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Il

libro

Q
UA N D O , NEL GIUGNO 2013, E D WA R D S N O W D E N
rivelò che la National security agency aveva intercettato
milioni di persone, compresi diversi capi di Stato e di
governo, si scoprì che non erano sfuggiti allo spionaggio
neppure Jorge Mario Bergoglio e i cardinali che avevano eletto il
nuovo Pontefice. Niente di nuovo per le organizzazioni di
intelligence statunitensi, che hanno sempre considerato il Vaticano,
con la sua fittissima rete di relazioni diplomatiche, una delle
principali e più attendibili fonti di informazione su quanto accade
nel mondo, oltre che uno Stato il cui peso politico negli affari
interni degli altri Paesi è inversamente proporzionale alle sue
dimensioni. In questo libro, Eric Frattini mostra come le agenzie
americane, e la CIA in particolare, hanno registrato, studiato,
riferito e commentato le mosse e le dichiarazioni di papa Francesco,
Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. Analizzando una quantità
impressionante di documenti – telegrammi, lettere, file classificati
come «riservato», «segreto» o «privato» –, ripercorre a ritroso oltre
trentacinque anni di politica della Santa Sede, evidenziando i
momenti e gli snodi ai quali gli Stati Uniti hanno dedicato maggiore
attenzione: la campagna di calunnie contro Bergoglio messa in atto
dai Kirchner in Argentina; gli abusi sessuali nella Chiesa irlandese;
la posizione sugli OGM, sull’offensiva internazionale contro l’Iran
per la minaccia nucleare e sull’invasione dell’Iraq; l’embargo di
Cuba; l’«amicizia» fra Wojtyla e Gorbaciov; l’atteggiamento nei
confronti delle dittature sudamericane; l’attentato a Giovanni Paolo
II; l’affermazione di Solidarnosc o in Polonia. Un ricco, dettagliato
reportage sul lavoro di agenti e analisti della CIA che conferma
come il piccolo Stato dominato dalla cupola di San Pietro sia, anche
per i servizi segreti, uno dei luoghi più intriganti e densi di misteri
del pianeta.
L’autore

Eric Frattini (Lima, 1963) è giornalista e scrittore.


Corrispondente dal Medio Oriente e analista
politico, ha anche diretto numerosi documentari
per le principali emittenti televisive spagnole, con
le quali collabora come esperto di politica estera.
Notissimo per la sua abilità investigativa, ha tenuto
conferenze e corsi sul terrorismo islamico a forze
di polizia e agenzie di sicurezza e spionaggio in
Spagna, Gran Bretagna, Portogallo, Romania e
Stati Uniti. È autore di una ventina di saggi tradotti in tutto il
mondo e di quattro romanzi. In italiano ricordiamo: I corvi del
Vaticano (Sperling & Kupfer 2013, insignito del Premio
Nazionale Ricerca nel Mistero), nel quale prediceva le dimissioni
di Benedetto XVI; Italia, sorvegliata speciale (2013), Le spie del
papa (2009) e L’entità (2008). Nel 2013 ha ricevuto il Premio
Strillaerischia come miglior inviato speciale per il suo lavoro in
Afghanistan.
www.ericfrattini.com
@ericfrattini
ERIC FRATTINI

LA CIA IN VATICANO

Traduzione di Sara Cavarero, Pierpaolo Marchetti, Marilisa Santarone


A mio figlio Hugo,
perché non accetti mai di vivere in una società come la nostra,
in cui i servizi segreti sono riusciti a fare in modo che i cittadini
amino la schiavitù convinti, così facendo, di difendere la libertà.
È necessario lottare contro questo stato di cose...
Introduzione
«Vaticanus caput mundi»

NEI corridoi della Santa Sede circola una storia secondo cui la
diplomazia vaticana nacque a Gerusalemme, la notte in cui una
prostituta indicò Pietro e gli disse: «Tu sei un seguace del Nazareno?»
e lui rispose: «A che cosa si riferisce?» Sarebbe stata questa ambiguità
l’aspetto distintivo che avrebbe caratterizzato, nei secoli a venire, i
rapporti diplomatici e politici del Vaticano con gli altri Stati.
La morte di Giovanni Paolo II, l’elezione di Benedetto XVI, la sua
rinuncia e la scelta di Francesco come nuovo Sommo Pontefice hanno
spinto milioni di persone a interessarsi alla storia del papato e, di
conseguenza, al Vaticano. Ciò che appare chiaro nei tempi moderni è
che la personalità e le scelte del Papa hanno un effetto cruciale sulla
capacità della Santa Sede di convincere i credenti a contribuire
generosamente non solo a mantenere la sua struttura, ma anche a
sostenerne le iniziative.
Questo libro illustra lo sviluppo politico di una nazione – il
Vaticano – ma anche di un’istituzione – il papato – che fino al 1870
era solo un piccolo Stato territoriale che si limitava a esercitare la
propria autorità spirituale su milioni di cattolici al di fuori dei confini
italiani, e che nel secolo successivo preferì privarsi degli ultimi,
arrugginiti «poteri temporali» per diventare un Paese di soli
quarantaquattro ettari, con una popolazione di meno di un migliaio di
cittadini, ma dotato di un’influenza diplomatica sempre più ampia a
livello mondiale. Da decenni il Vaticano e tutto ciò che riguarda il
mondo dei Papi suscitano un forte interesse nei credenti e nei non
credenti, e sono diventati oggetto di costante attenzione, nonché di
congetture, da parte dei mezzi di comunicazione, perché, come mi
disse una volta un esperto vaticanista, «per il Vaticano, tutto quello
che non è sacro è segreto», e in parte aveva ragione.
Dagli inizi del pontificato di Pio IX, l’istituzione pontificia conobbe
un processo di sviluppo che si può definire come «la nascita del
papato moderno», che raggiunse il suo apice nel 1939 con l’ascesa di
Pio XII alla cattedra di Pietro. Senza ricorrere al dogma
dell’Assunzione della Santissima Vergine, come Pio XII (1939-1958), o
al potere temporale universale, come Innocenzo III (1198-1216) o
Bonifacio VIII (1294-1303) per mezzo della bolla Unam sanctam
(1302), i Pontefici degli ultimi settantacinque anni – a esclusione di
Giovanni Paolo I, per la brevità del suo mandato – sono riusciti a
imporre la propria autorità morale e spirituale, ma anche politica, in
moltissimi conflitti politici e diplomatici. I Papi hanno retto con mano
ferma la Chiesa cattolica e consigliato a credenti e religiosi di ogni
angolo del pianeta che cosa pensare e come agire, influendo anche sul
pensiero e sulle azioni di imperatori, re e leader politici, fin da quando,
tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo – durante il pontificato di
Alessandro VI (1492-1503) – furono istituite la nunziatura nella
Spagna cattolica di Isabella e Ferdinando d’Aragona, affidata a
Francisco de Prats nel 1492, e quella nella Repubblica di Venezia,
assegnata ad Angelo Leonini nel 1500.
La rivoluzione francese costituì un violento richiamo all’ordine
politico per il Papa, con l’approvazione della Costituzione civile del
clero, che «statalizzò» la Chiesa, fino a quel momento sotto il controllo
di Roma, e portò alla secolarizzazione della nuova Repubblica
francese. I Pontefici successivi, soprattutto Gregorio XVI e Pio IX,
decisero di muovere battaglia, a colpi di bolle ed encicliche, alle
dottrine politiche che continuavano a nascere. Concetti come libertà
di stampa, di coscienza e, molto più importante, libertà religiosa erano
anatemi per il papato. Il concordato firmato con Napoleone nel 1804,
pur non essendo del tutto soddisfacente per la Santa Sede, di certo
pose le basi del futuro interventismo politico nei Paesi stranieri, dato
che il trattato fra Roma e Parigi permetteva al Pontefice di agire nelle
«questioni relative alle chiese locali». Napoleone scoperchiò il vaso di
Pandora, per quanto riguarda i quindici Papi successivi.
L’autorizzazione concessa al Santo Padre di nominare e deporre
vescovi costituì il primo passo verso l’interventismo estero vaticano.
Un esempio famoso di questo atteggiamento è il sostegno della
Santa Sede al cosiddetto «ultramontanismo», un movimento cattolico
francese che si prefiggeva non solo l’instaurazione della monarchia ma
anche la rinascita cattolica, e avrebbe obbedito ciecamente al leader
spirituale di Roma. La dottrina si diffuse in tutta Europa, soprattutto
in Prussia e nel Nord Italia, e si rafforzò nel 1814 con il ritorno di Pio
VII (1800-1823) a Roma. Il papato e il Vaticano godevano di un
nuovo prestigio politico internazionale. Leone XII (1823-1829) e
Gregorio XVI (1831-1846) cercarono di estendere la propria influenza
politica in Europa e in America, e questa linea espansionistica fu
portata avanti da Pio IX (1846-1878), Leone XIII (1878-1903),
Benedetto XV (1914-1922) e Pio XI (1922-1939) in Africa, Asia e
Oceania. Pio IX, per esempio, creò un’organizzazione potente ed
efficiente in cinque continenti, fondando ben duecentosei vicariati
apostolici e vescovati, mentre Leone XIII ne istituì altri trecento.
Grazie a questi interventi, la popolazione cattolica nel mondo
aumentò in misura considerevole, incrementando di riflesso il potere
politico della Santa Sede nei Paesi che avevano conosciuto questa
crescita.
Lo storico Filippo Mazzonis scrisse, a ragione: «Non sarebbe
esagerato affermare che la Chiesa del Novecento, come la conosciamo,
assistette a un attecchimento saldo delle sue radici, nonché alla nascita
delle sue due strutture istituzionali caratteristiche, nel difficile periodo
compreso tra il 1850 e il 1870, quando ebbe inizio l’era
contemporanea della sua storia». A partire dal 1870, i Pontefici si
occuparono sempre più di indicare alle gerarchie ecclesiastiche
all’estero le norme e i regolamenti relativi non solo alle questioni
religiose ma anche a tematiche politiche, sociali ed economiche. Con
l’arrivo del Novecento, sorsero altre ideologie che subirono la
condanna dei Papi romani, come il nazionalismo, l’industrialismo, il
liberalismo, la democrazia, il repubblicanesimo, il socialismo, il
nazionalsocialismo, l’anarchismo, il secolarismo e, naturalmente, il
comunismo e il capitalismo. Tutto era passibile di censura, e quindi di
persecuzione, da parte del Sommo Pontefice. Con l’arrivo di
Benedetto XV, nel pieno della prima guerra mondiale, la Santa Sede
scoprì però che la politica e la diplomazia erano necessarie per
sopravvivere. E non solo in tempi sanguinari come quelli, ma anche
nei decenni seguenti.
Due organizzazioni costituirono l’avamposto politico della Santa
Sede: la segreteria di Stato e i Collegi. Nel 1487, Innocenzo VIII (1484-
1492) fondò uno degli organi politici e diplomatici più potenti della
Santa Sede: la segreteria di Stato. La sua nascita risale esattamente al
31 dicembre, giorno in cui fu istituita la Segreteria apostolica, nella
quale compariva il cosiddetto secretarius domesticus, che ricopriva una
posizione preminente su tutti gli altri dicasteri e dipartimenti
pontifici. Leone X (1513-1521) creò la figura del secretarius intimus,
che fu poi consolidata con il Concilio di Trento. Innocenzo X (1644-
1655) procedette a un’unificazione degli organi, aumentando di fatto il
potere della segreteria di Stato. Paolo VI (1963-1978) la riformò in
osservanza degli accordi presi durante il Concilio Vaticano II, ma la
segreteria di Stato assunse la sua forma attuale il 28 giugno 1988, per
mezzo della costituzione apostolica Pastor bonus promulgata da
Giovanni Paolo II (1978-2005), che la suddivise in due sezioni: una
per gli Affari generali e una per i Rapporti con gli Stati. Quest’ultima
era incaricata di diffondere l’ideologia politica pontificia nelle altre
nazioni.
La seconda organizzazione utilizzata dal Vaticano come strumento
politico furono i Collegi. Questi cominciarono a preparare gli
esponenti del clero all’estero che avrebbero guidato le comunità
religiose nei loro luoghi di provenienza, tutti Paesi che costituivano
obiettivi politici della Santa Sede. Attraverso i nuovi vescovi, i Papi
stimolarono un interventismo più attivo nella politica di Canada, Stati
Uniti, Australia, Nuova Zelanda e, soprattutto, Cina. L’idea era quella
di «formare» politicamente i religiosi a Roma per poi rimandarli nei
loro rispettivi Paesi e farli salire nella gerarchia ecclesiastica affinché
potessero influire sul sistema politico. Il Vaticano divenne così non
solo un polo spirituale e religioso ma anche un importante centro
politico, dotato di una notevole influenza.
La sua attività si intensificò con la designazione di rappresentanti
pontifici in decine di Stati, che potevano essere o nunzi (ambasciatori)
o delegati apostolici, cioè privi di funzioni diplomatiche ufficiali ma
incaricati di agire in veste di rappresentanti del papa. In molti Paesi
questi funzionari non erano ben visti, nemmeno dalla gerarchia
ecclesiastica locale. I vescovi consideravano la presenza dei delegati di
Roma una chiara ingerenza nelle questioni nazionali, soprattutto là
dove il clero difendeva il proprio diritto a negoziare gli accordi con i
governi ostili senza interferenze da parte della Santa Sede.
L’allacciamento di relazioni diplomatiche fu per i primi Pontefici
del Novecento più di un dovere: fu una necessità, nel quadro di una
più ampia strategia volta ad assicurare il nuovo status internazionale
del Vaticano in seguito alla perdita di territori subita nel 1870, con la
fine degli Stati Pontifici. Anche i cosiddetti «inviati speciali» furono
una figura utilizzata spesso da Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo
VI, e in maniera quasi costante da Giovanni Paolo II.
Nel 1978, la Santa Sede intratteneva rapporti diplomatici con 84
nazioni; oggi, nel 2014, il numero è salito a 176 (inoltre, il Vaticano ha
relazioni diplomatiche informali con l’Unione Europea, la
Federazione Russa, il Sovrano militare ordine di Malta e
l’Organizzazione per la liberazione della Palestina). Sono solo sedici gli
Stati sovrani che non hanno contatti diplomatici con la Santa Sede. Di
questi, otto sono musulmani (Afghanistan, Arabia Saudita, Brunei,
Comore, Maldive, Mauritania, Oman e Somalia), quattro sono
comunisti (Cina, Corea del Nord, Laos e Vietnam) e i restanti quattro
sono Bhutan, Botswana, Birmania e Tuvalu.
I Pontefici di cui si tratta nei due volumi di questo progetto –
Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco nel libro che avete tra le
mani, e Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI nel volume di prossima
pubblicazione – erano convinti che, in veste di capi supremi della
Chiesa, avrebbero potuto contare sulla protezione divina non solo
dagli errori spirituali ma anche da quelli politici e diplomatici. Che
avrebbero insomma goduto di quell’«infallibilità» derivante da una
lunga tradizione in seno alla Chiesa cattolica, che affondava le sue
radici nell’ostinazione della Santa Sede a guidare la teologia cristiana
ma anche la politica dei Paesi con un alto numero di fedeli cattolici,
che costituiscono un importante bacino politico ed elettorale. «Se vuoi
il voto o l’appoggio cattolico nel tuo Paese, prima dovrai avvicinarti a
Roma», era solito dire il segretario di Stato di Giovanni XXIII, il
cardinale Domenico Tardini. E, senza dubbio, aveva ragione. Sia
dittatori (Ante Pavelić, Francisco Franco, Leónidas Trujillo, Anastasio
Somoza, Augusto Pinochet, Jorge Videla e Alfredo Stroessner), sia
uomini politici dell’Europa dell’Est (Lech Wałęsa e Václav Havel) che
perseguivano la «democrazia» dovettero passare dal Vaticano e
baciare l’anello piscatorio, prima di ricevere il sostegno cattolico alle
loro politiche. «Tutte le strade portano a Roma», dice l’adagio, e
analizzando gli avvenimenti politici e diplomatici degli ultimi sei
papati, è sempre più chiaro che dal 1939 tutte le strade... portano al
Vaticano.
Questo potere di portata mondiale ha spinto la CIA a trasformare
la Santa Sede, i Pontefici, i cardinali, i vescovi e gli altri funzionari
ecclesiastici in «obiettivi» suscettibili di essere controllati e spiati,
perché, come disse il famoso cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal,
«il luogo del pianeta meglio informato è senza dubbio il Vaticano», e
la Central intelligence agency lo sa fin dalla sua fondazione, avvenuta
nel 1947.
Già prima di quella data, le organizzazioni di intelligence
statunitense, come l’Office of strategic services (Ufficio servizi
strategici, OSS) – poi Central intelligence group (Gruppo centrale di
intelligence, CIG) –, la CIA e la National security agency (Agenzia per
la sicurezza nazionale, NSA), erano consapevoli che il Vaticano e la
sua segreteria di Stato costituivano una delle principali e più
attendibili fonti di informazione su quanto accadeva in un mondo in
continua evoluzione. Infatti, i rapporti tra i vari direttori
dell’intelligence centrale – da Roscoe H. Hillenkoetter (1947-1950) a
Porter J. Goss (2004-2006) – e i Pontefici sono sempre stati abbastanza
buoni, come quelli tra Washington e Roma, e prova ne sono gli oltre
trecento documenti segreti che ho potuto consultare, sui quali si basa
quest’opera.
Questo libro è un’ampia opera divulgativa in cui si raccontano gli
aspetti più rilevanti della politica della Santa Sede analizzati dalla
Central intelligence agency degli Stati Uniti. Per scriverla, ho letto per
mesi telegrammi, messaggi e file – classificati come «ufficiale»,
«privato», «riservato», «confidenziale», «segreto» e «alto segreto» –
dell’OSS, dei Counter intelligence corps (CIC), delle Forze alleate in
Europa, della Defense intelligence agency (DIA) e dei dipartimenti di
Stato, della Difesa, del Tesoro, nonché della CIA, in cui si rivelano per
la prima volta questioni scomode per il Vaticano, fino a oggi tenute
nascoste. Le pagine che leggerete dimostrano chiaramente l’intervento
politico della Santa Sede negli affari interni di ventotto Paesi, tra cui
Argentina, Irlanda, Iran, Cuba, Vietnam, Stati Uniti, Italia, Iraq,
Israele, Palestina, Honduras, Messico, Ruanda, Kurdistan, Guatemala,
El Salvador, Cile, Unione Sovietica, Libano, Brasile, Polonia, Spagna,
Cina, Colombia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Repubblica Dominicana
e Ungheria. I due volumi che compongono l’opera coprono un arco
temporale che va dal 12 maggio 1944 al giugno 2013, dal pontificato di
Pio XII all’inizio del papato di Francesco.
I numerosi documenti sul Vaticano redatti dalle agenzie di
intelligence che qui riporto e analizzo hanno per tema – fra l’altro – lo
spionaggio della NSA al conclave del 2013, la campagna elettorale dei
Kirchner in Argentina, gli abusi sessuali in Irlanda, lo sviluppo del
nucleare iraniano, il presidente venezuelano Hugo Chávez, le
coltivazioni e gli alimenti transgenici, il presidente degli Stati Uniti
Barack Obama, la maldestra strategia comunicativa della Santa Sede,
Al Qaeda, la mafia, il dialogo interreligioso, il mondo musulmano,
l’invasione dell’Iraq, il conflitto arabo-israeliano, l’Opus Dei, la rivolta
zapatista, il genocidio nel Ruanda, la politica centroamericana e
l’appoggio ai governi militari e ai gruppi di estrema destra, la guerra
del Golfo, Mikhail Gorbaciov e la perestrojka, le dittature in
Argentina, Cile, Repubblica Dominicana e Brasile, gli ostaggi libanesi,
la Teologia della liberazione, l’attentato a Giovanni Paolo II,
l’assassinio di monsignor Romero e quello dei gesuiti nel Salvador, la
Democrazia cristiana, le finanze vaticane, la Ostpolitik, il Partito
comunista italiano, il concordato con Franco, il colpo di Stato contro
Salvator Allende, la Cina, il referendum sul divorzio in Italia, la guerra
del Vietnam, il tentato omicidio di Paolo VI, il comunismo e la Chiesa
perseguitata nell’Europa dell’Est, la Chiesa e il peronismo, una
possibile terza guerra mondiale, il ruolo del Vaticano nell’evitare
l’ascesa del comunismo in Italia e l’aiuto offerto dalla Santa Sede ai
criminali di guerra nazisti.
Si tratta di oltre trecento documenti originali – redatti da operatori
e analisti dell’OSS, del CIC, della DIA, della sezione della CIA a Roma,
della sede della CIA europea, del Consiglio per la sicurezza nazionale
(NSC) della Casa Bianca e della divisione di intelligence del
dipartimento di Stato – che riguardano i sei Pontefici oggetto di
questa ricerca e dimostrano non solo l’interventismo politico della
Santa Sede in diversi Paesi negli ultimi sette decenni, ma anche come
molte volte questo abbia cambiato il corso della storia.
Recentemente il nuovo segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin,
ha descritto in un’intervista quella che probabilmente sarà la
diplomazia vaticana del XXI secolo: «[...] Direi anche che il motivo
dell’esistenza di una diplomazia della Santa Sede sia la ricerca della
pace. Se la diplomazia della Santa Sede ha avuto così tanta importanza
e tanto consenso in tutto il mondo, nel passato e nel presente, è
dovuto al fatto che è al di là degli interessi nazionali, a volte molto
particolari. Essa si pone in questa visione del bene comune
dell’umanità. [...] Penso che oggi, evidentemente, l’obiettivo
fondamentale sia raggiungere la pace nel mezzo della diversità che
abbiamo in un mondo multipolare. Non ci sono più i blocchi come
prima. Questa è un’analisi di geopolitica comune… Ci sono diversi
poteri. Sono sorti diversi poteri, con tutti i problemi che implicano.
Perché noi pensavamo ai nostri desideri di pace e di felicità, e
pensavamo che la caduta dei muri tradizionali, quello di Berlino,
quello dei blocchi tra i Paesi comunisti e l’Occidente, avrebbe portato
pace e felicità nel mondo. Ma non è stato così. Si è scatenato tutto il
problema del terrorismo. Allora, penso che il muro da abbattere sia
capire come riuscire a fare sì che tutte queste diverse realtà
raggiungano un accordo e lavorino insieme per il bene di tutti.
Mettere insieme le differenze per farle diventare non più divisioni, ma
collaborazioni a favore di tutta l’umanità». 1
Inoltre, Parolin ha dichiarato: «La segreteria di Stato del Vaticano
dovrebbe ricreare la sua presenza; perché i contesti sono diversi.
Abbiamo il grande e storico operato del cardinale Agostino Casaroli
nei tempi dei grandi blocchi, e tutto il tema dell’Ostpolitik, ma anche
tutto ciò che ha a che vedere con la difesa dei diritti umani. Ma adesso
le cose sono diventate molto più complesse. [...] Quello che vorrei dire
è che si deve reinventare la forma della presenza, ma lo scopo non è
sempre lo stesso. E parlando sulle grandi sfide, si deve uscire da questo
relativismo che è una piaga! Perché io lo inserirei nel discorso che
stavo facendo: quello di sistemare le differenze. Se non c’è una terra
comune da calpestare, cioè, se non c’è una verità obiettiva nella quale
ci riconosciamo tutti, sarà molto più difficile trovare dei punti in
comune. E questa terra comune è la dignità della persona umana in
tutte le sue dimensioni, dalla quale non deve venir esclusa la
dimensione trascendentale; non è solo la dimensione personale, quella
sociale, quella politica, quella economica, ma anche quella
trascendentale, dalla quale l’uomo si riconosce fatto ad immagine e
somiglianza di Dio, e che Dio è la sua fonte».
In politica estera, il nuovo papato ha un obiettivo diverso rispetto a
quelli di Pio XII (anticomunismo), Giovanni XXII (avvicinamento),
Paolo VI (pacifismo) e ovviamente di Giovanni Paolo II (centralismo
e interventismo), e la miglior definizione di questo obiettivo giunge
proprio dal segretario di Stato Parolin, il quale assicura: «[...] io non
vorrei una diplomazia sulle prime pagine, ma una diplomazia che sia
più efficace. Noi non cerchiamo, credo, la popolarità. Sinceramente,
nessuno di noi lo vuole, senza un effetto. E dobbiamo tenere conto di
quanto dice il Vangelo: che non sappia la tua mano sinistra ciò che fa
la tua mano destra».
In queste pagine troverete dunque una ricca, interessante e
dettagliata cronaca della visione dell’intelligence ameriana, dei suoi
direttori, agenti e analisti riguardo alla politica estera della Santa Sede,
un’operazione che ci permette di intravedere come, nei prossimi anni,
la massima che si dice fosse incisa sulla corona dell’imperatore
Diocleziano (244-311), Roma caput mundi, diciassette secoli dopo
potrebbe diventare Vaticanus caput mundi, almeno dal punto di vista
politico e diplomatico. Solo il tempo potrà dirlo.
FRANCESCO
(2013-)
1
Vaticano. La NSA
e il conclave del 2013

QUANDO , nel giugno 2013, il trentenne ex analista Edward Snowden


rivelò che la National security agency statunitense aveva intercettato le
comunicazioni di milioni di cittadini sparsi per il pianeta, compreso
un buon numero di capi di Stato e di governo di Paesi alleati e non,
scoppiò uno scandalo che rimbalzò su tutti i mezzi di comunicazione
mondiali. Nei mesi seguenti, i media continuarono a diffondere
informazioni che dimostravano come l’Agenzia di intelligence
americana avesse spiato la cancelliera tedesca Angela Merkel, la
presidentessa brasiliana Dilma Rousseff, i membri del G20, l’allora
presidente del Venezuela Hugo Chávez e molti altri leader, tra cui
papa Benedetto XVI e l’attuale Pontefice. Nessuno era sfuggito allo
spionaggio della NSA, né papa Francesco né i centoquindici cardinali
che lo elessero durante il conclave del marzo 2013, inclusi gli undici
porporati statunitensi che si erano recati a Roma a quello scopo.
L’«effetto Snowden» dilagò istantaneamente ovunque, amplificato
dalla pubblicazione di nuovi documenti che dimostravano lo
spiegamento delle «enormi orecchie» della NSA nello spiare non
soltanto i Paesi nemici (Cuba, Venezuela, Iraq, Afghanistan, Yemen,
Cina, Russia, Iran, Pakistan e Corea del Nord), ma anche quelli amici
(Messico, Germania, Italia, Brasile, Spagna, Giappone, Olanda, Belgio
e lo stesso Vaticano). Lo Snowdengate o Datagate, com’è definito, si
allargò con un effetto tsunami tra le nazioni alleate, con grande
imbarazzo dell’amministrazione Obama.
In Germania, le rivelazioni di Snowden ricordarono ai cittadini il
periodo buio della Stasi. 1 In Francia, il presidente François Hollande
si infuriò quando venne a sapere che la NSA aveva spiato le
comunicazioni segrete del Quai d’Orsay, il ministero degli Esteri
francese. Il presidente del Consiglio dei ministri italiano, Enrico Letta,
definì «inaccettabile» il comportamento dell’amministrazione degli
Stati Uniti e pretese di conoscere «tutta la verità» in merito. La NSA
aveva sfruttato i tre principali cavi sottomarini in fibra ottica percorsi
da milioni di telefonate, e-mail e traffico internet in Italia. Letta si
lamentò con il segretario di Stato americano John Kerry delle
intercettazioni ai cittadini e alle aziende del suo Paese, in particolare
quelle energetiche. Mercoledì 23 ottobre, Letta e Kerry si incontrarono
a Roma e il premier italiano espresse la sua preoccupazione riguardo
alle recenti rivelazioni dei media, chiedendo a Kerry chiarimenti sulle
intercettazioni e le eventuali violazioni della privacy. Il segretario di
Stato americano assicurò che avrebbe collaborato con Roma per
effettuare i controlli necessari e studiare il caso.
«I fatti sono fatti. Non possiamo accettare questo spionaggio
sistematico. Bisogna prendere delle misure a livello europeo», dichiarò
il primo ministro belga, Elio Di Rupo. Anche il premier olandese,
Mark Rutte, affermò che sarebbe stata la Comunità Europea a
decidere come rispondere alle rivelazioni, al termine dell’indagine
necessaria per determinare l’entità dello spionaggio. 2
Il 30 ottobre 2013, Panorama si spinse oltre, rivelando che a marzo
di quell’anno la NSA aveva intercettato le conversazioni in entrata e in
uscita dal Vaticano, tra cui quelle dei cardinali in procinto di riunirsi
per il conclave e quelle del conclave stesso. «Il sospetto è che anche le
conversazioni sul futuro Pontefice possano essere state monitorate»,
precisava la rivista.
Furono ascoltate anche le chiamate della Domus Sanctae Marthae,
l’edificio dove risiedevano i centoquindici cardinali che avrebbero
dovuto eleggere il successore di papa Benedetto XVI. A quanto pare, la
NSA riuscì a captare le comunicazioni della Santa Sede grazie al
massiccio spionaggio sviluppato sul territorio italiano e ai quarantasei
milioni di telefonate tracciate in Italia, molte delle quali riguardavano
il piccolo Stato del Vaticano. 3
Panorama parlava di un periodo di intercettazioni che va da lunedì
10 dicembre 2012 a martedì 8 gennaio 2013, ma si sospetta che la NSA
abbia continuato a spiare le conversazioni dopo l’annuncio delle
dimissioni di Benedetto XVI, diventate effettive il 28 febbraio. Il
settimanale aggiungeva che l’attività di spionaggio era proseguita per
tutto il conclave. Tra le conversazioni ascoltate ci sarebbero state
anche quelle della Domus Internationalis Paulus VI, in via della Scrofa
70 a Roma, dove risiedeva l’allora arcivescovo di Buenos Aires,
cardinale Bergoglio, prima di essere eletto Sommo Pontefice il 13
marzo 2013. Panorama ricordava che il nome dell’attuale Papa era già
apparso negli incartamenti diffusi da Bradley Manning, l’analista
militare che passò migliaia di documenti riservati alla piattaforma
Wikileaks, gestita da Julian Assange. Wikileaks aveva svelato
telegrammi diplomatici e rapporti di intelligence, compresi documenti
della sezione della CIA a Buenos Aires, nei quali si parlava del
cardinale Jorge Mario Bergoglio come di uno dei possibili papabili nel
conclave del 2005, così come altre carte, datate 2007, che mettevano in
luce il suo «rapporto tormentato» con l’allora presidente argentino
Néstor Kirchner. 4
Dallo spionaggio della NSA non si salvarono nemmeno i
responsabili dello IOR, l’Istituto per le opere di religione, noto anche
come Banca vaticana. Il tedesco Ernst von Freyberg, nominato
presidente dell’istituto da Benedetto XVI dopo gli scandali seguiti alla
fuga di notizie nota come Vatileaks, fu un obiettivo delle grandi
orecchie dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, insieme con gli altri
membri del consiglio di amministrazione. Probabilmente le
conversazioni, intercettate proprio quando i dirigenti stavano lottando
per ottenere la qualifica di «banca bianca» da parte di Moneyval
(l’autorità del Consiglio d’Europa incaricata di regolare le banche
centrali nella lotta al riciclaggio), 5 furono classificate dalla NSA nella
categoria Threats to financial system (Minacce al sistema finanziario). 6
Un portavoce della NSA negò le accuse, affermando che il Vaticano
non era soggetto a sorveglianza, ma poco dopo si venne a sapere che
l’Agenzia aveva intercettato le comunicazioni degli undici cardinali
statunitensi presenti al conclave. Gli obiettivi erano Justin Francis
Rigali, arcivescovo emerito di Filadelfia; Roger Mahoney, arcivescovo
emerito di Los Angeles; William Joseph Levada, prefetto emerito della
Congregazione per la dottrina della fede; Francis George, arcivescovo
di Chicago; Edwin O’Brien, gran maestro dell’Ordine equestre del
Santo Sepolcro di Gerusalemme; Donald Wuerl, arcivescovo di
Washington; Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston; Raymond
Burke, prefetto emerito del Supremo tribunale della Segnatura
apostolica; Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston; James
Michael Harvey, arciprete della basilica di San Paolo fuori le mura, e
Timothy Dolan, arcivescovo di New York. Dopo ogni congregazione
generale (così si chiamano le riunioni preconclave) i cardinali
statunitensi, noti come «Dream Team», si riunivano per confrontarsi
presso il Pontifical North American College, in via del Gianicolo 14,
inconsapevoli del fatto che la NSA stava ascoltando le loro
conversazioni, teoricamente segrete. La maggior parte di queste
comunicazioni fu intercettata dal programma di sorveglianza
elettronica PRISM e ricostruita da parte di gruppi selezionati
dell’unità F6 o Special collection service (Servizio speciale di raccolta,
SCS) – un distaccamento alle dipendenze della CIA –, dalla NSA,
dall’S32 (la sezione antiterrorismo) e dal Tailored access operations
(Operazioni di accesso mirate), noto come TAO. 7 La NSA aveva
collocato gruppi dello SCS nelle ambasciate americane di Roma (in via
Vittorio Veneto 121) e del Vaticano (in via delle Terme Deciane 26),
per coprire il maggior numero di comunicazioni dei leader di
entrambi i Paesi. Un documento della NSA, classificato come «top
secret» e datato 13 agosto 2010, mostra lo spiegamento di squadre
dello SCS, con novantasei sezioni operative in ottanta località del
mondo, diciannove delle quali in Europa, Roma compresa. Le basi da
cui operavano i team erano gli edifici delle ambasciate e dei consolati
statunitensi. Il documento attesta che tre unità erano ancora in stato
di «sorveglianza attiva»; quattordici in «sorveglianza remota» (incluso
il consolato degli Stati Uniti a Milano); due in «attività di appoggio
tecnologico»; settantaquattro con «personale sul luogo» (comprese le
ambasciate a Roma e in Vaticano e il consolato a Genova) e tre in stato
«latente».
La NSA aveva dunque agenti dello SCS attivi a Roma, dotati delle
tecnologie più sofisticate e protetti nei bunker delle loro delegazioni
diplomatiche, da dove potevano raccogliere informazioni di
intelligence attraverso i segnali, senza essere scoperti dai servizi di
sicurezza del Paese in cui si trovavano.
Dall’ambasciata statunitense presso la Santa Sede, gli uomini dello
SCS operavano con i loro dispositivi d’ascolto, grazie ai quali potevano
intercettare praticamente tutte le tipologie di comunicazione utilizzate
dalle alte sfere del Vaticano, che si trattasse di segnali provenienti da
reti cellulari, wireless o comunicazioni satellitari.
Gli uffici dello SCS solitamente si trovano ai piani alti degli stabili
diplomatici, vicino alle antenne di comunicazione della delegazione.
In genere gli agenti lavorano in una stanza senza finestre, piena di
cavi, con una postazione affollata di strumenti per l’elaborazione dei
segnali, contenenti dozzine di plug-in di unità di «analisi dei segnali».
Sembra che le squadre dello SCS applichino la stessa tecnologia in
tutto il mondo. Possono captare segnali dalle reti cellulari e localizzare
al tempo stesso chi chiama e chi riceve. Il sistema di antenne di cui si
servono, installato sui tetti delle ambasciate e dei consolati americani,
è noto con il nome in codice «Einstein», per via della grande capacità
di raccolta dati in un tempo molto breve. 8
A giudicare dai documenti trafugati da Edward Snowden, e
probabilmente utilizzati nello spionaggio della Santa Sede, le unità
dello SCS potrebbero avere intercettato segnali di microonde e di onde
millimetriche e usato un programma noto come Birdwatcher (utile per
individuare comunicazioni cifrate all’estero e per la ricerca di
potenziali punti d’accesso) per violare i codici segreti del Vaticano.
Birdwatcher era controllato direttamente dalla sede dello Special
source operations (Operazioni fonti speciali, SSO, o Intelligence dei
segnali), nell’edificio OPS2A, una sorta di cubo di Rubik dai vetri neri
in mezzo al quartier generale della NSA nel Maryland. Il direttivo
dello SSO era responsabile delle attività di raccolta dei segnali
domestici, per mezzo del programma PRISM.
Durante un’intervista concessa al quotidiano britannico The
Guardian, Snowden parlò del PRISM: «Voi non potete nemmeno
immaginare quello che si può fare. Possiamo controllare i computer e,
non appena qualcuno entra in rete, identificare il computer da cui
accede. Tutto può essere spiato, tutto rischia di essere controllato e
intercettato».
L’obiettivo del PRISM era ottenere informazioni attraverso il
traffico internazionale che passava sui server sotto forma di e-mail,
fotografie, file audio e video, per seguire le tracce di qualche obiettivo
straniero o nazionale di interesse per l’intelligence nordamericana. «Il
98% del lavoro di PRISM si basa su Microsoft, Google e Yahoo.
Bisogna assicurarsi che non soffrano dei danni», afferma un
documento segreto della NSA reso pubblico dal Washington Post.
Alcuni funzionari dei servizi segreti hanno descritto il PRISM come
uno degli strumenti più efficaci per i rapporti presidenziali di
intelligence, menzionato 1.477 volte l’anno scorso. Uno strumento che
di fatto si sta trasformando nel più grande supporto allo spionaggio su
scala globale di tutta la storia della NSA. Parrebbe dunque che i grandi
giganti di internet, come Yahoo, Google, Facebook, Microsoft, Apple,
Skype, YouTube, AOL, Dropbox e PalTalk abbiano concesso di
propria volontà alla National security agency di connettersi
direttamente ai loro server, permettendole di inserire nei sistemi di
comunicazione dei programmi spia in grado di decifrare le password
degli utenti, e tutto questo con l’autorizzazione della Casa Bianca,
durante il mandato di Barack Obama.
Ma l’operazione di spionaggio portata a termine dalla NSA nel
2013 nei confronti del Vaticano non era la prima. Già nel maggio 2006
la Casa Bianca, sotto l’amministrazione Bush, ne aveva approvata una
analoga sul presidente del Venezuela Hugo Chávez, in occasione del
suo secondo viaggio in Italia, dove avrebbe incontrato Benedetto XVI.
L’iniziativa aveva avuto il benestare soltanto due mesi prima, con una
riunione nella sala operativa della Casa Bianca alla quale avevano
preso parte il presidente George W. Bush, il vicepresidente Dick
Cheney, l’assistente del presidente in materia di sicurezza nazionale
Stephen Hadley, il segretario di Stato Condoleezza Rice, il direttore
dell’intelligence nazionale John Negroponte, il direttore della CIA
Porter Goss, il direttore della NGA (National geospatial-intelligence
agency, Agenzia nazionale di intelligence geospaziale) James R.
Clapper e il generale Keith Alexander, direttore della NSA. 9
L’Agenzia per la sicurezza nazionale, nota come The Puzzle Palace,
dalla sua sede a Fort Meade (Maryland), aveva messo in campo con
l’aiuto della NGA un tale dispiegamento di mezzi tecnologici che oggi
sarebbe impossibile calcolare il reale costo dell’operazione. Senza
dubbio quell’esperienza, dagli esiti assolutamente positivi, fu come un
«semaforo verde» per l’inizio della più grande operazione di
spionaggio globale della storia.
Gli stessi analisti non credevano che la NSA fosse in grado di
processare l’immensa quantità di dati in transito ogni secondo sulle
reti globali che erano stati raccolti e immagazzinati. Ma il 31 luglio
The Guardian pubblicò altre notizie su un software chiamato
XKeyscore che, servendosi di metadati (chi, quando e dove accede a
un account o chi invia messaggi), estrae, filtra e classifica
l’informazione inserita da un utente qualsiasi nelle e-mail e nelle chat,
oltre che le cronologie dei browser internet più usati. In questo modo
possono essere vagliate enormi quantità di dati, in base al nome, al
numero di telefono o addirittura alla lingua utilizzata per navigare o
durante una conversazione. Le rivelazioni del quotidiano inglese
indicavano poi che la NSA utilizzava questo programma per
classificare i dati a seconda del «livello di interesse»: quelli
«interessanti» potevano rimanere nei server fino a cinque anni,
mentre tutto ciò che era definito «rumore» (ovvero le informazioni
prive di interesse) veniva scartato da XKeyscore in meno di
ventiquattro ore. In questo modo, l’unità segreta MAC 10 della NSA fu
in grado di analizzare in poco tempo dati raccolti tra l’8 febbraio e l’8
marzo 2013 in tutto il mondo, compreso il Vaticano.
Un documento segreto, noto con il codice FISA/211-731, dimostra
che la NSA aveva spinto i vertici dell’amministrazione Obama,
compresi la Casa Bianca, il dipartimento di Stato e il Pentagono, a
condividere le loro agende telefoniche, indirizzi mail compresi,
affinché l’Agenzia potesse monitorare i propri sistemi di vigilanza
attraverso i numeri di telefono e gli account di tutti i leader e i
funzionari stranieri con cui erano in contatto. Questa
«raccomandazione» comprendeva anche il personale dell’ambasciata
degli Stati Uniti presso la Santa Sede. 11
Le chiamate del Vaticano intercettate dalla NSA erano filtrate da
XKeyscore allo scopo di eliminare il «rumore» e di classificare le
informazioni importanti in quattro categorie: Leadership intentions
(Intenzioni dei leader), Threats to financial system (Minacce al sistema
finanziario), Foreign policy objectives (Obiettivi di politica estera),
Human rights (Diritti umani).
Padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa
Sede, affermò: «Non ci risulta nulla su questo tema e in ogni caso non
abbiamo alcuna preoccupazione in merito». L’Agenzia per la sicurezza
nazionale si affrettò ad assicurare che le informazioni sulla presunta
intercettazione di chiamate allo IOR, al Sommo Pontefice, agli alti
funzionari della Santa Sede e ai cardinali statunitensi erano infondate
e che il Vaticano non figurava nella lista dei sorvegliati. In un
comunicato ufficiale, Vanee Vines, portavoce della CIA, dichiarò: «La
NSA non ha mai avuto come obiettivo il Vaticano e le notizie riportate
dalla stampa italiana non sono vere».
È però evidente che al prossimo conclave, quando gli uomini della
gendarmeria vaticana setacceranno la Domus Sanctae Marthae e la
Cappella Sistina a caccia di eventuali microfoni nascosti, dovranno
preoccuparsi dei satelliti dell’Agenzia per la sicurezza nazionale che
orbitano nello spazio, centinaia di chilometri al di sopra della Santa
Sede. Ora, quando il maestro di cerimonie pronuncerà il tradizionale
extra omnes (fuori tutti), dovrà rivolgersi anche al cielo, sperando che
la NSA abbia disattivato tutti i satelliti.
2
Argentina. Il cardinale Bergoglio
tra persecuzioni e calunnie

LA sera del 28 febbraio 2013 ebbe inizio l’interregno, o «sede vacante».


Il governo del piccolo Stato del Vaticano rimase nelle mani del
camerlengo Tarcisio Bertone. La leadership spirituale della Chiesa,
invece, ricadde nelle mani del Collegio cardinalizio, formato da tutti i
porporati guidati da Angelo Sodano. Dopo venerdì 1° marzo,
cominciarono le riunioni per decidere la data di apertura del conclave
che avrebbe eletto il nuovo Papa, dato che Benedetto XVI, con una
delle sue ultime decisioni, li aveva autorizzati ad anticipare l’inizio
delle elezioni. Da quel momento, presero il via le scommesse sui
cosiddetti «preferiti», o papabili.
Secondo noi vaticanisti, l’elezione del successore del Papa tedesco
sarebbe stata veloce. Per i cattolici era fondamentale che fosse subito
nominato un nuovo Pontefice, in tempo per le funzioni liturgiche
della settimana santa che sarebbero iniziate il 25 marzo.
Lunedì 4 marzo, le congregazioni generali, incaricate di fissare un
calendario per il conclave, erano ormai in pieno svolgimento: se ne
tennero dieci, dalle 9.30 di quel mattino alle 12.40 di lunedì 11
marzo, 1 prima dell’annuncio della data di convocazione dei porporati
che dovevano eleggere il Santo Padre. L’arcivescovo di Vienna,
cardinale Schönborn, affermò: «Più congregazioni, meno fumate», e
con il passare dei giorni diventò sempre più chiaro che sapeva quel
che diceva.
Martedì 12 marzo 2013, il cardinale Bergoglio si apprestò a entrare
come elettore nel suo secondo conclave.
La stampa specializzata non lo annoverava tra i preferiti ma lo
definiva «creatore di Papi», cioè un uomo che, grazie alla sua
reputazione, poteva forse sostenere un outsider, com’era stato
Wojtyla. I centoquindici cardinali elettori si trasferirono nella Domus
Sanctae Marthae, un enorme edificio con centoventi camere e venti
saloni, che erano stati passati al setaccio dalla gendarmeria vaticana e
dagli agenti dell’Entità, il servizio di intelligence pontificio, per scovare
eventuali cimici nascoste. Sia la Domus Sanctae Marthae sia la
Cappella Sistina erano state schermate per impedire l’invio o la
ricezione di segnali, salvaguardando così la segretezza del conclave.
Nessuno sapeva che la NSA era riuscita a spiare le comunicazioni
dei cardinali prima di quel giorno, durante le congregazioni generali.
Mercoledì 13 marzo gli elettori fecero colazione e alle 9.30, dopo
avere assistito alla messa solenne, iniziò il secondo scrutinio, e a breve
anche il terzo. Alle 12.02, fumata nera. Dopo pranzo, i porporati
tornarono nella Cappella Sistina per altre due votazioni, che
cominciarono alle 16.50.
Alle 19.07 di un pomeriggio piovoso, apparve dal comignolo la
tanto attesa fumata bianca. «Habemus papam! Habemus papam!»
gridarono le migliaia di fedeli riuniti in piazza San Pietro. Nel
frattempo, la stampa di tutto il mondo e gli occhi di milioni di persone
passavano da un lungo comignolo che non smetteva di espellere fumo
bianco a un balcone situato al centro dell’edificio, sotto la grandiosa
cupola di San Pietro, in attesa di veder comparire il cardinale
protodiacono, il francese Jean-Louis Tauran, che avrebbe annunciato
alla città e al mondo il nome del nuovo Sommo Pontefice. 2
Alle 20.12, il protodiacono apparve e pronunciò le famose parole,
sotto lo sguardo attento di milioni di persone: «Annuntio vobis
gaudium magnum: habemus Papam! Eminentissimum ac
Reverendissimum Dominum, Dominum Georgium Marium Sanctae
Romanae Ecclesiae Cardinalem Bergoglio qui sibi nomen imposuit
Franciscum». Jorge Mario Bergoglio, cardinale argentino e gesuita, era
appena stato eletto Papa.
Infine, il nuovo Santo Padre uscì sulla loggia di San Pietro. Con un
aspetto umile e lontano dall’ostentazione mostrata dai suoi
predecessori Benedetto XVI e Giovanni Paolo II, Francesco comparve
con indosso un semplice abito bianco e una croce d’argento, dono, a
quanto pare, di una comunità cattolica di Buenos Aires. Rifiutò di
indossare la croce d’oro, così come la mozzetta, la mantellina di
velluto rosso. Dopo essersi affacciato, pronunciò le sue prime parole,
davanti alla folla riunita sotto la pioggia in piazza San Pietro:

Fratelli e sorelle, buonasera!


Voi sapete che il dovere del conclave era di dare un vescovo a
Roma. Sembra che i miei fratelli cardinali siano andati a prenderlo
quasi alla fine del mondo... ma siamo qui... Vi ringrazio
dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo vescovo:
grazie! E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo
emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il
Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca.
E adesso, incominciamo questo cammino: vescovo e popolo.
Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella
carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia
tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per
tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che
questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi
aiuterà il mio cardinale vicario, qui presente, sia fruttuoso per
l’evangelizzazione di questa città tanto bella!
E adesso vorrei dare la benedizione, ma prima... prima, vi chiedo un
favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi
preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo,
chiedendo la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio
questa preghiera di voi su di me.
[...]
Adesso darò la benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli
uomini e le donne di buona volontà.
Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per
me e a presto! Ci vediamo presto: domani voglio andare a pregare la
Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo!

Con i suoi settantasei anni, Bergoglio è il primo Pontefice gesuita e


il primo latinoamericano, e la sua attività pastorale nelle misere
baraccopoli della grande Buenos Aires fa apparire la sua nomina quale
segno di profonda innovazione. Il nuovo Santo Padre ha trascorso
tutta la vita da soldato di Dio nella Compagnia di Gesù,
completamente dedito all’attività pastorale e impegnato nella lotta alla
povertà, molto critico verso i sistemi economici che generano la
miseria e sostenitore di un cattolicesimo modesto e riformato, proprio
come quello promosso dal suo grande amico e confratello gesuita
Carlo Maria Martini. D’altro canto, Francesco è stato duramente
criticato per il suo atteggiamento «tiepido» nei confronti della
dittatura argentina; il nuovo Papa ha scoperto subito, in modo
piuttosto brusco, che tutto il suo passato sarebbe stato scandagliato e
osservato al microscopio dai mezzi di comunicazione e dai social
network.
L’attuale Sommo Pontefice è stato ordinato sacerdote a trentatré
anni, dopo più di un decennio di noviziato. Nato il 17 dicembre 1936 a
Buenos Aires, Francesco è il quarto di cinque fratelli di una famiglia di
emigrati piemontesi. Dopo essere entrato nella Compagnia di Gesù,
ha studiato teologia all’università di San Miguel e conseguito un
dottorato nella stessa disciplina, in Germania. Al suo ritorno
dall’Europa, è stato nominato padre provinciale dei gesuiti in
Argentina, incarico che ha svolto tra il 1973 e il 1979; è anche stato
rettore dell’università di San Miguel dal 1980 al 1986. Erano anni di
dittatura, militari, sequestri, «voli della morte», violazioni dei diritti
umani, prigioni e centri clandestini di tortura.
Nel 1992 Bergoglio è diventato vescovo ausiliario di Buenos Aires e
nel 1998 è stato elevato al cardinalato da Giovanni Paolo II. Tra il 2005
e il 2011, ha ricoperto la carica di presidente della Conferenza
episcopale argentina. È proprio in quel periodo che il cardinale
Bergoglio si è trasformato nel flagello del presidente argentino, il
peronista Néstor Kirchner, e poi di sua moglie Cristina Fernández de
Kirchner, succedutagli alla presidenza. Pur opponendosi con tenacia
ai matrimoni omosessuali, si è mostrato però meno dogmatico
riguardo ad altre questioni. «Vogliono mettere tutto il mondo in un
preservativo», ha detto per criticare il gran numero di religiosi
ossessionati dalla proibizione del profilattico. Ha condannato anche
(in alcune occasioni addirittura urlando, a quanto dicono) diversi
sacerdoti che rifiutavano di battezzare i figli delle coppie di fatto,
affermando: «Non si può impedire a un essere umano di ricevere uno
dei sacramenti più belli».
D’altro canto, Bergoglio non è mai stato vicino alla Teologia della
liberazione, come lo sono invece molti suoi confratelli gesuiti. Ha
certo una reputazione di uomo affabile, austero al punto da rifiutare di
cambiare la sua piccola camera da letto presso la sede dei gesuiti con
una grande stanza nel palazzo arcivescovile di Buenos Aires. È anche
un gran conversatore, un amante del calcio, in particolare della
squadra del San Lorenzo, i cui tifosi sono chiamati «i corvi», nonché
un lettore appassionato di Borges e del poeta, drammaturgo,
romanziere e saggista Leopoldo Marechal. Papa Francesco non ha un
vero e proprio profilo intellettuale o teologico come Benedetto XVI,
né da «star» mediatica come Giovanni Paolo II. La sua immagine si
avvicina più a quella mite e alla mano di Giovanni Paolo I e Giovanni
XXIII. Anche il suo nome, scelto in onore di san Francesco d’Assisi, è
la prima allusione ai principi che ha sempre seguito: povertà, austerità,
umiltà.
La vita di chiunque, a settantasei anni, ha grandi zone di luce e
d’ombra, e Jorge Mario Bergoglio non è diverso dal resto dei comuni
mortali. Hanno cercato di mettere in relazione Sua Santità con la
dittatura che afflisse il suo Paese d’origine tra il 1976 e il 1983, o
quanto meno con una certa mancanza di combattività nei confronti
dei militari, cosa per la quale si è pubblicamente scusato. Dal 2004 i
Kirchner, peronisti e cattolici, hanno rotto la tradizione dei presidenti
argentini di assistere ogni anno al Te Deum nella cattedrale di Buenos
Aires, per non doversi «sorbire» i sermoni del primate Jorge Mario
Bergoglio. La perdita di questa abitudine e lo scontro tra la Casa
Rosada 3 e la Conferenza episcopale argentina spiegano meglio di ogni
altro esempio chi sia il nuovo capo del Vaticano. Fortemente critico
nei confronti dell’attuale classe politica in generale e di quella del suo
Paese in particolare, questo gesuita ha sempre avuto rapporti tesi con
il potere e messo in guardia da quello che considera il «degrado della
società argentina, che affonda nelle corruttele, nel potere del
narcotraffico e nel relativismo».
Bergoglio ha trascorso tutta la sua carriera nell’episcopato di
Buenos Aires, cercando di mostrarsi vicino alle persone comuni,
girando a volte in metropolitana per la città e andando a trovare i
cartoneros, che raccolgono per strada i rifiuti riciclabili. Tuttavia, da
sempre circola una «leggenda nera», in molti casi alimentata dalle
frange peroniste, sul suo comportamento durante la dittatura, che lo
metterebbe in relazione con la tradizione ultraconservatrice della
Chiesa argentina, guidata da uomini quali Pio Laghi, nunzio
apostolico a Buenos Aires e fedele sostenitore del regime. Secondo
quanto affermato dalla catechista María Elena Funes durante un
processo per la «guerra sporca», quando era a capo della Compagnia
di Gesù, Bergoglio avrebbe lasciato senza protezione due suoi
compagni, Orlando Yorio e Francisco Jalics, sacerdoti attivi nelle
baraccopoli. I due furono rapiti, scomparvero per alcuni mesi e
sopravvissero alle torture. Nel 2010, Bergoglio accettò di testimoniare
dinanzi al Tribunale federale numero 5, che indagava sul sequestro.
«Non li ho abbandonati un momento», dichiarò l’attuale Sommo
Pontefice, e infine confessò di essersi incontrato una volta con il
generale Jorge Videla e in due occasioni con il suo braccio destro,
l’ammiraglio Emilio Massera, per reclamare la liberazione dei due
religiosi. Ai querelanti non era chiaro perché Yorio e Jalics fossero
rimasti senza protezione e così esposti.
Il 10 aprile 1978, poco prima dei Mondiali di calcio vinti
dall’Argentina, i vescovi della Conferenza episcopale Raúl Primatesta,
Juan Carlos Aramburu e Vicente Zazpe – tutti ormai deceduti –
andarono a pranzo alla Casa Rosada. In seguito, dattilografarono un
riassunto della conversazione avuta con Videla e lo inviarono in
Vaticano. In quel documento si informava Paolo VI che i
desaparecidos venivano assassinati dalla dittatura. Ancorata alle idee
tomiste di Leone XIII e Pio XI, che appoggiavano i totalitarismi
europei e nutrivano un forte sentimento anticomunista, una parte
delle alte sfere della Chiesa giustificava la «guerra sporca» del regime,
sostenendo che l’Argentina doveva «purificarsi in un Giordano di
sangue». E, secondo l’ex militare Adolfo Scilingo, 4 alcuni religiosi
assistettero e acconsentirono – considerandoli un modo «cristiano» di
eliminare gli oppositori e i guerriglieri – ai «voli della morte», ovvero
al fatto che le persone fossero lanciate ancora vive o sotto effetto di
droghe nell’oceano Atlantico dagli aerei militari.
Già nel 2010 papa Francesco aveva respinto le accuse sulla sua
presunta complicità con la dittatura argentina. Anzi, aveva assicurato
che nella Compagnia di Gesù da lui presieduta in qualità di
provinciale «abbiamo fatto cose da pazzi» per salvare la vita a due
gesuiti sequestrati durante la «guerra sporca» e che lui, personalmente,
aveva nascosto e aiutato diversi perseguitati politici a scappare dal
Paese. L’allora cardinale Bergoglio aveva concluso: «Ho fatto quello
che potevo, che era nelle mie possibilità per l’età che avevo e i pochi
rapporti che mantenevo, al fine di intercedere per far liberare persone
sequestrate». Senza dubbio, i Kirchner appoggiarono e alimentarono,
con l’aiuto dei mezzi di comunicazione vicini al peronismo, il fuoco
della polemica contro Bergoglio.
Il 10 marzo 2010, l’ambasciata degli Stati Uniti in Argentina inviò
un telegramma di otto pagine al segretario di Stato Condoleezza Rice e
a varie ambasciate in Sudamerica, incentrato sui problemi tra i
Kirchner e Bergoglio. Il titolo del documento, classificato come
«confidenziale» per ordine dell’ambasciatore E. Anthony Wayne, è
«La candidatura di Cristina e altri argomenti caldi».

1. Riassunto: A poco più di cinque mesi dalle elezioni presidenziali


di ottobre, il presidente Néstor Kirchner non ha ancora annunciato se
si ricandiderà o, come si ipotizza, lascerà il posto alla moglie, la
senatrice Cristina Fernández de Kirchner. Il 9 maggio, l’autorevole
giornalista e analista politico Joaquín Morales Sola, nella sua colonna
de La Nación, ha dato la notizia, confermata da due ministri di
Kirchner e da un segretario, che il candidato ufficiale alle elezioni di
ottobre sarà Cristina Fernández de Kirchner. Questo fa eco a mesi di
voci e a ciò che ministri e legislatori hanno continuato a dirci, e
proseguono le speculazioni sul fatto che il presidente Kirchner abbia
infine deciso di appoggiare la candidatura della moglie. Ma, con
l’acuirsi dei problemi interni, è assai probabile che la decisione
ufficiale e l’annuncio del nome del prossimo candidato avvengano
subito dopo le elezioni comunali di Buenos Aires, fissate per il 3
giugno, o forse addirittura solo all’ultimo momento, a fine luglio. Con
gli scioperi sempre più accesi degli insegnanti nella provincia di Santa
Cruz, che hanno portato alle dimissioni del governatore il 9 maggio,
con la tensione pubblica tra la Chiesa cattolica e il governo e la
crescente acredine tra i ministri per un possibile coinvolgimento nello
scandalo sulla corruzione Skanska, Kirchner si è trovato ad affrontare
sfide sempre più numerose alla sua finora solida popolarità. Tuttavia, a
meno che non coincida con una significativa recessione economica,
nessuno di questi problemi, preso di per sé o unito ad altri, costituisce
una seria minaccia per l’elezione di uno dei due Kirchner a ottobre.
Fine del riassunto.

A pagina 5, in due paragrafi riuniti sotto il titolo «Critiche dalla


Chiesa», si rivela che Néstor Kirchner potrebbe essere irritato per via
dell’appoggio del cardinale Bergoglio e della Chiesa cattolica argentina
a politici contrari al settore kirchnerista, in particolare nella provincia
di Misiones e a Buenos Aires.

6. I rapporti con la Chiesa si sono irrigiditi dopo il successo della


campagna dell’ex vescovo Joaquín Piña volta a sconfiggere il
governatore kirchnerista della provincia di Misiones, Carlos Rovira,
che mirava alla rielezione illimitata. Il cardinale Jorge Bergoglio ha
detto che la Chiesa non si sarebbe immischiata nella politica, ma
sostiene gli sforzi del vescovo emerito Piña. Bergoglio ha recentemente
espresso la sua preoccupazione per la concentrazione di potere e per
l’indebolimento delle istituzioni democratiche nell’Argentina di
Kirchner. A Santa Cruz, il vescovo si è unito alla causa degli insegnanti
e ha criticato il governo per il trattamento da «nemico» riservato a chi
la pensa diversamente, contribuendo così a peggiorare le già tese
relazioni tra l’amministrazione e la Chiesa cattolica.
7. D’altro canto, il governo sembra irritato dall’apparente
preferenza del cardinale per l’opposizione in questo anno elettorale. Il
sindaco di Buenos Aires, Jorge Telerman, e la sua partner di coalizione
e candidata presidenziale, Elisa Carrió, hanno incontrato Bergoglio ad
aprile, e la decisione di includere il leader musulmano Omar Abud
nella lista dei candidati alla legislatura di Telerman è stata
probabilmente un’idea di Bergoglio. Un analista politico locale,
Rosendo Fraga, stima che Telerman potrebbe guadagnare fino a un
cinque per cento di voti in virtù del suo rapporto con la Chiesa, un
incremento che potrebbe essere sufficiente per mettere fuori gioco il
candidato sindaco dei Kirchner, Daniel Filmus, al ballottaggio fissato
per il 24 giugno.

Il processo e la condanna del sacerdote Christian Von Wernich –


cappellano della polizia federale e ispettore della direzione
investigativa della polizia provinciale di La Plata – per crimini contro
l’umanità durante la dittatura non pone certo sotto una buona luce la
Chiesa argentina e nemmeno Bergoglio, come dimostra l’informativa
inviata l’11 ottobre 2007 dall’ambasciata americana.

1. Riassunto: Christian Von Wernich, un sacerdote cattolico ed ex


cappellano della polizia di Buenos Aires durante la guerra sporca del
1976-1983 in Argentina, è stato riconosciuto colpevole, il 9 ottobre
[2007], di complicità in numerosi casi di omicidio, torture e
incarcerazioni illegali. Von Wernich è il terzo ex ufficiale dell’esercito,
e la prima figura ecclesiastica, a essere processato e condannato per tali
crimini dopo la sentenza del 2005 della Corte Suprema argentina, che
ha cancellato l’immunità all’ex personale dell’esercito. La dirigenza
locale della Chiesa cattolica ha diffuso un comunicato stampa con
l’invito a Von Wernich a pentirsi e chiedere pubblicamente scusa e ha
segnalato le precedenti richieste della Chiesa di perdono e
riconciliazione sociale. Fine del riassunto.
2. Christian Von Wernich, ex cappellano della polizia di Buenos
Aires durante la guerra sporca degli anni 1976-1983 (quando la polizia
era sotto il controllo dell’esercito), è stato condannato il 9 ottobre per
complicità in sette omicidi, trentun casi di tortura e quarantadue
sequestri. Il Primo tribunale federale di La Plata ha stabilito che Von
Wernich ebbe una parte cruciale nel sistema della repressione illegale
che operò nella provincia di Buenos Aires, abusando della confessione
per strappare informazioni ai detenuti delle celle segrete prima che gli
stessi fossero sottoposti a tortura, assassinati o fatti «scomparire». I tre
membri della corte hanno giudicato le azioni di Von Wernich parte
del «genocidio» commesso in Argentina durante gli anni della guerra
sporca. Il tribunale ha condannato Von Wernich all’ergastolo.
3. Von Wernich è il terzo ex ufficiale dell’esercito del periodo della
guerra sporca in Argentina, e la prima autorità ecclesiastica, a essere
processato e condannato dopo la sentenza del 2005 della Corte
Suprema argentina che ha dichiarato incostituzionale l’immunità per
gli ex ufficiali dell’esercito negli anni della guerra sporca. [...] I parenti
dei presunti torturati o «fatti scomparire», gli attivisti dei diritti umani
e altri hanno applaudito il verdetto all’esterno del tribunale di Mar del
Plata, alcuni citando decenni di lavoro che finalmente sono culminati
nella condanna di Von Wernich. Il presidente Kirchner e altri
esponenti del governo argentino hanno elogiato la sentenza della
corte.

Nel corso del processo fu dimostrato il profondo coinvolgimento di


Von Wernich nelle attività dei centri clandestini di detenzione, tortura
ed eliminazione di prigionieri, luoghi diffusi durante la dittatura
militare come parte del piano sistematico di sterminio implementato
dai militari. I crimini commessi all’interno di tale piano costituivano
reato di genocidio. Questa sentenza rappresenta un precedente
storico, poiché Von Wernich è stato il primo religioso cattolico a
essere condannato per violazione dei diritti umani in Argentina. Dopo
essere stato informato del verdetto, il suo superiore, il vescovo di
Nueve de Julio, Martín de Elizalde, si scusò affermando che Von
Wernich si era spinto «molto lontano dalle esigenze della sua
missione».
Nel documento dell’ambasciata americana in Argentina, ai punti 4
e 5, sotto il titolo «L’intervento della Chiesa cattolica», gli analisti
evidenziano che la condanna del sacerdote può mettere in una
posizione delicata il cardinale Jorge Mario Bergoglio, nel portare
avanti le sue critiche al presidente Kirchner.

4. Dopo il verdetto, l’Arcidiocesi di Buenos Aires della Chiesa


cattolica romana ha diffuso un comunicato stampa, sollecitando Von
Wernich a pentirsi e a chiedere pubblicamente perdono. L’Arcidiocesi
afferma che la Chiesa cattolica argentina è rimasta turbata dal dolore
causato dalla partecipazione di uno dei suoi sacerdoti a crimini così
gravi. Il comunicato aggiunge che la persecuzione di tali reati
dovrebbe rappresentare un passo avanti verso la riconciliazione in
Argentina e spingere tutti i cittadini a gettarsi alle spalle ogni elemento
di impunità, odio e vendetta. I vescovi citano anche una dichiarazione
autocritica della diocesi diffusa nel 1997, ricordando che i membri
della Chiesa e i laici coinvolti in quei crimini o in altri analoghi hanno
agito sotto la propria responsabilità. Articoli di stampa dell’11 ottobre
segnalano che forse la Chiesa avvierà le sue procedure interne per
sospendere a divinis Von Wernich.
Commento
5. La condanna e la sentenza a carico di Von Wernich sono pietre
miliari significative degli sforzi in corso in Argentina per perseguire la
giustizia nei casi di gravi violazioni dei diritti umani degli anni
Settanta. Attirano anche l’attenzione sul sostegno offerto dal clero
cattolico romano a entrambi gli schieramenti della guerra sporca.
Molti, nella sinistra politica, accusano la Chiesa di essere stata
complice delle atrocità commesse dallo Stato e ritengono che non
abbia risposto delle sue azioni o fatto ammenda per averle commesse.
Come segnalato sopra, la Chiesa non ha ancora punito né sospeso a
divinis Von Wernich ma ha preso le distanze dalle operazioni non
autorizzate, eretiche, di sacerdoti disonesti. Ciò nonostante, in un
momento in cui alcuni osservatori considerano il primate cattolico
romano Bergoglio il capo dell’opposizione al governo Kirchner per i
suoi commenti sui problemi sociali, si ritiene che il caso Von Wernich
potrebbe avere anche l’effetto di minare l’autorità morale della Chiesa
(e, per estensione, del cardinale Bergoglio) e la sua capacità di
intervenire su questioni politiche, sociali ed economiche.

Nel 2010, quando si scoprì che le autorità ecclesiastiche non


avevano revocato al prete il permesso di celebrare la messa in prigione,
il vescovo Martín de Elizalde assicurò: «Al momento opportuno la
situazione di Von Wernich sarà trattata seguendo le disposizioni del
diritto canonico». Ancora oggi, il Vaticano e la Conferenza episcopale
argentina non hanno allontanato dal sacerdozio il religioso, colpevole
di crimini contro l’umanità.
In un dettagliato rapporto inviato martedì 8 aprile 2008
dall’ambasciata degli Stati Uniti a Buenos Aires al segretario di Stato
Condoleezza Rice – redatto dagli analisti del dipartimento di Stato e
della stazione della CIA nella capitale argentina – emerge con
chiarezza il conflitto tra il governo di Cristina Fernández de Kirchner
e la Chiesa cattolica, con in testa il cardinale Bergoglio.
Il documento, di quattordici pagine, riassume i temi trattati
durante un incontro tra la presidentessa argentina e l’ambasciatore
americano E. Anthony Wayne. Al punto 15 dell’informativa,
classificata come «confidenziale» e intitolata «Rapporto tra il governo
argentino e la Chiesa», si sottolinea il tentativo da parte di «CFK»
(Cristina Fernández de Kirchner) di riaprire il dialogo con la Chiesa
cattolica, sospeso per oltre tre anni da «NK» (Néstor Kirchner).

Una delle promesse della campagna elettorale di CFK è stata di


coinvolgere tutti nel confronto (compresi quelli che erano stati
allontanati da suo marito). Mentre il settore rurale ha smentito questa
promessa, nel dicembre 2007 CFK ha invece incontrato il cardinale
Bergoglio, riaprendo così un dialogo con le alte sfere della Chiesa
cattolica argentina, che era stato interrotto da NK per più di tre anni.
Presto, però, si è presentato un nuovo problema: la nomina dell’ex
ministro della Giustizia, Alberto Iribarne, ad ambasciatore argentino
presso la Santa Sede. I mass media hanno subito fatto sapere che il
Vaticano non lo avrebbe accettato, perché si tratta di un cattolico
divorziato che vive con la sua nuova compagna. Alla fine Iribarne si è
ritirato, sperando che si calmino le acque. Attualmente, sembra che i
leader della Chiesa stiano pensando alla possibilità di dare un forte
scossone al governo argentino in merito alla «politica del confronto» e
alle proposte del governo stesso circa la depenalizzazione del possesso
di droghe.

In realtà, la promessa di Cristina Fernández de Kirchner non fu


mantenuta, sia nei confronti della Chiesa cattolica in Argentina sia,
soprattutto, nei confronti dell’Arcivescovado di Buenos Aires, che
insisteva nel contrastare la politica della Casa Rosada.
Circa un mese dopo l’informativa appena citata, gli statunitensi si
riferirono di nuovo al futuro Papa in un telegramma datato 20 maggio
2008, intitolato «Gli scioperi nel settore agricolo: si contano vittime
politiche nel governo». Al punto 12, si riassumono i principali
problemi che la presidentessa si trova di fronte: la crisi agricola, le
inchieste, il settore bancario e imprenditoriale, l’inflazione e,
ovviamente, la Chiesa cattolica e il cardinale Bergoglio.

La crisi agricola ha cambiato la mappa politica. CFK ha vinto le


elezioni da sei mesi, in un momento in cui l’inflazione non era la
principale preoccupazione pubblica, gli elettori rurali la appoggiavano
compatti e i pensionati e i consumatori erano stati placati da aumenti
pre-elettorali delle pensioni e dei salari. La prolungata crisi agricola è il
combustibile che alimenta l’insoddisfazione per la gestione
dell’economia da parte del governo e i dubbi sulla sostenibilità dello
spettacolare recupero dalla crisi del 2001-2002. La caduta a picco nelle
inchieste ha spronato i Kirchner a cambiare stile e adottare un
atteggiamento conciliatore, almeno a livello tattico. È significativo che
il governo abbia, apparentemente, messo in secondo piano le proprie
idee per «rilanciare» l’azione di CFK con l’annuncio di cambi nel
gabinetto e di negoziati per stipulare un grande patto sociale. I gruppi
imprenditoriali e bancari si sono opposti alla pressione del governo
per la firma del patto senza una soluzione alla crisi agricola. Anche la
Chiesa cattolica ha mostrato il proprio disagio a seguito della decisione
governativa di spostare la festa del 25 maggio da Buenos Aires a Salta,
fatto che implica che non sarà Bergoglio a tenere il tradizionale
sermone (è probabile che fosse d’accordo con il governo). Tuttavia, la
vera prova sta nella capacità o meno del governo di risolvere la crisi e
poi di convincere la gente che si sta davvero occupando di un
problema cronico in Argentina: l’inflazione.

L’allora presidente Néstor Kirchner, deceduto nell’ottobre 2010,


ruppe una tradizione che risaliva al 1810 e, in segno di protesta, decise
di non assistere al Te Deum celebrato ogni 25 maggio nella cattedrale
metropolitana di Buenos Aires in ricordo della rivoluzione di maggio.
Arrivò anche a definire Bergoglio «capo spirituale dell’opposizione».
Senza dubbio, gli scontri tra la Chiesa cattolica e il governo in
Argentina ebbero inizio quando Jorge Mario Bergoglio accusò il
governo Kirchner di favorire «il degrado della società argentina
sprofondando nella corruzione, dando potere al narcotraffico e al
relativismo». L’influenza di Bergoglio andava assolutamente
contrastata: così, l’8 novembre 2010, il cardinale fu «opportunamente»
indicato come collaborazionista durante la dittatura militare e la
repressione. Per sostenere l’accusa si affermò che l’arcivescovo di
Buenos Aires aveva tradito due sacerdoti gesuiti, successivamente
detenuti, interrogati e torturati. Secondo queste voci, nel 1976,
durante la dittatura, quando Bergoglio era provinciale dei gesuiti,
aveva revocato la «licenza religiosa» a Orlando Yorio e Francisco
Jalics, due suoi subordinati che stavano portando avanti la loro
missione pastorale presso la baraccopoli del quartiere di Bajo Flores,
insieme con i catechisti della Chiesa gesuita del Salvador. Jalics e Yorio
seguivano la Teologia della liberazione, mentre Bergoglio simpatizzava
per il movimento Guardia di ferro, appartenente all’ala destra del
peronismo, stando a quanto afferma il giornalista Horacio Verbitsky. 5
Qualche giorno dopo avere perso la protezione della Compagnia di
Gesù, uno squadrone della Scuola di meccanica della marina 6 aveva
sequestrato Jalics e Yorio, trasferendoli in una cella di un centro di
tortura.
La dittatura aveva rimesso in libertà entrambi i sacerdoti quando
l’Arcivescovado di Buenos Aires aveva deciso di ricevere formalmente
il generale Roberto Viola (membro della seconda Giunta militare del
governo, 1978-1981) e l’allora ministro dell’Economia José Martínez
de Hoz. Una volta liberi, Yorio e Jalics avevano raggiunto il Vaticano,
dove si erano riuniti con il generale dei gesuiti, Pedro Arrupe. Da
allora in poi non si era più saputo niente di loro, ma «l’ombra del
dubbio» sul ruolo svolto da Jorge Mario Bergoglio nella loro
detenzione aveva continuato ad aleggiare. Quel che è certo è che la
faccenda fu convenientemente alimentata dall’amministrazione
Kirchner e dai mass media vicini al potere, per evitare che questa
storia potesse cadere nell’oblio.
Nel 2013, dopo l’elezione di Bergoglio a Sommo Pontefice,
l’ottantacinquenne padre Francisco Jalics decise di parlare dal suo
ritiro nella piccola località bavarese di Wilhelmsthal, nel distretto di
Kronach. Orlando Yorio, l’altro gesuita rapito, è morto nel 2000, in
Uruguay. Jalics, per mezzo di un comunicato, affermò che lui e Yorio
non erano stati traditi dall’attuale Papa. «Questi sono i fatti: Orlando
Yorio e io non siamo stati denunciati da Bergoglio. È falso ritenere che
la nostra prigionia sia avvenuta per iniziativa di padre Bergoglio.
Credevo che fossimo stati vittime di una denuncia, ma dalla fine degli
anni Novanta, grazie a diversi colloqui, mi è chiaro che tale
supposizione è infondata», dichiarò il sacerdote. Poi aggiunse che lui e
Yorio erano stati «sequestrati dalla dittatura per via del rapporto che
avevamo con un catechista che in seguito era entrato nella
‘guerriglia’». Disse che per nove mesi non avevano più saputo nulla di
lui, ma che dopo due o tre giorni dal suo arresto erano stati prelevati
anche loro. Padre Jalics lasciò intendere che forse, sottoposto a
tortura, il catechista li avesse denunciati. A suo dire, l’ufficiale che lo
aveva interrogato e aveva controllato i suoi documenti lo aveva preso
per una spia russa, dato che era nato a Budapest. Jalics ammise che,
anni dopo la sua liberazione e l’abbandono dell’Argentina, aveva
parlato dei fatti con l’arcivescovo di Buenos Aires. Secondo la sua
dichiarazione, avevano celebrato insieme la messa e si erano
solennemente abbracciati. «Mi sono riconciliato con quegli eventi e
per me quella vicenda è conclusa», precisò.
D’altro canto, il Vaticano respinse subito gli attacchi sul
comportamento del Pontefice durante la dittatura argentina. Il
direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi,
affermò: «Non vi è mai stata un’accusa concreta e credibile nei suoi
confronti», e proseguì sottolineando che si trattava solo di «calunnie»
nell’ambito di una «campagna diffamatoria» messa in atto da una
«sinistra anticlericale».
Nel 2010, il quotidiano argentino Clarín pubblicò in esclusiva un
frammento della deposizione di Bergoglio come testimone dei crimini
contro l’umanità commessi durante la dittatura di Videla. L’8
novembre 2010, Bergoglio dichiarò di avere incontrato i gesuiti
Orlando Yorio e Francisco Jalics per suggerire loro di «mettersi al
sicuro» a causa delle critiche da parte di «alcuni settori» e dopo
l’assassinio di padre Carlos Múgica. Bergoglio affermò di avere offerto
a Yorio e Jalics di rifugiarsi presso la casa provinciale della
Compagnia, ritenendo che non fossero coinvolti in «azioni
sovversive», come invece sostenevano i loro persecutori; in effetti i due
erano innocenti ma, per via dei rapporti con alcuni preti delle
baraccopoli, erano troppo esposti a quell’ossessiva «caccia alle
streghe».
Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la Pace nel 1980 e
fervente cattolico, ha difeso il Pontefice, cancellando ogni possibile
sospetto su di lui. Ha infatti assicurato: «Ci sono stati vescovi che sono
stati complici della dittatura, ma Bergoglio non era tra questi. Viene
accusato di non avere fatto abbastanza per liberare dalla prigionia due
sacerdoti, essendo il superiore della Congregazione dei gesuiti, ma so
personalmente che molti vescovi hanno chiesto alla Giunta militare la
liberazione dei prigionieri e dei sacerdoti, che non è stata concessa».
Secondo Pérez Esquivel, a Bergoglio sarebbe «mancato il coraggio per
accompagnare la nostra lotta per i diritti umani», ma non fu
«complice della dittatura». 7
Dalla nomina di Bergoglio a nuovo Santo Padre, il governo
argentino ha cercato di ricostruire un rapporto, negli ultimi anni
molto teso, con l’ex arcivescovo di Buenos Aires. In un primo
momento, Cristina Fernández de Kirchner si è limitata a emanare un
comunicato ufficiale la cui freddezza strideva con il calore dei
messaggi degli altri leader sudamericani. Tuttavia, superato l’impatto
iniziale, il governo ha cominciato ad assumere posizioni più
concilianti nei confronti del nuovo Pontefice. Il presidente della
Camera dei deputati, il kirchnerista Julián Domínguez, ha affermato
che è un’enorme gioia per il popolo argentino avere un Papa
argentino, aggiungendo che l’arrivo di Bergoglio alla Santa Sede
«rende orgogliosa la Casa Rosada, perché così la bandiera azzurra e
bianca percorre il pianeta».
La visita privata della presidentessa argentina alla Santa Sede, il 18
marzo 2013, cinque giorni dopo l’elezione del Pontefice, ha
rappresentato il primo passo verso una «tregua». Come abbiamo visto,
il rapporto di Bergoglio con Cristina e Néstor Kirchner è sempre stato
molto problematico, con forti momenti di tensione. In una delle sue
omelie, Bergoglio arrivò a denunciare «l’esibizionismo e gli annunci
stridenti dei governanti». In un’altra si oppose ai «favoritismi» e alle
«intolleranze», rinnovando al tempo stesso la sua missione per
combattere la povertà, la corruzione e i problemi sociali.
Sabato 5 ottobre 2013, il Santo Padre ha chiuso una pagina della
propria storia decidendo di ricevere in Vaticano padre Francisco
Jalics. Sebbene il portavoce vaticano non abbia fornito dettagli
sull’incontro, è stato sicuramente molto importante, anche perché in
quel periodo andava in stampa il libro del giornalista Nello Salvo,
intitolato La lista di Bergoglio 8 – con una prefazione di Adolfo Pérez
Esquivel –, in cui si racconta nei dettagli come l’allora padre Jorge
Mario Bergoglio avesse in realtà protetto e aiutato a fuggire un
centinaio di persone perseguitate dalla dittatura. All’interno di questa
cornice che vede Cristina Fernández de Kirchner opporsi a papa
Francesco, l’autore del libro riceve una telefonata da un funzionario
della Casa Rosada, che gli «raccomanda» di continuare a spargere le
voci «sul ruolo di Jorge Mario Bergoglio negli anni della guerra sporca
in Argentina». Suppongo che non sia l’unico giornalista a essere stato
contattato in quella campagna diffamatoria ordita dall’ufficio stampa
della Casa Rosada contro lo scomodo ex arcivescovo di Buenos Aires,
ora Sommo Pontefice.
BENEDETTO XVI
(2005-2013)
3
Africa. Economia, espansionismo
e profilattici

TRA il 18 e il 20 novembre 2011, papa Benedetto XVI si recò in visita


nel Benin per tre giorni. Era la prima volta che rimetteva piede sul
continente africano dal suo controverso viaggio in Camerun e Angola,
che aveva avuto luogo tra il 17 e il 23 marzo 2009.
In Angola il Pontefice aveva partecipato alla celebrazione del 500°
anniversario dell’evangelizzazione del Paese, dopodiché, in Camerun,
aveva consegnato ai rappresentanti delle Conferenze episcopali
dell’Africa l’Instrumentum laboris, il documento di preparazione della
II Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi, che si
sarebbe tenuta in Vaticano. La polemica era nata quando, in
quell’occasione, il Papa aveva dichiarato: «Direi che non si può
superare questo problema dell’AIDS solo con slogan pubblicitari. Se
non c’è l’anima, se gli africani non si aiutano, non si può risolvere il
flagello con la distribuzione di preservativi: al contrario, il rischio è di
aumentare il problema». 1 Le sue parole avevano scatenato un’ondata
di proteste in tutto il mondo.
Dopo il rientro del Santo Padre a Roma dal secondo viaggio in
Africa, il 23 novembre, l’ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa
Sede inviò al segretario di Stato Hillary Clinton un telegramma
classificato come «sensibile» e intitolato «Il Papa esprime il suo
impegno per l’Africa durante la visita nel Benin». Le informazioni
contenute nel rapporto, suddivise in sette punti, erano state passate
alla delegazione diplomatica dalla sede della CIA a Lagos e dal
dipartimento dell’Agenzia per gli Affari africani (The office of asian
Pacific, latin american and african analysis, APLAA).
Stranamente, l’analista dell’ambasciata statunitense si confonde
sulla data del viaggio e scrive che Benedetto XVI è rientrato a Roma
domenica 27 novembre, mentre il suo ritorno è avvenuto una
settimana prima.

1. Riassunto: Papa Benedetto XVI è tornato il 27 novembre dalla


sua visita di tre giorni nel Benin, dopo avere firmato e consegnato
l’esortazione papale Africae munus (Un impegno con l’Africa), un
esteso documento che affronta temi come l’evangelizzazione,
l’economia e l’aborto. La visita del Papa è stata accolta da grandi folle
ed è stata oggetto di un’ampia copertura mediatica. La Chiesa cattolica
continua a fare adepti con notevole velocità nell’Africa subsahariana,
la cui popolazione cattolica è aumentata del 33% nell’ultimo decennio
e oggi conta più di 160 milioni di fedeli. Il continente africano è
destinato a diventare il centro della missione globale della Chiesa. Fine
del riassunto.

Nei tre paragrafi in cui è suddiviso il capitolo «Un impegno con


l’Africa», l’intelligence americana ritiene un fenomeno positivo
l’aumento del numero di cattolici nel continente africano, ma si
mostra critica riguardo alla posizione della Chiesa sull’aborto.

2. Africae munus è una continuazione di Ecclesia in Africa,


pubblicato dal Simposio delle conferenze episcopali di Africa e
Madagascar (SCEAM) e dal Vaticano nel 2009. Benedetto XVI ha
presentato il testo il secondo giorno della sua visita nel Benin,
sostenendo che «intende promuovere, incoraggiare e consolidare le
diverse iniziative locali già esistenti. Intende altresì ispirarne altre per
la Chiesa cattolica in Africa». 2 Africae munus comprende la bozza di
un programma di azione pastorale per il futuro dell’evangelizzazione
in Africa e insiste sulla necessità di riconciliazione, giustizia e pace in
tutto il continente.
3. Africae munus ha l’imprimatur papale, come evidenziato dalla
firma dello stesso Benedetto nel Benin. Il documento condanna lo
sfruttamento abusivo dell’ambiente, sostenendo che «la confisca dei
beni della terra da parte di una minoranza a scapito di popoli interi è
inaccettabile e immorale». 3 Ammonisce gli africani sull’aborto,
mettendoli in guardia rispetto al linguaggio confuso dei documenti
internazionali sulla salute riproduttiva della donna, che sono contrari
agli insegnamenti della Chiesa. Chiede inoltre agli africani
un’evoluzione del ruolo della donna nella società, poiché «l’evoluzione
delle mentalità in questo campo è, purtroppo, eccessivamente lenta. La
Chiesa ha il dovere di contribuire a questo riconoscimento e a questa
liberazione della donna», 4 e aggiunge che le donne sono la spina
dorsale delle comunità locali della Chiesa.
4. Nel documento, il Papa chiede ai Paesi africani di celebrare
annualmente «un giorno o una settimana di riconciliazione». 5
Benedetto XVI invita tutto il continente a un anno di riconciliazione
«per chiedere a Dio un perdono speciale per tutti i mali e le ferite che
gli esseri umani si sono inflitti l’un l’altro in Africa, e affinché si
riconcilino le persone e i gruppi che sono stati offesi nella Chiesa e
nell’insieme della società». 6 Africae munus esorta i cristiani dell’Africa
ad appoggiare la nuova evangelizzazione in corso nelle nazioni
secolarizzate dell’Occidente.

È da notare che, in questo rapporto, gli analisti della CIA in Africa


sottolineino come importanti e in un certo senso preoccupanti le
parole che il Papa ha pronunciato all’aeroporto internazionale
Cardenal Bernardin Gantin di Cotonou, poco prima del ritorno a
Roma, riguardo al fatto di non «arrendersi alle leggi del mercato».
Inoltre, gli americani pongono un’enfasi negativa sul sostegno offerto
dal polemico arcivescovo di Abuja (Nigeria), John Onaiyekan, 7 al
movimento Occupy Wall Street.
Per l’intelligence e la diplomazia statunitense, Onaiyekan,
candidato al premio Nobel per la pace, aveva già mostrato una presa di
posizione decisa contro il potere economico degli Stati Uniti – a causa
dei loro enti finanziari e delle responsabilità che questi hanno nella
povertà dei Paesi africani – quando, nel 1998, aveva accolto Giovanni
Paolo II durante la sua visita in Nigeria. Per la CIA, Onaiyekan è
certamente un personaggio fastidioso.

5. Da quando il Pontificio consiglio della giustizia e della pace ha


formulato alcune proposte di riforme finanziarie, a ottobre, questo
viaggio rappresenta la prima occasione in cui il Papa ha rilasciato dei
commenti al riguardo. Benedetto ha mostrato il suo appoggio ai
sostenitori di tali riforme quando, nel corso della conferenza tenuta
all’aeroporto, ha dichiarato: «La modernità [...] deve essere
accompagnata con prudenza per il bene di tutti evitando gli scogli che
esistono sul continente africano e altrove, per esempio la
sottomissione incondizionata alle leggi del mercato o della finanza». 8
Sebbene questa affermazione non sia da leggersi come un appoggio a
un patto finanziario regolatore a livello globale, tuttavia colloca il
pensiero del Papa a sinistra del principio del «laissez faire» 9 nei
mercati internazionali. Durante la visita di Benedetto XVI,
l’arcivescovo nigeriano (nonché ex presidente dello SCEAM), John
Onaiyekan, aveva dichiarato al giornalista del National Catholic
Reporter, John Allen, che «il movimento Occupy Wall Street è un
buon segnale, poiché significa che la critica al sistema economico
mondiale mossa da tempo dall’Africa e da altri Paesi del Terzo Mondo
si sta finalmente espandendo anche in Occidente».

Al punto 6 dell’informativa si torna a sottolineare la grande


preoccupazione del Vaticano per le questioni sessuali in Africa. Nel
testo si può leggere una celata critica alla posizione della Santa Sede,
che invita a combattere l’AIDS per mezzo dell’astinenza sessuale, del
rifiuto della promiscuità e della fedeltà coniugale. 10 Gli analisti della
CIA sottolineano l’assenza totale della parola «profilattico» in qualsiasi
discorso del Pontefice durante la sua visita nel Benin.
La segreteria di Stato del Vaticano, per voce del cardinale Tarcisio
Bertone, non desiderava assistere a una nuova polemica come quella
scatenatasi durante il viaggio del Santo Padre in Camerun e Angola,
riguardo all’uso del preservativo in Africa. Lo stesso Benedetto XVI
era già stato chiaro quando aveva affermato al suo biografo Peter
Seewald, dopo il viaggio in quel continente nel 2009: «Non si può
risolvere il problema [dell’AIDS] con la distribuzione di profilattici.
Bisogna fare molto di più». 11

6. Riguardo al tema dell’HIV/AIDS, Benedetto ha affrontato il


problema etico e quello epidemiologico, che richiedono un diverso
approccio sotto forma di astinenza sessuale, rifiuto della promiscuità e
fedeltà coniugale. Ha fatto anche un appello per ampliare la
disponibilità delle cure, sostenendo che il problema «esige certamente
una risposta medica e farmaceutica». 12 (Nota: Questa è la linea
generale della Chiesa riguardo all’HIV/AIDS: la Santa Sede esorta ad
adottare misure preventive e non mediche – l’astinenza – ma è
favorevole alle cure mediche e farmaceutiche per chi è stato colpito
dalla malattia. Fine della nota.) Gli osservatori hanno evidenziato
l’assenza della parola «profilattico» in tutti i discorsi del Papa, per
evitare la controversia suscitata durante l’unica altra visita in Africa,
nel 2009.

Quando era cardinale, Joseph Ratzinger, in veste di prefetto della


Congregazione per la dottrina della fede (incarico che ricoprì tra il
1981 e il 2005), adottò misure inquisitorie contro i religiosi che
avevano chiare idee progressiste riguardo alle questioni sessuali,
mentre dall’altro lato proteggeva pedofili come Marcial Maciel e quelli
che lo «coprivano».
Nel 1987 Charles Curran perse la cattedra di teologia morale alla
Catholic University of America per le sue idee sul divorzio, la
masturbazione, l’eutanasia e l’omosessualità; nel 1992 il teologo
Matthew Fox, già ammonito nel 1988, fu espulso dall’ordine dei
domenicani per avere difeso opinioni sul sesso non conformi
all’insegnamento morale del Vaticano; nello stesso anno, la
Congregazione per la dottrina della fede pretese che il teologo
canadese André Guindon prendesse le distanze da uno scritto in cui si
consideravano moralmente legittimi gli anticoncezionali, i rapporti
prematrimoniali e quelli omosessuali. Nel 1995 fu destituito il vescovo
di Évreux (Normandia), Jacques Gaillot, per avere affermato di
accettare il profilattico come mezzo di prevenzione dell’AIDS e per
avere sostenuto che gli omosessuali e i divorziati dovessero continuare
a essere membri della Chiesa cattolica; nel 1999 padre Robert Nugent
e suor Jeanine Gramick furono «notificati» dal Santo Uffizio, con
l’accusa di prestare assistenza spirituale a gay e lesbiche cattolici. Nel
2001 il teologo spagnolo Marciano Vidale, autore del libro Moral de
actitudes (L’atteggiamento morale), ricevette una dura reprimenda: la
congregazione guidata da Joseph Ratzinger lo accusava di avere
commesso gravi «errori» quanto alle sue idee sull’aborto, l’aborto
terapeutico, la fecondazione artificiale, gli anticoncezionali e la
masturbazione. E ancora, nel 2003, padre Franco Barbero fu costretto
ad abbandonare il sacerdozio e a tornare allo stato laicale perché
favorevole alle unioni omosessuali e al sacramento del matrimonio
anche per gli ecclesiastici. 13
È singolare che durante le sue due visite in Africa Benedetto XVI
abbia condannato gli anticoncezionali e l’uso del profilattico, persino
quando quest’ultimo serve a scongiurare mali peggiori come l’aborto o
il contagio di malattie sessualmente trasmissibili quali l’AIDS. L’Africa
continua a essere il continente più colpito dalla sindrome da
immunodeficienza acquisita, con 25,8 milioni di individui che ne sono
affetti. Si tratta in particolare dell’Africa subsahariana, dove il numero
di persone che hanno cominciato a sottoporsi alle cure è aumentato di
oltre otto volte in due anni, passando da 100.000 casi a 810.000. In
Africa vive il 57% dei malati di AIDS; nella fascia di età compresa tra i
15 e i 24 anni, il 76% di quelli che hanno contratto la malattia sono
ragazze. 14
Nel 2004, durante un dialogo con il filosofo Jürgens Habermas, il
cardinale Ratzinger affermò: «Dobbiamo pensare anche alla realtà
africana. Qui l’Occidente ha importato la sua visione del mondo, ha
armato l’Africa in permanenza e ha distrutto i mores maiorum, cioè le
regole morali che erano il fondamento di quelle tribù. [...] Ora
vediamo gli effetti della duplice importazione di cui parlavo prima.
Vediamo la violenza crescente che comincia a distruggere veramente i
popoli, la rovina morale, con l’epidemia di AIDS che devasta intere
popolazioni e la responsabilità di introdurre un razionalismo che non
risponde a nessuna delle questioni fondamentali della nostra vita». 15
Al punto 7 del rapporto inviato a Hillary Clinton nel novembre
2011, gli agenti della CIA e il dipartimento di Stato evidenziano
l’importanza dell’Africa per la Santa Sede e vedono il cardinale
ghanese Peter Turkson come uno dei futuri papabili. Di nuovo,
l’autore del documento si confonde, sbagliando questa volta il nome
del prelato.
Gli analisti dell’intelligence e dell’ambasciata americana presso la
Santa Sede affermano che, mentre in Europa la Chiesa assiste a una
diminuzione della propria influenza, in Africa tale influenza continua
ad aumentare, anno dopo anno, e ciò permetterà alle voci di questo
continente – come Turkson e lo scomodo Onaiyekan – di «farsi
sentire a Roma».

7. Commento: La visita di Benedetto XVI ha messo in rilievo


l’importanza che la Santa Sede riconosce all’Africa. Il cardinale
africano Robert Turkson del Ghana (presidente del Pontificio
consiglio della giustizia e della pace) fa parte della rosa dei papabili, i
probabili successori di Benedetto XVI. Poiché in Europa i fedeli si
recano con sempre minore frequenza in chiesa la domenica, la Chiesa
dovrà contare sui Paesi in via di sviluppo per il fervore
dell’evangelizzazione. Proprio perché in Africa la Chiesa sta
sperimentando questa rapida crescita, molte voci di quel continente
potranno farsi sentire a Roma e anche oltre. Fine del commento.

Al conclave che ebbe inizio martedì 12 marzo 2013, convocato


dopo la rinuncia di Benedetto XVI, e in cui il cardinale Jorge Mario
Bergoglio fu eletto 266° Pontefice della Chiesa cattolica, parteciparono
undici cardinali africani, e il ghanese Turkson era tra i papabili.
4
Irlanda. Una crisi per abusi sessuali

IL 26 febbraio 2010, l’ambasciata statunitense in Vaticano inviò un


telegramma classificato come «segreto» e «prioritario» alla segreteria
di Stato di Washington e alle missioni americane dell’ONU a New
York e Ginevra, per informarle che «lo scandalo degli abusi sessuali
mina i rapporti tra l’Irlanda e il Vaticano, scuote la Chiesa d’Irlanda ed
esige cambiamenti all’interno della Santa Sede».
Solo tre mesi prima, nel novembre 2009, il rapporto
sull’insabbiamento da parte dei vescovi irlandesi delle rivelazioni sulle
violenze fisiche e sessuali perpetrate ai danni di minori da parte di
esponenti del clero aveva turbato i cattolici, e non solo, di tutto il
mondo. La prima preoccupazione delle alte sfere vaticane e irlandesi
erano state le vittime, ma la realtà a volte fu messa in ombra dagli
avvenimenti che seguirono e che comportarono addirittura un serio
raffreddamento dei rapporti tra la Santa Sede e la cattolica Irlanda.
Il Vaticano deplorava il fatto che il governo di Dublino non avesse
rispettato e protetto l’autorità della Santa Sede durante le indagini.
Gran parte dell’opinione pubblica irlandese interpretò le proteste del
Vaticano come un modo meschino di creare una cortina di fumo per
deviare l’attenzione da quello che era il vero nocciolo della questione –
gli abusi –, e giudicò che la Santa Sede, dal canto suo, fosse stata
incapace di risolvere tanto il problema reale dei terribili atti commessi
quanto il loro occultamento per mano dei funzionari ecclesiastici.
La profonda crisi che si scatenò all’interno della Chiesa d’Irlanda
sfociò nella richiesta di intervento di papa Benedetto XVI, il quale si
riunì con gli alti prelati irlandesi nel dicembre 2009 e ancora nel
febbraio 2010, per discutere i passi successivi da compiere. Anche se il
Pontefice inviò una lettera pastorale ai cattolici irlandesi, le gerarchie
ecclesiastiche di Roma e Dublino convennero che la crisi dovesse
essere gestita «a livello locale».
Con quella risposta rapida, la Santa Sede dimostrò di avere
imparato la lezione impartitale dagli scandali sugli abusi sessuali
avvenuti negli Stati Uniti nel 2002, nonostante alcuni cattolici di
sinistra – nella stessa Irlanda e in altri Paesi europei – dichiarassero di
sentirsi ancora amareggiati. La crisi si aggravò ulteriormente, sia
dentro sia fuori dei confini nazionali, quando cominciarono a venire
alla luce le nuove accuse di violenze perpetrate dal clero. Il rapporto
del novembre 2009 dimostrava chiaramente che l’arcidiocesi cattolica
di Dublino aveva coperto gli abusi sessuali generalizzati commessi da
sacerdoti nei confronti di minori almeno fino alla metà degli anni
Novanta. 1
Il governo aprì un’inchiesta sugli atti di violenza avvenuti nella
capitale irlandese tra il 1975 e il 2004 e, sei mesi dopo, un rapporto
ufficiale condannò il ruolo avuto dalla Chiesa e da alcuni funzionari
statali, ritenuti complici nell’occultamento dei fatti. L’indagine giunse
alla conclusione che la connivenza tra la gerarchia ecclesiastica e le
autorità dello Stato, tra cui la polizia e la procura, era servita a coprire
gli sforzi di quattro porporati dublinesi di preservare il buon nome
della Chiesa, proteggere i pedofili ed evitare scandali. 2 Gli accusati
erano i tre arcivescovi John Charles McQuaid (1940-1971), Dermot
Ryan (1971-1984) e Kevin McNamara (1984-1987) e il cardinale
Desmond Connell (1988-2004).
L’allora ministro della Giustizia irlandese, Dermot Ahern, rese
pubblico il documento, il cui contenuto era già stato definito
«raccapricciante» dai leader religiosi. Il Rapporto Murphy seguiva il
Rapporto Ryan, pubblicato nel maggio 2009, e descriveva una lunga
lista di crudeltà subite da bambini che frequentavano istituti gestiti
dagli ordini religiosi cattolici irlandesi. Crudeltà che andavano dalla
violenza di gruppo alle bastonate, passando per i lavori forzati.
La relazione, che constava di settecento pagine, fu elaborata da una
commissione d’inchiesta presieduta dal giudice Yvonne Murphy e,
anche se vide la luce con tutta una serie di censure per non
pregiudicare i futuri procedimenti penali, «si rivelerà sconvolgente per
tutti», avvertì l’allora arcivescovo dell’arcidiocesi di Dublino,
Diarmuid Martin.
Stando al Rapporto Murphy, la Chiesa era «ossessionata»
dall’occultamento di segreti così terribili e aveva applicato la politica
del «non chiedere, non parlare», nonostante dopo il 1996 la situazione
fosse migliorata. «Sfortunatamente, è possibile che proprio
l’importante ruolo svolto dalla Chiesa nella vita irlandese abbia
provocato il verificarsi incontrollato di abusi per mano di una piccola
parte del clero», segnalava il testo. Nello stesso documento, il governo
guidato dal primo ministro Brian Cowen riconosceva gli errori
commessi dagli organi statali citati nel rapporto. «Qualunque siano le
ragioni storiche e sociali di quanto accaduto, il governo, in nome dello
Stato, chiede incondizionatamente scusa per non essere riuscito ad
affrontare questo problema», dichiarò il ministro della Giustizia in un
comunicato ufficiale. 3
Negli ultimi trent’anni, la Chiesa d’Irlanda è stata flagellata dagli
scandali di natura sessuale. Per esempio, il Paese rimase sbigottito nel
1992, quando l’amato vescovo di Galway, Eamon Casey, si dimise dal
suo incarico dopo che una donna americana ebbe rivelato di avere
avuto un figlio da lui, frutto di un’appassionata storia d’amore.
Dal canto suo, l’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin ammise
che «nessuna scusa» sarebbe stata sufficiente per placare il dolore delle
vittime di violenze sessuali commesse da sacerdoti cattolici. Secondo il
religioso, il Rapporto Murphy metteva in luce «i devastanti effetti»
provocati dai fallimenti del passato; aggiunse poi che non c’era
«margine di manovra per mettersi a fare del revisionismo sulle norme
e le procedure adottate». Martin ricordò che l’abuso sessuale sui
minori «è ed è sempre stato un reato per la legge civile e canonica»,
oltre che un «peccato grave». 4
La crisi diplomatica tra Irlanda e Vaticano aprì una profonda
spaccatura, di cui parlarono l’ambasciata americana presso la Santa
Sede e la sezione della CIA a Roma. A quanto pare, il segretario di
Stato Tarcisio Bertone era irritato dal fatto che il governo di Dublino
non obbligasse la Commissione Murphy a seguire le procedure
diplomatiche quando chiedeva documenti alla Santa Sede in generale,
e alla Congregazione per la dottrina della fede (allora guidata dal
cardinale William Joseph Levada) in particolare.

3. Dopo la pubblicazione del Rapporto Ryan, il governo irlandese


ha ordinato di aprire un’inchiesta, che sarà condotta dalla
Commissione indipendente Murphy, sulle denunce presentate dalla
Commissione Ryan contro alcuni sacerdoti dell’arcidiocesi di Dublino.
Aggirando i canali diplomatici, la Commissione Murphy ha inviato
una lettera per richiedere ulteriori informazioni alla Congregazione
per la dottrina della fede, che si occupa delle questioni legate alla
condotta e ai reati commessi da esponenti del clero. La commissione
ha inoltre chiesto al nunzio Vaticano in Irlanda di rispondere ad
alcune domande. (Nel presentare queste richieste, il giudice Murphy
ha sostenuto di non dover seguire le normali procedure tra Stati,
perché la commissione è indipendente e non fa parte del governo
irlandese.)
4. Mentre i nostri contatti nella Santa Sede hanno immediatamente
espresso la loro profonda solidarietà per le vittime e hanno insistito
che la priorità fosse evitare che certi fatti si ripetessero, tuttavia sono
anche irritati dal modo in cui la situazione è stata gestita dal punto di
vista politico. Le richieste della Commissione Murphy hanno offeso
molti in Vaticano, ha comunicato l’assessore della Santa Sede Peter
Wells (tutelare strettamente) al vicecapo della delegazione, perché
sono state viste come un affronto all’autorità della Santa Sede. I
funzionari vaticani sono infastiditi anche dal fatto che il governo
irlandese non sia intervenuto per obbligare la Commissione Murphy a
seguire le normali procedure nelle comunicazioni con la Città del
Vaticano. E oltre al danno, la beffa: i funzionari della Santa Sede
credono anche che certi esponenti dell’opposizione irlandese stiano
approfittando della situazione per i loro fini politici, chiedendo
pubblicamente al governo di esigere una risposta dal Vaticano. Infine,
il segretario di Stato vaticano (l’equivalente del primo ministro)
Bertone ha scritto all’ambasciata irlandese, affinché le richieste
riguardanti l’indagine siano inoltrate attraverso i canali diplomatici,
per mezzo di rogatorie.

Il dispaccio della delegazione diplomatica americana in Vaticano


informa poi che l’ambasciata irlandese presso la Santa Sede si è offerta
di mediare tra la Commissione Murphy e la Congregazione per la
dottrina della fede, ma sottolinea che le attività svolte dalla
commissione stessa e le procedure adottate per i contatti con il
Vaticano hanno sicuramente infastidito Roma. Si osserva poi che
l’ambasciata irlandese è irritata per la posizione del nunzio apostolico
a Dublino, l’arcivescovo Giuseppe Leanza, accusato di avere
«peggiorato le cose». Infine, il documento segreto sottolinea la rabbia
degli irlandesi alla notizia degli abusi sessuali rivelati dalle
commissioni Ryan e Murphy. La più plateale manifestazione di quella
collera aveva avuto luogo durante la messa di Natale, quando
l’arcivescovo di Dublino aveva assicurato che due dei cinque vescovi
citati nel Rapporto Murphy si erano dimessi dall’incarico. A
quell’annuncio era seguito un fragoroso e unanime applauso, che
l’ecclesiastico non era riuscito a placare.

5. L’ambasciata irlandese presso la Santa Sede si è offerta di


facilitare la comunicazione tra la commissione irlandese e il Vaticano,
ma nessuna delle parti ha adottato nuove misure. L’ambasciatore
irlandese Noel Fahey (ex ambasciatore a Washington) ha detto al
vicecapo della delegazione che questa è la crisi più difficile che abbia
mai dovuto gestire. Il governo irlandese vuole essere visto come un
collaboratore nell’inchiesta, essendo stato coinvolto il suo ministero
dell’Istruzione e della scienza, ma non desidera insistere sul fatto che il
Vaticano risponda alle richieste, perché non sono state effettuate
tramite i consueti canali. Alla fine, secondo la vice di Fahey, Helena
Keleher, il governo d’Irlanda ha deciso di non fare pressioni sul
Vaticano perché risponda. Keleher ha inoltre riferito al capo politico
che probabilmente la Congregazione per la dottrina della fede non ha
altro da offrire all’indagine. Riguardo alla richiesta che il nunzio
testimoni, Keleher ha detto che il governo irlandese si è reso conto che
gli ambasciatori stranieri non sono tenuti o non dovrebbero comparire
dinanzi alle commissioni nazionali. Tuttavia, Keleher ha fatto notare
che, ignorando le richieste, il nunzio in Irlanda ha peggiorato le cose.
6. Il risentimento provocato dalle attività della Commissione
Murphy – e l’incapacità del governo irlandese di regolarle – non ha
infastidito solo Roma. In parte perché i problemi giuridici e
diplomatici scaturiti dalle richieste della commissione sono ormai
irrilevanti, dato che la Commissione Murphy ha consegnato il suo
rapporto nel novembre 2009, motivando molte delle sue affermazioni
e giungendo alla conclusione che alcuni vescovi hanno cercato di
coprire gli abusi, anteponendo gli interessi della Chiesa a quelli delle
vittime.
7. Tuttavia, la rabbia della popolazione irlandese non si è placata. Il
rifiuto della Santa Sede di rispondere alle domande della Commissione
Murphy ha provocato grande sbigottimento negli irlandesi. Il ministro
degli Esteri, Martin, si è visto costretto a convocare il nunzio
apostolico per discutere della situazione. L’opinione pubblica irlandese
non si è ammorbidita. Il risentimento verso la Chiesa di Roma
continua a essere molto vivo, soprattutto a causa della copertura
istituzionalizzata degli abusi da parte delle alte sfere ecclesiastiche. In
seguito allo scandalo, quattro dei cinque vescovi nominati nel
Rapporto Murphy si sono dimessi; il quinto, invece, si è rifiutato.
L’annuncio fatto dall’arcivescovo Martin la vigilia di Natale, durante la
messa di mezzanotte, delle dimissioni di due dei cinque vescovi
menzionati nel Rapporto Murphy è stato accolto con applausi, difficili
da spegnere.

I punti successivi del documento rivelano alcune informazioni


fornite dalla «fonte» statunitense in Vaticano, probabilmente
monsignor Peter Wells, assessore della Prima sezione per gli affari
generali. Tra queste, ci sono le indiscrezioni sugli incontri di
Benedetto XVI con il cardinale Brady e l’arcivescovo Martin e con il
clero irlandese, entrambi avvenuti sotto la supervisione del cardinale
Tarcisio Bertone.

8. Nel frattempo il Vaticano, solitamente cauto, si è mosso con una


rapidità insolita nel gestire la crisi interna alla Chiesa. L’11 dicembre
2009, il Papa ha convocato una riunione con i vertici del clero
irlandese. Il cardinale irlandese Sean Brady e l’arcivescovo di Dublino
Diarmuid Martin sono venuti a Roma e si sono incontrati con il
Pontefice, che era affiancato dal cardinale Bertone e da altri quattro
cardinali tra le cui funzioni si annovera la supervisione di alcuni
aspetti della situazione irlandese. Alla fine della riunione, il Vaticano
ha rilasciato un comunicato in cui si dice che il Papa condivide
«l’indignazione, il senso di tradimento e la vergogna» 5 provati dai
cattolici irlandesi di fronte a quelle rivelazioni, che prega per le vittime
e che la Chiesa adotterà delle misure per evitare il ripetersi di simili
fatti. In seguito, monsignor Martin ha dichiarato alla stampa di
aspettarsi un’importante riorganizzazione della Chiesa irlandese.
9. Il passo seguente della Santa Sede è stato convocare, il 15 e 16
febbraio, una riunione più ampia con i vescovi irlandesi per discutere
la crisi. In quell’occasione, il Papa ha esortato i vescovi ad affrontare
gli abusi sessuali con determinazione e coraggio, per impedire che
tornino a ripetersi, e a offrire consolazione alle vittime. Durante
l’incontro i presenti hanno discusso la «Lettera pastorale del Santo
Padre ai cattolici d’Irlanda», che il Papa pubblicherà alla fine di marzo.
In un comunicato successivo, il Vaticano ha affermato che le violenze
in Irlanda sono state «un crimine atroce e un peccato grave». 6
10. Nella conferenza stampa del 16 febbraio, il portavoce del
Vaticano, Lombardi, ha detto che la riunione era finalizzata al dialogo
e alla definizione di linee direttive e non si prefiggeva di prendere
decisioni politiche specifiche. Lombardi ha inoltre citato le parole dei
vescovi, i quali hanno assicurato che «sono stati approvati
provvedimenti importanti per garantire la sicurezza dei bambini e dei
giovani».

L’informativa stilata dall’ambasciata statunitense presso il Vaticano


si conclude con un paragrafo intitolato «La lezione è stata in parte
imparata, ma la crisi si protrarrà per anni». Gli analisti con base a
Roma affermano che, nonostante le misure adottate dalla Santa Sede
per affrontare la questione degli abusi sessuali sui minori, il problema
si aggraverà quando saranno aperte ulteriori inchieste in altre
arcidiocesi irlandesi, e che ciò provocherà una riduzione sostanziale
del numero di cattolici nel Paese. Nelle ultime righe del commento
finale, si prevede che la situazione in cui il Vaticano è venuto a
trovarsi in seguito al caso irlandese potrà aiutarlo ad affrontare il caso
tedesco, sul punto di scoppiare.

12. In linea con la prassi cattolica di ritenere i vescovi locali i


principali responsabili della gestione della loro diocesi, ci aspettiamo
che lo scenario della crisi e le misure per affrontarla rimangano
all’interno della Chiesa cattolica d’Irlanda. Un’eccezione sarà decidere
se accettare o rifiutare le dimissioni dei vescovi coinvolti – o valutare
la rimozione del vescovo che si è rifiutato di dimettersi – e questa
decisione spetta al Papa. L’altra grande eccezione sarà la lettera
pastorale del Papa ai cattolici d’Irlanda, in cui il Vaticano risponderà
alle preoccupazioni e alle critiche sulle dichiarazioni rilasciate e sulle
azioni fin qui intraprese. Dopo tutto ciò, però, il Vaticano tornerà
sullo sfondo, continuando comunque a tenere d’occhio i vescovi
irlandesi e sollecitandoli a parlare con una sola voce. I nostri contatti
in Vaticano e in Irlanda prevedono che la crisi della Chiesa cattolica
irlandese durerà anni, dato che finora si è indagato solo sulle accuse
venute alla luce nell’arcidiocesi di Dublino. Secondo i funzionari di
entrambi gli Stati, le indagini sulle denunce sporte in altre arcidiocesi
produrranno nuove e dolorose rivelazioni.
13. In Irlanda gli scandali degli abusi sessuali si sono verificati alla
fine di un lungo periodo di crescente secolarizzazione della società, e
potrebbero diminuire ulteriormente l’influenza della Chiesa cattolica.
Di fatto, la veemente reazione del Paese di fronte all’attuale crisi dà la
misura di quanto questa istituzione sia caduta in discredito. Una volta
accolta nella Costituzione irlandese, la Chiesa ha raggiunto l’apice del
prestigio e del potere nel 1979, con la visita di papa Giovanni Paolo II;
da allora questo prestigio è andato via via calando. Allo stesso tempo,
il Rapporto Murphy riflette la vergogna irlandese per la connivenza
degli organi statali – scuole, tribunali e polizia – nei terribili casi di
violenze, che si sono protratti per decenni, e nel loro insabbiamento.
14. Gli analisti vaticani, invece, concordano sul fatto che sia chiaro,
dal modo in cui è stata gestita la questione irlandese, che il Vaticano ha
imparato alcune lezioni importanti dallo scandalo per abusi sessuali
scoppiato negli Stati Uniti nel 2002. Non esitando a esprimere il
proprio orrore per i presunti casi, etichettati sia come crimini sia come
peccati, e convocando le alte gerarchie locali per discutere su come
evitarne di nuovi, il Vaticano ha limitato – ma di certo non cancellato
– i danni inflitti alla reputazione della Chiesa in Irlanda e in tutto il
mondo. Sfortunatamente, dato il crescente scandalo delle violenze in
Germania, a breve potrebbe essere necessario ripetere quella lezione.

Furono in totale 450 le persone che presentarono accuse formali di


abusi sessuali contro ex sacerdoti dell’arcidiocesi di Dublino, per fatti
verificatisi tra il 1975 e il 2004. La commissione d’inchiesta
dell’arcidiocesi esaminò le accuse sporte contro 46 sacerdoti, così
come l’insabbiamento dello scandalo da parte di 19 membri delle alte
sfere ecclesiastiche, tra cui il cardinale Desmond Connell. Le
rivelazioni del Rapporto Murphy provocarono, tra il 18 e il 24
dicembre 2009, le dimissioni di quattro prelati irlandesi: Donald
Murray, vescovo di Limerick; James Moriarty, vescovo di Kildare e
Leighlin; Raymond Field, vescovo di Ard Mór; Eamonn Walsh,
vescovo di Elmham. Martin Drennan, vescovo di Galway, rifiutò di
lasciare il suo incarico.
Papa Benedetto XVI accettò le dimissioni di Field e Walsh, ma i
due prelati hanno continuato a far parte della gerarchia ecclesiastica in
qualità di «vescovi emeriti», percependo una pensione piena. Solo
Drennan rimane ancora al suo posto.
In seguito fu reso pubblico il cosiddetto «Capitolo 19» del Rapporto
Murphy, in cui si raccomandava di prendere provvedimenti legali
contro padre Tony Walsh. Il 15 dicembre 2010, il sacerdote fu
condannato a 123 anni di carcere per reiterati abusi sessuali su
bambini di età compresa tra i dieci e i tredici anni, avvenuti nella sua
parrocchia di Ballyfermot. I suoi precedenti pedofili erano noti ai
vertici ecclesiastici fin dal 1970, ma padre Walsh fu allontanato dalla
Chiesa solo nel 1992. Nel rapporto si sottolineava anche che la polizia
irlandese era in possesso di dettagliati documenti sulle violenze da lui
commesse ai danni di minori già dal 1990-1991, ma che non aveva
fatto nulla al riguardo. L’ordine cattolico più colpito dalle accuse
contenute nel Rapporto Ryan annunciò che avrebbe stanziato 161
milioni di euro come risarcimento per le vittime.
In seguito a una serie di indagini avviate da diversi governi,
comitati indipendenti e agenzie internazionali, si è scoperto che le
violenze sessuali su minori commesse da esponenti della Chiesa
cattolica si sono protratte per decenni, in ventisei Paesi dei cinque
continenti, e sono state coperte dalle alte sfere delle gerarchie
ecclesiastiche delle nazioni in cui sono state perpetrate, oltre che dal
Vaticano stesso. Questi Paesi sono Kenya, Tanzania, Filippine,
Austria, Belgio, Croazia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Malta,
Olanda, Norvegia, Polonia, Slovenia, Svezia, Gran Bretagna, Canada,
Messico, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Argentina, Brasile,
Cile e Perù. 7
5
Iran. Vaticano, esperto di nucleare

L’OFFENSIVA diplomatica internazionale contro il governo di


Teheran fu in realtà sferrata cinque anni prima della compilazione del
documento riprodotto qui a fianco, tra il 2005 e il 2007, quando il
governo di Mahmud Ahmadinejad decise di riprendere il programma
di arricchimento dell’uranio. L’allora presidente George W. Bush e il
suo segretario di Stato Condoleezza Rice cercarono di coinvolgere la
comunità internazionale perché facesse pressioni in blocco su
Teheran, insistendo sull’opportunità di un intervento militare nel caso
in cui il governo iraniano non sospendesse le operazioni.
Ahmadinejad si lanciò subito al contrattacco diplomatico,
sostenendo che l’Iran necessitava del programma nucleare per
soddisfare il suo fabbisogno energetico.
A partire da quel momento, Teheran lanciò una nuova offensiva,
questa volta per chiedere all’ONU e all’Agenzia internazionale per
l’energia atomica (AIEA) di smettere di interferire in un «affare
interno» all’Iran, permettendo lo sviluppo nucleare del Paese a scopi
civili. L’AIEA denunciò quindi pubblicamente il rifiuto da parte
dell’Iran e della sua Agenzia per l’energia atomica di consentire
ispezioni di tecnici internazionali, sollecitando l’ONU affinché
imponesse sanzioni al governo di Teheran. Incurante delle minacce,
Ahmadinejad continuò imperterrito con l’arricchimento dell’uranio.
Il 30 settembre 2006, tramite il Congresso, il governo di
Washington approvò un decreto che permetteva di applicare sanzioni
all’Iran e a tutti quegli enti o Paesi che avessero aiutato Teheran nello
sviluppo del nucleare. L’aspetto più rilevante del decreto era che
prevedeva il ricorso a «sanzioni» nel caso di sviluppo di «armi
nucleari» e non di «un programma nucleare». 1
Il 31 ottobre 2006, non essendo riuscita a raggiungere un accordo
concreto con il regime iraniano, la Commissione europea decise di
mettere fine ai negoziati diplomatici. Nel frattempo, Mahmud
Ahmadinejad dichiarò apertamente in un discorso televisivo: «Le
vostre sanzioni sono il giorno della nostra festa nazionale», parole che
avrebbero infiammato ancor più lo scenario politico in quella zona del
mondo.
Mentre l’Occidente continuava a muovere minacce, l’Iran
annunciò formalmente di avere reso operativo con successo un
secondo impianto di centrifughe a gas, che avrebbero accelerato il
processo di arricchimento dell’uranio.
La Casa Bianca rispose che, raddoppiamento o meno degli
impianti, la comunità internazionale non avrebbe mai permesso che
l’Iran riuscisse a fabbricare armi nucleari. In quel periodo, l’Agenzia
nucleare iraniana lo stava già arricchendo al 4%. 2 Diversi membri
permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite
minacciarono di imporre sanzioni a Teheran, ma la Russia, tramite il
portavoce del Cremlino, fece sapere di essere contraria a qualsiasi
provvedimento in tal senso e aggiunse che se fosse stata presentata una
risoluzione al Consiglio di sicurezza, avrebbe posto il veto. Quando
Ahmadinejad comunicò che il programma nucleare iraniano
prevedeva la fabbricazione di sessantamila centrifughe per
l’arricchimento dell’uranio, il Consiglio di sicurezza annunciò che
avrebbe preparato una risoluzione contro l’Iran. Questa volta fu la
Cina a dirsi pronta a porre il veto.
L’Iran sollecitò allora la supervisione dell’AIEA nella costruzione di
un reattore ad acqua pesante nella città di Arak. L’agenzia, per voce
del suo direttore, l’egiziano Mohamed El Baradei, rifiutò la proposta e
tornò alla carica, esigendo ancora una volta che Teheran aprisse le
centrali agli ispettori. 3
Dopo mesi di spossanti negoziati, alla fine il Consiglio di sicurezza
dell’ONU raggiunse un accordo e decise di approvare le sanzioni
economiche, ma non quelle militari. La diplomazia iraniana replicò
che la risoluzione era illegale e che avrebbe proseguito con
l’arricchimento dell’uranio.
Un rapporto della CIA sosteneva che il programma nucleare
iraniano non consentisse lo sviluppo di armamenti. Nonostante ciò,
l’amministrazione Bush continuava a cercare il sostegno degli alleati
occidentali per formare un blocco militare con cui colpire l’Iran.
Mohamed El Baradei pretese però dal Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite che il caso tornasse nelle mani dell’AIEA, che avrebbe
dovuto esercitare le sue funzioni di supervisione senza subire pressioni
politiche, come invece accadeva da anni. 4
La crisi nucleare iraniana proseguì, attraversando momenti di
tensione e distensione, mentre la nuova amministrazione democratica
del presidente Barack Obama continuava a ricevere informazioni al
riguardo, e allo stesso tempo anche sostegno da diverse parti, una delle
quali era rappresentata proprio dal Vaticano. Il dipartimento di Stato
aveva fornito istruzioni al suo ambasciatore presso la Santa Sede,
Miguel H. Díaz, perché ottenesse questo appoggio.
Mercoledì 3 febbraio 2010, l’ambasciata americana inviò un
rapporto classificato come «riservato», intitolato «Il Vaticano
concorda che l’Iran non sta collaborando con l’AIEA». Il dispaccio,
oltre a essere indirizzato al segretario di Stato Clinton,
all’ambasciatore statunitense all’ONU Susan Rice e al gruppo Iran del
dipartimento di Stato, fu inviato anche a Elisa Catalano, consulente
presso il Bureau of near eastern affairs (Ufficio per gli affari del Vicino
Oriente, NEA) e Richard Nephew, capo del team Medio Oriente
presso il Bureau of international security and nonproliferation
(Ufficio per la sicurezza internazionale e la non proliferazione, ISN).
Le informazioni contenute nel documento provenivano da un agente
della CIA con base a Roma.
Al punto 1 si parla di un incontro del capo politico e del
funzionario politico della delegazione diplomatica statunitense con
Paolo Conversi, l’«incaricato del Vaticano per le questioni di disarmo
nucleare». Conversi, professore presso la Pontificia Università
Gregoriana, era già stato consulente sul cambiamento climatico per la
segreteria di Stato ed era uno dei collaboratori più esperti del Papa in
ambito scientifico.

1. Il 2 febbraio, il capo politico e il funzionario politico hanno


presentato l’iniziativa diplomatica di cui al rif. a Paolo Conversi,
incaricato del Vaticano per le questioni di disarmo nucleare. Conversi
ha concordato che l’Iran non abbia reagito in maniera costruttiva alle
richieste del governo statunitense e dell’Agenzia internazionale per
l’energia atomica [...]. Conversi ha detto che il Vaticano – che fa parte
dell’AIEA dal 1957 – si oppone alla proliferazione nucleare ed è a
favore di negoziati diplomatici con l’Iran. Ha aggiunto che l’Iran
potrebbe avere bisogno di più tempo per assimilare e rispondere alle
«recenti» offerte del governo degli Stati Uniti di un impegno bilaterale.

Subito dopo, si racconta una conversazione avvenuta tra i


funzionari americani e monsignor Alberto Ortega Martín, 5 spagnolo,
esperto di Medio Oriente presso la segreteria di Stato e membro di
Comunione e liberazione, il movimento fondato nel 1954 dal religioso
e teologo Luigi Giussani. In base alle informazioni fornite da
monsignor Ortega agli americani, si evidenzia che l’Iran sta vivendo
un momento di gravi tensioni interne.

2. Il 1° febbraio, il capo politico e il funzionario politico hanno


sollevato anche la questione delle ambizioni nucleari dell’Iran con il
responsabile della segreteria di Stato per le questioni relative al Medio
Oriente, monsignor Alberto Ortega. Quest’ultimo ha affermato che
l’Iran sta «temporeggiando» nel fornire una risposta agli Stati Uniti e/o
all’AIEA. E ha attribuito questa tattica alle divisioni interne all’Iran tra
le istituzioni politiche e quelle religiose.

Nel paragrafo successivo, alla luce dei colloqui con Conversi e


Ortega, l’autore del documento diplomatico assicura l’appoggio
incondizionato del Vaticano alle pressioni che Washington e
l’Occidente intendono esercitare sul regime di Teheran.

3. Commento: Nonostante in generale il Vaticano si opponga alle


sanzioni economiche (per gli effetti che hanno sulla popolazione in
generale), Conversi e Ortega non hanno sollevato obiezioni a nessuno
dei punti della protesta diplomatica. Ciò indica che il Vaticano
concorda che la prossima mossa tocchi all’Iran e implicitamente
riconosce che sia legittimo aumentare le pressioni su Teheran. Fine del
commento.

La crisi si riaccese appena un anno dopo l’invio del telegramma


dell’ambasciata americana, quando l’Agenzia internazionale per
l’energia atomica rivelò che l’Iran era entrato in possesso di
informazioni, dalla Russia o dalla Cina, su come fabbricare una bomba
nucleare. Il documento, firmato dal giapponese Yukiya Amano, il
nuovo direttore generale dell’AIEA che aveva sostituito El Baradei,
provocò un’ondata di sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti,
del Consiglio di sicurezza dell’ONU e dell’Unione Europea,
soprattutto contro le operazioni della Banca centrale dell’Iran, nonché
l’embargo del petrolio iraniano.
Mentre la tensione continua ad aumentare, entro il 2014-2015
l’Iran sarà in grado di fabbricare due bombe atomiche. Nel frattempo,
come disse monsignor Ortega ai rappresentanti diplomatici americani,
«la prossima mossa tocca all’Iran», e la partita prosegue.
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Cuba. Chávez, il nuovo Castro

IL 7 febbraio 1962, l’amministrazione del presidente John F. Kennedy


impose all’isola caraibica l’embargo economico che ancora oggi in un
modo o nell’altro si ripercuote sulla società cubana, e con cui gli
abitanti hanno imparato a convivere.
Il 70% circa dei cubani è nato sotto l’embargo, ma ormai solo una
piccola percentuale crede davvero all’idea di «isola assediata» su cui si
fonda la politica cubana. Per esempio, solo l’8% della popolazione è
convinto che i cronici problemi infrastrutturali nelle
telecomunicazioni e nell’accesso a internet siano dovuti agli effetti del
blocco. I detrattori del regime ritengono che le vere cause siano da
ricercare nei meccanismi della repressione politica dei fratelli Castro e
nel loro apparato di sicurezza. 1
Si calcola che in cinquant’anni le sanzioni imposte dalle
amministrazioni Kennedy, Johnson, Nixon, Ford, Carter, Reagan,
Bush Sr., Clinton, Bush Jr. e Obama abbiano causato a Cuba perdite
superiori ai 104 miliardi di dollari.
Tra il maggio 2009 e l’aprile 2010 si sono registrate perdite che
hanno sfiorato i 15,2 milioni di dollari, solo nel settore della sanità.
Mentre i critici dell’embargo sostengono che si tratti di una politica
rovinosa e sbagliata, ampiamente esecrata a livello internazionale,
altri, come gli esiliati cubani anticastristi a Miami, fanno notare che
nemmeno l’approccio più duro dà risultati. Di certo i Paesi di tutto il
mondo hanno commerciato con L’Avana e, nonostante il mezzo
secolo di embargo, il regime castrista perdura. 2
L’embargo statunitense e il regime castrista sono ormai le ultime
vestigia della guerra fredda, ma senza dubbio rappresentano anche i
punti di forza della politica dell’Avana. Gli oppositori dei fratelli
Castro accusano Washington, sostenendo che le sanzioni sarebbero
solo un pretesto per mantenere in vita il sistema politico autoritario.
Durante una manifestazione per celebrare il cinquantesimo
anniversario dell’embargo, nel febbraio 2012, nel suo discorso il
presidente Raúl Castro ha ricordato ancora una volta le condizioni
particolari in cui vive l’isola – di «assedio» – per giustificare il potere
monolitico del Partito comunista cubano.
«Immagini di trovarsi nello Studio Ovale e di ricevere una chiamata
dall’Avana. Che cosa farebbe?» La domanda è stata posta ai più recenti
aspiranti repubblicani alla candidatura presidenziale, durante un
dibattito con alcuni cittadini. Perché, a distanza di mezzo secolo, Cuba
continua a rappresentare una sorta di ossessione della politica
americana, e l’annullamento della sanzione più lunga mai imposta a
un Paese è ancora un tabù quasi assoluto, se si vogliono vincere le
elezioni negli Stati Uniti. La lobby cubana a Miami è tuttora un
potente gruppo di pressione e influenza per chi intende conquistare la
Florida nella corsa alla Casa Bianca.
Per il momento, l’embargo rimane un cavallo di battaglia elettorale
dei repubblicani e finché sarà così, avrà poche possibilità di
ammorbidirsi. Un portavoce del dipartimento di Stato
dell’amministrazione Obama ha dichiarato: «La nostra politica verso
Cuba rimane invariata», ma all’inizio del 2011 il presidente ha firmato
un ordine esecutivo che ha reso più flessibili le restrizioni sui viaggi e
sull’invio di merci a Cuba adottate dal suo predecessore George W.
Bush, senza però modificare il blocco all’isola. Il Congresso è l’unico
organo che ha la facoltà di porre fine all’embargo, inaspritosi nel 1996
dopo l’approvazione della legge Helms-Burton. Obama è stato chiaro
su questo punto, dicendosi disposto ad abrogare la legge a condizione
che il regime dell’Avana attui dei cambiamenti, che finora non sono
ancora avvenuti.
Tuttavia, alcuni settori della Chiesa, e in particolare la segreteria di
Stato vaticana, concordano nell’affermare che a Cuba la situazione sta
mutando e che i cubani stanno «vivendo profonde trasformazioni
economiche e politiche cui gli Stati Uniti non possono rimanere
indifferenti».
Il Congresso «non eliminerà il blocco dall’oggi al domani», ma i
politici «di buonsenso dovrebbero agire in favore del dialogo tra Cuba
e gli Stati Uniti», ha detto una fonte del Vaticano a un funzionario
della CIA a Roma, come risulta da un rapporto inviato alla sede
centrale dell’Agenzia a Langley, in Virginia. Non aiuta nemmeno la
politica del pugno di ferro contro il regime cubano sostenuta da
importanti leader repubblicani del Congresso e, ultimamente, anche
dagli aspiranti candidati alle presidenziali. Di fatto, la Chiesa cattolica
è sempre stata un barometro della situazione sociale dell’isola, già
molto tempo prima della rivoluzione che portò Castro al potere, da
quando, l’11 settembre 1935, la delegazione papale all’Avana fu elevata
a nunziatura.
Giovanni XXIII fu abbastanza critico nei confronti dell’embargo,
Paolo VI preferì non esprimersi al riguardo, Giovanni Paolo II
mantenne una posizione tiepida, mentre Benedetto XVI si mostrò
apertamente contrario.
La grande speranza era stata il viaggio di Giovanni Paolo II a Cuba,
nel gennaio 1998. Il Papa più potente della storia avrebbe parlato con
Fidel Castro, l’uomo che per oltre quarant’anni aveva sfidato la più
grande superpotenza mondiale. Molti analisti pensarono che
quell’incontro avrebbe dato vita a un grande cambiamento
democratico. Lo stesso Pontefice si mostrò ottimista quando, durante
una messa celebrata in uno stadio, si rivolse a centinaia di migliaia di
cubani dicendo: «Nessuna ideologia può rimpiazzare l’infinita
saggezza e potere di Cristo». 3
Due anni dopo, uno studio riconosceva che la visita papale «aveva
indubbiamente aperto qualche piccolo spiraglio», ma osservava «che
Castro non aveva prestato attenzione alle richieste di cambiamenti
democratici avanzate dal Papa, e che dalla visita di Giovanni Paolo II
aveva ignorato richieste simili formulate dal Canada, dall’Unione
Europea e dall’Organizzazione degli Stati americani (Organization of
american states, OAS). Rimaneva ancora alla guida di uno Stato
comunista monopartitico, di un ‘regime totalitario’». 4
Nel 2003, cinque anni dopo la visita del Pontefice a Cuba, il
cardinale e arcivescovo dell’Avana Jaime Ortega y Alamino dichiarò
apertamente: «Le prospettive di libertà religiosa stanno svanendo a
Cuba [...], in luogo della speranza si sta facendo strada la
disperazione». Nel settembre dello stesso anno, inviò un rapporto al
Vaticano in cui assicurava che «le relazioni con il governo cubano
restano sostanzialmente invariate. Non ci sono cambiamenti
significativi e lo spazio di azione socio-politica è sempre molto
limitato, e spesso sembra che alla Chiesa venga ancora impedito di
gestire le scuole e avere accesso ai media. C’è silenzio in termini di
informazione sulla Chiesa». 5
La segreteria di Stato, sotto la guida del potente cardinale Angelo
Sodano, diede il nullaosta a una serie di articoli pubblicati da
L’Osservatore Romano sull’inaugurazione di un convento donato da
Fidel Castro a madre Tekla Famiglietti, abbadessa generale dell’Ordine
del Santissimo Salvatore di Santa Brígida. L’articolo di sette pagine,
pubblicato l’8 marzo 2003, si sperticava in elogi sul leader cubano,
mettendo in luce anche la sua grande amicizia con il cardinale
Crescenzio Sepe, allora prefetto della Congregazione per
l’evangelizzazione dei popoli. Dopo la pubblicazione dell’articolo,
l’allora ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, Yosef Neville
Lamdan, definì la diplomazia vaticana «disorganizzata e confusa».
Altri diplomatici la giudicarono «caotica». In riferimento a Castro,
Sepe dichiarò che «Fidel e sorella Tekla camminano mano nella
mano» 6 e che la prova di quell’amicizia era stata la donazione del
convento di Santa Brígida. Il cardinale Ortega y Alamino fu il solo a
non esultare e tanto meno a partecipare ai festeggiamenti, forse perché
era l’unico a sapere che Fidel Castro e i suoi apparati di sicurezza
stavano per arrestare ottantatré oppositori, la maggior parte dei quali
cattolici. 7
Di fatto, a partire dalla fine degli anni Ottanta, sei nunzi apostolici
– Faustino Sainz Muñoz (1988-1992); Beniamino Stella (1992-1999);
Luis Robles Díaz (1999-2003); Luigi Bonazzi (2004-2009); Giovanni
Becciu (2009-2011) e Bruno Musarò (dal 2011) – e due arcivescovi –
Francisco Ricardo Oves (1970-1981) e il cardinale Ortega y Alamino
(dal 1981) – hanno lottato a favore dei più svantaggiati in questa
guerra politica, i cittadini cubani, ma sono diventati anche un
importante ponte tra Washington e L’Avana e di sicuro una preziosa
fonte di informazioni per la CIA.
Il 21 gennaio 2010, l’ambasciata americana in Vaticano inviò un
telegramma «riservato» e riassunto sotto il titolo «Funzionari vaticani
sui rapporti di Cuba con l’Unione Europea e gli Stati Uniti». Il
dispaccio è suddiviso in sette punti e riferisce la posizione degli esperti
della segreteria di Stato della Santa Sede nei confronti degli affari
cubani, così come la loro opinione sull’embargo. È indirizzato a
Hillary Clinton, segretario di Stato, a Jonathan D. Farrar, capo della
United States interests section (Sezione interessi degli Stati Uniti,
USINT) dell’Avana e alle ambasciate americane a Caracas, Città del
Messico, Brasilia, Ginevra e presso l’ONU.
All’inizio del documento, si indica in Angelo Accattino, specialista
di America Latina presso la segreteria di Stato del Vaticano,
«l’esperto» di Cuba, affermando che è contrario alle misure adottate
contro l’isola «perché fanno soltanto il gioco dei Castro, o di Hugo
Chávez». Accattino, infatti, definisce il leader venezuelano «il nuovo
Fidel Castro dell’emisfero occidentale».

1. L’uomo di riferimento del Vaticano per Cuba, monsignor


Accattino, appoggia il dialogo dell’Unione Europea con Cuba, e ha
detto che gli Stati Uniti dovrebbero astenersi dall’adottare misure
unilaterali contro Cuba che fanno soltanto il gioco dei Castro – o di
Chávez –, soprattutto per quanto riguarda decisioni quali
l’identificazione dei cubani come cittadini che destano particolare
preoccupazione nel trasporto aereo. Il Vaticano teme che la disastrosa
condizione economica dell’isola e la situazione politica potrebbero
sfociare in uno spargimento di sangue. Accattino ha aggiunto che il
«nuovo Fidel Castro dell’emisfero occidentale» è Chávez. In un
incontro separato, un altro funzionario del Vaticano ha raccomandato
che gli Stati Uniti facciano tutto il possibile per garantire tariffe
telefoniche a basso costo per i cubani che chiamano in America.

Gli analisti citano quindi un incontro avvenuto pochi giorni prima


con lo stesso monsignor Accattino, il quale li ha informati sulla
posizione dell’Unione Europea nei confronti di Cuba. Il diplomatico
del Vaticano ha parlato dell’«approccio morbido» della Spagna nei
confronti dell’Avana, sostenendo che sia l’esempio da seguire se si
vogliono fare progressi nella politica cubana, opinione con cui non
sembrano concordare né la diplomazia né l’intelligence americane.

2. Il vicecapo della delegazione e il capo politico si sono incontrati


con Accattino il 14 gennaio per discutere della posizione del governo
statunitense sul dialogo dell’Unione Europea con Cuba. Accattino era
incerto sui pro e i contro di una linea comune dell’Unione Europea
riguardo a Cuba. Ha affermato che è importante coordinare i diversi
approcci, ma ha lasciato intendere di preferire quello più morbido
della Spagna rispetto a quello polacco o ceco, ritenendolo più utile per
ottenere una risposta positiva da parte dei cubani. Nonostante ciò, ha
riconosciuto che i diritti umani devono far parte dell’agenda del
dialogo dell’Unione Europea con Cuba e di quello individuale delle
singole capitali europee con L’Avana. Tuttavia, crede che l’evidente
violazione dei diritti umani sull’isola non debba bloccare l’impegno
nei confronti del Paese più di quanto accada con altre nazioni in cui si
verificano abusi analoghi. Dopotutto, ha detto, gli Stati Uniti e
l’Unione Europea intrattengono rapporti con altri Paesi che non
rispettano i diritti umani, come la Cina.
Monsignor Accattino ritiene che gli Stati Uniti non debbano essere
«ostaggio» di Cuba e critica aspramente il governo di Washington per
le misure restrittive adottate in materia di immigrazione nei confronti
dei cubani che arrivano in aereo.
Significativamente, il diplomatico della Santa Sede si premura di
segnalare che, pur essendo Cuba una nazione che sostiene il
terrorismo, non costituisce un vero pericolo per gli Stati Uniti. Avvisa
quindi gli americani che se sull’isola la situazione dovesse diventare
violenta, Cuba potrebbe accusarli di esserne i responsabili per avere
appoggiato l’embargo, e ribadisce che il nuovo e più pericoloso
nemico in America Latina è Hugo Chávez, che fa affidamento sul
petrolio «per finanziare la rivoluzione bolivariana».

3. Accattino ritiene che la politica interna degli Stati Uniti abbia


avuto un impatto controproducente sulla politica Stati Uniti-Cuba.
Come esempio, ha citato la recente decisione del governo americano
di intensificare il processo di identificazione dei cubani che entrano in
territorio americano in aereo. Nonostante sia uno Stato «fautore del
terrorismo», Cuba in realtà non rappresenta una minaccia reale per gli
Stati Uniti, ha detto, ragion per cui le identificazioni sono dovute solo
a ragioni di natura politica. Accattino pensa che sia una scelta
ingiustificata e che abbia spinto chi sostiene la linea dura del regime a
vedere gli Stati Uniti come un Paese intrinsecamente ostile.
4. Guardando al futuro, ha detto Accattino, la situazione economica
e sociale di Cuba sta peggiorando a tal punto che la popolazione
potrebbe reagire in maniera violenta. Se ciò dovesse accadere, ha
aggiunto, qualcuno dentro e fuori Cuba potrebbe incolpare gli Stati
Uniti di avere contribuito a creare questa situazione. Gli Stati Uniti
non devono essere ostaggio della loro politica interna e mantenere la
«controproducente politica» attuale.
5. D’altra parte, ha affermato Accattino, la politica degli Stati Uniti
nei confronti di Cuba aiuta Chávez, «che è il nuovo, vero successore di
Fidel Castro in America Latina». A differenza di Fidel, ha detto,
Chávez conta sui proventi del petrolio per finanziare la rivoluzione
bolivariana.
Il documento riferisce quindi un’informazione ricevuta dalla CIA a
Roma su un incontro con monsignor Nicolas Thevenin, 8 avvenuto
durante un ricevimento. Il diplomatico, uno dei consiglieri politici più
vicini al segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, ha assicurato
che il Vaticano è soddisfatto per il permesso concesso da Washington
alle aziende telefoniche statunitensi di intrattenere rapporti
commerciali con Cuba.
Nel commento finale, gli analisti dell’ambasciata americana
sottolineano le parole di monsignor Accattino, il quale ha ribadito la
linea della Santa Sede sul «dialogo costante, a prescindere da quanto
sia sgradevole l’interlocutore», ed è tornato ancora una volta a mettere
in guardia sul pericolo rappresentato da Hugo Chávez.

6. Durante una conversazione privata con l’ambasciatore, a


margine di un ricevimento tenutosi il 15 gennaio, monsignor Nicolas
Thevenin, consulente politico del segretario di Stato, cardinale
Bertone, si è congratulato con gli Stati Uniti per avere permesso che le
società telefoniche americane intrattengano rapporti commerciali con
Cuba. Thevenin, che in passato è stato diplomatico del Vaticano a
Cuba, segue da vicino quello che accade sull’isola. Sperava che il
governo statunitense riuscisse a sostenere le aziende di
telecomunicazioni per garantire tariffe più economiche ai cubani che
chiamano in America. Questo, ritiene, potrebbe avere un impatto
positivo sulla promozione di un cambiamento politico.
Commento
7. Accattino ha reiterato la linea del Vaticano di dialogo costante, a
prescindere da quanto sia sgradevole l’interlocutore. Ha anche lasciato
intendere chiaramente che il Vaticano è molto più preoccupato per
Chávez che per Raúl Castro, considerandolo più pericoloso e con un
raggio d’azione più ampio (per non parlare del fatto che è più
giovane). Per questo motivo, il Vaticano ha accolto entusiasticamente
gli ultimi gesti del governo statunitense nei confronti di Cuba e si è
dichiarato favorevole alle nuove misure da questo adottate, che
rendono sempre più difficile per Caracas e L’Avana incolpare
Washington dei fallimenti economici e sociali di Cuba. Fine del
commento.

Questa informativa dimostrava chiaramente al dipartimento di


Stato che, nonostante la Santa Sede la pensasse come gli americani su
Cuba, su Raúl Castro, Hugo Chávez e l’embargo, la Chiesa, sia dentro
sia fuori dell’isola, avrebbe portato avanti la sua politica di
negoziazione o, per meglio dire, di «dare un colpo al cerchio e uno alla
botte». I timori che il Vaticano nutriva verso i leader di sinistra
dell’America Latina sono evidenti in un dispaccio classificato come
«segreto» dall’ambasciata degli Stati Uniti e datato 23 dicembre 2005,
ad appena otto mesi dall’elezione di Ratzinger a Sommo Pontefice.
Il rapporto è intitolato «Vaticano cauto sui latini di sinistra» e si
concentra sul presidente venezuelano Hugo Chávez e sul messicano
Andrés Manuel López Obrador. Quest’ultimo, candidato alla
presidenza del Paese con il Partito della rivoluzione democratica nel
2006, sarebbe stato sconfitto da Felipe Calderón, e nel 2012 da Enrique
Peña Nieto. Le principali fonti di informazione degli analisti
statunitensi con base a Roma sono due alti membri della curia, il
cardinale Leonardo Sandri e monsignor Paolo Gualtieri.

1. Il 17 dicembre, l’ambasciatore ha discusso con l’arcivescovo


Leonardo Sandri, capo degli Affari interni della Santa Sede (il numero
tre del Vaticano), della cattiva influenza del Venezuela sull’America
Latina. Pur risultandogli nuovi alcuni punti, Sandri non si è sorpreso e
ha detto di condividere le inquietudini degli Stati Uniti su Chávez e
altri leader latinoamericani di sinistra. Anche un interlocutore della
segreteria di Stato del Vaticano ha rivelato all’ambasciatore che lui e i
suoi superiori sono preoccupati per i legami tra questi leader. Nessuno
dei due prelati ritiene che il Vaticano possa usare toni più energici,
esprimendosi apertamente contro questi personaggi, sia a causa della
storia recente sia per il timore di una possibile ritorsione nei confronti
della Chiesa. L’ambasciatore vedrà Lajolo dopo le vacanze per
continuare questo dialogo. Fine del riassunto.
Al punto seguente, si spiega come il cardinale Sandri non si faccia
molte illusioni sui progressi in Venezuela. L’argentino sa di che cosa
parla, forte dell’esperienza come nunzio apostolico in quel Paese
(1997-2000) e in Messico (2000). A cinque anni dall’arrivo di Sandri a
Caracas, si era verificato il tentativo di colpo di Stato per mano di
Chávez contro il governo democratico del presidente Carlos Andrés
Pérez.

2. Il 17 dicembre, l’ambasciatore ha incontrato l’arcivescovo


Leonardo Sandri per un colloquio di ampio respiro sulla Chiesa in
America Latina. Sandri, di origini argentine, ex nunzio in Venezuela, è
il capo delle operazioni interne del Vaticano e in generale è
considerato il numero tre della Santa Sede, dopo il Papa e il segretario
di Stato. L’ambasciatore ha discusso di alcune questioni, ponendo
l’accento sul pericolo rappresentato da Chávez per i governi dei Paesi
circostanti. Sandri era al corrente di alcuni temi, mentre altri sono stati
per lui una novità. In ogni caso, non era sorpreso. Si è detto convinto
che Chávez sia diventato pericoloso dal momento in cui ha assunto la
carica, quando lui era nunzio a Caracas. Ha dichiarato di avere
adottato in quel periodo una linea più dura di quella dell’ambasciata
americana, che gli aveva consigliato di «aspettare e vedere» che cosa
avrebbe fatto Chávez durante il mandato.

Subito dopo, gli americani affermano chiaramente che il Vaticano è


sempre più turbato dalla rotta politica imboccata dall’America Latina
con i fratelli Castro a Cuba, Chávez in Venezuela e López Obrador in
Messico.

3. Sandri, che ha reso noto il pensiero del Papa sull’argomento, ha


detto che la Santa Sede è preoccupata dal generale orientamento a
sinistra che sta prendendo piede in America Latina, e ha menzionato
diverse figure che sembrano guardare a Castro e Chávez, tra cui
Andrés Manuel López Obrador in Messico. Il responsabile per gli Stati
Uniti e il Messico del ministero per gli Affari esteri della Santa Sede,
monsignor Paolo Gualtieri, ha comunicato all’ambasciatore, durante
un incontro separato avvenuto il 15 dicembre, che i suoi superiori
condividono questa opinione. Sono consapevoli del legame tra
Chávez, Castro e altri politici di sinistra in America Latina, e temono i
pericoli che questi rappresentano a diversi livelli.

Ai punti 4 e 5, nel commento finale, si fa una breve analisi delle


modalità con cui la Santa Sede affronta questi personaggi, da lei stessa
definiti «pericolosi». Washington vede di buon occhio la stretta
collaborazione con la Chiesa cattolica statunitense e quella
venezuelana nella creazione di programmi sociali che potrebbero
diminuire la popolarità di Chávez. Anche se per i diplomatici e le spie
americane a Roma l’opinione del cardinale Sandri ha un certo peso
proprio per la sua esperienza come nunzio a Caracas, in realtà è il
cardinale Giovanni Lajolo, segretario per i Rapporti con gli Stati, «ad
avere l’ultima parola», essendo l’uomo che traccia la politica estera
della Santa Sede.

4. Mentre il Vaticano è d’accordo sul fatto che queste figure siano


pericolose, considera più complicata la questione del modo in cui
trattare con loro. Ciò che è emerso dalla conversazione tra
l’ambasciatore e Sandri collima con la descrizione della
preoccupazione del Papa riguardo al Venezuela, come segnalato
nell’allegato di riferimento (b). Tuttavia, Sandri non si è discostato
dalla linea precedente del Vaticano sulla partecipazione della Chiesa in
quel Paese; non crede che la Chiesa stia cambiando il suo approccio di
non confronto con Chávez, vista la storia recente tra il Venezuela e la
Santa Sede. Ha reagito favorevolmente all’idea secondo cui gli aiuti
diretti offerti dalla Chiesa cattolica degli Stati Uniti alla Chiesa
venezuelana per sviluppare programmi sociali a favore degli abitanti
del Paese potrebbero contribuire a contrastare il carisma di Chávez e a
indebolire i suoi attacchi alla Chiesa. Gualtieri ha fatto notare che, nel
caso di qualcuno come López Obrador, la Chiesa deve stare attenta a
non oltrepassare i suoi limiti in politica, a prescindere da quale sia la
sua posizione sull’argomento. Ha detto che i gruppi massonici e alcuni
settori della società messicana sono pronti ad attaccare i vescovi e i
religiosi troppo orientati verso l’ambito politico.
5. La Santa Sede continua a ritenere che per il momento la strategia
giusta sia un approccio di non confronto con Chávez, ma le alte sfere
non sottovalutano il pericolo rappresentato da Chávez e dai suoi
simili, e i legami che li uniscono. Sandri ha una grande influenza in
Vaticano e come ex nunzio in Venezuela il suo punto di vista ha un
peso particolare, ma il suo incarico ufficiale riguarda gli affari interni
della Chiesa. Dopo le vacanze, l’ambasciatore vedrà il capo di
Gualtieri, Lajolo, per continuare questo colloquio, essendo lui ad avere
l’ultima parola in tutte le questioni relative alla politica estera.

Tra venerdì 23 e giovedì 29 marzo 2012, Benedetto XVI si recò in


viaggio pastorale in Messico e a Cuba. La visita all’isola era finalizzata
a rafforzare la presenza della Chiesa in un momento molto
significativo. Negli ultimi anni la gerarchia cattolica, sia all’Avana sia
in Vaticano, aveva svolto un ruolo decisivo nella scarcerazione di
prigionieri politici, e il Papa e il suo segretario di Stato Bertone
speravano che questi sforzi si traducessero in un qualche genere di
protagonismo quando sarebbe iniziata la sempre ritardata transizione.
Il problema era che il regime cubano era sempre riuscito a usare il
dialogo umanitario con la Chiesa per impedire il dialogo politico.
Nella strategia studiata dalla diplomazia vaticana, il viaggio del
Pontefice a Cuba doveva servire a contrastare quella che dalla Santa
Sede era percepita come una paralisi politica, ma nemmeno il rifiuto
di Benedetto XVI di incontrare l’opposizione rimosse questo blocco.
Ancora una volta, entrava in gioco la famosa «ambiguità diplomatica
vaticana».
7
Vietnam. Un arcivescovo
in cambio di concessioni

I RAPPORTI tra Hanoi e il Vaticano sono sempre stati tesi – per non
dire quasi inesistenti –, almeno a livello ufficiale, ma la Chiesa
cattolica ha fatto molti progressi in questo Paese quanto a conquista
della libertà religiosa. Anche se minoritaria, con oltre otto milioni di
fedeli su quasi ottantanove milioni di abitanti, la popolazione cattolica
vietnamita è la seconda più numerosa dell’Asia, dopo quella delle
Filippine. La Chiesa è presente su tutto il territorio dell’ex colonia
francese con ventisei diocesi e oltre duemilaseicento parrocchie.
La questione più spinosa tra Hanoi e la Santa Sede è sempre stata
l’ostilità manifesta tra il Vietnam e la Chiesa negli anni Cinquanta e
Sessanta, quando i cattolici erano considerati «non abbastanza
patriottici» e troppo legati alla comunità francese dell’antica colonia.
Inoltre, dopo il trionfo dei comunisti nella guerra del Vietnam (1955-
1975), i cattolici, residenti perlopiù nel Sud del Paese, furono accusati
di avere aiutato gli Stati Uniti e la CIA nel conflitto contro il Nord. 1
Anche se il Vietnam non ha rapporti diplomatici con il Vaticano,
tra i due Stati esistono contatti regolari dal 1990, instaurati in forma
ufficiosa dall’allora primo ministro vietnamita Nguyên Van Linh e da
Giovanni Paolo II. Grazie a questi contatti, diciassette anni dopo,
esattamente nel gennaio 2007, il premier Nguyên Tán Dung si recò
per la prima volta presso la Santa Sede, per incontrare Benedetto XVI
e alcuni funzionari della segreteria di Stato.
A pochi mesi da quella visita, dal 5 all’11 marzo 2007, il Vaticano
inviò una delegazione in Vietnam guidata da monsignor Pietro
Parolin, 2 sottosegretario per i Rapporti con gli Stati. Con lui c’erano
Luis Mario Montemayor, consigliere della nunziatura presso la
segreteria di Stato, e il vietnamita Bernabé Nguyên Van Phuong, capo
d’ufficio nella Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. I due
obiettivi principali del viaggio erano mantenere i contatti con le
autorità vietnamite e incontrarsi con la Chiesa locale. In pratica,
nell’arco di una settimana gli inviati della Santa Sede trattarono i temi
che in altri Paesi sono affidati ai delegati diplomatici, dato che in
Vietnam non esisteva ancora un rappresentante pontificio.
Il programma di colloqui raggiunse l’apice durante le tre sedute di
lavoro con il Comitato per gli affari religiosi del governo di Hanoi. In
questi incontri si affrontarono questioni riguardanti la vita e l’attività
della Chiesa cattolica in Vietnam, come la nomina dei vescovi e la
costruzione o ricostruzione di luoghi di culto, nonché le relazioni tra
la Chiesa e lo Stato. La politica religiosa del governo vietnamita era
contenuta nell’«Ordinanza sui credo e le religioni» del 18 giugno 2004,
imperniata sui due principi in base ai quali i credenti – e quindi anche
i cattolici – erano parte integrante della nazione e lo Stato si
impegnava a far fronte alle loro legittime esigenze. 3
La delegazione fu informata di questa legge e della necessità di
garantirne un’applicazione sempre più uniforme in tutto il Paese, così
come della possibilità di migliorarla laddove si fosse reso necessario.
Per individuare le modalità per farla rispettare si sarebbe tenuto conto
dei suggerimenti della comunità religiosa, che nascevano
dall’esperienza e dalla consapevolezza del diritto fondamentale
dell’individuo e della comunità alla libertà religiosa.
Oggetto dei colloqui furono anche i rapporti diplomatici tra la
Santa Sede e il Vietnam. Non furono fissati termini precisi per stabilire
relazioni diplomatiche ufficiali, ma la visita di Parolin comportò un
notevole passo avanti.
Un altro motivo di tensione tra i due Paesi era il processo di
beatificazione, avviato da Benedetto XVI, del cardinale François-
Xavier Nguyên Van Thuán, nel quinto anniversario della sua morte,
avvenuta il 16 settembre 2002. Nonostante questo atto fosse stato
accolto positivamente dai cattolici vietnamiti, non fu certo visto di
buon occhio dal governo di Hanoi. Il polemico cardinale Van Thuán,
nato a Hue (Vietnam) il 17 aprile 1928, nel 1975 era stato nominato
arcivescovo coadiutore di Saigon (l’attuale città di Ho Chi Minh) da
papa Paolo VI, ma pochi mesi dopo avere ricevuto l’incarico era stato
arrestato dal regime comunista. 4
Van Thuán aveva trascorso tredici anni in carcere, nove dei quali in
isolamento totale. Nel 1988, grazie alla diplomazia di Giovanni Paolo
II, gli erano stati concessi gli arresti domiciliari nella sua casa di
Hanoi. Alla fine del 1991 era stato liberato e autorizzato a lasciare il
Paese, all’unica condizione che non vi facesse più ritorno. Esiliato in
Vaticano, nel 1994 era stato nominato presidente del Pontificio
consiglio della giustizia e della pace. 5
A quanto pare, fu il segretario di Stato Agostino Casaroli a
consigliare al Papa di far uscire dal Vietnam lo «scomodo»
arcivescovo, se voleva che i rapporti con i comunisti di Hanoi
migliorassero. Qualcosa di simile sarebbe successo di nuovo nel 2009,
come dimostra il documento – datato 4 dicembre – redatto
dall’ambasciata statunitense presso la Santa Sede, che esamineremo
nei dettagli.
Altri due scogli nelle relazioni Hanoi-Roma erano la nomina di
sacerdoti e vescovi – sulla quale il governo vietnamita voleva avere
l’ultima parola, nonostante per la Chiesa questa spettasse
esclusivamente al Pontefice – e le dispute sulla proprietà della terra,
che nel dicembre 2007 sfociarono in disordini e portarono
all’incarcerazione di alcuni religiosi cattolici.
Il 18 febbraio 2009, le autorità vietnamite e vaticane si riunirono in
un incontro di alto livello per tentare di riallacciare i rapporti
interrotti da metà degli anni Settanta. In un’intervista pubblicata
dall’agenzia di stampa vietnamita, il responsabile della Commissione
per gli affari religiosi del governo dichiarò che «un miglioramento
delle relazioni bilaterali dipenderebbe dal rispetto mostrato dalla
Chiesa per l’indipendenza del Vietnam, la sua sovranità, storia,
cultura, tradizione e le sue leggi».
Di fatto, nonostante i tira e molla, la Santa Sede e i suoi funzionari
si tramutarono in un’ottima fonte di informazioni per l’intelligence
americana, sia all’interno sia all’esterno del Paese asiatico. Lo dimostra
il telegramma «classificato» e «segreto» inviato il 4 dicembre 2009 da
Julieta Valls Noyes dell’ambasciata degli Stati Uniti in Vaticano al
segretario di Stato Hillary Clinton, all’ambasciatore americano a
Hanoi, Michael W. Michalak, e alla divisione asiatica della CIA,
intitolato «Facciamo un patto? La riunione tra il presidente del
Vietnam e Benedetto XVI confermata; implicato il trasferimento
forzato del vescovo».

1. Riassunto: In seguito al coinvolgimento personale del cardinale


Law, la riunione del presidente del Vietnam Nguyên con papa
Benedetto XVI è stata finalmente fissata per l’11 dicembre, e non è
ancora chiaro se (e quali) siano le concessioni fatte dal Vietnam per
garantire l’incontro. Il Vaticano, invece, potrebbe avere offerto delle
aperture al Vietnam per migliorare i rapporti, esercitando pressioni
per il pensionamento anticipato dell’arcivescovo Kiêt. Fine del
riassunto.
2. Dopo un periodo di incertezza, alla fine la data dell’incontro di
Nguyên Minh Triet, presidente del Vietnam, con papa Benedetto XVI
nella Città del Vaticano è stata stabilita. Stando ad alcune fonti
diplomatiche, si terrà venerdì 11 dicembre alle 11. Anche se in
Vietnam è stata data notizia della visita, la Santa Sede non ha
confermato. In effetti, la situazione era così delicata che, a dicembre, il
funzionario del Vaticano responsabile delle relazioni con il Vietnam
ha rifiutato di incontrare i delegati dell’ambasciata per discutere la
questione.

Nel paragrafo successivo del rapporto, gli americani ribadiscono


che il cardinale Bernard Law 6 è la loro fonte di informazioni sul
Vietnam; questi ha confermato che quasi sicuramente lo scomodo
(per il governo vietnamita) arcivescovo di Hanoi, Joseph Ngô Quang
Kiêt, sarà tolto di scena per mano del Vaticano nell’interesse di un
buon rapporto tra i due Paesi.

3. Stando a una fonte a lui vicina, la scorsa settimana è stato


necessario un viaggio in Vietnam del cardinale americano Bernard
Law, per completare gli accordi utili a permettere che la visita [del
presidente vietnamita a Roma] avvenisse presto. Il cardinale Law
(strettamente tutelato) ha detto in confidenza al vicecapo della
delegazione che il 3 dicembre a Hanoi sono stati discussi i rapporti
bilaterali e la visita direttamente con i vietnamiti. Durante questi
colloqui i vietnamiti hanno espresso scarso interesse per le relazioni
diplomatiche formali, mentre hanno mostrato un grande interesse
perché la visita annunciata si concretizzi. Il cardinale non ha chiarito
se sia riuscito a ottenere delle concessioni da parte dei vietnamiti in
cambio della conferma della visita, ma sembra probabile di sì.
4. Il vicecapo della delegazione ha domandato al cardinale se la
Chiesa avrebbe accettato le dimissioni, già presentate, dell’arcivescovo
Kiêt. Law ha risposto che è probabile. Quando gli è stato chiesto chi
potrebbe sostituire Kiêt, ha detto che ci sono molti fedeli in Vietnam e
che parecchie persone potrebbero prendere il suo posto. In effetti, il
Vietnam sta vivendo un aumento delle vocazioni religiose e i seminari
si vedono costretti a rifiutare aspiranti allievi a causa della mancanza
di posti. Ottenere l’autorizzazione del governo per aprire nuovi
seminari è un altro paio di maniche, ha detto Law.

Il documento segreto rivela poi che un altro informatore degli


americani in quell’area geografica era padre Casario Sanedrin,
responsabile dell’ufficio per l’Asia sudorientale della Caritas
Internationalis, il quale forniva notizie preziose alla CIA su questioni
riguardanti la Cina, la Birmania e la Corea del Nord. Sanedrin faceva
notare che l’uscita di scena di monsignor Kiêt era già stata decisa da
Benedetto XVI e da Tarcisio Bertone il 22 aprile 2010, quando l’allora
presidente della Conferenza episcopale del Vietnam, l’arcivescovo
Pierre Nguyên Van Nhon, era stato nominato coadiutore di Hanoi,
mettendo di fatto da parte Kiêt.
Van Nhon, allora settantunenne, era sempre stato un sostenitore
del guanto di velluto, ansioso di evitare polemiche con il governo
vietnamita, mentre il più giovane Kiêt era battagliero e appoggiava le
petizioni e le richieste dei fedeli di Hanoi, «che devono sopportare
abusi, violenze gratuite ed espropri di terreni, chiese e cimiteri».

5. Padre Casario Sanedrin, il responsabile dell’ufficio per l’Asia


sudorientale della Caritas Internationalis (il gruppo che comprende le
organizzazioni cattoliche di assistenza umanitaria nel mondo), ha
dichiarato in un incontro con il funzionario politico-economico che
probabilmente l’arcivescovo Kiêt se ne andrà. Kiêt, con i suoi 57 anni,
è ancora molto lontano dall’età di pensionamento degli arcivescovi,
fissata a 75 anni. Tuttavia, il Vaticano vorrebbe migliorare i rapporti
con il governo del Vietnam, e Sanedrin ha lasciato intendere che Kiêt è
considerato un ostacolo nel raggiungimento di questo obiettivo.
Per quanto riguarda le modalità per stabilire le relazioni, Sanedrin
ha detto che sono in corso delle conversazioni discrete. La conferenza
dei vescovi locale (CCBV) – per il 40% favorevole a un dialogo con il
governo e per il 60% contraria – finora è in buona misura esclusa dai
colloqui. Sanedrin ha aggiunto che a poco a poco la CCBV si sta
aprendo al dialogo.

Nelle considerazioni finali, l’informativa inviata al dipartimento di


Stato si sofferma sulle manovre del Vaticano per togliere di mezzo lo
scomodo Kiêt, in modo da poter migliorare le relazioni con Hanoi.

7. Commento: Le priorità della Santa Sede in Vietnam sono:


proteggere la libertà religiosa e ampliarla progressivamente, risolvere
le controversie pendenti tra la Chiesa e il governo riguardo alle
proprietà e, quando le condizioni lo permetteranno, instaurare
relazioni diplomatiche finalizzate a proteggere e diffondere la Chiesa
cattolica in Vietnam con una formale presenza diplomatica.
Affrontando con tanta bellicosità il governo vietnamita solo sulle
questioni relative alle proprietà, l’arcivescovo Kiêt potrebbe avere
messo a repentaglio gli altri obiettivi a lungo termine del Vaticano.
Anche se i funzionari vaticani non hanno confermato all’ambasciata (e
mai lo faranno) di avere richiesto il ritiro anticipato di Kiêt, è molto
probabile che sia andata così. Quanto alle concessioni ottenute dalla
Santa Sede, laddove ne siano state fatte, per approvare la visita di
Nguyên, sarà il tempo a dirlo. Fine del commento.

Il passo seguente per riallacciare i rapporti diplomatici tra i due


Paesi avvenne giovedì 13 gennaio 2011, quando Benedetto XVI
nominò il cinquantasettenne arcivescovo italiano Leopoldo Girelli,
uno dei maggiori esperti dell’Asia, rappresentante «non residente» del
Vaticano in Vietnam.
Dopo il quarto incontro della Commissione mista Vietnam-Santa
Sede, il 13 e 14 giugno 2013, il Vaticano riconobbe che i rapporti tra i
due Paesi erano migliorati, mentre i vietnamiti assicurarono che il
Vaticano aveva espresso «il desiderio di sviluppare ulteriormente i
rapporti tra il Vietnam e la Santa Sede, sottolineando la necessità di
avere al più presto un rappresentante pontificio residente nel Paese, a
beneficio di tutti gli interessati». Da parte sua, il Vaticano dichiarò
«apprezzamento e gratitudine per l’attenzione prestata da diversi
livelli del governo alle attività della Chiesa cattolica in Vietnam, in
particolare alla decima Assemblea plenaria della Federazione delle
conferenze episcopali dell’Asia, tenutasi a Xuan Loc e Ho Chi Minh
nel dicembre 2012, come pure alle visite pastorali del rappresentante
pontificio non residente, l’arcivescovo Leopoldo Girelli». 7
È chiaro che per arrivare a questo clima di intesa il Vaticano ha
«sacrificato» volentieri due arcivescovi scomodi. Tutto in nome
dell’efficiente e ambigua diplomazia vaticana.
8
Stati Uniti. Un Papa ecologista.
Tra scienza e creazione

IL tema degli organismi geneticamente modificati, o OGM, è da anni


oggetto di dibattito e polemica tra Washington e il Vaticano. Un
organismo geneticamente modificato è un essere vivente il cui DNA è
stato alterato tramite tecniche di ingegneria genetica e sviluppato in
batteri, lieviti, alghe, piante, pesci, rettili e mammiferi.
La produzione e commercializzazione di semi e piante transgenici
ha avuto inizio nella seconda metà del Novecento, quando il loro
utilizzo si è via via esteso in diverse nazioni, essendo tali colture più
produttive e resistenti alle infestazioni dei parassiti. Tuttavia, esiste un
movimento contrario al loro impiego, secondo cui potrebbero non
essere sicuri per la salute o per l’alimentazione umana, nonostante
non vi sia alcuna prova a sostegno di questa teoria. La legislazione
sulla produzione e la vendita di alimenti derivati da OGM varia
enormemente da un Paese all’altro: alcuni ne hanno legalizzato la
produzione in seguito alla pubblicazione di vari studi sulla loro
sicurezza; altri si sono invece dichiarati «OGM free». Mentre gli Stati
Uniti ne sono aperti sostenitori, l’Unione Europea in generale, e la
Francia in particolare, si sono espresse a favore della limitazione di
questo tipo di colture. 1
L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) è molto chiara in
merito quando afferma: «I diversi OGM contengono geni diversi
inseriti in modi diversi. Ciò significa che è impossibile fare
affermazioni generali sulla sicurezza di tutti gli OGM, ma bisogna
valutare caso per caso ogni singolo alimento e la sua sicurezza per
l’uomo. Gli alimenti OGM attualmente disponibili sul mercato
internazionale hanno superato i test per la valutazione dei rischi ed è
improbabile che rappresentino un pericolo per la salute umana.
Inoltre, non si sono riscontrati effetti sulla salute umana conseguenti
al consumo di tali alimenti da parte della popolazione dei Paesi in cui
sono stati approvati. L’uso continuato di valutazioni di rischio sulla
base dei principi del Codex, unito a un monitoraggio successivo alla
commercializzazione, deve costituire la base per la valutazione della
sicurezza degli alimenti OGM». 2
Senza alcun dubbio, il Vaticano non ha risparmiato critiche ai
giganti statunitensi Monsanto e Syngenta.
Nell’aprile 2009, la Germania mise il veto sul mais transgenico
MON810, uno dei prodotti di punta della Monsanto. L’allora ministro
dell’Agricoltura tedesco, Ilse Aigner, annunciò che il provvedimento
era la conseguenza di «due studi contenenti nuovi elementi
scientifici», secondo cui il MON810 provoca danni ambientali. La
pianta è studiata geneticamente per resistere alla piralide, un insetto
che colpisce il mais, e la Francia l’aveva già vietata nel gennaio 2008,
sostenendo che non fosse nociva solo per la piralide, ma anche per
altri insetti. In seguito anche Austria, Grecia, Ungheria e Lussemburgo
adottarono il divieto di coltivazione. All’interno dell’Unione Europea
fu quindi dichiarata una guerra sotterranea agli OGM, alla quale il
Vaticano non poteva non prendere parte. L’amministrazione Obama
si mostrò sorpresa quando la Spagna, che produce il 75% del mais
transgenico di tutta l’Unione Europea, votò a fianco della Francia per
dare a ogni Paese la possibilità di proibire le colture transgeniche.
Le ambasciate degli Stati Uniti a Madrid e a Parigi giustificarono
questo cambiamento di rotta di un «volubile» (sic) José Luis Rodríguez
Zapatero con la promessa, fatta dal presidente francese Nicolas
Sarkozy, di un posto da invitato al G20 in cambio dell’appoggio a
quella causa. Washington e le multinazionali americane ritenevano
che la posizione di Sarkozy fosse dovuta a un patto segreto con
l’organizzazione ecologista Greenpeace, in base al quale quest’ultima
non avrebbe protestato sulla politica nucleare del presidente francese.
Gli Stati Uniti si resero conto di essere rimasti soli in quella battaglia e
di dover trovare altri alleati in Europa. Il loro nuovo obiettivo fu il
Vaticano.
Nel febbraio 2009, la Food and drug administration (l’ente
statunitense preposto al controllo e alla regolamentazione degli
alimenti e dei farmaci) approvò l’uso clinico del primo medicinale
ottenuto da animali geneticamente modificati. Si trattava dell’ATryn,
una forma ricombinante dell’ormone umano antitrombina, ottenuta
dal latte di capre geneticamente modificate. Il farmaco, che previene la
formazione di coaguli ematici in persone affette da deficienza
ereditaria di questo ormone, era già stato approvato dall’Unione
Europea tre anni prima, fatto che non era per nulla piaciuto alla
Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (United States
conference of catholic bishop, USCCB). Il nunzio apostolico a
Washington, Pietro Sambi, aveva prontamente provveduto a
informare il neoeletto segretario di Stato Hillary Clinton di questa
posizione. Sarebbe stato difficile per la diplomazia americana cercare
di convincere un possibile alleato che considerava la complessa
questione degli organismi transgenici come «qualcosa che va contro la
creazione».
Alla fine del 2009, esattamente il 19 novembre, quattro mesi dopo
la visita di Barack Obama in Vaticano, l’ambasciata statunitense
presso la Santa Sede inviò un dettagliato rapporto sulle idee del
Sommo Pontefice in materia ambientale. Classificato come
«riservato», è opera di Rafael Foley, capo politico della delegazione
diplomatica, ed è indirizzato al segretario di Stato Hillary Clinton, al
segretario al Commercio Gary Locke, all’ambasciatore in Danimarca
Laurie S. Fulton e alla missione degli Stati Uniti presso l’ONU a Roma.
Il documento, intitolato «Il Papa aumenta le pressioni sulla tutela
ambientale», contiene una panoramica delle posizioni di Benedetto
XVI su questioni come gli OGM, la sicurezza alimentare, il degrado
ambientale, il cambiamento climatico, l’eccessivo materialismo e il
consumismo.

1. Riassunto: All’apertura del vertice mondiale sull’alimentazione,


papa Benedetto XVI ha esortato i leader a preoccuparsi per coloro che
soffrono la fame nel mondo e a tutelare l’ambiente. Allo stesso modo,
all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il nunzio vaticano ha
sottolineato la necessità di una politica energetica internazionale che
rispetti l’ambiente e limiti il cambiamento climatico. Pur rimanendo
in gran parte favorevoli alle colture geneticamente modificate, in
quanto costituiscono un modo per tutelare l’ambiente e sconfiggere la
fame, almeno per ora i funzionari del Vaticano non sono disposti a
sfidare i vescovi che non sono d’accordo con questa posizione. Fine del
riassunto.
2. In occasione dell’apertura del vertice mondiale sulla sicurezza
alimentare a Roma, tenutosi il 16 novembre, papa Benedetto ha
dedicato più di un terzo del suo discorso al nesso tra sicurezza
alimentare e distruzione dell’ambiente. Ha sottolineato che gli Stati
hanno l’obbligo nei confronti delle generazioni future di ridurre il
degrado ambientale. Parlando della probabile connessione tra la
distruzione dell’ambiente e il cambiamento climatico, ha affermato
che la tutela dell’ambiente presuppone «un cambiamento negli stili di
vita personali e comunitari, nei consumi e negli effettivi bisogni». 3
Benedetto XVI ha invitato la comunità internazionale a promuovere lo
sviluppo ma allo stesso tempo a salvaguardare il pianeta.

Si evidenziano quindi con soddisfazione le parole pronunciate dal


Papa sulle tecnologie agricole; gli americani sembrano convinti che il
discorso del Pontefice implichi un possibile sostegno da parte del
Vaticano alle biotecnologie. Al punto 4, si commenta l’incontro
avvenuto tra i funzionari politici e di intelligence statunitensi e
monsignor James Reinert, «la persona di riferimento in fatto di
sicurezza alimentare e biotecnologie» all’interno del Pontificio
consiglio della giustizia e della pace, considerato dagli americani
membro del think tank vaticano per i temi sociali. Reinert,
sessant’anni, tuttora membro dello stesso consiglio, ha fatto parte della
commissione delle Nazioni Unite che ha preparato la bozza sugli
«Obiettivi di sviluppo del millennio».

3. Il Papa ha detto anche che l’accesso a un’alimentazione


«sufficiente, sana e nutriente» è un diritto fondamentale sostenuto
dalla Chiesa cattolica. Benedetto ha sottolineato che, vincolando lo
sviluppo all’utilizzo di tecnologie agricole (vale a dire le biotecnologie),
la buona governance e lo sviluppo di ulteriori infrastrutture sono
essenziali per aumentare la sicurezza alimentare sul lungo termine.
(Nota: La menzione da parte di Benedetto XVI delle tecnologie
agricole è un passo piccolo ma significativo verso un più forte sostegno
pubblico del Vaticano alle biotecnologie. Fine della nota.)
4. In un incontro tenutosi l’11 novembre, il funzionario politico ha
parlato con monsignor James Reinert, la persona di riferimento in
materia di sicurezza alimentare e biotecnologie del Pontificio consiglio
della giustizia e della pace, un think tank del Vaticano sulle questioni
sociali. Reinert ha detto che il Vaticano concorda sul fatto che i Paesi
debbano avere la facoltà di aumentare la produzione agricola
nazionale e che le colture geneticamente modificate abbiano un ruolo
in questo processo, ma non tutti nella Chiesa condividono tale idea. Il
Vaticano non può costringere tutti i vescovi ad approvare le
biotecnologie, specie se si oppongono perché sono preoccupati che le
grandi multinazionali siano più interessate a detenere i brevetti dei
prodotti che a combattere la fame. Nelle Filippine, ha osservato, in
passato i vescovi hanno protestato energicamente contro gli OGM.
(Nota: La dichiarazione rilasciata il 16 novembre dal cardinale
sudafricano Wilfrid Fox Napier a un’agenzia di stampa, secondo cui
«agli africani non servono gli OGM ma l’acqua», 4 è un altro esempio
dello scetticismo di alcuni leader della Chiesa sui potenziali vantaggi
delle nuove biotecnologie. Fine della nota.)

Tuttavia, il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi,


chiarì che le affermazioni di Reinart non rispecchiavano la posizione
del Vaticano, ma piuttosto le conclusioni di un gruppo di esperti
riuniti dalla Pontificia accademia delle scienze per discutere il tema
degli OGM, che avevano il valore «dell’autorità scientifica dei
partecipanti». 5 In realtà il Vaticano era più vicino alla posizione dei
vescovi sudafricani, i quali nel 2002 avevano dichiarato che «produrre
cibi da OGM e introdurli sul mercato è moralmente irresponsabile». 6
L’anno seguente erano stati i vescovi brasiliani a intervenire
sull’argomento: «In relazione alla salute dell’uomo, l’assunzione di
prodotti geneticamente modificati può provocare aumento di allergie,
resistenza agli antibiotici e aumento di sostanze tossiche.
Nell’ambiente, c’è il rischio di erosione genetica che colpisce
irreversibilmente la biodiversità [...]. Esiste inoltre una minaccia alla
sovranità del nostro Paese, con la perdita del controllo sulle sementi, e
sugli esseri viventi, a causa dei brevetti sui medesime, che diventano
proprietà esclusiva di gruppi multinazionali che mirano solo a fini
commerciali». 7
Nel 2004, una coalizione di gruppi cattolici aveva pubblicato un
documento in cui si sottolineava che «gli OGM non affrontano le
cause fondamentali della fame, come la mancanza di accesso alla terra,
all’acqua, all’energia e l’impossibilità di ottenere il credito, e la
necessità di favorire i mercati locali e costruire le infrastrutture». Ma
l’attacco più violento al Vaticano per la sua politica morbida sugli
organismi geneticamente modificati era arrivato il 20 novembre 2004
da David Andrews, ex direttore esecutivo della National catholic rural
life conference (Conferenza nazionale della vita cattolica rurale) degli
Stati Uniti, il quale aveva affermato che «la Pontificia accademia delle
scienze si è lasciata influenzare dalla difesa insistente da parte del
governo americano delle biotecnologie e delle aziende che le
commercializzano». Dal canto suo il Vaticano, attraverso uno studio
realizzato nel 2001 e pubblicato nel 2004 proprio dalla Pontificia
accademia delle scienze, concludeva che «la rapida crescita della
popolazione mondiale richiederà lo sviluppo di nuove tecnologie per
nutrire le persone in maniera adeguata».
Nell’informativa riservata del 19 novembre 2009, i funzionari
dell’ambasciata sottolineano che le questioni ambientali
rappresentano un tema centrale del papato di Benedetto XVI.

5. Commento: Sui cambiamenti climatici, il Vaticano, nella fase


preparatoria al vertice di Copenaghen, sta pubblicamente
sottolineando in varie sedi la necessità di proteggere l’ambiente.
Benedetto XVI colloca la tutela dell’ambiente («la creazione») tra le
questioni più importanti a livello economico e morale del suo
pontificato. Per contenere il degrado ambientale, il Papa propone che
tutto il mondo rifiuti l’eccessivo materialismo e consumismo. Secondo
il Vaticano, il riscaldamento globale è dovuto allo stile di vita
insostenibile dei Paesi sviluppati e non alla crescita della popolazione
mondiale. Alcuni funzionari del Vaticano sostengono che il pianeta ha
la capacità di alimentare e sostenere la sua popolazione in espansione,
a condizione che le risorse siano adeguatamente distribuite e i rifiuti
vengano ridotti. Fino a poco tempo fa, i funzionari del Vaticano
facevano spesso notare che i Paesi che rilasciavano la maggior parte
dei gas serra non erano quelli più popolosi del mondo. Tuttavia, con il
processo di industrializzazione della Cina e dell’India e il conseguente
rilascio di una maggiore quantità di gas serra, per il Vaticano può
risultare più difficile ricondurre il cambiamento climatico solo allo
stile di vita. Anche se questo dovesse accadere, il Vaticano continuerà
comunque a opporsi a misure aggressive per il controllo delle nascite
allo scopo di combattere la fame o il riscaldamento globale.

Nel punto finale del rapporto, il capo politico della diplomazia


americana presso la Santa Sede afferma che il Vaticano da un lato
difende con decisione la tutela ambientale e dall’altro, parlando di
biotecnologie, continua a mantenersi cauto. L’analista critica
apertamente il fatto che, per quanto a favore degli OGM, la Santa Sede
eviti di sostenere la propria posizione quando da Chiese di altri Paesi
(Sudafrica, Brasile o Filippine) arrivano messaggi apertamente
contrari. Si augura che il Vaticano si mostri più deciso e assicura che le
pressioni in questo senso continueranno. Un esempio di queste
pressioni si sarebbe avuto durante il colloquio tra Benedetto XVI e
Barack Obama, il 10 luglio 2009.
Il tema degli OGM era nell’agenda di entrambi, come spiegò
l’intelligence statunitense all’ambasciata in Vaticano, la quale a sua
volta informò il dipartimento di Stato, con un telegramma «segreto»
inviato il 26 giugno 2009. All’inizio dell’incontro, Obama regalò al
Papa la stola liturgica di san Giovanni Nepomuceno Neumann (santo
redentorista dell’Ottocento, nonché protettore dei migranti) e
Benedetto XVI ricambiò con una copia della sua enciclica Caritas in
veritate e una del libro Dignitas personae, dove, fra l’altro, si
condannavano la fecondazione assistita e la ricerca sulle staminali e in
cui era evidente la posizione della Santa Sede sulla bioetica. Il
messaggio per la Casa Bianca era esplicito.

6. Mentre le parole del Vaticano sulla tutela dell’ambiente sono


forti e chiare, quelle sulle biotecnologie sono ancora di basso profilo.
Con il suo sostegno silenzioso, la Chiesa considera la scelta di
abbracciare o meno gli OGM come una decisione tecnica che va
lasciata ad agricoltori e governi. L’Accademia delle scienze del
Vaticano ha dichiarato che non ci sono prove che gli OGM siano
nocivi e che potrebbero essere effettivamente utilizzati per affrontare
la sicurezza alimentare globale. Tuttavia, quando singoli esponenti
della Chiesa, per ragioni ideologiche o per ignoranza, si esprimono
contro gli organismi geneticamente modificati, il Vaticano non ritiene
– almeno non ancora – che sia suo dovere smentirli. Continueremo a
fare pressioni sul Vaticano perché parli a favore degli OGM, nella
speranza che una voce più forte a Roma incoraggi i singoli religiosi in
altri Paesi a rivedere le loro opinioni critiche. Fine del commento.

La maggior parte degli scienziati – anche l’Organizzazione


mondiale della sanità – ritiene che non ci siano rischi negli OGM, dal
momento che in oltre vent’anni d’uso non si sono rilevati problemi
per la salute umana. Anche se gli Stati Uniti, il Canada, l’Asia e
l’America Latina hanno abbracciato le colture transgeniche, l’Unione
Europea ha posto molte difficoltà e ha approvato solo quella del mais.
Soltanto sei Paesi lo coltivano: Spagna, Repubblica Ceca, Portogallo,
Romania, Polonia e Slovacchia. Altri sei – Austria, Francia, Germania,
Grecia, Ungheria e Lussemburgo – hanno applicato la «clausola di
salvaguardia», che permette loro di vietare la coltivazione se entrano
in possesso di nuove informazioni in base alle quali un organismo
geneticamente modificato costituisce «un rischio per la salute umana e
l’ambiente». 8
La Monsanto sostiene che tutto è dovuto a un «accordo di fatto tra
il governo francese e Greenpeace e gli Amici della Terra, secondo cui
l’esecutivo francese non appoggerebbe il libero commercio di OGM se
gli attivisti chiudessero un occhio sulle iniziative nucleari di Sarkozy».
Gli Stati Uniti hanno affrontato l’argomento con la Francia più
volte, sostenendo che il suo veto alle colture transgeniche si basi su
questioni politiche e non scientifiche. «L’Organizzazione mondiale del
commercio ha segnalato che una proibizione è inaccettabile secondo
le sue norme, e probabilmente non ci rimarrà altra scelta che chiedere
un risarcimento», annuncia un rapporto confidenziale inviato a
Washington.
I timori espressi dagli analisti americani si sono rivelati fondati.
Secondo un’inchiesta di Eurobarometro sulla posizione degli europei
riguardo alle biotecnologie, la quota degli intervistati contrari agli
OGM è salita dal 57% del 2005 al 61% del 2010, mentre il 27% dei
favorevoli si è ridotto al 23% nello stesso arco di tempo. «Al contrario
dell’industria e degli scienziati, gli europei pensano che gli OGM non
offrano benefici e non siano sicuri», conclude l’inchiesta.
9
Stati Uniti. Obama-Benedetto XVI,
il nuovo ordine mondiale
che non è stato

IL 10 luglio 2009, presso la Santa Sede, ebbe luogo l’incontro tra


Barack Obama e papa Benedetto XVI. Era il ventisettesimo colloquio
tra un presidente degli Stati Uniti e un Sommo Pontefice dal 4 gennaio
1919, quando Woodrow Wilson si era recato da Benedetto XV. Poi,
Eisenhower aveva fatto visita una volta a Giovanni XXIII; John
Kennedy una volta a Paolo VI; Lyndon B. Johnson in due occasioni a
Paolo VI e altrettante a Richard Nixon; Gerald Ford una volta a Paolo
VI; Jimmy Carter due volte a Giovanni Paolo II; Ronald Reagan
quattro volte a Giovanni Paolo II; George H.W. Bush due volte a
Giovanni Paolo II; Bill Clinton in quattro occasioni a Giovanni Paolo
II; George W. Bush in tre occasioni a Giovanni Paolo II e in altre tre a
Benedetto XVI.
La visita del capo di Stato americano voleva essere venduta dalla
segreteria di Stato vaticana come l’inizio di un nuovo ordine
mondiale, un asse Roma-Washington come quello formatosi tra
Ronald Reagan e Giovanni Paolo II. Ma la politica di Obama non era
certo quella reaganiana, e il Papa tedesco non aveva gli stessi obiettivi
del Papa polacco, il muro comunista era ormai caduto da anni e i
nemici adesso erano altri. Gli argomenti di cui i due leader
desideravano discutere risultavano chiari nel dettagliato rapporto che
l’ambasciata americana presso la Santa Sede aveva inviato il 26 giugno
2009 alla segreteria di Stato di Washington.
Il telegramma, dal titolo «Santa Sede: preparazione della visita del
presidente del 10 luglio», classificato come «riservato» e da non
declassificare fino al 26 giugno 2019, stabiliva chiaramente i punti di
incontro ma anche di scontro tra Stati Uniti e Vaticano. Obama era
alla Casa Bianca da poco più di sei mesi, mentre papa Ratzinger
occupava la cattedra di San Pietro da quattro anni e due mesi.
I rapporti tra Roma e Washington avevano raggiunto la massima
tensione quando, nell’aprile 2009, la Santa Sede aveva respinto la
nomina di Caroline Kennedy – figlia del presidente John Kennedy – a
nuovo ambasciatore americano in Vaticano, a causa della sua
posizione favorevole all’aborto. 1 La sezione della CIA a Roma, guidata
da John D. Peters, aveva assicurato che, secondo alcune fonti vaticane,
il segretario di Stato Tarcisio Bertone non aveva gradito le
dichiarazioni rilasciate alcuni mesi prima dalla Kennedy, la quale
aveva affermato che a suo parere Gerusalemme era «la capitale
indivisibile di Israele» e che «le decisioni sulla sicurezza di Israele
dovrebbero essere lasciate in mano a Israele». In seguito la Santa Sede
avrebbe posto il veto all’ambasciatore nominato dagli Stati Uniti in
altre due occasioni, con disappunto di Obama e della Clinton.
L’informativa del 26 giugno 2009 si prefiggeva di analizzare i
motivi di contrasto tra i due leader, ma anche di appurare la posizione
del Vaticano su diversi temi, come l’AIDS, l’immigrazione, la bioetica,
le staminali, la crisi finanziaria, il consumismo, la sicurezza
alimentare, le energie rinnovabili, l’ambiente, la riduzione delle armi,
le mine antiuomo, il dialogo interreligioso, la pace in Medio Oriente, e
poi l’Iraq, l’Africa, Cuba, Guantánamo, l’ingresso della Turchia in
Europa e la questione dell’Iran. 2
Nel primo dei diciassette paragrafi in cui è suddiviso il dispaccio
diplomatico, l’analista con base a Roma afferma che le alte sfere
vaticane si mostrano contente della visita del presidente al Papa.

1. Anche i funzionari della Santa Sede sono soddisfatti della visita.


Il suo incontro con papa Benedetto XVI sarà un’opportunità per
discutere degli impegni comuni per il raggiungimento di obiettivi
globali come la pace, la giustizia, lo sviluppo, la dignità umana e la
comprensione interreligiosa. Dal punto di vista del Vaticano, questo
incontro sarà anche uno spazio per affrontare questioni delicate di
bioetica con rispetto reciproco. Durante il colloquio con lui, o magari
con altri funzionari in una riunione a margine, lei potrà trattare altri
argomenti di particolare interesse, come il Medio Oriente, l’Iraq,
l’immigrazione e l’ambiente. Questi incontri presso la Santa Sede
serviranno a rafforzare la collaborazione su temi di rilevanza
mondiale. Fine del riassunto.

Ai punti 2 e 3, gli analisti fanno notare che la presenza di cattolici


«in tutti i Paesi del pianeta» e l’alto numero di nazioni con cui la Santa
Sede intrattiene rapporti diplomatici ne fanno uno degli Stati più
informati al mondo.
Si sottolineano quindi le politiche dell’inquilino della Casa Bianca
in fatto di diritti umani e la sua intenzione di chiudere Guantánamo,
una decisione che oggi, a quasi cinque anni da quell’incontro, non è
ancora stata attuata. Nonostante le sue idee divergano dalla politica
dei democratici americani in materia di aborto e ricerca sulle
staminali, il Vaticano ritiene che l’arrivo di Barack Obama alla Casa
Bianca sia un evento positivo.

2. Il Vaticano è secondo solo agli Stati Uniti quanto a numero di


Paesi con i quali mantiene rapporti diplomatici (188 e 177
rispettivamente) e ci sono sacerdoti, suore e laici cattolici in tutte le
nazioni del mondo. Di conseguenza, la Santa Sede è interessata e ben
informata sugli sviluppi a livello globale. Quest’anno ricorre il
venticinquesimo anniversario dell’allacciamento dei rapporti ufficiali
tra gli Stati Uniti e il Vaticano. La Santa Sede governa la Chiesa
cattolica a livello mondiale dalla Città del Vaticano, un territorio
sovrano di un quarto di miglio quadrato.
3. Sotto molti aspetti, la Santa Sede accoglie positivamente la sua
elezione, come dimostra la lettera di congratulazioni scrittale subito
dal Papa. I funzionari del Vaticano sono rimasti colpiti da molte delle
sue iniziative, soprattutto di politica estera. Il giornale del Vaticano,
L’Osservatore Romano, ha approvato le sue posizioni sulla questione
israelo-palestinese, sull’impegno con i musulmani, su Cuba e
sull’ambiente. La Santa Sede ha apprezzato il suo multilateralismo e il
particolare interesse per i diritti umani, specie la sua decisione di
candidare gli Stati Uniti all’ingresso nel Consiglio per i diritti umani e
di chiudere il carcere di Guantánamo. Tuttavia, nonostante non sia
solito esprimerla pubblicamente, il Vaticano nutre una profonda
preoccupazione per la posizione della sua amministrazione sull’aborto
e la ricerca sulle cellule staminali. [Il Vaticano] ha permesso alla
Chiesa cattolica statunitense di essere la prima a dare voce a queste
preoccupazioni. Si tratta di una strategia e non deve essere interpretata
come una divergenza di idee tra Roma e la Conferenza dei vescovi
cattolici degli Stati Uniti (USCCB). Il Vaticano si fida della USCCB ed
è orgoglioso del lavoro che le organizzazioni cattoliche svolgono negli
USA; fra l’altro, conta sulla generosità dei cattolici americani per
sostenere le sue cause in tutto il mondo. Sostanzialmente, il Vaticano
giudica in modo positivo la sua presidenza e cercherà di focalizzarsi su
temi che vi vedono in accordo, piuttosto che in disaccordo.

Nel paragrafo successivo, gli analisti passano brevemente in


rassegna i problemi più spinosi sorti durante il papato di Benedetto
XVI.

4. Il Papa ha avuto un anno complicato, perché ha dovuto


affrontare alcune controversie sui rapporti tra cattolici ed ebrei, le
polemiche nate dalle sue idee riguardo alla prevenzione dell’AIDS e le
difficoltà comunicative interne al Vaticano collegate a tali
controversie. Allo stesso tempo, ha portato a termine con successo
importanti viaggi in Medio Oriente e in Africa. È desideroso di
conoscerla. Al Papa piacciono davvero gli americani e gli Stati Uniti, e
ha gradito molto la sua visita nel nostro Paese l’anno scorso. Ammira
il modello americano di laicità, che prevede la separazione tra Chiesa e
Stato ma che, secondo lui, «permette di credere in Dio e rispetta il
ruolo pubblico della religione e delle Chiese». 3 Il Papa ha fatto della
promozione della libertà religiosa internazionale un obiettivo centrale
del suo pontificato e apprezza l’appoggio degli Stati Uniti nel
raggiungimento di questo obiettivo. Come leader spirituale di 1,3
milioni di cattolici in tutto il mondo, che gode del rispetto anche dei
non cattolici, il Papa regge un megafono morale senza precedenti, e lo
sfrutta con cura, parlando pubblicamente in termini generici, neutrali,
sulla necessità della pace e della giustizia sociale, piuttosto che
criticando i singoli Stati. A porte chiuse, a volte affronta temi specifici
in maniera più diretta. A questo proposito, un funzionario vaticano ci
ha detto che probabilmente con lei solleverà l’argomento dell’aborto,
della ricerca sulle staminali e della giustizia sociale, in particolare
dell’immigrazione.

La delegazione diplomatica statunitense in Vaticano avverte


dunque che il Papa si soffermerà sull’aborto e sulle staminali durante
il suo incontro con il presidente. Meno di due mesi dopo avere fatto
ingresso alla Casa Bianca, Obama aveva ripristinato i finanziamenti
federali alla ricerca sulle staminali, cui il Vaticano si oppone in quanto
provoca la distruzione dell’embrione. I vescovi americani avevano
criticato Obama per la sua decisione e poco tempo dopo molti di loro
avevano denunciato la Notre Dame University, un’istituzione cattolica
indipendente, per averlo insignito di una laurea honoris causa. 4

5. La Chiesa cattolica insegna che l’aborto è sbagliato. I funzionari


del Vaticano accettano di malavoglia che l’aborto sia legale negli Stati
Uniti, ma contrastano con decisione il fatto che sia reso più accessibile
ovunque. A livello internazionale, il Vaticano si opporrebbe
energicamente alla difesa da parte del governo americano della
legalizzazione dell’aborto in altri Paesi, al finanziamento di aborti
all’estero e al fatto di rendere l’aborto un «diritto riproduttivo»
internazionale. Il Vaticano accoglierebbe un dialogo onesto e
rispettoso con gli Stati Uniti sull’argomento. Gli esponenti del
Vaticano hanno seguito con attenzione il suo discorso alla Notre
Dame. Pur non concordando con tutto ciò che lei ha dichiarato, erano
molto soddisfatti del suo appello a diminuire il numero di aborti, a
rendere le adozioni più accessibili e a prestare un maggior sostegno
alle donne incinte. Apprezzano il suo impegno a «onorare la coscienza
di chi si oppone all’aborto» 5 e hanno accolto con particolare
soddisfazione l’invito a preparare una clausola per l’obiezione di
coscienza di medici e paramedici.
6. Il Vaticano è contrario alla ricerca sulle staminali, con la
motivazione che provocano la distruzione di embrioni umani, mentre
non pone alcuna obiezione alla ricerca sulle staminali di provenienza
non embrionale. Dato che le nuove tecniche permettono di fare ricerca
su cellule staminali adulte, il Vaticano afferma che l’uso di cellule
staminali embrionali non è giustificato da un punto di vista scientifico.

Al punto 7 del documento inviato a Washington si evidenzia la


posizione di Benedetto XVI riguardo alla crisi economica che ha
investito il pianeta, in particolare la sua difesa dei «Paesi più poveri e
indebitati» che, non essendo stati la causa della crisi, «per un motivo
di giustizia fondamentale, non devono esserne la vittima». Ci si aspetta
qualche sorpresa nella nuova enciclica, che il Papa renderà pubblica
appena undici giorni prima dell’arrivo del presidente Obama in
Vaticano. 6
Qui, Benedetto XVI scrive: «Sono consapevole degli sviamenti e
degli svuotamenti di senso a cui la carità è andata e va incontro, con il
conseguente rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico
e, in ogni caso, di impedirne la corretta valorizzazione. In ambito
sociale, giuridico, culturale, politico, economico, ossia nei contesti più
esposti a tale pericolo, ne viene dichiarata facilmente l’irrilevanza a
interpretare e a dirigere le responsabilità morali». Al punto 22 del
testo papale, si muove una dura critica alla gestione della politica e
dell’economia, affermando: «La corruzione e l’illegalità sono
purtroppo presenti sia nel comportamento di soggetti economici e
politici dei Paesi ricchi, vecchi e nuovi, sia negli stessi Paesi poveri. A
non rispettare i diritti umani dei lavoratori sono a volte grandi
imprese transnazionali e anche gruppi di produzione locale. Gli aiuti
internazionali sono stati spesso distolti dalle loro finalità, per
irresponsabilità che si annidano sia nella catena dei soggetti donatori
sia in quella dei fruitori». 7
Un altro passo rilevante dell’enciclica, che potrebbe essere
considerato un gesto di riguardo nei confronti del presidente degli
Stati Uniti, è il paragrafo 71, in cui si afferma che «Lo sviluppo è
impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini
politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene
comune. Sono necessarie sia la preparazione professionale sia la
coerenza morale. Quando prevale l’assolutizzazione della tecnica si
realizza una confusione fra fini e mezzi, l’imprenditore considererà
come unico criterio d’azione il massimo profitto della produzione; il
politico, il consolidamento del potere; lo scienziato, il risultato delle
sue scoperte. Accade così che, spesso, sotto la rete dei rapporti
economici, finanziari o politici, permangono incomprensioni, disagi e
ingiustizie; i flussi delle conoscenze tecniche si moltiplicano, ma a
beneficio dei loro proprietari, mentre la situazione reale delle
popolazioni che vivono sotto e quasi sempre all’oscuro di questi flussi
rimane immutata, senza reali possibilità di emancipazione». 8
L’ambasciata avrebbe cercato di far avere una copia dell’enciclica al
presidente Obama prima della visita a Roma.

7. Il Vaticano ha insistito molto sul fatto di proteggere gli individui


più vulnerabili del mondo dalle ripercussioni della crisi finanziaria
globale. In una lettera al primo ministro britannico Gordon Brown,
per esempio, il Papa ha scritto: «L’aiuto allo sviluppo, comprese le
condizioni commerciali e finanziarie favorevoli ai Paesi meno
sviluppati e la remissione del debito estero dei Paesi più poveri e più
indebitati, non è stata la causa della crisi e, per un motivo di giustizia
fondamentale, non deve esserne la vittima». 9 Il Vaticano critica le
società «consumistiche», sostiene fortemente gli Obiettivi di sviluppo
del millennio dell’ONU e spera che tutti i Paesi raddoppieranno gli
sforzi per raggiungerli. Inoltre, sostiene da tempo una migrazione più
libera tra le nazioni, che consenta ai più poveri di iniziare una nuova
vita. La USCCB ha fatto della riforma sull’immigrazione una priorità, e
il Papa molto probabilmente ne parlerà durante il vostro incontro. Si
prevede che il Papa pubblicherà la seconda «enciclica» (una lettera
indirizzata a tutto il mondo su questioni morali urgenti) del suo
pontificato in un giorno imprecisato della settimana precedente al
vostro incontro. In questa affronterà temi di giustizia sociale, e
probabilmente ne discuterà con lei. (L’ambasciata invierà una copia
del documento alla Casa Bianca non appena sarà disponibile.)

Nel messaggio «riservato» dell’ambasciata americana torna poi a


spiccare la figura del Papa protettore dell’ambiente e sostenitore della
sicurezza alimentare.

8. Allo stesso modo, il Vaticano è molto preoccupato per il sempre


più basso livello di nutrizione dei Paesi più poveri. Il Vaticano non ha
adottato una posizione ufficiale riguardo alle coltivazioni
geneticamente modificate (GM): alcuni leader della Chiesa si
oppongono perché la tecnologia GM è principalmente nelle mani di
società internazionali, mentre altri ne sostengono l’uso,
considerandola parte di una strategia più ampia per combattere la
fame nel mondo. Nel suo messaggio alla Giornata mondiale
dell’alimentazione nell’ottobre 2008, il Papa ha segnalato che il mondo
può produrre alimenti sufficienti a soddisfare necessità sempre
maggiori, ma ha detto che fattori come la speculazione sui generi
alimentari, la corruzione pubblica e gli investimenti sempre più
ingenti in armi impediscono che il cibo arrivi a chi soffre la fame. Ha
invitato i leader mondiali a concludere i negoziati per garantire la
sicurezza alimentare e a perseguire relazioni «fondate sullo scambio di
conoscenze reciproche, valori, assistenza rapida e rispetto». 10
9. Il Papa parla con frequenza dell’importanza di avere cura del
creato di Dio. La Città del Vaticano è il primo Stato a basso consumo
di energia fossile del mondo, compensando le sue emissioni attraverso
l’uso di energie rinnovabili e un progetto di rimboschimento. Tuttavia,
non ha adottato una posizione sullo scambio di quote per le emissioni
di carbonio. Il Vaticano sta utilizzando l’energia solare per alimentare
alcune strutture e sta riducendo il consumo energetico complessivo,
con l’obiettivo di provvedere autonomamente alla propria energia per
il 20% nel 2020. La Santa Sede è un osservatore attivo nel Programma
ambiente dell’ONU e in altri forum internazionali, e parteciperà alla
Conferenza di Copenaghen a dicembre, sempre in veste di osservatore.
Il Papa, inoltre, si è unito ad altri leader religiosi, come il patriarca
ecumenico Bartolomeo, nel richiamare i fedeli a riflettere su questioni
morali come la responsabilità dell’umanità di essere buona
amministratrice della natura. Il messaggio del Vaticano sull’ambiente è
coerente: la natura è un dono di Dio, gli esseri umani hanno il dovere
di prendersene cura e di non abusarne.

Quanto alla riduzione di armi e bombe a grappolo, all’impiego di


mine antiuomo, agli esperimenti nucleari e alla moratoria sui
materiali fissionabili, la posizione della Santa Sede è molto chiara. 11

10. Il Vaticano ha accolto favorevolmente la sua richiesta di


eliminare le armi nucleari e sostiene da molto tempo la riduzione e la
non proliferazione degli armamenti. La Santa Sede è stata uno dei
primi firmatari della Convenzione internazionale sulle bombe a
grappolo del [3] dicembre 2008, l’ha firmata quel giorno stesso. (Il
Vaticano ovviamente non possiede tali armi e prende parte a questi
accordi per dare un esempio morale.) Il Papa ha caldeggiato
l’eliminazione delle mine terrestri e la Santa Sede ha sottoscritto il
Trattato di Ottawa contro le mine antiuomo. Durante il suo intervento
all’ONU, a maggio, l’inviato del Vaticano ha riaffermato il suo
appoggio alla non proliferazione nucleare e ha elencato i cinque passi
che le nazioni dovrebbero compiere per eliminare la minaccia delle
armi nucleari: aderire al trattato per la messa al bando totale degli
esperimenti nucleari, avviare negoziati per un accordo sulla riduzione
dei materiali fissionabili, smettere di considerare le armi nucleari parte
della politica militare tra Stati nuclearizzati, assegnare all’Associazione
internazionale per l’energia atomica il compito di sorvegliare sull’uso
pacifico dell’energia nucleare, mettere a punto una nuova convenzione
internazionale sull’energia nucleare.

Riguardo al dialogo interreligioso, uno dei cavalli di battaglia del


pontificato di Benedetto XVI, gli analisti statunitensi mettono in luce
l’approvazione mostrata dalla Santa Sede per il discorso del presidente
Obama all’Università al-Azhar del Cairo, rivolto al mondo
musulmano e intitolato «Un nuovo inizio», pronunciato il 4 giugno
2009 durante la visita in Egitto.
Nonostante i gravi «scivoloni» del Santo Padre sull’islam e sugli
ebrei, gli americani riconoscono lo sforzo di Sua Santità per avvicinare
le diverse fedi.

11. Il Vaticano ha elogiato il discorso che lei ha tenuto al Cairo,


soprattutto le parti sulla libertà religiosa e la diversità, sulla situazione
tra Israele e Palestina e sull’Iran. Lo stesso Vaticano è impegnato da
decenni a migliorare le relazioni con il mondo islamico, anche per
mezzo di un istituto pontificio per lo studio della lingua araba e
dell’islam. Dopo gli attacchi dell’11 settembre, ha intensificato il
dialogo interreligioso, e lo stesso ha fatto in seguito alla reazione
negativa dei musulmani a un discorso che il Papa aveva tenuto nel
2006 e che, secondo alcuni, aveva umiliato l’islam. I colloqui principali
avvengono con: il «gruppo dei 138» – gli eruditi e religiosi musulmani
moderati – sostenuto dalla Giordania, i religiosi iraniani, l’Università
al-Azhar del Cairo e le autorità saudite. Scopo principale del Vaticano
è promuovere, per mezzo di questi dialoghi, la libertà religiosa. La
Santa Sede ritiene che gli accordi teologici con l’islam non siano
possibili, ma è convinta che una più profonda conoscenza reciproca
possa dissipare i sospetti e facilitare la convivenza pacifica, considerata
un obiettivo più importante della semplice «tolleranza». Un’altra
finalità del Vaticano è appoggiare la cooperazione pragmatica tra le
religioni nei programmi di welfare. Il Vaticano ritiene che i governi
debbano garantire la libertà religiosa ma non partecipare direttamente
al dialogo interreligioso (che per sua natura deve avvenire tra leader
religiosi).

La pace in Terra Santa e in Iraq e i gruppi cristiani continuano a


essere due delle principali preoccupazioni della Santa Sede riguardo al
Medio Oriente. Gli analisti sottolineano il grande successo del viaggio
di Benedetto XVI in Israele, in Giordania e nei territori palestinesi, nel
quale è riuscito a evitare «passi falsi». Il paragrafo mette in luce anche
la posizione del Papa riguardo alla politica statunitense in Iraq:
l’assoluta opposizione all’intervento americano nel Paese e l’appoggio
di un ritiro, sempre che questo non provochi un «vuoto di sicurezza».
Il Vaticano teme anche per i cristiani caldei in Iraq, la maggior parte
dei quali è fuggita all’inizio della guerra e non tornerà più. I tre
principali esperti vaticani in affari iracheni sono monsignor Giorgio
Lingua, attuale nunzio a Baghdad, monsignor Ephrem Yousif Abba
Mansoor, arcivescovo di Baghdad, e monsignor Rabban Al-Qas,
arcivescovo di Zaku e Amadiya (Caldea).

12. La pace in «Terra Santa» è una delle priorità del Vaticano ed è


stato uno dei temi centrali della visita del Papa a maggio in Israele,
Giordania e nei territori palestinesi. Nonostante le critiche di alcuni
estremisti e mezzi di comunicazione, il viaggio è stato
fondamentalmente un successo. Il Papa ha evitato passi falsi (cosa
difficile per un Pontefice in visita in quei luoghi) e ha lanciato il
messaggio secondo cui una soluzione tra i due Stati è la chiave per la
pace. Ha sottolineato che l’uso della violenza per il raggiungimento
degli obiettivi politici è moralmente inaccettabile. Ha invocato il
dialogo interreligioso e la protezione delle minoranze cristiane. Le sue
dichiarazioni riflettono in larga misura l’approccio adottato dagli Stati
Uniti in quell’area geografica. Questo offre delle opportunità per un
ulteriore impegno con gli Stati Uniti nella promozione di iniziative di
pace in quella zona.
13. La Santa Sede si è opposta pubblicamente all’intervento degli
Stati Uniti in Iraq. Una volta iniziati i combattimenti, tuttavia, il
Vaticano si è concentrato sulla promozione della pace e della giustizia,
sulla ricostruzione dell’economia irachena e sulla protezione delle
minoranze cristiane. I funzionari della Santa Sede hanno accolto
favorevolmente le sue proposte di un ritiro responsabile delle truppe
americane, sempre che questo non provochi un vuoto di sicurezza,
soprattutto nelle zone cristiane. Il Vaticano apprezza il reinsediamento
offerto dagli americani alle vittime delle persecuzioni irachene più
vulnerabili – tra cui molti cristiani – ma vuole evitare l’esodo
massiccio di cristiani dal Paese. (Alcuni vescovi della regione stimano
che se ne sia andata almeno la metà dei 300-400.000 cristiani caldei
che abitavano in quell’area, e che questi non faranno più ritorno.)
L’autunno scorso il Vaticano temeva che le quote stabilite per il
sistema delle elezioni provinciali irachene potessero diminuire la
rappresentanza cristiana presso i governi locali, alimentando
ulteriormente l’emigrazione. Per questo ha preso l’insolita decisione di
chiedere formalmente al governo degli Stati Uniti di fare pressioni
sugli iracheni perché aumentassero le quote per i cristiani. Nonostante
la minaccia di boicottaggio, alla fine i cristiani hanno partecipato alle
elezioni provinciali. Il futuro delle comunità cristiane in Iraq
continuerà a essere prioritario nell’agenda del Vaticano, sia prima sia
dopo il ritiro militare degli USA.

Il documento, che sarebbe dovuto rimanere «segreto» e «segretato»


fino al 26 giugno 2019, pone poi l’accento sul ruolo della Chiesa
cattolica in Africa; nell’area subsahariana, infatti, questa presta il 17%
degli aiuti sanitari. Di nuovo, gli americani segnalano le gaffe del
Sommo Pontefice ricordando come, durante la sua recente visita in
Africa nel marzo 2009, avesse dichiarato che «l’uso dei profilattici ha
contribuito alla diffusione dell’AIDS», costringendo l’ufficio stampa
del Vaticano a fare alcune precisazioni su quell’affermazione.
Riguardo a Cuba, gli analisti statunitensi informano il segretario di
Stato Hillary Clinton che, sebbene la Chiesa cattolica sia una presenza
forte sull’isola, preferisce aspettare un cambiamento democratico e
non mettersi alla testa di una battaglia. Si oppone anche all’embargo
degli Stati Uniti, che pregiudica «i poveri cubani». 12

14. Il Papa è stato in Africa a marzo. È apparso sulle prime pagine


dei giornali con un’intervista rilasciata in viaggio, nella quale ha
dichiarato che l’uso dei profilattici ha contribuito alla diffusione
dell’AIDS. In seguito il Vaticano ha precisato queste dichiarazioni,
affermando che non sempre i profilattici sono sicuri al cento per cento
e facendo notare che, secondo alcuni studi, la loro diffusione aumenta
la promiscuità. Benedetto XVI ha esortato i leader mondiali a prestare
particolare attenzione quest’anno alle necessità del continente, dove
una persona su quattro soffre la fame. In una lettera al presidente
tedesco, il Papa ha scritto che «è richiesto anche l’appoggio della
comunità internazionale [...] proprio a motivo dell’attuale crisi
finanziaria ed economica che tocca particolarmente l’Africa». 13 Il
Pontefice ha promesso di continuare a offrire l’aiuto della Chiesa ai
settori più deboli della popolazione africana. (L’ONU stima che gli enti
benefici cattolici contribuiscano per il 17% all’assistenza sanitaria
nell’Africa subsahariana; la Chiesa dirige scuole, case per anziani,
centri per il reinserimento nella società di bambini soldati e altri
programmi.) A ottobre, i vescovi africani si riuniranno a Roma per un
mese, per discutere sulle necessità del continente.
15. La Chiesa è l’unica istituzione importante a Cuba indipendente
dal governo. Il Vaticano spera in una transizione verso la democrazia,
ma non si è schierato in prima linea in questa battaglia perché è più
interessato a proteggere il suo piccolo spazio di azione all’interno del
Paese. Il Vaticano si oppone all’embargo americano, ritenendo che
danneggi i poveri cubani in maniera spropositata. Ha accolto con
soddisfazione la sua decisione di revocare le limitazioni alle visite
famigliari e alle rimesse. I funzionari del Vaticano credono che lo
scambio delle cinque spie cubane detenute negli Stati Uniti con i
prigionieri politici a Cuba meriti di essere discusso e hanno sollecitato
gli USA ad accordare il visto alle mogli di questi uomini, affinché
possano andare a trovarli.

Sono davvero degni di nota i punti 16 e 17, riguardo all’opinione


del Vaticano sull’ingresso della Turchia nell’Unione Europea e
sull’Iran. Va sottolineato che durante il pontificato di Giovanni Paolo
II la Santa Sede si era sempre mostrata contraria a sostenere
un’eventuale adesione della Turchia all’UE. I sostenitori di questo
punto di vista erano i segretari di Stato di Giovanni Paolo II, i
cardinali Agostino Casaroli e Angelo Sodano. Dopo lo «scivolone»
sull’islam durante il discorso di Ratisbona, il 12 settembre 2006, e il
successivo viaggio di Benedetto XVI in Turchia tra il 28 novembre e il
1° dicembre dello stesso anno, la Santa Sede cominciò però a
modificare la sua posizione al riguardo. Secondo molti, quel sostegno
era stato il prezzo da pagare per le parole pronunciate dal Papa su
Maometto.
Quanto all’Iran, la diplomazia vaticana preferiva non sollevare
polveroni inutili, che avrebbero potuto nuocere alla sua influenza. Un
esempio di tale influenza si era verificato quando, il 23 marzo 2007,
quindici marinai britannici entrati in acque iraniane alla foce dello
Shatt al-Arab, il fiume che divide l’Iran dall’Iraq, erano stati arrestati
dalle autorità locali con l’accusa di svolgere operazioni di spionaggio.
Grazie alla mediazione segreta del Vaticano tramite Ali Akbar
Velayati, il più importante consigliere della guida suprema iraniana,
l’ayatollah Ali Khamenei, dopo tredici giorni di detenzione i quindici
militari erano stati scarcerati e rimandati a casa. Ciò nonostante, gli
Stati Uniti non erano molto convinti del peso che il Vaticano avrebbe
potuto avere nel caso di una crisi con Teheran.

16. Il Papa, quando era ancora il cardinale Ratzinger, aveva espresso


preoccupazione all’idea che la Turchia entrasse in Europa. Oggi la
posizione della Santa Sede è che, in quanto Paese extraeuropeo, il
Vaticano non abbia alcun ruolo nel promuovere o ostacolare l’ingresso
della Turchia. Il Vaticano probabilmente preferirebbe che la Turchia
sviluppasse un rapporto speciale con l’Unione Europa senza
diventarne membro, ma il segretario di Stato vaticano, Bertone, ha
affermato che la Turchia deve entrare a far parte dell’UE, se soddisfa
tutti i requisiti, come la piena tutela dei diritti umani e della libertà
religiosa.
17. La Santa Sede è seriamente preoccupata per i recenti casi di
violenza e di violazione dei diritti umani verificatisi in Iraq. Fino a
oggi non si è in alcun modo espressa sulla crisi attuale, in parte per
preservare la sua capacità di fungere da intermediario nel caso
scoppiasse una crisi internazionale. (Nell’aprile 2007, il Vaticano ha
aiutato a ottenere il rilascio dei marinai britannici arrestati in acque
iraniane.) Tuttavia, non è chiaro quanta influenza il Vaticano abbia
realmente sull’Iran.
Finalmente, venerdì 10 luglio 2009, Barack Obama arrivò in
Vaticano per incontrare per la prima volta Benedetto XVI e sostenere
con lui quello che secondo la Casa Bianca sarebbe stato un dialogo
schietto su temi su cui concordavano e discordavano. Il presidente
degli Stati Uniti giunse sotto strette misure di sicurezza da L’Aquila,
dove aveva partecipato al G8, il vertice dei Paesi più industrializzati
del mondo. L’area intorno al Vaticano fu bloccata e le reti telefoniche
dei cellulari furono interrotte al passaggio del corteo presidenziale.
Obama fu condotto fino al cortile di San Damaso, presso il Palazzo
Apostolico, dove fu accolto con tutti gli onori dalla guardia svizzera.
Il presidente informò Benedetto XVI sui risultati del G8, in
particolare sull’impegno a donare 20 miliardi di dollari a sostegno
dell’agricoltura dei Paesi poveri ma, a differenza di quanto era
accaduto con il suo predecessore George W. Bush, lui e il Papa non
vedevano allo stesso modo questioni controverse come il diritto
all’aborto e la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Mentre si
scattavano le fotografie, all’inizio dell’incontro, il Pontefice gli chiese
del vertice, e Obama rispose: «È stato molto fruttuoso, soprattutto
oggi».
Durante il colloquio, il Santo Padre disse al presidente che la difesa
della vita e il diritto all’obiezione di coscienza rappresentavano «le
grande sfide per il futuro di ogni nazione e per il vero progresso dei
popoli». Lui rispose che, riguardo al primo aspetto, si sarebbe
impegnato a ridurre il numero di aborti negli Stati Uniti, uno dei
problemi che preoccupava maggiormente la Chiesa americana.
In seguito il Vaticano, attraverso il segretario di Stato Bertone,
assicurò che era sua intenzione avere un dialogo costruttivo con il
presidente degli Stati Uniti su diversi temi, quali la pace in Medio
Oriente, l’ambiente e i rapporti con il mondo musulmano.
Benedetto XVI aveva offerto un appoggio esplicito agli Stati Uniti, a
Barack Obama e alla sua politica estera quando aveva affermato che
«per il governo dell’economia mondiale; per risanare le economie
colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e
conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo
integrale, la sicurezza alimentare e la pace; [...] urge la presenza di una
vera autorità politica mondiale». 14
Oggi, Benedetto XVI non occupa più la cattedra di San Pietro e gli
Stati Uniti continuano la loro politica di aborti, OGM ed esperimenti
con le staminali, temi che non hanno cessato di essere fonte di
preoccupazione per papa Francesco e che continueranno a costituire
motivo di intenso e acceso dibattito tra Roma e Washington.
10
Vaticano. «Lost in translation»?

COME Bob Harris, il personaggio interpretato da Bill Murray in Lost


in translation - L’amore tradotto, il film diretto da Sofia Coppola nel
2003, il Vaticano cerca di contrastare in modo informativo quello che
di fatto non capisce o non sa, un atteggiamento che il New York Times
a suo tempo definì «cattiva informazione, disastrosa comunicazione».
Il quotidiano statunitense si riferiva al modo in cui l’ufficio stampa
della Santa Sede cercava di «mitigare», a dire il vero senza troppo
successo, i passi falsi sempre più ricorrenti e sempre più catastrofici di
papa Benedetto XVI o di qualche altro esponente della curia nei suoi
messaggi pubblici.
Tra i grandi «scivoloni» papali c’è la revoca della scomunica al
vescovo lefebvriano e negazionista dell’Olocausto Richard
Williamson, il 21 gennaio 2009, evento che suscitò gravi tensioni tra
cattolici ed ebrei. Ma anche la famosa frase su Maometto durante il
discorso a Ratisbona, che provocò seri screzi tra i cattolici e i
musulmani. O la già citata affermazione che i profilattici non
evitavano la diffusione dell’AIDS.
In quel periodo, la politica di informazione del Vaticano fu così
maldestra che il 20 febbraio l’ambasciata americana presso la Santa
Sede inviò un telegramma al segretario di Stato Hillary Clinton,
classificato come «riservato», dall’esplicito titolo «Santa Sede: un
fiasco nella comunicazione». Il documento, di dodici pagine suddivise
in tredici paragrafi, riporta informazioni in parte ottenute anche da
agenti della CIA a Roma e da fonti interne al Vaticano. Gli agenti,
guidati da John D. Peters, capo della CIA in Italia, avevano già
mandato vari rapporti al direttore dell’Agenzia, Leon Panetta,
criticando lo stile comunicativo della Santa Sede.

1. Riassunto: Oltre ad altri motivi di agitazione, la recente


controversia globale sulla revoca della scomunica di un vescovo che ha
negato l’Olocausto dimostra un’importante distanza tra le intenzioni
dichiarate da papa Benedetto XVI e il modo in cui il suo messaggio è
stato recepito dal resto del mondo. Sono molte le cause alla base di
questo errore di comunicazione: il difficile compito di governare
un’organizzazione gerarchica ma decentralizzata, i punti deboli della
leadership e una sottovalutazione (e ignoranza) dei sistemi di
comunicazione del Ventunesimo secolo. Questi fattori hanno generato
una comunicazione confusa, passiva, che abbassa il volume del
megafono morale utilizzato dal Vaticano per portare avanti i suoi
obiettivi. Ciò vale soprattutto per il pubblico, la cui visione della Santa
Sede è data in gran parte dai mezzi di comunicazione di massa. Indizi
lasciano pensare che almeno alcuni esponenti del Vaticano abbiano
imparato la lezione e si impegneranno a riformare la struttura
comunicativa della Santa Sede. Resta da vedere se questi prevarranno o
meno. Fine del riassunto.

Il primo paragrafo dell’informativa fa riferimento all’effetto


negativo suscitato dalla revoca della scomunica al vescovo lefebvriano
Richard Williamson. Il 10 marzo, il Papa si vide obbligato a mandare
una lettera ai vescovi di tutto il mondo, nella quale faceva un’analisi
personale ed emotiva sul caso, che fu interpretata come un tentativo di
porre fine a quella che probabilmente era la più grave crisi – anche se
non l’unica – dalla sua elezione a Sommo Pontefice, nel conclave del
2005. Nel suo scritto, Benedetto XVI dichiarava che il fatto di non
essere tempestivamente venuto a conoscenza dei precedenti del
vescovo con una semplice consultazione in internet era stato un
«contrattempo imprevisto», che aveva provocato tensioni tra i cristiani
e gli ebrei e messo in dubbio il suo stesso interesse per un rapporto tra
le due religioni basato sulla concordia. Il Pontefice si diceva
apertamente «rattristato» del fatto che «anche cattolici, che in fondo
avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato
di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco». 1 Senza dubbio,
si riferiva alle violente critiche apparse su diversi mezzi di
comunicazione riguardo all’episodio.
Il portavoce del Vaticano scrisse in una nota stampa che la lettera
era «un documento davvero inconsueto e degno della massima
attenzione», 2 oltre che un’inequivocabile espressione di «sofferenza
evidente». I vaticanisti la interpretarono come uno sforzo di Benedetto
XVI di limitare i danni provocati dalla sua decisione, come quando,
nel 2006, si era detto «vivamente rammaricato» 3 per i commenti
sull’islam e la violenza, che avevano scatenato una tempesta nel
mondo islamico.
La nuova crisi era in realtà scoppiata il 21 gennaio 2009, quando il
Papa aveva revocato la scomunica a quattro vescovi conservatori –
seguaci del defunto arcivescovo Marcel Lefebvre – ordinati senza
l’avallo del Vaticano; tra loro c’era anche Richard Williamson. Il
sessantanovenne prelato britannico era stato allontanato
dall’Argentina, dove risiedeva da cinque anni e dirigeva il Seminario
internazionale di Nostra Signora Corredentrice di La Reja, per avere
negato, in un’intervista concessa a una televisione svedese nel gennaio
2009, 4 che sei milioni di ebrei fossero stati uccisi dalla Germania
nazista. Williamson aveva affermato che il numero reale di vittime si
aggirava intorno alle due-trecentomila e che le camere a gas non erano
mai esistite.
La decisione del Pontefice provocò critiche e malumori tra gli ebrei
e anche tra diversi prelati e alti membri della curia, soprattutto
tedeschi. Benedetto XVI disse che la sua gestione del caso Williamson
era stata una «disavventura imprevedibile», che aveva fatto sì che «il
suo gesto discreto di misericordia» nei confronti dei vescovi
scomunicati fosse visto come un rifiuto alla riconciliazione tra ebrei e
cristiani. Il Papa affermò di essere grato «tanto più agli amici ebrei»
per avere capito la solidità del suo impegno all’«amicizia e fiducia»
reciproche. Difese quindi i suoi sforzi per integrare nella Chiesa i
settori ultraconservatori leali al movimento Fraternità sacerdotale san
Pio X, fondato dall’arcivescovo Lefebvre nel 1970, ma riconobbe di
avere commesso «un altro errore» 5 non spiegando chiaramente le
proprie intenzioni. Il danno però era fatto; Benedetto XVI era di
nuovo vittima di una serie di atti inconsulti probabilmente orchestrati
dalle alte sfere della curia.
Il rapporto dell’ambasciata americana in cui si analizza la politica di
informazione del Vaticano indica come causa dei disguidi una
gerarchia centralizzata che prende decisioni decentralizzate.

2. Il Vaticano ha un’organizzazione rigidamente gerarchica, e il


Papa è il responsabile ultimo di tutte le questioni più rilevanti.
Tuttavia, il Vaticano decentralizza molto a livello decisionale. Questa
struttura riflette la convinzione riguardo al principio di «sussidiarietà»:
lasciare le decisioni a quelli che sono più vicini e meglio informati su
una particolare questione. A livello pratico, però, la sussidiarietà può
limitare la comunicazione orizzontale, eliminando le consultazioni e il
riesame tra pari. Questo approccio incoraggia inoltre una
focalizzazione su problemi specifici, a scapito del quadro generale.
3. Parlando della recente crisi con il Chargé d’affaires e il
funzionario per gli affari pubblici, l’arcivescovo Claudio Celli,
presidente del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, ha
affermato che l’attuale stile comunicativo della Chiesa è più
concentrato sul contenuto di una decisione che sul suo impatto
pubblico. Monsignor Paul Tighe, il suo comandante in seconda, ha
segnalato che questo fenomeno è aggravato dal fatto che i funzionari
dei diversi organi ecclesiastici sostengono le proprie cause senza tenere
conto dell’impatto che hanno sulla Chiesa a livello globale. Il risultato
è un processo in cui solo un pugno di esperti è consapevole delle
decisioni imminenti, comprese quelle più importanti, con tutte le
implicazioni che comportano, e questi diventano sostenitori piuttosto
che consulenti imparziali del Papa.
Gli analisti americani criticano duramente padre Lombardi per non
essere in grado di proteggere il Papa dalle polemiche (riassunte
brevemente al punto 4) suscitate da episodi come il discorso di
Ratisbona, la revoca della scomunica ai lefebvriani, il battesimo nella
basilica di San Pietro di Magdi Allam – italiano di origini egiziane,
vicedirettore del Corriere della Sera e musulmano convertito – e la
nomina, il 31 gennaio 2009, a vescovo ausiliare di Linz e a vescovo
titolare di Zuri del controverso sacerdote austriaco Gerhard Maria
Wagner, avvenuta nonostante trentuno dei trentacinque alti prelati
che componevano il Collegio dei decani della diocesi di Linz avessero
chiesto al Papa di non ratificarne la designazione.
Benedetto XVI fece orecchie da mercante e appose il sigillo papale
alla nomina. L’allora vescovo ausiliare era lo stesso che anni prima
aveva definito Harry Potter «satanico», sostenuto che lo tsunami che
aveva devastato l’Asia nel 2004 provocando 230.000 morti fosse
«successo a Natale, quando i ricchi dell’Occidente vanno in Thailandia
a fare feste per nulla sante», e che l’uragano Katrina, che nel 2005
aveva flagellato il Sud degli Stati Uniti causando quasi due milioni di
vittime, era un «castigo divino» per una città peccatrice (New
Orleans). Nessuno informò il Papa di queste dichiarazioni; in ogni
caso, trentun giorni dopo la sua nomina, esattamente il 2 marzo,
Gerhard Maria Wagner si dimise da entrambi gli incarichi.

4. Una serie di errori durante il papato di Benedetto XVI ha messo


dolorosamente in luce la mancanza di scambio di informazioni nella
Chiesa. Nel 2006, il Papa ha pronunciato un discorso a Ratisbona che è
stato ampiamente condannato in quanto considerato un insulto ai
musulmani, nonostante in seguito il Pontefice abbia spiegato che non
era questa la sua intenzione. Nel 2008, il Papa ha battezzato (ossia, ha
convertito) un illustre musulmano durante la messa della vigilia di
Pasqua 2008, in San Pietro, evento trasmesso dalle televisioni di tutto il
mondo; il cardinale a capo del Pontificio consiglio per il dialogo
interreligioso non ha saputo nulla della conversione fino a quando ha
avuto luogo. Quest’anno padre Federico Lombardi, direttore
dell’ufficio stampa del Vaticano, e il cardinale Walter Kasper,
presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei
cristiani, che si occupa anche dei rapporti con gli ebrei, hanno saputo
solo a posteriori della decisione di revocare la scomunica ai vescovi
scismatici lefebvriani, tra cui un negazionista dell’Olocausto. Nel bel
mezzo di questo scandalo, dal canto suo, il Papa ha proposto di
promuovere a vescovo ausiliare un sacerdote che ha dichiarato che
l’uragano Katrina è stato un «castigo divino» per lo stile di vita
libertino di New Orleans. Il clamore che ne è nato ha spinto
l’ecclesiastico a rifiutare l’offerta.

I tre paragrafi successivi portano il significativo titolo: «Le alte sfere


non hanno orecchio». Al punto 5, gli analisti della delegazione
diplomatica statunitense si concentrano sul segretario di Stato,
Tarcisio Bertone, che accusano di avere scarsa esperienza diplomatica.
Subito dopo, criticano duramente l’assenza di «diversificazione
generazionale e geografica» nella cerchia più ristretta del Papa, i cui
membri sono tutti intorno ai settant’anni e di origine italiana.
Accennano poi al fatto che monsignor Paul Tighe, del Pontificio
consiglio delle comunicazioni sociali, ha apertamente lamentato «la
natura italocentrica» dell’entourage papale.
Gli americani fanno notare, con una punta di divertimento, che
soltanto padre Federico Lombardi usa il BlackBerry e che pochi
funzionari vaticani hanno un account di posta elettronica. Inoltre,
biasimano l’eccessiva «italianizzazione» dei vertici vaticani e la
penuria di alti prelati di origine britannica o statunitense nella curia.
Infine, al punto 7 non si ha alcuna difficoltà a definire senza mezzi
termini il cardinale Tarcisio Bertone uno yes man. Curiosamente, si
afferma – quasi due anni prima dello scandalo Vatileaks – che durante
il pontificato di Giovanni Paolo II le fughe di informazioni erano
molto comuni, mentre si assicura che sia Benedetto XVI sia Bertone
gestiscono tutto in maniera efficiente e le fughe di notizie sono rare,
per non dire quasi inesistenti.
Il 25 gennaio 2012, quasi tre anni dopo la stesura del rapporto
segreto, un programma televisivo italiano rivelò l’esistenza di alcune
lettere in cui il segretario generale del Governatorato vaticano,
monsignor Carlo Maria Viganò, metteva in guardia il Santo Padre
sulla concessione di appalti affidati a ditte raccomandate che
gonfiavano i prezzi in maniera spropositata, oltre che su una lunga
lista di crimini di corruzione, abuso di potere e malversazioni
all’interno della Banca vaticana, lo IOR. 6
Il termine «Vatileaks» fu utilizzato per la prima volta il 14 febbraio
2012 dallo stesso portavoce vaticano, padre Lombardi. Il 24 aprile,
Benedetto XVI istituì una commissione per fare luce sull’origine della
fuga di documenti. Alla testa del pool c’era il cardinale spagnolo Julián
Herranz. Quattro giorni dopo, fu arrestato il maggiordomo del Papa,
Paolo Gabriele; 7 durante la perquisizione a casa sua, i gendarmi
trovarono molti documenti confidenziali. Il 30 maggio, il Pontefice
confessò che gli eventi di quei giorni lo avevano riempito di tristezza.
Si concludeva così la più grave fuga di notizie di tutta la storia del
Vaticano. Chiaramente, gli agenti della CIA e gli analisti diplomatici
americani avevano sbagliato la valutazione.

5. Questi errori pubblici hanno reso più minuzioso l’esame cui è


sottoposto il gruppetto di consulenti del Papa. I commentatori delle
questioni vaticane, normalmente moderati, hanno mosso loro critiche
fulminanti. George Weigel, direttore di un mensile cattolico di stampo
conservatore con sede negli USA, recentemente ha scritto sul «caos
della curia, la sua confusione e incompetenza», evidenziando quanto
«rimanga disfunzionale in termini di analisi e gestione della crisi». Il
segretario di Stato Tarcisio Bertone – che si occupa
dell’amministrazione della curia ed è il funzionario di rango più
elevato dopo il Papa – è stato il più colpito da queste critiche. Sandro
Magister, noto giornalista italiano, ha dichiarato che il porporato si è
«distinto per la sua assenza» durante la controversia sui lefebvriani e
che sotto la sua leadership la curia è diventata «più disordinata di
prima». Tuttavia, Magister potrebbe avere sottostimato il problema. Al
culmine dello scandalo dei lefebvriani, Bertone si è riferito
pubblicamente all’offensivo vescovo con il nome sbagliato, poi ha
accusato i media di avere «inventato» un problema laddove non ce
n’erano. Altri critici segnalano la mancanza di esperienza diplomatica
del segretario (il fatto che parli solo italiano, per esempio) e uno stile
personale che antepone il lavoro «pastorale» – con frequenti viaggi
all’estero focalizzati sulle necessità dei cattolici di tutto il mondo – alla
politica estera e all’amministrazione.
6. In termini più generali, i critici segnalano una mancanza di
diversificazione generazionale e geografica nella cerchia ristretta del
Papa. La maggior parte degli alti funzionari della Città del Vaticano –
tutti, in generale, settantenni – non capisce i mezzi di comunicazione
moderni e le nuove tecnologie informatiche. L’utilizzo del BlackBerry
da parte di padre Lombardi rimane un’anomalia in una cultura in cui
molti prelati non hanno neppure un indirizzo di posta elettronica
ufficiale. Monsignor Tighe ha sottolineato in particolare la natura
italocentrica del gruppo di consulenti più vicini al Papa. A parte
l’arcivescovo James Harvey, statunitense e prefetto della Casa
pontificia, non c’è nessun anglofono tra le persone a stretto contatto
con il Pontefice. Monsignor Tighe, irlandese, ha detto che proprio per
questo pochi hanno accesso alle discussioni dei mass media americani,
o di fatto mondiali. I consiglieri italiani del Papa, ha aggiunto, tendono
a una forma di comunicazione antiquata, focalizzata verso l’interno,
caratterizzata da un linguaggio «in codice» che nessuno, al di fuori di
quei circoli chiusi, riesce a decifrare. (L’ambasciatore israeliano, per
esempio, ha riferito al Chargé d’affaires di avere ricevuto di recente
una dichiarazione del Vaticano che presumibilmente conteneva un
messaggio positivo per Israele, ma era così velato che non l’ha colto
nemmeno quando gli è stato fatto notare che c’era.)
7. C’è poi la questione di chi, se qualcuno lo fa, porta all’attenzione
del Papa posizioni discordanti. Come è stato fatto notare, il cardinale
Bertone è considerato uno «yes man» e altri cardinali non hanno
sufficiente influenza sul Papa, o non hanno il coraggio di comunicargli
le cattive notizie. E se le cattive notizie trapelano raramente, non ci
sono mai delle fughe vere e proprie. Monsignor Tighe sostiene che
durante il pontificato di Giovanni Paolo II le fughe di notizie erano
molto più comuni. Per quanto dannose, queste davano il tempo a chi
era critico verso le decisioni rimaste in sospeso di mobilitarsi e
presentare in tempo al Papa soluzioni alternative. Papa Benedetto XVI
e il cardinale Bertone gestiscono efficacemente un’istituzione più
ordinata, ha detto, a spese però della coordinazione e delle voci
discordanti, che rimangono inascoltate.

Nei tre paragrafi che seguono, raggruppati sotto il titolo «Not Spin
City», 8 i funzionari politici dell’ambasciata statunitense presso la
Santa Sede muovono dure critiche al Pontificio consiglio delle
comunicazioni sociali e all’ufficio stampa del Vaticano, affermando
che nessuno dei due dipartimenti ha alcuna influenza.
Al punto 9, invece, si concentrano sulla figura del sessantasettenne
gesuita piemontese Federico Lombardi, che ha sostituito l’ex
portavoce della Santa Sede Joaquín Navarro Valls, dopo la sua
rinuncia l’11 luglio 2006. L’influente cardinale colombiano Dario
Castrillón Hoyos, ottant’anni, è diventato il peggior flagello di
Lombardi, accusandolo di «non essere in grado di affrontare i
problemi di comunicazione generati dal Vaticano». L’uomo in
seconda del Pontificio consiglio della comunicazione sociale, Paul
Tighe, informa gli americani che a volte la Santa Sede fa confusione
con i messaggi: capita infatti che questi non arrivino a chi devono
arrivare o nel modo in cui devono arrivare.

8. Come è risultato evidente in tutte le polemiche, gran parte della


gerarchia vaticana sopravvaluta enormemente la comunicazione
esterna. Il Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali e l’ufficio
stampa del Vaticano sono strutturalmente deboli. Il primo applica gli
insegnamenti della Chiesa alle comunicazioni ma non ha alcun ruolo
nell’elaborazione dei discorsi pronunciati dal Papa. Il secondo ha il
mandato ma non l’influenza.
9. Padre Lombardi, il portavoce, non fa parte della cerchia ristretta
del Papa. Ha poca voce in capitolo sulle decisioni importanti, anche
quando le conosce in anticipo. Il poveretto è sovraccarico di lavoro: è
allo stesso tempo capo dell’ufficio stampa del Vaticano, di Radio
Vaticana (che trasmette in 45 lingue) e del Centro televisivo vaticano,
e durante il giorno passa letteralmente da un ufficio all’altro. Tutto ciò
è faticoso quando le cose vanno bene ed estenuante nei periodi di crisi.
Padre Lombardi è colui che fa arrivare i messaggi, ma senza
formularli. In seguito alla polemica lefebvriana, ha dichiarato
apertamente che l’ufficio stampa del Vaticano «non controlla la
comunicazione». Senza una strategia comunicativa globale in cui lui
rivesta un ruolo centrale, padre Lombardi dipende dagli organi della
Chiesa, e i vertici chiedono consiglio a lui. Tutto viene fatto un po’ a
casaccio.
10. C’è un’altra conseguenza della decisione di mantenere separato
il processo decisionale dalla valutazione dell’effetto che il messaggio ha
sul pubblico: le parole della Chiesa sono spesso poco chiare.
Monsignor Tighe si è lasciato sfuggire che la Santa Sede di rado
soppesa il modo migliore di spiegare le decisioni dogmatiche,
ecclesiastiche, morali o di altro tipo a un pubblico più vasto. E ha
sottolineato che il contenuto del messaggio non deve essere diverso –
la Chiesa cattolica spesso prende posizioni contrarie a quelle
dell’opinione pubblica – ma la gerarchia ecclesiastica deve riflettere
maggiormente su come presentare i suoi punti di vista.

Nel paragrafo seguente, intitolato «Decifrato il vero codice da


Vinci?», gli analisti confrontano la goffa strategia comunicativa del
Vaticano con quella, molto efficace, dell’Opus Dei, utilizzando il caso
de Il codice da Vinci, il controverso romanzo dello scrittore Dan
Brown pubblicato nel 2003, tradotto in quarantaquattro lingue, che ha
venduto ottanta milioni di copie. Nel documento americano si
rivelano le tre linee di condotta adottate dall’Opus Dei per rispondere
in modo deciso e risolutivo alle congetture contenute nel libro di
Brown sull’organizzazione fondata da Josemaría Escrivá de Balaguer
nel 1928.

11. Tuttavia, la cultura della comunicazione della Chiesa cattolica


come istituzione più ampia è diversa, grazie alle molteplici
organizzazioni a questa affiliate che oggigiorno eccellono nella
comunicazione. Un esempio di organizzazione ecclesiastica che usa
strategie comunicative moderne per lanciare i suoi messaggi è, strano
ma vero, l’Opus Dei (papa Giovanni Paolo II era percepito da tutti
come un comunicatore più esperto di Benedetto; non a caso, il suo
portavoce, Joaquín Navarro Valls, com’è risaputo, appartiene all’Opus
Dei). Il vicecapo della delegazione e il funzionario politico hanno
recentemente incontrato Manuel Sánchez, il direttore dei rapporti
internazionali con i mass media dell’Opus Dei, per discutere di come
la prelatura abbia reagito a Il codice da Vinci, il romanzo che l’ha
messa alla berlina. Sanchez ha detto che l’Opus Dei si è resa conto di
poter rispondere in uno di questi tre modi: 1) ignorare la controversia;
2) adottare un approccio del tipo «non si fanno concessioni» e
confutare ogni singolo errore; oppure 3) approfittare della polemica
come di una possibilità per spiegare l’Opus Dei al mondo. L’Opus Dei
ha scelto la terza opzione, tenendo briefing regolari per i giornalisti e
non, e di fatto il numero dei membri dell’organizzazione è aumentato.

Al punto 12, sotto il titolo «Correggere quello che è andato perso


nella traduzione», continuano a piovere critiche su padre Federico
Lombardi, ma anche sul cardinale tedesco Walter Kasper, presidente
del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, per il
caso dei lefebvriani. Gli analisti statunitensi affermano che durante
alcune conversazioni private con monsignor Paul Tighe e con
l’arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio consiglio
delle comunicazioni sociali, entrambi hanno parlato di istituire di un
«ufficio presso la segreteria di Stato per valutare decisioni
potenzialmente controverse», cioè una sorta di sezione per la gestione
delle crisi, sia politiche sia informative. Anche Tighe e Celli
confermano ai funzionari dell’ambasciata che è stato suggerito al Papa
di accogliere persone anglofone nella sua cerchia più intima. Infine,
nel documento si accenna al fatto che da più parti si chiede la
rimozione del cardinale Bertone dalla carica che ricopre.

12. In Vaticano si fa sentire sempre più l’urgenza di cambiare


l’attuale cultura della comunicazione. Le sporadiche critiche pubbliche
mosse da padre Lombardi e dal cardinale Kasper al ruolo avuto dai
colleghi nello scandalo dei lefebvriani sono un chiaro sintomo di
un’inquietudine interna. Stanno circolando diverse proposte per
risolvere il problema. Monsignor Tighe e l’arcivescovo Celli hanno
confermato privatamente all’ambasciata che sono in corso discussioni
sull’opportunità che il Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali
assuma un ruolo maggiore nella coordinazione delle decisioni più
rilevanti. Padre Lombardi ha proposto in privato ai suoi superiori di
creare un ufficio presso la segreteria di Stato per valutare decisioni
potenzialmente controverse, e ha chiesto risorse per redigere più
rapidamente le traduzioni dei comunicati più importanti. Altri in
Vaticano, vicini al Papa, hanno suggerito di accogliere nella cerchia
più ristretta del Pontefice un numero maggiore di persone di
madrelingua inglese. E non sono poche le voci che chiedono la
destituzione del cardinale Bertone dal suo attuale incarico.

Concludendo il dispaccio, gli analisti dell’ambasciata affermano che


i loro «contatti in Vaticano» sono fermamente convinti che si debba
intervenire sia sul messaggio sia sul messaggero, allo scopo di evitare
che alcuni religiosi possano essere accusati di difendere «la negazione
dell’Olocausto» o di essere «antisemiti». Alla fine, con tono sarcastico,
l’autore dell’informativa utilizza l’espressione «Rimanete sintonizzati»
come forma di saluto, frase chiaramente sconosciuta all’interno della
Santa Sede.

13. A quanto pare, i contatti in Vaticano stanno discutendo, a porte


chiuse, della necessità di una migliore coordinazione interna delle
decisioni e dei messaggi pubblici. I leader della Chiesa perlopiù
rifuggono l’idea di essere considerati sostenitori della negazione
dell’Olocausto e antisemiti ma, a causa della loro scarsa cultura
comunicativa, devono guardare in faccia la triste realtà secondo cui
alcuni li reputano tali. Tuttavia, non si sa ancora se e quando il
cambiamento avverrà. Le radici culturali e strutturali della situazione
attuale affondano in profondità e non possono essere estirpate
facilmente, poiché sono strettamente legate allo stile di governo di
papa Benedetto XVI. Analoghe critiche dopo il disastroso discorso di
Ratisbona hanno provocato novità esigue, se non nulle. La notizia che
filtra sulle discussioni relative alla creazione di un organo preposto alla
coordinazione delle politiche della curia – e altre soluzioni possibili – è
un segnale incoraggiante. Ma non ci sono ancora garanzie di
cambiamento. Rimanete sintonizzati.
11
Vaticano. La lotta contro Al Qaeda

IL 12 settembre 2006, durante un discorso tenuto all’università di


Ratisbona, il Sommo Pontefice espresse il famoso giudizio su
Maometto in cui l’islam veniva collegato alla violenza. Da quel
momento il Santo Padre divenne l’obiettivo delle minacce dei gruppi
terroristici islamici. La prima giunse sei giorni dopo le sue
dichiarazioni, dalla cellula irachena di Al Qaeda, guidata da Osama
bin Laden.
Il gruppo integralista promise di portare avanti la jihad «finché
l’Occidente non sarà sconfitto», in risposta alla «denigrazione» di papa
Benedetto XVI dell’islam e della guerra santa stessa. «Le sue
dichiarazioni sono una mobilitazione per la crociata dichiarata da
Bush», 1 diceva il messaggio dell’organizzazione che comprendeva otto
gruppi armati, intitolato «Comunicato sulla denigrazione del Papa dei
cristiani contro il nostro profeta» e pubblicato su internet. «Diciamo
agli infedeli e ai tiranni: dovete aspettarvi la sofferenza. Noi
continueremo la nostra jihad. Non ci fermeremo fino a quando la
bandiera della unicità [del Dio islamico] sventolerà dovunque nel
mondo.» 2 L’organizzazione avvertiva inoltre: «Si avvicina il giorno in
cui gli eserciti dell’islam distruggeranno le mura di Roma. L’unica
scelta sarà la conversione all’islam o essere uccisi con la spada». 3 E
concludeva: «Diciamo ai servi della croce: [...] avete un appuntamento
con la sconfitta che vedrete un giorno in Iraq e in Afghanistan e in
Cecenia [...]. Distruggeremo la croce e butteremo il vino [...]». 4
Una settimana dopo, il gruppo Jund al-Sham (I soldati del
Levante), fondato da Abu Musab al-Zarqawi in Afghanistan alla fine
del 1999 e appartenente a Jamaat Ansar al-Sunna, 5 rilasciò un
comunicato in cui minacciava i Paesi occidentali in generale, e Roma
in particolare. Il messaggio, diretto ai «Crociati», era firmato da un
gruppo che aveva rivendicato numerosi attentati ed esecuzioni di
ostaggi in Iraq.
Il Pontefice si dichiarò «profondamente rattristato» per l’ondata di
indignazione provocata dalle sue parole. «Sono vivamente
rammaricato per le reazioni suscitate da un breve passo del mio
discorso [...] ritenuto offensivo per la sensibilità dei credenti
musulmani», disse, aggiungendo che si trattava di «una citazione di un
testo medioevale, che non esprime in nessun modo il mio pensiero
personale», 6 ma ormai il danno era fatto. L’ayatollah Ali Khamenei, la
suprema guida spirituale iraniana, affermò che le parole del Papa
erano «l’ultimo anello di una catena di una crociata americano-
sionista contro i musulmani». 7
Il capo della diplomazia vaticana, monsignor Dominique
Mamberti, cercò di salvare la faccia della Santa Sede sostenendo che il
discorso pronunciato da Benedetto XVI a Ratisbona che aveva
provocato la dura reazione del mondo musulmano «era stato letto in
maniera frettolosa», ma di fatto le manifestazioni di protesta e i
comunicati contenenti minacce terroristiche contro il Vaticano e il
Pontefice continuarono anche nei giorni successivi.
Un altro messaggio di Al Qaeda, questa volta proveniente
dall’Egitto, incitava alla «Guerra Santa contro i devoti della croce, fino
a quando l’islam avrà conquistato il mondo». L’organizzazione
terroristica assicurava che le dichiarazioni del Santo Padre non
avrebbero fermato in alcun modo la jihad.
Mentre una fotografia di Benedetto XVI veniva bruciata da
centinaia di persone nella città irachena di Bassora, il Consiglio della
Shura dei mujaheddin – alleanza formata da cinque gruppi di insorti
sunniti – annunciò che sia il Papa sia l’Occidente erano «condannati».
Anche il capo dell’Unione mondiale degli ulema (saggi) islamici
esortava tutti i musulmani a «esprimere la propria ira il prossimo
venerdì». In Indonesia, un centinaio di membri di un gruppo islamico
radicale chiedeva di «crocifiggere il Papa». 8
Il secondo motivo di tensione tra il Vaticano e il mondo islamico (e
Al Qaeda) sorse il 6 novembre 2007, quando Abdallah bin Abdulaziz,
re dell’Arabia Saudita nonché protettore della Mecca e di Medina,
prese la storica decisione di recarsi in visita da Benedetto XVI. Ayman
al-Zawahiri, numero due di Al Qaeda, la definì «un’offesa all’islam e ai
musulmani».
«Le minacce del ‘numero due’ di Al Qaeda [al Pontefice] cercano di
porre fine alla sua opera di dialogo con i musulmani. I contatti di
dialogo portati avanti da autorevoli esponenti musulmani, come il re
di Arabia e i 138 leader islamici [che hanno scritto una lettera di
solidarietà al Papa], sono un fatto significativo per tutto il mondo
musulmano: il fatto che queste voci che vogliono esplicitamente
dialogare e impegnarsi per la pace abbiano un’importanza crescente
nell’islam è evidentemente un fatto che preoccupa chi questo dialogo
non lo vuole», 9 affermò padre Federico Lombardi, riferendosi
chiaramente ai radicali islamici.
Nel marzo 2008, il Vaticano e le sue forze di sicurezza decisero di
intensificare le misure di protezione in occasione del programma di
eventi previsti per la settimana santa. A quanto pare, l’allerta fu
diramata dalla sede della CIA a Roma, che informò la gendarmeria
vaticana di essere a conoscenza di una nuova minaccia di Al Qaeda
contro il Santo Padre. L’informazione fu trasmessa direttamente da
John D. Peters, capo della sezione (Chief of Section, CoS) a Domenico
Giani, ispettore generale della gendarmeria.
Questa volta il leader di Al Qaeda, Osama bin Laden, accusava
Benedetto XVI di essere fautore di una «crociata contro l’islam» in
Europa, e di avere avuto «un ruolo significativo» nella pubblicazione
delle caricature del profeta Maometto sui quotidiani danesi,
giudicando l’avvenimento una grave offesa alla sua religione.
Nel messaggio registrato, rivolto ai «saggi» dell’Unione Europea,
Bin Laden sottolineava che pubblicare caricature di Maometto era un
crimine assai peggiore di un attacco delle forze occidentali a città
musulmane e che le conseguenze sarebbero state molto gravi. «Se la
vostra libertà è solo a parole, allora aprite i vostri cuori alla nostra
libertà, che è nelle nostre azioni», 10 dichiarava il capo di Al Qaeda. La
CIA riteneva che il nastro audio fosse stato inciso proprio dal leader
terrorista. «I servizi segreti hanno analizzato la registrazione e credono
che sia la sua voce», disse Diana Perino, portavoce della Casa Bianca
sotto l’amministrazione Bush. Al contempo, dal Vaticano spiegarono
che quel nuovo messaggio non destava «nessuna preoccupazione
particolare» nella Santa Sede, mentre padre Lombardi ricordò che non
era la prima volta che Benedetto XVI riceveva minacce dai
fondamentalisti. «Non sono una novità e non ci faranno cambiare
programmi o alzare misure di sicurezza né per la Pasqua né per i
prossimi impegni pontifici», 11 comunicò in tono categorico. «Il
riferimento negativo al Papa non è un fatto strano, né ci preoccupa in
modo particolare», pertanto non gli andava attribuito «un grande
rilievo». 12
Ma, anche se in pubblico il portavoce e gli alti membri della curia si
mostravano tranquilli di fronte alle minacce dei terroristi, i servizi di
sicurezza del Vaticano non la pensavano allo stesso modo.
Venerdì 19 dicembre 2008, l’ambasciata statunitense in Vaticano
trasmise un telegramma classificato come «segreto» al segretario di
Stato Condoleezza Rice, mettendo in copia Mike Miller dell’ATA
(Antiterrorism assistance). L’ufficio ATA è incaricato di gestire il
Programma di assistenza antiterroristica, il cui obiettivo è addestrare
le forze dell’ordine di vari governi nelle operazioni contro il
terrorismo. Dalla sua creazione, avvenuta nel 1983 per ordine di
Ronald Reagan e sotto la supervisione dell’allora segretario di Stato
George Shultz, il programma ha formato forze di sicurezza e di polizia
di 154 Paesi. I funzionari del dipartimento di Stato hanno collaborato
anche con la gendarmeria vaticana, per sviluppare i mezzi più efficaci
atti al rilevamento di ordigni, indagini sulla scena del crimine,
controlli delle porte di accesso e di sicurezza degli edifici, protezione
di dignitari e molto altro, allo scopo di migliorare l’efficienza degli
uomini al servizio di Domenico Giani nella prevenzione e nella lotta al
terrorismo.
Il documento è intitolato «Richiesta di formazione da parte del
Vaticano per la gestione della crisi» e al punto 1 si specifica: «Questa è
una richiesta di azione».

2. Richiesta di azione: L’ambasciata in Vaticano chiede al


dipartimento di Stato di studiare la progettazione e il finanziamento di
una simulazione di gestione della crisi con i servizi di sicurezza del
Vaticano. Lo scopo dell’esercitazione è duplice: in primo luogo, deve
servire a migliorare la capacità del Vaticano di rispondere a una crisi e,
in secondo luogo, a favorire un dialogo con il Vaticano nella lotta al
terrorismo. Al Qaeda ha definito pubblicamente il Papa e la Chiesa
cattolica un nemico («crociati») e ogni anno la Città del Vaticano
attrae centinaia di migliaia di visitatori americani, turisti e pellegrini.
Per esempio, i Musei Vaticani accolgono fino a 25.000 visitatori al
giorno, un numero significativo, e di questi molti sono cittadini
statunitensi. Il Regional security office [Ufficio per la sicurezza
regionale], l’FBI e il coordinatore generale presso l’ambasciata a Roma
appoggiano questa proposta e le ambasciate in Vaticano e a Roma
sono disposte a collaborare con i funzionari del Vaticano per
svilupparla nelle modalità adeguate. Fine della richiesta di azione.

Si rivela quindi che in varie occasioni Domenico Giani ha chiesto


informazioni circa l’addestramento dei suoi uomini da parte dell’FBI a
Quantico (Virginia), soprattutto sul disinnesco di bombe. Gli
americani fanno però notare che Giani è sempre stato «restio» ad
affrontare più apertamente l’argomento terrorismo e a rivelare la reale
capacità ed efficienza delle forze di sicurezza vaticane al momento di
contrastare un’azione terroristica.
3. Negli ultimi anni il capo della gendarmeria vaticana, Domenico
Giani, ha chiesto diverse volte che la sua squadra ricevesse
l’addestramento specifico sulla sicurezza da parte dell’FBI, e di recente
ha chiesto in particolare che i suoi uomini partecipassero a un corso di
formazione sul disinnesco di ordigni esplosivi a Quantico. In generale,
però, Giani si è mostrato restio a intavolare un dialogo più ampio con
gli Stati Uniti sulle capacità e la preparazione del Vaticano di
rispondere a un attacco terroristico. Nel novembre 2008, tuttavia, il
vicecapo della delegazione presso la Santa Sede, Julieta Valls Noyes, ha
parlato con Giani e gli ha suggerito di realizzare una simulazione di
gestione della crisi. Giani ha risposto positivamente alla proposta, fatta
durante una conversazione sulla minaccia rappresentata da Al Qaeda
per il Vaticano.

Nel commento finale del rapporto, si evidenzia la «sensibilità» della


Santa Sede riguardo al fatto di non voler essere considerata troppo
vicina a un Paese come gli Stati Uniti, tanto meno in questioni delicate
come la lotta al terrorismo islamico. Ciò nonostante, gli analisti
affermano che bisogna approfittare dell’interesse manifestato da Giani
verso un’esercitazione congiunta per la gestione delle emergenze, in
modo da avviare una maggiore collaborazione sulla sicurezza che
permetta agli Stati Uniti, attraverso l’ATA, di aiutare il Vaticano ad
affrontare un attacco terroristico.

4. Commento: A causa della sensibilità della Santa Sede riguardo al


non voler sembrare troppo vicina a nessun Paese, è stato difficile
instaurare un dialogo sulla sicurezza con i funzionari del Vaticano, che
comprendesse anche una valutazione globale delle sue necessità. Ciò è
motivo di preoccupazione, dato l’alto numero di turisti americani che
ogni anno visitano la Città del Vaticano, la risaputa antipatia di Al
Qaeda per il Papa e la convinzione del Vaticano che le sue strutture
debbano essere di facile accesso a tutti i cattolici. L’interesse mostrato
da Giani per un’esercitazione sulla gestione di una crisi offre
l’opportunità di aprire le porte a discussioni più concrete, che
permetterebbero agli Stati Uniti di porsi nella condizione di aiutare il
Vaticano a prepararsi ad affrontare una minaccia terroristica. Fine del
commento.

La gendarmeria vaticana, che era entrata nell’Europol e


nell’Interpol solo due mesi prima, avviò una collaborazione in materia
di sicurezza con gli Stati Uniti, che portò alla creazione del Gruppo di
intervento rapido (GIR), una sorta di SWAT (Special weapons and
tactics, Armi e tattiche speciali) vaticana il cui obiettivo è contrastare
eventuali attività eversive, mediante l’analisi e il raccordo informativo
nonché il supporto tecnico-logistico alle attività investigative. Il GIR si
occupa anche della liberazione di ostaggi e interviene in situazioni di
alto rischio.
Fu poi istituita l’Unità antisabotaggio (UAS), formata da personale
altamente qualificato e munito di sofisticate attrezzature tecnologiche,
il cui scopo è mettere in pratica tutte le misure di sicurezza in caso di
ritrovamento di pacchi o plichi sospetti. Sia gli agenti del GIR sia
quelli della UAS sono stati addestrati a Quantico da specialisti
dell’FBI, nell’ambito del programma ATA. Tutti dipendono dalla
gendarmeria vaticana e sono dunque agli ordini di Domenico Giani.
Entrambi i gruppi ebbero la possibilità di mettere in pratica quanto
avevano appreso durante la visita di Benedetto XVI nel Regno Unito,
tra il 16 e il 19 settembre 2010. La mattina di venerdì 17, Scotland
Yard informò la sicurezza vaticana che il Santo Padre era in pericolo:
il corteo papale avrebbe potuto subire un attacco. Alle 5.45 un’unità
antiterroristica arrestò cinque uomini, e alle 13.45 altri due.
La polizia metropolitana annunciò che i sei fermati, di età
compresa tra i ventisei e i cinquant’anni, di origini argentine, erano
accusati di tentato omicidio del Pontefice. Erano tutti netturbini e
lavoravano a Westminster, esattamente nei luoghi dove sarebbe
dovuto passare il Papa. Un portavoce della polizia dichiarò che il loro
obiettivo era Benedetto XVI e che non avevano pianificato un
attentato di massa come quelli avvenuti a Londra il 7 luglio 2005. Si
trattava del secondo allarme terrorismo in meno di un anno.
Ad aprile, due marocchini erano stati arrestati ed espulsi dall’Italia,
quando si era scoperto che stavano progettando un attentato contro il
Santo Padre. La polizia aveva intercettato alcune conversazioni in cui i
due esprimevano l’intenzione di trovare dell’esplosivo per tentare un
attacco in Vaticano. Uno di loro aveva detto di essere «pronto ad
assassinarlo per guadagnarsi un posto in paradiso».
In seguito, la Chiesa cattolica rimase tra gli obiettivi del terrorismo
islamico. Il 31 ottobre 2010, la cattedrale di Sayidat al-Nejat, situata
nel quartiere Karrada di Baghdad, fu attaccata da sovversivi islamici;
morirono cinquantatré persone e ne rimasero ferite sessanta. Pochi
giorni dopo, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) –
un’organizzazione di gruppi terroristici musulmani legata ad Al
Qaeda – minacciò nuovamente la Santa Sede e Benedetto XVI di «fare
un bagno di sangue», dicendo che i cristiani erano «bersagli tangibili
ovunque si trovassero». «Che sappiano questi infedeli e il loro capo del
Vaticano che la spada della morte non si solleverà dal collo dei suoi
seguaci fino a quando [il Papa] annuncerà che non ha niente a che
vedere con ciò che fanno i cani della Chiesa egiziana [...] per porre fine
ai crimini e liberare le detenute nelle carceri dei suoi monasteri», 13
tuonava il messaggio, alludendo probabilmente alla presunta
detenzione di alcune fedeli cristiane convertite all’islam. L’ISIL
annunciava che «i centri, le organizzazioni e gli organismi cristiani,
con i loro direttori e seguaci, sono i bersagli legittimi dei mujaheddin,
ovunque possano essere raggiunti».
Oggi, le forze di sicurezza pontificie continuano a essere in allerta,
in attesa di un possibile attacco contro il Vaticano o il Santo Padre, e
analizzano qualsiasi minaccia arrivi.
12
Italia. Stati Uniti-Vaticano,
alleati contro la mafia

ERA domenica 9 maggio 1993, quando l’allora papa Giovanni Paolo II


lanciò con voce tonante un duro messaggio a Cosa Nostra dalla Valle
dei Templi ad Agrigento: «Dio ha detto una volta: non uccidere. Non
può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione,
qualsiasi mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto
santissimo di Dio. Questo popolo siciliano talmente attaccato alla vita,
popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la
pressione di una civiltà contraria, di una civiltà della morte... qui ci
vuole una civiltà della vita. Nel nome di questo Cristo crocifisso e
risorto, questo Cristo che è vita, via, verità, lo dico ai responsabili:
convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!» 1
Cosa Nostra non rimase in silenzio di fronte a quell’umiliazione e
pochi mesi dopo, esattamente il 28 luglio, piazzò una bomba nella
basilica di San Giovanni in Laterano e una nella chiesa di San Giorgio
al Velabro, a Roma. Fu questa la risposta dei boss al discorso del
Sommo Pontefice. La mafia di Bernardo Provenzano voleva
spaventare la Chiesa, per spingerla a fare pressioni sullo Stato italiano
allo scopo di eliminare le dure pene detentive inflitte ai capi e agli
affiliati della cosca. 2 Nel giugno 1998, i tribunali italiani
condannarono all’ergastolo quattordici dei ventisei imputati membri
di Cosa nostra, per avere partecipato all’attacco mafioso contro la
Chiesa. Tra loro c’erano anche il numero due dell’organizzazione
criminale, Leoluca Bagarella, uno dei luogotenenti, Filippo Graviano,
il capo supremo, Bernardo Provenzano, e il suo braccio destro Matteo
Messina Denaro.
La visione della mafia degli ultimi tre Papi – Giovanni Paolo II,
Benedetto XVI e Francesco – è molto diversa. Giovanni Paolo II
all’inizio fu molto moderato e poi divenne più combattivo; Benedetto
XVI sferrava attacchi molto «timidi», mentre Francesco è
assolutamente critico e bellicoso, come fa notare la CIA nei suoi
dispacci sul tema inviati da Roma al quartier generale di Langley.
Il 6 novembre 2000, la Divisione per il crimine organizzato
dell’Agenzia redasse un lungo rapporto di centotrenta pagine,
intitolato «Valutazione della minaccia del crimine internazionale», che
fu inoltrato al Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca,
al Consiglio di controllo strategico del crimine internazionale
(International crime control strategy, ICCS), all’FBI, alla DEA (Drug
enforcement administration, l’agenzia antidroga), al servizio delle
dogane degli Stati Uniti, al servizio segreto, ai dipartimenti di Stato,
della Giustizia, del Tesoro e dei Trasporti e all’Ufficio di politica
nazionale per il controllo della droga (Office of national drug control
policy, ONDCP). 3
Secondo gli analisti della CIA autori del documento, «la criminalità
organizzata è definita dalle forze dell’ordine statunitensi come una
cospirazione permanente che si autoperpetua, con una struttura
organizzata, alimentata dalla paura e dalla corruzione e motivata
dall’avidità. I gruppi della criminalità organizzata hanno spesso una
base famigliare o ‘etnica’, ma i loro affiliati in genere si identificano
più con l’organizzazione che con i loro consanguinei. Di solito
mantengono la loro posizione per mezzo delle minacce e della
violenza, della corruzione anche di funzionari pubblici, o
dell’estorsione. I cambiamenti politici, economici, sociali e tecnologici
che si stanno verificando a livello globale hanno permesso ai gruppi
della criminalità organizzata di estendere le loro attività in tutto il
mondo. La loro capacità di adattarsi a questi cambiamenti e l’uso di
mezzi di trasporto più efficienti e di una tecnologia delle
comunicazioni più sviluppata hanno vanificato i tentativi delle forze
dell’ordine di combatterli».
Nella stessa informativa, l’Agenzia elenca le sette caratteristiche che
accomunano i diversi gruppi della criminalità organizzata
internazionale.

Ricerca di un vantaggio economico. Un’attività deve assicurarsi


un profitto per sopravvivere, e il crimine organizzato funziona allo
stesso modo. A dettare le decisioni della criminalità organizzata, più di
qualsiasi altra motivazione, sono probabilmente l’avidità e la ricerca di
un guadagno. È l’incessante sete di denaro, e del potere che questo
comporta, a guidare e alimentare il crimine organizzato.
Richiesta di lealtà ai propri membri sulla base di considerazioni
etniche e famigliari. Nonostante non sia un obbligo assoluto in tutte
le organizzazioni, in molte gli affiliati devono appartenere allo stesso
gruppo etnico. Per due motivi. Il primo è che in genere i criminali
ritengono di potersi fidare di più di chi conoscono, pensando così di
ridurre le probabilità di infiltrazioni da parte delle forze dell’ordine. In
secondo luogo, molti di questi gruppi nascono dalla volontà di
raggiungere un obiettivo o uno schema comune, economico o politico
che sia.
Corruzione di funzionari pubblici. Molti gruppi della criminalità
organizzata sono riusciti a realizzare le loro attività illecite
corrompendo le persone incaricate di indagare su di loro e di portarle
in giudizio. Di fatto, alcuni di questi gruppi hanno corrotto questi
funzionari al punto che ormai non è più possibile distinguere gli uni
dagli altri.
Struttura gerarchica. In generale, i gruppi del crimine organizzato
hanno una struttura che prevede ruoli di comando e subordinati ben
definiti, attraverso i gruppi raggiungono i loro obiettivi.
Diversificazione delle attività criminali. I gruppi della criminalità
organizzata sono generalmente coinvolti in varie attività illegali.
Maturità dell’organizzazione. Nella maggior parte dei casi, i
gruppi della criminalità organizzata hanno una certa stabilità e la loro
esistenza non dipende da uno o da alcuni membri.
Pluralità degli ambiti di azione. Di solito i gruppi criminali
agiscono in o hanno influenza su grandi aree di una determinata
regione, città o Paese.

Il rapporto dedica quindi un capitolo importante alla criminalità


organizzata italiana, contro cui è in lotta la stessa Chiesa cattolica, e in
particolare i religiosi delle zone controllate dalla mafia le cui
parrocchie sono insorte.

Le principali organizzazioni criminali italiane – mafia, ’ndrangheta,


camorra e sacra corona unita – sono nate e si sono sviluppate in aspre
zone rurali, dove si dedicavano ad attività illegali locali ed erano
considerate protettrici degli interessi dei contadini. La sconfitta del
fascismo durante la seconda guerra mondiale ha permesso a questi
gruppi di estendere la propria influenza anche sulle aree urbane, che
hanno offerto loro un accesso al resto del mondo. Molte delle strutture
bancarie, commerciali e portuali del Paese sono cadute sotto il
controllo del crimine organizzato. Negli ultimi cinquant’anni, i gruppi
mafiosi in Italia sono diventati organizzazioni criminali
autosufficienti, sfaccettate, con un’influenza considerevole sul sistema
politico ed economico nazionale. Hanno dimostrato di essere
resistenti e adattabili, approfittando delle nuove opportunità criminali,
e spesso sono uscite più forti dai periodici tentativi dei governi di
prendere severi provvedimenti contro di loro.
Le organizzazioni criminali italiane hanno le caratteristiche dei
clan. Secondo l’FBI, le quattro principali cosche italiane comprendono
540 famiglie e oltre 21.000 affiliati. Quando le organizzazioni criminali
italiane hanno cominciato a diventare più spietate e a preoccuparsi
solo di incrementare il proprio potere e la propria ricchezza, è
cresciuto anche il sostegno pubblico alla guerra al crimine organizzato.
Abbandonando in larga misura il «codice d’onore» che, per esempio,
non tollerava i piccoli reati o la violenza su donne e bambini, la mafia
siciliana in particolare ha iniziato a perdere il consenso popolare;
diversamente dal passato, una buona parte dei siciliani ha iniziato a
opporsi apertamente alla mafia. L’insurrezione popolare, nata anche
dall’indignazione per gli assassinii dei giudici antimafia Falcone e
Borsellino, ha incoraggiato le autorità italiane ad avviare un’agguerrita
campagna contro la mafia.
Il potere e l’influenza della mafia siciliana sono stati colpiti con
l’arresto, nel gennaio 1993, del «boss dei boss» Salvatore Riina; con la
cattura nel 1996 del suo erede, Giovanni Brusca, che si è dichiarato
responsabile di oltre 100 omicidi e di avere innescato l’esplosivo che
uccise Giovanni Falcone; con una serie di processi e condanne in Italia
e con un indebolimento dell’influenza della mafia negli Stati Uniti.
Nell’ottobre 2000, le autorità italiane hanno catturato Salvatore
Genovese, uno dei più ricercati capi mafiosi siciliani, latitante da sette
anni. Si ritiene che Genovese sia il braccio destro di Bernardo
Provenzano, anche lui latitante [è stato catturato nel 2006].
Nonostante la latitanza, Genovese ha continuato a controllare gli
appalti pubblici fino al suo arresto. Le testimonianze dei pentiti fanno
capire che le cosche criminali italiane hanno reagito apportando
cambiamenti organizzativi e operativi, tra cui la ristrutturazione in
cellule più piccole, che hanno permesso loro di godere di una
maggiore sicurezza e di portare avanti le proprie attività criminali in
tutto il mondo.

Negli anni successivi alla redazione di questo documento, la CIA


continuò a eseguire diverse analisi per le sue forze di sicurezza allo
scopo non tanto di contrastare le attività mafiose in Italia, quanto di
evitare che approdassero negli Stati Uniti, mettendo in evidenza nelle
informative il ruolo della Chiesa nella lotta a quelle organizzazioni
criminali. Il 6 giugno 2008, partì dal consolato statunitense a Napoli
una serie di tre telegrammi classificati come «segreti», che spiegavano
le ripercussioni del crimine organizzato in Italia in generale e nel Sud
in particolare. I dati forniti dagli analisti politici, economici, di
sicurezza e di intelligence con base a Napoli erano davvero negativi.
Due dei dispacci furono redatti dagli analisti del consolato, mentre il
terzo e più importante da K.M., agente della CIA con base nella città
partenopea. I tre documenti furono in seguito trasmessi dal soldato
Bradley Manning alla pagina internet di Wikileaks.
La «diffusione» del telegramma fu autorizzata da Ronald Spogli,
ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, e da John D. Peters, capo
dell’Agenzia in Italia. Essendo molto importante, il testo doveva essere
inoltrato a Condoleezza Rice, segretario di Stato; Michael Hayden,
direttore della CIA; generale Michael D. Maples, direttore dell’Agenzia
di intelligence della Difesa; Henry Paulson, segretario al Tesoro;
Carlos Gutiérrez, segretario al Commercio; Robert Gates, segretario
alla Difesa; ammiraglio Michael Mullen, capo dello stato maggiore
congiunto; Robert Mueller, direttore dell’FBI; Michael Bernard
Mukasey, procuratore generale degli Stati Uniti; Michele Leonhart,
direttore della DEA; Janet Napolitano, segretario alla Sicurezza
interna; tenente generale Keith B. Alexander, direttore della NSA;
generale Bantz Craddock, comandante in capo del Comando europeo
degli Stati Uniti (United States european command, USEUCOM);
ammiraglio Mark P. Fitzgerald, comandante delle Forze navali
statunitensi in Europa (Commander, United States naval forces
Europe, COMUSNAVEUR); generale Richard H. Ellis, comandante
delle Forze aeree degli Stati Uniti in Europa (United States air forces
in Europe, USAFE); e infine alle ambasciate degli Stati Uniti a Bogotá
e a Kabul e ai consolati americani a Firenze e Milano.
Nel riassunto iniziale, gli agenti della CIA affermano: «Anche la
Chiesa cattolica italiana può svolgere un ruolo di primo piano, come
hanno dimostrato due coraggiosi esponenti del clero», riferendosi al
sacerdote Luigi Merola e all’arcivescovo Michele Pennisi. Al punto 2,
invece, criticano l’ambiguità del Vaticano, rimarcando la necessità di
sollecitare la Chiesa perché si esprima con maggiore fermezza contro
il crimine organizzato.
In un paragrafo del documento, gli analisti trattano il ruolo della
Chiesa nella guerra alla criminalità organizzata, citando due chiari
esempi di questa lotta: padre Merola e il vescovo Pennisi, entrambi
sotto protezione.
17. Spesso la Chiesa cattolica italiana è stata aspramente criticata
per non avere preso una posizione pubblica più decisa contro la
criminalità organizzata. Uno dei pochi sacerdoti che lo hanno fatto,
don Luigi Merola, è ora sotto scorta per il suo impegno contro la
camorra nel quartiere povero di Forcella, a Napoli. Nel febbraio 2008
ha inaugurato una fondazione per i giovani a rischio in una villa
confiscata a un ex boss della camorra. Il console generale di Napoli e il
personale locale della marina militare degli Stati Uniti offrono un
aiuto volontario insegnando inglese, costruendo impianti sportivi e
istruendo i ragazzi che prendono parte ai programmi promossi dalla
fondazione, studiati per offrire loro un’alternativa alla criminalità. È
stata data la scorta anche a un altro membro della Chiesa, il vescovo
Michele Pennisi di Piazza Armerina, in Sicilia, dopo che si è rifiutato
di celebrare il funerale di un boss mafioso. Potremmo prendere in
considerazione l’idea di chiedere una maggiore cooperazione alla
Chiesa contro la criminalità organizzata, magari attraverso i canali
della Santa Sede o dei leader della Chiesa italiana.

Merola, oggi poco più che quarantenne, è un simbolo della lotta


alla camorra. È il cappellano della Stazione Centrale di Napoli. È
anche scrittore: ha pubblicato tre libri sulla sua esperienza pastorale.
Fu Giovanni Paolo II a indicargli quella strada: «Quando ero
seminarista, mi impressionò il grido lanciato dal Papa contro i mafiosi
dalla Valle dei Templi ad Agrigento. Quel grido segnò la mia vita».
Nella sua strategia di guerra alla camorra, padre Merola può contare
su due armi, come ha dichiarato in un’intervista: «La Bibbia e i
quotidiani. Il mio padre spirituale mi ha insegnato che un sacerdote è
tale quando tiene la Bibbia in mano, perché rappresenta il suo
nutrimento, insieme con la preghiera. Io nell’altra mano tengo il
giornale. Devo sapere ogni giorno come va la vita dei nostri fedeli.
L’informazione è molto importante per conoscere il territorio, la
gente, e poter elaborare una strategia». 4
Lo stesso Silvio Berlusconi, alla ricerca di voti, gli ha offerto il posto
di capolista per il suo partito in Campania. Anche il presidente della
Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo, gli ha chiesto di candidarsi
per il partito guidato dal presidente del Consiglio Mario Monti. Il
sacerdote ha ricevuto minacce di morte e vive sotto scorta permanente
da oltre un decennio. Sei anni fa, in una villa confiscata a un ex boss
mafioso, ha istituito la fondazione ’A voce d’’e creature, per giovani
che si trovano in situazioni di grave rischio sociale, in particolare
quelli che hanno lasciato la scuola e si trasformano nel vivaio delle
organizzazioni criminali.
«La criminalità è un cancro e bisogna farlo sapere ai giovani. La
camorra va combattuta alla radice, togliendole quell’esercito
potenziale di migliaia di giovani. Se la priviamo di questi soldati,
prima o poi i capi dovranno cambiare. Tra le province di Napoli e
Caserta ci sono dodicimila ragazzi che hanno abbandonato la scuola e
sono facili prede della camorra, che ha centododici clan attivi solo in
quelle due province», ha affermato lo stesso Merola. Sarebbe stato il
cardinale arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, a consigliargli di
dedicarsi al lavoro esemplare con i giovani.
Il secondo religioso citato nell’informativa della CIA è Michele
Pennisi, sessantasette anni, vescovo di Piazza Armerina, nominato
arcivescovo di Monreale nel febbraio 2013 da Benedetto XVI. Pennisi
è entrato nel mirino della mafia nel febbraio 2008, per essersi rifiutato
di celebrare nella cattedrale le esequie di Daniele Emanuello, boss della
mafia gelese morto il 3 dicembre 2007 in un conflitto a fuoco con la
polizia, mentre cercava di fuggire.
Da quel giorno monsignor Pennisi vive scortato giorno e notte da
agenti armati fino ai denti, che lo accompagnano ogni istante nello
svolgimento della sua attività pastorale. Un altro motivo per cui ha
ricevuto minacce di morte dalla mafia è stato il suo impegno nella
creazione di cooperative agricole di detenuti e pentiti mafiosi cui
assegnare i terreni confiscati alla mafia.
Nella parte finale del rapporto, la CIA esprime chiaramente un
parere positivo sul ruolo che la Chiesa cattolica sta svolgendo nella
lotta al crimine organizzato, sottolineando la necessità di continuare a
sostenere questi sforzi.
19. Commento: Anche se le forze dell’ordine, le associazioni di
categoria, i gruppi di cittadini e la Chiesa, almeno in alcune zone,
stanno dimostrando un impegno promettente nella lotta alla
criminalità organizzata, altrettanto non può dirsi dei politici italiani, in
particolare a livello nazionale. Dovremmo cercare di far capire al
nuovo governo italiano che la criminalità organizzata è una priorità
del governo statunitense, e che gli ingenti costi economici del crimine
organizzato costituiscono un’argomentazione convincente per
un’azione immediata. Tuttavia, non dobbiamo limitare il nostro
supporto all’Italia nella lotta alla criminalità organizzata a
conversazioni private; anzi, il nostro pubblico appoggio agli sforzi di
Confindustria, di Addiopizzo, agli esponenti del clero e altri,
garantiranno loro sia una maggiore visibilità sia una maggiore
credibilità, proprio come è accaduto con i molti italiani che
ignoravano le significative innovazioni dei loro stessi istituti di ricerca,
prima che il programma comune di sviluppo iniziasse a patrocinarli.
Fine del commento.

Durante il viaggio in Sicilia nell’ottobre 2010, Benedetto XVI


concluse la sua visita di un giorno a Palermo condannando la mafia ed
esortando i siciliani a non cedere e a non rassegnarsi alla criminalità
organizzata. Il Papa tedesco approfittò dell’incontro con circa
ventimila giovani in piazza Politeama per lanciare il suo messaggio:
«Non cedete alle suggestioni della mafia che è una strada di morte,
incompatibile con il Vangelo». 5 Citò poi alcuni siciliani vittime della
mafia, tra cui Rosario Livatino, il magistrato assassinato nel 1990.
Benedetto XVI disse inoltre: «So che a Palermo, come anche in
tutta la Sicilia, non mancano difficoltà, problemi e preoccupazioni:
penso, in particolare, a quanti vivono concretamente la loro esistenza
in condizioni di precarietà, a causa della mancanza del lavoro,
dell’incertezza per il futuro, della sofferenza fisica e morale e, come ha
ricordato l’arcivescovo, a causa della criminalità organizzata». 6
In tutte le cerimonie cui presenziò, il Pontefice volle ricordare e
citare la figura modello di Pino Puglisi, assassinato il 15 settembre
1993 – giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno – dalla mafia,
che non gli perdonava di avere voluto allontanare dalla criminalità
organizzata i giovani del quartiere Brancaccio. Il Santo Padre concluse
quindi con un omaggio, non previsto nel programma ufficiale, a
Giovanni Falcone: sulla strada per l’aeroporto di Punta Raisi si fermò
nel punto in cui erano morti il giudice, sua moglie e i tre agenti della
scorta, per deporre una corona di fiori.
L’omelia del Papa era punteggiata di frasi simili a riferimenti biblici
alla «situazione tremenda di violenza» e alla necessità di «vergognarsi
del male», ma secondo alcuni importanti attivisti antimafia Benedetto
XVI non si era spinto così lontano come Giovanni Paolo II nel 1993.
Rita Borsellino, sorella di Paolo, il magistrato assassinato con
un’autobomba a Palermo nel 1992, commentò: «È stata una grande
delusione. Credo che i cittadini di Palermo siano rimasti delusi. Mi ha
deluso la scarsa incisività con cui ha parlato della mafia. Penso che sia
troppo indulgente definirla semplicemente criminalità organizzata e
non chiamarla con il suo nome. Spero che sia più deciso nel discorso
di oggi pomeriggio ai giovani». Anche Dino Paternostro, noto attivista
antimafia di Corleone, espresse il suo disappunto: «C’era grande
aspettativa per quello che avrebbe detto. Spero davvero che sia più
energico e specifico, perché da come stanno le cose sembra quasi che
stia dicendo: ‘La mafia è un problema vostro’».
L’ambiguità con cui la Chiesa ha sempre gestito alcune questioni,
tra cui quella della mafia, venne alla luce quando il caso Vatileaks
rivelò che, a quanto pareva, lo IOR era coinvolto nel riciclaggio di
capitali di Matteo Messina Denaro, boss latitante di Castelvetrano
(Trapani). Messina Denaro era stato condannato all’ergastolo per
l’attentato compiuto contro la chiesa di San Giorgio al Velabro a
Roma e la strage di via Palestro a Milano, entrambi avvenuti nel 1993.
Una circostanza che affiora da un memoriale dell’ex direttore della
Banca vaticana, Ettore Gotti Tedeschi, in cui si fa riferimento a
un’indagine condotta dal pubblico ministero di Trapani, che nel
maggio 2012 chiese allo IOR, con una rogatoria internazionale,
informazioni su due conti correnti aperti da Ninni Treppiedi,
trentaseienne sacerdote ex direttore amministrativo degli uffici
diocesani, che prestava la sua opera nella parrocchia di Alcamo ed era
indagato a Trapani per la sparizione di un’ingente quantità di denaro
dalle casse della curia. Gotti Tedeschi confidò di «temere per la
propria vita» a causa di quello che aveva scoperto. 7
Papa Francesco ha ora la grande opportunità di dare il via a una
possente riforma, ribadendo il messaggio lanciato vent’anni fa nella
Valle dei Templi da Giovanni Paolo II, che determinò la rottura
definitiva dei rapporti tra la mafia e la Chiesa. Un passo importante è
stato compiuto quando il Vaticano ha deciso di beatificare la prima
vittima della mafia siciliana, don Giuseppe «Pino» Puglisi, che
combatté Cosa Nostra per tutta la durata del suo sacerdozio. Durante
l’Angelus celebrato in piazza San Pietro per la solennità della
Santissima Trinità, domenica 26 maggio 2013, dopo avere ricordato la
figura di Puglisi, il Papa ha affermato con energia: «Dietro a questi
sfruttamenti, dietro a queste schiavitù, ci sono mafie. Preghiamo il
Signore perché converta il cuore di queste persone. Non possono fare
questo! [...] Preghiamo perché questi mafiosi e queste mafiose si
convertano a Dio [...]». 8
Decine di migliaia di fedeli hanno assistito alla cerimonia di
beatificazione a Palermo, il 25 maggio 2013. Erano arrivati da tutta
Italia, in particolare dalla Sicilia, compreso Godrano – il paesino per il
quale negli anni Settanta il sacerdote si era dato molto da fare,
aiutandolo a ritrovare un equilibrio dopo che era stato colpito dalla
violenza della mafia – e dal quartiere Brancaccio, dove il prete era nato
ed è morto per mano dei sicari. Puglisi è il primo religioso
riconosciuto martire ucciso dalla mafia, e secondo gli investigatori il
suo assassinio fu un «messaggio per la Chiesa» affinché fermasse gli
attacchi contro l’organizzazione criminale. 9
A ordinare la sua morte furono i fratelli Giuseppe e Filippo
Graviano, 10 i boss che controllavano la zona in cui si trovava la sua
parrocchia, come rivelò in seguito il killer, Salvatore Grigoli. Cosa
Nostra lo aveva già minacciato in altre occasioni, ma il 15 settembre
alle 20.45, mentre stava entrando in casa, Pino Puglisi fu avvicinato da
due giovani che finsero di volerlo derubare e invece gli spararono alla
nuca: una vera esecuzione mafiosa. I sicari, Grigoli e Gaspare
Spatuzza, furono catturati e cominciarono a collaborare con la
giustizia. Erano rimasti colpiti, dissero, dal fatto che, quando il
sacerdote li aveva visti avvicinarsi, avesse sorriso e detto: «Vi stavo
aspettando». 11
«È importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per
combattere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia
disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi», 12 sosteneva
Puglisi. Il religioso, ora beatificato, continua a essere un simbolo della
lotta della Chiesa contro la mafia, e come tale è ritratto dalla CIA.
13
Vaticano. La partita
tra dialogo interreligioso
e dialogo intrareligioso

«DIALOGO interreligioso 1 - dialogo intrareligioso 0»: è questo il


titolo che gli analisti dell’ambasciata statunitense in Vaticano diedero
a un dispaccio classificato come «segreto», inviato a Washington il 27
gennaio 2009. Nonostante la metafora calcistica, il sarcastico autore
dell’informativa spiegava perfettamente la politica che Benedetto XVI
aveva cercato di seguire nei sette anni e 315 giorni del suo papato
riguardo ai rapporti con le altre religioni. Ratzinger desiderava
ardentemente che questo fosse il segno distintivo con cui essere
ricordato nella storia come 265° Sommo Pontefice della Chiesa
cattolica, ma non sempre i suoi desideri erano conformi alle sue
azioni, se si pensa agli «scivoloni» con l’islam, gli ebrei e gli ortodossi
russi.
Sull’argomento furono redatti ben tre rapporti, che vennero poi
inoltrati a Washington e al quartier generale della CIA a Langley, il 30
novembre 2007, il 27 gennaio 2009 e il 18 dicembre 2009. Il primo
segnale che il nuovo Santo Padre intendesse fare del dialogo
interreligioso il fiore all’occhiello del suo pontificato fu la visita del re
dell’Arabia Saudita, Abdullah. L’incontro tra i due leader scatenò l’ira
del mondo islamico in generale e di Al Qaeda in particolare. 1
Il 30 novembre 2007, l’ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa
Sede inviò un primo telegramma alla CIA e al dipartimento di Stato –
classificato come «riservato» e intitolato «Santa Sede soddisfatta
dell’incontro tra il monarca saudita e il Papa, interessato al dialogo
interreligioso» –, in cui descriveva in dieci pagine e undici paragrafi la
visita di Abdullah e le sue possibili ripercussioni.
A quanto pare, il documento fu inviato a Langley perché era stato
compilato sulla base delle informazioni fornite dagli agenti della CIA
presso l’ambasciata americana a Roma.

1. Riassunto: Un funzionario del Vaticano con informazioni di


prima mano sul recente incontro tra il Papa e re Abdullah ha definito
la visita del sovrano un passo importante nello sviluppo dei rapporti
tra l’Arabia Saudita e la Santa Sede. La Santa Sede continua a fare
pressioni per una maggiore libertà religiosa nel Paese. Nonostante non
sussistano le condizioni per l’allacciamento di relazioni diplomatiche
bilaterali, la Santa Sede è aperta al confronto. Re Abdullah ha preso le
distanze dalla lettera sul dialogo interreligioso scritta da un gruppo di
138 studiosi musulmani e inviata al Papa e ad altri leader cristiani. Per
la Santa Sede, la lettera rappresenta un mezzo importante per il
dialogo interreligioso con l’islam. L’aspetto più significativo della visita
del re è che sia avvenuta. Fine del riassunto.

Subito dopo, si racconta l’incontro riservato di un diplomatico


americano con monsignor Ortega, funzionario presso la segreteria di
Stato, che era stato presente al colloquio tra i due leader. Si suggerisce
quindi che alla base di questi buoni rapporti ci siano i funerali di papa
Giovanni Paolo II e di re Fahd.

2. Il 19 novembre, il funzionario politico ha incontrato monsignor


Alberto Ortega, responsabile della segreteria di Stato per il Nordafrica
e la Penisola Arabica. Ortega, che il 6 novembre ha presenziato al
colloquio con il re saudita Abdullah bin Abdulaziz Al Saud, ha
approvato la visita e l’ha definita cordiale. Abdullah era già stato in
Vaticano come principe ereditario, ma questa è stata la sua prima
visita come re dell’Arabia Saudita. In precedenza, erano già avvenuti
alcuni incontri tra il Papa e il ministro degli Esteri saudita, il più
recente dei quali risale al settembre 2007. Inoltre, il governo saudita
aveva inviato dei delegati al funerale di Giovanni Paolo II nell’aprile
2005, e la Santa Sede aveva ricambiato mandando alcuni funzionari
alle esequie di re Fahd, quattro mesi dopo. Secondo Ortega, sono stati i
sauditi a prendere l’iniziativa e a richiedere l’udienza di re Abdullah
con il Papa.

Il tema centrale della conversazione tra i due dignitari era stata la


«libertà religiosa» nel regno saudita, ma Ortega riconosce con la CIA
che Benedetto XVI aveva affrontato l’argomento imponendosi dei
freni. 2 Il rapporto sottolinea quindi che secondo Abdullah la religione
– il cristianesimo ma anche l’ebraismo – promuove la «tutela dei
valori morali della società». D’altro canto, Ortega rimarca i timori del
sovrano di fronte alla reazione dei suoi stessi leader religiosi e al fatto
che una maggiore libertà potrebbe indebolire la sua base politico-
religiosa, già di per sé «fragile».

3. Ortega ha spiegato che il Santo Padre ha scelto un approccio


morbido per discutere la questione della libertà religiosa per i circa 1,6
milioni di cristiani che vivono in Arabia Saudita, l’ottanta per cento
dei quali sono, presumibilmente, cattolici. Il Papa aveva già usato toni
severi con il ministro degli Esteri saudita nel settembre 2007, motivo
per cui ha scelto di tornare sull’argomento autoimponendosi una certa
moderazione. Ortega ha segnalato che la posizione della Chiesa al
riguardo è ben nota ai sauditi. Il re ha lodato l’influenza positiva che la
religione esercita sulla tutela dei valori morali della società,
incontrando la piena approvazione del Papa. Un aspetto significativo,
ha fatto notare Ortega, è che il re abbia esplicitamente citato
l’ebraismo nel fare questa osservazione.
4. Esprimendosi riguardo ai problemi che i cristiani si trovano ad
affrontare in Arabia Saudita, Ortega ha lamentato l’ambiguità della
legge saudita in materia di religione. Sono consentite le adunanze
private per la preghiera, mentre non lo sono quelle pubbliche.
Tuttavia, non è chiaro che cosa distingua le une dalle altre e questo
talvolta provoca un’applicazione arbitraria delle leggi. Inoltre, sono
proibiti i luoghi di culto pubblici e l’assenza di sacerdoti rende
impossibile l’amministrazione dei sacramenti. Il governo saudita è
senza dubbio consapevole della necessità di un cambiamento, ma allo
stesso tempo nutre forti timori per la possibile reazione dei leader
religiosi musulmani. Secondo Ortega, il re sa che cristianesimo non è
sinonimo di «cultura occidentale», ciò nonostante, è preoccupato che
la concessione di libertà maggiori possa minare la sua già fragile base
politico-religiosa.

Dopo un’interessante e positiva analisi delle possibili relazioni


diplomatiche tra la Santa Sede e Riyad, Ortega esclude una visita di
Benedetto XVI in Arabia Saudita. Ai punti 6 e 7 del dispaccio, nella
sezione intitolata «Dialogo interreligioso contro dialogo
intrareligioso», si parla della richiesta del Santo Padre ad Abdullah di
esprimere un giudizio sulla lettera scritta da un gruppo di intellettuali
musulmani per invitare il Pontefice e altri esponenti del cristianesimo
a intavolare discussioni aperte con l’islam. Le fonti americane in
Vaticano considerano un elemento estremamente positivo della lettera
non tanto il dialogo interreligioso islam-cristianesimo, quanto il
dialogo intrareligioso che lo stesso islam potrebbe avviare.

6. Secondo Ortega e altre fonti vaticane ben informate, il Papa ha


chiesto a re Abdullah che cosa pensasse di «Una parola comune»
(Common Word), 3 la lettera originale firmata da 138 intellettuali
musulmani (da allora altri studiosi hanno aggiunto il loro nome alla
lista) che chiede al Papa e ad altri leader cristiani di instaurare un
dialogo con l’islam. Il re ha risposto che le opinioni espresse nella
lettera non riflettono quelle di tutti i musulmani. Ortega ha ipotizzato
che i sauditi possano provare una sorta di «invidia» per il lavoro
dell’Aal al-Bayt Institute for Islamic Thought, che ha collaborato alla
stesura della bozza del documento. (Nota: L’Aal al-Bayt Institute for
Islamic Thought ha sede ad Amman ed è finanziato dalla famiglia
reale di Giordania.) Allo stesso tempo, tra i firmatari non compaiono
alcuni dei più potenti leader politico-religiosi islamici del mondo,
come il re del Marocco o i muftì egiziani più importanti. Senza
sottoscrittori di spicco che possono contare sulla lealtà di vasti settori
della fede musulmana, ha aggiunto Ortega, probabilmente la lettera
non ha abbastanza peso per influire sull’opinione pubblica
musulmana.
7. Tuttavia, Ortega l’ha definita un enorme passo avanti.
Diversamente da altri funzionari vaticani, ha evidenziato non tanto il
contributo che questa può dare ai rapporti interreligiosi, quanto il suo
grande potenziale per favorire il dialogo intrareligioso nell’islam. Il
cristianesimo ha interiorizzato da molto tempo l’idea che l’amore di
Dio e l’amore del prossimo siano due elementi fondamentali della fede
cristiana. Questo imperativo teologico non è altrettanto evidente
nell’islam. La lettera cita minuziosamente i passaggi più positivi del
Corano, ignorando i più bellicosi. Anche nel Vecchio Testamento
cristiano ci sono brani molto forti, ma la tradizione dell’esegesi
(interpretazione critica) cristiana permette ai religiosi di spiegare tali
brani come anacronistici o contestuali. Ortega ha aggiunto che questa
tradizione di interpretazione dei testi religiosi (nello specifico il
Corano) è assente nell’islam, e gli studiosi che lo analizzano
approfonditamente a volte ricevono minacce di morte.

Monsignor Alberto Ortega assicura agli americani che l’islam sta


attraversando «una crisi profonda» e sostiene che i leader islamici
devono prendere atto del ruolo della ragione nella religione, lo stesso
tema che Benedetto XVI aveva voluto trattare nel suo discorso di
Ratisbona, anche se non «in termini molto eleganti», come chiarisce
l’analista della CIA nel suo rapporto.

8. Ortega ritiene che l’islam stia vivendo una crisi profonda. I leader
islamici devono fare i conti con il ruolo della ragione nella religione,
che era l’argomento affrontato dal Papa, anche se non in «termini
molto eleganti», nel suo discorso del settembre 2006 a Ratisbona. Dal
discorso di Ratisbona è nata una «Lettera aperta a papa Benedetto
XVI», inviata nell’ottobre 2006 da 38 [sic] studiosi musulmani – con
l’appoggio dell’Aal al-Bayt – in cui si chiedeva al Papa di partecipare al
dialogo. Il segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Bertone, ha
risposto con una lettera conciliatoria indirizzata al direttore dell’Aal
al-Bayt Institute. Sebbene la Santa Sede stessa non abbia replicato
pubblicamente, Ortega ha lamentato il fatto che l’Aal al-Bayt non
abbia mai corretto l’idea sbagliata, diffusa sui media e tra l’opinione
pubblica, che il Vaticano non avesse risposto. La Santa Sede
apprezzerebbe il fatto che il pubblico sapesse della sua replica, ma
ritiene sia compito dell’Aal al-Bayt, in quanto ricevente, parlare della
missiva del cardinale Bertone. (Nota: È stata la prima volta che
abbiamo sentito parlare di una risposta della Santa Sede alla «Lettera
aperta». Fine della nota.)
9. Ortega ha dichiarato che il fatto che il re non approvi «Una
parola comune» non deve precludere o ritardare una risposta della
Santa Sede. Il Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso
continuerà a lavorarci sopra. (Nota: La Santa Sede ha risposto alla
lettera «Una parola comune» il 29 novembre. Fine della nota.) Ortega
vede con favore l’ampia diffusione di «Una parola comune» e il suo
riconoscimento esplicito della libertà religiosa, in particolare del
mondo musulmano. (Nota: La sezione III, paragrafo 4 della lettera
recita: «[...] Perché Dio dice altrove nel Sacro Corano: ‘Non ci sarà
coercizione nella religione’. [...] Questo chiaramente si riferisce al
Secondo Comandamento, perché la giustizia e la libertà di religione
sono aspetti centrali dell’amore per il prossimo». Il testo completo
della lettera si può trovare sul sito web ‘acommonword.com’. Fine
della nota.)

Nel commento finale dell’informativa, si afferma che il Vaticano


continua a essere deluso dai progressi pressoché nulli in fatto di libertà
religiosa, non solo in Arabia Saudita ma in tutti i Paesi musulmani.

10. La Santa sede si rallegra della visita del re, ma è delusa dalla
scarsa libertà religiosa in Arabia Saudita. Il Vaticano non si aspetta un
riconoscimento immediato della libertà religiosa nel regno, ma
vorrebbe almeno vedere un’applicazione più indulgente delle
restrizioni attuali. L’interesse mostrato dal Papa nel discutere con il re
di «Una parola comune» dimostra che la Santa Sede continua a tenere
d’occhio gli effetti della lettera e a valutare attentamente la risposta da
dare. Anche se è scettica sulla possibilità di trovare un terreno
teologico comune con l’islam, è disposta a prendere in considerazione
l’idea, se questo può portare a una maggiore libertà religiosa nelle
nazioni musulmane dove i cristiani non sono liberi di praticare
pienamente la loro fede.

Quanto agli sforzi di Benedetto XVI e del Vaticano per alimentare


il dialogo interreligioso, martedì 27 gennaio 2009 gli analisti americani
riferiscono sulla polemica nata tra la Santa Sede e gli ebrei. Il
documento, intitolato sarcasticamente «Unità della Chiesa 1 –
Relazioni cattolici-ebrei 0» e classificato come «segreto», è indirizzato
al segretario di Stato Hillary Clinton (prioritario) e, in copia, alle
ambasciate degli Stati Uniti a Tel Aviv e Amman, al consolato
statunitense a Gerusalemme e alle delegazioni diplomatiche presso le
Nazioni Unite, a New York e Ginevra. Il messaggio si sofferma sugli
«scivoloni» del Pontefice riguardo all’ebraismo, sul caso della revoca
della scomunica dei lefebvriani e sui tentativi della Santa Sede di
elevare un controverso Pio XII agli onori degli altari.

1. Riassunto: La decisione del Papa di revocare la scomunica a un


gruppo cattolico scismatico, che comprende un sacerdote negazionista
dell’Olocausto, ha dimostrato che la sua più grande preoccupazione è
il benessere religioso della Chiesa sul lungo termine, e non le relazioni
della Santa Sede con gli altri Stati sovrani. Questo approccio, che pone
la religione davanti a tutto, sta condizionando anche la
programmazione da parte della Santa Sede del probabile viaggio del
Papa in Israele e in Giordania il prossimo maggio, nonché la gestione
della polemica riguardante la santificazione del Papa della seconda
guerra mondiale, Pio XII. La maggior parte degli osservatori ritiene
che questo sia l’approccio giusto per un’istituzione vecchia di 2.000
anni, che considera il suo più grande fallimento storico «lo scandalo
della disunione dei cristiani». Detto questo, papa Benedetto XVI –
anche lui un tedesco che ha vissuto la seconda guerra mondiale – ha
pubblicamente deplorato l’antisemitismo e ha auspicato un
miglioramento dei rapporti con gli ebrei. La Santa Sede, tuttavia,
potrebbe rendersi conto che la gestione politicamente stonata di
questa decisione rischia di raffreddare l’accoglienza al Papa in Israele a
maggio, se la visita sarà confermata. Fine del riassunto.

Si lodano quindi le intenzioni di cattolici ed ebrei di colmare la


distanza che li separa, ma si rileva il fatto che questi sforzi siano
ostacolati dalle alte sfere per evitare che l’avvicinamento si verifichi. 4

2. In una lunga conversazione con il Chargé d’Affaires e il vicecapo


della delegazione, il 23 gennaio, il segretario della Commissione per i
rapporti con l’ebraismo della Santa Sede, padre Norbert Hofmann, ha
descritto i tentativi di dialogo tra il Vaticano e gli ebrei. Ha fatto
notare come una particolare decisione organizzativa dimostri
l’importanza per il Vaticano delle relazioni tra cattolici ed ebrei: la
Commissione per i rapporti con l’ebraismo dipende dal Pontificio
consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, e non dal
Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso (che si occupa dei
rapporti con i musulmani, gli induisti, i buddisti e gli animisti).
Secondo Hofmann, i leader ebraici apprezzano questo ordinamento,
perché è nel loro interesse sottolineare il legame speciale esistente tra il
cristianesimo e l’ebraismo.
3. Entrambe le religioni attribuiscono grande importanza al
dialogo. Dal Concilio Vaticano II (1962-1965), la Chiesa cattolica ha
cercato di sviluppare rapporti più stretti con l’ebraismo, citando i testi
e la storia che le due fedi condividono. Negli ultimi anni, in
concomitanza con l’elezione a Papa del tedesco Benedetto XVI (che da
piccolo ha vissuto la seconda guerra mondiale), il tentativo di
rafforzare questi legami ha subito un’ulteriore spinta. Gli ebrei, ha
detto Hofmann, pensano che i buoni rapporti con la Santa Sede
contribuiscano a combattere l’antisemitismo e a scongiurare un’altra
Shoah.

Ai punti 4 e 5 della sezione intitolata «Rifiuto di indignarsi per gli


affronti subiti», gli analisti diplomatici e dell’intelligence riportano le
informazioni più significative ricevute da padre Norbert Hoffman sui
recenti scontri tra il Vaticano e la comunità ebraica: il caso del
«negazionista» Williamson e il tentativo di beatificazione di Pio XII.

4. Hofmann ritiene che il reintegro da parte di papa Benedetto XVI


dei quattro religiosi lefebvriani scomunicati da papa Giovanni Paolo II
non comprometterà i rapporti a lungo termine tra il Vaticano e la
comunità ebraica. Si aspetta che la negazione pubblica dell’Olocausto
da parte di uno dei quattro, il vescovo Williamson, susciterà
polemiche e attirerà critiche nel breve periodo, ma poi sarà
velocemente dimenticata. Altri esponenti di spicco della Chiesa
sembrano concordare che, essendo la decisione del Papa di natura
religiosa e non politica, sarà interpretata come tale. Il presidente della
Conferenza episcopale francese, per esempio, l’ha accolta come «un
gesto di misericordia e di apertura per rafforzare l’unità della Chiesa».
Altri leader della Chiesa si sono dissociati dalla negazione
dell’Olocausto del vescovo Williamson, ma si sono poi pronunciati a
favore del reintegro dei quattro lefebvriani. È toccato al cardinale
Kasper, che gestisce il dialogo cattolico-ebraico, condannare le
dichiarazioni del vescovo riabilitato, dicendo che erano «stupide» e
«inaccettabili» e che non avevano «nulla a che vedere con la Chiesa
cattolica». Come al solito, il Papa è rimasto fuori della mischia e non
ha rilasciato commenti.
5. Di fatto, la maggior parte dei più alti esponenti della Chiesa
sembra pensare che gli effetti negativi provocati da questa faccenda
non dureranno e non pregiudicheranno la programmata visita del
Papa in Israele. Padre Hofmann ha detto in particolare che la polemica
andrà a unirsi ad altri inconvenienti analoghi, che «non costituiscono
un problema per il buono stato delle relazioni ebraico-cattoliche».
Tuttavia, rimangono questioni che continuano ad amareggiare gli
ebrei e altri. Tra queste, c’è una vecchia preghiera in latino recitata
durante la messa, che invoca la conversione degli ebrei. Ancora più
controversa negli ultimi mesi è stata la proposta di canonizzare papa
Pio XII, il Pontefice della seconda guerra mondiale, criticato per non
avere denunciato pubblicamente l’Olocausto. Il rabbino Cohen di
Haifa (Israele), il primo rabbino mai invitato a rivolgersi a un Sinodo
dei vescovi, nel suo discorso del passato autunno ha velatamente
disapprovato la proposta di canonizzazione. I funzionari della Chiesa
non si aspettavano queste critiche e ne sono rimasti infastiditi. Ma
Hofmann ha respinto anche queste osservazioni, dicendo che il
rabbino gli aveva confidato di avere subito pressioni da parte di altri
leader ebrei perché rilasciasse quelle dichiarazioni.

Gli americani stilano poi una dettagliata analisi delle prospettive


del viaggio di Benedetto XVI in Israele e Giordania, previsto dall’8 al
15 maggio 2009. È interessante notare come, mentre i giordani
sembrano favorevoli alla visita per ragioni meramente turistiche, gli
israeliani – attraverso l’ambasciatore presso la Santa Sede – facciano
pressioni su Pietro Parolin, oggi segretario di Stato e allora
viceresponsabile degli Affari esteri, perché il Vaticano sottolinei
pubblicamente che «la libertà religiosa di cui godono i cristiani in
Israele non ha paragoni in Medio Oriente, dove le minoranze cristiane
sono sempre più sulla difensiva contro l’islam politico».

6. Nel frattempo, la visita programmata del Papa in Israele incombe


sulle relazioni tra Vaticano ed ebrei. Coerentemente con quanto ci
hanno riferito altri funzionari del Vaticano, padre Hofmann ha
confermato che il viaggio del Papa non è finalizzato alla soluzione di
problemi fiscali sulle proprietà della Chiesa, in seguito all’accordo di
base tra la Santa Sede e lo Stato di Israele. La motivazione reale del
viaggio è ancora una volta religiosa: il Papa, che ha 81 anni, vuole
compiere un pellegrinaggio in Terra Santa come Pontefice, prima che
l’età avanzata lo renda troppo difficile. Al contempo, la Santa Sede
ritiene che questo viaggio in Israele, Cisgiordania e Giordania
sensibilizzerà il pubblico riguardo all’Olocausto e alla necessità di
combattere l’antisemitismo. Una visita papale metterà inoltre in luce
l’accettazione da parte del Vaticano dello Stato di Israele, con cui la
Santa Sede intrattiene rapporti diplomatici dal 1993. Hofmann
suggerisce che, a meno di particolari sviluppi negativi, il viaggio si farà.
7. In un colloquio privato tenutosi il 23 gennaio, il nuovo
ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Mordechay Lewy, ha
espresso un’opinione in un certo senso più esasperata. Pur
confermando che è in corso una programmazione senza condizioni
previe, pur augurandosi che il viaggio possa avvenire e pur
riconoscendo che potrebbe migliorare il dialogo tra cattolici ed ebrei,
Lewy non ha fatto congetture sulle probabilità che avvenga. Lewy non
confida molto nel fatto che una visita papale possa contribuire a
risolvere il conflitto tra israeliani e palestinesi. Anche se Israele
desidera portare avanti buoni rapporti con la Santa Sede per evitare
problemi, ha dichiarato, i leader israeliani non credono che il Vaticano
possa influenzare gli arabi.
8. D’altro canto, Lewy ha detto che i giordani potrebbero avere un
interesse economico nella visita. Secondo lui, il principe Ghazi ha
investito nel possibile sviluppo turistico dell’area attorno al luogo in
cui fu battezzato Gesù. La visita del Papa in quei luoghi gioverebbe a
tale business. Non tutte le chiese della zona vedono di buon occhio
questo sviluppo, e ciò ha provocato qualche conflitto con le autorità.
9. L’ambasciatore israeliano ritiene che la recente crisi di Gaza non
influirà sulla decisione finale del Papa di recarsi in Terra Santa. Lewy è
rimasto deluso dalle critiche del Vaticano sulle azioni israeliane a Gaza
e ha espresso la propria opinione a monsignor Parolin,
viceresponsabile degli Affari esteri della Santa Sede, esortandolo a
pronunciarsi positivamente su Israele per bilanciare quelle
osservazioni. Nello specifico, voleva che la Santa Sede dichiarasse
pubblicamente che la libertà religiosa di cui godono i cristiani in
Israele non ha paragoni in Medio Oriente, dove le minoranze cristiane
sono sempre più sulla difensiva contro l’islam politico. Parolin ha
detto che si sarebbe impegnato in tal senso.

Nel commento finale del rapporto, gli analisti americani affermano


che il Vaticano è «un partner formidabile», che ha però bisogno di
lezioni di pubbliche relazioni, e hanno senza dubbio ragione.

10. A volte papa Benedetto sconcerta politici e giornalisti


compiendo azioni che, a suo parere, sono nell’interesse della Chiesa,
come revocare la scomunica ai lefebvriani o prendere in
considerazione la canonizzazione di Pio XII. Chi non è dentro il
Vaticano si lamenta delle decisioni e delle politiche adottate,
percependole come antiquate nel contesto del nuovo millennio, e
chiede alla Chiesa di essere più moderna e accomodante. Ciò che
questi osservatori non riescono a riconoscere è la coerenza delle scelte
e del comportamento della Santa Sede su questioni fondamentali come
la riunificazione della Chiesa o la dignità di tutti gli esseri umani, e il
valore di questa coerenza. Indipendentemente dal fatto che queste
persone siano d’accordo o in disaccordo con la Santa Sede, è difficile
mettere in discussione l’influenza morale, la portata geografica e la
capacità di trovare spazio sulle testate giornalistiche della Chiesa.
Queste qualità possono rendere il Vaticano un partner formidabile per
gli Stati Uniti e per altre nazioni nel raggiungimento di obiettivi
comuni.
11. Allo stesso tempo, non si può negare il fatto che se la Santa Sede
prestasse maggiore attenzione a come il mondo esterno vede le
decisioni prese all’interno della Chiesa, potrebbe tutelare meglio la
propria immagine e pertanto la propria influenza. Anche se i leader
ecclesiastici, come Benedetto, stanno adottando nuovi mezzi di
comunicazione per far giungere il loro messaggio a un pubblico più
vasto, non hanno ancora compreso appieno la necessità – e gli
strumenti – delle pubbliche relazioni nel Ventunesimo secolo. I
portavoce della Santa Sede avrebbero potuto denunciare le idee
negazioniste del vescovo Williamson nel momento stesso in cui il Papa
lo riaccoglieva nella Chiesa, ma hanno aspettato troppi giorni per
farlo, e quando è successo lo hanno fatto con troppa debolezza. A quel
punto il danno era irreparabile. Anziché segnare «una tripletta» –
riunire la Chiesa, dimostrare la volontà della Chiesa di concedere una
seconda possibilità a quelli che hanno sbagliato e ribadire gli orrori
della Shoah –, la Santa Sede sta giocando in difesa.

Ma, a prescindere dalle gaffe passate e future con le altre fedi, il


«dialogo interreligioso» era diventato il principale cavallo di battaglia
del pontificato di Benedetto XVI, come spiegano gli agenti della CIA a
Roma nel loro eccezionale rapporto inviato venerdì 18 dicembre 2009.
Classificato come «riservato» e intitolato «Un inventario del dialogo
interreligioso del Vaticano», il documento è indirizzato al segretario di
Stato Hillary Clinton, al gruppo per i Paesi islamici all’interno del
dipartimento di Stato e a varie ambasciate degli Stati Uniti in Asia,
Africa ed Europa.

1. Riassunto: Il Vaticano è un leader o un partner in molti dialoghi


interreligiosi, soprattutto con le religioni «abramitiche» – l’islam,
l’ebraismo e, naturalmente, gli altri cristiani. I vertici del Vaticano
stanno iniziando ad avvicinarsi anche alle religioni asiatiche.
Questo rapporto descrive i colloqui organizzati dal Vaticano. Nei
documenti a parte: A) si esaminano i motivi che spingono il Vaticano
a perseguire il dialogo religioso; e B) si propone una collaborazione tra
il governo degli Stati Uniti e la Santa Sede a sostegno di tali dialoghi.
Fine del riassunto.

Al punto 2, gli analisti diplomatici e dell’intelligence tracciano una


breve storia del dialogo interreligioso con il mondo musulmano, che
dura ormai da oltre dieci anni e si è intensificato dall’11 settembre
2001 e di nuovo dal 2006, dopo il discorso di Benedetto XVI a
Ratisbona. Segue una rassegna dei dieci principali incontri, passati e
futuri, tra la Santa Sede e il mondo islamico, quindi, ai tre punti
successivi, la sezione intitolata «Altre vie per l’incontro tra cattolici e
musulmani».

3. La Santa Sede e la Lega Araba hanno instaurato rapporti


diplomatici nel 2000. La Lega ha un rappresentante a Roma, mentre il
delegato del Vaticano è il nunzio al Cairo. Il 23 aprile 2009, la Santa
Sede e la Lega hanno sottoscritto un Memorandum di intesa allo scopo
di rafforzare i progetti comuni finalizzati alla promozione della pace e
del dialogo, soprattutto a livello politico e culturale. Il documento è
stato firmato dall’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i
Rapporti con gli Stati presso la Santa Sede, e da Amr Moussa,
segretario generale della Lega Araba. Alcuni funzionari del Vaticano
segnalano che il MdI (Memorandum di intesa) non ha portato ad
alcuna iniziativa o a dialoghi concreti.
4. Il 25 aprile 2002, il Pontificio consiglio per il dialogo
interreligioso ha firmato una «Dichiarazione di intenti» con il
ministero per gli Affari religiosi del gabinetto del primo ministro
turco, per promuovere il dialogo interreligioso, in particolare
facilitando la collaborazione tra istituzioni accademiche. I rapporti con
i turchi progrediscono molto lentamente. Il Vaticano lamenta il fatto
che la ex chiesa di Paolo di Tarso sia ora un museo amministrato dal
governo turco. Il Vaticano appoggia anche le richieste della comunità
ortodossa di riaprire il seminario di Halki in Turchia, e vuole che il
governo turco riconosca il patriarca ecumenico come leader religioso
internazionale e conceda una maggiore libertà religiosa ai cristiani
ortodossi e ad altri.
5. Il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Consiglio per il
dialogo interreligioso, è stato in Indonesia nel novembre 2009. Si è
trattato della prima visita di un alto dignitario del Vaticano preposto al
dialogo religioso in quel Paese, che ha la più numerosa popolazione
musulmana al mondo: 206 milioni di fedeli su 240 milioni di abitanti.
(Nel Paese ci sono 7 milioni di cattolici.) Il Vaticano e i funzionari
indonesiani continuano a discutere perché a questa visita seguano
iniziative concrete.

Il memorandum degli statunitensi prosegue affrontando i rapporti


tra le religioni monoteistiche, principalmente quella ebraica e
cristiana.

6. A differenza di quelle con l’islam, le relazioni tra il Vaticano e gli


ebrei sono caratterizzate da un considerevole terreno comune
teologico e da radici storiche. I colloqui tra le due religioni continuano
a progredire e a godere di un ampio consenso. Spesso sono intersecati
dalla politica e a volte pregiudicati da errori. Le iniziative di dialogo,
avviate da lunga data dal Vaticano, hanno avuto molto successo negli
anni successivi al Concilio Vaticano II, che ha eliminato gli ostacoli
all’instaurarsi di un buon rapporto. Hanno subito una dura battuta
d’arresto nel gennaio 2009, quando il Vaticano ha revocato la
scomunica a un gruppo di cattolici scismatici, tra cui un vescovo che
nega l’Olocausto. Dopo uno sforzo considerevole da parte del
Vaticano e del Papa stesso, le relazioni sono state riallacciate e
consolidate dalla visita del Pontefice in Terra Santa, nel maggio 2009.
Tuttavia, la proposta di canonizzare Pio XII [...] e [il negato] accesso
agli storici agli archivi del suo pontificato sono motivo di irritazione
ricorrente tra i due Stati.
7. Nel frattempo, alcuni funzionari del Vaticano parlano
costantemente con i seguaci di altre confessioni cristiane nell’ambito
del dialogo ecumenico, con l’intenzione di superare le divisioni. Di
fatto, il Vaticano ha un Pontificio consiglio per la promozione
dell’unità dei cristiani, a sé stante (che per ragioni storiche comprende
anche il dialogo con gli ebrei). 5 Sebbene la mossa del Vaticano, del
novembre 2009, di accogliere gli anglicani disamorati nella Chiesa
cattolica abbia assestato un duro colpo all’intesa ecumenica, la ferita si
sta rimarginando, in parte perché probabilmente saranno pochi gli
anglicani che approfitteranno dell’offerta della Chiesa. Intanto, i
rapporti con il patriarca ortodosso russo di Mosca – che è alla guida di
un buon numero di fedeli e per questo motivo si presume sia più
influente del patriarca ecumenico Bartolomeo – sono migliorati.
Questo ha permesso a Mosca e al Vaticano di elevare la natura delle
loro relazioni diplomatiche da «speciali» a «complete».
8. Ultimamente, la natura monoteistica e le radici storiche comuni
dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam – i «popoli del libro» –
sotto certi aspetti hanno reso per il Vaticano il dialogo con queste tre
religioni più facile che con altre. Tra il 6 e l’8 dicembre 2009, ha avuto
luogo a Siviglia un importante incontro tra fedi, al quale hanno
partecipato i più illustri leader delle principali religioni monoteistiche
del mondo: cristiani (cattolici e ortodossi), ebrei e musulmani. A
finanziare l’evento è stata la fondazione del re di Spagna «Tre culture,
tre religioni».

Il rapporto della CIA si conclude spiegando il tentativo della Santa


Sede di giungere a un dialogo interreligioso con i credo asiatici. Il
cardinale Jean-Louis Tauran confida agli americani che «il Vaticano
non ha prestato sufficiente attenzione alle relazioni con le religioni
dell’Asia», forse proprio perché lo stesso Tauran non è un esperto di
fedi politeistiche.
9. Nonostante tutte le difficoltà, i funzionari della Santa Sede stanno
cominciando a cercare un terreno comune con le religioni
politeistiche, nel tentativo di favorire la pace, la libertà religiosa, i
diritti umani e soluzioni locali ai problemi locali. Nel giugno 2009, il
cardinale Tauran si è recato in India per intavolare un dialogo con gli
induisti. L’obiettivo di Tauran era andare oltre le semplici
rassicurazioni che avevano caratterizzato gli incontri precedenti con i
leader induisti. Nello specifico, voleva colmare il gap tra la
benevolenza dichiarata dagli interlocutori induisti e l’incessante
ostilità nei confronti dei cristiani in alcune zone dell’India, come
l’Orissa, 6 in particolare da parte di alcuni nazionalisti induisti. Il
Vaticano si è detto preoccupato anche per alcune leggi nazionali
anticonversione, anche se non vengono applicate. Nell’agosto 2009, il
cardinale Tauran si è recato anche in Giappone, per avviare i dialoghi
con i buddisti e altre religioni asiatiche.
10. Commento: Tauran ha confidato che il Vaticano non ha
prestato sufficiente attenzione alle relazioni con le religioni dell’Asia.
Lui non è esperto di religioni politeistiche, ed è improbabile che riesca
a trovare – o persino a cercare – un terreno teologico comune con i
loro precetti. Lui e il suo Consiglio aumenteranno le pressioni su
queste comunità, invitando i loro interlocutori a eliminare ogni
barriera affinché tutti possano godere della libertà religiosa.

Il punto 11 della dettagliata informativa sul dialogo tra le fedi


rappresenta il finale perfetto per questo capitolo: «Il numero e la
portata dei dialoghi interreligiosi del Vaticano non reggono il
confronto con quelli di nessun’altra Chiesa o organizzazione al
mondo. I dialoghi servono a prevenire o appianare malintesi e
tensioni. La grande domanda è come tradurre in azioni concrete gli
alti principi morali che le grandi religioni del mondo mettono sul
tavolo del dialogo».
Perché, certo, la palla non è solo nella metà campo del Vaticano e
dei Sommi Pontefici, ma anche in quella delle altre confessioni
religiose e dei loro principali leader.
14
Vaticano. Ratisbona,
o come sollevare
un vespaio islamico

LA polemica scoppiò durante il viaggio apostolico di Benedetto XVI a


Monaco, Altötting e Ratisbona, tra il 9 e il 14 settembre 2006. Martedì
12 settembre, il Sommo Pontefice tenne un discorso all’università di
Ratisbona, intitolato «Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni».
Dopo avere ricordato gli anni trascorsi all’Istituto superiore di
Freising e all’università di Bonn, Benedetto XVI parlò di un oscuro
imperatore bizantino vissuto a Costantinopoli tra il 1350 e il 1425:
«Tutto ciò mi tornò in mente, quando recentemente lessi la parte edita
dal professore Theodore Khoury (Münster) del dialogo che il dotto
imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri
d’inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su
cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue». 1 Nel terzo paragrafo
del suo discorso, il Papa fece riferimento al «settimo colloquio» tra
l’imperatore e il persiano, dicendo: «Mostrami pure ciò che Maometto
ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e
disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la
fede che egli predicava». Benedetto XVI si limitò dunque a citare una
frase di Manuele II Paleologo, suscitando però un gran clamore nel
mondo islamico.
Quello che a quanto pare i musulmani non ascoltarono o non
vollero ascoltare fu il paragrafo, letto da Benedetto XVI, che seguiva la
tanto controversa frase: «L’imperatore, dopo essersi pronunciato in
modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la
diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La
violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima.
‘Dio non si compiace del sangue’, egli dice, ‘non agire secondo ragione
[...] è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del
corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della
capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della
violenza e della minaccia [...]. Per convincere un’anima ragionevole
non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per
colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una
persona di morte’».
Durante la polemica e il delirio mediatico che seguirono, i grandi
vaticanisti e i giornali cattolici discutevano della figura di Manuele II
Paleologo e della citazione del Papa, ma intanto le sue parole su
Maometto provocavano violente proteste e manifestazioni in tutto il
mondo islamico, dall’Indonesia all’Egitto, dal Pakistan alla Palestina,
dalla Nigeria all’Iran.
Il portavoce del governo iraniano, Gholam Hossein Elham, disse
che le precisazioni del Pontefice erano «doverose» ma non sufficienti,
mentre la suprema guida spirituale iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei,
sentenziò che erano «l’ultimo anello di una catena di una crociata
americano-sionista contro i musulmani», mirata a provocare una crisi
tra religioni per «raggiungere i suoi obiettivi satanici». 2
I cinquantasette Paesi appartenenti all’Organizzazione della
conferenza islamica giunsero a dichiarare al Consiglio per i diritti
umani delle Nazioni Unite che le parole del Papa minacciavano «di
rendere ancora più profonda la distanza tra Occidente e mondo
islamico» e ostacolavano «gli attuali sforzi per favorire il dialogo tra le
religioni».
D’altra parte, nove nazioni – Iraq, Arabia Saudita, Giordania, Siria,
Bahrein, Egitto, Kuwait, Iran e Turchia – reclamarono «scuse chiare e
franche» da Benedetto XVI. In Egitto, diversi deputati pretesero che i
rapporti diplomatici con il Vaticano fossero congelati fino a quando il
Pontefice non avesse soddisfatto quella richiesta; in Turchia, invece,
due cittadini denunciarono il Papa. Uno di loro ne chiese «la
condanna e l’arresto» nel corso della sua visita successiva, che era stata
confermata per la fine di novembre. Secondo la Malesia, uno dei Paesi
con la maggior popolazione musulmana al mondo, le manifestazioni
di rammarico del Santo Padre non erano «dirette a placare la
collera». 3
Di fronte a una situazione così esplosiva, gli inviti alla prudenza si
moltiplicarono. La Commissione europea espresse la speranza che
qualunque reazione si basasse «su ciò che è stato realmente detto» e
non «su frasi deliberatamente estrapolate dal loro contesto». 4 Anche il
governo degli Stati Uniti cercò di placare gli animi, ricordando che
Benedetto XVI era dispiaciuto di avere offeso i musulmani e aveva
detto che «non c’è spazio per la violenza in nome della religione». La
critica più dura giunse dall’Eliseo, quando il presidente francese
Jacques Chirac esortò a «evitare qualsiasi cosa che possa accrescere le
tensioni tra popoli e religioni». 5
Critiche alle parole del Pontefice piovvero anche da settori cristiani.
Il Papa copto Shenuda III commentò che, pur non avendo ascoltato le
parole esatte del Santo Padre, «ogni osservazione che offenda l’islam e
i musulmani è contro l’insegnamento di Cristo». 6 George Carey,
arcivescovo di Canterbury, fu molto più pragmatico, non dando
importanza agli avvertimenti degli islamici, e dichiarò che «i
musulmani, così come i cristiani, devono imparare a dialogare senza
gridare». 7 Il rapporto tra cristianesimo e islam era visto nuovamente
come un punto di scontro tra l’Oriente musulmano e l’Occidente
cristiano, ed era utilizzato dai gruppi fondamentalisti per accendere
l’odio contro tutto ciò che fosse in odore di Occidente.
Il 18 settembre 2006, sei giorni dopo il discorso incriminato,
l’ambasciata degli Stati Uniti presso il Vaticano inviò un dispaccio
«riservato» di quattordici pagine, suddiviso in quindici punti, in cui si
analizzano le ripercussioni delle parole del Sommo Pontefice.
Intitolato «Santa Sede: il discorso del Papa a Ratisbona scatena una
tempesta di fuoco e spinge il Papa a chiedere scusa», il documento è
indirizzato al segretario di Stato Condoleezza Rice e alle sezioni di
Politica europea e di Politica arabo-israeliana del dipartimento di
Stato. La sezione della CIA a Roma, sotto la guida di Anna M. Borg,
partecipò alla redazione dell’informativa.

1. Riassunto: Il discorso tenuto da papa Benedetto XVI il 12


settembre a Ratisbona ha scatenato una tempesta di fuoco nel mondo
islamico, a causa della citazione di un passo offensivo di un imperatore
bizantino del XIV secolo. Nei giorni successivi, la Santa Sede e il Papa
stesso hanno chiarito e si sono detti dispiaciuti. Anche se di certo il
Pontefice non intendeva ottenere un simile risultato, il suo approccio
nei confronti dell’islam e del dialogo interreligioso è più freddo
rispetto a quello del suo predecessore. Ci aspettiamo ulteriori
commenti papali sulla questione il 20 settembre, a meno che per allora
la controversia non sia rientrata. Presenteremo un rapporto nei
prossimi giorni. Fine del riassunto.
2. Durante la sua recente visita in Germania, il 12 settembre papa
Benedetto XVI ha tenuto una conferenza a un gruppo di accademici
presso l’università di Ratisbona. L’erudito discorso, intitolato «Fede,
ragione e università. Ricordi e riflessioni», lungo circa 3.800 parole, era
focalizzato principalmente sui rapporti tra ragione e fede nel mondo
occidentale. All’inizio, il Papa ha menzionato il commento di un
imperatore bizantino del XIV secolo, Manuele II Paleologo, per far
capire che il proselitismo fatto con la violenza è inaccettabile per i
cristiani ma non necessariamente per i musulmani. La citazione
conteneva un pungente riferimento al profeta Maometto. Questo
riferimento – una parte molto piccola del discorso – ha scatenato una
risposta veemente nel mondo musulmano, molteplici dichiarazioni di
rammarico da parte di Roma e tantissimi commenti. Per fare luce su
tale inattesa controversia, questo rapporto analizzerà le parole del
Papa, le reazioni che hanno prodotto e la nostra interpretazione della
situazione.
Subito dopo si esaminano dettagliatamente le frasi del Pontefice su
Maometto, mentre al punto 4 si spiega che il resto della conferenza
«dice ben poco sull’islam (a eccezione di un passaggio in cui si
suggerisce che i musulmani si differenzino dai cristiani per
l’inclinazione ad accettare Dio come assolutamente trascendente dalla
ragione) e si concentra invece sulla filosofia greca antica,
sull’erudizione cristiana medievale e sulla moderna mentalità europea
riguardo al rapporto tra fede e ragione. Si conclude con un’eco della
citazione di Manuele, dicendo che la ragione e la fede possono e
devono procedere di pari passo».
Nel paragrafo «Reazioni», gli analisti americani passano
rapidamente in rassegna le ripercussioni dell’incidente sulla comunità
musulmana in Turchia, Germania, Kuwait, Egitto, Pakistan, Indonesia
e Iran, sottolineando le minacce giunte dalla cellula irachena di Al
Qaeda e l’assassinio in Somalia (avvenuto il 17 settembre) di Leonella
Sgorbati – una religiosa italiana di sessantacinque anni appartenente
all’ordine delle Suore missionarie della Consolata –, due avvenimenti
che a loro parere nascono come rappresaglia alle parole del Papa.

5. La conferenza ha ricevuto una copertura mediatica notevole. Il


14 settembre erano già cominciate le critiche di diverse autorità
musulmane, che si sono intensificate nei giorni seguenti. Secondo la
stampa, il presidente della Direzione per gli affari religiosi della
Turchia, Ali Bardakoğlu, ha affermato di avere letto il discorso del
Papa con stupore e orrore, e di averlo trovato provocatorio, ostile,
pregiudizievole e tutta una serie di altri aggettivi tutt’altro che positivi.
Anche Aiman Mazyek, segretario generale del Consiglio centrale dei
musulmani in Germania, e Dalil Boubakeur, presidente del Consiglio
nazionale francese del culto musulmano, non hanno indugiato a
esprimere la loro preoccupazione. Alti esponenti della religione
islamica in Kuwait, Egitto e Pakistan hanno chiesto delle scuse. Altre
importanti figure musulmane, come il presidente indonesiano Susilo e
l’ex presidente iraniano Khatami, hanno invitato alla prudenza e
chiesto un chiarimento. Stando a quanto si dice, di recente i militanti
di Al Qaeda in Iraq hanno giurato guerra agli «adoratori della croce»,
in reazione alle dichiarazioni del Pontefice. In Somalia, alcuni uomini
armati hanno sparato a una suora italiana, ma non è chiaro se
l’attentato abbia a che fare con il discorso papale.
6. Finora il governo turco ha resistito agli inviti a posticipare o
annullare la visita del Papa a Istanbul, in programma a novembre. Il
governo marocchino ha richiamato l’ambasciatore presso la Santa
Sede per consultazioni.

Nei due punti successivi del documento si riferiscono le parole di


padre Lombardi, portavoce del Vaticano, e del segretario di Stato
Bertone, fresco di nomina. Voci insistenti assicuravano addirittura che
la famosa frase su Maometto fosse stata inserita nel testo all’ultimo
momento, da qualcuno vicino a Bertone.
Il risultato sarebbe stato il «ritiro» immediato di colui che fino ad
allora era stato il segretario di Stato, Angelo Sodano, e la conseguente
nomina al suo posto di Bertone, appena tre giorni dopo il discorso di
Benedetto XVI a Ratisbona. 8

7. Il 14 settembre, il Vaticano ha risposto con una dichiarazione di


padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, il quale ha
affermato che non era certo intenzione del Papa offendere la
sensibilità dei credenti e ha aggiunto, sottolineandolo, che il Pontefice
è desideroso di coltivare un atteggiamento di rispetto e dialogo nei
confronti delle altre religioni e culture, «ovviamente anche l’islam».
8. Il 16 settembre, il nuovo segretario di Stato appena nominato, il
cardinale Tarcisio Bertone, ha rilasciato un’altra dichiarazione.
Bertone ha parlato delle reazioni della comunità musulmana alle
parole del Papa, offrendo poi i chiarimenti e le spiegazioni già
presentati dal direttore dell’ufficio stampa della Santa Sede
(Lombardi). Bertone ha detto che il Pontefice:
a) ha una visione dell’islam che corrisponde inequivocabilmente a
quella espressa in Nostra aetate – un influente documento del
Concilio Vaticano II sui rapporti interreligiosi –, e cioè che la
Chiesa stima i musulmani (per il loro profondo rispetto per Gesù e
Maria, perché sono monoteisti, per la loro obbedienza a Dio
eccetera);
b) favorisce fortemente il dialogo interreligioso e interculturale;
c) non intendeva far credere che condivida le idee di Manuele II citate
nel suo discorso;
d) è «vivamente dispiaciuto che alcuni passi del suo discorso abbiano
potuto suonare come offensivi della sensibilità dei credenti
musulmani e siano stati interpretati in modo del tutto non
corrispondente alle sue intenzioni»;
e) spera che i musulmani «saranno aiutati» a capire il corretto
significato delle sue parole, nell’interesse della fede, della pace e
della giustizia.

Si discute quindi l’intervista concessa da Tarcisio Bertone solo


cinque giorni dopo il discorso del Papa, e soltanto due giorni dopo la
sua nomina a nuovo segretario di Stato. Si citano anche le critiche ai
media, che Bertone accusa di gravi manipolazioni, mentre il cardinale
Renato Martino, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e
della pace, in un articolo apparso su L’Osservatore Romano, imputa ai
mezzi di comunicazione l’infiammarsi della polemica. In definitiva, le
alte sfere della Santa Sede preferiscono vedere l’origine dell’incidente
nei media, piuttosto che nelle parole del Papa.

9. Il 17 settembre, Bertone ha rilasciato un’intervista in cui ha


dichiarato che è stato chiesto ai nunzi apostolici di diversi Paesi di
spiegare le affermazioni del Papa. Bertone ha criticato i mass media
per il ruolo che hanno avuto in questa crisi, dicendo che le parole del
Pontefice erano state «gravemente manipolate». Il cardinale Renato
Martino, capo dell’influente dicastero per la Giustizia e la pace della
Santa Sede, ha scritto un articolo sulla prima pagina de L’Osservatore
Romano, il 17 settembre, in cui incolpa della controversia le
distorsioni mediatiche e l’«orchestrata strumentalizzazione politica e
ideologica». Martino ha affermato, in modo inopportuno, che se
alcuni credenti di un’altra religione si sono sentiti offesi, dovrebbero
sapere che il desiderio del Papa era di ispirare sentimenti di rispetto e
amicizia cristiana per i veri seguaci di altre fedi. Anche altre figure
cattoliche di spicco in tutto il mondo, come il cardinale inglese
Murphy-O’Connor, si sono levate in difesa del Papa.

Ai punti 10 e 12, si affronta il «pentimento» di Benedetto XVI nelle


sue prime dichiarazioni pubbliche dopo l’incidente, e l’insistenza della
Santa Sede nel far ricadere la responsabilità sui mezzi di
comunicazione. Di nuovo, al punto 12 della sezione «Commenti», si
riferiscono le voci secondo cui qualcuno all’interno del Vaticano
voleva che il Papa pronunciasse quelle parole contro Maometto.

10. Durante l’Angelus del 17 settembre, è stato papa Benedetto XVI


a tirare di nuovo fuori l’argomento, anche se brevemente. Nelle prime
dichiarazioni rilasciate da Castel Gandolfo, al suo ritorno dalla
Germania, ha affermato: «Sono vivamente rammaricato per le reazioni
suscitate da un breve passo del mio discorso nell’Università di
Regensburg, ritenuto offensivo per la sensibilità dei credenti
musulmani, mentre si trattava di una citazione di un testo medioevale,
che non esprime in nessun modo il mio pensiero personale. Ieri il
Signor cardinale segretario di Stato ha reso pubblica, a questo
proposito, una dichiarazione in cui ha spiegato l’autentico senso delle
mie parole. Spero che questo valga a placare gli animi e a chiarire il
vero significato del mio discorso, il quale nella sua totalità era ed è un
invito al dialogo franco e sincero, con grande rispetto reciproco». 9
[...]
12. Per il momento, è chiaro che papa Benedetto XVI ha suscitato
una polemica spiacevole, con implicazioni potenzialmente significative
e dannose. È parere comune che il Pontefice, studioso attento e
riservato per natura, semplicemente non immaginasse che questo
riferimento storico potesse provocare un tale risultato. Mentre chi lo
difende critica i media o i musulmani desiderosi di creare tumulti, altri
hanno notato che la tempesta poteva facilmente essere prevista, ed
evitata, perché il Papa aveva fatto circolare prima il discorso tra i suoi
collaboratori. (Benedetto, una mente prodigiosa, da lungo tempo
avvezzo a scriversi da solo i discorsi, non ha l’abitudine di vedere il suo
materiale censurato.)
Gli analisti dell’ambasciata statunitense sembrano sorpresi che un
intellettuale come il Papa non avesse previsto le ripercussioni negative
che le sue parole avrebbero potuto causare nel mondo musulmano, e
sottolineano anche la sua «ferma volontà di dire cose politicamente
scorrette».
Al punto 14, si menziona la rimozione dell’arcivescovo inglese
Michael Fitzgerald dalla carica di presidente del Pontificio consiglio
per il dialogo interreligioso, avvenuta appena due giorni dopo l’ascesa
di Ratzinger alla cattedra di Pietro. A quanto pare, il nuovo Papa non
voleva in quella posizione un uomo troppo «vicino» al mondo
musulmano; di conseguenza, aveva nominato al suo posto il cardinale
Jean-Louis Tauran, che aveva una posizione più dura riguardo
all’islam. Fitzgerald era stato convenientemente allontanato dalla
Santa Sede con l’incarico a nunzio apostolico in Egitto.
Nell’ultimo punto del documento riservato, si raccomanda al
governo di Washington di mantenere un profilo basso e di appoggiare
le spiegazioni della Santa Sede circa le parole «fraintese» del Papa.

13. D’altro canto, al mondo d’oggi richiede un certo sforzo di


immaginazione credere che un riferimento – del Papa! – alle
innovazioni del profeta Maometto come «cattive e disumane» possa
passare inosservato. Né è probabile che quella particolare citazione sia
casuale. Benedetto è famoso per la sua meticolosità e anche per il suo
approccio più distaccato (rispetto a Giovanni Paolo II) nei confronti
dell’islam e del dialogo interreligioso. Il Pontefice si sta preparando a
un’importante visita a Istanbul, a novembre. La sua citazione di
Manuele, imperatore la cui vita fu definita dalla guerra con gli
ottomani, i quali distrussero il suo impero alcuni decenni dopo, deve
essere stata intenzionale. E così anche la decisione di riportare le
parole esatte – anziché fare una parafrasi più mite – è significativa per
un Papa famoso per l’idea secondo cui non si deve transigere con la
verità né rinunciare a difendere la fede. (Da cardinale, Ratzinger era
anche conosciuto per la sua convinzione che la Turchia non dovesse
entrare a far parte dell’Unione Europea.) Uno dei sostenitori della
linea dura del Papa, il giornalista Sandro Magister, in un articolo del
18 settembre sostiene che Benedetto abbia deliberatamente scelto una
strada «meno diplomatica e più evangelica», con la ferma volontà di
dire cose politicamente scorrette.
14. A nostro parere, molto probabilmente Benedetto ha scelto le sue
parole con cura e non era contrario al fatto che fossero interpretate
come un segnale di scetticismo nei confronti dell’islam; i suoi atti
precedenti, come il trasferimento dell’arcivescovo Michael Fitzgerald
la scorsa primavera, avevano fatto capire quale fosse il suo
atteggiamento. Tuttavia, di sicuro non voleva che il suo discorso
scatenasse questa violenza o acuisse le tensioni tra i cristiani e i
musulmani. Le dichiarazioni immediatamente successive rilasciate da
illustri funzionari del Vaticano, tra cui anche il Papa stesso, allo scopo
di placare gli animi, sono insolite e fanno pensare che le alte sfere
abbiano riflettuto. Tuttavia, le «scuse» reali sono state formulate con
molta cautela e probabilmente non basteranno a spegnere l’incendio.
In genere, alla prima occasione pubblica i Pontefici fanno delle
riflessioni su un viaggio da cui sono appena tornati; in questo caso, si
tratta dell’udienza di mercoledì 20 settembre. Seguiremo gli sviluppi
da vicino.
15. Dal nostro punto di vista, qualunque commento del governo
statunitense sulla questione dovrebbe rimarcare le dichiarazioni della
Santa Sede, in particolare dello stesso Papa, che confermano che le sue
affermazioni sono state fraintese e che lui si dissocia dalle parole di
Manuele sul profeta. Si dovrebbe far notare anche il chiarimento del
cardinale Bertone sulla consacrazione costante della Santa Sede ai
principi di Nostra aetate (vedi paragrafo 8) e sul suo profondo rispetto
per l’islam.

Allo scopo di «spegnere l’incendio» provocato dal suo discorso a


Ratisbona, Benedetto XVI decise di recarsi in visita in Turchia tra il 28
novembre e il 1° dicembre 2006, esattamente settantasette giorni dopo
avere pronunciato la famosa frase su Maometto. La reazione turca al
discorso era giunta per bocca del primo ministro Recep Tayyip
Erdoğan, il quale aveva detto: «Credo che sia un dovere [del Pontefice]
ritrattare la sua erronea, sgradevole e sfortunata affermazione, e
chiedere scusa sia al mondo musulmano sia ai musulmani. Spero che
ripari presto all’errore che ha commesso, per non offuscare il dialogo
tra le civiltà e le religioni». Salih Kapusuz, leader e deputato del partito
al potere Giustizia e sviluppo, aveva invece affermato: «Lui [il Papa] ha
la stessa mentalità del periodo oscurantista del Medioevo».
Chiaramente, la segreteria di Stato vaticana sapeva che il Santo Padre
non poteva permettersi «scivoloni» in quel viaggio di quattro giorni.
Tutto fu calibrato affinché gli atti del Papa fossero visti come
tentativi di riconciliazione: la visita al mausoleo di Mustafa Kemal
Atatürk; i colloqui con il presidente Ahmet Necdet Sezer e con Ali
Bardakoğlu, ministro degli Affari religiosi, nonché massima autorità
musulmana del Paese; e la tappa alla Moschea blu, dove il Pontefice
pregò con il gran muftì di Istanbul. Perfino le sue ultime parole prima
di salire sull’aereo che lo avrebbe riportato a Roma furono misurate
attentamente dalla diplomazia vaticana. Prima di partire, Benedetto
XVI dichiarò: «Lascio un po’ del mio cuore a Istanbul». 10
Venerdì 1° dicembre 2006, quando la delegazione vaticana non era
ancora atterrata a Roma, l’ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa
Sede stilò un rapporto «riservato», intitolato «Vaticano: stimoli, ma
nessun cambiamento nella politica Turchia/UE». Il documento,
redatto dagli analisti diplomatici americani e diretto con «priorità» al
segretario di Stato Rice, si concentra più sul possibile sostegno papale
all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea che sugli esiti del
viaggio di Ratzinger per mettere a tacere le critiche suscitate dal suo
discorso a Ratisbona.

1. Nonostante i mezzi di comunicazione sostengano il contrario, il


Vaticano continua a mantenere una posizione ufficialmente neutrale
riguardo alla candidatura della Turchia all’ingresso nell’Unione
Europea. Afferma di non vedere «ostacoli» in merito, se il governo
turco soddisferà i criteri di Copenaghen sulla libertà religiosa. I
funzionari della Santa Sede si sono affrettati a chiarire con franchezza
la posizione del Vaticano dopo le notizie diffuse dai media sulle
affermazioni del primo ministro turco Erdoğan riguardo a un nuovo
sostegno da parte di papa Benedetto. Quanto ai criteri di Copenaghen,
il segretario di Stato Bertone ha rilasciato una dichiarazione in cui
esprime la sua «speranza» che la Turchia possa soddisfare le
condizioni richieste per entrare nell’UE. Anche se questo non va
interpretato come un appoggio all’ingresso della Turchia nell’Unione,
di certo incoraggia il governo turco a mettere in atto tutta una serie di
riforme e a continuare a lavorare per l’integrazione. Le alte sfere del
Vaticano, tra cui il viceresponsabile degli Affari esteri Pietro Parolin,
hanno parlato francamente in privato, confermando che le
affermazioni del Papa in Turchia non rappresentano un cambiamento
della posizione della Santa Sede. I funzionari del Vaticano stanno
aspettando il ritorno della delegazione, venerdì, per scoprire i
retroscena del viaggio in Turchia. Fine del riassunto.

A quanto pare, gli agenti dell’intelligence americana avevano


ottenuto informazioni dall’interno del Vaticano sulla sua reale
opinione circa le aspirazioni europee della Turchia.

3. I funzionari della Santa Sede si sono affrettati a chiarire la loro


posizione, in seguito all’uscita degli articoli che hanno riportato la
dichiarazione di Erdoğan. Il direttore dell’ufficio stampa, Federico
Lombardi, ha emanato un comunicato in cui si sottolinea che la Santa
Sede non ha né il potere né la competenza per intervenire sulla
questione dell’ingresso della Turchia nell’UE. Lombardi ha fatto
notare che il Papa ha espresso la sua approvazione per l’iniziativa
Alleanza delle civiltà, promossa dal premier Erdoğan, e ha messo in
luce l’incoraggiamento del Vaticano al dialogo su questo tema e altri
correlati. Il nuovo equivalente del ministro per gli Affari esteri della
Santa Sede, l’arcivescovo Dominique Mamberti, è intervenuto
dichiarando che la Santa Sede non ha preso una posizione ufficiale
sulla questione [...]. Inoltre, ha menzionato la necessità che la Turchia
rispetti i criteri di Copenaghen, opinione condivisa anche dal suo
superiore, il segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, il quale
auspica che la Turchia «riesca a soddisfare le condizioni richieste per
entrare nell’Unione Europea». (Nota: La dichiarazione di Bertone non
deve essere interpretata come un sostegno all’ingresso della Turchia
nell’Unione, ma di certo costituisce uno stimolo per il Paese a
promuovere le riforme necessarie. È stata significativa perché di rado il
Vaticano ha espresso pubblicamente la sua opinione di lunga data
sull’argomento.)
4. In privato i funzionari del Vaticano, tra cui il viceresponsabile
degli Affari esteri Pietro Parolin, hanno confermato che le
dichiarazioni rilasciate dal Papa in Turchia non rappresentano un
cambiamento di posizione della Santa Sede sull’ingresso del Paese
nell’UE. «Ci auguriamo tutti che la Turchia compia i passi necessari in
materia di libertà religiosa e diritti umani», ci ha riferito un
funzionario degli Affari esteri. I media «possono dire quello che
vogliono», ma la posizione del Vaticano non è mutata, ha proseguito, e
ha confidato di essere scettico riguardo all’impegno della Turchia in
materia di libertà religiosa, esprimendo perplessità, per esempio, sulla
nuova legge emanata dal governo turco sulle fondazioni. Non ha
aggiunto ulteriori dettagli.

A conclusione del rapporto, gli analisti affermano che, per voltare


pagina sulla polemica scaturita dal discorso di Ratisbona, durante la
visita in Turchia Benedetto XVI ha fatto «buon viso a cattivo gioco»,
mitigando i propri dubbi circa il posto che il Paese avrebbe dovuto
occupare nell’Unione Europea.

5. In seguito al suo discorso di Ratisbona, e nel tentativo di chiarire


o ammorbidire le sue dichiarazioni del 2004, ampiamente riportate dai
giornali, sull’ingresso della Turchia nell’UE, Benedetto deve avere fatto
delle affermazioni relativamente positive sull’integrazione europea,
che Erdoğan (per chissà quali motivi) ha interpretato in maniera più
ampia. Durante il suo viaggio in Turchia, il Papa ha sicuramente
cercato di fare buon viso a cattivo gioco ogni volta che gli è stato
possibile, e il cambiamento di toni rispetto al 2004 è stato notevole. Il
Vaticano manterrà la propria neutralità sulle questioni riguardanti
l’UE, ma la sua esortazione al dialogo e a ulteriori riforme è utile nel
contesto degli obiettivi del governo degli Stati Uniti sul tema.
La successiva informativa degli americani è datata giovedì 7
dicembre, sei giorni dopo quella precedente. Qui, gli analisti della
delegazione diplomatica presso la Santa Sede tornano alla carica
riguardo all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Il dispaccio,
intitolato «Turchia: il Vaticano appoggia l’integrazione» e classificato
come «riservato», è diretto sempre alla stessa destinataria, il segretario
di Stato Condoleezza Rice.

1. Pur non appoggiando ufficialmente l’adesione della Turchia


all’UE, la Santa Sede continua a sostenere il dialogo e il processo di
riforme correlate. I vertici ecclesiastici, tra cui lo stesso Papa, si sono
espressi positivamente in pubblico e in privato circa l’integrazione
europea. Nonostante non vedano di buon occhio la situazione della
libertà religiosa in Turchia, riconoscono che il processo di adesione
all’UE offre l’opportunità di far progredire la Turchia riguardo a tali
questioni. Durante l’udienza del 6 dicembre, il Papa ha manifestato e
sottolineato la sua speranza che la Turchia possa costituire un ponte di
amicizia e cooperazione fraterna tra l’Oriente e l’Occidente.
Continuiamo a impegnarci sul tema, focalizzandoci sull’occasione
offerta dall’integrazione e dall’ingresso nell’UE per migliorare la
situazione per i cattolici e altri cristiani nel Paese. Una visita delle alte
sfere del Dipartimento potrebbe essere di grande aiuto per mettere in
luce il problema con la Santa Sede e per riuscire a strappare altri utili
commenti pubblici e privati. Si vedano i paragrafi 5 e 6 per la richiesta
di azione.

Al punto 2 del rapporto, si discute il processo di conversione


lanciato dalla Santa Sede nel 2004. Quell’anno, il Vaticano era
fermamente contrario all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea;
due anni dopo, la sua visione era molto cambiata. Al punto 3, sotto il
titolo «Avvertenze», gli analisti affermano che il futuro segretario di
Stato vaticano si mostra piuttosto preoccupato per la situazione e
fanno riferimento a un documento inviato dal nunzio apostolico in
Turchia, l’arcivescovo Antonio Lucibello, in cui la Conferenza
episcopale turca traccia un ampio bilancio dei problemi che i cattolici
del Paese si trovano ad affrontare.

2. Il 6 dicembre, il sottosegretario della Santa Sede per i Rapporti


con gli Stati, Pietro Parolin, ha affermato che la Santa Sede continua a
sostenere il «positivo» processo di dialogo e riforma legato all’ingresso
della Turchia nell’UE. (Recenti dichiarazioni pubbliche rilasciate da
funzionari della Santa Sede hanno espresso un analogo messaggio
favorevole all’integrazione europea.) La posizione del Vaticano
sull’adesione della Turchia all’UE non è cambiata, nonostante le
notizie inesatte riportate dai media dopo l’incontro tra papa Benedetto
XVI e il primo ministro Erdoğan. In realtà, né il Pontefice né il
Vaticano hanno mai appoggiato l’ingresso della Turchia nell’UE in sé;
la Santa Sede è sempre stata aperta in questo senso, ma insiste sulla
necessità che la Turchia soddisfi i criteri di Copenaghen per assicurarsi
un posto in Europa. Se ciò accadrà, ha ribadito Parolin, non vedranno
«alcun ostacolo» al fatto che la Turchia aderisca all’UE; uno sviluppo
che, lui concorda, ha il potenziale per promuovere maggiori diritti per
le minoranze religiose in Turchia.
3. Parolin nutre una certa inquietudine riguardo a questa
situazione. Uno dei suoi maggiori timori è che la Turchia possa
entrare nell’UE senza avere attuato i progressi necessari in fatto di
libertà religiosa. Ha insistito perché i membri dell’UE – e gli USA –
continuino a fare pressioni sul governo turco al riguardo. Abbiamo
fatto notare che la continuità del dialogo e delle procedure di ingresso
nell’UE offre solo un forum per questa pressione, e abbiamo avvertito
che fissare dei termini massimi o dare degli ultimatum potrebbe
rivelarsi controproducente, togliendo alla Turchia un forte incentivo a
mettere in atto le riforme e privando l’Occidente di una preziosa
influenza sulla questione. Parolin ha capito il punto ma ha risposto
che, a eccezione della «persecuzione aperta», la situazione non
potrebbe essere peggiore per i cristiani in Turchia, dove le limitazioni
al diritto di proprietà e altri fattori hanno lasciato loro solo la
possibilità di godere «della libertà di credo, ma difficilmente della
libertà religiosa». Altri funzionari vaticani hanno espresso delusione
per il veto posto dal presidente Sezer a nove articoli della legge sulle
fondazioni, approvata di recente, che colpisce le minoranze religiose.
Parolin ha fatto notare che la lista di problematiche specifiche fornita
in un documento diffuso due anni fa dai vescovi turchi illustra ancora
oggi i problemi che i cattolici si trovano ad affrontare in Turchia.

Nel paragrafo successivo del dispaccio, sotto il titolo «Il Papa parla
di nuovo», gli analisti spiegano al segretario di Stato Rice che, secondo
Pietro Parolin, la visita di Benedetto XVI in Turchia è stata proficua e
ha contribuito a sciogliere la tensione tra la Turchia e la Santa Sede.
Gli americani, però, non sembrano molto convinti.

4. Parolin ha confermato che il viaggio del Papa in Turchia è stato


molto positivo per le relazioni interreligiose. «L’atmosfera di tensione»
che c’era in Turchia prima della visita probabilmente si è un po’
attenuata. Quanto alla dichiarazione errata di Erdoğan secondo cui il
Papa avrebbe espresso il suo particolare sostegno all’ingresso della
Turchia nell’UE, Parolin si è detto certo che il primo ministro non
abbia frainteso le parole del Pontefice, ma che probabilmente voleva
solo ottenere una buona copertura mediatica sull’incontro. Il Papa ha
espresso la «stessa posizione che abbiamo sempre avuto», anche se
forse con toni «più garbati». Il bilancio della Santa Sede
sull’argomento, in ogni caso, è positivo. Durante l’udienza del 6
dicembre, il Papa ha espresso la sua fiducia per un’«azione congiunta
di cristiani e musulmani in nome dei diritti umani» [...].

Ai punti 5 e 6 – «Commenti e richiesta di azione» – i funzionari


diplomatici e dell’intelligence si dichiarano sicuri che la Santa Sede
non approvi l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Senza
dubbio, gli americani sono molto interessati a convincere il Vaticano a
esprimere un aperto consenso in proposito. Raccomandano perfino
una visita di due alte cariche del dipartimento di Stato per parlare con
Pietro Parolin. I due diplomatici in questione sarebbero Matthew
Bryza e Daniel Fried, rispettivamente viceassistente e assistente del
segretario di Stato per gli Affari europei ed euroasiatici. A quanto
pare, il presidente George W. Bush aveva promesso a Recep Tayyip
Erdoğan di parlare con papa Benedetto XVI, durante l’udienza del 9
giugno 2007 presso la Santa Sede, di un pubblico appoggio del
Vaticano all’adesione turca. In cambio, la Turchia avrebbe concesso a
Washington una maggiore libertà sull’utilizzo della base aerea di
Incirlik per future operazioni militari statunitensi nella zona.

5. La Santa Sede non sosterrà ufficialmente l’ingresso della Turchia


nell’UE, ma i commenti positivi del Papa e di altri funzionari a
sostegno del dialogo e delle riforme necessari all’integrazione, e del
processo di adesione, hanno ricevuto una buona copertura mediatica.
Il discorso di Ratisbona, che ha fatto capire che il Pontefice non è
ingenuo riguardo alle sfide rappresentate dall’islam, ha dato ancora
più peso alle sue parole a favore della Turchia. Anche i commenti
privati dei funzionari del Vaticano ai diplomatici europei hanno avuto
una certa influenza, in particolare sui Paesi di tradizione cattolica. La
nostra insistenza sul fatto di usare l’integrazione e l’ingresso nell’UE
come un’opportunità per migliorare la vita dei cristiani in Turchia
avrà senza dubbio una certa eco in Vaticano, e potrebbe determinare
una maggiore azione della Chiesa cattolica, sia pubblica sia privata.
Nonostante insista che chi è a favore dell’ingresso della Turchia in
Europa debba fare di più per favorire le riforme, Parolin la pensa come
noi sulla questione generale: in sostanza, sia la Turchia sia l’Europa
devono vedere la diversità come un punto di forza e non una minaccia.
6. In questa congiuntura critica, abbiamo l’opportunità di
catalizzare una voce più attiva della Santa Sede sulla Turchia.
Speriamo che un alto funzionario del Dipartimento come l’assistente
Fried o il viceassistente Bryza possano venire in visita nel breve
periodo, in modo da porre in rilievo la questione con la Santa Sede e
incoraggiarla a fare di più per trasmettere un messaggio positivo sulla
Turchia e sull’integrazione.

Alla fine, le parole su Maometto pronunciate durante il discorso di


Benedetto XVI a Ratisbona si erano trasformate in moneta di scambio
tra il Vaticano, la Turchia e gli Stati Uniti, di cui tutti volevano
approfittare per garantirsi una buona fetta della torta geostrategica.
Tutto è politica, anche in Vaticano.
15
Vaticano. Un 11 settembre a Roma?

ALL’INIZIO del 2004 Albert Ismail Yelda, quarantasette anni, nato a


Ramadi, divenne il nuovo ambasciatore dell’Iraq presso la Santa Sede.
Il diplomatico era di origini siriane e apparteneva all’antica Chiesa
orientale. Prima dell’invasione statunitense dell’Iraq, tra il 1987 e il
2003, aveva lavorato come consulente legale per progetti che offrivano
assistenza agli iracheni desiderosi di trasferirsi in Gran Bretagna. Alla
fine aveva deciso di tornare nel suo Paese. Durante il soggiorno a
Londra, aveva fondato con l’amico Iyad Allawi un’organizzazione che
si opponeva al Baath e a Saddam Hussein, la Iraqi liberation coalition
(Coalizione per la liberazione dell’Iraq).
Yelda si trasformò in una buona fonte di informazioni per la
segreteria di Stato vaticana sulla situazione delle minoranze cristiane
in Iraq, e nel novembre 2004 ebbe un colloquio privato con Giovanni
Paolo II.
Quando sulla cattedra di Pietro giunse Joseph Ratzinger, Yelda lo
incontrò in due occasioni: la prima il 12 maggio 2005 e la seconda il 25
settembre 2006, durante un’udienza con i rappresentanti della Lega
Araba e di altri Paesi musulmani, a pochi giorni dal controverso
discorso di Ratisbona. In quell’occasione, Yelda tornò con insistenza
sulle persecuzioni subite dalle minoranze cristiane in Iraq; la Santa
Sede non poteva certo sapere che, dal momento in cui l’ambasciatore
aveva messo piede a Roma, era diventato un’importante contatto per
la sezione della CIA nella capitale italiana e per l’ambasciata degli Stati
Uniti in Vaticano.
Il 1° settembre 2006, queste ultime stilarono un rapporto
classificato come «segreto» e intitolato «Vaticano: l’ambasciatore
iracheno mette in guardia su una minaccia islamica globale», in cui gli
analisti riferiscono il contenuto dei colloqui avuti con Albert Ismail
Yelda.

1. Riassunto: L’ambasciatore iracheno presso la Santa Sede vede


conseguenze gravi per gli interessi occidentali, nel caso in cui le fazioni
radicali sciite e sunnite mettano da parte le loro divergenze e si
uniscano. Yelda, cristiano assiro, ha consigliato agli Stati Uniti di
compiere subito tutti i passi necessari per impedire il verificarsi di
questa possibilità, presentando l’Iran come uno Stato sciita antiarabo
determinato a dominare sulle nazioni arabe. Yelda ha raccontato che i
gruppi islamici radicali stanno reclutando donne caucasiche
dell’Albania e della Bosnia per missioni suicide, quasi impossibili da
scoprire, in Paesi occidentali e ha spiegato come gli sforzi delle agenzie
governative statunitensi di trovare persone che parlino arabo siano
sfruttati per introdurre degli infiltrati. Yelda, di cui non si conoscono
le fonti informative, ha menzionato anche la presenza di una rete
appartenente al vecchio regime attiva all’interno del ministero degli
Esteri dell’Iraq.

Nei due paragrafi successivi, sotto il titolo «Un Fronte islamico


unito non può essere tollerato», si riferisce poi che Yelda teme la
formazione di una «forza islamica unificata».

2. Durante un incontro con i funzionari politici tenutosi il 28


agosto, l’ambasciatore iracheno presso la Santa Sede, Albert Yelda, ha
messo in guardia gli Stati Uniti, invitandoli ad adottare qualsiasi
misura necessaria per prevenire la formazione di una forza islamica
unificata in tutto il mondo, onde evitare che tutti ne subiscano «le
conseguenze». Yelda ha affermato che l’unione delle fazioni radicali
sunnita e sciita sarebbe disastrosa per l’Occidente, perché
provocherebbe lo scatenarsi del terrorismo a livello mondiale. Mentre
le fazioni sunnita e sciita moderate riescono a collaborare senza
conseguenze negative, Yelda ha consigliato agli Stati Uniti di compiere
tutti i passi indispensabili per impedire la nascita di una coalizione
radicale tra sunniti e sciiti.
3. La chiave per evitare che i gruppi sunniti e sciiti si alleino sotto
un Fronte islamico unito, ha detto Yelda, è isolare l’Iran dagli Stati
arabi, impedendogli di assumere un ruolo di leadership nel mondo
islamico. Un modo per raggiungere questo obiettivo, ha aggiunto,
sarebbe assicurarsi che i Paesi arabi non dimentichino mai che l’Iran
ha attaccato più volte l’Iraq, nazione araba con una popolazione
sunnita, durante la guerra iraniano-irachena.

Yelda vede l’Iran e Hezbollah (il Partito di Dio filoiraniano) come


un grande pericolo e una fonte di instabilità per la regione, e critica il
ruolo giocato dagli Stati Uniti e dai loro alleati – senza dubbio Israele
– dopo la guerra del Libano, avvenuta tra il 12 luglio e il 14 agosto
2006. Il conflitto era iniziato dopo l’attacco missilistico di Hezbollah
contro una postazione israeliana, che aveva causato la morte di tre
militari. L’ambasciatore iracheno dice agli americani che si sarebbe
dovuto permettere a Israele di porre fine alla resistenza di Hezbollah.

4. Riferendosi alla recente guerra in Libano, Yelda ha dichiarato che


il risultato finale non avrebbe potuto essere peggiore per gli Stati Uniti
e i suoi alleati. A Israele si sarebbe dovuto concedere abbastanza
tempo per sradicare completamente Hezbollah dal Libano. Invece, ha
detto, adesso ci troviamo di fronte un mondo arabo che considera
Hezbollah il vincitore e l’Iran un sostenitore dei diritti arabi. C’è anche
una ritrovata – e problematica – unità tra gli sciiti e i sunniti, quando
si parla del recente conflitto.

Il diplomatico iracheno rivela poi che alcuni gruppi terroristici


sono alla ricerca di donne bionde con gli occhi azzurri, per compiere
attentati suicidi di stampo jihadista.
5. Yelda ci ha avvertiti della crescente minaccia rappresentata dal
reclutamento di donne kamikaze provenienti dall’Albania, dalla
Bosnia e da altri Paesi europei. Diversamente da quanto accadeva con
le attentatrici suicide «Wafa», 1 di origini palestinesi e sudanesi, sarà
estremamente difficile scoprire e fermare queste nuove kamikaze nei
Paesi occidentali, a causa dei loro tratti somatici. Ciò che rende il loro
reclutamento particolarmente insidioso, ha aggiunto Yelda, è che
queste donne non hanno idea di che cosa significhi davvero essere
musulmane e pertanto non possono interpretare correttamente il
Corano.

L’avvertimento di Yelda sulla ricerca di cosiddette «vedove


bianche» da parte di cellule terroristiche avrebbe trovato conferma nel
2010 e di nuovo nel 2013. Il 29 marzo 2010, due appartenenti al
movimento Shahidka – il nome di battaglia di un gruppo di donne
kamikaze originarie dei Paesi caucasici – compirono uno dei più
sanguinosi attentati avvenuti a Mosca, facendo esplodere due bombe
nelle stazioni della metropolitana di Lubyanka e Park Kultury e
uccidendo decine di persone.
Il secondo caso più famoso è quello della britannica Samantha
Lewthwaite, conosciuta anche come la «Vedova bianca». È accusata
dalle forze di polizia del Kenya di avere partecipato all’attacco
terroristico nel centro commerciale Westgate di Nairobi, il 21
settembre 2013, in cui morirono settantadue persone. Lewthwaite è
ricercata da tempo dalle autorità keniote, che la ritengono colpevole di
avere preso parte ad almeno un attentato a Mombasa, capitale turistica
del Paese africano. Lewthwaite, oggi trentenne, era la moglie del
terrorista suicida Germaine Lindsay, di origine giamaicana,
immolatosi in un vagone della metropolitana della Piccadilly Line a
Londra, il 7 luglio 2005. In quell’occasione rimasero uccise ventisei
persone, oltre all’attentatore.
I due, che insieme hanno avuto tre figli, si erano conosciuti quando
lei aveva diciassette anni ed era una ragazza qualsiasi di Aylesbury,
un’anonima cittadina del Buckinghamshire che nessuno metterebbe
mai in relazione con l’islamismo. Pur essendosi da tempo convertita
alla fede musulmana, Samantha condannò gli attentati del 7 luglio e
affermò di essere all’oscuro delle attività del marito, ma le sue
dichiarazioni apparvero come un escamotage per evitare il carcere.
Nel 2007, i servizi di intelligence britannici scoprirono che la donna si
trovava in Kenya con i figli e il nuovo marito, il ventottenne Habib
Ghani, britannico di padre pachistano e madre keniota, nonché
presunto affiliato da diversi anni a gruppi islamici dell’Africa
orientale.
Nel documento segreto del 1° settembre 2006, gli americani
sottolineano che, nell’ottobre dell’anno precedente, Yelda avrebbe
aiutato a bloccare un gruppo islamista che intendeva compiere un
attentato in piazza di San Pietro.

Sventato attacco contro il Vaticano nell’ottobre 2005


6. Yelda ha dichiarato di avere contribuito a ottenere informazioni
per sventare un complotto di kamikaze islamici che progettavano di
far schiantare alcuni aerei sulla basilica di San Pietro, nell’ottobre
2005. Ha aggiunto che l’informazione è stata passata ai servizi di
sicurezza del Vaticano, i quali hanno adottato le misure necessarie per
prevenire l’attentato. Yelda ha poi spiegato che gli islamisti
considerano il Vaticano simpatizzante dell’Occidente e di Israele, e
pertanto un bersaglio legittimo.

A quanto pare, Al Qaeda aveva addestrato un gruppo di kamikaze


in Pakistan e nel Sudest asiatico per sequestrare un aereo in volo nei
cieli italiani e farlo precipitare sulla basilica di San Pietro. Quel mese il
Vaticano avrebbe ospitato l’XI Assemblea generale del Sinodo dei
vescovi. Alla fine, stando al diplomatico iracheno, l’operazione era
stata sospesa dallo stesso Osama bin Laden, quando aveva scoperto
che la CIA era già stata messa in allerta da «una fonte» sul possibile
attacco suicida contro la Santa Sede. L’informazione, proveniente
dall’Iraq, sarebbe giunta nelle mani di Robert E. Gorelick, capo della
sezione dell’Agenzia a Roma, e la «fonte» potrebbe essere lo stesso
Yelda.
L’ambasciatore denunciava inoltre che il corpo diplomatico e il
ministero degli Esteri iracheno, compresi i funzionari di stanza a
Roma, erano ancora controllati da membri del vecchio regime di
Saddam Hussein, nonostante il dittatore fosse stato abbattuto. 2

7. Sottolineando il fatto di avere personale inesperto e


incompetente all’ambasciata, Yelda ha detto di avere ricevuto un
nuovo funzionario amministrativo, più anziano ed esperto.
Sfortunatamente «non posso usarlo», ha aggiunto, perché è stato
inviato dal «vecchio regime» per tenermi d’occhio. (Commento: Nel
fissare il nostro incontro, Yelda ha insistito che non avvenisse
all’ambasciata iraniana, per motivi di privacy. È interessante notare
che l’assistente personale di Yelda che ci ha accompagnati alla
riunione è dello Sri Lanka.)
8. «Non so perché il ministro degli Esteri, Zebari, permetta a queste
persone di rimanere in posizioni di potere», ha detto Yelda, riferendosi
ai funzionari del corpo diplomatico del vecchio regime iracheno.
Mohamed Mahmoud al Amili, ambasciatore in Italia, è uno di questi:
apparteneva al vecchio regime e non gli si sarebbe dovuto permettere
di continuare a ricoprire quell’incarico. Yelda ha inoltre indicato
nell’ambasciatore iracheno in Giordania, Atah Razak, ex alto
funzionario del ministero degli Esteri, il capo della rete del vecchio
regime all’interno del ministero degli Esteri iracheno.

Al punto seguente, si informa che il diplomatico iraniano in


Vaticano ha allertato gli americani sugli «interpreti e i traduttori» che
il loro governo e le sue agenzie di intelligence stanno utilizzando per
tradurre conversazioni e documenti dei gruppi terroristici. Secondo
Yelda, alcuni di loro potrebbero essere stati inviati proprio da Al
Qaeda.

9. Riguardo ai metodi usati dai gruppi islamici radicali per colpire


obiettivi europei, Yelda ha sottolineato che gli sforzi degli Stati Uniti di
reclutare interpreti arabi sono un esempio di vulnerabilità che gli
islamisti hanno sfruttato. «I vostri servizi di intelligence e
immigrazione hanno assunto come interpreti e traduttori molti
islamici devoti alla causa», ha detto. «Non sono stupidi; non appena i
vostri hanno iniziato a cercare persone che parlassero arabo, gli
islamici vi hanno mandato i loro uomini migliori e più brillanti, come
infiltrati.» Yelda ha aggiunto che gli Stati Uniti dovrebbero esaminare
con attenzione il modo in cui questi interpreti traducono le parole
degli islamisti che entrano negli Stati Uniti. «Vi garantisco che
rimarrete sorpresi da ciò che sentirete», ha concluso.

Nel commento finale, gli analisti dell’ambasciata americana presso


la Santa Sede esprimono i loro dubbi circa l’affidabilità del
diplomatico iracheno come fonte informativa.

10. Durante i colloqui, Yelda si è riferito spesso alla «nostra rete»


come alla fonte delle informazioni che ci ha fornito. Era chiaro che
non stava assolutamente alludendo a nessuna organizzazione di
intelligence irachena, quanto piuttosto a un gruppo informale di cui
lui fa parte. Yelda non ha mai specificato la vera natura di questa
organizzazione, se non dicendo «le mie informazioni sono buone» e
«controllate quello che vi ho detto in precedenza e vedrete che le mie
informazioni sono buone». Gradiremmo ricevere istruzioni dal
Dipartimento su come e se ricercare una qualsiasi di queste
informazioni.
11. Yelda, che è un cristiano affiliato alla Chiesa assira d’Oriente, in
passato ha incontrato gli ambasciatori Rooney e Nicholson ed è molto
aperto alle relazioni. Il suo rapporto con il Vaticano e con altri
iracheni a Roma è meno chiaro, così come la sua buona fede riguardo
ad alcune delle informazioni che ha fornito. Recentemente, un
funzionario della Santa Sede che segue l’Iraq ci ha detto di non essere
molto in contatto con Yelda e ha fatto una vaga allusione agli «altri
interessi» che l’ambasciatore potrebbe avere. Un ecclesiastico iracheno
di alto livello a Roma non ha elogiato il lavoro diplomatico di Yelda,
nei colloqui recenti che abbiamo avuto.
Gli americani non si fidano troppo di lui, nonostante affermino che
si è incontrato varie volte con gli ambasciatori degli Stati Uniti presso
la Santa Sede, James Nicholson (2001-2005) e Francis Rooney (2005-
2008). Secondo il rapporto segreto, Yelda non è visto di buon occhio
nemmeno all’interno del Vaticano, dato che lo accusano di avere «altri
interessi», ma di fatto se le sue informazioni erano affidabili, riuscì a
evitare un attacco terroristico in piazza San Pietro che avrebbe potuto
mietere centinaia di vittime.
16
Vaticano. E poi... arrivò Ratzinger

LA mattina di venerdì 1° aprile 2005, il comandante della gendarmeria


vaticana Camillo Cibin, lo stesso che aveva premuto la mano sulla
ferita provocata dal proiettile che aveva colpito il Papa nell’attentato
del 13 maggio 1981 in piazza San Pietro, fu convocato dal cardinale
camerlengo Eduardo Martínez Somalo. Entrando nel suo ufficio,
situato nel Palazzo Apostolico, notò subito le facce scure dei presenti:
il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la
dottrina della fede, gli arcivescovi Leonardo Sandri e Giovanni Lajolo,
responsabili degli Affari interni ed esteri del Vaticano, il segretario di
Stato, Angelo Sodano, e Camillo Ruini, vicario di Roma. Le condizioni
del Sommo Pontefice erano ormai gravissime. All’ultimo momento
arrivò anche il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della
Congregazione per il clero.
Cibin fu informato che si sarebbe dovuto occupare dei preparativi
per quando Giovanni Paolo II avrebbe esalato l’ultimo respiro. Era sua
la responsabilità di proteggere la salma, una volta che il dottor Renato
Buzzonetti avesse certificato il decesso. A quel punto sarebbe scattata
l’«operazione Catenaccio».
La mattina di sabato 2 aprile, il delegato del ministero degli Interni
di Roma, Achille Serra, varcò le porte del Vaticano. Aveva ricevuto la
chiamata di un esponente delle alte sfere ecclesiastiche che lo aveva
avvertito: «Il Papa sta morendo, tenetevi pronti».
Alle 21.37, Buzzonetti dichiarò il decesso di Giovanni Paolo II:
«Certifico che Sua Santità Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla) nato a
Wadowice (Krakòv, Polonia) il 18 maggio 1920, residente nella Città
del Vaticano, Cittadino Vaticano, è deceduto alle ore 21.37 del giorno
2 aprile 2005, nel Suo Appartamento nel Palazzo Apostolico Vaticano
(Città del Vaticano) per:
- Shock settico
- Collasso cardiocircolatorio irreversibile». 1
Un gran silenzio invase le stanze vaticane, come un’onda. I sette
uomini appoggiarono il ginocchio sinistro a terra e si fecero il segno
della croce. Tutti sapevano che da quel preciso istante un ingranaggio
perfettamente oliato da secoli si sarebbe messo in moto,
trasformandoli, insieme con i loro dipartimenti, in pedine importanti
nelle ore successive.
Il comandante delle guardie svizzere Pius Segmüller e il suo vice, il
colonnello Elmar Theodor Mäder, ricevettero l’ordine di schierare i
propri uomini attorno a piazza San Pietro, a causa del flusso sempre
più consistente di fedeli che arrivavano in Vaticano preoccupati per la
salute del Pontefice; a Cibin e all’ispettore generale della gendarmeria,
Domenico Giani, furono date istruzioni perché provvedessero a
scortare le massime autorità del Collegio cardinalizio; loro stessi
avrebbero assunto i poteri temporali fino all’elezione del nuovo Santo
Padre.
Il cardinale Martínez Somalo dovette recarsi nell’ufficio del
Pontefice per distruggere il sigillo di piombo e l’anello piscatorio che il
Papa portava al dito, onde evitare che qualcuno potesse utilizzarli per
firmare documenti non approvati prima della sua morte. Uscendo
dall’ufficio, il camerlengo ordinò di sigillare le stanze: cinque sigilli di
ceralacca su nastro rosso furono apposti dal cardinale Ruini. Due
soldati della guardia svizzera non avrebbero mai smesso di sorvegliarli
e proteggerli fino a quando il nuovo Pontefice non li avesse rotti. Il
successore di Pietro era l’unico autorizzato a entrare in quello che era
stato l’ufficio di Giovanni Paolo II negli ultimi ventisette anni.
Martínez Somalo disse poi a Cibin e al colonnello Mäder di tenersi
pronti per una riunione del cosiddetto «comitato di crisi», formato
dalle autorità della Repubblica italiana e della città di Roma. I due
avrebbero agito da intermediari tra il Vaticano e le forze di sicurezza
dello Stato italiano.
Intorno alle 21.55, appena diciotto minuti dopo la certificazione del
decesso, l’arcivescovo Leonardo Sandri annunciò la notizia a tutto il
mondo. Il rumore della folla riunita in piazza San Pietro non era
percepibile oltre il portone di bronzo che dà accesso al Palazzo
Apostolico. Al suo interno, si udivano solo i passi delle pattuglie della
guardia svizzera e i sussurri dei cardinali e degli alti membri della
curia. Era chiaro che dopo tanti secoli di riti, il cuore della Chiesa
cattolica continuava a battere regolarmente come un orologio,
segnando i minuti del rituale della «sede vacante».
Martínez Somalo impartì ordini precisi a Camillo Ruini e a Joseph
Ratzinger, quest’ultimo incaricato, in veste di decano del Sacro
collegio cardinalizio, di convocare ufficialmente il conclave e assistere
i partecipanti una volta giunti a Roma.
Intorno alla mezzanotte di giovedì 7 aprile, alla vigilia del funerale
di Giovanni Paolo II, il vice della segreteria di Stato, l’arcivescovo
argentino Leonardo Sandri, informò con una chiamata d’urgenza il
capo della gendarmeria di avere ricevuto comunicazione dall’Air
Force One, l’aereo presidenziale degli Stati Uniti, che, una volta
atterrati a Roma, i capi della delegazione desideravano recarsi alla
basilica di San Pietro per pregare davanti alla salma del Papa. Nel giro
di un paio d’ore, un presidente e due ex presidenti degli Stati Uniti si
sarebbero inginocchiati dinanzi alle spoglie di un Pontefice.
Il responsabile della sicurezza del Vaticano si mise in contatto con
le autorità italiane a Roma e con i responsabili dei servizi segreti
americani. George W. Bush e il suo seguito – la moglie Laura, il padre
ed ex presidente George H.W. Bush, l’ex presidente Bill Clinton e il
segretario di Stato Condoleezza Rice – giunsero alle porte del Vaticano
intorno all’1.35. La sicurezza era ai massimi livelli nella basilica, ma
agli agenti dei servizi segreti fu vietato entrare con le armi. Per alcuni
minuti, la sicurezza degli ospiti fu in mano alla guardia svizzera e alla
gendarmeria.
Venerdì 8 aprile, dopo una preghiera, si tenne l’ultima riunione con
i responsabili della sicurezza vaticani e italiani. Come un generale
prima della battaglia, Martínez Somalo – accompagnato dal
penitenziere maggiore, James Francis Stratford, dal vicario di Roma,
Camillo Ruini, e dal vicario generale per lo Stato della Città del
Vaticano, Angelo Comastri –, aveva sul tavolo una grande cartina del
Vaticano e una pianta della piazza di San Pietro, sulle quali erano
poste, tutte allineate, delle bandierine di diversi colori che
rappresentavano presidenti, primi ministri, re e leader religiosi. Il
sindaco di Roma, Walter Veltroni, e il capo della Protezione civile,
Guido Bertolaso, ascoltavano le spiegazioni del camerlengo.
Sui tetti circostanti, centinaia di fotografi, telecamere e giornalisti
di novanta Paesi, che rappresentavano oltre tremila mezzi di
comunicazione, attendevano l’inizio della cerimonia. Dalle prime ore
del mattino, circa trecentomila persone si erano radunate dietro le
transenne collocate dalla polizia italiana intorno al colonnato del
Bernini. Un agente della sicurezza vaticana disse che «mai prima nella
storia si erano concentrate così tante forze di sicurezza di tutto il
mondo in così pochi chilometri quadrati». Era chiaro che si riferiva
alle scorte dei capi di Stato e di Governo – quasi duecento – seduti di
fronte alla salma del Pontefice.
Il cielo era coperto e un forte vento cominciò a spirare in piazza
San Pietro, sollevando le rosse tuniche cardinalizie. Tutto il mondo era
in allerta per i potenti giunti a rendere l’ultimo omaggio al Papa
polacco.
La cerimonia cominciò in forma privata all’interno della basilica. Il
cardinale Martínez Somalo celebrò il rito della chiusura della bara,
una semplice cassa in legno di cipresso. L’arcivescovo Piero Marini,
maestro delle celebrazioni liturgiche, procedette alla lettura del
«rogito», una breve biografia del defunto, e lo depositò nel feretro.
Subito dopo, il segretario privato del Papa, Stanisław Dziwisz, coprì il
cadavere con un telo bianco. Mentre il decano del Collegio
cardinalizio Ratzinger si preparava a recitare l’omelia, Cibin ricevette
un altro allarme. Questa volta, l’incidente era avvenuto tra agenti
dell’intelligence italiana e statunitense: sembrava che gli uomini della
scorta del presidente Bush avessero cercato di entrare armati in una
zona controllata dai servizi di sicurezza italiani. Era chiaro che lo
scontro a fuoco in cui l’agente segreto Nicola Calipari era rimasto
ucciso dai proiettili dei marines in Iraq, nel marzo 2005, continuava a
suscitare una certa diffidenza tra i due Paesi.
Il clamore del pubblico giunto fino a San Pietro divenne un
mormorio quando comparve la bara, seguita da centoquaranta
cardinali vestiti di rosso, che fu deposta su un tappeto rosso. Dopo
l’omelia, interrotta per ben tredici volte dagli applausi e terminata con
grida di «Santo, santo», dopo la comunione e la preghiera per i
defunti, il coro vaticano intonò il Magnificat, accompagnato dai
rintocchi delle campane. Il feretro fu quindi trasportato nella cripta di
San Pietro per essere tumulato.
Con questa cerimonia e la partenza dall’aeroporto di Roma
dell’ultimo capo di Stato, l’«operazione Catenaccio» poteva
considerarsi conclusa. Era giunto il momento di avviare il conclave
per eleggere il successore di Giovanni Paolo II. «È ora del novendiale
[le nove giornate di lutto che seguono la morte del Pontefice], del
conclave e di un nuovo Papa», disse Martínez Somalo.
Il giorno scelto per l’inizio del conclave era lunedì 18 aprile. Gli
uomini della sicurezza vaticana furono incaricati di proteggere i
centoquindici cardinali elettori per evitare che durante le votazioni
potessero essere influenzati dall’esterno, nonché di sorvegliare
l’interno della Domus Sanctae Marthae, la residenza dei porporati fino
all’elezione del nuovo Pontefice. Ogni giorno gli agenti dovevano
«setacciare» tutte le stanze per evitare intercettazioni con microfoni
nascosti, o semplicemente per cercare radio e televisori. All’inizio del
conclave era infatti stato proibito ogni apparecchio di comunicazione.
I due «mastini» selezionati dal Collegio cardinalizio per sorvegliare
che l’elezione si svolgesse secondo le regole erano il padre cappuccino
Raniero Cantalamessa, esperto di esercizi spirituali nonché
predicatore ufficiale della Casa pontificia, e il cardinale ceco Tomas
Spidlik, uno dei massimi esperti di spiritualità orientale.
Si aprirono le scommesse sul nome del successore alla cattedra di
San Pietro. Era chiaro che gli elettori preferivano qualcuno che
assicurasse continuità, possibilmente appartenente al cosiddetto
«circolo polacco», formato dai cardinali più vicini a Giovanni Paolo II.
Prima dell’inizio del conclave, i favoriti erano Jorge Mario Bergoglio,
Dionigi Tettamanzi e Joseph Ratzinger. Sabato 16 aprile, durante
l’ultima riunione dei cardinali elettori, lo stesso Ratzinger aveva
ordinato il «silenzio assoluto»: era proibita qualsiasi dichiarazione ai
mezzi di comunicazione.
Per i centoquindici cardinali incaricati di eleggere il 265° Pontefice
della Chiesa cattolica era giunta l’ora della verità. Pochi minuti dopo
che l’arcivescovo Piero Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche,
ebbe pronunciato le famose parole «extra omnes», il cardinale decano
Joseph Raztinger lesse ad alta voce il giuramento con cui ogni elettore
si impegnava a osservare le norme della Costituzione apostolica
Universi dominici gregis e a mantenere il più assoluto riserbo su tutto
ciò che riguardava l’elezione del nuovo Santo Padre.
Le urne d’argento e di bronzo dove vengono raccolte le schede con
i voti erano già predisposte sull’altare maggiore. Erano state preparate
anche le due stufe, quella vecchia che avrebbe bruciato i foglietti delle
votazioni e quella più moderna che, con l’aiuto di alcune sostanze
chimiche, avrebbe prodotto la fumata bianca o la fumata nera. Erano
pronte anche le panche su cui si sarebbero seduti i cardinali, e il tavolo
coperto da un telo color porpora dove gli incaricati dello scrutinio e
del conteggio avrebbero aperto le schede, leggendole a voce alta, per
poi bucarle con un grosso ago e far passare un filo attraverso tutti i
fori. L’Osservatore Romano, organo ufficiale della Santa Sede, aveva
già pronte sessanta possibili prime pagine.
Il conclave ebbe dunque ufficialmente inizio il 18 aprile 2005 alle
17.30. Alle 20.06, dal camino situato sopra il tetto di San Pietro
apparve la prima fumata nera. Nessun candidato aveva ottenuto i voti
necessari per essere eletto Sommo Pontefice, vale a dire settantasette.
La mattina del 19 aprile, gli elettori tornarono a riunirsi. Un gruppo
di cardinali guidò la votazione a favore di Ratzinger, la cui vittoria
cominciava a delinearsi. Era chiaro che Tettamanzi era rimasto fuori
del «totonomi» di fronte all’opposizione del blocco guidato da Angelo
Scola. L’argentino Bergoglio era l’unico che poteva avere una certa
possibilità di ottenere i voti necessari, ma divenne un «candidato di
blocco». Mentre la forza di Joseph Ratzinger e dei suoi sostenitori
cresceva, fu lo stesso Bergoglio a chiedere ai cardinali di non
appoggiarlo più e di dare il loro voto a Ratzinger. Alle 17.50, dal
piccolo e stretto camino apparve una fumata bianca, ma non ci furono
gli annunciati rintocchi di campane. In piazza San Pietro scese la
confusione, finché, all’improvviso, le grandi campane della basilica
cominciarono a suonare a festa: il 265° Pontefice era stato eletto.
Alcuni minuti prima, alla quarta votazione, il cardinale Joseph
Aloisius Ratzinger aveva raggiunto il quorum necessario all’elezione:
centosette voti su centoquindici. Subito dopo, Angelo Sodano gli
domandò: «Accetti la tua elezione canonica a Sommo Pontefice?» e il
tedesco rispose affermativamente. Alla seconda domanda: «Con che
nome desideri essere chiamato?» rispose: «Con il nome di Benedetto
XVI». Il nuovo Papa pregò davanti all’altare della cappella Sistina e poi
si trasferì nella cosiddetta «camera lacrimatoria», dove rimase un poco
da solo, con le sue emozioni. Fu quindi aiutato a indossare gli abiti del
Sommo Pontefice, confezionati in tre taglie diverse dal famoso sarto
Gammarelli.
Nel frattempo, come vuole la tradizione, il cardinale protodiacono,
il cileno Jorge Arturo Medina Estévez, diede l’annuncio ufficiale:
«Annuntio vobis gaudium magnum: habemus Papam!
Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum, Dominum Josephum
Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Ratzinger qui sibi nomen
imposuit Benedictum XVI». In quell’istante, il nuovo Papa si affacciò al
balcone per pronunciare la benedizione Urbi et orbi.
Quello stesso giorno, l’ambasciata degli Stati Uniti in Vaticano
redasse un’informativa classificata come «riservata» e intitolata «Papa
Benedetto XVI succede a Giovanni Paolo II». Nel riassunto, gli analisti
si mostrano stupiti per l’esito del conclave, proprio come la loro fonte,
Charles Brown, un alto funzionario della Congregazione per la
dottrina della fede.

1. Il 19 aprile, il Collegio cardinalizio cattolico ha eletto a Sommo


Pontefice il cardinale tedesco Joseph Ratzinger. Ratzinger, settantotto
anni, ha scelto il nome di Benedetto XVI. Nonostante le speculazioni
mediatiche, secondo cui Ratzinger aveva il sostegno di numerosi
cardinali, la sua elezione è stata una sorpresa per molti, dato che alcuni
indizi lasciavano supporre che altre voci più moderate avrebbero
potuto impedire la maggioranza dei due terzi. Proprio ieri il
funzionario politico ha avuto un colloquio con un assistente di alto
livello di Ratzinger, monsignor Charles Brown, americano, il quale gli
ha chiesto in tono scherzoso di pregare per la candidatura di
Ratzinger. Quando si sono rivisti, subito dopo la prima apparizione di
Benedetto XVI in veste di nuovo Papa, Brown era sbigottito: «Sono
senza parole», ha detto.

Secondo gli americani, Joseph Ratzinger è un uomo potente, ma


anche «sorprendentemente umile, spirituale e disponibile», rispetto a
quanto dicono di lui i media, che lo definiscono «riservato, un despota
autocratico».

2. Ratzinger era decano del Collegio cardinalizio e da tempo è


considerato uno dei due o tre uomini più potenti del Vaticano.
Quando era a capo della Congregazione per la dottrina della fede della
Santa Sede – incaricata di sorvegliare sull’ortodossia teologica –,
Ratzinger si è fatto la reputazione di conservatore convinto, persona di
polso con i teologi indisciplinati. I mass media lo ritraggono spesso
come un uomo riservato, un despota autocratico. Tuttavia, negli
incontri con lui abbiamo notato che è sorprendentemente umile,
spirituale e disponibile.
3. Invieremo un’analisi più dettagliata del probabile corso del
papato di Benedetto XVI, ma le linee generali sembrano ben definite.
Benedetto XVI seguirà le orme di Giovanni Paolo II a livello teologico;
non ci sarà alcuna apertura della politica cattolica sull’aborto, la
contraccezione, il celibato dei sacerdoti e altre questioni che
accendono il dibattito. In un sermone pronunciato lunedì prima
dell’apertura del conclave, Ratzinger ha messo in chiaro che il nuovo
Papa non deve fare marcia indietro di fronte alla secolarizzazione e alle
altre sfide cui l’ortodossia deve far fronte.

L’aspetto più curioso è che gli americani sanno già che il principale
cavallo di battaglia del suo pontificato sarà la «decristianizzazione
dell’Europa» di fronte alla sempre più allarmante «islamizzazione
dell’Europa» e sottolineano le obiezioni avanzate da Ratzinger, un
anno prima, rispetto al possibile ingresso della Turchia nell’Unione
Europea. A posteriori, ora che Benedetto XVI non è più Papa, si può
dire che gli analisti dell’intelligence statunitense ci abbiano azzeccato
abbastanza, prevedendo che, negli anni del suo pontificato, la perdita
di terreno del cristianesimo in Europa sarebbe stata uno dei suoi
maggiori grattacapi.

4. Probabilmente, papa Benedetto XVI porrà molta enfasi sulla


Chiesa in Europa. Ratzinger ritiene che l’Europa sia la patria spirituale
e storica della Chiesa, e non è pronto a cederla alle forze del
secolarismo o all’islam. Ratzinger ha fatto notizia nell’agosto 2004,
quando ha espresso le proprie riserve sulla prospettiva che la Turchia
entri a far parte dell’UE (04 Vaticano 3196). Ha anche guidato una
campagna, in ultima analisi fallimentare, perché nella nuova
Costituzione europea siano menzionate le radici cristiane dell’Europa,
che era uno degli obiettivi primari dell’ultimo anno di pontificato di
Giovanni Paolo II. Molti nella Santa Sede hanno messo in discussione
la logica di tale approccio, considerato che la Costituzione forniva già
le tutele legali di cui la Chiesa aveva bisogno, ma questo riflette una
certa attenzione del nuovo Papa per il futuro spirituale dell’Europa.

Dopo il pontificato di quasi ventisei anni e mezzo di Giovanni


Paolo II, gli analisti si domandano se quello di Benedetto possa essere
di transizione, anche per ragioni legate all’età di Ratzinger, di
vent’anni più vecchio rispetto a Wojtyla quando era stato eletto nel
1978. Si soffermano quindi brevemente sui motivi della scelta del
nome «Benedetto», usato in precedenza dal cardinale Giacomo della
Chiesa (Benedetto XV), divenuto Papa il 3 settembre 1914.

5. Nello scegliere il nome di Benedetto XVI, probabilmente


Ratzinger ha tenuto presente che a settantotto anni, e dopo un papato
storico, la sua sarà una figura di transizione. Il pontificato di Benedetto
XV durò solo dal 1914 al 1922. San Benedetto, fondatore della
tradizione monastica europea, è il santo patrono d’Europa: un altro
indizio delle intenzioni di Benedetto XVI.

Ai punti 6 e 7, gli americani elencano i dati biografici del nuovo


Papa senza entrare troppo nei dettagli, ma al punto 8, nel commento
finale, fanno un’interessante analisi delle ragioni che hanno portato il
Sacro collegio cardinalizio a eleggere Joseph Ratzinger. I funzionari
dell’ambasciata degli Stati Uniti prevedono che Benedetto XVI non
rivestirà un ruolo tanto attivo in politica estera quanto il suo
predecessore, e raccomandano al dipartimento di Stato a Washington
di rivolgersi a lui fin dall’inizio per aiutarlo a definire il suo obiettivo,
«quando comincerà a scontrarsi con il mondo che c’è fuori delle mura
del Vaticano».

8. L’elezione del teologo di Giovanni Paolo II a suo successore


suggerisce che il Collegio cardinalizio cercasse la maggior continuità
teologica possibile nel nuovo Papa. Al contrario, è poco probabile che
il settantottenne «umile lavoratore nella vigna del Signore», come si
descrive, si staglierà quale figura di spicco sul palcoscenico mondiale al
pari del giovane e vigoroso Giovanni Paolo II quando fu eletto. Anche
se porterà avanti la missione globale della Santa Sede lasciatagli dal suo
predecessore, è assai probabile che il suo obiettivo sia più rafforzare la
Chiesa dall’interno che promuovere il suo ruolo all’esterno.
Nonostante la sua visione eurocentrica, dovrà anche affrontare le
preoccupazioni di quei cattolici nei Paesi in via di sviluppo la cui
priorità continua a essere una Chiesa socialmente e politicamente
attiva nello sforzo per combattere la povertà, le malattie e
l’oppressione. A questo riguardo, e più in generale sulle questioni
internazionali, si troverà nella difficile condizione di dover imparare.
Noi dovremo aiutarlo dal principio a dare forma a questo approccio,
quando comincerà a scontrarsi con il mondo che c’è fuori delle mura
del Vaticano.

Nel febbraio 2013, dopo sette anni, dieci mesi e nove giorni del
pontificato di Benedetto XVI, cominciò una delle più profonde crisi
vissute dalla Chiesa cattolica da quando lo Stato Pontificio perse la
maggior parte dei suoi territori, annessi alla Repubblica italiana nel
1870. Di ritorno da un viaggio a Cuba, il Papa dovette affrontare il
rapporto sul caso Vatileaks, redatto da tre cardinali ottuagenari, lo
spagnolo Julián Herranz, lo slovacco Jozef Tomko e l’italiano
Salvatore De Giorgi. Seduto nel suo ufficio di Castel Gandolfo,
Benedetto lesse pagina per pagina tutto il documento. Guerre di
potere in seno al Sacro collegio cardinalizio, alle congregazioni e ai
dicasteri, riciclaggio di denaro sporco da parte dello IOR, oltre a nomi
di delatori, casi di frode e corruzione, appropriazioni indebite
milionarie e perfino una lobby gay all’interno della Santa Sede. 2
Quando chiuse il dossier, il Papa aveva ormai tutti i dati. Gli angeli
caduti si possono combattere con la preghiera e il buon esempio, ma
contro i principi della Chiesa è più consigliabile usare una spada di
acciaio temprato e un braccio giovane e possente in grado di
impugnarla. Ratzinger non aveva più le forze per poter anche solo
tentare di sollevare quella spada. Dicono che fu in quel periodo che
Benedetto XVI – un uomo timido, colto, pragmatico, incapace di uno
scontro diretto, uno dei massimi teologi, un intellettuale rigoroso
difficile da classificare e con una profonda conoscenza degli intrighi
vaticani – decise di uscire di scena. 3 E lo annunciò lunedì 11 febbraio
2013, con queste parole:

Carissimi fratelli,
vi ho convocati a questo concistoro non solo per le tre
canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande
importanza per la vita della Chiesa. Dopo avere ripetutamente
esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza
che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare
in modo adeguato il ministero petrino.
Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza
spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole,
ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi,
soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza
per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare
il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo,
vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover
riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me
affidato.
Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena
libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma,
successore di san Pietro, a me affidato per mano dei cardinali il 19
aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20, la sede di
Roma, la sede di san Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da
coloro a cui compete, il conclave per l’elezione del nuovo Sommo
Pontefice.
Carissimi fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il
lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo
perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura
del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la
sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i
Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice.
Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto
cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio. 4
Alcuni giorni dopo avere occupato la cattedra di San Pietro,
Benedetto XVI aveva detto: «Mi sembra di sentire la sua mano [di
Giovanni Paolo II] forte che stringe la mia, di vedere i suoi occhi
sorridenti, di ascoltare le sue parole – ‘Non avere paura’ – rivolte
particolarmente a me», 5 e semplicemente non ha avuto paura di
comunicare la sua rinuncia, che divenne effettiva giovedì 28 febbraio
alle 20. Ratzinger aveva appena provocato una delle più grandi crisi di
tutta la storia della Chiesa cattolica e del piccolo Stato del Vaticano,
ma è anche vero che mentre il mondo continua a girare, la Santa Sede
continua a muoversi lentamente nel suo universo ermetico, in cui
tutto quello che non è sacro è segreto e «chi sa non parla e chi parla
non sa».
GIOVANNI PAOLO II
(1978-2005)
17
Iraq. Dalla «guerra giusta»
di Wojtyla alla «guerra ingiusta»
di Bush

NEL 1985, al settimo anno di pontificato, Giovanni Paolo II lanciò ai


musulmani quella che i prelati della curia definirono una «grande
offensiva di dialogo». Karol Wojtyla aveva davvero un’alta opinione di
alcuni aspetti della religione musulmana, quali il monoteismo, la
profonda sottomissione a un Dio buono e generoso, l’impegno
regolare nella preghiera, i digiuni penitenziali, elementi che i cristiani
occidentali hanno perso. Ma, d’altro canto, provava anche una grande
diffidenza nei confronti dell’islam, una diffidenza che arrivava a
sfiorare la paura. «Mi preoccupa molto il fondamentalismo, quello
islamico in Iran, quello di Saddam [Hussein], quello del Nordafrica»,
rivelò il Papa all’ambasciatore di Israele in Italia, Avi Pazner. 1
L’Iraq si stava lentamente trasformando in un problema serio e in
una mina vagante per la regione, e Washington voleva che apparisse
come tale ai possibili alleati in una futura guerra, Vaticano compreso.
L’11 aprile 2001, l’amministrazione Bush approvò l’uso delle forze
armate in Iraq, poiché considerava il regime di Saddam Hussein
«un’influenza destabilizzante per il flusso di petrolio sui mercati
internazionali del Medio Oriente». Cinque mesi prima dell’11
settembre, dunque, i gruppi neoconservatori chiesero alla Casa Bianca
di promuovere un colpo di Stato a Baghdad, instaurando un governo
fantoccio che utilizzasse il petrolio iracheno per creare difficoltà
all’OPEC (Organization of the petroleum exporting countries,
Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) attraverso un
massiccio aumento della produzione, quasi del 70%. 2
All’inizio del 2002, un anno prima dell’avvio dell’operazione Iraqi
Freedom, gli strateghi di George W. Bush misero in atto l’operazione
Southern Focus, intensificando i bombardamenti nelle zone di
interdizione al volo, le no-fly zones. Nel settembre 2002, le forze aeree
statunitensi lanciarono cinquantaquattro tonnellate di bombe in
territorio iracheno. 3
È evidente che se Bush, il vicepresidente Dick Cheney, il segretario
alla Difesa Donald Rumsfeld e il segretario di Stato Colin Powell
intendevano entrare in guerra contro l’Iraq, avevano bisogno di alleati,
militari o politici. La Casa Bianca, però, non voleva che l’operazione
apparisse come una decisione unilaterale, quindi ordinò a Powell di
ideare una chiara strategia al fine di reclutare alleati, tra cui la Santa
Sede.
Il 13 settembre 2002, l’ambasciata degli Stati Uniti presso il
Vaticano inviò un rapporto «confidenziale» a Washington, dal titolo
«La Santa Sede e la mappa del percorso della diplomazia pubblica
irachena».

1. Riassunto: La Santa Sede presenta sia problemi sia opportunità


riguardo alla diplomazia pubblica con l’Iraq. A differenza di altri
luoghi, il nostro «pubblico» con il Vaticano è limitato, ma la sua
influenza è davvero globale ed è una delle voci più importanti su cui
possiamo cercare di influire. Come abbiamo detto recentemente (RIF
B e C), il regime iracheno preoccupa la Santa Sede ma, in base alle
informazioni avute finora, questa è contraria a un intervento militare.
Tuttavia, nonostante la sua tradizionale opposizione all’uso della forza,
il cancelliere della Santa Sede ha lasciato aperta la possibilità di azioni
militari, ma solo dopo avere preso in considerazione le implicazioni
per la popolazione irachena, per la stabilità della regione, per quella
mondiale e soltanto sotto l’egida dell’ONU. Pertanto, la nostra prima
sfida diplomatica è cercare di portare dalla nostra parte il Papa e gli alti
funzionari del Vaticano. Fine del riassunto.
Al punto 2, sotto il titolo «Fare il nostro gioco», gli analisti della
delegazione diplomatica indicano i temi che devono essere trattati per
convincere la Santa Sede della necessità di un intervento militare. Il
Vaticano crede che il maggior pericolo derivante da un attacco in Iraq
possa essere un effetto a catena, che trascinerebbe in guerra Israele.

2. La Santa Sede riconosce il rischio per la sicurezza costituito dalle


armi di distruzione di massa, così come la minaccia che Saddam
rappresenta per il suo popolo e per la regione. Non ha bisogno di
essere convinta circa la natura di Saddam, la sua storia al potere o i
potenziali rischi che prospetta. Ciò che manca, secondo la Santa Sede,
sulla base delle recenti discussioni e presentazioni degli alti funzionari
del Vaticano, è quanto segue:
– Una chiara spiegazione del perché l’Iraq non possa essere contenuto
senza un’azione militare diretta.
– Una giustificazione convincente del perché oggi la minaccia
irachena sia maggiore rispetto al passato, motivo per cui si
renderebbe necessario un intervento immediato.
– Un’esaustiva valutazione delle ripercussioni sul popolo iracheno, sui
Paesi della regione e sulla stabilità mondiale in caso di adozione di
misure piuttosto che di un non intervento (la Santa Sede teme che ci
sia il rischio di una reazione a catena che porterebbe in guerra
Israele, in modo potenzialmente devastante).
– Una dimostrazione convincente che la comunità mondiale ha
tentato tutte le opzioni e deve agire militarmente per evitare una
calamità maggiore.

Ai punti 3 e 4, si affronta la questione della «guerra giusta», difesa


in generale dal Vaticano e in particolare da Giovanni Paolo II e dal
responsabile della sezione per i Rapporti con gli Stati, il cardinale
Jean-Louis Tauran. Gli americani cercano di dare risposte concrete
per controbattere alle opinioni della Santa Sede sulla «guerra giusta».

3. In ultima istanza, la posizione ufficiale della Santa Sede su


un’azione internazionale in Iraq – nello specifico se appoggiare o
meno un intervento militare in Iraq – dipende dal fatto che questa
azione sia in linea con la dottrina della guerra giusta, così com’è
prevista nel catechismo cattolico. Se gli sforzi ufficiali e la diplomazia
pubblica degli Stati Uniti riusciranno a far sì che tale intervento
soddisfi i criteri della guerra giusta, le possibilità che il Vaticano ne
riconosca la necessità saranno maggiori. Nel RIF. D si illustra la
dottrina della guerra giusta e si sottolinea l’importanza di collaborare
con la Santa Sede nel nostro procedere alla ricerca di un appoggio
internazionale per l’azione contro l’Iraq.
4. Gli elementi chiave della teoria della guerra giusta che è
necessario affrontare per aprirsi la strada con la Santa Sede sono i
seguenti:
– Ogni risposta militare al male non può portare a un male più
grande:
Il ministro degli Esteri Tauran lo ha nuovamente sottolineato il 10
settembre (RIF. B) in un’intervista rilasciata a un importante
quotidiano italiano legato alla Chiesa, Avvenire. La Santa Sede è
preoccupata che l’intervento in Iraq possa provocare una guerra
regionale a vasto raggio e teme per la vita degli innocenti coinvolti in
qualsiasi conflitto militare.
– La forza impiegata deve essere proporzionata al fine:
In questo senso, la Santa Sede non permetterebbe né appoggerebbe
una campagna militare aerea che preveda enormi perdite civili
irachene.
– La guerra giusta può essere portata avanti soltanto da un’autorità
legale:
La definizione di autorità legale è aperta al dibattito, ma Tauran
insiste che qualsiasi intervento militare in Iraq «dovrebbe avvenire con
una decisione presa nel quadro delle Nazioni Unite», ed è quindi
evidente che in questo caso la Santa Sede si riferisce all’ONU come
autorità essenziale per sancire ogni azione contro Saddam.
– Prima di ricorrere alla forza devono essere tentate tutte le vie:
Tauran e altri funzionari hanno chiesto se il ricorso all’opzione
militare sia l’unica possibilità o l’unico vero mezzo per garantire una
vera pace. La Santa Sede opta per il dialogo e per un compromesso
all’interno della legge internazionale e ovviamente preferirebbe che la
comunità internazionale esercitasse tutti gli altri tipi di pressioni,
prima di passare all’intervento armato.

Nei tre paragrafi successivi del documento, gli analisti


dell’ambasciata americana a Roma propongono diverse misure. L’idea
è di ottenere l’appoggio pubblico e privato del Vaticano
all’amministrazione Bush nel suo intento di attaccare l’Iraq.

5. Ovviamente, la Santa Sede ritiene che il suo ruolo sia quello di


voce internazionale di pace e riconciliazione e di «costruttrice di
ponti» tra i popoli. Inoltre, il Papa ha lavorato intensamente per
evitare una deriva globale verso uno «scontro di civiltà». Questa
posizione non riflette solo la tradizionale preoccupazione della Santa
Sede circa la sicurezza fisica dei cattolici nei Paesi in cui rappresentano
una minoranza, ma anche quella relativa al suo ruolo di voce morale e
spirituale dell’umanità. Come primo passo nella costruzione di un
appoggio all’interno della Santa Sede, rinnoviamo la nostra richiesta di
riunioni informative ad alti livelli che spieghino il perché dell’azione, il
suo potenziale impatto sulle zone coinvolte e la prospettiva di stabilità
che conseguirebbe all’intervento militare.
6. Nello stesso modo in cui il governo statunitense ha sviluppato
con Giovanni Paolo II un dialogo con vantaggi reciproci durante la
guerra fredda, l’ambasciata ritiene che un dialogo sulla risposta
internazionale al terrorismo potrebbe offrire benefici analoghi.
7. Al di là di tale impegno diretto del governo degli Stati Uniti,
esperti statunitensi della guerra giusta, come Michael Novak, godono
già di una buona reputazione presso la Santa Sede. Una campagna
diplomatica pubblica dovrebbe cercare di sottolineare i loro punti di
vista e in alcuni casi sostenerli come interlocutori tra l’ambasciata e la
Santa Sede. Inoltre, importanti autorità di politica estera, quali Henry
Kissinger o Zbiniew Brzezinski, hanno accesso indipendente alla Santa
Sede e devono essere incoraggiati a condividere le loro opinioni
sull’Iraq e sulla necessità di una risposta diretta al terrorismo.
Ma la posizione del Vaticano in merito al sostegno a un intervento
militare rimase immutata. Il 14 gennaio 2003, quattro mesi dopo il
primo rapporto e a due mesi dall’inizio dell’operazione Iraqi Freedom,
l’ambasciata degli Stati Uniti inviò una nuova informativa, intitolata
«Doppia missione (Roma e Vaticano) per un piano di diplomazia
pubblica sull’Iraq». Il motivo di tale missione era «comunicare il
nostro messaggio sull’Iraq al pubblico cattolico italiano e
internazionale».
In uno dei paragrafi del documento si sottolinea l’impegno
dell’ambasciatore presso la Santa Sede, James Nicholson, nel
convincere le alte sfere cattoliche della necessità di un attacco in Iraq.
Anche Jeffrey W. Castelli, capo della sezione della CIA a Roma, si
muove in Vaticano per ottenerne l’appoggio.

2. Nello specifico, dal discorso del presidente dell’UNGA [United


Nations general assembly, Assemblea generale delle Nazioni Unite] le
nostre missioni hanno portato avanti una solida iniziativa diplomatica
pubblica per spiegare la posizione degli Stati Uniti verso l’Iraq.
Abbiamo scritto e pubblicato tre articoli esplicativi su testate nazionali
a firma dell’ambasciatore Sembler, programmato una serie di meeting
e DVCS [Digital video conferences, videoconferenze] sulla questione
irachena, avviato un nuovo bollettino digitale per dare spazio agli
articoli di politica sull’Iraq e programmato incontri di funzionari di
alto livello per parlare con un pubblico selezionato, come think tank e
università. L’ambasciatore in Vaticano, Nicholson, ha anche realizzato
una serie di interviste con i mezzi di comunicazione vaticani, nelle
quali ha discusso la questione irachena.
3. Ma dobbiamo fare di più. Anche se il governo italiano ha dato un
notevole supporto alla nostra politica e la Santa Sede ha lasciato aperta
la possibilità di un’azione approvata dall’ONU, c’è un’impressionante
varietà di gruppi di influenza e istituzioni che si oppongono all’uso
della forza non autorizzata dall’ONU. Voci autorevoli della Chiesa
cattolica, il centrosinistra e il movimento operaio hanno dichiarato
pubblicamente la loro opposizione a una guerra preventiva in Iraq
guidata dagli Stati Uniti. Inoltre, se si ha la percezione che gli Stati
Uniti agiscano al di fuori dell’egida dell’ONU, c’è il rischio che i
parlamentari cattolici all’interno della coalizione del governo seguano
la visione della Santa Sede, la quale ritiene che soltanto l’azione
stabilita dalla comunità internazionale presenti i criteri della guerra
giusta. Questo potrebbe influire sulla posizione del governo italiano.

Al punto 6 del rapporto, gli analisti sostengono che Giovanni Paolo


II ha messo in atto un’«offensiva di pace» per evitare la guerra, ma
lanciano un’aperta critica ai media, affermando che, nonostante il
Vaticano si sia mostrato possibilista su un intervento in Iraq, questi
non fanno altro, invece, che porre l’accento sugli appelli alla pace. In
seguito, al punto 7, si suggeriscono quattro temi su cui concentrare il
dibattito per convincere la Santa Sede ad appoggiare l’azione militare
contro Saddam Hussein.

6. In Vaticano, il Papa ha recentemente messo in atto, a fine anno,


«un’offensiva di pace», con una serie di dichiarazioni che vogliono
contrastare la percezione dell’ineluttabilità della guerra e spingono a
cercare di prendere tutte le misure necessarie per evitare il conflitto.
Sebbene la posizione del Vaticano non escluda la possibilità di una
guerra giusta, i mass media tendono a mettere in risalto solo i richiami
alla pace, facendo così credere che la Santa Sede si opponga a qualsiasi
guerra.
7. In questa situazione, a nostro avviso, è importante sottolineare i
seguenti argomenti e messaggi:
– Multilateralismo: gli Stati Uniti devono muoversi deliberatamente
ma con decisione, consultando gli alleati, costruendo una coalizione
di alleati dalle idee simili, per quanto possibile attraverso l’ONU e
cercando di applicare la Risoluzione 1441.
– Rafforzamento della pace internazionale: l’Iraq è in piena
violazione, è troppo pericoloso lasciare in mano a Saddam armi di
distruzione di massa, gli Stati Uniti sono consapevoli dei pericoli
dell’azione militare, ma devono anche soppesare i rischi
dell’inazione. Dopo l’11 settembre, una nuova era ha dimostrato la
necessità di rivalutare l’idea tradizionale di guerra giusta.
– Stabilità regionale: l’Iraq continua a costituire una minaccia per i
suoi vicini, un difensore del terrorismo palestinese e non solo.
– Diritti umani: gli iracheni vivrebbero meglio senza il brutale regime
di Saddam, gli Stati Uniti stanno lavorando attivamente sul post
Saddam; il popolo iracheno, come altri, deve avere la possibilità di
decidere democraticamente del proprio futuro. La libertà deve
gettare radici stabili nel mondo arabo, così come in altri luoghi.

Gli analisti dell’ambasciata propongono quindi una serie di


conferenze con esperti americani favorevoli alla guerra contro l’Iraq,
per tentare di convincere i media, i leader e i gruppi di opposizione
italiani e vaticani. È da notare che tutti gli esperti menzionati
appartengono a think tank neoconservatori: il Brookings Institution, il
Center for strategic and international studies (CSIS) o l’American
enterprise institute for public policy research (AEI). Alcuni giornalisti
italiani vengono poi invitati a visitare il Comando centrale degli Stati
Uniti (Centcom) a Tampa, in Florida:

– Videoconferenza con l’esperto di Iraq, Kenneth Pollack (Brookings


Institution) (seconda settimana di gennaio).
– Programma di meeting con l’esperto di Iraq, Harlan Ullman
(Center for strategic and international studies) (quarta settimana di
gennaio).
– Incontri con Michael Novak (American enterprise institute) sulla
teoria della guerra giusta e sulla politica degli Stati Uniti in Iraq
(seconda settimana di febbraio).
– Incontri con l’esperto di Medio Oriente, Kenneth Stein (Emory
University e The Carter Center) (prima e seconda settimana di
marzo).
– Tra febbraio e marzo, ulteriori programmi di incontri e
videoconferenze con:
– Charles Duelfer, Center for strategic and international studies, sulle
armi di distruzione di massa;
– Charles Forrest, sul convincere Londra dei crimini del regime
iracheno, e sullo Stato di diritto;
– David Newton, direttore di Radio Free Iraq, in «Iraq Regime’s
Crimes» [I crimini del regime iracheno];
– Alti funzionari del dipartimento sugli sforzi per la costruzione di
una coalizione, per il rafforzamento della pace e la stabilità;
– DRL [Bureau of democracy, human rights and labor, Ufficio per la
democrazia, i diritti umani e il lavoro] o altri funzionari del
dipartimento su Iraq in materia di diritti umani;
– Altri ospiti già individuati e disponibili.
11. Visita di un mezzo di comunicazione (TV) al Centcom per
sottolineare il punto di vista della coalizione. A inizio dicembre, il
Centcom ha organizzato una visita dei media e alcune interviste per
tre giornalisti italiani e questo ha dato luogo a due giorni di copertura
a piena pagina molto positiva. Organizziamo una visita simile per la
televisione italiana.
12. Tavola rotonda con alti funzionari del gabinetto e giornalisti
europei. Le nostre voci più eminenti sono gli alti funzionari, come i
segretari Powell, Rumsfeld e Rice. Una tavola rotonda con vari mezzi
di comunicazione europei, tra cui quelli italiani e vaticani, otterrebbe
una vasta copertura in tutta Europa, con una spesa minima di tempo
del funzionario.

Giovedì 20 febbraio 2003, un mese prima dell’invasione dell’Iraq,


gli analisti inviarono a Washington un altro documento
«confidenziale e classificato» in cui rivelavano tutti gli argomenti
affrontati dall’inviato del Papa a Baghdad, il cardinale francese Roger
Etchegaray, nel suo incontro del 15 febbraio con il leader iracheno
Saddam Hussein. È stato monsignor Franco Coppola, responsabile
della Santa Sede per il Medio Oriente, ad aggiornare gli americani sul
colloquio a porte chiuse tra il dittatore e il porporato. Il documento è
intitolato «L’incontro tra Saddam e il cardinale Etchegaray: il Vaticano
vede ‘un’ultima possibilità diplomatica’».

1. Il responsabile della Santa Sede per il Medio Oriente, monsignor


Franco Coppola, che ha accompagnato a Baghdad l’inviato speciale del
Papa, il cardinale Roger Etchegaray, ha dato una lettura completa della
visita di Etchegaray del 19 febbraio e dell’incontro del 15 febbraio con
Saddam Hussein. Secondo Coppola, la missione papale a Baghdad è
stata promossa per rendere più evidente a Saddam la gravità della sua
situazione e la necessità di agire rapidamente e collaborare con la
UNMOVIC [United Nations monitoring, verification and inspection
commission, Commissione di monitoraggio, verifica e ispezione delle
Nazioni Unite], e al tempo stesso creare un «senso di fiducia» in
Saddam e dimostrare che la Santa Sede ritiene di poter aiutare la
comunità internazionale a raggiungere il suo obiettivo di disarmo in
Iraq senza il ricorso a una guerra. Il Vaticano crede che una
diplomazia decisa, ma senza un confronto diretto, che eviti di
«umiliare» Saddam, possa ottenere il disarmo iracheno senza un
conflitto che teme potrebbe accendere l’islam fondamentalista con
«incalcolabili conseguenze». Coppola ha dato voce alla preoccupazione
vaticana riguardo al trattamento da parte dei media di quella che
vedono come una recente divisione transatlantica, nonché tra la Santa
Sede e gli Stati Uniti. Il Vaticano riconosce che i passi avanti fatti
finora con l’Iraq sono una conseguenza diretta della minaccia dell’uso
della forza militare e dell’unità internazionale ed è preoccupato che la
sensazione di una divisione possa minare la pressione su Saddam. Il
Papa incontrerà il primo ministro Blair il 22 febbraio; l’ambasciata
crede che una visita di alto livello degli Stati Uniti alla Santa Sede
potrebbe contribuire a rafforzare il senso di unità e a sottolineare il
desiderio condiviso dagli Stati Uniti e dal Vaticano di ottenere un
disarmo pacifico in Iraq. (Vedi anche il paragrafo 9, Richiesta di
attuazione.) Fine del riassunto.

La talpa degli americani presso la Santa Sede descrive


dettagliatamente la visita del cardinale Etchegaray e il suo incontro
con Saddam Hussein.

1. Monsignor Franco Coppola ha fornito al vicecapo della


delegazione e al funzionario politico una lettura dettagliata del suo
viaggio del 19 febbraio, durato una settimana, con l’inviato speciale del
Papa, il cardinale Roger Etchegaray. Coppola ci ha riferito che il
viaggio aveva lo scopo di convincere Saddam della volontà della
comunità internazionale di ottenere la sua totale e immediata
collaborazione alla Risoluzione 1441. Coppola ha sottolineato che la
Santa Sede crede che finora Saddam sia stato troppo propenso alla
prevaricazione e all’inganno e che questo viaggio è stato visto dal
Vaticano come la migliore occasione per incoraggiarlo a collaborare,
evitando in tal modo la guerra. Riconoscendo la «mentalità del
dittatore» che avrebbe incontrato alla consegna di suddetto messaggio,
Etchegaray ha chiesto di non sfidare Saddam direttamente, ma di fargli
intendere che se coopera con la comunità internazionale e ne soddisfa
la richiesta di disarmo, anche lui può ottenere ciò che vuole (restare al
potere). Etchegaray, in effetti, ha fatto presente a Saddam la gravità
della situazione e la necessità di lavorare con la UNMOVIC, ma la
reazione del dittatore è stata subito di sfida e incredulità. Ha ribadito la
linea standard su cui l’Iraq sta procedendo, affermando che gli Stati
Uniti stanno portando avanti una guerra di aggressione e che gli
iracheni lotteranno sino alla fine.

Ai punti 3 e 4 dell’informativa, si delinea un’analisi della mentalità


di Saddam Hussein, grazie all’aiuto delle informazioni dispensate da
monsignor Coppola. L’alto funzionario della curia ha cercato di
spiegare agli americani che, se eviteranno di mettere Saddam Hussein
alle strette, il dittatore potrebbe essere disposto a negoziare, ma se gli
faranno pressioni la sua naturale risposta sarà di chiusura.

3. Nonostante l’apparente ostinazione di Saddam, la Santa Sede


pensa che l’unità internazionale e una ferma diplomazia, appoggiata
dalla credibile minaccia [dell’uso] della forza statunitense e di altri,
abbiano contribuito al significativo, seppur incompleto, passo avanti
rispetto all’autunno, evidente dall’accettazione da parte di Saddam
della UNMOVIC, dalla decisione di consentire ricognizioni aeree e
dall’avvio di incontri privati con tecnici iracheni. [I vertici vaticani]
credono che il disarmo totale si possa ottenere con una salda ma sottile
diplomazia, che offra a Saddam due possibilità: una via di fuga dai suoi
proclami e la sopravvivenza personale. Secondo Coppola, la chiave di
svolta in Iraq è riconoscere che dittatori come Saddam, se messi con le
spalle al muro, si trincerano quando qualcuno prova ad affrontarli.
«Non sono abituati a discutere o a essere sfidati», ha detto Coppola.
«Se volete ottenere qualcosa da loro non dovete umiliarli.» La Santa
Sede pensa sia necessario creare un senso di «fiducia» – la non fiducia
di Saddam è assicurata –, quel tipo di fiducia tra uomini d’affari, del
tipo che c’è qualcosa per tutti, se tutti giocano secondo le regole.
4. Per sostenere questa posizione, la Santa Sede ha visto nel fatto
che Saddam abbia convocato il suo Parlamento, il venerdì dopo l’Hajj,
per promulgare una legge che proibisce l’uso delle armi di distruzione
di massa (suggerita da Etchegaray, dietro richiesta della Santa Sede),
un segno della volontà di Saddam di collaborare con la comunità
internazionale. Lavorando con discrezione e non direttamente con il
dittatore, Etchegaray avrebbe fatto pressione sugli iracheni affinché
offrissero un segnale che mostrasse la rinuncia ai loro sforzi per
portare a termine l’I/C [Implementation/conversion,
Implementazione/conversione] e si rendessero disponibili a una certa
cooperazione di fronte al rapporto di Hans Blix al Consiglio di
sicurezza, il 14 febbraio. La Santa Sede considera questo risultato, al di
là del suo effetto limitato, come un importante segno della volontà
dell’Iraq di collaborare, se non si sente messo alle strette.

Nei due paragrafi successivi – sotto il titolo «Che cosa vogliamo?»


–, si spiega che monsignor Coppola ha detto che se si vuole spodestare
Saddam Hussein la soluzione migliore è fare la guerra, ma che se
questo accade, la comunità internazionale deve essere pronta a
perdere il controllo delle armi di distruzione di massa irachene, che
potrebbero finire nelle mani sbagliate, e a tutta una serie di altre
possibilità, tra cui lo scatenarsi dei fondamentalismi, anche in questo
caso con «incalcolabili conseguenze».

5. Per stabilire la strada da percorrere, secondo Coppola, il punto di


vista dipende dal vero obiettivo della comunità internazionale. Se è
spodestare Saddam, allora concorda sul fatto che la guerra sia il
metodo più efficace e più veloce. Ma dobbiamo essere preparati alle
conseguenze di una simile decisione, che potrebbero includere la
perdita del controllo sulle armi di distruzione di massa di Saddam, che
forse cadrebbero nelle mani dei terroristi nel caos della guerra, la
morte di soldati alleati e di civili iracheni, la distruzione dell’ambiente
e, ancor più preoccupante per la Santa Sede, il farsi strada dei
fondamentalismi, con possibili «incalcolabili conseguenze». D’altro
canto, Coppola pensa che se la comunità internazionale vuole
disarmare l’Iraq, una sottile pressione diplomatica che non «umili»
Saddam possa funzionare. Crede poi che l’aumento delle ispezioni e
dei controlli ostacolerebbe sempre più la capacità di Saddam di
muovere minacce. Inoltre, sostiene che aumentare le forze di
intelligence e di polizia, così come gli «attacchi chirurgici» contro
presunti siti di produzione di armamenti, sarebbe più efficace di una
guerra, senza generare un caos che potrebbe portare alla sparizione
delle armi di distruzione di massa irachene. Incalzato su questo punto,
Coppola ha affermato che una guerra provocherebbe una situazione
caotica in Iraq (che è già una società disorganizzata e senza speranza),
per cui ogni arma non immediatamente distrutta scomparirebbe
misteriosamente, andando in mano a personaggi ancor più propensi a
utilizzarla (terroristi internazionali).
6. Nello scenario del disarmo, Coppola ha osservato che ottenere la
collaborazione irachena richiederebbe l’instaurarsi di una certa
fiducia, che è ciò che la missione di Etchegaray spera di ottenere.
«L’unico modo per fare passi avanti è lontano dalle telecamere delle
televisioni.» E ha aggiunto che spesso anche le persone peggiori
credono di essere buone, pensano di essere sulla retta via o, nel caso di
Saddam, di stare collaborando. Sulla missione di Etchegaray, Coppola
è giunto alla conclusione che quest’ultimo ha cercato uno spiraglio per
convincere Saddam che era più facile per lui ottenere ciò che voleva
cooperando con la comunità internazionale, e non opponendosi.
Detto questo, la Santa Sede riconosce che il tempo non è a favore della
pace, a meno che Saddam non accetti una piena collaborazione.

Gli americani chiedono a monsignor Coppola notizie sullo stato


d’animo degli iracheni con i quali ha avuto a che fare durante il suo
viaggio a fianco del cardinale Etchegaray. È significativo il fatto che il
Vaticano si rifiuti di identificare, in un’immagine satellitare, i luoghi
diplomatici e di culto sul territorio iracheno. Washington ha bisogno
di queste informazioni per allontanare da quei punti i suoi aerei e
missili. Coppola risponde all’ambasciata degli Stati Uniti in modo
molto «vaticano».

7. Alla domanda circa le sue impressioni sullo stato psicologico


degli iracheni conosciuti durante il viaggio a Baghdad, Coppola ha
risposto che sono «rassegnati alla guerra, fatalisti alla maniera degli
arabi». Ha aggiunto che molti sembrano volersene andare e si stanno
già preparando a farlo, ma il regime glielo impedisce, per avere il
maggior numero possibile di vittime civili nel caso scoppiasse la
guerra. Dati i rischi cui i civili iracheni andrebbero incontro, Coppola
ci ha informati che la Santa Sede ha deciso di non rispondere a una
richiesta J5 che invitava a identificare i luoghi di culto cattolici e gli
edifici diplomatici della Santa Sede attraverso immagini satellitari.
Coppola ha spiegato: «Noi non possiamo dire che non è ‘OK’
bombardare qui, mentre è ‘OK’ bombardare da un’altra parte».

Concludendo l’informativa, gli analisti evidenziano come la Santa


Sede sia «cautamente ottimista» sulla possibilità di un disarmo
pacifico in Iraq e apprezzano il fatto che la diplomazia vaticana non si
sia diretta verso una «bilateralizzazione» del conflitto tra Iraq e Stati
Uniti.

8. Ieri Sodano, in qualità di segretario di Stato, ha chiarito in


un’intervista che la Santa Sede non è pacifista a ogni costo ma sta
cercando di agire come pacificatore, sta «lavorando intensamente per
prevenire il divampare dei conflitti». Dopo la missione di Etchegaray,
la Santa Sede è cautamente ottimista circa un disarmo pacifico
dell’Iraq, in quanto la sensazione avuta al ritorno dal viaggio è che
l’Iraq ora capisca la necessità di un’effettiva e spontanea – non forzata
– collaborazione. La visita di Etchegaray è stato l’ultimo e il migliore
tentativo della Santa Sede per convincere Saddam a collaborare; ora
possiamo aspettarci che la Santa Sede continui a sostenere
pubblicamente e privatamente la sua causa, ovvero che la guerra è
l’ultima opzione. D’altro canto, gli interessi «costituenti» della Santa
Sede – la sicurezza di milioni di cristiani che vivono nei Paesi
musulmani sia durante, sia dopo la guerra – saranno una
preoccupazione ancora più importante. Allo stesso tempo, la Santa
Sede condivide pienamente la nostra valutazione sui pericoli
rappresentati dal terrorismo internazionale e da un Saddam fuori
controllo e in possesso di armi di distruzione di massa. Sono sempre
più preoccupati per la crescente sensazione da parte dell’opinione
pubblica di una divisione transatlantica e di una frattura tra Stati Uniti
e Vaticano, in quanto credono che abbiamo tutti lo stesso obiettivo: il
disarmo iracheno.
9. Richiesta di attuazione: il 19 febbraio il Papa ha incontrato il
segretario Kofi Annan, e il 22 febbraio vedrà il primo ministro Blair.
Noi speriamo che il Santo Padre continui a fare pressioni a favore di
una soluzione che eviti la guerra. Ci sono state molte speculazioni da
parte dei media su un possibile emissario pontificio a Washington,
riflesso di un desiderio della Santa Sede di un maggiore contatto con
Washington sulla questione irachena, ma la Santa Sede è stata attenta a
non creare una bilateralizzazione del conflitto, inviando delegati a
Baghdad e a Washington. Alla luce del desiderio della Santa Sede di
abbassare il tono della percezione di conflitto con gli Stati Uniti e di
continuare a premere per una soluzione pacifica, l’ambasciata è
fermamente convinta che l’incontro tra un alto funzionario del
governo degli Stati Uniti e il Papa servirebbe a rafforzare il nostro
obiettivo comune di un disarmo pacifico iracheno, e al contempo
aiuterebbe, in un momento così critico, a superare la sensazione di un
allontanamento tra gli Stati Uniti e la Santa Sede.

Esattamente ventotto giorni dopo la stesura del documento che


abbiamo esaminato, il presidente George W. Bush ordinò all’alto
comando militare di avviare l’azione contro l’Iraq. Giovedì 20 marzo
2003, centinaia di missili Tomahawk furono lanciati da navi e
sottomarini statunitensi su obiettivi selezionati in territorio iracheno.
Mentre i bombardamenti erano in corso, unità blindate americane e
britanniche si lanciarono all’attacco dal Kuwait. All’alba di mercoledì
9 aprile, le prime linee dell’avanguardia alleata entrarono a Baghdad
senza incontrare eccessiva resistenza. Giovedì 1° maggio, Bush
dichiarò dalla Casa Bianca la fine dei principali combattimenti, dopo
quarantadue giorni di guerra.
In questa prima tappa del conflitto, le forze della coalizione persero
4.804 militari, a fronte dei quasi 11.000 da parte irachena. Il 13
dicembre 2003, Saddam Hussein fu catturato da forze americane e
curde a Tikrit, la sua città natale. Il 5 novembre 2006, l’Alto tribunale
penale iracheno lo condannò all’impiccagione, insieme con due
collaboratori. L’esecuzione ebbe luogo il 30 dicembre 2006.
Più di 1.450.000 iracheni sono morti da quando gli Stati Uniti
hanno invaso il Paese. Si contano un milione di scomparsi, 4.700.000
rifugiati, cinque milioni di orfani e tre milioni di vedove. Nei primi
quaranta mesi dall’invasione, il tasso annuale di mortalità è passato da
5,5 per mille abitanti a una media di 13,3 per mille. La prima causa di
mortalità in Iraq sono i proiettili (31%), la seconda le esplosioni
(22%), compresi gli attacchi aerei e le autobombe. Lo studio che
riporta questi dati attribuisce direttamente alla coalizione il 31% delle
morti violente in Iraq e sottolinea che, sebbene il numero di iracheni
morti per mano della coalizione sia sceso proporzionalmente, in
termini assoluti ha continuato ad aumentare. Gli uomini in età di leva
(tra i quindici e i quarantaquattro anni) sono quelli a maggior rischio
di morte violenta: rappresentano il 59% dei decessi. 4
E il conteggio prosegue...
18
Israele-Palestina. Arafat ha
il Parkinson ma il Papa no

DA quando Giovanni Paolo II salì sulla cattedra di Pietro, i rapporti


con le comunità ebraiche furono sempre buoni, anche se non si può
dire lo stesso per lo Stato di Israele. Otto anni dopo la nomina a Papa,
Giovanni Paolo II attraversò la soglia della sinagoga di Roma,
diventando il primo Pontefice a farlo. Con il rabbino capo e amico
Elio Toaff, passeggiò al suo interno e salì sulla teva, il luogo da cui
l’officiante legge in piedi la Torah. Giacomo Saban, membro della
comunità ebraica romana, disse, rivolgendosi al Santo Padre, che ciò
che avviene su una riva del Tevere (dove si trova la sinagoga) non può
essere ignorato dall’altra parte del fiume (la sponda su cui sorge il
Vaticano). Poco dopo, il rabbino Toaff chiese al Papa di avviare piene
relazioni diplomatiche con Israele. Nel 1993, nonostante le obiezioni
del segretario di Stato Sodano, le relazioni presero il via, con
conseguente scambio di ambasciatori. Sodano avrebbe preferito che
prima Israele raggiungesse un accordo con i palestinesi, ma la
diplomazia vaticana ritenne più importante la richiesta fatta al
Pontefice dal rabbino Toaff. 1
Nel discorso pronunciato nella sinagoga il 13 aprile 1986, Giovanni
Paolo II, dopo avere definito gli ebrei «amici e fratelli», si concentrò
sulle future mete comuni, ovvero «la fine delle discriminazioni, la
difesa della dignità umana, la fedeltà all’etica individuale e sociale, la
pace e la coesistenza di entrambe le religioni».
La mattina del 27 ottobre 1986, durante un incontro con i leader
religiosi di tutto il mondo, tornò a ripetere che «la sfida della pace»
trascendeva le differenze religiose e si disse disposto a riconoscere che
i cattolici non sempre avevano favorito la pace. Il messaggio era
diretto a israeliani e palestinesi e, in effetti, fu colto da entrambi, anche
se ai primi non risultò molto gradito.
Cinque anni dopo l’appello del Papa, nel 1991, la Santa Sede
ricevette un brutto colpo quando il governo di Yitzhak Shamir vietò la
partecipazione del Vaticano alla Conferenza di pace per il Medio
Oriente, tenutasi a Madrid nel tentativo di aprire la strada a un
dialogo tra israeliani e palestinesi. La ragione addotta da Israele fu che
nessuno dei due Paesi intratteneva relazioni diplomatiche con la Santa
Sede, ma per Giovanni Paolo II quel rifiuto fu uno schiaffo al Vaticano
in generale e a lui in particolare. Forse proprio in quel momento il
Pontefice scoprì di non essere più una stella di prima grandezza,
com’era stato invece durante la guerra fredda.
Per Giovanni Paolo II era importante ridurre le distanze tra i figli
ebrei di Abramo e quelli arabi. Nel loro scontro, il Papa vedeva il
chiaro segno di una futura guerra – come del resto sarebbe avvenuto –
tra islam e cristianesimo, tra Oriente e Occidente.
Preso da questa preoccupazione per il conflitto arabo-israeliano, il
22 maggio 2001, Giovanni Paolo II incontrò l’ex segretario di Stato
americano Henry Kissinger, per infondere nuova vita al processo di
pace in Medio Oriente (Middle East peace process, MEPP). Quattro
giorni dopo, l’ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede inviò
un’informativa «confidenziale» (intitolata «Si sta ridando forza al
MEPP? Kissinger va in visita al Vaticano») al segretario di Stato, Colin
Powell, e ai responsabili per l’Europa occidentale e per il Medio
Oriente presso il dipartimento di Stato.

1. Riassunto: Il 22 maggio Henry Kissinger ha incontrato il primo


ministro del Vaticano e il ministro degli Affari esteri. Il Vaticano ha
sottolineato la necessità di una «forza internazionale» per mantenere
separati gli israeliani e i palestinesi. In una successiva conversazione,
l’ambasciatore israeliano ha affermato che il Vaticano propone una
forza internazionale. Inoltre, ha intenzione di mandare un «inviato
speciale» in Israele e nei Territori. Gerusalemme ha reagito con
freddezza a entrambe le proposte. La risposta del Vaticano [...] si è
concentrata sulla necessità di far cessare immediatamente le violenze,
per evitare che «l’atteggiamento bellico» si insedi definitivamente. Fine
del riassunto.

Gli analisti statunitensi puntano quindi l’attenzione sull’incontro di


Kissinger con il segretario di Stato Sodano, notando che si sono
concentrati quasi esclusivamente sulla situazione mediorientale e in
particolare sulle «garanzie internazionali per i luoghi santi».
Aggiungono poi che tanto Angelo Sodano quanto Jean-Louis Tauran,
a capo della sezione per i Rapporti con gli Stati, sono favorevoli
all’intervento di una «forza internazionale» che si interponga tra gli
israeliani e i palestinesi e concordano sull’opportunità di mandare
nella regione un loro «inviato speciale».

2. L’ex segretario di Stato, Henry Kissinger, ha visitato Città del


Vaticano il 22-23 maggio. È stato in Italia durante il meeting romano
di Booz Allen. La sera del 22 maggio, ha incontrato il primo ministro
del Vaticano, Sodano, e il ministro degli Esteri, Tauran. Kissinger ha
informato il responsabile la mattina del 23 maggio. L’ex segretario ha
riferito che l’incontro si è incentrato principalmente sulla situazione in
Medio Oriente. Il Vaticano ha reiterato il suo appello alle garanzie
internazionali per i luoghi santi e ha dato a Kissinger un documento
non ufficiale (via fax a EUR/WE, il 24 maggio). Inoltre, Sodano e
Tauran hanno sottolineato la necessità di una forza internazionale per
mantenere separati israeliani e palestinesi. [...]

Sempre al punto 2, i funzionari dell’ambasciata americana


sottolineano che Henry Kissinger ha avuto un incontro di soli tre
minuti con il Santo Padre, e a quanto pare il Papa non lo avrebbe
riconosciuto. Quattro anni prima della sua morte, il Pontefice
mostrava già segni di debolezza e malattia, evidenti perfino ai leader
stranieri. La perdita di memoria è uno dei sintomi del morbo di
Parkinson.

[...] La mattina del 23 maggio, l’ambasciatore ha accompagnato


Kissinger dal Papa. Il Papa sembrava molto stanco e pareva non
riconoscere Kissinger. Dopo l’incontro di circa tre minuti con il Papa,
il dottor Kissinger ha detto al responsabile che il Papa non sembrava
averlo riconosciuto.
3. Il nostro incaricato ha parlato con l’ambasciatore israeliano
Joseph Lamdan, la sera del 23 maggio. L’ambasciatore ha colto
l’occasione per riferire che il Vaticano sta valutando l’idea di una forza
internazionale. Lamdan ha detto che il suo governo ha risposto in
modo «freddo» all’ipotesi. Ha anche affermato che il Vaticano ha
comunicato di voler mandare un «inviato speciale» in Israele e nei
Territori. Lamdan sostiene che inizialmente Gerusalemme non aveva
intenzione di riceverlo, ma ora sta rivalutando l’ipotesi.

Nonostante le buone intenzioni della Santa Sede, le sue due


proposte (quella della forza internazionale e quella dell’«inviato
speciale») vengono accolte dal governo di Ariel Sharon in modo
piuttosto «freddo», stando a quanto indicato nel documento
confidenziale. Questa volta è monsignor Giovanni D’Aniello,
responsabile della Santa Sede per il Medio Oriente, a informare gli
americani.

4. Il 24 maggio, il funzionario politico ha incontrato il responsabile


del Vaticano per il Medio Oriente, Giovanni D’Aniello, per discutere i
punti del nuovo impegno degli Stati Uniti nel MEPP e per
consegnargli una copia, scaricata da internet, del riassunto del
rapporto Mitchell. D’Aniello ha ringraziato gli Stati Uniti. (Nota:
Nonostante il suo concentrarsi sul nuovo millennio, la curia non è del
tutto al passo con i tempi.) Ricordando l’omelia domenicale del Santo
Padre, D’Aniello ha detto che ora la cosa più importante è che i leader
israeliani e palestinesi abbiano il coraggio politico di fermare le
violenze. Da lì in poi, tutto sarà possibile. D’Aniello ha parlato
dell’esistenza di una serie di piani e strumenti internazionali per dare
vita a un sentimento di fiducia, ma poi è subito tornato a dire che la
necessità principale è che le violenze abbiano fine. Se non c’è un reale e
immediato progresso, teme che la gente, sia nella regione interessata
sia a livello internazionale, si abitui alla violenza e che quindi lo stato
di conflitto diventi perenne. Ha sottolineato la posizione vaticana sui
luoghi santi a Gerusalemme e il fatto che questi debbano essere posti
sotto una garanzia internazionale, sostenendo che il raggiungimento
di un accordo in tal senso aprirebbe la via verso l’instaurarsi della
fiducia. Ha anche affermato che il Vaticano accetta l’implementazione
di una forza internazionale per garantire la pace, ma non ha condiviso
con il funzionario politico alcun dettaglio circa l’inviato speciale del
Vaticano.

Tre mesi dopo l’incontro di Kissinger con il Papa, l’ambasciata


trasmise un messaggio «confidenziale» di quattro pagine, in cui si
riassumeva il colloquio tra Yasser Arafat e Giovanni Paolo II,
avvenuto la mattina del 2 agosto 2001 nella residenza estiva del
Pontefice, a Castel Gandolfo. Nel titolo del rapporto, datato 3 agosto,
si sottolinea ancora una volta l’interesse del Vaticano per l’invio di
osservatori in Palestina: «Questione: Papa/Arafat – Chiede al governo
degli Stati Uniti di mandare osservatori».

1. Riassunto: Il ministro degli Esteri vaticano Tauran ha convocato


il nostro ambasciatore il pomeriggio del 2 agosto, per discutere
dell’incontro tra il Papa e il presidente dell’Autorità nazionale
palestinese Arafat, avvenuto in mattinata. Tauran ha detto che il Santo
Padre era molto preoccupato per la portata e il persistere della violenza
in Terra Santa; Arafat ha affermato di volere degli osservatori sul
territorio, per costruire la fiducia e rompere il ciclo delle violenze.
Arafat è disposto ad accettare qualsiasi tipo di osservatori, compresi
alcuni statunitensi. Il Papa ha voluto trasmettere al presidente Bush la
sua personale preoccupazione per lo stato delle cose, e spingerlo a
intervenire con il governo di Israele affinché «il processo di
osservazione abbia inizio». Tauran ha anche condiviso con noi il
comunicato stampa del Papa sull’incontro con Arafat (traduzione
informale dell’ambasciata al paragrafo tre) e ci ha spiegato le sue
opinioni personali in merito alla situazione. Fine del riassunto.

Al punto 2 del documento, riguardo al colloquio tra l’ambasciatore


e Tauran, spicca il fatto che il cardinale riferisca agli americani che
Arafat è disposto ad accettare, senza condizioni, degli osservatori,
anche statunitensi. Viene poi sottolineato che il Vaticano non ha
avuto alcun contatto con il governo di Ariel Sharon e che Tauran non
ricorda nemmeno il nome del capo della delegazione diplomatica
israeliana presso la Santa Sede, a dimostrazione dei pessimi rapporti
tra i due Paesi.

2. Alle 19 del 2 agosto, Tauran ha convocato il nostro ambasciatore


e l’Attaché/vicecapo della missione per discutere sull’incontro tra il
Papa e Arafat, avvenuto quello stesso giorno. Contemporaneamente,
Tauran aveva incontrato la delegazione di Arafat, tra cui alcuni
membri del suo entourage che si occupano dei negoziati. Tauran ha
detto che il Vaticano considera la situazione molto seria e ritiene che la
violenza abbia superato un confine importante e preoccupante al
Muro del pianto, all’inizio della settimana. (Nota: Una delle priorità
del Vaticano nel MEPP è la protezione dei luoghi santi.) Tauran ha
affermato di voler far sapere al presidente che Arafat è disposto ad
accettare qualsiasi osservatore, pur di spezzare la catena di violenze. Il
Papa ha specificatamente chiesto che il presidente Bush faccia
pressioni sul governo israeliano per permettere che il processo di
osservazione sia avviato il prima possibile. Il Papa crede che il
presidente Bush abbia la possibilità di farlo. In risposta alla domanda
del nostro ambasciatore, Tauran ha detto che Arafat è disposto ad
accettare anche osservatori statunitensi. Ha aggiunto che il ministro
degli Esteri egiziano, Moussa, ha recentemente chiamato per dire che
la situazione è molto grave e Tauran ha interpretato ciò come una
possibilità che la violenza dilaghi e si intensifichi. A seguito di una
nostra domanda, Tauran ha anche ammesso che il Vaticano non ha
avuto recenti contatti con gli israeliani. (Nota: Tauran non ricorda
nemmeno il nome dell’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede,
indice della distanza tra il Vaticano e il governo di Israele.) Tauran ci
ha ricordato di avere menzionato per la prima volta la necessità di un
Osservatorio internazionale lo scorso novembre. Mentre il Vaticano
appoggia il piano Mitchell, Tauran crede che l’unico modo per
fermare la violenza sia ricorrere all’aiuto della comunità internazionale
(ovvero a una forza di osservazione).

Nel paragrafo successivo dell’informativa si spiega che – sempre


secondo il cardinale Tauran – il leader palestinese sta perdendo le sue
facoltà mentali e fisiche e si parla di sintomi del morbo di Parkinson,
di cui, curiosamente, soffre anche Giovanni Paolo II. In Vaticano,
però, la malattia del Pontefice è un argomento tabù, mentre non è così
per quella di Arafat.

3. In una nota a parte, Tauran, che l’anno scorso ci aveva detto di


avere l’impressione che Arafat stesse perdendo colpi sia a livello
mentale sia a livello fisico, ora afferma che il leader palestinese è
mentalmente forte e impegnato, anche se presenta un deterioramento
con sintomi simili a quelli attribuibili al Parkinson.
4. Traduzione informale del comunicato stampa dell’ambasciata:
Inizio testo:
Questa mattina papa Giovanni Paolo II ha ricevuto Yasser Arafat,
presidente dell’Autorità palestinese, nella sua residenza a Castel
Gandolfo.
L’incontro si è focalizzato sul processo di pace e la persistente
situazione di violenza che continua a mietere vittime, soprattutto tra la
popolazione civile indifesa, e che non risparmia nemmeno i luoghi più
sacri.
Sua Santità, nell’esprimere la sua vicinanza alle numerose vittime
degli scontri in corso, si sofferma in particolare sull’assoluta necessità
di porre fine a ogni forma di violenza, sia che si tratti di un’azione
diretta sia che si tratti di rappresaglie, e auspica che con l’aiuto della
comunità internazionale possa rinnovarsi la speranza dell’avvio dei
negoziati per la pace.
Certo è che con quell’incontro Arafat ottenne un grande successo
diplomatico, per il quale aveva lavorato a lungo: al termine della sua
visita a Giovanni Paolo II fu infatti siglato un accordo tra l’Autorità
nazionale palestinese e la Santa Sede, nel quale si stabiliva che «una
soluzione equa della questione di Gerusalemme, basata sulla legalità
internazionale, è fondamentale per una pace giusta e duratura in
Medio Oriente e che azioni e decisioni unilaterali che alterano il
carattere specifico e lo status di Gerusalemme sono moralmente e
giuridicamente inaccettabili». Tale dichiarazione provocò una
reazione ufficiale da parte del governo israeliano: «Gerusalemme è
stata, e continuerà a essere, la capitale di Israele. Nessun accordo potrà
cambiare questo fatto». 2
19
Stati Uniti. Una spia dell’Opus Dei

ROBERT Philip Hanssen, nato a Chicago nel 1944, specialista in


controspionaggio, usò la sua ventennale esperienza per operare come
«talpa» nel suo stesso Paese, gli Stati Uniti, prima per il KGB e poi per
lo SVR. 1 I suoi «supervisori» russi non conoscevano nemmeno il suo
nome e la sua identità, sapevano soltanto che era un agente dell’FBI
altamente qualificato. I suoi colleghi non avrebbero mai creduto che
quell’uomo freddo ed estremamente religioso fosse un
doppiogiochista, fino a quando una fonte russa non li mise in allarme.
L’informazione in arrivo da Mosca non faceva il suo nome, ma i
documenti passati da Hanssen ai servizi di sicurezza russi avevano
l’indicazione «top secret» e potevano essere stati maneggiati, tra CIA e
FBI, solo da undici persone. E una di queste era proprio lui. Nel 1990,
il cognato di Hanssen, l’agente speciale dell’FBI Mark Wauck, aveva
scoperto che sua sorella Bonnie aveva trovato nella fodera di un abito
del marito 5.000 dollari in biglietti da 100. Wauck aveva informato il
suo supervisore dell’FBI non solo di questo, ma anche di altri sospetti
sul cognato, ma né l’Agenzia né il Bureau erano riusciti ad accertare la
veridicità dell’informazione. 2
Nei suoi venticinque anni di carriera nell’FBI, Hanssen lavorò per il
controspionaggio a New York e a Washington, quindi al quartier
generale dell’FBI nell’edificio Hoover e al dipartimento di Stato,
luoghi che gli davano libero accesso a un ampio spettro di
informazioni segrete, militari e di controspionaggio. Tali informazioni
includevano, per esempio, le identità di fonti in Paesi nemici, gli
accordi raggiunti con quelle fonti e l’esistenza di un tunnel con cimici
sotto l’edificio dell’ambasciata della Federazione Russa, al 2650 di
Wisconsin Avenue, a Washington.
Hanssen fu infine arrestato il 18 febbraio 2001, mentre stava per
lasciare in una «buca delle lettere clandestina», in un parco della
Virginia, una busta contente notizie riservate. Era da tempo sotto la
sorveglianza dell’FBI.
I danni da lui provocati allo spionaggio statunitense furono
incalcolabili. Negli anni, rivelò ai russi l’identità di decine di agenti, fra
cui almeno tre furono condannati a morte. La più importante spia
«consegnata» da Hanssen fu Dimitri Polyakov, nome in codice «Top
Hat» (Cappello a cilindro). Polyakov, generale dell’esercito sovietico,
era stato informatore della CIA per più di vent’anni, fino al
pensionamento avvenuto alla fine degli anni Ottanta.
Misteriosamente, il militare non fu ufficialmente arrestato per via
dell’informazione fornita da Hanssen, ma per quella rivelata da un
altro traditore americano, Aldrich Ames. Polyakov fu incarcerato nel
1986 e giustiziato con un colpo alla testa nel marzo 1988, in una cella
della Lubjanka. 3 Dopo l’arresto di Hanssen nel 2001, si scoprì che era
invece stata proprio l’informazione da lui data al suo supervisore russo
a portare Polyakov in prigione. Altre tre spie smascherate da Hanssen
erano Valery Martynov, Sergei Motorin e Boris Yuzhin. I primi due
furono eliminati dal KGB, mentre Yuzhin fu condannato a sei anni di
detenzione e alla fine gli fu concesso di emigrare negli Stati Uniti.
Tra le informazioni fornite dal traditore, su supporto cartaceo o su
CD, c’erano anche la strategia sulla guerra nucleare degli Stati Uniti e
il suo spiegamento di armi, oltre ai dati raccolti attraverso il MASINT
(Measurement and signal intelligence, Intelligence misurazioni e
segnali), l’attività di raccolta di dati sensibili ottenuta mediante mezzi
elettronici, quali radar o microfoni per l’individuazione di navi o
sottomarini nemici, satelliti spia e intercettazioni di segnali. Inoltre,
Mosca fu informata sul programma di controspionaggio nei confronti
dell’Unione Sovietica portato avanti dalle diverse agenzie di
intelligence e sicurezza degli Stati Uniti. 4
Un rapporto stilato per ordine del Comitato di intelligence del
Senato dimostrò che Hanssen aveva iniziato la sua attività di spia per i
sovietici nel novembre 1979, tre anni dopo essere entrato nell’FBI, per
poi proseguire in modo intermittente fino al suo arresto nel febbraio
2001. La talpa aveva spiato prima per i sovietici e poi per i russi, in tre
tappe certe: 1979-1981, 1985-1991 e 1999-2001. 5
Nel gennaio 1992, Robert Hanssen era già a capo dell’unità «Lista
di minacce alla sicurezza nazionale» nel quartier generale dell’FBI.
Sulla sua scrivania passavano documenti altamente top secret collegati
a questioni di intelligence economica o alla proliferazione nucleare, ed
è quanto mai bizzarro che proprio in quel periodo Hanssen criticasse
gli alti livelli dell’FBI per i problemi di sicurezza e le potenziali fughe
di informazioni all’interno del Bureau stesso. D’altro canto la CIA,
dopo l’arresto dell’analista dell’Agenzia Aldrich Ames, il 24 febbraio
1994, pensava che la fuoriuscita di documenti segreti sarebbe cessata,
ma le cose non andarono così. In quel periodo Robert Hanssen, in
qualità di capo del controspionaggio, si dedicò a spargere dubbi tra gli
investigatori, seminando false piste su possibili talpe in altri
dipartimenti e agenzie federali. È inoltre curioso che, nonostante fosse
già sotto controllo, continuasse ad avere accesso al Supporto per
l’archivio centralizzato (Automated case support, ACS), dove
venivano registrati tutti i casi aperti dall’FBI in ogni città degli Stati
Uniti. Tutte le settimane, Hanssen digitava il suo nome nella ricerca. 6
A fine 2000, i suoi capi dell’FBI sospettavano già che fosse una spia.
Nel gennaio 2001 gli fu affiancato un aiutante, tale Eric O’Neill, in
realtà un giovane agente del Bureau incaricato di tenerlo sotto stretta
sorveglianza. Il 12 febbraio 2001, grazie al lavoro di O’Neill, l’FBI
individuò una «cassetta della posta clandestina» utilizzata dal
traditore, al cui interno c’era una busta con 50.000 dollari. Sei giorni
dopo fu arrestato.
La spia Robert Philip Hanssen aveva ricevuto da Mosca, per le sue
informazioni, più di 600.000 dollari in contanti e diamanti.
Nell’ottobre 2008, una parte del denaro, circa 4.000 dollari, andò a
finire a Roma, nelle casse dell’Opus Dei, la potente organizzazione
fondata da Josemaría Escrivá de Balaguer. Un’altra fetta sostanziosa
servì a finanziare la costosissima educazione dei suoi sei figli nelle
scuole private dell’Opus Dei.
A dire il vero, il rapporto di Hanssen con il cattolicesimo e l’Opus
Dei nacque abbastanza tardi, dato che la sua famiglia d’origine era di
fede luterana. Quando conobbe Bernadette Wauck, «Bonnie», la più
piccola degli otto figli di una famiglia cattolica, lei era una catechista
che insegnava religione a Oakcrest. I due si sposarono nel 1968, ma
prima la spia si convertì al cattolicesimo. Con il passare degli anni, si
trasformò in un convinto credente e in un fedele seguace dell’Opus
Dei, alla quale si unì. 7 In seguito, lo stesso sacerdote della scuola di
Oakcrest avrebbe detto che per più di dieci anni Hanssen aveva
partecipato regolarmente alla messa delle 6.30. Anche l’agente speciale
Eric O’Neill assicurò che Hanssen andava alla messa di mezzogiorno
presso il Centro di informazione cattolica di Washington.
Il numero dei membri dell’Opus Dei non è molto alto, all’incirca
novantamila persone, ma la sua alta qualificazione lo rende degno di
selezionare i migliori studenti universitari in organismi d’èlite. In
particolare, negli Stati Uniti, quelli che costituiscono la cosiddetta «Ivy
League». 8
Lo scrittore David Yallop, durante la stesura del suo libro su
Giovanni Paolo II, Habemus papam, arrivò a chiedere all’Opus Dei
degli Stati Uniti l’elenco dei suoi membri. La risposta
dell’organizzazione religiosa fu che la lista non era segreta ma privata,
e che non era quindi possibile renderla pubblica senza incorrere nella
violazione della privacy dei vari membri. Quel che è certo è che uno
dei più importanti adepti dell’Opus Dei americana era Louis Freeh,
direttore dell’FBI dal 1993 al 2001. 9
In verità, la moglie di Robert Hanssen aveva cominciato a
sospettare di lui quando, nel 1981, lo aveva scoperto intento a
preparare un rapporto per i sovietici nella cantina di casa. La talpa
aveva spiegato alla moglie che stava fornendo informazioni false ai
russi e che per farlo gli erano stati dati 30.000 dollari. Bonnie gli aveva
suggerito di confessarsi con un sacerdote dell’Opus Dei e di devolvere
quei soldi «sporchi» in opere di carità. Dopo l’arresto, Robert Hanssen
ammise che rivelava periodicamente le sue attività illegali di
spionaggio al confessore dell’Opus Dei, chiedeva ai colleghi cattolici
dell’FBI di andare a messa in modo più assiduo e non mancava mai di
denunciare gli «atei russi» per i quali lavorava da oltre vent’anni. 10
Misteriosamente, giovedì 15 marzo 2001, quasi un mese dopo il suo
arresto, l’ambasciata degli Stati Uniti presso il Vaticano ricevette una
telefonata da padre Thomas Bohlin, cancelliere della prelatura
dell’Opus Dei a Roma. I diplomatici statunitensi furono molto
sorpresi di essere convocati per un «incontro urgente». Bohlin, per
ordine di monsignor Javier Echevarría, massima autorità dell’Opus
Dei, voleva dichiarare «ufficialmente» che Robert Hanssen era un
«soprannumerario» e aveva donato quasi 4.000 dollari
all’organizzazione religiosa. L’incontro tra padre Bohlin, Joseph
Merante (dell’ambasciata degli Stati Uniti in Vaticano) e Jeffrey
Castelli (della sezione della CIA a Roma) si tenne venerdì 16 marzo.
Quattro giorni dopo, l’ambasciata inviò un messaggio urgente e
«confidenziale» a Washington, intitolato «L’Opus Dei cerca di chiarire
il rapporto con l’accusato di spionaggio».

2. Il cancelliere della prelatura dell’Opus Dei, padre Tom Bohlin, ha


chiamato il nostro addetto il 15 marzo e ha chiesto un incontro
urgente. Lui e Bohlin si sono visti la mattina del 16 marzo. Bohlin ha
detto che l’Opus Dei ha calcolato l’ammontare di tutte le donazioni
fatte da Robert Hanssen, accusato di spionaggio. Ha affermato di avere
avuto da Hanssen 4.000 dollari fino al 1992 e di non avere ricevuto più
nulla dopo il 1992.
3. Dietro domanda del nostro addetto, Bohlin ha affermato che
Hanssen è ancora un membro attivo dell’Opus Dei e che il suo
consigliere spirituale parlerà con lui per capirne le intenzioni.
4. Commento: La richiesta di un incontro urgente ha sorpreso il
nostro addetto, in quanto inusuale. È la prima volta che l’Opus Dei
chiede un colloquio in modo ufficiale. Sembra che voglia mettere le
mani avanti per via delle accuse di avere beneficiato economicamente
delle presunte attività di Hanssen.

Malgrado il suo cattolicesimo ortodosso e la sua difesa della


moralità, Hanssen fu allontanato dal quartier generale dell’FBI a
Washington dopo che i suoi superiori ricevettero una denuncia
formale contro di lui per stalking, da parte dell’agente Kimberly
Lichtenberg. Durante l’indagine, si scoprì anche che lo stesso Hanssen
aveva installato nella sua camera da letto un complicato sistema di
telecamere per registrare i rapporti sessuali con la moglie Bonnie e
condividere poi queste immagini con l’amico Jack Hoschouer.
Il 6 luglio 2001, Robert Hanssen fu dichiarato colpevole di tutte le
accuse di spionaggio a suo carico e, dopo avere raggiunto un accordo
con la pubblica accusa dichiarandosi disponibile a una «piena
collaborazione», evitò la pena di morte, commutata in ergastolo, che
sta scontando in un carcere di massima sicurezza nel Colorado.
Nonostante la segretezza del processo a porte chiuse, il Comitato di
intelligence del Senato ordinò un’indagine interna, i cui risultati
videro la luce nel 2003. L’inchiesta, diretta dall’ispettorato generale del
dipartimento della Giustizia, studiò 368.000 pagine di documenti
segreti dell’FBI, della CIA, della NSA e del dipartimento stesso. Il
rapporto finale, di 674 pagine e classificato come «top secret», fu
consegnato ai membri del Comitato di intelligence del Senato. Di
queste, solo 31 pagine furono rese pubbliche. 11
Robert Philip Hanssen è recluso da tredici anni in una piccola cella,
in totale isolamento. Non ha contatti con gli altri carcerati, ma solo
con il personale che gli consegna da mangiare tre volte al giorno,
attraverso una piccola fessura sulla porta della cella. Oggi, l’unico
modo per identificarlo è la sua matricola da detenuto: 48551-083.
20
Honduras. L’assassinio di padre
Carney, gesuita e rivoluzionario

VERNON Walters, generale dell’esercito degli Stati Uniti, vicedirettore


della CIA dal 1972 al 1976 e inviato speciale del presidente Ronald
Reagan presso la Santa Sede dal 1981, discusse un giorno con
Giovanni Paolo II «degli sforzi nordamericani per migliorare la
situazione dei diritti umani in America centrale senza causare ai
governi il controproducente imbarazzo di urlare ai quattro venti le
proprie mancanze». Walters disse che questo era particolarmente
valido per il Salvador e l’Honduras. L’inviato speciale di Reagan spiegò
inoltre al Pontefice che, negli anni in cui gli Stati Uniti avevano
condannato pubblicamente quei governi nell’intento di modificarne
l’indole, la violenza si era invece intensificata. «Nel Salvador
disponiamo solo di cinquanta militari addetti alla sicurezza, mentre i
sovietici ne hanno più di trecento nel solo Perù, più di quanti gli Stati
Uniti ne abbiano in tutta l’America Latina [...]». 1
Quando Walters parlò con Giovanni Paolo II della situazione in
Nicaragua, era ben consapevole dei timori del suo interlocutore verso
il comunismo. «I nicaraguensi hanno pezzi da 152 millimetri e carri
armati di fabbricazione sovietica; i loro piloti vengono addestrati in
Bulgaria. Noi stiamo cercando una soluzione pacifica che non metta a
rischio la vita e la libertà del popolo latinoamericano.» Ma ciò che non
disse al Papa era che in Argentina gli americani stavano addestrando e
finanziando una forza pro Somoza, 2 i Contras, e non gli rivelò
nemmeno che stavano inviando nel Salvador e in Honduras molti altri
consiglieri militari e agenti della CIA. In quell’occasione, Giovanni
Paolo II e l’inviato speciale di Reagan ebbero un colloquio di circa
un’ora, e al termine il militare statunitense ebbe l’impressione che il
Santo Padre si fosse mostrato più comprensivo nei confronti degli
obiettivi generali della politica nordamericana nella regione e più
consapevole degli interessi comuni della Chiesa e degli Stati Uniti. Il
Papa guardò fisso Walters e gli disse: «In questi tempi difficili
abbiamo bisogno dello Spirito Santo». «La nostra Chiesa ha una guida
ferma e sicura, Santo Padre», rispose lui.
Il nome in codice dato dalla CIA alla Chiesa cattolica in Centro
America era «L’Entità». Dal momento in cui si stabilì un contatto tra
Reagan e Giovanni Paolo II, «L’Entità» cominciò ad apparire in tutti i
piani dell’amministrazione americana per combattere il comunismo e
i movimenti marxisti nel continente.
Con l’impossibilità di un intervento statunitense in Nicaragua, per
via degli ostacoli posti dal Congresso, il ruolo dell’Entità, principale
alleato morale e politico degli Stati Uniti nel Paese centroamericano,
acquistava grande importanza, ma altrettanto valeva per l’«altra
Chiesa» cattolica del Nicaragua, la cosiddetta «Chiesa popolare»,
schierata dalla parte dei sandinisti e temuta dal Vaticano più degli
stessi marxisti. In Centro America, la Chiesa popolare era fortemente
sostenuta dai settori più umili della società. Per questo, nel 1981 la
CIA aveva iniziato a sostenere economicamente la curia della Chiesa
«ufficiale». Il denaro, per un totale di 25.000 dollari, era stato utilizzato
dall’arcivescovato di Managua per aprire un’emittente radiofonica e
un giornale attraverso cui si criticava apertamente il governo
sandinista. L’arcivescovo, cardinale Miguel Obando, fu poi accusato
dai sandinisti di essere un agente al soldo della CIA, cosa che il
Vaticano smentì.
L’Agenzia scoprì che con una spesa minima era possibile stabilire
un’importante rete di informatori tra gli arcivescovi di Managua, San
Salvador e Tegucigalpa. John Poindexter, vicedirettore del Consiglio
per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, assicurò: «Tenevamo
aggiornati i vescovi su quelle che a nostro parere erano le intenzioni
del governo nicaraguense e su quello che le organizzazioni di sinistra
del Salvador erano in grado di fare. In Nicaragua questo [scambio di
informazioni tra la CIA e la Chiesa] avveniva direttamente tramite i
vescovi». 3
In Nicaragua, a ricevere i fondi della CIA era l’arcivescovo di
Managua, il cardinale Obando; nel Salvador era l’arcivescovo di San
Salvador, Arturo Rivera; in Honduras l’arcivescovo di Tegucigalpa,
Héctor Enrique Santos. I tre informavano a loro volta il cardinale
segretario di Stato, Agostino Casaroli. Quando, alla fine del 1983, i
Comitati di intelligence del Congresso e del Senato scoprirono,
scandalizzati, che parte dei fondi della CIA erano arrivati nelle mani di
alti esponenti della curia centroamericana, nel timore che la stampa ne
venisse al corrente (e ciò provocasse un crollo di fiducia nei confronti
degli Stati Uniti e del Vaticano), decisero di richiamare all’ordine il
direttore dell’Agenzia, William Casey. Lui promise «ufficialmente» di
non pagare più sacerdoti, vescovi e cardinali con i soldi della CIA, ma
«ufficiosamente» ordinò ad Alan D. Fiers, 4 capo della task force
centroamericana della CIA, di «trovare un altro modo per farlo». Fiers
contattò quindi il tenente colonnello Oliver North, membro dello staff
del Consiglio per la sicurezza nazionale, che gli consegnò diverse
migliaia di dollari per non interrompere i rifornimenti di denaro non
autorizzati a Obando, Rivera e Santos. Non si sa con esattezza quante
migliaia di dollari siano arrivate segretamente all’Entità durante gli
anni dell’amministrazione Reagan, ma in quel periodo la Chiesa di
Wojtyla divenne il principale alleato ideologico del governo
americano nella sua lotta contro l’espansione marxista in Centro
America. 5
Nonostante il flusso costante di fondi alla Chiesa ufficiale, era però
la Chiesa popolare a crescere di più nella regione, tanto che i vertici
della Casa Bianca temevano che rappresentasse un’antagonista troppo
forte per gli interessi statunitensi nell’America centrale. Proprio per
questo Casey e William Clark, consigliere per la Sicurezza nazionale,
suggerirono a Pio Laghi, nunzio apostolico a Washington, che il
Pontefice mostrasse in modo inequivocabile e pubblico l’appoggio ai
propri vescovi, contro la Chiesa popolare. Clark disse a Laghi che per
gli Stati Uniti era di vitale importanza che Giovanni Paolo II non
condannasse i Contras o la guerra segreta di Washington contro i
sandinisti. Jeane Kirkpatrick, l’ambasciatrice statunitense all’ONU,
dichiarò: «La questione della Chiesa popolare è davvero un problema»
e proseguì affermando che «il Vaticano, compreso il Papa e i suoi
rappresentanti, condivide l’opinione che questa neghi a tutti gli effetti
l’autorità papale. E ciò non è ben accetto né da noi né dal Vaticano». 6
Ronald Reagan avvertì Giovanni Paolo II che se il Salvador fosse
caduto nelle mani dei ribelli di sinistra, le altre nazioni dell’emisfero lo
avrebbero seguito. Lo informò anche circa i suoi piani per aumentare
il numero dei consiglieri militari nel Salvador e per fornire altri 60
milioni di dollari in armi agli eserciti del Salvador e dell’Honduras.
Reagan spiegò al Pontefice: «Se il Salvador cadrà in seguito alla
violenza armata dei guerriglieri, che si guadagneranno una posizione
sicura, con il Nicaragua già lì [nelle mani dei filomarxisti], penso che
Costa Rica, Honduras, Panama li seguiranno tutti». 7 Di certo, la
migliore strategia era spaventare Wojtyla sul dilagare del marxismo in
una regione piena di cattolici come quella centroamericana; William
Casey non disse però al Papa che la CIA non poteva permettersi che
l’Honduras cadesse, dato che le operazioni «coperte» dell’Agenzia
contro il regime sandinista nicaraguense partivano dai campi di
addestramento segreti installati sul suo territorio.
Ma il punto di svolta tra Washington e il Vaticano giunse nel 1983,
con la misteriosa morte del gesuita James Francis Carney, in
Honduras. Carney, nato nel 1924 a Chicago, era figlio di un ricco
uomo d’affari. Nel 1942 si era laureato all’università di St. Louis, grazie
a una borsa di studio sportiva; aveva quindi scelto di dedicarsi al
football professionistico, ma una grave lesione al ginocchio glielo
aveva impedito. Alla fine si era arruolato nel genio militare
dell’esercito ed era stato mandato in Europa, in piena seconda guerra
mondiale. Tornato a casa, forse a causa di ciò che aveva visto, aveva
deciso di studiare teologia all’università di Detroit e poi, nel 1948, nel
Seminario di San Stanislao a Florissant, nel Missouri. 8
Il suo primo contatto con i poveri del Centro America era avvenuto
nel 1955, quando aveva trascorso tre anni nell’Honduras britannico
(oggi Belize), per poi rientrare negli Stati Uniti e completare gli studi
al St. Mary’s College, nel Kansas. Infine, nel 1961 era stato ordinato
sacerdote dell’ordine dei gesuiti e mandato in Honduras dal
provinciale dei gesuiti del Missouri. In quel periodo, aveva preso la
nazionalità honduregna e rinunciato a quella statunitense. 9 Nel 1979
era stato espulso e mandato in Nicaragua dal regime militare del
presidente Policarpo Juan Paz García. Stabilitosi a Managua, padre
Carney era diventato parroco e confessore dei membri del Partito
rivoluzionario dei lavoratori centroamericani (Partido revolucionario
de los trabajadores centroamericanos, PRTC) 10 e poco dopo
cappellano dei guerriglieri del PRTC.
Con loro, nel 1983 rientrò clandestinamente in Honduras, dove si
era instaurato il governo democratico del liberale Roberto Suazo
Córdova, arrivato al potere dopo dieci anni di regimi militari. I
guerriglieri decisero di dare tutto l’appoggio possibile a José María
Reyes Mata, leader del PRTC honduregno, dotandolo di armi ed
equipaggiamenti che erano appartenuti alla Guardia Nacional del
dittatore Anastasio Somoza Debayle. Fu così che il 19 luglio 1983, una
colonna di novantasei uomini, tra cui padre James Carney, attraversò
la frontiera tra i due Paesi, nella zona della Cordillera Entre Ríos, per
installare una base stabile in un’area isolata e boscosa vicino al fiume
Patuca. Il sacerdote rimase diversi mesi con i guerriglieri che
operavano in Honduras, finché non si scontrò con il comandante del
gruppo per il modo in cui trattava i suoi sottoposti e perché impediva
la celebrazione della messa. 11
Secondo alcuni documenti dell’ambasciata degli Stati Uniti, allora
guidata da John Negroponte, 12 e in base alle deposizioni di vari
disertori del PRTC, pare che quando i militari del Battaglione 316 si
avvicinarono alle posizioni controllate dalla guerriglia, padre Carney
non riuscisse a tenere il passo della ritirata. In fuga dall’avanzata dei
militari, il gesuita si nascose in una zona montuosa, dove finì con il
morire di fame.
Questa versione dei fatti è in contraddizione con la testimonianza
di Florencio Cabadero, un ex ufficiale dell’intelligence militare
honduregna, il quale dichiarò che padre Carney era stato catturato,
torturato e poi lanciato, ancora vivo, da un elicottero da elementi del
Battaglione 316. Anche Eric Haney, che in quei giorni era in
Honduras come membro della Delta Force, disse che Carney era stato
seviziato e ucciso dai militari. Nel suo libro, 13 Haney afferma anche di
avere ucciso David Arturo Báez (un ex «berretto verde» 14 dalla doppia
nazionalità, nicaraguense e statunitense, diventato consigliere militare
della guerriglia) durante una sparatoria e di avere assistito alla cattura
di Carney dopo la battaglia della valle dello Yoro. In realtà, sia Báez sia
padre Carney erano vivi quando caddero nelle mani degli uomini del
Battaglione 316.
Fonti dell’ambasciata degli Stati Uniti in Honduras raccontano una
storia diversa. Sia Báez sia Carney furono interrogati e torturati, con
altri membri del PRTC, in una piccola pista d’atterraggio in territorio
honduregno. Con una telefonata da Tegucigalpa, i militari ricevettero
l’ordine di ucciderli. Fu un ufficiale a giustiziarli; i corpi dei due
americani vennero poi trasportati alla frontiera con il Nicaragua su un
elicottero militare honduregno e scaricati nella foresta. Pare che al
momento del lancio padre Carney fosse ancora vivo.
Alla fine del 1983, l’ufficiale dell’esercito implicato nella morte del
gesuita, il generale Gustavo Álvarez Martínez, fu decorato con la
Legione al Merito dal presidente Ronald Reagan, «per avere promosso
la democrazia in Honduras». Alcuni dei vecchi compagni di Carney,
che l’avevano conosciuto nel Seminario o in Nicaragua, pensarono che
la medaglia fosse una prova sufficiente del fatto che l’allora
ambasciatore degli Stati Uniti in Honduras, John Negroponte, avesse
autorizzato l’esecuzione dei due americani. Negroponte negò in
diverse occasioni, anche di fronte al Congresso e al Senato, di avere
chiari indizi di violazione dei diritti umani da parte dei militari
honduregni.
Stando ai documenti della CIA, invece, è evidente che nel 1985
Negroponte era al corrente delle continue «violazioni dei diritti
umani» da parte di «cellule operative segrete» (squadroni della morte)
guidate da Álvarez Martínez, capo delle forze armate dell’Honduras
tra il 1982 e il 1984. Il militare fondò il tristemente famoso Battaglione
316, il cui unico scopo era combattere contro la guerriglia del PRTC
guidata da José María Reyes Mata. Tutti i membri di quell’unità
(inizialmente venticinque) furono addestrati in una base negli Stati
Uniti in tattiche antiguerriglia e antirivolta. Dopo il rientro in
Honduras, il Battaglione 316 ricevette una formazione speciale da
parte di agenti della CIA su tecniche di interrogatorio (tortura) e da
parte di militari argentini, mandati dal governo del generale Reynaldo
Bignone, sulle azioni da squadroni della morte.
Il collegamento statunitense del generale Álvarez Martínez era
proprio l’ambasciatore Negroponte. I messaggi diplomatici rivelano
che quest’ultimo insistette in varie occasioni con il governo del
presidente Suazo perché fosse attuata una riforma del codice penale e
del sistema giudiziario, in modo che il governo honduregno potesse
adottare misure arbitrarie dopo l’attacco da parte della guerriglia alla
principale centrale elettrica dell’Honduras, a Tegucigalpa, e il
sequestro, nel 1982, dei massimi esponenti del mondo imprenditoriale
e finanziario di San Pedro Sula – la principale città del Paese –, tra cui
lo stesso ministro dell’Economia e il presidente del Banco Central de
Honduras. 15
Il 27 agosto 1997, l’ispettore generale della CIA Frederick P. Hitz e
A.R. Cinquegrana, vicedirettore generale della sezione Indagini,
stilarono un rapporto di 238 pagine, classificato come «top secret»,
intitolato «Questioni specifiche relative alle attività della CIA in
Honduras negli anni Ottanta».
All’inizio dell’informativa, si cita un reportage del quotidiano The
Baltimore Sun su ciò che è accaduto in quegli anni in Honduras e sui
rapporti tra la CIA e il Battaglione 316.

1. Le accuse del Baltimore Sun. Nel giugno 1995, il Baltimore Sun


ha pubblicato una serie di articoli basati sui risultati dell’inchiesta,
durata quattordici mesi, relativa al ruolo svolto dagli Stati Uniti in
Honduras nel decennio 1980. I corrispondenti del Baltimore Sun
affermano di avere ottenuto, durante le loro ricerche, documenti non
classificati e declassificati e di avere intervistato diversi cittadini
statunitensi e honduregni. Gli articoli del Sun sostengono che:
* Centinaia di cittadini honduregni, sospettati di essere dei sovversivi,
sono stati sequestrati, torturati e uccisi nel decennio 1980 da
un’unità honduregna di intelligence militare nota come Battaglione
316, addestrato e sostenuto dalla CIA.
* La CIA era a conoscenza dei crimini commessi dal Battaglione 316,
ma ha continuato ad appoggiare l’unità e a collaborare con i suoi
vertici.
* La CIA ha preso parte agli interrogatori e alle torture dei prigionieri
con i militari honduregni.
* Secondo i rapporti sui diritti umani nel decennio 1980, l’ambasciata
degli Stati Uniti a Tegucigalpa ha deliberatamente sottovalutato gli
abusi perpetrati dal governo dell’Honduras.
* I funzionari statunitensi hanno volontariamente ingannato il
Congresso e l’opinione pubblica degli Stati Uniti riguardo alle
violazioni dei diritti umani commesse dai militari honduregni, al
fine di mantenere il finanziamento nordamericano all’Honduras
nella guerra contro il comunismo in America centrale.

A quanto pare, il reportage del quotidiano aveva infastidito alcuni


membri del Congresso e del Consiglio per la sicurezza nazionale,
spingendo entrambi gli organismi a chiedere al direttore della CIA,
John M. Deutch, di avviare un’indagine per chiarire il ruolo avuto
dall’Agenzia in Honduras.

2. Risultati del gruppo di lavoro sull’Honduras e problemi irrisolti.


L’interesse del Congresso e del Consiglio per la sicurezza nazionale per
le affermazioni del Sun ha spinto l’allora direttore della Central
intelligence, John M. Deutch, a dare il via a una revisione degli archivi
della CIA, per determinare il ruolo svolto da quest’ultima in Honduras
e se il suo personale abbia avuto a che fare con la violazione dei diritti
umani in quel Paese tra il 1980 e il 1995. Il gruppo di lavoro
sull’Honduras è stato costituito nel luglio 1995 per eseguire tale
revisione e ha pubblicato un rapporto finale nell’agosto 1996. Sulla
base dei documenti d’archivio, delle interviste effettuate dall’Ufficio
del personale di sicurezza (OPS) a nome del gruppo di lavoro
sull’Honduras, e sulla base delle risposte ai questionari che il gruppo
[...] ha preparato e distribuito a 34 agenti della CIA nel tentativo di
risolvere varie questioni, l’esame ha portato alle seguenti conclusioni:
* Non ci sono informazioni negli archivi della CIA che indichino che
agenti della CIA, autorizzati o no, siano stati coinvolti in violazioni
dei diritti umani.
* I militari honduregni hanno commesso centinaia di violazioni dei
diritti umani dal 1980, molte delle quali con motivazioni politiche e
ufficialmente sanzionate.
* Rapporti della CIA collegano militari honduregni alle attività degli
squadroni della morte.
* [...] varie unità di sicurezza dell’Honduras, il cui personale era
collegato alle uccisioni, torture, sparizioni e detenzioni illegali.
* Rapporti della CIA confermano il coinvolgimento nelle violazioni
dei diritti umani da parte di due militari honduregni.
* L’analisi della CIA sulle informazioni di violazioni dei diritti umani
è inconsistente. In alcuni casi l’informazione è opportuna e
completa [...], in altri non riporta nulla o è destinata solo ai canali
interni della CIA e non è stata diffusa ad altre agenzie.
* L’insufficienza di informazioni ha impedito al quartier generale della
CIA di comprendere la portata delle violazioni dei diritti umani in
Honduras e la colpevolezza [...].
* I resoconti forniti dalla CIA al Congresso, all’inizio del 1980, hanno
sottostimato la partecipazione dell’Honduras alle violazioni. A metà
degli anni Ottanta, la CIA ha offerto al Congresso informazioni più
dettagliate, ma alcune di queste non erano corrette.

A pagina 4 del rapporto segreto della CIA sulle sue attività in


Honduras, troviamo una sintesi delle informazioni richieste dai
Comitati di intelligence del Congresso e del Senato.

3. Il gruppo di lavoro sull’Honduras ha parlato allo HPSCI [House


permanent commitee on intelligence, Comitato permanente della
Camera sull’intelligence] e allo SSCI [Senate select committee on
intelligence, Comitato scelto del Senato sull’intelligence] dei membri
del personale, in merito, rispettivamente, alle conclusioni del 9 agosto
e del 17 settembre 1996. I componenti del gruppo di lavoro hanno
anche parlato con i funzionari scelti dal Consiglio per la sicurezza
nazionale, dal dipartimento di Stato, dall’Agenzia di intelligence della
Difesa e dalla Giunta di intelligence del presidente.
4. Basandosi sulla revisione di un unico documento scritto, su un
limitato numero di interviste e risposte al questionario, il gruppo di
lavoro ha informato il direttore esecutivo della CIA, Nora Slatkin, di
non essere in grado di risolvere le seguenti questioni fondamentali:
* Se qualche [...] funzionario della CIA sia stato presente ai duri
interrogatori o alle torture perpetrate in Honduras.
* Se [...] abbia omesso di informare che il capo del Battaglione delle
Forze speciali honduregne ha ucciso il leader rivoluzionario Reyes
Mata e altri guerriglieri, tra cui probabilmente il sacerdote
americano padre James Carney; se il quartier generale, incaricato di
determinare che cosa sia accaduto a Carney, considerate le ripetute
richieste del Congresso e della famiglia Carney, non abbia potuto
farlo perché non sono state fornite informazioni esaustive.
* Se [...] non abbia segnalato al personale dello SSCI l’abuso di un
membro dell’Agenzia [...] per visitare i membri del [...] e se avrebbe
dovuto informare su ELACH [Ejército de liberación anti-comunista
de Honduras, Esercito di liberazione anticomunista dell’Honduras],
un’organizzazione paramilitare di destra che aveva violato i diritti
umani, considerato l’impegno del direttore dell’intelligence a farlo.
Nel luglio 1996, il direttore esecutivo ha chiesto all’ispettore
generale (IG) di aprire un’indagine per affrontare tali questioni chiave.
Nell’agosto 1996 ha chiesto all’IG di indagare anche su presunte
incoerenze presenti nella testimonianza rilasciata da un agente della
CIA a membri del personale dello HPSCI e ai funzionari dell’OPS
circa la morte del sacerdote statunitense.

A pagina 6 dell’informativa, ci si concentra sulle relazioni tra gli


Stati Uniti e l’Honduras nei difficili anni Ottanta.

7. Descrizione generale dei rapporti tra Stati Uniti e Honduras nel


decennio 1980. Per far fronte ai problemi che questo documento
presenta, bisogna comprendere il contesto politico dell’Honduras e la
relazione con il governo honduregno e i suoi servizi militari.
8. Il decennio 1980 è stato un periodo molto turbolento per
l’Honduras, il Paese più povero dell’America centrale e il quarto più
povero dell’emisfero occidentale. All’inizio degli anni Ottanta, il Paese
era governato da una dittatura militare che iniziava a lasciare il posto a
leader politici civili. Questo difficile processo è stato complicato da un
ambiente regionale instabile. Circondato da tre vicini più forti, e a
volte ostili, El Salvador, Nicaragua e Guatemala, l’Honduras ha vissuto
con la minaccia di un attacco esterno da quando ha raggiunto
l’indipendenza. Questa sensazione di pericolo si è intensificata con lo
stabilirsi di un governo rivoluzionario in Nicaragua nel 1979 e con lo
scoppio di ribellioni di sinistra nel Salvador nel 1981. La minaccia
insurrezionale ha indotto l’Honduras a collaborare con il Salvador, un
avversario di sempre, e ad appoggiare la resistenza armata per
l’espansione del regime nicaraguense. Questo compromesso ha
rinsaldato i tradizionali legami di sicurezza tra Honduras e Stati Uniti
e trasformato l’Honduras in un attore chiave della politica di sicurezza
degli Stati Uniti in Centro America.
9. Nel decennio 1980, l’escalation dell’attività sovversiva di sinistra
ha acuito la sensazione di vulnerabilità a Tegucigalpa. L’appoggio
nicaraguense ai militanti del Partito comunista dell’Honduras e a vari
gruppi radicali era la principale fonte di preoccupazione. A partire da
azioni di scarsa rilevanza, queste organizzazioni sono arrivate a
portare a termine rapimenti e sequestri. Nel luglio 1983, una piccola
unità nicaraguense di sinistra, addestrata alla guerriglia, ha
attraversato la frontiera tra Honduras e Nicaragua. Tuttavia, non era
ben preparata, mancava di una base d’appoggio locale ed è stata subito
sbaragliata dall’esercito honduregno, con la cosiddetta «Operación
Olancho». Non ha avuto buon esito nemmeno, nel 1984, un’analoga
incursione che tentava di incitare alla rivolta contadini honduregni
conservatori. Sebbene marginale, la minaccia della sinistra ha portato a
un’operazione di sicurezza interna. Secondo le organizzazioni che
difendono i diritti umani, un’unità congiunta di paramilitari e di
polizia militare, il Battaglione 316, ha messo in atto una campagna di
rapimenti e omicidi contro gli esiliati honduregni e salvadoregni di
sinistra, che ha causato almeno 100 vittime.

A pagina 22, al punto 54, si specificano le domande poste dal


direttore della CIA John Deutch che devono trovare risposta al
Congresso, al Senato e al Consiglio per la sicurezza nazionale
dell’amministrazione Clinton.

54. Questo rapporto si riferisce alle seguenti domande:


* Era presente [...] qualche agente della CIA durante le sessioni di
interrogatori ostili o torture in Honduras?
* Che cos’era l’Operación Olancho e chi erano Reyes Mata e padre
James Carney?
* Quali informazioni sono state fornite su Reyes Mata e padre
Carney? I rapporti della CIA hanno mancato di informare che [...] è
stato responsabile della morte di Reyes Mata e dei suoi guerriglieri,
tra cui forse padre Carney? Il quartier generale è riuscito a scoprire
che cos’è accaduto a Carney, viste le ripetute richieste del Congresso
e della famiglia Carney?
* Cos’ha fatto il personale dell’ambasciata in merito a Reyes Mata e a
Carney?
* Quali altri uomini del governo degli Stati Uniti hanno fornito
spiegazioni pertinenti relative a Reyes Mata e a Carney? Il quartier
generale [...] di stilare un rapporto circa la mancanza di
informazioni della CIA su Reyes Mata e Carney. La CIA e altri
funzionari del governo degli Stati Uniti ricordano qualcosa circa
questa notifica no-CIA? Che cosa ricordano la CIA e altri membri
del personale del governo degli Stati Uniti riguardo a questa
mancanza di informazioni?
* Un agente della CIA ha rilasciato una deposizione contraddittoria
circa padre Carney al Comitato permanente di intelligence e alla
CIA stessa?

A pagina 31 del documento, si riconoscono la presenza di padre


James Carney nelle file dei guerriglieri del PRTCH e il suo ruolo
all’interno dell’organizzazione.

78. Il 26 agosto 1983 gli honduregni hanno consegnato a [...] una


lista dei guerriglieri in custodia e di quelli che invece sembravano
essere ancora liberi. Questo elenco conteneva un riferimento a un
possibile sacerdote il cui nome poteva essere Fausto Milla o Guadalupe
e che doveva avere all’incirca 60-65 anni. Pare continuasse a rimanere
nella foresta. I disertori che sono stati interrogati dal personale addetto
hanno dichiarato di essere stati ingannati per unirsi al PRTCH e che il
gruppo aveva patito la fame. I guerriglieri che erano stati catturati e si
erano arresi soffrivano di una grave denutrizione ed esposizione agli
elementi. Il comando delle forze speciali honduregne, con l’aiuto di
elicotteri, ha pattugliato la zona alla ricerca dei combattenti.
79. I militari honduregni hanno trovato il campo base dei
guerriglieri il 7 settembre 1983 e, nonostante le informazioni siano
contrastanti, diversi leader della guerriglia sono stati catturati e
interrogati. A quanto pare, Reyes Mata ha abbandonato il gruppo
prima del 2 settembre. A metà settembre gli honduregni hanno fornito
a [...] un’analisi degli interrogatori ai rivoluzionari. In questo
documento si esamina l’infrastruttura della guerriglia e si afferma che
padre Carney ha reso possibili i contatti tra il gruppo e la popolazione
civile.

A pagina 34, ai punti 91 e 94, si passano in rassegna le ricerche


effettuate dall’ambasciata e dal consolato generale degli Stati Uniti a
Tegucigalpa per scoprire che cosa sia realmente accaduto a padre
Carney. Si arriva ad affermare che il governo dell’Honduras ha
consegnato all’ambasciata diversi oggetti appartenenti al religioso
ucciso.

91. L’ambasciata ha organizzato gli incontri della famiglia Carney


con il secondo ufficiale più alto in grado dell’esercito honduregno, il
capo di stato maggiore, e con una ventina di guerriglieri catturati. I
ribelli, sottoposti a domande dai Carney [...] hanno raccontato che il
sacerdote si era indebolito sempre di più durante la marcia nella
foresta e che alcuni guerriglieri erano stati incaricati di prendersene
cura. È stato visto vivo per l’ultima volta il 30 agosto 1983.
92. Durante gli interrogatori del console generale degli Stati Uniti ai
guerriglieri catturati, che affermavano tutti di avere disertato, si è
venuto a sapere che chiamavano il sacerdote «Compagno Mario».
Molti degli interrogati conoscevano padre Guadalupe per il suo lavoro,
tra cui i programmi radio a scopo educativo. Una persona aveva
riconosciuto il sacerdote da un articolo di un quotidiano honduregno
e un’altra lo conosceva per il suo vecchio legame con una parrocchia di
El Progreso. Il console generale ha mostrato ai guerriglieri catturati
una fotografia di Carney tratta da un giornale e tutti hanno
confermato che era lui il sacerdote che era stato con loro.
93. Uno dei guerriglieri, che aveva disertato il 20 agosto, ha
dichiarato che Carney diceva di non poter andare molto oltre e che la
marcia lo stava uccidendo. Un altro disertore, che ha visto Carney il 30
agosto, ha descritto il sacerdote come cadaverico e dipendente dagli
altri per proseguire nel cammino. Diversi ribelli catturati si chiedono
come potesse essere ancora vivo, ma non possono confermarne la
morte o attribuirla alle dure condizioni della foresta. Nessuno dei
guerriglieri interrogati è stato testimone di alcun combattimento con
l’esercito honduregno.
94. L’ambasciata degli Stati Uniti a Tegucigalpa ha ottenuto dal
governo dell’Honduras e consegnato alla famiglia del religioso alcuni
oggetti che pare gli appartenessero e continua a cercare risposte alle
domande dei membri della famiglia, dopo che ha lasciato l’Honduras.
A metà ottobre 1983, il governo honduregno ha informato, in una
nota diplomatica, di non essere riuscito a trovare il corpo di Carney e
che non è responsabile né delle condizioni di salute del sacerdote né di
dove si trova, dato che era entrato nel Paese in modo illegale.

Nei due paragrafi successivi, il rapporto segreto della CIA fa


riferimento a un articolo pubblicato nell’agosto 1984 dalla rivista The
Nation, in cui si citano due misteriosi americani che avrebbero
partecipato alle torture inflitte al sacerdote e alla sua successiva
uccisione nella base aerea di El Aguacate. Sebbene l’Agenzia non
confermi né smentisca, assicura con decisione che Blank e Kelvi non
sono suoi agenti.

95. Il numero di agosto 1984 della rivista The Nation ha pubblicato


un articolo intitolato «La misteriosa morte di padre Carney», che
descrive gli sforzi della famiglia Carney per scoprire che cosa gli sia
veramente successo. L’articolo contiene anche accuse all’intelligence
degli Stati Uniti e ai militari, in quanto afferma che hanno partecipato
all’operazione contro i ribelli e potrebbero essere stati presenti quando
Carney è morto. Si sostiene che un disertore del gruppo, al quale
hanno poi sparato a seguito di un tentativo di fuga, abbia parlato con
la famiglia, durante una visita in carcere, riguardo ad alcuni eventi che
sarebbero accaduti nella base aerea di El Aguacate. La sua storia è stata
consegnata alla Commissione cristiana dei diritti umani
dell’Honduras. Questa ha diffuso l’informazione e ha aggiunto che gli
statunitensi, identificati come «tenente West Blank» e «maggiore Mark
Kelvi», sono stati direttamente coinvolti nella tortura e
nell’interrogatorio culminati con l’uccisione di Carney e di altri leader
rivoluzionari. È probabile che tutto ciò sia successo in celle sotterranee
di El Aguacate. Secondo The Nation, non è venuta alla luce
nessun’altra prova circa la presenza della CIA a El Aguacate, e i
funzionari degli Stati Uniti si sono rifiutati di fare commenti.
96. In risposta a una lettera della famiglia Carney del 1° ottobre
1984 a Casey, il direttore degli Affari pubblici dell’Agenzia ha tentato
di assicurare alla famiglia del sacerdote che la CIA non aveva alcun
rapporto con quanto gli era accaduto, come invece afferma The
Nation. In merito alla presunta partecipazione di West Blank e Mark
Kelvi, la famiglia è stata informata del fatto che la politica della CIA è
quella di non confermare o negare l’impiego di specifici individui. In
una lettera datata 3 gennaio 1985 alla famiglia Carney, il direttore degli
Affari pubblici dell’Agenzia, Casey, ha affermato che Blank e Kelvi non
erano agenti della CIA.

L’ex militare Gustavo Álvarez Martínez, fondatore del sinistro


Battaglione 316, abbandonò l’Honduras diretto verso gli Stati Uniti,
dopo essere stato allontanato dal comando dell’esercito. Si stabilì a
Miami, dove rimase per quattro anni, finché, nell’aprile 1988, chiese al
presidente José Azcona del Hoyo il permesso di tornare in patria.
Álvarez sostenne in sua difesa di avere cambiato vita, dopo essere
entrato a far parte della Chiesa del Nazareno (una denominazione
cristiana evangelica fondata nella località texana di Pilot Point nel
1913 dal reverendo Phineas Bresee) e avere rinnegato il suo passato. Il
liberale Azcona del Hoyo acconsentì al suo rientro, che avvenne il 9
aprile 1988 sotto strette misure di sicurezza. Le prime dichiarazioni
del generale furono: «Non temo per la mia vita perché sono cristiano;
obbedisco alle parole di Cristo e vivo in consonanza con queste [...]. Se
qualcuno crede che io sia responsabile [delle sparizioni e degli
omicidi] e ha delle prove contro di me, che me le mostri, ma nei
tribunali e non andando a dire stupidaggini in giro. Non escludo la
possibilità che i miei sottoposti abbiano commesso degli abusi.
Quando si occupa una carica nelle forze armate, si viene sempre
accusati di qualche morte. Questo non mi preoccupa. Prima mi hanno
attribuito trecento morti; poi mi hanno fatto un favore e sono scesi a
cento. Non so, mi hanno abbassato il numero. Ho perdonato tutti
quelli che mi hanno ferito, proprio come Dio ha perdonato i miei
peccati, e io non devo essere il giudice di nessuno. Torno in Honduras
come un cristiano che ha ricevuto Gesù Cristo come il suo Signore e
Salvatore nell’agosto 1985. Così come Dio mi ha portato fuori
dall’Honduras, perché è stato per sua volontà che ho perso il lavoro e
la carriera, per sua stessa volontà ora rientro nel Paese». 16
Mercoledì 25 gennaio 1989, l’ex generale uscì dalla sua casa di
Tegucigalpa diretto verso il centro città, alla libreria evangelica, per
acquistare una Bibbia. Il veicolo, guidato dal suo autista Adolfo Abreu,
percorse boulevard Suyapa e si fermò a uno stop. Proprio in quel
momento, un gruppo di uomini con indosso l’uniforme dell’impresa
energetica statale sfoderò dei fucili d’assalto e aprì il fuoco sul veicolo.
L’ex generale fu raggiunto da diciotto colpi. L’attentato era stato
organizzato dal Movimento popolare di liberazione Cinchonero, un
gruppo di estrema sinistra che lo rivendicò.
L’autobiografia di padre James Carney, pubblicata dalla casa
editrice HarperCollins di New York due anni dopo la sua uccisione, si
intitola To Be a Revolutionary: The explosive autobiography of an
American priest, missing in Honduras (Essere un rivoluzionario: la
sconvolgente autobiografia di un sacerdote americano scomparso in
Honduras). La sua famiglia si recò in Honduras poco dopo avere
saputo della sua morte, ma non riuscì a recuperare né il corpo né
qualche informazione. Nemmeno la famiglia Báez, che attualmente
risiede in Florida, ha mai riavuto le spoglie del suo congiunto. Padre
Joseph Mulligan, amico di Carney, si mise alla ricerca di risposte sulla
scomparsa dei due americani. Nel 2010, scrisse una lettera al
presidente Barack Obama e al segretario di Stato Hillary Clinton,
chiedendo il loro aiuto.
Né il Vaticano, né Giovanni Paolo II, né il suo segretario di Stato
Agostino Casaroli hanno mai presentato una protesta ufficiale, verbale
o scritta, agli Stati Uniti o all’Honduras per l’esecuzione del gesuita
padre James Carney.
A pagina 206 del rapporto segreto della CIA sulle sue attività in
Honduras negli anni Ottanta, spicca la frase finale: «Tuttavia,
nonostante questi sforzi, la CIA continua a non sapere nulla della
sorte di Carney».
21
Messico. La rivolta zapatista
e un vescovo scomodo

LA miseria e l’ingiustizia sono considerate dalla maggior parte degli


analisti messicani e internazionali le principali cause della rivoluzione
armata nel Chiapas. È questo il terreno fertile che portò, sabato 1°
gennaio 1994, alla ribellione capeggiata dall’Esercito zapatista di
liberazione nazionale (Ejército zapatista de liberación nacional,
EZLN). La notizia della rivolta ebbe una grande eco in tutto il mondo
grazie ai media, per via della richiesta di giustizia e per la
rivendicazione dei propri diritti da parte delle popolazioni indigene e
dei diseredati del Messico, proprio il giorno dell’entrata in vigore del
NAFTA (North american free trade agreement), l’accordo di libero
commercio tra Stati Uniti, Canada e Messico.
L’EZLN, che irruppe nel panorama messicano alla fine del 1993, era
uno dei movimenti sociali del post guerra fredda. L’ideologia e la
prassi zapatiste lo rendevano simile ad altri movimenti di sinistra
anticapitalisti e legati a un discorso etichettato come
«controculturale», che non mirava alla conquista del potere centrale. 1
«I poveri del Messico e del mondo intero, indios o no, sono con
voi. Non può essere altrimenti, siamo la stessa razza, lo stesso sangue,
la stessa terra e lo stesso destino. Ci uniscono cinquecento anni di
sterminio e martirio, ma anche cinquecento anni di resistenza, di
rivolte e di utopie per poter sopravvivere come nazioni, come popoli
liberi e con dignità», disse il subcomandante Marcos in un discorso, e
in effetti quelle erano terre di ribellioni. Dal 1528, nove anni dopo
l’arrivo di Hernán Cortés, ci furono più di centoventi rivolte nell’area
maya che comprendeva la maggior parte del Sudest messicano, e
almeno altre cinque insurrezioni armate nel Chiapas. 2
Il giorno scelto per l’inizio della rivolta rappresentava un modo per
protestare contro la globalizzazione e per dire: «Siamo qui», spiegò il
carismatico subcomandante Marcos, leader degli zapatisti. I ribelli,
coperti da passamontagna, riuscirono ad assumere il controllo di sette
municipi: San Cristóbal de las Casas, Altamirano, Las Margaritas,
Ocosingo, Oxchuc, Huixtán e Chanal. Dopo avere preso San
Cristóbal, Marcos e i suoi uomini annunciarono al governo messicano
che avrebbero condotto una lunga marcia fino alla capitale. Dapprima
gli insorti, appellandosi all’articolo 39 della Costituzione,
prospettarono la deposizione dell’allora presidente Carlos Salinas de
Gortari, accusandolo di avere ottenuto il potere, nelle elezioni del
1988, con una frode elettorale di enormi dimensioni. Poi dichiararono
guerra all’esercito federale e invitarono i poteri legislativo e giudiziario
ad «adoperarsi per ripristinare la legittimità e la stabilità della nazione
deponendo il dittatore [Salinas de Gortari]». 3
Il movimento zapatista fu sconfitto per la prima volta a Las
Margaritas dove, in un combattimento aperto con le unità militari,
morì il subcomandante Pedro, capo di stato maggiore di Marcos e
secondo al comando dell’EZLN. Il governo di Ernesto Zedillo
annunciò la morte di Pedro come una grande vittoria militare, ancora
ignaro del fatto che pochi giorni dopo un’unità zapatista avrebbe
catturato come «prigioniero di guerra» il generale Absalón Castellanos
Domínguez, politico del Partito rivoluzionario istituzionale (Partido
revolucionario istitucional, PRI), militare ed ex governatore del
Chiapas. Quando la situazione cominciò a farsi troppo violenta, il
vescovo di San Cristóbal de las Casas, Samuel Ruiz García, rilasciò un
comunicato diretto a entrambe le parti in cui invocava una tregua e la
fine delle ostilità ed esigeva il rispetto dei civili. In tal modo, il
religioso guadagnò una popolarità che in seguito gli avrebbe causato
diversi grattacapi, soprattutto con il Vaticano.
Samuel Ruiz nacque nel 1924 nello Stato messicano di Guanajuato.
A tredici anni entrò nel Seminario diocesano di León e nel 1947 fu
inviato alla Pontificia Università Gregoriana di Roma per studiare
teologia. Lì fu ordinato sacerdote. Nel 1959, a soli trentacinque anni,
divenne vescovo del Chiapas su nomina di papa Giovanni XXIII e si
occupò di aiutare le comunità indigene, conquistando così la stima e la
fiducia dei suoi parrocchiani.
L’ira anticlericale contro i religiosi troppo compromessi esplose dal
Sudest del Messico fino a raggiungere le regioni centrali quando il
vescovo Samuel Ruiz, approfittando dell’ultima e posticipata visita di
Giovanni Paolo II in Messico, e inasprendo l’anno internazionale dei
popoli indigeni, mise nelle mani del Pontefice, come una mela
avvelenata, una copia della sua lettera pastorale dell’agosto 1993,
esattamente quattro mesi prima dello scoppio della rivoluzione
zapatista. Secondo lo stesso Ruiz, quella lettera era stata «la goccia che
aveva fatto traboccare il vaso colmo di rabbia accumulata verso un
potere che vive dello sfruttamento dei più poveri e diseredati». 4 La sua
pastorale recitava: «Siamo un Paese dipendente a livello di Stati,
municipi, comuni e comunità. La rottura della dipendenza inizia dalla
periferia, quando l’emarginato e l’oppresso diventano popolo
cosciente e organizzato. Lo Stato non permette questa rottura perché
infrangerebbe il suo progetto egemonico; per questo cerca di
dominare il popolo e di mantenerlo in una condizione di ignoranza e
disorganizzazione attraverso il controllo politico, economico,
ideologico, poliziesco e militare».
Era evidente che da molto tempo Samuel Ruiz era una figura
scomoda per il governo, sia per quello locale sia per quello federale, ed
era anche la «più nera delle pecore nere» di una delle Chiese più
conservatrici dell’America Latina. Tuttavia, nei suoi trentaquattro
anni da vescovo, aveva anche intessuto una rete di appoggi di
organismi non governativi in tutto il mondo. Da anni ormai le
autorità messicane speravano in un suo trasferimento e il vescovo era
diventato ancora più indesiderato mettendo in discussione, in quella
severa lettera pastorale, la democrazia messicana. Anche Patrocinio
González, l’ex ministro degli Interni, gliel’aveva giurata da quando era
diventato governatore del Chiapas. Don Samuel e le sue «esplosive»
omelie sui mali dello Stato non erano mai andati a genio ai poteri
locali. Quel religioso era un avversario pericoloso in una regione
vulnerabile, quanto di più simile a una bomba a orologeria.
Era così pericoloso da dire in chiesa, e ricordare a Giovanni Paolo
II, che in Messico «il nostro modo di vivere e di produrre è
oppressivo» o che «con la mancanza di terra e la disoccupazione il
governo sviluppa un controllo politico, perché la povertà è un pericolo
per la politica». Ruiz affermava poi: «Si cambiano le leggi, si inventano
nuovi delitti, si incrementano la carestia, la disoccupazione,
l’ingiustizia e la miseria, aumentano la malnutrizione e le malattie e gli
indigeni non hanno terre da coltivare». 5
Giovanni Paolo II fu costretto a leggere la lettera pastorale di
quell’uomo scheletrico che ogni giorno, dalla cattedrale di San
Cristóbal, faceva risuonare in tutto il Chiapas le sue parole. «Privato
delle sue terre, l’indio è uno straniero nel suo stesso Paese, ma tra gli
espropri, le depredazioni, la perdita della sua cultura, ha maturato la
coscienza di sé come persona, come popolo, come cultura e come
organizzazione che lotta per i propri diritti e la propria dignità», disse
Ruiz in una delle sue omelie. Con quelle parole si annunciava la rivolta
che stava per esplodere nel cuore del Messico.
Ma il potere non rimase a guardare. Il presidente Ernesto Zedillo,
stanco delle omelie di Ruiz, decise di passare al contrattacco esigendo
una risposta dura e decisa del Vaticano, che arrivò per mano del
nunzio apostolico Girolamo Prigione.
Per ordine del segretario di Stato Sodano, Prigione convocò Ruiz
presso la nunziatura e gli lesse una lettera nella quale si criticava
aspramente il suo lavoro pastorale e gli si chiedeva addirittura la
rinuncia. Nel gruppo degli alti membri della curia che desideravano
togliersi di torno lo scomodo vescovo c’erano lo stesso Papa, il
segretario di Stato, il prefetto della Congregazione per la dottrina della
fede Joseph Ratzinger, il nunzio apostolico Prigione, il cardinale e
arcivescovo di Città del Messico Ernesto Corripio y Ahumada e il suo
successore, il cardinale Norberto Rivera. La maggior parte di loro
accusava Ruiz per la sua particolare interpretazione del Vangelo,
sperando così di accontentare i cacicchi del Chiapas, i cattolici
conservatori messicani e i ministri e governatori che volevano dalla
Santa Sede la testa del vescovo.
Ciò che il Vaticano non si aspettava era che il discusso prelato
rifiutasse di abbandonare il suo incarico, ricevendo appoggio non solo
da ogni angolo del Messico, ma da tutto il mondo. Addirittura,
quindicimila indigeni circondarono la cattedrale per mostrargli il loro
sostegno. Mentre da Città del Messico si lanciavano messaggi contro il
vescovo e altri membri della Chiesa del Chiapas accusati di sostenere i
ribelli, Ruiz contrattaccava spiegando che avrebbe «messo la mano sul
fuoco per i trentadue religiosi, i trentatré sacerdoti e le sessanta
religiose di varie congregazioni che si muovono nel Chiapas. Nessuno
di loro è legato al movimento zapatista». 6 E aggiungeva:
«Simpatizzanti delle loro proposte, delle loro esigenze, lo siamo tutti,
perché sono quelle di ogni messicano consapevole della realtà del
Paese, si tratta di richieste storiche che vengono avanzate e proclamate
da più di vent’anni».
Martedì 21 febbraio 1995, la sezione della CIA in Messico inviò un
rapporto di «valutazioni nazionali», classificato come «top secret», al
presidente Bill Clinton e al direttore dell’Agenzia John M. Deutch, dal
titolo «Chiapas, vicolo senza uscita, aumento delle imposte». Gli
agenti della CIA nella capitale messicana sapevano già che il Vaticano
e il governo di Zedillo avevano chiesto la testa del vescovo Ruiz, ma
sapevano anche che questi si rifiutava di dare le dimissioni per via del
forte appoggio alla sua opera pastorale mostrato dalle comunità
indigene della regione. La CIA avvisava inoltre che la rivolta rischiava
di estendersi ad altri Stati messicani.
I ribelli zapatisti rifiutano di riprendere i negoziati di pace fino a
quando le truppe non si saranno ritirate dal territorio ribelle, ma il
presidente Zedillo ha promesso che il governo rimarrà e manterrà il
controllo esclusivo del Chiapas. Il governo ha anche affermato che i
mandati di arresto per i leader ribelli, tra cui Marcos, continuano a
essere validi, nonostante l’ordine della settimana scorsa di astenersi da
qualunque azione che possa provocare nuovi scontri.
– I militari ritengono che la rivolta continuerà, se sarà concessa
l’amnistia ai suoi leader, ma stanno effettuando incursioni contro i
siti ribelli nel Chiapas e nel Puebla e continueranno a obbedire a
Zedillo. [...]
– [...] gli Stati di Tabasco, Oaxaca, Guerrero, Michoacán de Ocampo e
Veracruz rappresentano la chiave potenziale dell’instabilità sociale e
politica.
Secondo la stampa, domenica, a San Cristóbal de las Casas, sono
state ferite più di una dozzina di persone, in seguito agli scontri tra i
sostenitori del vescovo Ruiz e i manifestanti che pretendono le sue
dimissioni dalla Commissione nazionale di mediazione.
– La Commissione, che entrambe le parti riconoscono come l’unico
organo di mediazione, dalla settimana scorsa ha chiesto ai militari
di tornare alle loro precedenti posizioni, al di fuori della zona di
conflitto. La Chiesa cattolica ha anche chiesto a Ruiz di rinunciare,
ma è difficile che abbandoni il suo controverso ruolo finché gode
dell’appoggio delle comunità indigene locali.

Il nunzio apostolico aveva già comunicato a Ruiz che la


Congregazione per i vescovi lo considerava responsabile di «applicare
un’analisi marxista della società e di ridurre il contenuto evangelico
all’ambito della lotta sociale. Questa posizione lo porta a
un’interpretazione del Vangelo che non è il Vangelo di Cristo»,
segnalavano i vescovi nella lettera.
Ruiz era un convinto sostenitore della Teologia della liberazione e
della cosiddetta «scelta per i poveri», fatto difficile da digerire per papa
Wojtyla e il suo fedele prefetto della Congregazione per la dottrina
della fede, il cardinale Joseph Ratzinger. Di certo, gli insegnamenti di
Ruiz avevano fatto sì che vari sacerdoti della diocesi di San Cristóbal si
unissero a gruppi di occupanti di proprietà private.
Una delle accuse che Giovanni Paolo II e Ratzinger rivolgevano agli
attivisti della Teologia della liberazione e al vescovo Ruiz era di
disattendere il loro lavoro pastorale per dedicarsi invece alla lotta per
le rivendicazioni sociali. È evidente che per il Papa polacco, fervente
anticomunista, i vescovi «progressisti», dalla parte dei diseredati, non
avevano interesse a formare veri sacerdoti cattolici. Di fatto, religiosi
progressisti come Ruiz e il vescovo di Cuernavaca, Sergio Méndez
Arceo, chiusero i seminari e si circondarono di sacerdoti stranieri, che
il Vaticano identificava come marxisti.
Nonostante Ruiz fosse accusato di essere uno degli autori degli
attacchi guerriglieri nel Chiapas nel 1994, di appoggiare un’«ideologia
della violenza» per via del suo lavoro nelle comunità e di offrire il
proprio appoggio alle rivendicazioni sociali degli indigeni, nel 2000 gli
fu consegnato dall’UNESCO il premio Simón Bolivar per il suo
impegno personale e il ruolo di mediatore con cui aveva contribuito
alla pace e al rispetto della dignità delle minoranze. Nel 2001 gli fu
assegnato a Norimberga il premio internazionale per i diritti umani,
per la sua instancabile difesa dei popoli indigeni del Chiapas per oltre
due decenni. Ricevette anche diverse lauree honoris causa: dalla
Universidad Iberoamericana di Città del Messico, dalla Universidad
Autónoma di Barcellona e da quella di Sinaloa, e fu candidato diverse
volte al Nobel per la pace.
Samuel Ruiz rimase combattivo fino alla morte, avvenuta il 24
gennaio 2011, a ottantasei anni. Il vescovo messicano diffuse, dal suo
modesto Chiapas, un messaggio di libertà che lo rese popolare in tutto
il mondo, in particolare tra i sostenitori del Concilio Vaticano II. Fu
uno dei prelati convocati a Roma da Giovanni XXIII tra il 1962 e il
1965, e il concilio lasciò in lui un’impronta profonda. Le due
preoccupazioni del concilio erano il dialogo con l’ateismo e l’unità
delle Chiese ma, qualche giorno prima dell’apertura dei lavori,
Giovanni XXIII introdusse un terzo tema: i poveri. A Samuel Ruiz
dispiacque sempre che quell’argomento fosse poi andato perduto.
Il vescovo continuò a caldeggiare un nuovo concilio, proprio come
il cardinale Carlo Maria Martini. In un’intervista rilasciata a un
quotidiano, Ruiz affermò che i concili erano pericolosi soltanto per la
curia e che quando, nel pieno del Concilio Vaticano II, era morto il
grande Giovanni XXIII, aveva sentito un monsignore della curia
pregare per lui e dire: «Che Dio lo perdoni per il danno che ha fatto
alla Chiesa con questo concilio».
Tuttavia, il grande conflitto con Roma era dovuto alla sua radicale
scelta di stare a fianco dei poveri. Ripeteva spesso: «L’unica domanda
che ci sarà posta alla fine dei tempi è come abbiamo trattato i poveri.
Avevo fame e mi hai dato da mangiare. Per questo l’America Latina ha
i suoi santi e i suoi martiri. Prima sono caduti i laici. Anche nella
gerarchia [ecclesiastica] che assume questa posizione ci sono martiri
che non sono martiri della fede, ma martiri della giustizia. Oggi si
muore per avere scelto di stare dalla parte dei poveri». È evidente che
il Vaticano di Wojtyla e di Ratzinger non era sulla sua stessa lunghezza
d’onda.
22
Ruanda. Tra una Chiesa decimata
e la vergogna dei collaborazionisti

A CAUSA della situazione creata dalle Nazioni Unite in Ruanda, i boia


hutu poterono agire indiscriminatamente. Nessuno, assolutamente
nessuno, all’interno dell’ONU protestò per la situazione nel cuore
dell’Africa, e la cosa peggiore è che si sarebbe potuto evitare lo
sterminio di quasi 800.000 uomini, donne e bambini. Il generale
canadese dell’UNAMIR (United Nations assistance mission for
Ruanda, Missione di assistenza delle Nazioni Unite per il Ruanda)
Roméo Dallaire aveva avvisato i suoi superiori del rischio di un
genocidio, ma nessuno lo ascoltò.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, il generale Boutros
Boutros-Ghali, sostenne semplicemente che quando era arrivata la
notizia lui non si trovava a New York; il vicesegretario generale per le
operazioni di pace, Kofi Annan, chiese di continuare a mantenere la
più stretta imparzialità e neutralità; infine, i Caschi blu belgi
dimenticarono di essere soldati di una forza di pace e tralasciarono il
loro dovere di proteggere i deboli (tutsi) dai forti (hutu).
L’ONU era coinvolta nella missione in Ruanda dal giugno 1993. 1
Per mezzo dell’UNAMIR, era incaricata di agevolare l’applicazione
degli Accordi di Arusha, firmati dalle varie fazioni ruandesi. Il suo
compito era offrire assistenza per garantire la sicurezza della capitale
Kigali, vigilare sul rispetto dell’accordo per il cessate il fuoco,
supervisionare le procedure di smobilitazione, prestare aiuto nelle
operazioni di sminamento e coordinare le attività di assistenza
umanitaria. 2
Nel 1991, varie associazioni umanitarie in Ruanda avevano
cominciato a riferire di numerose uccisioni di tutsi da parte di milizie
hutu e di incarcerazioni e torture di hutu moderati. Dopo i primi
omicidi di massa, le ONG locali avevano reclamato l’attenzione di
organismi internazionali come l’ONU. I principali leader delle bande
di assassini appartenevano a organizzazioni guerrigliere, gli
interahamwe, o «quelli che combattono insieme». 3 Nel novembre
1992, una delegazione internazionale di ONG, tra cui Human Rights
Watch, era giunta in Ruanda alla ricerca di prove su quei crimini; nel
gennaio 1993, riferì che il regime hutu del presidente Juvénal
Habyarimana aveva permesso atti di genocidio e violazione dei diritti
umani. 4
L’unica risposta che i tutsi trucidati e le loro famiglie ottennero
furono l’embargo economico degli Stati Uniti e dell’Unione Europea
al governo di Kigali. In seguito alle pressioni, il presidente
Habyarimana riconobbe pubblicamente gli atti criminali commessi e
promise di accettare un controllo internazionale sul suo regime e sulle
milizie sanguinarie che lo sostenevano. L’ONU volle credere alla
parola di chi aveva permesso un genocidio e ridusse le pressioni sul
governo hutu. Il 4 agosto 1993 si firmarono gli accordi di pace di
Arusha. Il Fronte patriottico ruandese (FPR, tutsi), dopo avere
combattuto per tre anni, decise di deporre le armi e prendere parte al
governo di unità nazionale che si sarebbe dovuto formare dopo la
firma dell’intesa. Si stabilì inoltre che il governo hutu avrebbe
permesso il ritorno di tutti i profughi tutsi da Tanzania, Burudi e
Uganda. Habyarimana arrivò addirittura a garantire la convocazione
di elezioni libere, come punto di partenza per una riconciliazione
etnica nel Paese che sarebbe stata portata a termine da un governo
democratico.
La comunità internazionale pensò che il Ruanda potesse costituire
l’esempio perfetto di una nazione multietnica in cui esisteva la
possibilità di riconciliazione e pace, ma si sbagliava. Il rispetto degli
Accordi di Arusha doveva essere controllato da una forza di
osservatori e di pacificazione delle Nazioni Unite. Il 5 ottobre 1995, il
Consiglio di sicurezza inviò in Ruanda l’UNAMIR, la cui missione
sarebbe durata non più di sei mesi. In breve, 1.400 Caschi blu, degli
8.000 necessari, iniziarono a dispiegarsi nel Paese. Esisteva però il
serio rischio di un rinnovarsi delle ostilità sia da parte delle FAR
(Forze armate ruandesi, hutu) sia da parte del FPR.
Nello stesso mese di ottobre, si concretizzò il cessate il fuoco e si
istituirono «zone smilitarizzate». In ogni caso, gli alti comandi
dell’UNAMIR informarono New York della precarietà della situazione
in Ruanda e del pericolo che potesse precipitare, causando una delle
maggiori catastrofi umanitarie dalla seconda guerra mondiale. Bastava
accendere una miccia, e ciò accadde il 21 ottobre 1991, quando
l’esercito del Burundi, dominato dai tutsi, uccise il presidente hutu
Melchior Ndadaye, dando così il via a una grande ondata di stragi di
massa. 5 Più di 300.000 hutu fuggirono dal Burundi verso il Ruanda.
Dalla Radio Télévision Libre des Mille Collines, gli estremisti hutu
raccomandavano ai membri della propria etnia di armarsi e prepararsi
a lottare contro i tutsi, prima di morire sotto i colpi dei loro machete.
È evidente che Juvénal Habyarimana aveva fallito nel tentativo di
creare un governo di unità nazionale. Hasan Ngeze, giornalista del
quotidiano estremista hutu Kangura, proclamava dalle sue pagine che
l’UNAMIR era in Ruanda soltanto per aiutare il FPR a prendere il
potere con la forza. Ngeze chiedeva l’uscita di tutti i Caschi blu dal
Paese e consigliava ai suoi lettori come combatterli, definendoli
«codardi». Il cronista prediceva poi che le forze dell’UNAMIR
avrebbero abbandonato il Ruanda proprio come avevano fatto con la
Somalia, dopo la morte di diciotto ranger statunitensi, e proseguiva
affermando che se si fossero uccisi dei Caschi blu, l’ONU si sarebbe
vista costretta a ritirarli.
Tra il dicembre 1993 e il gennaio 1994, gli estremisti hutu presero
ad assassinare indiscriminatamente civili tutsi, uomini, donne e
bambini. L’11 gennaio 1994, il generale Dallaire inviò un telegramma
urgente al suo diretto superiore a New York, il vicesegretario generale
per le operazioni di pace, Kofi Annan. 6 Il capo dell’UNAMIR scriveva
che «la fonte dell’informatore è un politico del governo molto, molto
importante», aggiungendo: «Il contatto gli ha rivelato che le milizie
estremiste hutu interahamwe vengono addestrate in campi ufficiali
dell’esercito ruandese e apparentemente hanno la nuova missione,
allontanandosi dal loro ruolo tradizionale, di proteggere Kigali, la
capitale del Ruanda, dal Fronte patriottico ruandese (tutsi).
L’informatore ha ricevuto l’ordine di compilare l’elenco di tutti i tutsi
di Kigali, e sospetta che ciò sia in vista della loro eliminazione. La
milizia hutu, afferma l’uomo, forse ucciderà migliaia di tutsi. Spiega
anche che lui si opporrà allo sterminio di tutsi innocenti e che
l’informatore è pronto a rivelare alle forze di pacificazione dell’ONU
la collocazione dei maggiori depositi di armi che la milizia hutu pensa
di utilizzare».
Dopo avere ricevuto il telegramma di Dallaire, il dipartimento per
le operazioni di pace, capeggiato da Kofi Annan, decise di convocare
un incontro urgente. Iqbal Riza, assistente di Annan, ordinò al
generale di non portare a termine nessuno dei suoi propositi e
aggiunse che le ambasciate degli Stati Uniti, della Francia e del Belgio
sarebbero state messe al corrente delle informazioni da lui fornite, in
modo che facessero pressione sul presidente hutu del Ruanda. Non fu
nemmeno dato l’ordine di informare il Fronte patriottico ruandese di
stare in guardia, proteggendo in questo modo i civili. Il dipartimento
di Annan chiese a Dellaire di limitarsi ad agire secondo quanto
stabilito dal mandato dell’UNAMIR. 7
Dal febbraio 1994, i comandi delle varie unità dei Caschi blu in
Ruanda iniziarono a riferire al proprio superiore, Dellaire, di uccisioni
di massa di civili di diversa etnia o ideologia politica. Nelle sue
memorie, pubblicate nel 2004, 8 il generale afferma di avere ricevuto
un fax codificato da parte di Kofi Annan e firmato dal suo assistente,
Iqbal Riza, diretto a lui in quanto comandante dell’UNAMIR e al
rappresentante del segretario generale in Ruanda ed ex ministro degli
Esteri del Camerun, Jacques-Roger Booh-Booh, in cui Annan
ordinava loro «di trattenersi e abbassare la guardia. Raccomandava
inoltre di non pensare più a quegli arsenali e di sospendere
immediatamente ogni azione in tal senso».
Il 6 aprile 1994, il presidente hutu Juvénal Habyarimana fu
assassinato: l’aereo su cui viaggiava fu abbattuto da un missile nei
pressi di Kigali. Con lui c’era anche il presidente del Burundi. Fu così
che ebbe inizio il genocidio. Unità dell’esercito ruandese e milizie
estremiste hutu trucidarono in massa i tutsi e gli hutu schierati su
posizioni più moderate. Soltanto il primo giorno si contarono migliaia
di morti, massacrati a colpi di machete. Il 7 aprile, i militari ruandesi
ottennero la resa di dieci Caschi blu belgi messi a protezione del primo
ministro, Agathe Uwilingiyimana, e dei suoi cinque figli. Dietro ordini
dei superiori, i soldati dell’ONU rifiutarono di consegnare le armi e
furono torturati, mutilati e uccisi. Anche il primo ministro, che
cercava di scappare dal retro della casa, fu seviziata e uccisa.
Il generale Dallaire chiese un rinforzo di cinquemila Caschi blu per
fermare il massacro, e la risposta di Kofi Annan fu di «fare ogni sforzo
per non compromettere la sua imparzialità o agire contro il suo
mandato». Migliaia di ruandesi furono decapitati, stuprati, impalati,
bruciati vivi, sepolti in fosse comuni ancora in vita o dati in pasto ai
coccodrilli, mentre l’ONU si preoccupava di rimanere imparziale. In
seguito si venne a sapere dal primo ministro belga, Willy Claes, che il
suo Paese aveva chiesto un intervento ma la Francia aveva
semplicemente risposto con un «no».
Il passo successivo del generale fu cercare di convincere gli Stati
Uniti a portare sul territorio un contingente di pace per condurre una
grande operazione di evacuazione, ma Washington rispose che
avrebbe inviato delle truppe solo se i Paesi occidentali erano disposti a
dirigerla. Dallaire confessò allora ai suoi più stretti collaboratori di
avere ricevuto ordini dal quartier generale dell’ONU a New York di
«non evacuare i locali». La maggior parte degli ufficiali dell’UNAMIR
ignorò quell’ordine e diede rifugio a centinaia di tutsi ruandesi. «Se
vuoi fare del bene, fallo, ma non chiedere a New York», osservò un
ufficiale dei Caschi blu. 9
L’ordine di evacuazione raggiunse anche il contingente belga. L’11
aprile, novanta Caschi blu belgi si ritirarono dall’École technique
officielle, una scuola salesiana di Kigali. Al suo interno si erano
rifugiati circa duemila tutsi, tra cui quattrocento bambini di varia età.
Mentre i soldati si ritiravano, fuori dell’edificio si raccoglievano
membri delle milizie hutu interahamwe. Quando l’ultimo militare
belga fu salito sul veicolo, gli estremisti entrarono nell’edifico e
trascinarono fuori con la forza le donne più giovani. Dopo averle
violentate, le uccisero sotto gli occhi dei loro padri, mariti e figli. Poi
gli hutu aprirono il fuoco contro la scuola, lanciarono all’interno delle
granate, chiusero ermeticamente l’edificio e gli diedero fuoco.
Secondo un rapporto posteriore, solo undici di quei duemila tutsi si
salvarono.
Incredibilmente, quattro giorni dopo il massacro all’École
technique, Bruxelles ordinò la ritirata di tutto il suo contingente.
Ignorando la richiesta del generale Dallaire, le forze dell’UNAMIR
furono ridotte da 2.500 uomini a soli 270, nel bel mezzo della
carneficina che insanguinava il Ruanda. Il tutto davanti allo sguardo
«imparziale» delle Nazioni Unite. A fine aprile, il numero delle vittime
superava le centomila persone.
Le prove di quanto stava accadendo continuarono ad arrivare agli
uffici dell’ONU di New York finché, nel maggio 1994, il New York
Times descrisse come le milizie hutu gettassero nelle acque del fiume
Kagera i corpi dei tutsu uccisi, che venivano trasportati dalla corrente
fino al lago Vittoria. Un’emittente televisiva riprese i coccodrilli che si
contendevano i cadaveri, che sembravano essere corpi di bambini. Il
rappresentante del Ruanda negò i fatti e protestò per essere stato citato
in un documento ufficiale delle Nazioni Unite. 10
Il 27 aprile, il presidente francese Mitterrand si riunì in segreto con
due hutu appartenenti alle milizie estremiste. Queste dialogavano con
i principali leader politici francesi, dal primo ministro Edouard
Balladur al ministro degli Esteri Alain Juppé. Diversi documenti
dimostrano che, dal giugno 1994, il governo socialista francese fornì
armi alle milizie hutu facendole passare dallo Zaire. Ovviamente, i
francesi negano.
Il 4 maggio 1994, l’ambasciata statunitense presso la Santa Sede
inviò un rapporto «confidenziale», intitolato «La chiamata del
Vaticano agli Stati Uniti, alla Francia e al Belgio per il Ruanda e lo
Zaire». Nel documento, gli analisti sottolineano i disperati tentativi del
Vaticano di mobilitare la comunità internazionale, in modo che si
ponga fine al genocidio ruandese. L’interlocutore degli Stati Uniti
presso la Santa Sede è il cardinale Jean-Louis Tauran, responsabile
degli Affari esteri, e la fonte vaticana in Ruanda è il nunzio apostolico
a Kigali, Giuseppe Bertello.

2. Il cancelliere della Santa Sede, Tauran, ha convocato gli


ambasciatori di Stati Uniti, Francia e Belgio, per esprimere la
preoccupazione del Vaticano sul Ruanda e lo Zaire. Tauran ha detto di
essere stato informato dal nunzio apostolico a Kigali e da altre fonti
della Chiesa degli sconvolgenti massacri in Ruanda, compresa la morte
di 50 sacerdoti e la distruzione o il danneggiamento di molte chiese.
Tauran ha aggiunto di avere parlato della questione con il Papa e che
la comunità internazionale deve fare di più per fermare la carneficina.
3. Tauran ha pregato i tre ambasciatori di chiedere ai loro governi
di accordarsi su una dichiarazione internazionale che dia ai massacri
ruandesi il nome di «genocidio». Il Vaticano ha poi detto che è
necessario agire per fermare la carneficina e ha chiesto un’azione
coordinata dei tre Paesi per far sì che le parti riprendano i negoziati,
per lavorare alla costruzione di un qualche governo o di un’alternativa
di transizione, o qualunque cosa renda possibile l’avvicinamento delle
parti. Inoltre, ha chiesto che i tre Paesi lavorino insieme per formare
una forza dell’ONU o dell’OUA [Organizzazione per l’unità africana]
che apra corridoi per l’intervento umanitario.
4. [...] Tauran ha aggiunto che sarà a Bruxelles il 5 maggio per
incontrare il ministro degli Esteri belga (e anche Jacques Delors) e che
gli parlerà personalmente della questione.
5. L’ambasciatore Flynn ha risposto che gli Stati Uniti stanno
collaborando con le nazioni vicine al Ruanda nei loro sforzi
diplomatici per porre fine al massacro. Ha anche detto di avere
contribuito con 35 milioni di dollari per sostenere gli sforzi
internazionali di invio di aiuti umanitari ai rifugiati. Tauran ha
risposto che l’aiuto è importante, ma la diplomazia è fondamentale per
far cessare il genocidio. L’ambasciatore francese ha detto che Parigi sta
mandando una missione nei Paesi vicini. L’ambasciatore belga ha
assicurato che anche il Belgio è impegnato in sforzi simili e che gli
Accordi di Arusha sono ancora l’unica possibile risposta.

L’aspetto interessante è che il Vaticano, pur preoccupandosi della


situazione del Ruanda, non rivela a nessuno dei tre ambasciatori che
alti esponenti della Chiesa ruandese hanno preso parte al genocidio. Il
caso più noto è quello di monsignor Vincent Nsengiyumva, di etnia
hutu. Nato nel 1936, fu nominato arcivescovo di Kigali nel 1976 da
papa Paolo VI. Lavorò nel governo del Ruanda, come presidente del
Comitato centrale del partito al potere per quattordici anni, fin
quando il Vaticano glielo vietò, nel 1990. Fu anche caro amico del
presidente assassinato, Juvénal Habyarimana.
In quanto hutu, l’arcivescovo incolpava i ribelli tutsi di avere
causato il genocidio, che cercava di giustificare come «un mezzo per
assicurare la maggioranza democratica». Consegnò anche agli
interahamwe i nomi di vari religiosi tutsi. Infine, il 7 giugno 1994, a
cinquantotto anni, fu assassinato dai ribelli tutsi vicino alla chiesa di
Kabgayi, insieme con due vescovi e tredici sacerdoti, tutti di etnia
hutu. I tutsi assicurarono che i prelati erano coinvolti nelle uccisioni
dei loro famigliari.
Il 4 agosto dello stesso anno, l’ambasciata degli Stati Uniti presso il
Vaticano inviò una seconda informativa «confidenziale» al segretario
di Stato, Warren Cristopher, e alle ambasciate americane in Francia,
Zaire, Belgio, Burundi e alle Nazioni Unite, a New York e a Ginevra. Il
documento, di cinque pagine, reca il titolo «Il Vaticano e il Ruanda».

4. Il Vaticano ha cercato di svolgere un ruolo diplomatico indiretto,


anche attraverso la convocazione, il 4 maggio, degli Stati Uniti, della
Francia e del Belgio per chiederci di lavorare insieme per riportare le
parti in lotta al tavolo dei negoziati e trovare così un governo di
transizione; ci ha anche chiesto di creare una forza dell’ONU o
dell’OUA gestita dagli africani, per aprire corridoi umanitari. Tauran
ha detto che gli Stati Uniti sono gli unici che possono rivolgersi a tutto
il mondo e ci ha spinti a favorire i negoziati e a dare il via agli aiuti
umanitari.
5. Il viceministro degli Esteri, monsignor Celli, e il vicesegretario
del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, Martin, ci hanno
riferito che il Vaticano sta affrontando la crisi ruandese in diversi
modi. Oltre all’assistenza ai rifugiati nello Zaire da parte di
organizzazioni internazionali cattoliche e di organizzazioni di
soccorso, il Vaticano sta anche mobilitando le congregazioni cattoliche
internazionali per l’invio urgente di personale da impiegare in ambito
sanitario, educativo e di servizio pastorale tra i rifugiati. La Chiesa non
ha ancora agito attivamente nei campi di rifugiati, ha spiegato
monsignor Martin. Monsignor Celli ha sottolineato che si stanno
istruendo i religiosi perché sostengano la riconciliazione e la
pacificazione tra i gruppi etnici, contribuiscono alla riduzione
dell’attività militare e incoraggino il rimpatrio. Si stanno reclutando
religiosi tra quelli che hanno una minima familiarità con l’Africa
centrale e le lingue locali. Il problema è che molti di questi religiosi
sono belgi o francesi e quindi non ben visti dai ruandesi.

Nei tre paragrafi successivi, gli analisti spiegano che «la Chiesa in
Ruanda è decimata», facendo riferimento all’assassinio di molti
religiosi. Discutono poi la nomina di padre Hoser come inviato
speciale della Santa Sede in Ruanda.

6. Entrambi i funzionari del Vaticano concordano nell’affermare


che la Chiesa in Ruanda è decimata. E questo per via dell’uccisione
dell’arcivescovo e di due vescovi, di decine di sacerdoti, della
distruzione di molte chiese e della morte di innumerevoli
parrocchiani. A Kigali non c’è il nunzio apostolico e nemmeno altre
fonti di informazione, per cui il Vaticano non sa bene chi o che cosa
resti.
7. La Santa Sede ha nominato padre Hoser «visitatore apostolico»,
perché vada in Ruanda a vedere la situazione e cerchi di capire come la
Chiesa può riprendere il suo operato e assumere un ruolo nella
guarigione fisica e spirituale del Ruanda. Nel territorio ci sono soltanto
due vescovi, e monsignor Martin ha detto che non ci sono leader
autoctoni nella Chiesa ruandese. Ha aggiunto che sta cercando di
convincere il cardinale Etchegaray, uomo chiave del Papa in Africa
centrale (che è stato in Ruanda lo scorso mese), a fornirgli qualcuno di
esterno che si occupi di dirigere la ricostruzione.
8. Padre Hoser, che ha vissuto molti anni in Ruanda, adesso si trova
a Bujumbura [nel Burundi], ma ha il permesso del Fronte di entrare in
Ruanda il 5 agosto. Sia Celli sia Martin hanno insistito perché padre
Hoser faccia molta attenzione per ottenere tutti i permessi necessari da
parte del nuovo governo. Le relazioni tra la Chiesa e il Fronte non
sono facili: hanno arrestato delle suore e non è stato possibile far
entrare funzionari della Chiesa nel territorio occupato dal Fronte.
Martin ha detto che gli incontri di luglio tra il cardinale Etchegaray e i
membri del Fronte sono stati cordiali, ma la leadership [si è mostrata]
spesso inflessibile. Il cardinale ha trovato un po’ più informali i
rapporti con l’Uganda, rispetto a quelli con il Ruanda. Stando a
Martin, gli appelli della Chiesa a favore della riconciliazione non
vengono recepiti dai dirigenti del Fronte più interessati a una giustizia
sommaria.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite autorizzò l’intervento


francese in Ruanda e il 22 giugno 1994 i soldati entrarono nel Paese
con l’ordine di usare le armi, se necessario; una possibilità che era
stata negata a Dallaire nel suo intento di salvare vittime innocenti.
Mentre le forze speciali francesi occupavano il 25% del Paese, gli hutu
li ricevevano con striscioni su cui era scritto BENVENUTI HUTU
FRANCESI . A detta di Parigi, l’Opération turquoise (operazione
turchese) aveva lo scopo di proteggere gli oltre centomila tutsi del
Ruanda occidentale, ma non era vero. I rapporti dell’UNAMIR
indicano che in quegli stessi giorni migliaia di tutsi continuavano a
essere uccisi. Il quotidiano Libération pubblicò un articolo in cui si
affermava che i militari francesi avevano addestrato membri degli
squadroni della morte hutu. 11 Quando i francesi arrivarono in
Ruanda, quasi 800.000 tra tutsi e hutu moderati erano ormai stati
trucidati. Il 18 luglio, le forze tutsi del FPR entrarono a Kigali,
costringendo il governo hutu a rifugiarsi nello Zaire. Poco dopo i
francesi si ritirarono.
Era arrivato il momento delle domande che nessuno voleva fare e
delle risposte che nessuno voleva dare. Inizialmente, dopo che si
conobbe la portata del genocidio e mentre le televisioni di tutto il
mondo mostravano le immagini di corpi decapitati a colpi di machete,
donne e bambini arsi vivi e neonati squartati o impalati, il
dipartimento per le operazioni di pace dell’ONU, dopo avere
«condannato» la carneficina, affermò di non essere mai stato avvisato
del rischio che si stava correndo. Misteriosamente, però, qualcuno
riuscì a ottenere una copia dell’originale del telegramma inviato l’11
gennaio 1994 dal generale Roméo Dallaire ai suoi superiori a New
York, Kofi Annan e Iqbal Riza, nel quale li avvertiva che gli hutu si
stavano preparando al genocidio dei tutsi.
Più tardi Iqbal Riza, per scusarsi, e con sulle spalle montagne di
cadaveri di innocenti massacrati, addusse la scusa che la missione
dell’UNAMIR era quella di «aiutare le parti in causa a stabilire zone di
sicurezza nella capitale ruandese e non di andare alla ricerca di armi
illegali». 12 Boutros Boutros-Ghali, nel tentativo di sottrarsi alle sue
responsabilità, scrisse nelle sue memorie che nel gennaio 1994 non si
trovava nel quartier generale dell’ONU a New York e quindi non era
al corrente della situazione in Ruanda. Kofi Annan, massimo
responsabile delle forze per il mantenimento della pace, dichiarò che
era stato Iqbal Riza a decidere e firmare a suo nome la risposta al
messaggio del generale Dallaire. Quel che è certo è che la firma di Riza
non assolve Annan dalla responsabilità di non avere evitato il
genocidio di quasi un milione di persone.
La Commissione parlamentare d’inchiesta del Senato belga criticò
apertamente «le manchevolezze della Segreteria ONU e del suo
dipartimento per le operazioni di pace» nel risolvere la situazione del
Ruanda e concluse che il segretario generale Boutros Boutros-Ghali e
il vicesegretario Kofi Annan erano da considerare responsabili degli
«errori». 13
L’unico vero eroe della tragedia ruandese fu il generale Dallaire,
comandante delle forze UNAMIR. Secondo un rapporto dell’OUA,
rifiutò, insieme con un pugno di suoi ufficiali, di seguire gli ordini di
Annan e Riza, riuscendo così a proteggere tra i venti e i
venticinquemila ruandesi tutsi e hutu moderati. 14 Nel febbraio 1998, il
militare comparve dinanzi al Tribunale penale internazionale per il
Ruanda. Dallaire si ritrovò ancora una volta con le mani legate, dato
che tutti i comunicati da lui inviati durante il periodo di servizio in
Ruanda al quartier generale dell’ONU a New York erano considerati
«top secret». Poteva però rispondere a una domanda postagli dal
giudice: «Avrebbe potuto fermare il genocidio in Ruanda?» E rispose
con un «Sì» deciso. Dopo la testimonianza, si dimise dal suo incarico
nell’esercito canadese, sostenendo di non poter più indossare con
onore la divisa, dopo i fatti ruandesi.
Iniziarono anche a circolare le prime informazioni sul ruolo della
Chiesa cattolica nel genocidio. In un duro messaggio datato marzo
1996, Giovanni Paolo II ammise ufficialmente che decine di sacerdoti,
religiosi e suore di etnie rivali avevano partecipato attivamente ai
massacri consumati in Ruanda. «Tutti i membri della Chiesa che
hanno peccato durante il genocidio dovranno avere il coraggio di
assumersi la responsabilità dei loro atti, che sono contro Dio e contro
tutti i credenti», affermò con tono visibilmente severo. Tuttavia,
aggiunse: «La Chiesa non può essere ritenuta responsabile per le colpe
di coloro che hanno agito contro la legge del Vangelo, che saranno
chiamati a rendere conto delle proprie azioni».
Tra i collaborazionisti del genocidio c’era padre Wenceslas
Munyeshyaka. Sacerdote hutu della cattedrale di Kigali, fuggì in
Francia con l’aiuto di religiosi francesi, ma in seguito fu accusato di
avere fornito liste di civili alla milizia interahamwe e dello stupro di
giovani rifugiate. Stando a quanto affermano gli atti del processo,
padre Munyeshyaka era solito riferirsi alla madre, di etnia tutsi,
definendola «scarafaggio». Tutto ciò non impedì che riprendesse le
sue attività pastorali in Francia, d’accordo con il clero locale, fino a
quando fu arrestato. Nel 2006, l’ex sacerdote hutu Athanase Seromba
fu condannato a quindici anni di carcere dal Tribunale penale
internazionale per il Ruanda per il ruolo attivo svolto nello sterminio
di duemila tutsi. I giudici e la pubblica accusa ascoltarono le
testimonianze su come Seromba avesse attirato i tutsi all’interno della
chiesa, dove questi pensavano di trovare protezione. Una volta entrati,
l’ex sacerdote aveva ordinato ai bulldozer di schiacciare i rifugiati. Poi
le milizie hutu avevano ucciso i superstiti.
Un altro membro della curia accusato di avere collaborato al
genocidio era il vescovo di Gikongoro, monsignor Augustin Misago:
in primo luogo per avere spinto il Vaticano ad allontanare dal Ruanda,
nel giugno 1994, i sacerdoti tutsi in quanto «il Ruanda non li voleva»,
e in secondo luogo per i fatti occorsi il 4 maggio 1994. Quel giorno il
vescovo si era presentato con la polizia davanti a un gruppo di
novanta bambini tutsi nascosti, ai quali aveva detto di non
preoccuparsi, perché si sarebbero presi cura di loro. Tre giorni dopo,
la polizia, insieme con la milizia interahamwe, aveva ucciso ottantadue
bimbi. Nel 2000, Misago fu assolto da ogni accusa a suo carico. È
morto il 19 marzo 2012.
In Belgio, un tribunale per i crimini di guerra condannò a sette
anni di detenzione due suore, anche loro accusate di complicità nel
genocidio. Sorella Gertrude Mukangango fu invece condannata a
quindici anni, per il coinvolgimento nel massacro di settemila persone
che cercavano rifugio nel suo convento, nel Sud del Paese. Anche
Maria Kisito Mukabutera ricevette una pena detentiva di dodici anni,
con la stessa accusa. Alcuni sopravvissuti alla carneficina
raccontarono in tribunale come le due suore avessero consegnato
migliaia di persone di etnia tutsi che cercavano protezione presso di
loro. Inoltre, avevano fornito barili di combustibile alle milizie hutu,
per dare fuoco a un magazzino dove erano nascosti cinquecento
rifugiati tutsi. Human Rights Watch parlò anche di vari religiosi
cattolici che si erano trasformati in martiri per difendere le vittime del
genocidio. Tra questi, padre George Gashugi, padre Vjeko Curic e
suor Felicitas Niyitegeka, che avevano rifiutato di partecipare agli
eccidi e di consegnare i loro fratelli. Purtroppo, questi casi
rappresentarono una piccola eccezione.
Nel rapporto inviato il 4 agosto 1994 dall’ambasciata degli Stati
Uniti in Vaticano al segretario di Stato Warren Christopher, si
sottolinea che la Chiesa cattolica ruandese è «polarizzata» proprio
come il resto della società del Paese africano.

9. La Chiesa ruandese è polarizzata quanto la popolazione,


sostengono sia Celli sia Martin. Alcuni appartenenti al clero sono
andati oltre l’accaduto [...] come nel caso di sacerdoti tutsi protetti da
parrocchiani hutu. Sfortunatamente, altri sono più interessati alla
vendetta che alla riconciliazione. Entrambi [Celli e Martin] hanno
sottolineato che la priorità del Vaticano è la ricostruzione della Chiesa
nel Paese, per poter così sostenere la pace e riacquistare il ruolo di
promotore di un servizio sociale di primaria importanza in molte zone
del Paese.
23
Kurdistan. Negoziando con il PKK

IL Partito dei lavoratori del Kurdistan (Partîya karkéren Kurdîstan,


PKK) è un movimento di lotta armata che ha agito contro lo Stato
turco tra il 1984 e il 2013, allo scopo di ottenere l’autonomia del
Kurdistan e maggiori diritti politici per i curdi presenti sul territorio
turco. L’organizzazione fu fondata nel 1973 sotto la guida di Abdullah
Öcalan, che ne stabilì le linee base. Öcalan al tempo era studente di
scienze politiche all’università di Ankara e si occupava, nello specifico,
di analizzare la situazione curda nella regione, come molti altri giovani
di origine curda. Alcuni dei fondatori del PKK militavano in partiti
politici turchi, altri si conobbero tramite associazioni dell’Est del
Paese, ma il loro comune denominatore era la convinzione che la
cosiddetta «questione curda» si potesse risolvere con le riforme,
pertanto i loro sforzi si limitavano ad attività culturali. 1
Öcalan esaminò la questione curda da una prospettiva politica, in
un periodo in cui il governo di Ankara non si poneva nemmeno il
problema. Il fondatore del PKK affermava con veemenza dinanzi a
chiunque lo ascoltasse che in Turchia non c’era una sola nazione,
perché esisteva anche la nazione curda.
Di fronte al divieto imposto dalle autorità turche di pronunciare la
parola «Kurdistan» e di parlare in curdo, il PKK adottò una chiara
politica di estrema sinistra, abbracciando la lotta per l’indipendenza
del Kurdistan, e l’attività dei suoi militanti gli permise di trovare molti
sostenitori nella comunità universitaria curda. Il movimento cominciò
a collaborare con l’Unione degli studenti di Ankara, l’Ayod, che si
trasformò in un centro d’incontro di giovani antifascisti. I membri del
PKK si riunivano a Dikmen, un quartiere della capitale turca.
L’attivismo tra gli studenti ebbe un notevole impatto anche sui
lavoratori e sui contadini, dato che i ragazzi provenivano perlopiù da
paesini poveri e finirono con l’influenzare anche le rispettive
famiglie. 2
Nella primavera 1977, Öcalan viaggiò per tutto il Kurdistan e
imparò molto a livello politico, mentre il governo e i servizi segreti
turchi guardavano alle sue attività con grande preoccupazione. In
Kurdistan, la polizia segreta intendeva eliminare i leader del gruppo.
Hakki Karer, membro del nucleo fondatore del PKK, fu la prima
vittima, ma il governo di Ankara non immaginava le profonde
conseguenze che la sua morte avrebbe avuto tra i leader curdi. Il suo
«assassinio politico» dimostrava che il governo non avrebbe mai
permesso alcuna riforma costituzionale o legislativa in merito ai diritti
della popolazione del Kurdistan. Abdullah Öcalan iniziò allora a
lavorare alla fondazione di un movimento politico. Nell’autunno 1977
fu pubblicato il «Manifesto della questione curda», che divenne il vero
riferimento ideologico del PKK e la base su cui impostare la
costruzione di un movimento nazionale. 3
Contemporaneamente, i grandi proprietari terrieri decisero di dare
il via alla loro guerra privata contro i curdi e il 19 maggio 1978
finanziarono uno squadrone della morte, che uccise il leader curdo
Halil Cavus. Questo episodio causò un’intensa guerra contro i
proprietari terrieri locali. Furono organizzate molte riunioni, che
ottennero grande seguito, in diverse aree curde, come Erzurum,
Dersim, Elazig e Antep. Il 27 novembre 1978 si tenne l’assemblea
costituente del PKK, nella provincia di Diyarbakir. Alla fondazione del
partito erano presenti soltanto venticinque persone. 4
Nel 1984 il PKK, con il suo quartier generale esiliato in Libano e
Siria, si trasformò in un’organizzazione guerrigliera e condusse una
serie di azioni nel Sudest della Turchia. In risposta, il governo mise in
campo un corpo di «guardie del popolo», armando contadini curdi
teoricamente volontari. La popolazione si ritrovò quindi intrappolata
tra due fuochi: il PKK giustiziava sommariamente i curdi armati dal
governo e il governo, a sua volta, giustiziava i curdi sospettati di
collaborare con il partito.
L’esercito portava avanti i suoi attacchi militari, mentre il governo
promulgava leggi che limitavano i diritti dei curdi. La guerra sporca
del governo e dell’esercito indusse il PKK ad armarsi. Dal 1991,
l’esercito avviò una campagna di bombardamenti su vari villaggi, dopo
avere costretto gli abitanti ad abbandonarli; ne furono distrutti tra
2.500 e 3.000, e fra i due e i tre milioni di persone furono obbligate a
migrare verso le grandi città o verso l’Ovest della Turchia. In città
come Izmir, Adana e Istanbul si formarono enormi baraccopoli
abitate da rifugiati curdi. Per via dei continui attacchi armati contro
obiettivi turchi e contro interessi occidentali, molti Paesi, compresa
l’Unione Europea, le Nazioni Unite e la NATO, inserirono il PKK
nella lista delle organizzazioni terroristiche. 5
Nel quadro della campagna terroristica del Partito dei lavoratori del
Kurdistan (che comprendeva anche dei sequestri), il 5 luglio 1993, un
commando prese in ostaggio un gruppo di diciannove turisti
occidentali, nel Sudest della Turchia. Tra questi c’erano un professore
americano, Colin Patrick Starger, e un neozelandese, Ellis Dougal.
Il 29 ottobre, l’ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede
inviò un documento «urgente» e «confidenziale» al segretario di Stato,
Warren Christopher, informandolo che il PKK si era messo in
contatto con un rappresentante della Comunità di Sant’Egidio a
Roma, per negoziare la liberazione degli ostaggi. Il dispaccio è
intitolato «Possibile liberazione degli ostaggi statunitensi in mano al
PKK».

2. Riassunto: Il PKK ha informato un’organizzazione di volontari


con sede a Roma, la Comunità di Sant’Egidio, di essere disposto a
liberare un ostaggio statunitense, consegnandolo a un rappresentante
di Sant’Egidio accompagnato da un funzionario degli Stati Uniti. In
passato, la comunità in questione è stata molto utile per la liberazione
di stranieri in mano al PKK. Si richiedono delucidazioni su come
muoversi. Fine del riassunto.
3. Il 28 ottobre, un contatto della Comunità di Sant’Egidio ha
comunicato all’ambasciata [degli Stati Uniti] in Vaticano che i vertici
del PKK avevano espresso la loro intenzione di liberare un ostaggio
statunitense. Ha identificato l’individuo come il sig. Starger, un
professore di inglese che lavora a Istanbul. Starger è ostaggio in un
gruppo in cui sono presenti anche un suo collega della Nuova Zelanda
e un olandese non identificato.

Nel documento diplomatico si cita quindi Andrea Riccardi,


presidente della Comunità di Sant’Egidio, come del contatto con il
PKK. Riccardi, nato a Roma nel 1950, è insegnante di storia
contemporanea presso l’Università degli studi Roma Tre. È anche uno
dei maggiori esperti delle questioni religiose contemporanee. Autore
di vari libri sul tema, è conosciuto a livello internazionale in quanto
fondatore, nel 1968, della Comunità di laici di Sant’Egidio, con sede a
Trastevere, che si occupa di promuovere il dialogo e l’ecumenismo nel
mondo e attualmente ha più di 60.000 membri, sparsi in 73 Paesi.
Riccardi era già stato un elemento chiave per la liberazione di alcuni
ostaggi durante la guerra civile in Mozambico.

4. Il PKK ha fatto la sua offerta a Riccardi, presidente della


Comunità di sant’Egidio, durante una conversazione tenutasi la
settimana scorsa a Damasco. Il PKK ha detto di voler liberare Starger e
probabilmente anche altri due ostaggi, consegnandoli a un emissario
di Sant’Egidio accompagnato da un funzionario statunitense. Riccardi
ha chiesto se il rilascio può avvenire in Libano o in Siria, ma il PKK ha
insistito nel dire che si sentono sicuri soltanto in Turchia.
5. Nota: Sant’Egidio è un’organizzazione di volontariato con sede a
Roma, ben nota al governo statunitense. Riccardi è stato uno dei
mediatori nel processo di pace che ha condotto alla fine della guerra
civile in Mozambico. Un altro dei mediatori, don Matteo Zuppi, è
stato mandato nell’Est della Turchia a settembre per accogliere un
gruppo di ostaggi liberati (diversi italiani, un neozelandese e un
tedesco). Fine della nota.

Gli analisti americani sembrano preoccupati per la scelta del


funzionario idoneo ad accompagnare Riccardi alla consegna degli
ostaggi, più che per le loro condizioni o il loro stato di salute.

6. Il nostro ambasciatore ha chiesto se Sant’Egidio abbia avuto dei


contatti con qualsiasi altra persona circa questa offerta. L’ambasciatore
della Nuova Zelanda a Roma, Peter Bennett, è stato informato del
messaggio del PKK e attende istruzioni da Wellington. Si domanda se
il PKK abbia parlato del livello del funzionario a cui consegnerebbero
Starger, se può essere o meno sufficiente uno statunitense privo di
cariche ufficiali, o se è possibile portare a termine la liberazione
semplicemente con un rappresentante di Sant’Egidio. Il contatto ha
detto che non si è affrontato questo punto, ma ha aggiunto che un
funzionario di livello più basso rispetto a quello di un ambasciatore
potrebbe andare bene. Non sa se la presenza di un americano sia
essenziale.
7. Il nostro ambasciatore ha detto che trasmetterà l’informazione a
Washington, in attesa di direttive. Ha anche avvisato che Washington
analizzerà in modo rigoroso ogni scenario per la liberazione, onde
evitare conflitti con l’inflessibile politica statunitense contro il
terrorismo.
8. Il nostro ambasciatore ha parlato con quello neozelandese,
Bennett, la mattina del 29 ottobre. Bennett ha confermato di essere in
contatto con Sant’Egidio e ha detto che la liberazione degli ostaggi da
parte del PKK a settembre non aveva richiesto una presenza ufficiale,
ma era stata molto pubblicizzata dalle televisioni italiana e tedesca.
Bennett, che ha espresso il vivo interesse a essere aggiornato sugli
eventi, ha aggiunto che le autorità della Nuova Zelanda e degli Stati
Uniti ad Ankara agiscono consultandosi.
A quanto pare, una delle principali fonti di informazione
dell’ambasciata americana in Turchia era niente meno che il nunzio
apostolico, il cardinale Sergio Sebastiani, nominato in seguito a questi
avvenimenti presidente della prefettura per gli Affari economici della
Santa Sede.
Negli anni successivi alla liberazione degli ostaggi, il PKK creò basi
nell’Iraq del Nord, sotto il controllo delle milizie curde del Kurdistan
autonomo, e anche in territorio iraniano. Nel 1997, l’esercito turco
invase il Nord dell’Iraq per catturare i guerriglieri e il PKK lanciò una
serie di attacchi in Turchia, alcuni dei quali suicidi. Nel 1998,
Abdullah Öcalan venne espulso dalla Siria, dove aveva trovato asilo
politico, e nel 1999 fu catturato in Kenya, con un’operazione
congiunta dei servizi segreti turchi e del Mossad israeliano. 6 Trasferito
in Turchia, ricevette una condanna a morte, commutata poi in
ergastolo. Subito dopo, Öcalan chiese una tregua e l’intensità della
guerra in Kurdistan cominciò a diminuire. In quindici anni di
conflitto, avevano perso la vita quasi 37.000 persone.
Nell’autunno 2007, il PKK portò a termine vari attacchi contro
pattuglie turche in zone vicine al confine iracheno. A dicembre,
l’esercito turco passò al contrattacco: bombardò il Nord del Kurdistan
iracheno per distruggere le basi del PKK e, nel febbraio 2008, invase la
regione per una settimana con armamenti pesanti. Nell’aprile 2008
ripeté gli attacchi aerei. Da allora, la guerra è proseguita a bassa
intensità, finché nel 2013 il governo turco, sotto la guida del primo
ministro Recep Tayyip Erdoğan, e il leader detenuto del PKK hanno
ripreso il dialogo sulla questione curda. Il 21 marzo 2013, Öcalan ha
annunciato la fine della lotta armata e il cessate il fuoco per avviare
colloqui di pace.
24
Guatemala. Lo strano caso
di suor Dianna Ortiz

LE attività della CIA in Centro America si svilupparono da metà anni


Ottanta fino ai primi anni Novanta e riguardarono soprattutto le
guerre del Nicaragua e del Salvador – che poi si estesero all’Honduras
–, l’esportazione della rivoluzione cubana e la lunga guerra civile in
Guatemala. Negli anni Novanta, i conflitti in Nicaragua e nel Salvador
si avvicinarono a una soluzione grazie ai negoziati di pace, mentre la
situazione in Guatemala continuava a essere critica. La CIA aveva
trasformato il Paese nella base delle sue operazioni nell’emisfero e, dal
Guatemala, gestiva la guerra contro il marxismo. 1
Le parole pronunciate dal Papa alla vigilia della sua partenza da
Roma per l’America centrale, dove sarebbe rimasto dal 2 al 10 marzo
1983, non lasciavano trasparire il significato geopolitico del suo
viaggio; in ogni caso, non piacquero ai responsabili della politica
estera del presidente Reagan, incerti se poter contare o meno sul fatto
che Giovanni Paolo II pronunciasse davvero un discorso contro la
Chiesa popolare, così come era stato suggerito da Washington al
nunzio apostolico Pio Laghi.
«È precisamente questa realtà nella quale vivete che mi ha spinto a
progettare questo viaggio. Per essere più vicino a voi, figli della Chiesa
e di Paesi di radici cristiane, che soffrite tanto intensamente, e che
sperimentate il flagello della divisione, della guerra, dell’odio, della
secolare ingiustizia, delle contrapposizioni ideologiche che
sconvolgono il mondo e che creano conflitti aventi come scenario
popolazioni innocenti che anelano alla pace», disse Giovanni Paolo II
rivolgendosi alle nazioni centroamericane.
Come al solito, il Pontefice sperava che il suo messaggio
raggiungesse il maggior numero possibile di persone e quelle parole,
scelte nonostante i consigli contrari del segretario di Stato Agostino
Casaroli, riflettevano la sua preoccupazione non solo rispetto al
conflitto di Roma con la Chiesa popolare, ma anche con le sette
fondamentaliste e protestanti che stavano compiendo in America
centrale un’opera di evangelizzazione tale da mettere in allarme la
Santa Sede. 2
Domenica 6 giugno 1983, quando atterrò in Guatemala, Giovanni
Paolo II disse: «Saluto tutte le autorità presenti in questo aeroporto, il
cardinale Mario Casariego, arcivescovo del Guatemala, i miei fratelli
vescovi presieduti da monsignor Prospero Penados del Barrio, i
sacerdoti, le persone consacrate, i laici impegnati nell’apostolato e il
popolo fedele. Saluto, con uguale affetto, i membri dei diversi gruppi
etnici del Paese. Questa nazione è stata più volte, anche recentemente,
teatro di calamità che hanno seminato morte e distruzione in molte
famiglie. E oggi continua a soffrire per il flagello della lotta fratricida
che provoca tanto dolore. A nome di tutte le vittime innocenti vorrei
chiedere che si mobilitino tutte le forze e anche la buona volontà per
raggiungere una pacifica convivenza sociale, frutto della giustizia e di
una grande riconciliazione degli spiriti». 3
Nell’omelia del 7 marzo, a Città del Guatemala, il Papa si sforzò di
convincere i presenti della necessità di credere nella Chiesa cattolica
istituzionale e non in altre, come quella protestante o la cosiddetta
«Chiesa popolare»: «Dovete amare sempre questa Chiesa che, con lo
sforzo dei suoi figli migliori, contribuì tanto a formare la vostra
personalità e libertà; che è stata presente negli avvenimenti più gloriosi
della vostra storia; che è stata, e continua a essere, al vostro fianco
quando vi arride la sorte o v’opprime il dolore; che ha tentato di
scacciare l’ignoranza gettando, per mezzo delle sue scuole, dei suoi
collegi e università, la luce dell’educazione sulla mente e il cuore dei
suoi figli; che ha levato, e continua a levare, la sua voce per
condannare ingiustizie, per denunciare soprusi contro i più poveri e
umili non in nome di ideologie – di qualsiasi segno –, ma in nome di
Cristo, del suo Vangelo, del suo messaggio d’amore e di pace, di
giustizia, di verità e libertà.
«Amate la Chiesa perché v’invita sempre a praticare il bene e
detestare il peccato; a rinunciare a ogni vizio e corruzione per vivere
santamente; a fare di Cristo, via, verità e vita, il modello compiuto
della vostra condotta personale e sociale; a seguire le vie di una
maggiore giustizia e rispetto dei diritti dell’uomo; a vivere più da
fratelli che da avversari», 4 esortò il Pontefice.
Il discorso sull’amore e la solidarietà di Giovanni Paolo II era
rivolto a religiosi come la suora orsolina Dianna Ortiz. Nata nel 1961
nella contea di Grant, nel New Mexico, suor Ortiz era la quarta di otto
fratelli di una famiglia umile. Suo padre era un minatore e sua madre
una casalinga. A diciassette anni, Dianna era entrata nel noviziato
delle Orsoline a Mount St. Joseph, nel Kentucky. Nel 1987, ormai
suora, fu mandata come missionaria in Guatemala a insegnare a
leggere e a scrivere ai bambini più poveri. Lì, suor Ortiz si unì ad altri
religiosi che si occupavano dell’insegnamento nelle comunità indigene
di San Miguel Acatán e in un altro villaggio nella provincia di
Huehuetenango. Alla fine del 1988, il vescovo di Huehuetenango,
Julio Amílcar Bethancourt, ricevette una denuncia anonima in cui si
accusavano suor Dianna e altre religiose che lavoravano a San Miguel
di contatti con la guerriglia sovversiva.
Nel marzo 1989, a Bethancourt fu recapitata una seconda lettera
anonima che, questa volta, si concentrava su suor Ortiz. 5 L’anonimo
spiegava che la religiosa era sotto sorveglianza governativa, ma
misteriosamente nessuno la informò del pericolo che stava correndo.
Nell’ottobre 1989, i superiori mandarono suor Dianna Ortiz alla
Posada de Belén, ad Antigua, per seguire alcuni «esercizi spirituali». Il
pomeriggio del 2 novembre 1989, due uomini armati entrarono nel
cortile del luogo di ritiro e la rapirono. Le dichiarazioni sullo svolgersi
degli eventi da quel momento in poi sono contraddittorie.
La base della CIA in Guatemala aprì un’indagine sui fatti occorsi
quel giorno, come dimostra un rapporto inviato il 10 aprile 1992 al
direttore dell’Agenzia Robert Gates.

1. A seguire viene indicata quella che, secondo noi, è la cronologia


degli avvenimenti riguardanti l’incidente di suor Ortiz. La nostra base
non ha a che fare con l’attuale visita di sorella Ortiz in Guatemala,
visita che ha il chiaro intento di ricostruire il presunto sequestro, la
tortura e lo stupro. La persona più informata dei fatti, qui nella
sezione, è il funzionario politico, che ha avuto tra le mani il primo
dispaccio sull’incidente e ha seguito il successivo monitoraggio da
parte dell’ambasciata. La sezione politica si dichiara estranea alla
faccenda, dopo avere chiesto la collaborazione nell’indagine a tutte le
parti implicate e avere offerto protezione a suor Ortiz. Della questione
si sta occupando l’Ufficio servizi per i cittadini americani del
consolato.
2. L’incidente ha avuto luogo il 2 novembre 1989. Suor Ortiz si
trovava in Guatemala da circa un paio d’anni (in questo caso i dati
cambiano di continuo, per cui il tempo che la donna ha trascorso nel
Paese varia in base al variare dei dati) come insegnante per i bambini
indigeni a Huehuetenango. Si è poi recata ad Antigua, per partecipare
a un ritiro religioso alla Posada de Belén; lì l’hanno avvicinata due
uomini, uno dei quali impugnava una granata. L’hanno sequestrata e
costretta a seguirli in pullman a Mixco (nella periferia di Città del
Messico), luogo in cui sono scesi e hanno trovato in attesa una
macchina della polizia, contrassegnata con il numero «7». All’interno
del veicolo c’erano due uomini, di cui uno con l’uniforme da
poliziotto. Suor Ortiz è stata costretta a salire ed è stata condotta in
una casa, dove pare sia stata sottoposta a tortura. Le versioni circa la
tortura sono difformi. Anche gli autori della medesima risultano
diversi. Prima si parla di poliziotti, poi di militari. Secondo una
versione, ha riportato 110 bruciature di sigaretta sulla schiena.
Secondo un’altra, è stata palpeggiata. Secondo un’altra ancora,
stuprata e ripetutamente colpita. Sembra che le abbiano versato del
vino sul corpo e che poi l’abbiano fatta leccare da cani o ratti, dopo
avere acceso varie candele intorno alla scena di sevizie e stupro. Infine,
è stata gettata in un pozzo in cui c’erano altre vittime, alcune delle
quali già morte. In un successivo episodio di tortura, arriva un certo
Alejandro che ordina di smetterla perché si tratta di un’americana.
(Per suor Ortiz, Alejandro è un americano perché cammina come un
americano e, appena entrato, si esprime usando una tipica
imprecazione americana. Si è accusato il funzionario politico di essere
Alejandro.) L’uomo l’ha quindi aiutata a uscire dalla casa delle torture
e, mentre la accompagnava con una jeep da un «amico
dell’ambasciata», lei ha approfittato del traffico dell’ora di punta nella
zona 5 della capitale per saltare fuori dall’auto. Ha fermato una
passante, si è fatta dare dei soldi, ha comprato un biglietto del pullman
ed è andata in un’agenzia di viaggi nella zona 1. Dall’agenzia di viaggi
ha chiamato un sacerdote di Maryknoll, il quale è andato a prenderla
lì, il 2 novembre 1989. Non ha voluto parlare dell’accaduto con
l’ambasciata, e lo stesso ha fatto con le autorità guatemalteche e con
l’offerta di una visita medica a spese dell’ambasciata, che avrebbe
potuto rivelare i fatti collegati alle torture che pare abbia subito.

Secondo gli analisti della CIA, la storia di suor Ortiz è «poco


credibile», anche per via del suo rifiuto di collaborare alle indagini.

3. Da quando ha lasciato il Paese, il 3 novembre 1989, Ortiz si è


rifiutata di collaborare con gli investigatori sul caso, anche con l’FBI e
con il dipartimento di Stato. Non ha voluto cooperare nemmeno con
la polizia guatemalteca, con il difensore civico dei diritti umani che
recentemente è stato nel Kentucky e con Carl West, un investigatore
privato. Non ha voluto rilasciare dichiarazioni giurate/ufficiali e ha
rifiutato ogni esame medico. Tuttavia, ha rilasciato un’intervista a
Diane Sawyer, nel dicembre 1990. Al momento Ortiz si trova in
Guatemala per ricostruire i fatti risalenti al novembre 1989, ma la
ricostruzione non è stata portata a termine in quanto la donna è
svenuta. Lascerà il Paese il 10 aprile. In una delle sue apparizioni
pubbliche, ha identificato un ufficiale della sicurezza appena arrivato
all’ambasciata e un autista dell’ambasciata in Guatemala come
complici del sequestro.
4. È stata condotta una lunga indagine per identificare gli agenti di
polizia teoricamente implicati nel sequestro. Non c’è alcuna prova che
avalli il racconto di Ortiz. L’ipotesi è che la donna abbia inventato
tutto e che alcuni alti esponenti della gerarchia cattolica, fortemente
politicizzata in Guatemala, stiano lavorando per trasformare il
presunto incidente in un importante caso politico. L’Agenzia, a
conoscenza del reale svolgimento dei fatti, si è rifiutata di prendere la
questione sul serio. Tale posizione è evidente in un documento
ufficiale di cui non si cita la fonte di informazione. Il dispaccio giunge
anche alla conclusione che i vertici della Chiesa cattolica in Guatemala
siano al corrente di ciò che è realmente accaduto e utilizzino l’episodio
a scopo politico.
5. Né la sezione della CIA né l’ambasciata ritengono credibile la
storia di suor Ortiz. Ci sono troppe contraddizioni, il rifiuto di
collaborare e gli svenimenti ad hoc di fronte a domande dirette sugli
eventi.

La storia raccontata da suor Dianna Ortiz rimase un mistero anche


negli anni a seguire, fin quando, nel 1995, il presidente Bill Clinton
ordinò al direttore della CIA, James Woolsey, di indagare sulle attività
dell’Agenzia in Guatemala tra il 1984 e il 1985 e sulle violazioni dei
diritti umani perpetrate nel Paese ai danni di cittadini statunitensi. Il
rapporto dell’Agenzia, suddiviso in 267 punti, fu presentato il 1°
settembre 1995 dall’ispettorato generale della CIA, allora agli ordini di
Frederick Hitz, classificato come «top secret» e diffuso in sole cento
copie. A pagina 42, al punto 66, si parla dei fatti riguardanti suor
Dianna Ortiz, trattandoli quasi allo stesso modo del dispaccio della
CIA del 10 aprile 1992. Dal punto 67 al 70 si riassume la questione.

67. La sezione e l’ambasciata si sono occupate del caso Ortiz dal


novembre 1989 al maggio 1995. Nonostante l’attivo interesse da parte
del governo degli Stati Uniti e del Guatemala, a distanza di anni il caso
non è ancora chiuso. Nel novembre 1989, secondo l’ambasciata, le
dichiarazioni di Ortiz erano inconsistenti e contraddittorie. È stata
criticata per non avere collaborato con le autorità guatemalteche, cosa
che ha complicato le indagini sul suo presunto rapimento. Nel 1990, il
governo del Guatemala è giunto alla conclusione che il sequestro di
Ortiz era una montatura. L’ambasciata, all’epoca, non era ottimista
circa una possibile soluzione del caso, per cui affermò che non era
risolto.
68. Nel 1991, l’avvocato di Ortiz negli Stati Uniti ha fatto causa
all’ex ministro della Difesa, il generale Héctor Alejandro Gramajo
Morales. Il governo del Guatemala ha riaperto l’indagine nel 1991,
dietro pressioni statunitensi, ma Ortiz ha continuato a essere poco
collaborativa e a non rispondere alle domande. Le loro visite in
Guatemala nel 1991 e nel 1992, al fine di ricreare la dinamica del
sequestro, non sono andate a buon fine, perché suor Ortiz ha concesso
poche informazioni utili all’indagine. Le sue accuse circa il rapimento,
lo stupro e le torture continuavano a essere vaghe.
69. Nel 1992, un investigatore speciale degli Stati Uniti e il
procuratore incaricato sono arrivati, in modo indipendente, alla
conclusione che l’inconsistenza delle dichiarazioni di Ortiz aveva reso
impossibile determinare chi poteva avere agito contro di lei. La donna
è tornata in Guatemala nel 1993 e ha identificato dieci agenti della
polizia che assomigliavano ai suoi sequestratori. Il governo del
Guatemala ha seguito la pista con un’indagine, ma non è riuscito a
identificare i presunti rapitori.
70. Ortiz è andata in Guatemala altre due volte, nel 1994.
L’inchiesta, tuttavia, non ha fatto passi avanti per mancanza di nuove
informazioni. Nel 1995, un giudice federale del Massachusetts si è
espresso a favore di Ortiz e altri, nella loro causa contro il generale
Gramajo. La decisione del giudice si è basata sul fatto che, in quanto
ministro della Difesa al momento del sequestro della donna, ne ha
autorizzato la tortura. È stato predisposto un risarcimento di 46,5
milioni di dollari a Ortiz e a otto guatemaltechi residenti in territorio
statunitense che si sono dichiarati vittime di violazione dei diritti
umani da parte dei guatemaltechi. Fino a maggio 1995, nessuno di loro
ha ricevuto la somma stabilita.

Considerata la vaghezza delle dichiarazioni di suor Ortiz, gli


investigatori della CIA accusano i vertici della Chiesa cattolica in
Guatemala di voler strumentalizzare politicamente il rapimento della
donna.

79. [...] ed è stata portata avanti un’ampia indagine per cercare di


identificare gli agenti della polizia teoricamente coinvolti nel
sequestro. [...] Non si sono trovate prove che sostengano la descrizione
dei fatti fornita da suor Ortiz. Al termine dell’inchiesta, gli
investigatori si sono convinti che Ortiz si sia inventata tutto e che i
vertici cattolici in Guatemala stiano agendo per trasformare il
presunto incidente in un caso politico.

Tra pagina 53 e 69 del rapporto «Guatemala: 1984-1995. Presunte


violazioni dei diritti umani concernenti cittadini degli Stati Uniti e
Myrna Mack», la CIA fa un riepilogo dei documenti inviati sia dalla
sezione dell’Agenzia, sia dall’ambasciata degli Stati Uniti in Guatemala
in merito al caso Ortiz. Per portare avanti l’indagine, si è fatto anche
riferimento a informazioni pubblicate dalla stampa guatemalteca e ad
altre, attraverso il Servizio di informazione internazionale (Foreign
broadcast information service, FBSI). 6

Pag. 54
8 novembre 1989, telegramma dell’ambasciata. L’ambasciata
riferisce che la vicenda di cui ha parlato l’arcivescovo, riguardo la
presunta sparizione e la successiva ricomparsa di Ortiz, contraddice
sensibilmente la storia inizialmente raccontata all’ambasciatore e ai
funzionari dell’ambasciata. L’ambasciata sostiene di sospettare
dell’esistenza di possibili motivi nascosti dietro la faccenda, a causa del
rifiuto di Ortiz di parlare con i rappresentanti degli Stati Uniti, sia in
territorio guatemalteco sia in quello statunitense, e per via della
notevole pubblicità che, invece, l’ha circondata. Stroock insiste perché
le agenzie investigative statunitensi portino avanti un’indagine
approfondita.
Pag. 55
16 novembre 1989, telegramma dell’ambasciata. L’ambasciata
informa delle continue reazioni da parte del governo del Guatemala,
della Chiesa e della stampa locale sulla vicenda del sequestro e della
tortura di Ortiz. Il 9 novembre, il presidente guatemalteco Cerezo ha
affermato di avere dei dubbi sulla faccenda. Lo stesso giorno, un
capitano dell’esercito della guardia presidenziale, riferendosi al caso
Ortiz, ha dichiarato di trovarsi in un vicolo cieco. Il nunzio apostolico
ha detto per la prima volta a Stroock che Ortiz, prima di abbandonare
il Guatemala, è stata visitata da un medico.
Pagg. 55/56
1° dicembre 1989, telegramma dell’ambasciata. Stroock ha avuto
un incontro con due sacerdoti americani di Maryknoll, per cercare di
superare la diffidenza della comunità religiosa e l’antipatia verso
l’ambasciata degli Stati Uniti. Entrambi i sacerdoti hanno riferito di
innumerevoli atrocità contro il popolo e i religiosi, che hanno
attribuito all’esercito del Guatemala. Nessuno dei due ha accettato di
confermare che la situazione dei diritti umani sia migliorata sotto il
governo civile.
Pag. 58
15 marzo 1990, telegramma dell’ambasciata. L’ambasciata
afferma che il ministro degli Interni, Morales, e la polizia sono giunti
alla conclusione che il sequestro di Ortiz è una montatura. Sostiene
anche che un quotidiano locale ha pubblicato un articolo, pagato dai
fedeli del Guatemala, che contesta la dichiarazione di Morales sul fatto
che Ortiz abbia mentito.
Pag. 71
28 ottobre 1993, telegramma dell’ambasciata. L’ambasciata
riferisce che McAfee si è incontrato con il vescovo Gerardi, il quale ha
detto che, a causa dell’intransigenza delle forze armate, il suo ufficio
sta pensando di chiudere il caso Ortiz. Gerardi crede che la donna sia
eccessivamente manipolata dai suoi superiori.

Nel 1998, suor Dianna Ortiz creò la Torture abolition and survivors
support coalition (Coalizione per l’abolizione della tortura e il
sostegno ai superstiti, TASSC), l’unica organizzazione statunitense
fondata per e dai sopravvissuti alle torture, che offriva aiuto in
particolare a quelli che vivevano negli Stati Uniti, dato che molti
arrivavano in qualità di rifugiati dai Paesi dell’America centrale e
meridionale dove lo Stato praticava la tortura contro i propri cittadini.
Nel 2000, la TASSC si occupò di questioni relative al trattamento
dei detenuti a Guantánamo, luogo incriminato per le torture. Tentò,
inoltre, di ottenere una deroga al Missionary commission act del 2006,
documento con cui il Congresso autorizzava un sistema esterno a
quelli della giustizia civile e militare degli Stati Uniti per giudicare i
detenuti reclusi a Guantánamo. Il Congresso approvò la legge
nonostante la Corte Suprema avesse stabilito che le commissioni
militari dell’amministrazione di George W. Bush, create solo sotto
l’autorità del potere esecutivo, erano incostituzionali.
Nel 2004, suor Ortiz pubblicò The Blindfold’s Eyes, 7 libro in cui
descrive i dettagli del suo sequestro e delle torture subite quindici anni
prima. Il testo non apportava alcuna prova, tanto meno il fantomatico
referto medico ottenuto prima di abbandonare il Guatemala, proprio
un giorno dopo la sua «fuga», secondo quanto confermato all’epoca
dal nunzio apostolico Oriano Quilici alla CIA.
A oggi, il sequestro, la tortura e lo stupro di suor Ortiz rimangono
un mistero e un «caso aperto». Né la nunziatura vaticana in
Guatemala, né la segreteria di Stato della Santa Sede hanno mai
presentato una protesta ufficiale al governo guatemalteco.
25
Iraq. Obiezioni del Papa
alla guerra del Golfo

AL termine del vertice dei capi di Stato della Lega Araba, Saddam
Hussein era determinato ad agire. Avrebbe usato la famigerata
Guardia repubblicana come avanguardia di una più che probabile
invasione del Kuwait. Il dado era tratto, sia per lui sia per i kuwaitiani.
Solo l’OPEC avrebbe potuto frenare la sua brama di guerra e il leader
iracheno, essendone consapevole, decise di servirsi del suo
vicepremier, Saddum Hammadi – uno dei maggiori esperti di affari
petroliferi e da lungo tempo membro dell’OPEC – come nuovo
strumento diplomatico del suo Paese. Il 25 giugno 1990, Hammadi si
recò segretamente in Arabia Saudita per incontrare re Fahd. Il
monarca era l’unico che aveva davvero il potere di far chinare la testa
ai kuwaitiani, costringendoli a contenere la produzione di petrolio
entro la quota stabilita dall’OPEC.
I sauditi mal sopportavano l’alterigia dei loro vicini, che si
vantavano di essere un Paese di ben più larghe vedute rispetto
all’Arabia Saudita. Re Fahd guardava verso l’Occidente con la
diffidenza di un uomo che deve salvaguardare i luoghi sacri dell’islam
(la Mecca e Medina), mentre lo sceicco Al Sabah lo vedeva come un
acquirente del petrolio che zampillava abbondante dai suoi ricchi
pozzi.
Dopo avere ascoltato le lamentele di Hammadi, re Fahd replicò che
l’Iraq non doveva assumere decisioni precipitose, che avrebbero
portato soltanto dolore e morte nella regione. Il re saudita era certo
che Saddam fosse già pronto a invadere il Kuwait, a prescindere dalla
decisione che sarebbe stata presa nella successiva riunione dell’OPEC,
prevista per luglio.
Al termine dell’incontro, Saddum Hammadi presentò, su carta non
intestata, una richiesta formale di dieci miliardi di dollari da parte del
suo governo all’Arabia Saudita, come aiuto alla ripresa dell’Iraq dopo
la guerra contro l’Iran. Hammadi aggiunse che se l’Arabia Saudita
avesse concesso questo contributo speciale a Baghdad, senza dubbio
gli altri Stati del Golfo si sarebbero conformati alla decisione. La stessa
richiesta era già stata fatta, qualche giorno prima, allo sceicco Zayed,
re degli Emirati Arabi Uniti, e allo sceicco Al Sabah, monarca del
Kuwait. «Meglio trenta miliardi di dollari che un solo fratello arabo
morto», disse Hammadi a re Fahd, ma questi non prestò attenzione al
commento.
Nel frattempo, il principe Bandar bin Sultan, ambasciatore saudita
a Washington, era diventato un intermediario privilegiato tra Saddam
Hussein, re Fahd, Yitzhak Shamir 1 e George H.W. Bush. «Saddam è
un pericolo per la regione. È un leone affamato ed è impossibile dire a
un leone in queste condizioni che non avrà da mangiare», spiegò a
Bush nella Sala Ovale. 2 Il 10 luglio ci fu qualche ora di tregua, quando
il Kuwait, con l’Iran e l’Arabia Saudita come testimoni, comunicò di
avere deciso di ridurre la produzione petrolifera attestandosi sulla
quota stabilita dall’OPEC. Ma tre ore dopo, in una conferenza stampa,
il ministro kuwaitiano del Petrolio chiarì che si trattava di una misura
temporanea, che sarebbe durata solo tre mesi. Questo fece infuriare
ancor di più Saddam Hussein. Il dinaro iracheno stava precipitando,
addirittura del 50% in una sola settimana. Cinque giorni dopo, Tareq
Aziz, il ministro degli Esteri iracheno, presentò alla Lega Araba un
reclamo formale contro il Kuwait, che con la sua sovrapproduzione
causava a Baghdad perdite per miliardi di dollari. 3
Il 16 luglio 1990, l’Agenzia di intelligence della Difesa lanciò un
monito al segretario alla Difesa, Dick Cheney, e al capo dello stato
maggiore congiunto, Colin Powell. Quella mattina, sulla scrivania di
Cheney erano accatastate enormi fotografie a colori, scattate dai
satelliti della NSA. Quelle che fino a pochi giorni prima erano solo
monotone immagini color sabbia, senza nulla che alterasse il
paesaggio, presentavano ora dei puntini marrone. Erano state scattate
nel Sud dell’Iraq, a pochi chilometri dal confine con il Kuwait. Gli
analisti della National security agency informarono Cheney e Powell
che quei puntini altro non erano che la prima linea di una divisione di
carri armati T-72 di fabbricazione sovietica. 4 L’intelligence militare
confermò che poteva trattarsi dell’avanguardia della Guardia
repubblicana, l’unità d’èlite irachena.
Certo era che Saddam aveva ordinato lo spiegamento della
divisione corazzata Hammurabi e gli americani sapevano che era la
più potente del suo esercito, forse l’unica a poter dare inizio a
un’eventuale invasione del vicino Kuwait.
Durante l’intervento che tenne a Tunisi di fronte ai capi delle
diplomazie arabe, Aziz assicurò che diversi Paesi della regione che
l’Iraq credeva alleati stavano invece cospirando contro di lui. «Dovete
avere ben chiaro che il nostro Paese non si inginocchierà mai davanti
a nessuno. Le nostre donne non si trasformeranno in prostitute e i
nostri figli non si priveranno del pane, anche se per farlo dovessimo
costringere molti di quelli che credevamo nostri fratelli a
consegnarcelo», scandì in tono severo il diplomatico iracheno. Il 17
luglio, nuove immagini satellitari mostrarono che il luogo in cui il
giorno precedente c’erano centinaia di carri armati adesso era vuoto:
non c’era la benché minima traccia di mezzi, soldati o di qualsiasi
attività militare. Dick Cheney fu messo al corrente nel primo
pomeriggio e Colin Powell dieci minuti dopo.
Ciò che gli americani non sapevano era che la divisione
Hammurabi, con i suoi 390 carri armati e i quasi 10.000 uomini, si
stava avvicinando al Kuwait allineandosi lungo la linea di confine. Il
19 luglio 1990 alle 5, più di 39.000 soldati iracheni appartenenti a tre
divisioni si concentrarono a soli 45 chilometri dal Kuwait, in
posizione circolare difensiva. 5
Diversi leader politici e militari americani avvisarono le autorità
kuwaitiane di moderare il proprio atteggiamento, se non volevano far
precipitare le cose verso una guerra senza precedenti. Anche Norman
Schwarzkopf, generale del Comando centrale dell’esercito degli Stati
Uniti, avvisò i vertici militari del Kuwait di prepararsi a un attacco
iracheno, qualora il loro governo avesse continuato a comportarsi in
modo «poco raccomandabile». Colin Powell chiese a Schwarzkopf di
valutare la situazione e di presentarsi all’alba nel suo ufficio al
Pentagono con un rapporto. Il documento, breve e conciso, spiegava
chiaramente che gli iracheni avrebbero potuto attaccare il Kuwait
senza incontrare la minima resistenza, assicurandosi in poche ore il
controllo dei pozzi petroliferi.
Il 20 luglio, la NSA continuava a controllare i movimenti militari
iracheni attraverso sofisticati satelliti spia. Negli ultimi cinque giorni,
Saddam aveva avvicinato cinque divisioni, una al giorno, al confine
con il Kuwait (per un totale di centomila uomini), alcune addirittura
da cinquecento chilometri di distanza. Si trattava di quattro divisioni
di fanteria e una per le operazioni speciali. Gli americani, in realtà,
non erano particolarmente preoccupati per le forniture di petrolio in
caso di invasione irachena del Kuwait. 6
Nella notte tra il 27 e il 28 luglio, la CIA allertò l’équipe per la
Sicurezza nazionale della Casa Bianca, presieduta da Brent Scowcroft:
sulle fotografie satellitari si distingueva una notevole concentrazione
di uomini e materiale bellico al confine con il Kuwait. Le immagini
termiche mostravano che tutti i carri armati avevano il motore acceso,
come se fossero in attesa. Il consigliere per la Sicurezza nazionale
buttò giù dal letto il presidente Bush, riferendogli le preoccupanti
notizie in arrivo dal Golfo Persico. Il 30 luglio, la CIA riferì che le
truppe irachene contavano ormai più di 100.000 unità dispiegate
lungo il confine, tra cui membri della Guardia repubblicana, 300 carri
armati e altrettanti pezzi di artiglieria.
Mercoledì 1° agosto, mentre il prezzo del petrolio continuava a
salire, Saddam Hussein riunì il Consiglio supremo della rivoluzione e
lo stato maggiore, per informarli che aveva deciso di dare l’ordine di
invasione all’alba del giorno dopo. 7 Improvvisamente, il 2 agosto
1990, alle 2 ora locale, tre divisioni di carri armati iracheni
abbandonarono la loro posizione e procedettero velocemente verso il
confine, che si trovava a meno di cinque chilometri. I T-72 della
divisione Hammurabi costituirono la prima linea d’attacco, mentre i
T-62 della divisione Tawakalna ala Allah avanzarono subito dietro,
come appoggio all’unità di punta. A meno di due chilometri dal
confine, la divisione Medina svoltò improvvisamente a est; i suoi carri
armati formarono una perfetta linea di attacco lunga quasi dieci
chilometri.
Alle 2.15, il ministro della Difesa kuwaitiano svegliò con urgenza
Saad al Sabah, il principe ereditario, per riferirgli che le colonne di
carri armati iracheni stavano abbattendo le difese dell’esercito
dell’emirato. Il principe pensava che Saddam sarebbe rimasto nella
zona di confine o al massimo avrebbe preso le isole di Warba e
Bubiyan, all’ingresso del Golfo Persico. In quel momento, invece,
duecento T-62 della divisione Hammurabi avanzavano a tutta velocità
verso la capitale. I cacciabombardieri distrussero in pochi minuti le
due principali basi militari kuwaitiane.
La reazione americana non si fece attendere: il presidente Bush
emanò subito un comunicato di condanna contro l’invasione,
esigendo l’immediato ritiro delle truppe irachene e la restituzione del
potere, anche questa immediata, al legittimo governo del Kuwait.
William H. Webster, il direttore della CIA, informò il gabinetto di
crisi che più di centomila soldati iracheni avevano completamente
occupato l’emirato e che le truppe di prima linea si stavano
ricongiungendo a soli dieci chilometri dal confine con l’Arabia
Saudita.
Era chiaro che Saddam Hussein, nascosto nel suo bunker nelle
vicinanze di Baghdad, aveva deciso di ascoltare i suoi consiglieri
militari riguardo alla rapidità dell’operazione in Kuwait, piuttosto che
gli analisti politici, i quali, a poche ore dall’inizio dell’invasione,
continuavano ad assicurargli che l’Occidente non avrebbe mosso un
dito per difendere l’emirato. Ma si sbagliavano di grosso: per le
Nazioni Unite, l’invasione del Kuwait rappresentava l’occupazione di
un Paese con l’uso della forza e costituiva un’evidente violazione del
diritto internazionale.
La prima grande sconfitta fu inferta a Saddam dall’ONU: a New
York, il Consiglio di sicurezza approvò all’unanimità la Risoluzione
660, che intimava il ritiro «immediato e senza condizioni» dal
territorio del Kuwait.
Al termine di un incontro bilaterale ad Aspen, George W. Bush e
Margaret Thatcher si presentarono a una conferenza stampa
congiunta, durante la quale un giornalista chiese loro se escludessero o
meno l’uso della forza per imporre all’Iraq il ritiro dal Kuwait.
Entrambi risposero di no. Poi lessero il seguente testo:

L’invasione irachena del Kuwait è una violazione dei principi


rappresentati dalle Nazioni Unite. Se la permettiamo, nessun piccolo
Paese si sentirà mai più al sicuro. La legge della giungla andrebbe a
sostituire il peso della legge. L’ONU deve rivendicare la propria
autorità e applicare un embargo economico, a meno che l’Iraq non si
ritiri immediatamente. Su questo concordano tanto gli Stati Uniti
quanto l’Europa. Ma, per essere pienamente effettivo, l’accordo deve
ricevere l’appoggio collettivo di tutti i membri delle Nazioni Unite.
Devono impegnarsi tutti, perché è in gioco un principio di vitale
importanza: non bisogna mai concedere la vittoria a un aggressore.

La prima settimana di settembre cominciarono ad arrivare


segretamente a Dahram, in Arabia Saudita, alcune unità dell’82°
Divisione aviotrasportata degli Stati Uniti, in missione «esplorativa»
per predisporre le basi di uno dei più imponenti dispiegamenti
militari della storia dallo sbarco in Normandia. L’operazione Desert
Shield (Scudo nel deserto) era già attiva trentanove giorni dopo
l’invasione irachena del Kuwait. Il 12 agosto, Saddam Hussein
annunciò inaspettatamente di voler accettare la risoluzione dell’ONU
ma, come contropartita per il ritiro dal Kuwait, chiedeva che Israele
abbandonasse i territori palestinesi occupati.
In un incontro tra Javier Pérez de Cuéllar, segretario generale delle
Nazioni Unite, e il ministro degli Esteri iracheno, il diplomatico
peruviano mantenne una certa cautela rispetto alle pretese dell’Iraq. Si
limitò a informare il suo interlocutore della possibilità che l’ONU e il
suo Consiglio di sicurezza autorizzassero l’uso della forza per
costringere l’Iraq alla ritirata.
Il Centcom, agli ordini del generale Schwarzkopf, fu incaricato di
dirigere il dispiegamento delle truppe americane nella zona del Golfo,
anche se i soldati dovevano prima adattarsi al clima. Fino al momento
dell’invasione irachena del Kuwait, gli analisti militari americani
avevano previsto uno scenario di intervento europeo, nell’ex Unione
Sovietica, o anche in Corea, ma mai avevano ipotizzato l’impiego delle
truppe in pieno deserto, con altissime temperature durante il giorno e
un freddo tagliente durante la notte. 8
L’amministrazione Bush si concentrò dunque sulla possibilità di
portare a termine il piano segreto 90-1002, 9 studiato dal presidente
Jimmy Carter per un intervento militare nel Golfo Persico, in caso di
pericolo per la sicurezza dei pozzi petroliferi dell’Arabia Saudita. Bush
decise di consegnare una copia del piano all’ambasciatore saudita a
Washington, Bandar bin Sultan, l’unico in grado di convincere re
Fahd ad accettare un vasto dispiegamento militare sul suo territorio.
La CIA presentò un rapporto sulla situazione, che mise in allarme
Washington: il governo degli Stati Uniti aveva bisogno di quasi
diciassette settimane per schierare una forza militare in grado di
affrontare l’esercito iracheno.
Il 2 gennaio, a sorpresa, Saddam fece un annuncio attraverso il
Consiglio della rivoluzione. Il leader iracheno vedeva sempre più
imminente un attacco da parte delle forze alleate, ma il suo orgoglio
gli impediva di fuggire dalla trappola in cui si era infilato. In un primo
momento aveva pensato di ritirare le truppe dal Kuwait con un
accordo internazionale secondo cui durante il ritiro l’Iraq non sarebbe
stato attaccato, poi abbandonò questa richiesta a favore della
questione palestinese. La proposta arrivò alla Casa Bianca tramite re
Hussein di Giordania, ma Bush auspicava una guerra rapida e
vittoriosa.
Dopo vari approcci falliti, alla fine si concordò un incontro fra
James Baker, il segretario di Stato americano, e il ministro degli Esteri
iracheno Tareq Aziz, il 9 gennaio a Ginevra. Era l’ultima possibilità
per l’Iraq di evitare la guerra, ma Baker arrivò nella città svizzera con
l’indicazione precisa di non giungere a una soluzione negoziata con gli
iracheni. L’11 gennaio, il segretario generale delle Nazioni Unite,
Pérez de Cuellar, in un ultimo, inutile tentativo, si recò a Baghdad per
incontrare Saddam.
A capo dell’operazione Desert Shield c’erano Colin Powell e
Norman Schwarzkopf, entrambi formati e forgiati in Vietnam,
un’esperienza che li aveva resi estremamente cauti nelle loro analisi
militari. La mattina del 13 gennaio, la CIA mostrò diverse immagini
satellitari e dispacci «top secret» in cui si rivelava il sistematico
saccheggio del Kuwait da parte irachena: qualunque oggetto con un
minimo di valore era confiscato dai soldati di Saddam. Inoltre, le
immagini satellitari riprendevano lunghe file di Mercedes, Ferrari e
Porsche che imboccavano la strada che univa il Kuwait all’Iraq.
Nel deserto saudita erano concentrati circa 500.000 soldati
americani, 65.000 sauditi, 43.000 degli Emirati Arabi Uniti, 5.000
inglesi e varie altre migliaia appartenenti a Paesi quali Egitto, Siria e
Marocco. 10 Quella mattina la guerra era ormai un dato di fatto,
sebbene i leader arabi della regione continuassero a pensare che alla
fine Saddam si sarebbe ritirato senza bisogno di sparare un colpo.
Il pomeriggio del 13 gennaio, a due giorni dalla scadenza
dell’ultimatum imposto a Saddam, la DIA informò il segretario alla
Difesa Cheney che le truppe irachene, circa 430.000 uomini, si stavano
trincerando e collocando in posizione difensiva. Fino al giorno
d’inizio dell’operazione Desert Storm (Tempesta nel deserto), il
dittatore e i suoi comandi militari continuavano a credere che
l’offensiva sarebbe stata sferrata via terra e non con massicci
bombardamenti aerei. Il messaggio della DIA, invece di allarmare
Richard Cheney, lo tranquillizzò: se Saddam si trincerava, significava
che non aveva intenzione di attaccare l’Arabia Saudita.
Il 14 gennaio, il presidente Bush chiese ai generali Powell e
Schwarzkopf un rapporto puntuale sulle caratteristiche di
un’operazione militare contro Saddam Hussein, pretendendo che
arrivasse da lì a poche ore sulla sua scrivania nello Studio Ovale.
Quella stessa notte, il generale dei marines Robert Johnston, capo di
stato maggiore di Schwarzkopf, consegnò la relazione richiesta. Si
trattava di un documento chiaro, breve e conciso, come tutti quelli
scritti da Schwarzkopf, in cui si spiegava che le azioni contro l’Iraq si
sarebbero divise in quattro fasi concrete.
Il 15 gennaio 1991 scadde il termine fissato dall’ONU con le sue
risoluzioni, oltre il quale, nel caso di mancato ritiro delle truppe da
irachene dal Kuwait, si autorizzava l’uso della forza. Perfino quel
giorno, Saddam continuò a credere di poter contare sull’appoggio di
Mosca per placare la bellicosità americana e a pensare che le nazioni
arabe sarebbero accorse in massa per difendere l’Iraq. Ma non accade
nulla di tutto ciò. Nella notte, il leader iracheno comparve in
televisione con un messaggio al popolo. Quel giorno di tranquillità
sembrò una prima vittoria per lui, ma non durò a lungo.
Alle 5.30 del 16 gennaio, dopo il rifiuto degli alleati di acconsentire
a una proroga della Risoluzione 678 dell’ONU, ebbero inizio le
manovre militari contro l’Iraq. L’operazione Desert Storm si scatenò
con una violenza inaudita, contro più di settecento obiettivi
selezionati. Il primo missile Tomahawk diretto su un bersaglio in
territorio iracheno fu lanciato dall’incrociatore USS Bunker Hill. A
questo ne sarebbero seguiti altri centosei nelle prime ventiquattro ore
di conflitto. Gli obiettivi principali: formazioni irachene in Iraq e
Kuwait, ministeri a Baghdad, impianti petrolchimici, aeroporti, ponti,
fabbriche tessili, linee ferroviarie. I bombardamenti alleati 11
causarono enormi danni a Baghdad e manifestazioni contro la guerra
a Berlino, Madrid, Roma, Il Cairo, Rabat, Mosca, New York e Londra.
Fino al 24 febbraio, data di inizio delle operazioni di terra, gli alleati
effettuarono 110.000 missioni aeree, in cui sganciarono più di 85.000
tonnellate di bombe. Il generale Schwarzkopf dichiarò che si trattava
esclusivamente di obiettivi militari, e il presidente Bush assicurò che
gli Stati Uniti non avevano nulla contro il popolo iracheno.
Infine, il 15 febbraio, Saddam comunicò di essere pronto ad
adempiere alla Risoluzione 660 e quindi a lasciare il Kuwait senza
condizioni. George Bush sapeva che se il dittatore iracheno avesse
annunciato la sua ritirata dall’emirato, gli alleati avrebbero dovuto
fermare i bombardamenti, e non era ciò che voleva. 12 Il 19 febbraio,
Gorbaciov propose un accordo di pace che conciliava le esigenze
americane e le obiezioni sovietiche. L’Iraq doveva accettare
pienamente la Risoluzione 660 dell’ONU: immediato cessate il fuoco,
ritiro totale – in ventun giorni – delle truppe dislocate sul territorio
kuwaitiano, liberazione di tutti i prigionieri di guerra e invio di
osservatori delle Nazioni Unite in Iraq e Kuwait per supervisionare il
piano di pace, con l’annullamento di tutte le risoluzioni contro l’Iraq
dovute all’invasione del Kuwait.
Il 21 febbraio, il leader iracheno accolse il piano e chiese ancora una
settimana di tempo per attuarlo. A quel punto, Bush lo minacciò
ponendogli un ultimatum: se non si fosse ritirato entro le 12 del 23
febbraio, avrebbe avuto inizio l’operazione via terra. Il presidente degli
Stati Uniti era perfettamente consapevole che la sua era una richiesta
impossibile, considerate le molte infrastrutture che gli iracheni
dovevano smantellare a Kuwait City prima di poter procedere alla
ritirata.
Il 25 febbraio, Saddam Hussein ordinò alle sue truppe di
abbandonare l’emirato, mentre queste cercavano di fermare l’avanzata
delle divisioni blindate alleate che procedevano speditamente verso la
capitale kuwaitiana. Quella che fino a sei mesi prima era
un’operazione militare degna di essere studiata, si trasformò in una
vera e propria trappola per le forze occupanti, che lasciarono il campo
allo sbando, decimate nella loro fuga precipitosa verso l’Iraq.
Il 3 marzo 1991, in un luogo anonimo in pieno deserto, i generali
iracheni Hashim Ahmad e Mohamed Salah Abid presentarono la resa
incondizionata al generale statunitense Norman Schwarzkopf e al
generale saudita Khalid Hashim Ahmad. Schwarzkopf ricordava
sempre più spesso le parole del generale confederato Robert E. Lee –
che aveva letto durante gli anni a West Point –, il quale affermava che
«è un bene che la guerra ci sembri così terribile, in caso contrario
rischieremmo di prenderci gusto». 13
Le reazioni internazionali si stavano scatenando, e tra le voci più
critiche nei confronti della guerra c’era proprio quella del Vaticano.
L’11 marzo 1991, il direttore della CIA, William H. Webster, ricevette
un dispaccio di una sola pagina, dal titolo «Affermazioni del Papa
sulla guerra del Golfo». Nel documento, spicca la durezza delle
obiezioni di Giovanni Paolo II all’intervento statunitense.

Dopo il 17 gennaio, Giovanni Paolo II ha espresso la sua amarezza


e inquietudine per la guerra e lo ha fatto più volte nell’arco di una
settimana. È stato particolarmente critico verso gli attacchi aerei che,
secondo quanto ha dichiarato, «minacciano in modo indiscriminato la
popolazione civile». Il 18 febbraio, la radio del Vaticano ha citato le
parole del Papa: «Non siamo pacifisti a ogni costo. Desideriamo la
pace e la giustizia. Non ci può essere pace senza giustizia».
Alcuni leader della Chiesa si sono spinti anche oltre le affermazioni
papali. Il 30 gennaio, un portavoce della Conferenza episcopale
italiana ha detto che «[...] la posizione del Santo Padre è chiara [...]
giusta o sbagliata, la guerra [deve] essere fermata subito [...]».
L’Osservatore Romano, il quotidiano semiufficiale del Vaticano, ha
assunto una decisa linea pacifista e le organizzazioni cattoliche
marciano in gran numero nelle manifestazioni contro la guerra.
La critica della Chiesa al conflitto rappresenta una sfida importante
per il governo pentapartito di Andreotti. [...] I comunisti, che ora si
chiamano Partito democratico di sinistra, non hanno tardato a
sfruttare l’argomento della pace e a fare proprie le dichiarazioni papali,
per ottenere consensi dai pacifisti cattolici.
Andreotti resiste alle pressioni del movimento pacifista, con l’aiuto
dei ministri degli Esteri e della Difesa. Probabilmente crede che il
contributo militare di Roma e l’assistenza finanziaria agli Stati in
prima linea possano rappresentare i prodromi di un’epoca futura per
l’Italia, un’epoca in cui diventerà un importante Paese occidentale. [...]
il sentimento antibellico, sebbene consistente, è controllabile.

L’allora ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Thomas


Patrick Melady, portò avanti un intenso lavoro di mediazione con il
segretario di Stato, il cardinale Angelo Sodano. Washington voleva
che il Vaticano avallasse l’isolamento internazionale del regime di
Saddam Hussein, ma Sodano non era disposto a cedere alle pressioni.
Inoltre, il 2 giugno 1992, in un rapporto di dieci pagine, la CIA
criticava il fatto che il Vaticano, come molte altre nazioni, mantenesse
ancora la sua ambasciata a Baghdad.

Saddam vuole trasmettere, ma con scarsi risultati, l’immagine di un


Iraq vittima delle cospirazioni iraniane-sioniste-occidentali. Spera di
sfruttare questi argomenti propagandistici per porre fine
all’isolamento diplomatico di Baghdad e alleggerire o eliminare le
sanzioni. Tuttavia, finora sono pochi i Paesi che hanno rimandato i
loro ambasciatori a Baghdad o che hanno mostrato la volontà di
violare la risoluzione dell’ONU. (Ventiquattro, oltre all’OLP e al
Vaticano, sono i Paesi che attualmente hanno un ambasciatore a capo
di una missione a Baghdad, circa un terzo rispetto al periodo
antecedente la guerra.)

In effetti, la segreteria di Stato della Santa Sede mantenne


l’arcivescovo polacco Marian Oles in qualità di nunzio apostolico a
Baghdad dal novembre 1987 all’aprile 1994, scelta che infastidì il
presidente George H.W. Bush e il suo segretario di Stato James Baker.
Ma questo non sarebbe certo stato l’unico punto di scontro tra
Washington e Roma sull’Iraq.
26
El Salvador. Otto esecuzioni decretate

LA mattina del 16 novembre 1989, nella capitale del Salvador c’era


un’aria pesante, irrespirabile. Era successo qualcosa. Saranno state le 6,
e nei vari quartieri della città si sentiva ancora l’eco degli scontri, che si
sarebbero rivelati i più violenti tra guerriglieri e soldati dell’esercito
nei dodici anni di guerra civile. Era successo qualcosa di grave
all’Università Centroamericana José Simeón Cañas, nota come UCA.
Dopo la morte dell’amato monsignor Óscar Romero, tutto era
possibile nel Salvador. Nella sede dell’UCA giacevano i cadaveri di sei
sacerdoti gesuiti, di una donna e di una bambina, brutalmente
assassinati a colpi di pistola. Nel cortile c’erano, proni, i corpi di
cinque sacerdoti, e un altro si trovava in una stanza. La donna e la
bambina erano in un locale isolato. 1
I gesuiti assassinati erano il rettore dell’università, Ignacio
Ellacuría, e poi Segundo Montes, Ignacio Martín-Baró, Armando
López, Juan Ramón Moreno e Joaquín López. Le donne uccise erano
l’impiegata dell’ateneo Elba Ramos e la figlia quindicenne Celina.
Dopo avere osservato per un poco quella scena dantesca la cui
principale protagonista era la morte, padre Rogelio Pedraz entrò, salvo
per miracolo perché nella fatidica notte della mattanza non si trovava
lì. Un altro uomo, identificato come Obdulio Ramos, stava piangendo
inginocchiato a terra. Era il marito di Elba e padre di Celina. Per i
militari salvadoregni, i gesuiti erano sospettati di appoggiare la
Teologia della liberazione, motivo per cui si riteneva fossero alleati
della guerriglia di sinistra del Fronte Farabundo Martí per la
liberazione nazionale (Frente Farabundo Martí para la liberación
nacional, FMLN), quindi sovversivi e, come tali, da eliminare. 2
Inizialmente, i cadaveri dei cinque sacerdoti che si trovavano in
cortile furono coperti con lenzuola bianche, ma a metà mattina,
quando il sole cominciò a scaldare e arrivarono le alte sfere della
Chiesa cattolica, nelle persone dei vescovi Arturo Rivera e Gregorio
Rosa Chávez, i corpi vennero scoperti perché i religiosi potessero
osservare, in tutto il loro orrore, le spaventose condizioni dei cadaveri.
È quello il momento in cui cameraman e fotografi presenti scattarono
le famose immagini che sconvolsero il mondo.
In merito a quel vile massacro, dapprima il presidente Alfredo Félix
Cristiani avanzò alcune ipotesi sui possibili responsabili della
carneficina e, seguendo l’abituale linea propagandistica, la attribuì ai
guerriglieri; la sinistra smentì con fermezza, accusando gli squadroni
della morte del governo. Quel che è certo è che fin dall’inizio
dell’offensiva dell’11 novembre, i mezzi di comunicazione messi a
tacere dal governo furono sostituiti da una stazione radio nazionale
con il segnale di Radio Cuscatlán. 3 Nelle sue trasmissioni, i gesuiti
dell’UCA erano accusati di essere «sovversivi comunisti» e li si
additava pubblicamente come i responsabili della situazione in cui
versava il Paese. Meno di tre mesi prima, a settembre, il presidente
Cristiani e padre Ellacuría erano apparsi insieme, durante la cerimonia
di consegna di un premio dell’Università al presidente del Costa Rica,
Óscar Arias.
È importante ricordare che la comunità gesuita dell’UCA e
monsignor Arnulfo Romero erano stati attaccati con forza ancor
prima dell’avvio delle ostilità, perché tacciati di essere marxisti
dall’«oggettiva» stampa salvadoregna e nel 1979 erano stati
protagonisti di un articolo de La Prensa Gráfica, dal titolo «I gesuiti
manipolano monsignor Romero a loro piacimento». 4 Vale poi la pena
rammentare che, nel 1981, i sacerdoti della stessa università erano stati
citati e minacciati in un comunicato ufficiale di uno squadrone della
morte, la Lega anticomunista salvadoregna (Liga anticomunista
salvadoreña, LAS). Tutto questo era culminato nell’assassinio dei sei
sacerdoti e delle due laiche durante l’offensiva del novembre 1989. 5
Con il tempo, le indagini stabilirono che i responsabili materiali di
quella strage erano ufficiali e soldati del Battaglione Atlacatl, agli
ordini del colonnello René Emilio Ponce. L’informazione fu resa
pubblica dal presidente Cristiani il 7 gennaio 1990, quando annunciò
da un’emittente radiotelevisiva che i colpevoli del massacro
appartenevano alle forze armate, in accordo con le conclusioni cui era
giunta la Commissione di indagine sui fatti delittuosi (Comisión
investigadora de hechos delectivos, CIDH). Il direttore della scuola
militare, colonnello Guillermo Benavides, fu accusato di essere stato il
mandante dell’esecuzione. 6 Tutti gli indagati comparvero in tribunale
il 26 settembre 1991; tre giorni dopo furono condannati a diversi anni
di detenzione. Grazie a un’amnistia concessa poco tempo dopo dal
governo di Cristiani, gli assassini dei gesuiti furono però liberati. I
mandanti e gli esecutori materiali di quello e di molti altri crimini
perpetrati durante la guerra civile salvadoregna rimasero nella totale
impunità. Certo, all’epoca la giustizia nel Salvador era cieca e sorda. La
vicenda provocò una grande ondata di indignazione in tutto il mondo,
in particolare perché ordinata dallo stato maggiore congiunto del
Salvador e autorizzata dal presidente Cristiani, con il tacito consenso
della la CIA che ne era al corrente. 7
Il governo di Washington negò ogni coinvolgimento nel massacro
dei religiosi e affermò di non avere avuto alcuna informazione in
merito, ma il 14 gennaio 1990, due mesi dopo i fatti, la base
dell’Agenzia nel Salvador inviò al quartier generale di Langley un
«Rapporto sul piano di Cristiani nel caso dei gesuiti». Nell’informativa
si parla a chiare lettere della volontà del presidente salvadoregno di
salvare la faccia, in vista della discussione al Congresso degli Stati
Uniti sulla conferma degli aiuti militari al Salvador.
A mezzogiorno dell’11 gennaio è stato steso un rapporto su questo
piano e tre ore prima [...] è apparso su una rete radiotelevisiva
nazionale. Ora presentiamo un rapporto in cui si rivela il piano di
Cristiani per lasciare impunita l’uccisione dei sacerdoti gesuiti. Questo
è il rapporto stilato tre ore prima dell’apparizione radiotelevisiva di
Cristiani.
Il termine di 72 ore stabilito da Alfredo Cristiani per rivelare il
nome dei militari colpevoli di avere ucciso i gesuiti, la loro impiegata e
la figlia della donna è scaduto, e stanno circolando informazioni tra
diplomatici, politici e giornalisti in merito alla dichiarazione che il
governo intende presentare. Cristiani non dirà la verità. Ha elaborato,
con La Tandona 8 (gruppo di graduati del 1996 all’Accademia militare
capitán general Gerardo Barrios), una versione per cercare di esimere
lo stato maggiore da qualsiasi responsabilità e dare la colpa ai livelli
inferiori dell’esercito.
Cristiani cercherà di presentare l’eccidio dei sacerdoti come il
risultato di un errore operativo circostanziale. In base alla storia
elaborata dallo stato maggiore delle forze armate e da Cristiani stesso,
la notte del 16 novembre le truppe del Battaglione Atlacatl furono
inviate all’UCA per effettuare un controllo di routine. Nel corso
dell’operazione, un soldato ebbe un’accesa discussione con un
sacerdote e lo freddò all’istante.
Secondo la versione che lo stato maggiore dell’esercito e Cristiani
stanno preparando, questa azione avrebbe complicato il controllo di
routine. Quindi, il capo della pattuglia, per non lasciare testimoni,
avrebbe deciso di uccidere tutti i sacerdoti e le due donne.
Questa è la difesa che il presidente Cristiani e lo stato maggiore
dell’esercito stanno preparando. Per [...] questa versione, Cristiani [...]
ha tenuto in considerazione le dichiarazioni del testimone sulle ultime
parole del defunto padre Martin Baró, al momento del crimine. Baró
fu sentito gridare: «È un’ingiustizia!»

È chiaro, e così appare dal rapporto della CIA, che il presidente


salvadoregno intende attribuire la strage ai quadri dell’esercito,
salvando in questo modo se stesso e il suo stato maggiore.
Secondo la versione che Cristiani sta preparando, i soldati del
Battaglione Atlacatl informarono dell’incidente il generale Guillermo
Benavides, direttore dell’accademia militare, che a sua volta lo notificò
agli altri funzionari, compreso il colonnello Armando Aviles, capo del
G-5 dello stato maggiore generale. Per questioni di interesse personale,
il colonnello Aviles girò l’informazione confidenziale all’ambasciatore
degli Stati Uniti, William Walker.
I fatti, le loro conseguenze e la stesura di questa versione della storia
hanno suscitato accese polemiche tra i membri dello stato maggiore,
l’ambasciata degli Stati Uniti e Cristiani. Infine, i media sono venuti a
conoscenza della situazione, ed essendo imminente la diffusione dei
fatti, Alfredo Cristiani si è visto costretto ad ammettere in tutta fretta e
a riconoscere apertamente la partecipazione dei militari all’assassinio
dei gesuiti.
La ragione principale di questa versione era [...] mandanti della
strage [...] per individuare gli esecutori. Con tale versione, Cristiani e
lo stato maggiore stanno cercando di produrre delle attenuanti in vista
del processo e di far ricadere la colpa del massacro sui quadri
dell’esercito. I colonnelli coinvolti potrebbero essere messi in libertà e
la loro responsabilità potrebbe rimanere limitata al fatto che il crimine
è stato commesso in una zona sotto il loro comando.
Questa versione dei fatti punta a liberare da qualsiasi responsabilità
i vertici delle forze armate e a sfiorare lievemente gli ufficiali della
Tandona, in particolare il colonnello Orlando Cepeda, che firmò
l’ordine di uccidere i gesuiti, il colonnello René Emilio Ponce, capo di
stato maggiore, e il colonnello Guillermo Benavides, membro di
secondo piano della Tandona che fu indirettamente coinvolto nel
crimine.

Più avanti nel rapporto, gli stessi analisti della CIA riconoscono che
l’uccisione dei gesuiti dell’UCA faceva parte di un piano segreto
predisposto dal governo di Alfredo Cristiani per eliminare i membri
della Chiesa, dei sindacati, dei partiti politici e delle organizzazioni per
i diritti umani contrari al governo: «Di questa politica sono diretti
responsabili Cristiani e lo stato maggiore. [...] L’ambasciatore degli
Stati Uniti e il personale dell’ambasciata statunitense ne sono
pienamente consapevoli».

[...] La decisione di portare a termine un’operazione per eliminare i


leader democratici popolari e religiosi fu presa dallo stato maggiore
delle forze armate [...] 4 giorni dopo l’inizio dell’offensiva del FMLN.
Tale operazione faceva parte di un piano di controffensiva totale delle
forze armate, che comprendeva anche l’impiego massiccio del fuoco
della forza aerea contro i quartieri poveri e l’eliminazione dei capi dei
movimenti democratici e della Chiesa.
Alfredo Cristiani, che fu condotto alla sede dello stato maggiore
generale per ragioni di sicurezza e assunse il controllo del piano di
difesa, era assolutamente consapevole del progetto di sterminio. Al
momento di discutere e approvare il piano del genocidio, nella sede
dello stato maggiore erano presenti anche agenti e consiglieri
statunitensi.
L’azione fu attuata nel pomeriggio del 16 novembre. Furono
saccheggiati tutti gli uffici dei sindacati di San Salvador, così come gli
uffici delle organizzazioni umanitarie, quelli dei partiti politici e i
centri religiosi.
Il piano fu portato a termine nell’edificio dell’UCA. Nei giorni
successivi continuarono gli arresti, le persecuzioni e le uccisioni.
Furono attaccati gli uffici di tutto il [...]. I loro dirigenti si videro
costretti ad abbandonare il Paese per sfuggire alla cattura. Di questa
politica sono diretti responsabili Cristiani e lo stato maggiore. [...]
L’ambasciatore degli Stati Uniti e il personale dell’ambasciata
statunitense ne sono pienamente consapevoli.
La necessità di arrivare a formulare questa storia è dovuta alla
situazione precaria in cui si trovano il governo e le forze armate in
vista dei dibattiti al Congresso degli Stati Uniti per decidere il futuro
degli aiuti al Salvador, vincolati ai risultati dell’indagine sull’assassinio
dei sacerdoti gesuiti del 16 novembre.

A poco a poco, gli avvenimenti del 16 novembre 1989 vennero alla


luce. Il sergente Antonio Ávalos, detto «Satana», e il caporale Óscar
Amaya, alias «Boia», avevano ordinato ai sei religiosi di stendersi
proni a terra. Amaya aveva sparato alla testa, da distanza ravvicinata, a
Ignacio Ellacuría, Ignacio Martín-Baró e Segundo Montes. L’arma era
un Kalashnikov AK47, lo stesso modello in dotazione ai guerriglieri
del FMLN. Ávalos «Satana» e il caporale Ángel Pérez avevano fatto
fuoco con i loro M16 contro i sacerdoti Juan Ramón Moreno,
Amando López e Joaquín López. Era indispensabile non lasciare
testimoni, così il sergente Tomás Zarate aveva giustiziato Elba Ramos
e sua figlia Celina, che erano morte abbracciate. 9 Tutti i militari in
questione appartenevano al Battaglione Atlacatl, il cui emblema era
una bandiera nera con un teschio e un serpente, e indossavano
uniformi statunitensi.
Il 16 novembre 1989, quando gli insorti del FMLN avevano preso
d’assalto San Salvador, lo stato maggiore delle forze armate aveva
affidato agli esperti in lotta antiguerriglia del Battaglione Atlacatl
l’incarico di portare a termine un piano a lungo meditato: il
commando, addestrato dagli americani, doveva uccidere i gesuiti
dell’UCA, accusati dai militari coinvolti e dal governo di estrema
destra di Alleanza repubblicana nazionalista (Alianza republicana
nacionalista, ARENA) di essere «consiglieri e strateghi del FMLN». 10
L’8 giugno 1991, la base della CIA nel Salvador inviò un rapporto
segreto a James Baker, il segretario di Stato, mettendo in copia
l’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, Peter F. Secchia, e quello
presso la Santa Sede, Thomas Patrick Melady. L’analista dell’Agenzia
sottolinea che, stranamente, nonostante i continui attacchi dei settori
di sinistra al governo di Washington, quegli stessi settori
disapprovano l’eccessiva politicizzazione portata avanti da José María
Tojeira, gesuita spagnolo e rettore dell’UCA (1997-2010), che ha
assunto una posizione chiaramente contraria agli Stati Uniti.

1. Il 6 giugno, in un breve incontro privato durante un evento


sociale, alcuni intellettuali di sinistra hanno criticato le azioni del
gesuita Tojeira nel caso dei gesuiti [...] dicendo che il sarcasmo di
Tojeira e gli attacchi diretti contro il governo degli Stati Uniti sono
inutili e allontanano l’attenzione dalla sostanza del caso. A [...] e [...] si
sono unite altre persone, secondo le quali molti all’interno dell’UCA
sono convinti che Tojeira stia minando la credibilità dei gesuiti
dell’UCA, politicizzando il caso.
2. [...] ha messo a confronto la stridente intervista televisiva di
Tojeira del 29 maggio con il punto di vista – molto più sofisticato e
intellettuale – di un altro gesuita: padre Norberto Alcober, che ha
parlato della vicenda in un’intervista del 6 giugno. Alcober, gesuita
spagnolo e professore ospite di giornalismo presso l’UCA, ha
sottolineato l’importanza del caso e ha posto domande puntuali, senza
ricorrere alle iperboli e allo stile accusatorio di Tojeira. Tutti hanno
concordato con l’ipotesi avanzata da Tojeira secondo cui almeno
qualcuno dei superiori di Benavides era coinvolto nel crimine, ma
nessuno ha difeso il punto di vista del gesuita in merito. [...] ha
aggiunto che Tojeira è ovviamente «contro gli Stati Uniti».
3. Commento: È interessante osservare come i proclami di Tojeira
sul caso dei gesuiti stiano facendo perdere la pazienza a un gruppo
battagliero e sempre pronto ad attaccare il governo degli Stati Uniti.
Questi e altri critici, pare anche all’interno dell’UCA, si sono resi conto
che le tattiche di Tojeira non hanno aiutato la ricerca della giustizia nel
caso dei gesuiti.

La Commissione per la verità dell’ONU accusò l’allora ministro


della Difesa, il generale Rafael Humberto Larios, e il capo dello stato
maggiore congiunto delle forze armate, il generale René Emilio Ponce,
di essere i «principali responsabili» della decisione di uccidere i
religiosi, assunta con il generale Juan Rafael Bustillo, comandante
delle forze aeree, con il generale Juan Orlando Zepeda e il colonnello
Inocente Orlando Montano, viceministri della Difesa, e con il
colonnello Francisco Elena Fuentes, comandante della prima Brigata
di fanteria. Il fattore scatenante alla base della strage era stato che i
gesuiti dell’UCA avevano preso l’iniziativa per esercitare pressioni a
favore di negoziati che ponessero fine alla guerra civile nel Salvador.
Né il presidente Cristiani, né i funzionari del Pentagono e della CIA
furono coinvolti nell’indagine. 11
Il tenente colonnello Camilo Hernández confermò che il suo
superiore nella scuola militare, il colonnello Guillermo Benavides,
aveva trasmesso al commando del Battaglione Atlacatl l’ordine che
aveva ricevuto dal generale René Emilio Ponce: «Uccidere i gesuiti
senza lasciare testimoni». Hernández, inoltre, dichiarò di avere
consegnato allo squadrone della morte l’AK-47 con cui intendevano
dimostrare che la carneficina dell’UCA era stata un’operazione del
FMLN. 12
Nell’indagine dell’ONU c’erano diversi riferimenti a dispacci della
CIA sul piano di terrorismo di Stato e sulla presenza di consiglieri
militari americani alle riunioni del gruppo di generali e colonnelli che
avevano dato l’ordine di trucidare i gesuiti.
José María Tojeira, il rettore dell’Università Centroamericana del
Salvador, affermò più avanti che nella sede della CIDH a Washington,
si era tenuta una «riunione di lavoro in cui lo Stato salvadoregno
aveva evidenziato che non erano state minimamente accolte le
raccomandazioni che [la CIDH] aveva emesso nel 1999 e che
consistevano nell’indagare, identificare, giudicare e sanzionare tutti gli
autori materiali e gli ideatori dell’uccisione dei gesuiti». 13
A vent’anni dall’eccidio, il 16 novembre 2009, il governo
salvadoregno presieduto da Carlos Mauricio Funes conferì ai martiri
dell’UCA il premio nazionale José Matías Delgado, una delle più alte
onorificenze del Paese, ritirato dai famigliari e dagli amici dei religiosi.
Né i segretari di Stato Agostino Casaroli e Angelo Sodano, né i
nunzi apostolici nel Salvador, Francesco de Nittis (1985-1990) e
Manuel Monteiro de Castro (1990-1998), né altre autorità cattoliche
nel Paese, come gli arcivescovi di San Salvador Arturo Rivera Damas e
Fernando Sáenz, pronunciarono mai una sola parola di protesta
contro il massacro, e tanto meno lo fece Giovanni Paolo II nella sua
visita nel Salvador del febbraio 1996. Nell’omelia pronunciata nella
cattedrale di San Salvador giovedì 8 febbraio 1996, il Pontefice ricordò
tutti quelli che «riposano in pace», come i monsignori Luis Chávez,
Óscar Arnulfo Romero e Arturo Rivera Damas, ma nemmeno una
parola sui sei gesuiti assassinati sette anni prima. Era evidente che il
Papa, fedele alleato della dottrina di Reagan sul Centro America,
nemico giurato della Teologia della liberazione e anticomunista
convinto, preferiva ignorare il caso dei religiosi giustiziati che avevano
dato la vita per la causa della Chiesa popolare. E altri li avrebbero
seguiti...
27
Cile. Il Vaticano tra il diavolo
e l’acqua santa

LA questione cilena continuava a costituire un problema per la Santa


Sede e per tutta la sua cupola. Il generale Augusto Pinochet era ormai
al potere da quindici anni, da quando, l’11 settembre 1973, aveva
guidato il colpo di Stato contro il governo costituzionale di Salvador
Allende.
La costante difesa dei diritti umani da parte di Giovanni Paolo II si
è sempre declinata in un’unica accezione: i diritti della Chiesa romana
violati dalle dittature e dai regimi comunisti dell’Europa dell’Est,
consacrati all’ateismo. Ai diritti umani nel loro pieno significato
calpestati da dittature e regimi di destra il Pontefice polacco non ha
mai dedicato troppa attenzione; anzi, per il semplice fatto di lottare
contro il marxismo, quei regimi hanno potuto contare sul tacito
appoggio del Vaticano. Di certo, Giovanni Paolo II passerà alla storia
come il Pontefice che ha sconfitto il comunismo, ma anche come
l’amico di uno dei più sanguinari dittatori del Novecento, il generale
cattolico Augusto Pinochet Ugarte. La complice indulgenza della
Santa Sede verso il suo regime era all’epoca rappresentata dal nunzio
apostolico a Santiago, Angelo Sodano, in seguito ordinato cardinale e
poco dopo nominato segretario di Stato. 1
Altri illustri esponenti vaticani che sostenevano il dittatore e la sua
politica erano i cardinali Sebastiano Baggio e Alfonso López Trujillo. Il
primo era prefetto della Congregazione per i vescovi e presidente della
Pontificia commissione per l’America Latina, il cui ruolo principale
era controllare le azioni della Conferenza episcopale latinoamericana
(CELAM); queste cariche conferivano a Baggio un enorme potere
nell’ingranaggio della curia. Il cardinale aveva accumulato una grande
esperienza nella regione, essendo stato diplomatico in America Latina
dal 1938 al 1964.
La sua era una politica chiaramente di destra, con analisi
decisamente reazionarie, e la sua influenza sulla segreteria di Stato,
nella sezione per i Rapporti con gli Stati, era decisiva. In tutto ciò era
aiutato dal colombiano López Trujillo, ancora più conservatore e uno
dei maggiori flagelli della Teologia della liberazione all’interno del
Vaticano. Dal momento della sua nomina a segretario generale della
CELAM, aveva infatti deciso di attuare una vera e propria «purga» di
chiunque avesse un pur vago legame con una qualsivoglia espressione
della Teologia della liberazione, a proposito della quale disse: «[...]
inizia con buone intenzioni e finisce nel terrore». Nel 1979, Alfonso
López Trujillo aveva scritto, in un documento per la riunione della
CELAM a Puebla, cui sarebbe stato presente Giovanni Paolo II:
«Questi regimi militari sono sorti in risposta al caos economico e
sociale. Nessuna società può consentire un vuoto di potere. Di fronte
alle tensioni e ai disordini, il ricorso alla forza è inevitabile». Ciò che
realmente Baggio e Trujillo facevano era difendere la linea indicata
dallo stesso Pontefice, almeno per quanto concerneva le dittature
latinoamericane. 2
Nel 1985, López Trujillo offrì un ulteriore appoggio ai regimi e ai
loro apparati repressivi ideando la cosiddetta «Dichiarazione delle
Ande», nella quale condannava la Teologia della liberazione in modo
così radicale che il teologo cileno Ronaldo Muñoz la definì «un invito
alla repressione». Invito che fu accolto e messo in pratica da alcuni
membri della polizia segreta di Pinochet quando arrestarono Renato
Hevia, gesuita e direttore della rivista Mensaje. In quell’occasione,
infatti, per giustificare l’incarcerazione del sacerdote, i militari si
rifecero proprio alla «Dichiarazione delle Ande».
In Cile, il primo passo verso la democrazia si ebbe nel 1988, quando
fu indetto un plebiscito, in base a quanto stabilito dalla Costituzione
del 1980. La consultazione doveva accogliere o respingere il candidato
indicato dai comandanti in capo delle forze armate e dal generale dei
Carabineros. 3 Il Tribunale costituzionale, vicino a Pinochet, dichiarò
che il plebiscito equivaleva a un’elezione presidenziale, quindi doveva
seguire la normativa in materia elettorale. Il generale Augusto
Pinochet venne ufficialmente designato dai militari come «unico
candidato» alla presidenza nel plebiscito del 5 ottobre 1988; in
quell’occasione si sarebbe deciso anche se confermare il suo mandato
per altri otto anni, cioè dal 1° gennaio 1989 al 31 dicembre 1997.
Dal 18 aprile 1988 al 19 giugno 1990, la CIA trasmise almeno
quattro dispacci sulla posizione del Vaticano rispetto alla
consultazione popolare cilena. La questione fu affrontata il 14 aprile
1988 in una riunione segreta a Roma tra Elliot Abrams, assistente del
segretario di Stato per gli Affari interamericani dell’amministrazione
Reagan, e il cardinale Achille Silvestrini, responsabile degli Affari
esteri del Vaticano. Abrams chiese a Silvestrini un incontro per
discutere la politica degli Stati Uniti e della Santa Sede in America
Latina. Silvestrini arrivò accompagnato da un’altra persona, che
prendeva appunti; Abrams era con l’ambasciatore Shakespeare e il
funzionario politico dell’ambasciata americana presso la Santa Sede,
che si occupava a sua volta di prendere nota della conversazione.
L’incontro durò un’ora e un quarto.
A pagina 13 del rapporto della CIA, composto da un totale di
ventuno pagine, si riferisce sui colloqui tra i due politici riguardo alla
questione cilena. È sorprendente la proposta di Abrams a Silvestrini,
di permettere che il cardinale cileno Raúl Silva Henríquez si presenti
come candidato alla presidenza del Paese. Ma il Vaticano ha già su chi
scommettere: il democristiano Patricio Aylwin.

CILE
19. Plebiscito: Abrams ha detto che il governo degli Stati Uniti ha
raccomandato al governo cileno di condurre elezioni pulite, perché il
peggior risultato possibile sarebbe un voto percepito come
manipolato. Indire elezioni corrette significa un onesto conteggio delle
schede, osservatori elettorali e la garanzia dell’accesso ai mezzi
televisivi per l’opposizione. Silvestrini ha chiesto una previsione sul
risultato del plebiscito. Abrams ha risposto che, al momento attuale,
sembra che Pinochet perderà con un piccolo margine. Tuttavia,
Pinochet potrebbe anche vincere elezioni regolari. Abrams ha
aggiunto che più alto sarà il numero dei votanti, maggiori saranno le
possibilità di vittoria dell’opposizione. Se i votanti arriveranno a 6-8
milioni, è probabile che Pinochet sia sconfitto. Secondo Abrams
sarebbe meglio se la Giunta presentasse un altro candidato, invece di
Pinochet, ma sono pochi i militari che hanno il coraggio di
confrontarsi con lui.
20. Opposizione: Abrams e Silvestrini hanno tessuto le lodi del
leader democristiano Patricio Aylwin. (Nota: Come riferito nel
messaggio Roma 7057, Silvestrini, dopo avere incontrato Aylwin il 16
marzo in Vaticano, l’ha definito «il cileno che mi ha colpito di più».)
Abrams e Silvestrini hanno menzionato altre figure dell’opposizione e,
quando è venuto fuori il nome del cardinale Silva, Silvestrini ha subito
detto con grande enfasi «ma non come candidato alla presidenza.
Questo è impossibile». Silvestrini ha aggiunto che forse Silva potrebbe
essere utile in un’eventuale commissione di controllo e osservazione,
ma non può rivestire alcuna carica.

Il 29 agosto 1988, la sezione della CIA in Cile inviò all’ambasciata


degli Stati Uniti in Vaticano un’informativa segreta di sette pagine, per
aggiornarla su un incontro «non ufficiale» tenutosi tre giorni prima
con il cardinale Juan Francisco Fresno.

2. Riassunto: Il cardinale Fresno, arcivescovo di Santiago, continua


a credere nella possibilità che alcuni comandanti militari ascoltino la
richiesta del vescovo e candidino qualcuno che non sia Pinochet al
plebiscito di ottobre. Tuttavia, sta valutando vari scenari, compreso ciò
che dovrebbe rispondere nel caso gli venisse chiesto se, in campagna
elettorale, c’è stato un «clima scorretto» e quale potrebbe essere la
reazione degli Stati Uniti. La Conferenza episcopale non ha in
programma di riunirsi subito dopo il plebiscito, ma i suoi membri
stanno sul chi va là, pronti a intervenire, se necessario, nel periodo
immediatamente successivo al voto. L’ambasciatore gli ha fatto notare
che la campagna elettorale del governo è di nuovo in televisione e
nell’università cattolica e gli ha chiesto di indagare per capire se è
possibile offrire questa opportunità anche agli annunci di Cruzada
Cívica. Il 1° settembre il cardinale si recherà a Roma, dove incontrerà
il Papa. Fine del riassunto.

Nei due paragrafi seguenti del rapporto segreto, si parla delle


pressioni della Chiesa sui vertici militari cileni per cercare di evitare la
candidatura di Augusto Pinochet. Fresno è molto curioso di conoscere
la posizione che Washington intende assumere di fronte ai due
possibili risultati elettorali. L’ambasciatore rimane cauto e afferma di
non poter rispondere, in quanto l’amministrazione Reagan è ormai al
termine del mandato.

3. L’ambasciatore e il vicecapo della delegazione si sono incontrati il


26 agosto con il cardinale Fresno e il suo segretario personale, padre
Barros. Stranamente, il cardinale crede ancora che ci sia un certo
margine di possibilità che i quattro comandanti in capo, che si
riuniranno il 30 agosto per scegliere il loro candidato alle elezioni,
designino qualcuno che non sia Pinochet. Ha ammesso che non c’è
modo di sapere cosa accadrebbe se «due o tre» dei comandanti
sostenessero un altro candidato e il quarto, Pinochet, fosse escluso. Ma
non è questione di mancanza di alternative, molte persone hanno
appoggiato la politica economica del governo, pur essendo non
totalmente invise all’opposizione. Per esempio il ministro
dell’Agricoltura, Jorge Prado, il membro più anziano del gabinetto di
Pinochet. (Forse non è un caso che Prado sia il fratello del vescovo
ausiliare di Valparaíso, uno dei vescovi più liberali della Chiesa.)
Fresno ha detto che la richiesta degli arcivescovi dell’11 agosto di avere
un candidato che possa ottenere un consenso nazionale sarebbe stata
mal interpretata, come se prevedesse che il candidato dovesse essere il
risultato di negoziati tra i comandanti e l’opposizione. (Commento:
Che, di fatto, è ciò quanto chiaramente affermato nella dichiarazione
dei vescovi.) Fresno ha aggiunto che quella non era la sua intenzione e
che, servendosi di intermediari, si era assicurato che i comandanti
capissero che non era essenziale negoziare e che potevano eleggere un
loro candidato con un ampio appoggio. L’ambasciatore ha aggiornato
Fresno sui suoi ultimi incontri con i generali Stange e Matthei e gli ha
esposto la conclusione cui è giunto al termine del colloquio con
Matthei, dell’inevitabilità della candidatura di Pinochet, salvo un
miracolo. Fresno ha riso e ha detto che la Chiesa continua a credere
nei miracoli.
4. Il cardinale ha chiesto quale sarà la reazione degli Stati Uniti se la
consultazione avverrà in modo corretto. I rapporti con il governo
cileno miglioreranno? L’ambasciatore ha risposto che non è facile
promettere misure concrete, perché l’amministrazione Reagan è ormai
agli sgoccioli. E che ci sarà una grande disponibilità per far sì che la
nuova amministrazione rivaluti la sua politica verso il Cile.
Ovviamente, la situazione sarà diversa nel caso di un candidato di
consenso o se si dovessero verificare evidenti brogli elettorali:
qualunque amministrazione statunitense darebbe il benvenuto al
primo e condannerebbe l’altro.

Padre Barros, il segretario del cardinale Fresno, ribadisce agli


americani che la maggioranza dei cileni, più che temere una possibile
frode nel conteggio delle schede – «difficile» secondo lo stesso Barros
– paventa «il clima scorretto», la manipolazione durante la campagna
elettorale. Ma l’ambasciata degli Stati Uniti «tira le orecchie» al
cardinale Fresno, facendogli notare che Canal 13 – emittente di
proprietà dell’università cattolica, di cui lui stesso è consigliere –
trasmette la pubblicità «governativa» pro Pinochet e ha allo stesso
tempo smesso di mandare in onda la propaganda elettorale di
Cruzada Cívica.

5. Padre Barros afferma che, nonostante la maggioranza della


popolazione sembri concordare sul fatto che una frode nel conteggio
delle schede sia difficile e improbabile, rimane alta la preoccupazione
per «il clima scorretto» e la manipolazione della campagna elettorale. I
partiti all’opposizione, per esempio, si sono fermamente opposti
all’utilizzo, a un’ora prestabilita dal governo cileno, dello spazio
televisivo offerto a entrambe le parti: ogni giorno dalle 22.45 alle 23.15,
simultaneamente su tutte le reti; il rifiuto è dovuto al fatto che l’ora
tarda impedirebbe a molte persone di vedere le trasmissioni
dell’opposizione. È difficile stabilire se una determinata ora sia troppo
presto o troppo tardi, tuttavia verrà chiesto al cardinale se, secondo lui,
c’è un clima scorretto.
6. L’ambasciatore approfitta dell’occasione per riferire che, al di là
del tempo a disposizione per entrambe le parti, la pubblicità
«istituzionale» pagata a favore di Pinochet potrebbe essere accettata
per tutta la durata della campagna, come del resto sta capitando. Ciò
che non è chiaro è se l’opposizione sia in grado di pagare a sua volta o
se possa accedere, in modo legale, alla pubblicità in televisione. Di
fatto, l’ambasciatore ha indicato che Canal 13, l’emittente
dell’università cattolica (di cui Fresno è consigliere), ha ricominciato a
trasmettere annunci «istituzionali» del governo cileno, dopo averli
tenuti fuori della programmazione dal 6 luglio. Ha ricordato a Fresno
che il canale aveva eliminato prima gli annunci dell’indipendente
Cruzada Cívica, che invitavano la popolazione ad andare a votare e, in
risposta alle proteste, aveva poi sospeso anche gli annunci governativi.
Ma se ora vengono di nuovo trasmessi, perché allora non mandano in
onda anche quelli di Cruzada Cívica? Una volta nominato il candidato,
sarà possibile affermare che è iniziata una nuova fase e che bisogna
seguire una politica diversa. Fresno ha ringraziato per avergli ricordato
la richiesta di Cruzada Cívica e vedrà cosa potrà fare.

Nei quattro punti successivi, gli analisti americani trattano il ruolo


che dovrebbe svolgere la Conferenza episcopale cilena nel caso in cui,
dopo il plebiscito, si scatenasse la violenza per le strade.
L’ambasciatore degli Stati Uniti teme i comunisti quanto i sostenitori
di Pinochet, nel caso in cui la forbice tra i loro esiti fosse minima.

7. L’ambasciatore si è detto preoccupato per il rischio di violenze


guidate dai comunisti il giorno delle elezioni e quelli successivi;
violenze destinate a provocare una reazione eccessiva da parte del
governo, che interromperebbe la transizione verso la democrazia. Ha
raccontato che un vescovo filippino è stato a Santiago e ha detto che la
Conferenza episcopale delle Filippine si era subito riunita dopo le
elezioni e che la sua dichiarazione era stata utile per controllare la
situazione in quel Paese. Fresno ha detto che non è in programma una
Conferenza episcopale per il post elezioni, ma che i membri si sono
accordati per rimanere in stand-by e sono pronti a riunirsi
all’occorrenza. Ha aggiunto che esiste la possibilità di disordini da
parte degli anticomunisti, nel caso in cui il risultato fosse di parità, e di
avere parlato della questione con Andrés Zaldívar del «Comitato per il
No», che gli ha assicurato di avere i mezzi per tenere sotto controllo le
sue forze.
8. Il cardinale ha chiesto se l’ambasciatore crede che la coalizione
del «Comitato per il No» si disintegrerà in caso di sconfitta di
Pinochet. L’ambasciatore ha risposto di essere sorpreso dall’unità
mostrata finora e che sono alte le probabilità che questa compattezza
sia mantenuta, almeno nel periodo immediatamente successivo,
durante i possibili negoziati con la Giunta. Le cose andrebbero in
modo diverso nel periodo più a ridosso delle elezioni presidenziali del
dicembre 1989, se a vincere fosse il «No». Il cardinale ha concordato,
affermando che ci sarebbero molti candidati alla presidenza.
9. Fresno, facendo riferimento agli appunti presi durante un
incontro con l’ambasciatore, ha chiesto informazioni sulla
commissione Kennedy-Lugar, che ha recentemente annunciato il suo
appoggio alle elezioni libere in Cile, e se intende partecipare
attivamente alla campagna elettorale. L’ambasciatore ha descritto la
composizione e i propositi della commissione, che rilascerà una
dichiarazione dopo il plebiscito. Il vicecapo della delegazione ha
sottolineato che il Gruppo internazionale per le leggi sui diritti umani
[International human rights law group, IHRLG], che si è unito al
Comité, intende inviare una delegazione di osservatori in Cile e che il
suo rapporto influenzerà la relazione post plebiscito del Comité.
(Considerato l’interesse del cardinale, gli stiamo inviando materiale sul
Comité e sull’IHRLG.)
10. Commenti. Il cardinale non ha fornito alcun indizio su come o
da chi sia stato persuaso a unirsi alla chiamata per un candidato di
consenso, ma è completamente a suo agio per la richiesta – eccezion
fatta per i negoziati con l’opposizione – ed evidentemente prevede la
possibilità che la Chiesa debba di nuovo far sentire la propria influenza
dopo il plebiscito e non appena ci saranno le prime reazioni.

Di certo, per quanto riguarda il voto, i candidati del governo


miravano a un controllo totale dei mezzi di comunicazione e
temevano manifestazioni di dissenso da parte della popolazione. I
discorsi del regime si concentravano sulla paura di un ritorno del
comunismo e dei possibili disordini precedenti al colpo di Stato del
1973. L’opposizione, riunita nella cosiddetta «Concertazione dei
partiti del No», decise di accettare le fasce orarie concesse dal governo;
in quei pochi minuti al giorno, i cileni si resero conto che era possibile
protestare apertamente contro Pinochet. Il plebiscito si tenne
mercoledì 5 ottobre 1988.
Si seppe subito che Pinochet era stato sconfitto, ma la notizia non
fu resa ufficiale fino a quando Sergio Onofre Jarpa, presidente di
Renovación nacional, si complimentò con l’opposizione. Infine, il
membro della Giunta militare e generale delle forze aeree Fernando
Matthei riconobbe la sconfitta, ma nonostante ciò i militari
mantennero il loro apparato repressivo.
Il 10 febbraio 1989, quattro mesi dopo le elezioni, la sezione della
CIA a Santiago inviò alla sede centrale di Langley un rapporto
«confidenziale» di tre pagine, in cui si sottolineava la tensione tra il
procuratore militare e un’organizzazione religiosa, il Vicariato della
solidarietà. 4

1. Riassunto: Il procuratore militare Sergio Cea non ha tentato, il 6


febbraio, di entrare in possesso dei registri medici del Vicariato della
solidarietà, come invece si presumeva. I manifestanti che
appoggiavano il vicariato sono stati dispersi dalla polizia con gli
idranti e ripresi dal vicario della Solidarietà, Valech, per avere causato
gli scontri. Secondo un funzionario del vicariato, non è stata fissata
una data per far visitare a Sergio Cea il vicariato e sequestrarne i
documenti. Fine del riassunto.
2. Il 6 febbraio, i sostenitori dell’organizzazione per i diritti umani
si sono riuniti di fronte all’edificio di plaza de Armas, erroneamente
convinti che il procuratore militare arrivasse quel giorno per il
confronto con il vicariato. Erano presenti molti Carabineros (polizia),
ma la maggior parte si limitava a tenere d’occhio la folla e a dirigere il
traffico. Tuttavia, gli idranti circondavano la piazza, in un apparente
tentativo di impedire un eccessivo assembramento. Nella piazza si
trovava anche un funzionario dell’ambasciata; gli idranti sono stati
diretti verso l’alto, facendo cadere l’acqua a pioggia. (Molti dei presenti
non hanno nemmeno lasciato il loro posto in prima fila per evitare di
essere bagnati.) Alcuni manifestanti hanno lanciato pietre contro gli
agenti e spostato le panchine per impedire la circolazione delle auto
della polizia e dei camion con gli idranti. In base al rapporto della
polizia, sono state arrestate 33 persone, di cui 31 per disturbo
dell’ordine pubblico, ma sono state subito rilasciate.
3. Monsignor Valech, vicario della Solidarietà, ha preso le distanze
dalla manifestazione, affermando che chi ha lanciato pietre e spostato
le panchine chiaramente non era amico del vicariato. Ha chiesto che i
sostenitori del vicariato preghino, ma senza arrivare a manifestare.
«Un vescovo si può difendere da solo», ha detto.
4. Monsignor Christian Precht, vicario pastorale, ha criticato il
procuratore militare Cea per avere diffuso a mezzo stampa la lettera da
lui inviata al cardinale Fresno, in cui gli chiedeva di consegnargli i
documenti del vicariato. Precht ha fatto presente che il cardinale (che
non è a Santiago) non aveva ancora ricevuto la lettera quando è stata
data la notizia e ha aggiunto che il procuratore non aveva alcuna
autorità per dire al cardinale come gestire la sua diocesi. Precht ha
criticato anche la lettera, in cui Cea sollecitava i registri del 1985-1986,
e non solo gli archivi menzionati con frequenza da Cea come essenziali
per portare a termine l’indagine sull’uccisione di un poliziotto.
5. Commento: La dichiarazione di monsignor Valech indica che la
Chiesa non intende peggiorare una situazione già abbastanza tesa. E
vuole smentire le accuse secondo cui starebbe collaborando con i
terroristi. Tuttavia, la dichiarazione di Precht suggerisce che la Chiesa
non intende cambiare la sua posizione circa la consegna dei
documenti del vicariato né facilitare le cose a Cea.

Al plebiscito, il «No» ottenne il 55,99%, contro il 44,01% del «Sì». Il


14 dicembre 1989 furono convocate le prime elezioni democratiche
dal colpo di Stato del 1973, vinte dal democristiano Patricio Aylwin, il
candidato prediletto del Vaticano. L’11 marzo 1990, il generale
Augusto Pinochet consegnò la presidenza della Repubblica a un civile,
anche se avrebbe continuato a mantenere l’incarico di comandante in
capo dell’esercito fino al 1998, anno del pensionamento. Nonostante
l’appoggio che Giovanni Paolo II aveva sempre offerto al suo amico
generale Pinochet, il 18 giugno 1990, tre mesi dopo l’arrivo di Aylwin
alla presidenza del Cile, il Pontefice, secondo la migliore tradizione
diplomatica vaticana del dare un colpo al cerchio e uno alla botte,
decise di elogiare la «maturità politica» del Paese nel suo discorso con
il nuovo ambasciatore cileno presso la Santa Sede. L’informazione in
merito fu inviata dagli analisti dell’ambasciata statunitense presso il
Vaticano al segretario di Stato, James Baker.

1. Riassunto: Il Papa, durante la cerimonia di presentazione delle


lettere credenziali del nuovo ambasciatore del Cile presso la Santa
Sede, il 18 giugno, ha lodato la maturità politica del Cile e ha accolto
con favore la politica di riconciliazione del governo. Fine del riassunto.
2. Il 18 giugno, papa Giovanni Paolo II ha accettato le lettere
credenziali del nuovo ambasciatore del Cile presso la Santa Sede, sig.
Sergio Ossa Pretot. Nel suo discorso, il Papa ha fatto i seguenti
commenti sulla transizione cilena da un regime autoritario a un
sistema democratico.
– Il Papa ha citato gli importanti cambiamenti verificatisi in Cile dalla
sua visita di tre anni prima, quando il Paese era sotto la dittatura di
Pinochet.
– Ha elogiato la maturità civica del popolo cileno [...] come
dimostrato dall’attuale processo di consolidamento democratico.
– «Noto con gioia», ha detto, «che le autorità del suo Paese stanno
lavorando per creare un clima di riconciliazione. Questo permetterà
di curare le ferite del passato e l’antagonismo e di raggiungere la
comprensione e il dialogo, componenti essenziali di una società
basata sui principi della giustizia e della libertà.»
– Il Papa ha sottolineato l’esigenza di dare vita a una politica globale
che soddisfi i legittimi diritti di tutti i cittadini e di tutti i settori
della società. Ha espresso la sua opposizione a ogni ideologia o
sistema totalitario «che non rispetti le persone e i gruppi».
3. Commento: Il Papa, evidentemente, ha tenuto d’occhio il Cile. In
un discorso del 13 gennaio al corpo diplomatico (Roma 920) ha
parlato del Cile elogiandolo, insieme con il Brasile, per avere tenuto
elezioni democratiche e per il suo procedere «sulla via verso maggiori
libertà e democrazia». Quasi tre anni fa, sotto la dittatura di Pinochet,
in un discorso dinanzi al sig. Javier Cuadra Liazana, predecessore di
Ossa Pretot, il Papa incitò a rispettare i diritti umani e la giustizia
sociale in Cile (87 Roma 27577). All’epoca, le sue parole furono
interpretate dalla stampa come una critica al governo cileno.

Nel 2003, le giornaliste Patricia Arancibia e Inés de la Maza


pubblicarono un libro in cui rivelavano che, dopo avere saputo della
sua sconfitta al plebiscito del 1988, Augusto Pinochet avrebbe voluto
tentare un auto-colpo di Stato, ma il generale Matthei glielo aveva
impedito. 5 Era evidente che il dittatore non aveva alcuna intenzione di
accettare un risultato sfavorevole e pretendeva di rimanere al potere
con la forza, come aveva sempre fatto dal 1973.
28
URSS. Amicizie pericolose:
Wojtyla e Gorbaciov

NEL marzo 1985, l’allora direttore della CIA, William Casey, ricevette
da una fonte di intelligence in Unione Sovietica la notizia che il leader
della nazione Konstantin Černenko era morto ma il decesso era stato
tenuto nascosto dal Cremlino e dal KGB. Il capo dell’Agenzia si
consultò con il Vaticano, che gli confermò la notizia. Fu allora che
decise di informare dell’accaduto il presidente Reagan.
In effetti, il 10 marzo fu annunciato che Černenko era spirato e il
suo successore sarebbe stato Mikhail Gorbaciov. Casey avvertì Reagan
che qualunque differenza tra il nuovo presidente e i suoi tre
predecessori (Černenko, Andropov e Brežnev) sarebbe stata soltanto
di facciata. Riguardo a Gorbaciov, che all’epoca aveva solo
cinquantaquattro anni, la CIA predisse: «Si limiterà a esportare la
sovversione e i problemi con maggiore entusiasmo».
Era chiaro che Casey si sbagliava. Nel luglio 1985, papa Giovanni
Paolo II espresse al cardinale Joseph Louis Bernardin, arcivescovo di
Chicago, il proprio appoggio incondizionato alla politica di Ronald
Reagan in Centro America, aggiungendo che sperava i vescovi
statunitensi facessero altrettanto.
Poco prima del vertice Reagan-Gorbaciov a Ginevra, nel novembre
1985, Washington voleva assicurarsi l’appoggio dell’opinione pubblica
cattolica nei negoziati per la riduzione delle armi strategiche. L’allora
consigliere per la Sicurezza nazionale, Robert McFarlane, decise di
invitare alla Casa Bianca i cardinali Bernard Law e Joseph O’Connor.
La CIA sapeva che Law, e così pure O’Connor e Bernardin, erano
strenui difensori delle politiche di Washington riguardo al Centro
America, ma anche all’URSS e a una limitata decurtazione delle armi
nucleari. Il nuovo segretario generale del Partito comunista
dell’Unione Sovietica (PCUS) dal 1985 al 1989, e presidente esecutivo
dell’URSS dal 1989 al 1991, arrivava portando con sé un vento nuovo
di uskoreniye (accelerazione), glasnost (liberalizzazione, apertura,
trasparenza) e perestrojka (ricostruzione), cosa che senza dubbio
avrebbe influenzato anche le relazioni di Mosca con il Vaticano. 1
Per Giovanni Paolo II, il primo segno che qualcosa stava
cambiando si era manifestato il 27 febbraio 1985, quando il ministro
degli Esteri sovietico Andrej Gromyko si era recato in Vaticano.
Durante quella visita, il capo della diplomazia sovietica aveva
informato il Pontefice che l’URSS era interessata a stabilire relazioni
diplomatiche con la Santa Sede. Nel corso dell’incontro, Giovanni
Paolo II aveva detto di nutrire due preoccupazioni: il controllo degli
armamenti e la situazione dei cattolici in Unione Sovietica. Gromyko
aveva allora risposto a Giovanni Paolo II che sarebbe stato positivo se
rappresentanti dell’URSS e della Santa Sede avessero studiato le due
questioni. Per il Vaticano era già chiaro che l’«era Brežnev» era morta
e sepolta. 2
Gorbaciov ricevette il primo rapporto su Giovanni Paolo II in
Polonia, direttamente dal leader polacco, il generale Jaruzelski. Era
previsto che il faccia a faccia tra i due capi di Stato durasse un’ora,
invece si prolungò per cinque ore. Jaruzelski scoprì quel giorno che il
nuovo presidente dell’URSS era un «comunista diverso» e proprio così
lo descrisse al primate di Polonia, il cardinale Józef Glemp. Gorbaciov
era al potere da poco tempo e voleva informazioni di prima mano
sulla situazione dei rapporti tra Varsavia e il Vaticano.
Il generale Jaruzelski gli suggerì di trattare la Santa Sede come un
centro di potere con molta influenza nell’Europa dell’Est, che
condivideva però alcuni valori del socialismo e non sposava del tutto
quelli del capitalismo. «Dissi che la Chiesa è una grande forza per la
Polonia. Favorisce l’opposizione, però adotta ancora una posizione
imparzialmente razionale. E dissi che volevo costruire il rapporto con
la Chiesa basandomi su tre principi. Il primo era quello di confinare le
dispute nella sfera ideologica e filosofica; in secondo luogo, la
coesistenza nella sfera politica, vale a dire, nessuno interferisce nella
strada dell’altro (date a Cesare quel che è di Cesare, date a Dio quel
che è di Dio); in terzo luogo, la cooperazione nella sfera sociale, cioè
l’impegno a lottare contro i mali e le patologie sociali esistenti, e a
promuovere politiche famigliari, la formazione delle giovani
generazioni: in sintesi, le questioni morali ed educative. Per me era
importantissimo che Gorbaciov comprendesse meglio dei suoi
predecessori che la Chiesa in Polonia è un fenomeno singolare, non
solo dal punto di vista dell’Europa dell’Est, ma anche da quello
occidentale», avrebbe successivamente spiegato lo stesso Jaruzelski. 3
«Che tipo di uomo è? Che formazione intellettuale possiede? È un
fanatico? È uno con i piedi per terra?» domandò Gorbaciov a
Jaruzelski. «[Papa Giovanni Paolo II»] ha una personalità
straordinaria, è un grande umanista e un gran patriota, e soprattutto è
un uomo impegnato per la pace», rispose il leader polacco.
Era già evidente che l’arrivo del nuovo presidente alla guida
dell’Unione Sovietica avrebbe portato cambiamenti importanti non
solo nelle relazioni Chiesa-URSS ma anche nella situazione della stessa
Chiesa all’interno del Paese. Era chiaro che Mikhail Gorbaciov, uno
slavo comunista, e Karol Wojtyla, uno slavo cristiano, erano
condannati a intendersi. Giovanni Paolo II era entusiasta dei grandi
mutamenti che il presidente russo aveva intrapreso. Il primo segno
positivo fu la raccomandazione da parte del Consiglio per gli affari
religiosi dell’URSS per la partecipazione sovietica all’Assemblea
interreligiosa che il Papa aveva convocato in Asia. 4
Il 14 febbraio 1987, la CIA redasse un ampio rapporto di ottantuno
pagine, nel quale analizzava la situazione della religione in Unione
Sovietica dopo l’arrivo al potere di Mikhail Gorbaciov. L’informativa,
intitolata «Propaganda religiosa sovietica: apparato e operazioni», fu
stilata dall’Ufficio di analisi sovietica e coordinata dal Direttorio per le
operazioni dell’Agenzia. A pagina 21, nel paragrafo «I cattolici in
Unione Sovietica», gli esperti della CIA analizzano gli apparati di
propaganda e il modo in cui questi tentano di dimostrare che nel
Paese il cattolicesimo sia pienamente autorizzato.

La presenza dei cattolici nell’URSS, oltre a essere relativamente


piccola, si divide etnograficamente in due gruppi: i cattolici romani
tradizionali (di rito latino) delle Repubbliche baltiche (principalmente
la Lituania) e della R.S. di Bielorussia; e i cattolici ucraini (di rito
bizantino o uniate). Mentre nessuna delle comunità religiose offre
opportunità significative per lo sfruttamento attraverso la propaganda,
le distinzioni politiche sovietiche in generale nei loro rapporti con le
popolazioni indigene cattoliche hanno importanti implicazioni
propagandistiche.
Come risultato dell’assorbimento, nel 1946, della Chiesa cattolica
ucraina (uniate) nell’ortodossia russa, né lo Stato sovietico, né la
Chiesa ortodossa russa riconoscono l’esistenza del cattolicesimo
ucraino. Ufficialmente, non c’è più nemmeno un cattolico ucraino
nell’URSS e le proteste dei gruppi ucraini sarebbero soltanto
manifestazioni che fanno parte di campagne di calunnia
antisovietiche. Tutta la questione o il problema cattolico ucraino è,
dunque, una situazione dalla quale non c’è nulla da guadagnare dal
punto di vista della propaganda religiosa sovietica. A parte negare che
esistano problemi, il governo e i portavoce religiosi sovietici
semplicemente si limitano a non affrontare l’argomento.
Le popolazioni cattoliche romane tradizionali (di rito latino) delle
Repubbliche baltiche e della Bielorussia, però, sono riconosciute
ufficialmente e trattate dagli organi di propaganda sovietica. Secondo
Igor Troyanovsky in «La Chiesa cattolica nell’URSS» (Mosca, edizioni
Agenzia di stampa Novosti, 1984), «i diritti dei cattolici romani sono a
tutti gli effetti assicurati dalla legge sovietica, ed è garantita la completa
libertà di coscienza e di religione». Eppure, persino le comunità
ufficialmente riconosciute come sovietiche cattoliche romane si
compongono principalmente della parte lituana più inquieta e
nazionalista e di gruppi etnici polacchi, e presentano alcune
opportunità per lo sfruttamento efficace della propaganda religiosa.
Gli organi della propaganda sovietica, però, cercano di mostrare un
volto tollerante di fronte a una situazione relativamente stagnante.
Diverse case editrici sovietiche pubblicano libri, perlopiù in spagnolo,
portoghese e italiano, sullo stato teoricamente felice del cattolicesimo
nell’URSS. Uno studio cinematografico di Leningrado ha perfino
girato un film sul tema «I cattolici nell’URSS». Il film si occupa solo
dei «buoni» cattolici romani (quelli di rito latino) e mette in risalto che
lo Stato ha finanziato il restauro di chiese cattoliche nelle Repubbliche
baltiche e in Bielorussia.
Il cardinale Julijans Vaivods, il più vecchio primate dei cattolici
sovietici, ha fatto una delle sue rare apparizioni per pregare «affinché il
Signore salvi noi, il nostro Paese e il mondo intero da una nuova
guerra. La vita è cosa buona in se stessa, e sarà ancora migliore se
manteniamo la pace».

A pagina 54 del rapporto, è interessante l’analisi realizzata dalla


CIA sulle relazioni tra l’Unione Sovietica e la Santa Sede, a partire da
Giovanni XXIII, e del punto di vista di Mosca su Pio XII.

Anche se ci furono tentativi di stabilire contatti tra il Vaticano e il


Cremlino prima del 1945, l’ateismo sospettoso del nuovo regime
sovietico rese impossibile qualsiasi dialogo significativo. Il momento
decisivo giunse quando papa Giovanni XXIII ricevette il genero di
Krusciov, Alexei Adzhubei, all’inizio del 1963. Il suo successore, Paolo
VI, continuò ad ampliare le relazioni con l’URSS. Nel 1967 fu concessa
un’udienza al capo di Stato sovietico, Nikolaj Podgornyj.
L’arrivo di papa Giovanni Paolo II, un uomo di Chiesa allenato
nell’arte arcana di fronteggiare un regime comunista, ha presentato
nuovi problemi per i propagandisti sovietici. Come un pungolo,
Giovanni Paolo II sa bene fino a che punto può spingere Mosca.
Oltretutto, apporta a questa prova di volontà un carisma e un intelletto
considerevoli. Dopo una fase iniziale di magniloquenza nel confronto,
compresi i due viaggi trionfali nella sua terra natale, il Papa sembra
avere avviato un avvicinamento con Mosca. Al punto che, per ragioni
politiche e teologiche, il Vaticano ha cominciato a tenere udienze
pubbliche sia per il governo sovietico sia per la Chiesa ortodossa russa.
Il patriarcato di Mosca al momento non ha sviluppato nessuna
risposta adeguata a questa situazione. Qualunque cambiamento nella
politica verso il Vaticano dovrà essere coordinato con il ministero
degli Esteri, il Dipartimento internazionale del Comitato centrale del
Partito comunista sovietico e il Consiglio per gli affari religiosi.
Scrivendo sulla rivista del Comitato centrale del PCUS, Kommunist
(aprile 1980), Vladimir Kuroyedov, all’epoca presidente del Consiglio
per gli affari religiosi, ha riaffermato la diffidenza di vecchia data della
dirigenza sovietica nei confronti del Vaticano:
«Ci sono casi in cui le leggi sovietiche vengono infrante dai preti della
Chiesa cattolica, specialmente in Lituania. Certi rappresentanti del
cattolicesimo si dedicano ad attività sovversive tra i credenti [...]
tentativi estremisti di questo genere, va detto, sono appoggiati dal
Vaticano».
Nell’ottobre 1983, in occasione del venticinquesimo annniversario
dell’elezione di Giovanni XXIII al soglio papale, il commentatore della
TASS [l’agenzia di stampa sovietica] Anatoliy Krasilov ha descritto il
predecessore di Giovanni XXIII, Pio XII, come un Papa «che
mantenne rapporti strettissimi prima con Mussolini e Hitler e poi con
coloro che iniziarono la guerra fredda». Al contrario, Giovanni XXIII
«ha messo fine alla patologica lotta contro il comunismo di Pio XII».
Fatta questa distinzione tra i due Pontefici precedenti, Krasilov
descrive poi papa Giovanni Paolo II dicendo: «Si è astenuto
dall’esprimere preferenze per una delle due politiche che si sono
incarnate negli atti specifici di ognuno dei due: Pio XII e Giovanni
XXIII».

Nello stesso paragrafo, gli americani esaminano la reazione


dell’apparato propagandistico sovietico al tentativo di assassinare
Giovanni Paolo II.
L’attentato contro la vita del Papa nel 1981 ha scatenato una
rovente guerra verbale Est-Ovest. Gli organi di propaganda sovietici
hanno scelto di trattare le accuse di complicità del blocco sovietico
come una provocazione assurda, calcolata per inasprire le relazioni
Est-Ovest. Nel gennaio 1983, un commentatore della televisione
sovietica ha affermato che le accuse erano pensate «per mettere i
cattolici contro i comunisti». Ha detto che quegli sforzi erano destinati
al fallimento, e che i cattolici e i comunisti avrebbero lottato insieme
contro la minaccia militare alla pace.
Sia prima sia dopo il tentato omicidio del Papa, però, le relazioni
sovietico-vaticane hanno oscillato irregolarmente tra recriminazioni
pubbliche e successivi avvicinamenti. Si mormora che il metropolita
russo ortodosso Yuvenaliy fosse nel mirino dell’ufficio del presidente
del dipartimento per le Relazioni ecclesiastiche, a causa di un incontro
non autorizzato con Giovanni Paolo II. Nel novembre 1984, però, è
stato rimesso al suo posto, e ciò fa pensare alla possibilità che il
Consiglio per gli affari religiosi abbia successivamente deciso di
cercare vincoli più stretti con il Vaticano.

Per gli americani ormai è chiaro che l’apparato sovietico e la sua


gerarchia non sono molto favorevoli alle relazioni tra la Chiesa
ortodossa russa e quella Cattolica romana.

Il patriarca ortodosso russo Pimen si è recato a Varsavia nel marzo


1984, presumibilmente per incontrare il primate della Chiesa
ortodossa di Polonia. Durante la sua visita, invece, il patriarca ha
invitato il cardinale polacco della Chiesa cattolica romana Glemp a
visitare la residenza patriarcale nei dintorni di Mosca, alla fine
dell’anno. Questo cambiamento si può interpretare come una risposta
ortodossa russa positiva al desiderio del Papa di una maggiore
cooperazione tra le due Chiese.
All’inizio del 1985, però, il Comitato centrale del PCUS ha ordinato
ai mezzi di comunicazione di intensificare le critiche al Vaticano, in
risposta a quello che considerava un crescente antisovietismo cattolico.
In generale, il patriarcato di Mosca si è preoccupato di mantenere
rapporti corretti, anche se non sempre cordiali, con il Vaticano. La
Chiesa ortodossa russa è sempre rappresentata nei dialoghi ecumenici
in corso tra cattolici e ortodossi, e negli eventi in Vaticano, sempre che
sia invitata. Più di recente, il metropolita Filarete di Kiev ha
partecipato alla Giornata mondiale di preghiera per la pace,
organizzata dal Vaticano ad Assisi, il 27 ottobre 1986.
Giovanni Paolo II sta cercando di ottenere il permesso sovietico per
visitare l’URSS nel 1987-1988, per partecipare alle celebrazioni per la
ricorrenza dell’insediamento del cristianesimo in Lituania e in Russia.
Ma è poco probabile che il Papa abbia successo, in questo caso. Il
governo sovietico teme ancora che il Vaticano possa fomentare la
dissidenza religiosa interna, specialmente in Lituania e Ucraina, dove
il cattolicesimo continua a essere influente. D’altra parte, l’antico
antagonismo confessionale e nazionalistico persiste; tanto il governo
sovietico al potere in Russia quanto la gerarchia della Chiesa ortodossa
russa mantengono la loro diffidenza riguardo alle proposte del
Vaticano. Nonostante ciò, diverse fonti fanno sapere che Giovanni
Paolo II non ha abbandonato i suoi sforzi per ampliare e stabilizzare le
relazioni della Chiesa cattolica con Mosca, sia dal punto vista politico
sia da quello ecumenico.

A pagina 59 del lungo rapporto, nel paragrafo «Pax Christi


International, Movimento cattolico internazionale per la pace (PCI)»,
si assicura che dietro questo gruppo c’è l’apparato propagandistico
sovietico.

Si tratta di una ben nota organizzazione di attivisti cattolici di


sinistra di tutto il mondo (principalmente dell’Europa occidentale) che
cercano di migliorare i contatti con i cristiani dell’Europa dell’Est (in
primo luogo con la Chiesa ortodossa russa). È stata fondata nel 1945 e
ha sede ad Anversa, in Belgio. La retorica di PCI riflette con frequenza
molti temi della propaganda sovietica, in gran parte perché i membri
di PCI reputano il mantenimento del legame Est-Ovest ancora più
importante del contenuto o del risultato del dialogo. Al contrario, il
clero sovietico non si permette il lusso di una discussione ampia e
aperta con figure religiose occidentali. Questa divergenza di obiettivi
dà spesso luogo ad accordi di disaccordo. PCI è stato uno dei pochi
gruppi religiosi occidentali a partecipare al Congresso mondiale della
pace a Copenaghen, organizzato dai sovietici. Il congresso dell’ottobre
1986 è stato ampiamente trattato sulla stampa occidentale come un
foro di propaganda sovietica.

Più avanti, a pagina 63, gli analisti della CIA parlano di «spie con la
tonaca» e degli sforzi del KGB per mantenere le chiese in Russia e i
religiosi come preziose fonti di informazione.

Con l’eccezione di qualche accesso vietato, come nel caso di Israele,


il governo sovietico sembra in generale avere ridotto l’uso delle
strutture ecclesiastiche quali centri di raccolta dati per l’intelligence. Il
tornaconto è sempre stato marginale, e il rischio di mettere in pericolo
l’apparente indipendenza della Chiesa ortodossa russa è un fattore
importante. Tuttavia, la selezione accurata e i continui interrogatori
del personale della Chiesa al quale si consente il contatto con le
controparti straniere hanno permesso al KGB di compilare ampi
profili di personalità di figure religiose del mondo occidentale e del
Terzo Mondo.

Il 1° maggio 1988, l’Ufficio di analisi sovietica della CIA stilò un


nuovo rapporto, dal titolo «Gorbaciov affronta i cambiamenti del
cristianesimo». Erano passati già tre anni dall’insediamento del nuovo
presidente dell’Unione Sovietica. Gli analisti americani spiegavano che
l’apertura desiderata da Gorbaciov nei confronti della Chiesa cattolica
avrebbe potuto metterlo in seria difficoltà con il gruppo dei
conservatori all’interno del PCUS e dell’apparato, i quali erano
favorevoli a non allentare la repressione dei gruppi cattolici,
specialmente di quelli schierati con il nazionalismo esacerbato nelle
Repubbliche baltiche. Fra i contrari alla posizione di Gorbaciov verso i
cattolici, c’erano uomini potenti come Yegor Ligachev, membro del
Politburo; Viktor Chebrikov, direttore del KGB; Vladimir Sherbitski,
capo del Partito comunista in Ucraina; e il generale Dmitrij Jazov,
ministro della Difesa.
Il cristianesimo in Unione Sovietica è vivo e vegeto. Continua a
lottare per conquistare la lealtà della popolazione, sfida l’ideologia
ufficiale, rafforza il nazionalismo tra i russi e le minoranze e attrae la
gioventù alienata, e perfino alcuni membri del partito. I credenti
sfidano lo Stato con i pellegrinaggi e il proselitismo, la creazione di
chiese clandestine e la pubblicazione di samizdat 5 religiosi che
difendono i diritti politici dei credenti.
Gorbaciov sta modificando in modo significativo il punto di vista
del regime sulla religione, in un apparente tentativo di ottenere il
sostegno per i suoi più ampi programmi economici e sociali di
rivitalizzazione da parte dei credenti (circa il 40% della popolazione) e
specialmente della comunità cristiana (stimata in un 25% della
popolazione dell’Unione Sovietica). Eppure, il suo tentativo di
sostituire il punto di vista tradizionale del pugno duro e repressivo,
che si era basato sull’applicazione rigorosa dell’ateismo, con una
strategia più sottile sta risultando molto controverso. Un’aspra disputa
si è aperta tra molti credenti sulla sincerità del programma del regime
e, di conseguenza, sull’utilità della cooperazione. La Chiesa ortodossa
russa si è sempre distinta per la sua sottomissione ai dettami dello
Stato, e ha goduto di più tolleranza da parte del regime quando ha
fatto pressioni per avere un ruolo maggiore. Certi gruppi di attivisti
premono aggressivamente per il riconoscimento dei diritti dei
credenti. Per esempio, migliaia di ucraini cattolici di rito romano
d’Oriente hanno chiesto a Mosca di ripristinare la loro situazione
legale, perduta quando Stalin li obbligò a unirsi alla Chiesa ortodossa
russa, nel 1946.
Esistono seri contrasti all’interno della dirigenza sull’opportunità di
aprire il vaso di Pandora. Il «secondo segretario» Ligachev
apparentemente parla a nome dei conservatori, su questo argomento
come su altri, e ci sono indizi del fatto che la politica di Gorbaciov
sulla religione sia mal digerita dal presidente del KGB Chebrikov, dal
capo del Partito comunista ucraino Sherbitski e dal ministro della
Difesa Jazov. Leader locali del partito, che hanno sempre violato
impunemente i diritti dei credenti, si domandano se sia giusto
allentare le restrizioni e spingono perché si continui con le pratiche
repressive del passato. Questo è particolarmente vero in Ucraina e nei
Paesi baltici, dove il cristianesimo è strettamente legato all’attivismo
nazionalista.
Il regime sta scherzando con il fuoco nell’accogliere un rivale
ideologico con vincoli naturali con il nazionalismo, sia nelle zone di
frontiera sia nel cuore della Russia. Gravi disordini di stampo
nazionalisitico nel Caucaso o nei Paesi baltici, dove negli ultimi mesi i
preti sono stati direttamente coinvolti, potranno offrire argomenti ai
conservatori per spingere a favore della repressione e inasprire
ulteriormente i già profondi conflitti della leadership rispetto ad altri
aspetti della riforma. Gorbaciov e i suoi alleati avranno tempo utile e
saranno seguiti con attenzione per evitare sia un’ulteriore diffusione
della fede cristiana, sia una reazione corrispondente da parte degli
ideologi conservatori.

A pagina 1 del rapporto dell’Agenzia, composto di ventitré pagine,


si fa un importante riferimento alla paura dei leader sovietici in merito
all’espansione della religione in un Paese dove negli ultimi settant’anni
ha sempre regnato l’ateismo. Si sottolinea inoltre che la repressione di
chi fa opera di proselitismo provoca una risposta contraria a quella
desiderata, dal momento che queste persone continuano a praticare e
diffondere il cristianesimo in gruppi come quelli degli esiliati e dei
detenuti nelle carceri e nei campi di lavoro.

Settant’anni dopo che l’URSS si è dichiarata uno Stato ateo, il leader


sovietico Mikhail Gorbaciov e i suoi colleghi sono preoccupati per la
crescente influenza del cristianesimo in questo anno millenario. Il
nervosismo del regime è stato alimentato da una persistente incapacità
di frenare l’interesse suscitato dal cristianesimo e di sottomettere
completamente il clero, malgrado un’ampia gamma di strumenti di
pressione. La propaganda ufficiale atea, la penetrazione del KGB nelle
Chiese e nel clero e la persecuzione degli attivisti religiosi hanno
spesso sortito un effetto boomerang. La propaganda goffa e grossolana
ha fatto involontariamente conoscere la storia e le credenze cristiane,
mentre la repressione e l’incarceramento generalizzato hanno offerto
agli attivisti dei martiri e un nuovo pubblico tra cui fare proselitismo,
come quello delle prigioni e dei campi di lavoro e gli esiliati.
Mentre il regime sovietico ha mantenuto un silenzio assoluto sul
numero di credenti, un ampio spettro di indicatori esterni testimonia
un notevole aumento di fedeli delle Chiese, con i gruppi evangelici e le
congregazioni clandestine che crescono più in fretta di quelle
tradizionali (vedi appendice). Oltre al culto pubblico, l’unica attività
lecita delle congregazioni autorizzate, i fedeli compiono attività
proibite come i pellegrinaggi, il proselitismo, gli appelli e le petizioni
alle autorità, il pacifismo e la disobbedienza civile. Un numero
crescente di fedeli è anche coinvolto nell’attivismo, nell’introduzione
clandestina di letteratura religiosa dall’estero, nella circolazione di
samizdat religiosi e nell’organizzazione di chiese e seminari illegali.
Altri sono apertamente dissidenti, lavorano per ottenere i diritti
politici per i credenti e per ampliare il ruolo delle Chiese nella società
sovietica.
La recrudescenza del cristianesimo nell’ultimo decennio ha avuto
luogo nel contesto dei fondamentali cambiamenti demografici che
hanno sradicato la popolazione sovietica, dal punto di vista fisico e
psicologico. La credenza nella tecnologia, che nei primi decenni
prerivoluzionari ha sostituito la fede religiosa tradizionale, si è
indebolita durante la decelerazione economica e con i crescenti
problemi sociali degli anni Settanta. Il cinismo popolare e il malessere
causato dall’era Brežnev, il ristagno economico e la corruzione offrono
un terreno fertile per il risveglio di interesse verso la religione. Negli
ultimi anni, la ricerca nostalgica delle radici etniche dei russi e di
quelle delle minoranze ha rafforzato notevolmente l’impulso religioso,
attirando l’attenzione sul ruolo delle Chiese come portatrici della
cultura delle origini.

In un paragrafo, la CIA evidenzia che l’elezione di un Papa slavo e


le proteste in Polonia stanno favorendo l’attività religiosa in Unione
Sovietica e rappresentano pertanto un problema rilevante per il
regime.
Gli eventi accaduti a partire dal decennio 1970 hanno amplificato
l’impatto di queste forze nel lungo periodo. Le trasmissioni di stazioni
radio occidentali hanno accresciuto la coscienza popolare della vita
religiosa all’estero e il ruolo della religione nel Paese. L’elezione di un
Papa slavo attivista e le sollevazioni del 1981 in Polonia hanno
stimolato l’attività religiosa cattolica in Unione Sovietica. La
distensione e gli Accordi di Helsinki, così come lo spettacolo di una
sequenza di invecchiamento e indebolimento dei leader politici, a
quanto pare hanno portato molti attivisti cristiani a credere che, in
mancanza di una sfida aperta al sistema, la pratica religiosa sarebbe
stata tollerata.
La persistenza e la vivacità della religione presentano problemi
significativi per il regime. Le Chiese sono le uniche istituzioni legali,
fuori della cornice del partito di Stato, che abbiano il potenziale per
attirare seguaci di tutte le classi sociali e, in alcuni casi, le etnie, e per
creare programmi di azione di massa.

Nell’appendice alla pagina 13 del documento, si fa un breve


riepilogo della situazione della Chiesa cattolica in Unione Sovietica.

Chiesa cattolica romana


Fondazione: data sconosciuta.
Numero di congregazioni registrate: 1099.
Numero stimato di credenti: 4 milioni.
Situazione giuridica: chiese legalmente registrate in Russia, Moldavia,
Bielorussia e nelle Repubbliche baltiche.
Organizzazione: non ha organizzazione centrale nell’URSS e
mantiene un unico contatto ufficiale con il Vaticano. Ha tre vescovi.
Solo le diocesi lituane stanno funzionando in modo più o meno
normale. Le congregazioni clandestine sono gestite da sacerdoti e
suore ordinati segretamente.
Rapporti con il regime: ostili. La diffidenza tradizionale del regime si
è intensificata per il ruolo del clero all’interno della dissidenza
nazionalistica del Baltico. La propaganda ufficiale presenta i preti
attivisti come estremisti cospiratori che hanno rapporti con le
intelligence occidentali e il Vaticano.
Formazione del clero: solo un seminario legale in Lituania, che conta
su circa 50 studenti, ma a quanto pare alcuni sacerdoti sono formati
all’estero e altri sono assegnati ufficialmente alle parrocchie della
Polonia. C’è una cronica penuria di sacerdoti.

Venerdì 1° dicembre 1989, avvenne un incontro storico nel Palazzo


Apostolico della Città del Vaticano, tra Mikhail Gorbaciov, che era
leader dell’Unione Sovietica da quattro anni, e Giovanni Paolo II. Gli
accordi per il colloquio erano stati presi il 13 giugno 1988, quando
Gorbaciov aveva ricevuto al Cremlino il segretario di Stato vaticano,
Agostino Casaroli. In quell’occasione il cardinale lituano Vincentas
Sladkevicius, incarcerato dai comunisti per un quarto di secolo e ora
arcivescovo di Kaunas, aveva detto a Casaroli che il presidente russo
era «uno strumento di Dio che stava consentendo ai cattolici
dell’URSS di praticare liberamente il loro culto».
Di certo Mikhail Gorbaciov aveva immaginato che la perestrojka si
sarebbe diffusa nell’Europa dell’Est abbattendo gli inflessibili dirigenti
comunisti e spianando la strada a un «comunismo riformatore». In
realtà, aveva fatto male i conti. Alla fine di quell’anno i dittatori
cominciarono a cadere uno dopo l’altro come pedine del domino, ma
furono i democratici e non i comunisti riformatori a prendere il
potere. Per decenni, le poderose divisioni militari sovietiche avevano
funzionato come una diga di contenimento nei confronti di qualsiasi
tentativo di aprire una crepa nel potere esercitato dall’URSS
nell’Europa orientale ma, con l’arrivo di Gorbaciov al potere, fu
applicata la cosiddetta «Dottrina Sinatra», che permetteva ai Paesi
satellite di gestire la propria libertà «a modo loro». 6
Senza dubbio, il primo incontro tra un leader dell’Unione Sovietica
e un Sommo Pontefice era ricchissimo di simbolismi. In Vaticano non
si nascondeva la soddisfazione per il fatto che fosse stato il Cremlino a
richiedere ufficialmente un colloquio. Secondo gli osservatori, si
trattava di una partita che interessava entrambi i leader e
rappresentava una buona opportunità per tutti e due, sul fronte estero
come su quello interno. Riguardo alla Santa Sede, un appoggio di
Mosca sarebbe stato proficuo per l’immagine di Giovanni Paolo II,
duramente attaccato dai principali teologi europei per la sua
intransigenza in materia di dogmi e morale; a sua volta, per il
presidente sovietico, che si ritrovava intrappolato nelle rivolte interne
di stampo nazionalistico e vedeva in pericolo il processo riformatore
in Unione Sovietica, un pubblico appoggio alla perestrojka da parte
del leader di tutti i cattolici del mondo poteva significare garantirsi un
buon supporto interno. 7
A questo si deve il fatto che entrambe le parti caricassero di
significati e di importanza il colloquio che si sarebbe tenuto in
occasione della visita ufficiale di Gorbaciov in Italia. Mosca era
arrivata a chiedere che si stabilissero relazioni diplomatiche ufficiali
tra il Vaticano e l’URSS. Secondo le versioni che circolavano a Roma
in quei giorni, il presidente sovietico avrebbe detto al Papa che, oltre a
un esplicito avallo alla perestrojka, avrebbe considerato molto
importante la rassicurazione della Santa Sede sul fatto che i cattolici
russi non mettessero altra benzina sul fuoco delle lotte per
l’autonomia delle Repubbliche sovietiche. Allo stesso tempo, si
augurava di poter contare su telefono rosso con una linea diretta con il
Pontefice, per i momenti di difficoltà. Infine, sperava che avrebbero
risolto l’annoso problema della cosiddetta «Chiesa clandestina» in
Unione Sovietica, fortemente appoggiata dall’Opus Dei. Per ottenere
tutto ciò, il leader sovietico era disposto a concedere in cambio quello
che solo poco tempo prima sarebbe sembrato impossibile: il
riconoscimento della Chiesa greco-cattolica in Ucraina, fuori legge da
quarantatré anni. Questa confessione contava su cinque milioni di
fedeli che facevano capo a Roma e non avevano mai accettato i diktat
di Stalin, il quale li aveva obbligati a passare sotto l’ombrello della
Chiesa ortodossa russa. 8
La conversazione tra Mikhail Gorbaciov e Giovanni Paolo II, quel
venerdì 1° dicembre 1989, pochi giorni dopo la caduta del muro di
Berlino, rimase registrata negli Archivi statali della Federazione Russa
(GARF) di Mosca.
La trascrizione fu catalogata negli archivi della CIA e
successivamente in quelli della Sicurezza nazionale, in un documento
di otto pagine. Per l’importanza dei temi trattati nel colloquio tra i due
capi di Stato, ho deciso di pubblicarla nella sua interezza.

Gorbaciov: Vorrei esprimerle la mia gratitudine per le parole che


ha pronunciato all’inizio della conversazione, quando si è riferito al
fatto che questo è un incontro di due popoli slavi, tra le altre cose. Non
voglio apparire un panslavista, ma credo nella missione degli slavi per
rafforzare la comprensione dei valori umani della vita, della pace e
della bontà in ogni luogo.
Giovanni Paolo II: Sì, è proprio così. Pace e bontà.
Gorbaciov: Diamo il benvenuto alla sua missione in questo altare
maggiore, siamo sicuri che lei lascerà un’impronta importante nella
storia. Ho familiarità con le sue direttive per il mondo, con la sua
riflessione sui problemi. Mi sono reso conto che spesso utilizziamo
perfino espressioni simili. Questo significa che esiste una concordanza
alla base dei nostri pensieri. Non soltanto perché è nell’interesse
dell’umanità, anche se ciò è importante, dal momento che siamo
contemporanei. Ma, prima di tutto, è perché abbiamo una gran
quantità di pensieri e di preoccupazioni che ci uniscono.
La ringrazio dell’invito a visitare il Vaticano e, in nome del grande
Paese che rappresento, vorrei esprimere il rispetto per i suoi sforzi di
pacificazione.
Giovanni Paolo II: Ci stiamo provando. Da parte mia, vorrei
ringraziare lei, signor presidente, per il suo ultimo messaggio, che ho
letto varie volte. È un messaggio molto importante, pieno di contenuti,
nel quale ho trovato tanti pensieri simili ai miei.
Gorbaciov: Anch’io, da parte mia, ho riflettuto a lungo sul suo
messaggio prima di rispondere.
Giovanni Paolo II: Naturalmente, il problema principale che
interessa tutta l’umanità è la questione della guerra e della pace.
Ringraziamo Dio perché ultimamente il pericolo della guerra si è
ridotto, come pure la tensione nelle relazioni tra Est e Ovest.
Conosciamo e teniamo in altissima considerazione il suo lavoro per il
bene della pace mondiale e desideriamo che continui.
Gorbaciov: La ringrazio per questo.
Giovanni Paolo II: Tutti noi abbiamo bisogno della pace e della
solidarietà tra le nazioni. È particolarmente importante che migliorino
i rapporti tra le grandi potenze su diversi fronti, per esempio sui
problemi dei Paesi in via di sviluppo. La situazione nel Terzo Mondo è
una delle questioni che mi preoccupano maggiormente. Di questo ho
scritto nella mia enciclica Sollicitudo rei socialis. 9
Mi piacerebbe parlare delle implicazioni della parola «perestrojka»,
che hanno toccato profondamente tutti gli aspetti della vita del popolo
sovietico, e non soltanto quelli. Questo processo ci consente di cercare
insieme un modo per entrare in una nuova dimensione dell’esistenza
comune delle persone, che rifletta in maggior misura le necessità dello
spirito umano, dei differenti Paesi, dei diritti degli individui e delle
nazioni. Gli sforzi che state facendo non solo sono di grande interesse
per noi, ma li condividiamo.
Naturalmente, uno dei diritti fondamentali dell’uomo è la libertà di
coscienza, dalla quale deriva la libertà religiosa. Per ovvie ragioni,
questo aspetto è di grande interesse per me, per la Chiesa e per la Santa
Sede. Dopotutto, la nostra missione è religiosa. Per avere l’opportunità
di portare a compimento la nostra missione in diversi Paesi con
differenti sistemi politici, è necessario per noi avere la certezza che in
quei Paesi si rispetti la libertà di coscienza.
A questo proposito, le dirò che siamo in attesa con ansia e con
grande speranza che il suo Paese emani una legge in difesa della libertà
di coscienza. Riteniamo che l’introduzione di una legge di questo
genere offrirebbe maggiori possibilità alla vita religiosa di tutti i
cittadini sovietici. Una persona diventa credente per libera scelta, è
impossibile costringere qualcuno a credere. Nell’Unione Sovietica,
specialmente in Russia, così come in varie nazioni vicine, la
maggioranza dei credenti è composta da cristiani ortodossi.
Naturalmente, speriamo che i nostri fratelli ortodossi ottengano una
maggiore libertà. D’altra parte, abbiamo intrapreso il cammino di un
dialogo ecumenico, che si sta sviluppando attivamente con le Chiese
ortodosse, specialmente con la Chiesa ortodossa russa. Abbiamo tanto
in comune.
Fra l’altro, ci sono molti altri credi religiosi in Unione Sovietica,
compreso quello cattolico della Chiesa latina e bizantina, o quella
dell’Est. I cattolici della Chiesa orientale riconoscono il Papa come
vescovo di Roma e loro pastore. Come loro pastore, è responsabile
della loro vita religiosa, nel senso più alto e complesso del termine. In
alcuni Paesi, la Chiesa cattolica latina è predominante. Questo include
la maggioranza della popolazione della Lituania, una parte della
popolazione della Lettonia, come pure i territori che, nei secoli passati,
appartenevano alla Repubblica delle due nazioni [polacca e lituana].
Sono cosciente del fatto che, sebbene la maggioranza dei credenti in
Bielorussia e Ucraina sia ortodossa, c’è anche un buon numero di
cattolici di rito latino e bizantino. La situazione di quest’ultimo gruppo
è di particolare preoccupazione per me e per la Santa Sede: negli oltre
quarant’anni che sono trascorsi dalla fine della guerra, è stato negato
loro il diritto fondamentale della libertà religiosa, sono stati
praticamente messi fuori legge. Speriamo che la nuova legge sulla
libertà di coscienza possa offrire loro, come a tutti i credenti,
l’opportunità di praticare apertamente la loro religione e avere le
proprie strutture ecclesiastiche.
Naturalmente, la libertà di coscienza deve estendersi ai battisti, ai
protestanti, agli ebrei, e così pure ai musulmani.
Gorbaciov: Sì, i musulmani sono un fattore reale per noi.
Giovanni Paolo II: C’è un punto nel suo messaggio, signor
presidente, che riguarda la nomina dei rappresentanti bilaterali.
Questa idea è stata discussa nel corso di un colloquio con l’arcivescovo
Sodano. Mi fa piacere dirle che sono completamente d’accordo.
Sarebbe molto importante per noi avere tale rappresentante. Abbiamo
perso questa possibilità a partire dalla guerra. Non avevamo modo di
parlare della situazione dei cattolici con i dirigenti. Devo dire che,
recentemente, i primi passi riguardo a questo argomento sono
avvenuti soprattutto in Lituania. La nomina di un vescovo in
Bielorussia è un passo importante, malgrado non possa ancora
svolgere pienamente la propria missione episcopale. Abbiamo la
speranza che la situazione possa cambiare.
L’istituzionalizzazione dei vincoli (pur dovendo ancora definire lo
status dei nostri rappresentanti) ci consentirà di mantenere il contatto
in materia di diritti umani, come pure riguardo ad altri problemi, e
saremo in grado di scambiarci le nostre reciproche preoccupazioni. La
Santa Sede ha relazioni con oltre cento nazioni, compresi molti Paesi
musulmani. Nelle nostre intenzioni, stabilire dei rapporti con l’Unione
Sovietica sarebbe di grande beneficio per i problemi dei quali si
attende con ansia una soluzione da parte dei poteri politici del suo
Paese e dei poteri locali delle singole Repubbliche. Se è possibile, mi
piacerebbe avere maggiori certezze in merito.
Gorbaciov: Ho ascoltato le sue parole con grande attenzione e, per
quanto mi riguarda, vorrei parlare di tre aspetti: la pace, la nostra
perestrojka e, in relazione a questa, la libertà di coscienza e di
religione.
Le assicuro che il cammino da noi intrapreso, quello che
chiamiamo il nostro nuovo modo di pensare, non è solo una moda o
un tentativo di attirare l’attenzione. È il risultato di una profonda
valutazione della situazione nel nostro Paese, in Europa e nel mondo.
Devo dire che, una volta accettato il nuovo modo di pensare, è
diventato più facile respirare. Questo momento è stato seguito da
proposte concrete e idee su come costruire nuove relazioni e vivere
insieme in una maniera nuova.
La prima volta che annunciammo queste idee, alcune persone
dichiararono che erano solo illusioni e fantasie. E invece adesso ci
sono risultati politici ben definiti. Il processo di Helsinki prosegue ed è
ogni giorno più forte. L’Europa deve svolgere il proprio ruolo storico
nel rinnovamento della pace. Ha una vasta esperienza storica, ha la
tradizione, la cultura e il potenziale intellettuale che ci consente di
parlare di una missione storica di pacificazione dell’Europa.
Il Vaticano può dare un grande contributo alla causa comune, sia
come nazione, sia come espressione di un movimento immenso. Lo
credo non solo perché la firma del Vaticano si trova sull’Atto finale di
Helsinki, ma anche perché so ciò che ha fatto realmente per arricchire
questo processo.
Abbiamo già un accordo per eliminare un tipo di armi nucleari. C’è
un’opportunità reale di ridurre del 50% le armi strategiche. Ne
discuterò con il presidente Bush. Le conversazioni ungheresi sono in
corso. Perfino i generali hanno iniziato le riunioni con le controparti.
In una parola, il mondo sta cambiando.
Devo dire, Santità, che sono sorpreso dalla reazione delle persone
alle nostre proposte e ai nostri pensieri. Non siamo così ambiziosi da
considerarci lo strumento di una missione salvatrice superiore. Il
nostro nuovo credo europeo è invitare tutti a pensare insieme a come
costruire un mondo migliore. Non bisogna pretendere di essere
depositari della verità assoluta e tentare di imporla agli altri. Per
esempio, i nostri interlocutori occidentali, inclusa l’amministrazione
degli Stati Uniti, dichiarano di appoggiare la perestrojka. Di certo la
maggioranza dei cittadini comuni e dei politici la sostiene. Ma
qualcuno sta già dicendo che l’Europa deve rinnovarsi solo sulla base
dei valori occidentali e che tutto ciò che se ne differenzia va stroncato.
Questo non è il modo di trattare le nazioni, la loro storia, le loro
tradizioni e la loro identità.
In passato, l’Unione Sovietica è stata accusata di esportare la
rivoluzione. Adesso, alcune persone stanno provando a esportare altri
valori. Non è questo il cammino che dobbiamo intraprendere. Mi
ricorda le guerre di religione del passato. Dovremmo avere imparato
qualcosa da quel periodo.
Quanto ai problemi religiosi, li affrontiamo nel quadro della nostra
visione generale dei valori umani universali. In tale questione, come in
altre, il popolo è la più alta autorità. Tutto dipende dalla scelta del
popolo. Spetta alla persona decidere quale filosofia o religione
praticare. Credo che siamo arrivati al punto in cui si possano costruire
rapporti tra le nazioni e tra le persone basati sul rispetto reciproco.
Una volta, il presidente Reagan cercò di insegnarmi come
affrontare le situazioni del mio Paese. Gli dissi che non sarebbe stato
possibile avere una conversazione su quelle basi. Una conversazione
può svolgersi solo sulla base del realismo e del rispetto reciproco. Gli
dissi: «Lei non è un maestro e io non sono un allievo. Lei non è un
giudice e io non sono un imputato. Pertanto, se vogliamo parlare di
politica, di come cambiare il mondo, dobbiamo farlo da pari a pari».
Lui lo comprese, e in seguito siamo stati capaci di fare ciò che abbiamo
fatto.
So che lei ha accolto con soddisfazione i risultati di quel dialogo, e
tengo il suo appoggio in altissima considerazione. Abbiamo intenzione
di lavorare con l’attuale amministrazione sulla base degli stessi
principi. Che ogni parte continui a essere se stessa, rispettando le
tradizioni dell’altra. I valori umani universali dovrebbero essere il
principale obiettivo, mentre la scelta dell’uno o dell’altro sistema
politico dovrebbe essere lasciata nelle mani dei cittadini.
Oggi ci troviamo davanti al grave problema della sopravvivenza.
Questo comprende la minaccia delle armi nucleari, le questioni
ecologiche, le risorse naturali, l’informazione e la rivoluzione tecnico-
scientifica, che insieme con il progresso porta con sé molte
complicazioni. Questi sono tutti problemi globali e universali.
Dobbiamo affrontarli, non possono essere ignorati. Bisogna capire che
dobbiamo cambiare il nostro modo di pensare, e di conseguenza le
nostre politiche. Dobbiamo passare dal conflitto alla collaborazione.
Sarà un cammino lungo e difficile, ma non sono d’accordo con i
pessimisti del nostro Paese.
Giovanni Paolo II: Neppure io.
Gorbaciov: Il nostro pianeta è sovraccarico di problemi. Ma se
uniamo le nostre forze, abbiamo grandi opportunità di avanzare nella
direzione giusta per costruire un nuovo mondo sulla base dei valori
universali.
Lei ha accennato ai problemi del Terzo Mondo. Volevo parlarne
anch’io. Non potremo essere soddisfatti fino a quando milioni di
persone vivranno in condizioni di povertà atroce, di fame e di miseria.
I suoi discorsi su questo tema mi sono familiari. I nostri punti di vista
coincidono.
In generale, ci sono molte questioni sulle quali possiamo lavorare
insieme e continuare lo scambio di opinioni con regolarità. Ognuno a
modo suo, potremo dare il nostro contributo originale alla soluzione
di problemi universali.
Ora vorrei soffermarmi sulla perestrojka. In questo momento si
trova nel punto più intenso di un periodo critico. L’aspetto più difficile
è la perestrojka del pensiero. Le vecchie nozioni sono difficili da
eliminare. Sorgono grandi difficoltà, perché i cambiamenti vanno a
toccare gli interessi vitali di certe persone. Alcuni stanno cercando di
trarre profitto dalla confusione provocata nella mente della gente da
cambiamenti così profondi. Dobbiamo rendercene conto.
Vorrei inoltre aggiungere che i problemi della sua patria, la Polonia,
mi sono estremamente vicini. Negli ultimi anni ho fatto, e continuerò
a fare, tutto il possibile per garantire le buone relazioni tra Polonia,
Russia e Unione Sovietica.
Giovanni Paolo II: La ringrazio a nome della mia patria.
Gorbaciov: Poco tempo fa ho incontrato il signor Mazowiecki, il
quale mi ha detto molte belle cose di lei.
Ci sono cambiamenti importanti in altri Paesi. In merito a questo,
vorrei affrontare un altro argomento. I politici occidentali dovrebbero
adottare una posizione responsabile in questi cambiamenti, che sono
troppo importanti per essere trattati in altro modo. Se avranno
successo, il mondo cambierà. Ora c’è una possibilità di iniziare il
cammino di uno sviluppo positivo, anche se potrebbe essere difficile.
Credo che la maggior parte dei politici lo capisca pienamente.
All’inizio della conversazione, lei ha detto che sta pregando per la
perestrojka e per il suo successo. Vorrei dire che le siamo grati per il
suo appoggio.
Stiamo sperimentando cambiamenti importanti nella sfera
spirituale. Vogliamo raggiungere i nostri obiettivi con mezzi
democratici. Eppure, considerando gli eventi degli ultimi anni, vedo
che le sole misure democratiche non sono sufficienti. Tutti abbiamo
bisogno dell’etica. La democrazia può portare il bene ma anche il male.
Proprio così; è importantissimo per noi fondare una società morale
con verità umane universali come la bontà, la carità, l’aiuto reciproco.
Alla luce dei mutamenti che stanno avendo luogo, noi crediamo che
sia necessario rispettare il mondo interiore dei nostri cittadini
credenti. In special modo, sentiamo questa necessità nei confronti
della nostra popolazione ortodossa, perché tanto è stato distrutto.
La maggioranza dei credenti nel nostro Paese – inclusi gli ortodossi,
i musulmani e i cattolici – appoggia la perestrojka. In un futuro
prossimo, il Soviet Supremo dell’Unione Sovietica voterà la legge per
la libertà di coscienza. Siamo interessati a far sì che le diverse religioni
contribuiscano al rinnovamento e all’umanizzazione della nostra
società. Ma, tenendo conto del carattere specifico e della singolarità
della situazione, è necessario che le cose non si politicizzino. Ai
credenti nel nostro Paese è consentito di partecipare al processo
politico, adesso ci sono perfino alcuni deputati che vengono dalle file
del clero. È importante che tutte le questioni si risolvano
correttamente e umanamente.
Comprendo le sue idee sul modo di alleviare i problemi dei
cattolici, di cui tutti ci rendiamo conto. Vediamo la futura legge come
un mezzo per risolvere tali problemi, e dopo la sua approvazione sarà
il momento delle misure pratiche, che sistemeranno tutto.
La storia ha lasciato il segno sui cattolici uniati dell’Est. Ora è
importante che le cose vadano al loro posto con calma, in primo luogo
nei rapporti tra le diverse religioni. Accogliamo con soddisfazione lo
stabilirsi di relazioni con la Chiesa ortodossa russa. Non solo i
credenti, ma il Paese intero considera molto positivo il fatto che i
rappresentanti del Vaticano, presieduti dal cardinale Casaroli, abbiano
partecipato alla celebrazione del millennio del Battesimo della Russia.
Speriamo che da parte sua ci saranno incentivi per mantenere i
processi in corso e per risolvere le complicazioni esistenti. Chiediamo
anche di notare che la struttura della Chiesa Cattolica nel nostro Paese
corrisponde ai limiti statali. Non ho la presunzione di venire qui a dare
consigli, lei si baserà sulla sua esperienza e sulla sua saggezza.
Tutto il Paese l’ha ascoltata, quando ha detto che nei problemi gravi
bisogna evitare la politicizzazione. Devo dire che, in relazione a eventi
ben noti, la leadership in alcuni luoghi sta incontrando gravi difficoltà.
A Lvov si è arrivati al punto di non sapere che cosa fare per
ripristinare la normalità. Ci siamo allora rivolti alle due fazioni in
conflitto, ai dirigenti ucraini, chiedendo loro di riportare
pacificamente la calma.
Una volta approvata la legge, potremo normalizzare la situazione.
Ma devo dire con franchezza che molti problemi pratici, a nostro
giudizio, devono essere risolti attraverso accordi tra gli stessi leader
religiosi. Questo non significa, per usare una frase famosa, che «ce ne
stiamo lavando le mani». Proverò a esporlo in questo modo:
accetteremo qualunque accordo sarà raggiunto con la Chiesa
ortodossa. Le tensioni devono stemperarsi, perché si torni alla
normalità.
Quando ho incontrato monsignor Sodano, mi ha detto che era
necessario avere due arcivescovi cattolici nel territorio dell’URSS, per i
cattolici delle zone europee e per quelli della parte asiatica del Paese.
Bene, prenderemo in considerazione questa proposta. Credo che sia
naturale.
Ho ascoltato con interesse il suo pensiero in merito alla nomina di
rappresentanti permanenti, che potranno viaggiare su incarico dei
superiori per avere scambi di opinioni. In tal modo i nostri rapporti
assumeranno un carattere normale, naturale. Siamo d’accordo su
quest’idea e ci stiamo preparando a renderla operativa.
Un suo rappresentante potrebbe prendere contatto con gli organi
governativi che si occupano di questioni religiose. In ogni caso, non
vogliamo correre troppo su questo aspetto. Andando di fretta in
questioni così delicate, si trascurerebbero elementi sottili che
potrebbero rivelarsi rischiosi.
Spero che dopo questo incontro le relazioni prenderanno nuovo
impulso e che in qualche momento del futuro lei potrà visitare l’URSS.
Giovanni Paolo II: Se sarà possibile, ne sarei felice.
Gorbaciov: Dobbiamo valutare la data del viaggio senza fretta. Le
parlo apertamente: il prossimo anno potrebbe essere un momento
troppo scottante per noi. Bisogna scegliere un periodo che possa essere
interessante per lei e in cui la visita porti il massimo beneficio.
Giovanni Paolo II: Benissimo.
Gorbaciov: Voglio esprimere la mia grande soddisfazione perché
siamo stati capaci di affrontare un ampio dibattito in un’atmosfera
così serena. Abbiamo toccato temi importanti che preoccupano tutti
noi, così come altri più concreti.
Giovanni Paolo II: Io ringrazio lei per avermi esposto i suoi
pensieri sulle questioni internazionali. Naturalmente, abbiamo parlato
soprattutto di Europa e in una certa misura dei problemi dell’America
del Nord. Ma ci sono altre parti del mondo dove la situazione è
preoccupante.
Sono particolarmente inquieto per quanto accade in Libano e in
tutto il Medio Oriente, ma anche in Indocina e nell’America centrale.
Ci sono alcune zone del mondo in grande difficoltà. Forse potremmo
agire insieme su questo fronte. In tali questioni la Chiesa e il Papa
possono rappresentare solo l’aspetto morale. Sarebbe bene aiutare
questi Paesi per via politica, affinché possano superare le situazioni
tragiche in cui versano.
Le sono molto grato per la discussione sulla perestrojka. Noi stiamo
osservando dall’esterno. Lei, signor presidente, la porta dentro di sé,
nel suo cuore e nelle sue opere. Ritengo di avere inteso correttamente
che la forza della perestrojka è nella sua anima. Ha ragione quando
afferma che i cambiamenti non devono avvenire troppo rapidamente.
Siamo d’accordo anche sul fatto che non sono solo le strutture a dover
essere modificate, ma anche il pensiero.
Sarebbe un errore se qualcuno affermasse che i cambiamenti in
Europa e nel mondo debbano seguire il modello occidentale. Questo
va contro le mie convinzioni più profonde. L’Europa, in quanto
partecipe della storia del mondo, deve respirare con due polmoni.
Gorbaciov: È un’immagine molto appropriata.
Giovanni Paolo II: Ho maturato questo pensiero relativamente
presto, già nel 1980, quando nominai i patroni d’Europa in modo che,
oltre a san Benedetto di tradizione latina, ci fossero Cirillo e Metodio,
che rappresentano la tradizione bizantina orientale, greca, slava e
russa. Questo è il mio credo europeo.
Le sono profondamente grato per l’invito. Sarei felicissimo di avere
l’opportunità di visitare l’Unione Sovietica, la Russia, per incontrare i
cattolici, e non soltanto loro, per visitare i luoghi sacri che sono per
noi cristiani fonte di ispirazione. Grazie per l’invito. Ne apprezzo
pienamente il peso e l’importanza.
Infine, la ringrazio molto per la sua ratifica dello scambio di
rappresentanti tra le autorità sovietiche e la Santa Sede. Spero che ciò
possa esserle di aiuto nel risolvere i problemi di natura religiosa.
Dobbiamo procedere con calma, anche con molta calma, non
permettere in alcun modo che tali questioni vengano politicizzate.
In conclusione, vorrei ringraziarla ancora una volta per l’invito.
Spero che il momento della mia visita arriverà presto. Dopotutto,
conosco assai poco l’Europa dell’Est. Io sono uno slavo occidentale.
Non sapevo che alcune località che ora si trovano in Unione Sovietica,
prima della guerra fossero in Polonia. Si tratta di Lvov e Vilnius. Ma,
soprattutto, voglio conoscere e sentire quello che io chiamo «il genio
dell’Est».
Gorbaciov: La ringrazio per l’accoglienza e per il contenuto della
nostra conversazione. Questo colloquio mi darà la forza per
continuare il mio lavoro.

Alla fine, Giovanni Paolo II dovette aspettare la caduta del muro di


Berlino e la disintegrazione dell’Unione Sovietica, quasi quattro anni
dopo il suo incontro con Gorbaciov, per visitare la Lituania, la
Lettonia e l’Estonia, tra il 4 e il 10 settembre 1993.
In seguito, sarebbero arrivati i viaggi pastorali negli antichi territori
dell’URSS, come quello in Georgia nel 1999, in Ucraina nel giugno
2001, in Kazakistan e Armenia nel settembre 2001 e in Azerbaigian nel
maggio 2002. Nel marzo 2002, la cosiddetta «visita virtuale» del Papa a
Mosca irritò la Chiesa ortodossa russa. In quell’occasione, diverse
migliaia di fedeli si riunirono nella cattedrale cattolica dell’Immacolata
Concezione di Maria per condividere le preghiere del Santo Padre e di
altri fedeli europei, nella prima videoconferenza internazionale alla
quale il Vaticano aveva ammesso anche la capitale della Russia.
L’evento, dedicato all’unità dei cristiani, fu interpretato dagli ortodossi
come un ulteriore passo all’interno di un’offensiva missionaria ostile.
Poche ore prima che il Pontefice comparisse sullo schermo televisivo,
il patriarca Alessio II, la massima autorità della Chiesa ortodossa
russa, accusò la Santa Sede di provare a dividere il popolo russo con la
sua attività di proselitismo.
Dalla cattedrale ortodossa dell’Assunzione, situata nel recinto del
Cremlino, Alessio II elogiò il patriarca Ermogene, un ecclesiastico del
XVII secolo, «per essersi espresso con fermezza contro i tentativi di
convertire la Russia al cattolicesimo ed essersi opposto all’espansione
cattolica». Alessio II avvertì che il Paese si trovava di nuovo in una
situazione analoga e mise in guardia contro le azioni di quelli che
tentavano «di sedurre con promesse il nostro popolo», riferendosi
evidentemente a Giovanni Paolo II.
Le tensioni tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa si inasprirono
in seguito alla creazione di quattro diocesi cattoliche nel territorio
della Federazione Russa. Fino ad allora la Chiesa ortodossa era
considerata maggioritaria tra i russi, ma i fedeli praticanti costituivano
in realtà una comunità assai più ridotta. L’attività missionaria del
Vaticano infastidì le alte gerarchie ortodosse, che avevano un concetto
patrimoniale del territorio e del popolo russo e accusavano la Santa
Sede di tentare di ottenere dividendi dalla «tragedia» e dal «genocidio»
subiti dall’ortodossia in epoca comunista.
Mikhail Gorbaciov non poté vivere in prima persona tutti questi
eventi, dal momento che appena un anno e tre mesi dopo il suo
incontro con papa Wojtyla l’Unione Sovietica cominciò a dissolversi.
Il 25 dicembre 1991, si disintegrò ufficialmente. A seguito del rifiuto
dei presidenti della Comunità degli Stati indipendenti (CSI) di
riconoscere gli organi centrali di potere, Gorbaciov decise di
presentare le dimissioni da presidente dell’URSS. Un anno prima
aveva ricevuto il premio Nobel per la Pace.
Tempo dopo, lo stesso Giovanni Paolo II avrebbe detto di lui:
«Penso che sia un uomo di principi, di grande ricchezza spirituale. Un
uomo carismatico che, senza alcun dubbio, ha avuto un’influenza
decisiva negli eventi dell’Est europeo. Lui non si dichiara credente, ma
con me, lo ricordo perfettamente, parlò della grande importanza che
attribuiva alla preghiera, alla dimensione interiore dell’uomo. Credo
fermamente che il nostro incontro sia stato opera della Provvidenza».
29
Cile. Nessuno scrive al generale

IL viaggio che Giovanni Paolo II aveva previsto di effettuare in Cile


nell’aprile 1987 era parte di una strategia, ideata dal segretario di Stato
Agostino Casaroli, per sostenere la transizione verso la democrazia nel
Paese. Il Papa voleva consolidare l’egemonia politica dei partiti di
chiara ideologia democristiana. Questo approccio aveva già dato i suoi
frutti nel Salvador con la vittoria del democristiano José Napoleón
Duarte, e in Guatemala con il successo di Marco Vinicio Cerezo. I
contatti tra Pinochet, i partiti politici cileni, Washington e il Vaticano
erano già stati avviati, per convincere il dittatore ad accettare la
convocazione di un plebiscito che doveva rappresentare il primo passo
verso il ritorno alla democrazia. Come condizioni, il generale aveva
chiesto l’immunità per i crimini commessi dal suo regime e la
possibilità di conservare il titolo di comandante in capo delle forze
armate. 1 La visita di Giovanni Paolo II sarebbe servita anche a ripulire
l’immagine della Santa Sede, che aveva avuto un ruolo attivo nei
turbolenti giorni del colpo di Stato contro il governo democratico di
Salvador Allende, nel 1973.
Tra i documenti resi pubblici da Wikileaks nel 2010, ce n’è uno che
dimostra il coinvolgimento del Vaticano nel colpo di Stato. In un
messaggio datato 18 ottobre 1973, un mese dopo il golpe, il
vicesegretario di Stato monsignor Giovanni Benelli esprimeva agli
americani la «grave preoccupazione» sua e di Paolo VI «per l’efficace
campagna internazionale della sinistra volta a falsificare la realtà della
situazione cilena». L’informazione, rivelata per la prima volta da la
Repubblica, assicurava che «Benelli riteneva esagerata la copertura dei
fatti del Cile, considerandolo probabilmente il maggior successo della
propaganda comunista, e sottolineava come perfino i circoli moderati
e conservatori paressero disposti a credere alle menzogne più
grossolane in merito agli eccessi della Giunta cilena».
Benelli era il secondo nelle gerarchie della Santa Sede, dopo il
cardinale Jean-Marie Villot. Aveva lavorato per un decennio a stretto
contatto con Paolo VI, conquistandosi il soprannome di «Kissinger
vaticano», grazie a quella che era descritta come una gestione
aggressiva e autoritaria della politica nei confronti del Cile e di
Allende. Ma, soprattutto, era stato Benelli a ricevere personalmente
l’allora presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, quando era
atterrato in elicottero in piazza San Pietro nel 1969, per siglare
l’alleanza anticomunista tra la Casa Bianca e la Santa Sede, origine di
sanguinosi colpi di Stato militari in America Latina.
Il documento segreto dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma
intitolato «Altissimo livello di preoccupazione del Vaticano per la
propaganda in Cile», catalogato con il codice ROME10729, raccoglie
altre riflessioni dei diplomatici statunitensi riguardo alla posizione di
monsignor Benelli sul golpe cileno. «Rendendosi conto che l’uscita di
scena di Allende sarebbe stato uno dei maggiori rovesci per la causa
comunista, le forze di sinistra ne hanno minimizzato la portata,
convincendo il mondo che la caduta del governo di Santiago era
dovuta esclusivamente a forze fasciste ed esterne e non agli errori della
sua gestione politica, come realmente era accaduto. Giovanni Benelli
ha espresso il timore che il successo di questa campagna
propagandistica possa influire in futuro sui mezzi di comunicazione
del mondo libero.» Ma il vicesegretario di Stato vaticano si spinge
oltre, ammettendo che «purtroppo, com’è naturale che avvenga dopo
un colpo di Stato, bisogna ammettere che c’è stato qualche
spargimento di sangue nelle operazioni per ripulire il Cile, ma la
nunziatura di Santiago, il cardinale Silva e l’episcopato cileno in
generale hanno assicurato al Papa che la Giunta sta facendo il possibile
perché la situazione torni alla normalità e che le notizie dei media
internazionali che parlano di una repressione brutale sono prive di
fondamento.
«Il Papa è stato sottoposto a pesanti pressioni interne alla Chiesa,
specialmente da parte della Francia, affinché si pronunciasse contro gli
eccessi della Giunta di Pinochet. E, malgrado gli sforzi del Vaticano, la
propaganda di sinistra ha ottenuto un successo notevole perfino con
alcuni dei cardinali più conservatori e con prelati che sembrano
incapaci di valutare la situazione con obiettività. Il risultato è che la
sinistra è riuscita a creare una situazione nella quale il Papa sarebbe
attaccato dai moderati se difendesse la verità in Cile», afferma ancora
il documento statunitense. «Il Vaticano è convinto, e la nunziatura lo
ha confermato, che durante gli ultimi mesi del governo di Allende
l’ambasciata di Cuba sia stata utilizzata come arsenale per distribuire
armi fabbricate in Europa dell’Est agli operai cileni», afferma poi il
dispaccio. Che termina con una breve frase: «Il Vaticano ha informato
la scorsa settimana un intermediario della sinistra che papa Paolo VI
non potrà ricevere Isabel Allende, e Benelli crede che questo
provocherà nuove critiche contro il Vaticano».
Quel che è certo è che monsignor Benelli, creato cardinale nel 1977,
era un acceso anticomunista, come lascia chiaramente intendere nel
suo libro The Church and Communism, più simile a un libello che a un
serio saggio politico. 2 Anche Karol Wojtyla condivideva il suo odio
per il comunismo. Già nel 1957, durante il pontificato di Pio XII, lo
scrittore e politico Ernesto Rossi lo aveva presagito, affermando: «Il
Vaticano è – e non potrebbe non essere – il naturale alleato di tutte le
forze reazionarie dei regimi tirannici, sempre che siano rispettosi delle
cosiddette ‘libertà della Chiesa’», 3 e nel caso del Cile queste parole
suonavano particolarmente calzanti.
La Chiesa cilena, che diffidava del governo socialcomunista di
Allende, dapprima accolse con un certo favore il golpe dei militari
capeggiati da Augusto Pinochet. Ma in seguito alla feroce repressione
messa in atto dai militari e dal loro apparato di polizia, il clero e
l’episcopato cileno assunsero una posizione sempre più critica. A
quattro anni dal golpe, il 30 novembre 1977, l’arcivescovo Sodano
ricevette l’incarico di nunzio apostolico, con il compito di disinnescare
l’opposizione della Chiesa cilena alla Giunta militare. Angelo Sodano a
Santiago e Pio Laghi a Buenos Aires rappresentavano l’avallo della
Santa Sede alle due dittature militari che insanguinavano il Cono Sud.
In effetti, due giorni dopo il colpo di Stato, il comitato permanente
dell’episcopato cileno aveva affermato: «Confidando nel patriottismo e
nel disinteresse espressi dagli uomini che hanno assunto il difficile
compito di restaurare l’ordine istituzionale e la vita economica del
Paese, così gravemente alterati, chiediamo ai cileni di cooperare alla
realizzazione di questa impresa, e soprattutto, con umiltà e fervore,
preghiamo Dio affinché li aiuti». 4
Pinochet era stanco delle critiche provenienti dalla Chiesa, pertanto
stabilì un ponte di comunicazione con la Santa Sede, tramite la
nunziatura: se voleva inviare un messaggio al Vaticano, lo faceva
attraverso il suo amico Sodano.
Si dovette aspettare la fine dell’ottobre 1979 perché Giovanni Paolo
II pronunciasse qualche parola critica o di condanna nei confronti
delle dittature sudamericane, e quando lo fece si mostrò fin troppo
indulgente. Era chiaro quale fosse stata la posizione della Santa Sede
rispetto al colpo di Stato, e il Papa e Casaroli dovevano cambiare quel
punto di vista.
Pinochet chiese al Santo Padre l’allontanamento dell’anziano
cardinale Raúl Silva Henríquez, critico verso il regime e strenuo
difensore degli oppositori e delle vittime. Aveva anche fondato il
discusso Vicariato della solidarietà, dove si offriva apertamente aiuto
ai perseguitati dalla dittatura e si forniva assistenza legale ai torturati e
alle famiglie dei desaparecidos. Il vicariato era una spina nel fianco del
regime. Silva Henríquez era diventato cardinale il 19 marzo 1962. In
qualità di presidente della Caritas Internationalis a Roma, aveva
partecipato ai lavori del Concilio Vaticano II, tra il 1962 e il 1965.
Aveva preso parte al conclave del 1963, nel quale era stato eletto Paolo
VI. Nel 1971 aveva ricevuto il premio per i Diritti umani del
Congresso ebraico latinoamericano e, nel 1973, aveva istituito il
Comitato di cooperazione per la pace in Cile, seguito dal Vicariato
della solidarietà nel 1976, tre anni dopo il golpe. Il cardinale cileno
aveva partecipato anche ai conclavi nei quali erano stati eletti
Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. L’11 dicembre 1978, gli era stato
conferito il premio per i Diritti umani delle Nazioni Unite e il 19
ottobre 1979 quello della fondazione Bruno Kreisky di Vienna, cosa
che non era stata presa per niente bene nei circoli militari cileni. 5
Il Vicariato della solidarietà aveva svolto un gran lavoro nel Cile di
Pinochet, dando alla Chiesa un’enorme popolarità tra le classi più
deboli e perseguitate dall’apparato repressivo. Il suo sistema di
informazione era così efficiente da renderla l’organizzazione che
meglio di tutte seppe documentare per l’ONU le torture, gli omicidi e i
sequestri commessi dai militari tra il 1973 e il 1990. Tre anni prima
della visita di Giovanni Paolo II, il vicariato aveva dimostrato
l’esistenza di 293 casi di tortura avvenuti tra il 1984 e il 1986.
Se il Vaticano voleva che la visita papale si svolgesse
tranquillamente, doveva togliere di mezzo Silva Henríquez. Il
combattivo cardinale sarebbe stato mandato in pensione al
compimento dei settantacinque anni; dietro pressioni dello stesso
Sodano, non avrebbe ricevuto la proroga che il Pontefice spesso
concedeva ai porporati particolarmente importanti. 6 Una volta fuori
gioco Silva Henríquez, l’abile Casaroli mise al suo posto come
arcivescovo di Santiago il cardinale Juan Francisco Fresno Larraín,
diplomatico esperto e molto più elastico nei rapporti con Pinochet.
«Dio ci ha ascoltato», dicono abbia esclamato Lucia Hiriart, moglie di
Pinochet, quando seppe dell’allontanamento del cardinale.
Nella prima settimana del luglio 1983 si scatenò un’autentica
battaglia campale contro il regime, duramente repressa dalla polizia. Il
13 luglio, da piazza San Pietro, Giovanni Paolo II fece un timido
riferimento al Cile, auspicando «soluzioni positive alle violenze che
colpiscono il Paese», ma non pronunciò una sola parola in ricordo
delle vittime. Pinochet rispose inviando al Pontefice un messaggio, nel
quale spiegava che il golpe del 1973 era «nato dalla reazione del
popolo, deciso a sventare l’imminente pericolo di cadere in un sistema
totalitario» e denunciava una diabolica campagna propagandistica
dell’opposizione, assicurando al Santo Padre di essere disposto a
istituire in Cile «un sistema democratico di ispirazione occidentale e
cristiana». 7
Il messaggio fu consegnato a mano da Sodano al Papa. Quando
riprese il suo posto nella nunziatura, Angelo Sodano aveva già in
valigia una risposta di Wojtyla. «Il Papa ringrazia il presidente
Pinochet per i sentimenti espressi», e annunciava un viaggio in Cile
appena possibile. Giovanni Paolo II rivolgeva parole di amicizia al
dittatore mentre gli apparati di polizia continuavano con la
repressione, colpendo perfino i religiosi. Un’unità segreta arrestò il
sacerdote francese Pierre Dubois. Parroco in un quartiere popolare
nella periferia di Santiago, Dubois aveva criticato il regime in
un’intervista concessa a un giornale. Sodano ne evitò l’espulsione
affermando che le dichiarazioni erano state manipolate dalla stampa
di sinistra. In quello stesso periodo furono arrestati quattro preti che
distribuivano volantini alla periferia di Valparaíso. Il volantino diceva:
«Per un Natale senza eroi e un anno senza torturatori». Mentre
Sodano stringeva i rapporti con il suo amico Pinochet, il 29 marzo
1985 la polizia segreta del regime, la DINA (Dirección de inteligencia
nacional) rapiva gli oppositori Manuel Guerrero e Santiago Nattino. I
loro cadaveri sarebbero stati ritrovati il giorno seguente.
Il 18 giugno 1986, la sezione della CIA a Santiago del Cile redasse
un rapporto di quattordici pagine, classificato come «confidenziale» e
intitolato «Relazioni Stato-Chiesa problematiche in Cile». L’analisi
rivela perfettamente la posizione dei vescovi cileni riguardo al regime
di Pinochet: quelli contrari, quelli a favore e quelli che mostrano un
atteggiamento tiepido. Spicca, nel documento, l’astuzia del cardinale
Fresno, in principio nominato dal Papa e da Casaroli per moderare
l’atteggiamento combattivo di Silva Henríquez verso il governo, che
invece si rivela addirittura più aggressivo del suo predecessore. Il
dettagliato dispaccio è diretto, tra gli altri, al segretario di Stato George
Schultz, al direttore della CIA William Casey e all’ambasciata degli
Stati Uniti in Vaticano.

1. Riassunto: Le relazioni tra la Chiesa cattolica e il Governo cileno,


sempre conflittuali, si sono ulteriormente irrigidite a causa del rifiuto
di Pinochet di rispettare l’accordo nazionale e della recente offensiva
del governo contro il Vicariato della solidarietà. Gli sforzi del cardinale
Fresno per promuovere la riconciliazione e una transizione pacifica
verso la democrazia sono stati ostacolati non solo dall’intransigenza
del governo, ma anche dalla mancanza di unità dell’opposizione
democratica e dalle correnti che attraversano l’episcopato. I rapporti
tra Chiesa e Stato possono diventare più tesi a causa dei preparativi per
la visita del Papa in Cile, nel 1987. Mentre il governo vuole far passare
il viaggio di papa Giovanni Paolo II come un voto di fiducia, la Chiesa
vuole che lasci un segno chiaro in favore dei diritti umani e della
democrazia. I vescovi più liberali, che costituiscono quasi la metà della
Conferenza episcopale, stanno premendo perché ci sia una censura
pubblica del governo. Fresno preferirebbe concentrarsi sui problemi
pastorali ed evitare un ruolo politico di alto profilo. Eppure, la
maggioranza dei cileni vede in lui un campione e la Chiesa come
un’istituzione eternamente al potere, e la prospettiva è che la Chiesa
cilena si ritrovi costretta a svolgere un ruolo sempre più politico. Fine
del riassunto.
2. I rapporti conflittuali tra la Chiesa cattolica e il governo sono una
tradizione in Cile, ma hanno raggiunto un nuovo livello di intensità
sotto il regime di Pinochet. All’inizio i vertici della Chiesa non hanno
criticato esplicitamente il golpe militare del 1973, ma pochi anni fa è
stato creato il Vicariato della solidarietà, che si è dedicato con
decisione al tentativo di frenare gli eccessi della dittatura. Quando
Juan Francisco Fresno è stato nominato arcivescovo di Santiago, nel
1983, era considerato un tradizionalista che non vedeva di buon
occhio la partecipazione della Chiesa alle vicende politiche e che
difficilmente avrebbe preso parte alle polemiche contro il governo
tipiche del cardinale Raúl Silva. L’atteggiamento di Pinochet è
cambiato fino a mostrare una velata ostilità nel 1984, dopo che Fresno,
insieme con i vescovi José Manuel Santos e Sergio Contreras, ha
chiesto al presidente un gesto forte per risolvere la crescente crisi
politica. Quando Fresno è diventato cardinale, nel giugno 1985, si è
messa in moto una serie di incontri privati e riunioni pubbliche che
hanno gettato le basi per un accordo nazionale multilaterale sulle
misure per istituire un sistema democratico stabile in Cile. L’appello
della Chiesa al dialogo è stato definitivamente rigettato quando
Pinochet, in un colloquio con Fresno alla vigilia di Natale, ha
addirittura rifiutato di discutere l’ipotesi di una transizione
democratica.

Tra i punti 3 e 7, gli analisti dell’intelligence americana riferiscono


le opinioni del cardinale Fresno riguardo al regime militare e fanno
una breve ma accurata valutazione dei membri della Conferenza
episcopale cilena e delle loro posizioni politiche.

3. Sotto la presidenza di Bernardino Piñera (che all’inizio è stato più


moderato del suo predecessore José Manuel Santos), i vescovi hanno
tenuto una linea sempre più dura. Nel novembre 1985, la Conferenza
episcopale ha emesso un documento che condannava il terrorismo e la
violenza perpetrata dallo Stato e chiedeva a tutti i cileni di lavorare per
un pronto ritorno ai diritti democratici. Nel 1986, i vescovi hanno
affermato che le autorità cilene dovevano assumere misure immediate,
aprire colloqui per il ritorno di un governo civile, per una seria
revisione della Costituzione e la rapida promulgazione di leggi
politiche. In occasione di un incontro con il ministro dell’Interno
García, i primi di maggio, Fresno ha criticato la recente offensiva
contro il Vicariato della solidarietà e i rastrellamenti dell’esercito nei
quartieri popolari. Quando, in seguito, il segretario generale del
governo Francisco Javier Cuadra ha negato di avere chiesto di
interrompere i rastrellamenti, Fresno, infuriato, ha detto al ministro di
smettere di manipolare l’opinione pubblica. La gerarchia della Chiesa
teme che il processo istruito dal governo cileno contro due membri del
personale del vicariato, per avere assistito senza denunciarli alcuni
feriti sospettati di terrorismo, sia solo il primo passo di un’aggressiva
campagna per screditare l’Agenzia per i diritti umani, che Pinochet ha
definito varie volte «più comunista dei comunisti».
4. All’interno dell’episcopato, Fresno deve mediare con due blocchi
contrapposti, malgrado l’esito dei suoi negoziati sia almeno
parzialmente positivo. La Chiesa cattolica cilena riceve una grande
quantità di finanziamenti attraverso il Consiglio ecumenico delle
Chiese, per appoggiare le attività del vicariato in favore dei diritti
umani e i programmi di sviluppo nei quartieri poveri e nelle comunità
contadine. Marcelo Rozas, direttore democristiano della casa editrice
Andrade, ha spiegato al funzionario politico che il nuovo cardinale ha
ricevuto fondi limitati di provenienza europea perché non ha i toni da
crociata del suo predecessore. Fresno ha trovato una soluzione per
dare maggiore protezione al vicariato di fronte all’offensiva del
governo cileno e per controllarlo più da vicino, ma deve convincere i
vescovi dimostrando di non cedere alle pressioni di chi ne vuole
l’abolizione. Perplesso e confuso dai disaccordi dei fautori dell’accordo
nazionale e dall’incessante rifiuto di un dialogo serio da parte del
governo, già a dicembre ha fatto un passo indietro rispetto alla sua
funzione pubblica. Il 27 maggio, Fresno ha detto all’ambasciatore che
stava lavorando dietro le quinte per portare i gruppi d’affari e quelli
conservatori verso posizioni di concordia nazionale, tanta era la sua
convinzione che fosse il momento giusto per farsi valere con maggior
decisione.
5. La Conferenza episcopale del Cile è divisa quasi a metà.
Quattordici dei 30 vescovi vogliono che la Chiesa assuma una
posizione più attiva nell’opposizione al regime militare (i dissidenti
non sono in assoluto vicini all’estrema sinistra, sebbene Cuadra e
Sergio Rillon, consigliere speciale del presidente in materia religiosa,
sostengano che molti si stanno spostando verso le posizioni della
Teologia della liberazione di ispirazione marxista). Il loro esempio
intellettuale è monsignor José Manuel Santos, di Concepción, che è
stato a capo della Conferenza dal 1980 al 1984. Sono guidati da Carlos
González, di Talca, e appoggiati da Sergio Contreras, segretario
generale della Conferenza episcopale. A questi si oppongono quattro
vescovi dichiaratamente a favore del governo, capeggiati da Jorge
Medina Estévez, di Rancagua. Il secondo gruppo più numeroso è
formato da nove moderati che, pur essendo concretamente impegnati
per la democrazia e i diritti umani, sono più cauti nell’attivismo sociale
e politico. Tra questi ci sono Fresno, Sergio Valech, vicario generale di
Santiago e principale luogotenente di Fresno, Carlos Oviedo,
arcivescovo di Antofagasta, Bernardino Piñera, attuale presidente della
Conferenza, e Francisco Cox, coordinatore della commissione per la
visita papale. In mezzo ci sono due vescovi anziani, Francisco de Borja
Valenzuela, di Valparaíso, e Orozimbo Fuenzalida, di Los Angeles.
Avendo la possibilità di far pendere la decisione da una parte o
dall’altra nelle votazioni più delicate, questi due hanno un potere
smisurato. L’elezione di Oviedo alla fine del 1985 a vicepresidente
della Conferenza e quella di Valenzuela a membro della commissione
permanente hanno rappresentato una sconfitta per i liberali. Anche se
le politiche dell’episcopato non sono ancora cambiate in maniera
significativa.
6. I vescovi più antigovernativi hanno fatto pressioni perché si
tenesse una conferenza straordinaria (inizialmente prevista ai primi di
luglio) per far fronte agli attacchi contro il Vicariato della solidarietà e
alla paralisi politica, che temono possa condurre a un aumento della
violenza sociale. Secondo una fonte democristiana, probabilmente
accetteranno la proposta di Fresno di affidare a un laico il ruolo di
supervisore dell’attività del vicariato. Ma, nell’ipotesi in cui non ci
fossero passi avanti verso una transizione politica, denuncerebbero
l’intransigenza del governo in termini sempre più decisi e potrebbero
spingere per una censura morale del governo cileno, delle sue politiche
e dei cattolici che lo appoggiano.
7. La censura morale sarebbe l’ultima carta. D’accordo con gli
analisti, la Chiesa è molto restia ad accettare un ruolo politico palese
come quello che il cardinale Sin ha svolto contro il regime di Marcos
nelle Filippine. Il suo sforzo di conciliazione si vede in parte ostacolato
dal fatto che il Cile non ha sviluppato un forte movimento di
opposizione non violenta che escluda chiaramente la cooperazione
elettorale con i comunisti. Fresno e i moderati non sono disposti a
rendere la Chiesa vulnerabile all’ira sfrenata del governo o alla
strumentalizzazione da parte dell’estrema sinistra. Secondo monsignor
Cristian Precht, vicario generale per gli Affari pastorali di Santiago, la
gerarchia non vede la Teologia della liberazione come una minaccia
generalizzata. Esprime invece la propria preoccupazione per la
frustrazione e la disperazione crescenti tra i giovani dei quartieri
marginali, esposti al reclutamento da parte dell’estrema sinistra (il
Partito comunista sta costruendo un nucleo solido di attivisti in molte
università cattoliche e all’interno delle comunità di base, e i suoi
seguaci si sono naturalmente riparati sotto l’ombrello del vicariato).

La CIA si sofferma quindi sul viaggio di Giovanni Paolo II in Cile e


sui tentativi del governo di Pinochet di manipolarlo a uso e consumo
della dittatura.

9. I preparativi per la visita di Giovanni Paolo II in Cile, fissata


provvisoriamente per la prima settimana dell’aprile 1987, hanno
causato conflitti di un certo rilievo tra Stato e Chiesa. Il 6 giugno,
Pinochet ha annunciato che il 17 giugno il cancelliere Jaime del Valle
avrebbe guidato una delegazione inviata a Roma per «coordinare la
visita del Papa». Ha aggiunto che del Valle era stato invitato dal
nunzio apostolico e avrebbe incontrato il segretario di Stato Casaroli e
probabilmente anche il Pontefice. Quello stesso giorno, Francisco Cox
ha emesso un comunicato dicendo che il Vaticano aveva invitato
Bernardino Piñera, coordinatore della commissione cilena per la visita
papale, 8 il nunzio e lui stesso a incontrare l’omologa commissione a
Roma, insieme con tre esperti designati dal governo cileno per
discutere gli aspetti pratici del viaggio, relativi alla sicurezza e al
trasporto aereo e terrestre. Pertanto, la decisione del governo cileno di
inviare il cancelliere sembra un tentativo di influire sul programma
della visita papale.
10. La visita del Papa è anche uno scenario ideale per un tira e molla
tra il governo e l’opposizione. Pinochet è ansioso di vederla
considerata come un riconoscimento del regime militare. Appena era
stato annunciato il viaggio, la sinistra cristiana (in precedenza
conosciuta come «Cristianos por el socialismo») aveva inviato una
lettera al Vaticano chiedendo di posticipare la visita per timore che
potesse offrire aiuto e conforto al governo cileno. Alcuni sacerdoti
erano d’accordo. Fresno si era opposto con forza, dicendo che «quella
campagna era un delitto contro il Cile e in particolare contro la
Chiesa». Ora sono poche le voci che si levano contro la visita, ma i
vescovi liberali vogliono che il Papa riduca al minimo i suoi contatti
ufficiali con il governo. Monsignor Precht, capo della
sottocommissione per la liturgia, ha detto al funzionario politico: «Se
io fossi al governo, questo viaggio del Pontefice mi causerebbe grave
imbarazzo. Le sue visite in Brasile, Argentina, Haiti e nelle Filippine
non favoriscono lo status quo. Lui cerca di parlare con la gente, non
con le autorità, e in quelle circostanze è molto difficile manipolare
l’informazione. E Giovanni Paolo II non si lascia ingannare quando si
parla di diritti umani, di dignità dei lavoratori, di riconciliazione. Le
riunioni di preghiera e le manifestazioni di massa del viaggio tendono
a unire i cileni, non nello spirito di una partita di calcio ma con un
sentimento propositivo e di fraternità».
11. Commenti: Con la transizione politica che minaccia Pinochet e
l’opposizione democratica ancora piuttosto disunita, la Chiesa è
l’unica grande istituzione nazionale in grado di temperare i metodi
draconiani del governo e premere per una soluzione negoziata.
All’interno dell’episcopato, i centristi e i liberali possono differire nelle
tattiche, ma entrambi vedono il governo pericolosamente isolato.
Monsingor Javier Prado [della diocesi] di Iquique, uno dei moderati
più rispettati dal governo cileno, ha confidato al funzionario politico
di essere dispiaciuto per «l’atteggiamento aggressivo e scortese di
Pinochet nei confronti della Chiesa, e la persecuzione dei fedeli che
invocano un cambiamento pacifico radicalizzerà il Cile».

Nell’ultimo paragrafo del rapporto, la CIA analizza l’opinione dei


cileni sul ruolo che la Chiesa in generale, e il cardinale Fresno in
particolare, stanno svolgendo nel ribadire al governo di Pinochet la
necessità di accettare un cambiamento democratico nel Paese.

12. Date queste condizioni, Fresno, che era partito da posizioni


meno di destra rispetto ai primi anni di Raúl Silva, può diventare un
crociato ancora più inflessibile. Per quanto possa sentirsi mal
sostenuto e difeso pubblicamente, si è guadagnato l’ammirazione per
la pacatezza e la determinazione con le quali difende il proprio punto
di vista. I sondaggi effettuati negli ultimi 8 mesi dimostrano che la
maggioranza dei cittadini ritiene che la Chiesa abbia contribuito più di
qualsiasi altra istituzione alla difesa dei loro interessi. Uno studio
pubblicato dalla rivista conservatrice Qué Pasa, indica che la
stragrande maggioranza approva il comportamento di Fresno e sente
che la Chiesa svolge il suo ruolo legittimo nel difendere i diritti umani
e promuovere la concordia nazionale. E pensano che il governo debba
ascoltare di più. A differenza di Pinochet, che suscita molta più
antipatia che consenso, i cileni vedono Fresno come uno dei più
simpatici. Oggi la Chiesa può trovarsi ostacolata nello svolgere un
efficace ruolo di mediazione. Ma, nella misura in cui sta dando ai
cittadini cileni qualche motivo di speranza in attesa che nasca
un’alternativa politica, è comunque una forza moderatrice di
importanza critica.

Il 16 dicembre 1986, l’ambasciata degli Stati Uniti in Vaticano inviò


un’altra informativa a George Schultz, il segretario di Stato del
presidente Reagan. Questa volta la fonte era monsignor Giuseppe
Leanza, funzionario degli Affari esteri del Vaticano incaricato di
seguire le questioni del Cono Sud, tra cui la situazione in Cile. Due
sono i temi trattati nel rapporto: la posizione della Chiesa nella
politica cilena e il viaggio del Papa in Cile.

4. Leanza ha detto che la Santa Sede è molto soddisfatta della


posizione politica di Fresno. Dopo l’accordo per la riconciliazione
nazionale e la promozione della solidarietà sociale, Leanza ha
sottolineato che la Santa Sede appoggia la politica di non intervento
del cardinale nei dettagli dell’evoluzione politica del Cile, e anche il
suo tentativo di mantenere la Chiesa al di sopra della politica. Il
cardinale, secondo Leanza, aveva già chiarito l’impegno della Chiesa
cilena per una transizione democratica e in particolare per la difesa dei
diritti umani. Leanza ha detto che l’attuale calma temporanea in Cile è
il risultato degli sforzi sia del governo sia dell’opposizione per ridurre
le tensioni alla base degli eventi di settembre. Leanza ha fatto anche un
commento sui recenti alti e bassi della coalizione di opposizione
«ANDE», dicendo che a suo avviso l’accordo nazionale è la forma
migliore e più percorribile di opposizione responsabile al regime.
[...]
Il viaggio papale
7. Leanza ha detto di non dubitare che il previsto viaggio del Papa
in Cile si svolgerà secondo le previsioni. Alcuni, compreso il governo e
certi gruppi all’interno della Chiesa, tenteranno di approfittare della
visita per i loro fini, ha aggiunto Leanza, ma questo è «naturale» e non
preoccupa la Santa Sede.

Il 31 marzo 1987, a un giorno dall’arrivo di Giovanni Paolo II in


Cile, la CIA, nel suo bollettino di intelligence nazionale, informò il
presidente Reagan su come Pinochet, la Chiesa locale, l’opposizione e i
gruppi di estrema sinistra avrebbero cercato di sfruttare a proprio
vantaggio la visita del Santo Padre. Il documento è classificato come
«alto segreto».

In Cile i partiti di opposizione, il governo di Pinochet e la gerarchia


della Chiesa cattolica hanno obiettivi opposti in occasione del viaggio
del Papa, che inizierà domani. Anche se la visita non consentirà di
superare la crescente crisi politica in Cile, probabilmente contribuirà a
rafforzare l’opposizione moderata, a screditare ulteriormente l’estrema
sinistra e in qualche modo a limitare il margine di manovra politica del
presidente Pinochet. I comunisti e i loro alleati vogliono sfruttare la
presenza del Papa drammatizzando la repressione in Cile, Pinochet
conta di utilizzarla per dimostrare di avere buoni rapporti con il
Vaticano. I leader dell’opposizione moderata si augurano che la visita
spinga le forze armate ad accettare la necessità di una transizione
democratica verso un governo civile, malgrado l’incessante resistenza di
Pinochet.
[...] secondo i sondaggi, la maggioranza dei cileni spera che la
presenza del Pontefice crei un clima di riconciliazione e aiuti a
invertire la tendenza alla polarizzazione politica. Il governo confida
molto nella visita come impulso verso una legittimità internazionale.
Pinochet, però, diffida fortemente della Chiesa cilena – i vescovi sono
divisi sul modo più efficace di fare pressioni riguardo al tema della
giustizia sociale e della democrazia – e teme che la sua ala militante
possa portare la Chiesa verso un’aperta opposizione. Pertanto, ha
promulgato di recente una legge che legalizza i partiti politici e riduce
considerevolmente il numero degli esiliati politici. [...] vede queste
misure come un tentativo di accattivarsi le simpatie del Vaticano.

Gli analisti della CIA affermano che i comunisti tenteranno di


provocare disordini durante la visita del Pontefice, per scatenare una
reazione estrema da parte del regime di Pinochet, che non andrebbe
certo a beneficio dell’immagine del governo.

I piani della sinistra e i moderati


[...] come minimo, i comunisti causeranno una serie di scontri per
indurre le forze di sicurezza a una reazione esagerata, magari
uccidendo e ferendo manifestanti e coprendo di vergogna il governo.
Il terrorismo di matrice comunista ha annunciato una tregua in
occasione della visita, mentre il capo della coalizione di sinistra ha
organizzato una campagna per l’invio di lettere e una raccolta di firme
per una petizione diretta a informare il Papa dell’altra faccia del Cile,
mentre i leader della coalizione hanno chiesto pubblicamente
un’udienza. [...] il governo ha previsto i piani dei comunisti e ha
rafforzato le unità dell’esercito a Santiago per reprimere le
manifestazioni.
I leader dei partiti moderati di opposizione intendono rinunciare a
qualsiasi tentativo di organizzare dimostrazioni contro il governo o di
cooperare con l’estrema sinistra. Si stanno concentrando sui dibattiti
interni, sulla possibilità di registrarsi alla luce della nuova legge, molto
restrittiva, sui partiti politici, e sul lancio di una campagna nazionale
per le libere elezioni. L’opposizione moderata vuole evitare proteste di
piazza durante la visita, dal momento che il governo utilizzerebbe
eventi di questo genere per screditarla e perché si rende conto che
l’opinione pubblica non vedrebbe di buon occhio disordini durante la
visita del Papa.
Nelle sue apparizioni pubbliche, il Pontefice probabilmente
trasmetterà un impulso spirituale e un messaggio di speranza ai poveri
del Cile, senza offrire alcun appoggio a Pinochet. I moderati si
rendono conto di dover seguire politiche responsabili dopo la visita,
per migliorare le prospettive di un accordo con le forze armate e
promuovere libere elezioni. Considerano vitale l’appoggio pubblico
del Pontefice a questi obiettivi. Di recente, il capo della nuova
coalizione conservatrice si è pronunciato apertamente a favore della
liberalizzazione politica, della fine dell’esilio [per gli oppositori] e delle
violazioni dei diritti umani, e della collaborazione con l’opposizione
moderata, una posizione che spera possa spingere il Papa a
pronunciare parole di sostegno agli obiettivi dell’opposizione.
Prospettive
Probabilmente Pinochet fallirà nel suo tentativo di dipingere la
visita del Papa come un atto di approvazione nei confronti del suo
governo, anche se forse si avvantaggerà del fatto che il primo viaggio
di un Pontefice in Cile alimenterà l’orgoglio nazionale. Si può
ipotizzare che i principali beneficiari saranno i partiti di opposizione
moderati, insieme con l’ala militante della Chiesa, soprattutto se
l’impatto globale del messaggio del Papa avrà il risultato di alimentare
il clima di riconciliazione nazionale e la consapevolezza che è
necessario accelerare i cambiamenti sociali e la liberalizzazione
politica. I comunisti, invece, potrebbero essere più isolati
politicamente, se dovessero continuare a portare avanti i loro piani per
incitare alla rivolta e alle violenze durante la visita.

Mercoledì 1° aprile 1987, a poche ore dall’arrivo del Papa in Cile, la


sezione della CIA a Santiago stilò un rapporto sulla situazione che
Giovanni Paolo II avrebbe trovato nel Paese. Nel documento,
intitolato «Le tensioni segnano la vigilia della visita papale»,
l’intelligence americana metteva in risalto l’intervista concessa a
l’Unità dal vescovo di Punta Arenas, Tomás Osvaldo González, il
quale aveva criticato apertamente il cardinale Fresno, chiamandolo
papaya, che da quelle parti indica qualcuno stupido o inutile. Il
cinquantaduenne vescovo, di chiare tendenze liberali, era stato
costretto a scusarsi il giorno dopo, adducendo la banale scusa che il
giornalista aveva frainteso le sue parole. Il rapporto dell’intelligence
statunitense dimostra chiaramente la spaccatura all’interno del gruppo
dei vescovi cileni nell’imminenza dell’arrivo del Pontefice.

1. Riassunto: In un clima di crescente tensione politica e di


propaganda, Santiago attende nervosamente la visita del Papa fissata
per mercoledì 1° aprile. Approfittando del gran numero di giornalisti
stranieri presenti, i gruppi di sinistra stanno attuando la strategia di
drammatizzare le violazioni dei diritti umani, mentre le pubblicazioni
della destra e i gruppi giovanili di pressione difendono «l’onore» del
Cile. Vengono alla luce anche le divisioni all’interno della gerarchia
cattolica, per esempio quando il vescovo liberale Tomás Osvaldo
González è stato citato per avere mancato di rispetto al cardinale
Fresno, mentre altri sono arrivati a criticare le politiche del governo
cileno definendole «immorali». Le speranze di molti cileni che la
presenza del Papa possa favorire una maggiore comprensione
reciproca o una riconciliazione sembrano più remote, giacché la visita
è stata politicizzata in maniera incredibile. Ma l’ultima parola spetta
comunque al Papa. Fine del riassunto.
2. Alla vigilia della visita papale, il quotidiano comunista italiano
l’Unità ha pubblicato una lunga intervista con il vescovo di Punta
Arenas, Tomás Osvaldo González, il quale ha detto che il governo
aveva «venduto il Paese» alle multinazionali, e che il Papa avrebbe
dovuto criticare il Cile per la sua «cultura della violenza» militare e le
sue violazioni dei diritti umani. González, uno dei leader dei vescovi
dissidenti, ha fatto un paragone negativo tra il cardinale Fresno e il suo
predecessore, il «profetico» cardinale Silva, e ha spiegato che l’accordo
nazionale è fallito proprio perché si trattava di un’iniziativa di Fresno.
Tra le altre cose poco lusinghiere, ha detto che l’attuale cardinale ha
vissuto molto tempo a La Serena e che i cileni chiamano la
popolazione di quella provincia «papaya», che il prelato ha descritto
come un frutto lungo che pende dagli alberi. (Nota: Si tratta di un
modo educato di definire qualcuno stupido o inutile.)
3. Il 31 marzo, González si è scusato pubblicamente per l’intervista
e ha spiegato che il giornale aveva travisato le sue dichiarazioni e le
aveva estrapolate dal contesto. Con un messaggio privato, ha chiesto
scusa al cardinale Fresno, dicendo di non avere avuto alcuna
intenzione di offenderlo e di essere sempre stato dalla sua parte nei
momenti difficili. Lo stesso giorno, monsignor Jorge Hourton, vescovo
ausiliare di Santiago, ha detto pubblicamente che la Chiesa aveva
scelto il tema «messaggero della vita» per la visita papale, proprio
perché le autorità del governo cileno avevano mancato di rispetto alla
vita nel suo senso spirituale. «Se avete ascoltato le parole del Santo
Padre», ha detto, «dovreste sradicare l’immoralità costituita dall’esilio,
dalla tortura e dalla repressione.» Nel frattempo, la rivista di estrema
destra Negro sobre blanco ha criticato monsignor Cristian Precht,
coordinatore della liturgia delle cerimonie pontificie, per avere detto
che lo stadio nazionale, dove il Papa incontrerà i giovani e gli studenti
il 2 aprile, è un simbolo del fratricidio. Hanno chiesto alle persone
comuni il gesto che ci si aspetta da loro il 2 aprile, quello di offrire al
Papa un pezzo di pane e una tazza di tè, «un modo macabro di
distorcere la realtà».

Francisco Javier Cuadra, membro di spicco dell’Opus Dei, ministro


e segretario generale del governo di Pinochet, spiegò le ragioni
dell’appoggio vaticano alla dittatura cilena. «Non tutta la Chiesa è
ostile al presidente. In effetti una parte della gerarchia, e perfino del
clero, manifesta una posizione critica verso il governo, ma da ciò non
si può dedurre che si tratti della totalità della Chiesa cilena. [...] A dire
il vero, i rapporti del governo con la Santa Sede sono ottimi. Negli
ultimi anni abbiamo sottoposto al Vaticano diverse situazioni che
consideriamo frutto della politicizzazione di alcuni settori della Chiesa
locale, sia per quanto riguarda l’episcopato sia il clero. Eravamo
preoccupati per la crescita di alcune correnti della Teologia della
liberazione e abbiamo tenuto diversi incontri e consultazioni, a Roma
attraverso l’ambasciata presso la Santa Sede, e in Cile per mezzo della
nunziatura.» 9
Nel rapporto del 1° aprile 1987, ai punti 4, 5, 6 e 7, si parla di
possibili manifestazioni, degli scioperi della fame e delle vittime del
terrorismo che desiderano essere ricevute dal Papa quando arriverà in
Cile.

Dimostrazioni
4. Nel frattempo, le proteste apparentemente ideate per approfittare
della presenza di migliaia di giornalisti stranieri hanno cominciato a
prendere corpo. Il 30 marzo, un gruppo di circa 300 persone ha tenuto
una manifestazione nel centro di Santiago, con il pretesto di
commemorare il secondo anniversario dell’uccisione di tre dirigenti
comunisti. (Nota: Va tenuto conto che in realtà il caso dei «decapitati»
risale al 28 marzo 1985.) Il raduno è stato disperso dai carabinieri, che
hanno utilizzato idranti e gas lacrimogeni contro i piccoli gruppi di
manifestanti che hanno tentato di continuare la protesta. Un numero
ridotto di dimostranti ha cercato di inscenare una manifestazione di
fronte all’hotel Carrera, il 31 marzo. Chiedevano giustizia per i morti
causati da una serie di violazioni di diritti umani del passato. In
quell’albergo alloggia un numeroso gruppo di cronisti stranieri, e il
numero delle troupe televisive superava nettamente quello dei
manifestanti. Durante questo incidente, i carabinieri hanno mostrato
una notevole moderazione nella gestione dei dimostranti. Abbiamo
sentito che il governo cileno sta organizzando la sua manifestazione di
appoggio a Pinochet, quando il Papa saluterà il presidente di fronte al
palazzo della Moneda, la mattina del 2 aprile.
5. Ovviamente, ci sono anche gruppi ben organizzati che hanno
tentato di prendere o di «occupare» le terre non coltivate nell’area di
Santiago, il 30 e il 31 marzo. Ci sono stati incidenti di minore rilievo e
varie decine di persone sono state fermate. Le terre brevemente
occupate si trovano nei pressi di un seminario della Chiesa cattolica. Il
ministro delle Politiche abitative ha detto alla stampa che
l’appropriazione della terra è da considerarsi indebita e fomentata dal
Partito comunista, e forse anche dal Vicariato della solidarietà. Negli
ultimi mesi c’è stato un lungo conflitto verbale tra il ministero e il
vicariato, riguardo al modo in cui il governo cileno ha dislocato un
numero di famiglie povere di un quartiere chiamato Juan Pablo II.
Queste famiglie hanno ricevuto assistenza dal vicariato, in protesta per
il trasferimento forzato.
Sciopero della fame
6. Il 30 marzo, l’ufficio dell’arcivescovo di Santiago ha diffuso una
dichiarazione, chiedendo al governo di adottare misure per porre fine
allo sciopero della fame portato avanti dai prigionieri detenuti per
reati contro la sicurezza dello Stato. Nel documento si afferma che la
Chiesa non approva i metodi utilizzati dai prigionieri, ma si chiede al
governo di cercare soluzioni, almeno per alcune delle rivendicazioni
dei reclusi. Le condizioni fisiche dei detenuti, però, continuano a
essere oggetto di dibattito. Si afferma infatti che l’assistenza sanitaria,
compresa quella da parte del CICR [Comitato internazionale della
Croce Rossa], è stata inadeguata, e che la vita di alcuni prigionieri è in
pericolo.
Le vittime del terrorismo
La vittima ustionata Carmen Gloria Quintana 10 è tornata a
Santiago il 30 marzo, accolta dalla famiglia e dagli amici, ma anche da
un nutrito stuolo di giornalisti. Poco dopo il suo arrivo alla
Commissione cilena per i diritti umani ha tenuto una conferenza
stampa, nella quale ha detto che spera ancora di poter parlare con il
Papa. Nel frattempo, la lobby pro governativa antiterrorista
«CORPAZ» [Corporación Justicia y Paz, o Corporación Nacional
Prodefensa de la Paz] ha dichiarato pubblicamente che nessuna delle
vittime del terrorismo assistite da questo gruppo parteciperà a un
incontro con il Pontefice, se saranno presenti anche terroristi come
Carmen Gloria. La settimana scorsa la Chiesa cattolica ha provato a
organizzare un incontro nel centro medico Hogar de Cristo, che
prevedeva la presenza di Carmen Gloria e Nora Vargas, una giovane
che ha perso tutte e due le gambe nell’ottobre 1985, quando una
bomba piazzata dai terroristi è esplosa in un ufficio del palazzo dove
stava facendo le pulizie. L’annuncio della CORPAZ sembra porre fine
a questa vicenda, ma lascia l’amaro in bocca.

Nelle considerazioni finali, gli analisti dell’intelligence americana


non sembrano molto ottimisti riguardo a ciò che rimarrà del viaggio
del Papa in Cile, una volta che Giovanni Paolo II sarà tornato in
Vaticano.
10. Commenti. Considerate le premesse, la visita papale può
rendere drammatici gli scismi e le frammentazioni della società cilena,
più che placare gli animi. Il governo si accontenterebbe di avere una
messa privata con il Papa, mentre la sinistra radicale porterà
all’incontro con le masse tutto lo spirito di preghiera di una
moltitudine inferocita come una tifoseria calcistica. Il cardinale
Fresno, che durante l’anno ha minacciato ripetutamente le dimissioni,
deve sentirsi come se avesse portato sulle spalle tutto il peso del lavoro.
Renato Poblete, uno dei suoi più stretti amici e consiglieri, ha detto al
funzionario politico che Pinochet è contento delle apparenti divisioni
della Chiesa, perché secondo lui ci sarà «un fronte in meno sul quale
scontrarsi». Ma il Papa, che è abituato a vivere situazioni di agitazione
politica e sociale, avrà ancora l’ultima parola.

Giovanni Paolo II arrivò a Santiago la sera di mercoledì 1° aprile


1987, diventando il primo Pontefice a mettere piede in terra cilena
dopo il colpo di Stato del 1973. Venerdì 3 aprile, l’ambasciata degli
Stati Uniti inviò un telegramma al segretario di Stato George Schultz,
e in copia all’ambasciata in Vaticano. Il rapporto riferisce su un
colloquio svoltosi presso la nunziatura tra Giovanni Paolo II e i leader
dell’opposizione, giovedì 2 aprile, e riassume la conversazione tra il
Papa e Pinochet, durata quasi tre quarti d’ora. Il documento reca il
titolo «Visita del Papa: Giovanni Paolo potrebbe incontrare il leader
comunista, probabilmente ha parlato di diritti umani e di esilio con
Pinochet».

1. Il portavoce del Papa, Joaquín Navarro, ha annunciato il 2 aprile


che il Papa avrebbe incontrato «gli esponenti di alcuni settori politici»
alle 21.30 di venerdì 3 aprile, presso la nunziatura. Navarro ha detto
che i leader politici che avevano chiesto udienza avevano firmato un
documento con il quale assumevano quattro impegni: rispettare il
carattere cristiano del Paese, lavorare per costruire una società basata
su principi etici, rifiutare qualsiasi forma di violenza come mezzo per
raggiungere fini politici e appoggiare un clima di dialogo e reciproca
comprensione. Navarro non ha voluto specificare quali siano le
persone e i partiti che parteciperanno. Rispondendo a una domanda,
però, ha detto di ritenere che il Partito comunista non avesse firmato il
documento.
2. Il 3 aprile la stampa ha fatto sapere che esistevano due lettere,
una dei firmatari e aderenti all’Accordo nazionale, consegnata dal suo
coordinatore Sergio Molina, e l’altra del Movimento democratico
popolare (MDP), la coalizione di sinistra social-comunista. Germán
Correa, un socialista di Almeyda, presidente in carica del MDP, ha
affermato che la sua lettera era «perfettamente identica a quella
presentata dall’Accordo nazionale». Ha rifiutato di rivelarne il testo,
ma ha detto che la parte papale era libera di farlo. Ha aggiunto che José
Sanfuentes, portavoce ufficiale del Partito comunista cileno e
segretario generale del MDP, era tra i firmatari e che lui e Correa
sarebbero stati i rappresentanti del MDP alla riunione.
3. Anche i membri dell’Accordo nazionale hanno confermato
l’incontro con il Papa, senza specificare però quali e quanti firmatari
dell’accordo vi prenderanno parte. Non si sa pertanto se l’Unione
nazionale, che si è fusa con gruppi conservatori che non lo hanno
sottoscritto, dando vita a Rinnovamento nazionale, parteciperà. La
presenza del MDP, ammesso che gli sia consentito di assistere, sarebbe
considerata censurabile dall’Unione nazionale, e forse anche da altri.
4. In altre circostanze, i corrispondenti americani hanno detto che,
stando alle parole di Navarro, i diritti umani e l’esilio sono stati i
principali argomenti toccati dal Papa durante i 42 minuti del faccia a
faccia con Pinochet. Giovanni Paolo II ha sollecitato il presidente a
consentire il ritorno senza distinzioni degli esiliati politici e a cercare la
riconciliazione con la Chiesa cilena. A quanto pare, ha detto che ogni
passo verso il miglioramento delle relazioni con la Chiesa sarebbe
importante e, in ogni caso, dovrebbe tenere conto del fatto che la
Chiesa continuerà a occuparsi dei diritti umani, che considera parte
fondamentale della sua missione.

Il viaggio papale durò cinque, intensi giorni, con incontri pubblici e


privati e manifestazioni, conditi da tumulti e scontri tra manifestanti e
polizia. Un rapporto della CIA redatto circa sei mesi dopo, il 10
ottobre 1987, accenna alla convinzione dell’opposizione cilena
dell’esistenza di un complotto tra l’Agenzia e il Vaticano per rafforzare
Pinochet.

I fatti accaduti durante la visita di Giovanni Paolo II hanno offerto


un altro esempio di questo dilemma. In un primo momento, i mezzi di
comunicazione comunisti avevano condannato la visita del Papa
bollandola come un complotto CIA/Vaticano per consolidare
Pinochet. Quando le manifestazioni violente della sinistra hanno
generato una risposta popolare negativa, sia Radio Magallanes sia il
PCC [Partito comunista cileno] hanno negato immediatamente che
fossero opera dei comunisti.

Ed è possibile che avessero ragione, considerate le parole


entusiastiche del nunzio apostolico Angelo Sodano: «Anche nei
capolavori a volte c’è una piccola macchia: invito tutti a non guardare
le macchie del quadro, ma l’insieme, che è stato meraviglioso». Grato
per l’appoggio che la Chiesa cattolica aveva dato al suo governo,
Pinochet decise di distribuire medaglie a Sodano, a Fresno e persino a
Giovanni Paolo II.
L’anno successivo le proteste della Chiesa cilena per la repressione
operata dal regime continuarono, malgrado i tentativi di monsignor
Sodano di ammorbidire i rapporti tra l’episcopato locale e La Moneda.
Il 16 febbraio 1988, l’ambasciata americana presso il Vaticano riferì
sulla visita di Richard Schifter, segretario di Stato aggiunto per i diritti
umani degli Stati Uniti, e sul suo incontro con il cardinale Audrys
Bačkis in Vaticano. Il prelato lituano aveva espresso a Schifter il
rincrescimento di Pinochet per lo scarso appoggio della Chiesa alla
sua «crociata anticomunista».

9. Cile. Bačkis ha detto che i partiti di opposizione hanno adottato


una posizione unitaria in merito al plebiscito, ma ha denunciato la
mancanza di leadership all’interno delle forze democratiche. Ha
affermato che il cardinale Fresno ha agito per un obiettivo: la spinta
verso la democrazia. E intanto ha «ripulito» la sua arcidiocesi,
specialmente il vicariato, da elementi dell’estrema sinistra. Pinochet,
d’accordo con Bačkis, è ancora «arrabbiato» con la Chiesa cilena, e
non riesce a spiegarsi perché questa non si unisca a lui nella sua
crociata anticomunista. Bačkis ha spiegato che la repressione politica
offre il clima propizio per una crescita dell’estrema sinistra, e che la
Chiesa appoggia pienamente una transizione non violenta verso la
democrazia.

Nel maggio 1988, Sodano, grande amico di Pinochet, fu sostituito


come nunzio apostolico a Santiago dall’arcivescovo Giulio Einaudi; il
28 giugno 1991 fu nominato cardinale da Giovanni Paolo II e, il
giorno dopo, divenne segretario di Stato in sostituzione dell’anziano
Agostino Casaroli. Sodano rimase il numero due del Vaticano fino al
15 settembre 2006, quando fu sollevato dall’incarico da Benedetto
XVI, dopo la gaffe su Maometto nel discorso di Ratisbona. 11
30
Libano. Liberare gli ostaggi

LA cosiddetta «crisi degli ostaggi» in Libano iniziò nel 1982 e si


concluse dieci anni dopo. In totale furono sequestrati novantasei
stranieri, appartenenti a ventun Paesi. Molti di loro morirono durante
la prigionia, la maggior parte a causa di malattie, altri giustiziati. La
campagna di rapimenti fu guidata dal filoiraniano Partito di Dio, o
Hezbollah, e dal suo capo militare dell’epoca, Imad Fayez Mugniyah.
Fondato in Iran nel 1979 e in Libano dopo l’invasione israeliana del
1982, durante la cosiddetta «operazione Pace per la Galilea»,
Hezbollah divenne l’asse della resistenza contro l’occupazione
israeliana del Libano. Grazie all’aiuto di Siria e Iran, i leader del partito
riuscirono a creare una vasta rete di istituzioni destinate a rispondere
alle diverse necessità sociali e umanitarie della popolazione del Sud del
Libano. In quella zona, controllata soprattutto dagli sciiti, Hezbollah
acquisì un fondamentale potere militare e sociale. Le dichiarazioni del
governo di Beirut sull’invio di truppe alla frontiera con Israele
avevano sempre suscitato apprensione. 1 Il presidente libanese Émile
Lahoud, principale alleato della Siria in Libano, affermava che inviare
forze alla frontiera equivaleva ad agire come difensori della sicurezza
israeliana. La guerra tra Israele e Hezbollah si fece più cruenta con il
passare degli anni e i più importanti leader del partito finirono con il
diventare il principale obiettivo del Mossad. Tra loro c’era Mugniyah,
massimo responsabile della campagna di sequestri di cittadini
occidentali in Libano.
Mugniyah era nato nel villaggio di Tayr Dibba da un’umile famiglia
di contadini. Il Gruppo Sud della CIA ce lo mostra mentre vive ad
Ayn Al-Dilbah, un labirintico ghetto di vicoli situato a sud di Beirut.
Alla fine degli anni Settanta, aveva organizzato la cosiddetta «Brigata
studentesca», formata da un centinaio di giovani che sarebbero poi
confluiti in «Forza 17», la guardia pretoriana di Yasser Arafat. Il
compito di Mugniyah all’interno dei servizi di sicurezza palestinesi era
localizzare i cecchini delle milizie cristiane piazzati alla frontiera tra
Beirut Est e Beirut Ovest, e neutralizzarli. All’inizio del 1980, mentre
lui studiava ingegneria all’Università Americana di Beirut, gli Stati
Uniti diedero il semaforo verde a Israele per l’invasione del Libano,
allo scopo di cacciare dalla capitale Al Fatah e i suoi guerriglieri. Nei
primi mesi dell’invasione israeliana, Mugniyah abbandonò l’OLP e si
unì agli sciiti, rispondendo alla chiamata dell’ayatollah Khomeini da
Teheran per formare un movimento globale basato sul
fondamentalismo islamico, che combattesse il nemico sionista e i suoi
alleati.
Mugniyah incontrò i responsabili religiosi di diverse
organizzazioni, come Subhi al-Tufayli e Abbas al-Musawi del partito
Al Dawa; Hassan Nasrallah, Naim Qassem, Mohamed Yazbak e
Ibrahim Amin al-Sayid del partito Amal e Abd al-Hadi Hamadih del
Partito comunista libanese, in una località della valle della Bekaa,
feudo di Hezbollah. In quella riunione vide la luce l’organizzazione di
resistenza libanese, la cui intelligence fu posta sotto il controllo di
Mugniyah. 2 Il nuovo movimento, costituito in segreto da quegli otto
uomini, non avrebbe tardato a colpire chi veniva tacciato di essere
nemico dell’islam. Le cellule di Imad Mugniyah furono coinvolte
nell’attentato con un’autobomba contro l’ambasciata degli Stati Uniti
a Beirut, nel 1983, nel quale morirono 63 persone; negli attacchi
contro le installazioni delle forze statunitensi e francesi in Libano, che
costarono rispettivamente 241 e 58 vite umane; e nel dirottamento, nel
1985, del volo 187 della TWA, nel quale un cittadino statunitense fu
assassinato. Si riteneva inoltre che fosse implicato nei numerosi
sequestri di stranieri rivendicati dalla jihad islamica, pertanto divenne
uno dei terroristi internazionali più ricercati. 3 Gli fu attribuita
l’organizzazione dell’attacco contro l’ambasciata di Israele a Buenos
Aires nel 1992, nel quale persero la vita 29 persone e, due anni dopo,
quello contro l’Associazione di mutualità israelita argentina, che
uccise 86 persone. 4
Robert Baer, ex agente della CIA e specialista in Medio Oriente,
definì Mugniyah «probabilmente l’agente più intelligente, il più capace
che si sia mai visto, compresi quelli del KGB. Entra da una porta ed
esce dall’altra, cambia macchina tutti i giorni, non organizza mai
riunioni per telefono, è del tutto imprevedibile. Utilizza solo persone
legate a lui e delle quali si fida. Non recluta mai agenti. Di bassa
statura, ben vestito, ha uno sguardo penetrante e padroneggia
perfettamente l’inglese e il francese, è un maestro di terroristi, il Graal
che cerchiamo dal 1983».
Il primo sequestrato, quello che aprì la «crisi degli ostaggi», fu
David Dodge, presidente dell’Università Americana di Beirut. Un
commando libano-palestinese lo rapì il 19 luglio 1982 e lo consegnò
all’Iran, per scambiarlo con quattro ufficiali dell’intelligence iraniana
che erano nelle mani delle milizie cristiano-libanesi. Dodge fu quindi
trasportato a Teheran e rinchiuso per tre mesi nella prigione della
Guardia rivoluzionaria iraniana, dove ogni giorno erano giustiziate
centinaia di collaboratori dello scià. Esattamente un anno dopo, il 21
luglio 1983, fu rilasciato davanti all’ambasciata degli Stati Uniti a
Damasco. In Libano furono rapiti professori, funzionari di
organizzazioni umanitarie, giornalisti, militari, spie, ingegneri e
persino mediatori per la liberazione degli ostaggi.
Uno dei negoziatori rapiti nel corso delle trattative era Terry Waite,
inviato della Chiesa anglicana, sparito il 20 gennaio 1987 durante una
missione per discutere il rilascio di alcuni sequestrati. Waite trascorse
quasi cinque anni in prigionia, quattro dei quali in isolamento, dopo
essere stato catturato dalla jihad islamica. Per evitare che fuggisse, era
tenuto per la maggior parte del tempo incatenato, con gli occhi
bendati, ed era sottoposto a esecuzioni simulate.
La fine della «crisi degli ostaggi» arrivò il 17 giugno 1992, quando
Thomas Kemptner e Heinrich Struebig, due cooperanti tedeschi,
vennero liberati. Furono gli ultimi occidentali rapiti in Libano ma,
fino a quel momento, erano state avviate in segreto centinaia di
iniziative per il rilascio degli ostaggi, anche da parte del Vaticano.
Il 18 dicembre 1989, l’Ufficio di analisi per il Medio Oriente della
CIA inviò un rapporto segreto al direttore William Casey, nel quale si
faceva il punto sulla situazione. Il documento – intitolato «Iniziative
conosciute della DCI Hostage Location Task Force volte ad assicurare
la liberazione degli ostaggi statunitensi in Libano» – illustra in tredici
pagine le operazioni guidate dai governi di Francia, Cipro, Grecia,
Pakistan e Italia, e da varie organizzazioni pubbliche e private. A
pagina 6, si sottolineano l’attività del Vaticano in questo senso e le
parole dell’allora segretario della sezione per i Rapporti con gli Stati,
monsignor Achille Silvestrini.

Gli sforzi del Vaticano per gli ostaggi


Il Vaticano ha effettuato sforzi intermittenti per ottenere la
liberazione degli ostaggi occidentali. Il 9 luglio, il ministro degli Affari
esteri della Santa Sede, l’arcivescovo Silvestrini, ha dichiarato che non
esisteva «un piano d’azione specifico» per ottenere la liberazione degli
ostaggi statunitensi e francesi, e né il Vaticano né alcun ordine
religioso della Chiesa cattolica erano stati incaricati di trattare con i
militanti e di cercare fondi per ottenere la consegna dei prigionieri.
L’arcivescovo ha espresso la propria frustrazione per la situazione degli
ostaggi e ha ripetuto che la Santa Sede ha fatto tutto ciò che era in suo
potere, citando la visita di Silvestrini in Libano e in Siria nell’aprile
1986, l’appoggio alla missione di Terry Waite, il recente viaggio del
cardinale O’Connor in Libano e i colloqui con gli ambasciatori di Iran
e Siria presso la Santa Sede.
Il rapporto della CIA evidenzia anche l’iniziativa del Catholic relief
service (Servizio di soccorso cattolico, CRS), l’agenzia umanitaria della
comunità cattolica statunitense. Fondato nel 1943 dai vescovi
americani, nei suoi settant’anni di vita il CRS aveva offerto assistenza a
oltre 130 milioni di persone in 90 Paesi, in tutti i continenti. Anche in
Libano. Il documento dell’intelligence statunitense cita padre
Lawrence Martin Jenco, nato nell’Illinois e direttore del CRS, che era
stato sequestrato l’8 gennaio 1985 da un commando della jihad
islamica.

Il Catholic Relief Service degli Stati Uniti ha adottato misure per


assicurare la liberazione degli ostaggi statunitensi. Una lettera ufficiale
del CRS contenente un’offerta chiara di assistenza umanitaria
sostanziale ai libanesi sciiti è stata consegnata alla fine di maggio a
Terry Waite, inviato speciale dell’arcivescovo di Canterbury, perché la
utilizzasse durante il suo viaggio in Libano. Sebbene la lettera non
contenesse alcun riferimento diretto agli ostaggi, Waite era stato
autorizzato a dichiarare esplicitamente che i fondi sarebbero arrivati
agli sciiti per finalità di interesse sociale, se padre Jenco e gli altri
prigionieri statunitensi fossero stati liberati. Sembra di capire che il
CRS sia ancora disposto a offrire [...] assistenza umanitaria agli sciiti
libanesi.

Padre Jenco fu rimesso in libertà il 26 luglio 1986, un anno e mezzo


dopo essere stato rapito. Un’altra delle iniziative fallite per la
liberazione degli ostaggi fu guidata dall’arcivescovo di New York, il
cardinale John O’Connor. A quanto pare, avrebbe tentato di fissare un
incontro a Damasco con lo sceicco Muhammad Husayn Fadlallah,
leader spirituale di Hezbollah, e con il presidente siriano Hafiz Al-
Hassad, ma nessuna delle due iniziative andò a buon fine.

Il cardinale John O’Connor, arcivescovo cattolico romano di New


York, si è recato a Beirut nel giugno 1986, in un tentativo di incontrare
i capi dei sequestratori. In seguito ha dovuto ammettere che la sua
visita si era rivelata in sostanza un fallimento, non avendo incontrato
lo sceicco Fadlallah, contrariamente a ciò che aveva detto la stampa, e
che quell’esito negativo lo aveva profondamente deluso.
O’Connor ha visto alcuni alti funzionari dell’ala della Chiesa greco
ortodossa e anche il presidente libanese Gemayel, e ha oltrepassato la
Linea Verde a Beirut Ovest, dove ha avuto un incontro con alcuni
leader sunniti. Malgrado gli sforzi per incontrare Fadlallah, non c’è
stata nessuna riunione, né ci sono state nuove domande trasmesse al
cardinale da parte dei sequestratori, al contrario di quanto rivelato
dalla stampa. O’Connor voleva andare anche a Damasco per
incontrare il presidente Assad, ma non è riuscito a ottenere un invito
personale.

Terry Waite fu liberato nel novembre 1991, quattro anni e undici


mesi dopo la sua cattura. 5 In realtà, la cosiddetta «crisi degli ostaggi»
terminò quando l’Iran scoprì di avere bisogno dell’aiuto
dell’Occidente e dei suoi investimenti, se voleva riprendersi dalla
lunga guerra con il vicino Iraq, dopo il collasso dell’Unione Sovietica e
la promessa del governo libanese che Hezbollah sarebbe potuto
rimanere armato alla fine della guerra civile e che la Francia e gli Stati
Uniti non avrebbero cercato di vendicarsi. Imad Fayez Mugniyah fu
assassinato a Damasco con un’operazione del Mossad, il 12 febbraio
2008. 6
Otto ostaggi furono giustiziati dai rapitori: William Buckley, capo
della CIA a Beirut; Alec Collett, funzionario dell’Agenzia delle Nazioni
Unite per il soccorso e l’occupazione (United Nations relief and works
agency, UNRWA); Arkady Katkov, aggregato consolare sovietico;
Peter Kilburn, Leigh Douglas e Philip Padfield, impiegati
dell’Università Americana di Beirut; il colonnello dei marines William
Higgins, capo della forza di pace delle Nazioni Unite nel Sud del
Libano, e Dennis Hill, professore dell’Università Americana di Beirut.
Le iniziative segrete avviate dal Vaticano per la liberazione degli
ostaggi con l’autorizzazione di Giovanni Paolo II e del suo segretario
di Stato Agostino Casaroli – e condotte da monsignor Achille
Silvestrini, dal cardinale John O’Connor, dai nunzi apostolici Luciano
Angeloni e Pablo Puente e dagli arci-eparchi di Beirut, gli arcivescovi
Ignace Ziadé e Jalil Abi-Nader – furono rese note dalla CIA solo alla
fine del 2008.
31
Brasile. Eliminare il messaggio
e non il messaggero. Il caso Boff

IL 4 marzo 1983, Giovanni Paolo II fu ricevuto dal governo sandinista


del Nicaragua guidato da Daniel Ortega. Davanti al Sommo Pontefice,
il cardinale e ministro Ernesto Cardenal si inginocchiò, ma Wojtyla lo
guardò fisso e in uno scatto d’ira alzò un dito, dicendogli: «Metta in
regola la sua situazione all’interno della Chiesa!» Cardenal era lo
stesso che assicurava: «Cristo mi ha portato a Marx» e «Non credo che
il Papa capisca il marxismo», oppure: «Per me i quattro Vangeli sono
tutti ugualmente comunisti», o ancora: «Sono un marxista che crede
in Dio e che è rivoluzionario per amore del suo regno». 1
Poco dopo, durante la messa all’aperto celebrata in piazza 19 luglio
1979, data che commemorava l’entrata del Fronte sandinista di
liberazione nazionale (Frente sandinista de liberación nacional, FSLN)
a Managua, Giovanni Paolo II attaccò direttamente la Chiesa popolare
e la Teologia della liberazione. Definì quest’ultima «un compromesso
ideologico inaccettabile, opzioni temporali, concezioni della Chiesa
che soppiantano la verità». Durante quella messa, il Santo Padre
richiamò sia il clero sia i fedeli all’obbedienza nei confronti del
vescovo di Roma e del Papa. In quel momento, dalla folla
cominciarono a levarsi voci di protesta, che il Pontefice mise a tacere
esclamando: «Silenzio! Silenzio!» Improvvisamente, le voci
cominciarono a gridare: «Vogliamo la pace, e la vogliamo in questa
vita». Il discorso papale fu continuamente interrotto dalle proteste.
Erano molti i cattolici nicaraguensi che appoggiavano la Chiesa
popolare, ma Giovanni Paolo II e l’apparato curiale si mostravano
assolutamente inflessibili. 2
In Vaticano c’era chi negava ogni forma di partecipazione ai
conflitti dell’America Latina ma, d’altro canto, gli arresti di sacerdoti e
suore che esprimevano il loro appoggio agli umili e ai bisognosi
avvaloravano le tesi di chi, all’interno della curia, criticava la
cosiddetta «Chiesa popolare». Per molti dei conservatori che
circondavano Giovanni Paolo II, come il suo prefetto per la Dottrina
della fede, Joseph Ratzinger, la Teologia della liberazione consisteva
fondamentalmente in una reinterpretazione dei Vangeli attraverso tesi
marxiste.
Il 25 gennaio 1979, durante il primo viaggio del pontificato di
Giovanni Paolo II, in Messico per inaugurare La Conferenza
episcopale latinoamericana, il nuovo Papa lanciò una serie di
avvertimenti: «Abbiamo ascoltato interpretazioni a volte
contraddittorie, non sempre corrette e non sempre benevole nei
confronti della Chiesa», disse davanti ai vescovi riuniti. Wojtyla citò il
concetto di «amore prioritario verso i poveri», ma aggiunse che
l’amore non doveva escludere le altre classi sociali. Nel tempo, questo
messaggio fu utilizzato per impedire qualsiasi interpretazione
marxista dell’impegno della Chiesa «per la totale liberazione delle
persone e dei popoli».
Quella stessa sera, stavolta davanti a diecimila sacerdoti provenienti
da tutta l’America Latina, il Pontefice disse: «Siate guide spirituali, non
leader sociali, né dirigenti politici né funzionari di un ordine
secolare». I preti, e qualunque persona vincolata da voti religiosi,
dovevano sempre obbedire ai loro vescovi. Si trattava senza alcun
dubbio di un chiaro avvertimento a tutti loro affinché si tenessero
lontani dai movimenti di sinistra. 3
Il 28 gennaio ebbe inizio la conferenza, con la partecipazione di 32
cardinali, 66 arcivescovi, 131 vescovi, 45 sacerdoti, 51 membri di
ordini religiosi, 4 diaconi permanenti e 33 laici. A presiedere la
CELAM erano tre cardinali: l’italiano Sebastiano Baggio, il messicano
Ernesto Corripio y Ahumada, acerrimi nemici della Teologia della
liberazione, e il brasiliano Aloísio Lorscheider, che invece era a favore.
Per il Vaticano tutto ciò che riguardava la Teologia della liberazione
puzzava di eresia. Giovanni Paolo II, un Papa politico, non mostrava
alcuna simpatia per chi appoggiava quella che definiva «una
contaminazione della fede attraverso la politica». Per lui, ma anche per
Ronald Reagan e Margaret Thatcher, i grandi alleati della Santa Sede,
la Teologia della liberazione non era che una cospirazione del
Cremlino e del KGB.
Le due parti, a favore e contro, avevano ognuna i propri gruppi di
pressione all’interno della CELAM. Tra quelli considerati pericolosi
dal Vaticano c’erano i vescovi Pedro Casaldáliga, spagnolo
naturalizzato brasiliano, il messicano Sergio Méndez Arceo, il
nicaraguense Miguel Obando Bravo e l’ecuadoriano Leonidas Proaño,
il cardinale cileno Silva Henríquez e l’arcivescovo brasiliano Hélder
Câmara. Durante le sessioni, il clero più liberale fu accusato di
spingere il continente verso la tirannia del comunismo. I teologi della
Liberazione, dal canto loro, mostravano Cristo come un guerrigliero.
Per esempio, il vescovo del Chiapas, Samuel Ruiz García, nel suo libro
Teología bíblica de la liberación (Teologia biblica della liberazione),
parla di Cristo come di un «profeta rivoluzionario» e indica che in
alcune occasioni «il cristiano dovrebbe accettare l’uso della violenza». 4
«Quando sparisce l’uguaglianza tra i gruppi famigliari, nascono le
classi sociali, conseguenza della proprietà fondata sull’oppressione. E
non sempre si tratta di morte e inimicizia con Dio», afferma. 5
Le tesi e gli insegnamenti del vescovo Ruiz erano
fondamentalmente gli stessi della Teologia della liberazione, i cui
massimi esponenti erano il brasiliano ed ex francescano Leonardo
Boff e il sacerdote peruviano Gustavo Gutiérrez, teorico fondatore
della dottrina. La Teologia della liberazione era già stata condannata
dalla Congregazione per la dottrina della fede per il suo carattere
«riduzionista», ma in America Latina parlava di liberare
dall’oppressione tutti i Paesi sottosviluppati, soffocati da dittature
militari, dove i diritti umani erano costantemente violati. Gustavo
Gutiérrez diceva: «Liberazione è un termine che esprime una nuova
posizione in America Latina tra le persone più attente all’attualità.
Quella che abbiamo chiamato una nuova percezione della realtà
latinoamericana si sta facendo strada. Crediamo che nel nostro
continente possa esserci un autentico sviluppo solo se ci sarà una
liberazione dal dominio esercitato dalle grandi nazioni capitalistiche,
specie dalla più potente di tutte: gli Stati Uniti». 6
È interessante l’analisi della CIA sulla visione sovietica della
Teologia della liberazione, che troviamo in un rapporto di ottantun
pagine redatto il 14 febbraio 1987, intitolato «Propaganda religiosa
sovietica: apparato e operazioni». Nel documento, tra pagina 60 e 62,
si parla della possibile infiltrazione del KGB nella Teologia della
liberazione come di un’arma di penetrazione in America Latina.

L’attuale politica sovietica rispetto alla Teologia della liberazione


nasce soprattutto da una tacita approvazione dei benefici indiretti
della propaganda. Tra le nazioni alleate dei sovietici, Cuba ha assunto
l’iniziativa nell’esplorare le possibilità di sfruttamento della
propaganda e, in ultima istanza, della destabilizzazione sociale,
attraverso i movimenti indigeni della Teologia della liberazione in
America Latina e altrove. Se Cuba o uno qualsiasi dei suoi Stati clienti,
come il Nicaragua, avranno successo nella manipolazione e nella
cooptazione di questo fenomeno, la comunità di intelligence sovietica
e l’apparato di propaganda potranno decidere di cominciare a sfruttare
queste possibilità.
La propaganda sovietica ha approvato, almeno indirettamente,
alcuni aspetti della retorica della Teologia della liberazione. Nella
riunione del comitato di lavoro della Conferenza cristiana per la pace
[CCP] del marzo 1986, il presidente della CCP, vescovo Karoly Toth,
ha condannato la gerarchia cattolica in Nicaragua per essersi opposta
al consolidamento al potere [...] del governo sandinista. Ha espresso la
propria costernazione perché «la leadership ufficiale della Chiesa
cattolica romana di questo Paese reagisce in modo nervoso e negativo
alla rivoluzione, mentre ha dimostrato e sta dimostrando
comprensione per alcuni dei regimi più oppressivi». Trattando della
«questione del rapporto corretto tra una teologia rivoluzionaria e il
Vangelo di Cristo», Toth ha affermato che:
Quei cristiani [...] che sono coinvolti nella lotta rivoluzionaria e
profondamente impegnati nella causa della rivoluzione sandinista
possono essere considerati dipendenti e identificati con la Teologia dei
sandinisti. In Nicaragua questi cristiani hanno deciso di intraprendere
il loro cammino, tra spiritualità apolitica e totale identificazione
politica con il partito rivoluzionario.
È evidente che l’obiettivo di tale retorica è attribuire a questi
cristiani «rivoluzionari» un’identità artificiale, separata e distinta da
quella del regime sandinista secolare. È probabile che i propagandisti
sovietici vedano questo movimento come potenzialmente cooptabile.
Riferendosi all’interazione tra religione e politica nel mondo moderno,
M.P. Mchedlov, dottore in scienze filosofiche, ha affermato che i preti
hanno svolto «un ruolo positivo» nei Paesi che partecipano alla lotta di
liberazione dal colonialismo. Parlando alla Società Znanie di Mosca
nell’ottobre 1986, si è espresso favorevolmente sulla «crescita delle
tendenze di sinistra all’interno dei gruppi religiosi, inclusa la resistenza
armata», specie in America Latina, con chiaro riferimento al
movimento della Teologia della liberazione. Pur condannando i
religiosi «che utilizzano le istituzioni della società borghese per
preservare e promuovere gli interessi della Chiesa e per lottare contro
il comunismo», ha elogiato i sacerdoti che hanno preso le armi con i
ribelli comunisti a Cuba, in Nicaragua e in altri luoghi dell’America
Latina. I meriti della Teologia della liberazione come ideologia
politica, però, pare non siano stati affrontati direttamente dagli
ideologi sovietici.
La CCP è servita per aiutare a diffondere la Teologia della
liberazione oltre i confini della natia America Latina in almeno
un’occasione. [...] Un funzionario della CCP asiatica è stato inviato a
Mosca, per coinvolgere i rappresentanti regionali del Consiglio
ecumenico delle Chiese [World council of churches, WCC] nei
preparativi per la seconda assemblea regionale asiatica della CCP a
Oiso, in Giappone, nell’ottobre 1984. [...] l’argomentazione della CCP
per includere il WCC era quella di facilitare la partecipazione di
rappresentanti del Consiglio nazionale delle chiese della Corea del Sud
(KNCC) [Korean national churches council], un’organizzazione nota
per l’impegno nella diffusione della Teologia della liberazione in Asia e
nel Pacifico. I vertici della CCP credevano che il governo sudcoreano
potesse opporsi alla partecipazione del KNCC a una conferenza
patrocinata dai sovietici, mentre gli avrebbe permesso di prendere
parte a un evento organizzato dal WCC. Di fatto, si è permesso alla
delegazione coreana di assistere all’assemblea di Oiso.
Almeno un prete sovietico ha stabilito rapporti con il movimento
della Teologia della liberazione degli indigeni dell’America centrale.
Nel maggio 1996, padre Izadors Upenieks, un sacerdote francescano
lettone, si è recato in Nicaragua come membro del Comitato per la
pace sovietico. Durante il soggiorno, ha concelebrato messa con la
Chiesa popolare e ha appoggiato la Teologia della liberazione nei suoi
sermoni, e nell’intervista concessa a un quotidiano [...] ha descritto
padre Upenieks come un sacerdote cattolico romano in piena regola,
ma «fedele al Partito comunista, non alla Santa Sede».

Il problema più spinoso per il Vaticano rimaneva però il teologo


brasiliano Leonardo Boff, con i suoi scritti. Venerdì 7 dicembre 1984,
il quarantaseienne francescano, uno dei teologi più brillanti che la
Chiesa cattolica abbia mai avuto, era in attesa davanti alla sede
romana dell’ordine francescano. Lì doveva passare a prenderlo una
macchina ufficiale, per portarlo in Vaticano. Era stato convocato dal
prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Ratzinger, per
spiegare il contenuto del suo libro Chiesa: carisma e potere. 7 Qui, il
teologo analizzava criticamente il modello di una Chiesa troppo legata
a se stessa e troppo lontana dai fedeli e dai bisognosi, oltre ad
accusarla apertamente di avere rapporti eccessivamente ravvicinati, e
spesso corrotti, con il potere.
«Non sto sollevando dubbi sull’autorità della Chiesa, ma sul modo
in cui questa autorità è stata storicamente esercitata, avendo come
obiettivo la repressione di qualsiasi libertà di pensiero al proprio
interno», spiegava lo stesso Boff. 8
La risposta di Ratzinger, che doveva raggiungere anche gli angoli
più remoti della Chiesa, fu dura e repressiva. In una lettera inviata a
Boff il 14 maggio 1984, censurava il teologo e lo accusava di «lanciare
un attacco radicale e spietato contro il modello istituzionale della
Chiesa cattolica, riducendone le strutture a una caricatura
inaccettabile». 9 La discussione tra i due andò ben oltre un semplice
libro. Come Galileo Galilei e Giordano Bruno nella loro epoca,
Leonardo Boff era il nuovo obiettivo da abbattere.
Il giorno del «giudizio» il teologo doveva dunque comparire
davanti al potente prefetto della Congregazione per la dottrina della
fede accompagnato da uno dei suoi principali sostenitori, il cardinale
Aloísio Lorscheider, ex presidente della Conferenza episcopale del
Brasile, e da Evaristo Arns, arcivescovo di San Paolo. Ratzinger, con il
consenso di Giovanni Paolo II, ordinò però che i due alti membri della
Chiesa brasiliana non si unissero a Boff. Il quale, dopo il colloquio,
scrisse: «Ho avuto la sensazione che tutto fosse già stato deciso prima
ancora di cominciare. Ho scoperto che la Chiesa cattolica si comporta
esattamente come il Partito comunista sovietico. Ratzinger e Wojtyla
sembravano non voler comprendere ciò che si agita nelle teste e nei
cuori dei teologi della Liberazione. Entrambi parevano immersi nelle
strategie di un gioco geopolitico, in cui bisogna dare scacco matto a
qualunque cosa somigli vagamente al socialismo». 10 Dopo tre ore di
incontro, il teologo fu ricondotto nella sede francescana di Roma per
evitare che potesse parlare con la stampa, che era in attesa fuori del
palazzo.
La Congregazione per la dottrina della fede rese pubblica
l’ammonizione a Leonardo Boff, le cui tesi sulla struttura della Chiesa
furono dichiarate «insostenibili e, in quanto tali, in grado di mettere in
pericolo i fondamenti della fede». Boff non reagì e accettò la decisione
di Ratzinger; ciò nonostante, il 26 aprile 1985 la Congregazione fece
un passo ulteriore, condannandolo al silenzio. Per quasi un anno non
gli fu permesso di insegnare, tenere conferenze, partecipare a eventi
pubblici né tanto meno scrivere articoli o libri.
Il 5 settembre dello stesso anno, la sezione della CIA in Brasile riferì
sulle ripercussioni che la sanzione a Boff aveva avuto nel Paese
sudamericano, inviando un’informativa di nove pagine al segretario di
Stato George Schultz. Il rapporto, intitolato «Reazione brasiliana alla
decisione del Vaticano sul caso Boff», è classificato come
«confidenziale».

3. Riassunto: La messa a tacere da parte del Vaticano del teologo


Leonardo Boff, il più importante difensore della Teologia della
liberazione in Brasile, non ha influito sul tono generale della Chiesa
brasiliana, che è liberale e politicamente attiva, né ha contribuito in
maniera significativa al dibattito nel Paese sulla Teologia della
liberazione. Il caso Boff è di grande interesse in Brasile per due motivi:
1) la dottrina della Teologia della liberazione ha una forte attrattiva per
importanti esponenti della Chiesa brasiliana; 2) i moderati e
progressisti della Chiesa sono divisi sul grado di componente politica
che deve avere la missione della Chiesa. Diversi fattori, però, hanno
concorso a diluire l’impatto del caso Boff: 1) altre questioni che
preoccupano gli attivisti della Chiesa, per esempio la riforma agraria,
hanno distolto l’attenzione da Boff; 2) i progressisti, che stabiliscono il
tono generale della Chiesa, non hanno dato grande importanza alle
possibili conseguenze del caso Boff per le altre sfere di attività della
Chiesa; 3) i conservatori hanno evitato di affrontare un argomento che
avrebbe potuto accrescere le divisioni all’interno del mondo
ecclesiastico; 4) lo stesso Boff ha detto che rispetterà la decisione del
Vaticano. Fine del riassunto.
4. Ad aprile, la Chiesa ha proibito al sacerdote brasiliano di scrivere
e parlare di questioni teologiche a tempo indeterminato, a causa degli
errori di fede e di dottrina contenuti nei suoi scritti. Boff è più
conosciuto come difensore della Teologia della liberazione, ma il
monito del Vaticano non ha affrontato direttamente la questione.
Piuttosto, ha citato il concetto di collegialità nel libro di Boff, Chiesa:
carisma e potere, [...] che quando Roma ha affrontato il problema della
Teologia della liberazione, un solo uomo (tra molti) è stato
condannato, a causa della sua adesione alla metodologia marxista.

Il rapporto degli analisti americani evidenzia quindi la reazione del


governo guidato dal presidente José Sarney e del settore più
progressista della Chiesa brasiliana.

5. Il caso Boff suscita interesse in Brasile per due ragioni. In primo


luogo, la dottrina della Teologia della liberazione esercita una forte
attrazione su elementi importanti della Chiesa brasiliana. Mentre la
maggior parte dei preti locali si affretta a dissociarsi dalla terminologia
marxista per la quale la Teologia della liberazione è stata oggetto di
molte critiche, l’orientamento dell’ala progressista della Chiesa ha
parecchio in comune con la Teologia della liberazione. Molti sacerdoti
liberali brasiliani stanno predicando la «liberazione», anche se in tanti
casi senza implicazioni ideologiche.
6. In secondo luogo, i moderati e i progressisti non sono d’accordo
sul livello di componente politica che la missione della Chiesa deve
avere. I moderati vogliono che la Chiesa si ritiri dalla scena politica,
pur continuando a rimanere attiva nei programmi sociali. Molti
sperano che un pronunciamento del Vaticano sul caso Boff aiuti a
frenare i progressisti.
7. Boff è diventato una specie di «causa celebre» tra gli intellettuali e
i preti progressisti, che paragonano la sua situazione a quella dei
politici durante il regime militare. Alcuni hanno organizzato piccole
proteste o utilizzato il pulpito per contestare la decisione del Vaticano.
8. In difesa di Boff si sono pronunciati anche alcuni esponenti di
spicco della gerarchia ecclesiastica. A novembre, don Ivo Lorscheider,
presidente della Conferenza episcopale del Brasile, e il cardinale Arns
di San Paolo hanno accompagnato Boff a Roma, dove è stato
interrogato dalla Congregazione per la dottrina della fede. Più di
recente, a giugno, sette vescovi brasiliani, tra cui Lorscheider, hanno
visto il Papa per discutere il caso Boff. La stampa ha definito l’incontro
un tentativo di convincere il Santo Padre a rivedere la sua posizione.
9. Invece, chi pensava che un pronunciamento del Vaticano in
materia inibisse gli attivisti della Chiesa è senza dubbio rimasto deluso.
La decisione non ha mutato il tono generale della Chiesa, che è liberale
e politicamente attiva. D’altra parte, il caso Boff non ha spinto né
contribuito al dibattito sulla Teologia della liberazione. Alcuni
speravano che la Conferenza eucaristica nazionale, in programma dal
16 al 21 luglio, diventasse il campo di battaglia della lotta sulla
Teologia della liberazione. Ma così non è stato.
10. Diversi fattori hanno contribuito ad attutire, almeno
temporaneamente, l’impatto del caso Boff. In primo luogo, altre
questioni che preoccupano gli attivisti della Chiesa hanno dominato i
titoli dei giornali e distolto l’attenzione dal caso Boff. In particolare, sia
i religiosi liberali sia i conservatori concordano nel ritenere che la
riforma agraria sia essenziale per far fronte alle necessità sociali di
ampi segmenti della popolazione brasiliana, il che porta la Chiesa a
svolgere un ruolo attivo in questo ambito. Ci sono, però, significative
divergenze riguardo alle modalità della riforma, comprese le questioni
basilari, per esempio se le proprietà grandi ma produttive debbano
essere divise.
11. In secondo luogo, gli elementi liberali della Chiesa si sono
affrettati a presentare la decisione del Vaticano come un attacco
contro il concetto di collegialità contenuto nel libro di Boff, non
contro la Teologia della liberazione in sé. Il Consiglio permanente
della Conferenza episcopale del Brasile ha emesso un comunicato
ufficiale dicendo che «per il Vaticano e la CNBB, il caso Boff non ha
niente a che vedere con la Teologia della liberazione». Oltretutto,
d’accordo con la CNBB, «Boff è stato semplicemente sottoposto ad
alcune restrizioni, non costretto a tacere». In una dichiarazione
pubblica dopo il loro incontro di giugno con il Papa, i sette vescovi
brasiliani che presumibilmente erano andati a Roma per convincere il
Pontefice a riconsiderare la sua decisione hanno detto di essere
«soddisfatti della posizione del Vaticano».

Gli agenti dell’intelligence americana riportano quindi la reazione


dell’influente quotidiano conservatore O Estado de S. Paulo alla
decisione vaticana di condannare Boff al silenzio. Ed è interessante
che al punto 14, nel commento finale, segnalino le «divisioni che
affliggono la Chiesa brasiliana». Rilevante anche l’osservazione fatta
da un vescovo con un funzionario dell’ambasciata degli Stati Uniti
riguardo a Giovanni Paolo II: «Un vescovo ha detto al funzionario
politico che il Papa nutriva una lodevole preoccupazione per la libertà
della Polonia, ma quando è arrivato in Brasile non aveva idea della
situazione in cui versavano i poveri».

12. In terzo luogo, i religiosi conservatori, malgrado


l’interpretazione privata della decisione del Papa come una vittoria
della loro fazione, non hanno affrontato il caso in pubblico. Eppure,
l’influente e conservatore Estado do Sao Paulo, ha ritenuto che i
pronunciamenti del Vaticano costituissero un grave problema e li ha
interpretati come un attacco alla Teologia della liberazione, al pari di
altri conservatori laici. Lo stesso articolo ha dato un’estesa copertura
delle dichiarazioni e delle azioni della Chiesa sulla riforma agraria, in
particolare le più accese. Sembra esserci un intento deliberato, da parte
dei conservatori, di evitare un dibattito sulla Teologia della liberazione
che potrebbe rendere più profonde le divisioni all’interno della Chiesa.
È tipico degli ecclesiastici conservatori brasiliani che, pur opponendosi
a quella dottrina, in pubblico si sono limitati a esprimere critiche
moderate. [...] ha spiegato che, sebbene preoccupato per la Teologia
della liberazione, riconosce come questa eserciti una forte attrazione
sugli elementi del clero, molti dei quali nella sua stessa diocesi, e cerca
di essere cauto nelle sue critiche al fine di non alienare questi membri
dalla Chiesa.
13. Infine, lo stesso Boff ha fatto sapere che rispetterà la decisione
del Vaticano. Evitando il contatto con il pubblico, ha contribuito
notevolmente ad attenuare il potenziale impatto delle dichiarazioni del
Vaticano.
14. Commenti. C’è ben poco di nuovo nelle divisioni che affliggono
la Chiesa brasiliana. Alcuni religiosi e laici ritengono che, quando
Roma parla, la Chiesa debba limitarsi a obbedire. Altri, nel solco della
tradizione dei riformatori delle «Chiese nazionali» del passato,
credono in una maggiore autonomia locale. In Brasile, a volte i liberali
ammettono di sentirsi limitati dalla pretesa della lontanissima Roma di
spiegare di che cosa i loro fedeli hanno bisogno. Un vescovo ha detto
al funzionario politico che il Papa nutriva una lodevole
preoccupazione per la libertà della Polonia, ma quando è arrivato in
Brasile non aveva idea della situazione in cui versavano i poveri. I
conservatori (molti dei quali possono avere irritato i collaboratori più
liberali del precedente Pontefice) criticano i loro fratelli liberali perché
si prendono gioco delle direttive del Santo Padre. Sia i conservatori sia
i liberali riconoscono che la Chiesa cattolica è messa in discussione in
Brasile da gruppi protestanti fondamentalisti e dal sincretismo
religioso locale, per non parlare dell’indifferenza. Ma mentre i
conservatori credono che questa sfida possa essere meglio gestita
evitando la politica e amministrando le necessità spirituali delle
persone, i liberali ritengono che la giustizia sociale abbia quanto meno
la stessa importanza del ministero spirituale. E per ottenere la giustizia
sociale sono disposti a collaborare con chiunque, perfino con i
marxisti, se è necessario. Dato che non intendono mettersi contro il
Vaticano, hanno adottato un atteggiamento di apparente obbedienza
ma, di fatto, a tutt’oggi, il dissenso con Roma non li ha deviati di molto
dalla via maestra del loro agire. Hanno accettato di buon grado la
punizione di Boff e continuano per la loro strada.

Undici mesi dopo averlo condannato, Giovanni Paolo II revocò la


sanzione a Boff, ma nel giugno 1987 il cardinale Joseph Ratzinger
ordinò il blocco di un libro del teologo, intitolato La Trinidad, la
sociedad y la liberación. 11 Quattro anni più tardi, la Congregazione
per la dottrina della fede, nell’ambito di una campagna a tambur
battente, obbligò Boff a rinunciare al suo posto di direttore della
rivista francescana Vozes. Il teologo decise di cercare altre
pubblicazioni cattoliche progressiste ma, come contromossa, nel 1992
il Vaticano gli proibì di continuare a impartire lezioni e impose anche
una censura preventiva su tutti i suoi scritti. Alla fine, il 26 maggio
1992, Boff decise di abbandonare l’ordine francescano e quindi il
sacerdozio. «Il potere ecclesiastico è crudele e privo di misericordia.
Non dimentica niente. Non perdona nulla e pretende tutto», fu il suo
commento.
Un altro dei punti di discordia tra i membri della Conferenza
episcopale del Brasile era il Partito dei lavoratori (Partido dos
trabalhadores, PT), guidato da tal Luis Inácio Lula da Silva. Il 20
agosto 1986, l’intelligence statunitense inviò un rapporto al segretario
di Stato, e in copia ai consoli statunitensi a Recife, Rio de Janeiro,
Salvador de Bahia, San Paolo e Belo Horizonte. Quello sconosciuto di
nome Lula, del quale si parla nel documento, non solo avrebbe
ottenuto molti incarichi a Brasilia, ma sarebbe addirittura diventato
presidente della Repubblica, il 1° gennaio 2003.

1. Riassunto: Il PT del Rio Grande do Sul spera in un risultato


positivo alle prossime elezioni, soprattutto dopo il grande successo di
Porto Alegre lo scorso anno e l’intensa campagna di reclutamento
dell’ultima estate. Sanno che guadagneranno adepti, delusi
dall’estrema sinistra, da tutti i partiti con un piede nella Nuova
Repubblica, grazie alla loro incapacità di far fronte ai problemi sociali
del Brasile, che si è fatta più evidente. A Santa Catarina, il PT ha
lanciato le sue iniziative con grande slancio e ha coperto buona parte
del territorio. Ma in questo Stato la sua presenza è relativamente
recente, dunque si è limitato a piantare dei semi che daranno frutti alle
prossime elezioni. Gli elementi della gerarchia cattolica nel Sud del
Brasile che vogliono allontanare la Chiesa dal PT hanno ricevuto un
aiuto dalla Santa Sede quando don Bonaventura Kloppenburg, che si
definisce un conservatore, attualmente a Bahia, è stato nominato
vescovo di Novo Hamburgo. Fine del riassunto.
[...]
5. Parte della gerarchia del Rio Grande do Sul ha tentato di
allontanare la Chiesa dal PT e da altri gruppi di sinistra. Un ausiliario,
a Porto Alegre, ha condannato l’apparente giustificazione della
violenza per ottenere la riforma agraria da parte di Lula, ma si è ben
guardato dal reiterare l’appoggio della Chiesa a qualsiasi tipo di
programma per i senza terra. I conservatori hanno ottenuto l’aiuto del
Vaticano sotto forma di rinforzi. Bonaventura Kloppenburg, un
conservatore, è stato nominato al posto di don Sinesio Bohn, un
liberal-popolare, alla guida della diocesi di Novo Hamburgo.
Per spiegare quanto il pontificato di Giovanni Paolo II influì sulla
Chiesa cattolica e come «fustigò» le idee più liberali al suo interno, tra
cui la Teologia della liberazione, non c’è esempio migliore delle parole
di Hans Küng. Il teologo svizzero dissidente dichiarò, poco prima
della morte di Wojtyla: «Il posto di questo papato nella storia del
cattolicesimo romano doveva essere chiaro: il Concilio Vaticano II
aveva cercato di integrare nella Chiesa cattolica le richieste fondate
della Riforma protestante così come dei tempi moderni, aprendole
una strada verso il postmoderno. Ma papa Karol Wojtyla invece ha
cercato, con l’aiuto di tecnologie avanzate come i media e i viaggi
intorno al mondo, di imporre nuovamente il paradigma del
Medioevo, della Controriforma, dell’Antimodernismo. Uno sbaglio
epocale, con conseguenze disastrose per la Chiesa. [...] Le masse
presenti alle visite papali non devono farci illudere. La nave di Pietro
non affonderà, essa si sta svuotando a poco a poco, perfino in Polonia.
E la grande tragedia di questo Papa è che non solo il modello polacco
di Chiesa, che Giovanni Paolo II porta nel cuore, non ha potuto essere
trapiantato nel resto del mondo, ma perfino in Polonia esso è stato
travolto dallo sviluppo moderno». 12
Indubbiamente, Küng aveva ragione, come dimostra anche la lotta
della nomenclatura vaticana per stroncare la Teologia della
liberazione.
32
Vaticano. Uccidere il Papa:
la CIA e la pista bulgara

IL 13 maggio 1981, nulla faceva presagire la tragedia che si avvicinava.


Giovanni Paolo II pranzò a mezzogiorno, con diversi invitati. Verso le
17, uscì diretto verso il Palazzo Apostolico, per tenere l’udienza
generale settimanale in piazza San Pietro, che iniziò puntuale. Migliaia
di persone si stringevano nel recinto formato dal colonnato del
Bernini: 284 colonne coronate da 140 statue di santi.
Un passaggio delimitato da transenne indicava il percorso della
Papamobile, mentre un giovane turco era arrivato in piazza mezz’ora
prima. Il Pontefice raggiunse il veicolo e salì sulla piattaforma. Lo
seguivano da vicino Camillo Cibin, il capo della gendarmeria vaticana,
due agenti in abito blu – due uomini dell’Entità – e, davanti a loro,
quattro membri del corpo delle guardie svizzere. Mesi prima,
l’arcivescovo Luigi Poggi, capo dei servizi segreti vaticani, 1 aveva
convocato Cibin per informarlo di avere ricevuto un rapporto dello
spionaggio francese, in cui si rivelava che qualche intelligence del
Patto di Varsavia tramava per uccidere il Sommo Pontefice e che i
suoi uomini dovevano s