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“Self Empowerment – Problem solving”

Episodio numero 9: Problem solving strategico

Testo dell’episodio “Problem solving strategico”

Introduzione
Benvenuti al podcast “Self Empowerment – Problem solving”.

Episodio numero 9: “Problem solving strategico”.

Contenuto
A. : Buongiorno a tutti, eccoci di nuovo pronti a risolvere i vostri… anzi, mi correggo, eccoci
pronti a darvi gli strumenti per risolvere i vostri problemi! Come sempre, il nostro Diego qui
dallo studio…

D. : E il nostro professor G. in diretta telefonica.

A. : Questa volta no, Diego…

D. : Mi vorrai far sapere che non c’è?

A. : No Diego… il prof oggi passava dalle nostre parti e ha deciso di raggiungerci in studio! Non
sei contento?

D. : Diciamo che cercherò di trovare una soluzione al mio turbamento.

A. : Auguri… ma visto che non interessa a nessuno vogliamo introdurre la puntata di oggi? Mi
pare che il tema sia: il problem solving strategico.

D. : Bene. Prendiamo in considerazione un nostro problema (non importa di quale natura esso
sia, poiché un modello di problem solving deve essere applicabile a qualunque tipologia di
ostacolo da superare) e definiamo nella maniera più concreta e descrittiva i termini. Che
significa, in altre parole, investire un tempo adeguato nell’analisi di che cosa è effettivamente il
problema, chi ne è coinvolto, dove esso si verifica, quando appare, come funziona. Definire
concretamente il problema e le sue caratteristiche è infatti il primo passo verso la soluzione.
Ciò significa descrivere nella maniera più empirica i termini della situazione problematica, sino
a giungere ad averne un’immagine concreta.

A. : Oh, ecco il prof finalmente…

G. : Salve a tutti. Sì, come diceva Diego, aggiungerei che, se si lavora in team, è importante
giungere ad un accordo congiunto sulla definizione del problema e delle sue caratteristiche. Se
si lavora individualmente, è fondamentale cercare di vedere il problema da tutte le prospettive
che si riescono ad immaginare prima di giungere a definirlo. Oltre a questo, è particolarmente
utile immaginare come potrebbero percepire e valutare diversamente da noi altre persone che
conosciamo bene. Questo ci può evitare di rimanere vittime dei nostri preconcetti e dei nostri
limiti percettivi. Altrimenti, se si ha troppa fretta, il rischio è quello ben rappresentato dalla nota
storiella dell’ubriaco.

A. : Un uomo ubriaco, una sera, aveva perso la chiave di casa e la stava cercando sotto un
lampione, senza trovarla. Continuò a insistere senza successo quando un passante gentile si
fermò ad aiutarlo e chiese: “Sei sicuro di averla persa proprio qua?”. “No” rispose lui, “ma di là
è troppo buio per cercarla”.

G. : Molto spesso infatti, gli esseri umani, anche i più intelligenti, cercando di superare le loro
difficoltà saltano questa fase poiché la ritengono ovvia. Ma così non è in quanto chi cerca la
soluzione senza avere chiari i termini del problema, di solito interpreta la situazione in base ai
suoi preconcetti, alle sue convinzioni, e sarà quindi indotto ad agire sotto la loro influenza. Di
conseguenza, la sua strategia sarà funzionale alle sue idee piuttosto che al problema.

A. : E definire il problema ci inchioda a un procedimento rigoroso, che ci salva dalla nostra


nefasta influenza delle nostre idee pregresse e dalle nostre interpretazioni, giusto?

D. : Tutti noi abbiamo la tendenza a voler vedere nella realtà ciò che conferma le nostre
sensazioni e idee: è il principio fondamentale dell’autoinganno, fenomeno per il quale
l’individuo tende ad avvicinare la realtà ai propri desideri e alle proprie convinzioni, piuttosto
che analizzarla in modo distaccato.

G. : Per questo motivo, come Ulisse si legò all’albero maestro della sua nave per non essere
inevitabilmente attratto dal richiamo delle sirene, noi dobbiamo far sì che la nostra mente sia costretta a
non deragliare da un percorso rigoroso, che come vedremo ci permette di non cadere vittime dei nostri
autoinganni e dei nostri pregiudizi ideologici e al tempo stesso di orientare la nostra mente verso domini
alternativi, dove la nostra propensione possa essere utilizzata in modo costruttivo.

D. : I nostri ascoltatori devono capire quanto sia importante spendere tutto il tempo necessario
nella prima, apparentemente preliminare, fase di problem solving strategico. Come diceva
Napoleone: “Siccome ho molta fretta vado molto piano”. Lo studioso di problem solving e
creatività, Genrich Altschuller, che ha analizzato i brevetti depositati nel corso di oltre
cinquant’anni di scoperte tecnologiche, nell'intento di svelare il processo creativo che conduce
all'invenzione di alternative a problemi irrisolti, indica il “ridefinire ripetutamente le
caratteristiche del problema” come la prima chiave per giungere alla scoperta. Analizzare un
problema cercando di guardarlo da più prospettive, infatti, può indurre alla scoperta di aspetti
sino ad allora non considerati e aprire così lo scenario a nuove ipotesi di soluzione. Del resto
già William James sosteneva che “il genio altro non è che guardare la realtà da prospettive non
ordinarie”.

G. : Si prenda ad esempio il caso del celebre matematico Carl Friedrich Gauss. Questi aveva
dato prova del suo genio alle scuole elementari. Si racconta infatti che il suo maestro per
tenere buoni i ragazzi assegnò loro il seguente compito: “sommate uno a uno i numeri tra 1 e
100 e portatemi subito il risultato finale”. Un compito decisamente laborioso per ogni persona
normale, ma non di certo per il giovane Gauss il quale, utilizzando intuitivamente quello che in
matematica si chiama algoritmo, dopo meno di un minuto portò al maestro la soluzione ovvero
5050. Quando il maestro gli chiese come avesse fatto, Gauss gli spiegò semplicemente che 1
più 100 fa 101 e che 2 più 99 fa 101, 3 più 98 faceva 101, pertanto egli ne aveva dedotto che
50 per 101 faceva 5050.

D. : Mi faccia aggiungere una cosa professore: spendere più tempo all’inizio fa guadagnare
tempo ed energie in un secondo momento. Come indica l’arte dello stratagemma: “Partire
dopo per arrivare prima”.

G. : Certo Diego, osservazione importante… benché sia partita da te.

A. : Ma a questo punto cerchiamo di capire quali sono i successivi step per risolvere un
problema… ve lo dico sinceramente, mi sto veramente appassionando.

D. : Beh, una volta definito il problema si cerchi di descrivere quali sarebbero i cambiamenti
concreti che, una volta realizzati, farebbero affermare che esso è stato risolto. Ovvero, definire
l’obiettivo da raggiungere. Questo è il secondo passo di un processo di problem solving
strategico. Ancora una volta, chiarire cosa effettivamente rappresenti il cambiamento risolutivo
rispetto al problema presentato può apparire un passo ovvio su cui non vale la pena spendere
troppo tempo.

G. : E invece questa fase svolge alcuni ruoli fondamentali all’interno del problem solving
strategico. In primo luogo, concordare quale sarebbe la realtà concreta che farebbe ritenere
l’obiettivo raggiunto permette di puntualizzare in maniera inequivocabile quale deve essere il
focus dell’intervento, tenendo sotto controllo le possibili evoluzioni fuorvianti del processo di
cambiamento. Anche in questo caso infatti, gli autoinganni interpretativi e ideologici vengono
azzerati dalla concretezza dell’obiettivo concordato, il quale viene chiarito nei suoi aspetti più
reali. L’esempio più illuminante a riguardo ci viene da una delle più famosi cattedrali della
tecnologia: la Nasa. In seguito alla costruzione dei due primi Space Shuttle, i tecnici del famoso
centro aerospaziale si trovarono di fronte all’esigenza di proteggere tali meraviglie
dell’ingegneria dalle possibili intemperie climatiche.
D. : Sulla base di queste esigenze progettarono e costruirono un hangar enorme, che potesse
accogliere anche i successivi shuttle costruiti, giusto professore?

G. : Purtroppo i tecnici, fuorviati dai bisogni immediati non considerarono un effetto


paradossale della loro strategia: dentro ad un hangar così grande si veniva a riprodurre un
ecosistema simile, se non peggiore, di quello esterno con scariche elettriche come fulmini e
temporali. Anche i progettisti migliori avevano sottovalutato l’importanza del chiarire le
caratteristiche dell’obiettivo da raggiungere, prima di mettere in atto la strategia per risolvere
un problema.

D. : Quando si lavora con più persone, inoltre, il concordare l’obiettivo da raggiungere svolge
anche il ruolo del teaming, ovvero il creare un gruppo allineato allo scopo di raggiungere
condizioni primarie per far funzionare bene un gruppo di persone all’interno di un progetto. Se
si lavora con una singola persona concordare attraverso il dialogo gli obiettivi ed i cambiamenti
necessari a realizzarli ha anche l’effetto di sviluppare un forte spirito di collaborazione e di
coesione rispetto allo scopo desiderato. Questo è un primo, importante passo per ridurre le
eventuali resistenze al cambiamento che il soggetto potrebbe mettere in atto consciamente ed
inconsciamente se si sentisse diretto e non partecipe o compartecipe alla costruzione della
soluzione dei problemi.

A. : L’accordo sugli obiettivi da raggiungere non può dunque più apparire una cosa ovvia su cui
non perdere tempo.

D. : Non dobbiamo mai dimenticare che le evidenze vanno dimostrate e l’ovvio spesso si
nasconde.

G. : Come ci ribadisce Leonardo, infatti: “Nulla ci inganna di più dei nostri giudizi”.

A. : Allora il mio giudizio di “noioso” nei confronti di Diego, mi porta solo ad un inganno?

D. : Eh, già, cara Arianna, mi dispiace per te, ma è proprio così!

Conclusione

Nel prossimo episodio il prof G., Diego ed Arianna risponderanno alle domande