa è stata osservata da Moro, in particolare riguardo alle strutture copulari. Se la
sintassi produce strutture che violano il LCA, una possibilità è quella di creare da queste
strutture delle strutture asimmetriche con movimento:

Linearizzata, questa frase diventa Gianni è


l’assassino.

Linearizzata, questa frase diventa L’assassino è


Gianni.

Moro argomenta che questo tipo di fenomeno sia instanziato nelle strutture copulari (col
verbo essere). Gianni è l’assassino viene prodotta dalla sintassi come nel primo albero: ci
sono due proiezioni massimali in una configurazione di C-comando reciproco. Il nome di
questo insieme predicativo è small clause. Possiamo restaurare la simmetria con
un’operazione di movimento.

Esiste un’altra possibilità che è instanziata in molti altri casi.

2) Supponiamo di avere una struttura di questo tipo:

Questa struttura, in cui in mezzo c’è una testa, è linearizzabile. Quelle di prima non erano
linearizzabili perché mancava una testa che separasse le proiezioni massimali. Due proiezioni
massimali non possono mai essere attaccate l’una all’altra, un processo che in sintassi viene
chiamato “aggiunzione”. Non si può avere una struttura come questa:
Struttura aggiunta

Le strutture che violano il LCA sono dette strutture aggiunte: due proiezioni massimali
attaccate danno luogo ad un’altra proiezione massimale. Prima che venisse proposto il LCA,
questa struttura veniva proposta per molti casi, per esempio quando sono presenti degli
avverbiali.
Probabilmente Gianni è partito.

C’è una struttura frasale con un costituente P’’ per l’avverbiale e una proiezione frasale.
Fino alla fine degli anni Novanta era questa la struttura che veniva data in presenza di
avverbiali: si itera il nodo cui gli avverbiali fanno riferimento, creando strutture aggiunte.
Secondo il LCA, le strutture aggiunte non possono esistere perché non sono linearizzabili,
perché α e β si C-comandano a vicenda.
L’alternativa è quella di considerare di avere delle strutture asimmetriche in cui non si
aggiunge l’avverbio direttamente alla proiezione ma lo si mette nello specificatore di una
testa:

L’introduzione di una testa fa di α uno specificatore. Questa non è più una configurazione di
aggiunzione, ma bensì una configurazione in cui α è lo specificatore di un costituente in cui
c’è una testa. È una struttura asimmetrica, perché il nodo che domina immediatamente α
domina anche β, ma il nodo che domina immediatamente β non domina α. Senza la testa,
avremmo C-comando reciproco.
La conclusione è che non ci sono strutture aggiunte: tutto quello che prima si spiegava con le
aggiunzioni, ora bisogna spiegarlo introducendo una testa che dia luogo ad una struttura
asimmetrica.
In fondo, anche le strutture copulari vengono convertite in strutture asimmetriche in questo modo:
Gianni assassino diventa Gianni è l’assassino con l’introduzione di una testa verbale. Secondo
l’analisi di Moro, la differenza è che strutture del genere vengono interpretate, mentre le strutture
aggiunte non possono essere neanche interpretate.
La nozione di precedenza non è più ricavabile autonomamente da un’analisi direzionale dei
costituenti, ma è ricavabile direttamente dalla nozione di C-comando. La conseguenza è che le
strutture simmetriche non sono ammesse in sintassi. Le strutture simmetriche vengono recuperate
o con movimento o semplicemente dicendo che non esistono, e quelle strutture che sembrano
simmetriche sono in realtà asimmetriche perché viene introdotta una testa.

Abbiamo già visto l’applicazione del LCA quando abbiamo visto la proposta di Rizzi. Nella teoria pre-
Rizzi, non arricchita da una struttura a sinistra complessa, se riempiamo la posizione di specificatore
con FOCUS quando è presente anche un Topic, come in A Gianni, QUESTO gli diremo, dobbiamo
aggiungere e costruire una struttura simmetrica:

Se adottiamo il LCA, non sappiamo come linearizzare Top e FOC. Rizzi dice che se c’è un Top o un
FOC, ciascuno sta nel suo specificatore:
Con la presenza delle teste, le strutture sono asimmetriche: senza di loro, avremmo avuto delle
aggiunzioni. FOC e Top sono nello specificatore della sua proiezione, che vuol dire che siccome ci
sono delle teste, tutte le strutture sono asimmetriche. Gli specificatori sono linearizzabili rispetto
alle loro proiezioni massimali.
Partendo da una struttura come quella del penultimo albero visto, in una teoria pre-Rizzi, che ha
una sola proiezione a sinistra, come distribuiamo FOC e Top? Uno verrà messo nello specificatore di
C’’, l’altro verrà aggiunto. È la stessa analisi che viene proposta da Haegeman per gli avverbiali: si
itera sul sintagma, creando una struttura aggiunta (. Ogni volta che iteriamo su un nodo creiamo
una struttura aggiunta). Le strutture aggiunte sono fatte così:

A e β sono entrambe proiezioni massimali. Secondo il LCA non sappiamo in che ordine linearizzarle,
perché sono tutte e due possibili, ma noi dobbiamo uscire con una produzione. Nel caso delle
strutture aggiunte, non è possibile identificare le proprietà di chi viene prima e di chi viene dopo.

Top e FOC sono nello specificatore delle rispettive proiezioni. A Gianni è nello specificatore di della
proiezione della testa Top, che in questo caso particolare ha come complemento un FOC’’. Ogni
volta che computiamo la relazione fra α e β troviamo C-comando asimmetrico perché in mezzo ci
sono delle teste. Quando dobbiamo linearizzare, dobbiamo chiederci cosa pronunciamo prima, cioè
quello che sta in alto a sinistra. La relazione è asimmetrica fra lo specificatore di Top e Foc’’ (o fra lo
specificatore di FOC e la frase) perché in mezzo c’è una testa.
L’analisi di Rizzi, che introduce queste teste, rende la periferia sinistra compatibile con il LCA. Nelle
analisi precedenti, dove le teste non c’erano, il meglio che si potesse fare era dar luogo delle
strutture aggiunte non compatibili con il LCA. La teoria di Rizzi è una teoria che introduce
asimmetria, ed è la prima proposta empirica strutturata in modo complesso di analisi sintattica con
spirito asimmetrico.
Disegnare la sintassi in questo modo è una convenzione che è comoda perché rispecchia bene il
risultato finale, ma rimane una convenzione.

FINE DELLA PARTE TEORICA


Rizzi aveva proposto questa struttura:

CFORCE Top INT FOC Top Fin

Force richiama il termine di forza illocutiva dell’asserzione. Cosa si intende con forza illocutiva? Nel
meccanismo dell’asserzione, assegniamo valore di verità, e l’interlocutore aggiunge l’informazione
al common ground.

Gianni ha mangiato un panino. La frase può essere vera o falsa. In


quanto speaker, ho la responsabilità di
quello che dico.

Maria ha detto che Gianni ha mangiato un panino. L’evento è di dire, non di mangiare. Il
valore vero o falso viene assegnato su
quello che viene detto, non sull’evento
che viene riferito.

Pensiamo ad un’aula di tribunale: dire Gianni ha ucciso il ladro o dire Mario dice che Gianni ha ucciso
il ladro non è la stessa cosa. Nel secondo caso, si faranno domande su che rapporto ha Mario con
Gianni, su cosa ha fatto Mario, ma non si faranno domande sull’uccisione. La differenza è che nel
secondo caso quello che ha valore di verità è ciò che mi è stato detto, cioè il dire e non l’evento
riferito. Nella frase Maria ha detto che Gianni ha mangiato un panino, quello che è vero o falso è il
fatto che Maria abbia detto che Gianni ha mangiato un panino o no, non il fatto che Gianni abbia
mangiato il panino. In questi casi, la parte incassata non riguarda il common ground.
Le sentences hanno valore di verità, le clauses invece no. Il valore assertivo non è lo stesso, e questo
è chiaro con l’esempio del tribunale: nessuno darebbe lo stesso peso a Gianni ha ucciso il ladro e a
Mario ha detto che Gianni ha ucciso il ladro. Quando si parla di valore assertivo di sentences e di
clauses incassate, bisogna tenere presente che non sono la stessa cosa dal punto di vista
dell’assertività.
Abbiamo una proiezione che c’è sempre e che vediamo sempre nelle lingue V2 e solo nelle incassate
in italiano. Possiamo chiamarla FORCE, ma dobbiamo tenere presente che non si parla di forza
assertiva in senso stretto perché va qualificata.
Un’eccezione importante è quella dei verbi fattivi: se dico A Gianni dispiace che Maria sia partita, il
fatto che Maria sia partita non solo deve essere per forza vero, ma deve anche essere common
ground.

Cos’è FORCE? Perché in italiano e altre lingue ci sono introduttori frasali di tipo che? Cosa ci fa un
elemento di questo tipo? Non possiamo proporre la spiegazione funzionale che di solito viene
proposta dalla linguistica funzionalistica, ovvero che questo elemento serve a segnalare l’inizio di
una nuova frase, perché in moltissimi casi è possibile che non venga realizzato (V2 in tedesco,
omissione in inglese e italiano…).
Se non c’è non è che non si capisca che siamo di fronte ad una frase subordinata. Il fatto di non
avere l’introduttore nella subordinata non è neutro dal punto di vista sintattico:

- In tedesco, se non c’è l’introduttore ho V2 anche nella struttura incassata. Il fatto di avere o
non avere l’introduttore in lingue del genere provoca conseguenze sintattiche importanti;
- In inglese, il complementatore sembra poter essere eliminato facilmente, ma in certi casi la
cancellazione del complementatore interagisce con l’estrazione dalle strutture con o senza
that;
- In italiano, possiamo non avere che con le frasi al congiuntivo.

La presenza di questo elemento non è funzionale, perché come abbiamo appena detto può non
essere realizzato, ed è fortemente sintattica.

A cosa serve il campo a sinistra del soggetto? Le informazioni che vengono date nella periferia
sinistra hanno a che fare col contesto. Se sono presenti Top o FOC è perché il contesto precedente
ci permette di averli. L’ordine dell’italiano è SVO; per produrre OSV c’è bisogno di un motivo perché
non è il modo normale di aprire una conversazione. Gli ordini diversi da SVO vanno giustificati dal
contesto precedente in cui quella particolare frase viene inserita.
Quindi, la periferia sinistra è quella parte della sintassi che dialoga col discorso, col contesto. C’è
qualcosa al di fuori della sintassi che consente di mettere gli elementi a sinistra del soggetto. Gli
elementi nella periferia sinistra non riguardano la sintassi, ma l’ambiente in cui la struttura viene
utilizzata.

LEZIONE 12 – L’interpretazione dell’indessicalità

Parliamo della consecutio temporum modorum in italiano e in inglese. Per quanto riguarda la
terminologia, non considereremo come congiuntivo quello che viene chiamato congiuntivo in
inglese.
In italiano abbiamo un’alternanza di indicativo e congiuntivo. La distribuzione del congiuntivo è
molto legata alle varianti regionali, ma qui considereremo l’italiano standard, che in questo caso
coincide molto con l’italiano del centro nord.
Si sente dire che il congiuntivo sta sparendo, ma in realtà viene usato moltissimo e la sensazione
che non venga usato è probabilmente dovuta al fatto che parliamo con frasi molto brevi, senza
subordinate.
Osserviamo questi esempi:

Gianni dice che Maria è intelligente.

Gianni crede che Maria sia intelligente.

Nelle lingue in cui c’è alternanza indicativo/congiuntivo, non sempre la distribuzione è di questo
tipo: nelle lingue romanze, abbiamo l’indicativo sotto i verbi di dire, ma solo il portoghese ha il
congiuntivo sotto i verbi di credere come l’italiano. Nelle lingue germaniche che hanno questa
alternanza, sotto i verbi di dire ci sono sia l’indicativo che il congiuntivo.
Quindi, sono molte le lingue che hanno questa alternanza, ma la distribuzione non è sempre quella
dell’italiano.
In italiano, i verbi di comunicazione selezionano l’indicativo, mentre tutti gli altri verbi selezionano
il congiuntivo. Spesso, si parla dell’indicativo come realis e del congiuntivo come irrealis, perché dire
qualcosa viene considerato più reale di una credenza. In realtà, nei contesti creati dai verbi fattivi
(che presuppongono la verità della frase subordinata) si usa quasi sempre il congiuntivo: se dico Mi
dispiace che Maria sia partita, Maria deve essere partita e deve essere conoscenza condivisa. La
terminologia irrealis può essere applicata al congiuntivo, ma non con i fattivi.
Che tipo di interpretazione temporale assegniamo a queste strutture? Negli esempi che abbiamo
visto, Gianni dice qualcosa o ha una credenza riguardo ad uno stato attuale di Maria.

Cominciamo a considerare l’indicativo in strutture più complicate.

1. Gianni ha detto che Maria è partita.

2. Gianni ha detto che Maria partirà.

3. Gianni ha detto che Maria sarebbe partita.

Quando usiamo frasi in isolamento, se dico Gianni sta mangiando un panino questo identifica un
evento simultaneo con lo speech act; se dico Gianni ha mangiato un panino, l’evento è passato
rispetto allo speech act; se dico Gianni mangerà un panino, l’evento è futuro rispetto allo speech
act. Quindi, quando usiamo passato, presente o futuro dell’indicativo, che è il modo che si usa nelle
asserzioni principali in isolamento, il punto di riferimento su cui si calcola la distribuzione temporale
dell’evento è lo speech act.
Il punto di ancoraggio (anchoring) del tempo della forma verbale è il momento dell’enunciazione.
La collocazione spazio-temporale del parlante è quella che dà riferimento ai tempi verbali. Per
sapere quando è collocato l’evento di mangiare, devo sapere chi sta pronunciando la frase e quando.
In questo modo, posso collocare l’evento nella linea temporale.
L’anchoring è un procedimento obbligatorio: in nessuna lingua Mangiare un panino è una frase
grammaticale. È indispensabile avere delle informazioni che consentano l’ancoraggio temporale. Ci
sono delle lingue, come il cinese, in cui di fatto si può avere nella frase principale qualcosa di
equivalente a Mangiare un panino, solo che non è l’equivalente dell’italiano che è non
interpretabile, ma è solo una frase ambigua, che può voler dire ho mangiato/sto
mangiando/mangerò e che viene disambiguata utilizzando altre proprietà del contesto e del
discorso. Non esistono frasi atemporali, neanche dove la morfologia è così povera da non avere
modi o tempi morfologicamente espressi.
Nelle frasi principali, il punto di ancoraggio è la collocazione spazio-temporale del parlante. Cosa
succede nelle frasi subordinate? Analizziamo le frasi 1, 2 e 3.

1.
Partire dire partire? U

L’Utterance Time (U) è la collocazione spazio-temporale del parlante. Come rappresentiamo


gli eventi di dire e di partire? Gianni ha detto, quindi il parlare è nel passato rispetto ad U. il
partire è senz’altro nel passato rispetto ad U, ma non basta collocarlo nel passato rispetto a
U, perché deve essere nel passato anche rispetto al dire. Quindi, parlare? è compatibile col
passato di U, ma in questa frase non posso collocare dire, partire e U in questo ordine. Non
posso collocare il partire come se fosse isolamento se è in una subordinata, perché non c’è
più solo U, ma anche un dire di Gianni.
La condizione di anchoring è più complessa di quella della frase in isolamento: la partenza è
nel passato del parlante ma è anche nel passato del soggetto della principale.

2.
Dire U partire

Il dire è nel passato di U. Nell’esempio 1, abbiamo computato un passato che fosse passato
rispetto ad U e al soggetto della principale. Cosa computiamo per il futuro? Partirà va
senz’altro collocato nel futuro rispetto ad U: nel momento in cui io riferisco, Maria non è
ancora partita. Se il partire è nel futuro di U, è per forza anche nel futuro del soggetto della
principale.

3.
Dire partire U partire

Questa forma si descrive come un condizionale composto. L’italiano è una lingua abbastanza
isolata nell’utilizzare un condizionale composto, perché altre lingue usano il condizionale
semplice. Molto spesso questa forma viene chiamata futuro nel passato.

Gianni ha detto che Maria sarebbe partita ieri.

Gianni ha detto che Maria sarebbe partita domani.

Cosa vuol dire il fatto che possiamo usare sia ieri che domani? L’unico punto che dobbiamo
in considerazione per collocare la partenza è il dire di Gianni:
- La partenza può essere futura rispetto al dire ma passata rispetto ad U: Gianni ha detto che
Maria sarebbe partita ieri (ma poi non l’ha fatto).
- La partenza può essere futura rispetto al dire ma anche rispetto ad U: Gianni ha detto che
Maria sarebbe partita domani (ma chissà se ci riuscirà).

Quindi, in questo caso possiamo collocare il partire nel futuro di dire ma possiamo collocarlo
sia nel passato che nel futuro di U.

La differenza fra questi esempi è che i primi due hanno l’indicativo, mentre il terzo ha un
condizionale composto, che non può essere usato in isolamento se non in casi particolari, come nei
condizionali ipotetici: Maria sarebbe partita, se avesse potuto / *Maria sarebbe partita.
Inoltre, le prime due forme sono indessicali, mentre la terza non lo è. Questo vuol dire che le prime
due forme identificano come punto di riferimento sia il soggetto della principale sia la collocazione
spazio-temporale del parlante, mentre la terza forma non prende come punto di riferimento la
collocazione del parlante. Anche il fatto che non possa essere usata in isolamento indica che è una
forma non indessicale, perché nell’isolamento l’unico punto di anchoring è la collocazione del
parlante.
Quindi, le forme indessicali sono ancorate al parlante quando sono principali, mentre sono ancorate
sia al parlante che al soggetto della principale quando sono subordinate. Le forme non indessicali
sono ancorate solo alla predicazione della frase sopraordinata e non a U.
Dire che le forme dell’indicativo sono indessicali vuol dire che nei contesti subordinati mantengono
questa proprietà, che vedremo andando a vedere cosa succede al presente subordinato.

4. Gianni ha detto che Maria è incinta.

Dire INCINTA U

Lo stato di Maria deve estendersi almeno dal momento in cui Gianni l’ha detto al momento
in cui io lo riferisco.

5. *Due anni fa, Gianni ha detto che Maria è incinta.

In italiano, questa frase va male perché per le nostre conoscenze sul mondo sappiamo che
lo spazio di tempo fra il dire di Gianni e U non può essere di due anni.

Siamo di nuovo in una situazione in cui abbiamo un presente dell’indicativo è incinta che è
indessicale e in quanto tale deve essere ancorato, deve avere una relazione di simultaneità sia col
predicato della principale sia con U (vale anche per l’inglese). Notiamo subito che l’imperfetto non
ha questa condizione, che vedremo nelle prossime lezioni.
La capacità dell’indicativo subordinato di mantenere l’indessicalità viene detta Lettura di Doppio
Accesso (Double Access Reading): per essere interpretata, una forma indessicale deve avere
accesso alla collocazione temporale del parlante della subordinata e alla collocazione temporale di
U. L’italiano e l’inglese hanno questo tipo di lettura, ma non tutte le lingue hanno la DAR, perché la
natura indessicale delle forme verbali è una proprietà lessicale: in rumeno, è possibile dire Due anni
fa, Gianni ha detto che Maria è incinta col significato di era incinta.
Dobbiamo capire la differenza fra lingue che hanno DAR e lingue che non ce l’hanno, cioè cosa
consente questo tipo di lettura della frase subordinata.
Se attribuiamo le proprietà che ci consentono l’interpretazione dell’indessicalità alla pragmatica
intesa come componente completamente esterno alla sintassi, abbiamo molta difficoltà a definire
in termini di regole grammaticali della sintassi la consecutio temporum dell’italiano. Gianni ha
mangiato un panino è passato perché è la pragmatica che mi dice dove collocare l’evento di
mangiare rispetto al presente.

Anche in inglese esistono due futuri: il will future e il would future, che hanno la stessa distribuzione
dell’italiano:

John said that Mary will leave (partirà)

John said that Mary would leave (sarebbe partita)

Il termine DAR è molto spesso attribuito solo alle frasi col presente incassato (Gianni ha detto che
Maria è incinta). La generalizzazione anche al passato e al futuro viene chiamata Generalised Double
Access Reading.

Passiamo a vedere cosa succede col congiuntivo. Prenderemo in considerazione la distribuzione


del congiuntivo con il verbo credere.
Nei prossimi esempi, abbiamo un caso di congiuntivo presente e di congiuntivo imperfetto, ma per
non confonderci con l’imperfetto, che vedremo dopo, parleremo solo di congiuntivo presente e
passato.

6. Gianni crede che Maria sia malata.

Credere/malata

In questo esempio è tutto simultaneo: al momento di U, Gianni ha una credenza che riguarda
la malattia di Maria. Nel momento in cui parlo, attribuisco a Gianni uno stato psicologico,
una credenza riguardo allo stato di Maria.

7. Gianni credeva che Maria fosse malata.

Credere/malata U

In questo caso, al momento U sto dicendo che nel passato Gianni credeva che Maria fosse
malata simultaneamente alla sua credenza. Questo passato in realtà non identifica un vero
passato dello stato “malata”.

In entrambi i casi, le forme identificano una simultaneità dello stato di Maria con il credere.
Il fatto che nella frase ci sia un congiuntivo presente o un passato dipende da una condizione di
accordo: se nella principale ho un presente, devo avere presente anche nella subordinata, e lo stesso
per il passato.

*Gianni crede che Maria fosse intelligente.

*Gianni credeva che Maria sia intelligente.

Il congiuntivo non è una forma indessicale: l’evento della subordinata non è presente o passato
rispetto a me, bensì è simultaneo rispetto all’evento della principale ed è collocato esclusivamente
rispetto a questo evento.
Mentre con l’indicativo posso scegliere se usare il presente o il passato nella subordinata, con il
congiuntivo la scelta è bloccata dal tipo di forma che uso nella frase principale10: la morfologia del
congiuntivo è un fenomeno di Agreement, perché non è una forma verbale indessicale. Infatti, in
italiano il congiuntivo non può mai apparire in isolamento: *Maria sia intelligente. Se ho un
congiuntivo in isolamento ha valore di esortazione, esclamazione, etc., e non di asserzione: Fosse
intelligente! Che si parta!

Gianni crede che Maria sia partita.

Gianni crede che Maria abbia già mangiato.

In queste frasi, abbiamo delle forme perifrastiche dove compare congiuntivo presente. Nel contesto
di credere avremmo il congiuntivo passato (credeva; fosse/avesse). In ogni caso, gli eventi di partire
e di mangiare sono collocati come passati rispetto al credere, ma questo è un effetto dovuto alla
10
È la consecutio alla latina.
presenza della forma perifrastica. Soprattutto nel centro nord usiamo il passato prossimo con valore
di passato semplice, e quindi le proprietà della forma perifrastica sono oscurate da questo fatto.
Gianni è partito vale come un passato. Il fatto che quella sia una forma perifrastica e non morfologica
porta con sé delle proprietà non tanto temporali quanto aspettuali, cioè legate all’interpretazione
del participio. Sono queste proprietà che danno l’effetto di passato con congiuntivo nel caso della
forma perifrastica.

In altre parole, il congiuntivo non è indessicale: non ha potere assertivo perché viola le condizioni
sull’ancoraggio. Per l’ancoraggio, un evento deve essere collocato rispetto a U, ma il congiuntivo
non ha questa componente indessicale e quindi non possiamo ancorarlo. Questo vuol dire che non
possiamo usarlo per formare una frase in isolamento, mentre possiamo usarlo per strutture senza
valore assertivo, come esclamazioni ed esortazioni. Nelle strutture subordinate, le forme al
congiuntivo non sono mai collocate rispetto ad U: il credere è collocato rispetto ad U, ma lo stato
malata è simultaneo e ancorato col credere, sia presente che passato, e acquisisce una forma
morfologica in virtù di proprietà di accordo. Nel caso in cui intendiamo avere una struttura
subordinata in cui l’evento sia passato rispetto al credere dobbiamo usare una forma perifrastica
che dà il risultato di passato non in virtù di una forma verbale ma dell’interpretazione che diamo ai
participi.
In inglese, possiamo dire John left at four, ma non John has left at four. La seconda forma può essere
interpretata come passato senza at four, perché il participio ha delle proprietà tali che gli
impediscono di avere una vera e propria interpretazione di passato. In italiano, questo non lo
vediamo nel centro nord perché ha mangiato vale mangiò. Questa proprietà esce però con il
congiuntivo: la forma perifrastica avesse mangiato è diversa da quella non perifrastica mangiasse
per delle proprietà del participio che in inglese ci sono sempre.

Vediamo un’altra proprietà importante. In italiano è possibile non avere il complementatore quando
c’è un congiuntivo incassato:

Gianni ha detto che è partita.

Gianni crede (che) sia partita.

Nelle lingue pro-drop che hanno alternanza indicativo/congiuntivo, si è osservato il fenomeno di


ovviatività: Gianni spera che Maria vinca la gara e Gianni spera che vinca la gara (riferito a Maria)
sono buone frasi, ma Gianni spera che vinca la gara non equivale a Gianni spera di vincere la gara.
Il soggetto della frase subordinata non può essere il soggetto della frase principale quando è nullo.
Per non incorrere in questi problemi, useremo sempre il soggetto nullo.

Il complementatore si può cancellare coi verbi al congiuntivo ma non con quelli all’indicativo:

*Gianni ha detto è partita

Gianni spera che vinca la gara.

Ci sono dei casi in cui, sebbene ci sia il congiuntivo, non si può eliminare il complementatore:

- Quando ho un complemento spostato a sinistra: Che Maria sia partita, Gianni non l’ha mai
pensato;
- Quando ci sono verbi fattivi: A Gianni dispiace che Maria sia partita.

In molte lingue c’è il fenomeno di cancellazione del complementatore. La cancellazione del


complementatore coi congiuntivi è una proprietà circoscritta all’italiano.

 In inglese, la cancellazione del complementatore è molto più diffusa e frequente rispetto


all’italiano, per esempio si può omettere coi verbi di dire: John said Mary left e si può
omettere in quasi tutte le strutture subordinate. Come in italiano, non si può omettere il
complementatore coi fattivi. La distribuzione della cancellazione del complementatore in
inglese è molto più ampia e ha delle restrizioni diverse. Ѐ stata fatta l’ipotesi che in inglese
sia possibile il complementatore that e che ci sia anche un complementatore nullo, proprio
come in italiano ci sono i soggetti nulli.
 In tedesco, la cancellazione del complementatore correla col V2, cioè il V2 è obbligatorio
nelle strutture subordinate quando viene cancellato il complementatore: Gianni disse che
Maria un panino mangiato ha / Gianni disse Maria ha un panino mangiato.
La cancellazione del complementatore in tedesco è possibile sia con i verbi di indicativo che
con i verbi di congiuntivo, in particolare coi verbi di comunicazione.

In italiano c’è una correlazione fra indicativo e congiuntivo. Dobbiamo chiederci perché possiamo
omettere il complementatore quando c’è il congiuntivo. Abbiamo visto che non in tutti i casi di
congiuntivo è possibile eliminare il complementatore, ma possiamo ometterlo sempre quando c’è
una struttura di complemento diretto dove il verbo non sia fattivo.
C’è un caso in cui si blocca la cancellazione del complementatore col congiuntivo. Prendiamo il caso
tradizionale di DAR:

Gianni crede che Maria sia incinta.

Due anni fa, Gianni credeva che Maria fosse incinta.

In entrambi i casi, c’è una lettura simultanea rispetto al verbo della principale, ma non c’è DAR, bensì
solo una lettura in cui lo stato della struttura subordinata è simultaneo al credere di Gianni.
Se omettiamo il soggetto Maria, in entrambi i casi si può avere la cancellazione del
complementatore.

Gianni ha ipotizzato che Maria fosse incinta. Verbo non fattivo

(Ricordiamo che in italiano abbiamo l’indicativo coi verbi di comunicazione e il congiuntivo in tutti
gli altri casi. I verbi di credere, che non sono di comunicazione, selezionano il congiuntivo.)

In questo caso, eliminando il soggetto Maria si può avere la cancellazione del complementatore.
Contrariamente agli altri casi, qui c’è una consecutio modorum più rilassata; in particolare si può
avere Gianni ha ipotizzato che Maria sia incinta. In questa frase, che interpretazione diamo al
predicato incassato? Interpretiamo che Maria sia incinta adesso.
C’è il congiuntivo, ma c’è anche DAR. Non possiamo dire Due anni fa, Gianni ha ipotizzato che Maria
sia incinta, perché se uso questa struttura incassata Maria deve essere incinta nel momento in cui
Gianni l’ha ipotizzato e nel momento in cui io parlo, anche se la forma verbale è al congiuntivo.
Notiamo anche che nella frase Gianni ha ipotizzato che Maria sia incinta stiamo violando la
consecutio temporum modorum, perché stiamo usando un passato e un presente.
Abbiamo detto che il congiuntivo non è indessicale, infatti non si può usare in isolamento in una
frase principale: *Maria sia incinta.
Allora da dove viene la DAR, cioè la lettura indessicale? Possiamo forzarla sul congiuntivo, ma questo
non ha proprietà indessicali intrinseche, perché se le avesse potremmo forzarle e si potrebbe dire
Maria sia incinta intendendo è incinta.
Proviamo a considerare la frase senza il complementatore:

*Gianni ha ipotizzato Maria sia incinta.

Con sia, che ha lettura di doppio accesso, non si può cancellare il complementatore.
È una struttura anomala:

- Viola la consecutio perché usa passato e presente;


- C’è lettura di doppio accesso indessicale, sebbene sia incinta non sia indessicale (non si può
usare in isolamento);
- Non è possibile cancellare il complementatore.

Prendiamo in considerazione il verbo ipotizzare: a quale attività corrisponde? Di una persona che fa
un’ipotesi possiamo dire due cose: ha un’idea o ha detto qualcosa in tono dubitativo. In italiano,
può voler dire essere in un certo stato mentale (simile a credere) o può voler dire fare un atto
comunicativo comunicandolo con un grado inferiore alla certezza. Ipotizzare è un verbo ambiguo:
può identificare stato cognitivo o un atto comunicativo di tipo particolare. In virtù di questo, si
comporta come dire: non cancella che e obbliga alla DAR, solo che c’è un congiuntivo al posto
dell’indicativo.
In inglese, il verbo guess ha le stesse proprietà.

LEZIONE 13 – L’imperfetto

Abbiamo identificato due consecutio: quella dell’indicativo e quella del congiuntivo.


Le condizioni della consecutio dell’indicativo sono:

- Obbligatorietà dell’anchoring, che come abbiamo detto è una condizione obbligatoria (sia
nelle principali che nelle subordinate) e universale per cui tutte le forme verbale devono
essere collocate su un asse temporale, su cui è collocato anche U, il punto che definisce le
coordinate spazio-temporali del parlante. Per quando riguarda l’anchoring dell’indicativo,
nelle principali il punto di ancoraggio è la locazione spazio-temporale del parlante; nelle
subordinate è la locazione spazio-temporale del soggetto della principale;
- Indessicalità della forma incassata. Non tutte le lingue sono così, anche se hanno un sistema
come quello dell’italiano che distingue l’indicativo dal congiuntivo (rumeno, estone). Questo
fenomeno si chiama lettura di doppio accesso, perché la frase incassata deve avere accesso
alla locazione spazio-temporale del soggetto della principale ma anche alla locazione spazio-
temporale del parlante. In italiano, vale sempre con l’indicativo.

Avevamo anche visto che la DAR correla con l’impossibilità di cancellare il complementatore. In
italiano, l’indicativo e il congiuntivo vengono distribuiti secondo questo parametro: i verbi di
comunicazione selezionano l’indicativo, tutti gli altri il congiuntivo. Questa distinzione non è l’unica
possibile, e nelle lingue che fanno uso del congiuntivo ci sono delle modalità di distinzione diverse.
La distribuzione dell’italiano coincide con la possibilità di cancellare il complementatore, cioè si può
cancellare quando c’è il congiuntivo (ad eccezione di contesti a sinistra di verbi fattivi).
Il congiuntivo ha una distribuzione diversa rispetto all’indicativo: può essere solo subordinato e mai
principale perché non ha valore assertivo, e nelle strutture subordinate vale la condizione di
ancoraggio, ma non quella di indessicalità. Quindi, non c’è mai DAR delle strutture incassate. La
consecutio del congiuntivo è come quella latina, cioè per accordo: se nella principale ho un presente,
avrò il presente anche nella struttura incassata, e lo stesso vale per il passato.
Riassumendo:

INDICATIVO CONGIUNTIVO
Obbligatorietà ancoraggio Obbligatorietà ancoraggio
Indessicalità Non indessicalità
Lettura di doppio accesso No lettura di doppio accesso

Quello che sembra emergere è che la presenza del complementatore sia correlata con
l’obbligatorietà della lettura indessicale incassata: quando c’è DAR (e quindi indessicalità) non si può
cancellare il complementatore; quando non c’è DAR (e quindi non c’è indessicalità) si può cancellare.
La prova di questo è la distribuzione del verbo ipotizzare. Ci sono alcuni verbi che sono ambigui fra
un’interpretazione di atto comunicativo e un’interpretazione di stato psicologico: fare un’ipotesi
può essere uno stato mentale o un atto di comunicazione. Questo verbo prende sempre il
congiuntivo, indipendentemente dall’interpretazione.
Se però l’interpretazione è di atto comunicativo, c’è una serie di fenomeni. Pur utilizzando il
congiuntivo, posso usare un presente sotto ad un passato:

Gianni ha ipotizzato che Maria sia incinta.

In questo caso, c’è lettura di doppio accesso, infatti non si può dire Due anni fa, Gianni ha ipotizzato
che Maria sia incinta. Quando c’è il congiuntivo “sbagliato” e lettura di doppio accesso non si può
cancellare il complementatore:

*Gianni ha ipotizzato Maria sia incinta.

Questo è un dato a favore della correlazione fra complemetizer deletion e DAR.

Che ruolo ha il complementatore nella struttura incassata? Consente la lettura indessicale della
forma verbale incassata.

CFORCE Top FOC Top FIN

Stiamo parlando del primo C, che non si cancella quando nel suo specificatore compare un
“dimostrativo nullo” che punta alle coordinate spazio-temporali del parlante.
La posizione dello specificatore è occupata dalle coordinate spazio-temporali del parlante, che
devono essere interpretate nel dominio locale. Quando l’ancoraggio è indessicale, gli eventi
vengono ancorati rispetto alle coordinate spazio temporali presenti nello specificatore del C più alto
e quindi, dato che questa posizione è occupata, C non si può cancellare. Questo elemento non c’è
nella struttura subordinata con il congiuntivo, per cui la posizione di specificatore di C non è
occupata e il complementatore può essere cancellato.
Questi fenomeni occorrono nel dominio locale, quindi se cancelliamo il complementatore non
possiamo più recuperarlo.
Notiamo che le informazioni relative all’indessicalità devono essere rappresentate in sintassi,
altrimenti non possiamo spiegare la consecutio di lingue come italiano e inglese.

In molte lingue, non esiste la lettura di doppio accesso. Per esempio, il rumeno è una lingua romanza
molto simile all’italiano che distingue indicativo e congiuntivo, ma non ha DAR. Neanche in cinese
esiste, perché la morfologia verbale sostanzialmente non esiste e quindi non esiste una consecutio
dal punto di vista morfologico. In realtà, ci aspettiamo che in una lingua che non ha marche
temporali non ci sia DAR perché non ha senso parlare di consecutio: non c’è un evento espresso in
un certo modo e che deve essere collocato, ma si deve trovare un sistema dato dal contesto per
arrangiarmi con l’ancoraggio.
Cosa possiamo dire di queste lingue da un punto di vista tecnico? Per quanto riguarda il cinese,
probabilmente manca l’apparato C’’, quindi non è chiara la sintassi della complementazione (pare
che non esistano complementatori). Per quanto riguarda il rumeno, teniamo conto del fatto che
DAR ha due componenti importanti: la struttura della complementazione, cioè il fatto che ci sia una
proiezione che possa ospitare le coordinate del parlante, e la natura delle forme verbali, cioè
indicativo v congiuntivo. La struttura sintattica del rumeno è come quella dell’italiano, ma cambia
la specificazione in tratti della forma verbale.
Uno degli argomenti a favore della DAR è il fatto che distinguiamo un will future da un would future.
Molto spesso accade che le lingue che non hanno DAR non distinguano questi due tipi di futuro: in
rumeno, non esiste l’equivalente di sarebbe partita. Quindi la DAR non è legata solo al presente.

Consideriamo l’imperfetto, che è un tipo particolare di indicativo. Quando abbiamo parlato di DAR,
abbiamo notato subito che Due anni fa, Gianni ha detto che Maria ESSERE incinta non può essere
realizzata col presente, e quindi usiamo l’imperfetto:

Due anni fa, Gianni ha detto che Maria era incinta.

Per quando riguarda la distribuzione, l’imperfetto ha la stessa distribuzione dell’indicativo, cioè lo


troviamo sotto i vermi di comunicazione. In linea di massima, non lo troviamo negli altri contesti,
anche se in certi casi (non in italiano standard) dà degli effetti accettabili.
Si comporta come un indicativo anche per quanto riguarda la cancellazione del complementatore,
che quindi non può mai essere cancellato: *Gianni ha detto Maria era partita.
Notiamo che nella misura in cui è accettabile nei contesti di congiuntivo, non consente la
cancellazione del complementatore:

Gianni credeva che fosse partita.

Gianni credeva fosse partita.

Gianni credeva che era partita.


*Gianni credeva era partita.

Che proprietà ha l’imperfetto?


È un indicativo, quindi ha potere assertivo e può essere usato nelle frasi principali: Ieri pioveva.
Tuttavia, rispetto alle altre forme dell’indicativo, ha una proprietà, nelle frasi principali, che è molto
interessante e anomala: non posso usarlo per iniziare una conversazione.

Maria mangia un panino.

Maria ha mangiato un panino.

Maria mangerà un panino.

#11Maria mangiava un panino.

Per iniziare una frase con passato, presente o futuro non c’è bisogno di un contesto precedente.
Una forma come l’imperfetto ha potere assertivo, ma priva di contesto precedente è inappropriata.
Ieri alle tre, Maria mangiava un panino può essere usata out of the blue perché do un contesto.
In letteratura si dice che l’imperfetto è una forma verbale anaforica, cioè ha bisogno di un
riferimento temporale dato dal contesto precedente.

Quindi, l’imperfetto è una forma dell’indicativo:

- Si trova negli stessi contesti;


- Non cancella il complementatore;
- Ha potere assertivo.

Però

- È anaforico, cioè non si può usare in isolamento senza che ci sia o nella frase o nel contesto
un riferimento temporale che aiuti a collocare l’evento.

In presenza di un riferimento temporale, l’imperfetto ha un’interpretazione temporale di passato.


Il fatto che sia passato emerge dal fatto che non si possa dire Domani alle tre, Maria mangiava un
panino. Ѐ una forma particolare di indicativo passato, perché deve essere specificato il momento
dell’evento.
Un’altra differenza tra un passato come ha mangiato e l’imperfetto è di tipo aspettuale:

Maria ha mangiato una mela. Ha finito di mangiare e l’ha mangiata tutta.

Maria mangiava una mela. Non sappiamo se stia ancora mangiando e se


l’abbia mangiata tutta.

Dal punto di vista temporale, l’imperfetto è quindi un passato anaforico. Il punto di riferimento non
è necessariamente puntuale:

11
Diacritico che indica l’infelicità, cioè l’inappropriatezza della struttura.
Quando Gianni è uscito, Maria guardava la TV.

L’imperfetto non è sempre una forma di passato: in molti casi è compatibile con referenze temporali
future.

Gianni verrà alla festa domani?

Non credo, domani usciva con Maria.

Se mettiamo un modale, l’esempio funziona meglio:

Non credo, domani doveva uscire con Maria.

In questi casi, la forma imperfetta non ha valore temporale, ma esprime un’intenzione. C’è una
componente passata, perché la presenza dell’intenzione viene dal passato, ma l’evento è futuro.

Un altro caso in cui l’imperfetto non ha valore di passato è l’imperfetto preludico, quello con cui nel
linguaggio infantile si programma nei giochi:

Facciamo che io ero il re e tu la regina.

Analogamente, in contesto adulto, si usa l’imperfetto nel mondo del teatro per dare istruzioni:

Tu entravi da quella porta e lui usciva dall’altra.

In questi casi, l’imperfetto è obbligatorio e non può essere sostituito dal passato:

*Facciamo che io sono stato il re.

L’imperfetto si usa moltissimo nei contesti narrativi, in cui è atemporale:

Il ladro passeggiava nervosamente: qualcosa era andato storto.

In questo caso, l’imperfetto non è anaforico, infatti può essere l’inizio di una storia senza contesto
precedente, e non è nemmeno indessicale. Dà un effetto di passato, ma non rispetto a U.

Infine, l’imperfetto si usa coi verbi di sogno:

Gianni ha sognato che c’era il terremoto.

Sembra una forma di passato, ma l’evento del terremoto è il sogno di Gianni, non la realtà, quindi
non ha una collocazione passata. Confrontiamo questa frase con:

Gianni ha sognato che c’è stato il terremoto.

L’interpretazione della frase incassata cambia. Il terremoto in questo caso è collegato alla realtà: o
Gianni ha fatto un sogno profetico o ha sognato del terremoto mentre effettivamente c’era un
terremoto.
Riassumendo, l’imperfetto:

- È una forma dell’indicativo;


- A differenza delle altre forme, è anaforico, cioè bisogna specificare il momento dell’evento;
- In genere ha interpretazione di passato, però:
^ Quando ha valore di intenzione, è compatibile con il futuro.
^ Si usa nel linguaggio infantile e teatrale.
^ Si usa nei contesti di sogno.

LEZIONE 14 – L’imperfetto in inglese

Abbiamo visto che l’imperfetto è un indicativo, ma sembra non avere le proprietà di indessicalità
delle forme verbali indicative come passato, presente e futuro.
Abbiamo parlato dell’anaforicità dell’imperfetto, cioè del fatto che c’è bisogno di un contesto
precedente che collochi l’evento, altrimenti la frase è infelice. La collocazione temporale può
avvenire esplicitamente (Ieri alle tre, Gianni mangiava un panino) o tramite un altro evento (Quando
Mario è uscito, Gianni mangiava un panino). Questo perché le coordinate spazio-temporali del
parlante non sono sufficienti per assegnare una collocazione temporale all’evento espresso
dall’imperfetto. Perché U non basta?
Abbiamo visto l’uso modale dell’imperfetto, in cui la referenza è futura:

Domani volevo andare al cinema.

La forma verbale che viene usata in questi casi non fornisce una collocazione temporale dell’evento,
ma contribuisce ad un’interpretazione di carattere modale. L’imperfetto comunica una serie di
aspetti inerenti alle intenzioni del soggetto, non alla collocazione temporale, che semmai viene
indicata da Domani o Ieri alle tre.
Il fatto che l’imperfetto non abbia un valore temporale è espresso anche dai contesti di finzione:
non si parla davvero di un futuro ma di una finzione o di istruzioni teatrali.
Nei contesti narrativi, l’imperfetto diventa una forma praticamente atemporale: non ha senso
pensare che Il ladro passeggiava nervosamente si riferisca al passato di U.
Nei contesti di sogno, l’imperfetto esprime il contenuto del sogno, quindi l’evento non può essere
collocato nel passato di nessuno, né del parlante né di chi ha avuto il sogno.

Possiamo concludere che l’imperfetto è una forma di indicativo che non ha nei suoi tratti il requisito
di indessicalità, che è invece una proprietà lessicale di passato, presente e futuro. Questo tratto è in
comune con il congiuntivo. Sebbene questo tratto accomuni l’imperfetto e il congiuntivo, c’è anche
qualcosa che li separa. Infatti, il congiuntivo non solo non ha tratti di indessicalità, ma non ha
neanche tratti di temporalità. Ne deriva che è una forma non assertiva e che nell’assegnazione
temporale di un evento è totalmente parassitaria al verbo della principale. Al contrario, l’imperfetto
ha tratti temporali, che gli permettono quindi di avere una sua interpretazione autonoma, purché
venga fornita dal contesto, e in questo caso ha interpretazione di passato. In altre parole,
l’imperfetto ha un tratto di temporalità che, se attivato, è un tratto di passato. Tuttavia, dal
momento che non è una forma indessicale, non è detto che l’interpretazione debba sempre essere
di passato: per esempio, abbiamo visto che nei contesti di finzione e di narrazione non ha questo
valore.
Torniamo all’analisi della periferia sinistra.

V1 CFORCE/SPEAKER12 Top FOC Top FIN … V2

Il verbo della frase matrice decide il contenuto di C, ovvero della forma incassata, che a sua volta
decide la forma del verbo incassato. Il fatto che ci sia questa relazione a tre è noto dalla fine degli
anni Novanta.
L’imperfetto è una forma dell’indicativo, che quindi ha le coordinate spazio-temporali del parlante
sotto C. Lo troviamo nei contesti di comunicazione e C non può essere cancellato. L’imperfetto da
solo non può accedere alle coordinate del parlante perché non ha i tratti che gli permettono di
mettersi in relazione con il dimostrativo nullo. Può accedervi solo se gli viene dato un riferimento
temporale per potersi agganciare alle coordinate.
Abbiamo visto che ci sono delle lingue che non hanno DAR, ad esempio il cinese, che non ha
morfologia verbale, e il rumeno, che invece ha una morfologia ricca. Nelle lingue con morfologia
ricca ma senza DAR non esiste il corrispettivo del would future, quindi Gianni ha detto che Maria
partirà vale come Gianni ha detto che Maria sarebbe partita, e possiamo collocare la partenza nel
passato o nel futuro rispetto a U.
Allo stesso modo, Due anni fa, Gianni ha detto Maria è incinta va bene in una lingua come il rumeno,
mentre in italiano risulta infelice (ma è grammaticale) se non usiamo l’imperfetto. L’imperfetto è
indessicale, e in questo caso la referenza viene data da “ha detto”, dando l’effetto di interpretazione
simultanea fra ha detto ed era incinta13. In rumeno, possiamo usare il presente col valore
dell’imperfetto.
Possiamo concludere che nelle lingue con morfologia ricca ma senza DAR, i contesti sono di
indicativo e la forma verbale incassata è dell’indicativo ma non è obbligatoriamente indessicale,
quindi può prendere referenza dal verbo principale anziché da CSPEAKER. È come se l’indicativo di
lingue come il rumeno valesse come imperfetto. Tuttavia, queste lingue hanno un imperfetto: c’è
una distinzione aspettuale fra un passato che noi esprimiamo col passato prossimo e un imperfetto,
ovvero nel primo caso l’azione è terminata è completa, nel secondo caso, anche con riferimento
temporale, non sappiamo se l’azione sia terminata.
Stiamo parlando delle proprietà di interpretazione temporale, cioè della consecutio temporum
modorum, che è sensibile al contenuto del complementatore. Le proprietà aspettuali sono
anch’esse parzialmente rappresentate in sintassi, ma la proiezione C non c’entra. In lingue in cui
indicativo vale imperfetto dal punto di vista temporale, c’è anche un imperfetto per esprimere
differenze aspettuali.

Gianni spera che + CONGIUNTIVO


Gianni ha detto che + INDICATIVO

L’analisi prevalente è che sebbene siano omofoni in italiano, questi due che non occupino la stessa
proiezione. In effetti, in molte varietà dell’italiano e altre lingue, questi che vengono lessicalizzati in
modo diverso, cioè corrispondono a parole diverse. Abbiamo detto che esiste una posizione di
complementatore che può contenere o meno le coordinate spazio-temporali del parlante. In realtà,
è probabile che ci siano due proiezioni diverse: dell’indicativo, che contiene le coordinate, e una del

12
FORCE rievoca la nozione di forza assertiva, che nei contesti subordinati dà luogo a una serie di incomprensioni (il
valore di verità è nella sentence, non nella clause): Maria è partita: ha valore di verità riguardo alla partenza. Gianni ha
detto che Maria è partita: posso dire la verità solo sul dire di Gianni. È quindi preferibile usare SPEAKER, perché C
contiene le coordinate del parlante.
13
L’imperfetto si riferisce a qualcosa che a sua volta prende referenza dalla collocazione spazio-temporale del parlante.
congiuntivo, che non contiene le coordinate ed è leggermente più bassa. Questo fa sì che il
congiuntivo non sia mai indessicale. L’indicativo invece ha sempre i tratti di SPEAKER.
Ci sono però due tipi di indicativo:

- Autentico, che ha anch’esso i tratti SPEAKER, i quali devono trovare un corrispondente:

*Gianni sperava che Maria era andata a scuola.

Era andata contiene i tratti SPEAKER, ma sperava no.

*Gianni ha detto che Maria andasse a scuola.

Ha detto ha i tratti SPEAKER, ma andasse no.

- Imperfetto, che non contiene i tratti SPEAKER, e che quindi ha bisogno di un riferimento
temporale che faccia da mediazione.

Le lingue in cui non c’è DAR sono di due tipi:

- Non c’è morfologia verbale e quindi viene a mancare tutto questo apparato??
- C’è l’apparato, ma non DAR. In questo caso l’indicativo vale l’imperfetto, cioè media la
relazione con la locazione del parlante grazie all’evento della frase da cui dipende. Queste
lingue hanno un altro tipo di imperfetto per dar conto della differenza aspettuale.

L’inglese è una lingua a metà strada fra il cinese e l’italiano, perché ha morfologia verbale, ma è
molto poca. La DAR in inglese è stata studiata per la prima volta da linguisti americani. La frase che
venne proposta era la seguente:

BE John believed that Mary was pregnant.


AE John believed that Mary is pregnant.

Molti studiosi italiani si sono occupati dello stesso tipo di frase, scoprendo che BE e AE non
concordavano: per BE ci vuole per forza il passato, per AE il presente.
Abbiamo detto che l’inglese ha una morfologia verbale molto povera: comprende praticamente solo
la forma VØ e V–ed e la sua variante –en. Inoltre, la –s della terza persona non è un morfema
temporale ma è con molta probabilità una forma pronominale clitica (Roberts, 1995). Il fatto che
l’inglese abbia il morfema –ed basta a cambiare la sua consecutio rispetto ad una lingua come il
cinese. Tutte le funzioni e distinzioni che abbiamo visto finora sono praticamente collassate in
questo unico morfema.

Quali sono, quindi, le proprietà di –ed?


Chiaramente ha delle proprietà temporali: John left è l’equivalente di un indicativo passato, perché
è un’asserzione che sta bene in isolamento senza bisogno di indicazioni temporali ed è indessicale.
Nelle strutture subordinate c’è la stessa consecutio dell’italiano:

John said that Mary left. Left: passato rispetto al dire e a me che parlo.
John said that Mary will leave. Will leave: future rispetto al dire e a me che parlo.

John said that Mary would leave. Would leave: futuro rispetto al dire e indeterminato
rispetto a me

John said that Mary is leaving. Is leaving: simultaneo al dire e a me che parlo.

Cosa succede con il presente? Di nuovo, l’inglese è come l’italiano:

#Two years ago, John said that Mary is pregnant.

Nei contesti in cui noi usiamo l’imperfetto, l’inglese usa il passato:

John dreamt that Mary ate an apple.

EAT SAY U

*EAT DREAM/EAT U

Gli anglofoni hanno la stessa concettualizzazione del sogno che hanno gli italiani: l’evento del sogno
non corrisponde alla realtà ed è espresso nello stesso modo in cui viene espressa la subordinazione
del verbo dire.
Nel caso di John said that Mary ate an apple c’è ancoraggio temporale tramite CSPEAKER, mentre nel
caso del il sognare non ha senso parlare di ancoraggio, perché non stiamo collocando un evento.
Possiamo concludere che –ed è indessicale, quindi vale come indicativo, ma vale anche come
imperfetto. Quando diciamo Two years ago, John said that Mary was pregnant, was non vale come
passato ma come imperfetto. La forma è ambigua non fra indicative e congiuntivo ma fra indicativo
indessicale e imperfetto.

Cosa succede quando consideriamo dei contesti che non sono di comunicazione? I contesti di
credere variano nelle lingue romanze: alcune (italiano e portoghese) selezionano il congiuntivo,
altre selezionano l’indicativo. Nelle lingue che distinguono fra indicativo e congiuntivo, i verbi di dire
selezionano sempre l’indicativo, i verbi di desiderare e sperare selezionano il congiuntivo, mentre
quelli di dire sono a volte da una parte e a volte dall’altra. Questo non è particolarmente
sorprendente, perché se diciamo Credo che Maria sia partita di cosa stiamo parlando? Il congiuntivo
deve essere usato nei contesti di non comunicazione, quindi credere non è un verbo di
comunicazione. Tuttavia, non stiamo illustrando uno stato mentale: stiamo dicendo che Maria è
partita ma che in realtà non ne siamo sicuri, stiamo facendo un’asserzione qualificata del materiale
incassato. Con la terza persona, possiamo riferirci ad uno stato mentale oppure possiamo riferire
un atto comunicativo. Predicati come credere e pensare possono identificare stati mentali ma
possono anche esprimere una combinazione di stato mentale e comunicazione.

Cosa succede in inglese con il verbo believe?


*BE ✓AE John believed that Mary is pregnant. Questo paradigma ci dice che AE è come il rumeno
(presente sotto believe), mentre BE è come l’italiano.
Da una parte un passato non specificato e ambiguo fra
✓BE ✓AE John believed that Mary was pregnant.
indessicale/non indessicale, dall’altra presente e
futuro che in alcune varietà sono indessicali e in altre
*BE ✓AE John believed that Mary will be pregnant. no. Questo vuol dire che -ed vale sempre imperfetto,
mentre per presente e futuro dipende dalle varietà.
✓BE ✓AE John believed that Mary would be pregnant.

LEZIONE 15 – Le eccezioni dell’imperfetto

Abbiamo visto la tripartizione fra indicativo, imperfetto e congiuntivo.

INDICATIVO VS CONGIUNTIVO: l’indicativo è indessicale, mentre il congiuntivo assume la sua forma


morfologica non in base ad una relazione temporale con un evento, ma in base a criteri di accordo.
Quando il congiuntivo è passato, non c’è collocazione di un evento o di uno stato nel passato, ma
simultaneità col predicato della principale: è la consecutio latina. Per l’indicativo, passato, presente
e futuro si riferiscono ad un evento che si relaziona con l’evento della principale e con la collocazione
spazio-temporale del parlante.

PASSATO
E2 E1Dire U

FUTURO
E1Dire U E2

PRESENTE
E1Dire E2 U

Gli eventi sono processi: Gianni ha costruito una casa, Gianni ha mangiato una mela. Accanto agli
eventi ci sono gli stati: Gianni è alto, Gianni ama Maria, Gianni abita a Roma. L’insieme di stato ed
evento viene detto eventualità.
Il fatto che E2 debba sempre essere collocato rispetto a due punti (E1 e U) è detto Double Access
Reading, che non è universale. Le lingue che non hanno DAR non hanno la collocazione dell’evento
della subordinata rispetto a U. In che modo lo vediamo? Innanzitutto, Due anni fa, Gianni ha detto
che Maria è incinta va bene nelle lingue senza DAR. In secondo luogo, queste lingue non hanno
distinzione fra Gianni ha detto che Maria partirà e Gianni ha detto che Maria sarebbe partita, che
ha questa rappresentazione:

E1Dire E2 U E2

E2 è collocato non rispetto a U, ma rispetto al futuro di E1, che può essere sia nel passato che nel
presente di U. Questo tipo di futuro manca nelle lingue senza DAR perché non ne hanno bisogno.
Questa è la consecutio dell’indicativo dell’italiano, che è uguale a quella delle lingue senza DAR con
la differenza che in queste ultime manca la collocazione dell’evento della struttura incassata rispetto
ad U.
IMPERFETTO: è una forma di indicativo, perché ha la sua stessa distribuzione (va sotto ai verbi di
dire), non ammette la cancellazione del complementatore ed è assertivo. Rispetto alla consecutio
ha una distribuzione diversa dall’indicativo. Lo troviamo in frasi come Gianni ha detto che Maria era
incinta: è una forma di passato che esprime simultaneità con l’evento della principale. Che
consecutio assegniamo all’imperfetto se non possiamo applicare le regole dell’indicativo né quelle
del congiuntivo? Abbiamo considerato le proprietà dell’imperfetto, che può sì apparire in contesti
assertivi, ma non può apparire negli stessi contesti in cui può esserci una forma di passato normale.
Per poter interpretare temporalmente l’imperfetto c’è bisogno di una referenza temporale,
puntuale o generico. Come spieghiamo questa anomalia? Lo spieghiamo dicendo che l’imperfetto è
effettivamente una forma dell’indicativo, ma non è indessicale. La controprova è il fatto che si usa
l’imperfetto nei contesti di finzione, cioè contesti atemporali in cui l’evento è collocato rispetto ad
un punto fornito dalla finzione.
Questo ci aiuta a descrivere meglio lingue che sono simili all’italiano ma che non hanno DAR: in
queste lingue, le forme dell’indicativo sono sempre come l’imperfetto dell’italiano, cioè mancano di
riferimento indessicale intrinseco. In rumeno c’è l’imperfetto, ma inteso come forma aspettuale. Il
congiuntivo non è mai indessicale. Tutto questo va rappresentato in sintassi, perché la consecutio è
morfosintassi.
È stato proposto già negli anni Novanta che gli aspetti morfosintattici legati al verbo fossero una
catena fra V1, C e V2.

V1 -> C -> V2

C’è una catena fra questi elementi per cui il verbo della frase matrice seleziona e identifica le
proprietà del complementatore, e il complementatore seleziona e identifica le proprietà del verbo
incassato. Questo è il meccanismo che consente ad un verbo di selezionare, ad esempio, il
congiuntivo. In questo modo, oltretutto, la relazione è locale e mediata da C, come succede in tutte
le relazioni cicliche successive.
Questo meccanismo è responsabile della consecutio: C è il locus delle coordinate spazio-temporali
del parlante. Le coordinate possono esserci o non esserci: se ci sono avremo una consecutio
all’indicativo, altrimenti avremo una consecutio al congiuntivo. La consecutio all’indicativo può
essere realizzata con un verbo che a sua volta è indessicale, cioè che richiede le coordinate
indessicali, o con un verbo che è indicativo e compatibile con le coordinate, ma che non le ha al suo
interno (imperfetto).

La catena dell’imperfetto è: VU Riferimento temporale V. Gianni mangiava un panino non è passato


rispetto al parlante: è compatibile con l’indessicalità, ma non ha questi tratti al suo interno, tant’è
vero che per essere collocato ha bisogno di un riferimento temporale.

La catena del congiuntivo e: U V. Il verbo non richiede una subordinata con proprietà indessicali, e
quindi nella subordinata non ci sarà un verbo con proprietà indessicali. In Gianni sperava che Maria
vincesse la gara, sperare non seleziona un contesto indessicale, quindi deve selezionare una forma
che non abbia proprietà indessicali.

Ci sono varietà dell’italiano in cui si può avere un imperfetto subordinato in contesti in cui l’italiano
standard richiede un congiuntivo. Il Nord Est è più legato al congiuntivo.

Gianni desiderava che Maria vincesse la gara.


*Gianni desiderava che Maria ha vinto la gara. Agrammaticale in tutta Italia

?Gianni desiderava che Maria vinceva la gara. Accettata in Italia centrale

Gianni credeva che Maria che Maria abitasse a Parigi.

*/?*Gianni credeva che Maria ha abitato a Parigi.

??Gianni credeva che Maria abitava a Parigi.

Soprattutto se c’è una prima persona il giudizio è un po’ sporco. I veri giudizi vanno dati con soggetti
di terza persona, perché la prima persona che si identifica con lo speaker può cambiare la
distribuzione dell’indessicalità, perché è indessicale indipendentemente dalla forma usiamo.
In italiano standard, la distribuzione del congiuntivo e dell’indicativo è dovuta alla classificazione dei
verbi matrice come verbi di comunicazione. Ci sono però quattro tipi di verbi che prendono
complementi frasali: verbi di comunicazione veri e propri (dire), verbi che identificano stati
psicologici (sperare, desiderare), verbi che selezionano complementi fattivi (dispiacere,
rimpiangere) e verbi di credere. I verbi di credere vengono classificati in italiano standard come verbi
che esprimono stati psicologici, ma è anche comune utilizzare credere come forma epistemica di
dire: Gianni crede che Maria sia partita può voler dire o che Gianni ha una credenza o che gli stiamo
attribuendo un’attività di comunicazione (l’ha detto ma ha fatto intendere che non è sicuro). Questo
ci dà una chiave per capire meglio il fatto che fra le lingue romanze alcune selezionano il congiuntivo
sotto credere perché danno maggiore rilevanza alla natura di stato mentale di una credenza, mentre
altre selezionano l’indicativo perché danno maggiore rilevanza all’aspetto comunicativo.
Credere è un verbo che non è completamente alieno ad una consecutio indicativa: possiamo forzare
questa consecutio se interpretiamo il credere come atto comunicativo. Credere è compatibile con
un complementatore indessicale.
Nella scelta credere/desiderare + indicativo vero e proprio/imperfetto, l’imperfetto risulta la scelta
più adatta, perché credere può essere assimilato ai verbi di comunicazione e può avere la sintassi
delle strutture subordinate di dire, che non risultano perfette ma che non vanno neanche troppo
male. Questa è un’interpretazione che possiamo forzare con credere ma non con desiderare.
La scelta fra indicativo vero e proprio e imperfetto è dettata dal fatto che l’indicativo vero e proprio
è indessicale, mentre l’imperfetto non lo è: in questi contesti l’imperfetto si colloca meglio.

Gianni credeva che Maria è partita.

Gianni credeva che Maria era partita.

Questo completa la consecutio dell’italiano, che abbiamo confrontato con quella dell’inglese.
Abbiamo messo in evidenza come in una forma di credere in BE è impossibile avere DAR: *John
believed that Mary is pregnant. Per i parlanti americani invece va meglio.
L’analisi è che la differenza fra BE e AE può essere spiegata attribuendo alla forma del passato dei
valori simili a quelli dell’imperfetto, ovvero il passato inglese può avere dei valori che sono
compatibili con la presenza delle coordinate spazio-temporali del parlante ma anche con contesti
atemporali. Infatti, la forma che si usa nei contesti di finzione e di subordinazione al sognare è il
passato: John dreamt that Mary ate an apple. Quando c’è DAR, le forme verbali valgono come un
imperfetto. AE ha DAR sotto believe con lettura indessicale, BE no.
Concludendo, abbiamo una periferia sinistra complessa in cui abbiamo un complementatore alto
seguito da Top FOC e Top e un altro complementatore basso. C’è anche un complementatore se.
Abbiamo visto che il termine FORCE può non essere completamente adeguato per i significati che
evoca, quindi la Giorgi lo chiama SPEAKER.
Presumibilmente, CSPEAKER ha sempre le coordinate, mentre il complementatore più basso, quello
del congiuntivo, non le ha. Se c’è CSPEAKER non possiamo eliminarlo perché contiene le coordinate
del parlante.

V1 CFORCE/SPEAKER CCONG Top FOC Top V2

RIASSUMENDO IL CORSO
Esiste una periferia complessa a sinistra, in cui sono presenti elementi che hanno a che fare con il
discorso e che sono interpretabili in virtù del contesto. La periferia sinistra è detta così perché è a
sinistra del soggetto.
Ci sono varie posizioni di complementatori, che si differenziano per contenuto (se, che, di) e per le
proprietà di consecutio che instanziano, perché la consecutio è un rapporto fra il verbo della frase
principale, il complementatore e il verbo della frase subordinata. La natura del complementatore
obbliga a certe scelte morfosintattiche (cioè esiste una morfologia dell’indicativo, del congiuntivo e
dell’imperfetto) e ha alcune scelte di carattere interpretativo (c’è o non c’è DAR).
Partendo dai lavori di Rizzi abbiamo visto gli aspetti teorici legati alla sintassi cartografica, in
particolare abbiamo visto il Linear Correspondance Axion: i dati ci dicono che la periferia è a sinistra
e non a destra.

Il futuro nel passato è importante perché nelle lingue senza DAR questa forma molto spesso non
c’è: Gianni ha detto che Maria partirà può voler dire che Maria partirà domani o che è già partita.
Questo è dovuto al fatto che l’indicativo è indessicale.
In italiano, quando vogliamo esprimere un futuro che non è indessicale, dobbiamo usare un’altra
forma, che è una forma complessa. Abbiamo cercato di spiegare perché usiamo un condizionale
composto. Il condizionale si usa di solito nei contesti ipotetici: Se potessi andrei in vacanza. In
assenza di frasi ipotetiche, queste forme non sono felici: Avrei vinto la gara non è una frase ben
formata se usata in isolamento.
Ci possono essere dei contesti in cui la condizione che mi consente di usare un condizionale viene
recuperata dal contesto: Avrebbe vinto (se si fosse allenato). Sono però contesti molto specifici. La
if clause indica una modalità, cioè la collocazione di un evento in un mondo possibile, non in un
mondo reale. Se diciamo Gianni deve studiare di più, capiamo che Gianni non sta studiando
abbastanza, che nel mondo reale c’è uno studiare di Gianni ma che non corrisponde ad uno standard
che stiamo definendo. Dicendo deve, stiamo dicendo che è indispensabile che il mondo reale si
adegui ad un mondo non reale a cui si può arrivare perseguendo un certo obiettivo. Questi si
chiamano contesti deontici. I modali introducono dei mondi possibili che sono diversi da quello reale
a seconda del tipo di modalità che stiamo usando.