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DANIEL J.

SIEGEL

IL TERAPeuta consapevole
MINDFULNESS E TERAPIA

Una guida per il clinico


alla mindsight e all’integrazione neurale
© Istituto di Scienze Cognitive Editore, 2013
ISBN 978-88-97386-10-0

A cura di
Dott. Alessandro Carmelita

Traduzione
Laura Gioiosi

Progetto grafico e impaginazione


Grafimedia comunicazione, Sassari

Copertina
Carolina Cartabia

Revisione editoriale
Marialidia Rossi

Stampa
Lego SpA, Vicenza

Titolo originale
“The Mindful Therapist:
A Clinician’s Guide to Mindsight and Neural Integration
A Sensorimotor Approach to Psychotherapy”
Copyright © 2010 by Mind Your Brain, Inc.

Istituto di Scienze Cognitive Srl


Piazzale Segni, 1 - 07100 Sassari
www.istitutodiscienzecognitive.com
www.isceditore.it
isc@istitutodiscienzecognitive.it
DANIEL J. SIEGEL

IL TERAPeuta consapevole
mindfulness e terapia
Una guida per il clinico
alla mindsight e all’integrazione neurale
INDICE

Ringraziamenti pag. XI

Introduzione XIII

1. Presenza 1

2. Sintonizzazione 29

3. Risonanza 47

4. Fiducia 65

5. Verità 77

6. Tripode 89

7. Tricezione 107

8. Tracking 119

9. Tratti 135

10. Trauma 163

11. Transizione 175

12. Training 193


13. Trasformazione pag. 207

14. Tranquillità 221

15. Traspirazione 225

Bibliografia 235

Letture suggerite 241


Ai miei genitori, Sue e Marty,
e a mio fratello, Jason:
vi ringrazio per avermi fatto crescere in Carthay Circle
e avermi ispirato a sognare i triangoli del benessere
e Piani diversi di possibilità
RINGRAZIAMENTI

Come dice mia moglie, questo lavoro ha richiesto una vita intera per svilupparsi
e ha dovuto attendere molto tempo prima che io mettessi le mani sulla tastiera,
per permettere a parole e mondi di essere espressi. Per questo, sono grato per il
supporto di cui, per tutta una vita, molte persone meravigliose mi hanno onora-
to lungo questo viaggio con la loro presenza. Fin dall’inizio, con mia madre, mio
padre e mio fratello, sono stato incoraggiato a “avere la mia opinione” e a non
dare nulla per scontato. I miei amici di gioventù, Jon Fried e Yves Marton, hanno
alimentato allo stesso modo questa propensione a mettere in discussione tutto
con mente curiosa. Durante la mia formazione scolastica, gli insegnanti delle ele-
mentari, delle medie, del liceo e dell’università mi hanno ispirato in diversi modi
e spinto a guardare oltre le apparenze. Durante gli studi di medicina, Leston Ha-
vens è stato un mentore allo stesso modo; e nella pratica in psichiatria, durante
gli anni di clinica e di ricerca, Gordon Strauss, Joel Yager, Denny Cantwell, Robert
Stoller, Donald Schwartz, Regina Pally, Marian Sigman, Mary Main, Erik Hesse,
Chris Heinicke e Robert Bjork hanno contribuito alla mia crescita come clinico e
accademico. Ringrazio tutti loro. Adesso, nel mio lavoro all’Università della Ca-
lifornia di Los Angeles (UCLA), Sue Smalley, Diana Winston, Marv Belzer, Susan
Kaiser-Greenland e la “banda” del Mindful Awareness Research Center, insieme
al gruppo di meravigliosi pensatori presso la Foundation for Psychocultural Re-
search/UCLA Center for Culture, Brain and Development, continuano a stimo-
lare il mio pensiero creativo riguardo le nostre vite umane. I miei stretti contatti
con Diane Ackerman, Lou Cozolino, Jon Kabat-Zinn, Jack Kornfield, Allan Schore
e Rich Simon continuano a offrirmi sostentamento, cosicché mi sento fortunato
di poter attingere alla loro saggezza e per i nostri rapporti. Presso il Mindsight
Institute, Stephanie Hamilton, Eric Bergemann, Tina Bryson, Adit Shah e Au-
brey Siegel rendono il lavoro di scambio di idee, di interventi e di formazione nel
mondo della compassione e delle scienze del cervello una meravigliosa avven-
tura. Il marito di Stephanie, Chris, è stato un aiuto fondamentale nel rendere le

XI
mie idee sul piano della possibilità in forma visiva. Le altre figure sono state ideate
da MAWS & Company, ai quali sono molto riconoscente. È stato un piacere lavo-
rare con Deborah Malmud, Kristin Holt-Browning e Vani Kannan presso la W.W.
Norton, e Gabe Eckhouse è stato di aiuto nella fase di editing della copia finale del
manoscritto. A casa, i miei due figli mi hanno ispirato a essere presente mentre
procedevano nei loro cammini personali, esplorando le loro passioni e recandomi
grande gioia e meraviglia con la loro crescita. E, come sempre, mia moglie Caroline
Welch rimane una compagna costante e in sintonia il cui supporto, consiglio ed
esempio continuano a dare sostentamento alla mia vita e al mio lavoro.

XII
INTRODUZIONE

Tu e io siamo i soggetti di questo libro. Ti invito a unirti a me nei capitoli seguenti,


scritti come una conversazione tra due clinici, mentre analizziamo la natura di
come ci connettiamo con gli altri nelle relazioni che guariscono. Questo dialogo
è organizzato per argomenti ampi e dettagliati, con l’obiettivo di essere utile sia
ai professionisti esperti sia a coloro che hanno appena cominciato la loro forma-
zione nelle arti terapiche.
La ricerca suggerisce che la nostra presenza come medici o clinici della salute
mentale, il modo in cui noi portiamo noi stessi pienamente in connessione con
coloro di cui ci prendiamo cura, è uno dei fattori più cruciali che supportano il
modo in cui le persone guariscono, come queste rispondano positivamente ai
nostri sforzi terapeutici. Qualunque sia l’approccio individuale o la tecnica cli-
nica impiegata, la relazione terapeutica è uno dei più potenti determinanti del
risultato positivo in una serie di studi di psicoterapia (Norcross, Beutler e Levant,
2005).
In questo libro affronteremo questi risultati ponendoci le domande di base:
“Perché è la nostra presenza – e non gli interventi che noi offriamo o la posi-
zione teorica che noi assumiamo – il predittore più forte di come rispondono i
nostri pazienti? Cosa è la “presenza”, e come possiamo coltivarla in noi stessi?”.
In Il terapeuta Consapevole, analizzeremo le possibili risposte a queste domande
fondamentali che emergono da un cammino scientifico nell’arte della terapia.
In questa Guida per il clinico alla mindsight e all’integrazione neurale, ci immer-
geremo in profondità in una visione professionale del modo fondamentale in
cui noi percepiamo e modelliamo il flusso di energia e di informazione nelle no-
stre vite, il processo chiamato mindsight. Con la mindsight, ci sono stati dati gli
strumenti per empatia e intuizione per percepire e capire più profondamente
noi stessi e gli altri all’interno delle relazioni, il processo dei nostri cervelli in
continuo cambiamento, e anche come funziona la nostra stessa mente. Questa
chiarezza interiore può aiutarci a modificare il flusso di energia e l’informazione

XIII
nelle nostre vite e nelle nostre interazioni con gli altri in maniera molto specifica.
Il potere di portare le nostre vite da stati non integrati di rigidità o caos a un flusso
più flessibile e armonioso di un sistema integrato è ciò che noi creiamo quando
coltiviamo intenzionalmente l’integrazione neurale nelle nostre vite. Questa cre-
azione rivela quanto noi possiamo essere intenzionati, dapprima, a coltivare la
differenziazione degli aspetti delle nostre relazioni e del nostro sistema nervoso,
e, in seguito, a collegare quegli elementi separati tra loro per coltivare integrazio-
ne. In sostanza, utilizziamo la mindsight per concretizzare l’integrazione neurale
mentre conduciamo le nostre vite verso la salute.
Ora più che mai possiamo sfruttare le conoscenze della ricerca scientifica
per migliorare la nostra efficacia come clinici nell’aiutare a coltivare sia la salute
oggettiva sia il benessere soggettivo degli altri. I medici che sono più empatici,
per esempio, hanno pazienti che guariscono più velocemente dal raffreddore co-
mune e hanno funzioni immunitarie più forti per combattere le infezioni (Rakel
et al., 2009). Inoltre, alcuni studi indicano anche come l’entrare più in sintonia
con sé stessi e gli altri attraverso la pratica della mindfulness possa migliorare il
nostro senso di benessere e i nostri atteggiamenti nei confronti dei pazienti. La
ricerca con i medici di base ha dimostrato che imparare a essere mindful pre-
viene il burnout e promuove atteggiamenti positivi nei confronti dei pazienti,
dato che rinforza la resilienza e il benessere nelle difficoltà del prendersi cura
degli altri (Krasner et al., 2009). Quel che hanno in comune questi studi è l’idea
che la nostra presenza – con altri e con noi stessi – promuova empatia e auto-
compassione, le quali entrambe coltivano benessere nelle nostre vite mentali e
nella nostra salute fisica. E così questa conversazione si incentrerà su due impor-
tanti dimensioni della comprensione: la conoscenza scientifica derivata da va-
rie discipline della ricerca e le dirette conoscenze soggettive ottenute per mezzo
di un’immersione nell’esperienza personale attraverso esercizi focalizzati, che
esploreremo in questo lavoro.
Se non fosse possibile cambiare la nostra capacità di presenza come clinici,
non ci sarebbe alcun motivo di leggere (o scrivere) questo libro. Fortunatamen-
te, risulta che noi possiamo veramente trasformare il modo in cui noi siamo e
comunichiamo, a vantaggio di tutti gli interessati. Questo è lo scopo del nostro
cammino insieme nelle pagine che seguiranno. Il cervello continua a svilupparsi
per tutta la durata della vita, e con la corretta messa a fuoco delle nostre men-
ti possiamo davvero cambiare strategicamente i nostri cervelli in modo utile.
Come vedrete, il quadro concettuale, i concetti di base sul cervello e gli esercizi
pratici contenuti in ciascun capitolo ci offrono un modo per migliorare le nostre
vite dal momento che sviluppiamo resilienza, rafforziamo il focus della nostra at-

XIV
tenzione e creiamo pienezza di risorse in noi stessi. Questi sono alcuni dei molti
tratti del nostro modo di essere che supportano presenza, empatia e compassio-
ne essenziali per aiutare gli altri.

UN BREVE BACKGROUND

Quando studiavo prima per diventare un medico e, successivamente, facevo


pratica per diventare un pediatra e quindi uno psichiatra, avrei amato avere una
guida che mi aiutasse, lungo il cammino, a sviluppare la conoscenza interiore e
le abilità interpersonali necessarie per diventare un valido clinico. Mentre proce-
devo nella ricerca riguardo la relazione tra genitori e figli, fui colpito da quanto la
comunicazione premurosa e sintonizzata tra adulto e bambino potesse promuo-
vere un sano sviluppo. Tuttavia, durante la mia pratica come terapeuta, poco era
disponibile per aiutare il nostro sviluppo come individui, al di là dello scegliere
di impegnarsi in una psicoterapia personale di vario tipo e con differenti risulta-
ti. In quei giorni, sembrava non esserci nulla a disposizione per i professionisti
per sviluppare empatia, compassione, o autoregolazione durante la nostra pra-
tica. Avevo così tante domande su cosa comportasse la cura, su quanto a fon-
do mettersi in connessione e dare conforto agli altri e a me stesso. Mi chiedevo
come noi potessimo sviluppare un modo per comunicare con gli altri e provare
compassione per la loro condizione, ma anche essere capaci di dare sollievo al
dolore che potrebbe comparire con l’empatizzare la loro angoscia. Quali erano
gli strumenti che potevano darci la forza e le capacità come clinici di conoscere
noi stessi così a fondo da poter mantenere il nostro equilibrio mentre portavamo
chiarezza nella confusione degli altri e tranquillità nella loro agitazione? Come
tanti nella formazione clinica, ho fatto del mio meglio, raccimolando tutto ciò su
cui potevo mettere mano per percorrere il mio cammino da studente a medico.
Ora, però, nelle arti terapiche possiamo fare ancora di più per supportare la cre-
scita di quelli di noi che hanno deciso di dedicare le loro vite ad aiutare gli altri.
La mia speranza è che questo libro possa essere un dialogo profondo tra voi
e me così da esperire direttamente come essere consapevoli ci offra la resilienza
interna e il potere di creare una presenza terapica che la ricerca ha dimostrato es-
sere un così forte predittore del miglioramento del paziente in terapia. L’“essere
consapevoli” viene definito in diversi modi sia nella pratica sia nelle discussioni
scientifiche. Un modo di rendere il concetto di mindfulness è che esso consi-
sta nel focalizzare l’attenzione su un’esperienza, istante per istante, senza venire
travolti da giudizi o idee preconcette e aspettative (Kabat-Zinn, 2005). Questo è
il concetto di mindfulness, che abbraccia un’esperienza consapevole, premuro-
sa che spesso emerge con la pratica contemplativa. Un altro modo per definire
la mindfulness è l’evitare una prematura chiusura delle possibilità che spesso
si presentano con un “irrigidimento delle categorie” (Cozolino, 2002) per mez-
zo delle quali noi filtriamo e confiniamo le nostre percezioni del mondo (Lan-
ger, 1989, 1997). Mantenendo la mente aperta in questo modo, promuoviamo
creatività a scuola, nel lavoro e nelle nostre vite quotidiane. E anche nel nostro
utilizzo quotidiano della parola mindful, abbiamo la connotazione di essere at-
tenti, considerati e consapevoli (come nell’“essere mindful degli altri”). Questo
è essenzialmente come viviamo se siamo coscienziosi e determinati nelle nostre
azioni. In ciascuno di questi tre modi, un terapeuta consapevole reca una mente
risvegliata per focalizzarsi sulle cose come sono, con cura e interesse, per essere
letteralmente presente, nella consapevolezza, in ciò che sta accadendo in quel
preciso momento. È in questo senso ampio e diversificato dell’essere consapevo-
le che noi esamineremo la presenza che emerge in noi stessi che è così vitale nel
determinare i quale modo entriamo in connessione con i nostri pazienti nelle
relazioni terapiche.
L’essere presenti ci rende pienamente capaci di essere efficaci nei nostri ruoli
di professionisti nell’aiutare gli altri a guarire da malattie e traumi, supportando
il loro cammino verso una crescita e un benessere duraturi.
In questo libro, spero che l’opportunità per un diretto coinvolgimento tra me
e voi possa realizzarsi pian piano durante la nostra “conversazione”, cosicché
io possa essere presente mentre guardiamo a fondo nelle nostre vite – nei no-
stri modi di essere – per supportarci nel diventare migliori in ciò che facciamo,
nell’aiutare gli altri a crescere e guarire. “Migliori” significa essere più efficaci nel
modo in cui possiamo aiutare gli altri a trasformare le loro vite nella direzione
di resilienza, significato e salute. Questo sarà il focus clinico della nostra discus-
sione. “Migliori” significa anche in quale modo possiamo prenderci cura di noi
stessi nel percorso per aiutare gli altri a crescere bene.
Come dicono all’inizio di un volo, noi dobbiamo indossare le nostre ma-
schere d’ossigeno prima di poter aiutare gli altri intorno a noi. Per questo mo-
tivo, questo libro contiene esercizi per sviluppare autocomprensione e auto-
compassione nella vita personale e professionale. Naturalmente, dal momento
in cui approfondiamo le nostre conoscenze e l’autoconforto, diventiamo me-
glio preparati a offrire una comprensione empatica e un training per specifiche
capacità che possono supportare la crescita degli altri nel loro cammino nella
psicoterapia.

XVI
PREPARAZIONE

Nell’insegnare da molti anni questa pratica, ho riscontrato che i partecipanti


ai seminari, che sono all’inizio della loro formazione, quelli che sono appena
all’inizio del loro lavoro clinico, o anche le persone che hanno condotto decine di
anni di pratica in psicoterapia, medicina, o formazione, hanno tutti tratto bene-
ficio da questo approccio. Questo è un lavoro progettato con professionisti che
aiutano gli altri nella crescita e nello sviluppo mentale. Contiene scienza, analisi
approfondite di mente e cervello e una integrazione progressivamente più ela-
borata del lavoro soggettivo interno per te come professionista e l’applicazione
di queste esperienze e idee al processo del diventare un terapeuta.
Le conoscenze scientifiche servono come conoscenza generale per questa
più diretta e soggettiva immersione de Il terapeuta consapevole come una for-
mazione clinica interna che è disponibile quale collezione di lavori pubblica-
ti, collezione che offre un’analisi approfondita della ricerca alla base di idee e
suggerimenti che discuteremo. Non dovete aver letto o studiato alcuno di quei
testi perché questo libro vi sia accessibile e utile. Tuttavia, vi invito a prendere
in considerazione l’utilizzo di quelle risorse come un importante contesto per
ulteriori analisi dettagliate scientifiche e cliniche che vi potrebbero dare la liber-
tà di esplorare qualunque tematica che incontreremo nelle pagine a venire. I li-
bri pubblicati e i programmi audiovisivi sono traduzioni della vasta gamma di
scienze che sono state sintetizzate nella biblioteca professionale del campo della
neurobiologia interpersonale, che è la base di questo approccio. Questi libri di
testo vi possono aiutare a immergervi più a fondo nelle applicazioni della scien-
za, nella pratica della psicoterapia e dell’assistenza clinica. A vostro vantaggio,
potete trovare una lista di tali risorse e opportunità formative nella Bibliografia e
nelle Letture Consigliate. Piuttosto che includere dettagliate referenze tra paren-
tesi nel flusso del testo o anche in numerose note poste alla fine, la Bibliografia
e le Letture Consigliate servono sia da lista di referenze sia da bibliografia per
ulteriori studi.
Permettetemi di menzionare alcune pubblicazioni particolarmente rilevanti
a cui si può ricorrere in particolare come sfondo della conversazione di questo
libro. In primo luogo, la Norton Series sulla neurobiologia interpersonale, di cui
questo libro è parte, offre una dettagliata raccolta di libri, ora con oltre 15 testi,
che fornisce un ampio punto di vista su questa prospettiva per i clinici. Come
editore fondatore della serie, sono orgoglioso di aver lavorato fianco a fianco con
il nostro editore, Deborah Malmud, e con gli autori della serie nel creare questa
risorsa per i professionisti.

XVII
Ho anche direttamente scritto alcuni libri che affrontano specifiche temati-
che che andremo ad affrontare. L’idea di questa sintesi scientifica è nata dal testo
accademico, La Mente Relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale
(Siegel, 2013), che ha proposto il concetto e il nome della disciplina come anche
alcuni principî di base su sviluppo, integrazione, relazioni, cervello, mente e sa-
lute mentale. Le applicazioni pratiche per i genitori, per aiutarli a dare un senso
alle loro vite e a sviluppare una narrazione coerente della loro storia dell’infan-
zia, sono state poi intessute in Errori da non ripetere. Come la conoscenza della
propria storia aiuta a essere genitori (Siegel & Hartzel, 2005). Un’analisi di queste
idee nel mondo del training mentale e della consapevolezza si possono trovare
in Mindfulness e Cervello (Siegel, 2009). Quel libro sarà in special modo utile per
coloro che sono interessati alle ricerche scientifiche di un’idea di neurobiologia
interpersonale sulla mindfulness come forma di sintonizzazione interna che pro-
muove integrazione neurale. Infine, sono disponibili informazioni in Mindsight:
La Nuova Scienza della Trasformazione Personale (Siegel, 2011) per coloro che
sono interessati all’applicazione della neurobiologia interpersonale nella pratica
clinica come mostrato nelle esaurienti storie di come le persone cambiano in
psicoterapia, accessibili al lettore generalista come anche al clinico. Quel libro
analizza i “domini di integrazione” in dettaglio per delucidare al lettore il proces-
so per cui il focus della mente può trasformare il cervello, le relazioni e la mente
stessa ai fini della salute.
Qui, in Il Terapeuta Consapevole: una guida per il clinico alla mindsight e
all’integrazione neurale, analizzerò per il professionista gli aspetti rilevanti dei
processi del cervello e il training delle abilità mentali primariamente pertinenti
al ruolo relazionale del terapeuta come individuo. Questo libro è inteso essere un
“compagno interno” letterario per il clinico, una guida a come il terapeuta, come
persona, può sviluppare un modo più consapevole di essere colui che guarisce.
Questo è un libro organizzato, come vedrete presto, attraverso di una visione in-
terna dei passi essenziali del processo terapeutico. Piuttosto che ripetere quel
che è stato analizzato estesamente nei testi già menzionati, questo libro si foca-
lizzerà intenzionalmente sul mondo interno del terapeuta. Qui analizzeremo ciò
che è così raramente a disposizione del professionista: una formazione interna
che integri importanti principî scientifici innovativi e un’immersione in prima
persona nell’esperienza diretta, con lo scopo specifico di sviluppare nel clinico
le proprie autocomprensione, crescita personale ed efficacia nella pratica clinica
dal profondo.
In questo libro il mio obiettivo è avere un dialogo diretto e invitarvi a immer-
gere voi stessi nell’esperienza soggettiva della vostra mente. Sarà un formato di

XVIII
scrittura relazionale, differente dalla maggior parte degli altri testi, che ha lo sco-
po di affrontare direttamente la vostra esperienza. C’è molta scienza anche qui,
e così accetteremo la sfida importante ed emozionante di intrecciare la scienza
con la soggettività. La mia speranza è di ottenere che la lettura di questo libro
accresca il vostro abbracciare la scienza e risvegli anche i modi in cui fate espe-
rienza del vostro mondo interiore. Fondamentalmente, tale autoconoscenza più
profonda vi renderà capaci di coltivare ulteriormente la vostra presenza, di at-
tuare una terapia più efficace e offrire strumenti per insegnare tali modi di ap-
profondimento della mindfulness e dell’autocomprensione ai pazienti. Questo
quadro ci inviterà a integrare i risultati della ricerca con l’esperienza importante
in prima persona, così spesso lasciata fuori dalla nostra pratica clinica e dalla
scrittura, ma tuttavia cruciale per il nostro senso della presenza ed essenziale per
il benessere dei nostri pazienti e nostro.

IL NOSTRO APPROCCIO

Il titolo, Il Terapeuta Consapevole, suggerisce che questo libro sia incentrato


sul clinico come persona e professionista più che su specifiche tecniche o azioni
del fare psicoterapia mindful. Questo libro è molto più che un dettagliato ma-
nuale della mente per professionisti che aiutano le menti delle persone a cre-
scere. È stato ideato per essere come una intensa conversazione che potremmo
avere durante una (molto) lunga passeggiata assieme sulla spiaggia, discutendo
su cosa significhi essere terapeuta, ma non tanto su cosa fare specificatamente
in qualità di terapeuta.
La nostra conversazione sarà strutturata attraverso i seguenti 15 capitoli.
Spesso “meno” è “di più”, e ho cercato di fare del mio meglio per rendere il testo
il più utile e diretto possibile. Questo non è un libro di testo di scienza omnicom-
prensivo o una rassegna di vari campi della conoscenza. Non è inteso essere una
compilazione di storie cliniche o un testo prescrittivo su cosa fare come terapi-
sta. Esistono molti libri affascinanti che affrontano la tematica del fare: questo
riguarda la scienza oggettiva e l’arte soggettiva dell’essere consapevole.
Per coloro che mi conoscono – attraverso libri precedenti, programmi au-
dio o seminari dal vivo – potreste essere arrivati a scoprire che amo gli acronimi
come un modo per ricordare il materiale complesso interrelazionato. Ciascuno
di noi, però, si tiene stretto alle proprie esperienze in maniera differente. Alcu-
ne persone condividono questo stile di apprendimento e amano utilizzare stru-
menti mnemonici come SNAG o FACES, COHERENCE o SOCK (definiti, ciascuno,

XIX
nell’appendice di Mente e Cervello): io certamente sono tra questi; tuttavia, altre
persone trovano queste parole irritanti e in verità difficili da ricordare. Alcune
delle email più pressanti che ho ricevuto sono state inviate da lettori che mi chie-
devano di desistere dall’usare “così tanti nomignoli” per le cose. Io rispetto quelle
richieste, e piuttosto che correre il rischio di distrarre anche una piccola percen-
tuale di lettori che potrebbero non trarre beneficio dall’utilizzare questi tipi di
termini, in questo libro cercherò di rinunciare alla mia dipendenza da acronimi.
(Ho cercato di fare del mio meglio, ma alcuni quando utili si sono introdottti di
soppiatto.) Invece, utilizzerò solo uno acronimo di base per organizzare la strut-
tura dell’intero libro. La maggior parte dei concetti inclusi in quei termini prece-
dentemente stabiliti, senza le loro abbreviazioni, a meno che non siano essen-
ziali per una facile lettura, saranno trovati in abbondanza anche qui.
Recentemente mi chiedevo quale fosse la parte più importante della terapia,
quale parte essenziale gioca il terapeuta nell’aiutare a supportare la crescita di
un’altra persona. La parola PART ha galleggiato nei miei centri di associazione
neurale per gli acronimi, e allora tutt’a un tratto è saltato fuori un altro strumento
mnemonico. Io utilizzo questa parola, PART, per organizzare i capitoli di questo
libro. PART rappresenta gli elementi seguenti della parte essenziale che noi gio-
chiamo nell’aiutare gli altri a crescere e a svilupparsi:

• Capitolo 1, Presenza: il modo in cui siamo ben saldi in noi stessi, aperti agli altri,
e partecipiamo pienamente alla vita della mente sono aspetti importanti della
nostra presenza al cuore delle relazioni che aiutano gli altri a crescere. Questa
visione dal profondo ci aiuta a vedere ciò che dobbiamo fare dentro noi stessi
come professionisti per sviluppare questo essenziale punto d’inizio recettivo
per tutti i tentativi clinici. Questo primo capitolo vi inviterà a considerare una
nuova metafora visiva per la mindfulness, per la presenza e per l’intersezione
dell’esperienza mentale soggettiva con l’attivazione neurale oggettiva.
• Capitolo 2, Sintonizzazione*: dato che i segnali sono inviati da una persona
all’altra, abbiamo l’opportunità di sintonizzarci su quei flussi di informa-
zione in entrata e seguire pienamente ciò che si sta inviando, piuttosto che
arrivare a essere influenzati dalle nostre idee preconcette o bias percettivi.
Quando ci sintonizziamo con gli altri – anche nell’urgenza della visita d’e-
mergenza – offriamo una mente aperta, fondamentale per ascoltare a fondo
quel che il paziente ha bisogno di farci sapere. Senza sintonizzazione, un’in-
formazione vitale può venire persa, alle volte con serie conseguenze. Questo
capitolo esplora come la sintonizzazione renda possibile l’inizio della rela-
zione terapica.

XX
• Capitolo 3, Risonanza: in questo capitolo discuteremo come il risultato fisio-
logico di presenza e di sintonizzazione sia l’allineamento di due entità auto-
nome in una unità interdipendente e funzionale, dato che ciascuno influen-
za lo stato interno dell’altro. Con la risonanza arriviamo a “sentirci sentiti”
dall’altro. Questa associazione produce profondi effetti di trasformazione su
entrambe le persone. La risonanza è ciò che il nostro sistema nervoso umano
è costruito per richiedere un senso di connessione con gli altri nelle fasi pre-
coci della vita. Questa esperienza di connessione porta con essa un senso di
sicurezza, di essere visti e di sentirsi al sicuro. Il bisogno di tale connessione
intima e vulnerabile persiste per tutta la nostra vita.

Ora ecco che arriva una dozzina di elementi “tr” (parole che iniziano con tr)
del libro:

• Capitolo 4, Fiducia: quando percepiamo la risonanza con qualcuno, apriamo


le porte al sentirci al sicuro e visti, confortati e in connessione. La risposta del
cervello a tale connessione sintonizzata è quella di creare uno stato di aper-
tura e fiducia, gli ingredienti di base che possono promuovere stimolazione
e crescita del cervello. In questo capitolo vedremo come, in verità, abbiamo
circuiti neurali che governano questo senso di apertura e ci permettono di
attivare il sistema di impegno sociale.
• Capitolo 5, Verità: quando apriamo noi stessi agli altri e a noi stessi, la vera
natura del nostro mondo interno di memoria, percezione, desiderio e volon-
tà emerge fino alla consapevolezza. È questo basarsi sulle cose-per-come-ve-
ramente-sono che permette l’inizio di un cambiamento profondo e a lungo
termine. Ci immergeremo a fondo in questi importanti argomenti in questo
capitolo e vedremo come il conoscere i modi in cui le nostre narrazioni ci
potrebbero imprigionare sia il primo passo per il risveglio della mente e dal
torpore del pilota automatico. Fronteggiare le realtà apertamente piuttosto
che tentare automaticamente di portarla verso la direzione da noi desiderata
ma impossibile, è il modo in cui la verità diviene l’amica del clinico e allo
stesso modo del paziente.
• Capitolo 6, Tripode: questo capitolo illustra il modo in cui stabilizziamo la
lente della nostra mente per vedere il mondo interno. Alle volte l’affiorare
delle rappresentazioni neurali delle cose come esse sono nella nostra con-
sapevolezza può essere instabile e confondente dato che ne facciamo espe-
rienza come immagini fugaci o sensazioni intense che sommergono l’occhio
della nostra mente. Il tripode è una metafora visiva per un supporto a tre

XXI
gambe della lente della macchina fotografica mentale che noi utilizziamo per
vedere la stessa mente, l’importante capacità chiamata mindsight. La nostra
lente della mindsight è supportata dal tripode di apertura, obiettività e os-
servazione e ci permette di vedere la mente con più chiarezza e profondità, e
di condurre le nostre vite nel segno di benessere e salute. Ciascuna di queste
tre gambe del tripode può essere rafforzata con specifiche pratiche mentali
che esploreremo.
• Capitolo 7, Tricezione: fondamentalmente la capacità di utilizzare la min-
dsight per vedere il mondo interno con più chiarezza e per trasformare la
mente con più potere si riferisce alla nostra capacità di percepire un trian-
golo di benessere. Questa capacità percettiva è chiamata tricezione e ci
permette di sentire il flusso di energia e di informazione all’interno dei tre
aspetti interdipendenti della vita umana: relazioni, mente e cervello. Le re-
lazioni sono come noi condividiamo il flusso di energia e di informazione;
la mente può essere definita in parte come il modo in cui noi regoliamo quel
flusso; e il cervello è il termine che possiamo utilizzare per riferirci al mec-
canismo del flusso di energia e di informazione nel sistema nervoso esteso
distribuito per tutto il corpo. In questo capitolo vedremo come la tricezione
del clinico sia la chiave dell’essere presente e del catalizzare il mutamento
terapeutico.
• Capitolo 8, Tracking: all’interno della relazione terapeutica noi creaiamo
con i nostri pazienti e con i nostri clienti (utilizzerò questi due termini clinici
intercambiabilmente dato che ciascuno trae pro e contro nei nostri diversi
campi terapeutici), l’impulso naturale del sistema nervoso verso la salute che
può scaturire attraverso un processo di monitoraggio del flusso di energia e
di informazione all’interno tra le persone. Fondamentalmente questo moni-
toraggio è un modo di fare entrare all’interno della consapevolezza, il flusso
di energia e di informazione del triangolo del benessere che può quindi rila-
sciare una spinta innata verso un qualcosa chiamato integrazione neurale.
Questo capitolo deluciderà come l’integrazione comporti il collegamento di
parti differenziate di un sistema. Quando siamo integrati, viviamo in armo-
nia. Al di fuori dell’integrazione, ci spingiamo in direzione di rigidità, caos o
di entrambi. Come vedremo, l’integrazione può essere vista come il meccani-
smo alla base del benessere e della salute mentale in generale.
• Capitolo 9, Tratti: la psicoterapia può offrire grandissime opportunità di cre-
scita. Tuttavia, nasciamo con tratti persistenti e influenzati geneticamente
visti nei nostri primissimi mesi di vita come “temperamento”. In questo ca-
pitolo, analizzeremo una visione sintetica della personalità dell’adulto, che

XXII
propone un meccanismo per cui il temperamento dell’infanzia va da un in-
sieme osservabile esternamente di caratteristiche a un pattern di organizza-
zione interna di strutturazione di tendenze di attenzione e significato.
• Capitolo 10, Trauma: gli eventi travolgenti possono essere visti come se som-
mergessero la capacità individuale di adattarsi flessibilmente a un’esperien-
za. Quando rimaniamo con un trauma irrisolto detto con T grande o t pic-
cola– di eventi pericolosi per la vita o tradimenti significativi ma che non
mettano in pericolo la vita – possiamo vedere come gli strati della memoria
siano rimasti in una forma non integrata. In questo capitolo esploreremo il
trauma nel profondo e percepiremo come gli strati della memoria implicita,
con le loro rappresentazioni di percezione, emozione, sensazione corporea
e comportamento, possano rimanere confusi e dominare la nostra visione
interna della mente. Il percorso verso la risoluzione del trauma può essere
inteso come l’integrazione di questi elementi disconnessi della memoria im-
plicita.
• Capitolo 11, Transizione: quando le persone vengono per la prima volta in
terapia, spesso sono impantanate in pattern di vita pieni di caos o rigidità.
Quando l’integrazione neurale compare liberamente, noi viviamo con l’agio
del benessere. Quando le regioni non diventano differenziate, o sono bloc-
cate nel divenire collegate, l’integrazione sarà difettosa. Il risultato di tale
integrazione bloccata è caos o rigidità. Come clinici possiamo misurare il
“battito dell’integrazione”, percependo questi movimenti del flusso della vita
e possiamo percepire il senso interno di queste transizioni verso intrusioni
caotiche o rigide deplezioni.
• Capitolo 12, Training: la mente è come un muscolo. Dobbiamo tonificare il
nostro sistema muscolo-scheletrico regolarmente o non funzionerà al me-
glio mentre invecchiamo. Naturalmente non c’è alcun reale tessuto musco-
lare nella nostra vita mentale – ma è reale la necessità di offrire modi specifici
per guidare le nostre capacità regolatorie. Noi manteniamo la nostra acuità
mentale, le reti sinaptiche del nostro cervello e le nostre interconnessioni
all’interno delle relazioni ben affinate dal training mentale. In questo capito-
lo vedremo come fondamentalmente questo training supporti il modo in cui
sviluppiamo le capacità di mindsight, sfruttando verosimilmente il potere
delle profonde forme di pratica per stimolare la crescita degli strati di mielina
che rendono le nostre reti neurali più efficienti.
• Capitolo 13, Trasformazione: come clinici possiamo sentire il battito dell’in-
tegrazione, e quando caos o rigidità sono presenti, possiamo quindi strate-
gicamente porre una luce di attenzione sui vari domini che bloccano il col-

XXIII
legamento degli aspetti differenziati della vita di una persona. La neuropla-
sticità – il processo di cambiamento nelle connessioni strutturali nel cervello
in risposta a un’esperienza – è promossa con consapevolezza focalizzata e
serve ad attivare specifici gruppi neurali simultaneamente. Questo capitolo
fa una rassegna dei nove domini di integrazione e di come questi possono
essere visti come processi integrativi di trasformazione che determinano il
generale funzionamento della nostra mente, del nostro cervello e delle no-
stre relazioni.
• Capitolo 14, Tranquillità: l’integrazione neurale promuove la coerenza delle
nostre menti e noi ci sentiamo connessi, aperti, armoniosi, impegnati, recet-
tivi, emergenti (cose che ci fanno sentire rigenerati e vivi), noetici (avendo un
senso di profonda conoscenza non concettuale), compassionevoli ed empa-
tici. La visione dei sistemi di integrazione rivela che questo stato flessibile e
adattativo ha un senso di serenità e significato emotivi inclusi in esso-quel
che alcuni chiamerebbero uno stato di tranquillità. Questo capitolo esplo-
rerà come sviluppare questa forma di quel che gli antichi Greci chiamavano
eudaimonia – del vivere una vita di significato, compassione, serenità e con-
nessione – che offra noi un percorso per aiutare gli altri a sviluppare tranquil-
lità dal profondo.
• Capitolo 15, Traspirazione: il cervello umano è costruito in modo tale da
darci le tendenze non solo di enfatizzare il negativo, ma anche di sentir-
ci isolati e lontani l’uno dall’altro. Traspirazione è una parola che significa
“respirare attraverso” ed indica i modi in cui il respirare attraverso tutti i
diversi domini di integrazione che noi esploreremo in noi stessi e negli altri
davvero possa dissolvere le influenze dall’alto verso il basso che ci fanno
credere che siamo entità isolate. Questo capitolo offrirà un modo di vedere
come la traspirazione sia uno stato di consapevolezza che ci ispira a ricolle-
gare i nostri cervelli verso la realtà che noi siamo parte di un tutto vivente.
L’integrazione ci ricorda che questo “tutto” è maggiore della somma delle
sue parti: noi manteniamo le nostre identità individuali mentre siamo pie-
namente uniti come un “noi”. Nelle arti terapiche noi ci focalizziamo su
cura, salute e olistica, tutti termini derivanti dalla stessa parola (whole)*.
Arrivare, infatti, alla piena realizzazione che siamo parte di un tutto inter-
dipendente, una rete interconnessa del flusso di esseri viventi attraverso il
tempo, ci permette di vedere il potente ruolo che noi abbiamo nell’aiutare
gli altri mentre noi ci impegniamo a fondo nella cura del pianeta, comin-
ciando da noi stessi e lavorando su una relazione alla volta per rendere que-
sto mondo più gentile e compassionevole.

XXIV
LA CONSAPEVOLEZZA DELL’ESSERE UN TERAPEUTA CONSAPEVOLE

Quando diventiamo aperti a tutte queste PART* di essere un terapeuta con-


sapevole, possiamo vedere la centralità della mindsight e dell’integrazione neu-
rale nell’andare in direzione della salute. Mindful è una parola che evoca molti
significati. Nel linguaggio comune, i suoi sinonimi includono: in allerta, astu-
to, attento, consapevole, premuroso, in ascolto, giudizioso, cauto, in guardia,
completamente desto e saggio (Rodale, 1978). In termini scolastistici, significa
essere di mentalità aperta e che evita una prematura chiusura delle possibilità,
come nel suo utilizzo nella istruzione mindful, studiata da Ellen Langer (1989,
1997). Nell’utilizzo contemplativo, mindfulness implica l’essere consapevole, di
proposito e in modo non giudicante, di quel che sta accadendo mentre sta ac-
cadadendo in quel momento (Kabat-Zinn, 2005; Germer, Siegel & Fulton, 2004;
Kaiser-Greenland, 2010; Shapiro & Carlson, 2009; Smalley & Winston, 2010). Qui,
in Il Terapeuta Consapevole utilizzeremo tutte e tre queste connotazioni di quel
che significa essere mindful. Quel che spero è che arriverete a vedere che essere
un terapista mindful implica tutte queste interpretazioni di quel che comporta
essere mindful: gli aspetti coscienziosi, creativi e contemplativi della coscienza.
Al cuore di ciascuno di questi significati di consapevolezza mindful ed essere
mindful stanno i processi di mindsight e integrazione neurale. Per questo moti-
vo, questo libro è inteso come una guida per il clinico a questi meccanismi che io
penso stiano sotto ciò che essere mindful veramente significa nel suo più ampio
raggio di interpretazione.
La nostra chiacchierata si dipanerà attraverso la lente e il linguaggio della
neurobiologia interpersonale. Questo approccio interdisciplinare cerca di essere
integrativo, nel senso letterale, che noi non separiamo il biologico dal fisiologico
dal sociale, ma piuttosto li intessiamo in un tutto coerente.
Questi sono, ognuno, aspetti del flusso di energia e di informazione. È anche
un approccio integrativo di ciò su cui ciascuno dei tre elementi – cervello, mente
e relazioni – conserva la propria sovranità: non sono riducibili l’uno all’altro. Si
tratta di fondamenti della realtà umana che si influenzano reciprocamente men-
tre le frecce di influenza puntano in tutte le direzioni, mettendo questi tre aspetti
in connessione. Il cervello è il sistema nervoso esteso, distribuito lungo tutto il
corpo, ed è il meccanismo fisico del flusso di energia e di informazione; la mente
è, in parte, il modo in cui questo flusso viene regolato; le relazioni sono il modo in
cui viene condiviso il flusso di energia e di informazione. La neurobiologia inter-
personale è integrativa, tuttavia, in un terzo senso: vedere e modellare il mondo
interno con la mindsight ci permette di monitorareil flusso di energia e di infor-

XXV
Figura I.1. Fiume dell’inte-
grazione. Il fiume dell’in-
tegrazione rappresenta il
movimento di un sistema
attraverso il tempo. Quando
il sistema è integrato, è adat-
tativo e armonioso nel suo
funzionamento. Quando il
collegamento degli elementi
differenziati (integrazione)
non si verifica, allora il siste-
ma si muove verso rigidità,
caos o alcune combinazioni
di entrambi.

mazione e di promuovere il collegamento di elementi differenziati mentre con-


duciamo le nostre relazioni e i nostri cervelli nella direzione dell’integrazione.
Questo è il modo in cui monitoriamo e modifichiamo il flusso di energia e di in-
formazione, cosicché possiamo individuare caos e rigidità e condurre il sistema
in direzione dell’armonia. La nostra figura 1.1 mostra il fiume dell’integrazione
in cui il flusso flessibile e armonioso di esso è delimitato su ciascuna delle due
rive da rigidità e caos.
Essere un terapeuta consapevole ci invita a portare tale integrazione e armo-
nia nelle nostre vite mentre dedichiamo noi stessi all’aiuto degli altri. Questo è il
nostro approccio generale e il progetto verso cui possiamo andare insieme men-
tre esploriamo queste importanti dimensioni delle nostre vite e del nostro lavoro
di clinici nell’aiutare gli altri nella cura e nello sviluppo verso la salute.

XXVI
Capitolo 1

PRESENZA

Essere consapevoli nelle nostre vite è un’abilità che può essere coltivata con pra-
tiche mentali specifiche che esploreremo attraverso tutto questo libro. In ogni
senso della parola mindful - essere coscienziosi e determinati in quel che faccia-
mo, essere aperti e creativi verso le possibilità o essere consapevoli del momento
attuale senza attaccarsi a giudizi; essere mindful è uno stato di consapevolezza
che ci permette di essere flessibili e recettivi e di avere presenza.
È stato dimostrato che essere pienamente presenti attraverso il training della
consapevolezza mindful è un fattore cruciale nel darci resilienza per affrontare
le sfide che si presentano nella vita di ogni giorno. Con tale pratica, andiamo in
direzione di uno stato di “approccio” di attivazione neurale e andiamo “in dire-
zione di”, piuttosto che “lontano da”, situazioni difficili (Davidson, et al., 2003).
Piuttosto che essere consumati dalle preoccupazioni per il futuro o le preoc-
cupazioni per il passato, il vivere pienamente nel presente è una forma d’arte
che libera la mente per alleviare le sofferenze mentali. Questi sono i modi in cui
sviluppiamo presenza nella nostre vite. L’essere presente può anche essere visto
come il più importante elemento per aiutare gli altri a guarire.
Noi abbiamo un gran pontenziale. La salute per molti aspetti può essere vista
come fare il bagno in una piscina indefinita di possibilità. La mancanza di salute
può essere vista come differenti modi caotici e rigidi in cui diventiamo incapaci
di essere presenti con questa ampia libertà. Come esseri umani, abbiamo una se-
rie incredibile di possibilità, vertenti all’infinito, che i nostri cervelli intricati sono
capaci di tirar fuori in una vita piena di scoperte creative. Tuttavia, troppi di noi
vivono in condizioni mentali o fisiche che limitano le nostre opzioni. Di base, ab-
biamo bisogno di cibo, abiti, riparo, un ambiente sicuro con acqua pulita da bere
e aria pulita da respirare. È una ricerca vitale al fine di assicurare queste cruciali
necessità fisiche di vita per il nostro pianeta, per questo mondo così pieno di un
numero sempre crescente di persone e una varietà in diminuzione di altre specie
che condividono questa terra con noi (Goleman, 2009). Essere presenti nelle no-

1
stre vite ci permette di essere presenti per il nostro pianeta. Non soltantolo sforzo
di raggiungerci e aiutarci l’un l’altro porta sollievo alla nostra sofferenza, ma gli
studi ora indicano quel che sapevamo da tempo attraverso la saggezza traman-
dataci: lavorare nell’interesse del benessere altrui reca gioia e scopo nelle nostre
vite (Gilbert, 2010). Siamo fatti in modo da coltivare le relazioni e connetterci
l’uno con l’altro (Keltner, 2009). Tuttavia, trovare questo significato nella vita al
servizio degli altri può richiedere il suo scotto se non siamo preparati. Senza i
modi per fortificare la mente – per costruire resilienza che viene con l’essere pre-
senti, con l’essere mindful – noi rischiamo di essere sommersi nel momento e di
esaurirci nella lunga distanza.
Il modo in cui portiamo un pieno e recettivo sé nell’impegno con gli altri,
come siamo presenti nella vita, può aiutarci in tutto ciò che facciamo, incluso
l’impegnativo perseguimento di aiutare gli altri e di preservare e migliorare il
nostro mondo fisico. Se questa è la vostra passione, allora coltivare la presenza
e l’essere consapevoli può fornirvi una pienezza di risorse che vi può aiutare a
perseguire la missione della vostra vita con più resilienza e più efficacia. Non
importa il vostro focus specifico professionale nel tendere la mano per dare aiu-
to ma la dimensione interiore di cosa significhi essere presente è un importante
luogo per cominciare il vostro training e il vostro lavoro. Quando diciamo che
siamo clinici, terapeuti, o attivisti sociali o ambientali, perseguiamo l’obiettivo
di portare cura agli altri e al nostro mondo. Che stiate combattendo malaria o
malnutrizione, lavorando per alleviare il riscaldamento globale e la distruzione
ecologica, praticando operazioni chirurgiche, o vi stiate focalizzando su psico-
terapia intensiva, c’è sempre la vostra vita interiore che necessita di attenzioni,
affinché riusciate a far bene il vostro lavoro. Bene significa non solo portare pre-
senza nel lavoro, ma portare resilienza nella propria vita. Se state praticando la
psicoterapia stessa, le lezioni che esploreremo sull’essere mindful sono diretta-
mente applicabili alla crescita degli altri. Anche, però, se siete impegnati in altre
forme di intervento sociale o clinico, le discussioni e le immersioni esperienziali
in questi capitoli potrebbero essere utili nel vostro lavoro e nella vostra vita per-
sonale. Per molti aspetti, essere presenti aiuta tutti quelli che ci stanno attorno:
noi sviluppiamo un focus, pienezza di risorse e prospettiva che ci supportano
come individui e ci aiutano anche nell’aiutare gli altri. Prendervi cura di voi e dei
vostri sforzi nell’aiutare gli altri e i mondi più ampi in cui viviamo, è una pratica
essenziale quotidiana, non un lusso, non una forma di autoindulgenza. Potre-
ste, però, aver sentito delle persone dire che l’autoriflessione è solo per l’egoi-
sta, che noi non dobbiamo “andare fuori dalle nostre vite” per trovare veramente
il significato. Allora perché spenderemmo anche solo un momento a guardarci

2
dentro? Perché la ricerca ha dimostrato che l’autoconsapevolezza è un punto di
partenza per l’intelligenza sociale ed emozionale? (Goleman, 1996 e 2006). Dato
che non importano le sfide che affrontiamo, dalla carestia e malattia agli attac-
chi ambientali, dalla tortura psicologica e dalla fuga da un genocidio culturale al
tradimento familiare del trauma infantile, noi riusciamo, grazie ai nostri sforzi,
a guarire come esseri umani con una vita interiore soggettiva. Non c’è modo di
scappare da questa realtà, non importa quel che gli altri, o noi, proviamo a dire
a riguardo. Se non ci prendiamo cura di noi, saremo limitati nel modo in cui ci
prendiamo cura degli altri. È così semplice. Ed è così importante, per te, per gli
altri e per il nostro pianeta.
Per queste ragioni, in questo libro ci focalizzeremo primariamente sull’im-
portante punto di inizio di tutti gli sforzi nell’aiutare: il lato interiore della vita
umana. Possiamo definirlo “mondo soggettivo interiore”, “mare mentale inter-
no”. Questo libro è un manuale per professionisti, per crescere dal profondo. È
questo – spesso quieto – punto soggettivo interiore d’inizio che solitamente vie-
ne perso nel rumore e nel tumulto di atti oltraggiosi del trauma, nascosto sotto
il fragore di mondi esterni in conflitto. Ma è questo mare interiore che è la fonte
di tutta la guarigione: una vita interna che fornisce sostentamento per quietare il
clamore, per negoziare tra le nazioni in guerra, per lenire tensioni inter-genera-
zionali e portare le persone a vivere liberamente nel presente.

LA REALTà DELL’ESPERIENZA SOGGETTIVA E DEGLI EVENTI FISICI

Questa chiacchierata che sta nascendo non è una conversazione per coloro
alla ricerca di veloci ripari o facili risposte. Noi stiamo andando a guardare diret-
tamente la realtà, intrecciando il mondo soggettivo interno delle nostre vite con
isultati oggettivi esterni della moderna scienza. A coloro che sono nuovi a questo
sforzo di intessere un arazzo di soggettivo ed oggettivo in un tessuto integrato,
benvenuti nel mondo del pernsiero interdisciplinare. So che sarebbe più sempli-
ce proporre esercizi e affermazioni generali, ma tale sforzo vi lascerebbe, come
professionisti, senza la conoscenza necessaria per essere pronti al vostro lavoro
di aiutare gli altri. Nel mondo scientifico diciamo: «Il caso favorisce la mente pre-
parata». La mia speranza è che questa conversazione di scienza e soggettività che
si sta dipanando ti preparerà a creare la vita e il lavoro che desiderate.
Cominciamo con un quadro che può aiutare nell’impostare la scena su come
ci avviciniamo al sintetizzare il rigore quantitativo delle scoperte scientifiche con
la sottigliezza delle nostre vite soggettive. Quando facciamo un passo indietro

3
dal trambusto frenetico della nostra vita quotidiana, arriviamo a una sola visione
in cui la realtà può essere divisa in almeno due aspetti fondamentali, due lati di
una sola realtà della nostra esistenza. Di fronte ai nostri occhi noi vediamo il lato
visibile, l’adattamento fisico delle cose nel mondo fisico materiale. Per esempio,
se alzate il braccio di fronte agli occhi, potete vedere la vostra mano muoversi.
Potete anche notare un fiore che cresce nel giardino, sentire il suo profumo, toc-
care la morbidezza dei suoi petali. Questi sono tutti elementi del lato spaziale
del nostro mondo fisico. Tuttavia, egualmente reale è il lato della nostra unica
realtà che è nell’aspetto esperienziale: il senso soggettivo del rosso della rosa, le
sensazioni che si diffondono del suo aroma nella nostra esperienza interiore, i
ricordi di tutti i fiori che abbiamo mai visto. Possiamo anche scrutare gli occhi
delle altre persone, immergerci nelle loro espressioni facciali e percepire a che
cosa potrebbe assomigliare il loro mondo interiore soggettivo. Riceviamo input
dal mondo fisico esterno dei fiori o delle facce attraverso i nostri primi cinque
sensi e allora, simultaneamente, facciamo esperienza delle sensazioni soggettive
che ci permettono di percepire quel mondo esterno o quel mondo soggettivo
interiore. Avvicinandoci, possiamo percepire l’input dal corpo, portato dentro
dal sesto senso somatico. Questi sono i modi in cui raccogliamo i dati dal mondo
fisico: del nostro corpo e del panorama esterno in cui viviamo. Questo è “come”
creiamo le percezioni soggettive del lato fisico della realtà. Ci sono virgolette at-
torno alla parola come perché nessuno su questo pianeta veramente conosce il
“come” reale di come la proprietà fisica dell’attivazione dei neuroni, per esem-
pio, “crea” l’esperienza soggettiva del vedere una rosa. Nessuno sa come proce-
diamo dal vedere una persona che piange al sapere che la persona si sente triste.
Nessuno. E nessuno sa come il pensiero di una rosa nella nostra esperienza sog-
gettiva spinge il cervello a produrre l’attivazione in un particolare pattern. E per
questo motivo, alcune persone dicono che volgersi al mondo fisico e cercare di
relazionarlo al mondo soggettivo interiore è un compito inutile. Alcuni hanno
anche detto che sia distruttivo: che provare a intrecciare il mondo della scienza
con il mondo della soggettività distrugga l’importanza della nostra vita interiore
mentale. Io spero che vedrete che intessere una visione di come il mondo fisico
oggettivo coesista con il mondo soggettivo interiore, se fatto con umiltà e aper-
tura, è davvero fortificante. Possiamo guardare a questo fondamentale luogo d
i partenza di tutte le discussioni della mente e del cervello e trovare un nuovo
modo di guardare a questa vecchia domanda.
È possibile percepire il nostro mare interiore, quello che è distinto da questo
mondo spaziale fisico del corpo e degli oggetti esterni. Quando diventate consa-
pevoli della rosa vissuta nel vostro mondo sensoriale e le immagini e le emozioni

4
che la parola rosa evocano dentro la vostra esperienza nel tempo, voi potreste
dire che state percependo i pattern di attivazione del cervello. Ma intendete con
questo che la vostra percezione della rosa è veramente una percezione della con-
duzione elettrica e delle connessioni sinaptiche che diventano attive all’interno
del vostro cranio? O state dicendo che queste sono correlate l’una all’altra, che
nel momento in cui avete la percezione soggettiva del vedere la rosa, sapete dalle
vostre letture della ricerca che la porzione posteriore del cervello – la corteccia
occipitale – si sta attivando? Per guardare a questo problema da una prospettiva
diversa, è utile chiarire alcuni concetti di base.
Il lato soggettivo empirico della realtà è non oggettivo, nel senso che non
potremmo ponderarlo, tenerlo in mano, o catturare la natura soggettiva di tali
esperienze interiori con una macchina fotografica, neanche con uno scanner di
imaging cerebrale funzionale. Questo mondo interiore, l’essenza soggettiva del-
la nostra vita mentale, non è la stessa cosa dell’attività del cervello. Potremmo
stabilire che in quell’istante di tempo, quando percepiamo la paura, possiamo
anche catturare, su una scansione computerizzata, un’immagine tecnica assem-
blata che mostra che l’amigdala si sta attivando nella regione limbica del nostro
cervello. Ma si nota come, in verità, possiamo solo dire che l’attivazione fisica e
l’esperienza soggettiva si verifichino virtualmente nello stesso momento: l’atti-
vazione dell’amigdala non è la stessa cosa del provare paura. Dobbiamo mante-
nere una mente aperta sulla direzione delle influenze accidentali: immaginare la
paura potrebbe indurre l’amigdala ad attivarsi tanto quanto l’amigdala che si sta
attivando “ci dà” la sensazione di paura. Come possiamo riconciliare questa im-
portante influenza bidirezionale della mente (soggettività e lato mentale interno
della realtà)?
Prima di spingerci oltre, lasciatemi osservare che dobbiamo affrontare que-
sta domanda direttamente all’inizio se dobbiamo avere una discussione profon-
da, ricca di scienza, che illumini la soggettività del cosa significhi veramente es-
sere consapevole Ecco qui alcuni concetti fondamentali che guideranno il nostro
cammino.
L’esperienza soggettiva non esiste in una sede fisica, ma esiste nel tempo.
Pensate a “dove” la vostra sensazione di paura o la vostra percezione di stupore
all’aroma della rosa siano localizzate nello spazio. Proprio ora, che cosa provate
dentro di voi? Quali immagini compaiono nell’occhio della mente? Mentre po-
treste non essere in grado di quantificare le dimensioni spaziali di altezza, lar-
ghezza e profondità che ha la sensazione o l’immagine, non potete veramente
mettere un metro fisico su di essa per misurare l’immagine nella vostra mente:
sapete che la vostra esperienza è reale in questo preciso momento. Ma dov’è nel-

5
lo spazio? Se dite “nel cervello,” state eguagliando l’attivazione neuronale con
l’esperienza mentale. La verità del nostro lato esperienziale soggettivo della re-
altà è che può coesistere nel tempo con il lato materiale, “oggettivo” della realtà
che davvero esiste nello spazio e può essere misurato nelle dimensioni fisiche. Il
tempo è quel che condividono questi due lati della nostra unica realtà. Possiamo
provare amore ora e simultaneamente manifestare un’attivazione in specifici cir-
cuiti neurali del cervello. Quel che hanno in comune è la co-manifestazione nel
tempo, e così diciamo che sono correlati. Tuttavia, spesso sorge la domanda di
chi arrivò prima, e allora noi siamo lasciati a battagliare per trovare le risposte.
Se la risposta alla questione di cervello e mente fosse unidirezionale come
l’affermazione comune, “la mente è solo l’attività del cervello”, allora non ci sa-
rebbe molto di cui parlare. Il vostro cervello si prenderà cura di tutto. L’implica-
zione naturale sarebbe che siamo schiavi del nostro cervello. Ma attualmente i
risultati della scienza confermano l’idea che la mente può attivare il circuito del
cervello in modi che cambiano le connessioni strutturali di esso. In altre parole,
potete utilizzare l’aspetto soggettivo interiore della realtà per alterare la struttura
fisica oggettiva del cervello.
Questa questione non è solo una chiacchierata di tipo accademico o un di-
battito su questioni intellettuali. Se noi possiamo risvegliare le nostre menti per
portare i nostri cervelli in una certa direzione di crescita, allora possiamo costru-
ire il circuito neurale di resilienza e di compassione. Possiamo utilizzare la mente
per trasformare i nostri cervelli e le nostre vite. Non male per una mente che è
spesso ignorata nella vita moderna, fondamentalmente ignorata nell’istruzione
odierna e invisibile all’occhio fisico.
Mentre procediamo nella nostra chiacchierata di quel che significhi essere
presente – di come possiamo diventare un terapeuta consapevole – questi con-
cetti fondamentali della realtà sono profondamente rilevanti, anche se inizial-
mente potrebbero apparire in qualche modo astratti. Se queste considerazioni
vi sono nuove e vi sentite un po’ confusi, per favore abbiate pazienza. Presto ve-
dremo che la soggettività dell’esperienza mentale e l’oggettività dell’attivazione
neurale possono essere felicemente sintetizzate in un solo quadro che aiuta a
preparare la mente ad affrontare le sfide e capire i misteri che prima potrebbero
essere sembrati impossibili da gestire.

6
INIZIARE DAI CONCETTI DI BASE: FONDAMENTI E POSSIBILITÀ

I lati esperienziali e fisici della realtà possono essere considerati i fondamen-


ti. “Fondamento” è una parola che denota che qualcosa è un elemento di base,
ben saldo, che non può essere ulteriormente dissezionato, ulteriormente ridotto.
Un fondamento è una solida base, e noi possiamo considerare i lati esperienziali
e fisici della realtà come fondamenti. Passare una settimana con un gruppo di
scienziati e praticanti contemplativi analizzando il tema di scienza e spiritualità
ha portato ad alcune discussioni affascinanti in cui abbiamo lottato con que-
ste questioni della soggettività e dell’attivazione neurale. Con un filosofo-fisico-
medico, Michel Bitbol, ho avuto una chiacchierata profondamente gratificante
sulla natura della realtà e su questa visione dei fondamenti. Quel che è emerso da
questa discussione è stato il concetto che l’esperienza di una sensazione come
l’amore possa correlare nel tempo con l’attivazione di aree specifiche del cervel-
lo nello spazio fisico, ma entrambi sono fondamenti e “coemergono” insieme.
Il sentimento d’amore e l’attivazione dei circuiti neurali condividono la dimen-
sione temporale: una è esperienziale, l’altra fisica. È giusto dire che l’attivazio-
ne neurale può creare il sentimento d’amore; ed è egualmente giusto dire che il
sentimento d’amore può creare l’attivazione neurale. Non dobbiamo assegnare
dominanza o superiorità a un elemento o all’altro. Sono le due facce della stes-
sa medaglia. Scommettereste con qualcuno se la moneta avesse solo o teste o
croci nelle sue facce? Possiamo aspettare con impazienza che, con il passare del
tempo, un maggior numero di esplorazioni scientifiche e filosofiche – su questa
questione di mente e materia – possano recare nuove conoscenze nella natura
della realtà. Ma per ora, possiamo avere la consapevolezza che l’interezza di una
unica realtà abbia almeno due aspetti che si manifestano insieme nel tempo: i
lati fisico e mentale della realtà.
Questo è il quadro di lavoro della realtà su cui sarà basata la nostra sintesi di
scienza e soggettività. Dopo la conferenza su scienza e spiritualità, ero sul treno
di ritorno a Firenze con numerosi studenti dalla riunione durata una settimana.
Ci siamo immersi in mattinate esperienziali di tai chi, qiqong, danza e canto,
seguiti da discussioni intellettuali sulla natura della realtà e dell’esperienza uma-
na, e quindi pomeriggi con altre discussioni, immersioni esperienziali e tempo
per la riflessione privata e riunioni informali. La sera continuavamo allo stesso
modo. È stata proprio una settimana che mi ha insegnato come sia importante la
pratica esperienziale per bilanciare la fascinazione delle discussioni concettuali
astratte. Sul treno, una madre del Wisconsin venuta a prendere la figlia che aveva
trascorso un anno all’estero ascoltava la nostra chiacchierata su come riconcilia-

7
re queste questioni della realtà. Ho tirato fuori il mio diario e ho disegnato una
figura per cercare di illustrare visivamente questo concetto dei due lati di una
unica realtà. Ascoltando la nostra discussione, la madre si rivolse a me mentre
ci stavamo preparando per scendere dal treno e mi disse: «Per favore, mi mandi
l’indirizzo dei direttori della conferenza perché mi sento di dover inviare loro un
assegno per l’iscrizione. È stato così interessante e utile!». Spero che lo sia anche
per voi. Nella figura 1.1 troverete l’immagine visiva di questo modo di vedere la
realtà.
Immaginate che la realtà sia determinata dalle probabilità: una visione sup-
portata dalla meccanica quantistica (che abbiamo discusso a fondo per tutta la
nostra settimana). All’interno di un singolo piano di realtà, immaginate la perce-
zione di una possibilità indefinita. Niente è determinato; tutto è possibile. Quin-
di, mentre gli eventi accadono nel tempo (lungo l’asse delle x verso destra), alle
volte la nostra posizione rispetto a questo piano di possibilità aperto si spinge
fuori, lontano dal piano, e noi andiamo verso uno stato di probabilità. Se dico
“frutto,” vi siete mossi dal tutto-è-egualmente-possibile al cominciare più verosi-
milmente a pensare a un frutto. Questo spostamento da possibilità a probabilità
è visivamente illustrato come l’andare dal piano a un elevato plateau a valenza di
probabilità su ciascun lato del piano: quello fisico e quello soggettivo. Se quindi
dico “pomodoro”, potreste andare direttamente all’immagine del pomodoro che
sarebbe mostrato come un picco di attivazione.
Siamo passati da una possibilità aperta alla probabilità di attivazione di un
evento reale impegnato in quel preciso momento. Per catturare questo movi-
mento, possiamo immaginare un punto che è o sul piano di possibilità, sul pla-
teau a valenza di probabilità, o sul picco di attivazione.
Dato che ciascuno di noi ha tendenze derivate sia dal temperamento sia dalle
nostre esperienze accumulate, potremmo anche avere un insieme di inclinazio-
ni su come viviamo nel mondo. Questo aspetto sia della nostra esperienza sog-
gettiva mentale sia dei nostri pattern di attivazione neurale è rivelata come for-
me distintive, perimetri e altezze distintive dei nostri plateau che noi chiamiamo
“personalità”, come vedremo nel capitolo 11.
Una chiave per questa figura è che questo movimento lontano dal piano di
possibilità (su e giù, lungo l’asse delle x) accada in modo virtuale in due direzioni
simultaneamente. Nel preciso momento in cui facciamo esperienza dell’imma-
gine mentale del pomodoro sul lato soggettivo, andiamo anche verso il pattern
dell’attivazione neurale nel cervello che si correla con l’immagine del pomodoro.
Questi sono i picchi di attivazione. La percezione del frutto potrebbe essere sot-
to il diretto accesso conscio – o potrebbe essere appena rivelato come voglia di

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Esperienza soggettiva
Grado di
probabilità (y) Picchi di
attivazione
100%

Plateau di
Probabilità

Tempo (x)

100%
Piano aperto
di possibilità
Diversità (z)

Firing neurale

Figura 1.1 Il piano delle possibilità. Si tratta di una metafora visiva volta ad abbracciare
molte dimensioni dell’esperienza umana. (1) Possiamo immaginare che i nostri fondamenti
dell’attivazione neurale (sotto il piano) e l’esperienza mentale soggettiva (sopra il piano)
si rispecchino l’un l’altra, e alcune volte l’uno conduce all’altra, poiché il cervello guida
l’esperienza soggettiva e il focus dell’attenzione guida l’attivazione neurale nel tempo
(rappresentato sull’asse delle x). (2) Sulla base dei gradi di probabilità, l’asse delle y
(verticalmente sopra e sotto il piano) traccia un grafico quando una possibilità aperta esiste
nel piano (come in un’aperta consapevolezza mindful), o la certezza compare a un picco
di attivazione (un particolare pensiero, sentimento, ricordo, e il loro parallelo nel firing
neurale). (3) L’eterogeneità dell’esperienza mentale o dell’attivazione neurale possibile
è simbolizzata lungo l’asse delle z (lontano e verso di te fuori dalla pagina), cosicché più
è ampia la zona lungo questo asse, maggiore varietà di attivazione neurale/esperienza
mentale è possibile. Il piano è completamente aperto; il plateau è ampio o stretto, ma
limitato nella sua diversità; un picco di attivazione è unico nella sua gamma di esperienza
mentale o attivazione neurale. (4) Un picco rappresenta un’attivazione specifica di mente o
cervello colta praticamente in quell’istante, attivazioni che sono dedite a manifestarsi come
quella particolare attività in quel momento del tempo. Un plateau rappresenta uno stato
della mente o un profilo dell’attivazione neurale che potrebbe avere molte forme e gradi di
altezza e ampiezza: più basso significa meno certezza che le attivazioni potrebbero essere
possibili e più ampio significa maggiore varietà, un più vasto insieme di propensioni; più
alto indica una più grande probabilità di attivazione di quelle opzioni che sono preparate o
rese più suscettibili di accadere in quello stato o profilo, e più stretto indica un più ristretto
insieme di scelte i cui i picchi potrebbero originare da quel particolare plateau. Il piano
aperto di possibilità rivela una possibilità pari a zero che qualche particolare picco o plateau
possa apparire, e così rappresenta uno stato aperto di consapevolezza mindful e un profilo
neurale recettivo in quel momento.

9
uno snack – ma la preparazione neurale, il rendersi pronto del cervello a inviare
immagini di tutti i tipi di frutta, sarebbe evidente nelle connessioni sinaptiche
che diventano più suscettibili di compiere attivazione in futuro. Questi stati a
valenza sono stati descritti come plateau di aumentata probabilità.
Nel piano aperto di possibilità, è disponibile un numero quasi infinito di
combinazioni di attivazione neurale e di esperienze soggettive. Come noi ci
muoviamo nel tempo, la nostra personalità esprime sé stessa con tendenze di
attivazione neurale, focus soggettivo della nostra attenzione e risposte emotive
nella forma di nostri vari plateau nel tempo. Come noi continuiamo a restrin-
gere i nostri pattern di esperienza e attivazione, ci muoviamo dall’ampiezza di
possibilità e da gruppi di predisposizioni nel nostro insieme di plateau verso un
particolare plateau, mentre alcuni pattern di attivazione o esperienze soggettive
possono manifestarsi più verosimilmente. Questo, per esempio, potrebbe acca-
dere se vi preparate a giocare a tennis: il vostro cervello si muove in direzione di
pattern di attivazione preparandoci alla competizione; il vostro mare mentale
attiva un senso di eccitamento e i ricordi di partite precedenti. Quando prendete
la vostra racchetta, ed eseguite delle azioni specifiche in quell’istante il vostro
lato fisico della realtà va verso un picco di attivazione mentre i vostri pattern di
attivazione neurale attivano specifiche vie motorie. Sul lato mentale della realtà,
questo picco implica il fatto di sentire un certo slancio mentre percepite il mo-
vimento del corpo e il brivido della competizione. Se doveste immaginare voi
stessi giocare una partita, l’esperienza soggettiva di creare immagini dettagliate
di una partita di tennis potrebbe guidare i pattern di attivazione neurale, proprio
come giocare per davvero la partita potrebbe far sì che l’attivazione neurale guidi
l’esperienza soggettiva.
Questa metafora visiva della connessione tra i due fondamenti basilari del lato
fisico/neurale e quello mentale/soggettivo della nostra unica realtà ci permette di
andare avanti e indietro tra questi due lati del singolo dominio dell’esistenza. Non
stiamo creando un dualismo qui, ma piuttosto stiamo accettando la posizione
che i due lati mentali e fisici della realtà siano egualmente reali e si influenzino vi-
cendevolmente. Per alcuni, come Cartesio, questi erano due mondi indipendenti.
Anche i filosofi moderni (Wallace, 2008) vedono come errore filosofico il fatto di
unire il mondo fisico e quello mentale in un unico mondo. Tuttavia, le neuroscien-
ze moderne alcun volte vanno all’altro estremo, rendendo il cervello padrone e la
mente uno schiavo, un risultato proprio dei pattern di attivazione neurale. Sono si-
curo che ci sarà una marea di obiezioni nel vedere il mondo mentale e quello fisico
ognuno come differenti fondamenti che cooriginano, ma per ora utilizziamo que-
sto modello, dato che ci aiuta a vedere una questione molto importante: alcune

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volte il cervello guida la mente, indirizzandola, dato che è la forza trainante delle
nostre esperienze. Ma altre volte, come mostra questo modello, la mente conduce
e utilizza il cervello per creare se stessa. Alcuni studi rivelano che l’attività della
mente può far sì che il cervello attivi pattern specifici, e fondamentalmente cam-
biare la struttura del cervello stesso (Doidge, 2007). Un esempio di tale studio è la
ricerca sull’impatto dell’immagine mentale come forma di pratica. I musicisti e gli
atleti che immaginano di fare pratica con i loro strumenti o nel loro sport non solo
ottengono eccellenti risultati in termini di mantenimento e miglioramento delle
loro abilità fisiche, ma sono state dimostrate variazioni nella crescita del cervello
come risultato di questa attività mentale.
Questo modo di vedere la realtà ci permette anche di esplorare più profon-
damente cosa possa significare realmente essere presenti. La presenza potrebbe
richiedere che portiamo i nostri lati sia neurale che mentale dell’esperienza in
modo flessibile verso un piano aperto di possibilità. Piuttosto che essere rigida-
mente bloccati nel ripetere pattern di picchi, ciecamente influenzati dai nostri
umori nei plateau di probabilità, o essere schiavi delle nostre particolari predile-
zioni di personalità in pattern di plateau rigidamente confinati, possiamo andare
liberamente al piano e creare nuovi approcci a vecchi problemi. Tale visione ci
permette di comprendere il concetto che essere recettivi ci rende disponibili allo
spostamento in un posto interno aperto e rende possibile la creazione di stati
imprevedibili, in modo da entrare in risonanza con gli altri. Questo è un modo in
cui possiamo intenzionalmente coltivare creatività e presenza nelle nostre vite.
Questa metafora del piano ci aiuta anche a vedere come i pattern di attiva-
zione del nostro cervello cambieranno proprio come il nostro mare interiore
soggettivo sarà alterato in risposta ai segnali di qualcun altro. Se abbiamo idee
preconcette, siamo posseduti da giudizi, i nostri plateau di probabilità o i no-
stri picchi di attivazione ci bloccheranno dall’essere veramente aperti, dall’avere
una presenza aperta. La presenza si manifesta quando possiamo muoverci libe-
ramente dentro e fuori dal piano aperto di possibilità. Imparare a monitorare
questi aspetti neurali e soggettivi della realtà, e quindi a modificarli in direzione
di un piano aperto di possibilità, è una immagine visiva di ciò che significa essere
consapevoli. Imparare a sviluppare l’abilità di andare nel piano aperto di possibi-
lità può coltivare presenza nelle nostre vite e nelle nostre relazioni.
Possiamo dire che essere presenti con gli altri implichi l’esperienza di aper-
tura a qualunque cosa compaia nella realtà. Presenza significa essere aperti, ora,
a qualunque cosa sia. Arriviamo a riconoscere le nostre stesse inclinazioni, e in
quella consapevolezza, liberiamo noi stessi per andare dal picco al plateau, al
piano con agio e volontà.

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Questo modello collega il nostro nucleo soggettivo con la nostra realtà neu-
rale in un modo che è unificante piuttosto che divisivo. Ma possiamo solo essere
aperti al vedere come questo si dispiega. La pensavo così ai tempi della scuola
superiore, e credetemi, non mi faceva avere molti amici nello spogliatoio o nel
cortile. Così potete capire come potrei sentirmi riluttante a procedere a spron
battuto con questa idea proprio dal principio. Ma penso che possa funzionare, e
insegnarlo nei seminari si è dimostrato molto gratificante, così eccoci qui.
Naturalmente, spesso cerchiamo con parole in frasi e paragrafi di tirar fuori
l’essenza di qualcosa da dentro di noi per connetterci con gli altri. Oppure noi
possiamo comunicare utilizzando figure, disegni, o foto, o con musica, danza, o
contatto. Ma in qualunque modo io cerchi di tirar fuori la mia esperienza inte-
riore soggettiva nel mondo per connettermi con voi, la verità è che il mio mondo
interiore non può mai essere pienamente comunicato. Possiamo fare solo del
nostro meglio in questo contesto. Il mio cuore mi dice di condividere questa idea
con voi, così spero che continuerete ancora lungo questo cammino. Tutto ciò
che ciascuno di noi può fare è cercare di fare del proprio meglio, in modo umi-
le, sapendo che non è mai completo. Qualsiasi mappa di un territorio è proprio
questo: una guida, non una prigione. Se la metafora è utile per illuminare la via
e per facilitare la comunicazione, allora forse avrà una funzione utile per noi.
Vediamo come va.
E così ci siamo figurati un’immagine visiva di “realtà” come includente un
piano di possibilità, gli assi di tempo, di diversità e di probabilità. Mentre andia-
mo da una possibilità aperta verso probabilità e attivazione, andiamo fuori nelle
due direzioni sopra e sotto il piano in direzione dei nostri due aspetti dei lati
fisico e mentale della realtà. Forse avete pensato a più aspetti oltre il fisico nello
spazio in tre dimensioni e il mentale nell’esperienza soggettiva, lo “spazio della
mente,” se volete. Per ora, rimaniamo con questi due lati della realtà e vediamo
dove possiamo andare con questa visione. Torniamo ancora con un esempio ge-
nerale a illustrare come questo modello di realtà lavori nel tempo reale. Poiché
andiamo dal livello di questo piano a due dimensioni verso l’esterno, nella terza
dimensione, sopra o sotto il piano stesso, ci siamo mossi dalla possibilità aperta
all’interno del piano alla realtà raffigurata oltre il piano. All’interno del piano, la
possibilità è indefinita, o quel che alcuni potrebbero preferire chiamare “infini-
to” o “indefinito”. Per esempio, potete pensare a qualunque cosa vi piacerebbe
in questo momento. Siete nel piano, e le possibilità dell’esperienza mentale o
dell’attività del cervello sono aperte, indefinite, virtualmente infinite. Se leggete
il nome “Torre Eiffel”, la risposta fisica del cervello potrebbe essere di attivare
pattern di attivazione neurale specifici che hanno codificato la torre nel passato

12
mentre il tuo lato esperienziale potrebbe implicare il vedere la torre nel nostro
occhio della mente. Con il vedere o il sentire il nome “Torre Eiffel,” siete andati
dalla possibilità aperta all’interno del piano alla realtà vissuta come un picco ol-
tre il piano. In questo momento, nel tempo siete andati verso l’esterno su un uni-
co lato con l’esperienza del vedere la torre, e vi siete mossi verso l’esterno sull’al-
tro lato dell’attività neuronale. Questi sono i modi in cui l’esperienza soggettiva
è correlata con la componente fisica dell’attivazione neurale. È come se un cono
di probabilità fosse stato stirato verso l’esterno in due direzioni lontano dal pia-
no, sopra e sotto il livello del piano. Questo movimento bidirezionale del cono è
simmetrico su entrambi i lati del piano dal momento che “soggettivo” e “fisico”
si riflettono reciprocamente. Come il cono si allontana dal piano, su ciascun lato,
l’ampiezza infinita all’interno del piano si restringe al plateau e arriva a un punto
del cono al picco. Ora che avete visto o sentito il nome “Torre Eiffel” e l’imma-
gine svanisce e cessa l’attivazione neurale, ritornate a muovervi dal picco a una
fetta di cono più in basso, chiamata “plateau a valenza di probabilità”. Questo
è il plateau che rende più probabile che voi pensiate alle crêpe piuttosto che ai
“tacos”. Dato che il tempo comporta questo stiramento, dapprima andiamo nella
direzione di aumentate probabilità (del volere una crêpe). In seguito, gli eventi
potrebbero accadere, e più andiamo lontano dal piano più ristrette diventano le
probabilità fino a che stiamo davvero pensando a quella crêpe. Questa è la punta
del cono, il nostro picco di attivazione. Ci siamo stretti da un’aperta possibilità
(all’interno del piano) all’aumentata probabilità (nel plateau) alla realtà specifica
(al picco). Quando tornate indietro in direzione del piano, dapprima ritornate a
un plateau di probabilità, e quindi indietro al quasi infinito insieme di possibili
pattern di attivazione (fisicamente) o alle esperienze (mentalmente) che sono
completamente aperte, e siete ritornati al piano aperto di possibilità.
La presenza può essere vista come un moto flessibile avanti e indietro dall’in-
terno del piano ai plateau e picchi mentre andiamo dalla possibilità alla proba-
bilità all’attivazione, e indietro ancora giù alla possibilità. La presenza è questo
aperto e flessibile movimento attraverso il tempo.
La presenza comporta il movimento flessibile dentro e fuori questi strati di
esperienza, cosicché non siamo chiusi in qualche propensione influenzante di
probabilità restringente, o pattern fissi di attivazione. Fluidamente e liberamente
andiamo da uno specifico pensiero o sentimento (nell’esperienza) o un partico-
lare pattern di attivazione nel cervello o comportamento manifesto (nello spa-
zio) in direzione della probabilità più flessibile, e infine indietro nella possibilità
aperta. La capacità di andare dentro e fuori di questo insieme di transizioni è
quel che noi definiremo come presenza. E la presenza è una abilità che si può

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apprendere. Questa è la chiave: possiamo apprendere ad allentare la presa di
un’abitudine e di aspetti difficili da cambiare di quel che chiamiamo persona-
lità per diventare più consapevoli. Noi possiamo apprendere a monitorare il no-
stro mondo interno – nella mente e nel cervello – e quindi modificarlo in modo
da coltivare la presenza non solo come uno stato creato intenzionalmente, ma
come un tratto perdurante nelle nostre vite.
Che modo per cominciare la nostra conversazione. La mia esperienza in
questo momento mi suggerisce, con preoccupazione, che possiate trovare tut-
to questo troppo astratto. Tale preoccupazione scava una galleria attraverso la
mia mente esperienziale: “Io spero che tu non richiuda il libro sbattendolo!”. Una
parte di me desidera cancellare tutta questa parte sul concetto dei due lati di una
sola realtà, di un piano di possibilità, sui plateau, sui picchi. Perché non possia-
mo semplicemente rendere questo libro più diretto sulla ricerca della mindful-
ness? Non possiamo semplicemente mangiare una insalata o un panino in cortile
e parlare della partita di ritorno della prossima settimana? I miei plateau sono
pronti per il rifiuto e l’isolamento. Ma forse, proprio forse, questa volta sarà di-
verso… e naturalmente, tutto il nostro cercare di aiutare gli altri, specialmente
all’interno della psicoterapia, richiede che ci immergiamo a fondo nella natura
delle nostre vite mentali soggettive. I miei picchi di condanna del rifiuto vanno
indietro ad alcuni plateau di preoccupazione… e ora, con alcuni respiri al centro
della mia consapevolezza, mi rilasso in un familiare, ma meno restrittivo, plate-
au di solo dubbio e vigilanza.
Seguo il mio respiro, dentro e fuori, mentre ora mi permetto di tornare a un
piano aperto di possibilità. Alcune volte dobbiamo dargli un nome per domar-
lo, guardarlo di fronte, nei plateau e picchi di vita, e perdere la loro rigida presa
mentre ammorbidiamo i picchi, ampliamo i nostri plateau e ci rilassiamo in un
piano aperto di possibilità. È da qui che noi tutti cominciamo, in verità è un po-
sto che tutti condividiamo, ed è un grande posto in cui troviamo chiarezza quan-
do vi ritorniamo. Questo è il modo in cui torniamo alla presenza.
Iniziando con il radicarci in questa visione, saremo capaci di andare avan-
ti e indietro, fluidamente, dalle discussioni del cervello (nello spazio fisico) alle
esplorazioni della vita interna (nel mare mentale interno), che è cruciale per
tutto ciò che faremo. Se non cominciamo con queste nozioni di base, potreb-
be essere difficile sviluppare una comprensione dettagliata di queste importanti
questioni circa la guarigione. Potremmo essere quindi a rischio di affermazioni
non utili e semplicistiche come, “la mente è solo l’attività del cervello” o “cono-
scere il cervello non ha posto in psicoterapia perché la terapia è un’esperienza
soggettiva e intersoggettiva”. Ma essere preparati implica anche rendere queste

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idee sulla realtà e sulla guarigione accessibili alla vita di ogni giorno. Portiamo
questo importante quadro iniziale concettuale in una storia che indica la sua
applicazione pratica.

IL PIANO IN AZIONE E LA VITALE IMPORTANZA DELLA PRESENZA

Se sono in seduta con una paziente e lei mi arriva con un mal di testa, potrei
ripassare nella mia mente tutte le possibili cause del suo dolore. Questa, tra
parentesi, è una storia vera di quando ero un tirocinante in pediatria più di 25
anni fa. Quando questa quindicenne, Maria, mi racconta la sua storia, comin-
cio a credere con preoccupazione che lei stia soffrendo a causa dello stress per
i compiti a casa e i conflitti che lei ha con i suoi amici. Ma mentre la sua storia
si dipana, qualcosa attira la mia attenzione: il modo in cui punta la testa e mi
dice che solo quando dorme sul lato destro la sua testa al mattino le fa vera-
mente male. Quelle parole “veramente male,” echeggiano nella mia mente. Io
guardo il retro degli occhi di Maria e trovo che la retina appare un po’ nebulosa,
un segno di aumentata pressione cranica. La porto dal Medico mio supervisore
(io sono solo un interno in pediatria) che mi dice che gli occhi della paziente
sono a posto. Ma questo non mi convince, così chiedo a un neurologo un con-
sulto e anche di fare un controllo ai suoi occhi. Anch’egli concorda che gli occhi
di Maria sono a posto. Alla mia richiesta, viene consultato anche l’esperto di
malattie infettive, che concorda con gli altri e mi dice che Maria deve fare una
puntura lombare. Sono le cinque, così devo portarla giù al pronto soccorso per
continuare la valutazione.
Mentre mi sto preparando ad attuare questa procedura, pulendo la schiena
di Maria, preparando i miei strumenti, una immensa onda di “No!” parte dalla
mia pancia e nella mia testa (possiamo vedere questo, attraverso il nostro nuo-
vo quadro, come una attivazione neurale che sale su nel mio stomaco e nel mio
cuore, attraverso un’area chiamata Lamina 1 nella corda spinale e quindi espri-
mendosi nelle aree della linea mediana della mia regione prefrontale, compre-
sa la corteccia cingolata anteriore e dell’insula-aree che discuteremo presto in
gran dettaglio). Quindi, il mio lato soggettivo della realtà coglie una sensazione
che entra nella mia consapevolezza. Faccio esperienza di un improvviso senso
di panico. Dico alla paziente, e alla madre, e allo studente in medicina che fa
pratica con me, che non possiamo procedere. Anche se costerà migliaia di dol-
lari, insisto che facciano una TAC per escludere tutto ciò che potrebbe star al-
zando la pressione del suo fluido cerebrospinale. Se quella pressione è davvero

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elevata, il cervello spingerebbe verso il basso quando la puntura lombare fosse
cominciata e la paziente morirebbe quasi immediatamente
La madre mi prega di “fare semplicemente la puntura lombare” dato che glie-
la aveva raccomandata il professore delle malattie infettive. Ma il mio corpo dice
di no. Dopo che la madre prende in prestito dei soldi dal suo capo – piuttosto che
dover trasferire Maria all’ospedale della contea – viene fatta la scansione del cer-
vello. Vado a vedere altri pazienti al pronto soccorso aspettando i suoi risultati.
Quindi ricevo una chiamata dal radiologo; a Maria hanno trovato una pressione
enormemente elevata a causa di parassiti che crescono nel suo cervello (stanno
crescendo all’uscita del fluido spinale giù fino alla spina dorsale, e questi, verosi-
milmente, sono andati a bloccare ulteriormente l’uscita di questo fluido, che alza
la pressione ogni qual volta lei poggia la testa sul lato destro, causando l’aumen-
tato dolore). Riporto questa storia per illustrare il concetto che essere presenti
può salvare la vita a qualcuno. Anche se i miei insegnanti – tutti e tre –stavano
verosimilmente guardando i risultati dell’esame fisico accuratamente, tutto il
mio essere era coinvolto nel sentire cosa stava veramente accadendo a Maria. I
professori hanno fatto il meglio che potevano considerando la limitata quanti-
tà e forma di dati. Io ero il clinico che stava con Maria. Essere presente con lei,
letteralmente, significa essere aperti a tutto ciò che emerge da “l’essere con”. La
presenza è vitale nel nostro lavoro clinico. Niente sostituisce la presenza.
Con Maria, dovevo essere aperto a molte possibilità. La mia idea iniziale che
Maria fosse solo stressata doveva essere rilasciata, cosicché io potessi essere re-
cettivo a considerare altre idee, altri sentimenti, altre sensazioni. Dovevo per-
mettere a me stesso di tornare nel piano delle possibilità da quelle considera-
zioni naturalmente create, quei plateau e picchi di pensiero e analisi. Dovevo
essere aperto alle possibilità che il mio insegnante avesse torto, e che gli altri due
specialisti avessero sbagliato, cosicché io potessi affidarmi a un’altra possibilità.
Le opinioni e le reazioni degli altri ci spingono dal piano nel plateau, dal mo-
mento che prendiamo in considerazione il loro punto di vista. Che è necessario
e importante. La vita non può essere vissuta in un vuoto in cui sediamo a gambe
incrociate nel piano per tutto il tempo. Dobbiamo lavarci i denti, pagare le tasse
e prendere vere decisioni. Ciascuna di queste azioni richiede attenta conside-
razione e azione all’interno dei plateau e picchi di vita. La presenza implica il
movimento fluido dal piano al plateau al picco e indietro, giù, ancora al piano, in
un movimento in continua apertura nel tempo. Quel che non mi hanno fornito
intelletto e consulto, me lo hanno offerto i segnali del mio corpo, come un istinto
di pancia che mi ha aiutato a capire cosa fare o, in questo caso, cosa non fare. Le
nostre sensazioni istintive non sono in alcun modo sempre accurate, ma spesso

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forniscono un’importante fonte di conoscenza. Essere aperti alle molte vie del
sapere potrebbe essere cruciale nella gestione della nostra vita. L’essere aperti
implica ricevere input dalla nostra esperienza in toto, dal corpo alla memoria,
dall’intelletto alla sensazione, e quindi valutando la sua validità. In questo caso,
ha salvato la vita a Maria. Io ero semplicemente presente e facevo il mio lavoro.
Per tutti questi aspetti, possiamo vedere i picchi rappresentati che hanno
marciato attraverso il tempo-come “fatti” condivisi nella valutazione clinica di
Maria, come opinioni offerte da validi specialisti, come decisioni cliniche che de-
vono essere prese in considerazione e come interventi pianificati. Ma la presenza
ha permesso ai miei lati –fisico e soggettivo – della realtà di tornare al piano aper-
to della possibilità. Forse è stato il mio plateau di apprendimento a mettere co-
stantemente in discussione l’autorità e a non dare mai nulla per scontato, è stato
utile nel muovermi attraverso lo sbarramento di raccomandazioni che avrebbero
posto fine alla vita di Maria. All’inizio della mia formazione ho considerato im-
portante non far mio l’assunto che la convinzione delle persone riguardo a qual-
cosa fosse necessariamente collegata all’accuratezza delle loro affermazioni.
Che è, come sanno fin troppo bene tutti i miei amici, proprio la mia personalità.
Nessuno conosce tutti i fattori in gioco in un’esperienza, e io cerco di mantenere
una mente aperta come meglio posso riguardo alla natura della realtà. Questa è
la mia propensione, il mio generale luogo di partenza. Tuttavia, il fatto è che noi
dobbiamo arrivare a confermare le visioni delle cose, per prendere una posizio-
ne, per andare in una direzione specifica di trattamento. Dobbiamo ascoltare chi
è più anziano di noi, gli anziani più saggi. Ma, allo stesso tempo, dobbiamo avere
un continuo riscontro su come stanno andando le nostre valutazioni e i nostri
interventi clinici, ed essere aperti a lasciare andare i dettagli considerati, di tor-
nare dai picchi di attivazione e plateau di probabilità nel piano di possibilità. Tale
riscontro è l’elemento chiave di una psicoterapia efficace di ogni tipo (Norcross,
2002). La presenza ci permette di cercare tale riscontro e ci aiuta ad andare den-
tro e fuori del flusso dal possibile al probabile al concreto e ancora avanti e indie-
tro con facilità. La chiave è essere consapevoli di dove siamo in quel movimento,
nel piano delle possibilità aperte, restando nei nostri plateau familiari, allungan-
doci verso la prevenzione del nostro stato della mente come un plateau in rilievo
che limita le nostre opzioni, o esemplificando in quell’istante su una particolare
realtà mentre ci impegniamo in un particolare picco di attivazione. Con questa
consapevolezza del dove siamo in questi movimenti conici verso i due lati della
realtà, abbiamo la libertà di scelta, muovendoci flessibilmente dentro e fuori del
piano di possibilità con la fluidità aperta della presenza.

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CONCETTI DI BASE SUL CERVELLO

Procedendo attraverso questi capitoli, forniremo dirette spiegazioni di


aspetti rilevanti del cervello. Potremmo attingere ad un’ampia gamma di scien-
ze, come altri libri di questa collana fanno magnificamente. Ma qui rimarremo
fondamentalmente nelle neuroscienze per focalizzare su questa frontiera tra il
soggettivo e l’oggettivo e l’oggetto nella creazione della presenza consapevole.
La presenza dipende da un senso di sicurezza. Il cervello monitora continua-
mente l’ambiente esterno e interno per segnali di pericolo in un processo chia-
mato neurocezione, un termine coniato da Steven Porges (Porges, 2009). Quando
viene valutato un pericolo, ci mettiamo in allerta e attiviamo la risposta di lotta-
fuga-congelamento. La valutazione neurocettiva implica processi prefrontali,
limbici e del tronco encefalico ed è modellata dalla valutazione in corso del si-
gnificato di un evento e dal riferimento a eventi storici di tipo simile nel passa-
to. Per esempio, se io alzo la mia mano e tu non sei mai stato colpito prima da
un’altra persona, potresti interpretarlo come se io stessi per fare una domanda
o per chiamare un taxi. D’altra parte, se sei stato traumatizzato prima nel corso
della tua vita, potresti interpretare l’intenzione del mio alzare la mano con una
sensazione che io stia per colpirti. Stessa azione, ma accoppiata a una differen-
te interpretazione che è guidata da una valutazione di sicurezza o pericolo resa
parziale dalle vicende passate. Le nostre esperienze passate, specialmente di un
trauma irrisolto, restringono i nostri plateau e creano stati a valenza che ren-
dono parziale quanto saremo capaci di valutare apertamente varie situazioni. È
difficile essere presenti quando pensi che stai per essere colpito. Questi plateau
ci fanno filtrare gli input in un modo particolare e quindi rendono più probabile
che accada una specifica azione o interpretazione. Dai nostri particolari plateau,
andiamo verso un insieme di specifici picchi. Con una storia di trauma, il vostro
sistema si muove da aperta possibilità a propensione e probabilità, e quindi a
un’attivazione in veloce successione, rendendovi vulnerabili all’essere portati
lontano dallo stato di presenza. Conoscere le vostre personali tendenze di valu-
tazione neurocettiva è un importante passo per creare presenza come terapeu-
ta. Insegnare tali vie interiori di percepire il mondo può essere profondamente
importante per i pazienti, come vedremo nei seguenti capitoli. Quando vediamo
le cose come minacce, abbiamo lasciato lo stato di presenza recettiva aperto e
siamo entrati nello stato reattivo di lotta-fuga-o-congelamento.
Il sentimento di lotta potrebbe emergere come una tensione dei muscoli, un
aumento del nostro battito cardiaco e del nostro respiro, un serrare le mascel-
le, e un sentimento crescente di ostilità o rabbia. La fuga potrebbe anche essere

18
attivante, dato che è anche attivato il ramo simpatico acceleratore (simile del
sistema nervoso autonomo), ma questa volta siamo portati a scappare piuttosto
che ad attaccare. Potreste avere un impulso a scappare, a evitare un soggetto, a
volgere il vostro sguardo lontano da chi vuole colpirci. Lotta o fuga restringono
il nostro focus di attenzione sulle strategie di attacco o vie di fuga. Questo re-
stringere l’attenzione spegne l’apertura della presenza dato che ci riempiamo di
probabilità parziali o attivazioni fisse.
Con il congelamento, non ingaggiamo il sistema nervoso simpatico, ma piut-
tosto il ramo dorsale del sistema parasimpatico simile a un freno. Ora, abbiamo
attivato la parte non mielinizzata del nervo vago che risponde lentamente, che
rallenta il battito cardiaco e la respirazione, fa scendere la pressione sanguigna,
e può anche portarci a svenire. Questa è l’“immersione dorsale”. Il vantaggio di
queste risposte è di farci stare sdraiati per mantenere il flusso di sangue alla no-
stra testa, o di sembrare morti nel caso un predatore stia per divorarci. I carnivori
preferiscono nutrirsi di prede vive piuttosto che di carcasse in possibile decom-
posizione che li farebbe star male. L’immersione dorsale può salvarti la vita nella
savana.
Naturalmente, un sentimento di impotenza che può evocare la reazione di
congelamento pervade anche il nostro intero sistema e limita le nostre opzioni di
risposta e di pensiero. Ci congeliamo bloccati in uno stato di terrore, e spegnia-
mo il nostro senso di possibilità poiché isoliamo noi stessi dal coinvolgimento
con gli altri, e anche con noi stessi. Qui i plateau e i picchi sono nella modalità di
sopravvivenza e guidano la nostra esperienza interiore e i pattern di attivazione
neurale in modi radicati e limitanti.
Con la percezione di pericolo, non possiamo attivare quel che Porges chiama
il sistema di impegno sociale. E nemmeno accediamo a quel che io ho chiamato
sistema di autoimpegno (Siegel, 2007a). Invece di essere presenti con mindful-
ness, diveniamo distaccati, isolati e paralizzati. In questo modo andiamo dall’es-
sere recettivi all’essere reattivi.
Per questi aspetti, una percezione di pericolo e la sua attivazione seguen-
te della risposta lotta-fuga-congelamento oscurano la presenza del terapeuta o
del paziente. Con i pazienti, noi, quindi, ci disimpegniamo, ci chiudiamo e ci
ritroviamo distaccati. Si noti come non sia la stessa cosa del non essere capaci
di trovare le parole per parlare o non sentire chiaramente come procedere. Il pe-
ricolo percepito ci distacca, preclude le nostre opzioni e limita la presenza. E per
i nostri pazienti, diventare reattivi restringe la loro capacità di essere aperti alla
nostra stessa presenza e agli interventi terapeutici.
Essere aperti a qualunque cosa si verifichi può, alcune volte, creare uno sta-

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to di meraviglia, quando le parole non vengono facilmente ma noi rimaniamo
aperti agli altri, e a noi stessi. In questo modo, anche la presenza richiede una
tolleranza sia per l’incertezza sia per la vulnerabilità. Sono proprio queste carat-
teristiche che ci rendono capaci di offrire aiuto agli altri che lottano con la loro
propria circospezione e gli impulsi verso la certezza.
Se fossi diventato prigioniero della paura del pericolo nel relazionarmi con
Maria, sua madre, o i miei professori, io avrei potuto continuare con la puntura
lombare, temendo la risposta dei miei professori al mio non fare quel che mi ave-
vano raccomandato. Fortunatamente io non ho detto loro della TAC, cosicché
potessero dirmi qualcosa per distogliermi dall’idea di farla. Semplicemente “sa-
pevo” quel che dovevo fare. Essere presenti all’importanza del segnale del “no”
come segnale di pericolo, per ironia della sorte, è stato cruciale: ho dovuto essere
presente per la sensazione emergente del diventare reattivo al fare la puntura
lombare. E la chiave è essere consci e flessibili, cosicché permettiamo alle nostre
risposte interne di informarci piuttosto che di intrappolarci. Essere presenti non
significa che tutto va bene o che non possiamo prendere decisioni e compiere
azioni. Presenza non è lo stesso dell’essere passivi. Presenza significa che diven-
tiamo aperti alla verità piuttosto che oscurati dai nostri o da altrui giudizi erronei
o invariabili. La presenza è uno stato attivamente recettivo.
Come terapeuti è essenziale che monitoriamo nel nostro mondo interno i
segnali neurocettivi della valutazione del pericolo. Quando individuiamo una
risposta di lotta-fuga-congelamento nel nostro corpo come tensione o svuota-
mento, come una percezione interna di rabbia, paura, o impotenza, dobbiamo
fare il lavoro interno necessario per portare noi stessi fuori da tale stress, cosic-
ché possiamo ritornare a uno stato di presenza. In tale modo percepiamo picchi
e plateau nella nostra vita interiore, e intenzionalmente portiamo noi stessi in-
dietro, quando è giusto farlo, verso un piano aperto di possibilità.

ABILITÀ DI MINDSIGHT

Nel corso di questo lavoro, ci immergeremo anche profondamente negli


esercizi pratici per sviluppare le nostre capacità percettive nel monitorare ener-
gia e informazione nel triangolo del benessere. Questa tricezione (percezione
del triangolo) è quel che permette la mindsight quando percepiamo la natura
interconnessa della mente, del cervello e delle nostre relazioni. Queste sono le
abilità di mindsight che esploreremo in questo capitolo per supportare la nostra
capacità di essere presenti.

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Dopo quasi due decenni di lavoro con una visione della mente derivata da
un gruppo di studio interdisciplinare di scienziati, è stato profondamente gratifi-
cante avere una definizione operativa di un aspetto centrale della mente che for-
nisce applicazioni utili per aiutare a ridurre la sofferenza. Alla vasta maggioranza
dei professionisti della salute mentale non è stata offerta alcuna definizione di
mente. Ho scoperto che oltre 85.000 terapeuti in un’ampia gamma di discipline
nei quattro diversi continenti, meno del 5%, ha ricevuto una lezione che definis-
se la mente. Incredibile, non credete? Ma, per quanto possa essere sorprendente,
risulta anche che molti scienziati e filosofi della mente suggeriscono che definire
la mente non è possibile o che non dovrebbe essere fatto, e non hanno neanche
una definizione di mente. Esploreremo qui una definizione degli aspetti della
mente che sono stati di grande beneficio nell’aiutare le persone nei contesti cli-
nici, ma sappiate bene che non è un movimento scientifico o filosofico ricono-
sciuto di definizione della mente.
La mente può essere definita, in parte, come un processo che avviene nel
corpo e nella relazione e che regola il flusso di energia e di informazione. Dato
che un’importante caratteristica della mente è il processo regolatorio, essa ha al-
meno due aspetti essenziali: monitorare e modificare. Quando guidiamo l’auto-
mobile, dobbiamo monitorare dove stiamo andando e quindi modificare la no-
stra direzione e la nostra velocità. La mindsight ci rende capaci di vedere il flusso
di energia e di informazione più chiaramente e in dettaglio e quindi di modellare
quel flusso in una direzione positiva desiderata, spesso verso uno stato integrato,
che analizzeremo in tutto questo libro.
Per monitorare il flusso di energia e di informazione più in profondità e con
maggior forza, esploreremo specifici esercizi che allenano le abilità di mindsight
in tutto il libro. Queste sezioni possono servire come una ginnastica mentale, un
momento per far pausa dalle idee e dal quadro concettuale, per prendersi una
pausa dalla scienza del cervello e immergerci in esercizi esperienziali mirati a
costruire forza e agilità della nostra mente. Con la nostra definizione operativa
di un unico aspetto della mente come processo regolatorio, possiamo costruire
queste due componenti di regolazione mentre coltiviamo la mente. Possiamo
rafforzare le abilità di monitoraggio e costruire quelle che modificano. Queste
sono le due componenti che comprendono ciò che faremo in queste sezioni di
training delle abilità di ciascun capitolo.
Per iniziare, lasciate che introduca un esercizio di monitoraggio. Notate come
vi sentite quando leggete o sentite queste parole:
No.
No.

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No.
No.
No.
No.
No.
Ora sentite cosa provate quando leggete o sentite queste parole:
Sì.
Sì.
Sì.
Sì.
Sì.
Sì.
Sì.
Cosa avete notato?
Alcune persone sentono una stretta con “no,” una costrizione, un chiudersi,
alcune volte anche rabbia verso di me perché dico quelle parole.
Con “sì,” cosa avete sentito? Alcuni trovano questo come qualcosa che sol-
leva, che dà energia, che dà libertà, fa aprire, che dà un senso di sollievo e di li-
berazione. Non c’è una risposta giusta o sbagliata; qualunque cosa voi proviate
è la realtà del vostro lato soggettivo.
Il lato fisico di quelle esperienze per molti di noi potrebbe essere che con
“no” entriamo in uno stato reattivo, forse con elementi di lotta, fuga, o conge-
lamento. Con “sì” potremmo creare uno stato recettivo. Questi due aspetti di
base della nostra esperienza interna, essere reattivi o recettivi, sono elementi
cruciali con cui diventiamo familiari.
Quando siamo reattivi, la presenza è spenta. Quando siamo recettivi, la
presenza può essere creata.
Questo era solo un piccolo esercizio di monitoraggio per avviare l’abilità
focalizzata di attenzione del guardarsi dentro. Mettere in pratica questo con i
pazienti li rende capaci di fare esperienza, di prima mano, della differenza tra
essere recettivi ed essere reattivi. Con le coppie, ho scoperto che proporre questo
esercizio del “no/sì” è indispensabile per insegnare l’abilità di percepire gli stati
reattivi e quindi chiedere una pausa per aiutarli a tornare alla ricettività. Nessuna
comunicazione utile può generalmente emergere da uno stato reattivo.
Ora ecco un esercizio che modifica: cercate di trovare un posto tranquillo
dove non sarete disturbati da persone o da intrusioni tecnologiche per almeno
5 minuti. Una volta lì, vi invito a cercare (quel che potrebbe essere familiare
per alcuni) la pratica ampiamente diffusa del concentrarsi sul respiro. Questo

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esercizio universale e di base procede così: se siete seduti su una sedia, mettete
entrambi i piedi sul pavimento, con le gambe non incrociate. Se siete seduti sul
pavimento, potete incrociare le gambe o distendervi. (Cercate di non addor-
mentarvi, almeno non ancora. Questo richiederà che monitoriate il vostro sta-
to di allerta, qualcosa che esploreremo più avanti.) Ora lasciate che i vostri oc-
chi si focalizzino sul centro della stanza. Ora focalizzatevi sulla parete distante
(o il soffitto, se siete stesi sulla schiena). Portate il focus dell’attenzione indietro
al centro della stanza, e quindi alla distanza di lettura di un libro. Notate come
potete determinare dove va la vostra attenzione.
Ora chiudete gli occhi, se così vi sentite a vostro agio, e lasciate che la vostra
attenzione trovi il vostro respiro. (Dovrete leggere prima tutta questa nota nel
caso non la stiate ascoltando). Potreste notare le gentili sensazioni dell’aria che
fluisce dentro e fuori le vostre narici. Passate giusto alcuni momenti a percepire
il respiro lì, dentro e fuori. Ora, notate come la vostra attenzione possa andare
giù, fino al livello del petto, e sentite il movimento dentro e fuori del petto men-
tre l’aria entra ed esce dai polmoni. Cavalcate le onde del respiro, focalizzan-
dovi sulla sensazione del vostro petto che si solleva e si abbassa a ogni respiro.
Ora notate come possiate permettere che la vostra attenzione vada giù fino
al livello dell’addome mentre percepite il movimento verso l’interno e l’esterno
della pancia. (Potreste trovare utile mettere la mano sull’addome se trovate che
sia difficile all’inizio percepire il movimento della pancia). Quando l’aria en-
tra nei polmoni, il diaframma si muove verso il basso e spinge l’addome verso
l’esterno; quando l’aria esce dai polmoni, la pancia si ritrae. Sentite appena
il respiro dentro e fuori, cavalcando le onde del respiro mentre focalizzate la
sensazione dell’addome che va all’infuori e verso l’interno. (La respirazione ad-
dominale è più rilassante della respirazione del petto, e potrebbe essere utile
praticare questo focus sulla pancia da soli, per coltivare questa respirazione più
calmante).
Per questo esercizio iniziale, lasciate giusto che la vostra consapevolezza resti
sulla sensazione del respiro dovunque notiate questo più prontamente (l’addo-
me, il petto, le narici, o forse la sensazione di tutto il corpo che respira). Lasciate
che la vostra attenzione cavalchi le sensazioni del respiro, dentro e fuori.
Dopo alcuni minuti di questo esercizio, come vi sentite? Per alcuni, è diffici-
le sentire il proprio respiro. Per altri, sentire il proprio respiro è profondamente
confortante. Se non vi è utile ora focalizzarvi sul respiro, potrebbe aiutarvi con-
tinuare a provare qualche altra volta. Ma dopo un po’, potreste voler trovare un
altro focus di attenzione per cominciare, come la pianta dei piedi mentre cam-
minate lentamente per una dozzina di passi avanti e indietro, o trovare un’altra

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pratica iniziale come yoga o tai chi o la preghiera centrante. Altri preferiscono
focalizzarsi su un posto tranquillo, un’immagine proveniente dalla memoria o
dall’immaginazione così come una spiaggia o un parco. Per alcuni concentrarsi
sul respiro non risulta una fonte di conforto mentre concentrarsi su altro sì.
Ciascuno di noi è differente, e sarà importante trovare il particolare focus di
base che porti a un posto aperto e recettivo.
Qualunque sia il focus dell’attenzione per raggiungere una consapevolez-
za mindful, ciascuno di essi implica centrare la nostra consapevolezza su due
dimensioni di base: consapevolezza della consapevolezza e attenzione all’inten-
zione. Tali pratiche di mindfulness potrebbero attivare lo stato recettivo del si-
stema di autoimpegno e impegno sociale e portare un profondo senso di chia-
rezza. Dato che la maggioranza delle persone trova che il respiro sia calmante,
ci focalizzeremo su di esso, ma se preferite un altro focus, sostituitelo pure alle
nostre pratiche della consapevolezza del respiro nelle pagine a seguire.
Alcuni studi mostrano che con la pratica della consapevolezza mindful ar-
riviamo ad avvicinare le difficoltà piuttosto che evitarle. Questo risultato sog-
gettivo è correlato con le variazioni fisiche di uno “cambiamento a sinistra”, in
cui l’attività elettrica dell’area frontale sinistra della corteccia aumenta dopo
il training alla meditazione per la mindfulness (Urry et al., 2004). Si pensa che
questo cambiamento a sinistra rifletta un cambiamento verso uno stato di ap-
proccio dell’emisfero sinistro, al contrario della tendenza dell’attivazione fron-
tale destra che si pensa essere associata con l’evitamento di novità o sfide. Solo
per questo motivo, si pensa che il training formale in mindfulness promuova
resilienza, la capacità di approcciare piuttosto che evitare le questioni difficili.
Tra queste modalità per creare la recettività e un approccio sul qui e ora, le pra-
tiche per la consapevolezza mindful possono essere considerate il training di
base della mente per ogni terapeuta.
Oltre a focalizzarsi sul respiro (o parti del corpo o un’immagine o una can-
dela o una pietra, se questo è il vostro focus), ecco il prossimo aspetto di questa
pratica volto a produrre un cambiamento. Quando il vostro focus dell’attenzio-
ne si distrae, quando notate che non siete più consapevoli delle sensazioni del
respiro, amorevolmente e gentilmente riportate la vostra attenzione al respiro
(o parti del corpo o immagine). Il distrarsi è solo quel che la nostra mente fa.
Come abbiamo visto, se pensate che questo training alla mindfulness sia simile
al tonificare un muscolo, dobbiamo avere sia la contrazione sia il rilassamento
per ottenere la crescita del muscolo. La contrazione è la nostra concentrazione
– l’attivazione del muscolo dell’attenzione della mente – mentre il rilassamen-
to è il nostro distrarsi, dato che l’attenzione viene disattivata. Noi attiviamo

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intenzionalmente e disattiviamo involontariamente – inavvertitamente, inevi-
tabilmente e ripetutamente – e quindi ridirezioniamo attivamente l’attenzione
per rifocalizzarsi sul soggetto dell’attenzione da noi scelto. Provate a vedere se
riuscite a lasciare andare la vostra frustrazione, facendola fluttuare via come un
sentimento che emerge all’interno della vostra consapevolezza, e quindi ripor-
tate il vostro focus al respiro. Rifocalizzare l’attenzione e liberarsi dei sentimen-
ti di impazienza o irritazione, seguire l’intenzione di focalizzarsi sul respiro ed
essere gentili con voi stessi, ed essere consapevoli della vostra consapevolezza
sono tutti aspetti che rafforzano il monitorare e modificare parti della vostra
mente.
Se riuscite a trovare un esercizio per la mindfulness da fare ogni giorno –
anche solo per 5 o 10 minuti, forse arrivando a 20 minuti – spero che scopria-
te di poter sviluppare una nuova abilità, sia di monitorare sia di modificare
il mondo interno. Qualunque sia il vostro focus – il respiro nella meditazione
per la mindfulness, le vostre posture nello yoga, i vostri movimenti nel tai chi,
il senso di movimento dell’energia nel qigong, le vostre parole nella preghiera
centrante, i vostri piedi nella meditazione camminata, il corpo nel body scan,
immagini in un esercizio immaginativo di un posto tranquillo – l’idea è simile:
quando vi distraete, amorevolmente e gentilmente riportate il focus della vo-
stra attenzione al suo scopo.
Oltre 100 anni fa, il padre della moderna psicologia, William James (1890-
1981), disse che tale pratica del riportare l’attenzione che divaga indietro ai suoi
obiettivi ripetutamente sarebbe “il non plus ultra della formazione”. Egli asseriva
anche che il problema era che non sapevamo come ottenerlo. La verità è che
lo sappiamo, davvero. Tale pratica per la mindfulness è simile al mantenere il
cervello sano e in forma. Noi manteniamo bene la salute dei nostri corpi man-
tenendoli fisicamente attivi con un esercizio regolare. Gli esercizi di mindfulness
sono pratiche giornaliere di esercizio del cervello: sempre più studi suggeriscono
che mantengono il nostro cervello in salute e la nostra mente resiliente. Questo è
il modo in cui possiamo mantenere bene noi stessi: esercitando regolarmente la
sintonizzazione su noi stessi attraverso pratiche di mindfulness.
In altre pubblicazioni, ho proposto che l’integrazione è al cuore del benes-
sere (Siegel, 1995, 1999, 2001) e ho sottolineato nove specifici domini d’integra-
zione che possono essere coltivati (Siegel, 2006, 2007a, 2010). Per molti aspetti,
l’integrazione forma le fondamenta delle nostre esplorazioni della neurobio-
logia interpersonale (Cozolino, 2002, 2010; Badenoch, 2008). In questa sede ci
riferiremo a tali domini d’integrazione dato che essi si inseriscono in un nostro
più ampio quadro di PART della terapia che funziona (part 12).

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La mindfulness è un unico aspetto del primo dominio dell’integrazione
della coscienza. Per noi stessi come terapeuti, fare esercizi per il training della
mindfulness crea intenzionalmente uno stato di consapevolezza mindful. Noi
siamo aperti a quel che è, notando sentimenti e pensieri che vanno e vengo-
no, e tuttavia mantenendo l’occhio della nostra mente sul nostro stato di con-
sapevolezza e sulla nostra intenzione. Con la ripetuta creazione di uno stato
intenzionale, presto il cervello risponde rafforzando le connessioni neurali at-
tivate nel momento, e possiamo sviluppare mindfulness come tratto. Ecco un
buon esempio di come possiamo utilizzare il focus della nostra attenzione con
la mente, per stimolare l’attivazione neuronale e la crescita di specifici circuiti
del cervello. (Reintrodurrò qui il termine snag, stimolare attivazione e crescita
neurale, dato che è così utile per esprimere quel che facciamo in terapia).
Questi tratti implicano un insieme di nove funzioni prefrontali centrali che
includono la regolazione dei nostri corpi, la sintonizzazione con gli altri, avere
un equilibrio emotivo, calmare la paura, fare una pausa prima di agire, avere
intuito ed empatia, essere morali nel nostro pensiero e nelle nostre azioni e
avere un maggiore accesso all’intuizione. Per dirlo in un altro modo, è possi-
bile (ma non ancora provato) che con la pratica della mindfulness potremmo
diventare meno critici, sviluppare serenità, essere più consapevoli di quel che
sta accadendo mentre sta succedendo e sviluppare la capacità di etichettare
e descrivere con parole il nostro mondo interno. Potremmo anche sviluppare
la capacità di avere più autoosservazione. Queste cinque caratteristiche sono
tratti di mindfulness che Ruth Baer e i suoi colleghi (2006) hanno descritto nella
loro ricerca valutativa come dimensioni indipendenti dell’essere una persona
mindful. Lavori futuri diranno se gli esercizi di mindfulness praticati sistemati-
camente sviluppino i tratti descritti.

IL RUOLO DELL’INTEGRAZIONE NELLA PRESENZA

Riunendo tutti questi esercizi e concetti insieme, quel che la presenza po-
trebbe essenzialmente avere è la capacità di creare uno stato integrato dell’es-
sere che diviene un tratto nelle nostre vite. Abbiamo affermato che l’integra-
zione è il collegamento tra parti differenziate. Quando un sistema diventa inte-
grato, è il più flessibile, adattativo, coerente, energizzato e stabile. (D’accordo,
ecco il nostro secondo acronimo, FACES. Credo proprio che questi siano molto
utili… ci limiteremo solo ad alcuni). Questo flusso di energia e di informazione
che collega elementi separati insieme ha l’esperienza soggettiva di armonia.

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Come un coro che canta “Amazing Grace,” tutti i cantanti mantengono la pro-
pria voce individuale mentre si collegano simultaneamente insieme con inter-
valli che guidano il fluire di tutta la canzone. La sensazione di armonia è il lato
soggettivo dello stato fisico di integrazione.
Con l’integrazione noi abbiamo apertura di possibilità, una fluidità di movimen-
to dentro e fuori di propensione, probabilità e attivazione, e indietro ancora all’in-
definita aperta possibilità. Questo è il flusso armonioso di uno stato recettivo dove
ci sentiamo in unione con gli altri e con noi stessi. L’integrazione è al cuore della
presenza.
In tutto questo libro, l’integrazione è un tema centrale che organizza il nostro
approccio. Vedremo come possiamo apprendere a monitorare l’integrazione più
dettagliatamente, esaminando quelle rive fuori dal fiume dell’integrazione in cui
diventiamo caotici o rigidi o entrambe le cose. E impareremo tecniche per anda-
re da questi stati non integrati in direzione dell’integrazione. Tale pratica è utile per
noi stessi come terapeuti, ed è essenziale per supportare tale integrazione nei nostri
pazienti. Percependo quando gli aspetti della realtà fisica sono non differenziati e/o
non collegati, allora possiamo utilizzare il focus della nostra attenzione per stimolare
queste dimensioni non concretizzate verso la loro attivazione. Possiamo coltivare
specifici domini per supportare la differenziazione e promuovere la connessione.
Questo processo di integrazione può accadere in noi stessi e nei nostri pazienti. In
queste modalità fisiche, possiamo ritrovare i cambiamenti correlati mentre ci muo-
viamo dalle tendenze del caos e della rigidità verso l’inizio della trasformazione ar-
moniosa delle nostre vite e di quelle dei nostri pazienti. In altre parole, possiamo
passare da stati reattivi a quelli recettivi promuovendo l’integrazione.
Il nostro lavoro con la mindfulness avrà sempre questi due lati: un focus sul-
la nostra integrazione e un focus su quella dei nostri pazienti. Gli effetti indiretti
della nostra presenza mindful possono includere questi modi molto profondi in
cui possiamo supportare la crescita degli altri verso l’integrazione. Gli effetti diretti
sarebbero l’insegnare ai nostri pazienti molti degli esercizi per le abilità di min-
dsight che esploreremo qui per voi come persone. Questo insegnamento diret-
to della mindsight –offrendo training alla mindfulness, lezioni sulla funzione del
cervello, esplorazione delle relazioni – supporta la capacità propria dei pazienti di
percepire e modellare il flusso di energia e di informazione all’interno del triangolo
del benessere. Quando quel flusso può essere monitorato bene, i pattern di caos e
rigidità possono essere individuati e può essere identificato, quindi, un particolare
dominio che necessita di lavoro. Questo è il margine di crescita del paziente. Cer-
care gli aspetti di quel dominio che non hanno differenziazione e/o connessione è
quindi il lavoro della terapia. Promuovere questi elementi di base catalizza integra-

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zione. Questo è il modo diretto in cui un paziente può essere istruito a modificare
il flusso di energia e di informazione verso l’integrazione.
Come vedremo nel prossimo capitolo, con la presenza siamo pronti a colle-
gare il nostro sé differenziato con un’altra entità. In tal modo ci sintonizziamo
l’uno con l’altro, troviamo la dimensione interattiva dell’essere presente.

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