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DIZIONARIO DI ECONOMIA CIVILE

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LUIGINO BRUNI - STEFANO ZAMAGNI (EDD.)

DIZIONARIO
DI ECONOMIA
CIVILE

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Comitato editoriale:

Maria Gabriella Baldarelli


Leonardo Becchetti
Vittorio Pelligra
Pier Luigi Porta
Luca Zarri

Coordinamento lavoro editoriale: Alessandra Malini

In copertina:

© 2009, Città Nuova Editrice


Via Pieve Torina 55 - 00156 Roma
tel. 063216212 - e-mail: comm.editrice@cittanuova.it

ISBN 978-88-311-…….

Finito di stampare nel mese di


dalla tipografia Città Nuova della P.A.M.O.M.
Via S. Romano in Garfagnana, 23
00148 Roma - tel. 066530467
e-mail: segr.tipografia@cittanuova.it

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INTRODUZIONE
di Luigino Bruni e Stefano Zamagni

1. Perché un nuovo dizionario di economia e soprattutto di economia


civile? La domanda è tutt’altro che retorica. L’espressione “economia
civile”, infatti, è bensì entrata, ormai da qualche tempo, nel dibattito
scientifico oltre che nel circuito mediatico, ma con significati plurimi,
spesso confliggenti. C’è chi la confonde con l’espressione “economia
sociale” e chi invece ritiene che economia civile altro non sia che un mo-
do diverso, più antico, di chiamare l’economia politica. Vi sono poi co-
loro che la identificano con il variegato mondo delle organizzazioni non
profit e addirittura coloro che vedono l’economia civile come un pro-
getto intellettuale che si oppone all’economia solidale. Fraintendimenti
e incomprensioni del genere non solamente rendono disagevole il dia-
logo tra chi è portatore di visioni legittimamente diverse del mondo;
quel che più è grave è che la non conoscenza di cosa sia l’economia ci-
vile, anziché indurre all’esercizio di saggia umiltà intellettuale, finisce
sovente con l’alimentare pregiudizi ideologici e col giustificare chiusu-
re settarie. Un primo obiettivo assegnato a questo Dizionario è allora
quello di fare chiarezza, spiegando termini ed elucidando concetti che
– presenti nel lessico economico fino ad un paio di secoli fa – sono og-
gi letteralmente scomparsi.
C’è poi una seconda esigenza specifica che, ci auguriamo, questa opera
collettanea riesca a soddisfare: dare conto del perché le relazioni inter-
personali non possono continuare a restare fuori del nucleo duro della
ricerca economica e quindi portare argomenti forti a favore dell’acco-
glimento in economia di un paradigma ermeneutico diverso da quelli
oggi in uso, quello relazionale. Il Dizionario canta in coro con opere che
vedono impegnati studiosi di paesi diversi, ma che trovano negli italia-
ni il gruppo più numeroso e, in un certo senso, di riferimento. La cosa
non deve meravigliare solo che si consideri che quello delle relazioni in-
terpersonali è uno dei temi centrali della tradizione di pensiero dell’eco-
nomia civile, una tradizione prettamente italiana che ha dominato la
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introduzione

scena fino alla metà del Settecento. Gli autori dei lemmi non condivi-
dono le medesime tecniche di analisi né avanzano una proposta unita-
ria circa il modo di trattare la relazionalità come categoria di discorso
economico. Tuttavia, un elemento li accumuna tutti: la presa d’atto che
lo scienziato sociale non fa un buon servizio a sé e soprattutto alla so-
cietà se continua ad ignorare la relazione intersoggettiva nella spiegazio-
ne dei fatti economici. È veramente paradossale, ad esempio, che una
disciplina come l’economia che da sempre, fin dai suoi albori discipli-
nari, si occupa in maniera essenziale di rapporti tra uomini che vivono
in società (si pensi all’attività di produzione di beni e servizi; alle scelte
di consumo; agli scambi di mercato; all’assetto istituzionale e così via)
non abbia avvertito la necessità – salvo rare eccezioni – di fare i conti
con l’intersoggettività. C’è senza dubbio anche lo studio dei rapporti tra
uomo e natura nell’agenda dell’economista, ma non si potrà certo soste-
nere che la cifra del discorso economico stia in questo tipo di studio. A
meno che si voglia ridurre l’economia ad una sorta di ingegneria socia-
le; che si voglia cioè portarla fuori del novero delle “moral sciences”.

2. Una precisazione è qui opportuna, a scanso di equivoci. È fondamen-


tale distinguere tra interazioni sociali e relazioni interpersonali: mentre
in queste ultime, l’identità personale dei soggetti coinvolti è costitutiva
della relazione stessa, le interazioni sociali, così come esse vengono stu-
diate nella letteratura sul capitale sociale, possono essere anonime e im-
personali. Un esempio di Robert Putnam aiuta bene a comprendere la
differenza. L’aumento del numero di iscritti alle organizzazioni della so-
cietà civile non necessariamente si accompagna ad una crescita del gra-
do di partecipazione attiva alla vita e alle decisioni delle organizzazioni
medesime. Lo statistico registrerà allora che lo stock di capitale sociale
è aumentato, ma ciò non potrà essere preso a significare che è automa-
ticamente migliorata la qualità delle relazioni interpersonali.
Il punto è importante e merita una sottolineatura. Che l’uomo sia un
animale sociale è affermazione che nessuno ha mai posto in dubbio (se
si accettua forse Hobbes). Ma la socievolezza della natura umana, inte-
sa come orientamento positivo verso altri esseri umani, è altra cosa.
Adam Smith è stato tra i primi ad avvertire che l’interazione sociale non
necessariamente postula, né genera, la socialità, e dunque che se tutto
ciò che interessa all’economista è lo studio dei meccanismi di mercato
non v’è alcun bisogno di assumere che gli agenti abbiano motivazioni
socialmente orientate. Perché si possa spiegare come funziona il merca-
to è sufficiente presupporre un’unica disposizione negli agenti economi-
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introduzione

ci, quella «a trafficare, barattare e scambiare una cosa per l’altra» – co-
me ha scritto Adam Smith. E così è stato nella ricerca economica – sal-
vo sporadiche eccezioni – nel corso degli ultimi due secoli. Teorie quali
quella dei contratti, dell’organizzazione d’impresa, dei prezzi, delle for-
me di mercato e altre ancora non hanno alcun bisogno di scomodare la
categoria di persona: basta l’individuo ben informato e razionale.
Oggi, però, si è arrivati al punto in cui anche il più “distaccato” degli
economisti deve ammettere che se si vogliono aggredire problemi affat-
to nuovi delle nostre società, quali: l’aumento endemico delle disugua-
glianze, lo scandalo della fame, la ricorrenza di crisi finanziarie di vaste
proporzioni, l’irrompere dei conflitti identitari che si aggiungono ai ben
noti conflitti di interesse, il benessere e malessere lavorativo, i parados-
si della felicità, la sostenibilità dello sviluppo, le organizzazioni, ecc.,
non è più possibile che la ricerca si autoconfini in una sorta di limbo an-
tropologico. Occorre prendere posizione scegliendo il punto di osser-
vazione dal quale scrutare la realtà. Diversamente, la disciplina econo-
mica continuerà anche a dilatarsi e ad accrescere il proprio apparato
tecnico-analitico, ma se non esce dalla sua autoreferenzialità sarà sem-
pre meno capace di far presa sulla realtà e quindi sempre meno capace
di suggerire linee efficaci di azione. Nessuno può negare che questo è il
vero rischio cui va incontro, oggi, la scienza economica e, in un certo
senso, anche la scienza sociale in generale.
Per timore di esporsi nei confronti di una precisa opzione antropologi-
ca, non pochi economisti preferiscono rintanarsi nella sola analisi, de-
dicando crescenti risorse intellettuali all’impiego di sempre più raffina-
ti strumenti logico-matematici. Ma mai potrà esserci un trade-off tra ri-
gore formale del discorso economico – che tuttavia è indispensabile – e
la sua capacità di spiegare, cioè di interpretare i fatti economici. Anche
perché mai si dimentichi la realtà del c.d. “circolo emeneutico” e cioè
che la produzione di sapere economico, mentre va a plasmare o modi-
ficare le mappe cognitive degli attori economici, interviene anche sul lo-
ro apparato disposizionale e sul loro sistema motivazionale – ovvero sul
loro carattere, come Alfred Marshall, alla fine dell’Ottocento, si espri-
meva. Quanto a dire che le teorie economiche sul comportamento uma-
no influenzano, tanto o poco, presto o tardi, il comportamento stesso e
pertanto non lasciano immutato il loro campo di studio. Ecco dunque
il secondo obiettivo che abbiamo desiderato assegnare a questo Dizio-
nario: contribuire a far sì che la scienza economica riesca a superare il
forte riduzionismo di cui va soffrendo. Ciò che rappresenta sia il prin-
cipale ostacolo all’ingresso di nuove idee nella disciplina, sia una forma
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introduzione

pericolosa di protezionismo nei confronti non solo della critica che sa-
le dai fatti, ma anche di tutto ciò che di innovativo proviene dalle altre
scienze sociali.

3. Vi è, infine, un terzo obiettivo che ci siano proposti di conseguire con


questa opera: aprire l’economia, vale a dire trovare spazio nello studio
economico alla categoria del dono e dell’azione gratuita. Non è infatti
concepibile che in società che si dicono aperte una sola impostazione
teorica – quella del mainstream – debba ricevere la quasi totalità degli
spazi di ricerca e delle attenzioni culturali. E ciò pur di fronte al gene-
rale riconoscimento che l’applicazione della logica dell’homo oeconomi -
cus al comportamento umano tende a suscitare una profonda sensazio-
ne di incongruità. In primo luogo, con la realtà stessa che quella logica
vorrebbe spiegare. I processi economici sono basicamente processi di
interazione tra gli uomini. Non è dunque vero che le merci si produco-
no solamente a mezzo di merci – per riprendere il titolo della celebre
opera di Piero Sraffa – ma anche a mezzo di relazioni intersoggettive
che coinvolgono persone dotate ciascuna di specifica identità e non so-
lo di interessi da tutelare. Ora, il contratto, mentre costituisce un vali-
do strumento per la soluzione dei conflitti di interesse, esso si dimostra
del tutto inadeguato per affrontare le questioni – oggi sempre più nu-
merose – connesse ai conflitti di identità.
Ma c’è un secondo livello di incongruità, ancora più profondo, che met-
te conto evidenziare. A prescindere dal fatto che i contratti sono spes-
so incompleti (per via dell’informazione imperfetta e delle asimmetrie
informative) il paradigma dell’homo oeconomicus si limita a prendere in
considerazione solamente ciò che è oggettivamente osservabile. Con il
che le emozioni, le credenze, i valori, le rappresentazioni simboliche
hanno rilevanza solamente indiretta, per la parte che incide sui compor-
tamenti. Unicamente i risultati che discendono da quelle azioni sono
d’interesse per il mainstream. Una tale scelta di campo viene spesso giu-
stificata con la considerazione che poiché, in una economia di mercato,
l’agente economico è sovrano e quindi libero di esprimere qualsiasi ti-
po di preferenza, non vi sarebbe alcun bisogno di preoccuparsi delle
motivazioni o delle disposizioni sottostanti le sue scelte. (È in ciò la giu-
stificazione, in economia, del consequenzialismo come dottrina etica).
Le cose però non stanno affatto in questi termini. Infatti, al fondo del-
la teoria economica dominante sta una costruzione che attiene non alla
dimensione pratica – cioè alla filosofia seconda, come si esprimeva Ari-
stotele – ma alla dimensione ontologica – cioè alla filosofia prima. Si
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introduzione

tratta di una costruzione che rinvia ad una precisa visione del mondo,
quella dell’individualismo assiologico. È questa la vera infrastruttura fi-
losofica su cui poggia l’assunto di homo oeconomicus.
Ecco perché la riduzione dell’esperienza umana alla dimensione “conta-
bile” della razionalità strumentale (cioè al modello della rational choice)
non è soltanto un atto di arroganza intellettuale: è in primo luogo una
grave fallacia metodologica. Non si può far credere che la scelta dell’h o -
mo oeconomicus sia dettata da considerazioni di natura empirica o di co-
modità analitica. Perché ciò non è vero come documenta sia l’economia
sperimentale sia l’evidenza empirica. Ma soprattutto perché l’assunto di
individualismo ha la natura dell’asserto ontologico che, in quanto tale, va
giustificato proprio su tale piano. La vera questione è dunque quella del-
l’allargamento di una qualunque accezione sostenibile della razionalità al-
l’intelligenza del senso sociale del comportamento, che non può prescin-
dere da una sua precisa contestualizzazione spaziale, temporale e cultura-
le. La ragione profonda di questo insoddisfacente stato di cose è a nostro
parere dovuta al fatto che la teoria economica ufficiale si è focalizzata su
una descrizione del comportamento umano pressoché interamente cen-
trata sulle finalità di tipo acquisitivo. Da un punto di vista economico, il
comportamento umano è rilevante nella misura in cui serve a far ottene-
re agli individui “cose” (beni o servizi) che ancora non hanno e che pos-
sono aumentare significativamente il loro grado di benessere. Pertanto, è
razionale l’uomo che sa come “procurarsi ciò che gli serve”. Che la no-
zione di razionalità possa comprendere una accezione esistenziale e che
questa possa entrare in conflitto più o meno radicalmente con la dimen-
sione acquisitiva del comportamento è questione che il mainstream non
riesce a tradurre sensatamente in un orizzonte di senso economico.
C’è dunque bisogno di passare dall’homo oeconomicus all’animal civile
e dunque di far posto al principio del dono dentro (non a latere) la teo-
ria economica. La forza del dono non sta nella cosa donata o nel quan -
tum donato – così è invece nella filantropia o nell’altruismo – ma nella
speciale qualità umana che il dono rappresenta per il fatto di essere re-
lazione. È pertanto lo specifico interesse a dar vita alla relazione tra do-
natore e donatario a costituire l’essenza dell’azione donativa, la quale
può bensì coltivare un interesse, ma questo ha da essere un interesse per
l’altro, mai un interesse all’altro. È in ciò il valore di legame, terza cate-
goria di valore che si aggiunge alle altre due: il valore d’uso e il valore
di scambio. Dilatare l’orizzonte culturale della ricerca economica fino
ad includervi il valore di legame è oggi la sfida intellettuale che gli au-
tori di questo Dizionario hanno inteso raccogliere.
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introduzione

4. Perché allora un Dizionario di economia civile?


L’espressione “economia civile” conserva l’ambiguità della parola italia-
na “economia”. Questa stessa parola, infatti, nonostante il tentativo che
fu tentato tra le due guerre mondiali di introdurre in Italia l’espressio-
ne Economica (per indicare la teoria economica), indica sia i “fatti” eco-
nomici (l’economy inglese) sia la teoria economica (l’economics). Esiste,
infatti, sia una economy civile sia una economics, di cui abbiamo cerca-
to di dare conto in questo Dizionario.
L’Economia civile in quanto economics consiste in una tradizione di
pensiero economico e filosofico che ha la sua radice prossima nell’Uma-
nesimo civile, e quella più remota nel pensiero di Aristotele, Cicerone,
Tommaso, la scuola francescana. La sua stagione aurea, e in un certo
senso la sua affermazione come scuola di pensiero e di teoria economi-
ci, è l’Illuminismo italiano, napoletano in modo tutto particolare. Men-
tre con Smith e Hume si delineavano in Scozia i principi della Political
Economy, a Napoli, negli stessi anni, si sviluppava con Genovesi, Filan-
gieri, Dragonetti e altri la Economia civile. Tra la scuola scozzese e quel-
la napoletana-italiana ci sono molte, moltissime anologie: la polemica
anti-feudale (il mercato è soprattutto un mezzo per uscire dalla società
feudale); la lode per il lusso come fattore di cambiamento sociale, sen-
za preoccuparsi troppo dei “vizi” di chi consuma quei beni (ma delle
conseguenze positive per la società intera); una grande capacità di co-
gliere la rivoluzione culturale che lo sviluppo dei commerci stava ope-
rando in Europa; il riconoscere il ruolo essenziale della fiducia per il
funzionamento di una economia di mercato e per lo sviluppo civile; la
“modernità” delle loro visioni della società e del mondo. Al tempo stes-
so esiste tra Scozia (Political Economy) e Italia (Economia civile) una dif-
ferenza che, come già accennato, è la principale chiave di lettura anche
di questo Dizionario. Smith pur riconoscendo che l’essere umano ha
una naturale tensione alla socievolezza (alla sympathy e alla correspon -
dence of sentiments con gli altri), egli non considera che la socievolezza
o relazionalità non strumentale o genuina sia faccenda rilevante per il
funzionamento dei mercati («La società civile può esistere tra persone
diverse… sulla base della considerazione della utilità individuale, senza
alcuna forma di amore reciproco o di affetto» (Theory of Moral Senti -
ments, II.3.2, corsivo nostro); anzi, in certi passaggi sia della sua Theo -
ry of Moral Sentiments, sia della Wealth of Nations, dice esplicitamente
che sentimenti e comportamenti di benevolenza complicano il mecca-
nismo di funzionamento del mercato, che funziona tanto meglio quan-
to più strumentali sono i rapporti al suo interno. Il mercato, per Smith
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introduzione

e per la tradizione che dopo di lui diverrà ufficiale in economia, è mez-


zo per costruire relazioni autenticamente sociali (non c’è società civile
senza mercati), perché libera da legami verticali e di status non scelti,
ma non è in se stesso luogo di relazionalità a 360°. Che le relazioni mer-
cantili siano impersonali e mutuamente indifferenti non è per Smith un
aspetto negativo, ma positivo e civilizzante: solo in questo modo il mer-
cato può produrre bene comune. Amicizia e rapporti di mercato appar-
tengono dunque a due ambiti ben distinti e separati; anzi, l’esistenza
delle relazioni di mercato nella sfera pubblica (e solo in questa) garan-
tisce che nella sfera privata i rapporti di amicizia siano autentici, scelti
liberamente e sganciati dallo status: se il mendicante si reca dal macel-
laio a chiedere l’elemosina, non potrà mai avere con lui un rapporto di
amicizia al di fuori del mercato. Se, invece, l’ex-mendicante entra un
giorno nella bottega del macellaio o in quella del birraio per acquistare
legittimamente le loro merci, la sera quell’ex-mendicante potrà incon-
trarsi al pub con i suoi fornitori su un piano di maggiore dignità, e ma-
gari può essere loro amico. Su questa base Silver può affermare: «Se-
condo Smith, la sostituzione della necessitudo con la commercial society
porta con sé una forma di amicizia moralmente superiore, perché vo-
lontaria e basata sulla natural sympathy, non determinata dalla necessi-
tà» (1990, p. 1481). Per Smith e per la tradizione ufficiale della scienza
economica il mercato è civiltà ma non è (o proprio in quanto non è)
amicizia, reciprocità non strumentale, fraternità (Bruni e Sugden 2008).

5. Su questi aspetti, centrali nella prassi e nella teoria contemporanea,


la tradizione dell’Economia civile dissente, come si avrà modo di vede-
re leggendo le varie voci di questo Dizionario dedicate direttamente a
questa tradizione e ai suoi protagonisti.
Per Genovesi, Filangieri, Dragonetti, e poi nel Novecento Luigi Sturzo
e, in un certo senso, Luigi Einaudi, ma anche economisti più applicati
come Rabbeno o Luzzatti, o il fondatore dell’economia aziendale Gino
Zappa (a noi piace leggere anche la tradizione dell’economia aziendale
italiana come un’espressione della antica tradizione dell’economia civi-
le: per questa ragione abbiamo assegnato uno spazio importante alle vo-
ci di economia aziendale), il mercato, l’impresa, l’economico sono in sé
luoghi anche di amicizia, reciprocità, gratuità, fraternità. L’Economia
civile non accetta l’idea, o ideologia, oggi sempre più diffusa e data per
scontata, che il mercato o l’economia sia qualcosa di radicalmente di-
verso dal civile retto da principi diversi: l’economia è civile, il mercato
è vita in comune, che condividono la stessa legge fondamentale: la mu-
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introduzione

tua assistenza. La mutua assistenza di Genovesi non è solo (anche) il


mutuo vantaggio di Smith: per il mutuo vantaggio basta il contratto, per
la mutua assistenza occorre la philia, e forse l’agape.

6. Abbiamo pertanto organizzato le voci del dizionario secondo tre di-


rettrici: voci teoriche, esperienze e personaggi. L’economia civile, lo ab-
biamo detto, non è solo una prospettiva teorica ma è anche prassi, azio-
ni, opere; ma c’è di più: dalla prospettiva della tradizione dell’economia
civile cultura è molto di più di riflessione intellettuale o scientifica: la
cultura è soprattutto vita, un legame indistricabile tra teoria e vita, tra
concetti e opere, tra speculazione e esperienza. L’umanesimo civile, il
Rinascimento, e poi il Settecento riformatore italiano sono stati il frut-
to congiunto di Tommaso D’Aquino, di Dante Alighieri, dei Monti di
Pietà dei Francescani, di Michelangelo, di Torricelli, Galileo e Vico. Ec-
co perché la voce «Bilanci di giustizia» vale in questo dizionario quan-
to la voce «Genovesi» o la voce «Fraternità»: non c’è gerarchia tra con-
cetti e vita, ma circolarità, reciprocità. Inoltre, l’economia civile è so-
prattutto l’opera pratica e intellettuale di persone concrete: ecco il po-
sto importante, nell’economia del Dizionario, che abbiamo voluto asse-
gnare ai protagonisti dell’economia civile, studiosi ma anche operatori
e imprenditori (forse troppo pochi in realtà).

7. L’economia come se la persona contasse: questa potrebbe essere la


perifrasi chiamata a sintetizzare il nucleo del programma di ricerca del-
l’economia civile. Il motivo conduttore dell’itinerario percorso in que-
sto Dizionario può essere ben sintetizzato riferendosi al mito intellet-
tuale che ha caratterizzato la modernità. Si tratta del mito dell’uno: una
scienza, una verità, un discorso, una legge. Donde la conseguenza per
la quale all’unità del sapere si può arrivare solamente rendendo mute le
voci alternative, come se unità volesse significare uniformità. È vero, in-
vece, che il progresso autentico – anche quello della conoscenza – è
sempre figlio della varietà di approcci e di punti di vista; ed è altrettan-
to vero che la logica dell’uno è qualcosa di profondamente diverso dal-
la logica dell’unità, la quale – per essere tale – ha un bisogno costituti-
vo della pluralità delle posizioni in gioco.
La via del riduzionismo imboccata dalla scienza economica, a partire
dalla seconda metà del XIX secolo, ha finito con il disarmare il pensie-
ro critico, con i risultati che ora sono sotto gli occhi di tutti. C’è, in ciò,
una precisa responsabilità da parte della professione: per troppo tempo
si è fatto credere a generazioni di studiosi che il rigore scientifico postu-
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introduzione

lasse l’asetticità; che la ricerca per essere scientifica dovesse liberarsi da


ogni riferimento di valore. Il risultato lo si è visto: l’individualismo as-
siologico – che è esso stesso un giudizio di valore, per di più molto for-
te – ha acquisito lo status di assunto “naturale” che, in quanto tale, non
necessita di giustificazione alcuna, per un verso, e si costituisce come
benchmark rispetto al quale ogni altra ipotesi sulla natura dell’uomo
“deve” confrontarsi, per l’altro verso. Non ci si deve allora meraviglia-
re se solamente all’individualismo viene concesso, ancor oggi, il privile-
gio della naturalità nella scienza economica ufficiale.
Non pensiamo si possa continuare a lungo su questa via. Certo, nessu-
no si nasconde le difficoltà e le insidie insite nel progetto che queste pa-
gine cercano di abbozzare. Immaginare che le novità e i cambiamenti
necessari non rechino con sé tassi, anche elevati, di conflittualità sareb-
be ingenuo. Ma si tratta di un compito irrinunciabile se si vuole supe-
rare, da un lato, l’afflizione rappresentata dal piagnisteo per la scarsa ri-
levanza pratica della teoria economica, un piagnisteo che giova solo a
chi ha interesse a diffondere scetticismo, e dall’altro, l’ottimismo disin-
cantato di chi vede nella ripresa del razionalismo individualista in eco-
nomia una sorta di marcia trionfale verso la piena comprensione dei fat-
ti del mondo reale.
Siamo dell’idea che il pendolo di Foucault stia tornando a privilegiare
il rapporto tra economia e filosofia e si può capire il perché: nelle fasi
di accelerata transizione – come è quella attuale – le scienze fisico-ma-
tematiche non hanno molto da offrire al discorso economico. Esse so-
no bensì capaci di dare risposte, ma non di porre le domande giuste –
ed è di queste ultime che oggi l’economia ha soprattutto bisogno. In
primo luogo, della domanda sull’uomo. Ci spieghiamo così la vigorosa
recente ripresa del dibattito in economia sui temi dell’etica e dell’antro-
pologia. E ci spieghiamo anche il disorientamento che è percepibile tra
non pochi economisti i quali sembrano rimpiangere la perdita di anti-
che certezze – quelle certezze che solo le teorie generali dell’economia
sono in grado di dare. È da alcuni decenni ormai che la scienza econo-
mica non riesce più a produrre una qualche teoria generale, ma sola-
mente “teorizzazioni locali”. Forse è giunto il momento in cui occorre
cominciare a cercare davvero.
Infine, l’economia civile si pone oggi in alternativa sia nei confronti del-
l’economia di tradizione smithiana che vede il mercato come l’unica
istituzione davvero necessaria per la democrazia e per la libertà: l’eco-
nomia civile ricorda che una buona società è frutto certamente del mer-
cato e della libertà, ma ci sono esigenze, riconducibili al principio di fra-
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introduzione

ternità, che non possono essere eluse, né rimandate alla sola sfera pri-
vata o alla filantropia. Al tempo stesso, l’economia civile non è con chi
combatte i mercati e vede l’economico in endemico e naturale conflitto
con la vita buona, invocando una decrescita e un ritiro dell’economico
dalla vita in comune. L’economia civile, invece, propone un umanesimo
a più dimensioni, nel quale il mercato non è combattuto o “controlla-
to”, ma è visto come un luogo civile al pare degli altri, come un momen-
to della sfera pubblica, che se concepito e vissuto come luogo aperto
anche ai principi di reciprocità e di gratuità, può costruire la città.
Il mercato sta oggi occupando la nostra vita, entrando anche negli am-
biti più intimi delle nostre relazioni. Possiamo cercare di difenderci, e
vivere questo passaggio come un male necessario. Possiamo, invece,
cercare di far diventare baby-sitter, badanti, infermiere, maestre, alleati
in un nuovo patto sociale dove interpretiamo e viviamo anche il merca-
to come un pezzo di vita, come economia civile. Noi non abbiamo dub-
bi sulla via da seguire.

BIBL. - Bruni L. e R. Sugden (2008), Fraternity. Why the market need


not to be a morally free zone, in «Economics and Philosophy», 24 , pp.
35-64.
Smith A. (1976) [1766], The Wealth of Nations, OUP, Oxford.

RINGRAZIAMENTI

Il primo ringraziamento va al comitato editoriale, Maria Gabriella, Leo-


nardo, Pier Luigi, Vittorio e Luca, i quali con l’entusiasmo del fanciul-
lo e gratuità vera hanno accettato di tentare l’avventura di questo Dizio-
nario. Senza la loro collaborazione e attiva intelligenza nel cercare au-
tori e seguirli nella stesura delle voci quest’opera non avrebbe visto la
luce. Grazie poi ad Alessandra Malini, che ha seguito con cura e pro-
fessionalità tutte le complesse fasi del lavoro editoriale, un lavoro di co-
ordinamento che è stato co-essenziale alla riuscita dell’opera. Un rin-
graziamento speciale, anche se ovvio, va ad ogni singolo autore del Di-
zionario, e all’editore che, nelle persone di Donato Falmi e di Lucia Ve-
lardi, ha voluto e creduto in una tale Opera, curandone poi la comples-
sa fase di editing e di stampa.

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introduzione

Questo dizionario è dedicato a tutti i protagonisti


dell’economia civile (imprenditori, lavoratori,
poveri, intellettuali), di ieri e di oggi, che con la
loro vita dicono che l’economia può essere luogo di
fraternità e di vita buona.

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vocabolo

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Accountability

 Accountability
Il termine inglese accountability è difficilmente traducibile in italiano
perché non esprime pienamente il significato inglese di: dovere di spie -
gare cosa si è fatto per adempiere ad una responsabilità nei riguardi di
qualcuno.
L’accountability di ogni tipo di →azienda si attua principalmente pre-
sentando al pubblico dati, contabili e non, informazioni e osservazioni
in prosa che esprimono “cosa si è fatto per adempiere alle proprie re-
sponsabilità”.
Lasciando da parte gli strumenti di comunicazione ad uso interno ge-
stionale, come la contabilità direzionale, i budget, ecc., l’azienda comu-
nica continuamente in vario modo con tutti gli →stakeholder che in es-
sa convergono, ma solo una parte dei documenti presentati al pubblico
ha le caratteristiche dell’accountability. Comuni requisiti per tutti i do-
cumenti di questo tipo, oltre ovviamente l’attendibilità di dati e infor-
mazioni, sono la neutralità, la completezza rispetto al fine informativo
dichiarato e l’inclusione di tutti i dati, informazioni e osservazioni in
prosa che sono necessari per una reale resa del conto completa a tutti
gli stakeholder.
I documenti presentati al pubblico senza finalità di accountability, co-
me: comunicati stampa, brochure e spot pubblicitari, non si presenta-
no invece come resa del conto neutrale, inclusiva e riferita al comples-
so dell’istituzione perché hanno solo lo scopo di comunicare, sempre in
modo veritiero, al pubblico aspetti e azioni particolari. Questi docu-
menti sono percepiti come tali dal pubblico che, se opportunamente in-
formato, è in grado di non confondersi tra ciò che è e ciò che non è ac -
countability.
Esistono del resto documenti non finalizzati all’accountability particolar-
mente rilevanti; si pensi ad un comunicato stampa volto a contrastare un
giudizio pubblico delegittimante riguardo a disservizi ai clienti o a casi
di corruzione. Un tale documento, ovviamente se sincero, costituisce
un’importante fonte informativa, ma preso isolatamente non pratica l’a c -
countability poiché manca di neutralità. Potrebbe però diventare un ele-
mento del sistema di accountability dell’azienda qualora fosse inserito in
una relazione degli amministratori o in un →bilancio sociale.
I documenti senza finalità di accountability hanno i vincoli legali ed eti-
ci di non essere menzogneri e di rispettare la personalità di chi li rice-
ve, per non arrivare a manipolazioni ed inganni. È questo un punto de-
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Accountability

licato sul quale non ci si sofferma; in ogni caso la condivisione del rifiu-
to della palese menzogna è comune, a meno di non ritenere vitale e pro-
spera nel lungo periodo una società civile che legittima la menzogna, af-
fermazione che si può facilmente smentire sul piano etico, sia con argo-
menti utilitaristici, sia su basi di deontologia kantiana ed infine in rela-
zione alla dottrina del →Bene comune come inteso dalla Dottrina So-
ciale della Chiesa cattolica.
Per quanto riguarda la manipolazione della persona umana, il discorso
è più complesso. In linea di principio è condivisa l’idea che la persona
umana è un valore prioritario; su come ciò si concretizzi in relazione al-
l’uso di strumenti comunicativi con finalità persuasiva/suggestiva e ri-
volta all’inconscio non vi è concordia. Sull’argomento è in corso un’am-
pia discussione nell’ambito della business ethics (→etica aziendale): in
particolare si veda il dibattito, fra tesi pro e tesi contro, a partire dal sag-
gio di Carr (1968) che legittima la pubblicità esagerata, paragonandola
al bluff del poker.
I documenti con finalità di accountability hanno anch’essi i vincoli etici
indicati in precedenza, ma la loro informazione deve avere in più le ca-
ratteristiche di neutralità, inclusione e rappresentazione dell’intera atti-
vità aziendale.
Ogni documento ha i suoi specifici principi, ma alcune caratteristiche es-
senziali dei documenti di accountability vanno puntualizzate per capirne
la natura: laneutralità implica che il documento debba «…essere impar-
ziale ed indipendente da interessi di parte o da particolari coalizioni»
(GBS 2007, p. 21), mentre l’inclusione comporta la necessità di rispon-
dere alle esigenze informative di resa del conto di tutti gli stakeholder i n-
teressati, motivando, in modo esplicito, un’eventuale esclusione.
L’esigenza di rappresentare l’intera attività aziendale deriva dalle finali-
tà per cui sono redatti i documenti di accountability, la cui resa dei con-
ti è finalizzata ad un giudizio che ha anche una funzione legittimante.
Si può parlare di una legittimazione di tipo giuridico-istituzionale, ri-
ferita a come la legge configura obblighi e finalità costitutive di
un’azienda (profit e →non profit, privata e pubblica, ecc.), e di una le-
gittimazione socio-morale generale, anch’essa importante per la so-
pravvivenza di lungo periodo dell’istituzione. Si tratta di due missioni
complementari, che si collegano alla rendicontazione di accountability
pur avendo una differente ottica: il bilancio d’esercizio cui si aggiun-
gono quelli di missione (→bilancio multidimensionale) per le aziende
non profit e le pubbliche, anche territoriali, e quelli di mandato per le
seconde) deve rispondere al primo tipo di legittimazione, mentre il bi-
18
Accountability

lancio sociale, affiancato dai codici etici, al secondo. In questa sede ci


si occupa specificamente dei tre documenti che riguardano la gestione
delle imprese p r o f i t, esaminandone finalità, relazioni, caratteristiche e
problemi generali.
Si ricorda altresì che, essendo le aziende dei sistemi sinergici, Amaduz-
zi (1969), un giudizio adeguato sulla loro responsabilità non può essere
spezzettato.
Come sono allora da considerarsi i documenti che rispondono parzial-
mente ad un’esigenza di accountability? Si pensi nel caso del bilancio
sociale e alla importante Social Accountability 8000 (SA 8000), che pre-
senta un insieme di indicatori sulle condizioni di vita, di lavoro e dirit-
ti del personale dipendente, agendo come utile strumento per contri-
buire a governare socialmente la globalizzazione economica in atto.
Indubbiamente è un documento che rende il conto su un tipo impor-
tante di responsabilità verso uno stakeholder fondamentale (perché “in-
veste” nell’azienda larga parte del suo tempo di vita); tuttavia un’azien-
da che viene certificata da SA 8000 non può ricevere da ciò una piena
legittimazione sociale ed etica. Bisogna evitare del resto che rendicon-
tare l’adempimento delle responsabilità verso uno stakeholder possa na-
scondere il “bad management”, rendendo così instabile anche lo stesso
risultato positivo parziale.
SA 8000 fa parte di un importante gruppo di documenti, che spingono
verso un comportamento responsabile anche prima della redazione di
un bilancio sociale e che assumono un fondamentale ruolo preparato-
rio rispetto alla piena e compiuta realizzazione dell’accountability socia-
le: secondo lo standard GBS 2007 l’indicazione della certificazione SA
8000 è da includere nella relazione sociale per quanto attiene il rappor-
to con lo stakeholder lavoro dipendente.
Un’altra distinzione è quella fra accountability diretta e indiretta:
«Si ha un’accountability diretta nei documenti che sono pubblicati speci-
ficamente ed esclusivamente per “rendere il conto” a consuntivo sul-
l’adempimento delle proprie responsabilità; tipicamente ciò avviene con
il bilancio d’esercizio ed il bilancio sociale. L’accountability è indiretta in
documenti che, come i codici etici, illustrano agli stakeholder ciò che si
intende porre in atto (soprattutto in termini di regole di comportamento)
per rispettare i propri impegni, ma la verifica della conformità ai codici
risulta indirettamente, attraverso i bilanci sociali» (Rusconi 2006, p. 216).
Il bilancio d’esercizio ed il bilancio sociale (ed anche il bilancio di mis-
sione e quello di mandato, qui solo accennati) presentano uno specifi-
19
Accountability

co contenuto informativo con dati, informazioni e osservazioni in pro-


sa, rispondendo quindi pienamente all’esigenza di rendere il conto sul-
l’adempimento delle proprie responsabilità verso gli stakeholder in re-
lazione ad impegni presi.
I codici etici costituiscono invece una premessa fondamentale per
adempiere ai doveri dichiarati, ma non sono in grado di rendicontare
direttamente; la verifica dei loro effetti sul comportamento aziendale
avviene tramite bilancio sociale.

Il bilancio d’esercizio risponde a tutti gli stakeholder su quello che è


l’adempimento della missione di tenere l’azienda in un equilibrio eco-
nomico – patrimoniale e finanziario – soddisfacente e sostenibile nel
tempo.
Si presenta come un documento neutrale in quanto, come stabilito dai
principi contabili internazionali e dal codice civile italiano, le valuta-
zioni di bilancio (talvolta aventi aspetti soggettivi) devono essere effet-
tuate con il solo obiettivo di esprimere il risultato nel modo più veri-
tiero, trasparente e imparziale possibile. Si riferisce all’intera gestione
e fa emergere il risultato economico-finanziario e la situazione patri-
moniale.
L’inclusione è assicurata poiché legislazione e principi contabili fissano
la qualità e quantità di informazione richiesta, che tiene conto delle ne-
cessità di tutti gli stakeholder di conoscere lo stato della conduzione
economico-competitiva dell’azienda.
Tutti gli stakeholder sono interessati al bilancio d’esercizio, ciascuno
con attese informative proprie: agli azionisti-stockholder interessa valu-
tare i risultati del loro investimento in termini di dividendi e capital gain
effettivi e potenziali; ai dipendenti preme essere consapevoli dell’anda-
mento dell’azienda, sia per regolarsi nelle loro aspettative professiona-
li, sia per (tramite i loro rappresentanti sindacali) condurre su basi ra-
zionali la contrattazione; ai finanziatori serve prima di tutto conoscere
le potenzialità di garanzia e le aspettative di futura redditività ecc.
Il bilancio d’esercizio riguarda quindi le esigenze di accountability di
tutti i più comuni e noti stakeholder; ciò che è differente rispetto al bi-
lancio sociale è il tipo di informazioni, che in quest’ultimo si allargano
di molto, non tanto il numero degli interlocutori.
Riguardo al bilancio sociale, l’accountability investe l’adempimento
delle responsabilità verso tutti gli stakeholder in relazione agli effetti
dell’attività dell’impresa in ogni area; si tratta quindi di un documento
20
Accountability

multidimensionale, la cui neutralità e inclusione sono fortemente col-


legate al rispetto delle aspettative informative di tutti gli stakeholder i n-
teressati.
Per una corretta accountability la presentazione di due diversi docu-
menti non può essere evitata. L’unificazione del bilancio di esercizio e
del bilancio sociale in un unico documento sarebbe fuorviante perché
mescolerebbe dati e informazioni che seguono principi di redazione,
normative ed obiettivi diversi.
Ognuno di essi ha finalità specifiche di accountability, anche se non
vanno concepiti come contrapposti (quasi che il bilancio sociale sia una
sorta di “contabilità alternativa”) o anche solo totalmente separati, per-
ché procedono in parallelo.
In questa ottica, pur non potendo parlare di bilancio unico, si può fare
riferimento ad un sistema unitario di accountability, da attuarsi presen-
tando il bilancio sociale come allegato alla relazione sulla gestione, docu-
mento che accompagna il bilancio d’esercizio ma che non è vincolato ai
suoi principi contabili.
Per quanto riguarda i codici etici, presentano anch’essi caratteristiche di
neutralità (sia pure rispetto alle finalità etiche di missione, sia in senso
stretto che legittimante), inclusione e riferimento alla globalità dell’atti-
vità aziendale (non avrebbe senso un codice etico rivolto solo ad alcune
funzioni o parti dell’azienda), ma attuano l’accountability in modo “indi-
retto”. I codici etici sono comunque assai rilevanti ai fini dell’adempi-
mento delle responsabilità poiché contribuiscono alla definizione del-
l’identità dell’impresa considerata e, se confrontati con il bilancio socia-
le, permettono di mettere meglio in risalto la coerenza dell’azienda nel-
l’applicazione concreta dei principi e delle pratiche proclamati.
È possibile presentare le relazioni tra i documenti in esame attraverso la
seguente tabella, riportata da Rusconi 2003, pp. 1537-1538, figura 1:

La presente figura si propone di favorire un’adeguata comprensione


delle caratteristiche dell’accountability nei vari documenti; nel testo qui
citato si parla, a proposito del bilancio sociale, di “interessi” legati al-
l’attività dell’azienda. Sulla base dell’evoluzione degli studi sugli stake -
holder si interpreta sempre più “interessi” nel senso di aspettative legit-
time e diritti, e ciò implica, sul piano etico, di non penalizzare chi è più
debole e con meno voce.
Concludendo, l’analisi svolta permette di parlare di una vera e propria
“accountability globale”, in cui ciascun documento “diretto” (bilancio
21
Accountability

FIGURA 1

Bilancio d’esercizio Bilancio sociale Calcoli etici

 Rivolto agli stakeholder


interessati
Rivolto agli stakeholder
Rivolto agli stakeholder
interessati
interessati
Esigenza di Esigenza di accountability:
Esigenza di
accountability: trasparente, neutrale,
accountability:
trasparente, neutrale, completa e pienamente
trasparente, neutrale,
completa e relativamente inclusiva (salvo divergenze
completa e pienamente
inclusiva etiche di fondo)
inclusiva
Redatto dall’azienda Redatto dall’azienda
Redatto dall’azienda
Controllo esterno Controllo esterno
Controllo esterno
indipendente indipendente
indipendente
Guida al comportamento Guida al comportamento
Guida al comportamento

Fornisce dati e Costituisce un supporto Indicano il quadro


informazioni utili per gli al bilancio d’esercizio generale di riferimento
altri due documenti, in per le previsioni di etico dell’azienda,
particolare per il bilancio valutazione definendone l’identità
sociale
È utilizzabile per il Contribuiscono alle
È elemento unificante “rating etico-sociale” valutazioni etiche del
lo studio dell’azienda, in dell’impresa bilancio sociale
particolare per l’impresa
e per il suo andamento Valuta la coerenza dei
sul mercato codici etici

Prepara il know how e


l’esperienza storico-
professionale utile per il
bilancio sociale

Si rivolge Riguarda tutti gli Si riferiscono solo al


istituzionalmente a tutti interlocutori che hanno comportamento etico di
gli stakeholder che hanno un qualunque interesse chi opera nell’azienda
un interesse economico- legato all’operare
finanziario nell’azienda dell’azienda Non possono contenere
valutazioni di tipo
Contiene solo dati di Calcola anche valori quantitativo
natura contabile economici “esterni”
rispetto al meccanismo di Si collegano ad un più
Segue le norme della mercato ampio sistema di
legislazione civile ed i regolamentazione interna
principi contabili Fa riferimento ad una aziendale
professionali molteplicità di
metodologie di raccolta, Sono collegabili a
presentazione ed normative sulla
elaborazione di dati ed responsabilità aziendale
informazioni
Per il momento non è
legato ad una normativa
legale, ma a scelte
volontarie

22
Accountability

d’esercizio e bilancio sociale) e “indiretto” (codici etici), pur contri-


buendo al soddisfacimento di particolari interessi informativi, si inseri-
sce in un vero e proprio “sistema di accountability”, finalizzato a rispec-
chiare al meglio lo svolgimento dell’attività del sistema aziendale.
La pubblicazione di bilanci d’esercizio, bilanci sociali e codici etici co-
me attendibili documenti di accountability può sicuramente rendere più
liberi e consapevoli i membri della società civile; ciò costituisce anche
un vantaggio economico per il sistema delle imprese nel suo comples-
so, perché premia i comportamenti che aumentano la fiducia di lungo
periodo da parte degli stakeholder e disincentiva scelte poco etiche. È
quindi importante predisporre, anche in via legislativa, nuovi ed effica-
ci strumenti per contrastare mistificazioni e usi strumentali.

BIBL. - Amaduzzi A. (1969) [1953], L’azienda, nel suo sistema e nell’or -


dine delle sue rilevazioni, UTET, Torino.
Carr A.Z. (1968), Is business bluffing ethical, in «Harvard Business Re-
view», January-February, pp. 143-153.
Gruppo di Studio per il Bilancio Sociale (GBS) (2007) [2001], Il bilan -
cio sociale, standard, principi di redazione del bilancio sociale, Giuf-
fré, Milano.
Rusconi G. (2003), L’etica dell’informazione aziendale agli stakeholder
nella società attuale: bilancio d’esercizio, bilancio sociale e codici etici,
in Competizione globale e sviluppo locale tra etica e innovazione, At-
ti del XXV Convegno AIDEA, Novara, 4-5 ottobre 2002, Giuffré,
Milano.
Rusconi G. (2006), Stakeholder e documenti di accountability diretta del -
le imprese, in Arena P. (a cura di), The Corporate Social Responsibi -
lity. Scientific Development and Implementation, Atti del Convegno
organizzato a Catania l’8 e 9 settembre dalle Università di Bergamo,
Bologna e Catania, Aracne, Roma. Una seconda edizione di questo
lavoro, leggermente rivista, è stata pubblicata in Freeman E.R. - Ru-
sconi G. - Dorigatti M. (2007), Franco Angeli, Milano.
Social Accountability International (www.cepaa.org)

GIANFRANCO RUSCONI

23
Agostino

 Agostino
L’economia civile può rinvenire in Agostino (354-430) una significativa
consonanza sui temi che le stanno a cuore, a partire dalla delucidazio-
ne dei fondamenti di un’ontologia relazionale, da cui può discendere
un’antropologia che vede l’uomo come essere in relazione.
Tale ontologia scaturisce dall’indagine agostiniana sul dogma trinitario.
Infatti, per Agostino (cf. specialmente La Trinità, libro V) Dio è uno e
trino, è una sostanza in tre Persone, che non sono tre dèi, ma un solo
Dio. Precisamente, ogni Persona è in modo esclusivo la Relazione che
intrattiene con le altre: solo il Padre è Padre, solo il Figlio è Figlio, so-
lo lo Spirito è Spirito.
Ora, siccome l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,
26-27), in lui si deve riscontrare una qualche somiglianza del Dio Uno-
Trino. Così, Agostino propone molteplici analogie. Ad esempio, nel-
l’uomo si trovano la memoria, l’intelligenza-conoscenza e la volontà-
amore. E come nell’uomo ci sono tre potenze-facoltà (memoria, intelli-
genza, volontà) distinte tra di loro, ma unite nell’essere, perché radica-
te in una sostanza che è appunto l’uomo, così in Dio ci sono tre Perso -
ne (Padre, Figlio e Spirito) distinte tra di loro, ma unite in una sostanza
che è appunto Dio.
Agostino, che conosce le categorie di →Aristotele, rifiuta di considera-
re la relazione tra le Persone trinitarie come un mero accidente della so-
stanza: «la relazione non è un accidente, perché non è mutevole» (La
Trinità, V, 5, 6). Per esempio (per quanto segue sull’ontologia agostinia-
na citiamo da Samek Lodovici 1979, pp. 163-179, 215, 254, 326), la pre-
dicazione di Padre relativamente al Figlio non è la predicazione di un
accidente, in quanto questa predicazione è eterna, ma non è nemmeno
una predicazione secondo la sostanza (in tal caso il Padre e il Figlio sa-
rebbero due sostanze diverse) e tuttavia è reale: «“Padre” è una relazio-
ne sussistente, dotata di vera realtà».
Anche l’uomo è un’unione di relazioni. Anzitutto, le potenze dell’ani-
ma sono distinte nelle loro operazioni (per esempio il conoscere è di-
stinto dall’amare), ma la loro sussistenza non è assoluta, bensì è il risul-
tato della relazione che ciascuna intrattiene con le altre. Inoltre, «l’in-
sieme delle potenze», rispetto all’anima «non è coglibile secondo il rap-
porto sostrato-attività»: l’anima «non è una cosa a cui ineriscono delle
operazioni; ma è un’unità di relazioni». Precisamente, la mens-anima è
nelle sue operazioni in quanto si esplicita in loro. Lo stesso dicasi del
rapporto anima-corpo, che non sono tra loro né puramente estrinseci,
24
Agostino

né identificati: tra loro «vi è una correlazione reciproca» e un «recipro-


co appartenersi» e «ciascuno è relazione all’altro».
In generale, in Agostino «la realtà non è costituita né da sostanze, né da
accidenti, bensì da modi che non possono non essere correlati. La real-
tà è correlazione». Si può così ricostruire in Agostino una nozione di
«relazione sostanziale» e di «sostanza relativa», pertanto gli enti ed il
mondo «non possono essere considerati isolatamente […] come a sé
stanti, ma vanno sempre visti in relazione». In tal modo, per «riassume-
re in una formula l’intera costruzione della teologia filosofica agostinia-
na, […] tutto è relazione».
In particolare, la relazione dell’uomo con Dio si esprime potentemente
nell’ardente desiderio di →felicità che alberga nel cuore umano, che
inevitabilmente anela ad un Bene Infinito. L’identità personale ha un
carattere relazionale e l’uomo è un essere-in-relazione con Dio, con cui
intrattiene un dialogo personale (nelle Confessioni Agostino si rivolge
ininterrottamente a Dio), un dialogo tra due libertà (perché il Dio cri-
stiano non è un Principio impersonale come quello neoplatonico), nel
quale la libertà umana può decidere di dispiegare la stessa relazione con
Dio, oppure offuscarla.
Ancora, in Agostino il desiderio umano si esprime come amore, il qua-
le (cf. il tema dell’amore-pondus) è il principio (in noi immanente) di
ogni nostro dinamismo, è l’energia che ci slancia verso tutti i beni che
vogliamo conseguire. Ma, siccome di beni ne esistono molteplici, i no-
stri amori sono moralmente buoni se ne rispettano l’ordine gerarchico:
prima Dio, poi gli uomini (e secondo un ordine che riflette la prossimi-
tà spaziale e soprattutto relazionale, cioè che deve rispettare la trama
delle relazioni in cui ognuno è inserito: familiari, parentali, amicali, pro-
fessionali, ecc.), poi i viventi, poi gli enti inanimati. Così, la virtù è ordo
amoris (cf. I costumi della Chiesa cattolica contro i manichei, XV) è il ri-
sultato dell’attività di ordinamento del nostro amore.
Agostino non ha riversato del tutto questa sua ontologia relazionale nel-
la sua filosofia sociale, influenzato dal neoplatonismo, in cui il rappor-
to verticale con l’Uno-Dio tende a cancellare quello orizzontale con gli
altri uomini, perché quest’ultimo distrae dal primo. Inoltre, forse per
contrastare il pelagianesimo, che sminuiva il ruolo della grazia divina
per la salvezza, ha talvolta enfatizzato la corruzione della natura umana
che discende dal peccato originale e, non di rado, ha considerato un po’
troppo pessimisticamente i rapporti umani.
D’altro canto, nel pensiero dell’Ipponate ci sono anche elementi per
un’antropologia relazionale (ed è su questo aspetto che qui ci soffermia-
25
Agostino

mo). Anche per Agostino, sulla scorta di buona parte dei classici, l’uo-
mo è un essere sociale, «è portato dalla sua natura a vivere in società».
È vero che Dio all’inizio ha creato solo Adamo; però l’uomo «è stato
creato solo, ma non è stato lasciato solo. Nessun [altro] genere di crea-
ture è così soggetto [come quello umano] alla discordia per vizio, ma
così socievole per natura. La natura umana non potrebbe trovare argo-
mento più efficace contro il vizio della discordia […] che ricordando
quel progenitore che Dio volle creare da solo e dal quale poi far propa-
gare la moltitudine umana, perché con questo avvertimento si potesse-
ro conservare la concordia e l’unità anche in una moltitudine» (La città
di Dio, XIX, 12, XII, 28 e XII, 22).
La stessa vita dell’Ipponate è stata segnata da profonde esperienze di
comunione e di amicizia, un tema sul quale Agostino ha scritto delle pa-
gine toccanti e memorabili (per es. Confessioni, IV).
Ancora, bisognerebbe (cf. Bettetini 2008, cap. VII) forse revocare in
dubbio la tesi di chi, pur autorevole, ha scritto che Agostino ha condan-
nato lo Stato.
Quanto alla felicità, Agostino la connette strutturalmente al rapporto
con Dio; ma anche, in seconda battuta, al rapporto con gli altri. Così, il
linguaggio «permette agli uomini riuniti in società di comunicarsi tra lo-
ro i propri pensieri, perché la vita in società non sia peggiore di qualun-
que solitudine, come accadrebbe se gli uomini non si comunicassero i
loro pensieri» (La Trinità, X, 2). Ancora, «che cosa può consolarci in
questa società umana, piena di errori e tribolazioni, se non una fede au-
tentica ed un amore scambievole fra veri e buoni amici?» (La città di
Dio, XIX, 8).
Infine, Agostino ha colto la natura paradossale della felicità, che non
è direttamente intenzionabile, bensì è un dono che arride al virtuoso.
Infatti, commentando il passo evangelico: «Chi ama la propria anima
la perderà, e chi l’avrà perduta per causa mia la conserverà per la vi-
ta eterna» (Gv 12, 25), Agostino spiega (Discorsi, 313/C; 331; 368):
«Chi ama la propria anima in questa vita, la perderà nella vita futu-
ra; chi ama la propria anima per l’eternità, la perderà in questo mon-
do. […] Ma questi che disse: Per causa mia, egli è il vero Dio e la vi -
ta eterna».

BIBL. - Arendt H. (1992), Il concetto di amore in Agostino, Studio Edi-


toriale, Milano.
Bettetini M. (2008), Agostino, Laterza, Roma-Bari, spec. cap. VII.
26
Albertano da Brescia

Laurent J. (2003), Augustine on economic man, in Id. (ed.), Evolutiona -


ry economics and human nature, Elgar, Cheltenham.
Samek Lodovici E. (1979), Dio e mondo. Relazione, causa e spazio in S.
Agostino, Studium, Roma.

GIACOMO SAMEK LODOVICI

 Albertano da Brescia
Nato negli anni ’90 del XII secolo, Albertano da Brescia fu giurista e
letterato. Sfortunatamente le notizie sulla sua vita sono scarne ed appe-
na accennate dallo stesso Albertano nei prologhi e negli explicit dei suoi
trattati. In particolare, ci fa notare Oscar Nuccio, sarà Th. Sundby, nel-
l’introduzione ad un’edizione del Liber Consolationis et Consilii, a sud-
dividere la vita del giurista bresciano in due periodi: il primo, che non
va oltre il 1238, durante il quale Albertano svolgerà un’intensa attività
pubblica, ed il secondo, che va dal 1238 al 1250-53 – è incerto l’anno
della morte – caratterizzato da una vivace produzione letteraria.
Per quanto concerne il primo periodo, Albertano fu protagonista di im-
portanti vicende politiche dell’epoca. In particolare, il 7 aprile del 1226
partecipò a Mosio, insieme agli ufficiali del podestà di Brescia, alla con-
ferma dei patti giurati della Seconda Lega, alla quale aderirono le città
lombarde contro Federico II. Nel 1231, come conseguenza del rientro
dell’imperatore dalla Terra Santa, presenziò in qualità di Sindaco di
Brescia il rinnovo della Lega, alla quale aderirono le città di Mantova e
di Ferrara. Nel 1238, difendendo la città di Brescia, cinta d’assedio dal-
le armate di Federico II, venne fatto prigioniero e tradotto nel carcere
di Cremona, dove scrisse il suo primo trattato: Liber de Amore ed dilec -
tione Dei et proximi et Aliarum Rerum, et de Fortuna Vitae. Le notizie
certe sull’impegno politico di Albertano si esauriscono proprio nel
1238, mentre non abbiamo più notizie sulla sua vita oltre il 1250-53.
Nel 1243, recandosi a Genova, scrisse il suo primo sermone: Sermo in -
ter causidico et quondam notarios super confirmatione vitae illorum (Al-
bertano 1994); nel 1245 scrisse il secondo trattato: Liber de doctrina di -
cendi et tacendi (Albertano 1732); nel 1246 il terzo trattato: Liber Con -
solationis et Consilii (Albertano 1732); proprio questo trattato ebbe un
successo inaudito durante tutto il Medioevo, se è vero che furono redat-
te ben tre edizioni di volgarizzamenti, la prima nel 1268, a Parigi ad
27
Albertano da Brescia

opera di Andrea da Grosseto, un’altra anonima tra il 1272 ed il 1274 e


la terza nel 1275 a Provins da parte di Soffredi del Grazia. Si ha notizia,
inoltre, di traduzioni in francese, spagnolo, tedesco, olandese e ceco.
Albertano è autore di altri quattro Sermones (Albertano 1955), tre dei
quali non datati, mentre il quarto porta la data del 1250 o del 1253. Re-
sta incerta l’attribuzione di un quarto trattato: il Tractatus de epistolari
dictamine.
La formazione di Albertano si svolse principalmente a Bologna e fu si-
curamente poliedrica. Si sa che studiò grammatica, dialettica, retorica e
teologia. Le conoscenze teologiche risultano evidenti tanto nei trattati
morali quanto nei Sermones, attraverso i quali contrastò il diffondersi
del catarismo, particolarmente presente a Brescia. Tuttavia, accanto al-
le numerose citazioni bibliche del Nuovo e del Vecchio Testamento, che
indubbiamente occupano la gran parte dei riferimenti di Albertano nei
suoi sermoni e nei trattati, un posto di tutto rispetto meritano le fonti
giuridiche, sia del diritto civile sia del diritto canonico. Tra le prime ri-
leviamo il Digesto, il Codice e le Novelle, mentre tra le fonti canoniche
si annoverano: il Decretum di Graziano, e le Decretali di Gregorio IX.
È il Nuccio che ricorda come tra le fonti non giuridiche meritano di es-
sere ricordate le opere di →Aristotele, Cicerone, L.A. Seneca, Sallustio,
Orazio, Ovidio, →Agostino e Cassiodoro. Il che farebbe di Albertano
un autore estremamente interessante ed annoverabile in quella formida-
bile schiera di pensatori, come Guido Faba, Bono Giamboni, Brunetto
Latini, le cui opere andarono a formare la cosiddetta “Letteratura del
Podestà”; l’insieme di ammaestramenti e precetti nei confronti dei qua-
li il podestà, nell’esercizio delle sue funzioni pubbliche, avrebbe dovu-
to uniformarsi. Scrive Nuccio: «Di codesta cultura fu in possesso Alber-
tano che sulle medesime fonti – diritto romano, diritto canonico, trat-
tati di retorica e morali, autori biblici – costruì il suo sistema di valori,
ove norme giuridiche, norme religiose sono intimamente connesse; di-
ritto romano e diritto canonico furono dal Bresciano impiegati per
giungere a comporre un armonico edificio giuridico» (Nuccio 1985, pp.
1284-1285).
Ad Albertano dobbiamo pagine memorabili, nelle quali non ha sempli-
cemente dispensato buoni consigli, egli ha fatto emergere il sentimento
di un’epoca tutt’altro che omogenea, di una cultura disposta a cogliere
le sfide della modernità e di una visione del mondo consapevole della
complessità della realtà umana. Egli non formula alcuna dichiarazione
di “disprezzo del mondo”, non confonde cupiditas con a v a r i z i a, non
considera invalicabile il confine tra necessarium e superfluum. Indiche-
28
Albertano da Brescia

rà la →povertà come un male da sconfiggere, andrà oltre la contrappo-


sizione frontale tra il “valore” dell’uomo rigenerato dal battesimo ed il
“non valore” dell’uomo naturale. Si avvarrà della definizione giusroma-
nistica di diritto naturale e rivaluterà il ruolo della “sapienza laica”, im-
posterà una visione bipolare della realtà sociale, legittimerà l’amor pecu -
niae e giungerà alla giustificazione del profitto. Al duplex ordo: l’huma -
na civilitas e la congregatio fidelium, spetterebbero differenti sistemi di
leggi, di principi e di fini. Alla società terrena spetta il perseguimento di
scopi che le sono propri, ne consegue che tanto l’azione politica quan-
to l’azione economica non si fondano su “principi superiori” – metafi-
sici – bensì «sul terreno delle applicazioni pratiche dei dettami della ra -
tio naturalis» (Nuccio, luglio 1986, pp. 947-1023).
Passando per l’individuazione degli aspetti dottrinali cruciali del pen-
siero di Albertano e, in particolare, per l’atteggiamento positivo dell’uo-
mo nei confronti della ricchezza, per il concetto di “uomo naturale”,
per la virtù del discernimento che accompagna tutte le fasi dell’analisi
situazionale e per la legittimazione del profitto, appare meritevole di at-
tenzione il contributo tutt’altro che marginale del causidico bresciano
allo sviluppo delle scienze sociali, introducendoci alla definizione di
quella “cosmologia bipolare” tipica del pensiero moderno: «E non cre-
dere, che altri solamente si possa salvare in monastero, od in altra reli-
gione, e servire Dio, perciocché la religione è più nel cuor dell’huomo,
che in luogo terreno. Onde conciosiacosa che Domeneddio sia in ogni
luogo, puote latri in ogni luogo servire a Domeneddio» (Albertano, Li -
bro dell’amore, 1732, cap. 64). Il carattere esclusivo dell’ideale monasti-
co sembrerebbe non attrarre il Bresciano, la cui opera evidenzia la con-
tinua tensione a conciliare la vita contemplativa con la vita operativa, un
uomo a tutto tondo che, come afferma Nuccio, concilia la vir sapiens
con l’homo faber, un uomo che, per usare l’espressione di Ludwig von
Mises, è profondamente un homo agens.
Lo stile di Albertano sfugge al rigore della dimostrazione sillogistica,
sicché i suoi consigli, le massime, gli ammonimenti e i precetti da lui di-
spensati sono sostenuti sul piano concreto di un’attenta analisi situazio-
nale che tiene conto di un “domestico” e “borghese” “moralismo peda-
gogico”. L’efficacia di tale metodo risiede nella possibilità di cogliere
con maggiore realismo i caratteri rilevanti della situazione problemati-
ca per la soluzione della quale si suppone che sia razionale e virtuoso
adottare i mezzi più adeguati in vista del fine prescelto. Il pedagogismo
borghese e domestico emerge decisamente dal trattato più famoso di
Albertano: il Liber Consolationis et Consilii. In una narrazione accatti-
29
Albertano da Brescia

vante, nella forma del dialogo, l’Autore racchiude un’ampia serie di


questioni morali che interessano il vivere quotidiano ed inevitabilmen-
te finiscono per investire le problematiche contemporanee di etica ap-
plicata. Il trattato narra di un uomo, Melibeo, il quale, rientrato a casa,
trovò la moglie e la figlia selvaggiamente picchiate da alcuni suoi nemi-
ci. La reazione di Melibeo fu comprensibilmente dura e vendicativa, ca-
rica di furore impulsivo ed imponderata impetuosità: il dolore e l’af-
fronto subiti urlano vendetta, ma è a questo punto che interviene la mo-
glie, dal nome emblematico di Prudenza; ella tenta di calmarlo, di con-
solarlo e – soprattutto – di consigliarlo. Prudenza lo esorta a non pren-
dere decisioni affrettate ed imponderate, e, a tal fine, gli consiglia di
convocare gli amici più fidati e saggi, affinché, prima di assumere qual-
siasi decisione, ascolti il loro parere. Benché la moglie ed alcuni amici
più saggi lo sconsiglino vivamente di ricorrere alla vendetta, Melibeo
sembra deciso ad ascoltare gli amici più facinorosi e rivolge alla moglie
pesanti invettive. Ebbene, Prudenza risponde ad ogni accusa del mari-
to ed argomenta in modo ragionevole la sua posizione, ne scaturisce
un’ampia discussione sulla desiderabilità dei consigli, sui mali derivan-
ti dalle liti, sulla fortuna, sulla povertà e sulla ricchezza.
Albertano, attraverso la donna, ha voluto rappresentare se stesso, in
quanto espressione di una nuova era; Prudenza «significa ponderazio-
ne necessaria, prima di prendere una deliberazione, nell’esame delle
conseguenze favorevoli e contrarie che ne possono derivare, analisi
scrupolosa del principium di qualsiasi negotium. Per acquistare la pru-
denza occorre uno studio assiduo e perseverante» (Nuccio 1985, p.
1286). Se Prudenza è l’espressione di una nuova era, Melibeo rappre-
senta l’archetipo dell’uomo feudale, vendicativo ed impulsivo. Il dialo-
go tra la moglie ed il marito simboleggia il rapporto tra due culture in
conflitto, due modi distinti di giudicare la realtà e di analizzare la situa-
zione problematica, rispettivamente: fiat justitia pereat mundus, incu-
rante delle conseguenze ed ispirato ad un’etica della convinzione, e fiat
justitia ne pereat mundus, concentrato sulle conseguenze e, per questo,
ispirato ad un’etica della responsabilità; un conflitto che si risolverà con
il soccombere dell’era feudale a vantaggio del nascente umanesimo.
Non è un caso, ci fa notare Nuccio, che alle species che formano parte
della tradizionale virtù della prudenza ereditata da Cicerone (De Offi -
ciis), ossia, providentia, circumspectio, c a u t i o, docilitas, Albertano ag-
giunga la ratio e l’intellectus.
Il tema delle due culture in contrasto si ritrova anche nelle pagine di
“etica economica”, così come emerge dalla lettura dei trattati morali.
30
Albertano da Brescia

Una precettistica che riguarda l’agire economico che appare come il ri-
sultato di una ponderazione delle esigenze spirituali del fidelis con l’esi-
stenza terrena dell’“uomo naturale”, espressione di quella “concezione
bipolare” della vita e della cultura, che, sebbene non ancora del tutto
esplicita, risulta comunque presente nelle opere del Bresciano.
In particolare, Albertano affronta l’ineludibile tema dell’avarizia tanto
nel Liber Consolationis quanto nel trattato morale Liber de Amore ed di -
lectione e specificatamente nel capitolo relativo alla Dilezione dell’altre
cose. Mentre nel primo capitolo aggredisce il tema dell’avarizia median-
te gli argomenti classici che indicano le «rascioni» che devono spingere
gli individui a «schifare l’avarizia», nel secondo – «Poi ch’à auto ne li-
bro de l’Amore e de la dilezione di Dio e del prossimo» – l’enfasi è po-
sta sulle «altre cose»; e tra le altre cose Albertano indica le «cose cor-
porali». Riportiamo dal testo volgarizzato da Andrea da Grosseto alcu-
ni brani significativi: «Et le cose corporali son quelle che si possono toc-
care e vedere, secondo che l’auro e argento, danari, terra, vestimenta e
molte altre cose». Ebbene, secondo Albertano, tali «cose corporali», a
condizione che non si «trapassi ’l modo», sono da amare. Di conse-
guenza, è necessario che le persone si avvalgano della ragione per fare
il miglior uso delle cose temporali; e scrive a tal proposito: «Sappia ad-
dunque la discrezion tua et cognosca le cose temporali e corporali che
son da amare». Lo logica bipolare di cui parla il Nuccio si manifesta in
questo ulteriore brano tratto sempre dal medesimo scritto: «Però che,
secondo che ’l corpo sanza l’anima non può vivere, così ’l corpo dell’uo-
mo non può lungo tempo durare sanza la sustanza temporale; però che
’l mangiare e ’l vestire è si bisognoso al corpo, che per neun potrebbe
durare senz’essa». È manifesto in questi brani di Albertano un profon-
do e sano realismo che guida il Bresciano nell’individuazione del limite
entro il quale le persone sono tenute ad amare le ricchezze di quaggiù
e di provvedere con saggezza all’acquisto di tutto ciò che è utile al be-
nessere (“bene vivere”).
Dalle parole dell’Albertano si evincerebbe anche il superamento del
principio scolastico del “necessario”, posto come limite morale all’ac-
cumulo dei beni. Il moralismo di Albertano si laicizza nel momento
stesso in cui egli giunge a riconoscere la funzione socialmente positiva
svolta dal possesso della “pecunia”. Basti leggere questi brevi estratti
del trattato morale di Albertano per cogliere in modo cristallino il rico-
noscimento della positività della ricchezza: «Le pecunie glorificano co-
lor che son privati di gentilezza; et la povertà invilanisce la casa ch’è al-
ta di gentilezze»; ed ancora, con maggior forza espressiva: «Et intanto
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Albertano da Brescia

fanno ‘pro le temporali ricchezze, che, quando elle vengono meno, di-
venta l’uomo povero, mendico e ladro, e acquistane ognie mal vizio».
L’etica economica di Albertano, dunque, piuttosto che invitare ad
“ischifare” le cose del mondo, invita ad amarle, «pur che non si trapas-
si ’l modo»; il limite posto dal Bresciano non è dato dal necessario –
quia ultra tendit malum inventi di Pietro Lombardo – bensì dall’ismo -
deratezza: «Unde disse il filosofo: ne le cose, e modo e fini son certi, oltr
a’ quali né infra quali non può essere neuna cosa dritta. Convienti ad
dunque ristringer l’amor d’aver le ricchezze temporali a ciò che non sia
ismoderato; però che lo smodrato amore d’avere trae a sé tutt’i vizi. Et
puosi chiamare per ragione avarizia». L’“avarizia” trattata da Alberta-
no, ci fa notare Nuccio, non è la cupiditas di possedere più di quanto sia
necessario, bensì lo «smoderato amore di avere», fonte di tutti i vizi.
Sempre in tema di ricchezza o, più precisamente, del modo in cui gli in-
dividui si dovrebbero relazionare con essa, proseguendo nel trattato Li -
ber de Amore ed dilectione, Albertano indica i modi di acquistare e con-
servare le ricchezze, premettendo che si può essere ricchi e giusti, e por-
ta come esempio Giuseppe d’Arimatea: «Grandemente ti de’ studiare in
acquistare e conservare le ricchezze, et aver tre compagnie, cioè: Dome-
neddio e la coscienza e la buona fama; o almeno due; cioè: Dio e la co-
scienza […] Et certo, secondo li comandamenti di Dio e de’ suoi santi,
puoi avere dirittamente [e] possedere le ricchezze […] Anche, nel Vange-
lio si leggie di Giusep ab Arimazia, che era gentile uomo, e ricco, e giu-
sto, e discepolo di Dio, avegnia che privato per paura di giudei. Ad dun -
que puoi acquistare e possiedere le ricchezze, ma non vi ponere ’l core».
L’acquistare ed il possedere beni terreni non sono semplici forme di ac-
cettazione passiva della ricchezza, in un contesto sociale statico nel qua-
le lo status di ricco coincide con l’aver ereditato un patrimonio. In real-
tà Albertano si riferisce in particolar modo alla ricchezza acquisita, ossia
guadagnata con il lavoro, che non è mera fatica, ma il deliberato eserci-
zio delle conoscenze professionali e il retto uso della ragione impiegata
a fini produttivi. Scrive Albertano: «Et naturalmente sono onesti li gua-
dagni se son fatti con giustizia, per li quali neuna persona è danneggia-
ta; et quello onesto acquistato che non si domandò da neun segniore; et
que’ son veri guadagni che noi comandiamo per adiuto d’interezza». Re-
sta ferma la condanna nei confronti della ricchezza guadagnata median-
te la frode e l’inganno: «Et de’ schifare d’acquistare con rapina e con al-
tro pericolo», mentre emerge con forza l’esortazione del causidico a pro-
curarsi ricchezze attraverso l’operosità, l’intelligenza e la creatività: Ac -
quista addunque onesti guadagni. L’operosità, a cui Albertano esorta l’uo-
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Albertano da Brescia

mo medievale, ci ricorda Nuccio, rappresenta una vera e propria apolo-


gia del lavoro che troverà sviluppi ed approfondimenti nelle opere degli
umanisti Bracciolini, Bruni e Leon Battista Alberti, ma che in nuce p r e-
senta già tutti i caratteri che contraddistingueranno il mercante umani-
sta e rinascimentale che accumula “buone ricchezze”, che guadagna
onestamente profitti e che vive in pace con Dio, con la sua coscienza e
non compromette la reputazione sua e della sua famiglia: «Ricchezze ad -
dunque buone e piacevole dei acquistare, affaticandoti co’ le mani, chifan -
do ’l riposo in tutte le cose, seguitando ragione, adoperando le mani».
È una chiara manifestazione di quello spirito civile del capitalismo, inne-
gabilmente incentrato sull’esaltazione dell’agere e del nec otium – e non
semplice fatica, ma esercizio di una professionalità –, senza trascurare
che, quantunque si tratti di agere per profitto, esso non entra per neces-
sità logica in conflitto con la vita cristianamente vissuta. Al contrario,
scrive il Nostro: «Et niuna fatiga di questo mondo fa pro sanza Dome-
neddio», ribadendo che ogni sforzo dell’uomo ed ogni ricchezza accu-
mulata sono vani se vissuti non curanti della Provvidenza: «Et però si di-
ce in proverbio: Domeneddio dà ogni bene, ma non lo toro per le cor-
na. Et un filosofo disse: Domeneddio e la fatica sì provede e datti tutte
le cose».
Dopo aver considerato le questioni legate al possesso e all’acquisto del-
le ricchezze, Albertano non omette di trattare il problema dell’uso che
di esse dovrebbe fare un uomo saggio. La metodologia che egli sugge-
risce è quella del “giusto mezzo”, che ragionevolmente lo preserveran-
no dal cadere tanto nell’avarizia quanto nella prodigalità; e così si espri-
me: «però che ’l male uso e ’l soperchio è riprovato e vietato, non sola-
mente ne le male cose ma eziandio ne le buone, secondo Seneca che di-
ce: “’l troppo uso de le buone cose è rio”». L’argomento del Bresciano
è teso alla ricerca di un sistema morale incentrato su di un equilibrio di-
namico che contempera la totalità delle esigenze umane: tanto spiritua-
li quanto materiali, al punto che indicherà nell’onesto perseguimento
della ricchezza materiale una spinta naturale che spingerebbe le perso-
ne a fuggire il “pericolo” della povertà. A questo punto, Nuccio, criti-
cando la nota tesi di Weber, secondo la quale l’esaltazione ideologica
dell’organizzazione razionale del lavoro sarebbe in relazione con l’etica
protestante calvinista, sostiene che dobbiamo ad autori come Alberta-
no – ed altri che affollarono il Duecento italiano – le prime riflessioni
teoriche che consentirono a Coluccio Salutati, un secolo e mezzo più
tardi, di evidenziare la «doppia legittimazione del lavoro e del profitto»:
«consacrarsi onestamente ad oneste attività può essere una cosa santa,
33
Albertano da Brescia

più santa che non vivere in ozio nella solitudine […] la santità della vi-
ta operosa innalza l’esistenza di molti» (Nuccio 1985, p. 1294). I tratti
più significativi dell’etica economica di Albertano, allora, si possono
sintetizzare nell’elogio del lavoro, nella consacrazione del guadagno,
nella condanna dell’ozio e della povertà; tutti insieme, tali elementi «so-
stanziano anche la precettistica d’Albertano, frutto d’una esperienza vi-
va e sofferta nella travagliata e cangiante società lombarda della prima
metà del Duecento» (Nuccio 1985, p. 1294).
Tutt’altro che personaggio minore del Medioevo, Albertano è figura
emblematica di un’epoca di passioni politiche e culturali. Fu un auten-
tico protagonista negli anni della Seconda Lega, manifestando con la
sua stessa vita i valori della pace, della concordia e dell’armonia che poi
seppe rappresentare nei trattati morali e nei sermoni. Tuttavia, era altre-
sì convinto che quegli stessi valori non fossero assoluti, in quanto pote-
va accadere che essi dovessero essere sacrificati nel nome di valori più
elevati: fede, libertà, giustizia e patria. Albertano con la sua opera rap-
presenta un’idea di uomo a tutto tondo che si affaccia alla modernità. Il
Bresciano è sicuramente una figura di cerniera tra il passato ed il pre-
sente, tra classicismo e cristianesimo, tra rivelazione maggiore e rivela-
zione minore, tra fede e ragione, tra anima e corpo. Albertano riesce ad
armonizzare i diritti ed i doveri degli individui, proponendo un ideale
di rinnovamento sociale che tenga insieme giustizia e libertà. Albertano
«non è soltanto nobilissima voce del Medio Evo che ha riscoperto l’uo -
mo naturale, ancor prima dell’età dell’anglo-olandese Bernard de Men-
deville e dello scozzese Adam Smith, ma pure uno dei molti intelligen-
ti e forti spiriti della rinata Italia che dopo il Mille trasforma i fattori po-
litici ed economici in forze morali ed al mondo elargisce la “nuova civil-
tà umanistica”» (Nuccio, 2005, p. 84).
Sulla scia di Menger, Mises, Popper e Hayek, possiamo affermare che
allo scienziato sociale spetti precipuamente l’avvincente opera di inter-
pretare e di spiegare le istituzioni ed i fenomeni politici ed economici,
in quanto esiti non intenzionali delle azioni intenzionali, prodotti “irri-
flessi” del coesistere di azioni umane volontarie finalizzate alla rimozio-
ne di uno stato d’insoddisfazione. È compito dell’economista analizza-
re e rendere ragione dei nessi causali che gettano luce sul modo in cui
l’interazione, la trasformazione e la selezione di paini individuali possa-
no far emergere istituzioni sociali come i prezzi di mercato, il saggio
d’interesse, la rendita fondiaria, il profitto dell’imprenditore e quant’al-
tro, andando ben oltre la capacità di progettazione dei singoli operato-
ri (Menger 1996, p. 151). Riteniamo che Albertano abbia saputo mette-
34
Albertano da Brescia

re in evidenza una – seppur embrionale – capacità di riflettere analiti-


camente sul valore dell’azione umana in quanto atto responsabile, libe-
ro, creativo e foriero di conseguenze. Sostanzialmente, le premesse per
una metodologia delle scienze sociali premonitrice degli sviluppi che in-
teresseranno in futuro gli studi sistematici sull’economia, sulla politica
e sulla società. In definitiva, Albertano ha contribuito in modo signifi-
cativo, in un’epoca così lontana, all’elaborazione di uno statuto episte-
mologico delle scienze sociali incentrato su un’attenta analisi situaziona -
le, dove il principio di razionalità individua il proprio contenuto in spe-
cifici criteri di ragione e di utilità. Questi ultimi, nella fattispecie di Al-
bertano, si sposano con la virtù della saggezza pratica, indissolubilmen-
te legata alla prudenza che si esprime attraverso un processo dinamico
ed aperto al centro del quale è posto il discernimento.

BIBL. - Albertani Judicis Brixiensis (1732), Tre trattati di Albertano giu -


dice di Brescia, Stamperia di S. Benedetto, per Alberto Pazzoni
Stampatore Arciduca, con Licenza de’ Superiori, Firenze-Mantova.
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economico nel duecento italiano. Il caso Albertano da Brescia, Effatà
Editrice, Cantalpa.

FLAVIO FELICE

35
vocabolo

 Alterità
Riconoscimento di una differenza, qualificabile, nella sua forma più
propria, come condizione costitutiva della relazione interpersonale (dal
lat. alteritas, che traduce il gr. eterotes, nel quale è però incluso anche il
significato polemico di assenza o rifiuto della relazione). I due aggettivi
pronominali corrispondenti (gr. eteros, lat. alter) si differenziano dalla
coppia allos/alius: mentre alius indica l’altro come unità indefinita di
una serie, in un contesto per lo più impersonale, in alter la radice (al-)
è integrata da un suffisso comparativo (-ter) e attesta un confronto di-
retto, entro un processo di personalizzazione/riconoscimento. Alter
può assumere quindi i significati di “uno dei due” (necesse est, sit alte -
rum de duobus), “secondo” (altero die), “posto di fronte” (altera pars),
“prossimo” (qui nihil alterius causa facit).
Il pensiero classico incontra il problema interrogandosi intorno alla rela-
zione fra l’uno e i molti, di cui offre interpretazioni diverse. Includendo
l ’altro o il diverso tra i cinque generi sommi (accanto a movimento, quie-
te, essere, identità) come dimensioni costitutive dell’essere (Soph. 253 c-
258 e), Platone compie nel Sofista un ideale “parricidio” nei confronti di
Parmenide e della sua concezione statica e monolitica dell’essere, in no-
me di un’articolazione dinamica e plurale dell’ontologia. Esplorando ta-
le nozione nella sua fondamentale polivocità, →Aristotele la riconosce
come propria di ogni ente in rapporto con altri enti (Metaph. 1054 a-
1059 a). Nella vita intersoggettiva, in particolare, essa chiama in causa la
virtù della giustizia, paradigma supremo delle altre virtù etiche. Per tut-
to il pensiero antico, il rapporto tra l’io e l’altro raggiunge nell’esperien-
za pubblica e civile dell’amicizia un vertice esemplare di →reciprocità,
quando consente all’ego di riconoscere l’amico come vero e proprio alter
ego (cf. Aristotele, Eth. Nic. 1170 b 5; Orazio, Carm. 1, 3-8; Ovidio, Trist.
4, 4, 32; Cicerone, Laelius 6, 20; Agostino, C o n f. 4, 6, 11).
In un diverso approccio, tipico della tradizione neoplatonica, il rappor-
to tra l’uno e i molti appare capovolto: l’alterità è una forma transitoria
di alterazione dell’ordine originario e di allontanamento dall’Uno, risul-
tato di un processo di generazione delle altre ipostasi, superabile attra-
verso un percorso contrario di riunificazione. Al problema teoretico
della genesi dei molti dall’Uno (che in Plotino è il risultato di un pro-
cesso di emanazione per sovrabbondanza, mentre nello gnosticismo è
frutto di uno scontro cosmico tra forze contrapposte) corrisponde un
percorso etico di purificazione spirituale in vista del ritorno alla patria
originaria.
36
Alterità

Nel pensiero cristiano il tema metafisico della differenza è liberato da


ogni interpretazione devolutiva: il riconoscimento delle persone divine,
al cuore stesso del mistero trinitario, non rappresenta una caduta dal-
l’unità, ma, al contrario, il culmine della perfezione, in un perfetto equi-
librio di unità e differenza. A livello umano, di conseguenza, l’alterità
attesta, nell’ordine ontologico, una forma insuperabile di finitezza crea-
turale, che si apre ad una reciprocità di riconoscimento a partire da una
medesima origine e vocazione della famiglia umana. Riconoscere un
unico Padre celeste equivale a riconoscersi, nello stesso tempo, fratello
di tutti: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero;
non c’è più uomo né donna» (Gal 3, 28). Nell’ordine etico, ogni rela-
zione umana è affidata alla libera responsabilità personale, in bilico fra
la caduta egoistica del peccato e le forme positive della giustizia e del-
l’amore, che possono spingersi fino all’asimmetria assoluta della grazia,
del dono e del perdono.
In epoca moderna interpretazioni diverse dell’alterità si sviluppano a
partire da una nuova centralità dell’idea di soggetto. Dopo le esperienze
comunitarie, incarnate dagli ordini mendicanti nei secoli XIII e XIV, e
la breve parentesi quattrocentesca dell’Umanesimo civile italiano, a par-
tire dal cogito cartesiano si sviluppa una linea di pensiero, di segno sem-
pre più marcatamente razionalista, che tende a far coincidere la natura
autoreferenziale della ragione e il carattere autosussistente della sogget-
tività. Da Spinoza a Leibniz, da Fichte a Hegel, il compito del pensiero
è essenzialmente quello di guadagnare l’intersoggettività attraverso una
progressiva dilatazione degli orizzonti della soggettività trascendentale:
l’alterità tende ad essere considerata, pur con sensibili differenze, come
una modalità fattuale e inadeguata, che il pensiero deve superare, ricon-
ducendola alla sua originaria radice unificante. Una linea profondamen-
te diversa, inaugurata, tra gli altri, da Machiavelli e da Hobbes, e ripre-
sa nelle filosofie ad impianto empirista (soprattutto Locke e Hume), ri-
cava dal riconoscimento dell’assoluta autosufficienza dell’individuo, co-
me soggetto di bisogni e di diritti, una visione irriducibilmente conflit-
tuale della convivenza, che la politica è chiamata ad arbitrare con un uso
accorto della forza. L’alterità appare come un dato storico insuperabile,
oscillante tra indifferenza e conflitto; rispettando il gioco delle libere re-
lazioni fra individui, e sottraendolo al controllo asfissiante della sfera
pubblica, può liberarsi uno spazio di competizione autoregolata, che è
l’autentico motore dello sviluppo economico e civile.
Nella seconda metà del Novecento, ad una radicale crisi della ragione
corrisponde il riconoscimento di una praxis irriducibilmente antagoni-
37
Alterità

sta, come in Sartre, dove la ricerca di una intelligibilità degli “insiemi


pratici” si arresta dinanzi alla condizione materiale della “penuria”,
frutto di una sproporzione tra bisogni e risorse, che pone ogni incontro
tra l’io e l’altro sotto il segno di un “furto reciproco”: «Ognuno, limi-
tandomi, costituisce il limite dell’Altro, a lui come a me ruba un aspet-
to oggettivo del mondo» (Sartre 1963, I, p. 229). Di segno opposto mol-
te filosofie d’ispirazione religiosa: il mondo ebraico s’impegna in un re-
cupero della dimensione dialogica, fondamento autentico dell’esisten-
za, come in Buber, secondo il quale non c’è “vita reale” senza incontro
con l’altro (Buber 1993); il pensiero cristiano fa discendere dalla pro-
fondità metafisica della persona umana il suo statuto strutturalmente
relazionale: «Per il solo fatto che io sia una persona e che dica io a me
stesso, chiedo di comunicare con l’altro e con gli altri nell’ordine del-
l’intelligenza e dell’amore. Per la personalità è essenziale tendere verso
la comunione […] La società propriamente detta, la società umana, è
una società di persone» (Maritain 1979, pp. 28-29). Di conseguenza, il
personalismo cristiano si rifiuta di «dare un coefficiente peggiorativo al-
l’esistenza sociale o alle strutture collettive. Esso si limiterà a distingue-
re una gerarchia delle collettività, secondo il loro maggiore o minore
potenziale comunitario, cioè secondo la loro più o meno forte persona-
lizzazione» (Mounier 2004, p. 66).
In dialogo critico con la fenomenologia husserliana, il pensatore ebrai-
co Emmanuel Lévinas offre un contributo particolarmente originale, a
partire da una dura polemica contro ogni filosofia della soggettività, che
cerca di derivare l’altro dall’io. Secondo Lévinas, l’irruzione dell’altro
s’impone con la forza di un appello che non ammette transazioni, e di-
schiude un orizzonte etico originario in cui filtra l’Infinito: «Il fatto ori-
ginario della fraternità è costituito dalla mia responsabilità di fronte ad
un volto che mi guarda come assolutamente estraneo» (Lévinas 1997,
p. 219). Nel capovolgersi del movimento di approssimazione, in un’as-
soluta esteriorità, l’io si scopre guardato dagli occhi del terzo, piegato
all’accusativo da un’insuperabile ingiunzione egualitaria in favore della
giustizia che si estende all’intera umanità: «Il terzo mi guarda negli oc-
chi d’altri – il linguaggio è giustizia […] La presenza del volto – l’infi-
nito dell’altro – è miseria, presenza del terzo (cioè di tutta l’umanità che
ci guarda)» (ibid., p. 218). In questa posizione, che attribuisce all’Altro
l’iniziativa esclusiva di chiamare il sé alla responsabilità, Paul Ricoeur
rileva un deficit di relazione, l’assenza di un vincolo comune e condivi-
so: «L’Altro si ab-solve dalla relazione con lo stesso movimento con cui
l’Infinito si sottrae alla Totalità» (Ricoeur 1993, pp. 452-453), arrivan-
do a chiedersi: «E chi, dunque, distinguerà il maestro dal boia?» (ibid.,
38
Antonino da Firenze

p. 455). Secondo Ricoeur, invece, «l’ipseità del se stesso implica l’alte-


rità ad un grado così intimo che l’una non si lascia pensare senza l’al-
tra» (ibid., p. 78). Recuperando un tratto fondamentale della tradizione
cristiana, che afferma una dialettica inseparabile del sé e dell’altro da sé,
Ricoeur articola l’avvertimento dell’alterità secondo tre diversi livelli,
che impediscono al sé di assolutizzarsi come fondamento di se stesso: il
corpo proprio, che media tra intimità dell’io ed esteriorità del mondo;
l’alterità dell’altro, che s’annuncia in una relazione intersoggettiva, da
vivere tra morale del rispetto ed etica della sollecitudine; la “voce” del-
la coscienza, che si manifesta in termini di ingiunzione e attestazione.

BIBL. - Alici L. (2004), Il terzo escluso, San Paolo, Cinisello Balsamo.


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Ricoeur P. (1993), Sé come un altro, Jaca Book, Milano.
Sartre J.P. (1963), Critica della ragione dialettica, il Saggiatore, Milano.

LUIGI ALICI

 Antonino da Firenze
Antonio Pierozzi, detto Antonino (1389-1459), nacque a Firenze dal no-
taio ser Niccolò. Entrato nell’Ordine domenicano riformato di Giovanni
Dominici nel 1404, fu priore del convento di San Marco a Firenze dal
1438 e arcivescovo della città dal 1446 alla morte. Fu canonizzato nel
1523. Per la sua fama di canonista e consigliere, rapidamente diffusasi an-
cor prima che ascendesse alla cattedra episcopale, fu detto Antonino dei
Consigli. Sue opere principali sono le due vaste raccolte conosciute con i
titoli, attribuiti posteriormente, di Summa theologica o Summa moralis,
un trattato di teologia morale che ebbe notevole diffusione e rappresen-
39
Antonino da Firenze

tò un’opera di riferimento fino al Settecento, e di C h r o n i c o n o Summa hi -


storialis, una storia del mondo dalla creazione ai giorni suoi, pensata co-
me seconda parte e illustrazione storica della Summa theologica.
Durante la prima metà del secolo scorso, gli storici del pensiero econo-
mico considerarono Antonino come il principale esponente quattrocen-
tesco. Joseph Schumpeter, che attribuiva alla tarda Scolastica il compi-
mento di sviluppi dottrinali decisivi sulla strada della fondazione di una
scienza economica pura, riconobbe ad Antonino il primato nel raggiun-
gimento di una visione generale dei processi economici e, in particolare,
la paternità di una chiara nozione di capitale e di una teoria del valore
basata su una concezione soggettivista dell’utilità. Come fu progressiva-
mente dimostrato a partire dalle ricerche compiute da Raymond de Roo-
ver tra gli anni Cinquanta e Sessanta, tuttavia, il pensiero di Antonino
era fortemente debitore di quello di due francescani, fino ad allora me-
no studiati sotto il profilo delle dottrine economiche: il coevo predicato-
re →Bernardino da Siena e, per suo tramite, il teologo provenzale Pie-
tro di Giovanni Olivi, vissuto nella seconda metà del Duecento.
Tale dipendenza era potuta passare inosservata agli studiosi anche per-
ché, pur avendo spesso Antonino trascritto alla lettera, o quasi, interi
brani dalle opere di Bernardino e altrettanto avendo fatto quest’ultimo
con quelle di Olivi, nessuno dei due aveva citato la propria fonte. An-
tonino compose le proprie Summe attingendo quasi interamente da al-
tri autori, di norma menzionati. Tale pratica rientrava nel metodo espo-
sitivo dei teologi morali, che, ove non si trattasse di verità di fede ma di
materia opinabile, presentavano i diversi pareri relativi alla questione
trattata, in particolar modo quelli sorretti dall’autorità dei teologi e dei
canonisti che li avevano formulati. Bernardino, per quanto predicatore
assai celebre e acuto, non costituiva un’autorità ed è probabilmente per
questo motivo che Antonino non lo citò tra le proprie fonti. Ragioni di
prudenza, invece, avevano indotto Bernardino a non menzionare Olivi,
le cui opere erano state condannate al rogo e severamente proibite nel-
l’ambito dell’Ordine francescano in seguito alla repressione del movi-
mento degli Spirituali, di cui egli era stato uno dei capi.
Attesa la scarsa originalità dottrinale di Antonino, è tuttavia possibile –
qualora si rinunci a una visione evolutiva della storia del pensiero eco-
nomico e alla ricerca di primati nella formulazione di concetti e teorie
– riconoscere nella sua opera un importante veicolo di diffusione della
riflessione bernardiniana (e oliviana), contribuendo alla completa affer-
mazione di un discorso intorno all’economia che la codificasse e la qua-
lificasse come cristiana.
40
Antonino da Firenze

Nella Summa theologica Antonino, domenicano, congiunse con chiarez-


za i due filoni di pensiero che già si erano andati intrecciando e saldan-
do nei testi dell’Osservanza francescana della prima metà del Quattro-
cento e, in particolare, negli scritti di Bernardino. Essi erano: da un la-
to, l’analisi pauperista specificamente francescana, orientata alla crea-
zione di un linguaggio etico-economico omogeneo, che definisse tanto
i criteri dell’autoprivazione, quanto quelli dell’arricchimento; dall’altro
lato, l’analisi canonistica e civilistica basata sui casi contrattuali, che dai
criteri inizialmente formulati per orientare la gestione dei beni ecclesia-
stici aveva desunto principi più generali, atti a valutare i comportamen-
ti economici dei laici.
Al cuore del progetto di riforma della società cristiana in chiave paupe-
rista vi era una concezione che identificava il buon uso delle ricchezze
nella loro continua circolazione. Sulla base di questo presupposto si ap-
profondì sempre più, fra Tre e Quattrocento, la contrapposizione tra il
modello positivo del mercante cristiano, le cui ricchezze erano legitti-
mate dall’essere costantemente impiegate e reimpiegate all’interno del-
la società, e il modello negativo dell’usuraio ebreo, espulso dal corpo di
quella, giacché egli, sottraendo le proprie ricchezze alla circolazione e
accumulandole improduttivamente, impediva che esse contribuissero al
→bene comune.
Sulla base del riconoscimento della funzione svolta dal mercante nel ga-
rantire la prosperità pubblica e della distinzione tra ricchezze fruttifere
e ricchezze sterili, era possibile giustificare non solo il conseguimento
del profitto commerciale, ma anche la liceità della pattuizione di un in-
teresse calcolato fin dall’inizio del prestito, nel caso in cui il denaro o i
beni ceduti fossero abitualmente impiegati dal mutuante in attività
commerciali. Quest’ultima posizione non era quella maggioritaria e An-
tonino stesso era del parere che fosse preferibile dissuadere simili pat-
ti, limitandosi a tollerarli in sede di confessione, a cose fatte, se l’inten-
zione non fosse stata fraudolenta. Nondimeno egli, per il tramite di Ber-
nardino, accolse la giustificazione razionale fornitane da Olivi.
Essa poggiava su tre argomenti, designati da Bernardino mediante i ter-
mini aequitas e pietas (il dare aiuto al prossimo che si trovasse in diffi-
coltà), indemnitas (il ricevere un risarcimento per il guadagno che
avrebbe fruttato il capitale se fosse stato investito in un’operazione
commerciale, così come era comunemente ammesso fosse lecito in caso
di rimborso effettuato oltre il termine pattuito) e utilitas (il ricevere ana-
logo compenso per il mancato guadagno, considerando come fosse le-
cita la vendita a credito a un prezzo superiore rispetto a quello corren-
41
Antonino da Firenze

te, qualora in origine si intendessero conservare le merci per lucrare


successivamente prezzi più elevati).
Una simile prospettiva – che poneva l’accento sull’uso, più che sulla
proprietà delle ricchezze e sulla dimensione sociale, anziché individua-
le, in cui si collocava tale uso – forniva anche la cornice entro cui erano
definiti i criteri di valutazione dei beni. Antonino ricevette così, sempre
attraverso gli scritti di Bernardino, la distinzione oliviana delle tre de-
terminanti del valore economico dei beni, che il predicatore senese ave-
va sintetizzato con i termini virtuositas (le qualità intrinseche che ren-
dono un bene più o meno idoneo a soddisfare i bisogni umani), raritas
(la scarsità relativa di un bene rispetto agli altri) e complacibilitas (il gra-
dimento soggettivo di un bene).
Nella costruzione di un discorso unitario intorno all’economia, indiriz-
zata dagli ecclesiastici in senso cristiano, Antonino era peraltro erede
anche della lunga tradizione che, fin dalla tarda antichità, aveva visto i
vescovi coinvolti nell’amministrazione concreta della realtà: a ciò si de-
ve la dettagliata descrizione dell’economia fiorentina dell’epoca che,
oggi, è considerata la parte più originale della sua opera.

BIBL. - Antonino da Firenze (1959) [1740-1741], Summa theologica,


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siero economico, La Nuova Italia Scientifica, Roma.

LUCA CLERICI

 Aristotele
La sua prospettiva presenta molteplici sintonie con l’economia civile: an-
zi, per la sua antropologia e per la sua etica filosofica, Aristotele (384/383
a.C. - 322 a.C.) può esserne considerato un precursore fondamentale.
42
Aristotele

È vero che nella sua ontologia Aristotele tratta la relazione tra le cate-
gorie accidentali della sostanza come una determinazione estrinseca al-
la natura degli enti, uomini compresi (Metafisica, 1028 a 7ss.; Categorie,
7, 6a 36ss.).
Ma, d’altra parte, per lo Stagirita l’uomo è un «essere socievole» (Poli -
tica, 1253 a 3; Etica Nicomachea, 1169 b 18, di seguito EN), cioè un es-
sere strutturalmente orientato alla relazione interpersonale, per (alme-
no) tre motivi: perché ha materialmente bisogno degli altri (appena na-
to dev’essere protetto e nutrito e, anche in seguito, la divisione del la-
voro consente a ciascuno di poter ottenere i beni materiali che gli inte-
ressano; perché ha bisogno degli altri in senso etico, dato che ognuno
riceve dagli altri insegnamenti, incoraggiamenti, trova negli altri dei
modelli a cui ispirarsi e dei compagni nel cammino della vita moralmen-
te buona; perché è ontologicamente proteso a vivere insieme agli altri,
anche quando non ne ricava alcuna utilità materiale ed etica.
Aristotele mette in luce in modo illuminante la specificità della comu-
nicazione umana: «l’uomo, solo tra gli animali, ha la parola: la voce in-
dica ciò che è doloroso e gioioso e pertanto la possiedono anche gli al-
tri animali […], ma la parola è fatta per esprimere […] il giusto e l’in-
giusto: questo, infatti, è proprio dell’uomo rispetto agli altri animali, di
avere, egli solo, la percezione del giusto e dell’ingiusto e degli altri va-
lori» (Politica, 1253 a 10-18, corsivo nostro). Mentre l’animale vede nel-
le cose che incontra solo l’utilità/dannosità (chiede: «è piacevole/dolo-
rosa?»), l’uomo, poiché è razionale, indaga anche la natura delle cose
(chiede: «che cos’è questa cosa?»), vuole conoscerle a prescindere dal-
la loro eventuale utilità/dannosità, e si interroga sul bene e sul male, sul
giusto e l’ingiusto, sul bello ed il brutto. Così, mentre l’animale si limi-
ta a manifestare le sensazioni piacevoli/spiacevoli che prova, l’uomo è
in grado altresì di esprimere la verità sul mondo e sul bene, ed il suo lin-
guaggio non è meramente strumentale, volto solo al conseguimento di
qualcosa (segnalare un pericolo, richiedere cibo, richiamare attenzione,
ecc.), bensì è anche rivelativo. L’uomo, dunque, è un animale parlante
(Politica, 1253 a 9; Anima, 420 b 5 - 421 a 6) e ciò gli consente di esse-
re un “animale sociale”.
Ora, per Aristotele, le azioni umane non devono essere governate dalla
sola ricerca dell’utilità: gli uomini dediti solo al piacere sono “veri e
propri schiavi” che scelgono “una vita da bestie”; la ricerca del succes-
so è precaria perché gli altri ce lo possono improvvisamente revocare;
la ricerca del guadagno come fine “è contro natura” perché la ricchez-
za è sempre un mezzo in vista di qualcos’altro (EN, 1095 b 15 - 1096 a
43
Aristotele

7). L’uomo, così, per la specificità della sua natura, che si esprime e si
realizza già attraverso il linguaggio, è chiamato all’autorealizzazione.
Inoltre, proprio perché è in grado di apprendere il bene e il male di una
comunità (e non solo ciò che è bene e male per sé), può e deve impe-
gnarsi a realizzarlo nella comunità. L’uomo, cioè, realizza la sua sociali-
tà, condividendo la verità e cercando il →bene comune. In tal modo, le
comunità umane differiscono dalle aggregazioni animali, in quanto ri-
cercano la verità ed il bene e non solo l’utile.
Qui veniamo alla vexata quaestio del rapporto in Aristotele tra etica e
politica, tra bene del singolo e bene dello Stato. È vero che si possono
trovare elementi per un’interpretazione organicista di questo tema, che
vede l’etica e il bene del singolo subordinati alla politica e al bene del-
lo Stato; ma hanno molto probabilmente ragione quegli interpreti che
vedono in Aristotele prevalere una visione opposta, in cui la politica è
subordinata all’etica e in cui lo Stato deve perseguire, per quanto è nel-
le sue possibilità, il bene del singolo. Infatti, per Aristotele «l’amicizia
tra marito e moglie [cioè il matrimonio] è naturale: l’uomo, infatti, è per
sua natura più incline a vivere in coppia che ad associarsi politicamen-
te, in quanto la famiglia è qualcosa di anteriore e di più necessario del-
lo Stato» (EN, 1162a 16-19). Così, per Aristotele, il matrimonio è la pri-
ma società, è la cellula fondamentale della società. Dopodiché, gli uo-
mini costituiscono le altre forme di associazione e di comunità sempre
più vaste fino allo Stato, il quale «esiste per rendere possibile una vita
felice» (Politica, 1252 b 30), per favorire la vita buona. Lo Stato può
perseguire le condizioni che aiutano il singolo a cercare di conseguire la
propria autorealizzazione: sia garantendo una situazione economica che
non costringa gli uomini a vivere in vista della loro mera autosufficien-
za e che consenta loro di investigare filosoficamente sul bene e sul ma-
le (Metafisica, A, 982b 22-25); sia garantendo l’ordine pubblico; sia, an-
cora, con le leggi, che esortano e/o preparano l’uomo alla virtù. Infatti,
«è difficile avere fin dalla giovinezza una retta guida alla virtù, se non si
viene allevati sotto buone leggi, giacché il vivere con temperanza e con
fortezza non piace alla massa, e soprattutto non piace ai giovani» (EN,
1179b 26 - 1180a 11).
Per quanto riguarda più direttamente l’etica, Aristotele prende le mosse
da una constatazione. In ogni azione consapevole l’uomo si propone un
qualche fine. Per lo più, i fini che ci proponiamo non sono definitivi, ben-
sì sono solo fini intermedi, che valgono cioè come mezzi, come vie per
raggiungere un fine ulteriore. C’è però un fine ultimo definitivo, che è fi-
ne in se stesso: è il bene supremo, l’→eudaimonia (E N, 1094a 19-23). Sul
44
Aristotele

significato, in Aristotele, dell’eudaimonia e sulla sua identificazione con-


creta ci sono diverse interpretazioni. Qui a noi basta riportare quella (tra
l’altro più convincente dal punto di vista testuale) in particolare sintonia
con la prospettiva dell’economia civile. Spesso si traduce il termine eu-
daimonia con quello di →felicità, ma questa traduzione può essere fuor-
viante, considerata l’accezione prevalente di questo termine in italiano,
che intende la felicità come una condizione psicologica. Meglio tradurre
eudaimonia come autorealizzazione, come riuscita della propria vita, co-
me compimento dell’uomo (flourishment, secondo la diffusa interpreta-
zione di diversi autori anglosassoni, soprattutto quelli della Virtue
Ethics). Chi consegue l’autorealizzazione sperimenta anche la felicità, in-
tesa come positiva e piacevole condizione psicologica soggettiva, dunque
l’eudaimonia «è insieme la cosa più buona, la più bella e la più piacevo-
le» (E N, 1099a 24).
Ebbene, tutti gli uomini desiderano l’autorealizzazione, ma quest’ini-
ziale convergenza viene meno quando essi cercano di identificare in
che cosa essa consista. Aristotele discute (nel modo che abbiamo già
cominciato a menzionare all’inizio) i diversi tipi di vita maggiormente
scelti dagli uomini (E N, 1095b 14 - 1096a 7): per alcuni l’autorealizza-
zione consiste nel piacere, ma vivere solo in vista del piacere significa
abbassarsi al livello delle bestie, vivere come schiavi; secondo altri
coincide con l’onore ed il successo, ma queste cose sono molto fragili,
e dipendono dagli altri che ce le tributano e che ce le possono altresì
revocare; per altri, ancora, coincide con il denaro, che però non può
essere il fine ultimo, bensì è solo un mezzo per acquisire qualcosa d’al-
tro (come abbiamo già detto). Se il bene supremo consiste nell’auto-
realizzazione, esso allora deve coincidere con il perfezionarsi in quan-
to uomini, cioè nel compiere in modo eccellente quell’attività-funzio-
ne che è propria dell’uomo. Ora, dice Aristotele, il vivere è comune an-
che alle piante, bisogna dunque escludere la vita che si riduca a nutri-
zione e crescita, e la sensazione e il movimento sono comuni a tutti gli
animali. «Dunque rimane la vita intesa come un certo tipo di attività
della parte razionale dell’anima […] rimanendo aggiunta alla funzione
l’eccellenza dovuta alla virtù: […]. Se è così, se poniamo come funzio-
ne propria dell’uomo un certo tipo di vita (appunto questa attività del-
l’anima e le azioni accompagnate da ragione) e funzione propria del-
l’uomo di valore attuarle bene e perfettamente (ciascuna cosa sarà
compiuta perfettamente se lo sarà secondo la sua virtù propria); se è
così, il bene dell’uomo consiste in un’attività dell’anima secondo la sua
virtù, e se le virtù sono più d’una, secondo la migliore e la più perfet-
ta» (E N, 1097b 25 - 1098a 18). Insomma, l’eudaimonia consiste nel-
45
Aristotele

l’esercizio eccellente della ragione, è l’attività teoretica della virtù dia-


noetica e, in particolare, la contemplazione di Dio: «se l’eudaimonia è
attività conforme a virtù, è logico che lo sia conformemente alla virtù
più alta: e questa sarà la virtù della nostra parte migliore. Che [questa
parte migliore] sia l’intelletto o qualche altra cosa ciò che si ritiene che
per natura governi e guidi e abbia nozione delle cose belle e divine, che
sia un che di divino o sia la cosa più divina che è in noi, l’attività di
questa parte secondo la virtù che le è propria sarà l’eudaimonia perfet-
ta» (E N, 1177a 12-17).
Gli interpreti si dividono ancora circa il ruolo, nell’esercizio dell’eudai-
monia, delle attività compiute mediante le virtù etiche, circa quello dei
beni esteriori e, tra questi, in particolare circa il ruolo delle relazioni in-
terpersonali.
Limitiamoci a dire che per Aristotele l’attività teoretica secondo virtù
dianoetica corrisponde a ciò che è massimamente connaturale all’uomo
(EN, 1176 a 3ss.), perciò corrisponde all’eudaimonia in senso primario.
Ma anche l’esercizio delle virtù etiche corrisponde alla natura umana,
perché (EN, 1178a 9-22) l’uomo non è solo intelletto, ma anche corpo
e le virtù etiche sono appunto le virtù dell’uomo come essere compo-
sto: «ciò, infatti, che per natura è proprio di ciascun essere, è per lui per
natura la cosa più buona e più piacevole; e per l’uomo, quindi, questa
cosa sarà la vita secondo l’intelletto, se è vero che l’uomo è soprattutto
intelletto. Questa vita, dunque, sarà anche la più felice. Al secondo po-
sto viene la vita conforme all’altro tipo di virtù», cioè quella in cui si
esercitano le virtù etiche (EN, 1178 a 5-9).
Circa i beni esteriori, per Aristotele la totale mancanza di salute, di ric-
chezza e di amici può compromettere l’eudaimonia: «molte azioni si
compiono per mezzo degli amici, della ricchezza, del potere politico,
come per mezzo di strumenti. E coloro che sono privi di alcuni di que-
sti beni si trovano guastata la felicità: per esempio […] chi è solo e sen-
za figli; e certo lo è meno ancora chi ha figli o amici irrimediabilmente
malvagi, o chi, pur avendoli buoni, li ha visti morire». (EN, 1099a 30 -
1099b 6).
Il rapporto tra autorealizzazione e felicità in Aristotele si spiega come
segue. Primo, il virtuoso è psicologicamente felice perché ciò che è con-
naturale è piacevole (EN, 1153a 13-16) e per lui la virtù è connaturale,
è una seconda natura. Secondo, per ciascuno è piacevole ciò di cui è
amante (EN, 1099a 7-17) e il virtuoso è amante della virtù. Terzo, il vir-
tuoso è felice perché ha dei veri amici, nella buona e nella cattiva sorte
(EN, libri VIII e IX).
46
Aristotele

Pertanto, «Che cosa dunque impedisce di definire felice chi è attivo se-
condo perfetta virtù ed è sufficientemente provvisto di beni esteriori, e
ciò non occasionalmente e temporaneamente, ma per tutta una vita?».
D’altra parte, a differenza di Platone, che aveva rinviato la felicità per-
fetta alla vita dopo la morte, Aristotele non si pronuncia sull’immorta-
lità dell’anima ed è consapevole che anche i virtuosi provvisti durevol-
mente di beni esteriori non sono mai totalmente felici: li «definiremo
beati […], s’intende, come possono esserlo gli uomini» (EN, 1101a 14-
21).
Veniamo specificamente all’amicizia. Aristotele impiega il termine p h i l i a,
che secondo alcuni interpreti può essere usato come sinonimo di amore.
Di certo buona parte delle cose che Aristotele dice dell’amicizia vale per
l’amore nelle sue varie forme, delle quali lo stesso Stagirita parla esplici-
tamente in termini di amicizia (E N, 1159a 27 - 1160a 3, 1162a 16ss.):
quello tra i coniugi, quello dei genitori verso i figli e dei figli verso i geni-
tori, quello tra fratelli.
Ebbene, dice Aristotele, «Riteniamo che l’amico sia uno dei beni più
grandi e che l’esser privo di amici e in solitudine sia cosa terribile» (Eti -
ca Eudemia, 1234b 31-33). L’amicizia è il tema trattato più a lungo nei
testi di Aristotele, che la ritiene necessaria, fondamentale e decisiva per
una vita pienamente umana: «senza amici, nessuno sceglierebbe di vi-
vere, anche se possedesse tutti gli altri beni» (EN, 1155a 5-6).
Essa, insomma, è una forma di amore e quest’ultimo (R e t o r i c a, 2, 4)
consiste nel volere, desiderare e cercare di fare il bene dell’altro, quin-
di un suo elemento indispensabile è la benevolenza. La benevolenza,
però, dev’essere reciproca, dev’essere un mutuo riconoscimento, cioè
due soggetti sono amici se si vogliono entrambi bene e se condividono
gioiosamente la loro vita.
Ora, dice Aristotele (EN, libro VIII), noi vogliamo bene agli altri per tre
possibili motivi, e, correlativamente, si danno tre possibili tipi di amici-
zia. Primo, l’amicizia a motivo dell’utilità che l’altro mi procura. Secon-
do, l’amicizia a motivo del piacere e/o del divertimento che provo stan-
do con l’altro. Terzo, l’amicizia a motivo della virtù-bontà che l’altro
esibisce.
In realtà, però, le prime due forme di amicizia sono imperfette e relati-
ve, perché io dico di volere il bene dell’altro, ma in verità gli voglio be-
ne solo in quanto è utile/piacevole, il che significa che voglio bene a me
stesso e non amo per davvero l’altro, bensì l’utilità che l’altro rappre-
senta per me e/o le gradevoli reazioni emotive che l’altro è capace di su-
scitare in me. Inevitabilmente, dunque, tali amicizie sono instabili, fra-
47
Aristotele

gili e precarie, si dissolvono quando l’utilità e il piacere non sussistono


più: non è infatti l’amico che noi amiamo, ma le soddisfazioni che la sua
amicizia ci fornisce e una persona che è utile e/o piacevole può cessare
di esserlo. Per queste ragioni, soltanto la terza forma di amicizia è vera
ed autentica: l’amicizia perfetta è quella degli uomini buoni e simili per
virtù, i quali vogliono il bene l’uno dell’altro, e lo vogliono per gli ami-
ci in se stessi. Certo, anche in questa forma di amicizia l’amico può es-
sere utile, e certamente è gradevole e bello stare con lui. Aristotele non
biasima l’utilità/piacere delle relazioni intersoggettive, tuttavia l’utilità
e il piacere non devono essere il fine principale del rapporto amicale,
bensì solo le sue gradite conseguenze (bisogna segnalare, però, che in
Aristotele affiora anche una visione diversa, tipicamente greca, del-
l’amore, visto come ricerca del proprio bene, cf. EN, 1159a 13).
Per Aristotele l’amicizia è necessaria per essere felici, per diversi moti-
vi. Primo, gli amici ci procurano del bene, sia nella prosperità e nella
sventura. Secondo, il virtuoso è un uomo felice, perché per lui compie-
re azioni virtuose è piacevole, dunque ha bisogno di amici per compie-
re quell’azione virtuosa che è beneficarli. Terzo, il virtuoso ha bisogno
di amici per condividere i suoi beni con loro e tutto ciò che è bello, se
viene condiviso, lo diviene maggiormente. Quarto, la virtù è piacevole
per chi è amante della virtù, perciò gli amici virtuosi risultano piacevo-
li a chi è virtuoso. Quinto, l’uomo virtuoso trova piacevoli le azioni vir-
tuose, ma può compiere più facilmente azioni se ha degli amici, dato
che: con gli amici può compiere insieme alcune azioni virtuose e condi-
videre qualcosa è piacevole (perché l’uomo è un essere sociale) quindi
più facile; l’uomo virtuoso dagli amici viene incoraggiato ed aiutato nel
compimento delle azioni virtuose; il virtuoso trova negli amici dei mo-
delli, degli esempi da emulare e a cui ispirarsi; l’uomo virtuoso ha nel-
l’amico un alter ipse, un rispecchiamento, che gli consente di conoscer-
si meglio (soprattutto di conoscere meglio i propri difetti).
Infine, in Aristotele è già – in qualche misura – delineato il “paradosso
della felicità”, su cui tanto si sofferma l’economia civile. Infatti, come
abbiamo detto, da una parte l’amicizia è necessaria per essere felici e,
d’altra parte, la vera amicizia è quella degli uomini che esercitano una
sincera benevolenza reciproca. Ma, allora, per Aristotele, la felicità la
consegue, nella misura in cui è accessibile all’uomo, chi non la cerca per
sé, bensì chi vive rapporti di vera e gratuita amicizia. La felicità non può
essere cercata direttamente, bensì scaturisce come conseguenza gradita
della virtù, specialmente di quella virtù dianoetica che è la contempla-
zione e di quella virtù etica che è l’amicizia, forse come dono divino: «è
48
Associazioni di volontariato

ragionevole che anche la felicità sia un dono divino, tanto più che essa
è il più grande dei beni umani. […] d’altra parte è manifesto che, se an-
che non è un dono inviato dagli dèi ma nasce dalla virtù e da un certo
tipo di apprendimento o di esercizio, la felicità appartiene alle realtà più
divine, giacché il premio ed il fine della virtù è, manifestamente, un be-
ne altissimo, cioè una realtà divina e beata» (EN, 1099b 11-18).

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GIACOMO SAMEK LODOVICI

 Associazioni di volontariato
Il →non profit in Italia molto spesso è erroneamente identificato con il
volontariato, dimenticando che in realtà il volontariato, sì lo caratteriz-
za, ma resta solo una delle possibili manifestazioni (Rossi 1997, p. 236)
con cui il fenomeno nel suo complesso può esplicarsi. «L’importanza
del volontariato ed in particolare di quello organizzato deriva dalla sua
attitudine a predisporre ed offrire servizi difficilmente vendibili che for-
niscono prevalentemente relazioni di aiuto. La motivazione pro sociale
che regge l’attività di volontariato presuppone le altre due caratteristi-
che identificatrici di tale azione: la gratuità e la solidarietà. Queste tre
caratteristiche implicano che sia possibile parlare di azione volontaria
solo se essa viene prestata in modo personale e spontaneo, senza fine di
lucro e servendosi dell’organizzazione in cui si è inseriti» (Rossi 1997,
p. 132).
Il dettato costituzionale intende per volontariato: «un modo di essere
della persona nell’ambito dei rapporti sociali o, detto altrimenti, un pa-
radigma dell’azione sociale riferibile a singoli individui o ad associazio-
49
Associazioni di volontariato

ni di più individui». La parola volontariato si riferisce al complesso del-


le «attività e delle organizzazioni nelle quali è fondamentale, o almeno
prevalente, l’apporto di lavoro ed impegno personale che viene dato
gratuitamente da molte persone a fini altruistici di servizio sociale». I
tre aspetti distintivi del volontariato (motivazione pro-sociale, →gratui-
tà, solidarietà) vengono raccolti dalla legge 266/91 e specialmente al-
l’art. 2 comma 1°: «essa – l’azione volontaria – deve venire offerta in
modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il
volontariato fa parte, senza fine di lucro anche indiretto ed esclusiva-
mente per fini di solidarietà». La legislazione si preoccupa così di for-
malizzare la distinzione tra l’azione volontaria individuale e l’azione vo-
lontaria prestata nell’ambito di un’organizzazione, che si avvale preva-
lentemente di lavoro volontario.
Il volontariato sociale organizzato rappresenta un fenomeno sviluppa-
tosi in Italia soprattutto durante gli ultimi venti anni e che mostra una
continua espansione di ordine quantitativo oltre che un mutamento di
carattere qualitativo degno di attenzione.
Soprattutto dai primi anni ’90 è iniziato il momento della strutturazio-
ne e ridefinizione dei confini tra →terzo settore, Stato e →mercato, ol-
tre che tra le diverse componenti del terzo settore stesso. Questo pro-
cesso è stato anche favorito da una ricca produzione normativa riguar-
dante l’amministrazione decentrata dello Stato e i diversi soggetti che
compongono il terzo settore. Ci riferiamo alla Legge 142 del 1990 (Leg-
ge di riforma delle autonomie locali), alla Legge 241 del 1990 (Legge
sulla trasparenza degli atti della pubblica amministrazione), alla Legge
266 del 1991 (Legge-quadro sul volontariato), alla Legge 381 del 1991
(Disciplina delle cooperative sociali), al Decreto legislativo 460 del
1997 (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n. 1 del 02/01 del 1998) recan-
te «Disciplina tributaria degli enti non commerciali e delle organizza-
zioni non lucrative di utilità sociale, in attuazione della delega recata
dall’art. 3, commi 186, 187,188,189, della Legge 23/12/1996 e alle suc-
cessive Circolari sul non profit (n. 124/E del 12/5/98, n. 168/E del
26/6/98).
Tutte le ricerche evidenziano notevole eterogeneità del volontariato, che
si articola lungo tre coordinate: il profilo organizzativo; il profilo delle
aree di intervento; il profilo degli stili di intervento.
Il primo profilo si riferisce al diverso grado di formalizzazione, la varia-
bilità delle strutture decisionali, la composizione interna dell’organizza-
zione. Il secondo si riferisce ai diversi tipi di utenza cui si rivolgono
(malattia, terza età…). L’ultimo alle prestazioni offerte, all’utilizzo di
50
Associazioni di volontariato

metodi tradizionali o emergenti (interventi di rete), ai contesti operati-


vi in cui operano (strutture ospedaliere, case di riposo).
I diversi contesti regionali evidenziano sostanziali differenziazioni evo-
lutive delle Organizzazioni di Volontariato. Il volontariato è un fenome-
no consolidato e distribuito su tutto il territorio nazionale, che riflette
tuttavia le differenze e le disuguaglianze del nostro paese. Le organizza-
zioni di volontariato sono segnate da ciò che dichiarano di essere (ci ri-
feriamo ad una matrice ideale), da ciò che realizzano in quanto ad in-
terventi e servizi, nonché dal rapporto che hanno con il pubblico. Dal-
la considerazione di questi tre aspetti è stato possibile operare una dif-
ferenziazione tra le diverse organizzazioni sulla base di cinque profili ti-
pici caratterizzati da forte disomogeneità.
1° tipo: l’organizzazione laica di base: si tratta di un piccolo gruppo di
soli volontari, senza alcuna convenzione con il pubblico. Le loro attivi-
tà si sostanziano su poche prestazioni a favore di una categoria di sog-
getti, nello specifico la salvaguardia e la valorizzazione dei beni ambien-
tali e culturali, nonché la tutela e la promozione dei diritti;
2° tipo: l’organizzazione cattolica di base: si tratta di un piccolo grup-
po di soli volontari, di carattere informale e localistico. Si presenta for-
temente dipendente dalla istituzione Chiesa e da estraneità rispetto alle
amministrazioni pubbliche. Risulta essere l’organizzazione più informa-
le e meno articolata in termini di organi di governo e di funzioni orga-
nizzative interne. Effettua interventi di medio-bassa complessità in am-
bito socio-assistenziale per più categorie di fruitori, per lo più l’emargi-
nazione grave (poveri e senza tetto, anziani auto e non sufficienti, im-
migrati, profughi e nomadi).
3° tipo: l’organizzazione specialistica: convenzionata e affiliata. Si trat-
ta di organizzazioni che rivelano un rapporto fiduciario con gli Enti lo-
cali (quasi 8 su 10 stipulano una convenzione con il pubblico, per lo più
una Azienda Unità Sanitaria Locale), per la realizzazione di servizi ed
interventi in campo sanitario (basti per tutti l’esempio della donazione
di sangue). Risulta sicuramente l’organizzazione più dipendente da
un’organizzazione gerarchica nazionale e scarsamente propensa a colle-
gamenti orizzontali (con altre organizzazioni di volontariato o di terzo
settore in generale).
4° tipo: l’organizzazione reticolare: autonoma ma sinergica e polivalen-
te. Rappresenta l’organizzazione di più recente formazione e forse la
più rappresentativa delle nuove tendenze del fenomeno del volontaria-
to organizzato. Risulta la più propensa a mettere in origine forme di col-
laborazione e collegamento con le altre realtà, oltre con le stesse impre-
51
Associazioni di volontariato

se da cui riceve anche finanziamenti. I loro ambiti di intervento risulta-


no essere i più disparati, soprattutto in campo socio-assistenziale (come
esempio l’area della devianza).
5° tipo: l’organizzazione gestionale: grande, semi-professionalizzata e
convenzionata. Questo profilo si ritrova maggiormente nel Centro-
Nord dell’Italia. Risulta caratterizzato dalla sua matrice laica, forte
strutturazione e formalizzazione. Si distingue dagli altri per due aspetti
di rilevante importanza: la presenza di lavoratori retribuiti e professio-
nali, l’affidabilità per l’ente locale. Rappresenta la forma che più stipu-
la convenzioni per la gestione dei servizi maggiormente complessi e che
collabora con i servizi pubblici. Risulta, conseguentemente caratterizza-
ta da notevoli entrate pubbliche, oltre che di fonte privata. Rappresen-
tando maggiormente l’idea “impresa sociale”, visto anche che si trova a
gestire servizi piuttosto complessi, risulta molto propensa a compiere
attività di tipo comunicazionale e promozionale al fine di reperire risor-
se umane e fondi. Appare molto aperta verso le imprese, oltre che per
la realizzazione di progetti, anche per l’acquisizione di finanziamenti.
Infine, a completezza, vogliamo presentare la definizione di Organiz-
zazione di Volontariato adottata nelle Rilevazioni FIVOL e cioè quel-
la riconducibile a: un gruppo di volontari, operante in Italia, dotato di
una struttura organizzativa, di una propria autonomia e identità e
strutturato per operare con continuità a favore di terzi. In altre parole,
l’unità di analisi considerata, corrisponde a quel soggetto collettivo do-
tato dei seguenti organizzativi distintivi: si struttura internamente, con
una composizione di almeno 5 persone, una definizione degli obiettivi
e dei valori condivisi tramite un documento scritto o la chiara identifi-
cazione del gruppo; la presenza di un responsabile riconosciuto come
tale e l’esistenza di un riferimento logistico (un indirizzo) del gruppo o
di un suo referente; persegue gli obiettivi della propria azione in mo-
do continuativo (con almeno un anno di operatività effettiva) non spo-
radico e non strumentale ad altre finalità (educative, di acquisizione di
competenze e professionalità); esplica la propria azione con autonomia
decisionale, anche se in accordo con la programmazione di altro sog-
getto pubblico o privato; realizza i propri obiettivi attraverso persona-
le totalmente o prevalentemente composto da soggetti volontari (alme-
no per quanto concerne il gruppo operativo) che si impegnano spon-
taneamente gratuitamente; è soggetta all’obbligo della non distribuzio-
ne di eventuali profitti ai propri soci o ai membri degli organi diretti-
vi; orienta la propria azione in Italia per la promozione e l’incremento
della solidarietà nazionale e internazionale; opera solidaristicamente o
direttamente a favore di terzi in stato di svantaggio, di bisogno o di
52
Audit sociale

non riconoscimento dei diritti, oppure per la qualità della vita della
popolazione generale o di una specifica porzione di essa a rischio di di-
sagio o appartenente ad area caratterizzata da degrado con una finali-
tà di utilità sociale; costituisce un’unità operativa, un gruppo di base,
anche se può svolgere, seppure non esclusivamente, funzioni di coor-
dinamento.

BIBL. - Borzaga C. - Matacena A. (1998), Quale futuro per il Terzo Set -


tore in Italia?, in Non Profit, Maggioli, Rimini.
Vignini S. (2003), Il controllo di gestione nelle O.D.V. Alcuni elementi
per il controllo dell’efficiacia, CLUEB, Bologna.
Matacena A. (a cura di) (1999), Aziende non profit. Scenari e strumenti
per il terzo settore, Egea, Milano.
Rossi G. (1997), Le organizzazioni di volontariato: per una loro puntua -
le identificazione, in G. Vittadini (a cura di), Il non profit dimezzato,
Etas libri, Milano.

STEFANIA VIGNINI

 Audit sociale
In un workshop pubblicato nel 1995 a seguito della prima conferenza
sul Social Auditing, organizzata ad Edimburgo dalla New Economics
Foundation (NEF), il social auditing è definito come «il processo trami-
te il quale un’azienda misura e comunica notizie relative al grado di coe-
renza tra i suoi risultati e gli obiettivi sociali, comunitari ed ambientali
dichiarati» (Turnbull 1995, p. 167).
Il social audit, dunque, non è solo verifica esterna del rapporto/bilancio
sociale. In dottrina, soprattutto in quella anglosassone, si sono eviden-
ziate cinque differenti possibili definizioni del termine social audit, de-
scritte nel seguito (Hinna 2005, cap. 10). La prima di queste definizio-
ni vuole il social auditing come sinonimo di social accounting (dentro il
social accounting è compreso sempre anche l’auditing); la seconda lo in-
tende come un termine per la preparazione della rendicontazione socia-
le di un’organizzazione attraverso esterni (social evaluator).
Una terza definizione concepisce l’audit sociale come un fondamentale
processo di rivalutazione sistematica delle decisioni economiche (inter-
53
Audit sociale

no in senso manageriale, ovvero monitoraggio dell’orientamento alla


RSI); in un’altra accezione, poi, esso è inteso invece come un processo
che una organizzazione intraprende quando valuta e divulga (comuni-
ca) le proprie performance sociali (auditing in senso di →accountabili -
ty). Infine l’audit sociale è da alcuni considerato come un’attestazione
indipendente della rendicontazione sociale (auditing esterno in senso
stretto tipo quello contabile, che prevede l’emissione di una opinione
professionale).
In relazione all’approccio di rendicontazione sociale seguito possono
aversi varie configurazioni di auditing. Una di queste è il social evalua -
tion, ossia una situazione in cui il consulente esterno assiste l’organizza-
zione anche nella fase di redazione del →bilancio sociale, predisponen-
do successivamente una “opinione professionale” sullo stesso. In con-
trapposizione, poi, all’approccio del social evaluation, un altro approc-
cio è quello del Social Accounting & Auditing, con il quale viene a rea-
lizzarsi la separazione tra chi predispone il documento e chi lo revisio-
na dall’esterno in maniera indipendente.
Normalmente ad adottare l’approccio social evaluation sono aziende al-
le prime armi in materia di RSI ed adozione dei suoi strumenti, che pre-
feriscono per questo incaricare un soggetto terzo (il social evaluator),
esperto ed indipendente, per la valutazione della propria performance
etico-sociale e per l’assistenza nella redazione del rapporto sociale.
Tale soggetto, un misto tra il consulente e l’auditor sociale, ha libertà di
azione all’interno dell’azienda ed ha facoltà di eseguire tutti i controlli
e le verifiche ritenute necessarie. Al termine del processo di revisione
egli stilerà un rapporto in cui esprimerà il suo giudizio e la sua valuta-
zione delle performance “sociali” dell’azienda, che a sua volta si impe-
gnerà a pubblicarlo senza modifiche. Si tratta, come è evidente, di
un’attività molto più vicina ad una forma di rating che non alla attività
di revisione aziendale strictu sensu. Certamente i sistemi di social evalua -
tion, seppure validi sul piano della credibilità e dell’attendibilità delle
informazioni, sono tuttavia deboli dal punto di vista dell’indipendenza
della valutazione (chi funge da auditor, di fatto, è anche il soggetto che
redige il rapporto sociale finale) e della comparabilità, in quanto trop-
po legati alla soggettività del social evaluator.
Il grande limite di questo approccio, la mancanza di indipendenza, co-
stituisce per assurdo, se letto in un’altra chiave, anche uno dei suoi pun-
ti di forza: il social evaluator, infatti, è anche colui che di fatto redige in
autonomia un bilancio sociale; così facendo, egli in qualche modo ne
“certifica” contestualmente la veridicità e l’attendibilità.
54
Audit sociale

Mentre nei sistemi di social evaluation, come si è visto, la maggior par-


te del lavoro è svolta dall’auditor esterno, nei modelli denominati Social
Accounting & Auditing è l’azienda stessa ad occuparsi della raccolta e
dell’organizzazione delle informazioni necessarie, predisponendo, un
bilancio/rapporto sociale ed etico (social accounting). Con i sistemi di
Social Accounting & Auditing, dunque, viene a realizzarsi la separazio-
ne tra chi predispone il documento e chi lo revisiona dall’esterno in ma-
niera indipendente.
I modelli di Social Accounting & Auditing conosciuti e normalmente ci-
tati nella dottrina di riferimento sono fondamentalmente due: il primo,
denominato proprio Social Audit, è stato sviluppato nel Regno Unito
dalla New Economics Foundation (NEF), società di ricerca e consulen-
za, in collaborazione con Traidcraft Plc, un’azienda britannica di
→commercio equo e solidale; il secondo, invece, denominato Ethical
Accounting, è stato sviluppato in Danimarca dalla Copenhagen Business
School (CBS).
Ambedue i modelli, in realtà, possono essere considerati alla stregua di
un sistema di qualità adattato alle problematiche sociali ed etiche, più
che di un vero e proprio sistema contabile e di certificazione del docu-
mento. In sintesi, entrambi gli approcci considerati si avvicinano più ad
una certificazione di qualità che ha per oggetto il processo più che l’out -
put dello stesso.
All’interno di questa configurazione, a seconda dell’oggetto su cui si
concentra l’audit, si distinguono poi l’audit esterno del documento, re-
datto autonomamente dall’organizzazione, oggetto quindi di una verifi-
ca da parte di un consulente terzo ed indipendente, e l’audit esterno del
processo, nel caso in cui oggetto della verifica esterna sia l’adozione e
l’affidabilità del processo seguito nella relazione con gli stakeholder per
la redazione del rapporto sociale. Nell’ambito di questa tipologia di au -
dit può essere utilizzata la tecnica del panel degli esperti.
Accanto alla revisione sociale esterna un cenno, per completezza di in-
formazione, meritano anche le altre forme di controllo del comporta-
mento etico-sociale dell’organizzazione, ossia la revisione sociale interna
e il rating sociale.
La revisione sociale interna può essere considerato un utile strumento
di supporto della revisione sociale esterna, favorendo la realizzazione
degli obiettivi di un’organizzazione tramite la valutazione ed il miglio-
ramento dei processi di controllo, di gestione dei rischi e di corporate
governance. Essa costituisce, evidentemente, un’estensione delle tradi-
zionali attività di financial e operational internal auditing, distinguendo-
55
Audit sociale

si però da quest’ultime per la peculiarità delle funzioni svolte: migliora-


mento della performance etica, verifica e controllo della conformità al-
le regole, supporto all’attuazione dell’etica d’azienda.
La revisione sociale interna, o Internal Ethical Auditing, infatti, è un’at-
tività indipendente di assurance e consulenza finalizzata al miglioramen-
to dell’efficacia e dell’efficienza dell’organizzazione, soprattutto per
quel che riguarda argomenti come l’analisi dei rischi etici dell’organiz-
zazione, l’affidabilità e l’integrità delle informazioni sui comportamen-
ti etici dell’impresa, l’esame dei progetti volti ad assicurare il rispetto
dei principi etici, la redazione del rapporto di Ethical Auditing, il sup-
porto della verifica esterna.
Il rating consiste nella «valutazione effettuata da un’agenzia di informa-
zioni commerciali sulle capacità finanziarie di un individuo o di un’im-
presa e sull’entità del credito che si può accordare»; costituisce «uno
strumento in grado di comunicare al mercato l’entità del rischio insito
in ogni investimento, sia esso effettuato con capitale di credito che con
capitale di rischio» (Auci 2002). Si tratta, dunque, di un modo di clas-
sificare le organizzazioni sulla base di particolari criteri economico-fi-
nanziari e strategico-gestionali strumentale alla valutazione del rischio
di credito ed alla conseguente riduzione dell’asimmetria informativa
che caratterizza il mercato ed i suoi operatori. L’attività di rating conci-
lia esigenze in apparenza contrastanti; infatti, grazie ad essa è possibile
equilibrare le esigenze di segretezza interne con la necessità di soddisfa-
re la richiesta esterna di informazioni. Di norma il rating presuppone
un’indagine svolta da agenzie indipendenti rispetto all’organizzazione
oggetto di valutazione; tali agenzie sono in grado di riassumere tutte le
informazioni rilevanti in un giudizio estremamente sintetico, quanto
più credibile quanto più affidabile è l’agenzia che lo ha emesso.
Si parla di rating etico per indicare «un giudizio sintetico su un titolo,
oggetto di possibile investimento, effettuato in base a criteri di respon-
sabilità sociale e ambientale». La valutazione “etica” di un titolo consta
di due livelli di analisi: il settore in cui opera l’azienda e l’azienda nel
suo complesso, con particolare attenzione alle relazioni tra essa ed i suoi
stakeholder.
Il risultato di un simile processo di analisi è l’emanazione di un giudi-
zio positivo o negativo sul titolo dell’organizzazione oggetto di valuta-
zione, che ha come conseguenza l’inclusione o l’esclusione del titolo
stesso da un portafoglio o da un fondo di investimento.
L’oggetto del rating sociale è la responsabilità sociale della gestione di
un’organizzazione nel suo complesso, che prescinde dalla creazione di
56
Azienda

un rapporto con gli stakeholder o dalla pubblicazione di un bilancio so-


ciale. Il campo di azione del rating è dunque più ampio rispetto a quel-
lo del social auditing, tanto che si può affermare che l’auditing è uno de-
gli elementi su cui si basa il rating, una sua componente, insomma.
Negli ultimi tempi si è assistito al sorgere di numerosi gruppi organiz-
zati di stakeholder che si sono preoccupati di sviluppare sistemi di ra -
ting volti a raccogliere, analizzare e confrontare informazioni relativa-
mente alla performance di numerose imprese sotto il profilo stretta-
mente sociale ed etico. Destinatari delle informazioni contenute nei
rapporti emanati da queste associazioni sono in genere i cosiddetti mo-
vimenti di “consumo responsabile” e di “investimento etico”, realtà at-
tualmente in forte sviluppo, che vanno affermandosi sempre di più nei
loro rispettivi contesti sociali di riferimento.

BIBL. - Hinna L. (2002), Bilancio sociale: scenari, settori e valenze; mo -


delli di rendicontazione sociale; gestione responsabile e sviluppo soste -
nibile; Esperienze europee e casi italiani, Il Sole 24 ore, Milano.
Hinna L. (2005), Come gestire la responsabilità sociale dell’impresa, Il
Sole 24 Ore, Milano.

LUCIANO HINNA

 Azienda
Per cogliere lo specifico dell’Economia aziendale nell’ambito della
scienza economica e, in particolare, la sua rilevanza nella prospettiva
dell’Economia civile, giova muovere dal concetto di azienda. Secondo
una definizione largamente invalsa l’azienda è un istituto economico ri-
volto all’appagamento diretto o indiretto dei bisogni umani (Zappa
1956). Con questo strumento di analisi l’economista di azienda entra in
qualsiasi realtà o istituto sociale – famiglia, impresa, ente pubblico ter-
ritoriale, organizzazione con finalità assistenziali, religiose, politiche,
sindacali, culturali, ecc. – che vede più persone operare insieme per il
conseguimento di fini non perseguibili isolatamente e riconducibili, in
ultima analisi, all’appagamento di dati bisogni, materiali e spirituali, in-
dividuali e collettivi. E vi entra per studiare i fenomeni economici, os-
sia la produzione o l’acquisizione e il consumo di ricchezza necessari
57
Azienda

per il conseguimento dei fini costituenti la ragione d’essere della realtà


sociale medesima.
I fenomeni economici vengono investigati non astrattamente, ma nella
concretezza dell’istituto sociale in cui si svolgono, delle motivazioni ad
essi soggiacenti, delle relazioni dinamiche che li avvincono a sistema uni-
tario, del tessuto di rapporti che esso intreccia al proprio interno e con
il mondo circostante. Il concetto di azienda, dunque, è inteso non già a
studiare in astratto isolamento la fenomenologia economica dispiegante-
si negli istituti sociali, ma a metterla a fuoco per capirla e discernere se
essa si svolge in modo funzionale o disfunzionale rispetto alle finalità co-
stituenti la ragione d’essere dell’istituto in cui è inserita. Tutto ciò che sta
dietro le scelte di produzione e consumo, risparmio e investimento che
hanno luogo negli istituti sociali, e serve a spiegarle, rientra negli interes-
si conoscitivi dell’Economia aziendale. E, per soddisfare questi interes-
si, essa attinge non solo alle discipline aziendalistiche aventi ad oggetto
di studio l’amministrazione delle aziende (ovvero l’amministrazione eco-
nomica degli istituti sociali), ma a qualsiasi altra disciplina in grado di
contribuire alla comprensione dei comportamenti amministrativi. Le
competenze distintive dell’aziendalista sono costruite sulle conoscenze
fondamentali in materia di gestione (strategica e operativa), organizza-
zione, rilevazione e controllo, in quanto esse consentono l’immersione
nella concretezza dei processi economici che si svolgono negli istituti so-
ciali (che sono governati per l’appunto mediante processi di organizza-
zione, rilevazione, informazione e controllo, gestione), ma si alimentano
altresì delle conoscenze utili a capire il contesto (giuridico, economico,
sociale, umano) in cui tali processi si intrecciano e ad approfondirne
l’analisi con appropriate metodologie quantitative e qualitative.
L’intimo legame che collega il concetto di azienda a quello di istituto è
bene espresso dalla definizione secondo cui l’azienda è l’ordine econo-
mico di un istituto (Masini 1970). Questa definizione, infatti, chiara-
mente lascia intendere che: (i) l’azienda non esiste come fenomenologia
a sé stante, ma solo come parte di un istituto (“è… di un istituto”); (ii)
tale fenomenologia è un insieme unitario ordinato secondo leggi pro-
prie (è un “ordine economico”) e, come tale, è oggetto di studio da par-
te di chi è interessato a conoscere le manifestazioni di funzionalità o di-
sfunzionalità economica degli istituti, a ricercarne le cause e a studiare
i più opportuni provvedimenti, nell’ottica sia di chi ha responsabilità di
governo e/o di gestione dei medesimi, sia dei responsabili della politica
economica del macrosistema (locale, nazionale o sovranazionale) di cui
gli istituti fanno parte.
58
Azienda

Proprio perché non esiste come fenomenologia a sé stante, l’azienda


non ha fini propri, ma fa sua la missione di servizio a dati bisogni, pro-
pria dell’istituto di cui è parte. In essa, inoltre, si riflettono e ad essa
quindi si applicano i medesimi caratteri dell’istituto: l’attitudine a per-
durare; la unitarietà sistemica e dinamica; l’autonomia relativa (sul pia-
no strategico, operativo, economico-finanziario), che ne fa un soggetto
autodeterminantesi, potenzialmente capace di progettualità in ordine al
proprio futuro e di efficace ed efficiente gestione.
Di suo, l’azienda introduce nell’istituto i valori/principi di economicità
(o equilibrio economico-finanziario autoalimentantesi) e di efficienza.
Infatti, introdurre nella vita di un istituto l’“ordine economico” conna-
turato al concetto di azienda significa inculcarvi, a cominciare da chi è
responsabile del governo dell’istituto, i valori dell’economicità e dell’ef-
ficienza in vista di una migliore realizzazione della missione dell’istitu-
to. Non significa, invece, far diventare azienda l’istituto, con un sistema
di obiettivi che induce assolutizzazione dei valori in parola, rovescian-
do così il rapporto fisiologico tra azienda e istituto (dove è la prima a
far parte del secondo e non viceversa) e facendo perdere di vista la mis-
sione propria dell’istituto.
Concepire l’innesto dei valori di economicità e di efficienza, in un isti-
tuto che ne è privo, come un “processo di aziendalizzazione dell’istitu-
to” è negazione dei fondamenti stessi dell’Economia aziendale, del con-
cetto di azienda e del suo corretto rapporto con il concetto di istituto,
ed è pericolosamente fuorviante, esponendo al pericolo di fare diventa-
re gli obiettivi economico-aziendali (di economicità e di efficienza) dei
fini in sé, mentre sono solo un mezzo per la realizzazione piena delle fi-
nalità proprie dell’istituto. Nell’ottica economico-aziendale, infatti, un
equilibrio economico-finanziario autoalimentantesi è premessa di svi-
luppi in linea con la missione dell’istituto; le risorse liberate grazie a più
elevati livelli di efficienza, dal canto loro, possono essere variamente de-
stinate a consolidare l’economicità della gestione, a ispessire il consen-
so di interlocutori critici per la funzionalità dell’istituto, a sviluppi altri-
menti al di fuori delle possibilità economico-finanziarie dell’istituto me-
desimo. Insomma, la missione dell’istituto è il riferimento primo per il
governo e la direzione di un’azienda costituendo il punto di partenza e
il punto di arrivo di qualsiasi processo di amministrazione che possa
qualificarsi come “buon management”.
Quanto sopra vale anche per le imprese fortemente esposte alla concor-
renza di mercato e tenute a remunerare congruamente i capitali confe-
riti. Questi istituti sono soggetti a stringenti obiettivi economico-azien-
59
Azienda

dali, declinati solitamente in termini di redditività (o profittabilità), di


crescita redditizia, di creazione di valore per gli azionisti. Eppure anche
in questi istituti tali obiettivi non devono assurgere al rango di fini del-
l’impresa, non ne devono diventare la ragione d’essere, pena una asso-
lutizzazione degli stessi, che si risolve nell’appannarsi della missione di
servizio ai bisogni dei clienti, nella perdita di consenso da parte di in-
terlocutori critici, nell’assunzione di rischi di osservanza non rigorosa
della normativa e, insomma, in varie forme di miopia manageriale che
portano a privilegiare la produzione di risultati di breve a scapito di
quelli di medio-lungo termine e quindi a disattendere prima o poi gli
stessi obiettivi economico-aziendali e a deludere le attese di remunera-
zione dei mezzi propri.
L’impresa, si asserisce comunemente, ha il compito di creare ricchezza,
non di distruggerla. Ciò è vero, ma questo fondamentale ruolo econo-
mico non legittima l’operazione di farne la ragione d’essere, facendo
passare in secondo piano la specifica missione produttiva dell’istituto di
cui trattasi e spianando così la via ad una concezione strumentalizzante
delle relazioni di clientela, della gestione dei rapporti con il personale e
con ogni altro interlocutore che non sia destinatario del reddito prodot-
to. Anzi, tale ruolo economico, in contesti di competizione di mercato,
non può neppure essere assolto con continuità su archi di tempo non
brevi senza piena dedizione ai bisogni oggetto della missione produtti-
va dell’impresa.
Inoltre, a ben vedere, non le imprese di capitale soltanto, ma qualsiasi
azienda di produzione dovrebbe creare ricchezza, nel senso che il suo
output produttivo dovrebbe avere un valore economico, ancorché di
difficile misurazione, largamente maggiore dei costi sostenuti per pro-
durlo. Anche la distinzione tra aziende for profit e aziende →non profit
è fuorviante se induce a pensare che solo alcune aziende sono tenute a
generare un surplus da destinare proritariamente a mantenere vitale
l’azienda, mentre altre possono farne a meno.
Grande è la varietà di istituti e di aziende che popolano i sistemi econo-
mico-sociali a decisioni largamente decentrate e che ne sono tipica ma-
nifestazione, contraddistinguendoli rispetto ai sistemi pianificati cen-
tralmente. Eppure tutti sono accomunati da alcune fondamentali pro-
blematiche. Non vi è infatti amministrazione economica di istituto che
non debba misurarsi almeno con i seguenti ordini di problemi intercon-
nessi: (i) quello di mettere a fuoco e soddisfare i bisogni oggetto della
missione propria dell’istituto di cui trattasi; (ii) quello di procurarsi e
bene impiegare le risorse a tal fine occorrenti; (iii) quello di realizzare
60
Azienda

un equilibrio economico-finanziario sostenibile; (iv) quello della conti-


nuità di vita al di là del cammino percorribile sotto la guida delle per-
sone pro tempore responsabili.
Tutti gli istituti/aziende di produzione in particolare – siano essi impre-
se o amministrazioni pubbliche o enti non profit – presentano caratteri
e problematiche comuni. Tutti devono scegliere che cosa produrre, per
chi, in che modo, in vista di quali obiettivi, con quale logica atta a ga-
rantire un equilibrio economico-finanziario sostenibile. Tutti devono
essere nel contempo capaci di buone scelte di posizionamento strategi-
co e di buona esecuzione delle stesse; disciplinati/rispettosi delle rego-
le (di correttezza gestionale e trasparenza informativa) e generatori di
innovazione; protesi a ridurre i costi e a offrire più valore ai destinatari
dell’output produttivo; impegnati a gestire bene il presente e ad investi-
re oculatamente sul futuro; capaci di inanellare soddisfazione del
“cliente” e motivazione dei collaboratori, facendo della crescita della
produttività il motore dello sviluppo qualitativo e dimensionale del-
l’azienda. La natura e la destinazione dei beni prodotti, com’è noto,
possono essere le più varie. Ma che si tratti di beni divisibili o indivisi-
bili, privati o pubblici, indirizzati allo scambio di mercato o ad atti di li-
beralità o al consumo nell’ambito della stessa azienda che li produce,
l’azienda si presenta sempre come una “struttura” che sistematicamen-
te ne attua la produzione in vista di soddisfare certi bisogni.
Ciò che accomuna i più diversi tipi di aziende non deve ovviamente in-
durre a sottovalutare le problematiche e gli elementi distintivi di ciascu-
na classe o categoria. Ad esempio, il problema di realizzare un soddisfa-
cente equilibrio economico-finanziario autoalimentantesi si pone in ter-
mini sostanzialmente diversi nelle imprese che devono far conto, quale
fonte di entrate ricorrenti, sui flussi generati dalla vendita di
prodotti/servizi e nelle aziende che, invece, necessitano di una continui-
tà di flussi di donazioni e di apporti di lavoro volontario; nelle imprese
capitalistiche, che devono generare flussi di dividendi per i loro azioni-
sti, e nelle imprese mutualistiche, che invece distribuiscono gli utili pro-
dotti sotto forma di maggiorazioni dei prezzi di conferimento dei
beni/servizi forniti dai soci (o di riduzioni, rispetto ai livelli correnti di
mercato, dei prezzi dei prodotti/servizi venduti ai soci medesimi), e, in-
fine, nelle aziende non profit, che, per il raggiungimento delle loro fina-
lità istituzionali, sono esentate da qualsiasi forma di distribuzione del
surplus prodotto, ma devono confrontarsi con le attese dei donor.
I caratteri di unitarietà sistemica e di autonomia, propri dell’azienda e
dell’istituto a cui essa afferisce, spesso si rinvengono in capo a sistemi
61
Azienda

sovraordinati formati da una pluralità di aziende che operano in modo


coordinato grazie a relazioni non di mercato. È questo il caso dei “grup-
pi” e delle “reti” (o “coalizioni”) di imprese.
Il fenomeno dei gruppi, in cui una pluralità di imprese è soggetta al con-
trollo di una capogruppo per via di partecipazioni azionarie (totalitarie o
non), si svolge secondo logiche che si inscrivono nella fisiologia impren-
ditoriale quando, nel rispetto delle minoranze azionarie, sono tese a crea-
re valore aggiuntivo rispetto al valore delle singole imprese nella prospet-
tiva stand alone. Le strategie di gruppo possono avvincere in un tutto
unitario le imprese, lasciando ad esse una autonomia operativa in ambi-
ti più o meno ampi o ristretti, oppure possono essere meno stringenti co-
me accade quando le imprese operano inbusiness diversificati che offro-
no limitate opportunità di condivisione di risorse.
Nel caso delle reti di imprese, fenomeno che ha avuto sviluppi di grande
rilievo a partire dagli anni ’70 del secolo scorso modificando le logiche
competitive in diversi settori, le imprese, pur non essendo collegate da le-
gami di dipendenza gerarchica ad una capogruppo, sono tutte compar-
tecipi di una medesima, unitaria strategia competitiva – o sistema di crea-
zione di valore per il cliente finale – al cui successo sono cointeressate.
Le fenomenologie in parola sono di grande interesse per gli studi di
Economia aziendale, il cui focus si sposta dalla singola azienda all’aggre-
gato di cui essa fa parte in tutti i casi in cui le strategie che rivelano la
logica soggiacente alle coordinazioni di gestione svolgentisi nella singo-
la azienda sono in realtà “strategie di aggregato”.
Come si è accennato all’inizio, gli istituti sociali – che l’Economia azien-
dale investiga focalizzandosi sulla loro amministrazione economica –
vedono più persone operare insieme per il conseguimento di fini comu-
ni, non perseguibili isolatamente. È, questo, un punto importante per
introdurci nel concetto di azienda come comunità di persone (o comu-
nità di lavoro) e per cogliere il rilievo che, nell’ambito della letteratura
economico-aziendale (e segnatamente di quella di organizzazione), han-
no temi come i seguenti: i comportamenti delle persone che tale comu-
nità compongono, ossia le attività che svolgono, le interazioni che svi-
luppano (all’interno e all’esterno), i sentimenti e gli atteggiamenti che
ne sono all’origine; i fini perseguiti e ciò che ne fa un elemento coesivo;
la qualità del contesto comportamentale e del “clima organizzativo”; i
processi manageriali che su di essi impattano; la capacità della leader -
ship di “fare comunità di lavoro”.
Ecco alcuni profili di fisiologia aziendale che da questi filoni di lettera-
tura emergono: i comportamenti individuali e di gruppo generatori di
62
Azienda

soddisfazione, di crescita e di produttività sono fatti di relazioni corret-


te e trasparenti, rispettose delle persone, costruttive pur in presenza di
situazioni conflittuali, orientate a fare il bene dell’azienda in sintonia
con il bene della società; funzioni obiettivo come quelle del profitto o
della creazione di valore azionario, proprio perché basate su un singo-
lo obiettivo che evoca gli interessi di un solo stakeholder (gli azionisti o,
nel peggiore dei casi, il gruppo di controllo), di loro natura non si pre-
stano ad essere condivise e a fare dell’impresa una comunità coesiva; di-
versamente, una funzione obiettivo di tipo olistico, incentrata su una
valida missione produttiva, opportunamente comunicata e coerente-
mente perseguita nell’interesse dell’azienda (e, quindi, di tutti coloro
che sono interessati alla sua prosperità e al suo sviluppo duraturo), è ge-
neratrice di forte consenso e spinta alla sua realizzazione (Coda 2006);
i contesti comportamentali si caratterizzano per strutture progettate in
funzione delle attività da svolgere coniugando le esigenze di produttivi-
tà con quelle di rispetto e promozione della persona dei collaboratori
tutti (Masini 1960); inoltre, sono improntati ad autodisciplina, fiducia
reciproca, supporto (per lo svolgimento dei compiti e il raggiungimen-
to degli obiettivi a ciascuno assegnati), tensione verso traguardi sfidan-
ti (Bartlett e Ghoshal 1994); infine, sono operanti grazie ad una leader -
ship contraddistinta da integrità, stile di direzione coinvolgente, attitu-
dine a formare e far crescere i collaboratori, obiettività nel valutarne le
prestazioni, equità ed equilibrio nel far funzionare il sistema premiante
e gli altri meccanismi operativi. Il risultato è un buon clima organizza-
tivo, improntato a serena operosità, cooperazione e iniziativa diffusa.
Domandiamoci, a questo punto: qual è, nell’ottica economico-azienda-
le, la linea di demarcazione tra economia civile ed economia incivile?
quando un’azienda è fattore di progresso, incivilimento e quando, inve-
ce, non lo è? quali i percorsi di miglioramento e quelli di decadimento
delle aziende?
Sono domande impegnative che qui non è possibile trattare diffusa-
mente. Ci limitiamo perciò ad accennare a quattro ordini di problemi
in cui si gioca la partita tra incivilimento e imbarbarimento, tra econo-
mia della responsabilità ed economia della irresponsabilità, tra forze
che spingono nella direzione di migliorare le aziende (e gli istituti a cui
esse appartengono) e quelle che invece le piegano a finalità incompati-
bili con una concezione dello sviluppo integrale di ogni persona e del-
la società (Paolo VI 1967).
Un primo ordine di problemi è quello della legalità. L’autonomia deci-
sionale ed operativa propria degli istituti (e delle aziende) in cui si arti-
63
Azienda

colano una società ed una economia “libera” (Giovanni Paolo II 1991)


non può esercitarsi correttamente in aderenza al ruolo proprio di cia-
scun ente se non in un quadro di piena legalità e di efficace contrasto
all’economia criminale.
Un secondo ordine di problemi è quello della sostenibilità ambientale
e sociale delle produzioni destinate allo scambio di mercato e dei con-
nessi modelli di consumo. Le problematiche evidenziate dai fenomeni
di inquinamento, dai divari crescenti nel tenore di vita delle popolazio-
ni, dai fenomeni migratori, dalle nuove forme di →povertà nei paesi
ricchi e così via, interpellano la responsabilità non solo delle istituzio-
ni e degli organi di governo a tutti i livelli (locale, nazionale, sovrana-
zionale), ma anche delle imprese e delle famiglie, a cui si richiede un
riorientamento rispettivamente delle missioni produttive e dei modelli
di consumo.
Un terzo ordine di problemi, particolarmente sentito nel nostro Paese,
chiama in causa istituti e aziende rientranti nella sfera della pubblica
amministrazione. Livelli di inefficienza, che in passato venivano sop-
portati facendo ricorso al sistematico ripianamento a piè di lista dei de-
ficit e a svalutazioni della moneta, nel quadro odierno di scarsità di ri-
sorse e di crescenti fabbisogni che gli istituti pubblici sono chiamati a
fronteggiare non sono più tollerabili.
Da ultimo, le aziende di qualsiasi tipo sono esposte al rischio di sbanda-
menti che portano a perdere di vista la missione al cui servizio esse do-
vrebbero porsi. Nell’ambito delle amministrazioni pubbliche tale rischio
si manifesta tipicamente nella gestione clientelare delle assunzioni di
personale e delle relazioni di fornitura; nelle aziende for profit, nell’ado-
zione di funzioni obiettivo – come quelle della massimizzazione del pro-
fitto o della creazione di valore azionario o della crescita a tutti i costi –
esiziali per lo sviluppo duraturo dell’impresa; nelle aziende non profit, in
fenomeni di protagonismo e di opacità che nascondono gravi carenze
del fattore manageriale e imprenditoriale. Il buon governo delle aziende,
invero, richiede professionalità manageriale e creatività imprenditoriale,
unite ad una eticità di comportamenti o, meglio ancora, ad un amore fat-
to di attenzione e dedizione al bene dell’azienda, amore che non può
emergere se si è prigionieri di obiettivi e logiche di potere, di protagoni-
smo, di arricchimento: non si può servire l’azienda (o l’istituto a cui es-
sa afferisce) e, nello stesso tempo, servirsene. A chi aspira ad essere un
buon capo azienda non sono consentite ambizioni che non siano quella
di fare prosperare l’azienda di cui è responsabile, senza la certezza che
ciò possa essergli accreditato a merito.
64
Aziende a movente ideale

BIBL. - Bartlett Ch. e Ghoshal S. (1994), Linking organizational context


and managerial action: the dimensions of quality of management, in
«Strategic Management Journal», 15, pp. 91-112.
Coda V. (2006), Modelli mentali, condizioni di contesto e sviluppo delle
aziende, in AA.VV., Lo sviluppo integrale delle aziende, Giuffrè, Mi-
lano.
Giovanni Paolo II (1991), Lettera enciclica Centesimus annus, 1 mag-
gio, Roma.
Masini C. (1960), L’organizzazione del lavoro nell’impresa, Giuffrè, Mi-
lano.
Masini C. (1970), Lavoro e risparmio, Utet, Torino.
Paolo VI (1967), Lettera enciclica Populorum progressio, 26 marzo, Ro-
ma.
Zappa G. (1956), Le Produzioni nell’Economia delle Impre s e, vol. I,
Giuffrè, Milano.

VITTORIO CODA - MARIO MINOJA

 Aziende a movente ideale


Vi sono aziende per le quali l’assetto di governance, il profilo organizza-
tivo, i comportamenti strategici, il sentiero di sviluppo non possono es-
sere compresi se non a partire dalla considerazione della tensione idea-
le caratterizzante la cultura degli attori che le guida e che spesso ne è al-
l’origine. Tali aziende, qui denominate “a movente ideale”, svolgono,
dunque, un’attività di produzione avendo come obiettivo prevalente (o
almeno rilevante) il soddisfacimento di determinati bisogni sociali o, in
altre parole, il concorrere al raggiungimento del →bene comune. Nella
letteratura internazionale per indicare le aziende che presentano signi-
ficative analogie con quelle qui esaminate si utilizzano le espressioni va -
lue-based organizations o mission-driven organizations. A ben vedere la
presenza di aziende mosse da ideali (o valori o missione) si spiega con
che poche pulsioni hanno nell’animo umano radici più profonde del
desiderio di amare e di contribuire al bene agli altri, ancorché questo
sia un aspetto che normalmente il mondo economico si ostina a non
prendere in considerazione (Yunus 2008, p. 169).
Il movente ideale delle aziende in parola può avere varie manifestazio-
ni. In taluni casi è rivelato dalla stessa missione produttiva; si pensi ad
65
Aziende a movente ideale

aziende impegnate nella sanità, nell’assistenza, nel soddisfacimento dei


bisogni primari della popolazione più povera, nell’educazione. In altri
casi le aziende a movente ideale (AMI) non si distinguono per i beni of-
ferti, ma per gli scopi prevalenti per cui sono poste in essere. Si consi-
deri un’impresa produttrice di mobili sorta in un ambito rurale anche
con l’esplicito intento di fornire opportunità di lavoro alla popolazione
locale; o, ancora, un’impresa produttrice di componenti elettronici sor-
ta con lo scopo di coinvolgere nei processi produttivi soggetti svantag-
giati. Per altre aziende, il movente ideale influisce in modo più o meno
radicale sul “come” fare impresa: sull’assetto di governance, volto a tu-
telare tutti i portatori di interessi e a salvaguardare nel tempo il moven-
te ideale all’origine dell’ente; sull’assetto organizzativo, che deve tende-
re a rispettare e valorizzare tutti i collaboratori.
Le AMI possono presentare assetti istituzionali assai diversificati, dai
quali in particolare discendono diverse attese di risultati economici e di
rimunerazione del capitale conferito (non necessariamente infatti
un’azienda a movente ideale deve escludere prospettive di distribuzione
agli azionisti della ricchezza prodotta). La tabella 1 presenta quattro ca-
tegorie di aziende di produzione – tra le molte presenti nella realtà –, tut-
te connotate dalla presenza di un movente ideale, ma che si distinguono
per la decrescente rilevanza assunta dalla dimensione economica. Si va
così dall’impresa for profit fino all’ente →non profit che, per garantire la
propria sopravvivenza, fa ricorso a finanziamenti pubblici e/o al fund
r a i s i n g. Per ciascuna classe di aziende la tabella mostra: la modalità con
cui il movente ideale informa la tensione a conseguire performance di
natura sociale (verso i dipendenti e verso la collettività) e ambientale; la
presenza di obiettivi economici, specificando le attese di ritorno degli
azionisti; l’atteggiamento verso leggi, norme e forme di autoregolamen-
tazione a contenuto sociale e ambientale; la tensione a sviluppare al pro-
prio interno sintesi socio-competitive, ossia modalità innovativa per ri-
spondere – spesso al di là di quanto previsto dalla normativa vigente e
dalle consuetudini del tempo – alle attese di una o più classi di interlo-
cutori, contribuendo nel contempo ad alimentare il vantaggio competi-
tivo dell’impresa e dunque il suo successo duraturo (si rimanda in pro-
posito alla voce «Imprenditore socialmente innovatore»); l’atteggiamen-
to verso quegli interventi a favore degli →stakeholder che avrebbero un
impatto negativo sulle performance economiche; infine, i rischi tipici
connessi all’assetto istituzionale in esame.
La prima colonna della tabella è dedicata alle imprese responsabili. Si
tratta di imprese operanti in un contesto di mercato, controllate da una
66
Aziende a movente ideale

proprietà (più o meno diffusa) di norma portatrice di attese di rimune-


razione del capitale e, al contempo, connotata dalla volontà di prestare
grande attenzione al soddisfacimento delle attese sociali e ambientali
degli stakeholder. In queste imprese for profit l’orientamento ideale si
palesa innanzitutto nel momento della produzione di ricchezza e, in un
secondo tempo, nella distribuzione della stessa. Coinvolgendo la sfera
della produzione, l’impresa in parola tende a introdurre una novità nel
cuore stesso della vita economica. Sono espressioni di tale novità, ad
esempio: la valorizzazione dei dipendenti di ogni livello, le misure vol-
te a conciliare vita lavorativa e vita familiare, la particolare attenzione
prestata alle condizioni di salute e sicurezza del lavoro, l’orientamento
alla collaborazione con i fornitori e il monitoraggio delle politiche so-
ciali e ambientali degli stessi, una propensione all’innovazione (di pro-
dotto e di processo) sensibile alla dimensione ecologica della produzio-
ne e dei consumi, lo sviluppo di prodotti concepiti per soddisfare i bi-
sogni di soggetti svantaggiati, la trasparenza nelle politiche di comuni-
cazione e rendicontazione verso tutti gli stakeholder, la gestione respon-
sabile di eventuali situazioni di crisi aziendali che possono anche impli-
care il ridimensionamento delle forze lavoro. Tipicamente queste im-
prese sono quelle in cui non solo si adottano sintesi socio-competitive
(→Imprenditore socialmente innovatore, per il concetto di sintesi so-
cio-competitiva) sviluppate da altre aziende, ma con creatività si identi-
ficano nuove forme di innovatività sociale. Invece davanti a situazioni
che non consentono di realizzare una soluzione win-win (per l’impresa
e per la società tutta), un vertice aziendale animato da un movente idea-
le assumerà comportamenti improntati al massimo realismo: affronterà
i casi di contrapposizione (trade-off) tra obiettivi socio-ambientali e
obiettivi economici risolvendoli a favore degli interlocutori sociali, al-
meno qualora siano in gioco diritti umani inalienabili; sosterrà spese de-
stinate a soddisfare attese rilevanti di natura sociale e ambientale entro
i limiti consentiti dall’assetto economico-finanziario complessivo del-
l’impresa; rinvierà (o eviterà) quegli interventi socio-ambientali che
hanno scarsa priorità oltre che preannunciarsi come non convenienti
sotto il profilo economico.
Per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, il movente ideale
si può manifestare in vari modi: nella partecipazione dei lavoratori agli
utili d’esercizio, riconoscendo in tal modo il contributo da essi assicu-
rato al successo aziendale; nella destinazione di una quota (predeter-
minata o stabilita di anno in anno) del reddito prodotto a beneficio
della comunità locale o di cause sociali di particolare valore. Non man-
cano, in tema di distribuzione, profili speciali. È il caso di imprese che,
67
Aziende a movente ideale

pur mantenendo l’assetto tipico degli enti for profit, sono controllate
da azionisti che si accordano preventivamente di prelevare una quota
del reddito prossima allo zero, per destinare la ricchezza prodotta so-
lo all’autofinanziamento e/o a cause sociali e culturali. O, ancora, im-
presa posta in essere da un ente non profit in vista di ottenere flussi di
reddito con cui alimentare il funzionamento e lo sviluppo delle attivi-
tà prive di scopo di lucro (si noti che l’oggetto sociale dell’impresa può
essere sia correlato con quello dell’azienda non profit, determinando in
tal modo sinergie a beneficio delle due entità, sia totalmente distinto).
Una seconda categoria di aziende viene qui denominata impresa a mis -
sione sociale. Nel mondo anglosassone, pur nella incertezza dovuta alla
varietà delle accezioni attribuite ai termini, questo profilo è quello più
simile alle cosiddette social venture o all’approccio BOP - Bottom Of the
Pyramid, cf. Prahalad (2006); Seelos-Mair (2007). Si tratta di un’impre-
sa fin dal suo sorgere connotata da una missione produttiva in cui la di-
mensione sociale e/o ambientale è dominante. La natura del fenomeno,
è ben rivelata dal fatto che nel contesto anglo-sassone, lo sviluppo di ta-
li aziende è sostenuto dall’attività delle società di social venture capital:
queste ultime sono sorte con l’intento di investire nel capitale di rischio
di imprese che si prospettano capaci sia di generare ritorni economici
interessanti per gli investitori sia di offrire soluzioni basate sul mercato
a rilevanti problemi sociali e ambientali. Per questo tipo di imprese gli
azionisti sono quindi portatori di aspettative di rimunerazione, anche se
sono consapevoli della necessità di contemperarle con la soddisfazione
delle aspettative sociali per le quali l’azienda è sorta. In sintesi, per l’im-
presa a missione sociale l’ottica win-win costituisce il cuore stesso della
formula competitiva.
La terza categoria, che denominiamo i m p resa sociale autosufficiente, è
mutuata da un recente contributo di Yunus (2008), fondatore della Gra-
meen Bank e vincitore del premio Nobel per la pace 2006. L’Autore usa
il termine Social Business per indicare un nuovo modello idealtipico di
impresa, in cui l’obiettivo dichiarato e perseguito è la massimizzazione
del valore sociale prodotto, avendo come vincolo l’autosufficienza eco-
nomica. Gli azionisti, come massimo obiettivo economico, possono aspi-
rare al recupero delle risorse finanziarie conferite. Il motivo dell’esisten-
za di un simile modello di impresa è così giustificato: «nella realtà sareb-
be molto difficile controllare un’impresa guidata da due obiettivi in con-
flitto come la massimizzazione del profitto e la ricerca del miglioramen-
to sociale, e i dirigenti di una simile azienda ibrida finirebbero inesora-
bilmente con il privilegiare la massimizzazione del profitto, quali che sia-
68
Aziende a movente ideale

no le finalità ufficialmente perseguite dall’azienda. Per esempio, imma-


giniamo di conferire all’amministratore delegato di un’azienda alimenta-
re il mandato di massimizzare i profitti e contemporaneamente garanti-
re che l’alimentazione dei bambini delle famiglie povere sia migliorata
attraverso la messa in vendita di cibo di alta qualità al prezzo più basso
possibile. Il nostro amministratore delegato rimarrà confuso e non saprà
più quale parte del mandato ricevuto rappresenti la vera volontà degli
azionisti. Come sarà giudicato il suo operato? In base ai dividendi paga-
ti o in base al grado di raggiungimento degli obiettivi sociali? A peggio-
rare le cose, tutto l’ambiente in cui l’azienda si trova a operare è esclusi-
vamente orientato alla massimizzazione del profitto e tutti gli strumenti
comuni di analisi economica sono tarati per dirci se una certa azienda la
stia ottenendo o no. Le procedure e le prescrizioni di revisione contabi-
le hanno questo unico scopo e il profitto può essere quantificato con
l’aiuto di precisi termini finanziari. Invece, la misura del raggiungimen-
to di obiettivi sociali presenta difficoltà concettuali. Per quanto riguarda
per esempio l’obiettivo della alimentazione dei bambini poveri, come va
intesa esattamente la parola “povero”? A quali parametri biologici biso-
gna riferirsi per stabilire il loro livello internazionale prima e dopo l’in-
tervento dell’azienda? Che attendibilità avranno le informazioni raccol-
te su questi temi? Sono tutte domande cui non è facile dare una risposta
precisa. Per di più, data la complessità dei problemi, l’informazione re-
lativa agli obiettivi sociali non potrà che essere generata con un sensibi-
le ritardo rispetto ai dati economici sul profitto. Per tutte queste ragioni
il nostro amministratore delegato troverà molto più facile guidare
l’azienda come se fosse una normale azienda orientata al profitto desti-
nata a essere valutata come tutte le altre aziende del mercato». (Yunus
2008, pp. 47-48).
Ecco perché l’Autore ritiene opportuno che ci sia un modello di impre-
sa inequivocabilmente orientato alla massimizzazione delle finalità socia-
li: «Uno dei grandi vantaggi di questa scelta è che rende più difficile in-
trodurre qualche trucco per creare false impressioni in chi legge. Se si
tratta di un’azienda con finalità sociali, si ha a che fare con finalità socia-
li e basta; gli investitori sanno che non devono attendersi alcun dividen-
do dal loro investimento. Se si tratta di un’azienda orientata al profitto,
lo scopo ultimo è quello di creare ricchezza monetaria e nessuno può
equivocare pensando che l’azienda persegua qualche finalità sociale».
La quarta classe di aziende, è costituita dagli enti non profit sussidiati.
Nella consapevolezza della straordinaria varietà delle organizzazioni non
profit (a cui anche l’impresa sociale autosufficiente, che abbiamo appena
69
Aziende a movente ideale

presentato, appartiene), al fine di completare la tassonomia proposta, vo-


gliamo in questa sede considerare delle aziende di produzione che realiz-
zano beni di pubblica utilità che devono far ricorso all’intervento sistema-
tico di terze economie per conseguire l’equilibrio economico, in partico-
lar modo degli enti pubblici e di donatori (fondazioni o individui).
Nella tabella si offre una rappresentazione grafica di come obiettivi eco-
nomici e obiettivi socio-ambientali diversamente si compongono nelle
quattro classi di AMI. Nell’impresa responsabile il movente ideale deter-
mina il modo con cui si produce e si distribuisce la ricchezza generata,
che resta l’obiettivo tipo di questa classe di aziende. L’impresa a missio -
ne sociale è quella in cui, più che in ogni altra, è ricercato un equilibrio
tra i due ordini di risultati. Le altre due aziende sono non profit: la pri-
ma (l’impresa sociale autosufficiente) mantiene obiettivi di autosufficien-
za economica, l’altra (l’ente non profit sussidiata) ricorre in misura più
o meno grande a finanziamenti provenienti, in proporzioni variabili, da
enti pubblici, imprese e singoli donatori.
Passiamo a questo punto a considerare due tipi di problemi, tra loro
strettamente interconnessi, che una AMI incontra lungo la sua vita: lo
sviluppo e la fedeltà al movente ideale.
Innanzitutto, lo sviluppo. Un’azienda non può sopravvivere se non ten-
de allo sviluppo, sviluppo che è sempre qualitativo, ma molto spesso
anche dimensionale (rilevabile in termini di incremento dei volumi di
attività, del fatturato, del valore aggiunto). Senza tensione allo sviluppo,
di norma non c’è stabilità ma regresso. A determinare tale involuzione
concorrono due fattori. Il primo è di natura esogena: le aziende tutte –
ormai anche quelle non profit – operano in contesti caratterizzati da
profonde discontinuità, innovazioni tecnologiche incrementali e radica-
li, trasformazioni dei bisogni dei clienti/utenti, crescente livello di inter-
nazionalizzazione. Conseguentemente l’azienda connotata da un atteg-
giamento statico si trova ben presto spiazzata. Il secondo fattore ha na-
tura endogena: senza aspirazione allo sviluppo, l’assetto mentale degli
uomini di vertice si sclerotizza, il contesto organizzativo mortifica la
creatività e lo spirito innovativo, le attese di valorizzazione dei collabo-
ratori vengono frustrate, i rapporti interni si deteriorano; e la funziona-
lità duratura dell’impresa risulta minacciata.
Sul versante dello sviluppo qualitativo è bene smascherare due pericoli
che possono insinuarsi nelle aziende a movente ideale forse più che nel-
le altre, a causa di una malintesa interpretazione delle finalità sociali: la
scarsa tensione a perseguire obiettivi di incremento della produttività;
una certa rigidità strategica.
70
Aziende a movente ideale

Nelle AMI la limitata tensione a incrementi di produttività non è in al-


cun modo giustificata. Dees (1998): superiori livelli di efficienza, infat-
ti, riducono il fabbisogno finanziario (ad esempio, la necessità di ricor-
rere a fonti finanziarie diverse da quelle di mercato) o, a parità di con-
dizioni, consentono di perseguire più copiosamente le finalità sociali.
Quanto alla rigidità strategica, bisogna considerare che i bisogni ricon-
ducibili alla sfera sociale e ambientale, non diversamente dagli altri,
possono mutare o addirittura prosciugarsi, lasciando il posto a nuove
esigenze. Di qui la necessità di mettere in discussione, prontamente e
anche radicalmente, la strategia e, in qualche caso, la missione produt-
tiva perseguita fino a quel momento. Se nelle imprese for profit la ne-
cessità di riorientamento è resa palese dalla cassa vuota, non deve ac-
cadere che la più ridotta tensione alle performance economiche carat-
terizzante molte tra le aziende a movente ideale, sia all’origine di una
certa noncuranza dei segnali, deboli o forti, presenti nell’ambiente.
Per quanto riguarda lo sviluppo quantitativo, esso si impone special-
mente in due situazioni. Innanzitutto, quando si è in presenza di una
formula imprenditoriale particolarmente innovativa, sia capace di ri-
spondere con particolare efficacia ad attese sociali e ambientali rilevan-
ti, sia soddisfacente sotto il profilo delle performance economiche (per
cui i parametri di valutazione variano in relazione alle diverse attese
economiche caratterizzanti le quattro classi di AMI considerate); allora
non crescere sarebbe soffocare una fonte di flussi di ricchezza sociale
ed economica. In secondo luogo, quando la dimensione gioca un ruolo
decisivo, perché ad essa sono associate economie di scala, economie di
apprendimento, potere contrattuale che vanificano l’efficacia di una
strategia di focalizzazione.
Ora domandiamoci, in che senso il problema dello sviluppo, in partico-
lare proprio quello dimensionale, si connette all’altro sopra menziona-
to, quello della fedeltà al movente ideale? La crescita di norma esige di
integrare il patrimonio esistente con risorse addizionali attinte dal-
l’esterno: risorse umane, risorse finanziarie, risorse relazionali. Da qui
discende allora una triplice sfida.
La prima sfida, connessa alle risorse umane, è dovuta al fatto che la cre-
scita aumenta la necessità di immettere nuovi collaboratori, nelle posi-
zioni operative così come in quelle direttive. Perché non si alterino i
tratti essenziali della cultura aziendale originaria, è necessario che una
quota significativa dei nuovi soggetti inseriti sia portatrice di motivazio-
ni intrinseche analoghe a quelle dei “padri fondatori”. Solo disponen-
do di una determinata “massa critica” di persone mosse dall’ideale è
71
Aziende a movente ideale

possibile influenzare i comportamenti degli individui aventi una diver-


sa cultura, suscitando una dinamica di imitazione. A questo proposito
le politiche del personale devono tener presente che un potenziale nuo-
vo collaboratore idealmente orientato attribuisce notevole importanza
alle componenti non monetarie o immateriali delle ricompense connes-
se alla partecipazione al progetto imprenditoriale, che si affiancano
(con un peso più o meno grande) alla ricompensa monetaria (Bruni-
Smerilli 2007). In tal senso secondo Heyes (2005) l’offerta di una retri-
buzione “troppo elevata” rischierebbe addirittura di attrarre il tipo sba-
gliato di persone.
La seconda sfida è legata alle risorse finanziarie, in quanto spesso il tasso
di crescita desiderato va oltre il livello consentito dall’autofinanziamen-
to. La fedeltà al movente ideale implica allora la ricerca di capitali carat-
terizzati da attese assimilabili a quelle della compagine che detiene at-
tualmente il controllo. A titolo esemplificativo, nel caso di una impresa
responsabile si tratta di trovare azionisti che attribuiscano al soddisfaci-
mento delle attese degli stakeholder dignità e importanza analoghe a
quelle riservate per il ritorno economico, rinunciando dunque a perse-
guire una miope massimizzazione della ricchezza generata a proprio van-
taggio. Nel caso di u n ’ i m p resa sociale autosufficiente, invece, la questio-
ne è trovare nuovi soci che, attratti dal valore del fine sociale, siano di-
sposti a immettere risorse finanziarie aspirando, nel migliore dei casi, a
recuperare in un arco di tempo non troppo esteso il capitale conferito.
La terza e ultima sfida concerne le risorse relazionali. In qualche situa-
zione l’orientamento alla crescita dimensionale suggerisce di stringere
alleanze con altri soggetti (concorrenti, potenziali franchisee, fornitori,
ecc.). Rispetto alla crescita interna, infatti, la crescita per vie esterne
presenta come principale vantaggio proprio quello della velocità. La sfi-
da specifica risiede nel fatto che raramente i potenziali partner sono
connotati da un movente analogo a quello dell’azienda in questione.
Per evitare un annacquamento dell’identità occorre procedere con
grande cautela. E ove, dopo un attento discernimento, si proceda alla
realizzazione, si rendono necessarie tanto un’azione di ordine culturale
nei confronti dei nuovi alleati, quanto una certa libertà dalle forme: la
fedeltà al movente ideale è favorita, e non ostacolata, da una certa fles-
sibilità in fase attuativa.

72
vocabolo

73
vocabolo

74
Aziende a movente ideale

BIBL. - Bruni L. - Smerilli A. (2007), Il prezzo di Socrate. La difficile


arte della selezione del personale nelle organizzazioni a movente idea -
le, in «Nuova Umanità», 29 (174), pp. 645-665.
Dees J.G. (1998), Enterprising Nonprofits, in «Harvard Business Re-
view», January-February 1998, 76 (1), pp. 54-67.
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Nurse a Good Nurse?”, in «Journal of Health Economics», 24, pp.
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Prahalad C.K. (2006), The Fortune at the Bottom of the Pyramid. Eradi -
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Publishing-Pearson Education, Upper Saddle River, N.J. (tr. it., La for -
tuna alla base della piramide. Sconfiggere la povertà e realizzare pro -
fitti, il Mulino, Bologna 2007).
Seelos C. - Mair J. (2007), Profitable Business Models and Market Crea -
tion in the Context of Deep Poverty: A Strategic View, in «Academy
of Management Perspectives», november, pp. 49-63.
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MARIO MOLTENI

75
vocabolo

76
Beccaria Cesare

 Beccaria Cesare
Cesare Beccaria Bonesana (1738-1794) è un tipico rappresentante di
una nobiltà milanese animata da grandi ideali, pur afflitta da più mode-
sta capacità realizzativa. Nasce a Milano il 15 marzo 1738 da una fami-
glia che ha tradizioni di banchieri di successo e che è giunta a entrare
nel patriziato della città.
Giovane ribelle per amore sposa all’età di ventitrè anni la giovane sedi-
cenne Teresa Blasco. Da questa unione nasce l’anno successivo Giulia
Beccaria, che nel 1785 darà alla luce Alessandro Manzoni. La materni-
tà di Giulia è comunemente e fondatamente attribuita ad una delle sue
relazioni extraconiugali, quella con Giovanni Verri, fratello minore del
più noto Pietro. Cesare Beccaria è all’epoca un giovane senza occupa-
zione, pur con una buona istruzione ed eccellenti capacità intellettuali.
Ha entusiasmo per le nuove idee specie francesi e subisce il fascino del-
l’astro nascente di Rousseau.
La vicenda di Cesare Beccaria si svolge in singolare parallelismo con
quella di Pietro →Verri. Di dieci anni maggiore di lui e suo mentore in
diverse circostanze, Pietro Verri è in particolare il fondatore e animato-
re di quel gruppo di illuministi milanesi che si riunisce dai primi anni
Sessanta nella Accademia dei Pugni, la quale ha sede in casa Verri nel-
la Contrada del Monte, oggi via Montenapoleone. Dalla Accademia dei
Pugni nascono molteplici frutti tra i quali va menzionato il periodico «Il
Caffè», forse l’espressione più compiuta dell’Illuminismo milanese del-
l’epoca: tra i caratteri di fondo della esperienza del Caffè vi è lo spirito
scientifico e la divulgazione scientifica in generale e, più in particolare,
la avversione alla tradizione giuridica e la enorme fiducia nelle prospet-
tive della economia politica, entrambi aspetti condivisi da Beccaria. È
stato lo stesso Verri ad acquisire l’amico al circolo intellettuale della Ac-
cademia, rappresentandolo come «profondo algebrista, buon poeta, te-
sta fatta per tentare strade nuove se l’inerzia e l’avvilimento non lo sof-
focano».
La fama di Beccaria esplode nel 1764 allorché egli pubblica un pam -
phlet anonimo, presso l’editore Aubert di Livorno, che reca il titolo Dei
delitti e delle pene e discute alcune delle questioni più scottanti del di-
ritto penale, ossia l’impiego della tortura e della pena capitale. Nella
stessa Milano l’uso di questi mezzi è prassi quotidiana. L’opera è inte-
ramente frutto dell’ambiente della Accademia. Così ne descrive la gene-
si Pietro Verri, dando al tempo stesso una immagine realistica della fi-
gura e del carattere dell’autore: «Il libro del marchese Beccaria, l’argo-
77
Beccaria Cesare

mento glielo ho dato io, e la maggior parte dei pensieri è il risultato del-
le conversazioni che giornalmente si tenevano fra Beccaria, Alessandro
[Verri, fratello di Pietro], Lambertenghi e me. Nella nostra società la se-
ra la passiamo nella stanza medesima ciascuno travagliando. Alessandro
ha per le mani la Storia d’Italia, io i miei lavori economico politici, altri
legge. Beccaria si annoiava e annoiava gli altri. Per disperazione mi chie-
se un tema, io gli suggerii questo conoscendo che per un uomo eloquen-
te e di immagini vivacissime era adatto appunto».
Beccaria aveva già trattato ne «Il Caffè» diverse questioni economiche
ed è generalmente noto tra gli studiosi come pioniere della applicazio-
ne della matematica all’economia. Nel pamphlet del 1764 egli adotta
una concezione intieramente utilitaristica intenta a perseguire la felicità
pubblica. È una argomentazione di economia del diritto la sua, che ri-
cerca nella pena il risarcimento che la società richiede a chi ha ad essa
provocato un danno attraverso il proprio comportamento. Di qui sca-
turisce la critica radicale e rivoluzionaria (ben presto oggetto di violen-
te reazioni) alle istituzioni dell’epoca, dipinte come asservite al criterio
emotivo di provocare spavento con inutile crudeltà e dunque incapaci
di far proprio il principio scientifico che insegna a proporzionare la pe-
na al crimine. La opposizione alla tortura e alla pena capitale non è dun-
que, in Beccaria, dettata da mero sentimento umanitario, ma da calco-
lo utilitaristico. La pena di morte e la tortura, in altre parole, non ser-
vono perché non rappresentano un risarcimento e non tutelano la so-
cietà. Così il tema rientra perfettamente nel programma della Accade-
mia e lo stesso Pietro Verri ne tratterà con le Osservazioni sulla tortura,
ben note anche per essere basate su vicende poi riprese da Alessandro
Manzoni nel romanzo e soprattutto nella Storia della colonna infame.
Il successo di Beccaria, pur essenzialmente teorico, è amplissimo ed im-
mediato e tale da superare la sua stessa immaginazione. Avesse Becca-
ria posseduto una tempra personale più solida, la storia della economia
civile sarebbe stata diversa. In questo è da ritrovare la sorgente maggio-
re dei contrasti che divideranno Beccaria dai Verri anche dopo la chiu-
sura della Accademia. Invitato a Parigi, allora capitale culturale del
mondo e sorgente della lumières, con grandi onori, Cesare Beccaria non
riesce a utilizzare l’occasione per dare una dimensione universale al-
l’opera della Milano illuminista. È intimorito, impacciato, incapace di
rappresentare adeguatamente la rivoluzione culturale avviata sotto la
direzione del Verri. A questo suo atteggiamento si deve se, ancor oggi,
non è sempre facile percepire il legame che unisce il pamphlet di Becca-
ria alla economia politica italiana nella seconda metà del Settecento.
78
Beccaria Cesare

Rientrato a Milano dal viaggio in Francia riceve da Caterina di Russia


l’invito ad assumere un incarico in quel paese, ma declina l’invito dopo
diverse incertezze. A Milano però è in corso la rinascita delle Scuole Pa-
latine, cui l’imperatrice Maria Teresa attribuisce un ruolo nella riforma
della istruzione superiore. Maria Teresa intende istituirvi una cattedra
di Scienze camerali, che all’epoca è il nome della disciplina nel mondo
di lingua e cultura tedesca (Kameralwissenschaft). Questa volta Becca-
ria non può declinare e per la prima volta in vita sua si guadagna un im-
piego fisso. È così che Beccaria diventa uno tra i primi docenti titolari
di una cattedra di economia politica al mondo. Tiene però il corso sol-
tanto per due anni, cedendolo poi ad Alfonso Longo, anche egli un so-
dale della pugnace Accademia. Delle sue lezioni pubblicherà soltanto la
prolusione, del 1769, mentre il testo delle lezioni stesse verrà pubblica-
to soltanto postumo da Pietro Custodi nella celebre raccolta, in cin-
quanta volumi, Scrittori Italiani di Economia Politica che uscirà nella
Milano napoleonica. L’attività di economista continuerà per il resto dei
suoi anni, durante i quali egli avrà compiti di pubblico amministratore,
come testimonia il lascito delle sue numerose Consulte.
La Edizione Nazionale in corso delle Opere di Cesare Beccaria contri-
buisce a documentare come Beccaria si sia mostrato incapace di più
ampi lavori di sintesi. Il suo progetto sul Ripulimento delle nazioni così
come le sue Ricerche sulla natura dello stile non alterano sostanzialmen-
te questo quadro. Anche la sua figura fisica, appesantita e impigrita con
l’età, sembra riflettere le sue doti di carattere pur in un uomo di inge-
gno vivacissimo. Muore a Milano per apoplessia il 28 novembre 1894.

BIBL. - Edizione Nazionale delle Opere di Cesare Beccaria, Mediobanca,


Milano.
L’Edizione, avviata nel 1984 sotto la direzione di Luigi Firpo, è tuttora
in corso. È prevista per l’anno corrente 2009 l’uscita del volume ter-
zo di «Scritti economici», che conterrà la prima edizione critica del-
le Lezioni di economia di Cesare Beccaria.
Beccaria C. (1804), Elementi di economia pubblica, in Scrittori Classici
Italiani di Economia Politica (Collezione Custodi), parte moderna,
tomi XI e XII, Destefanis, Milano.
Beccaria C. (1965), Dei delitti e delle pene, a cura di F. Venturi, Einau-
di, Torino.

PIER LUIGI PORTA

79
Bene comune

 Bene comune
Al livello generale, il bene comune è la ragion d’essere della formazio-
ne e conservazione di un corpo sociale. Si tratta, altresì, del valore co-
stituente una comunità politica, del fondamento morale nel quale si af-
fermano le necessarie condizioni affinché ogni soggetto della comunità
– cittadini, famiglie, gruppi, associazioni, popoli, Stati – possa matura-
re e svilupparsi pienamente.
Il principio del bene comune fissa una indissolubile correlazione con la
dimensione personale della società umana: «è la buona vita umana del-
la moltitudine, di una moltitudine di persone; è la loro comunione nel
vivere bene; è dunque comune al tutto e alle parti» (Maritain, 1946). In
tal senso, ogni aspetto della vita sociale, per quanto quest’ultima possa
presentarsi complessa e differenziata, deve trovare coordinamento con
il bene comune. Questo passaggio dal bene percepito individualmente
al bene comune implica l’ulteriore considerazione che «il bene comune
può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene
morale» (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2004, 164).
Il principio del bene comune consente la formulazione della dottrina
del suo primato, che afferma la superiorità del bene comune sui beni
privati. La formulazione più antica è quella di Aristotele, ripresa da
Tommaso d’Aquino (Tommaso d’Aquino, Commento all’Etica nicoma -
chea di Aristotele, I, 2). Il bene del tutto è «più divino» del bene delle
parti, nella fondamentale considerazione che tale bene comune sia con-
cepito al servizio della persona umana. La dottrina del primato del be-
ne comune, con ciò, non sostiene la supremazia della ragion di Stato o
di partito nei confronti delle prerogative dei cittadini e dei gruppi so-
ciali. Il bene comune, infatti, non è il bene individuale e neanche la
somma dei beni individuali, tanto meno è riducibile all’equilibrio del
corpo sociale o alla potenza dello Stato. Il bene comune presuppone il
bene di ogni singola persona e ha per fine il bene di ciascun cittadino
del corpo sociale.
È perciò insufficiente considerare il bene comune da una prospettiva
culturale e materiale: non è solo l’insieme dei servizi di pubblica utilità o
d’interesse nazionale, né un esercizio finanziario e amministrativo ordi-
nato ed efficace; non può ridursi neanche alla storia, al patrimonio di
tradizioni e costumi, alla civiltà di un popolo. La concezione piena del
bene comune supera i paradossi dei gruppi che si prefiggono scopi ille-
citi, e che avanzano la pretesa di definire autonomamente dall’etica
l’idea di bene comune. È il caso, per esempio, dello Stato che persegue
80
Bene comune

la politica di potenza, o della semplice associazione di banditi, la quale


si costituisce in vista della massimizzazione delle opportunità di delin-
quere per ciascuno. Infatti, dobbiamo assumere la fondamentale consi-
derazione che il fine del bene comune del corpo sociale è quello che –
riprendendo la definizione di cui sopra – “pienamente” è capace di crea-
re le condizioni per lo sviluppo delle persone. Tale pienezza non è la ma-
turazione di un vantaggio decretato da un rapporto di forza, piuttosto la
sua condizione è che «la persona concreta acceda alla più alta misura
possibile di reale indipendenza riguardo alle servitù della natura, indi-
pendenza assicurata a un tempo dalle garanzie economiche del lavoro e
della proprietà, dai diritti politici, dalle virtù morali e dalla cultura dello
spirito» (Maritain 1946). In questo senso, si deve altresì ricordare che
l’umanità è il primo soggetto politico, la prima fondamentale apparte-
nenza di ogni uomo, e che conseguentemente «esiste un bene comune
dell’umanità, che non può essere negato in nome di ciò che appare, in
un dato momento, come l’interesse di una comunità particolare» (Bag-
gio 2005, p. 30).
La definizione generale di bene comune afferma la natura politica del-
l’uomo e delle formazioni da esso create. Infatti, se il bene comune è la
condizione per la realizzazione degli scopi di un soggetto politico, allo-
ra il bene di quest’ultimo necessita, in conseguenza, dell’attivazione del-
la dimensione politica come unica via e spazio per il suo sviluppo. In
pratica, non si deve ammettere alcuna frattura fra bene privato e bene
comune, giacché il bene dell’uomo è legato alla comunità politica, e
quest’ultima si definisce in vista della promozione della vita buona di
ciascun uomo.
Pertanto, la politicità umana deve essere considerata naturale, e la sua
struttura non può essere studiata in termini neutrali (come pure alcuni
settori della scienza politica intendono) ma secondo un senso assiologi-
co positivo. Tali considerazioni ammettono una pluralità di soluzioni
teoriche, spesso reciprocamente distanti. In tal senso, il primo quesito
teorico che la concezione del bene comune deve affrontare è la relazio-
ne che sussiste fra il bene comune e il conflitto sociale e politico. Una
linea teorica interpretativa può riassumersi nella seguente proposizione:
gli uomini necessitano l’uno dell’altro per realizzare le condizioni della
propria felicità («pace, benevolenza, assistenza e conservazione recipro-
ca», Locke 1690, II, 19), ma questo configura solo un ordine sociale ba-
sato sugli istituti della famiglia, della proprietà, della compravendita,
dal quale poi si dovrà instaurare un ordine politico nel quale i conflitti
(anch’essi pensati naturali) possono trovare regolamentazione e soluzio-
81
Bene comune

ne. In pratica, questo ramo delle teorie politiche postula la politica e il


potere quasi come un male necessario, pattuito per correggere le poten-
ziali imperfezioni della realtà sociale. Per contro, esistono visioni teori-
che che assegnano il primato alla naturalezza della struttura dell’autori-
tà, la quale attinge la validità della propria esistenza in termini di re-
sponsabilità per il bene collegato con gli scopi della comunità politica
(bene comune). Quindi, la politica non è il male necessario ma la di-
mensione più alta nella quale si scrive l’aspirazione al bene di ciascuno
e di tutti insieme.
A tal proposito, la dottrina sociale della Chiesa ribadisce non solo che
la comunità politica esiste in funzione del bene comune, ma che questo
deve essere diretto dall’autorità politica, intesa come forza morale fon-
data sulla libertà e la responsabilità (Gaudium et Spes, 74).
Tutti i membri della comunità politica sono responsabili di fronte al be-
ne comune. D’altronde, se il bene comune è il fine del corpo sociale,
tutti coloro che prendono parte alla comunità devono poter realizzare i
propri scopi particolari collegandosi al più generale obiettivo del bene
comune. La responsabilità per il bene comune, con ciò, coinvolge i cit-
tadini e le associazioni intermedie, la società civile e lo Stato politico.
Soprattutto quest’ultimo si fonda in vista del bene comune, cioè il suo
fine particolare coincide con quello più generale, giacché il potere po-
litico, «in quanto è il vincolo naturale e necessario per assicurare la coe-
sione del corpo sociale, deve avere per scopo la realizzazione del bene
comune […] Conforme alla propria vocazione, il potere politico deve
sapersi disimpegnare dagli interessi particolari per considerare attenta-
mente la propria responsabilità nei riguardi del bene di tutti, superan-
do anche i limiti nazionali» (Octogesima adveniens, 46).
La responsabilità verso il bene comune è il valore necessario per con-
sentire la conciliazione degli interessi particolari, che si presentano
molteplici e diffusi nelle odierne società complesse. Tale responsabilità
deve poter concretizzarsi in rapporti di solidarietà e di →r e c i p r o c i t à :
«coloro che contano di più, disponendo di una porzione più grande di
beni e di servizi comuni, si sentano responsabili dei più deboli e siano
disposti a condividere quanto possiedono. I più deboli, da parte loro,
nella stessa linea di solidarietà, non adottino un atteggiamento pura-
mente passivo o distruttivo del tessuto sociale, ma, pur rivendicando i
loro legittimi diritti, facciano quanto loro spetta per il bene di tutti. I
gruppi intermedi, a loro volta, non insistano egoisticamente nel loro
particolare interesse, ma rispettino gli interessi degli altri» (Sollicitudo
rei socialis, 39).
82
Bene comune

Il carattere morale dell’idea di bene comune pone alcuni interrogativi


fondamentali allo Stato moderno, inteso come Stato di diritto, istituito
su fondamenta liberali. Uno dei punti maggiormente in rilievo nella di-
scussione sui caratteri necessari allo Stato moderno riguarda il rifiuto
della concezione sostantiva di bene comune. In pratica, la considerazio-
ne è che non può essere lo Stato a decretare quale debba essere la feli-
cità dei cittadini, e uno Stato che invece si arrogasse il diritto di influen-
zare o di intervenire per determinare la sfera degli obiettivi dei sogget-
ti privati viene contrassegnato, negativamente, come “Stato etico”, cioè
una istituzione che, alla fine del percorso, diventa essa stessa un fine,
giacché si crede capace di determinare tutti gli orizzonti finali degli at-
tori sociali. Da questo punto di vista i grandi capiscuola del →liberali-
smo sono coloro che, come Immanuel Kant e John Stuart Mill, argo-
mentano contro ogni forma di paternalismo politico (anche se non tut-
te le concezioni sostantive sono necessariamente paternaliste), difen-
dendo l’idea che ogni individuo ha il diritto di cercare il suo bene o la
sua felicità dove meglio crede, e che in ciò non deve essere impedito da
un’autorità politica che pretenda di insegnargli qual è il suo vero bene.
Nel liberalismo contemporaneo, come per esempio quello di John
Rawls, questo principio viene riformulato nei termini di una «priorità
del giusto sul bene» (Rawls 1999).
Spesso, il rifiuto della concezione sostantiva del bene comune è accom-
pagnato dalla constatazione, nata sul terreno dell’economia di mercato,
che la competizione tra individui non sia un aspetto criticabile della so-
cietà individualistica, di cui una società migliore potrebbe liberarsi, ma
invece un modo straordinariamente efficace per sviluppare al meglio i
loro talenti e le loro capacità, generando benefici non solo per coloro
che nella competizione risultano più capaci ma, di riflesso, anche per
l’intera società, che in modo più o meno mediato viene a goderne i frut-
ti. All’idea di competizione si accompagna spesso, nel pensiero libera-
le, quella che è il suo necessario complemento, e cioè l’eguaglianza del-
le opportunità, che a sua volta può essere intesa in molti modi diversi,
più o meno esigenti.
Il rifiuto della concezione sostantiva del bene comune, requisito neces-
sario per la definizione dello Stato liberale, reclama l’indipendenza e
l’autonomia dei soggetti individuali nello scegliere come essere felici.
Attenzione, questo non può tradursi in concezioni strettamente socio-
logiche del bene comune, secondo le quali esso è semplicemente il ri-
sultato delle inclinazioni e propensioni maggioritarie ai quali i soggetti
individuali aspirano, in vista di una felicità desiderata egoisticamente.
83
Bene comune

L’autentico bene comune, infatti, è un valore coordinato ad alcune de-


terminazioni imprescindibili – fra tutte, la dignità della persona umana
– e sostenuto da una struttura di condizioni sociali, politiche e giuridi-
che che ne consentono l’espressione più elevata: «anzitutto l’impegno
per la pace, l’organizzazione dei poteri dello Stato, un solido ordina-
mento giuridico, la salvaguardia dell’ambiente, la prestazione di quei
servizi essenziali delle persone, alcuni dei quali sono al tempo stesso di-
ritti dell’uomo: alimentazione, abitazione, lavoro, educazione e accesso
alla cultura, trasporti, salute, libera circolazione delle informazioni e tu-
tela della libertà religiosa» (Gaudium et spes, 26).
Attorno al bene comune si sono aperte controversie di natura epistemo-
logica. Infatti, alcune teorie dell’→individualismo radicale concepisco-
no il bene comune solo come un espediente linguistico, di scarso (e pe-
ricoloso) contenuto esplicativo, e assolutamente privo di spessore onto-
logico. In sintesi, il bene comune non esiste, come concetto può anzi ri-
sultare fuorviante. Essendo una categoria olistica, sistemica, deve co-
stantemente essere ricondotta alla sua realtà: esso offre un termine logi-
co – un puro strumento – in grado di rendere conto del risultato dei be-
ni privati degli attori sociali coinvolti nel processo pubblico. Tali posi-
zioni ribadiscono che l’unica realtà sono gli individui, l’unica spiegazio-
ne socio-politica corretta deve essere il più possibile vicino alla dimen-
sione individuale. Questo genere di argomentazioni pretenderebbe di
qualificarsi per via metodologica, ma le scienze socio-politiche hanno
da tempo registrato il proprio statuto logico-metodologico risolvendo
le controversie antiche fra individualisti e olisti (fra i tanti, ricordiamo
qui il principale: J.C. Alexander, B. Giesen, R. Münch, N.J. Smelser
1987). In realtà, esse richiamano il dibattito filosofico-politico prima e
politico-ideologico dopo, della nostra modernità. Una discussione tesa
a disegnare lo spazio di libertà dell’individuo in un ordine pubblico de-
terminato, con soluzioni anche notevolmente divaricate rispetto al rap-
porto fra il cittadino, lo Stato, e il bene comune. Per esempio, Jean Jac-
ques Rousseau esalta il bene del corpo sociale a tal punto da pretende-
re l’alienazione della libertà individuale da parte di ciascun suddito,
mentre al contrario Benjamin Costant si prodiga nella difesa delle pre-
rogative individuali del cittadino attraverso la limitazione del potere
pubblico. Ma è forse in Hegel che possiamo ravvisare la posizione più
netta a favore di una interpretazione olistica del bene comune. Infatti,
per Hegel la libertà è direttamente collegata al bene comune: essa, in-
fatti, non va intesa tanto come la possibilità per l’individuo di fare ciò
che vuole, ma più compiutamente dev’essere compresa come il fruire di
quelle condizioni e di quei rapporti oggettivi che consentano all’indivi-
84
Bene comune

duo la sua autorealizzazione, e che gli assicurino le condizioni per espli-


care la sua libera personalità. Il bene comune, con ciò, è la libertà. In
questo, si ricorderà come l’intenzione di Hegel era quella di porre in
evidenza l’inadeguatezza della concezione kantiana, che invece procla-
mava la libertà del diritto astratto e della moralità delle massime univer-
salizzabili. Hegel preferisce occuparsi della libertà concreta, e conclude
che non può essere pensata come mera capacità di autodeterminazione
individuale; essa viene ricostruita piuttosto, da Hegel, come l’insieme di
quegli istituti nel contesto dei quali gl’individui possono godere, a di-
versi livelli, delle condizioni per la loro autorealizzazione. L’individuo
che, nella compagine statale, realizza i suoi interessi particolari, com-
prende che il bene comune è la condizione primaria della sua soggetti-
va autorealizzazione, e assume quindi l’interesse della generalità come
suo proprio interesse cosciente; e in tal modo l’interesse dello Stato non
s’impone come oggettivo sopra le teste degli individui, ma si media at-
traverso il loro operare consapevole. Per tale via, in Hegel si costruisce
un legame fra universale (il bene comune) e particolare (l’interesse del
privato) che sostanzia il progetto politico dello Stato moderno. Ma co-
me è possibile che si attui questa mediazione di universalità e particola-
rità, se la società civile è quel mondo lacerato e contraddittorio che lo
stesso Hegel ci ha descritto, in paragrafi la cui tensione dialettica e cri-
tica non è inferiore a quella che troveremo in Marx, che proprio su que-
ste basi crederà di dover smentire la conciliazione hegeliana? In realtà,
la mediazione di universale e particolare è possibile, in Hegel, perché
già nella stessa società civile se ne dà la preparazione. Questa è sí il
mondo degli interessi conflittuali e della polarizzazione di ricchezza e
→povertà, ma al tempo stesso contiene la possibilità di superare le sue
lacerazioni: sia attraverso gli istituti della polizia e della corporazione;
sia perché non è un mondo puramente atomistico, ma è invece organi-
camente strutturato nell’articolazione dei ceti (Stände) che la compon-
gono. La società civile quindi, al di là del suo atomismo, contiene già
un’articolazione organica ed armonica dei diversi interessi. E su questa
base si eleva quell’organismo compiuto che è lo Stato. In pratica, attra-
verso Hegel possiamo comprendere il genere di concezioni teoriche che
elaborano l’idea olistica e statalista del bene comune. Si tratta di pro-
spettive teoriche che finiscono, perlopiù, per accostare pericolosamen-
te il bene comune alla ragion di Stato, se non alla ragion di partito, e so-
no quindi le più adatte a giustificare gli assetti politici delle nazioni to-
talitarie. È necessario aderire all’individualismo radicale per criticare le
pretese dello Stato totalizzante garante dell’unico bene, quello comu-
ne? Ovviamente no. E, difatti, alle tesi dell’individualismo radicale sem-
85
Bene comune

bra premere di più la giustificazione della posizione di altri istituti so-


ciali: la società civile e il →mercato su tutti. La palese contraddizione ri-
siede nel fatto che tale giustificazione viola il principio stesso dell’indi-
vidualismo: se il mercato è la struttura positiva, sempre e comunque,
del migliore ordine sociale, se «il mercato è sempre innocente» (Antise-
ri 1995, p. 11), allora abbiamo concepito una struttura indipendente
dall’azione degli individui che la compongono, in aperta contraddizio-
ne con le premesse individualistiche. In definitiva, la definizione di be-
ne comune può non tenere conto delle contraddittorie prescrizioni in-
dividualistiche, così come deve essere in grado di arginare i pericoli di
una visione collettivista di ordine politico che pretenda la subordinazio-
ne delle prerogative della persona umana alle istanze stataliste. La defi-
nizione dalla quale siamo partiti riesce agevolmente a dare ragione di
entrambe le considerazioni.
Si è fatto riferimento all’umanità come al soggetto politico universale
verso il quale coordinare le visioni del bene comune. Eppure, la rapidi-
tà dei mutamenti sociali e politici del mondo contemporaneo pongono
in rilievo l’urgenza di concepire il bene comune in una più ampia corni-
ce di genere umano, includente le generazioni future. Negli ultimi de-
cenni, la discussione morale si è più volte interrogata sulla questione
delle generazioni future, si è preoccupata, cioè, di quale mondo lascere-
mo ai nostri posteri, ora che le possibilità d’intervento dell’uomo sul si-
stema mondo hanno raggiunto potenzialità in grado di decretare conse-
guenze inquietanti per loro. Così, la paura estesa si è organizzata in ar-
gomentazioni filosofiche e in moniti ambientalistici, e queste hanno un
impatto considerevole sull’idea di bene comune. Innanzitutto, si osser-
vi che non tutte le concezioni morali ammettono che abbiamo degli ob-
blighi e dei doveri nei confronti dell’umanità dell’avvenire, smentendo
così che il bene comune sia un problema che coinvolga la nostra respon-
sabilità verso i posteri. Ci sono teorie che credono di poter affidare le
sorti dell’avvenire alla “mano invisibile”, per cui il destino delle genera-
zioni future sarebbe determinato da effetti che nel medio e lungo perio-
do risulteranno inevitabilmente positivi. Tali posizioni teoriche sono
eredi delle prospettive teoriche del progresso ineluttabile e dello svilup-
po naturale. Non è difficile recuperare la vasta letteratura che oppone a
queste convinzioni argomenti fondati sulla molteplicità di indicatori
globali (economici, ambientali, energetici, ecc.) in grado di far emerge-
re l’enorme incertezza sull’avvenire determinato dai nostri spregiudica-
ti interventi sul mondo contemporaneo. Altri pensano che è impossibi-
le fondare una responsabilità morale nei confronti di qualcuno che non
esiste, perché a sostanziare il sentimento morale dovrebbe essere una re-
86
Bene comune

lazione empatica fra prossimi. Ma anche tali posizioni, pure diffuse, so-
no contraddette dalla posizione elementare che non saremmo con ciò in
grado di assegnare neanche titolarità morale ai contemporanei che esco-
no dalla nostra possibilità di relazione sociale. Molti partono dalla con-
vinzione che l’utilitarismo classico rappresenta il quadro teorico miglio-
re per avanzare la teoria etica per le generazioni future (Pontara 1995).
In pratica, la nostra responsabilità morale al cospetto dei posteri ci per-
mette di massimizzare l’utilità, cioè il benessere. In pratica, il nostro be-
ne comune è direttamente collegato alla condizione in cui le future ge-
nerazioni godranno del proprio bene comune. Questo è vero una volta
assunto il principio etico che, semplicemente, ci dice che la distanza
temporale non può essere la ragione per far valere un’opzione rispetto
a un’altra. Un principio autoevidente, secondo Sidgwick; un’assioma
morale per Rawls. Ora, però, bisogna collaudare questa pretesa teorica
con le contraddizioni che l’utilitarismo spesso è costretto a risolvere. Ta-
li contraddizioni possono essere riassunte in due: il problema dell’asim-
metria morale e quello della conclusione ripugnante. Il problema del-
l’asimmetria morale nasce quando ci si occupa del funzionamento del
principio utilitaristico nel caso delle politiche demografiche. Infatti, po-
trebbe essere in accordo con l’utilitarismo l’idea che per innalzare il be-
ne comune si potrebbe fare a meno degl’individui inabili alla sua incre-
mentazione. Ma, si dice, questo discorso non vale: esso si occupa della
felicità dei restanti vivi, mentre dovrebbe contemplare anche l’infelicità
degli eliminati. Per cui, è doveroso tenere anche conto degli uomini che
si voluto uccidere per capire se la popolazione ha incrementato il pro-
prio utile. Ora, lo stesso discorso non vale per i nascituri. Potrei decide-
re di attivare delle politiche di programmazione demografica (non coer-
citive, ovviamente) dissuadendo dal procreare nuovi individui, in modo
da conservare un livello di benessere adeguato. Di fatto, non dovrei te-
nere conto, nel calcolo dell’utilità della popolazione, dei mancati nasci-
turi. Così, mentre gli uccisi rientrano nel criterio dell’utile, i mancati na-
ti no. Ecco l’asimmetria morale. L’altro problema è quello della conclu-
sione ripugnante. Esso, in sostanza, afferma che una popolazione nume-
ricamente minore che ha una qualità della vita alta ha, tuttavia, un utile
totale minore di un’altra, più estesa numericamente, nella quale gli indi-
vidui conducono una vita appena al di sopra delle condizioni minime di
dignità. Si dice “conclusione ripugnante” perché essa comporta il caso
della società composta dagli aguzzini e dalle vittime: gli aguzzini potreb-
bero chiamare le vittime a procreare, giacché questa moltiplicazione po-
trebbe produrre una diminuzione di sofferenze individuali (gli aguzzini
dovrebbero suddividere tutti i propri maltrattamenti su una porzione di
87
Bene comune

popolazione più grande). Al livello logico, è perciò facile mettere in mo-


stra la debolezza dell’approccio utilitarista. Dobbiamo recuperare con-
cetti che l’utilitarismo credeva di avere ormai soppiantato, come la di-
gnità della persona umana e i suoi diritti naturali. Qui, i problemi si
sciolgono agevolmente. La concezione morale cristiana della vita asso-
ciata, imperniata sui temi del diritto naturale, concepisce l’umanità co-
me una realtà nella quale si manifesta la natura trinitaria di Dio, cioè il
suo essere amore totale, e con ciò principio di ogni creatura. Nell’antro-
pologia cristiana questo si traduce in un’accezione di famiglia umana
che, raccolta attorno all’unico Padre, vive la condizione speciale di esse-
re in comunione, liberata dai condizionamenti dettati dalle artificiali
barriere di sesso, ceto, classe, nazionalità, cultura. Questa comunione
racchiude in sé non solo i presenti, ma anche tutti gli uomini e le donne
del passato, e tutti i futuri membri dell’umanità. Le generazioni dell’av-
venire compongono già l’umanità verso la quale abbiamo un dovere mo-
rale e un debito d’amore. «Questa unità e solidarietà trascende la stessa
durata fisica della vita umana; in forza dell’eternità e immutabilità del
Padre, la famiglia umana s’intende non come sola vicenda di generazio-
ni che si rimpiazzano l’un dopo l’altra sugli scompartimenti terrestri nel
godimento della casa, ma come una organica compagine che va dal pri-
mo uomo sino all’ultimo, e poiché vive nelle anime, persevera in esse im-
mortalmente, sì da determinare una solidarietà non solo tra i viventi in
uno stesso momento storico, ma tra essi e i vissuti del passato, tra essi e
i nascituri dell’avvenire; con che il senso della solidarietà e della sociali-
tà viene inviscerato nella costituzione spirituale stessa dell’uomo»
(Giordani 2001 [1935], p. 74).

BIBL. - Alexander J.C. - Giesen B. - Münch R. - Smelser N.J. (eds.)


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88
Bene relazionale

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Tommaso d’Aquino, Commento all’Etica nicomachea di Aristotele.

ALBERTO LO PRESTI

 Bene relazionale
Entità della sfera delle relazioni interpersonali – come la cordialità tra
venditori e clienti in certi mercatini rionali, o la gradevole atmosfera di
una festa ben riuscita – hanno un valore per i soggetti coinvolti. Se ciò
è vero, allora anche queste entità meritano la qualifica di “bene”, e non
solo quelle altre entità, materiali o immateriali, a cui siamo soliti attri-
buirla, o perché sono oggetto di compravendita, o perché sono ottenu-
te attraverso un processo produttivo ben riconoscibile (pensiamo alle
merci in vendita nel mercatino, e, rispettivamente, all’accompagnamen-
to musicale fornito dall’orchestrina reclutata per allietare la festa).
Questa è l’idea che sta dietro la nozione, relativamente nuova, di “be-
ne relazionale”.
La novità non riguarda certo i fenomeni in gioco, che in questo caso so-
no vecchi quanto il mondo. Nuova non è nemmeno la consapevolezza
che tra la sfera delle relazioni interpersonali e la sfera economica inter-
corrano vari legami, dato che dagli scritti di economisti del calibro di
Malthus e Marshall questa consapevolezza risulta molto chiara. La no-
vità sta piuttosto nel fatto che, mentre in passato si preferiva definire in
modo alquanto ristretto l’oggetto della scienza economica, oggi molti
dei limiti che in precedenza essa si era autoimposta sono venuti a cade-
re. In particolare, affinché una qualche entità possa essere considerata
un bene, oggi non ci si sente più vincolati a condizioni così esigenti co-
me quelle elencate a suo tempo da Böhm-Bawerk, il quale richiedeva,
tra l’altro, che questa entità sia nella libera disponibilità di qualcuno che
abbia il potere di servirsene.
Ecco quindi aperta la porta a nuove categorie di beni, tra cui quelli am-
bientali e, appunto, quelli relazionali.
89
Bene relazionale

L’idea di bene relazionale fa la sua apparizione nella seconda metà de-


gli anni ’80, ad opera di autori impegnati in linee di ricerca parallele:
Martha Nussbaum, filosofa, nel 1986; Benedetto Gui, economista, nel
1987; Carole Uhlaner, politologa, nel 1989; Pierpaolo Donati, sociolo-
go, nel 1991. Ciò suggerisce che l’idea fosse matura e che aspettasse so-
lo di essere esplicitata.
Comuni a questi contributi, come pure alla letteratura successiva, è la
convinzione, non solo che l’interazione sociale possa avere un valore in
se stessa per i soggetti coinvolti, ma anche che di ciò sia necessario te-
ner conto al momento di discutere la desiderabilità dell’uno o dell’altro
stato di cose. Come a dire che alla riflessione economica si chiede di
porre attenzione anche agli aspetti comunicativi e affettivi delle intera-
zioni tra i membri del sistema, a fianco di quegli altri aspetti su cui es-
sa tende tradizionalmente a concentrarsi (ad esempio il passaggio di
merci e di denaro tra di essi).
Tuttavia, la strada che separa l’intuizione iniziale di cosa sia un bene re-
lazionale da una sua definizione rigorosa e condivisa è lunga, e in buo-
na parte ancora da percorrere. Un testo molto importante al riguardo è
quello, già citato, della Uhlaner, in cui viene proposta per la prima vol-
ta una vera e propria analisi economica del nuovo concetto.
Le caratteristiche dei beni relazionali che essa individua sono le seguenti:
1) si tratta di beni che nascono dall’interazione tra due o più soggetti,
2) a condizione che tali soggetti compiano certe azioni (ma entrano in
gioco anche la loro situazione soggettiva e le loro preferenze);
3) sono personalizzati, nel senso che l’identità dei soggetti interagenti
conta;
4) sono beni pubblici locali, in quanto sono goduti contemporaneamen-
te da una cerchia – limitata, da cui l’aggettivo “locali” – di persone (al
contrario un bene privato, se viene consumato da una persona, non può
essere al tempo stesso consumato da un’altra);
5) anzi, possono essere goduti solo se condivisi con altre persone (a dif-
ferenza degli usuali beni pubblici, come ad esempio l’illuminazione di
una via, che possono essere goduti da ciascuno individualmente).
Passeremo ora a commentare queste caratteristiche, approfittandone per
dar conto di molti elementi del dibattito teorico sui beni relazionali.
La prima implicazione della caratteristica 1) è che un bene non è rela-
zionale solo perché nella sua fornitura o nel suo consumo si verifica
un’interazione personalizzata tra fornitore e utente, o tra consumatori.
In altre parole, non è conveniente dare l’attributo di bene relazionale ad
90
Bene relazionale

una cena in compagnia, ma piuttosto alla comunicazione – sia verbale


che gestuale, sia esplicita che tacita – che ha luogo tra i presenti in quel-
la circostanza; si tratta di un aspetto che può essere concettualmente di-
stinto rispetto ad altri aspetti dell’evento “cena in compagnia”, quali la
fornitura delle portate da parte del ristoratore o il servizio al tavolo
svolto dal personale di sala. Analogamente, nel caso della cura ad un
servizio di cura, si ritiene opportuno parlare allora di bene relazionale
solo in riferimento al conforto che il malato può trovare nelle parole
dell’operatore sanitario, distinguendo questo aspetto dalla prestazione
sanitaria vera e propria. Per dirla in modo rigoroso, in base all’interpre-
tazione or ora descritta nell’espressione “bene relazionale” l’aggettivo
ha un significato predicativo, non attributivo; ossia indica in cosa quel
bene consista, non semplicemente una sua caratteristica. Vi è qui una
somiglianza con l’espressione “bene ambientale”: un’espressione che
viene correttamente riservata ad entità come ad esempio lo strato di
ozono, in quanto è parte di un habitat favorevole alla vita, e non ad un
impianto di riscaldamento a biogas, nonostante il fatto che questo sia
più rispettoso dell’ambiente rispetto ad un impianto a carbone. Al con-
trario, si noti, nell’espressione “bene posizionale” l’aggettivo ha un si-
gnificato attributivo: esso sta ad indicare ad esempio che un’auto di lus-
so, che è un bene primariamente in quanto mezzo di trasporto, ha an-
che la prerogativa di conferire un certo status, o posizione sociale, al suo
possessore. È evidente che dando all’aggettivo relazionale un significa-
to predicativo, anziché attributivo, si riduce fortemente il campo di ap-
plicazione dell’espressione bene relazionale, campo che altrimenti risul-
terebbe indesiderabilmente ampio.
Una seconda implicazione della caratteristica 1) è che la creazione e la
fruizione dei beni relazionali sono inseparabili, perché ambedue legate
all’interazione tra i soggetti coinvolti. Volendo utilizzare categorie più
tipicamente economiche si può parlare di simultaneità tra produzione e
consumo, una particolarità che i beni relazionali condividono con altre
tipologie di beni, tutte del genere servizi (si pensi ad una seduta di mas-
saggi o ad uno spettacolo teatrale).
In linea con quanto detto fin qui Gui (2002) vede la produzione e il
consumo di beni relazionali come parte di un processo più complesso,
che egli chiama incontro, che si verifica quando due o più soggetti inte-
ragiscono tra di loro comunicando. Volendo aprire uno spazio alla no-
zione di beni relazionali all’interno della scienza economica, il riferi-
mento prioritario è ad interazioni che avvengono all’interno della sfera
economica. In esse tipicamente si verifica o uno scambio (si pensi al
91
Bene relazionale

mercatino), o la fornitura di un servizio (come un taglio di capelli), ov-


vero lo svolgimento coordinato (o comunque in compresenza) di un
compito organizzativo (si pensi ad un lavoro di squadra o ad una riu-
nione di un consiglio di amministrazione). Servendosi di categorie uti-
lizzate per descrivere i processi produttivi, Gui include l’effettuazione
di scambi, la fornitura di servizi e svolgimento di compiti organizzativi
tra gli output dell’incontro, più precisamente come output convenziona-
li. Ad essi si aggiunge, come detto più sopra, un output tipicamente re-
lazionale che viene “consumato” nel corso stesso dell’incontro: la co-
municazione affettiva tra i partecipanti. Quanto agli input, sebbene un
certo ruolo possano averlo anche trasporti, telecomunicazioni e simili,
l’apporto principale lo danno soggetti interagenti stessi attraverso l’im-
pegno del loro “capitale umano” per un certo tempo e con una certa in-
tensità. Nel caso della visita di un operatore sanitario ad un paziente il
capitale umano più vistoso che entra in gioco sono le conoscenze e
l’esperienza professionale del primo, ma entra in gioco anche la capaci-
tà del secondo di descrivere i propri sintomi con un linguaggio preciso.
Si tratta, come è evidente, di componenti del capitale umano “generi-
co”, che svolge la sua funzione a prescindere dall’identità della contro-
parte. Tuttavia, nelle interazioni entrano in gioco in misura significativa
anche altre componenti del capitale umano dei soggetti interagenti che
sono invece specifiche alla relazione con quei particolari interlocutori:
si pensi alla conoscenza dei loro gusti, delle loro reazioni, o anche di vi-
cende vissute insieme, a cui quindi è possibile fare riferimento suscitan-
do sentimenti condivisi; oltre a ciò, si pensi alla familiarità e alla confi-
denza che possono sussistere tra le parti, tutte cose che permettono di
dare ad un incontro esiti diversi, quanto a tutti gli output sopra elenca-
ti, rispetto a quelli ottenibili in loro assenza: non solo in fatto di beni re-
lazionali, ma, ad esempio, anche in fatto di produttività del lavoro di
squadra. Questa osservazione dà sostanza a quanto enunciato nella ca-
ratteristica 3), ossia che in fatto di beni relazionali, ma potremmo anche
dire in fatto di incontri, l’identità dei soggetti conta. Si noti infine che
questo “capitale umano specifico” non può che essersi generato nel
corso di interazioni precedenti; ciò porta a concludere che un altro out -
put di ciascuna interazione è proprio la variazione del capitale umano
specifico alla relazione con gli altri soggetti interagenti (in pratica l’ac-
quisizione di informazioni su di essi e la creazione di familiarità o con-
fidenza nei loro riguardi).
Sulla base di quanto detto, all’interno dei beni relazionali si possono al-
lora distinguere, da un lato dei “beni relazionali di consumo” che na-
scono e vengono fruiti nel corso dell’interazione e, dall’altro, uno stock
92
Bene relazionale

di “asset (o beni capitali) relazionali” costituito dal capitale umano spe-


cifico alle relazioni tra i membri del sistema. Quest’ultimo includereb-
be, ad esempio, il clima collaborativo che c’è in un ufficio tra coloro che
vi lavorano: un fenomeno relazionale che ha una certa persistenza (è un
bene durevole) e che si accumula nel tempo grazie agli apporti di vari
incontri con esiti favorevoli, ciascuno dei quali contribuisce a generare
buone disposizioni nei confronti dei colleghi, fiducia reciproca, ecc…
Ovviamente, non sempre un incontro porta ad un miglioramento di
quello che si può chiamare “stato dei sentimenti” dei soggetti coinvolti
nei confronti gli uni degli altri. Anzi, una conclusione burrascosa può
provocarne un brusco peggioramento, e quindi un “decumulo” di capi-
tale umano specifico alla relazione. Fenomeni relazionali di segno nega-
tivo possono certamente avere luogo anche in riferimento ai “beni rela-
zionali di consumo”. Basti pensare ad un viaggio in treno in uno scom-
partimento in cui alcuni viaggiatori discutano tra di loro ad alta voce e
in maniera sgradevole: un vero e proprio “male relazionale”.
Due critiche in parte convergenti sono state rivolte all’approccio del-
l’incontro. Alcuni autori che, sulla scia di Donati, vedono i beni relazio-
nali, non tanto come il risultato di un processo produttivo, quanto co-
me un “fatto emergente” dell’interazione sociale, scarsamente control-
labile e prevedibile da parte dei singoli partecipanti. In tal modo essi
sottolineano che gli esiti delle interazioni sociali sono largamente im-
prevedibili, potemmo dire più ancora che quelli dell’agricoltura a cielo
aperto, e che proprio per questo la sfera intersoggettiva contiene un for-
te potenziale di creatività. In questa posizione, tuttavia, c’e un rischio
che occorre evitare, che si ponga in ombra l’intenzionalità che qualche
partecipante può portare nell’interazione, ricercandola, facendo in mo-
do che le condizioni favoriscano certi esiti e impegnando le sue risorse
perché questi si verifichino effettivamente (si pensi al ruolo svolto dai
leader, in gruppi sia piccoli che grandi, nel creare coesione e suscitare
senso di appartenenza al gruppo).
Per Julie Nelson (2005), invece, descrivere un incontro tra persone in
termini di produzione, consumo e investimento/capitale non sottolinea
abbastanza il fatto che le relazioni con gli altri non apportano solo ap-
provazione, conforto, o anche un arricchimento di conoscenze, ma so-
no costitutive della persona, la quale prende forma, si plasma, proprio
attraverso di esse. Il suo è un richiamo ad allontanarsi in modo più ra-
dicale dal linguaggio abituale della scienza economica, dietro il quale
troppo spesso ha imperato una visione riduttiva dell’uomo e della so-
cietà. Una voce che, pur non ricercando una discontinuità con le vie
93
Bene relazionale

percorse dal pensiero economico, spinge anch’essa il dibattito verso


orizzonti antropologici più ampi è quella di Bruni (2007). Le relazioni
interpersonali, egli osserva, portano con sé un’inestricabile miscela di
“ferite” e di “benedizioni”; ma allora il tentativo della modernità di or-
ganizzare la vita sociale ed economica in modo da non richiedere un
contatto troppo diretto con gli altri, con l’obiettivo di limitare le ferite,
finisce per far perdere ai membri del sistema le corrispondenti benedi-
zioni, lasciandoli in una solitaria infelicità. Il pregio di una simile pro-
spettiva è di scongiurare il rischio di cadere in ingenui ottimismi in fat-
to di relazioni interpersonali, o anche di sopravvalutare la negatività dei
conflitti rispetto a quella dell’indifferenza.
Alcuni commenti merita anche la caratteristica 2) dei beni relazionali
indicata da Carole Uhlaner. Per aversi un bene relazionale non basta
che vi sia un’interazione ravvicinata tra operatore sanitario e paziente,
o tra commensali: essi devono anche compiere certe particolari azioni
(ad esempio pronunciare certe frasi, anziché altre), essere in una certa
situazione soggettiva (se il malato non fosse sofferente, quell’atteggia-
mento dell’operatore sanitario stonerebbe), avere certe preferenze (ad
esempio, esser tifosi di quella certa squadra, per apprezzare quella bat-
tuta – è chiara qui la connessione con la conoscenza che i soggetti han-
no gli uni degli altri). Un tema importante a questo riguardo – appena
accennato dalla Uhlaner e invece ben rimarcato, tra gli altri, da Bruni
(2007) – è quello della →reciprocità: non basta che sia una della parti a
compiere delle azioni; è necessario che anche l’altra parte risponda in
maniera congrua. Questa reciprocità non richiede una simmetria di
azioni: una risposta congrua ad una storiella scherzosa di un interlocu-
tore non è necessariamente un’alta storiella, ma può essere una sempli-
ce risata; e così la reciprocità del paziente alla sollecitudine dell’opera-
tore sanitario può esprimersi in un semplice “grazie”, magari accompa-
gnato da un sorriso. Come osserva Sugden (2005) a questo proposito,
la peculiarità dei beni relazionali è di comportare un’interazione, non
tanto sul piano delle azioni, quanto piuttosto sul piano degli stati d’ani-
mo. Più precisamente, secondo lo studioso inglese i beni relazionali so-
no generati proprio da una “corrispondenza di sentimenti” di cui le due
(o più parti) abbiano una comune consapevolezza. Tra l’altro, prosegue
Sugden, è proprio il fatto di comportare un’interazione ad un livello di-
verso e più profondo rispetto allo scambio strumentale ad aver ostaco-
lato una presa in conto dei beni relazionali da parte della scienza eco-
nomica, che tradizionalmente ha descritto l’interazione umana come ri-
sultato di scelte individuali indirizzate al raggiungimento di obiettivi
predeterminati, anch’essi di natura individuale.
94
Bene relazionale

Tutto ciò ci dice che nella inusuale “tecnologia di produzione” dei be-
ni relazionali non contano tanto o soprattutto gli aspetti oggettivi,
quanto ciò che essi rivelano delle disposizioni e delle motivazioni sotto-
stanti. Un classico esempio a questo riguardo è quello del →dono, che,
a dispetto di ciò che avviene sul piano oggettivo (la rinuncia volontaria
ad un oggetto da parte di un qualcuno a favore di un qualcun altro),
può generare sentimenti di umiliazione (se non addirittura di ostilità)
nel ricevente e può paradossalmente costituire un serio ostacolo alla co-
municazione interpersonale.
Venendo alla caratteristica 4), è soprattutto in situazioni simmetriche e
in presenza di una pluralità di soggetti interagenti che i beni relaziona-
li si presentano come beni pubblici, nel senso di “non rivali”. Esempi
se ne possono trovare facilmente in contesti collettivi come vivaci ma-
nifestazioni politiche, party calorosi, o reparti di un’azienda caratteriz-
zati da relazioni distese. Chi a tali contesti si aggiunga potrà anch’esso
beneficiare: nelle manifestazioni, del senso di identità collettiva (è que-
sto il principale esempio di beni relazionali proposto dalla Uhlaner); nei
party, della convivialità; nei reparti, dell’atmosfera serena (cosa quanto-
mai preziosa negli ambienti lavorativi). Come sappiamo, la fornitura di
beni pubblici è scoraggiata dal fenomeno del free-riding (la tentazione
di beneficiarne senza pagare la propria parte di costo). Ma i beni rela-
zionali non sono beni pubblici normali, come viene chiarito dalla carat-
teristica 5): per consumarli occorre partecipare all’interazione. Ma allo-
ra, se ciascuno partecipa per poter “consumare” il bene relazionale
“compagnia” , con la sua presenza concorre anche a produrlo, e così
non si ha free-riding. È per questa ragione che alcuni autori preferisco-
no collocare i beni relazionali in una categoria terza rispetto ai beni pri-
vati e ai beni pubblici. Infatti, scrivono ad esempio Bruni e Zarri (2007),
i beni relazionali non sono semplicemente non rivali, ma sono addirit-
tura “anti-rivali”, nel senso che più persone li consumano, più ce n’è da
consumare per ciascuno (un fenomeno, questo, che nel linguaggio del-
l’economia pubblica va sotto il nome di congestione positiva).
Purtroppo, la conclusione che in fatto di beni relazionali non si abbia
free-riding non vale in generale. Per la riuscita di una festa di quartiere
non basta che la gente partecipi quando inizia lo spettacolo o quando i
banchetti iniziano la vendita; occorre anche che qualcuno svolga il la-
voro preparatorio, e qui gli incentivi individuali non vanno nella dire-
zione giusta. Oppure, si pensi ad un gruppi di amici che si ritrovi tutti
i mercoledì per giocare una partita amatoriale di calcio (o per cantare
in coro). Gli incentivi individuali vanno chiaramente nella direzione di
95
Bene relazionale

non partecipare a quella serata in cui c’è un film che mi interessa. Ma


se ciascun giocatore non paga il “costo” di essere presente anche in
quella serata, ogni volta qualcuno mancherà e non si raggiungerà il nu-
mero di presenze sufficiente: il gruppo allora morirà, e così ciascuno
perderà i benefici dell’incontro anche in tutte le altre serate, in cui
avrebbe largamente preferito giocare la partita. È questo il tema della
“fragilità” dei beni relazionali. Per consumarli non basta volerlo fare, né
essere disposti a pagare un costo: è necessario che anche gli altri faccia-
no la propria parte. Ma questo non è sotto il mio controllo.
Una questione importante a riguardo dei beni pubblici è se siano
“escludibili”: talvolta la risposta è sì, tal altra no. Anche nel caso dei be-
ni relazionali vi sono esempi di ambo i tipi: nei tanti carnevali che si
svolgono per le strade chiunque può unirsi al gruppo dei promotori; al-
tre volte, invece, i beni relazionali sono creati e goduti all’interno di cer-
chie amicali o club esclusivi. Una modalità, anche se non l’unica, di
esclusione è la richiesta di un pagamento; si pensi al costoso biglietto di
ingresso a qualche prestigiosa serata di beneficenza.
Quando si accompagnano all’esclusività, i beni relazionali si tingono di
venature “posizionali”. La cosa può stupire, dato che più spesso beni
posizionali e beni relazionali si presentano come alternativi, in quanto
caratterizzanti diversi stili di vita: da un lato uno stile improntato alla
condivisione, che ha le sue tipiche manifestazioni nella partecipazione
ad associazioni di volontariato o di animazione culturale e culturale; dal-
l’altro uno stile che ricerca la distinzione dalla gente comune attraverso
la scelta del vestiario o la pratica di sport di élite. Si noti che anche die-
tro questo secondo orientamento può celarsi una domanda tacita di be-
ni relazionali, se quello stile costituisce la porta d’accesso a cerchie di re-
lazioni prestigiose. Ora, la partecipazione a queste cerchie, oltre che ave-
re un valore intrinseco, per la socialità genuina che in esse si può speri-
mentare, può avere anche un valore strumentale: frequentare persone
che contano può dare accesso ad informazioni, contatti, favori molto
preziosi. Le due cose in una certa misura possono andare insieme, anche
se c’è il rischio che la componente strumentale “spiazzi” la comunicazio-
ne genuina: ossia disinteressata ai vantaggi che se ne possono ottenere e
capace, invece, di aprirsi alle idee, alla sensibilità, al desiderio di ascolto
e di riconoscimento dell’altro. È in questo senso che i beni relazionali ri-
chiedono gratuità. Si noti che non si tratta di altruismo, almeno come
spesso questo viene inteso. Talvolta, infatti, la disponibilità al dono ma-
teriale non si accompagna ad altrettanta disponibilità alla comunicazio-
ne interpersonale. Tuttavia, quando la seconda è presente, la prima ne
96
Bene relazionale

costituisce un importante complemento, come testimoniato da molti ca-


si di successo nel difficile business dell’aiuto allo sviluppo.
Se come esempi rilevanti di beni relazionali considerassimo solo il sen-
so di appartenenza ad un gruppo di impegno politico, l’entusiasmo del-
la tifoseria allo stadio, o simili, la conclusione che i beni relazionali so-
no beni non rivali sarebbe praticamente obbligata. Tuttavia esistono al-
tri esempi, che in genere implicano incontri in due o in piccoli gruppi,
in cui i ruoli dei partecipanti sono chiaramente asimmetrici, che porta-
no a conclusioni diverse. Pensiamo ad una persona colpita da un fatto
doloroso. L’attenzione, l’ascolto, la vicinanza ai suoi sentimenti, mani-
festatigli da colleghi e conoscenti nei giorni successivi sono senz’altro
beni relazionali. È chiaro però che la controparte in ciascuno di questi
incontri non sperimenterà gli stessi stati d’animo: mentre quegli prove-
rà un senso di sollievo grazie alla condivisione del suo dolore, questi si
caricherà di un peso. Tra i due si potrà avere comunque una reciproci-
tà di disposizioni favorevoli, per quanto diverse, e l’incontro potrà ave-
re comunque l’effetto di rafforzare il legame dell’uno verso l’altro. Tut-
tavia, il conforto appare piuttosto come un bene privato, consumato da
quel particolare beneficiario; tanto è vero che se a trovarsi in una situa-
zione dolorosa fossero due persone, le risorse di tempo e sforzo dedica-
te da un comune amico a confortare una di esse sarebbero chiaramen-
te indisponibili per fare altrettanto con l’altra. Non per nulla Corneo e
Jeanne (1999, pp. 711-712), a proposito di entità quali ricevere deferen-
za, simpatia, o approvazione, parlano di socially provided private goods,
ossia beni privati forniti dal contesto sociale.
Si noti la diversità tra il livello di analisi (che potremmo definire “mi-
cro-micro”) qui adottato nel discutere di beni relazionali, rispetto al li-
vello “meso” che è tipico della riflessione sul →capitale sociale (in in-
glese social capital), visto come asset di una comunità. Tra i molti aspet-
ti delle interazioni sociali che vengono ricompresi nel capitale sociale (il
rispetto di norme di cooperazione, la fiducia verso gli altri, ecc…), al-
cuni autori includono anche il grado di solidarietà, e ne parlano quindi
come di un bene pubblico. Ciò è giustificato dal fatto che quando si
parla di capitale sociale non si bada né alle relazioni tra particolari sog-
getti, né tantomeno ai singoli incontri tra di essi, ma si guarda più in ge-
nerale alle relazioni tra i membri di quella comunità. Da questo punto
di vista – che potremmo definire: dall’alto, o da lontano – ciò che si ve-
de è che la comunità in questione sta fornendo a se stessa condivisione
e supporto, un ombrello di cui, se anche quello che oggi ne beneficia sei
tu, domani a beneficiarne potrei essere io.

97
Bene relazionale

Oltre che oggetto di riflessioni teoriche, il concetto di bene relazionale


ha iniziato ad essere oggetto anche di analisi empiriche. Tra i risultati
più vistosi vi è quello ottenuto Borzaga e Depedri (2005) su un campio-
ne di operatori del settore dei servizi sociali: variabili indicanti la quan-
tità o la qualità delle relazioni interpersonali intrattenute dai soggetti ri-
sultano avere un effetto statisticamente significativo e quantitativamen-
te rilevante sulla soddisfazione dei lavoratori (effetto positivo) e sulle lo-
ro intenzioni di cambiare posto di lavoro (effetto negativo). Un altro fi-
lone di studi che pure merita almeno un accenno è quello che studia la
dipendenza del benessere soggettivo (o happiness) da variabili relazio-
nali, oltre che economiche. Un risultato ricorrente, ottenuto da vari au-
tori lavorando su basi dati diverse riferite a vari paesi, è anche qui un
effetto positivo e significativo delle relazioni interpersonali (misurate,
ad esempio, con il tempo ad esse dedicato) sul benessere soggettivo (si
veda ad esempio Becchetti et al., 2009).
Dopo aver discusso natura e caratteristiche dei beni relazionali e aver
brevemente dato conto dei tentativi di quantificazione della loro rile-
vanza, ci resta da chiederci quali conseguenze derivino da una loro pre-
sa in più seria considerazione.
Il principale ordine di conseguenze è quello che riguarda le scelte dei
soggetti. Si possono distinguere almeno tre livelli di scelte. Il primo è
quello delle scelte aziendali. Qui la consapevolezza dell’importanza del-
la dimensione relazionale è, seppur ancora insufficiente, decisamente
maggiore che in altri ambiti. Le imprese infatti hanno possibilità e in-
centivo a verificare con una certa accuratezza gli effetti di impostazioni
alternative quanto a: stili di direzione, più o meno capaci di creare iden-
tificazione e coinvolgimento; disegni organizzativi interni, ad esempio
intesi a favorire o a scoraggiare certe forme di interazione tra colleghi;
o anche strategie di rapporto con la clientela. Una prova di questa con-
sapevolezza è il rapido sviluppo di una letteratura di business admini -
stration in cui l’aggettivo “relazionale” ha un ruolo privilegiato (“mar -
keting relazionale”, “capitale relazionale”…).
Il secondo livello è quello delle scelte individuali, o familiari. Qui la
questione è innanzitutto culturale, perché si sente ancora la mancanza
di una griglia concettuale riguardante le relazioni interpersonali che sia
sufficientemente solida e condivisa. In assenza di questa è più difficile
dare ragione a se stessi e ai propri interlocutori di stili di vita che pren-
dano sul serio l’esistenza e la rilevanza dei beni relazionali. Pensiamo a
qualcuno che stia valutando se rinunciare a benefici economici quanti-
ficabili, come un aumento di paga o il possesso di qualche bene tangi-
98
Bene relazionale

bile, per poter mantenere più intense relazioni amicali o associative.


Supponiamo che istintivamente queste ultime pesino di più nella sua bi-
lancia. Egli incontrerà però delle difficoltà nel dare ragione di una scel-
ta in tal senso, prima a se stesso, e poi a familiari o colleghi, perché sta
scambiando qualcosa che chiunque può vedere contro qualcosa che
sfugge largamente agli occhiali della società, che non gode di un pieno
riconoscimento sociale. Potremmo sintetizzare la cosa un po’ brutal-
mente osservando che «le relazioni sociali non fanno PIL».
Il terzo livello è quello delle decisioni pubbliche. L’idea di interventi di-
retti non appare molto promettente, perché in fatto di relazioni inter-
personali l’imposizione di controlli o incentivi diretti rischia di distrug-
gere o di distorcere ciò che vorrebbe ottenere: ad esempio, il semplice
sospetto che dietro la cortesia dei propri interlocutori ci sia l’obiettivo
di percepire un sussidio ne modifica in modo radicale il significato e il
valore. Ciò non implica, però, che alla politica non rimanga una preci-
sa responsabilità: di creare le condizioni perché possa aver luogo in mi-
sura adeguata un’accumulazione di asset relazionali da parte dei cittadi-
ni; o, il che è lo stesso, di evitare che l’organizzazione della società pro-
muova una progressiva decumulazione di tali asset, danneggiando così
un’importante dimensione della qualità della vita individuale e colletti-
va. Un esempio è la messa a disposizione di infrastrutture utili a facili-
tare la vita associativa, o gli sport di squadra o la socializzazione spon-
tanea (un esempio a quest’ultimo riguardo è l’istituzione di zone pedo-
nali nelle città).
Un’altra forma di scelta collettiva che facilita il mantenimento delle re-
lazioni familiari, amicali, associative è la sincronizzazione dei tempi di
vita (orari di lavoro, giornate festive), cosa di cui spesso si vede solo
l’aspetto negativo: l’accrescimento della congestione nelle ore di punta.
Al contrario, la mobilità occupazionale e residenziale, che talvolta vie-
ne esplicitamente incoraggiata in vista di un miglior uso delle risorse la-
vorative e di una più rapida diffusione di conoscenze e informazioni, ha
il difetto di abbreviare la vita utile degli asset relazionali, ovvero, in pa-
role più semplici, di rompere le reti di relazioni preesistenti.
Un ulteriore aspetto della pianificazione urbana molto rilevante in fat-
to di beni relazionali è il disegno della struttura del commercio al det-
taglio. Al di là delle loro inefficienze su altri versanti, i negozi di quar-
tiere hanno il merito di costituire contesti non anonimi che consentono
incontri ripetuti tra un numero non troppo ampio di clienti. Da questo
punto di vista il passaggio a grandi centri commerciali il cui bacino di
attrazione include decine o centinaia di migliaia di persone può com-
99
Bene relazionale

portare delle “perdite in conto capitale” di cui rischiamo di non tenere


minimamente conto, con il rischio di una degradazione del tessuto re-
lazionale, di cui la diffusa solitudine o l’indifferenza dei passanti nei
confronti di persone assaltate per strada sono le manifestazioni più vi-
stose. Ovviamente i negozi di quartiere non sono l’unico luogo d’incon-
tro non anonimo aperto a tutti, ma vi è ancora poca consapevolezza del-
l’importanza che essi siano rimpiazzati da altri luoghi di incontro altret-
tanto efficaci, e si stenta a vedere un esplicito impegno delle ammini-
strazioni pubbliche in tal senso.
Oltre alle conseguenze sul piano delle scelte, vi è un altro ordine di con-
seguenze, che concerne la nostra comprensione di cosa sia il sistema
economico e di quali siano, al suo interno, le logiche di comportamen-
to appropriate. Più precisamente, la presa in considerazione della di-
mensione relazionale porta una nuova attenzione su intenzioni e moti-
vazioni delle azioni. Si tratta di variabili tradizionalmente trascurate
dalla teoria economica, in base ad una descrizione della realtà fattuale
che esagerava il ruolo di mercati organizzati e ignorava la rilevanza del-
le interazioni personalizzate. Se è vero che la qualità della vita (a cui
l’economia contribuisce in modo determinante) dipende in modo signi-
ficativo dalla qualità relazionale degli “incontri” che si svolgono al suo
interno, una visione meramente strumentale dell’azione economica, ol-
tre ad essere discutibile sul piano morale, si rivela poco raccomandabi-
le anche sul più pragmatico piano dell’efficienza.

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BENEDETTO GUI

 Bentham Jeremy
L’antropologia e l’etica filosofica di Jeremy Bentham (1748-1832) si col-
locano agli antipodi dell’economia civile. Bentham ritiene che l’essere
umano sia sottoposto all’edonismo psicologico egoistico: «la natura ha
posto il genere umano sotto il dominio di due supremi padroni: il dolo -
re e il piacere. Spetta ad essi soltanto indicare quel che dovremmo fare,
come anche determinare quel che faremo. Da un lato il criterio di ciò
che è giusto o ingiusto, dall’altro la catena delle cause e degli effetti, so-
no legati al loro trono. Dolore e piacere ci dominano in tutto ciò che
facciamo, in tutto quel che diciamo, in tutto quel che pensiamo: qual-
siasi sforzo possiamo fare per liberarci da tale soggezione non servirà ad
altro che a dimostrarla. A parole si può proclamare di rinnegare il loro
dominio, ma in realtà se ne resta del tutto soggiogati» (Bentham 1998,
p. 89, di seguito IPML). In altri termini, cioè, in ogni sua azione, l’uo-
mo ricerca sempre e comunque come obiettivo principale e primario il
conseguimento del proprio piacere personale: «nessun atto umano è
mai stato, né può mai essere disinteressato» (in A. Goldworth 1983, p.
212). Anche la simpatia e la benevolenza verso l’altro sono mosse dal
piacere personale.
101
Bentham Jeremy

Bentham equipara piacere, bene, vantaggio, beneficio e →felicità, da


una parte, e dolore, danno, male e infelicità, dall’altra e identifica una
realtà intrinsecamente morale che è il piacere: «a prescindere dalle con-
seguenze, ogni specie di piacere, ogni singolo piacere, a qualsiasi specie
appartenga, è buono e atto a venir conseguito» (Bentham 2000, p. 40).
Di per sé, anche il più abominevole piacere ottenuto col crimine an-
drebbe approvato. Tale piacere lo si può anzi considerare spregevole
solo perché si accompagna ad una grande quantità di dolore nelle vitti-
me del crimine stesso.
Bentham, inoltre, suggerisce un metodo (che gli è stato varie volte cri-
ticato) per calcolare il piacere che un’azione può produrre e ritiene che
i piaceri non si distinguano per la loro qualità, bensì solo per la loro
quantità.
Su queste basi Bentham formula poi il «principio di utilità o di massi-
mizzazione dell’utilità», che prescrive di massimizzare il piacere, che
coincide con la felicità, e dunque recita: «la massima felicità per il mag-
gior numero». Per rendere più esplicita l’equivalenza tra felicità e piace-
re il principio è stato in seguito da Bentham rinominato «principio del-
la maggior felicità», il quale afferma che «la maggior felicità di tutti quel-
li il cui interesse è in questione è il giusto e appropriato fine […] dell’agi-
re umano» (nota aggiunta in un’edizione successiva dell’I P M L; nell’edi-
zione italiana è la nota “a” di p. 88). Tale principio ingiunge ad ogni sin-
golo soggetto agente di massimizzare il bene, compiendo l’azione che
produce le migliori conseguenze positive nette, la maggior quantità pos-
sibile di bene con la minor quantità possibile di male. L’utilitarismo ben-
thamiano, cioè, impone la massimizzazione dell’utilità collettiva, perciò
differisce dall’egoismo etico, che invece ingiunge la massimizzazione del-
l’utilità individuale. Con questo principio, dice Bentham, «mi riferisco a
qualsiasi azione, e perciò non solo ogni azione di un privato cittadino,
ma anche ogni provvedimento di governo» (I P M L, p. 90). In tal modo,
Bentham identifica-rimpiazza il bene comune con il bene totale.
Il principio di utilità si accompagna al consequenzialismo: gli atti uma-
ni non hanno una qualità morale intrinseca, bensì ricevono una qualifi-
cazione morale che differisce di volta in volta, a seconda delle conse-
guenze prodotte. Più precisamente, un’azione deve essere preferita sia
alla sua omissione, sia al compimento di azioni alternative, se produce
un bilancio in attivo di conseguenze positive rispetto a quelle negative,
che risulti superiore al saldo prodotto dalla sua omissione o dalle azio-
ni alternative. Ciò equivale a dire che l’inganno fraudolento, la tortura,
la pedofilia, l’assassinio, ecc., non sono atti sempre malvagi, ma posso-
102
Bentham Jeremy

no acquisire di volta in volta in qualificazione morale diversa, in relazio-


ne al bilancio degli effetti prodotti.
Lo stesso discorso consequenzialista vale anche per i moventi dell’azio-
ne: «rispetto alla bontà o alla cattiveria, quel che è vero per ogni altra
cosa che non sia in se stessa dolore o piacere, vale anche per i moventi.
Se sono buoni o cattivi, è solo per i loro effetti: sono buoni per la ten-
denza a produrre piacere, o ad allontanare il dolore; cattivi per la loro
tendenza a produrre dolore o ad allontanare il piacere» (IPML, p. 200).
Così come consequenzialisticamente vanno anche eticamente giudicate
le disposizioni ad agire. Ora, la virtù è appunto una disposizione, dun-
que il suo valore morale è strumentale, risiede nella sua capacità di fa-
vorire la produzione di utilità.
Ma Bentham si avvede che l’utilitarismo universale, che prescrive la
massimizzazione dell’utilità collettiva, rischia di infrangersi contro
l’edonismo psicologico: se io sono sempre, necessariamente e principal-
mente alla ricerca diretta della mia utilità, come posso propormi l’utili-
tà collettiva e come è dunque possibile prescrivermela mediante il prin-
cipio di utilità?
Una prima risposta data da Bentham al problema è fornita dalla teoria
dell’armonia naturale degli interessi. La natura ha fatto sì che l’interes-
se degli altri si identificasse con l’interesse personale. Ad esempio, se
(riprendiamo il famoso esempio di Smith) il macellaio, il panettiere, il
lattaio e il consumatore perseguono il proprio egoismo, ciascuno trarrà
giovamento dall’armonizzazione degli interessi (il macellaio, il panettie-
re e il lattaio avranno il loro guadagno e il consumatore avrà carne, pa-
ne e latte).
Una seconda soluzione è invece quella dell’armonia artificiale degli in-
teressi. Bentham si rende conto, cioè, che non sempre gli interessi e la
felicità di ciascuno coincidono con gli interessi e la felicità degli altri
perché, almeno a volte, per un individuo è molto più vantaggioso incre-
mentare la propria utilità a scapito dell’utilità sociale. Il compito del le-
gislatore è allora utilizzare delle sanzioni e delle pene per rendere svan-
taggioso per il singolo il perseguimento di un’utilità individuale che le-
de quella collettiva, cioè consiste nel far coincidere artificialmente l’uti-
lità propria con quella altrui: per non incorrere nelle sanzioni, per il sin-
golo è vantaggioso rispettare i limiti di velocità, non evadere le tasse,
ecc. Il problema è che anche i governanti, come tutti gli esseri umani,
sono egoisti, dunque sono portati a far prevalere i propri interessi ri-
spetto a quelli collettivi, quando non ci sia una coincidenza naturale.
Bentham risponde allora che i media li denuncerebbero se facessero
103
Bentham Jeremy

prevalere i propri interessi (ma non si pone il problema che i media pos-
sano allearsi col potere).
Infine, va segnalato un passo di Bentham in cui è lumeggiata la natura
relazionale della felicità: «per ogni granello di gioia che seminerai nel
petto di un altro, tu troverai un raccolto nel tuo petto, mentre ogni di-
spiacere che tu toglierai dai pensieri e dai sentimenti di un’altra creatu-
ra sarà sostituito da meravigliosa pace e gioia nel santuario della tua ani-
ma» (Bentham Manuscripts, University College, CLXXIV, 80).

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GIACOMO SAMEK LODOVICI

 Bernardino da Feltre
Bernardino da Feltre, al secolo Martino Tomitano (1439-1494), entrò
nell’Ordine dei Frati minori francescani dopo aver condotto i suoi stu-
di a Padova, iniziando la sua predicazione con un ciclo quaresimale a
Peschiera nel 1471 e divenendo ben presto uno dei più noti predicato-
ri itineranti della fine del Quattrocento. Le sue attività sono note per
merito soprattutto di una biografia redatta da Bernardino Guslino nel
1573 sulla base di un dettagliatissimo diario tenuto da padre Francesco
Canali, che di Bernardino fu dal 1481 compagno e segretario. In una re-
104
Bernardino da Feltre

cente ripubblicazione commentata della biografia del Guslino, si è fat-


to il tentativo di calcolare i chilometri percorsi dal predicatore Bernar-
dino da Feltre tra 1471 e 1494, arrivando alla fantastica cifra di 16.900,
per una media annuale di circa 735 km, a piedi (solo raramente in bar-
ca o su un carro), accompagnato da un mulo che trasportava libri e
qualche effetto personale e da qualche seguace. Le condizioni di viag-
gio all’epoca erano assai impegnative e poiché l’area battuta (si contano
nella biografia di Bernardino 108 città dove è nota la sua presenza)
comprendeva l’Italia settentrionale, inclusi Friuli, Trentino e Liguria, e
quella centrale fino all’Aquila, c’erano da attraversare molti passi, sali-
re e scendere su aspri sentieri, in condizioni di estremo freddo o estre-
ma calura. Nelle città Bernardino incontrava le autorità cittadine, le fol-
le di laici, i religiosi, visitava i malati, le confraternite e anche qualche
selezionato personaggio del luogo. Il suo intento era invariabilmente
quello di pacificare gli animi e sopire i conflitti, ottenendo notevoli suc-
cessi, ma anche qualche rovescio. Erano bersaglio delle sue prediche il
lusso inutile, il gioco d’azzardo, le feste smodate, i divertimenti licenzio-
si, mentre sul lato positivo le prediche di Bernardino erano volte a ri-
chiedere ai cittadini un concorso concreto per costruire una conviven-
za ordinata e caritatevole nelle città, che ponesse rimedio all’aumento
esponenziale di bisognosi e malati che l’ingrandimento delle città por-
tava con sé. L’approccio che la tradizione francescana suggeriva e che
Bernardino sposò toto corde era quello di creare istituzioni, come ospe-
dali, ospizi, ricoveri, confraternite e →Monti di Pietà.
L’opera di predicazione di Bernardino conta oltre 3.600 sermoni, in cui
si manifestava la vasta e varia formazione culturale del frate, per circa
15.000 ore di predicazione. Di questi sermoni, ce ne sono rimasti 120,
in gran parte riferiti all’ultimo periodo della sua vita. In particolare, egli
spese gli ultimi dieci anni a propagandare la creazione dei Monti di Pie-
tà (il primo esemplare venne eretto a Perugia nel 1462), un’istituzione
ideata dai francescani per contrastare l’→usura, che prevedeva la rac-
colta di risorse da privati, attraverso donazioni e lasciti, ma anche il so-
stegno delle autorità cittadine. In questo modo, la città si dotava di un
istituto deputato stabilmente a provvedere alle necessità del credito al
minuto per le classi povere capaci di offrire in garanzia un pegno, il
quale poteva essere riscattato oppure veniva venduto all’asta. Tali isti-
tuzioni creditizie furono le prime ad avere una funzione di pubblica uti-
lità, caricando modesti tassi d’interesse volti a coprire le spese di fun-
zionamento (una pratica riconosciuta, dopo molte dispute, dal Concilio
Lateranense del 1515). Il loro ruolo andò spesso ben al di là di quello
originario, divenendo nei secoli il vero e proprio salvadanaio delle città
105
Bernardino da Feltre

e ammettendo anche depositi ad interesse e attività di prestito non su


pegno. Il primo Monte promosso da Bernardino fu quello di Mantova
nel 1484, che gli costò tre mesi di prediche sul tema e molti sforzi. Se-
guì poi quello di Parma nel 1487, una piazza dove aveva cominciato a
predicare nel 1485, che dimostrò inizialmente molta freddezza, per poi
alla fine cedere all’eloquenza del frate. Il successivo tentativo di fonda-
re un Monte a Firenze terminò con un insuccesso segnato anche da tu-
multi (a Firenze il Monte sarà fondato dopo la morte di Bernardino nel
1496 all’epoca di Savonarola). Il terzo Monte bernardiniano fu quello
di Lucca nel 1488, anche lì fondato dopo non poche resistenze da par-
te di mercanti locali, che avevano persino mobilitato contro Bernardi-
no un teologo che aveva bollato Bernardino come «homo idiota, senza
lettere e senza conscienza». Poi fu la volta di Piacenza (1490), Padova
e Faenza (1491) e infine Pavia (1494), ma molti altri furono i Monti già
esistenti da lui resi attivi o rafforzati durante i suoi soggiorni.
Come esempio degli argomenti che Bernardino da Feltre usava nelle sue
prediche a favore dell’erezione dei Monti di Pietà, si prenda uno dei suoi
ultimi sermoni De monte pietatis, pronunciato a Pavia nel 1493, il merco-
ledì dopo l’ottava di Pasqua. In esso, Bernardino intendeva dimostrare la
superiorità dell’istituzione Monte rispetto all’elemosina nel contrastare
l’usura ed offrire aiuto a chi ne era alla ricerca. Fra gli argomenti che il
frate proponeva ai suoi ascoltatori i più forti sono i seguenti. Il primo ad
essere offerto è l’argomento della superiorità di un’→istituzione a cui
molti contribuiscono, anche se in piccola misura, rispetto all’iniziativa di
singoli. Il latino italianizzato del sermone porta begli esempi in proposi-
to: «Si bene unum granum milij non implet saccum, tamen tantum pos-
sent multiplicari quod. Et quod non prosunt singula, cuncta juvant. Za
che un filo ita subtile non teneret bovem aut equum furiosum; tamen tot
possent poni simul che tiraria una montagna a terra». Il concorso di mol-
ti contributi permette dunque di ottenere ciò che i singoli contributi non
riescono a rendere fattibile. Il secondo è l’argomento “pluralitatis”. Il
Monte, diversamente dall’elemosina, è in grado non solo di sovvenire
molti contemporaneamente, ma per bisogni diversi e su un arco tempo-
rale protratto. Il terzo è l’argomento “sanctitatis”, caro ai francescani: il
contributo al Monte serve per realizzare le opere di misericordia elenca-
te nel Vangelo e dunque è come aiutare Gesù stesso, il che assicura il Pa-
radiso ancor più direttamente che contribuire all’edificazione e all’orna-
mento di una Chiesa. Infine, avere un Monte significa «adiuvare rem pu-
blicam, bonum commune», anche al prezzo di danneggiare qualche pri-
vato (Bernardino si riferisce agli ebrei e a quei ricchi mercanti, che erano
quelli che avversavano la creazione dei Monti), puntando così al ricono-
106
Bernardino da Siena

scimento che il vantaggio individuale deve essere subordinato a quello


comune. E avere una comunità coesa e ben ordinata è un bene superio-
re, che anche i ricchi devono volere, non solo per la salvezza dell’anima,
ma per la prosperità e la sicurezza delle loro città.
Bernardino fu di complessione fisica piccola e magra e di salute molto
cagionevole, ma questo non gli impedì di essere attivo e mobile nel mo-
do sopra illustrato; la sua presenza nelle città veniva reclamata a gran
voce da coloro che desideravano essere rafforzati nell’intento di rende-
re più umana la convivenza, perché essi sapevano che il frate non con-
tava solo sulle sue capacità retoriche e sulla sua ispirazione religiosa, ma
era disponibile ad interessarsi attivamente alle vicende dei vari luoghi,
trattando pubblicamente i problemi ed offrendo soluzioni mirate alle
situazioni concrete. Quando poi Bernardino vedeva che la sua audien-
ce non era disponibile ad accogliere la sua predicazione, preferiva an-
darsene per destinare il suo tempo a chi aveva la giusta disposizione al-
l’ascolto. Un insegnamento, anche questo, che resta imperituro.

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VERA ZAMAGNI

 Bernardino da Siena
Sfera etica e sfera economica risultano fortemente connesse tanto nel-
l’agire dell’uomo medievale come nella riflessione applicata a forme ed
aspetti delle attività commerciali. Il pensiero economico è maturato nei
secoli del medioevo grazie alle riflessioni e agli apporti di uomini di Chie-
sa come Pietro di Giovanni Olivi o Bernardino da Siena. Quest’ultimo,
107
Bernardino da Siena

nato a Massa Marittima nel 1380 dalla nobile famiglia degli Albizzeschi,
entrò a 22 anni nell’Ordine dei Frati minori per aderire dopo breve tem-
po all’Osservanza, movimento iniziato verso il 1368 e caratterizzato da
una rigorosa adesione alla regola francescana e da una rigida interpreta-
zione del voto di povertà. Dotato di vasta cultura che spaziava dai Padri
della Chiesa agli scrittori ecclesiastici contemporanei, conosceva bene le
posizioni di uomini come Iacopone da Todi o Ubertino da Casale consi-
derati con sospetto per talune posizioni mistiche ed ascetiche.
Iniziò a predicare nel 1405 e predicò instancabilmente in numerosissi-
me piazze dell’Italia centro-settentrionale, dalla Liguria al Veneto, dal
Piemonte alle Marche, dall’Umbria al Lazio. Nel corso della sua attivi-
tà omiletica si occupò più che dei grandi problemi teologici ed ecclesio-
logici di molti aspetti concreti della vita di quegli uomini e di quelle
donne che accorrevano numerosissimi ad udirlo. Ebbe molto successo
ma incontrò anche vivaci opposizioni. A creargli difficoltà fu la con-
trapposizione fra Osservanti e Conventuali all’interno della quale Ber-
nardino, Osservante, cercò di muoversi con equilibrio e prudenza, do-
ti non da tutti apprezzate. Gli valse poi accuse di eresia il suo proporre
al pubblico il noto trigramma IHS, di sua invenzione, che indicava il
nome di Gesù e doveva servire a stimolare l’attenzione e la devozione.
Le sue idee in campo economico-sociale sono da alcuni decenni al centro
dell’interesse degli studiosi dopo un lungo periodo di scarsa attenzione
per questo importante ed originale aspetto del suo pensiero. Anche in
ambito etico-economico a caratterizzare il suo pensiero furono la concre-
tezza e l’equilibrio. Le sue posizioni si collocano sulla scia della sensibili-
tà e delle ideazioni dello stesso Francesco, vissuto nell’Italia della piena
esperienza comunale e dell’altrettanto piena esperienza mercantile, ambi-
to dal quale egli stesso proveniva come peraltro molti dei suoi seguaci, in-
terpretate alla luce delle esigenze dei nuovi tempi. Francesco maturò un
pensiero sulla ricchezza e sulla povertà originale e duttile al centro del
quale stava l’idea che il denaro non è in sé né buono né cattivo ma che
tutto dipende dall’uso che se ne fa. In un’epoca di vertiginosi scambi e di
innovative pratiche economiche la posizione di Francesco mostrò tutta la
sua potenzialità con un suo successore, Pietro di Giovanni Olivi al quale
si deve la prima definizione di capitale come denaro speciale, dotato di
una peculiare seminalità. In quanto votato agli affari e quindi a generare
altro denaro, il capitale ha in sé, nella concezione dell’Olivi, «la virtuale
possibilità di un guadagno» e dunque in caso di restituzione ciò legitti-
mava la richiesta non solo del semplice valore della moneta ma anche di
un →valore aggiunto. Una interpretazione del genere collocata all’inter-
108
Bernardino da Siena

no del dibattito sull’→usura era destinata a produrre esiti importanti e


ciò nel periodo nel quale in ambito ecclesiastico si stavano elaborando ti-
toli giustificativi di una restituzione maggiorata in caso di prestito.
Bernardino da Siena intervenne con concretezza ed equilibrio ma anche
con coraggio e lungimiranza in questa delicata materia a oltre un secolo
di distanza dall’Olivi. Il pensiero economico di Bernardino, ormai rico-
nosciuto come uno dei più importanti economisti del Quattrocento, ha
trovato espressione nella raccolta di sermoni De contractibus et usuris
(nella quale Pietro di Giovanni Olivi risulta citatissimo) che è un vero e
proprio trattato etico-economico scritto in latino (Sermones XXXII-XLV.
De contractibus et usuris, in Bernardinus Senensis, Quadragesimale de
evangelio aeterno, in O p e r a, vol. IV, Firenze 1956) ma anche in una serie
di prediche in volgare che risalgono agli anni 1425-1427. Nel corso del-
le sue prediche, di straordinaria efficacia e di sicura presa sul pubblico,
non esitò ad affrontare, oltre a questioni relative alla vita familiare ed a
quella sociale – soffermandosi ad esempio a trattare con veemenza il
drammatico argomento delle divisioni cittadine in fazioni – i temi del
prestito e delle usure senza ignorare anche la questione costituita dalla
attività feneratizia ebraica. Come è noto a partire dal secondo Duecento
moltissimi Comuni stipularono accordi con i prestatori ebrei, le cosid-
dette condotte, per regolamentare l’attività di anticipazione del denaro
affidata con delega pubblica agli ebrei. Nel trattato sui contratti e le usu-
re, costituito da 14 sermoni che riguardavano altrettanti temi, Bernardi-
no affronta argomenti quali la vendita a termine, i contratti di soccida, il
prestito pubblico e ovviamente le molteplici forme dell’usura.
Anche Bernardino, come l’Olivi, ha parlato di capitale riferendosi al de-
naro destinato alle transazioni economiche che, se volte al bene pubbli-
co, ad assicurare cioè benessere alle città e non solo al singolo “capita-
lista”, erano da lui giudicate di rilevanza vitale. La circolazione di dena-
ro e di merci è stata da lui paragonata per importanza alla circolazione
del sangue in un organismo o della linfa in una pianta. La nocività si re-
gistrava in quei comportamenti economici nei quali un dei contraenti
traeva profitto economico senza investimento reale, senza rischio, sen-
za lavoro e senza vantaggio generale.
Affrontando questi temi nelle piazze Bernardino contribuì alla costru-
zione di una sensibilità comune incidendo sulla mentalità diffusa e po-
polarizzando idee e posizioni che da tempo circolavano all’interno del-
l’Ordine francescano e non solo di esso. La sua teoria economica, che ha
trovato espressione nell’esame di contratti, nella riflessione sulla forma-
zione dei prezzi o sulla figura del mercante distinto dall’usuraio, tratta-
109
Bernardino da Siena

va con coraggio temi delicati che stavano a cuore agli uomini del primo
XV secolo alle prese con concrete necessità da armonizzare con le esi-
genze morali. Bernardino fornì un’utile chiave per capire come collocar-
si ed operare all’interno del mondo degli affari per conciliare interessi
terreni ed ultraterreni evitando, come già Francesco, di indicare nel de-
naro o nell’attività economica, un pericolo ma considerandolo un mez-
zo in sé neutro. La ricchezza, tutt’altro che inevitabile ostacolo al bene,
poteva essere un mezzo per realizzare comportamenti virtuosi. Se i traf-
fici, con annesso guadagno onesto e misurato per chi li conduceva, con-
tribuivano al →bene comune erano valutati positivamente diversamente
dall’accumulo sterile della ricchezza o dallo spreco. Quest’ultimo pren-
deva frequentemente forma, negli ultimi secoli del Medioevo nella pas-
sione per il lusso di molti uomini e donne che spendevano consistenti
somme di denaro in abiti ed ornamenti. Ciò comportava l’immobilizza-
zione in sete e perle di ingenti capitali che avrebbero potuto essere im-
piegati più utilmente per aiutare i meno abbienti e per animare i com-
merci. Di ciò Bernardino si è occupato in più occasioni e in particolare
nel corso del ciclo di prediche che tenne a Siena nel 1427 ne ha parlato
in una predica, la XXXVII, che è un autentico capolavoro per comple-
tezza di argomenti ed efficacia oratoria. In essa ha ordinatamente espo-
sto le innumerevoli ragioni in base alle quali ci si doveva guardare dalle
lusinghe delle vanità. Una di esse era costituita dalla sottrazione di risor-
se ad un uso più avveduto rappresentato dai commerci. I denari spesi in
pellicce e gioielli erano da lui definiti morti proprio in quanto non inve-
stiti in proficui usi mercantili. Bisognava però imparare a distinguere i
mercanti utili dagli autentici profittatori “traditori del prossimo”: anche
a questo serviva la predicazione di Bernardino la cui familiarità con i te-
mi economici è dimostrata anche dal frequente ricorso a metafore e a
formule proprie al mondo mercantile: un modo per farsi capire, per in-
teressare il pubblico, per misurarsi con una realtà che rischiava di sfug-
gire al controllo morale e per condizionarla dall’interno.
Predicò fino a pochi giorni prima della sua morte che intervenne al-
l’Aquila il 20 maggio del 1444. Sei anni dopo venne proclamato santo.

BIBL. - Bernardino da Siena (1989), Prediche Volgari sul Campo di Siena


1427, 2 voll., a cura di C. Delcorno, Milano.
Bernardino predicatore nella società del suo tempo (1976), Centro Studi
sulla spiritualità medievale, Todi.
De Roover R. (1967), S. Bernardino of Siena and S. Antonino of Floren -
ce. Two Great Economic Thinkers of the Middle Ages, Boston.
110
Bilanci di giustizia

Mormando F. (1999), The Preacher’s Demons: Bernardino of Siena and


the Social Underworld of Early Renaissance Italy, Chicago.
Todeschini G. (1994), Il prezzo della salvezza. Lessici medievali del pen -
siero economico, Roma.

MARIA GIUSEPPINA MUZZARELLI

 Bilanci di giustizia
La critica ad un modello di sviluppo economico all’interno del quale
una piccola minoranza ricca, possiede e consuma la stragrande maggio-
ranza del reddito e delle risorse a scapito di milioni di poveri sparsi in
tutto il mondo, è stato il punto di partenza della relazione del missiona-
rio comboniano padre Alex Zanotelli durante l’incontro di Verona del
movimento «Beati i Costruttori di Pace» nel 1993. È sulla scia di que-
sta severa denuncia che viene a costituirsi una fra le più autentiche e ra-
dicali esperienze di consumo critico italiano: nel 1994 un gruppo di fa-
miglie trentine risponde a questo appello inaugurando la campagna Bi -
lanci di Giustizia.
Interrogandosi circa l’assunzione di consapevolezza riguardo le respon-
sabilità di cui ogni singolo consumatore è titolare all’intero del sistema
economico globale, sorge la necessità di promuovere un impegno im-
mediato e pro-attivo teso a contrastare le ingiustizie economiche. Que-
st’ultime, sovente considerate quali problematiche astratte e lontane
dall’esperienza del vivere quotidiano, se analizzate in maniera corretta
mostrano con chiarezza uno stretto rapporto in relazione alle modalità
di consumo che caratterizzano quotidianamente le scelte d’acquisto di
ogni singolo soggetto economico.
In quest’ottica la campagna Bilanci di Giustizia è correttamente inqua-
drabile come una particolare articolazione della più ampia corrente del
consumo critico, mediante la quale gruppi di consumatori eticamente
orientati colgono l’occasione per tornare a ridiventare veri protagonisti
del sistema economico, orientando le proprie scelte di consumo secon-
do criteri di consapevolezza e responsabilità, indirizzando così il siste-
ma socio-economico verso auspicabili obiettivi di giustizia ed equità.
Bilanci di Giustizia è una campagna animata da famiglie che esprimono
il desiderio di monitorare sistematicamente i propri consumi, con lo
scopo di indirizzarli verso scelte eticamente orientate.
111
Bilanci di giustizia

Al fine di perseguire tale obiettivo, questa specifica esperienza di con-


sumo critico si distingue per il particolare strumento di monitoraggio
dei consumi, caratterizzato da una duplice vocazione. In primo luogo,
la campagna Bilanci di Giustizia si distingue per il suo spiccato approc-
cio di natura statistico-quantitativo: le famiglie aderenti alla campagna,
compilano mensilmente – con relative schede di riepilogo a scadenza
annuale, regolarmente inviate al comitato di coordinamento – un vero
e proprio bilancio consuntivo riguardante i consumi familiari. Caratte-
rizzato dalla sua forma particolarmente dettagliata e strutturata, esso ri-
guarda le differenti tipologie di consumi, raggruppati per macro aree
omogenee: alimentari, abbigliamento, trasporti e utenze, servizi e salu-
te, cultura, viaggi e tempo libero.
Contestualmente a questo primo livello di rilevazione a vocazione spic-
catamente quantitativa e descrittiva, si innesta l’orizzonte qualitativo
che caratterizza l’iniziativa di monitoraggio dei consumi proposta da Bi -
lanci di Giustizia. All’intero di questi particolari bilanci familiari, i bi -
lancisti distinguono classificando i consumi presso due sezioni distinte
per ogni voce: la prima è quella dei consumi usuali, la seconda si riferi-
sce ai consumi spostati ovvero frutto di una scelta di acquisto compiuta
secondo canoni di eticità, solidarietà e sostenibilità ambientale. L’obiet-
tivo di ogni bilancista risiede nell’incremento, mese dopo mese, dell’im-
porto conseguito presso la colonna consumi spostati a scapito dei con-
sumi inseriti nella sezione consumi usuali, che si caratterizzano per la lo-
ro – indesiderabile – conformità ai canoni proposti dal modello di svi-
luppo economico capitalistico. Si tratta quindi di preferire l’acquisto di
alimenti biologici da produttori locali, sposare l’opzione del commercio
equo e solidale, usufruire dei trasporti pubblici, affidare il proprio ri-
sparmio a cooperative e/o banche [Banca Etica] che forniscano garan-
zie di un impiego virtuoso del denaro affidatogli.
Poiché non può esistere una rigida ed univoca definizione dei criteri di
eticità e sostenibilità, applicabile correttamente all’universalità delle fat-
tispecie, il discernimento riguardo la classificazione di un consumo co-
me spostato, viene maturato all’interno della riflessione di ogni singolo
nucleo familiare e confrontato con gli aderenti al gruppo locale.
In molti casi, spostare un consumo è sinonimo di ridurre, distinguendo
tra beni necessari e beni superflui, al fine di solidarizzare attivamente e
concretamente con la maggioranza della popolazione mondiale che su-
bisce le dinamiche di Æpovertà causate dal modello di sviluppo econo-
mico occidentale: si tratta di risparmiare risorse da destinarsi a proget-
ti di solidarietà sociale o cooperazione internazionale allo sviluppo.
112
Bilanci di giustizia

In concerto con l’attitudine a spostare e ridurre i consumi, il terzo cano-


ne che caratterizza Bilanci di Giustizia consta nel porre enfasi sulle atti-
vità di autoproduzione, sia in ottica di risparmio monetario, sia soprattut-
to in ottica re l a z i o n a l e.Lacondivisione delle scelte, il passaggio di infor-
mazioni, assistenza e la fiducia reciproca, sono tutte caratteristiche crea-
trici di →v a l o re aggiunto relazionale: reti di famiglie capaci di aprirsi a
favore della comunità – animati dal principio del →dono, →reciprocità
e →gratuità – sono in grado di fornire una efficace ed efficiente alterna-
tiva all’approccio mercantilista ai servizi di cura alla persona, implicante
la disumana monetizzazione di qualsivoglia rapporto sociale.
Il bilancio mensile, nella sua parte monetaria, si caratterizza prevalente-
mente per la sua natura spiccatamente descrittiva tesa a monitorare le di-
namiche di spostamento dei consumi. A questa parte monetaria si ag-
giunge la definizione di un obiettivo di cambiamento nei consumi scelto
autonomamente da ciascun nucleo familiare. Al fine di fornire alla fami-
glia uno strumento di misura rigoroso, utile a stilizzare l’effettivo stile di
consumo praticato, il bilancio mensile si propone come una mappa sul-
la quale impostare il percorso di maturazione verso un paradigma di
consumo compatibile con istanze di solidarietà e giustizia economica.
Specularmene, la scheda annuale (introdotta a partire dal 1996), si ca-
ratterizza per il suo orizzonte d’analisi spiccatamente qualitativo, orien-
tato al monitoraggio della composizione dei nuclei aderenti, dei consu-
mi energetici, degli impegni finanziari e all’autovalutazione della quali-
tà della vita delle famiglie che partecipano alla campagna. Gli indicato-
ri adottati tendono a valutare la qualità della vita percepita in relazione
ai cambiamenti nei consumi attuati, la qualità delle relazioni sociali
nonché la soddisfazione rispetto la gestione del tempo libero.
La scheda annuale si propone quindi come un’occasione di riflessione
e confronto all’interno delle famiglie e dei nuclei locali. Non a caso i bi -
lancisti operano secondo uno schema a rete ed ogni anno organizzano
un convegno a livello nazionale.
Concentrate principalmente nel nord Italia, sono più di 800 le famiglie
che hanno aderito alla campagna. Sebbene il turn-over sia considerevo-
le, le famiglie che rinunciano al proprio impegno presso il nucleo atti-
vo della campagna, nella stragrande maggioranza dei casi restano co-
munque saldamente ancorate ai principi generali che la animano.
Durante il convegno annuale, importante occasione di riflessione e con-
fronto comunitario, vengono esposte le analisi scaturite dall’elaborazio-
ne delle copie dei bilanci che le famiglie aderenti fanno pervenire men-
silmente al coordinamento della campagna. Lo spirito delle elaborazio-
113
Bilanci di giustizia

ni statistiche, applicate ai bilanci familiari eticamente orientati, riveste


un ruolo fondamentale all’interno della mission della campagna.
Assumendo l’opzione secondo la quale i livelli di benessere, sia indivi-
duale che collettivo, non possono essere adeguatamente misurati esclu-
sivamente attraverso il reddito o la quantità di beni consumati, bensì in-
troducendo importanti fattori riguardanti la qualità dei rapporti sociali
e all’impiego del proprio tempo libero [Happiness Paradox], la scom-
messa dei bilancisti consiste nel dimostrare come l’orientarsi verso un
sistema socio-economico improntato a canoni di →fraternità e sobrietà
– sia nel produrre che nel consumare – non comporti assolutamente un
degrado del livello di soddisfazione percepita, bensì si accompagni ad
un incremento della qualità della vita.
Analizzando sistematicamente i dati raccolti all’interno della campagna
Bilanci di Giustizia, comparandoli successivamente alle elaborazioni
rappresentative fornite da ISTAT, emerge chiaramente una correlazio-
ne positiva fra riduzione/spostamento dei consumi e relativo incremen-
to del livello di benessere percepito dai consumatori eticamente sensi-
bili che le praticano. La scommessa civile di questa particolare esperien-
za di vivere la dimensione economica, risiede esattamente nel testimo-
niare e dimostrare che la transizione verso un sistema socio-economico
volto a criteri di sobrietà e solidarietà, si accompagna ad una maggiore
qualità della vita: l’obiettivo è quello di far emergere come la ricerca di
giustizia economica ed ambientale, non siano affatto incompatibili con
il benessere del singolo, bensì rappresentano aspetti strettamente com-
plementari. I Bilanci di Giustizia si propongono dunque come “mino-
ranza profetica”, testimonianza attiva di uno stile economico più civile,
materialmente più parsimonioso ma socialmente e relazionalmente
[→beni relazionali] molto più ricco ed articolato, lungi dalle contraddi-
zioni dell’opulenta ma anestetizzata società dei consumi.

BIBL. - Guadagnucci L. (2007), Il Nuovo Mutualismo, Feltrinelli, Milano.


Saroldi A. (2003), Consumo Critico, in «Aggiornamenti Sociali», vol.
11/2003, pp. 747-750.
Valer A. (19992), Bilanci di Giustizia, EMI, Bologna.
Bilanci di Giustizia <http://www.bilancidigiustizia.it/>

TOMMASO REGGIANI

114
Bilancio multidimensionale

 Bilancio multidimensionale
Possiamo definire multidimensionale un risultato di un’organizzazione
caratterizzato dalla presenza di componenti misurabili economicamen-
te e componenti misurabili con unità di misura non finanziarie.
La teoria della creazione del valore evidenzia che, ad ogni processo eco-
nomico si accompagnano, in modo più o meno intenzionale, risultati
economici e risultati di natura non strettamente economica ai quali so-
no associati anche quegli stessi risultati a impatto economico, ma non
finanziariamente misurabili (o misurabili esclusivamente dal punto di
vista finanziario).
Sono risultati talora funzionali e intenzionalmente espressi nella strate-
gia aziendale e in relazione alle esigenze degli stakeholder, talora com-
presenti inaspettatamente ad effetto più della dimensione culturale del-
l’organizzazione che della pianificazione degli obiettivi a breve o medio
termine.
È nell’analisi delle potenzialità che è stato possibile rendersi conto che
agli indicatori tradizionali legati alle performance economico-finanzia-
rie ed espresse nel bilancio contabile mancavano le informazioni utili ad
esprimere il vero valore dell’impresa, le risorse di competitività, la ca-
pacità di sopravvivenza, informazioni che possono essere fornite, inve-
ce, da aspetti intangibili come il knowhow sviluppato dall’impresa,
piuttosto che la rete fiduciaria con i fornitori, l’effetto del marchio o del
brand. Sono proprio tali informazioni che giungono a codificare diver-
samente valore di mercato e valore contabile della stessa impresa.
L’integrazione tra processi interni e processi esterni in un quadro stra-
tegico coerente e unitario, a partire dai punti di forza e con l’obiettivo
di misurare tutte le conseguenze con una logica di risultato è il percor-
so che la Balanced Scorecard propone, a partire dal 1992, per offrire al
management una prospettiva di crescita di lungo periodo coerente con
gli obiettivi a breve e medio termine.
Si tratta di un sistema di analisi e reporting utile a identificare, monito-
rare e controllare gli obiettivi strategici di un’organizzazione e le perfor-
mance dei manager che la guidano, attraverso un set di misure che fa ri-
ferimento a più dimensioni (economico-finanziari, di mercato, di pro-
cesso e produttività, di innovazione e sviluppo). Si garantisce così un al-
lineamento tra obiettivi aziendali e obiettivi individuali, facilitando il
confronto tra gli stessi e le prestazioni manageriali o di area. La logica
della Balance Scorecard, che ha il pregio di aver complicato e arricchi-
115
Bilancio multidimensionale

to lo sguardo sulle performance aziendali, rimane comunque una logi-


ca di controllo funzionale univocamente al miglioramento dell’efficien-
za economica dell’organizzazione.
Negli stessi anni, in cui veniva elaborata la Balanced Scorecard, un al-
tro strumento che ha sostenuto la diffusione di un approccio multidi-
mensionale nella considerazione del valore d’impresa è il Bilancio degli
Intangibili. Tecnicamente è il documento nel quale sono elencati e mi-
surati gli asset non finanziari dell’azienda – come i brevetti, le risorse
umane, il knowhow, il tasso di soddisfazione dei clienti e il loro tasso di
lealtà, il valore della raccolta per le banche e quello del portafoglio pre-
mi per le compagnie assicurative. Può accompagnare o essere incluso
nel →Bilancio Sociale, qualora consideri gli asset più dal punto di vista
dello stakeholder, secondo una chiave relazionale, in ogni caso permet-
te di dare nome e talora misurabilità numerica sotto forma di indicato-
ri a molteplici dimensioni.
Questa chiave di relazionalità può costituire per le imprese dell’economia
civile un approccio pienamente coerente con le radici e la cultura che le
caratterizzano, se è vero che il processo di creazione di valore si connota
in modo particolare dalla dimensione di “legame”, vale a dire dalla con-
siderazione di un insieme di rapporti. La chiave multidimensionale può
aiutare a razionalizzare e valorizzare la dimensione relazionale, rileggen-
do alla luce di essa la complessità e l’interezza del valore prodotto.
Nell’adozione di uno strumento, sia esso la Balance Scorecard, il Bilan-
cio degli Intangibili o lo stesso Bilancio Sociale, il passo utile e delicato
per le organizzazioni, che non hanno la priorità esclusiva del profitto, è
di adottare una logica orientata non tanto all’interesse economico-finan-
ziario degli azionisti ma ad un interesse collettivo, al “→bene comune”.
Un altro esempio di implementazione di una strategia e di un bilancio
multidimensionale è dato dal metodo RainbowScore®, che nell’ottica di
dare spazio e nome alla diverse forma di valore prodotte e fruite all’inter-
no di un’organizzazione, propone di utilizzare sette dimensioni sia in fa-
se strategica che nell’analisi e nella rendicontazione del valore, conside-
rando una molteplicità di punti di vista in base agli stakeholder coinvolti.
Si tratta di un percorso che utilizza in parte strumenti contabili – e il bi-
lancio di esercizio ne è una parte – in parte modalità descrittive e di
analisi qualitativa per evidenziare le componenti del valore aggiunto
che nel bilancio economico tradizionale non trovano posto esplicito.
A titolo di esempio le dimensioni a cui si fa riferimento sono:
Capitale economico, riguarda i temi economico-finanziari, i cui risultati
rappresentano in ogni caso una cartina tornasole sulla salute dell’orga-
116
Bilancio multidimensionale

nizzazione e sulle sue possibilità di futuro. Include i dati relativi alla ca-
pacità di creare nuovi posti di lavoro – e di conservarli in momenti di
difficoltà di mercato –, così come le modalità di gratificazione e soddi-
sfazione delle diverse tipologie di esigenza dei lavoratori, sia monetarie
che non monetarie.
Nelle imprese dell’economia civile un elemento di analisi certamente
caratterizzante è la diffusione della cultura del →dono all’interno del-
l’organizzazione, mediante le più varie forme di solidarietà interna ed
esterna attraverso cui si manifesta.
Capitale relazionale, ossia il prodotto delle relazioni con tutti i soggetti
interni ed esterni che hanno a che fare con essa per motivi produttivi –
clienti, fornitori, aziende partner, lavoratori… – istituzionali – associa-
zioni di categoria, Pubblica Amministrazione, società civile nei suoi
rappresentanti – e sociali – associazioni, comunità locale.
Cultura ed →etica aziendale, l’insieme tacito o esplicito di valori e ap-
procci che guidano scelte e comportamenti, la cui consapevolezza per-
mette anche una sua verifica sia normativa – come sembra emergere
dall’adozione dei codici etici – sia in termini di assimilazione di valori
dichiarati e desiderati che rendono l’organizzazione coerente e piena-
mente efficace.
Qualità socio ambientale, come qualità nella relazione tra le persone e con
l’ambiente sociale e naturale, includendo così il tema delicato del clima
dell’ambiente di lavoro e quello urgente dell’ecologia. Porta con sé la pos-
sibilità di riflettere e condividere su un tema prezioso per le imprese del-
l’economia civile, ovvero la fiducia, componente chiave delle relazioni tra
le persone e con il contesto. In questo senso si pone un tema di investi-
mento in →capitale sociale che possa produrre effetti positivi sia all’inter-
no dell’organizzazione che nelle reti esterne alle quali essa è collegata.
Capitale umano, indubbiamente uno dei fattori più rilevanti per il suc-
cesso aziendale, nelle sue forme organizzative ed espressive. In primis
infatti la forma secondo cui opera l’organizzazione, la sua dimensione
infrastrutturale, i processi e le modalità di funzionamento, le dinamiche
strutturali esigono una intenzionalità esplicita e agita anche nelle picco-
le dimensioni: la descrizione dei processi organizzativi, il superamento
della spontanea informale presa in carico per una esplicita responsabi-
lizzazione, la condivisione di processi decisionali e di valutazione sono
alcune tappe di investimento, indicatori del livello di sviluppo consape-
vole dell’organizzazione.
Capitale intellettuale, che include l’insieme delle conoscenze e del kno -
whow delle persone che vi operano, insieme alla loro possibilità e capa-
117
Bilancio multidimensionale

cità di crescere, innovare, sviluppare talenti e risorse. Come tale si inte-


gra fortemente con la dimensione del capitale umano, non solo nell’in-
sieme di competenze e saperi delle persone, ma anche nella dimensio-
ne gestionale del personale nella misura in cui si mettono in atto pro-
cessi intenzionali di formazione, ricerca, innovazione.
Comunicazione, sia essa interna o esterna, considerandola nel suo signi-
ficato etimologico del termine “comunicare”, che significa mettere in
comune, e che certamente rimanda non solo alla dimensione informati-
va a cui il processo di comunicazione sembra talvolta sovrapporsi.
Un approccio multidimensionale alla vita delle organizzazioni, qualsia-
si sia lo strumento o il percorso che si scelga, è indispensabile qualora
si concepisca e si ritenga opportuno dare spazio ai processi relazionali
e sociali, che al loro interno prendono forma e facilitano, o ostacolano
il raggiungimento degli obiettivi economici, perché dietro ad ogni indi-
catore, ad ogni azione, ad ogni prodotto c’è una storia di esperienze, un
tessuto di relazioni, un legame positivo o faticoso tra persone. La sfida,
per un’economia che vuole dare piena dignità ed espressione ad ogni
persona, può essere quella di lasciare spazio narrativo alle esperienze e
ai risultati di ciascuno, per valutare pienamente tutte le forme di valore
sviluppate o deturpate dall’attività d’impresa.

BIBL. - Baldarelli M.G. - Vignini S. (2003), La mission, l’etica, il profit -


to e la solidarietà quale azienda per quale sviluppo, in Boari C. (a cu-
ra di), L’impresa tra 20 anni, Carocci, Roma.
D’Egidio F. (2001), Il Bilancio dell’intangibile, Franco Angeli, Milano.
Golin E. - Parolin G. (2003), Per un’impresa a più dimensioni. Strategia
e bilancio secondo il metodo RainbowScore, Città Nuova, Roma.
Kaplan R.S. - Norton D.P. (1996), The Balanced Scorecard, Harvard Bu-
siness School Press.

GIAMPIETRO PAROLIN

 Bilancio sociale
Nell’accezione comune per bilancio si intende un “documento struttu-
rato”, tipicamente di natura contabile, che un’azienda presenta alla fi-
ne dell’esercizio e che rendiconta, in maniera sintetica e mediante l’ado-
118
Bilancio sociale

zione di precisi principi contabili, i risultati ottenuti. Il bilancio è, dun-


que, uno strumento di rendicontazione. La qualifica di sociale, aggiun-
ta al termine bilancio, segnala che esso non ha la valenza “economica”
del bilancio tradizionale. Per mezzo del bilancio sociale, infatti, si vuol
“misurare” ex post non le ricadute economiche della gestione, bensì
quelle sociali, per dare spessore e contenuto ai risultati economici.
Per meglio chiarire cosa si intenda per “bilancio sociale” è utile fare ri-
ferimento ad una serie di componenti.
Il primo riguarda la tipologia di ente che decide di rendicontare social -
mente. La rendicontazione sociale dell’attività svolta dall’ente, infatti, è
legata alla sua missione e alla operatività, elementi sostanzialmente di-
versi a seconda della natura dell’ente.
Un altro elemento da considerare è il momento storico o contingente. La
finalità della rendicontazione sociale cambia nel tempo a seconda del
momento politico, sociale, economico e culturale che l’ente si trova ad
affrontare, dal momento che ciò che si rende necessario rendicontare
socialmente in un periodo diventa superfluo in un altro e viceversa.
Il bilancio sociale, poi, varia a seconda dei soggetti attori dell’iniziativa
e dei destinatari della stessa (→stakeholder).
In ultimo, fondamentale è anche la valenza che si vuol attribuire alla
rendicontazione: se solo sistema di rendicontazione o anche sistema di
ascolto e di relazione.
Il tema del bilancio sociale è stato soggetto ad un processo di evoluzione
assolutamente eterogeneo nel tempo nei vari paesi. Tuttavia, nonostante
ciò, è possibile individuare, nel suddetto processo, cinque stagioni.
La prima va dalla fine degli anni Trenta (1938ca) alla fine degli anni Ses-
santa (1968) del secolo scorso: questi anni si potrebbero definire i pri-
mi “trenta anni dei pionieri” ed hanno coinvolto di fatto, all’inizio, la
Germania e, alla fine, gli Stati Uniti.
La seconda stagione è quella che fa capo agli anni Settanta del secolo
scorso: tali anni si possono definire come i “dieci anni di messa a pun-
to e confronto”. Essi hanno visto protagonisti la Germania, la Francia,
la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. In quegli anni in Italia il Gruppo
Merloni presentava il primo bilancio sociale di cui si ha notizia.
Gli anni Ottanta del secolo scorso sono quelli del silenzio e delle scarse
iniziative (anche se in Italia nel 1981 fu presentato un disegno di legge in
proposito). Ad un tale periodo di “stasi” seguirono gli anni Novanta (la
quarta stagione, per così dire), periodo della grande diffusione ed accele-
razione della rendicontazione sociale in tutti i paesi industrializzati.
119
Bilancio sociale

L’ultima stagione, partita con l’inizio del XXI secolo, è caratterizzata


dalla diffusione e dalla “internazionalizzazione” del tema, con la presa
di posizione della Comunità Europea.
Gli Stati Uniti sono stati fra i primi a sviluppare la rendicontazione so-
ciale intesa come processo relazionale tra impresa e stakeholder e quin-
di sono stati anche tra i primi a divulgare documenti di sintesi, chiama-
ti correttamente report invece che bilanci, in quanto rispondenti piutto-
sto al social statement il cui significato è più vicino al manifesto dei va-
lori ed alla Mission statement, ovvero alla dichiarazione ed alla declina-
zione della missione aziendale. A metà degli ’70, il fenomeno dei rap-
porti sociali è abbastanza diffuso tra le imprese statunitensi. Ciò è evi-
denziato anche dalla Survey Social Responsibility Disclosure, interessan-
te ricerca promossa, nel 1978, da Ernst & Ernst (oggi Ernst & Young),
società di revisione contabile.
Nonostante le informazioni sociali siano fornite su base volontaria ed in
assenza dei metodi e dei controlli esterni tipici della contabilità ordina-
ria, i re p o r t descrittivo-qualitativi elaborati (come quello della Ben & Jer -
ry’s Homemade Inc e, più tardi, quello della Procter & Gamble) appaio-
no in grado di rispondere efficacemente alle richieste del momento.
La situazione in Gran Bretagna, invece, assume un andamento diverso.
Qui si registra un tentativo iniziale, poi fallito, di istituzionalizzare la re-
sponsabilità sociale. Nel 1973 viene presentato un libro bianco sulla
proposta di riforma della normativa societaria, il White Paper on Com -
pany Law Reform.
Nonostante i buoni propositi il progetto si arena e l’idea di introdurre
una rendicontazione con valenze diverse da quella economica viene ab-
bandonata, preferendo il ritorno a posizioni tradizionali. L’interesse de-
gli stakeholder ad una rendicontazione sociale rimane, però, vivo: sulla
sua scia si inizia, così, a fare ricorso ai codici di comportamento etico,
che non costituiscono vera e propria “rendicontazione” sociale, ma so-
lo delle “dichiarazioni” di responsabilità sociale. A dispetto dei suoi li-
miti, la “stagione di codici etici” è stata comunque molto utile per l’ap-
profondimento delle tematiche della responsabilità etica e sociale in In-
ghilterra.
Nella seconda metà degli anni ’70 la rendicontazione sociale comincia
ad avere i suoi strumenti. Non mancano contributi da parte di organi-
smi operativi e di ricerca per la realizzazione di bilanci sociali. L’ASSC,
nel 1975, elabora il Corporate Report, che prevede l’introduzione di do-
cumenti aggiuntivi al tradizionale bilancio d’esercizio. Un secondo con-
tributo alla formulazione del bilancio sociale è quello della Social Audit
120
Bilancio sociale

Ltd, la quale, partendo dallo studio dei suoi primi rapporti, cerca di in-
dividuare un modello standardizzato di rendicontazione sociale: il So -
cial Audit Report (→Audit sociale). Si tratta di un documento di repor -
ting in cui il controllo e la rendicontazione sull’attività dell’impresa so-
no svolte da un istituto esterno (auditor), che come tale segue procedu-
re precise e codificate.
È negli anni ’90 che la Gran Bretagna registra la prima vera esperienza
di social statement, con il bilancio sociale di una società inglese di pro-
dotti di bellezza, The Body Shop International.
Successivamente viene emesso lo standard AA1000 che pone l’attenzio-
ne su “come” ottenere una migliore qualità del sistema di rilevazione
contabile anche avvalendosi di una fase di verifica esterna (a u d i t i n g)
della rendicontazione etica e sociale.
La Francia è l’unico paese in cui la rendicontazione sociale è stata in-
trodotta come obbligo di legge sebbene limitatamente alle imprese di
grandi dimensioni.
La Legge francese n. 769 del 12 luglio 1977, con cui viene introdotta
l’obbligatorietà della rendicontazione sociale, individua i contenuti mi-
nimi del bilancio sociale, i destinatari (interni) ed i soggetti obbligati a
produrre le informazioni. Il paragrafo introduttivo della legge sintetiz-
za chiaramente il ruolo del bilancio sociale. Esso riassume in un unico
documento i dati numerici che permettono di apprezzare la situazione
dell’impresa in campo sociale, di registrare le realizzazioni effettuate e
di misurare i cambiamenti intervenuti nel corso dell’anno trascorso e
dei due precedenti.
Vi sono tre funzioni principali che la legge francese assegna al bilancio
sociale: informare il personale, i sindacati e gli azionisti sull’andamento
dell’azienda; coordinare le politiche di intervento sociale sia a livello
statale sia aziendale; contenere, sulla base di quanto concertato con le
parti, il programma di interventi futuri (il budget sociale). Più dettaglia-
tamente il Bilan Social si articola in sette capitoli che hanno per ogget-
to: 1) l’occupazione; 2) le retribuzioni e le altre indennità accessorie; 3)
le condizioni di igiene e di sicurezza; 4) le altre condizioni di lavoro; 5)
la formazione; 6) le relazioni industriali; 7) le altre condizioni di vita de-
rivanti dall’impresa.
In Germania, l’esperienza della rendicontazione sociale è particolarmen-
te ricca. La prima esperienza risale addirittura al 1938. In quell’anno la
AEG acclude al bilancio di esercizio un quadro statistico delle prestazio-
ni a favore del personale e delle spese sostenute per la collettività.
121
Bilancio sociale

Dopo quella del 1938, la successiva esperienza di rendicontazione so-


ciale è del 1973. Il bilancio sociale in questione è quello della Sitaeg di
Essen. Esso, pur sintetizzando i rapporti più significativi tra impresa e
società, è un “quasi-bilancio”, dato che è ancora privo di unità di misu-
razione uniformi.
Nella prima metà degli anni ’70 si riscontrano altre esperienze di “rap-
porti” sociali. In realtà essendo presenti solo informazioni di carattere
qualitativo è preclusa ogni possibilità di operare raffronti tra costi e be-
nefici sociali dell’attività aziendale.
Nel 1976 si perviene ad un significativo contributo: il Sozialbilanz-Pra -
xis. Esso viene elaborato da un gruppo di studio al quale aderiscono
una serie di importanti aziende tedesche. Il Sozialbilanz-Praxis si pone,
a differenza dell’impostazione francese, come uno strumento comple-
mentare alla contabilità ordinaria e definito, quindi, come elemento in-
tegrativo autonomo rispetto al bilancio d’esercizio, in grado di bilancia-
re le considerazioni economiche con quelle sociali.
Il quadro fin qui presentato può essere utilmente completato da una
sintetica esposizione di come, negli ultimi venti anni, la Comunità Eu-
ropea ha affrontato il tema della rendicontazione sociale. Nel 1980 vie-
ne presentata al Parlamento Europeo una proposta di direttiva tenden-
te a rendere omogenee l’informazione e la consultazione dei lavoratori
nelle imprese. Essa, nota come «progetto Vredeling», presenta forti
analogie con la già citata legislazione francese sul bilancio sociale. Si
colloca, infatti, in un contesto storico in cui il rapporto con i lavoratori
monopolizza il dibattito sulla rendicontazione sociale. La proposta, co-
munque, non ha seguito. Nel 1983 ha luogo il «Nono congresso di Stra-
sburgo». L’evento, organizzato dagli ordini professionali della Comuni-
tà Europea, dà vita ad un interessante documento sulla rendicontazio-
ne sociale. Il dibattito risente fortemente dell’esperienza tedesca del So -
zialbilanz-Praxis, che appare un modello più strutturato e ampio – dal
punto di vista dei destinatari della rendicontazione – del bilancio socia-
le francese.
Sulla scia del documento di Strasburgo sono state avanzate negli anni
successivi diverse proposte in merito alla rendicontazione sociale. Tut-
tavia nessuna decisione concreta è mai stata presa, fatta eccezione per il
regolamento «Emas» del 1993 sull’adesione volontaria delle imprese
del settore industriale ad un sistema comunitario di audit ambientale.
Il regolamento «Emas» è particolarmente interessante per due ragioni.
Innanzitutto esso testimonia l’attenzione che il legislatore comunitario
assegna alla creazione di un sistema di eco-audit ed alla rendicontazio-
122
Bilancio sociale

ne ambientale sui processi aziendali. Il secondo aspetto è che la rendi-


contazione non viene declinata come obbligo legislativo ma è demanda-
ta all’impegno delle imprese ad autoregolamentarsi.
Il 1999 è un anno importante per l’Unione Europea che, per la prima
volta, attraverso una raccomandazione prende in considerazione il tema
della rendicontazione sociale “a tutto tondo”. Questo nuovo orienta-
mento comunitario appare interessante principalmente per due motivi.
Innanzitutto perché supera una visione di rendicontazione sociale che,
sino a quel momento, pareva essersi cristallizzata unicamente sui temi
del lavoro e dell’ambiente. Il secondo aspetto è che l’Unione Europea
mantiene inalterato il suo approccio volto a lasciare libere le aziende di
scegliere la “forma” di rendicontazione che esse ritengono più adatta.
La più recente presa di posizione dell’Unione Europea è del 2001: è la
pubblicazione del Libro Verde Promuovere un quadro europeo per la re -
sponsabilità sociale delle impre s e. Si tratta di un’iniziativa intrinseca-
mente connessa alla tematica della rendicontazione sociale, tanto è ve-
ro che un intero capitolo è dedicato alle «Relazioni e audit sulla respon-
sabilità sociale». Il Libro Verde ha contribuito fortemente a rianimare
il dibattito sulla rendicontazione sociale. Il confronto è ancora aperto
ed è continuamente alimentato da idee, proposte ed approfondimenti.
Ad ogni modo, il primato del bilancio sociale, o di qualcosa che ad es-
so somiglia molto, è da attribuirsi con molta probabilità all’Italia, che
nei primi del Novecento (1908) prevedeva per le istituzioni pubbliche
un «bilancio economico morale» (Hinna 2005, p. 327).
Al di là delle radici storiche, è negli anni ’90 che il dibattito italiano sul-
la rendicontazione sociale registra il suo massimo sviluppo. A onor del
vero, comunque, un primo tentativo era già stato compiuto nei primi
anni ’80, con il disegno di legge n. 1571 del 22 luglio 1981. Con esso si
è tentato di introdurre all’interno del sistema informativo aziendale un
rendiconto sociale che fosse in grado di fornire informazioni sulla qua-
lità della vita dei dipendenti e sugli interventi adottati per migliorare la
sicurezza e l’igiene sul posto di lavoro.
La proposta legislativa sancisce l’obbligo per determinati soggetti (so-
cietà per azioni, società in accomandita per azioni, enti pubblici econo-
mici, aziende autonome dello Stato e filiali italiane di multinazionali
con più di 300 dipendenti) di redigere e pubblicare ogni anno il rendi-
conto sociale, in allegato al bilancio d’esercizio. Il disegno di legge, cer-
tamente innovativo nei contenuti per quegli anni, non ha seguito. Esso
non suscita l’attenzione né dei politici né dei sindacati che, almeno sul
piano teorico, dovrebbero invece essere la categoria più interessata per
123
Bilancio sociale

la tipologia di stakeholder (interni: personale dipendente) ai quali il bi-


lancio sociale della proposta si rivolge.
Nella prima metà degli anni Novanta, poi, il tema del bilancio sociale
ha registrato un rinnovato interesse, soprattutto da parte degli azienda-
listi. Ciò avviene in concomitanza con la riforma Amato-Carli del 1991.
Essa, ridisciplinando l’assetto del sistema bancario italiano, crea sogget-
ti →non profit con notevoli dimensioni patrimoniali: le fondazioni ban-
carie. A fronte di una mole di risorse così consistente nasce l’esigenza
per le fondazioni bancarie – ma in generale per tutto l’universo non pro -
fit – di implementare nuovi modelli di rendicontazione.
Il bilancio di missione (Hinna 1998; Hinna 2000) è stato teorizzato in
questo contesto come bilancio sociale delle strutture non profit, “unico
e vero” strumento di rendicontazione per queste categorie di aziende.
Nel mondo accademico, invece, il connubio della parola “bilancio” con
il termine “sociale” ha provocato una serie di reazioni ed approfondi-
menti.
Si sono venuti a creare di fatto due schieramenti. Da una parte, vi sono
coloro i quali ritenevano che il bilancio tradizionale, ovvero la rendi-
contazione contabile, potesse fornire informazioni anche sotto il profi-
lo sociale. Dall’altra, invece, altri studiosi sostengono che la rendiconta-
zione sociale meriti una via di comunicazione propria ed autonoma. Da
ambedue le parti, comunque, si concorda sul fatto che la parola “bilan-
cio” può essere fuorviante, creando attese di rendicontazione “precisa
e bilanciata” che potrebbero, invece, essere tradite.
Il giugno del 1997 è una data molto importante per il mondo accademi-
co italiano: il dipartimento di discipline economico-aziendali della Facol-
tà di Economia dell’Università di Messina, diretta dal prof. Vermiglio,
oggi presidente del Gruppo di Studio per il Bilancio Sociale (GBS), pro-
muove un seminario internazionale di studi su confronti ed esperienze in
tema di bilancio sociale. A tale evento partecipano numerosi studiosi del-
l’Accademia Italiana di Economia Aziendale; in seguito ad esso il mon-
do accademico, unitamente al mondo della consulenza e a quello profes-
sionale, dà vita, nel 1998, al Gruppo di studio per la statuizione dei prin-
cipi di redazione del Bilancio Sociale (GBS). Quest’ultimo, alla fine del
2001, ha licenziato un documento che costituisce le linee guida per la
predisposizione del bilancio sociale e nel 2005 ha approvato le linee gui-
da per il bilancio sociale nelle Pubbliche Amministrazioni.
Dall’evoluzione del bilancio sociale sia all’estero che in Italia emergo-
no due scuole di pensiero, che sono poi quelle presenti oggi nel nostro
paese.
124
Bilancio sociale

La prima si potrebbe definirla “orientata agli standard” ed è propria del


modello tedesco o del modello francese: il primo, finalizzato ad un docu-
mento strutturato come un vero bilancio ed il secondo con una attenzio-
ne forte allo stakeholder interno: i dipendenti e le condizioni di lavoro.
In entrambi i casi, vuoi perché la struttura è stata fissata per legge, vuoi,
come nel caso tedesco, perché frutto di autoregolamentazione di un
gruppo di imprese, la tendenza è allo standard.
Il ricorso allo standard presenta ovviamente una serie di vantaggi e
svantaggi (Hinna 2005, p. 352). Tra i primi c’è innanzi tutto il fatto che
lo standard, “omologando” i bilanci sociali, permette la loro confronta-
bilità nel tempo e nello spazio. In secondo luogo lo standard: attenua il
rischio dell’autoreferenzialità; facilita la divulgazione del bilancio socia-
le nelle prime fasi, consentendo anche che lo stesso possa essere sotto-
posto ad audit esterno; permette le ibridizzazioni tra modelli.
Lo standard, però, d’altro canto: “irrigidisce” il bilancio sociale, lo
omologa e non permette distinzione o differenziazione alcuna; “non
educa” lo stakeholder ma rischia di allontanarlo; mortifica eventuali
slanci di innovazione.
La seconda scuola di pensiero invece, fondata prevalentemente sull’os-
servazione dei fatti e dei comportamenti spontanei delle imprese, è più
elastica: individua un processo affidabile per giungere al bilancio socia-
le e lascia libera la struttura del documento. Nell’ottica del migliora-
mento continuo, infatti, diventa una forzatura per un’azienda fare tutti
gli anni un bilancio sociale uguale nella struttura, dal momento che la
realtà cambia come cambiano le esigenze e le categorie di stakeholder.
Sulla scia di queste correnti di pensiero, è possibile individuare, tra tut-
ti i numerosi modelli di rendicontazione sociale proposti finora, due di-
verse categorie: i modelli con enfasi sul documento e quelli con enfasi
sul processo.
I primi sono quei modelli che focalizzano la loro attenzione sulla defi-
nizione dei principi e dei procedimenti strumentali a redigere il report
finale. Si rivolgono soprattutto al perfezionamento del documento e
delle sue modalità di redazione. Secondo l’orientamento di questi mo-
delli, la responsabilità sociale si esaurisce nella realizzazione del report
sociale in sé, perdendo di vista tutte le valenze organizzative interne che
sono tipiche della rendicontazione intesa nella sua accezione non di me-
ra veicolazione di dati e informazioni di ambito sociale all’esterno, ma
di riorientamento dell’intera struttura. Costituiscono esempi di questa
categoria (Hinna 2005, pp. 258ss.): il modello IBS; il modello ABI/IBS;
il modello Federcasse; il modello Csr-Sc del Ministero del Welfare ita-
125
Bilancio sociale

liano; il modello GBS; il modello Sers-Sustainability Evaluation and Re -


porting System…
I modelli con enfasi sul processo, a differenza dei precedenti, conside-
rano il documento finale di relazione, il bilancio sociale e la sua reda-
zione e pubblicazione, come l’ultima fase di un intero processo di inte-
riorizzazione e riorientamento dell’impresa; per il loro tramite si recu-
perano una serie di valenze organizzative interne che completano
l’aspetto di comunicazione all’esterno del report sociale. Esempi di mo-
delli con enfasi sul processo sono (Hinna 2005, pp. 265ss.): la Copenha -
gen Charter; il modello AccountAbility 1000; il modello Global Reports
Iniziative; il modello London Benchmarking Group; il modello Sean; il
modello Vms-Value Management System; il modello Socialmetrica; il
modello Comunità & Impresa; il modello Cantieri PA.
Osservando i comportamenti delle aziende e delle varie strutture, che
hanno proposto modelli di rendicontazione sociale, si rilevano diverse
possibilità che una qualsiasi azienda si trova di fronte quando si appre-
sta a redigere il proprio bilancio sociale magari per la prima volta.
Si riportano qui di seguito alcune classificazioni (Hinna 2005, p. 353).
Rispetto ai settori merceologici, i modelli si possono riferire agli ambiti
economici di appartenenza dell’azienda: a) bilancio sociale cooperativo;
b) bilancio di missione per le strutture non profit; c) bilancio di ricadu-
ta sociale per le Pubbliche Amministrazioni. Tutti gli altri si possono
considerare profit nell’ambito dei quali si osservano vari tentativi di mo-
dellizzazione.
La rendicontazione sociale, di cui il bilancio sociale è lo strumento prin-
cipe, è una necessità sia per le strutture profit che per quelle non profit
e per le pubbliche amministrazioni. Le esigenze a monte sono però di-
verse.
Per le strutture profit l’esigenza si lega all’orientamento alla responsabi-
lità sociale di impresa e si colloca non nello spazio giuridico del rispet-
to delle norme, ma nello spazio etico dei comportamenti.
Per le strutture non profit si colloca tra le occorrenze gestionali come
strumento di comunicazione per ottenere consenso e supporto.
Vale la pena sottolineare come lo strumento di rendicontazione sociale
nelle aziende non profit venga a chiamarsi in modo diverso proprio per
distinguerlo come portata e valenza dal bilancio sociale delle strutture
che perseguono fini di lucro. Esso si chiama bilancio di missione. Que-
st’espressione è stata coniata, come già accennato, per la prima volta nel
1999, in occasione della proposta di bilancio formulata per conto dell’al-
126
Bilancio sociale

lora Ministero del Tesoro che doveva decidere, come poi decise (D.lgs.
153/1999, meglio conosciuta con il nome di Legge Ciampi sulle Fonda-
zioni bancarie), sulla forma struttura e contenuto del bilancio delle fon-
dazioni bancarie che erano sotto la sua vigilanza. Il concetto di bilancio
di missione è stato poi fatto proprio sia dal mondo accademico, sia da
quello delle fondazioni e più in generale da tutto il settore non profit.
Sebbene nella prassi non si faccia grande distinzione, il bilancio sociale
dell’azienda tende ad evidenziare “quanto” sia socialmente responsabi-
le l’azienda, mentre l’azienda non profit, già socialmente responsabile
per definizione, deve dimostrare “quanto” essa abbia operato nel ri-
spetto della sua missione. Il bilancio di missione per le aziende non pro -
fit, quindi, non si “aggiunge” al bilancio tradizionale delle cifre, ma di-
venta il “vero” bilancio, inteso come strumento di rendicontazione.
Per le strutture pubbliche la rendicontazione sociale si pone nell’ambi-
to di un nuovo concetto di →accountability. La rendicontazione della
P.A. storicamente, infatti, si è concentrata sull’analisi della spesa piutto-
sto che su quella dei risultati ottenuti, rivolgendosi prevalentemente agli
organi di controllo e poco ai cittadini. In questo senso, dunque, la ren-
dicontazione sociale si colloca nell’area del diritto all’informazione, un
elemento cardine della democrazia (v. la c.d. «Direttiva Baccini», la di-
rettiva 17 febbraio 2006 del Dipartimento della Funzione Pubblica).
Concettualmente il documento di rendicontazione sociale di una strut-
tura pubblica è più vicino a quello di una struttura non profit che non
a quello di un’impresa che opera per conseguire un profitto. Infatti es-
sa non ha un utile da distribuire agli azionisti, crea valore sociale, ma
non riesce a misurarlo contabilmente come differenziale tra input ed
output, è più attenta agli atteggiamenti degli stakeholder che non a quel-
li degli shareholder, che nei fatti non ci sono.
L’espressione più adatta per definire il documento di rendicontazione
sociale di una struttura pubblica è probabilmente “bilancio di ricaduta
sociale”, ammesso e non concesso che questa espressione sia compren-
sibile per gli stakeholder, con tutte le varianti del caso legate alla deno-
minazione del documento: relazione, rapporto, documento e natural-
mente bilancio.
Lo stesso strumento di rendicontazione, coerente con le esigenze che è
chiamato a soddisfare, assume dimensioni qualitative diverse: rappor-
to/bilancio sociale nelle strutture profit per gestire la responsabilità so-
ciale; rapporto/bilancio di missione in quelle non profit per gestire la le-
gittimazione sociale; infine, rapporto/bilancio di ricaduta sociale nelle
pubbliche amministrazioni per gestire l’accountability sociale.
127
Bilancio sociale

Un elemento da sottolineare ancora un volta è il nome che si dà al do-


cumento. La parola bilancio, si è detto, è deviante, scoraggia gli stake -
holder e non rende giustizia del processo; il termine più adatto sarebbe
forse “relazione” o “rapporto”.
Sulla struttura del documento di rendicontazione esiste una sorta di mi-
nimo comune denominatore, che permette di proporre uno schema as-
solutamente generico, come una sorta di “macro indice” all’interno del
quale si possono trovare elementi con tassi di dispersione ampi, ma co-
munque omogenei.
Osservando la casistica italiana dei bilanci sociali, si possono tenden-
zialmente individuare alcuni blocchi di contenuti intesi come “campi”.
I contenuti di ciascuna parte cambiano ovviamente secondo la tipolo-
gia di struttura aziendale che si prende in considerazione.
Il primo è costituito da una parte iniziale che si potrebbe definire “in-
troduttiva”. In essa, normalmente, viene inserita la lettera di presenta-
zione del presidente o in genere del massimo vertice aziendale, nella
quale si spiega perché si è deciso di produrre il documento (soprattut-
to se si è alla prima esperienza), o ci si ricollega alle edizioni preceden-
ti, o si spiega perché si è cambiato approccio nella rendicontazione so-
ciale. Nella parte introduttiva, inoltre vengono normalmente fornite le
chiavi di lettura, una sorta di “navigator” che consente di scorrere il do-
cumento e di soffermarsi in quelle parti che incontrano l’interesse del
lettore.
Il secondo blocco è quello relativo alla “identità sociale”, nel quale si
forniscono, appunto, gli elementi necessari a chi per la prima volta si
avvicina all’operatività dell’azienda che predispone il documento di
rendicontazione sociale, per capire di chi si sta parlando, che cosa è, che
storia ha, dove e come opera, quali servizi offre, con quali valori, quali
obiettivi persegue, con chi interagisce, con quale struttura organizzati-
va, ecc.
La terza parte riguarda gli strumenti di responsabilità sociale e la loro
integrazione nella struttura. Nella prassi accade spesso che essi siano
trattati separatamente in diverse parti del documento, ma resta comun-
que preferibile la scelta di trattarli tutti insieme in una sezione apposi-
tamente dedicata.
Il quarto blocco concerne la “relazione di scambio sociale” (calcolo del
valore aggiunto per destinazione ed indicatori di performance). Si trat-
ta un po’ del cuore del documento, della parte vera e propria di rendi-
contazione. Le prime sezioni servono sostanzialmente a presentare il
documento o il processo seguito per ottenerlo e a descrivere la struttu-
128
Bilancio sociale

ra che ha prodotto i risultati; qui vengono invece “rendicontati” pro-


prio i risultati ottenuti, intesi come la ricaduta sociale dell’attività svol-
ta. È chiaro che, anche se non espressamente dichiarato, per predispor-
re questa parte del documento serve un supporto informativo che illu-
stra in dettaglio cosa è stato realizzato, in quale area e a favore di quale
categoria di soggetti.
La struttura della relazione di scambio si differenzia a seconda che trat-
tasi di strutture profit, che realizzano un conto economico ed hanno il
reddito come indicatore di performance, o di strutture non profit, pub-
bliche amministrazioni incluse, intese come “enti di erogazione”.
Nel primo caso l’output è espresso da un valore, il →valore aggiunto
creato, che si presta ad essere riclassificato per categorie di destinatari
utilizzando il sistema del Socialbilanz-Praxis, calcolo ormai presente in
tutti i rendiconti sociali.
Quando invece come indicatore di performance non c’è un valore eco-
nomico, come nel caso di aziende di erogazione, ci si deve per forza ri-
fare “a racconti senza cifre” o ad indicatori di performance sociale che
possano catturare e rendicontare ciò che si è realizzato.
Anche nel caso in cui si calcola il valore aggiunto per categoria di stake -
holder, si possono inserire degli indicatori chiave di performance.
A questo punto il documento può seguire due differenti driver di comu-
nicazione ed esposizione: si possono privilegiare gli stakeholder, ed al-
lora per ciascuna categoria si elencano le attività realizzate e si misura-
no con appositi indicatori i risultati ottenuti; oppure si privilegiano le
attività, le aree di intervento, i progetti realizzati, lasciando ai vari stake -
holder interessati di soffermarsi sugli indicatori di performance e sui ri-
sultati ottenuti che sono spesso descritti con dovizia di particolari.
La scelta tra la prima e la seconda impostazione dipende ovviamente
dalla tipologia di azienda e dalla tipologia di stakeholder alla quale ci si
rivolge.
A volte si trova pubblicato il valore aggiunto creato per categoria di sta -
keholder, che può essere considerato un bilancio economico riclassifi-
cato per destinazione sociale; in una apposita tabella, (la “filigrana”) si
può riassumere, poi, un grappolo di indicatori di performance selezio-
nati per categorie di stakeholder (Hinna 2005; Hinna 2002). Con que-
sto sistema, per chi si identifica con una precisa categoria di stakehol -
d e r, è sufficiente scorrere tutti gli incroci con le attività per avere il
“proprio” bilancio sociale personalizzato. Viceversa, chi è interessato
alle attività, ha la possibilità di averne una visione completa e di verifi-
129
Bilancio sociale

care il grado di coinvolgimento delle varie categorie di stakeholder. Co-


sì facendo si può soddisfare l’esigenza conoscitiva sia di quegli stakehol -
der che hanno “interesse” sia di quelli che “influenzano”.
Un ulteriore blocco è quello del collegamento con le cifre del bilancio
tradizionale; sezione sempre presente, in Italia, in qualsiasi tipo di rap-
porto, sia esso sociale, ambientale o di sostenibilità. Questa parte può
essere più o meno estesa a seconda della strategia di comunicazione che
l’ente persegue: possono esserci solo dei brevi cenni (Financial Hi -
ghlights) ai dati più significativi per evitare di annoiare il lettore (che si
presuppone non sia uno stakeholder economico e finanziario), oppure
si riporta integralmente il bilancio delle cifre, inteso come consuntivo,
conto economico, stato patrimoniale, ecc.
In questa sezione vengono spesso inclusi gli indicatori di sostenibilità
che non trovano collocazione tra quelli individuati per le attività o le ca-
tegorie di stakeholder.
Vi trova posto, infine, il calcolo del valore aggiunto per destinazione di
stakeholder come un dettaglio ed una riclassificazione del bilancio eco-
nomico tradizionale.
Un’altra parte è quella relativa alle aree di miglioramento e al collega-
mento con l’attività futura. Come più volte accennato, il processo di
rendicontazione sociale di relazione con gli stakeholder è ispirato al
concetto del miglioramento continuo. Per questo motivo si verifica, per
la verità non molto spesso, che alla fine del documento venga inserita
una sezione che delinea le linee di miglioramento da adottare nel ciclo
di rendicontazione successiva.
L’ultima parte contiene le referenze esterne di audit; essa contiene le co-
siddette verifiche del bilancio sociale come documento e come proces-
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LUCIANO HINNA

131
vocabolo

132
Calvino Giovanni

 Calvino Giovanni
Per comprendere Giovanni Calvino (1509-1564) e il suo influsso sullo
sviluppo socio-politico in Europa bisogna tener presenti tre concezioni
fondamentali: molti elementi importanti della teologia di Calvino deri-
vano da un’eredità comune della Riforma protestante e in quanto tali si-
gnificativi; bisogna distinguere tra Calvino, il calvinismo e i gruppi pro-
testanti descritti da Max Weber; le idee di Calvino su questioni di natu-
ra socio-economica non vanno separate dai suoi principi ecclesiologici,
ma questo è espressione della sua convinzione circa l’importanza della
Sacra Scrittura per l’intera vita umana e quindi di un compito profeti-
co dei cristiani nella società, evitando tuttavia una commistione teocra-
tica di Chiesa e Stato (Biéler 1961, p. 129).
L’insegnamento centrale della Riforma, la giustificazione solo per fede,
muta in modo basilare la prospettiva dell’uomo sulla propria attività so-
ciale. L’agire umano non ha il proprio obiettivo nel paradiso (che, per
Cristo, viene donato al credente gratuitamente), bensì sulla terra. Questo
capovolgimento del punto di vista favorisce lo sviluppo di un’analisi so-
ciale spassionata e delle rispettive strutture sociali. Un dualismo tra sacro
e profano (e parallelamente tra clero e laicato) è rifiutato. Purtuttavia il
mondo non viene privato della sua dimensione religiosa; essa è piuttosto
– conseguentemente alla dottrina della creazione e dell’incarnazione –
luogo della provvidenza divina e campo di prova della fede dell’uomo. È
tipico di Martin Lutero l’uso del termine tedesco Beruf con la doppia
connotazione di “mestiere” e “vocazione”, che Calvino riprende descri-
vendo i vari genera vitae come vocationes. Ogni impegno civile cristiano
è vero servizio divino. Non è escluso l’ambito del lavoro e dell’economia.
Calvino sottolinea più di altri riformatori anche la santificazione. La rifor-
ma della dottrina comporta anche la riforma della vita, sulla base dei co-
mandamenti divini. La santificazione non è però mai da comprendere so-
lo in senso individuale, ma ha una dimensione sociale e deve quindi com-
prendere l’intera comunità degli uomini (nella Chiesa e nella società).
L’uomo è fondamentalmente un essere comunicativo, che poggia su
rapporti nella →reciprocità. Il comandamento cristiano dell’amore re-
ciproco corrisponde a questo essere dell’uomo. Ogni singolo uomo si
trova di per sé nella sua coscienza direttamente davanti a Dio ed è chia-
mato ad assumere responsabilità, ma trova la sua vera destinazione so-
lamente se è collegato come parte della vita sociale nella corrente della
comunicazione, che presenta aspetti spirituali, culturali e materiali (Bié-
ler 1961, p. 235).
133
Calvino Giovanni

La vita economica con il lavoro e il commercio non è quindi solo una


necessità per la sopravvivenza, ma è espressione di questa dimensione
comunicativa della natura umana. Un turbamento di questa comunica-
zione è una limitazione della qualità umana della vita comune e quindi
un pericolo per le fondamenta della società. Per questo nessuna perso-
na può essere esclusa dalla comunicazione materiale. In altre parole:
nessuno può essere lasciato in modo arbitrario e senza colpa in povertà
(la →povertà non viene mai descritta in modo positivo da Calvino!) o
in disoccupazione. Si collegano quindi in modo insolubile due principi
di Calvino: una visione positiva sull’economia e – espresso in modo mo-
derno – l’“opzione per i poveri”.
La concezione della proprietà in Calvino si fonda sulla categoria teologi-
ca centrale della Provvidenza: Dio si prende cura anche del bene mate-
riale degli uomini e ogni ambito dell’economia (lavoro, denaro, beni ma-
teriali) è espressione di questa Provvidenza. Il ricco ha il diritto di dispor-
re della sua proprietà, ma contravviene all’ottavo comandamento se si
astiene alla solidarietà con i poveri o se li paga con un salario troppo bas-
so (Calvino si è impegnato ripetutamente per salari giusti per gli operai).
L’assistenza ai poveri a Ginevra non era però una questione di elemosine
private; era bensì organizzata statalmente ed era sostenuta nella Chiesa at-
traverso il ministero dei diaconi, istituito nuovo su basi bibliche.
La situazione sociale a Ginevra era aggravata da un alto numero di pro-
fughi provenienti dalla Francia e dall’Italia (incremento della popolazio-
ne del 75% durante il periodo in cui Calvino era in carica) e da una gros-
sa carenza di alimentazione e di denaro. Siccome l’economia emergente
doveva ricorrere urgentemente a prestiti, ma contemporaneamente
prendevano il sopravvento speculazione e →usura, Calvino si schierò
contro l’antica tradizione della Chiesa favorendo l’autorizzazione di una
controllata pratica degli interessi. Distinse tra crediti destinati al consu-
mo (che serviva per la sopravvivenza; interessi sono vietati) e crediti per
le imprese produttive (tasso di interesse del 5%, e dal 1557 del 6,66%,
Valeri 1997, p. 131). A differenza della tradizione aristotelica, Calvino
attribuisce al denaro una proprietà produttiva, se degli uomini vi lavora-
no, analogamente al terreno agricolo e alla merce di commercio, per cui
è lecito che con essa si faccia guadagno (Biéler 1961, pp. 455ss).
La Chiesa – attraverso la sua istituzione della disciplina ecclesiastica
(con lo strumento dell’esclusione dal sacramento) – si occupò quindi
anche di questioni economiche, soprattutto nella lotta contro l’usura (si
vedano gli esempi in Valeri 1997) e il lusso. La limitazione del lusso non
perseguiva la rinuncia ascetica alle gioie della vita, aveva bensì anzitut-
134
Calvino Giovanni

to una funzione sociale: l’uso distorto della ricchezza indebolisce il


principio della solidarietà con i poveri, che era indispensabile per la so-
pravvivenza dell’equilibrio sociale della città.
Calvino fu il riformatore che ebbe maggiori conseguenze a livello inter-
nazionale. Con il termine “calvinismo” si indica quella teologia che si la-
scia ricondurre a Calvino, ma non senza alcuni mutamenti causati da in-
flussi teologici e storici. Solo dopo Calvino la questione della predestina-
zione venne posta al centro dell’attenzione e divenne effettivamente la
dottrina centrale in alcune parti del calvinismo (Sinodo di Dordrecht
1619). Ad essa si collega una più pronunciata accentuazione della pneu-
matologia: lo spirito divino è il soggetto dell’agire etico nell’uomo eletto
e rinato. La santificazione personale visibile e la disciplina ecclesiastica
divennero elementi fondamentali della vita cristiana nel puritanesimo
anglosassone, nel pietismo e (a partire da questi ultimi) nel metodismo.
Si è così fatto riferimento ad alcuni di quei gruppi cristiani di cui parla
Max Weber nella sua famosa opera designandoli come «protestantismo
ascetico» (Weber 1981, pp. 115s.), che ha esercitato il suo influsso soprat-
tutto negli USA. Benché bisognoso di integrazioni, Weber è stato spesso
ingiustamente criticato. Conosceva benissimo la differenza tra Calvino e
calvinismo (Weber 1981, p. 195), non pensava affatto a una deriva mono -
causale del capitalismo dal protestantesimo (era consapevole viceversa
che dati economici fondamentali influenzano la religione, Weber 1981, p.
21), e non pensava affatto che il «capitalismo come sistema economico»
fosse «una conseguenza della Riforma». Piuttosto riteneva che gli «effet-
ti culturali della Riforma […] erano conseguenze spesso impreviste e an-
zi indesiderate del lavoro dei riformatori» (Weber 1981, pp. 77 e 76).
Al citato approccio positivo di Calvino nei confronti dell’economia si ac-
compagna – secondo Weber – il posto centrale assunto dalla dottrina del-
la predestinazione. Essa portò all’isolamento del singolo, al definitivo di-
sincanto del mondo e a una concezione dell’uomo negativa. La questio-
ne riguardante la propria appartenenza agli eletti può essere dedotta so-
lo dall’ethos personale: buone opere e quindi anche una vita condotta se-
condo severe regole ascetiche sono segni dell’elezione. La conseguenza è
il continuo autocontrollo razionale. Anche il guadagno è un segno del-
l’elezione da parte di Dio, giacché da esso si capisce se si è lavorato bene.
La ricchezza però non può essere consumata in modo inutile; deve bensì
essere nuovamente resa fruttuosa, vale a dire investita. Caratteristica cen-
trale del capitalismo così sviluppatosi è l’«organizzazione razional-capita-
listica […] del lavoro libero», «la separazione di economia domestica e
impresa» e «la contabilità razionale» (Weber 1981, p. 16).
135
Calvino Giovanni

Mentre quindi una tale religione ascetica favorisce la formazione di ca-


pitale, corre anche il rischio proprio per questo di affondare. Questo ri-
schio è già stato notato da John Wesley (1703-1791), il fondatore dei
metodisti, che lo annotava sul suo diario. Weber ha cercato di analizzar-
lo: alcuni elementi di questa corrente profondamente religiosa si sono
secolarizzati radicalmente e hanno contribuito a forgiare un capitalismo
di fronte al quale Weber stesso si poneva con atteggiamento molto cri-
tico: nacque l’«uomo economico isolato», caratterizzato da una «buona
coscienza farisaica nel guadagno di denaro» (Weber 1981, p. 184).
L’ideale ascetico originale è diventato un sistema economico al quale
nessuno può sottrarsi: «Il puritano voleva essere un uomo lavoratore –
noi dobbiamo esserlo». Così noi vediamo «quel cosmo potente […] del-
l’ordine economico moderno […] che oggi determina in un potente
modo coercitivo lo stile di vita di tutti i singoli che vengono al mondo
in questo meccanismo – non solo di coloro che ne approfittano econo-
micamente in modo diretto – e che forse lo determinerà finché l’ultimo
quintale di combustibile fossile sarà consumato» (Weber 1981, p. 188).
Gli ideali originari di Calvino per un’“economia del mercato sociale“ non
sono però andati persi. Essi contribuiscono fino ad oggi a modellare l’im-
pegno di molte Chiese riformate per un giusto ordine mondiale (cf. gli ar-
ticoli su Abraham Kuyper, l’America latina e la Corea in Dommen 2007,
pp. 79-120) che non va cercato opponendosi all’economia, ma piuttosto
con un’“economia illuminata”, poiché quest’ultima funziona in modo mi-
gliore se tiene conto dell’essere comunicativo dell’uomo.

BIBL. - Biéler A. (1961), La pensée économique et sociale de Calvin, Ge-


org & Cie S.A., Genève [ristampa Paris 2006, tr. portoghese 1990,
tr. inglese 2005].
Dommen E. e B. - James D. (a cura di) (2007), John Calvin rediscove -
red. The impact of his social and economic thought, Westminster John
Knox Press, Louisville Ky.
Valeri M. (1997), Religion, Discipline, and the Economy in Calvin’s Ge -
neva, in «Sixteenth Century Journal», Jg. 28, pp. 123-142.
Weber M. (1981) [1906], Die protestantische Ethik und der Geist des
Kapitalismus, in Winckelmann J. (a cura di), Die Protestantische
Ethik I. Eine Aufsatzsammlung, Mohn, Gütersloh.

STEFAN TOBLER

136
Capitale civile

 Capitale civile
A ben considerare, uno dei più inquietanti problemi di questa epoca
di sviluppo è l’affermazione di un trade-off nuovo, almeno nelle dimen-
sioni attuali: quelli tra sicurezza e libertà. È un fatto che i cittadini che
popolano le nostre società chiedono sempre più sicurezza, di natura
economica, sociale, fisica. Ne conosciamo la ragione di fondo: l’essere
umano non vive bene e non è in grado di sviluppare appieno il proprio
potenziale quando i livelli di insicurezza che caratterizzano il suo con-
testo di vita oltrepassano una certa soglia. Un’affermazione questa che
oggi ci viene confermata dalle neuroscienze che ci informano che
un’eccessiva insicurezza blocca la creatività e la capacità di adattamen-
to del cervello umano. Per soddisfare questo bisogno crescente di si-
curezza siamo allora indotti a rivolgerci ad istituzioni, politiche ed eco-
nomiche, sempre più forti. Di qui il dilemma: quanto maggiore il no-
stro bisogno di sicurezza, tanto più siamo disposti a delegare quote di
potere decisionale a soggetti impersonali come appunto sono le istitu-
zioni pubbliche. Al tempo stesso, però, quanto più potere viene dele-
gato a tali soggetti, perché siano sempre più efficaci nel perseguimen-
to dell’obiettivo della sicurezza, tanto più gli spazi della nostra libertà
vengono ristretti, il che provoca insoddisfazione e, per ultimo, infelici-
tà. In sintesi estrema: costi dell’insicurezza versus costi della restrizio-
ne di libertà.
Bowles e Jayadeve (2007) hanno introdotto la nozione di “lavoro di tu-
tela” per denotare tutti quei soggetti occupati in mansioni quali quelle
svolte dalle guardie private, dalla polizia, dai militari, dagli addetti al
controllo e alla supervisione nei luoghi di lavoro. Secondo gli autori,
nell’economia USA circa un individuo su quattro svolge lavoro di tu-
tela per garantire sia la sicurezza delle persone (e delle loro proprietà)
sia la disciplina negli ambienti di lavoro. In Svezia, invece, la percen-
tuale in questione è meno della metà di quella americana. Ancora: il
Dipartimento del Lavoro USA ha stimato che entro il 2012 si conte-
ranno nel paese più guardie giurate private che insegnanti di scuola su-
periore. Infine, considerando la percentuale del lavoro di tutela sul to-
tale delle forze di lavoro, si trova che questa è del 9,7% in Svizzera,
dell’11% circa in Svezia, Danimarca e Norvegia, del 14,3% in Italia,
del 19,8% in Spagna e Inghilterra e del 22,2% negli USA. (Dati riferi-
ti al 2007). Non ci vuole grande acume per comprendere che quello di
tutela è lavoro improduttivo nel senso di Adam →Smith: certamente
utile per soddisfare bisogni reali, ma incapace di creare nuovo valore –
137
Capitale civile

come già J.S. Mill e A. Marshall avevano annotato. Siamo dunque in


presenza di vero e proprio spreco sociale o, nella migliore delle ipote-
si, di attività di mero re n t - s e e k i n g. Eppure, la teoria economica ufficia-
le, nonostante la sua ossessiva insistenza sulle condizioni per arrivare
ad una efficiente allocazione di risorse scarse, solo raramente si è occu-
pata della questione.
Il grafico della fig. 1, ripreso da Djankov et Al. (2003), si presta bene a
rappresentare il trade-off di cui ci stiamo occupando. In ascissa misuria-
mo i costi sociali dovuti alla restrizione degli spazi di libertà e in ordi-
nata quelli dovuti alla insicurezza (assumiamo qui che sia disponibile
una qualche metrica in grado di fornirci tali misurazioni). Il dilemma
“più sicurezza vs. più libertà” può allora essere rappresentato nel piano
cartesiano mediante una curva discendente da sinistra verso destra; cur-
va che Djankov et Al. chiamano «frontiera delle possibilità istituziona-
li». (Si badi che la frontiera è una curva convessa, e non concava, per-
ché sugli assi cartesiani abbiamo rappresentato costi, e non benefici, co-
me in genere avviene).
Consideriamo ora sulla curva F un punto quale a. Esso può essere pre-
so a denotare un modello di ordine sociale nel quale i costi della restri-
zione della libertà sono molto alti, mentre quelli dell’insicurezza sono
relativamente bassi. Possiamo chiamare questo un ordine sociale hob-
besiano: per il celebre filosofo inglese, la paura dell’anarchia e del di-
sordine sociale era talmente elevata da giustificare l’intervento del Le-
viatano, dello stato dispotico che assicura la sicurezza ai cittadini al
prezzo di significativi restrizioni di libertà. D’altro canto, un punto co-
me b denota la situazione diametralmente opposta: la preoccupazione
per le ragioni della libertà è così elevata da far passare in second’ordine
le questioni dell’insicurezza. I modelli di organizzazione politica di ma-
trice liberal-individualista condividono tale preoccupazione. Si pensi a
studiosi quali F. von Hayek e R. Nozick per averne conferma. Infine, un
punto come c rinvia ad un modello di ordine sociale che, per comodi-
tà, possiamo definire moderato.
Osservando la figura, si giunge subito alla conclusione che, quale che
sia il punto sulla frontiera F che si va a scegliere, la somma totale dei co-
sti sociali – espressa geometricamente dalla somma delle coordinate
cartesiane dei singoli punti – non muta significativamente.

138
Capitale civile

Figura 1

Il più alto livello dell’una componente di costo viene compensato dal più
basso livello dell’altra componente. Il significato dell’osservazione è
chiaro: muovendosi lungo la medesima curva ciò che muta non è il be-
nessere complessivo, ma il benessere dei vari gruppi sociali in cui è arti-
colata la società. Se dovesse prevalere la piattaforma politica a, ad esem-
pio, saranno avvantaggiati quei gruppi cui la sicurezza sta particolarmen-
te a cuore, anche se ciò va a scapito della loro libertà. Proprio come ri-
cordava Benjamin Constant: «Al dolore che accompagna la sottomissio-
ne è preferibile il dolore che sempre accompagna la libertà». Ragiona-
menti analoghi valgono per tutti gli altri punti. Tuttavia, se prendiamo la
società nel suo insieme, la somma totale dei costi non muta granché.
Si pone la domanda: da cosa dipende tale somma? Non dalla forma, ma
dalla posizione della frontiera, vale a dire dalla distanza (euclidea) della
stessa dall’origine degli assi cartesiani. Consideriamo, infatti, la frontiera
139
Capitale civile

F’ e i punti a ’, b’, c’ che giacciono su essa. Anche in tale nuova situazio-


ne, si tratta di scegliere tra piattaforme politiche alternative che – se vo-
gliamo – possiamo alquanto rozzamente denominare di sinistra, destra,
centro, rispettivamente. Ma ora, quale che sia la nostra preferenza poli-
tica, la somma complessiva dei costi risulta diminuita rispetto alla situa-
zione precedente. E quanto più la frontiera sarà vicina all’origine, tanto
più ciò sarà vero. Se dunque il punto di vista dal quale ci collochiamo è
quello del →bene comune, il problema centrale da affrontare non è
quello della scelta di un punto piuttosto che un altro su una medesima
curva; bensì quello della scelta della curva più bassa possibile.
Da cosa dipende la posizione nel quadrante della curva? Vele a dire,
qual è il fattore decisivo su cui far leva per spostare la curva verso l’ori-
gine? Il capitale civile. Tre sono, basicamente, gli elementi costitutivi del
capitale civile di un paese o di una comunità. Il primo è il →capitale so-
ciale, inteso come insieme di relazioni fiduciarie fondate sul principio
di →reciprocità. Come è ormai ampiamente riconosciuto, è necessario
distinguere tra tre diverse tipologie di capitale sociale: bonding, brid -
ging, linking. Il primo tipo è l’insieme delle relazioni che si instaurano
tra persone che appartengono ad un medesimo gruppo sociale caratte-
rizzato da forte omogeneità di valori e di interessi: la famiglia, un’asso-
ciazione, una comunità di paese. Si creano bensì in tal modo rapporti
fiduciari, ma di corto raggio; si realizzano bensì forme di solidarietà, ma
a beneficio principalmente dei componenti il gruppo. Bridging, invece,
è il capitale sociale che persone, appartenenti a gruppi culturalmente
distanti e perfino con interessi tra loro divergenti, riescono ad accumu-
lare in forma stabile. Nasce di qui la fiducia generalizzata – cosa ben di-
versa dalla fiducia particolaristica di cui sopra – che è il fattore chiave
di avanzamento nelle economie di mercato, perché abbassando signifi-
cativamente i costi di transazione, rende più agevole la sottoscrizione
dei contratti e più credibile la loro esecutorietà. Infine, il capitale socia-
le di tipo linking è la rete di relazioni tra organizzazioni della società ci-
vile (associazioni; fondazioni; ONG; chiese), soggetti della società com-
merciale (imprese; istituzioni economiche) e enti della società politica
(istituzioni politiche e amministrative) volte alla realizzazione di opere
ed iniziative che nessuna delle tre sfere in cui si articola la società, da
sola, sarebbe in grado di attuare. Il principio regolativo che sostiene ta-
le forma di capitale sociale è quello di →sussidiarietà (circolare).
Come noto, se l’accumulazione di capitale sociale di tipo bonding avvie-
ne a spese di quella di tipo bridging – è ciò che avviene in modelli di so-
cietà di tipo comunitaristico –, o se quest’ultimo non favorisce la crea-
140
Capitale civile

zione di capitale sociale linking – come accade in quelle società dove


prevale il privatismo sociale –, può accadere che la frontiera delle pos-
sibilità istituzionali, anziché avvicinarsi, si allontani dall’origine. Ci spie-
ghiamo così perché parecchie ricerche empiriche sulla rilevanza pratica
del capitale sociale giungano a conclusioni tra loro discordanti: in talu-
ni casi, la correlazione tra capitale sociale e sviluppo è positiva, in altri
è addirittura negativa. Se non si tengono presenti i possibili effetti in-
crociati tra le tre forme di capitale sociale è facile “leggere male” i dati
delle pur elaborate e raffinate indagini econometriche. (“Fatti senza
teoria” innovativa agli inizi degli anni ‘70 del secolo scorso il premio
Nobel T. Koopmans per avvertire gli studiosi del rischio che si corre
quando ci si accinge ad interpretare i dati statistici privi di un’adeguata
chiave teorica di lettura degli stessi).
Il secondo elemento costitutivo del capitale civile è il cosiddetto capita-
le istituzionale, cioè l’assetto politico-istituzionale e in particolare il mo-
dello di democrazia vigente. È oggi riconosciuto che è la diversa quali-
tà del capitale istituzionale a determinare, in gran parte, le differenze di
performance economica di paesi pur caratterizzati da dotazioni sostan-
zialmente simili di capitale fisico e di capitale umano. In altro modo,
senza nulla togliere alla perdurante importanza dei fattori geografico-
naturali e di quelli fisici, è un fatto che l’assetto istituzionale di un pae-
se è, oggi, l’elemento che più di ogni altro spiega la qualità e l’intensità
del processo di sviluppo di una determinata comunità. L’esempio più ri-
levante di istituzioni politiche è costituito dal modello di democrazia in
atto in un determinato contesto storico-geografico: elitistico-competiti-
vo, oppure populistico, oppure comunitarista, oppure deliberativo. Eb-
bene, con riferimento all’attuale passaggio d’epoca, il modello elitistico-
competitivo di democrazia – la cui elaborazione è associata ai nomi di
Max Weber e Joseph Schumpeter – i cui meriti storici sono fuori di ogni
dubbio, non è più in grado di assicurare elevati tassi di crescita e di di-
latare gli spazi di libertà dei cittadini. È piuttosto il modello deliberati-
vo di democrazia la meta verso cui tendere se si vuole aumentare lo
stock di capitale civile.
Come indica Viola (2003), tre sono i caratteri essenziali del metodo de-
liberativo. Primo, la deliberazione riguarda le cose che sono in nostro
potere. (Come insegnava →Aristotele, non deliberiamo sulla luna o sul
sole!). Dunque, non ogni discorso è una deliberazione, la quale è piut-
tosto un discorso volto alla decisione. Secondo, la deliberazione è un
metodo per cercare la verità pratica e pertanto è incompatibile con lo
scetticismo morale. In tale senso, il modello deliberativo non può esse-
141
Capitale civile

re una pura tecnica senza valori; non può ridursi a mera procedura per
prendere decisioni. Terzo, il processo deliberativo postula la possibilità
dell’autocorrezione e quindi che ciascuna parte in causa ammetta, ab
imis, la possibilità di mutare le proprie preferenze e le proprie opinioni
alla luce delle ragioni addotte dall’altra parte. Ciò implica che non è
compatibile col metodo deliberativo la posizione di chi, in nome del-
l’ideologia o della difesa degli interessi della propria parte, si dichiara
impermeabile alle altrui ragioni. È in vista di ciò che la deliberazione è
un metodo essenzialmente comunicativo. Secondo l’opinione di Cohen
(1989), la democrazia deliberativa è una «deliberazione pubblica foca-
lizzata sul bene comune», nella quale chi vi partecipa si dichiara dispo-
nibile a mettere in gioco le proprie preferenze iniziali, poiché «le prefe-
renze e le convinzioni rilevanti sono quelle che emergono da o sono
confermate per mezzo della deliberazione» (p. 69). Dal punto di vista
della legittimità democratica, i risultati del processo deliberativo valgo-
no «se e solamente se possono essere l’oggetto di un libero e ragionato
consenso tra uguali» (p. 73).
Una conferma recente della rilevanza pratica dei metodi della democra-
zia deliberativa al fine di migliorare l’efficacia dell’azione di governo ci
viene dalla vasta indagine condotta dalla Banca Mondiale – consultabi-
le al sito http://www.govindicators.org – su 37 paesi. A parità di asset-
to costituzionale e di quadro giuridico e in condizioni basicamente
omogenee di sviluppo economico, più alta è la partecipazione politica
dei cittadini in forma quali i forum deliberativi, le giurie popolari, ecc.,
più alta è la qualità dei servizi pubblici e più elevata la credibilità dei
governi. D’altro canto, se sempre in riferimento al lavoro di Bowles e
Jayadev (2007), si vanno a considerare i principali fattori da cui dipen-
de la vertiginosa crescita del lavoro di tutela, si scopre che questi – la
disuguaglianza economica, il conflitto politico, il conflitto identitario –
hanno tutti a che vedere con una carente o inadeguata applicazione del
principio democratico.
Infine, il terzo elemento costitutivo del capitale civile è rappresentato
dalle specificità della matrice culturale che plasma l’ethos pubblico di
una comunità. Sappiamo che lo sviluppo economico moderno più che
il risultato dell’adozione di più efficaci incentivi o di più adeguati asset-
ti istituzionali, consegue piuttosto dalla creazione di una nuova cultura.
Invero, l’idea per la quale in economia incentivi o istituzioni efficienti
generano risultati positivi a prescindere dalla cultura prevalente è desti-
tuita di fondamento, dal momento che non sono gli incentivi di per sé,
ma il modo in cui gli agenti percepiscono e reagiscono agli incentivi a
142
Capitale civile

fare la differenza. E i modi di reazione dipendono proprio dalla speci-


ficità della matrice culturale, la quale è a sua volta connotata dalle tra-
dizioni, dalle norme sociali di comportamento, e dalla religione, intesa
come insieme di credenze organizzate. Un caso notevole che conferma
quanto detto è quello della rivoluzione industriale. Questa ebbe a rea-
lizzarsi in Inghilterra in un periodo (il XVIII secolo) in cui istituzioni e
incentivi economici erano rimasti basicamente gli stessi di quelli dei se-
coli precedenti. Un solo esempio: le opportunità di profitto assicurate
dalla conversione dei terreni a proprietà comune in terreni a proprietà
privata – opportunità già presente da secoli – cominciarono ad essere
sfruttate solamente quando lo spirito imprenditoriale di tipo capitalisti-
co iniziò a diffondersi in seguito ad un marcato rivolgimento culturale.
Un interessante e puntuale resoconto di tale vicenda si trova in Clark
(2007). Altra autorevole conferma ci viene dal celebre lavoro dello sto-
rico economico Avner Grief sulle comunità di mercanti medievali tra il
Magreb e il Mediterraneo. In esso, lo studioso americano mostra con
dovizia di particolari come il successo comparato dei mercanti genove-
si sia da attribuire, in primis, alla prevalenza presso costoro di una cul-
tura i cui codici simbolici e le cui norme di comportamento sociale fa-
vorivano la cooperazione economica e, in conseguenza di ciò, facilitava-
no l’attività di scambio grazie alla riduzione dei costi di transazione.
È ormai acquisito che valori e disposizioni quali la propensione al ri-
schio, le pratiche di concessione dei crediti, l’atteggiamento nei con-
fronti del lavoro, la disponibilità a fidarsi degli altri, etc. sono fortemen-
te connessi alla cultura prevalente in un determinato contesto spazio-
temporale. Il capitalismo, al pari di ogni altro modello di ordine socia-
le, ha bisogno per la sua continua riproduzione di una varietà di input
culturali e di un articolato codice di moralità che esso stesso non è in
grado di generare, anche se concorre certamente a modificarne le fat-
tezze nel corso del tempo.
Su un punto specifico della matrice culturale conviene soffermare bre-
vemente l’attenzione. Come si sa, il modello liberale di ordine sociale si
fonda sul binomio libertà-responsabilità. Ai cittadini devono essere as-
sicurate eguali opportunità ai punti di partenza, intervenendo per can-
cellare eventuali discriminazioni nell’accesso a posizioni e risorse e ciò
allo scopo di mitigare, se non proprio cancellare, gli effetti della lotte-
ria naturale. Ma una volta effettuata la →scelta, l’individuo è responsa-
bile delle conseguenze che ne discendono, quali che esse siano. Tuttal’-
più può aspettarsi – ma non pretendere – una qualche forma di pietà,
pubblica o privata che sia. E ciò in forza del principio liberale secondo
143
Capitale civile

cui se uno sceglie consapevolmente e in assenza di coercizioni varie ac-


consente agli effetti che ne derivano: cousensus facit justum! Cosa dire
dei casi, oggi sempre più frequenti, in cui si commettono errori oppure
si operano scelte sbagliate per akrasia (debolezza della volontà)?
Ronald Dwarkin ha scritto che la società liberale non ha il dovere di
perdonare l’errore. Perché mai – si chiede il filosofo inglese – la socie-
tà dovrebbe tassare chi ha lavorato sodo e che ha scelto bene e finanzia-
re, con le tasse così raccolte, il nuovo inizio di chi ha scelto male, offren-
do loro una seconda chance di vita? Nessun perdono dunque per gli
imprudenti e per i non virtuosi. Diametralmente opposta è la prospet-
tiva dalla quale si colloca Fleurbaey (2008): la società aperta e libera de-
ve trovare il modo di compensare, almeno in parte, i “costi dell’insuc-
cesso” dovuti a scelte sbagliate, creando dei fresh start funds, il cui fon-
damento non è nel “conservatorismo compassionevole” ma nella triade
perdono sociale - libertà - responsabilità. Secondo Fleurbaey, una socie-
tà in cui i cittadini pagano una piccola imposta quando le cose vanno
bene, ma ricevono una seconda chance quando le vicende sono avver-
se è più libera e più civile di una società in cui si è leggermente più ric-
chi se le cose vanno bene (perché non si pagano tasse) ma si rischia di
andare in rovina quando si compie una scelta sbagliata. (La grave crisi
finanziaria, scoppiata nell’estate 2007 negli USA e poi diffusasi per con-
tagio nel resto del mondo, costituisce solamente un esempio di quanto
sarebbe stato utile e per tutti vantaggioso disporre di fresh start funds).
È chiaro, a questo punto, il nesso tra matrice culturale e proposta come
quella di Fleurbaey e altre del genere. Perdonare, letteralmente, signifi-
ca “donare completamente”. Invero, non è capace di perdonare chi non
è capace di donare. Ebbene, una cultura economica che non solo
espunge dal proprio lessico ma, quel che è peggio, elimina dal proprio
orizzonte scientifico il principio del →dono, mai potrà arrivare a mi-
gliorare la condizione di vita umana. E quindi si condanna all’irrilevan-
za pratica. Infatti, senza pratiche estese di dono si potrà anche costrui-
re un mercato efficiente ed uno Stato autorevole, ma non si riuscirà mai
a risolvere quel “disagio di civiltà” di cui parla S. Freud nel suo celebre
saggio. Perché efficienza e giustizia, anche se unite, non valgono a sod-
disfare il nostro bisogno di →felicità. La quale non sopporta né il solo
“dare per avere”, né il solo “dare per dovere”.
Da quanto precede si comprende perché la categoria di capitale civile
abbia come suo sbocco naturale il discorso sul →bene comune. Per fare
memoria, comune è il bene della relazione stessa fra persone, dal mo-
mento che il bene comune non riguarda la persona presa nella sua sin-
144
Capitale civile

golarità, ma in quanto è in prelazione con altre persone. La differenza


profonda con il bene totale sta in ciò che, in quest’ultimo, non entrano
le relazioni intersoggettive e, di conseguenza, neppure entrano i →b e n i
relazionali, la cui rilevanza ai fini del progresso civile della nostra socie-
tà è cosa confermata da una miriade di indagini empiriche. Dal pari er-
rata è la condivisione tra bene comune e interesse generale (o collettivo)
come se i sostantivi bene e interesse, da un lato, e gli oggettivi comune e
generale, dall’altro, potessero essere presi come sinonimi. Eppure, gene-
rale si oppone a particolare, mentre comune si oppone a proprio: nel be-
ne comune, il bene che ciascuno trae dal suo uso non può essere separa-
to da quello che altri pure da esso traggono. È come ciò che non è solo
proprio – come invece accade con il bene privato – né ciò che è di tutti
indistintamente – così è invece del bene pubblico. (Zamagni, 2007).
Per tornare allora alla fig.1, piuttosto che continuare a destinare ingen-
ti risorse intellettuali (e anche finanziarie) per discutere e decidere qua-
le punto su una data curva sia da preferire agli altri, più saggio sarebbe
cercare le vie – che certamente esistono – per provocare un abbassa-
mento della curva, vale a dire per aumentare lo stock di capitale civile
a disposizione del sistema. È dalla pervasività nella nostra cultura del-
l’ethos dell’efficienza che discende quel “mito performativo” per il qua-
le dire significa fare e per il quale una cosa diventa vera per il solo fat-
to che la facciamo. Niente di più pericoloso.
Che la nozione di capitale civile conosca oggi, anche sull’onda della di-
sastrosa crisi finanziaria in atto, una sorta di risveglio, di rinnovato in-
teresse, è cosa che ci viene confermata da una pluralità di segni e ciò
apre alla speranza. Non c’è la civilizzazione che incombe, si è quasi so-
spinti ad abbandonare ogni atteggiamento distopico e ogni conservato-
rismo intellettuale, osando vie nuove e di pensiero e di azione.

BIBL. - Bowles S. - Jayadev A. (2007), F o r t ress America and the price of se -


curity, in «The Economists’ Voice», 2.
Clark G. (2007), F a rewell to alms, Princeton University Press, Princeton.
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P. Pettit (a cura di), The Good Polity, Blackwell, Oxford.
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Fleurbaey M. (2008), Fairness, responsibility and welfare, Oxford Uni-
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145
Capitale civile

Viola F. (2003), Le democrazie deliberative tra costituzionalismo e multi -


culturalismo, in «Ragion Pratica», 2.
Zamagni S. (2007), L’economia del bene comune, Città Nuova, Roma.

STEFANO ZAMAGNI

 Capitale sociale
Sebbene il termine “capitale sociale” fosse già stato usato da alcuni stu-
diosi in precedenza, la sua popolarità nelle scienze sociali inizia verso la
fine degli anni Ottanta, quando Coleman (1988) e poi Putnam, Leonar-
di e Nanetti (1993) catalizzano l’attenzione degli studiosi sul nuovo
concetto.
Coleman riflette sul fatto che l’interazione sociale genera strutture rela-
zionali durature, che possono essere sfruttate come una risorsa produt-
tiva dai singoli individui. Gli esempi si possono moltiplicare: la rete dei
miei contatti mi può servire per trovare un posto di lavoro; il patrimo-
nio di fiducia incorporato nelle mie relazioni può diminuire i miei costi
di transazione e permettere la conclusione di affari altrimenti preclusi;
la presenza di norme civiche effettive può evitare i problemi legati al ri-
schio morale e all’opportunismo; le organizzazioni sociali (sia verticali,
come nelle imprese, sia orizzontali, come in molte associazioni della so-
cietà civile) costituiscono chiaramente una risorsa produttiva (di profit-
to o di “→beni relazionali”); la coesione sociale può ridurre il conflitto
e la delinquenza; un tessuto sociale ricco facilita l’apprendimento indi-
viduale e l’accumulazione di capitale umano, e così via. La peculiarità
di tali risorse produttive consiste nel fatto che non sono incorporate in
beni fisici o in singoli individui, come il capitale fisico e il capitale uma-
no. Piuttosto, si tratta di caratteristiche della struttura sociale. Coleman
tuttavia le considera alla stregua delle altre forme di capitale, appunto
come “capitale sociale”, in quanto vanno incontro a processi di accu-
mulazione e decumulazione nel tempo e possono essere oggetto di spe-
cifici investimenti. Coleman sottolinea però un potenziale problema di
sotto-investimento, dovuto al fatto che il capitale sociale ha un aspetto
importante di “bene pubblico”, dal momento che molte delle strutture
sociali che lo costituiscono sono pubblicamente disponibili e non sono
proprietà privata di nessuno. In altre parole, le esternalità positive fan-
no sì che i rendimenti sociali siano maggiori dei rendimenti privati.
146
Capitale sociale

Putnam propone una prospettiva più ristretta sul capitale sociale, pen-
sato in termini di densità delle reti associative orizzontali, caratteristi-
che della società civile. In particolare, studiando il funzionamento poli-
tico ed economico dell’Italia, egli mostra come le amministrazioni loca-
li siano più efficienti laddove più forte è il senso civico; come le diffe-
renze storiche nella partecipazione civica possano spiegare il persisten-
te divario fra Nord e Sud; e come l’impegno civico sia intimamente le-
gato alla presenza delle reti associative orizzontali.
Un utile punto di riferimento è una definizione del capitale sociale,
adattata da Narayan (1999), come quell’insieme di norme e relazioni so-
ciali, incorporate nella struttura sociale di un gruppo, che consentono
agli individui di coordinare le proprie azioni per raggiungere gli scopi
desiderati. Tale definizione ci consente di fare alcune osservazioni. An-
zitutto, la dimensione del gruppo può andare da un singolo individuo
all’intera società. Corrispondentemente, il capitale sociale può essere
definito a livello individuale o aggregato. Esso è in ogni caso costituito
da norme e relazioni sociali, le quali sono attributi della struttura socia-
le che si modificano nel tempo, ma che in un dato momento costitui-
scono uno stock. A seconda del tipo di norme e di relazioni considera-
te, il concetto può essere sfaccettato, ma la sua funzione produttiva è
comunque definita in relazione agli obiettivi individuali. Tali obiettivi
possono ovviamente concernere beni di mercato così come beni non di
mercato, ad esempio beni forniti socialmente, quali lo status o l’amici-
zia. È importante notare che gli obiettivi di un gruppo possono essere
in accordo oppure in contrasto con quelli di un altro, cosicché il capi-
tale sociale può avere esternalità sia positive che negative. Ad esempio,
può servire tanto a fini di cooperazione quanto di estrazione di rendite.
Infine, l’accumulazione e la decumulazione di capitale sociale avvengo-
no tipicamente attraverso processi di interazione sociale che rafforzano
o indeboliscono le norme e le relazioni. A differenza del capitale fisico,
che si logora con l’uso, ma al pari del capitale umano, le norme di coo-
perazione, la fiducia e le relazioni sociali si possono rafforzare attraver-
so l’uso (anche se ovviamente un uso opportunistico può impoverire lo
stock di capitale sociale). A complicare ulteriormente le cose, cambia-
menti istituzionali (ad esempio l’affermazione dei diritti civili e politici)
o tecnologici (ad esempio la diffusione del telefono o di internet) pos-
sono influenzare significativamente le dinamiche di interazione sociale
e di accumulazione del capitale sociale. A seconda che le norme e le re-
lazioni siano intra-gruppo o inter-gruppo si parla di capitale sociale di
tipo bonding e di tipo bridging. Tale distinzione evidenzia l’intrinseca
difficoltà di aggregare il capitale sociale: un insieme di gruppi diversi,
147
Capitale sociale

con interessi contrastanti e ciascuno con un elevato livello di capitale


sociale intra-gruppo, non genera di per sé un elevato livello di capitale
sociale aggregato. Piuttosto, genererà più facilmente un elevato livello
di conflitto. Per tale ragione è utile essere il più precisi possibile circa
l’ambito di applicazione del concetto.
Autori diversi hanno utilizzato definizioni diverse di capitale sociale, ta-
lune più ampie, altre più ristrette, tanto che oggi il termine indica più
un filone di studi che un concetto univoco. A livello individuale, econo-
misti come Di Pasquale e Glaeser in un loro studio chiamano capitale
sociale il patrimonio di relazioni sociali di un individuo con gli altri; in
un diverso lavoro, Glaeser, Laibson e Sacerdote riferiscono il medesimo
termine alle capacità relazionali (social skills) di un singolo individuo.
Mentre è chiaro che si tratta di due aspetti correlati, il secondo può es-
sere più appropriatamente visto come la componente “relazionale” del
capitale umano, mentre il primo è coerente con la definizione data in
precedenza. A livello aggregato, alcuni autori, fra cui Fukuyama, Pal-
dam e Svendsen, identificano capitale sociale e fiducia (o definiscono il
primo in termini di densità della fiducia all’interno di un gruppo). Al-
tri, fra cui Collier e, in studi successivi, lo stesso Fukuyama, sulla scor-
ta di Putnam, adottano un approccio più strutturale e si concentrano
sulle norme di cooperazione e sulle reti orizzontali, distinguendo anche
fra capitale sociale a livello della famiglia, dell’impresa, del governo e
della società civile.
Alcuni autori, fra cui Solow, Bowles e Gintis, hanno sottolineato come
tali definizioni vadano facilmente incontro a problemi concettuali,
quando si tratta di definire rigorosamente la fiducia, di distinguere con
precisione tra stock (capitale sociale) e flusso (interazione sociale), non-
ché di chiamare “capitale” strutture sociali di persistenza secolare. Sia
Coleman che Putnam sono stati criticati per la confusione fra la defini-
zione di capitale sociale e i suoi effetti positivi. Se il concetto viene iden-
tificato con gli effetti (positivi), smette di essere un concetto analitico e
si trasforma in una tautologia. Sobel suggerisce addirittura che la con-
fusione circa la definizione del capitale sociale abbia a tal punto dan-
neggiato l’utilità di tale concetto da rendere preferibile l’abbandono del
termine “capitale sociale” come tale, pur riconoscendo che le diverse
questioni che sono state studiate sotto tale nome meritano sicuramente
attenzione presente e futura. Una critica particolare concerne l’osserva-
zione di Putnam che il capitale sociale è largamente un’eredità storica e
si modifica lentamente nel corso dei secoli. Diversi studiosi, come So-
low, Paldam e Svendsen, hanno osservato che in tal caso il termine “ca-
148
Capitale sociale

pitale” non sembra appropriato. Tuttavia altri sono più inclini ad usare
ugualmente il termine capitale, connotandolo di un rinnovato significa-
to. Ad esempio, in uno studio recente, Guiso, Sapienza e Zingales par-
lano del capitale sociale come di una “buona cultura” (good culture), in-
tesa come un insieme di credenze (beliefs) e valori che favoriscono la
cooperazione, e che è persistente nel tempo.
Al di là delle disquisizioni definitorie, l’utilità per la ricerca del concet-
to di capitale sociale è largamente dovuta alla sua misurazione empiri-
ca ed alla misurazione dei suoi effetti. Diverse proxy del capitale socia-
le sono risultate significative per spiegare svariati fenomeni di primaria
importanza, quali la crescita economica, la qualità del governo, l’accu-
mulazione di capitale umano, il crimine, lo sviluppo finanziario ed altri
ancora. Una rassegna esaustiva dei risultati ottenuti in questa vasta let-
teratura è impossibile in questa sede. Il miglior riferimento per saperne
di più è costituito dal portale Social Capital Gateway, gestito da Sabati-
ni (2009). Nei limiti di questo spazio menzioneremo, a modo di esem-
pio, soltanto alcuni contributi fondamentali sulla misurazione e gli ef-
fetti del capitale sociale.
Knack e Keefer (1997) misurano la fiducia attraverso la percentuale di
coloro che rispondono affermativamente alla domanda se in generale ci
si possa fidare degli altri. Inoltre, misurano le norme di cooperazione ci-
vica attraverso indicatori ricavati dalle valutazioni individuali di diversi
comportamenti anti-civici. Infine, utilizzano come proxy della densità
delle reti associative orizzontali una media del numero di tipi diversi di
gruppi associativi cui gli individui appartengono. I loro risultati princi-
pali sono che, in un gruppo di 29 paesi dell’OCSE, le prime due misu-
re, altamente correlate tra loro, sono una determinante significativa del-
la crescita economica, mentre la terza misura non è significativa. L’im-
portanza della fiducia per la crescita è confermata anche da uno studio
di Zak e Knack per un campione più vasto di paesi. In un articolo del
2000, attraverso esperimenti e questionari sui comportamenti effettivi,
Glaeser, Laibson, Scheinkman e Soutter mostrano che la misura della
fiducia usata da Knack e coautori riflette in realtà maggiormente l’affi-
dabilità di un individuo che il suo grado di fiducia negli altri. Temple e
Johnson usano una misura alternativa di “capacità sociali” (social capa -
bilities) e la trovano significativa per la crescita dei paesi in via di svi-
luppo. In due articoli del 1999, La Porta, Lopez-de-Silanes, Shleifer e
Vishny e Alesina, Baqir e Easterly trovano che variabili culturali, quali
l’eterogenità etnolinguistica e la religione, sono importanti per spiegare
rispettivamente la qualità dei governi e la spesa in beni pubblici. Nello
149
Capitale sociale

stesso anno, Goldin e Katz mostrano come il capitale sociale influisca


sull’accumulazione di capitale umano e sia a sua volta influenzato da es-
sa. Con dati relativi alle regioni italiane, Guiso, Sapienza e Zingales
(2004) mostrano che il capitale sociale, misurato in termini di donazio-
ni di sangue e partecipazione alle elezioni, è importante per spiegare lo
sviluppo finanziario. Con dati relativi alle province italiane, Buonanno,
Montolio e Vanin (2009) mostrano come lo sviluppo associativo (misu-
rato in termini di densità associativa storicamente determinata) e le nor-
me civiche e altruistiche (colte dalle donazioni di sangue) riducano si-
gnificativamente la delinquenza.
Gli esempi si possono moltiplicare, ma già questo elenco mostra l’im-
portanza decisiva di vari aspetti del capitale sociale e porta ad interro-
garsi sui suoi meccanismi di accumulazione. L’evidenza disponibile
(grazie agli studi di Di Pasquale e Glaeser e di Alesina e La Ferrara)
sembra indicare che la partecipazione sociale è inversamente legata (a
parità di altri fattori) alla disuguaglianza (sociale, economica ed etnica)
ed alla mobilità geografica. La fiducia sembra soprattutto legata alla ca-
pacità delle istituzioni di garantire i diritti contrattuali e di proprietà, al
livello d’istruzione, alla storia individuale e, negativamente, alla disu-
guaglianza sociale, economica ed etnica (gli studi più importanti a ri-
guardo sono firmati da Knack e Keefer, Di
Pasquale e Glaeser, Helliwell e Putnam, Glaeser, Laibson, Scheinkman
e Soutter, Alesina e La Ferrara). Nel medio periodo, processi di sosti-
tuzione fra beni privati e beni fruiti socialmente possono determinare
il fatto che un’economia si muova verso “trappole di povertà sociale”
(equilibri Pareto-dominati con bassi livelli di capitale sociale ed alti li-
velli di capitale privato) oppure verso equilibri più bilanciati, come do-
cumentato da Putnam (2000) e studiato teoricamente da Antoci, Sacco
e Vanin in diversi lavori. Nel lungo periodo, tuttavia, il capitale sociale
sembra estremamente persistente, come mostrato empiricamente (con
dati relativi alle città italiane, che risalgono all’esperienza delle città sta-
to nel Medioevo e addirittura alla fondazione etrusca) e spiegato teori-
camente (attraverso meccanismi di trasmissione culturale intergenera-
zionale) da Guiso, Sapienza e Zingales e da Tabellini in lavori recentis-
simi.
Nonostante le ambiguità legate alla precisa definizione del capitale so-
ciale, non c’è dubbio che sotto tale termine sono stati studiati negli ul-
timi vent’anni gli effetti di variabili socio-culturali di primaria impor-
tanza, precedentemente trascurate, soprattutto dagli economisti. Se
dunque esistono entusiasti e scettici circa il termine “capitale sociale” e
150
Capitalismo

la sua utilità come concetto analitico, è invece indubbio che, in quanto


designa un filone di ricerca, il capitale sociale costituisce una delle pro-
spettive più interessanti per il futuro delle scienze sociali.

BIBL. - Buonanno P. - Montolio D. - Vanin P. (2009), Does Social Capi -


tal Reduce Crime?, in «Journal of Law and Economics», 52(1), in
corso di pubblicazione.
Coleman J. (1988), Social Capital in the Creation of Human Capital, in
«American Journal of Sociology», 94S, pp. 95-120.
Guiso L. - Sapienza P. - Zingales L. (2004), The Role of Social Capital in
Financial Development, in «American Economic Review», 94(3), pp.
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Knack S. - Keefer Ph. (1997), Does Social Capital Have an Economic Pa -
yoff? A Cross-Country Investigation, in «Quarterly Journal of Econo-
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Narayan D. (1999), Bonds and Bridges: Social Capital and Poverty, Poli-
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Putnam R. (2000), Bowling Alone: The Collapse and Revival of Ameri -
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Putnam R. - Leonardi R. - Nanetti R. (1993), Making Democracy Work:
Civic Traditions in Modern Italy, Princeton University Press, Prince-
ton.
Sabatini F. (2009), Social Capital Gateway, www.socialcapitalgateway.org

PAOLO VANIN

 Capitalismo
Il sistema economico moderno viene sovente classificato come un’“eco-
nomia di mercato”. Ciò significa che l’allocazione delle risorse è l’esito
di milioni di decisioni individuali prese dai produttori e dai consuma-
tori, in risposta a segnali pubblicamente disponibili, i prezzi, che fun-
zionano automaticamente, in quanto a loro volta reagiscono agli esiti, in
termini di acquisto o di vendita, derivanti dall’aggregazione delle deci-
sioni individuali. Sul mercato, dunque, nessuno comanda e pianifica; il
meccanismo di coordinamento è decentrato e volontario. I prezzi forni-
151
Capitalismo

scono incentivi che inducono i singoli, ciascuno in maniera indipenden-


te, ad adottare comportamenti compatibili, vantaggiosi e, con qualche
ulteriore condizione, efficienti. «L’assunto di partenza di questa formu-
lazione è che la società, nonostante la presenza di attriti, di squilibri e
di palesi disuguaglianze, possa essere interpretata come una società
egualitaria, nella quale ogni soggetto viene compensato a seconda dei
suoi meriti» (Graziani 1981, p. 9). Quelle che scompaiono, per dirla al-
trimenti, sono le asimmetrie di potere: «una transazione economica è
un problema politico risolto. La scienza economica si è guadagnata il ti-
tolo di regina delle scienze sociali scegliendo quale proprio oggetto i
problemi politici già risolti» (Lerner 1972, p. 259).
Marx si oppone a questa concezione, distinguendo le forme organizza-
tive del sistema economico mediante il criterio della proprietà dei mez-
zi di produzione. Egli prende le mosse, secondo una diffusa tradiziona-
le interpretazione (ad esempio, Sweezy 1942), da un sistema-tipo deno-
minato “produzione mercantile semplice”, quale pietra di paragone in
cui le disuguaglianze sono assenti: ciascun soggetto è allo stesso tempo
lavoratore e proprietario di tutti i beni che impiega nel processo pro-
duttivo; ciascuno inoltre, entro la divisione sociale del lavoro, deve of-
frire, per procurarsi i beni che gli occorrono, quella parte dei beni da
lui prodotti che eccede il suo consumo. Il “capitalismo” è un sistema-
tipo che Marx concepisce in contrapposizione al primo e che si caratte-
rizza per la separazione tra lavoro e proprietà dei mezzi di produzione;
la proprietà privata dei mezzi di produzione; la libertà giuridica del la-
voratore, che vende sul mercato la propria capacità di lavoro; la gene-
ralizzazione della produzione e dello scambio delle merci. Le asimme-
trie di potere sono costitutive, in quanto esso si articola mediante tre ca-
tegorie di agenti: una composta da puri lavoratori, una dai proprietari
di tutti i beni strumentali riproducibili e una dai proprietari delle risor-
se naturali. Mentre i lavoratori partecipano al processo produttivo per
conseguire un reddito utilizzabile per il proprio consumo, e i proprie-
tari delle risorse naturali desiderano elevare le rendite per godere di
consumi di lusso, lo scopo dei capitalisti è l’espansione massima possi-
bile, nel tempo, del valore del proprio capitale: essi sono spinti a ciò sia
dalla concorrenza degli altri capitalisti, sia dalla circostanza che la loro
posizione sociale dipende principalmente dall’ampiezza del capitale
controllato. Il mezzo per ottenere questo fine è la massimizzazione del
profitto, ossia la differenza, per ogni periodo, tra il valore delle merci
vendute e quello dei mezzi di produzione impiegati. Marx prospetta in-
fine un terzo sistema-tipo, chiamato “socialista”, che, pur mantenendo
ancora la separazione tra lavoro e proprietà dei mezzi di produzione,
152
Capitalismo

inizia a ridurre le asimmetrie di potere. Esso collettivizza la proprietà,


sottraendola a un particolare gruppo di soggetti. Affida inoltre, con una
razionalità organizzativa centralizzata, i problemi del cosa e quanto pro-
durre, del come produrre, del per chi produrre, ad un’autorità pubbli-
ca, che pianifica e dirige le attività economiche produttive, ammetten-
do che i soggetti abbiano margini di discrezionalità soltanto nell’ambi-
to del consumo (Napoleoni 1967).
È dunque l’ordinamento proprietario, assunto quale criterio distintivo
dei sistemi economici, ciò che prioritariamente va modificato nella tran-
sizione, pacifica o rivoluzionaria che essa sia, da un sistema all’altro.
Questa idea-chiave ha però storicamente limitato la comprensione di
forme e processi del capitalismo contemporaneo, quali la proprietà sta-
tale di numerose imprese e talvolta di intere industrie, la parcellizzazio-
ne e diffusione della proprietà privata, le public companies, il controllo
delle banche sulle imprese produttive, il ruolo dei mercati finanziari nel
processo di allocazione del controllo produttivo. L’altro maggior limite
della teoria marxiana risiede nella ricerca del primum movens del siste-
ma economico, individuato nella capacità valorificante del lavoro uma-
no. Più che ricordare le note incongruenze che l’analisi del valore-lavo-
ro incontra, qui preme rimarcare l’orientamento epistemologico volto
alla ricerca della causa causantes da cui discenda la “vera” spiegazione
genetica del capitalismo.
Ebbene, in che misura i limiti appena menzionati influenzano e per-
meano l’intero approccio di Marx? Per rispondere, dobbiamo richia-
mare tre sue originali e potenti ragioni di attualità. Per Marx il capitali-
smo genera un processo storicamente specifico di alienazione economi-
ca (Petry 1915; Rubin 1928). Poiché qualsiasi azione è, nel sistema-tipo,
mediata dal mercato, i beni vengono considerati non per ciò che sono
(valore d’uso), ma per quello che valgono (valore di scambio). Si realiz-
za così il conferimento alle relazioni tra persone degli attributi tipici
delle relazioni tra cose (“reificazione”), oppure alle relazioni tra cose
degli attributi tipici delle relazioni tra persone (“feticismo”). Alcuni
rapporti sociali si manifestano con la forma di un rapporto tra cose, co-
me quando la capacità di esaudire bisogni da parte di lavori individua-
li si esprime attraverso la ragione di scambio dei beni prodotti da quei
lavori; alcune leggi sociali si presentano come leggi naturali, come
quando i produttori operano in base a indici di mercato che sfuggono
al loro controllo; altri rapporti sociali appaiono come il nesso tra una
cosa e sé stessa, come quando il denaro “figlia” denaro, smarrendo ogni
traccia della propria origine; infine, le forze produttive del lavoro si pre-
153
Capitalismo

sentano come forze produttive del capitale, in quanto nel processo di


lavoro le une dipendono dalle altre (Vercelli 1973). L’estraniazione dei
rapporti intersoggettivi comporta una grave e sistematica opacità nella
conoscenza scientifica del capitalismo: le forme superficiali non coinci-
dono con le forme mediante cui questo sistema economico si autoripro-
duce. Occorre riconoscere che la realtà sociale ha due livelli. Quello fe-
nomenico corrisponde al denso spessore dell’alienazione, mentre quel-
lo strutturale realizza le più profonde asimmetrie di potere. Gli agenti
sociali hanno coscienza immediata soltanto del primo livello, mentre il
compito della scienza sociale e della pratica politica è di diradare la mi-
stificazione dell’“economia di mercato”, facendo affiorare le ragioni
conflittuali del capitalismo.
Un secondo cruciale contributo di Marx sta nel porre al centro il carat-
tere autoriproduttivo del capitalismo. L’autonomizzazione della forma-
denaro, che si realizza storicamente con la coniazione della moneta,
rappresenta il primo capovolgimento dei mezzi in fini. Quando le mer-
ci sono mediate dal denaro, qualsiasi scopo umano appare raggiungibi-
le soltanto mediante il denaro stesso; ne segue che il conseguimento del
denaro, da mezzo che era, diventa il vero fine che tutto a sé subordina.
Adesso gli scopi, usualmente concepiti quali “cause finali” dell’agire,
diventano meri effetti derivanti dall’avere compiuto le procedure ri-
chieste dall’operare del mezzo. All’agire (praxis), come scelta di fini, su-
bentra il fare (téchne), quale produzione di risultati funzionale all’incre-
mento del mezzo stesso. Ma a questo passaggio, che risale alla Grecia
antica (Sohn-Rethel 1972), ne subentra, col capitalismo, un altro più ra-
dicale: la scomparsa della distinzione tra mezzi e fini. Siamo davanti al-
la rigorosa circolare coincidenza di presupposti e risultati, premesse ini-
ziali ed effetti terminali. Come annota Hannah Arendt (1958, pp. 107 e
198), «chiamiamo automatici tutti i processi di movimento spontanei e
quindi fuori della portata della volontà umana o di interferenze delibe-
rate. Nelle forme di produzione contraddistinte dall’automazione, la di-
stinzione tra operazione e prodotto, così come la preminenza del pro-
dotto sull’operazione (che è solo il mezzo per produrre il fine), non ha
più senso ed è già superata. […] Progettare oggetti per la capacità ope-
rativa della macchina, invece di progettare macchine per la produzione
di certi oggetti, potrebbe essere l’esatto capovolgimento del rapporto
tra mezzi e fini, se queste categorie avessero ancora qualche significato.
[…] Così come stanno le cose, è diventato tanto privo di senso descri-
vere questo mondo di macchine in termini di mezzi e fini, quanto lo è
sempre stato chiedere alla natura se produca il seme per produrre l’al-
bero o l’albero per produrre il seme». È questa la transizione da siste-
154
Capitalismo

mi sociali autoregolati a sistemi sociali autoriproduttivi o autopoietici.


Finché ci arrestiamo allo scambio tra merce e denaro, dobbiamo pre-
supporre il processo lavorativo: tale scambio non produce cioè da solo
i propri effetti. Possiamo scambiare un numero illimitato di volte, ed
aspirare a guadagni illimitati, ma ogni singolo scambio può riguardare
unicamente il volume di merci che è stato o che sarà prodotto. Siamo
appunto dentro un sistema autoregolato, ma non autoriproduttivo. Af-
finché si possa giungere a quest’ultimo, occorre l’affermazione di un
processo che – grazie alla circolare coincidenza di presupposti e risul-
tati – non s’imbatta in limiti interni di crescita, cioè che produca la pro-
pria riproduzione. Questo avvento è ricondotto da Marx allo sposta-
mento cruciale dalla circolazione del denaro alla sua produzione, dal
guadagno monetario all’accumulazione del capitale.
L’ultimo contributo marxiano che ricordiamo riguarda l’analisi della re-
lazione tra proprietario-non-lavoratore e lavoratore-non-proprietario
nel capitalismo: mentre nelle società precapitalistiche il comando del
primo era esterno al processo lavorativo, adesso è penetrato in esso. Ciò
ha decisiva importanza. È infatti il modo di funzionamento del proces -
so di lavoro – la sua articolazione tecnico-produttiva – che riproduce la
forma del nesso appropriatore-espropriato. Affinché ciò avvenga, oc-
corre rendere completa la sottomissione del lavoratore, separandolo an-
che dalle condizioni soggettive del suo lavoro. Ogni abilità specifica,
preparazione professionale o capacità di comprendere e governare le
interconnessioni del ciclo di fabbricazione di un certo bene (o di sue
parti importanti) vengono sottratte al produttore. Il suo lavoro viene
suddiviso nei movimenti più elementari, per il compimento di ognuno
dei quali quasi non occorre alcun apprendimento, mentre il coordina-
mento delle operazioni parcellizzate spetta al lavoro di direzione tecni-
ca-scientifica del processo di lavoro. Si realizza così il passaggio dalla di-
visione sociale del lavoro (la distribuzione sociale di compiti, mestieri e
specializzazioni) alla divisione tecnica o parcellare o “manifatturiera”
del lavoro (che suddivide le mansioni all’interno di una fabbrica o di un
ufficio). All’interno del processo di lavoro, la divisione tecnica scinde il
lavoro manuale da quello intellettuale e, più in generale, le prestazioni
esecutive da quelle ideative e direttive. Essa quindi separa le “potenze
mentali” del lavoro cooperativo dalla grande massa dei produttori, ac-
centrandole in ruoli ricoperti da capitalisti o da loro funzionari. Inoltre
la scomposizione di ogni mansione in una rete di subspecializzazioni
determina non solo un’ovvia segmentazione, ma anche una stratificazio-
ne dei nuovi compiti, rendendo assai più complessa la gerarchia pro-
duttiva. In questa lettura di Marx, dovuta principalmente alla scuola al-
155
Capitalismo

thusseriana (per tutti: La Grassa 1980, 1996), i capitalisti non detengo-


no soltanto la proprietà giuridico-economica del processo lavorativo,
come accade nell’interpretazione tradizionale, ma il possesso di esso,
che consente loro di conformarlo al fine della riproduzione del rappor-
to sociale.
Riassumendo, la discussione della peculiarità del sistema-tipo capitali-
stico rispetto all’economia decentrata di mercato non può, a nostro pa-
rere, prescindere da almeno tre aspetti dell’elaborazione di Marx:
l’estraniazione economica, l’autoriproduttività del sistema e la separa-
zione tra comando ed esecuzione all’interno del processo lavorativo.
Tra i tentativi di concettualizzare il capitalismo a due secoli e mezzo dal-
la prima “rivoluzione industriale”, ci soffermiamo su quelli di Manuel
Castells e di Samuel Bowles. Secondo Castells (1996, 2000), il “capita-
lismo” è un sistema sociale in cui il surplus economico viene appropria-
to da chi detiene il controllo delle organizzazioni economiche e l’obiet-
tivo consiste nella massimizzazione del profitto, mentre nello “statali-
smo” il surplus va a chi ha il potere negli apparati dello Stato e l’obiet-
tivo è massimizzare il potere. Questa coppia di categorie si biforca
nell’“industrialismo”, un modello di crescita in cui le fonti principali
della produttività sono l’incremento quantitativo dei fattori produttivi
(lavoro, capitale e risorse naturali), oppure nell’“informazionalismo”,
un modello di crescita in cui la fonte maggiore della produttività è la ca-
pacità qualitativa di ottimizzare la combinazione e l’impiego dei fattori
di produzione sulla base della conoscenza e dell’informazione. Combi-
nando sistemi e modelli – “capitalismo industrialista”, “statalismo indu-
strialista”, “capitalismo informazionalista” –, Castells interpreta le fasi
evolutive dell’economia moderna.
Bowles (2004) prende invece le mosse dalla teoria neoistituzionalista
dei diritti proprietari (Grossman - Hart 1986; Hart - Moore 1990). Per
godere i benefici della specializzazione e delle economie di scala, l’atti-
vità economica diventa sociale piuttosto che individuale. I conflitti d’in-
teressi tra i partecipanti sono governati da contratti – quali meccanismi
d’acquisizione di impegni vincolanti – necessariamente incompleti. In
effetti, i contratti non possono specificare ciò che ogni parte deve fare
in ogni possibile circostanza, poiché: (i) non tutte le evenienze sono
prevedibili, (ii) non per tutte è precisabile l’azione ottimale, e (iii) non
per tutte si può essere certi, di fronte all’opportunismo e alla razionali-
tà limitata degli agenti, che i termini contrattuali saranno eseguiti. La
peculiarità del “capitalismo”, annota Bowles, consiste nel fronteggiare
l’incompletezza contrattuale eleggendo a forma prevalente di organiz-
156
Capitalismo

zazione economica l’impresa. Il potere nell’impresa si manifesta a misu-


ra che qualcuno decide l’impiego di un’attività, nei casi non espressa-
mente indicati da un contratto. Al potere si ricorre perché, in un insie-
me di soggetti e capitali tecnologicamente interdipendenti, ognuno ten-
de a impegnarsi meno, sapendo che trarrà comunque beneficio dal ri-
sultato dell’impegno altrui. È per contrastare tale danno collettivo che
conviene incentivare qualcuno alla gestione e all’innovazione dell’inte-
ro processo economico. Gli incentivi introdotti consistono nel “diritto
al rendimento residuale”, per cui costui mai, dopo che tutti i termini
contrattuali sono stati esauditi, può venire escluso dai vantaggi del pro-
cesso economico; e nel “diritto residuale di controllo”, per il quale egli
può escludere chiunque eluda i suoi ordini. Che questo sia il marchin-
gegno istituzionale fondamentale del capitalismo, è riconosciuto, oltre-
ché da Marx, da Coase e Simon: come per Marx il lavoratore stipula un
contratto incompleto in cui assume un obbligo di obbedienza per un
certo numero di ore, così per Coase e Simon il capitalista è chi impone
un contratto in cui il lavoratore gli trasferisce il potere sugli scopi della
propria attività in cambio del salario (Bowles 2004, pp. 268-269). In
sintesi, per Bowles il capitalismo è un sistema economico nel quale, da-
ta la costitutiva incompletezza dei contratti, il capitalista-manager im-
pone, entro l’impresa, le decisioni che, a suo credere, massimizzano i
guadagni netti che egli stesso si appropria.
Gli schemi teorici di Castells e di Bowles colgono aspetti importanti.
Castells lascia però cadere un’idea cruciale di Marx: che soltanto nel ca-
pitalismo si dipanano, quasi in parallelo, due “livelli di realtà”, uno fe-
nomenico ed uno strutturale. Bowles, da parte sua, recupera la tesi del
controllo all’interno del processo di lavoro, ma, come Castells, lascia ca-
dere gli altri due aspetti decisivi che, nella ricostruzione qui proposta,
connotano la teoria marxiana del capitalismo: la natura autopoietica del
sistema e l’estraniazione economica. Suggeriamo, tirando brevemente le
fila, una definizione che riprenda e generalizzi quella marxiana. Il “ca-
pitalismo”, quale idealtipo, è un sistema sociale autoespansivo che di-
strugge tutte le forme di relazioni umane basate su vincoli personali,
convertendole in transazioni (di compravendita mercantile, ma anche
di scambio legale o relazionale) tra soggetti dotati di libertà contrattua-
le. La transazione universale è pertanto il modo con cui il capitalismo si
manifesta: essa non include soltanto merci, capitale e lavoro; giunge ad
abbracciare i beni della natura e gli aspetti più unici di ciascuno, dal-
l’orgoglio personale alla poesia, dall’affettività erotica fino alla preghie-
ra religiosa e ai figli. In questo sistema le persone stabiliscono rapporti
in quanto possessori di cose: da ciò sembra che le cose abbiano in sé la
157
Capitalismo

capacità di istituire rapporti. La reificazione dei rapporti tra le persone


e la personificazione delle cose è, congiuntamente a quella della transa-
zione, una dimensione universale del capitalismo. Sotto tale livello fe-
nomenico, nel quale tutti i soggetti appaiono formalmente eguali e so-
no egualmente alienati, sta, radicata nei processi produttivi, una strut-
tura di nessi asimmetrici tra chi di volta in volta controlla la risorsa cri -
tica – quella senza cui le altre hanno valore ridotto o nullo – e chi ob-
bedisce (Emerson 1963; Rajan - Zingales 1998). Pertanto, la specificità
del capitalismo risiede nel “duplice livello” di riproduzione della socie-
tà: quello dell’eguaglianza di tutti, come scambisti e di fronte all’aliena-
zione, e quello della disuguaglianza di ciascuno, rispetto alla risorsa cri-
tica di turno, in quanto produttore di beni e prestazioni da scambiare.
Storicamente, la risorsa critica è cambiata più volte. Una maniera usua-
le e non troppo forzata di classificare tali mutamenti, sta nell’includerli
tutti sotto il termine di “capitale”: si inizia col capitale fisico (per cui è
decisiva la proprietà privata dei mezzi di produzione), passando al ca-
pitale monetario e finanziario (per cui conta l’accesso a nuovo potere
d’acquisto), al capitale tecnologico ed organizzativo (per cui importano
i processi d’innovazione), al capitale umano (per cui le competenze, le
abilità e le conoscenze fanno la differenza), fino al capitale sociale (per
cui è la qualità dei nessi intersoggettivi a creare vantaggio competitivo).
Se accettiamo questa comoda tassonomia, siamo forse legittimati a chia-
mare ancora la maggior parte delle società moderne, nelle molteplici va-
rianti che esse assumono, “capitalismi”. Quale che sia l’etichetta scelta,
ciò che davvero conta è che, mentre la nozione di “economia di merca-
to” appare eccessivamente ideologica e aproblematica, il concetto sto-
ricamente qualificato di “capitalismo” indica un sistema economico au -
toriproduttivo privo di limiti, caratterizzato da transazioni e alienazione
universali, nonché dal controllo delle risorse critiche all’interno delle con -
dizioni materiali e cognitive della produzione.
Sulla base di tale definizione del capitalismo, distinguiamo tre versanti
principali su cui questo sistema economico può essere modificato: quel-
lo del “mercato senza capitale”, quello del “capitale senza padrone” e
quello delle “imprese senza padrone”. Potremmo avanzare parecchi ar-
gomenti per i quali simili mutamenti sono auspicabili. Ciò non è però
qui necessario. Ci basta ragionare sulle possibilità evolutive (o involuti-
ve) di un sistema che è storicamente transeunte.
Il primo versante ci ricorda che mentre il mercato è un meccanismo di
regolazione, il capitalismo è un tipo di società economica. L’uno può
stare senza l’altro. L’alienazione universale nasce, nel capitalismo, non
158
Capitalismo

semplicemente perché si effettuano scambi di merci, bensì perché que-


sti reificano i rapporti interpersonali. Ciò a sua volta accade soprattut-
to perché soltanto nel capitalismo al mercato viene conferita la funzio-
ne di allocare (anche) la considerazione sociale (Hirschman 1977): la
quantità di denaro, grazie all’universalità delle transazioni, coincide con
il livello del successo, dell’approvazione altrui e del potere. La costru-
zione dell’identità soggettiva, poggiando esclusivamente sulla capacità
di ciascuno di ottenere denaro sui mercati, genera l’inversione tra per-
sona e cosa chiamata da Marx alienazione economica. Per sradicare
l’alienazione occorre pertanto allentare il legame tra denaro e virtù, red-
dito e prestigio, possesso di merci e realizzazione individuale. «La pos-
sibilità, che il capitale realizza, di ridurre il tempo di lavoro occorrente
a produrre i mezzi di vita, può essere utilizzata per mutare il rapporto
tra il tempo che gli uomini dedicano alla produzione e il tempo che es-
si dedicano a se stessi. […] Non si tratta di uscire dal capitalismo per
entrare in un’altra cosa, ma di allargare nella massima misura possibile
la differenza tra società e capitalismo, di allargare cioè la zona di non
identificazione dell’uomo con la soggettività capovolta» (Napoleoni
1986, pp. 215-216). Dalle pratiche di consumo, a quelle lavorative, a
quelle politiche, a quelle delle relazioni interpersonali, sono oggi nume-
rose le spinte sociali in questa direzione (La Valle 2004).
Sul versante del capitale senza padrone, iniziamo menzionando le pro-
poste di compartecipazione. Ad esempio, il coinvolgimento dei lavora-
tori nella produttività, nel rischio e nei profitti dell’impresa, può realiz-
zarsi con il modello della dual governance, che scinde la sorveglianza
dalla gestione. Il sindacato è presente nel consiglio di sorveglianza e, in
base alla condivisione degli obiettivi strategici dell’azienda, accetta di
legare la dinamica dei redditi dei dipendenti a quella della produzione
di ricchezza, accettando che una quota della retribuzione avvenga sot-
to forma di azioni. Una proposta più radicale, dovuta a John Roemer
(1994), introdurrebbe nel capitalismo due tipi di moneta: quello ordi-
nario sarebbe dedicato a compravendere le merci, mentre ai coupon
spetterebbe l’acquisto dei diritti di proprietà nelle corporation. Sarebbe
illegale scambiare coupon con euro, o usare euro per acquistare parteci-
pazioni in una corporation. Le imprese (e soltanto loro) venderebbero
azioni in cambio di coupon; potrebbero poi scambiare, presso una ban-
ca pubblica, coupon con euro per acquistare beni capitali. Il saggio di
scambio tra euro e coupon verrebbe determinato dalla banca centrale,
che potrebbe manovrarlo per indirizzare gli investimenti in particolari
direzioni. Le imprese competerebbero per tenere alto il valore dei pro-
pri c o u p o n, poiché così potrebbero ottenere più capitali. Il valore in
159
Capitalismo

coupon dell’economia sarebbe all’inizio diviso in quote eguali per il nu-


mero dei cittadini adulti. A 18 anni, ognuno riceverebbe la sua quota.
Potrebbe spenderla per comprare azioni, che gli darebbero maggiori o
minori dividendi e il diritto di voto nelle assemblee, o per collocarla in
qualche fondo d’investimento. Le azioni non sarebbero vendibili da
una persona all’altra, né sarebbero ereditabili: quindi i differenti guada-
gni in borsa durante la vita, non si accumulerebbero nel tempo. Un mo-
tivo d’interesse di questa riforma sta nel mantenere separate la sfera
dell’“economia di mercato” da quella capitalistica: i due circuiti di
scambio, quello col denaro e quello col coupon, impedirebbero di as-
sommare le asimmetrie di potere e di usare un vantaggio in una sfera
per acquisire un vantaggio nell’altra. Ma non tutti i settori dell’econo-
mia si prestano a essere organizzati nel modo competitivo prospettato
da Roemer: è questo il caso dei commons, il complesso dei doni che ere-
ditiamo o creiamo collettivamente. Una proposta, dovuta a Peter Bar-
nes (2006), prende le mosse dal riconoscimento che nel capitalismo i
commons vengono concentrati nelle mani di élites ristrette che li impie-
gano per massimizzare i profitti, oppure sono gestiti dalla mano pubbli-
ca, che, oltre ad altre pesanti deficienze, quasi mai riesce a far pagare ai
singoli i costi sociali del loro uso. Occorre invece formare, quando si
aprono “finestre di opportunità” nei rapporti di forza tra i gruppi, un
“settore comune” che affianchi il settore delle imprese. In tale settore la
proprietà dei commons verrebbe assegnata a istituzioni fiduciarie, i
trusts, vincolate ad amministrarli, anzitutto, per conto delle future ge-
nerazioni. I beni comuni andrebbero dunque proprietizzati, senza esse-
re né privatizzati né statalizzati. Quando essi fossero scarsi o sotto mi-
naccia, occorrerebbe limitarne l’uso e, grazie ai prezzi richiesti per il lo-
ro utilizzo, il trust genererebbe un reddito da ripartire tra i cittadini, as-
sicurando un reddito minimo e attenuando la tendenza capitalistica al-
le disuguaglianze. Quando invece essi sono illimitati, come la cultura o
internet, il trust si proporrebbe di dare, al più basso costo possibile, il
maggior beneficio al numero massimo di persone, ulteriormente miglio-
rando l’uguaglianza di ciascuno e il benessere di tutti. In entrambi i ca-
si il “settore comune” dell’economia procederebbe con una logica op-
posta rispetto a quella del settore capitalistico. Le tre riforme (dual go -
vernance, Roemer e Barnes), al di qua dei dettagli e della disamina del-
le condizioni della loro applicabilità, cercano tutte d’introdurre forme
di diarchia o di bilanciamento tra poteri contrapposti nel capitalismo:
nelle strategie dell’impresa, nell’utilizzo del denaro, nella gestione dei
beni economici. Esse segnalano come il “corredo cromosomico” del ca-
pitalismo, oltre a mutare coi periodi e con i luoghi, possa essere modi-
160
Capitalismo

ficato dall’azione collettiva, fino al punto da alterare suoi connotati ba-


silari quali la spinta illimitata all’accumulazione e l’universalità della
transazione mercantile.
Rimane da aggiungere qualcosa sull’ultima caratteristica, forse la più ar-
dua da modificare: il comando all’interno del processo lavorativo. È la
prospettiva che abbiamo chiamato delle “imprese senza padrone”. Si
può attenuare o addirittura eliminare la gerarchia nei luoghi di lavoro?
La funzione di autorità si articola nei tre momenti (a) della definizione
dello scopo, (b) dell’azione e (c) del controllo. Tradizionalmente, chi
detiene l’autorità gerarchica unifica i tre momenti. Possiamo però im-
maginare che (a) e (c) siano gestiti da soggetti collettivi orizzontali: in
parecchi contesti organizzativi, la formulazione di una progettualità
strategica così come il monitoraggio funzionano bene con modalità pe -
er-to-peer. Riguardo al monitoraggio, nella tradizionale spiegazione del-
l’impresa capitalistica, il prodotto congiunto di una squadra di lavora-
tori è superiore a quello che i membri della squadra otterrebbero sin-
golarmente. Ma, data la difficoltà di misurare il contributo di ciascuno
agli esiti collettivi, prospera l’opportunismo: ognuno s’impegna meno,
a parità di compenso, nella convinzione che lavoreranno gli altri. Oc-
corre dunque un controllore centrale, che possa assumere e licenziare
chi sgarra. Questa modalità organizzativa non è però inevitabile. Si im-
magini di stipulare un contratto con l’intera squadra, per il quale i
membri di essa vengono retribuiti a misura che la squadra raggiunge un
livello di produzione corrispondente a quello che si avrebbe qualora
nessuno facesse il furbo: in tale circostanza, il monitoraggio sarebbe
inutile e la struttura gerarchica dell’impresa verrebbe allentata.
La maggiore difficoltà riguarda (b): quando è necessario decidere e rea-
lizzare, può la gerarchia davvero essere ridotta? In linea di principio, i
criteri di un’impresa democratica consisterebbero nel massimizzare il
numero di persone in grado di partecipare efficacemente alla formula-
zione e attuazione di decisioni di rilievo; minimizzare il numero delle
posizioni di autorità; far occupare tutte o quasi le posizioni di autorità
da individui liberamente eletti dai componenti delle unità organizzati-
ve che contengono le rispettive posizioni come centri di coordinamen-
to; stabilire che ogni carica è a termine; far rispondere ciascuno dinan-
zi ai componenti dell’organizzazione; offrire al maggior numero d’indi-
vidui la possibilità di formarsi per essere in grado di occupare un am-
pio spettro di posizioni di autorità, e di presentarsi come candidato
eleggibile a diversi tipi di carica; far sì che gli individui che concorrono
per occupare le posizioni di autorità siano più numerosi delle posizioni
161
Capitalismo

stesse e possano liberamente competere tra loro per ottenere il manda-


to collettivo; porre, nell’assumere decisioni, che il conseguimento di un
vantaggio per un soggetto non sia ottenibile senza tener conto delle pri-
vazioni (esternalità negative) per altri soggetti, interni all’impresa o me-
no. Come rileva Luciano Gallino (2007), a cui dobbiamo i criteri appe-
na richiamati, l’analisi della possibilità tecnica ed economica di un’im-
presa democratica, e quindi non-capitalistica, è appena ai suoi esordi.

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NICOLÒ BELLANCA

 Carta Caritatis
All’interno del grande movimento monastico che si diffuse in Europa a
partire da san Benedetto (480-547), i cistercensi presero avvio dalla fuo-
riuscita dal monastero cluniacense di Molesme di alcuni monaci, critici
della decadenza nella osservanza delle regole di san Benedetto da parte
dei monaci cluniacensi. Alberico, Stefano Harding e Roberto (quest’ulti-
mo era l’abate di Molesme), con alcuni altri monaci, fondarono il Novum
Monasterium di Cîteaux (25 km. a sud-est di Digione), che prese a fun-
zionare dal 1098, con un nuovo statuto, denominato Carta Caritatis (o
Charta Charitatis). La redazione originaria dello statuto non è stata tutto-
ra ritrovata; di esso si conosce un testo (Carta Caritatis Prior) databile at-
torno al 1113/14 ed approvato da papa Callisto II nel 1119, ma in segui-
to ne vennero formulati altri, fino alla redazione finale (Carta Caritatis Po -
sterior) databile tra 1152 e 1165. Le innovazioni introdotte nel monache-
simo benedettino dai monaci di Cîteaux e delle abbazie “figlie” che suc-
cessivamente vennero fondate (fra cui la più famosa è certamente Clair-
vaux, Cistercium in latino, da cui deriva il nome di cistercensi, fondata da
san Bernardo nel 1115) ebbero influenze che si estesero ben al di là del-
l’Ordine stesso e per questo motivo sono state ampiamente studiate.
163
Carta Caritatis

I piloni portanti della Carta Caritatis nelle sue varie versioni sono tutti
fondati sulle concrete forme di applicazione della carità cristiana pro-
poste dai monaci cistercensi sulla scia dell’ispirazione benedettina del-
l’Ora et labora. Per quanto riguarda la vita propria del monastero, l’in-
novazione più significativa è quella dei rapporti delle abbazie fra di lo-
ro, rapporti che vengono minuziosamente normati dalla Carta Caritatis
con l’obiettivo di mantenere unità nella diversità, evitando sia l’autono-
mia disgregante sia il centralismo assoluto e optando per un governo
che, in termini moderni, potremmo definire “democratico parlamenta-
re”. Ogni abbazia poteva “figliarne” un’altra, senza pretendere nulla a
livello economico, ed era responsabile dei suoi primi passi, fin che que-
sta potesse autogovernarsi. L’abate dell’abbazia “madre” aveva però an-
che in seguito il dovere di fare una visita regolare alle abbazie “figlie”
per controllarne l’osservanza della regola. Cîteaux, che non aveva una
casa madre, veniva visitata regolarmente dagli abati delle sue prime
quattro abbazie figlie (proto-abati). Una volta all’anno tutti gli abati
delle abbazie si riunivano a Cîteaux in un Capitolo generale (tradizio-
nalmente il 14 settembre), per una verifica dell’andamento generale di
tutte le comunità e per intervenire vicendevolmente se c’era qualcosa da
correggere. Era escluso che l’abbazia madre potesse avvalersi delle ri-
sorse dell’abbazia figlia, per evitare che, come si legge nell’incipit della
Carta, «arricchendoci a spese della loro povertà, noi ci rendiamo colpe-
voli del vizio dell’avarizia che, secondo l’Apostolo, è una vera idola-
tria». Al contrario, si legge sempre nella Carta, «se per caso qualche ab-
bazia fosse venuta a trovarsi in estrema povertà, l’abate di quel luogo
faccia presente il caso a tutto il capitolo. Allora ciascun abate, acceso
dalla più grande carità, si affretti a risollevare l’indigenza di quella ab-
bazia con i beni concessi da Dio a ciascuno, secondo le proprie risor-
se». V’erano precedentemente stati altri tentativi nel mondo monastico
di andare nella direzione di governo condiviso della comunità, ma la
Carta Caritatis è la prima a dare formalizzazione e attuazione concreta
al principio, che poi gli stessi cistercensi furono richiesti di aiutare ad
applicare in altre comunità monastiche, fino a che il modello dei Capi-
toli generali divenne universalmente applicato e servì anche da ispira-
zione per l’introduzione di un governo partecipato in campo civile (a
cominciare dalla Magna Charta del 1215).
Sul versante dell’applicazione del dettato benedettino del “labora”, vie-
ne ribadito che i monaci devono vivere del proprio lavoro manuale e che
“perciò ci è lecito possedere, per le nostre necessità, corsi d’acqua, bo-
schi, vigne, prati, terreni lontani dai centri abitati e animali”. L’innova-
zione fondamentale consistette nell’introduzione di un sistema di lavoro
164
Carta Caritatis

organizzato ed proficuo, basato sulla creazione di “grange” (che in fran-


cese significa fienili), ossia di vere e proprie fattorie collegate alle abba-
zie e preposte all’esercizio delle attività manuali di disboscamento, dis-
sodamento, coltivazione, cura degli armenti, predisposizione degli at-
trezzi necessari. Ad amministrare queste grange, vennero messi i “fratel-
li conversi”, aiutati da operai salariati. L’istituzione dei fratelli conversi
derivava da una tradizione antica nei monasteri di ospitare laici, ma ven-
ne praticata dai cistercensi per rendere lo sfruttamento delle risorse ne-
cessarie al convento più continuativo e professionale, lasciando ai mona-
ci sacerdoti più tempo per le pratiche religiose e gli studi, ma mantenen-
do un controllo diretto delle attività lavorative. Inizialmente le vocazio-
ni a converso erano numerose, perché le grange offrivano maggiore si-
curezza e condizioni di vita più accettabili a tanti soggetti che non si sen-
tivano vocati per il lavoro intellettuale nel monastero, ma il rapporto tra
i monaci veri e propri e i fratelli conversi furono nel corso dei secoli non
sempre ideali. Di certo, tuttavia, questa innovazione diede alle fattorie
abbaziali grande sviluppo, facendole diventare centri non solo produtti-
vi, ma anche commerciali, talora con appendici bancarie. I cistercensi si
interessarono alle tecniche di coltivazione, al miglioramento della quali-
tà dei terreni attraverso bonifiche come allo sfruttamento dell’energia
idraulica irrigazione e per muovere mulini. Proprio per via di questa lo-
ro prospera attività economica, i cistercensi sono stati ritenuti i pionieri
della civilizzazione e del progresso, avendo per primi applicato l’etica
del lavoro ad iniziative economiche organizzate e coordinate che furono
da modello per le successive imprese europee.
Con le loro innovazioni in campo economico i cistercensi fecero transi-
tare la “carità” verso il prossimo dall’elemosina che era tipica del perio-
do precedente alla beneficientia, ossia al “fare il bene”. Il lavoro manua-
le, e solo quello, deve produrre le risorse per il sostentamento di una vi-
ta buona per un numero sempre più grande di credenti che si vogliono
impegnare nella vita evangelica; nella distribuzione dei risultati del la-
voro manuale ci si deve regolare secondo principi solidali, senza però
sollevare nessuno dalle proprie responsabilità di adoperarsi per il pro-
prio auto-sostentamento. A questo scopo, è escluso che i monaci possa-
no vivere di rendite: «Gli ordinamenti del nostro Ordine e del nostro
nome escludono il possesso di chiese, di altari, di diritti di sepoltura, di
decime sul lavoro o sul vitto altrui, di fattorie, di contadini, di censo sul-
le terre, di rendite sui forni o sui mulini, e di tutte le altre risorse simili
a queste che contrastano con la purità monastica». In questo modo, il
monastero cistercense gestiva secondo un’ottica unitaria l’economia
spirituale e quella materiale, subordinando la seconda alla prima, ma ri-
165
Casse rurali

tenendo la seconda indispensabile per raggiungere la prima. Inoltre,


l’economia materiale veniva messa su un sentiero di attività produttiva
e circolativa dei beni, e non di tesaurizzazione. Il consumo, infatti, ve-
niva fortemente limitato dalla Carta Caritatis, che provvedeva ad indi-
care l’uso ammesso delle risorse prodotte, quanto a vestiti, paramenti,
vitto, alloggio, ornamenti delle chiese, tutti improntati a semplicità ed
essenzialità. Una curiosità relativa al rifiuto della veste nera da parte dei
cistercensi (sostituita con una bianca o marrone): le vesti nere erano più
costose in quanto tinte rispetto a quelle bianche o marroni, che erano
naturali, e dunque a più buon prezzo.
L’economia monastica instaurata dai cistercensi è un’economia sosteni-
bile, progressiva ed inclusiva, che non contrasta con la vita spirituale,
ma ne è il sostegno, pur nella sua autonomia gestionale. È questa la ba-
se della successiva elaborazione francescana, che allargherà e potenzie-
rà la concezione cistercense dell’attività economica al di fuori dell’am-
bito agricolo, nelle tipiche attività cittadine dei mercanti.

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Stercal C. e Fioroni M. (a cura di) (2004), Le origini cisterciensi, Jaca
Book, Milano.

VERA ZAMAGNI

 Casse rurali
Il proporsi del credito cooperativo non può andar disgiunto dalle pro-
blematiche emergenti in Europa attorno a quel complesso fenomeno
che va sotto il nome di processo di industrializzazione. In un arco di
tempo tutto sommato circoscritto, a partire dalla seconda metà del
166
Casse rurali

XVIII secolo, vennero verificandosi enormi variazioni nell’organizza-


zione produttiva, con un ridimensionamento delle attività connesse al-
l’agricoltura e un incremento dell’occupazione industriale. La disgre-
gazione economica e sociale, indotta dalla “rivoluzione industriale”,
aveva condotto ad un’esasperazione dell’individualismo, allargando
sempre più la distanza tra chi economicamente e socialmente risultava
privilegiato e chi invece era dotato di scarsi mezzi economici e per ciò
stesso posto all’infimo grado della scala sociale. Bisognava dunque in-
dividuare delle modalità attraverso cui i soggetti più deboli potessero
risollevarsi verso una posizione più dignitosa tanto dal punto di vista
economico che sociale. La →cooperazione, quale espressione concre-
ta del mutualismo praticato in un clima solidale, seppe operare per va-
lorizzare quelle risorse che risultavano emarginate nella società euro-
pea in trasformazione, riuscendo ad immedesimarsi pienamente nel
tessuto economico, sociale e politico sul quale si innestò e nel quale
venne ad operare.
Alla prima espressione di cooperazione tra consumatori, che si può co-
gliere nel 1844 nella regione inglese del Lancashire, a Rochdale, si af-
fiancarono ben presto altre forme di cooperazione economica. Nella so-
cietà mitteleuropea in particolare il modello cooperativo andò prorom-
pendo prevalentemente nel contesto rurale. Partendo da un’attenta os-
servazione della realtà rurale della Renania, caratterizzata da una strut-
tura agraria costituita da aziende di medio-piccola dimensione, il bor-
gomastro Friedrich Wilhelm Raiffeisen si era reso conto che la mancan-
za di capitali non permetteva alle classi più deboli di riscattarsi da una
situazione di emarginazione, che dal piano economico si trasferiva a
quello sociale. Si impegnò dunque al pari di quanto aveva saputo fare
qualche anno prima in diversi grossi centri della periferia prussiana
Hermann Schulze Delitzsch, per dar vita a delle associazioni cooperati-
ve fondate sul concetto fondamentale di auto-aiuto. Gli organismi da
loro creati – Darlehenskassen-Vereine, vale a dire casse sociali di credi-
to, che in Italia avrebbero assunto il nome di casse rurali e Volksbanken,
cioè banche popolari – erogando credito personale anche per cifre limi-
tate, avrebbero dovuto permettere un netto miglioramento delle condi-
zioni di vita di chi si associava per fruire del servizio dell’intermediazio-
ne creditizia, altrimenti negato a soggetti economicamente fragili (Leo-
nardi 2000, pp. 551-562). Il modello cooperativo elaborato da entram-
bi vedeva nella cooperative creditizie il perno di tutto un complesso si-
stema di società, operanti sia nell’area del consumo, che in quella della
produzione e trasformazione.
167
Casse rurali

Raiffeisen, nel fondare le casse rurali, partiva da una motivazione fon-


damentalmente di carattere etico, individuava infatti nell’amore per il
prossimo la molla del loro agire. Le casse si caratterizzavano per avere
un’amministrazione gratuita, un controllo dell’impiego dei prestiti, una
circoscrizione limitata il più delle volte alla parrocchia, nessuna quota
d’affari e nessun dividendo, presenza di un fondo indivisibile costituito
con gli accantonamenti degli utili sociali, dichiarati obiettivi di promo-
zione sociale. La loro base sociale risultava costituita per la quasi tota-
lità da piccoli agricoltori che disponevano di capitali fondiari, ma che
mancavano di capitali di esercizio e liquidi. Costoro erano impossibili-
tati a concorrere alla costituzione di un →capitale sociale, ma potevano
garantire i terzi, che concedevano loro prestiti, con il valore complessi-
vo dei loro patrimoni. La loro attività poi comportava investimenti a
lungo termine, che avrebbero quindi necessitato di un periodo lungo
per diventare redditizi, e per essere restituiti (Leonardi 2006).
Per Raiffeisen la cassa non doveva avere solo uno scopo economico, ma
innanzitutto doveva mirare al perfezionamento morale dell’individuo.
Mentre per Schulze lo scopo principale della banca popolare risultava
essere quella della pura e semplice intermediazione creditizia, con pos-
sibili ricadute in termini morali importanti, ma in ultima analisi secon-
darie rispetto all’obiettivo principale, per Raiffeisen invece la cassa rura-
le, il cui impianto, dopo una serie di sperimentazioni, venne definitiva-
mente ratificato nello statuto dell’Heddesdorfer Darlehenskassen-Verein
del 1869, doveva rivestire una funzione strategica, non doveva essere
un’unione passeggera, ma doveva configurarsi come la cellula stabile, in-
dipendente da mutazioni individuali, d’un nuovo sistema sociale. Il suo
obiettivo era quello di fondare grazie proprio alla cooperazione rurale
un nuovo mondo cristiano, anche se la confessionalità della cooperazio-
ne fu sempre lontana dal suo pensiero. A lui infatti premeva lo spirito
concreto sotteso all’amore cristiano per il prossimo, non già una qualche
forma di integralismo religioso (Leonardi 2000, pp. 558-572).
Dopo la morte di Raiffeisen nel 1888 tale impostazione venne ulterior-
mente rafforzata e poté trovare spazio nella riorganizzazione su basi più
vaste ed in termini più articolati dell’intera cooperazione agricola tede-
sca, in quanto alle cooperative di credito vennero affiancate in termini
sinergici anche tutte le altre forme di cooperazione agricola. Fu soprat-
tutto sul finire degli anni Settanta dell’800 che si poté verificare quanto
l’idea partorita dal cooperatore tedesco fosse stata fertile. Di fronte in-
fatti al dilagare in tutte le campagne europee della gravissima crisi, pro-
dotta dal crollo dei prezzi dei prodotti agricoli, le Raiffeisenkassen var-
168
Casse rurali

carono i confini tedeschi per mettersi a disposizione dei piccoli opera-


tori delle campagne belghe, francesi, austriache ed anche di molte aree
italiane (Leonardi 2006).
Il problema del credito all’agricoltura, specie a quella che risultava ca-
ratterizzata da una struttura agraria dimensionata su aziende di mode-
sta taratura, aveva costituito nell’Italia postunitaria uno dei nodi sostan-
zialmente irrisolti: un freno alle possibilità di crescita dell’economia
agricola. Il ricorso all’autofinanziamento rappresentava per la massa dei
piccoli operatori agricoli una mera utopia. Date poi le caratteristiche
dei flussi finanziari all’interno del Paese, la scarsa appetibilità degli in-
vestimenti in agricoltura, di fronte invece alla forte attrazione esercita-
ta dai titoli del debito pubblico, ben poco spazio rimaneva per alimen-
tare finanziariamente il settore agricolo. Di fronte all’impossibilità del-
le piccole aziende agrarie di offrire singolarmente solide garanzie reali,
che avrebbero teoricamente potuto aprire le porte al credito ordinario
pure nelle campagne, non desta meraviglia che anche nelle aree rurali
della penisola trovasse modo di manifestarsi la piaga dell’→usura. La ri-
cerca di una via d’uscita da una situazione, che a seguito del manifestar-
si della grave crisi agraria nei primi anni Ottanta, andava vistosamente
aggravandosi, coinvolgendo le popolazioni rurali, in primo luogo sul
piano economico, ma che finiva anche per creare delle tensioni sociali
di una certa gravità, portò ad una graduale riscoperta di tradizionali
forme di collaborazione proprie delle campagne e in primo luogo delle
aree tra di esse più emarginate (Leonardi 2000).
Ad accostarsi in Italia all’opera raiffeiseniana fu inizialmente un docen-
te dell’ateneo patavino, Antonio Keller e alcuni suoi allievi – primo fra
tutti un giovane di fede ebraica, Leone Wollemborg – la cui attenzione
risultò focalizzata dal fatto che le casse rurali erano sorte proprio nel-
l’ambito di un’economia rurale per farla uscire dal circolo vizioso del-
l’indigenza, che rendeva impossibile qualsiasi salto qualitativo nell’or-
ganizzazione produttiva delle piccole aziende contadine. Per passare
dalla fase di studio a quella attuativa appariva necessario che anche in
Italia la cooperazione individuasse un terreno, che tanto dal punto di
vista sociale ed economico, quanto da quello culturale, si dimostrasse
adatto ad accoglierla. È in questo contesto che va sottolineata l’impor-
tanza dell’azione di promozione ed educazione cooperativa esercitata
da personaggi del calibro di Leone Wollemborg in un primo tempo e di
Luigi Cerutti di seguito (Marconato 1984, pp. 114-129). Bisognava in-
fatti far conoscere anche nelle campagne italiane i vantaggi prodotti dal
credito, attribuito sulla fiducia, senza particolari farraginosità burocra-
169
Casse rurali

tiche e per periodi anche superiori all’anno. Si sarebbe dovuto fare ope-
ra di convincimento nei confronti dei contadini per far loro capire che
grazie a tale tipologia di credito anche i più piccoli tra di loro sarebbe-
ro stati stimolati a conseguire nuovi traguardi di crescita economica e
sociale, in un contesto oltretutto di solidarietà evangelica.
Ciò che potrebbe risultare anomalo nel caso italiano è il verificare che
a farsi carico della prima divulgazione di un’organizzazione mutualisti-
ca che manifestava dichiaratamente la propria ispirazione cristiana, non
fosse qualcuno degli organismi, capillarmente diffusi, espressi dalla co-
munità cattolica italiana, bensì esponenti di una scuola di pensiero fon-
damentalmente laica e che addirittura il primo promotore delle casse
rurali fosse un ebreo: Leone Wollemborg. Egli, dopo aver fondato nel
1883 la prima cassa italiana a sistema Raiffeisen a Loreggia, una locali-
tà agricola del Padovano, si diede l’obiettivo di divulgare tale esperien-
za a tutte le campagne della penisola. Nel promuovere il modello di cre-
dito cooperativo ideato da Raiffeisen, Wollemborg focalizzò l’attenzio-
ne attorno al concetto che a garantire un balzo in avanti qualitativo nel-
l’impostazione dell’attività produttiva nelle campagne fosse lo stesso ri-
sparmio delle varie categorie contadine: proprietari anche di piccole
aziende, mezzadri e perfino braccianti.
La semplicità del funzionamento del piccolo istituto di Loreggia, i po-
sitivi risultati da esso conseguiti fin dall’avvio della sua attività e la ca-
pacità di Wollemborg di saperli opportunamente divulgare, furono alla
base della rapida diffusione delle casse rurali. Alla fine del 1887 a soli 5
anni dall’esordio del credito cooperativo nelle campagne italiane risul-
tavano attive ben 34 casse rurali e 30 di esse erano sorte nell’area vene-
ta e friulana, mentre le province di Firenze, Caserta, Cuneo e Como ne
potevano vantare una ciascuna (Marconato 1984, pp. 137-152).
Proprio questa fioritura imponeva però delle scelte di coordinamento,
si veniva pertanto imponendo l’opportunità che esse stesse si dotasse-
ro, come previsto da Raiffeisen, di un proprio organismo di promozio-
ne e coordinamento. Così nel novembre del 1887 Wollemborg diede vi-
ta alla «Federazione fra le casse rurali italiane». La sensibilità tuttavia
nei confronti di quest’iniziativa risultò essere piuttosto tiepida, posto
che passarono ben 7 anni prima che si giungesse ad una convergenza di
intenti sulle modalità di funzionamento della federazione stessa (Cafa-
ro 2001, pp. 49-70). Dalla seconda metà degli anni Novanta comunque
l’organizzazione del credito cooperativo italiano conobbe un’importan-
te consolidamento. S’erano infatti affermate due significative novità: la
prima era costituita dalla crescente efficienza che caratterizzava l’opera-
170
Casse rurali

tività delle piccole casse, la seconda era ancora più significativa ed era
legata al prorompente impegno assunto dal movimento cattolico nel far
proprio il messaggio di Raiffeisen e di renderlo operativo su larga scala
nelle campagne di tutt’Italia.
Sul primo versante va rilevato che le ragioni del successo delle casse ru-
rali, nonostante un clima di tradizionale diffidenza nei confronti delle
novità, proprio degli ambienti contadini, erano riconducibili al fatto
che questi stessi ambienti seppero cogliere assai rapidamente come le
casse fossero realmente al servizio della componente più debole della
società contadina. Questa si rese ben presto conto dei vantaggi che le
potevano derivare dalla semplificazione delle procedure di accesso ai
prestiti e dalla loro scadenza di lungo periodo. Proprio questa attenzio-
ne verso i più umili accentuò l’interesse dei cattolici verso le casse rura-
li. La valorizzazione che assumeva, non solo nell’impalcatura teorica,
ma anche nelle realizzazioni pratiche di Raiffeisen, l’elevazione dell’uo-
mo dal punto di vista sociale ed etico, cui la cooperazione mirava attra-
verso l’attuazione dell’ideale cristiano dell’amore verso il prossimo, non
poteva lasciare insensibili gli ambienti cattolici, soprattutto dopo la pro-
mulgazione nel 1891 dell’enciclica leonina Rerum novarum (Leonardi
2000, pp. 579-583).
Il primo a muoversi lungo la direttrice seguita qualche anno prima da
Wollemborg fu un prete che operava in un villaggio della campagna
dell’entroterra veneziano: Luigi Cerutti. Questi nel 1891 fece assumere
alla Cassa rurale di Gambarare in provincia di Venezia, fondata l’anno
precedente, la conformazione di prima cassa rurale “cattolica” d’Italia.
Da quel momento la cooperazione di credito conobbe nelle campagne
italiane un’accelerazione di incredibile vigore. La cosiddetta svolta
“confessionale” finì dunque per imprimere un enorme slancio alla dif-
fusione delle casse rurali in Italia. Tale passaggio, pur senza volerne sot-
tacere le motivazioni di carattere ideologico e politico, era dettato da un
profondo significato economico. In effetti per tenere unita una compa-
gine sociale composta prevalentemente da coltivatori diretti, piccoli fit-
tavoli e mezzadri, ma anche da qualche esponente della piccola borghe-
sia rurale, era indispensabile uno spirito di coesione particolarmente
forte. Esso non poteva che derivare dalla condivisione dell’iniziativa
cooperativa, ma aveva bisogno di un collante più robusto, che doveva
essere costituito da un ferreo controllo sociale esercitato in un ambito
strettamente locale. Un’impresa senza capitali d’impianto era per forza
di cose costretta a coinvolgere solo elementi legati da vincoli particolar-
mente saldi. Solo in tale maniera poteva mobilitare tante piccole risor-
171
Casse rurali

se prodotte in una comunità rurale, evitando che fossero tesaurizzate e


selezionando i meritevoli di credito li poteva finanziare, vedendosi pe-
rò costretta a seguire ogni singolo affidamento dal momento della sua
erogazione fino al rientro del capitale anticipato. Non era però consen-
tito sbagliare, data l’assenza di capitale sociale e l’estrema esiguità delle
riserve accantonate, se infatti si fossero verificate frizioni interne, sareb-
be stata a repentaglio la stessa sopravvivenza della cooperativa. A quel
punto diventava indispensabile trovare degli elementi che rendessero
più coesa la compagine sociale di una cassa, di modo che il vincolo del-
la responsabilità solidale illimitata da opportunità non si trasformasse in
rischio. Fu in questa direzione che si esplicò l’azione sociale di tanti sa-
cerdoti, a partire da Luigi Cerutti, e laici cattolici. In loro venne emer-
gendo la convinzione che l’appartenenza alla comunità cristiana di una
determinata parrocchia costituisse un prerequisito indispensabile per
poter entrare a far parte di una cooperativa di credito. Essa finiva per
rappresentare – al di là di tutte le possibili valenze di carattere ideolo-
gico – una cautela in più di fronte ai possibili rischi a cui sarebbe potu-
ta andare incontro la società. (Cafaro 2001, pp. 77-82).
Negli statuti delle casse dove la componente cattolica era prevalente e
in quelle di nuova costituzione fondate dai cattolici, venne esplicita-
mente dichiarata l’appartenenza di fede dei soci. La svolta “confessio-
nale” pertanto, lungi dal segnare un momento di difficoltà per il credi-
to cooperativo, ebbe invece l’effetto di conferire maggiore forza alle
casse rurali, che con l’omogeneizzazione della compagine societaria ac-
quisirono maggiore efficienza. Poterono infatti acquisire una crescente
compattezza nella circolazione delle informazioni, nell’esercizio del
controllo delle proprie attività e pur venendo meno per loro il suppor-
to di una, per altro evanescente, federazione, acquisirono invece l’ap-
poggio della formidabile rete organizzativa costituita dall’«Opera dei
Congressi». L’autentica esplosione di nuovi piccoli istituti registrabile
dal 1892 non appare nemmeno lontanamente paragonabile alla pur si-
gnificativa crescita fatta registrare tra il 1883 e il 1891. L’imbocco infat-
ti di strade separate tra credito cooperativo di impostazione “neutra” e
“cattolica” significò un rallentamento per la prima componente e
un’ascesa prorompente per la seconda, al punto che nell’anno in cui
l’Italia entrò nel primo conflitto mondiale risultavano legalmente costi-
tuite 2.594 casse rurali e per il 77,2% erano di impostazione “confessio-
nale” (Cafaro 1999). Il Veneto che era stato la culla della cooperazione
di credito in Italia, si dimostrò la regione più prolifica nel dar vita a
nuove casse rurali, seguito dall’Emilia, dalla Lombardia e dal Piemon-
te, ma una presenza significativa era registrabile nel primo quindicen-
172
Casse rurali

nio del XX secolo anche tra le regioni centrali e meridionali, dove spic-
cava in modo evidente la Sicilia. Il deciso impegno dei cattolici seppe
dunque dare speranza in ogni regione italiana ad ambienti come quelli
rurali che raramente risultavano oggetto delle attenzioni dei riformato-
ri sociali.
L’attività di intermediazione delle casse risultava facilitata dal fatto di po-
ter contare su un clima di conoscenza reciproca da parte di tutti gli as-
sociati, che condividevano i medesimi obiettivi. I depositanti che si rivol-
gevano alla cassa rurale erano i suoi soci e parallelamente i fruitori delle
attività del piccolo istituto erano sempre i soci, evidentemente interessa-
ti a tutelare un’impresa collettiva nei confronti della quale impegnavano
tutte le loro sostanze. Se tutto ciò poteva essere di stimolo all’allarga-
mento dell’esperienza a tutte quelle comunità dove poteva essere indivi-
duato un nucleo di operatori agricoli disposti ad aggregare le loro ener-
gie al fine di realizzare insieme condizioni di vita più dignitose, non man-
cavano però di venire a galla gli elementi di debolezza insiti nella stessa
modesta dimensione di ciascuna cassa. Si trattava di un limite chiara-
mente individuato dallo stesso Raiffeisen, che per ovviare alle sue possi-
bili ricadute negative aveva maturato l’idea dell’opportunità – che nel-
l’arco di poco tempo si trasformò in necessità – di aggregare tra di loro
le varie cooperative, con intenti di coordinamento e di promozione. A
tal proposito provvide a costituire le federazioni regionali tra le coope-
rative che si ispiravano al modello da lui coniato, che rispondevano al
primo scopo e le casse centrali di compensazione, che intendevano con-
cretizzare il secondo obiettivo (Leonardi 2000, pp. 570-574).
Nella realizzazione però di questo importante traguardo emersero in
Italia diversi problemi, connessi proprio con le fratture sociali presenti
nella penisola e con le stesse diatribe interne al movimento cattolico,
che impedirono un tragitto comune capace di coordinare istituti “neu-
tri” e “confessionali”. Il mancato obiettivo nella realizzazione di una
cassa di compensazione, che mettendo in relazione tra di loro istituti
operanti in ambienti economici complementari avrebbe potuto risolve-
re i problemi delle casse rurali, che nel corso di un medesimo esercizio
finanziario potevano trovarsi nella condizione tanto di carenza, quanto
di eccedenza di liquidità, a seguito del ciclo stagionale, non impedì che
si operasse per dare vita all’altro organismo di coordinamento previsto
da Raiffeisen, quello di una federazione tra casse, che svolgesse compi-
ti di tutela, di rappresentanza e di promozione. Anche in questo caso
tuttavia il tragitto non fu semplice, in quanto dalla fase di progettazio-
ne della federazione, impostata nel 1909, a quella della sua nascita, tra-
173
Casse rurali

scorsero ben 5 anni; solo nel dicembre del 1914 venne infatti costituita
a Bologna la «Federazione italiana delle casse rurali cattoliche». Il suo
obiettivo era quello di fare delle casse rurali di impronta “confessiona-
le”, posto che ogni forma di dialogo con la componente “neutra” del
credito cooperativo si era rivelata impercorribile, un autentico movi-
mento, capace di avere voce anche in sede politica (Cafaro 2001, pp.
180-191). Le casse di ispirazione cattolica, infatti, mancavano fino a
quel momento di una reale rappresentanza politica, mentre i piccoli isti-
tuti di credito che si ispiravano a Wollemborg, seppure numericamen-
te piuttosto contenuti, erano riusciti a costituire nel maggio del 1914
una cassa di compensazione: la «Banca nazionale delle casse rurali ita-
liane», che pur avendo poco seguito, poteva comunque rappresentare
una sorta di emblema per la cooperazione di credito “neutra” (Marco-
nato 1984, pp. 114-129).
Nonostante dunque non potesse essere considerato un insieme monoli-
tico, il credito cooperativo rappresentava pur sempre una presenza si-
gnificativa nel quadro degli intermediari creditizi italiani. Non era infat-
ti rilevante solo dal punto di vista numerico, in quanto le casse rurali –
aziende monosportello – erano certamente gli istituti di credito più dif-
fusi nella penisola, ma anche per il fatto di costituire un punto di riferi-
mento basilare per l’economia agricola del paese. Nel 1913 un’indagine
statistica condotta dal governo rilevò che il peso specifico del credito
cooperativo nella raccolta del risparmio degli italiani appariva sì mode-
sto, con appena l’1,39% di quanto era affluito nel 1912 nelle istituzio-
ni bancarie, ma evidenziava come tale risparmio fosse imputabile esclu-
sivamente alla categorie economiche più deboli del mondo rurale (Ca-
faro 2001, pp. 212-213). I prestiti poi, nella forma generalmente dello
sconto cambiario, che in un primo tempo erano destinati in via priori-
taria a consentire di superare i livelli minimi di sussistenza in un am-
biente che era tradizionalmente falcidiato dalla piaga dell’usura, venne-
ro via via evolvendo, indirizzandosi a sostegno della produzione e dun-
que all’acquisto di bestiame, o di attrezzi e scorte agrarie innanzitutto,
ma non di rado anche a vantaggio di attività artigianali e commerciali.
Le casse rurali svolsero dunque negli anni della belle époque la funzio-
ne di strumenti basilari su cui poggiare qualsiasi iniziativa mirata prio-
ritariamente a togliere dall’emarginazione ampi strati delle popolazioni
rurali (Cafaro 2001, pp. 78-92).
La guerra e le vicende dell’immediato dopoguerra non interruppero cer-
to l’attività delle casse rurali italiane, ma certamente contribuirono a ri-
disegnarne i connotati. In quella fase tra l’altro il sistema cooperativo ita-
174
Casse rurali

liano nelle sue diverse articolazioni, stava conoscendo una dinamica for-
temente espansiva (Fornasari - Zamagni 1997, pp. 107-112). Un eviden-
te contributo alla crescita numerica delle varie tipologie cooperative, ol-
tre che dalla nascita di nuovi organismi, era dato anche dall’inserimento
nella compagine delle cooperative italiane delle società che operavano
nelle “nuove province”, dove esse erano nate nel quadro normativo e
istituzionale asburgico. E non si trattava certo di una realtà marginale,
posto che la regione trentino-altoatesina costituiva l’area a più forte con-
centrazione cooperativa d’Europa (Leonardi 2000). Negli anni del do-
poguerra, piuttosto caotici dal punto di vista finanziario, il sistema cre-
ditizio nel suo complesso appariva sovradimensionato rispetto alle esi-
genze della realtà economica italiana. E anche le casse rurali avevano
partecipato all’ondata espansiva, concretizzatasi attraverso la costituzio-
ne di nuove società. Proprio all’inizio degli anni Venti il numero dei pic-
coli istituti di credito cooperativo raggiunse in Italia il proprio apice, che
può essere collocato oltre le 3.000 unità (Leonardi 2006).
Nel settembre del 1918 era stata frattanto fondata, a coordinamento di
tutti gli organismi cooperativi di matrice cattolica e con il preciso obiet-
tivo di fornire loro una rappresentanza di fronte alle istituzioni, la
“Confederazione cooperativa italiana». Ad essa aderiva anche la Fede-
razione delle casse rurali, che s’era dimostrata particolarmente attiva in
ordine alla omogeneizzazione degli statuti delle singole casse e alla loro
rappresentanza di fronte al Parlamento e al Governo al fine di ottenere
condizioni di operatività più robuste. Ma il clima politico del Paese sta-
va mutando e dopo gli anni per molti versi burrascosi dell’immediato
dopoguerra, si stava proponendo una svolta autoritaria. Con l’avvento
del fascismo e la sua trasformazione in regime il clima nei confronti del-
la cooperazione, ivi compresa quella di credito, che oltretutto stava vi-
vendo il clima di tensione che caratterizzava tutti gli intermediari credi-
tizi, mutò radicalmente. In effetti la politica assunta dal regime nei con-
fronti delle organizzazioni di carattere cooperativo e nello specifico nei
riguardi delle casse rurali, pur formalmente favorevole ad esse, tendeva
a svuotarne completamente la fisionomia mutualistica e solidale. Nei
confronti delle casse rurali venne assunto un atteggiamento dirigistico,
chiaramente finalizzato a trasformarle in intermediari creditizi della me-
desima natura di tutti gli altri, togliendo quel radicamento nel tessuto
sociale delle realtà locali, che costituiva il loro principale punto di for-
za. Già nel 1926 le casse rurali vennero unificate a tutte le aziende che
raccoglievano risparmio e poste sotto il controllo della Banca d’Italia.
Vennero anche inserite in un’organizzazione nazionale denominata
«Associazione nazionale tra casse rurali, agrarie ed enti ausiliari» e sem-
175
Casse rurali

pre nello stesso anno si costituì a loro servizio un istituto finanziario


centrale, il «Credito federale agricolo», che per altro non migliorò affat-
to la loro capacità operativa (Fornasari - Zamagni 1997, pp. 137-138).
Ma a mutare profondamente la struttura delle casse rurali, trasforman-
dole praticamente in banche come tutte le altre, sia pure con un raggio
di azione limitato, fu una legge del 1932. Nel 1936 poi il regime diede
un’accelerazione alla sua opera di inquadramento delle casse rurali, con
la creazione dell’ENCRA, «Ente nazionale delle casse rurali agrarie ed
enti ausiliari», per passare poi, nel 1937, con due diversi provvedimen-
ti legislativi – tra cui il Testo Unico –, a ridefinire completamente il ruo-
lo del credito cooperativo, nel quadro di una complessa riorganizzazio-
ne del sistema bancario (Leonardi 2006).
Con la seconda metà degli anni Venti frattanto si era avviato, in un cli-
ma di pesanti difficoltà per l’intero sistema bancario italiano, anche un
vistoso ridimensionamento del credito cooperativo. In molti casi era la
conseguenza diretta di un impressionante crollo vissuto da diversi isti-
tuti cattolici locali, cui faceva riferimento la parte maggioritaria delle
casse rurali sparse lungo la penisola. Un susseguirsi di dissesti di ban-
che regionali, segnò la sorte di numerose casse rurali che a tali istituti
affidavano tradizionalmente i depositi in eccedenza. In quegli anni si
evidenziò come le casse rurali senza un’adeguata rete di coordinamen-
to e senza una guida tecnica superiore avrebbero potuto andare incon-
tro a situazioni in taluni casi irreparabili (Cafaro 2001, pp. 270-272).
Oltretutto il quadro normativo e organizzativo in cui i piccoli istituti di
credito cooperativo dovettero fronteggiare la situazione di dissesto fi-
nanziario determinata dal venir meno di tante banche locali, quindi
quella prodotta dalla crisi deflazionistica del 1927 e infine affrontare i
disagi generati dalla “grande depressione” risultava – come più sopra
sottolineato – solcato da profonde e radicali trasformazioni. Tra il 1928
e il 1947 in effetti scomparvero il 67,9% delle casse rurali italiane e il
dato non è certo attenuato dal fatto che tra il 1928 e il 1945 fossero ve-
nuti meno i ? del totale degli intermediari creditizi e finanziari operan-
ti nel Paese. Per dare una dimensione del crollo basti pensare che nel
1929 la capacità di raccolta dell’insieme delle casse rurali in attività, che
allora erano 2.210, era di 1.311,9 milioni di lire correnti, mentre nel
1937 con 1.170 casse rurali in esercizio, la capacità di raccolta era sce-
sa ad appena 718,7 milioni di lire correnti. Nel 1942 poi, posto il pro-
cesso inflazionistico in atto, s’era registrata una ripresa dei risparmi e i
depositi raccolti nelle 911 casse rurali in attività erano risaliti a 1.343,7
milioni di lire correnti (Leonardi 2006).
176
Casse rurali

Da qualsiasi angolo visuale si voglia cogliere l’andamento del credito


cooperativo, emerge come esso avesse vissuto una stagione particolar-
mente difficile. Le ragioni del suo ridimensionamento sono molteplici.
Vanno da quelle di carattere organizzativo, a quelle connesse con il qua-
dro politico-istituzionale, palesemente avverso ad un sistema cooperati-
vo che si ostinava a voler mantenere una propria fisionomia non pro-
priamente in sintonia con la volontà egemonica del regime, oltre che ov-
viamente essere dipendenti da un quadro economico che con la “gran-
de depressione” visse uno dei momenti più drammatici dell’intero se-
colo XX. La stagione nera del credito cooperativo italiano fu dunque
determinata da un insieme piuttosto complesso di concause, sia legate
alle debolezze endogene del sistema delle casse rurali, sia determinate
da fattori esterni, tra cui il più rilevante fu rappresentato dalle manife-
stazioni locali della “grande depressione”. I due aspetti vanno comun-
que considerati congiuntamente: non si possono capire gli effetti di-
rompenti della crisi se non si considerano attentamente le caratteristi-
che di funzionamento e, soprattutto, i punti deboli degli istituti – la lo-
ro pochezza patrimoniale, la politica degli impieghi concentrata su aree
particolarmente ristrette e con caratteristiche economiche monocordi,
la scarsa preparazione degli amministratori e le loro scelte spesso trop-
po accondiscendenti nei confronti di soci poco affidabili, l’approssima-
tiva formazione professionale dei dipendenti – sui quali essa andò ad
abbattersi (Leonardi 2005, pp. 203-214).
Anche le procedure di liquidazione comportarono una serie di proble-
mi e di strascichi di non poco conto per un’economia già in ginocchio.
I versamenti che avevano dovuto effettuare i soci delle casse rurali in
dissesto, in virtù della loro responsabilità illimitata, necessari per rim-
borsare i creditori delle casse, andarono ad incidere sicuramente in mo-
do molto pesante sui loro bilanci familiari. Una volta comunque che la
crisi ebbe raggiunto l’apice, era necessario ripristinare tutti gli strumen-
ti che avrebbero potuto agevolare la ripresa e tra questi non poteva
mancare il rilancio del credito cooperativo. Si dovevano però rimargi-
nare accanto ai dissesti economici e finanziari anche le ferite di natura
psicologica, provocate dallo sconquasso di tutto il sistema finanziario
locale. In quest’opera le casse rurali, ribattezzate “casse rurali e artigia-
ne”, ormai scardinate dai movimenti che avevano dato loro vita e inqua-
drate negli enti fascisti di zona, non potevano più contare sulle banche
tradizionali di riferimento, travolte dalla crisi, ma non potevano nem-
meno fare affidamento sulla Banca nazionale del lavoro, che il regime
avrebbe voluto rappresentasse il loro istituto centrale, ma che in realtà
agiva per sostituirsi ad esse con propri sportelli periferici (Leonardi
177
Casse rurali

2005, pp. 249-250). Passata comunque la fase più burrascosa della cri-
si, riavviatosi il processo produttivo lungo un percorso lento, ma co-
munque significativo, di carattere espansivo, sanati i guasti più grossi
prodotti dal dissesto di numerose casse rurali, grazie anche ai tempi
lunghi delle procedure di liquidazione, si cominciarono a registrare i
primi segnali di ripresa anche all’interno del credito cooperativo. Un
sintomo concreto della svolta che s’era verificata sul finire degli anni
Trenta e che risultava per certi versi anticipatrice di quanto si sarebbe
consolidato nel clima di riconquistata libertà e di riapertura dei merca-
ti internazionali del dopoguerra, era costituito dalla rinascita di alcune
casse rurali a conclusione delle procedure di liquidazione (Leonardi
2005, pp. 248-256).
Nel dopoguerra non si registrava dunque nelle campagne italiane un
clima ostile al credito cooperativo, anzi, stava piuttosto emergendo in
diverse regioni, specie del settentrione, la volontà di rilanciarlo, ripor-
tandolo alla sua conformazione mutualistica e solidale, nella convinzio-
ne della sua validità per la rinascita economica dell’Italia. Nel 1947 pe-
rò il numero delle casse rurali italiane era ridotto ad appena 783 istitu-
ti, la maggior parte dei quali monosportello. La stessa Banca d’Italia,
dopo aver registrato il punto più basso toccato dal credito cooperativo
con la fine della Seconda guerra mondiale, aveva però rilevato di segui-
to la sua ripresa, sottolineandone il significato per la rinascita economi-
ca delle campagne italiane. Il loro ruolo sarebbe stato destinato a scri-
vere ancora importanti pagine nella storia di tante piccole e medie im-
prese non solo rurali e avrebbe contribuito alla rinascita economica del
Paese a partire dagli anni Cinquanta (Leonardi 2006). Nonostante la
complessità di coordinare in termini unitari l’assetto organizzativo del
credito cooperativo, in un clima in cui, con la riconquistata libertà, era
difficile mantenere in vita gli organismi dirigistici ereditati dal fascismo
come l’ECRA, ma anche affiancarvi o sostituirvi nuovi organi di coor-
dinamento come la Federcasse rinata nel 1950, le casse rurali vennero
comunque ad assumere un crescente rilievo, dapprima nell’opera di ri-
costruzione postbellica e poi soprattutto durante gli anni del “miracolo
economico”. Con la nascita nel 1964 dell’Istituto centrale delle casse
rurali e artigiane, l’ICCREA – e la soppressione nel 1979 dell’ECRA –
poté essere razionalizzata tutta una serie di servizi bancari, mirati ad al-
largare le capacità operative e a rendere più efficienti le singole aziende
di credito cooperativo. Si poté parallelamente avviare a livello locale
una politica di rafforzamento patrimoniale delle singole casse e una va-
sta operazione di fusioni tra piccoli istituti omogenei, già da tempo –
anche se con una certa discontinuità – sollecitata dall’organo di vigilan-
178
Casse rurali

za. Il numero delle casse rurali riprese a contrarsi, mentre si moltiplica-


rono i loro sportelli, per meglio rispondere alle esigenze delle comuni-
tà in cui le casse operavano. Nello stesso tempo si diede vita a degli or-
ganismi finalizzati a centralizzare diversi servizi, primi fra tutti quelli in-
formatici, che garantirono alle stesse cooperative di credito di poter
fruire di un supporto di fondamentale rilevanza nell’offrire alla propria
clientela servizi bancari di elevato profilo (Cafaro 2001, pp. 408-495).
La presenza dunque del credito cooperativo andò gradualmente assu-
mendo un profilo di crescente efficienza e competitività non solo nei
confronti delle aree rurali della penisola, ma nel contesto di tante real-
tà caratterizzate dalla presenza di distretti produttivi di diversa natura.
Oggi le aziende di credito cooperativo – dopo che nel 1993 è mutato il
Testo Unico bancario che ha tra l’altro trasformato le casse rurali in so-
cietà cooperative per azioni a responsabilità limitata, denominate “ban-
che di credito cooperativo” – stanno consolidando il rapporto che tra-
dizionalmente intrattengono con l’economia dei propri soci e clienti
presenti in un ambito territoriale ristretto, in cui sono radicate, al pun-
to da essere punto di riferimento obbligato per le imprese del territorio
di loro competenza. Sono chiamate a sostenere e stimolare una sana im-
prenditorialità, in modo tale da reinvestire proficuamente nel territorio
la massima quota possibile dei risparmi che in esso si raccolgono, of-
frendo un’ampia e qualificata gamma di servizi e di prodotti finanziari
e consulenziali, sia sul versante degli impieghi, che su quello della rac-
colta. In una fase contraddistinta dal consolidarsi di grandi gruppi cre-
ditizi di dimensioni sopranazionali, continuano a mantenere la fisiono-
mia di banche della comunità.

BIBL. - Cafaro P. (1999), Banche popolari e casse rurali tra ’800 e ’900:
radici e ragioni di un successo, in P. Pecorari (a cura di), Le banche
popolari nella storia d’Italia, Accademia veneta, Venezia, pp. 46-51.
Cafaro P. (2001), La solidarietà efficiente. Storia e prospettive del credito
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Medioevo ad oggi, il Mulino, Bologna, pp. 551-583.
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179
Casse rurali

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Marconato R. (1984), La figura e l’opera di Leone Wollemborg il fonda -
tore delle Casse rurali nella realtà dell’Ottocento e del Novecento, La
vita del popolo, Treviso.

ANDREA LEONARDI

 Cittadinanza
L’istituto della cittadinanza, una categoria centrale per lo studio delle
istituzioni democratiche, è riconducibile a fatica ad una definizione uni-
voca. Con il temine indichiamo la complessa posizione dell’individuo di
fronte alla comunità politica, il suo rapporto con l’ordine politico-giu-
ridico in cui si inserisce e l’insieme delle prerogative e degli oneri che
derivano da questa appartenenza (Costa 2005). È interessante notare
come esso tematizzi un profilo decisivo dell’esperienza umana: il nesso
persona-comunità politica. Si tratta di una nozione solo apparentemen-
te lineare che, nell’attuale dimensione multiculturale, denuncia una se-
rie di nodi irrisolti e si arricchisce del contributo di studiosi di diversi
settori: dagli storici ai politologi, dai giuristi ai sociologi, ai filosofi del-
la politica.
Consideriamo alcuni profili. Negli ordinamenti moderni, la prospettiva
giuridica definisce il termine essenzialmente come uno status, una con-
dizione giuridica: essere cittadini significa acquisire all’interno di un or-
dinamento una identità e una posizione, godere di alcuni benefici pre-
visti ed assolvere ad alcuni obblighi imposti. È lo Stato a determinare
sia le condizioni in base ai quali un individuo può considerarsi cittadi-
no, sia le cause escludenti che identificano coloro che cittadini non so-
no. D’altro canto, considerando le numerose posizioni giuridiche inter-
medie (l’apolide, il rifugiato politico, l’immigrato residente, oltre a nuo-
ve posizioni sovranazionali, che aumentano per la progressiva compe-
netrazione tra gli ordinamenti nazionali), delineare l’insieme delle situa-
zioni giuridiche proprie ed esclusive del cittadino risulta sempre più
difficoltoso.
180
Cittadinanza

Da un punto di vista sociologico, il termine viene definito anche come


spazio di interazione sociale: spazio, in quanto la presenza di confini
che separano gli interni dagli esterni ne rappresenta un elemento costi-
tutivo; di interazione sociale, in quanto i suoi contenuti disciplinano il
comportamento individuale e collettivo all’interno di tali confini. Si
tratterebbe inoltre di uno spazio preminente, in grado di operare come
filtro per l’accesso ad altri spazi più specifici di interazione, come il
mercato del lavoro o il sistema educativo (Ferrera 2004).
Chi ha fatto da battistrada in ambito sociologico è Thomas Marshall,
che ha lavorato su questo tema dal 1950 studiando la vicenda britanni-
ca e ha descritto la cittadinanza come la «forma di uguaglianza umana
fondamentale connessa con il concetto di piena appartenenza ad una
comunità» (Marshall 1976, p. 7). La sua ricerca suggerisce che l’evolu-
zione storica della cittadinanza ha condotto alla progressiva chiarifica-
zione del suo contenuto interno: a svilupparsi per primi sono stati i di-
ritti civili (i diritti di libertà, il diritto alla vita, alla libertà di pensiero e
di religione, alla sicurezza e alla proprietà), seguiti dai diritti politici
(con la partecipazione all’esercizio del potere politico) e dai diritti so-
ciali (con le varie tipologie del welfare). Collegando tale espansione al-
le dinamiche della società industriale e in particolare al processo di in-
tegrazione delle classi sociali, sia pure con qualche approssimazione,
Marshall situa nel diciottesimo secolo il processo formativo dei diritti
civili; nel diciannovesimo quello dei diritti politici e nel ventesimo seco-
lo lo sviluppo dei diritti sociali. Com’è evidente, tale sincronizzazione
va incontro a non pochi problemi; è difficile affermare che il più recen-
te cerchio dei diritti sociali includa, per così dire, automaticamente an-
che i diritti civili e politici. Eppure ciò che Marshall intendeva afferma-
re soprattutto è che, storicamente, lo status della cittadinanza è andato
rafforzandosi quando lo sviluppo dell’economia di mercato ha incrocia-
to le esigenze della giustizia sociale, spostando di fatto sempre più in
avanti la soglia dell’uguaglianza attraverso «un arricchimento del mate-
riale di cui è fatto lo status e un aumento del numero delle persone» a
cui lo status è conferito (Marshall 1950, p. 24).
Il concetto di cittadinanza ha radici storiche estese. Numerosi studi ne
hanno ricostruito il percorso dall’età greca classica all’orizzonte moder-
no della cultura occidentale; tra gli altri, Pietro Costa, giurista italiano,
ha raccolto con efficacia la storia della cittadinanza in Europa in quat-
tro ponderosi volumi. Senza pensare di sintetizzare tali ricerche in po-
che righe, può servire ripercorrere, a grandi linee, il discorso sulla cit-
tadinanza nel suo sviluppo storico.
181
Cittadinanza

È anzitutto la città, dalla polis greca fino alle soglie della modernità, che
troviamo all’origine dei rapporti politici fondamentali; per questo,
quando si tratta del mondo antico e del mondo medievale è necessario
parlare non già di Stato, ma più semplicemente di città e al suo interno,
è la partecipazione il valore comune su cui si costruiscono i vincoli di
appartenenza. Da questa radice si sviluppano tutte le teorie della citta-
dinanza come condizione di appartenenza orizzontale, di identificazio-
ne in una comunità (Costa 2005). Se è possibile definire come cittadi-
nanza – delimitando il termine – anche il vincolo esistente nella polis
greca, nella civitas romana e poi nella società medievale, è solo a parti-
re dalla fondazione dello Stato moderno e dalla prospettiva individua-
listica dei giusnaturalisti che possiamo cominciare a riconoscere il pro-
filo giuridico della cittadinanza che oggi ci è familiare.
Nell’età protomoderna, il processo di articolazione della cittadinanza in
diritti, pur crescendo all’interno delle abbazie, dei centri di irradiazio-
ne della cultura cristiana, della civiltà comunale con i suoi mercati e le
università, resta confinato entro un ordine sociale rigidamente gerarchi-
co, differenziato per ceti, che costituisce la struttura portante anche del
vivere politico. Finché, con i teorici dell’assolutismo monarchico e le ri-
voluzioni borghesi del Seicento e del Settecento, l’elaborazione del con-
cetto si approfondisce e la trasformazione dei sudditi in cittadini divie-
ne costitutiva del progetto politico che sarà una delle principali conqui-
ste della Rivoluzione francese. Sebbene i primi Philosophes avessero
proposto un’idea di cittadinanza universale, astratta, potenzialmente
estendibile a tutti gli individui, quella proposta dalla Rivoluzione fran-
cese è ancora una nozione carica di una forte connotazione ideologica,
che non dipende da una qualificazione dettata dal diritto, ma dal pos-
sesso di una virtù morale e, soprattutto, dall’attitudine che attribuisce
all’uomo non solo il diritto, ma anche di dovere di fare parte della co-
munità. Durante questa fase, l’idea di cittadinanza, contrapposta ad al-
tre identità alternative che fondavano l’Ancien Régime sui ceti e sulla
sudditanza, gode della sua massima espansione. Emblematica in questo
senso è la «Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino» del 1789,
che proclama la sovranità del popolo formato da uomini liberi e ugua-
li. Tale riferimento va preso alla lettera: si tratterà ancora a lungo solo
di uomini e non di donne; ma la coppia uomo e cittadino non sarà più
separabile.
Inoltre, la cittadinanza rivoluzionaria è appartenenza alla nazione so-
vrana: la dimensione emergente dell’identità nazionale comincia a con-
notare tale legame, divenendo uno degli idealtipi del concetto, finché
182
Cittadinanza

con l’approdo al modello di stato liberal-democratico dell’Ottocento, si


caricherà di contenuti più densi, legati alla specifica identità etnica,
quanto meno linguistica, culturale e storica, delle diverse comunità.
A cavallo dell’Ottocento, si innesta un’ulteriore evoluzione che, dopo la
parentesi fascista e nazional-socialista, condurrà verso la concezione
moderna dello Stato sociale: oltre ai diritti civili e politici, nella sfera
pubblica comincia ad acquistare rilevanza la categoria dei diritti socia-
li, riconoscendo a tutti i cittadini il diritto ad acquisire e ad esprimere
in forme adeguate un grado di educazione, di benessere e di sicurezza
sociale commisurato agli standard prevalenti. E con la «Dichiarazione
dei diritti dell’uomo» del 1948, l’affermazione dei diritti diventa univer-
sale, nel senso che i destinatari non sono più soltanto i cittadini di que-
sto o quello Stato. L’accezione di cittadinanza abbraccia finalmente gli
esseri umani in quanto portatori di uguali diritti fondamentali, univer-
salmente indiscutibili, idealmente riconosciuti ed effettivamente protet-
ti. La cittadinanza è ormai un legame orizzontale che accomuna una
moltitudine di individui diversi, all’interno di un sistema di diritti e do-
veri reciproci, fondato su valori storico-culturali condivisi.
Il nesso tra cittadinanza e nazionalità va approfondito. Nonostante i ter-
mini popolo e nazione vengano usati come equivalenti, la connotazione
socio-culturale del concetto di nazione non va sottovalutata (Rusconi
2000). I processi di formazione degli Stati e delle nazioni non sono pa-
ralleli: in Europa, è solo a partire dalla metà del XVIII secolo che si in-
trecciano. Funge da catalizzatore del processo il concetto di nazione,
quasi motore di integrazione e mobilitazione politica che ancora entro
un orizzonte culturale comune i legami di crescente solidarietà che ac-
compagnano l’evoluzione da sudditi a cittadini. Il sentimento di appar-
tenenza nazionale, facendo leva su motivazioni forti, ancestrali ed im-
mediatamente cari ad ogni individuo, serve da formidabile veicolo per
la legittimazione del potere statale e per l’integrazione sociale (Haber-
mas 1992).
Eppure, sebbene l’aspetto socio-culturale risulti decisivo, questo nesso
resta contingente: storicamente il demos ha coinciso con l’ethnos, ma
oggi, assicurato l’ancoraggio dei cittadini alla comunità politica attra-
verso una prassi democratica di partecipazione e comunicazione, all’in-
terno di una rete di rapporti di riconoscimento reciproco, nulla viete-
rebbe di allargare i criteri di appartenenza. Se il cittadino è colui che la
legge qualifica come tale, allora il legislatore può procedere a riconosce-
re tale qualificazione anche su basi diverse. Il concetto di cittadinanza
possiede un preciso spessore ideologico che governa i suoi parametri
183
Cittadinanza

identificativi; per questo, in un momento in cui le società nazionali van-


no facendosi sempre più frammentate e disomogenee, anche la gram-
matica della cittadinanza potrebbe rappresentare uno strumento strate-
gico per il riconoscimento e la promozione dei diritti e per la composi-
zione delle diversità etniche e culturali.
In questa direzione, una generica retorica cosmopolitica non è suffi-
ciente. È la nozione stessa di cittadinanza che viene sfidata dalla pres-
sione tra i diritti dei cittadini e le aspettative di masse di migranti che si
accalcano ai confini dei paesi industrializzati. Spesso, e banalmente, le
acquisizioni ormai consolidate sul piano giuridico che valgono per i cit-
tadini, là dove i flussi migratori sono più consistenti sembrano smarri-
re i requisiti dell’universalità e dell’azionabilità giuridica (Zolo 2000). È
una conferma che l’avvincente parabola storica che caratterizza la civil-
tà occidentale dei diritti individuali consegnati alla sovranità nazionale,
è in difficoltà e attende di rifondarsi su nuove categorie.
Una traccia importante di questo processo di ridefinizione è riconosci-
bile nelle entità sovranazionali costituite per governare i processi di in-
terdipendenza economica e politica, a cui sono devolute alcune tipiche
prerogative statuali. E in questa nuova cornice, dove l’esistenza di co-
munità politiche di diverso raggio declina al plurale il rapporto tra di-
ritti e appartenenza, emergono nuove linee di tendenza.
Che si tratti di una tensione che conosce accelerazioni e brusche frena-
te, lo si deduce anche dalle normative nazionali che regolano il ricono-
scimento e il conferimento della cittadinanza nei diversi paesi. In Italia,
il modello adottato è tuttora fondato su una concezione della cittadinan-
za che appare statica e legata al concetto di clan (legge 91/1992): statica
perché derivante essenzialmente dalla nascita in un determinato territo-
rio; di clan perché, in ragione dello jus sanguinis, il principale modo di
acquisto è la nascita da padre o madre già membri della comunità. È evi-
dente che le norme in materia dovrebbero interpretare meglio i nuovi bi-
sogni di integrazione e di appartenenza delle popolazioni immigrate. Un
modello alternativo prevede, ad esempio, che possa diventare cittadino
anche chi contribuisca, per un periodo medio-lungo, al progresso della
comunità in cui vive e lavora. Questo sistema porterebbe al riconosci-
mento dello status di cittadini anche ai lavoratori extracomunitari resi-
denti e regolarmente contribuenti: negare l’acquisto della cittadinanza,
con i diritti e gli obblighi relativi, a persone che concorrono di fatto al
progresso sociale ed economico non aiuta i processi di integrazione nel
territorio. Un’altra proposta pone la cittadinanza al termine dei percor-
si di apprendimento e di inclusione scolastica che in genere guidano con
184
Cittadinanza

efficacia la formazione di ragazzi e giovani immigrati, così come previsto


da varie legislazioni europee, in USA e in Canada.
L’analisi incrocia a questo punto il concetto di appartenenza plurima o
sopranazionale, che è alla base dell’istituto della cittadinanza europea
introdotta dal Trattato di Maastricht nel 1992. Come si sa, il Trattato
sull’Unione Europea (art. 17, già art. 8) ha conferito ad ogni cittadino
un diritto fondamentale e personale di circolare e di soggiornare, indi-
pendentemente dallo svolgimento di un’attività economica; il diritto di
voto attivo e di eleggibilità alle elezioni del Parlamento europeo e alle
elezioni comunali nello Stato in cui il cittadino risiede, nonché il dirit-
to alla tutela diplomatica e consolare nel territorio di un paese terzo. In-
trodurre nei circuiti della rappresentanza democratica anche soggetti
che non sono legati alla medesima comunità statuale per jus sanguinis o
jus soli, ha già relativizzato l’equazione che appariva indissolubile fra
possesso di diritti e condivisione di valori. Ma nella fase evolutiva che il
processo di unificazione attraversa in Europa (di allargamento senza
approfondimento), i segnali e i rischi di destrutturazione sono ancora
forti. Il dibattito in corso continua ad evidenziare le abbondanti diffi-
coltà dei singoli paesi del continente a riposizionare le proprie specifi-
cità dentro un quadro culturale più aperto. In uno scenario politico do-
minato dai parlamenti nazionali, il superamento del “deficit democrati-
co” delle istituzioni comunitarie chiede di conferire una fisionomia più
precisa al corpo politico europeo, rafforzando i luoghi e gli strumenti
della partecipazione e della rappresentanza democratica. Lo conferma-
no anche le recenti prese di posizione espresse dai cittadini di alcuni
paesi, che hanno bocciato le prime operazioni di scrittura costituziona-
le, dimostrando che il progetto europeo potrà realizzarsi – di fatto, è già
in fase di attuazione – secondo modalità e tempi diversi da quelli auspi-
cati dalla riflessione federalista della prima metà del Novecento.
Al ruolo di primo piano che hanno giocato i diritti sociali nella forma-
zione degli Stati-nazione e nell’individuazione dei contenuti della citta-
dinanza va riservato uno spazio specifico. Rispetto alle componenti ci-
vili e politiche, le componenti sociali della cittadinanza hanno esercita-
to una funzione altrettanto importante, con il rafforzamento delle iden-
tità culturali, l’incremento della lealtà dei cittadini verso le istituzioni
pubbliche e della disponibilità a condividere risorse in funzione della
coesione sociale e politica. «Lo Stato-nazione europeo è tipicamente un
welfare state» (Ferrera 2004, p. 95).
Ma i beni sociali riposano su legami delicati e vischiosi. Per rafforzarli,
riconoscendoli come dispositivi di base della cittadinanza, nel 2000 il
185
Cittadinanza

Consiglio europeo di Nizza aveva adottato la Carta dei diritti fonda-


mentali dei diritti degli individui che si trovano legalmente entro il ter-
ritorio dell’Unione (attenzione: non necessariamente dei cittadini). Al-
tre scelte, al contrario, rischiano di indebolire il percorso compiuto fi-
nora; infatti, se è vero che il progetto welfaristico tradizionale deve es-
sere aggiornato, si rischia di rigettare allo stesso tempo anche la forza
della cultura della cittadinanza, che ha saputo porre la questione socia-
le come questione pubblica e sostenere una società orientata all’inclu-
sione e alla costruzione della solidarietà. Non sono certo mancate am-
biguità e contraddizioni, a partire dalla stessa equivalenza di pubblico
e statuale che ha finito per indebolire la capacità di coinvolgimento dei
cittadini. Oggi il welfare mix (con lo Stato finanziatore e i privati eroga-
tori di servizi) può vantare il pareggio dei bilanci e la copertura dei bi-
sogni, ma resta lontano da effetti redistributivi più incisivi, che investa-
no non solo la disponibilità dei beni, ma anche dei poteri. Anche i nuo-
vi vocaboli di questa socialità privatistica, come il termine di empower -
ment che dovrebbe indicare l’accrescimento della capacità delle perso-
ne di agire autonomamente in ambito pubblico, in realtà sottintende
spesso pratiche di riposizionamento individuale che modificano solo
superficialmente i contesti. In questo senso, la cittadinanza dovrebbe
andare oltre l’erogazione di prestazioni materiali centrate sulle cose, e
dare spazio alle pratiche sociali che sono in grado di generare legami,
comunicazione e cooperazione, incrementando quelle capacità di azio-
ne e di scelta che rendono tali i cittadini.
Lungo questo continuum, si muove anche la categoria politica della par-
tecipazione. Ma il passo in avanti appare netto: la partecipazione intro-
duce una più ristretta e impegnativa modalità di appartenenza, che fa ri-
ferimento non solo all’“essere parte” di un ordine politico-giuridico, ma
anche al “prendere parte” ad esso in vista del bene comune (Raniolo
2008). Per partecipazione va inteso l’insieme delle possibilità del cittadi-
no di influire sui processi di deliberazione politica e sui loro esiti; molto
più, quindi, di un occasionale recarsi ai seggi o di una passiva operazio-
ne di consultazione promossa dai decisori. In effetti, le riforme interve-
nute nelle pubbliche amministrazioni sono andate modificando il tradi-
zionale modello di sovraordinazione, per riconoscere ai cittadini, singoli
o associati, un vero e proprio ruolo di collaborazione nei procedimenti,
integrando le competenze tecniche delle amministrazioni (Arena 2006).
Se il principio di democrazia partecipativa è divenuto uno degli snodi
attorno a cui si impernia la qualità della democrazia, le risorse della cit-
tadinanza debbono innervare in modo molto più diffuso e dinamico i
186
Cittadinanza

luoghi decisionali pubblici. Per questo la scelta della partecipazione so-


stiene un numero sempre più ampio di pratiche di democrazia locale,
luoghi di “cittadinanza attiva”, da cui dipende l’attivazione sul territo-
rio di una infrastruttura sociale insostituibile, plurale e ricca di capaci-
tà innovative.
Tale modello di cooperazione ha avuto, tra il resto, il vantaggio di am-
pliare lo schema delle capabilities dei cittadini – secondo il linguaggio
di Amartya Sen – che l’esercizio della cittadinanza è chiamato a ricono-
scere e rafforzare sempre di più.
Il quadro attuale, dunque, appare mobile: mentre il contenuto della cit-
tadinanza si fa più dettagliato e il catalogo dei diritti si estende, la con-
divisione di una data eredità culturale e simbolica diventa sempre me-
no rilevante come marcatore di appartenenza e come filtro per l’eserci-
zio di molti diritti. La progressiva perdita di centralità del principio di
nazionalità e l’universalismo dei processi di globalizzazione rappresen-
tano un esplicito segnale di direzione.
Come si sa, nella costruzione dello Stato-nazione, la definizione dei
confini è stata per lo più un’operazione di strategia politica. Lungo que-
sto percorso, i confini hanno rappresentato una categoria cruciale, uno
snodo attorno al quale si sono decise in modo drammatico le sorti di
popoli, che tutt’oggi ne condizionano gli scenari sociali, economici e
politici. Identità e confini, dunque, come elementi di chiusura territo-
riale e solidi contenitori dei diritti. Ma è proprio la crescita delle inter-
connessioni che caratterizza il nostro tempo che ha introdotto in que-
sto schematico orizzonte un punto di rottura.
Se la categoria dell’identità è sempre più di frequente espressione nello
stesso soggetto di appartenenze diverse, acquisite ma anche deliberate
in modo autonomo, che si ricompongono in continuazione, allora irri-
gidire il legame tra individuo e ordine politico non ha più senso. Com’è
stato scritto, assumere «la nostra identità come la risultante di moltepli-
ci appartenenze, alcune legate a una storia etnica e altre no, alcune le-
gate a una tradizione religiosa e altre no», insegna a leggere «nelle pro-
prie origini, nel proprio percorso, diverse confluenze, diversi contribu-
ti, diversi meticciati, diversi influssi sottili e contraddittori» e a ricono-
scere che la distanza culturale che esiste tra un soggetto e un altro all’in-
terno del medesimo gruppo identitario può essere, in quantità e quali-
tà, ben più ampia di quella tra due soggetti appartenenti a gruppi tra lo-
ro lontani (Maalouf 2005, p. 44).
Forse, più che di confini della cittadinanza, è necessario trattare di fini
della convivenza e riprogettare il significato di cittadinanza da istituzio-
187
Cittadinanza

ne monologica, di chiusura sociale, dove tutto è compreso dentro la re-


lazione individuo-Stato, in situazione dialogica, aperta al nuovo, dove
individui, gruppi e popoli crescono e si rafforzano nella rete di relazio-
ni, di appartenenze e di responsabilità che li costituiscono.

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DANIELA ROPELATO

 Commercio equo e solidale


Il commercio equo e solidale rappresenta una modalità alternativa di
relazione commerciale tra i produttori del Sud del mondo e i consuma-
tori finali del Nord, che punta a riequilibrare lo sbilanciamento di po-
tere di mercato esistente a svantaggio dei primi, attraverso l’applicazio-
ne di caratteristiche di responsabilità sociale ed ambientale al processo
produttivo e distributivo. Attraverso questo approccio particolare, il
commercio equo e solidale punta ad offrire un contributo allo sviluppo
dei paesi del Sud, nonché ad intervenire sulle regole del commercio in-
ternazionale e sui comportamenti dei consumatori al Nord. Le caratte-
ristiche degli elementi di responsabilità sociale applicati agli scambi
equosolidali si sono evolute nel tempo e comportano numerosi e diver-
si elementi (il prezzo equo, condizioni contrattuali che contribuiscono
188
Commercio equo e solidale

a ridurre l’esposizione al rischio dei produttori, il prefinanziamento fa-


coltativo alla produzione, l’assistenza tecnica e le relazioni di lungo pe-
riodo, l’utilizzo del premio all’organizzazione dei produttori per la for-
nitura di beni pubblici locali, ecc.). Se in principio la principale preoc-
cupazione degli importatori equosolidali era quella di garantire un
prezzo maggiore ai produttori rispetto a quello determinato nelle filie-
re tradizionali, gli elementi di costruzione delle competenze (capacity
building) e di fornitura di strumenti per ridurre la fragilità e l’esposizio-
ne al rischio per produttori marginalizzati stanno progressivamente di-
ventando quelli più importanti ed apprezzati.
Il movimento si basa su rapporti cooperativi di partnership tra i diversi
attori che intervengono lungo la catena produttiva e distributiva: i pro-
duttori, ossia contadini e artigiani del Sud del mondo marginalizzati ri-
spetto ai canali commerciali tradizionali; le centrali di importazione che
mantengono rapporti paritari con i produttori e ne diffondono i pro-
dotti presso i punti-vendita; i distributori che possono essere punti-ven-
dita tradizionali (negozi e supermercati) o dedicati (le Botteghe del
mondo o Worldshop), con un impostazione →non profit, impegnati, in-
sieme alla distribuzione al dettaglio, in un lavoro di informazione, sen-
sibilizzazione e promozione del consumo critico; i consumatori (singo-
li o organizzati in gruppi di acquisto solidale) interessati a supportare il
movimento attraverso il loro “voto con il portafoglio”, ossia la scelta
consapevole di prodotti realizzati rispettando e valorizzando adeguata-
mente il lavoro dei produttori.
I rapporti di fiducia esistenti tra questi tre attori sono sostenuti e ga-
rantiti da un sistema di certificazione che verifica il rispetto delle nor-
me di comportamento adottate dal movimento. Ciascun attore è poi
rappresentato attraverso delle organizzazioni internazionali di riferi-
mento: FLO (Fair Trade Labelling Organization), organizzazione che
riunisce i 20 enti nazionali di certificazione del commercio equo; IFAT
(International Fair Trade Association), l’associazione dei produttori e
delle centrali di importazione del commercio equo; NEWS (Network
of European World Shops), l’organizzazione dei punti-vendita europei,
che sostiene campagne di informazione destinate ai consumatori; EF-
TA (European Fair Trade Association), rete di 11 importatori europei,
che si occupa di ricerca e lobbying a sostegno del movimento. Le quat-
tro organizzazioni convergono in FINE (acronimo delle iniziali degli
enti precedenti), forum di discussione sulle strategie coordinate di svi-
luppo del commercio equo, che ha elaborato la seguente definizione
ufficiale.
189
Commercio equo e solidale

«Il commercio equo e solidale è una partnership economica basata sul


dialogo, la trasparenza e il rispetto, che mira ad una maggiore equità nel
commercio internazionale; contribuisce ad uno sviluppo sostenibile
complessivo attraverso l’offerta di migliori condizioni economiche e as-
sicurando i diritti dei produttori marginalizzati dal mercato, special-
mente nel sud del mondo.
Le organizzazioni del commercio equo, col sostegno dei consumatori,
sono attivamente impegnate a supporto dei produttori, in azioni di sen-
sibilizzazione e in campagne per cambiare regole e pratiche del com-
mercio internazionale convenzionale».
I prodotti equo-solidali si differenziano da quelli tradizionali non per la
qualità, ma per la natura e le caratteristiche del processo produttivo. In
particolare, hanno diritto al marchio di certificazione equo-solidale
quei prodotti alimentari o artigianali realizzati (interamente o in parte)
nei paesi in via di sviluppo e prodotti e commercializzati da organizza-
zioni che rispettano le seguenti regole fissate da IFAT:
- Cre a re opportunità per i produttori economicamente svantaggiati. Il
commercio equo rappresenta una strategia di lotta alla →povertà per lo
sviluppo sostenibile, che punta a raggiungere i contadini e gli artigiani
marginalizzati rispetto ai canali commerciali tradizionali. Per raggiun-
gere questo obiettivo, parte dei maggiori introiti derivanti dalla relazio-
ne equo-solidale viene destinata ad investimenti che incrementino la
produzione di beni pubblici locali di rilevante impatto sociale presso le
comunità dei produttori (scuole, ospedali, borse di studio, ecc.).
- Trasparenza e responsabilità. Il commercio equo richiede relazioni tra-
sparenti e cooperative tra i partner commerciali e nei confronti dei con-
sumatori. Le organizzazioni si impegnano quindi a fornire tutte le infor-
mazioni riguardanti la composizione e l’allocazione del prezzo finale del
prodotto lungo l’intera catena del valore.
- Capacity building. Attraverso la relazione commerciale, il commercio
equo è in grado di veicolare contenuti formativi e di migliorare le com-
petenze in ambito gestionale, consentendo ai produttori di superare le
barriere all’ingresso che ostacolano il loro accesso al mercato interna-
zionale.
- Promozione del commercio equo. Tra gli obiettivi di lungo periodo del
movimento ci sono quelli dell’educazione al consumo e della pressione
per il cambiamento in senso etico delle norme che regolano il commer-
cio internazionale. Per questo motivo le organizzazioni affiliate si impe-
gnano a promuovere azioni di lobbying verso le rispettive Istituzioni e
di formazione nelle scuole e nei confronti dei consumatori.
190
Commercio equo e solidale

- Pagamento di un prezzo equo. Consiste nel riconoscimento di un prez-


zo equo ai produttori del Sud che copra non solo i costi di produzio-
ne in senso stretto, ma anche quelli sociali ed ambientali. Il sovrap-
prezzo riconosciuto al produttore viene normalmente coperto da una
riduzione nel margine degli intermediari attraverso un sistema di im-
portazione leggero e la distribuzione del prodotto presso dettaglianti
non profit (le Botteghe del mondo) che possono giovarsi anche del la-
voro di volontari. Il prezzo equo viene determinato come premio anti-
ciclico sul prezzo di mercato (nel caso di caffè e cacao negli ultimi ven-
t’anni è stato del 100% più alto quando i prezzi di mercato erano bas-
si, ed ha mantenuto un margine del 10% quando i prezzi di mercato
hanno raggiunto il livello più alto) nel caso dei prodotti alimentari
quotati presso la borsa merci (per i quali quindi esiste un prezzo inter-
nazionale di riferimento certo). Nel caso dei prodotti alimentari non
quotati e di quelli artigianali, viene comunque determinato in maniera
democratica con i produttori. Una quota percentuale del pagamento
finale al produttore (fino al 50%) viene inoltre riconosciuto in antici-
po (in denaro o in materia prima) sotto forma di prefinanziamento. Il
prefinanziamento consente ai produttori di evitare il ricorso all’usura
per l’acquisto della materia prima e degli strumenti necessari all’avvio
della produzione, rendendoli così indipendenti rispetto ai propri ac-
quirenti monopsonisti.
- Uguaglianza di genere. Il contributo delle donne all’interno delle orga-
nizzazioni di commercio equo viene tutelato e valorizzato sia in termini
di salario che di partecipazione al sistema decisionale.
- Condizioni di lavoro. Il commercio equo richiede la garanzia di un am-
biente di lavoro salubre e sicuro per i lavoratori. Le organizzazioni de-
vono inoltre assicurare la democraticità al proprio interno nei meccani-
smi di decision making.
- Lavoro minorile. Il commercio equo rispetta la Convenzione ONU dei
diritti del fanciullo e le norme locali, allo scopo di assicurare che l’even-
tuale partecipazione dei bambini ai processi produttivi di commercio
equo non vada a discapito della loro sicurezza, benessere, educazione e
diritto al gioco. Le organizzazioni non nascondono l’eventuale coinvol-
gimento di bambini nei processi di produzione. Gli studi più recenti di-
mostrano infatti come la questione del lavoro minorile non sia risolvibi-
le attraverso la determinazione di divieti, ma esclusivamente elevando il
reddito delle famiglie e ponendole quindi nella condizione di poter ri-
nunciare al lavoro dei figli più piccoli, mandandoli invece a scuola (lu -
xury axiom).
191
Commercio equo e solidale

- Ambiente. I sistemi di produzione equo-solidali devono essere ecolo-


gicamente sostenibili e supportare l’applicazione dell’agricoltura biolo-
gica e di altre pratiche responsabili dal punto di vista ambientale che
evitino il ricorso a materie prime scarse o difficilmente riproducibili.
- Relazioni commerciali. Le organizzazioni di commercio equo si impe-
gnano a mantenere relazioni stabili nel tempo e nelle condizioni com-
merciali con i produttori e ad assisterli dal punto di vista finanziario (at-
traverso il prefinanziamento) nonché tecnico e gestionale.
Il rispetto dei criteri qui individuati viene verificato, come accennato
precedentemente, da un sistema di certificazione etica del processo
produttivo e distributivo. Tale sistema di certificazione può assumere
come oggetto d’indagine o i singoli prodotti o le organizzazioni che li
realizzano. Il primo sistema (gestito da FLO), più sviluppato in Gran
Bretagna e negli Stati Uniti, è basato su un’attenta analisi dei processi
produttivi relativi ad un determinato prodotto, al termine della quale
viene attribuito un marchio di riconoscimento. Il secondo invece (im-
plementato da IFAT), più diffuso in Italia e nel resto d’Europa, Giap-
pone ed America Latina, è basato sulla verifica dei requisiti etici delle
organizzazioni di produzione e di importazione attraverso un meccani-
smo di mutuo controllo, affiancato da verifiche esterne a campione.
All’interno del movimento è attivo un dibattito rispetto ai punti di for-
za e di debolezza dei due modelli, dove si evidenzia come la certifica-
zione di prodotto abbia, attraverso il marchio, un impatto maggiore
verso i consumatori (soprattutto all’interno dei supermercati) ma risul-
ti normalmente più costosa a causa del complesso protocollo da appli-
care a ciascun processo produttivo, e consenta paradossalmente l’attri-
buzione del marchio etico a singole linee di prodotto che rispettano le
regole stabilite, ma appartengono a società che subiscono campagne di
boicottaggio per la scarsa sostenibilità sociale e/o ambientale di altre lo-
ro produzioni (come nel caso delle linee di caffè equo-solidale di Nestlè
e Procter&Gamble). Per contro, la certificazione sulle organizzazioni
risulta meno costosa e previene l’insorgere di tali problematiche ma ri-
sulta più adatta alla distribuzione presso le Botteghe del mondo (dove
i consumatori sono mediamente più informati e consapevoli) che pres-
so i punti-vendita tradizionali.
Storicamente, è possibile individuare quattro principali fasi di sviluppo
del commercio equo e solidale (Nicholls e Opal 2004, p. 19).
La prima fase corrisponde alla nascita del fenomeno, dopo la Seconda
guerra mondiale, quando alcune organizzazioni benefiche europee, so-
prattutto l’inglese Oxfam, cominciarono ad importare manufatti dal-
192
Commercio equo e solidale

l’Europa orientale per favorirne la ripresa economica. Contemporanea-


mente, negli USA il Mennonite Central Committee comincia ad impor-
tare con la stessa finalità da Porto Rico tessuti ricamati. Il primo punto-
vendita equo-solidale apre i battenti nel 1958 negli USA.
La seconda fase corrisponde alla nascita tra gli anni ’60 e ’70 delle pri-
me centrali di importazione di prodotti equo-solidali come Traidcraft in
Gran Bretagna e Gepa in Germania con lo scopo di instaurare relazio-
ni commerciali solidali con produttori del Sud del mondo, senza l’inter-
vento di intermediari. Spesso tali organizzazioni prendono origine da
enti religiosi o del →terzo settore e distribuiscono i loro prodotti esclu-
sivamente attraverso le Botteghe del mondo.
La terza fase (anni ’80 e ’90) vede l’ingresso del commercio equo nella
grande distribuzione con lo sviluppo dei marchi di certificazione e la
conquista da parte di alcuni prodotti di quote di mercato interessanti in
certi paesi. Il movimento inoltre si struttura, dando vita alle organizza-
zioni internazionali citate precedentemente.
L’ultimo decennio vede l’interessamento verso il commercio equo da
parte di alcuni grandi marchi tradizionali, come i citati Nestlè e Procter
& Gamble, ma ancor prima, negli USA, Starbucks e Sara Lee, che di-
mostra come comincino ad evidenziarsi effetti di contagio, auspicati da
alcuni per l’impatto che possono determinare sul commercio interna-
zionale e temuti da altri per il rischio di inglobamento che nascondono.
Poiché la responsabilità sociale “non si assaggia”, con il cosiddetto
“mainstreaming” del commercio equo e solidale cresce la necessità di
un sistema di marchi e certificazioni che superino le asimmetrie infor-
mative tra produttori e consumatori sull’effettiva eticità dei prodotti.
Nel 2005 il mercato mondiale del commercio equo viene stimato in 1,6
miliardi di dollari, di cui 1 miliardo proviene dal mercato europeo (Ray-
nolds e Long 2007, p. 20). Dal lato della produzione, sempre nel 2005,
sono 4.000 le organizzazioni di produttori coinvolte nella filiera equo-
solidale, in oltre cinquanta paesi, per un totale di oltre cinque milioni di
beneficiari in Africa, Asia e America Latina (Fair Trade Advocacy Offi-
ce 2006, p. 5).
Contemporaneamente cresce anche l’attenzione delle Istituzioni e dei
consumatori nei confronti del movimento. A valle di una serie di comu-
nicazioni sul commercio equo, nel 2006 la Commissione Europea ha
adottato una risoluzione (Risoluzione del Parlamento Europeo «Fair
Trade and development» del 6 luglio 2006), riconoscendone gli effetti
benefici e fissandone i criteri per difenderlo dagli abusi e dalle imitazio-
ni (Fair Trade Advocacy Office 2006, p. 47). Provvedimenti analoghi
193
Commercio equo e solidale

sono stati presi attraverso leggi apposite di riconoscimento del commer-


cio equo in Francia, Belgio e numerose Regioni italiane.
Il fattore di fondo che ha favorito la crescita del commercio equo e so-
lidale è determinato dalla disponibilità a pagare dei consumatori per le
caratteristiche di responsabilità sociali ed ambientali dei prodotti. Tale
disponibilità a pagare deriva da una forma di “autointeresse lungimi-
rante” e dalla crescente consapevolezza delle interdipendenze tra pro-
blemi globali sociali ed ambientali e benessere individuale.
In Italia un’indagine statistica rileva come nel 2004 il 30% del campione
di consumatori dichiari di aver acquistato almeno una volta l’anno un
prodotto equo-solidale e che il 20% avrebbe abitudini di acquisto più
frequenti (Demos & Pi / Coop 2004), mentre nello stesso anno il 65%
dei consumatori inglesi si definisce “verde o etico” (Nicholls e Opal
2004, p. 23). L’attenzione dei consumatori nei confronti dei prodotti
equo-solidali è dimostrata anche dalle quote di mercato conquistate in al-
cuni segmenti specifici come quelli delle banane in Svizzera (49%) e del
caffè tostato e macinato in Inghilterra (20%) (EFTA Yearbook 2005).
Nonostante lo sviluppo registrato dal movimento negli ultimi decenni,
il commercio equo e solidale è ancora osservato con scetticismo da par-
te degli economisti classici che intravedono nei criteri etici elencati pre-
cedentemente, e in particolare nel pagamento di un prezzo superiore a
quello liberamente fissato tra le parti, degli ostacoli all’obiettivo della li-
beralizzazione dei mercati.
In realtà, il commercio equo e solidale, a ben vedere, rappresenta uno
strumento che favorisce piuttosto che ostacolare il perfezionamento dei
mercati, contribuendo in varie maniere a correggerne alcuni fallimenti
tipici.
In primo luogo, data l’esistenza di una domanda positiva di prodotti a
contenuto etico dimostrata dalle quote di mercato raggiunte da alcuni
prodotti equo-solidali sui mercati occidentali, il commercio equo am-
plia la gamma delle scelte dei consumatori introducendo un nuovo ge-
nere di beni contingenti e aumentandone, conseguentemente, il livello
di benessere. Così come i prodotti di marca pubblicizzati da personag-
gi famosi possono fornire al consumatore una soddisfazione di tipo im-
materiale addizionale, legata all’associazione tra il prodotto e il testimo-
nial, allo stesso modo i prodotti equo-solidali manifestano agli occhi dei
consumatori socialmente responsabili un plus-valore legato alle loro ca-
ratteristiche etiche.
Passando ad esaminare il lato dell’offerta, è necessario considerare co-
me l’applicazione dei criteri etici vada ad intervenire su un rapporto
194
Commercio equo e solidale

commerciale, quello tra il piccolo produttore marginalizzato e l’inter-


mediario mono o oligopsonista, fortemente squilibrato in termini di po-
tere di mercato a favore del secondo e quindi lontanissimo dalle condi-
zioni di perfezione dei mercati (numero molto elevato di agenti sia sul
fronte della domanda che su quello dell’offerta, informazione perfetta,
assenza di rischio, assenza di barriere all’ingresso). I piccoli produttori
marginalizzati nei paesi in via di sviluppo devono infatti fronteggiare
numerose imperfezioni del mercato nel momento in cui avviano una re-
lazione commerciale: difficoltà di accesso ai mercati per la scarsità di in-
frastrutture e mezzi di trasporto adeguati; informazione imperfetta ri-
spetto ai prezzi e alle altre condizioni di vendita a causa della mancan-
za di mezzi di informazione; impossibilità di accedere ai mercati finan-
ziari e al credito per i piccoli volumi di vendita e la carenza di garanzie
da offrire; scarsa efficacia dei sistemi legali di tutela e mancanza di tito-
li di proprietà. Tali imperfezioni rendono necessario per i produttori il
ricorso agli intermediari (dal trasporto all’erogazione di credito) che
sfruttano la situazione per instaurare un rapporto di pressoché comple-
ta dipendenza.
I criteri del commercio equo hanno l’effetto di aumentare il potere di
mercato dei piccoli produttori, accrescendone la remunerazione, garan-
tendoli dal rischio di riduzione dei prezzi e fornendogli credito, riequi-
librando quindi il rapporto commerciale e riducendo le imperfezioni
del mercato. La presenza di attori equo-solidali su un territorio ha inol-
tre l’effetto di aumentare il livello medio dei salari, sottraendo agli in-
termediari tradizionali i lavoratori meno pagati e costringendoli quindi
a rivedere al rialzo le loro offerte di salario. Ulteriore effetto sulle comu-
nità locali è quello generato dal finanziamento di beni pubblici locali
(istruzione, sanità, ecc.) attraverso il sovrapprezzo, migliorandone gli
indicatori sociali. In questo senso, il commercio equo e solidale dimo-
stra alcuni vantaggi rispetto ai canali tradizionali di cooperazione inter-
nazionale allo sviluppo, raggiungendo i beneficiari direttamente senza
intermediazioni e non ingenerando dipendenza e assistenzialismo, ma
al contrario relazioni paritarie che consentono inoltre alle organizzazio-
ni dei produttori di acquisire il know how necessario a superare le bar-
riere all’accesso ai mercati d’esportazione (gusti dei consumatori del
nord, normative igienico-sanitarie, regolamenti doganali ecc.).
Allargando la nostra analisi agli effetti sul mercato globale, si nota infi-
ne come il commercio equo sia in grado di generare un effetto di imita-
zione nei confronti delle imprese tradizionali, rivelando a queste ultime
l’esistenza di una quota di consumatori sensibile alle caratteristiche eti-
195
Commercio equo e solidale

che e ambientali dei prodotti. Per conquistare questa fetta di consuma-


tori responsabili, le imprese tradizionali orientano in misura crescente i
propri comportamenti a criteri di responsabilità sociale ed ambientale
con effetti positivi per i produttori partner (Becchetti 2003).
Le opportunità di sviluppo del commercio equo e solidale sono natu-
ralmente legate a doppio filo alle scelte di consumo responsabile opera-
te dai consumatori che si rivelano sensibili alla questione della sosteni-
bilità sociale ed ambientale dei processi produttivi. Risulta quindi fon-
damentale individuare quali siano le determinanti della domanda di
prodotti equo-solidali e le caratteristiche del consumatore tipico. La let-
teratura economica oggi infatti ammette la possibilità di includere mo-
tivazioni altruistiche, relazionali o kantiane (legate cioè al proprio siste-
ma di valori) nella funzione di utilità degli individui, correggendo così
l’approccio riduzionista tipico del modello dell’homo oeconomicus.
Da questo punto di vista, la presenza di quote significative di mercato
per i prodotti equosolidali è una prova, più diretta e significativa rispet-
to a quelle sperimentali, in grado di confutare il riduzionismo antropo-
logico dell’homo oeconomicus, rigettato nei fatti dalle preferenze rivela-
te dai consumatori attraverso le loro decisioni di acquisto.
L’identikit del consumatore equo-solidale medio, tratteggiato da una ri-
cerca realizzata nel 2005 presso le Botteghe del mondo (Becchetti e Ro-
sati, 2007; Becchetti e Costantino 2006, p. 29) e confermato da altri stu-
di di mercato in materia corrisponde a quello di un giovane (spesso di
sesso femminile), con un elevato livello di istruzione e reddito medio-
alto, attivo nel settore del volontariato.
La ricerca dimostra come la consapevolezza dei criteri etici citati prece-
dentemente, e i fattori indiretti che la influenzano positivamente (età, li-
vello di scolarizzazione, appartenenza ad associazioni di volontariato,
relazione stabile con una Bottega del mondo) costituiscano dei fattori
fondamentali nel determinare le decisioni di acquisto. Tale risultato
conferma come le caratteristiche etiche dei prodotti equo-solidali rap-
presentino un valore aggiunto agli occhi dei consumatori socialmente
orientati e come le Botteghe del mondo svolgano un ruolo fondamen-
tale nella diffusione della conoscenza dei criteri, che la grande distribu-
zione non pare in grado di poter eguagliare. Il criterio più conosciuto
risulta essere di gran lunga quello del prezzo equo (75% degli intervi-
stati), seguito dal miglioramento delle condizioni di lavoro e dalla soste-
nibilità ambientale, mentre sono molto meno conosciuti i criteri che ri-
guardano la stabilizzazione del prezzo (30%) e le relazioni commercia-
li di lungo periodo (27%) (Becchetti e Costantino 2006, p. 32) .
196
Commercio equo e solidale

Il consumo risulta inoltre influenzato in misura significativa dal reddi-


to e dalla distanza geografica dal punto-vendita. Quest’ultimo risultato
mostra la necessità, per lo sviluppo del movimento, di aumentare la ca-
pillarità delle Botteghe del mondo e, contemporaneamente, di indivi-
duare nuove soluzioni per incrementare il livello di informazioni forni-
te anche presso i punti-vendita tradizionali. La scarsa diffusione geogra-
fica delle Botteghe del mondo, insieme alla limitatezza della gamma di
prodotti disponibili, viene infatti individuata come punto critico da cir-
ca un terzo del campione (Becchetti e Costantino 2006, p. 36).
Appare comunque opportuno sottolineare come, data la giovane età dei
consumatori maggiormente fidelizzati, è possibile intravedere nei pros-
simi anni un ulteriore sviluppo del movimento, attraverso il fisiologico
incremento di reddito che interesserà questi individui (Becchetti e Co-
stantino 2006, p. 47).
L’analisi delle determinanti della domanda qui proposta evidenzia la
fondamentale importanza della conoscenza dei criteri del commercio
equo e solidale da parte dei consumatori, per orientare le proprie deci-
sioni d’acquisto. In effetti, la relazione tra conoscenza dei criteri e ac-
quisto dei prodotti equo-solidali qui dimostrata sottintende la convin-
zione, da parte dei consumatori, che l’applicazione di tali criteri deter-
mini effettivamente risultati positivi in termini di impatto sullo stile di
vita dei produttori coinvolti, delle loro famiglie e delle comunità di cui
fanno parte.
L’interesse verso questo genere di informazioni sull’impatto del com-
mercio equo e solidale presso i propri beneficiari finali al Sud viene
condiviso, oltre che dai consumatori, anche da tutti gli altri attori coin-
volti nel movimento.
I produttori hanno interesse a verificare la convenienza ad intraprende-
re la strada della certificazione etica rispetto al canale tradizionale; gli
importatori devono monitorare il livello di raggiungimento degli obiet-
tivi dichiarati di miglioramento delle condizioni di vita dei propri par-
tner commerciali anche per poterlo comunicare ai consumatori e alle
Istituzioni; i certificatori possono verificare se i criteri di cui essi con-
trollano l’applicazione determinino effettivamente un impatto sulla
qualità della vita dei beneficiari finali; le Istituzioni infine valutano l’op-
portunità di supportare il movimento a condizione che questo riesca ad
impattare positivamente sullo sviluppo dei paesi coinvolti.
Per queste ragioni negli ultimi anni è cresciuta all’interno del movimen-
to del commercio equo e solidale la necessità di studi di rigore scienti-
fico che possano offrire evidenze empiriche sui risultati raggiunti rispet-
197
Commercio equo e solidale

to all’obiettivo dichiarato di contribuire «ad uno sviluppo sostenibile


complessivo […] specialmente nel sud del mondo».
Da una ricognizione effettuata sulla letteratura esistente (Becchetti e Co-
stantino 2006, p. 80) emerge tuttavia come siano ancora pochi gli studi
che adottano strumenti statistici rigorosi per misurare l’impatto del com-
mercio equo. Tra questi, gli studi di Bacon (2005) e Pariente (2000) mo-
strano come l’accesso al mercato equo-solidale abbia un effetto positivo
e significativo sui prezzi di vendita e, in particolare, il sovrapprezzo im-
patti positivamente sulla qualità della vita dei produttori. Vengono do-
cumentate inoltre una riduzione della variabilità dei prezzi ed una soglia
minima degli stessi superiore al livello sul mercato internazionale, quan-
do i produttori locali si rivolgono al commercio equo.
La maggior parte delle altre analisi di impatto sono basate su studi di
caso di natura preminentemente qualitativa. Da queste ultime emergo-
no i seguenti risultati: le relazioni di commercio equo riguardano più
organizzazioni di primo livello che produttori individuali; il sovrap-
prezzo equo-solidale è gestito dall’organizzazione per soddisfare i biso-
gni degli individui; il maggior risultato del commercio equo sembra
consistere nel capacity building, attività ritenuta cruciale per supportare
l’inclusione dei produttori locali nel commercio internazionale.
Allo scopo di offrire un contributo originale al dibattito sull’impatto del
commercio equo e solidale, Becchetti e Costantino (2006, 2008) hanno
applicato la metodologia statistica della comparazione tra un gruppo
trattato (rappresentato da produttori affiliati al movimento) e un grup-
po di controllo (rappresentato da produttori simili ai primi ma che si ri-
volgono ai canali commerciali tradizionali) a due studi di caso in Kenya
e Perù.
Il caso keniota riguarda un’organizzazione che produce infusi (carcadè,
camomilla e citronella) e marmellate di frutta che raggruppa circa 500
produttori nel centro del paese. L’analisi statistica descrittiva delle ri-
sposte fornite dai contadini al questionario somministrato sul campo ha
consentito di individuare i seguenti effetti principali derivanti dal rap-
porto commerciale equo-solidale.
Innanzitutto emerge un incremento nel numero di prodotti venduti da
parte dei contadini. Tale risultato deriva dalla possibilità di introdurre
nuove colture fornita dallo sbocco commerciale offerto dal commercio
equo sui mercati occidentali per prodotti che, diversamente, non incon-
trerebbero un livello di domanda sufficiente sul mercato locale. La di-
versificazione della produzione costituisce un risultato importantissimo
per la sicurezza dei piccoli produttori, scongiurando il rischio di dipen-
198
Commercio equo e solidale

denza da un’unica coltura. Ulteriore risultato è, per i produttori inseri-


ti nella filiera equo-solidale, una maggiore soddisfazione per il livello di
prezzo ricevuto che sembra concordare con il dato relativo al livello di
spesa per consumi alimentari, anch’esso superiore rispetto ai contadini
nel gruppo di controllo. Quest’ultimo dato rappresenta un buon indi-
catore per risalire indirettamente al livello di reddito, difficilmente cal-
colabile in un contesto rurale informale. Ugualmente positivi risultano
gli indicatori relativi alla qualità della dieta e al livello di mortalità in-
fantile, nella comparazione con il gruppo di controllo, mentre non
emergono dati significativamente positivi con riferimento all’investi-
mento sull’educazione dei figli.
L’analisi econometrica conferma sostanzialmente i dati forniti nella par-
te descrittiva, offrendo ulteriori indicazioni. Tra queste la più interes-
sante pare la rilevazione di un maggiore livello di soddisfazione del li-
vello di reddito da parte dei produttori equo-solidali, anche a parità di
reddito effettivo. Il dato può essere spiegato con la fornitura, da parte
dell’organizzazione, di una serie di benefit non monetari ai propri affi-
liati (assistenza tecnica, formazione, sementi e concimi biologici gratui-
ti) che contribuiscono all’incremento del livello di soddisfazione del
reddito rispetto ai produttori inseriti in circuiti tradizionali che non
hanno la stessa opportunità (Becchetti e Costantino 2006).
Il caso peruviano ripropone la medesima metodologia, applicata que-
sta volta a due organizzazioni di produttori artigianali, con alcune im-
portanti innovazioni. Comparando i prezzi ricevuti dagli artigiani
equo-solidali e non per dei prodotti con caratteristiche standard, la ri-
cerca rileva l’esistenza di un sovrapprezzo positivo per i primi, eviden-
ziando tuttavia come sia ancora superiore il prezzo pagato dai turisti
responsabili che comunque giungono nell’area, spesso attraverso il
contatto nord-sud stabilito proprio dalle organizzazioni di commercio
equo. Emergerebbe quindi un interessante alleanza tra commercio
equo e turismo responsabile. Gli artigiani affiliati alle organizzazioni di
commercio equo dichiarano inoltre un livello di vita percepito superio-
re rispetto agli altri.
L’analisi econometrica sottolinea l’esistenza di una relazione positiva tra
anni di affiliazione al commercio equo e una serie di importanti indica-
tori socio-economici come reddito percepito, consumo alimentare, li-
vello di auto-stima, livello di vita percepito e felicità. I medesimi effetti
appaiono relazionati anche alla diversificazione degli sbocchi commer-
ciali offerta dal commercio equo. In questo caso inoltre l’affiliazione al
commercio equo mostra un impatto positivo anche sulle scelte di inve-
199
Commercio equo e solidale

stimento in formazione per i figli dei produttori (Becchetti e Costanti-


no 2008).
Le due ricerche citate, assieme ai risultati di altri lavori recenti e in cor-
so di sviluppo, consentono di sviluppare alcune considerazioni di carat-
tere più generale sul fenomeno. In genere, non è tanto il differenziale di
prezzo positivo a determinare gli effetti più importanti, quando le con-
dizioni di prezzo e contrattuali nel loro rapporto con gli importatori
equosolidali. Il premio di prezzo infatti è fortemente “anticiclico”, ov-
vero cresce nei periodi di calo dei prezzi del mercato tradizionale e, vi-
ceversa, si assottiglia quando i prezzi di mercato salgono. Ciò che per-
mane in tutte le fasi del ciclo economico è una serie di benefici che ri-
ducono sostanzialmente il rischio dei produttori: la stabilità del prezzo,
l’impegno a non scendere al di sotto di un prezzo minimo garantito, la
possibilità di essere pagati in anticipo, l’assenza di clausole di penalità
in caso di problemi nella consegna del prodotto, ecc.
L’investimento degli importatori equosolidali nella “costruzione delle ca-
pacità” dei produttori sembra aver portato, in pressoché tutti i casi rile-
vati, ad un aumento significativo della produttività, dell’autostima profes-
sionale e del reddito dei produttori, significativamente superiore a quel-
lo realizzato da produttori simili non affiliati al commercio equo e solida-
le. I benefici sociali indiretti legati all’affiliazione sono molto più eviden-
ti quanto più i gruppi di produttori sono vicini alla soglia di →povertà (il
caso di Meru Herbs in Kenya e dei produttori di Juliaca in Perù).
L’impatto sull’investimento in scolarizzazione dei figli dei produttori ri-
sulta significativo soltanto quando l’intervento del commercio equo e
solidale consente agli stessi di superare quella soglia di reddito minima
che fa scattare la decisione di mandare i figli a scuola (coerentemente
con quanto stabiliscono le più recenti teorie sulle determinanti del la-
voro minorile). Il commercio equo e solidale sembra dunque aver avu-
to l’intuizione giusta nel non porre esplicitamente la questione del lavo-
ro dei minori legandola indirettamente al miglioramento delle condizio-
ni di reddito delle famiglie dei produttori.
Gli elementi da monitorare maggiormente in futuro per migliorare l’im-
patto sociale e ambientale di questa iniziativa appaiono le condizioni di
lavoro dei salariati fissi e/o stagionali che lavorano per i produttori, una
maggiore specificazione delle diverse condizioni contrattuali offerte ai
produttori facenti parte o meno delle associazioni che lavorano con il
commercio equo e solidale e un’attenzione alla dinamica del premio di
prezzo in valore reale che rischia di assottigliarsi in maniera molto signi-
ficativa in presenza di prezzi crescenti sui mercati agricoli.
200
Commercio equo e solidale

Nel complesso, l’insieme dei risultati derivanti da questi studi consente


di identificare in maniera piuttosto chiara un beneficio “trasversale”
non sempre chiaramente evidenziato dai criteri ufficiali: la riduzione
dell’esposizione al rischio che riduce la fragilità dei produttori grazie al-
la diversificazione degli sbocchi commerciali, alla fornitura di benefici
non monetari agli affiliati, alle condizioni contrattuali favorevoli e all’as-
sicurazione implicita contenuta nelle condizioni di prezzo.
Pur in presenza di limiti e di ulteriori opportunità di sviluppo, il feno-
meno del commercio equo e solidale rappresenta oggi una delle appli-
cazioni più diffuse e di successo del principio del consumo responsa-
bile. Esso suggerisce che il “voto con il portafoglio” dei consumatori,
oltre ad essere strumento fondamentale di allargamento della demo-
crazia economica e di partecipazione dal basso dei cittadini alla pro-
mozione della creazione di valore economico in maniera socialmente
ed ambientalmente sostenibile, rappresenta, grazie alla significatività
degli effetti di contagio, un fondamentale elemento di lievito e di leva
per orientare i principali attori economici verso comportamenti social-
mente responsabili.

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Commercio equo e solidale

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LEONARDO BECCHETTI - MARCO COSTANTINO

 Communitas
La comunità nasconde una ambivalenza radicale. Unico luogo di vita
pienamente umana e di felicità, ma anche luogo di costante minaccia
per l’individuo, per le sue libertà e i suoi diritti assoluti (Bruni 2009).
La letteratura sociologica, ma anche quella economica, antropologica, o
filosofica, ci mostrano la comunità come la grande protagonista del
mondo antico, pre o para-moderno. La storia del rapporto tra mondo
antico e comunità è complesso, e nasconde molte insidie teoriche. In un
senso più radicale, il mondo antico non conosce la comunità, almeno
nel suo significato di cum-munus. Dobbiamo aspettare la modernità per
l’emergere non solo dell’individuo, come è noto, ma, nel senso che ve-
dremo, anche della comunità. Partiamo da un dato: la comunità antica,
tribale o arcaica è comunità gerarchica, non comunità di persone libe-
re e uguali tra di loro, né, tantomeno, è comunità fraterna. La storia del-
l’Occidente, e la nascita dell’economia politica nella modernità (e, da
un altro punto di vista, la nascita della modernità dall’economia di mer-
cato), è anche la storia del tramonto della comunità gerarchica, e
l’emergere dell’individuo senza comunità. Molta letteratura contempo-
ranea ci racconta, sulla base di una suggestiva etimologia dell’origine
della parola comunità (Esposito 1998), che la communitas, la cum-mu -
nus racchiude la stessa ambivalenza nascosta nella parola latina munus.
L’ambivalenza di un concetto, però non costituisce di per sé una vera
spiegazione del concetto che la parola ambiguamente significa. L’ambi-
valenza diventa culturalmente ricca quando è solo apertura di discorso.
L’ambivalenza semantica del munus (che è insieme dono e obbligo), e
202
Communitas

della parola anglosassone gift (che significa “dono”, nella lingua ingle-
se, e “veleno” in quella tedesca), sarebbero le stesse ambivalenze della
cum-munitas. La base di questa teoria del →dono, e della comunità, è
Marcel Mauss, con il suo Essai sur le don (1924), un sociologo-antropo-
logo che molto ha esplorato le ambivalenze del dono, e che è stato tra
gli autori più influenti nelle teorie del dono che si sono succedute nel
Novecento. Ciò che obbliga chi riceve un dono a contraccambiare è lo
spirito della cosa donata, lo hau. Il donatario si lega alla persona donan-
te per via dello hau che quella le ha passato con la cosa, e non si libera
dal suo influsso “venefico”, dal suo incantesimo, finché non sarà riusci-
ta a contraccambiare, in un modo considerato adeguato dall’altro. Per
questa ragione accettare il dono donato è uno dei momenti fondativi
del processo sociale del dono, e del suo circuito intra- e inter comuni-
tario. Il dono spezza l’equilibrio dei rapporti comunitari, poiché crea
un’asimmetria che le comunità umane non riescono a sostenere a lun-
go. Il dono non ricambiato è elemento di disequilibrio, di disordine. Le
società umane amano le simmetrie: ecco anche spiegata la grande po-
tenza del mercato, basato su uno scambio simmetrico di valori equiva-
lenti (o percepiti come tale). Delle tre classiche forme dell’amore, l’eros,
la philia e l’agape, la vita in comune non è mai messa in crisi dalle due
prime due forme, perché sono sempre simmetriche. È l’agape – che è la
forma del dono-gratuità – che rompe l’equilibrio e le simmetrie dei rap-
porti, che manda in crisi le comunità e i rapporti di status; e anche per
questa ragione le comunità non incoraggiano l’amore agamico, ne te-
mono la sua forza destabilizzante. Ma di questo avremo modo di parla-
re in seguito, quando analizzeremo in particolare la forte analogia tra
eros e contratto: qui basta dire, solo per un accenno introduttivo, che
sono entrambi rapporti simmetrici e senza gratuità. Questa complessa
grammatica del munus, del dono-che-obbliga, sarebbe alla base anche
dell’ambivalenza della communitas, come ha mostrato nell’ultimo de-
cennio, con efficacia e in modo influente, il filosofo Roberto Esposito.
Uno degli scopi delle pagine che seguono è complicare il significato del-
l’ambivalenza del munus e della comunità. Ma procediamo per gradi. Il
dono nelle comunità arcaiche è quindi sempre un fatto sociale che ac-
cade all’interno di comunità che possiamo anche chiamare “sacrali”,
dove il sacro è contesto simbolico nel quale il “fatto tutto sociale” (co-
me lo definisce M. Mauss) del dono si dispiega; in altre parole, il sacro
è il mediatore che accompagna, e rende possibile, lo svolgersi nel tem-
po del dono, nella sua basilare grammatica di dare-accettare-restituire.
La categoria fondativa del circuito del dono non è la gratuità ma la re c i -
procità, come ci ha mostrato nei suoi lavori Karl Polanyi, un autore che è
203
Communitas

stato nel Novecento un punto di riferimento per l’antropologia del do-


no. La →reciprocità del dono non è, nella sua struttura relazionale di ba-
se, sostanzialmente diversa dal fenomeno dello scambio commerciale,
comparso nelle culture molto più tardi rispetti al dono. Nella storia del-
le culture tra dono e →mercato c’è stata soprattutto una differenza di
gradi (di metri di misura delle equivalenze, della tempistica del dare e del
ricevere, delle sanzioni previste) e non di natura. Quindi, diversamente
da Smith che nella sua Wealth of Nations immagina l’uomo primitivo co-
me un soggetto propenso per natura to truck, barter (libro I, capitolo 2,
§ 1), dagli studi antropologici oggi sappiamo che la prima forma di scam-
bio che gli esseri umani hanno conosciuto non è stato il mercato né il ba-
ratto, ma la reciprocità di doni: il mercato è emerso dal fondale della sto-
ria umana come evoluzione dello scambio di doni-munera. Anche lo stra-
niero non è mai totalmente altro o separato: esso è nemico e ospite, riva-
le ma anche partner di uno scambio. E questo perché le comunità anti-
che sono, in un certo senso, tutte uguali perché tutte sacrali; su questa ba-
se è possibile capirsi, parlare un linguaggio simbolico comune, incontrar-
si, scambiare, e combattere. Nella comunità antica, certamente in quelle
del Mediterraneo, Roma e Grecia antica comprese, il potere politico del-
la comunità è anche potere religioso: non c’è confine tra religioso e poli-
tico. Il solo confine che esiste è quello tra sacro e profano, come prima
R. Otto e poi M. Eliade ci hanno spiegato. La comunità sacrale è insie-
me la mancanza di confine tra religioso e politico, e la presenza di un as-
soluto confine tra sacro e profano. L’ambivalenza del m u n u s, e della com -
munitas, attingono la loro ambivalenza dall’ambivalenza del sacro, dove
il sacer latino, o il mana dei melanesiani, è, al tempo stesso, “sano” e “ma-
ledetto”. Nella comunità antica, il sacro avvolge tutto (anche il profano),
tutto è dunque simbolo: il rito religioso (o magico: una distinzione che
nella società arcaica non c’è) diventa lo strumento per entrare in contat-
to con il divino e il linguaggio con il quale questo ordine viene racconta-
to e tramandato, legando tra di loro, e con gli dèi, i membri delle comu-
nità (religione, da religo), e che rimanda ad un ordine invisibile agli uo-
mini, ma più reale di quanto appaia.
Il concetto di sacro è profondamente legato a quello di mediatore: ogni
ordine sacro, ogni ierofania (cioè “manifestazione del sacro”, nel lin-
guaggio di Eliade), ha bisogno di un sistema di mediatori tra la comuni-
tà e il divino, negando ogni possibilità di rapporto diretto sia tra i singo-
li e la divinità, sia tra i singoli tra di loro. Si potrebbe, in realtà, afferma-
re che il sacrificio sia lo s t r u m e n t o, il mezzo, attraverso il quale il media-
tore (sacerdote, sciamano) mette in rapporto, nello spazio del sacro, la
comunità con il divino. Da questa prospettiva possiamo affermare con
204
Communitas

Durkheim che il sacro ha una funzione sociale. La comunità sacrale è ne-


cessariamente gerarchica: gli status sono ordinati e distinti in “più alti”
e “più bassi”, “puri” e “impuri” (India), in base alla supposta vicinanza
al sacro e al suo ordine riflesso nella storia (in cima alla gerarchia ci so-
no i sacerdoti e in fondo artigiani, contadini e schiavi). L’amministrazio-
ne della comunità umana si svolge all’interno di un quadro globalmente
religioso, dove tutto ha il suo senso in vista della preservazione della co-
munità sacrale. I singoli membri della comunità non hanno autonomia
nei confronti della comunità sacrale: sono ad essa subordinati, e anche
sacrificati se un bene comunitario superiore (o interpretato come tale) lo
richiede. Il bene supremo è la sopravvivenza e crescita della comunità, e
in un ambiente naturale ostile caratterizzato da scarsità assoluta di risor-
se, non potrebbe che essere così. Gli incentivi all’individuo vengono sco-
raggiati con vari tipi di sanzioni sociali, che favoriscono la solidarietà del-
la comunità. Il pater familias e il pontefice romano, Mosè in Israele, il fa-
raone egizio, il re medievale, sono figure diverse ma, dal nostro punto di
osservazione, anche molto simili tra di loro: garantiscono, tramite l’auto-
rità sacrale, l’ordine della comunità come un tutto.
Le strutture antiche di reciprocità hanno ancora un’altra importante ca-
ratteristica: il soggetto del dono e del contro-dono non è il singolo indi-
viduo, ma la comunità (il clan, la tribù, il villaggio, la famiglia patriarca-
le…). È il rappresentante della comunità che incontra – non in quanto
individuo ma in quanto “personalità corporativa” della comunità – l’al-
tro rappresentante nello scambio, a sua volta rappresentante di altra co-
munità. A questo punto occorre dunque specificare il significato dell’am-
bivalenza della communitas, su due piani: a) la communitas è scambio di
doni se immaginiamo la comunità come una “comunità di comunità”,
cioè come scambio di doni che le varie comunità locali e particolari (fa-
miglia, clan, tribù…) reciprocamente si fanno per formare e rinsaldare i
legami e i patti intra-comunitari. Ma, è bene ricordarlo, all’interno della
singola comunità, ad intram, il munus è inteso solo come “obbligo” dei
sudditi (o servi, nel linguaggio di Hegel, ma anche di John Stuart Mill)
nei confronti del padrone. Da qui segue (sub b) una implicazione forse
non banale, almeno non sufficientemente presente nelle riflessioni sulla
comunità che oggi incontriamo nella letteratura; b) l’ambivalenza del
m u n u s, del dono-obbligo, va letta anche, e soprattutto, sul registro “in-
tra-inter comunità”. Il circuito del dono tra (i n t e r) comunità esprime la
duplicità del munus, ma nei rapporti interni (ad intram) alla comunità
esiste solo la componente di obbligo del dono, in una dinamica gerarchi-
ca servo-padrone. I membri della comunità (mogli, figli, schiavi, servi…)
sono “espropriati” poiché a loro non appartiene nulla se non l’obbligo
205
Communitas

(Esposito 1998, p. xvii). La reciprocità, di cui parla ad esempio Polanyi,


è la relazione tra comunità (come ha messo bene in luce Summer Maine
[1861] con la sua teoria delle società antiche), non quella intra-comuni-
taria. Pensiamo, per un esempio, alla Roma antica: tra i patres familias
che componevano la comunità romana c’erano rapporti di reciprocità
basati su una certa uguaglianza; ma all’interno delle singole famiglie, il
principio fondativo non era certo la reciprocità, ma la gerarchia. Realtà
analoga quella greca, dove la democrazia nella polis era certo esperienza
di philia, di reciprocità tra i cittadini (maschi, adulti, liberi, non artigiani
né contadini, ecc.); ma la p h i l i a non era certo l’esperienza all’interno del-
l ’o i k o s, che era regolata dallo status e dalla gerarchia. E potremmo con-
tinuare con le altre culture del mondo antico, fino a dentro la moderni-
tà: si pensi, per un esempio, alla polemica di metà Ottocento del milane-
se Carlo Cattaneo contro una democrazia basata sull’uguaglianza di pa-
dri di famiglia, che erano a loro volta a capo di comunità gerarchiche e
ineguali: che tipo di democrazia, diceva, è quella di un sistema basato sul-
l’uguaglianza tra capi di comunità ineguali? Esiste dunque una radicale
differenza tra la comunità antica e la comunità non antica. C’è, in altre
parole, una radicale diversità tra la comunità prima della nascita dell’in-
dividuo (che chiamo sacrale) e la comunità d o p o questo parto tipico del-
la modernità. L’analisi, ad esempio, affascinante e ormai essenziale di Ro-
berto Esposito sulla communitas, è tutta declinata sull’ambivalenza della
comunità moderna, la comunità degli individui. Nella comunità-prima-
dell’individuo, la comunità non «è la più estrema delle sue possibilità»
(nelle parole di Esposito), semplicemente perché il “soggetto” della co-
munità non sceglie nulla, non “sperimenta” alcuna possibilità; e sempli-
cemente perché nella comunità antica l’individuo non c’è, o quanto me-
no non è “visto” da quella cultura.
La comunità sacrale attraverserà l’intero medioevo (che pur già presen-
ta, come vedremo, elementi di novità). Per una chiara idea della comu-
nità degli individui occorre aspettare Hobbes, e poi Kant con la sua po-
tente definizione della “socievole-insocievolezza” dell’uomo che speri-
menta l’attrazione e al tempo stesso la paura della vita in comune come
esperienza tragica, possibile ma non data di necessità. Un processo che,
come vedremo, inizia in Grecia e in Israele, e che avrà come passaggi
fondamentali il cristianesimo, e poi l’etica medievale del mercante e del
cittadino, che confluirà nell’etica del consumatore, punto di arrivo e di
soluzione della tensione della communitas, risolta in un soggetto senza
più legami comunitari, sciolto definitivamente dai lacci forti dello sta -
tus. Nella comunità pre-moderna è infatti lo status ad occupare tutta la
scena della communitas; uno status non scelto ma assegnato, e una con-
206
Communitas

dizione di sudditanza per la grande maggioranza dei componenti della


comunità, e di dominio per pochi. Gli individui sono determinati dal
loro posto o ruolo all’interno della comunità. Non c’è nessun diritto as-
soluto dell’individuo nei confronti della comunità, solo doveri o obbli-
ghi orientati al bene organico del tutto. L’individuo (in-dividuum) non
c’è, lo abbiamo accennato, poiché l’unico in-dividuum è la comunità. I
rapporti che questo non-individuo abitante della comunità-individuo
intrattiene con gli altri (gli altri non-individui, o con la comunità e i suoi
rappresentanti) non sono liberamente scelti, né rapporti tra eguali, ma
i ruoli sulla scena, le maschere, le personae, sono assegnati dalla comu-
nità stessa attraverso la gerarchia sacrale. I tre grandi principi fondativi
della modernità, →libertà, uguaglianza e →fraternità, sono i grandi as-
senti dell’ancient régime, e per questa ragione annunciati come il gran-
de progetto e la radicale utopia dell’umanesimo dell’uomo che vuole a
tutti i costi diventare adulto. Ancora attuale resta la classica teoria di H.
Summer Maine sulla “società primitiva”, costruita attorno il concetto di
“famiglia patriarcale”. Il diritto antico, ci ricorda Maine, ignora quasi
totalmente l’individuo. La famiglia «era il “gruppo elementare” da cui
si erano successivamente sviluppate, come in un “sistema di cerchi con-
centrici” la gens, la tribù e infine lo stato». Una teoria in linea con la Po -
litica di →Aristotele, e certo non del tutto originale (la ritroviamo an-
che nelle opere di illuministi come Vico o Montesquieu). A questa teo-
ria, nota come “teoria patriarcale”, Maine affianca l’altra, molto più fa-
mosa, conosciuta come “legge di progresso”, che egli così esprime: «Il
movimento delle società progressive è stato finora un movimento dallo
status al contratto» (1861, p. 165). Poche teorie come questa di Maine
presentano anche una natura profetica, nel senso che la sua “legge di
progresso” è stata capace di prevedere quale sarebbe stato il movimen-
to dominante del diritto, della società, dell’economia e della politica dal
1861, l’anno di pubblicazione del libro, ad oggi. Una teoria che risente
molto della cultura del tempo, del darwinismo, dell’ottimismo vittoria-
no, che comunque ha saputo cogliere forse la tendenza che nel secolo e
mezzo successivo ad Ancient Law si è rilevata la più radicale della mo-
dernità. Infatti, una delle tendenze più fondamentali della modernità e,
ancor più radicalmente, della post-modernità è il tramonto della “co-
munità gerarchica”, e l’emergere, al suo posto, della cultura del contrat-
to liberamente scelto dall’individuo. Tönnies, (1888), poi Weber
(1920), e più recentemente Karl Polanyi (1977), hanno ripreso e svilup-
pato questa tesi fondamentale di Maine, sebbene, soprattutto nel caso
di Tönnies, la comunità non è il luogo dei rapporti di potere non scelti
(status), ma è il “paradiso perduto”, il luogo delle relazioni calde e uma-
207
Communitas

ne, che la società anonima del contratto tende a distruggere. In ogni ca-
so, il dualismo status-contratto, e la legge di progresso sono stati il pa-
radigma fondamentale con cui nel Novecento si è analizzato (anche sen-
za far riferimento esplicito a Maine) il tramonto della comunità, un tra-
monto che per alcuni preparava l’alba di un mondo migliore, per altri
l’inizio della decadenza dell’umano, poiché il nuovo legame sociale sa-
rebbe diventato il dismal “cash nexus”, nelle parole dell’inglese Tho-
mas Carlyle. Certamente, per gli amanti dell’individuo la comunità an-
tica non può essere un punto di approdo, perché nella comunità sacra-
le antica non c’è l’individuo. L’individuo, come categoria e come espe-
rienza, nasce con la modernità, al culmine di un processo culturale di
maturazione nell’universo culturale greco-ebraico-cristiano.
La comunità (il cum-munus del dono, non solo dell’obbligo) nasce dun-
que nella modernità; una tesi che qualcuno potrebbe considerare para-
dossale, se non errata, ma può essere sostenuta sulla base dell’evidenza,
teorica e fattuale, che senza individui liberi e su un piano di uguaglianza
(senza libertà e uguaglianza) c’è solo la comunità sacrale, che non è un
incontro tragico di doni ma una costruzione gerarchica di status non
scelti dai non-individui. Quindi è solo l’uomo moderno (erede dell’uma-
nesimo greco-ebraico-cristiano), e occidentale, che riesce a vedere vera -
mente la c u m - m u n u s, e la sua tragedia, perché scopre il “tu”. Ma non ap-
pena l’uomo moderno scopre il “tu” su un piano di uguaglianza avverte
soprattutto paura della ferita che l’altro può procurargli, e quindi intra-
vedere la possibilità della morte associata a questa nuova stagione della
relazionalità umana. La comunità contemporanea porta ancora con sé
tutta l’ambiguità del m u n u s, della libertà e della reciprocità umana.

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LUIGINO BRUNI
208
Concorrenza (nella tradizione austriaca)

 Concorrenza (nella tradizione austriaca)


L’elemento che unisce tutte le scienze teoretiche della società, ha soste-
nuto Friedrich August von Hayek, è che ciascuna di esse pone i mede-
simi problemi filosofici. Il che significa che i problemi del formarsi del-
le civiltà e delle istituzioni sono strettamente collegati con i problemi
dello sviluppo della nostra mente e dei suoi strumenti. In tale processo,
lo scienziato economico è in grado di conoscere soltanto il carattere ge-
nerale delle variabili che si confrontano e si modificano al mutare delle
condizioni generali. Tuttavia, l’economista ha ben poco da dire sulle
“circostanze particolari”, in forza delle quali le suddette variabili deter-
minano il loro adattamento. La ragione di ciò risiede nella complessa
interdipendenza di tutte le parti che partecipano al processo economi-
co. Dalla suddetta ragione ne deduciamo che per poter interferire con
successo – porre in essere strategie di adattamento – in ogni momento
del processo economico, dovremmo essere a conoscenza non solo delle
condizioni generali, ma anche delle condizioni particolari, ovvero dei
“dettagli” dell’intera economia; dell’economia domestica ed internazio-
nale. Ecco, dunque, la prima ragione logica che qualifica il processo
concorrenziale tipico dell’ordine di →mercato. Scrive a tal proposito
Hayek: «Uno dei principali risultati della teoria dell’economia di mer-
cato è quindi che in certe condizioni […] la competizione produce un
adattamento a innumerevoli circostanze che nella loro totalità non so-
no conosciute e non possono essere conosciute da alcuna persona o au-
torità, sicché tale adattamento non può essere ottenuto attraverso la di-
rezione centralizzata di tutta l’attività economica» (Hayek 1998, p.
549). È questa, per il liberale Hayek, così come per Wilhelm Röpke e
per i teorici dell’economia sociale di mercato, la ragione ultima per la
quale la libertà personale è così importante. La mancanza di conoscen-
za delle circostanze particolari – che poi sono la maggior parte – deter-
minerebbe la condotta dei singoli. Un modus agendi dal quale gli atto-
ri, preso atto della loro ignoranza e fallibilità, quindi contingenza e li-
mitatezza, possono trarre reciproci vantaggi.
Volendo aggredire il tema della concorrenza, tentiamo di spiegare che
cosa intendiamo per problema economico. Anche in questo caso faremo
ricorso alle parole di Hayek: «Il vero problema non è quello di appura-
re se sia possibile ottenere date merci e dati servizi a costi marginali da -
ti, ma quello di individuare quali merci e servizi sono in grado di sod-
disfare i bisogni della gente nella maniera più economica possibile»
(Hayek 1988, p. 303). In definitiva, si tratta di scoprire quali beni siano
209
Concorrenza (nella tradizione austriaca)

scarsi, quali cose assurgano al ruolo di beni, quanto questi siano scarsi e
che valore abbiano. Sono questi i problemi economici e a questi proble-
mi si presume che la concorrenza possa dare una risposta. Ne consegue
che il problema economico di una realtà sociale sarà sempre un “viag-
gio esplorativo nell’ignoto”, piuttosto che la soluzione di una pur raffi-
nata funzione matematica. Un viaggio in cui i singoli operatori saranno
impegnati nel tentativo di scoprire nuovi e migliori metodi produttivi,
nella consapevolezza che i problemi economici emergono in forza di
“cambiamenti imprevisti”, dai quali traiamo le informazioni rilevanti
che utilizzeremo per adottare possibili strategie di adattamento: tra le
quali annoveriamo anche i röstowiani “interventi conformi” ovvero i
röpkeiani “interventi di assestamento”. In definitiva, sostiene Hayek:
«…se in qualsiasi momento dovessimo venire a sapere che tutti i cam-
biamenti sono cessati e che le cose continueranno per sempre ad esse-
re esattamente quelle che sono ora, non resterebbe più da risolvere al-
cun problema relativo all’uso delle risorse» (Hayek 1988, p. 303); sa-
remmo di fronte ad una classica conseguenza di “conoscenza perfetta”,
la quale evidenzia il cosiddetto “paradosso dell’effetto paralizzante”:
una conoscenza ed una capacità previsionale perfette avrebbero nei
confronti dell’azione umana un effetto paralizzante.
Ebbene, in base all’estensione del “metodo tautologico”, dall’esame
delle azioni individuali a quello del processo sociale, nel quale le azioni
individuali si condizionano reciprocamente nel procedere del tempo, la
soluzione del problema economico, analizzato a partire dalla “logica
pura della scelta”, consisterebbe nella predisposizione di una classifica-
zione di possibili atteggiamenti umani, intellegibili attraverso una tecni-
ca per la descrizione delle interrelazioni che interessano le singole par-
ti che compongono un piano. Le conclusioni cui giunge tale analisi sa-
rebbero implicite nelle ipotesi di partenza: si suppone che siano simul-
taneamente presenti in un’unica mente e determinino una soluzione
univoca.
Ad ogni modo, è lo stesso Hayek a farci notare che il problema sorge
allorché si dubiti del fatto che un qualsiasi gruppo di persone, nel pro-
cesso di elaborazione dei propri piani individuali, siano in possesso si-
multaneamente degli stessi dati. A questo punto, il problema economi-
co sembrerebbe fuggire dalla ferrea legge della “logica pura della scel-
ta” e, nella prospettiva hayekiana, si tradurrebbe in un processo per
tentativi ed errori al fine di comprendere come i differenti e singoli da -
ti si combinano reciprocamente con i “fatti oggettivi” dell’ambiente
(spazio-temporale) nel quale ciascun soggetto progetta di dar vita al
210
Concorrenza (nella tradizione austriaca)

proprio piano personale. L’interdipendenza dei singoli piani individua-


li evidenzia la realtà dell’interferenza reciproca e l’emergere delle “no-
vità” come elemento di cambiamento e di acquisizione di nuove cono-
scenze, dalle quali scaturirebbe il continuo processo di adeguamento
dei singoli piani alle mutevoli condizioni ambientali.
L’idea di concorrenza, assunta da buona parte della teoria economica
moderna, prende in considerazione il cosiddetto stato di “equilibrio
concorrenziale”; quel particolare costrutto concettuale in cui si suppo-
ne che «i dati dei diversi individui si siano già tutti pienamente aggiu-
stati gli uni agli altri». Al contrario, la soluzione del problema econo-
mico risiederebbe nella ricerca di una spiegazione in ordine alla natu-
ra del processo mediante il quale si realizza tale reciproco aggiusta-
mento. La concorrenza, di conseguenza, è per sua natura un processo
dinamico, i cui caratteri principali verrebbero esclusi dagli assunti ti-
pici dell’analisi statica. Per equilibrio statico s’intende «quello stato il
quale si manterrebbe indefinitamente, ove non fosse alterato da qual-
che mutamento delle condizioni di chi osserva. Se, per ora, consideria-
mo solo l’equilibrio stabile, potremo dire che è determinato in modo
che, ove venga lievemente alterato, tende subito a ricostituirsi, a tor-
nare allo stato di prima» (Pareto 1965, p. 100). Accanto all’equilibro
statico, sempre nell’ambito dell’analisi statica, Pareto evidenzia i carat-
teri che contraddistinguono l’equilibrio dinamico: «Gli ostacoli non
determinano assolutamente tutti i movimenti; pongono solo certi limi-
ti, pongono certe restrizioni, ma del resto concedono che, in un cam-
po più o meno ristretto, l’individuo possa muoversi secondo i propri
gusti»; (Pareto 1965, p. 101). Ed ancora: «A dire il vero, si tratta qui
non già d’un equilibrio statico, ma di un equilibrio dinamico, poiché
tutta intera la società è trascinata da un movimento generale che la
modifica lentamente»; (Pareto 1953, p. 641). Con riferimento alla cri-
tica di Hayek alla nozione tradizionale di concorrenza, la Scuola au-
striaca di economia considera fuorviante l’uso stesso del termine
“equilibrio” associato all’idea di concorrenza. Invero, in equilibrio
l’imprenditore, ovvero qualsiasi operatore economico, non avrebbe al-
cuno spazio di manovra, dal momento che i piani individuali di tutti i
partecipanti al mercato giungono ad essere perfettamente collimanti
tra di loro, sicché ogni piano sarebbe progettato coerentemente in vi-
sta dei piani progettati da tutti gli altri partecipanti al mercato; in una
tale situazione, afferma Israel M. Kirzner, «all’imprenditore non resta
niente da fare» (Kirzner 1997) (in realtà Schumpeter aveva già espres-
so una simile critica) .
211
Concorrenza (nella tradizione austriaca)

Giunti a questo punto possiamo iniziare ad esaminare le condizioni che


sottostanno all’analisi statica della “concorrenza perfetta”, ed in parte a
quelle forme di analisi del mercato a “concorrenza imperfetta” o “mo-
nopolistico”, ovvero quelle forme di mercato che assumono una qualche
forma – sebbene parziale – di “perfezione” (Kirzner 1997). Come vedre-
mo, si tratta di condizioni che presentano un alto grado di interrelazio-
ne, al punto che sarebbe impossibile analizzare l’una indipendentemen-
te dall’altra. In primo luogo, dovremmo esaminare la condizione di co-
siddetta “omogeneità del prodotto”. Si suppone che la stessa merce
“omogenea” venga offerta e domandata rispettivamente da un numero
sì grande di venditori e di compratori sì piccoli (irrilevanti), al punto che
nessuno sarebbe in grado di esercitare una benché minima influenza sul
prezzo; gli operatori in questo caso sarebbero dei meri price takers. In se-
condo luogo, condizione necessaria è che vi sia perfetta libertà d’ingres-
so nel mercato, ossia, che non vi siano altri vincoli oltre il movimento dei
prezzi e la disponibilità delle risorse. Infine, la terza condizione è che
tutti coloro che operano sul mercato siano in possesso di una conoscen-
za perfetta (completa) dei fattori rilevanti. È evidente che la natura del-
le singole condizioni e dell’interrelazione tra di esse appare dominata
dalla terza condizione: la “completa informazione”, la quale si impone
come parametro di riferimento per quanto riguarda la presunta omoge-
neità delle merci e il libero ingresso nel mercato, mediante l’assunto del-
la conoscenza perfetta di tutti gli elementi rilevanti presenti sul mercato
da parte di tutti i soggetti che operano sullo stesso mercato. Accanto al-
la terza condizione, quella della “conoscenza perfetta”, segnaliamo la ri-
levanza di un aspetto fondamentale della prima condizione, ossia, l’omo-
geneità del prodotto che renderebbe indifferente la scelta del comprato-
re. Sappiamo quanto sia irrealistico un tale assunto, il quale si darebbe
in un’unica situazione, ossia, qualora l’universo dei potenziali comprato-
ri manifestasse la medesima opinione sul medesimo bene. In tal modo,
la coerenza interna del modello sarebbe salva, ma evidenzierebbe il ca-
rattere fuorviante del ferreo schema logico di «un’economia uniforme-
mente rotante» (Mises 1959), finendo per mostrare tutta la sua criticità:
in definitiva, accanto all’ipotesi che per ciascuna merce (omogenea) sia
in vigore sempre un unico prezzo di mercato, varrebbe l’ipotesi che i
venditori conoscano l’andamento e la forma della curva di domanda.
Si comprende come appaia improbabile la soluzione del problema eco-
nomico al quale abbiamo fatto cenno all’inizio, qualora partissimo dal-
l’assunto che tutti conoscono tutto di tutti. Semmai, la soluzione del pro-
blema risiederebbe nella comprensione delle peculiari caratteristiche
delle istituzioni che sarebbero in grado di favorire il convergere verso
212
Concorrenza (nella tradizione austriaca)

una determinata mansione di tutti quei soggetti sconosciuti che posseg-


gono le conoscenze specifiche per lo svolgimento di quella mansione. Se
consideriamo il mercato di un bene finale ed aggrediamo il problema dal
lato del venditore, secondo la nozione tradizionale di “concorrenza per-
fetta”, ciò significa che innanzitutto supponiamo che il soggetto della
nostra analisi sappia quale sia il costo più basso al quale è possibile pro-
durre il bene in questione. Ebbene, al contrario, la realtà ci insegna che
la conoscenza di un simile “fatto” rilevante può avvenire soltanto in for-
za del processo concorrenziale. Un secondo elemento conoscitivo che
interviene nella nostra analisi statica del mercato è la supposizione che il
venditore sia perfettamente informato in merito ai desideri, alla doman-
da e ai prezzi che gli acquirenti sono disposti a pagare. Anche in questo
caso, le informazioni rilevanti: i “fatti”, che supponiamo siano in posses-
so dei venditori, in realtà, rappresentano i problemi, per la cui soluzio-
ne è opportuno ricorrere al processo concorrenziale.
Possiamo svolgere un discorso analogo se osserviamo il problema eco-
nomico dal lato del compratore. Anche in questo caso, l’analisi statica
dell’equilibrio concorrenziale ci invita a supporre che chi acquista pos-
sieda le informazioni rilevanti prima che abbia inizio il processo con-
correnziale. Ebbene, nessuna realtà dei fatti ci autorizza a confermare
una simile ipotesi, in quanto la conoscenza da parte dei compratori di
un numero relativamente alto di alternative al bene in questione avvie-
ne in forza del processo concorrenziale, grazie alla pubblicità, alla ri-
cerca, agli acquisti reiterati o meno; in definitiva, «l’intera organizza-
zione del mercato è principalmente finalizzata a soddisfare l’esigenza
di diffondere le informazioni sulle quali i compratori devono basare le
loro azioni. […] Fare pubblicità, tagliare i prezzi, migliorare (o “diffe-
renziare”) la qualità dei beni e servizi prodotti sono tutte operazioni
escluse per definizione: la “concorrenza perfetta” implica, in effetti,
l’assenza di tutte le attività concorrenziali» (Hayek 1988, p. 298). Ec-
co emergere, dunque, la doppia funzione del processo concorrenziale:
da un lato la soluzioni dei problemi economici, in ordine a c h i (il latta-
io, il birraio, il macellaio…) saprà rispondere in modo più adeguato al-
le nostre aspettative quotidiane e dall’altro il controllo del processo
economico. È stato Röpke ad evidenziare come la concorrenza fareb-
be del consumatore il sovrano del mercato, influendo sul q u i d, sul co -
me e sul quantum della produzione. In tal senso, il mercato assume le
sembianze di un “suffragio universale quotidiano” le cui schede eletto-
rali sono le quote di reddito che i singoli operatori decidono di desti-
nare per la soluzione dei loro problemi economici (l’allocazione di ri-
sorse scarse per usi alternativi, in assenza di dati noti). È eloquente
213
Concorrenza (nella tradizione austriaca)

quanto afferma Hayek nel seguente brano: «È difficile difendere gli


economisti dall’accusa di avere discusso, negli ultimi 40 o 50 anni, la
nozione di concorrenza a partire da ipotesi che, se di applicassero ve-
ramente al mondo reale, renderebbero la concorrenza stessa del tutto
insignificante» (Hayek 1988, p. 309).
In tal senso, la concorrenza è interpretata come processo dinamico di re-
ciproca conoscenza, un processo catallatico. Scrive Hayek in merito al
concetto di “catallassi”: «Per indicare la scienza che studia l’ordine di
mercato, si è suggerito molto tempo fa, ed è stato più recentemente rie-
sumato, il termine “catallassi”: mi sembrerebbe appropriato utilizzarlo
qui. Il termine “catallassi” deriva dal verbo greco katallattein (o katal -
lassein), col quale si intendeva – ed è significativo – non solo “scambia-
re” ma anche “ammettere nella comunità” e “diventare da nemici ami-
ci”» (Hayek 1986, p. 315). Il processo concorrenziale, dunque, è rap-
presentato dall’insieme delle relazioni in forza delle quali soggetti libe-
ri e responsabili intendono soddisfare le proprie aspettative ricorrendo
alla soddisfazione delle aspettative altrui. In questa prospettiva, non si
assume il mercato come uno spazio da occupare, un luogo da conqui-
stare, e il processo di mercato concorrenziale, in definitiva, non costi-
tuisce un gioco a somma zero, in virtù del quale al successo economico
di A corrisponderebbe necessariamente il fallimento di B, una sorta di
spartizione della torta in fette, ove se qualcuno possiede è perché qual-
cun altro avrebbe rinunciato ovvero gli sarebbe stato estorto. Sulla ba-
se di tale analisi, apparirebbe legittimo il giudizio di condanna morale
nei confronti del mercato, inteso come una giungla nella quale vincono
sempre i più forti, i più furbi e i più spregiudicati. La tendenza a pen-
sare il mercato come uno spazio fisico, nel contesto di una dimensione
temporale astratta, nasce dalla volontà dei teorici dell’ortodossia econo-
mica neoclassica di seguire i successi avuti nel campo della fisica new-
toniana, trasferendoli nell’ambito delle scienze sociali e trasformando il
discorso economico in una scienza che studia un sistema di automi,
piuttosto che reali esseri umani. In tale sistema, scrive Mises, non esiste
la «scelta e il futuro non è incerto, poiché non differisce dallo stato pre-
sente conosciuto. Tale rigido sistema non è popolato da mortali che fan-
no scelte e sono soggetti a errore. È un mondo di automi senz’anima e
senza pensiero» (Mises 1959, p. 243) Il processo concorrenziale non de-
lineerebbe i contorni di un gioco a somma zero, «bensì di un gioco in
cui, se si rispettano le regole, si aumenta la posta da dividere, lasciando
in gran parte al caso le quote individuali della posta in gioco» (Hayek
1988, p. 318). Non v’è dubbio che una mente onnisciente saprebbe co-
me distribuire questo prodotto nel modo più giusto, ma una mente on-
214
Concorrenza (nella tradizione austriaca)

nisciente rappresenta una realtà virtuale impossibile da simulare nel


mondo reale. L’unica cosa che conosciamo concretamente sono le pre-
ferenze individuali e l’unico fine comune perseguibile è la forma gene-
rale da attribuire all’ordine di mercato, dunque il suo carattere astratto,
ossia le regole. È qui che entra in gioco il contributo di Röpke alla de-
finizione della genealogia dell’ordine di mercato. Secondo l’economista
tedesco, il mercato non sarebbe un automatismo naturale, il risultato
del ruolo passivo dello Stato. Al contrario, esso è: «un prodotto artifi-
ciale straordinariamente fragile che dipende da molte condizioni e pre-
suppone non solamente una superiore etica economica, ma altresì uno
stato che preveda incessantemente, attraverso la legislazione, l’ammini-
strazione, la giurisprudenza, la politica finanziaria e le direttive spiritua-
li ed etiche, al mantenimento della libertà del mercato e della concor-
renza, creando cioè la necessaria cornice di diritto e di istituti, fissando
le norme della concorrenza, vigilando con severità inesorabile, ma im-
parziale sulla loro osservanza» (Röpke 1946, pp. 284-285). Ne consegue
che il mercato, anche nella prospettiva dell’economia civile, piuttosto
che un gioco a somma zero è il processo di civilizzazione mediante il
quale ciascuna persona è consapevole di poter soddisfare i propri biso-
gni e desideri solo a partire dal riconoscimento dei bisogni e dei desi-
deri degli altri, nel rispetto di regole comuni.
La dinamica tipica dei processi di mercato, dunque, è lo scambio in
condizione di concorrenza. La ragione epistemologica che giustifica il
ricorso alla concorrenza risiede nella realtà che non conosciamo in an-
ticipo i fatti che determinano le azioni di coloro che prendono parte al
processo concorrenziale. Per quanto riguarda il senso civile dell’econo-
mia concorrenziale o imprenditoriale, esso affonda, innanzitutto, nella
natura relazionale, unica ed irriducibile dell’uomo e trova la sua prima
giustificazione nella sfera antropologica (libertà, creatività, responsabili -
tà e reciprocità) della persona umana (Felice 2003). La seconda motiva-
zione riguarda la funzione conoscitiva svolta dal processo concorrenzia-
le di mercato: il sistema dei prezzi, quel sistema di adattamento sponta-
neo che già Adam →Smith aveva adottato, facendo ricorso all’espe-
diente della “mano invisibile”, e che nelle hard sciences ha assunto il no-
me di “feedback negativo”, rappresenta il miglior strumento per l’allo-
cazione di beni disponibili, guidando le scelte individuali nella direzio-
ne più efficiente; in questo senso, hayekianamente, possiamo proporre
di considerare la concorrenza come una procedura per la scoperta di
fatti che altrimenti rimarrebbero ignoti ovvero nessuno potrebbe utiliz-
zare. L’economista neo-austriaco Kirzner ha offerto un sostanziale con-
tributo al chiarimento delle nozioni di concorrenza ed imprenditoriali-
215
Concorrenza (nella tradizione austriaca)

tà. Egli sostiene che «La concorrenza tra i vari imprenditori li spingerà
a offrirsi di acquistare, da chi generalmente vende a basso prezzo, a un
prezzo maggiore di quanto questi venditori avessero ritenuto possibile;
inoltre, gli imprenditori tra di loro in concorrenza venderanno, a que-
gli acquirenti che in genere acquistano a prezzo alto, a prezzi più bassi
di quanto questi acquirenti avessero ritenuto possibile» (Kirzner 1997).
Il modello concorrenziale all’interno del quale ci stiamo muovendo col-
loca l’azione economica non nell’equilibrio statico dei neoclassici – la
misesiana “economia uniformemente rotante” –, bensì nel processo di
scoperta: un equilibrio dinamico e mai raggiunto definitivamente, il ri-
sultato di un continuo processo di approssimazione a nuovi bisogni,
mediante nuove possibilità per soddisfarli.
La preferenza per il processo competitivo rispetto a quello dirigista e
monopolista (pubblico o privato), dunque, nasce da un’attenta conside-
razione teorica. D’altro canto, l’esperienza ci insegna che, da un lato, a
nessun ente – né allo Stato, né ai partiti – è dato il diritto di eliminare –
anche qualora fossero in grado di farlo – il rischio, il limite e l’ignoran-
za dall’esperienza umana e, d’altro, è sotto gli occhi di tutti la realtà di
un’esistenza umana che accresce il proprio bagaglio di conoscenze pas-
sando attraverso un processo di ricerca e di selezione delle informazio-
ni che falsificano o confermano quelle precedenti, senza alcuna garan-
zia preventiva in ordine ai risultati. Da quanto detto si evince che esi-
sterebbe un ineludibile nesso tra rischio e competizione, dato, da un la-
to, dalla fallibilità e dall’ignoranza che contraddistinguono il dato esi-
stenziale della persona umana, e, dall’altro, dall’altrettanto innata ten-
sione dell’uomo ad allargare i propri confini del sapere.
La concorrenza, dunque, ed il susseguente rischio, sono quegli straor-
dinari ingredienti della reale esperienza umana che ci consentono di
tentare di andare sempre oltre i nostri limiti, in una continua e corag-
giosa ricerca di soluzioni migliori, avendo di fronte un ventaglio di scel-
te molto ampio, una conoscenza limitata ed un irriducibile pluralismo
delle intenzioni. Il processo competitivo che coinvolge le idee, le perso-
ne, le associazioni, le imprese, allora, sia che si tratti della sfera econo-
mica sia che si faccia riferimento alla politica ovvero alla ricerca scien-
tifica, è dato da quello speciale rapporto umano che s’instaura tra per-
sone fallibili ed ignoranti, nella comune, ma variegata tensione ad accre-
scere la propria condizione esistenziale.
Scrive Hayek: «L’utilizzazione della conoscenza, che si trova ampia-
mente dispersa in una società caratterizzata da un’estesa divisione del
lavoro, non può basarsi sul presupposto che gli individui siano a cono-
216
Concorrenza (nella tradizione austriaca)

scenza di tutti gli usi specifici ai quali possono essere destinate le cose
che loro ben conoscono nel loro ambiente naturale. I prezzi dirigono
l’attenzione degli individui verso quello che vale la pena di scoprire su
ciò che il mercato offre per quanto riguarda i vari beni e servizi» (Ha-
yek 1988, p. 312). In tale prospettiva, arrogarsi il diritto di eliminare il
rischio, ossia, l’imprescindibile ignoranza umana, inibendo il processo
competitivo, oltre a rappresentare un inutile spreco di risorse, vorreb-
be dire arrecare un gravissimo danno alla società, paralizzare il flusso
delle informazioni e privare la persona della necessaria spinta alla rela-
zione interpersonale, alla scoperta ed alla responsabilità personale e
sociale.
Un testo classico sulla rilevanza sociale del rischio individuale è dato dal
seguente brano di Luigi Sturzo: «Vexatio dat intellectum; l’uomo per
comprendere, e quindi operare, ha bisogno di una costrizione, sia spi-
rituale che materiale, il rischio contribuisce al benessere sia spirituale
che materiale; il rischio contribuisce alla costrizione, all’allenamento
delle forze, alla speculazione intellettiva, alla preparazione dei piani, al
superamento degli ostacoli» (Sturzo 1995, p. 39). Il punto di vista di
Sturzo ci consente di considerare il rischio come un’opportunità data
all’uomo per andare di volta in volta oltre i limiti della propria cono-
scenza ed educare le proprie facoltà alla conquista dell’abilità necessa-
ria per il perseguimento di quel benessere multidimensionale che ci
consenta di pensare una nozione matura di bene comune che non sia
vuota retorica politica ed utopistica “presunzione fatale” che, dopotut-
to, la storia ha mostrato essere il paravento nobile delle più nefaste al-
chimie d’ingegneria sociale.
Possiamo dunque sostenere che, assumendo la nozione di competizio-
ne come sinonimo di concorrenza, per competizione intendiamo la sa-
na, spontanea e stimolante attitudine di tutti gli uomini a cercare di mi-
gliorare la propria condizione umana; dopotutto il verbo competere de-
riva dal latino cum-petere, ossia, cercare insieme, operare in concorren-
za per porre in essere le condizioni che favoriscano la realizzazione di
una società più libera, solidale e responsabile. La dimensione civile del-
la competizione e del rischio che educa, delineati dal brano di Sturzo, è
confermata ed evidenziata da un altro brano, questa volta di Michael
Novak, il quale afferma che la competizione è tutt’altro che un vizio,
«È, in un certo senso, la forma di ogni virtù e un fattore indispensabile
di crescita umana e spirituale della persona libera. Il battersi è sempre
un misurasi con qualche ideale e un sottoporsi a qualche giudizio» (No-
vak 1987, p. 470).
217
Concorrenza (nella tradizione austriaca)

A tal proposito proponiamo la lettura del seguente brano di Hernando


de Soto, per il quale – in sintonia con la teoria di Hayek che in merito al-
le politiche di sviluppo sostiene la necessità di favorire l’istituzione della
proprietà privata e l’introduzione dell’intero complesso di istituzioni le-
gali tipiche della tradizione liberale –: «Imparando a fissare il potenziale
economico delle proprie attività attraverso la registrazione della proprie-
tà, gli occidentali crearono un rapido percorso per esplorare gli aspetti
più produttivi di ciò che possedevano. La proprietà formale divenne la
via al regno concettuale nel quale si può scoprire il significato economi-
co delle cose. Là è nato il capitale» (de Soto, 2001, pp. 57-58).
In un mondo complesso, segnato inevitabilmente dall’ignoranza, dalla
fallibilità e dal pluralismo delle intenzioni, il processo di mercato, rego-
lato da norme certe che tutelino i diritti di proprietà e la trasparenza dei
contratti, è, nello stesso tempo, lo strumento più umile – giacché non
contano il censo o la casta – e più efficace – poiché fa leva sul limite
umano e, di conseguenza, sul bisogno reciproco – che ci consente di
procedere per tentativi ed errori nella direzione di un prudente e reali-
stico processo di sviluppo stabile, diffuso e duraturo. Nel brano che se-
gue, Hayek sembra cogliere il senso più profondo della concorrenza in
quanto processo di scoperta: «…i vantaggi dell’ordine spontaneo […]
sono pure di due tipi: in primo luogo, le conoscenze utilizzate in que-
sto tipo di ordine sono quelle di tutti i suoi membri; in secondo luogo,
i fini perseguiti sono quelli ben distinti dei diversi individui, in tutta la
loro varietà e contraddittorietà» (Hayek 1988, p. 314). A tal proposito
Dario Antiseri, commentando l’opera di Hayek, scrive: «La prima e
fondamentale convinzione da cui derivano tutti gli altri postulati libera-
li è quella per cui la migliore soluzione dei problemi sociali non deriva
dal sapere di un individuo, quanto piuttosto da un processo interperso-
nale di scambio delle opinioni, da cui emergerà un sapere migliore»
(Antiseri 2005, p. 908). Per di più, il processo di mercato ci mettereb-
be in guardia contro un’insensata, utopistica ed irresponsabile idea di
progresso, incapace di tener conto dell’oggettiva limitatezza della natu-
ra umana e, di conseguenza, ci pone al riparo dai rischi derivanti dalla
“superstiziosa” “presunzione fatale” del costruttivismo e dell’ingegne-
ria sociale, strumenti che si addicono ad un’arcaica società tribale.

BIBL. - Antiseri D. (2005), Epistemologia dell’economia nel “marginali -


smo” austriaco, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli.
Felice F. (2003), Le ragioni etiche dell’economia di mercato. Riflessioni
sul personalismo economico di Luigi Sturzo, in Felice F. (a cura di), Le
218
Concorrenza (nella tradizione dell’economia civile)

ragioni epistemologiche ed economiche della società libera, Rubbetti-


no Editore, Soveria Mannelli.
Hayek F.A. von (1986) [1979], Legge, legislazione e libertà. Una nuova
enunciazione dei principi liberali della giustizia e dell’economia politi -
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Hayek F.A. von (1988), Conoscenza, mercato, pianificazione, il Mulino,
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profezie verità di don Luigi Sturzo, Edizioni Centro Sturzo, Torino.

FLAVIO FELICE

 C o n c o rrenza (nella tradizione dell’economia ci-


vile)

È noto che la concorrenza è intimamente connessa all’economia di


→mercato: non può esistere il mercato laddove non c’è concorrenza;
anche se il contrario non è vero. In un’economia concorrenziale gli esi-
ti finali del processo economico non conseguono dalla volontà di un
qualche ente sovrastante – come accadeva nelle economie pianificate, in
cui i prezzi di beni e servizi, le loro quantità, i livelli occupazionali ecc.,
venivano decisi ex-ante per via politica – ma dalla libera interazione di
una pluralità di soggetti, ognuno dei quali persegue razionalmente il
proprio obiettivo, sotto un ben definito insieme di regole. Vediamo di
afferrare il senso di queste quattro parole chiave. Affermare che l’inte-
219
Concorrenza (nella tradizione dell’economia civile)

razione deve essere libera significa che nessun agente può esservi co-
stretto con la forza oppure da uno stato di necessità che gli sottrae la li-
bertà di decidere. Pertanto, la persona ridotta in schiavitù, il soggetto
totalmente disinformato oppure il povero in senso assoluto non soddi-
sfano la condizione di volontarietà che è invece richiesta dal meccani-
smo concorrenziale. La qualificazione “persegue razionalmente” postu-
la la capacità di calcolo da parte dei soggetti economici; vale a dire la
capacità sia di valutare costi e benefici delle opzioni in gioco sia di adot-
tare un criterio sulla base del quale fare la scelta. Si badi però che, con-
trariamente a quanto accade di leggere o di ascoltare, questo criterio
non necessariamente deve essere quello del massimo profitto. Non è
dunque vero che la concorrenza di mercato presuppone l’accettazione
della logica del profitto, una logica secondo cui gli utili di esercizio de-
vono essere distribuiti ai portatori del capitale in proporzione dei loro
apporti. Questo ci porta a precisare il senso della terza parola chiave.
L’obiettivo che i partecipanti al gioco competitivo perseguono può es-
sere auto-interessato oppure altruistico; può essere di natura ideale op-
pure materiale; può essere di breve o lungo periodo. Ciò che rileva è
che ciascuno abbia chiaro l’obiettivo che intende perseguire; diversa-
mente il requisito della razionalità resterebbe vanificato. Da ultimo, la
concorrenza esige l’esistenza di regole ben definite, note a tutti i parte-
cipanti, e capaci di essere rese esecutorie da una qualche autorità ester-
na al gioco concorrenziale stesso. Può trattarsi dello Stato, oppure di
un’Agenzia sopranazionale, oppure della stessa società civile che si at-
trezza per l’occasione. Due sono le regole fondamentali. Per un verso,
quella che impedisce la concentrazione di potere nelle mani di uno o
pochi soggetti economici. È questo il compito specifico delle varie legi-
slazioni antitrust. (La prima di tali leggi fu lo Sherman Act americano
approvata nel 1891. Si tratta di una legge che cercò di recuperare, alme-
no in parte, lo spirito dell’insegnamento di A. →Smith (1776) contro le
politiche commerciali dei governi che servivano solo a rafforzare il si-
stema di potere esistente). Per l’altro verso, la regola che vieta l’utilizzo
della frode e dell’inganno. A ciò mirano i provvedimenti (legislativi e
amministrativi) che impongono la trasparenza delle operazioni com-
merciali e che disciplinano la corporate governance delle imprese. Chia-
ramente, non sempre nella realtà le regole vengono rispettate o fatte ri-
spettare. Ciò spiega sia la pluralità di modelli concorrenziali che è dato
riscontrare nella pratica, sia la diversità degli esiti in termini di benesse-
re cui conduce la concorrenza. Rispetto al primo punto, si parla di con-
correnza perfetta quando nessun agente detiene un sia pur minimo po-
tere di mercato, il potere cioè di influenzare direttamente il processo
220
Concorrenza (nella tradizione dell’economia civile)

economico. In caso contrario, si parla di concorrenza imperfetta, la


quale conosce gradi diversi e crescenti di imperfezione: concorrenza
monopolistica; oligopolio; monopolio. Relativamente al secondo punto,
una delle proposizioni più note – ma anche delle più abusate – della
scienza economica è il cosiddetto “teorema della mano invisibile” attri-
buito ad Adam Smith, anche se già G. Vico nella sua Scienza Nuova
(1725) e F. Galiani nel suo Della Moneta (1750) erano arrivati alla me-
desima conclusione, sia pure per via meno diretta e chiara. Il teorema
dimostra che in un contesto di concorrenza perfetta, individui, ciascu-
no alla ricerca del proprio fine, interagendo tra loro nel rispetto delle
regole di cui sopra si è detto, vanno a generare risultati mutuamente be-
nefici che nessuno aveva previsto e che pertanto non erano parte delle
intenzioni di alcuno. Si tratta di un caso celebre del meccanismo delle
conseguenze (benefiche) non intenzionali delle azioni umane, la c.d.
eterogenesi dei fini. Ebbene, quel che di solito mai viene posto in luce
è che la concorrenza genera risultati diversamente benefici a seconda
dei tipi di agenti che ad essa vi prendono parte. Un conto infatti è la
concorrenza tra imprese capitalistiche, altro conto è quella tra imprese
cooperative o civili. In entrambi i casi si ha concorrenza, ma gli esiti fi-
nali saranno sostanzialmente diversi.
A questo punto si pone la domanda: non è forse vero che il criterio sul-
la base del quale giudicare della “bontà” degli esiti finali deve essere
quello dell’efficienza? E quindi non è forse vero che se in un certo mo-
mento storico vediamo che nel mercato dominano le imprese capitali-
stiche questo significa che esse si sono dimostrate più efficienti delle
cooperative, sociali o civili? L’argomento è sottile e non può essere qui
adeguatamente sviluppato. Basti indicare le due ragioni principali –
non uniche, però – per le quali la risposta è un doppio no. La prima è
che la nozione di efficienza quale essa viene impiegata in economia non
è una nozione primitiva, perché deriva dal principio utilitaristico di
→Bentham, che non è certo un principio economico né, tantomeno,
l’unico principio possibile per misurare l’efficienza. Non si può dunque
affermare che quello di efficienza è un criterio di valutazione neutrale e
perciò oggettivo – un criterio cui attenersi per far funzionare al meglio
il mercato. Si rammenti che l’economia di mercato esisteva da ben pri-
ma che la filosofia utilitarista – nella versione dell’utilitarismo sia del-
l’atto sia della regola – entrasse nel discorso economico. Un modo sem-
plice e intuitivo di comprenderlo perché quello di efficienza non è un
concetto assiologicamente neutrale è quello di riferirsi all’apologo usa-
to da Wight e Morton (2007). In un ospedale sperduto nella campagna
un medico ha a disposizione dieci dosi di un siero salvavita. Una notte
221
Concorrenza (nella tradizione dell’economia civile)

arrivano due autobus in ciascuno dei quali vi sono dieci persone, tutte
bisognose del siero. Nell’autobus A le persone sono tali che, ricevendo
il siero, avranno senz’altro la vita salvata. Coloro che occupano l’auto-
bus B hanno invece la probabilità del 50% di restare in vita pur dopo
aver ricevuto il siero. Il medico, deve decidere a chi somministrare il sie-
ro salvavita. In termini economici, deve impiegare una risorsa scarsa (le
dieci dosi di siero) in modo efficiente. A chi le somministrerà? Chiara-
mente, agli occupanti dell’autobus A, perché in questo modo salverà
dieci vite umane anziché cinque, come sarebbe se decidesse di allocare
il siero alle persone dell’autobus B. Cambiamo la situazione e assumia-
mo che al medico giunga la seguente informazione: i passeggeri dell’au-
tobus A la cui età media è di ottant’anni hanno una speranza residua di
vita di cinque anni, mentre quelli dell’autobus B sono bambini di cin-
que anni e hanno una speranza residua di vita di ottant’anni. Sulla ba-
se di questa nuova informazione, il medico, se vuole massimizzare l’ef-
ficienza, a chi darà le dosi del siero salvavita? Ovviamente ai pazienti
dell’autobus B, perché in tal modo massimizza il numero degli anni di
vita: 5 x 80 = 400. Se le desse agli occupanti di A gli anni di vita aggiun-
ti sarebbero 50: 5 x 10 = 50. Quindi, se il criterio di scelta è “massimiz-
zare il numero delle vite umane”, saranno favoriti i soggetti di A; se il
criterio è invece “massimizzare gli anni di vita”, la scelta cadrà sulle per-
sone in B. Per completare l’apologo, supponiamo ora che le dieci dosi
non siano di proprietà dell’ospedale, ma di una qualche farmacia priva-
ta che le vende a chi offre il prezzo più alto; in questo caso la scelta sa-
rebbe certamente a favore degli ottantenni, perché essi possono pagare,
mentre non altrettanto possono fare i bambini di cinque anni. Quindi,
se l’obiettivo è quello di massimizzare il ricavo, il medico si comporte-
rà in modo efficiente se assegnerà le dieci dosi ai passeggeri dell’auto-
bus A. Cosa ci dice, in buona sostanza, questa storia? Che il criterio di
efficienza, nonostante quel che si dice spesso, non è un criterio di scel-
ta oggettivo. Si può parlare di efficienza, e sulla base di ciò procedere
all’allocazione delle risorse, solo dopo che si è fissato il fine che si inten-
de raggiungere. L’efficienza è dunque strumento per un certo fine e non
fine in sé. È chiaro quindi che il concetto di efficienza, quando viene
utilizzato per istituire un confronto di performance economica tra im-
prese, di tipo diverso – ad esempio un’impresa capitalistica, un’impre-
sa cooperativa, un’impresa sociale – conduce ad un vizio logico, perché
esso fa implicito riferimento ad un obiettivo che è quello proprio del-
l’impresa capitalistica (la massimizzazione del profitto). Ma l’impresa
cooperativa, per sua natura, non persegue quell’obiettivo. Ecco perché,
nel confronto, essa risulterà meno efficiente. La seconda ragione di cui
222
Concorrenza (nella tradizione dell’economia civile)

sopra si diceva è che nel calcolo dell’efficienza le esternalità sociali (po-


sitive o negative a seconda dei casi) dell’attività economica mai vengo-
no prese in considerazione. Si considerino le situazioni, tutt’altro che
infrequenti, in cui l’obiettivo dell’efficienza fosse in contrasto con quel-
lo dell’equità. Se per ottenere un risultato di maggiore efficienza si sa-
crificasse in modo considerevole l’equità cosa garantirebbe la sostenibi-
lità nel tempo dell’istituzione mercato? È bensì vero che nell’orizzonte
del breve periodo il tecnico dell’economia può prescindere da tali ester-
nalità negative. Ma questo veramente significherebbe essere malati di
corto-termismo, dal momento che lo sviluppo economico è l’esito di
fattori che non appartengono alla sola sfera economica. Già Durkheim
aveva avvertito che i valori della società non sono semplici mezzi a di-
sposizione del calcolo economico, dato che la società è sempre in gra-
do di “costringere” o piegare i suoi membri ad agire in modo da neu-
tralizzare le raccomandazioni che scaturiscono da quel calcolo.
Infine un’ultima considerazione. Quando si parla di concorrenza di
mercato occorre diffidare dall’analogia, oggi molto comune, tra concor-
renza di mercato e concorrenza sportiva, un accostamento che spesso
ritroviamo nel dibattito pubblico e persino in alcuni libri di testo. Que-
sta analogia viene declinata in vari modi: dall’etimologia (concorrenza
deriva dal “cum-correre”, correre insieme), da cui l’immagine della ga-
ra come metafora del mercato; la vittoria dei migliori come immagine
della meritocrazia; la corruzione (doping) che porta al fallimento sia lo
sport che il mercato; il team di lavoro come la squadra; il manager co-
me l’allenatore (coach), e così via. Non si tratta di negare che alcune di
queste immagini colgano alcuni aspetti di verità (tra cui l’immagine del
team, o del doping), ma è ancora più vero che quando si usa l’immagi-
ne della gara sportiva per rappresentare la concorrenza nel mercato si
commettono errori importanti, si porta il cittadino non esperto fuori
strada, e si trasmette un’immagine del mercato che non corrisponde al
vero. E ciò per almeno due ragioni. In primo luogo, l’accostamento
concorrenza di mercato-concorrenza sportiva, porta, più o meno con-
sapevolmente, a considerare la concorrenza di mercato come un “gioco
a somma zero”, un gioco cioè come il poker, dove l’ammontare delle
perdite di A è uguale e di segno contrario a quello delle vincite di B.
Questo errore, purtroppo, è tra i più comuni anche nei dibattiti politi-
ci e culturali nei media, ed è uno dei pregiudizi più radicati anche negli
studenti di economia, che è molto difficile da sradicare. Questo errore
possiamo chiamarlo “il vizio mercantilista”, poiché era questo il tipo di
errore che gli economisti (chiamati “mercantilisti”) del Seicento e pri-
mo Settecento normalmente commettevano quando pensavano al com-
223
Concorrenza (nella tradizione dell’economia civile)

mercio internazionale, che veniva da loro immaginato e descritto come


una relazione nella quale una parte vinceva (quella che importava ora)
e l’altra perdeva (quella da cui l’ora usciva). Tutte le volte che commet-
tiamo ancora oggi questo antico errore, guardiamo lo scambio di mer-
cato come ad un problema essenzialmente redistributivo, ad un proble-
ma analogo ad una spartizione di una torta data: se la fetta di A aumen-
ta, quella di B diminuisce; e viceversa. Da Adam Smith, però, una del-
le dimostrazioni fondamentali dell’economia moderna è stato mettere
in luce che lo scambio di mercato è un “gioco a somma positiva”, dove
tutti i partner dello scambio migliorano il loro benessere o la loro “uti-
lità”. È come se, per usare (anche qui) la metafora della torta, mentre
scambiamo aumentiamo le dimensioni della torta. È un concetto in par-
te contro-intuitivo, ecco perché illustri studiosi e filosofi per secoli non
avevano colto questo aspetto fondamentale della concorrenza di merca-
to. È stato prima Ricardo e poi Edgeworth a fine Ottocento a dimostra-
re matematicamente questo teorema, ma l’intuizione era già vecchia di
almeno un secolo (ben chiara ai padri fondatori dell’economia civile, ad
esempio). In certi casi è vero che lo scambio di mercato può diventare
un gioco a somma zero, o, quantomeno, essere percepito dagli agenti
economici in questo modo. Ma – e qui sta il punto – quando e se il mer-
cato diventa un gioco a somma zero ci troviamo nella patologia non nel-
la normalità. Ciò accade quando l’economia di mercato, o l’impresa,
non crea ricchezza, e non si guarda l’altro partner come un alleato con
cui crescere insieme scambiando o facendo un’impresa, ma come un ri-
vale, un concorrente, come accade in un gioco di poker. Molti esprimo-
no il mutuo vantaggio come un gioco “win-win”, un’espressione poco
felice perché è sempre all’interno della metafora della gara (vincere). In
realtà, c’è un modo coerente di intendere il “win-win”, ma che non è
usata da coloro che usano questo linguaggio: è intendere lo scambio
economico come un’azione di un team. L’economia, infatti, usa il con-
cetto di team per indicare il gruppo di lavoro all’interno dell’azienda,
ma non lo usa per indicare lo scambio di mercato. In realtà si potrebbe
rappresentare perfettamente, dandone un’immagine più vicina alla re-
altà, anche il rapporto tra un fornitore e un cliente, o tra un idraulico e
un padre di famiglia, come un team: si coopera per raggiungere un
obiettivo comune che avvantaggia entrambi – è questa la linea che da
qualche tempo porto avanti nei miei lavori scientifici sul mercato. La
concorrenza di mercato è un intreccio complesso di cooperazione e di
competizione, come grandi economisti come Mill o Marshall ci hanno
insegnato da oltre un secolo (Bruni e Zamagni 2004). C’è, infine, un se-
condo errore, che consiste nel vedere la concorrenza di mercato come
224
Concorrenza (nella tradizione dell’economia civile)

concorrenza sportiva. Lo si commette quando leggiamo la concorrenza


come una gara tra imprese, dove l’una cerca di “battere” le altre: lo sco-
po, si dice, dell’impresa A è battere l’impresa B (o C, D…), e nel far
questo, il risultato, non intenzionale, dell’azione dell’impresa è ridurre
il costo del prodotto per il consumatore X (e così contribuire al →be-
ne comune). Come nelle gare sportive, appunto, dove (si pensi all’atle-
tica), lo scopo dell’atleta A è battere i suoi concorrenti, e come effetto
“indiretto” abbattere i record. Anche se qualcuno potrebbe persino du-
bitare che la concorrenza sportiva sia solo questo (in realtà l’atleta ha
bisogno dei suoi concorrenti per potersi migliorare, anche se il ruolo
dei concorrenti viene spesso visto solo come strumentale), in ogni caso
questa visione della concorrenza non è quella del mercato, almeno nel-
la sua fisiologia, e per la tradizione dell’economia civile. Infatti, dalla
nostra prospettiva, lo scopo dell’impresa A non è battere B, ma soddi-
sfare al meglio i bisogni dei consumatori X; il fatto che l’impresa B, se
non soddisfa meglio di A i bisogni di X esca dal mercato, non è lo “sco-
po” di A, ma solo un effetto “non intenzionale” della sua azione. E do-
v’è la differenza tra queste due visioni? La differenza sta proprio nel
leggere, interpretare e vivere il mercato come un gioco “cooperativo”,
oppure come una gara dove uno vince e l’altro perde. Ci sono, infatti,
oggi studi importanti che dimostrano che i Paesi, le culture, che vedo-
no il mercato come un “gioco a somma zero” crescono meno e male ri-
spetto a quelle culture dove il mercato è inteso come creatore di ric-
chezza per tutti i soggetti coinvolti nello scambio. Il mercato, la vita in
comune, la politica, dipendono anche dal nostro modo di immaginar-
celi, dalla nostra cultura.

BIBL. - Bruni L. - Zamagni S. (2004), Economia civile. Efficienza, equi -


tà, pubblica felicità, il Mulino, Bologna.
Galiani F. (1751), Della moneta, Stamperia reale, Napoli.
Smith A. (1976) [1776], The Wealth of Nations, Oxford University
Press, Oxford.
Vico G. (1744), La scienza nuova, Stamperia Muziana, Napoli.
Wight J.B - Morton J.S. (2007), Teaching the Ethical Foundations of Eco -
nomics, The National Council on Economic Education, New York.

LUIGINO BRUNI - STEFANO ZAMAGNI

225
Consorzi di cooperative

 Consorzi di cooperative
Il consorzio, da un punto di vista legislativo, è considerata una forma
associativa inerente agli accordi tra imprese giuridicamente ed econo-
micamente distinte e avente diverse finalità volte a soddisfare i membri
aderenti al consorzio. I principali tipi di consorzi sono: i consorzi am-
ministrativi, i consorzi agricoli e i consorzi industriali. I primi hanno co-
me finalità lo svolgimento di iniziative di pubblica amministrazione,
possono essere costituiti da persone fisiche o tra enti e nascono per
esercizio del potere pubblico (consorzi d’autorità) o per volontà delle
parti interessate (consorzio volontari). A titolo di esempio tra i consor-
zi amministrativi vi sono: consorzi tra enti locali, consorzi tra istituzio-
ni pubbliche di assistenza e di beneficenza; consorzi stradali, idraulici,
consorzi sanitari ed altri ancora.
I consorzi agricoli svolgono finalità legate al settore agricolo e sono ad
esempio consorzi forestali, consorzi tra produttori agricoli, consorzi di
irrigazione, consorzi per la difesa della coltivazione, ecc.
I consorzi industriali riguardano il coordinamento delle produzioni e
degli scambi, essi possono riguardare tutte le fasi dell’attività impren-
ditoriale. Si possono a sua volta classificare, in base alla motivazione
della loro costituzione in: consorzi volontari; consorzi obbligatori; con-
sorzi coattivi. In base all’attività che svolgono, i consorzi industriali si
ripartiscono in: consorzi con attività interna, ovvero svolgono solo re-
lazioni all’interno del consorzio e consorzi con attività esterna, che
hanno anche relazioni esterne con soggetti che non aderiscono al con-
sorzio.
In base all’integrazione dell’attività svolta dalle aziende aderenti al con-
sorzio si parla di: consorzi orizzontali, ovvero tutte le aziende svolgono
la stessa fase del ciclo produttivo o distributivo; consorzi verticali, ov-
vero le aziende svolgono diverse fasi del ciclo produttivo o distributivo;
consorzi misti.
Si parla ancora di: consorzi di servizi, che svolgono un’attività di con-
sulenza ed assistenza alle aziende; consorzi funzionali, che svolgono at-
tività operative inerenti alla pianificazione, programmazione e alla ge-
stione di funzioni comuni alle aziende aderenti consentendo un miglio-
ramento in termini di efficacia ed efficienza.
Quando si parla di consorzi industriali si comprendono anche: i consor-
zi tra imprese artigiane; i consorzi tra società cooperative; i consorzi tra
piccole e medie imprese.
226
Consorzi di cooperative

La legislazione prevede l’esistenza di tre tipi di consorzi di cooperative


(legge Basevi [d.l. c.p.s. 14/12/1947, n. 1577] modificata dalla legge
17/12/1971 n. 127): consorzi di società cooperative (Art. 27, L.
127/1971); consorzi di cooperative ammissibili ai pubblici appalti (Art.
27, L. 127/1971) e consorzi tra società cooperative per il coordinamen-
to della produzione e degli scambi (Art. 27, L. 127/1971).
I consorzi di società cooperative prevedono la costituzione di una strut-
tura organizzativa comune avente lo scopo di facilitare la finalità mu-
tualistica delle cooperative attraverso l’esercizio in comune di attività
economiche.
I consorzi di società cooperative si differenziano rispetto alle società di
consorzio disciplinato dall’art. 2615t e r c.c. in merito ai seguenti aspet-
ti: i soci del consorzio possono essere solo persone giuridiche coopera-
tive mentre l’art. 2615 c.c. prevede la possibilità di adesione di perso-
ne fisiche e persone giuridiche diverse dalle cooperative; il numero di
soci del consorzio non può essere inferiore a tre unità mentre nell’art.
2615 c.c. è previsto un numero minimo di nove ed è definito il capita-
le minimo.
I consorzi di cooperative ammissibili ai pubblici appalti sono discipli-
nati da una legge propria (Legge 25/6/1909 n. 422 e da r.d. 12/2/1911
n. 278 richiamato dall’art. 27bis della Legge Basevi). Essi hanno come
scopo l’assunzione di appalti di opere pubbliche e per questa finalità
devono costituirsi mediante un procedimento che prevede l’approva-
zione dello statuto da parte del Presidente della Repubblica, su propo-
sta del Ministero del Lavoro e del Ministero dei Lavori pubblici.
Essi fanno riferimento alle disposizioni sui consorzi di società coopera-
tive in merito al numero di minimo di soci per la costituzione e la pre-
visione del capitale minimo.
Il ruolo svolto da questo tipo di consorzio è quello di favorire e facili-
tare l’attività dei consorziati attraverso l’esercizio in comune di un’atti-
vità economica, da cui ne deriva che potrebbe considerarsi, come per i
consorzi di società cooperative disciplinati dall’art. 27 Legge Basevi,
una organizzazione cooperativa di secondo grado. La funzione del con-
sorzio è quella di rendere possibile la realizzazione di lavoro di entità
consistente, che la singola cooperativa non potrebbe compiere o otte-
nere, attraverso un’organizzazione comune. In particolare il consorzio
acquisisce la titolarità dell’appalto per poi instaurare ulteriori rapporti
contrattuali con le cooperative consorziate. In merito alle scelte in ma-
teria di “sub-appalto” si fa riferimento alla stipula di un regolamento in-
terno che disciplina i casi in cui il consorzio può agire in autonomia, in
227
Consorzi di cooperative

cui deve ripartire l’appalto tra le cooperative consorziate e le modalità


di assegnazione di tali lavori.
L’art. 8 della legge 381 definisce consorzi “sociali” quelli «costituiti co-
me società cooperative aventi la base sociale formata in misura non in-
feriore al settanta per cento da cooperative sociali». Il consorzio è con-
siderato una →cooperativa sociale di secondo grado, a cui si applicano
le norme previste per le cooperative sociali. In base all’origine e alle at-
tività svolte dai consorzi possiamo parlare di: consorzi territoriali; con-
sorzi specifici di scopo; consorzi di progetto; consorzi da ristrutturazio-
ne di cooperativa; consorzi nazionali (Travaglini 1997, p. 95).
Il consorzio territoriale rappresenta l’aggregazione di unità cooperative
sociali presenti sullo stesso territorio e svolge funzioni per lo sviluppo
del movimento cooperativo che le singole unità non riescono a gestire.
Il consorzio di scopo rappresenta una struttura di supporto dedicata ad
una specifica attività, esempi di tale attività sono: la finanza, le attività
immobiliari, ecc. I consorzi di progetto sono strutture costituite per ge-
stire attività e servizi complessi che richiedono la collaborazione di più
soggetti e non sono gestiti direttamente dal consorzio territoriale.
Il consorzio da ristrutturazione di cooperativa nasce per applicare la
legge 381 in virtù della necessità di specificare le attività svolte dalle
cooperative sociali e così usufruire delle agevolazioni fiscali. Esso con-
siste nell’individuare, all’interno di una cooperativa, nuclei di attività
omogenei che vengono scorporati per costituire nuove unità cooperati-
ve giuridicamente autonome, attraverso scissioni e conferimenti, queste
nuove cooperative costituiscono poi un consorzio che mantiene i com-
piti di direzione. I consorzi nazionali sono espressione della rete esisten-
te tra cooperative nelle diverse regioni e promuovono ricerca, formazio-
ne e informazione; si configurano come soggetti autonomi promotori di
politiche sociali (Bernardi 1996).
I consorzi di cooperative sociali sono nati per svolgere attività commer-
ciali, attività di servizio e per integrare attività produttive e sociali attra-
verso un collegamento stabile con le cooperative. Il modello consortile
è forse quello che meglio rappresenta e può contenere le caratteristiche
della cooperazione sociale. Nel corso dei decenni è stata criticata la
scelta di costituire aggregazioni di secondo livello avvalendosi del con-
sorzio, promuovendo, invece, la formazione di società di grandi dimen-
sioni. Questa idea, però, ha dato degli esiti deludenti (Scalvini 1994, p.
96). Il primo consorzio di cooperative sociali è nato a Brescia nel 1983,
il Consorzio «Gino Matterelli», egli, scomparso un anno prima, era sta-
to uno dei fautori del movimento della cooperazione. Gli elementi che
228
Consorzi di cooperative

hanno caratterizzato il consorzio CGM – Consorzio Gino Mattarelli –


e che ritroviamo nei consorzi nati successivamente sono: la territoriali-
tà; l’intersettorialità; la promozionalità innovativa.
Il consorzio è un’aggregazione di aziende che vuole svolgere anche una
funzione imprenditoriale per cui promuove l’adesione di cooperative
operanti in settori diversi in modo da rendere “completa” l’attività sul
territorio. Da questo ne deriva che il consorzio ha anche una funzione
promozionale dell’azione cooperativa soprattutto riguardo settori di at-
tività non sviluppati.
Nel tempo si sono sviluppati dei consorzi aventi una particolare specia-
lizzazione ad esempio in materia di formazione, di concessione di cre-
dito per le cooperative, ecc. (Scalvini 1994, p. 97).
Da diversi anni, all’interno del movimento cooperativo (Lepri 1994,
Marocchi 1997, Borzaga 2002, Tavolini 2002, Zamaro 2005), si discute
sul possibile modello di crescita della cooperazione sociale, e ancora og-
gi non si è trovata una risposta unanime. Il fenomeno della cooperazio-
ne in Italia risente molto delle ideologie politiche a cui aderiscono le
cooperative anche in merito alle scelte dei modelli organizzativi e alle
scelte per la crescita e lo sviluppo anche dimensionale delle cooperati-
ve. Il consorzio (Arcari 1996, pp. 192-196) riusciva a tradurre in prati-
ca le esigenze delle cooperative di Federsolidarietà, favorendo un lega-
me tra le cooperative e promuovendone crescita e sviluppo qualitativo
attraverso lo svolgimento di attività culturali e di servizio in base alle
esigenze territoriali.
Il modello organizzativo, specchio di una scelta culturale delle coope-
rative sociali e delle ideologie politiche, negli anni recenti nel consorzio
ha assunto un ruolo importante di tipo istituzionale avente maggiore ri-
conoscimento a livello contrattuale sia con privati e con la pubblica am-
ministrazione. Il consorzio di cooperative sociali svolge così un ruolo
di: erogazione di servizi; rappresentanza degli interessi delle cooperati-
ve; promozione delle politiche economiche e sociali.
La piccola dimensione favorisce la corresponsabilità nell’erogazione del
servizio, la possibilità di controllo sulla qualità e soprattutto favorisce lo
sviluppo di relazioni interne tra operatori e clienti e relazioni interper-
sonali all’interno della cooperativa (Lepri 1992).
Un altro elemento fondante del modello organizzativo è rappresentato
dal legame con la comunità locale attraverso un rapporto di partnership
con istituzioni e la partecipazioni di volontari, che sono espressione del-
la società civile.
229
Consorzi di cooperative

La piccola dimensione rappresenta allora una strategia imprenditoriale


a cui segue una strategia di crescita con l’obiettivo di migliorare e svilup-
pare le attività delle cooperative e contenere i costi. La scelta, consape-
vole e alternativa, ricade fra i vari modelli di aggregazione interazienda-
le per il modello consortile. Alcune delle motivazioni Failoni (1991), che
hanno indotto tale scelta, sono: salvaguardare l’autonomia di ciascuna
cooperativa; favorire la circolazione di informazioni ed esperienze; favo-
rire una maggiore partecipazione alla programmazione dei servizi socia-
li; rispondere ai bisogni della collettività promuovendo la nascita e lo svi-
luppo di nuove cooperative; realizzare servizi e iniziative che la singola
cooperativa non può realizzare in modo economicamente conveniente;
rafforzare la capacità contrattuale delle cooperative.
Si parla di una «strategia del campo di fragole» Carbognin (1999) ov-
vero tante cooperative ma ciascuna radicata nella propria comunità lo-
cale ed in grado di crescere autonomamente Scalvini (1991). Il model-
lo consortile permette di conseguire vantaggi economici, usufruendo di
servizi di livello qualitativo superiore a costi inferiori, e vantaggi sociali
in quanto consente di conservare e potenziare le peculiarità della coo-
perazione sociale quali: la piccola dimensione, la flessibilità, il collega-
mento con la comunità locale e la democraticità della gestione Failoni
(1991).
I Consorzi di Cooperative Sociali presentano le seguenti caratteristiche,
tra cui la prima è la territorialità, cioè il consorzio è costituito da coo-
perative operanti in una stessa area geografica (provinciale o regionale)
entro cui si sviluppa l’azione. La seconda caratteristica riguarda la mu-
tualità (Borzaga 1996), in cui le azioni che il consorzio svolge hanno
un’utilità sociale per la collettività.
La terza caratteristica è l’intersettorialità, che aggrega cooperative che
svolgono attività diverse, sia di servizi sociali, sia di inserimento lavora-
tivo, evitando, come consorzio, di assumere una caratteristica troppo
circoscritta.
La quarta caratteristica riguarda la sperimentazione, che grazie al coa-
gulo di esperienze delle diverse cooperative il consorzio può sperimen-
tare nuove iniziative di cooperazione in nuovi settori (Martinelli, Lepri,
1998, p. 47).
I consorzi hanno lo scopo di: favorire la collaborazione tra le coopera-
tive; fornire servizi di supporto e consulenza tecnico-amministrativa e
sostegno finanziario alle cooperative consorziate; gestire attività di for-
mazione ed addestramento; favorire lo sviluppo dell’attività delle coo-
perative anche commercializzando i prodotti e offrendo servizi a terzi,
230
Consorzi di cooperative

enti pubblici e privati; attuare iniziative di informazione e sensibilizza-


zione dei cittadini e degli enti pubblici; coordinare il rapporto con gli
enti pubblici; promuovere e favorire nuove iniziative di cooperazione;
predisporre marchi e denominazioni sociali con cui distinguere i propri
prodotti o servizi.
Il rapporto fra consorzio e cooperative rappresenta le stesse dinamiche
espresse dal rapporto fra cooperative e soci. Anche in questo caso si
può parlare di consorzi etero-diretti, co-dipendenti integrati e consorzi
a conduzione manageriale (Matacena 1990, p. 49). La cooperativa ete-
ro-diretta è direttamente controllata dal socio (autorizzando le scelte
gestionali e orientando le decisioni verso la massima efficienza tecnico-
produttiva) assumendo il rischio economico dalla gestione; la coopera-
tiva co-dipendente integrata nasce con l’incremento della base sociale
per cui si necessita lo sviluppo di un management interno che persegua
obiettivi di sviluppo e rafforzamento dell’impresa anche a scapito degli
interessi economici di breve periodo dei soci.
La cooperativa a conduzione manageriale è un’evoluzione dell’effetto
della crescita del numero di soci aderenti con un management che sia
espressione del movimento cooperativo.
Possiamo considerare i consorzi di progetto e di ristrutturazione, quali
consorzi co-dipendenti integrati e i consorzi territoriali e di scopo, qua-
li consorzi a conduzione manageriale, Travaglini (1997).
Le attività svolte dai consorzi di cooperative sociali riguardano princi-
palmente tre tipi di attività, Marocchi (1997), Pavolini (2002): erogazio-
ne di servizi di supporto alle cooperative (servizi amministrativi, di con-
sulenza, di formazione, facilitazione all’accesso al credito, ecc.); rappre-
sentanza politica ai fini della tutela e della promozione della coopera-
zione sociale; promozione di politiche economiche ovvero una funzio-
ne imprenditoriale definita attività di general contractor.
L’attività di general contractor svolta dal consorzio consiste nel promuo-
vere la partecipazione delle cooperative a gara di appalto di servizi pub-
blici, in cui il consorzio ha un maggior peso contrattuale rispetto alla
singola cooperativa. Questo tipo di attività richiede, a sua volta, l’ade-
sione delle cooperative a accettare un regolamento che limita la concor-
renza tra le cooperative che aderiscono al consorzio e anche la concor-
renza tra la singola cooperativa ed il consorzio. Esiste quindi nei con-
sorzi un vero e proprio ufficio che si occupa della gestione e della par-
tecipazione a gare per l’assegnazione di commesse. Altro ruolo impor-
tante, che i consorzi stanno sempre più svolgendo, riguarda la facilita-
zione del processo di accesso al credito bancario.
231
Consorzi di cooperative

Sulla base delle funzioni svolte dai consorzi possiamo distinguere (Pa-
volini 2002, pp. 195 e Marocchi 1997, pp. 198): i consorzi “leggeri”,
quando svolgono funzioni formative e amministrative per le consor-
ziate; i consorzi “pesanti”, quando svolgono molteplici funzioni tra
cui l’attività di general contractor fino a svolgere funzioni imprendito-
riali.
Su questo ultimo punto, ovvero la definizione di consorzi “pesanti” e lo
svolgimento di funzioni imprenditoriali, quale l’attività di general con -
tractor, si potrebbero fare delle considerazioni in merito alla possibilità
che la cooperativa, aderendo al consorzio, “deleghi” una parte della sua
imprenditorialità e una parte della sua “autonomia” tanto da poter per-
dere i caratteri di un’azienda.
Possiamo individuare due tipi di modelli di formazione dei consorzi: il
bottom up micro e il bottom up macro (Pavolini 2002, p. 181). Il primo
modello si basa sull’aggregazione di un numero limitato di cooperative
sociali che sulla base di interessi comuni e sulla possibilità di collabora-
zioni future, decidono di costituire un consorzio. Di solito il consorzio
nasce dalla conoscenza antecedente tra i diversi cooperatori e sulla ba-
se di esperienze positive sviluppatesi nel tempo. Il secondo modello di
formazione di consorzi detto bottom up macro, invece, si forma con un
gran numero di cooperative sociali. La formazione del consorzio è pro-
mossa dalle centrali cooperative, queste ultime cercano di facilitare
l’adesione di cooperative sociali, che operano nello stesso territorio, a
volte fungendo anche da garanti sulle cooperative stesse in ordine alla
possibilità di comportamenti scorretti. Entrambi i modelli presentano
dei vantaggi e degli svantaggi. Nel modello “micro” il vantaggio deriva
dalle relazioni di fiducia, che si sono instaurate nel tempo tra i coope-
ratori ma allo stesso tempo, questo aspetto potrebbe limitare la cresci-
ta del numero di adesioni da parte delle cooperative comportando così
un minor peso in termini di rappresentanza “istituzionale”. Nel model-
lo “macro”, al contrario, il numero elevato di cooperative aderenti po-
trebbe generare dei problemi inerenti a comportamenti non sempre
corretti da parte delle cooperative.

BIBL. - Bernardi S. (1996), Le politiche di sviluppo consortile, in «Impre-


sa Sociale», n. 26.
Borzaga C. (1996), I consorzi sociali dalla mutualità alla solidarietà, in
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Depperu D. (1996), Economia dei consorzi tra imprese, EGEA, Milano.
232
Consumo (cospicuo/incospicuo)

Marocchi G. (1997), La cooperazione sociale di servizi alla persona, in


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Matacena A. - Travaglini C. (2000), Il gruppo non profit, specializzazio -
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Travaglini C. (1994), Il gruppo non profit: percorsi di sviluppo per le or -
ganizzazioni non profit, in «Economia & Management», n. 3.

CATERINA FERRONE

 Consumo (cospicuo/incospicuo)
«Mamma, mormora la bambina, mentre pieni di pianto ha gli occhi, per
la tua piccolina non compri mai balocchi, mamma, tu compri soltanto
profumi per te».
Così una canzone degli anni Cinquanta rappresenta la cattiva madre,
quella che consuma per sé e la sua inutile vanità e non per far felice la
sua bambina.
Il consumo è tra le attività economiche quella che è più vicina alla indi-
vidualità della persona, quella che ne esprime identità, valori, bisogni,
gusti. È un’attività complessa che coinvolge una molteplicità di sfere in-
dividuali: quella etica, sociale, estetica.
Non meraviglia quindi che le analisi del consumo, sia che esse proven-
gano dalla filosofia politica, dalla economia, dalla sociologia, o dalla psi-
cologia tendano spesso a mescolare all’analisi positiva il giudizio di va-
lore: il consumo non come è ma come dovrebbe essere.
Questo accade sin dalle prime riflessioni economiche sul ruolo dello
scambio e del mercato nel favorire il benessere collettivo. Con lo svilup-
po e l’allargamento dei mercati, a partire dal Seicento e i primi del Set-
tecento un intero nuovo mondo di beni appare sulla scena europea spe-
cie in quei grandi centri di scambio che sono le città: nuovi frutti, spe-
zie, fiori, piante, animali, dipinti, ceramiche, tessuti cominciano a dif-
fondersi rapidamente, per poi venire imitati e riprodotti su larga scala e
lentamente raggiungere ogni strato della popolazione. Sono questi beni
233
Consumo (cospicuo/incospicuo)

che contribuiscono a cambiare radicalmente le abitudini di consumo


individuali oltre che a provvedere una incredibile spinta propulsiva al-
la produzione e alla crescita economica.
Ma i filosofi morali del tempo e i primi trattati sullo scambio, pur con
voci dissonanti, tendono a condannare questa corsa verso un consumo
considerato superfluo e di lusso, un consumo che impoverisce non so-
lo l’individuo ma anche la nazione che vede defluire il proprio oro ver-
so i paesi da cui i nuovi beni originano. Frugalità, temperanza, parsimo-
nia sono le virtù che dovrebbero ispirare il consumo, le virtù della labo-
riosa vita agricola contro le tentazioni e l’anonimato delle città.
Man mano che l’economia conquista il ruolo di disciplina autonoma, il
consumo non viene più interpretato con categorie etiche e la distinzio-
ne diventa quella tutta economica tra un consumo che è produttivo e
uno che non lo è, tra un consumo che aumenta la ricchezza della nazio-
ne e uno che lo riduce. Questa distinzione riflette quella analoga tra la-
voro produttivo e improduttivo: il primo è quello che consente al cir-
cuito economico di riprodursi e di espandersi attraverso la produzione
di beni che vengono costantemente reinvestiti nell’attività produttiva. Il
secondo è invece il lavoro destinato al mantenimento della classe dei
rentiers, di coloro che vivono di rendita. Al contrario del consumo dei
lavoratori produttivi, il consumo di questa classe e dei suoi servitori è
sterile, fine a se stesso perché fuori dal circolo espansivo della produ-
zione.
In queste prime analisi economiche il posto centrale spetta alla produ-
zione e il consumo è considerato virtuoso solo in quanto anello della ca-
tena produttiva.
Con l’avvento dell’economia neoclassica nella seconda metà dell’Otto-
cento, il ruolo assegnato al consumo cambia radicalmente: la analisi del-
le classi cede il passo a quella dell’individuo, e il consumo da mezzo del
processo produttivo ne diventa il fine. Unità di analisi è la scelta indivi-
duale che nel caso del consumatore consiste nel massimizzare il proprio
benessere nel rispetto dei vincoli del reddito e dei prezzi di mercato. In
questo modello, che tuttora è il paradigma interpretativo dominante,
ogni riferimento al contenuto della scelta, che essa sia buona o cattiva,
utile alla società o no, è eliminato, e l’unico assunto della teoria è un as-
sunto debole, che il consumatore sia coerente, ossia che fissati i suoi
obiettivi e trovati i mezzi per realizzarli, poi li rispetti.
Dato questo assunto, l’indagine può fermarsi alla scelta senza invadere
il campo dei desideri e delle motivazioni individuali: è la scelta infatti
che rivela le preferenze di cui il consumatore è supremo giudice.
234
Consumo (cospicuo/incospicuo)

Questo modello ha il grande pregio di ottenere risultati analitici com-


plessi da un ridotto numero di assunzioni. Esso è tuttavia così rarefat-
to da lasciare un vuoto di analisi proprio là dove vorremmo sapere di
più: quali sono le procedure decisionali, oltre a quella della coerenza,
che sottendono le scelte, come i consumatori interagiscono tra di loro,
come si comportano rispetto a scelte che si dipanano nel tempo, come
imparano dall’esperienza e quale è il ruolo dell’errore. Su queste do-
mande l’economia è stata a lungo silente e questo vuoto è stato riem-
pito da altre discipline, in particolare dalla sociologia e dalla psicolo-
gia. Ed è proprio dalle analisi di queste ultime che spesso gli economi-
sti prendono a prestito teorie e spiegazioni quando devono affrontare
fenomeni come l’incertezza, la formazione di abitudini, le mode, la
pubblicità.
Una dimensione cruciale del consumo, molto trascurata dall’analisi eco-
nomica, è proprio la sua dimensione sociale, lo studio di come i model-
li di consumo si trasferiscono, si diffondono e cambiano attraverso l’in-
terazione e lo scambio dei consumatori tra di loro.
Diversi modelli recenti, sia economici che sociologici, hanno iniziato ad
analizzare il ruolo che l’influenza degli altri e il confronto sociale han-
no sull’individuo; nonostante la diversità di scopi e di metodi, molti di
essi hanno come comune punto di riferimento l’analisi di Thorstein Ve-
blen (1957 [1899]) e il suo concetto di consumo cospicuo (anche se il
primo ad introdurre questo termine è stato l’economista canadese J.
Rae, 1905 [1834]).
Per Veblen il consumo ha un valore sociale, di messaggio e di rappresen-
tazione di sé. Nella società mercantile dominata dal denaro il consumo
diventa un’arma di distinzione sociale e di concorrenza di stato. E qua-
le miglior simbolo di stato se non la pura esibizione della propria ric-
chezza? Il consumo cospicuo è per l’appunto quel consumo che ha per-
so ogni contatto con l’utilità intrinseca della scelta per divenire semplice
dispiegamento del proprio potere di acquisto. I beni vengono seleziona-
ti solo perché di lusso e cari, e il bello è tale, secondo Veblen, solo rispet-
to a gusti plasmati dall’impiego superfluo di tempo e di sostanze.
Anche dal punto di vista sociale il consumo opulento è un puro spreco di
risorse perché la costante corsa al rialzo che esso incentiva non ha vinci-
tori finali, il passo avanti di uno essendo a spese del passo indietro di un
altro.
L’analisi di Veblen riprende tanto le condanne del lusso dei primi mer-
cantilisti, quanto l’improduttività sociale di un consumo fine a se stesso
dell’economia classica.
235
Consumo (cospicuo/incospicuo)

Il concetto di consumo cospicuo o opulento è tuttavia al tempo stesso


un’implicita critica al postulato economico tradizionale che le scelte sia-
no espressione delle preferenze su cui il consumatore è sovrano.
Il consumo opulento è tale o perché le preferenze di chi lo effettua non
sono quelle, di misura e temperanza, che sarebbe giusto avere, o perché
chi lo effettua lo fa a dispetto delle proprie preferenze, solo per comu-
nicare la propria posizione sociale di appartenenza o distinzione (con-
sumo posizionale). In entrambi i casi il consumatore è considerato non
autonomo, nel primo caso perché non obbedisce ad una superiore nor-
ma morale che si presume lo renderebbe più felice, nel secondo perché
subisce passivamente l’influenza degli altri.
Nonostante questo modello lasci la sua impronta su molte analisi del
consumo (si veda Mason 1998), c’è un senso in cui esso può condurre
ad una reductio ad absurdum. Quale è la scelta che si può definire vera-
mente indipendente dall’influenza altrui? E se ogni scelta che dipende
dagli altri è non autonoma, allora nessuna scelta è autonoma.
L’influenza degli altri è in realtà inevitabile. Prestigio, nome, reputazio-
ne, sono componenti permanenti delle scelte individuali. Come nel caso,
mostrato in alcuni esperimenti recenti, in cui si considera migliore il vi-
no che si sa esser più caro o si giudica più bello il dipinto che viene de-
scritto come l’opera di un grande artista. Tuttavia questi giudizi si rivela-
no esser inversamente proporzionali alla conoscenza accumulata. All’au-
mentare della propria esperienza e all’aumentare di criteri aggiuntivi di
informazione, i consumatori diventano più fiduciosi del proprio giudizio
e più abili nel valutare il giudizio altrui. Quindi l’imitazione, la fama, il
confronto con gli altri, possono esser sì condizionanti e condurre al con-
formismo, ma possono anche essere i primi veicoli della conoscenza e
della propria esperienza, senza i quali molte attività che non cadono nel-
l’ambito delle capacità accumulate richiederebbero un tale investimento
di tempo ed energia da non venir mai neppure sperimentate.
Ciò non toglie che, al contrario di quanto sostiene la teoria economica
tradizionale, le scelte possano esser diverse dalle preferenze. Questo ac-
cade ad esempio quando l’utilità che si attende da un’attività di consu-
mo è diversa da quella realmente esperita, come nel caso dei beni espe-
rienza (un libro, un film) il cui valore può esser giudicato solo dopo che
essi sono stati consumati. Naturalmente, se le scelte sono ripetute nel
tempo e l’attività di consumo non è unica, gli eventuali errori possono
esser corretti ed entrano a far parte del processo di apprendimento.
Ma può accadere anche che il consumatore, pur consapevole dell’errore,
non sia in grado di correggerlo. È questo il caso della formazione di abi-
236
Consumo (cospicuo/incospicuo)

tudini o di dipendenze: un’attività di consumo, che all’inizio è piacevole,


come il fumo o l’alcol, o il mangiare dolci e l’oziare, ripetuta nel tempo
può diventare meno piacevole o addirittura dannosa. Eppure non neces-
sariamente viene sospesa perché il dolore della rinuncia è maggiore del
piacere solo iniziale di quella attività. Il consumatore sa quindi di sbaglia-
re, ma si trova intrappolato in un codice di comportamento che non rie-
sce a spezzare. Ricerche sperimentali condotte dalla psicologia compor-
tamentale hanno messo in luce molte istanze di questa possibilità di erro-
ri sitematici nelle scelte. Questi avvengono soprattutto in situazioni di in-
certezza o in scelte che, come quelle descritte, si dispiegano nel tempo
(Kahneman & Tversky, 2000). In questi casi infatti i consumatori non so-
lo hanno difficoltà a predire le proprie preferenze future, come nel caso
della formazione delle abitudini o della sazietà, ma tendono anche a pre-
dirle incorrettamente. Le persone tendono infatti a proiettare nel futuro
le preferenze attuali, a sottostimare l’assuefazione a certi beni (denaro,
comfort) e a sovrastimare quella a certi mali (rumore, solitudine).
Il risultato di questi nuovi modelli comportamentali di scelta è quello di
indebolire l’ipotesi di razionalità del consumatore e di prestare maggio-
re attenzione alle procedure decisionali individuali. Tuttavia grande as-
sente, anche da questi modelli, è la componente creativa del consumo,
di come i consumatori possano optare per il cambiamento e usare le
proprie facoltà intellettuali ed emotive per scoprire e creare nuovi beni
e caratteristiche.
Una delle ragioni di questa carenza di analisi è che i risultati di tale crea-
tività spesso non danno luogo ad un valore scambiabile e socialmente
riconosciuto come nel caso di una innovazione tecnologica o di un’ope-
ra d’arte, ma rimangono nell’ambito della vita quotidiana.
Tuttavia la creatività nel consumo è un ingrediente fondamentale delle
scelte individuali. È alle scelte creative che sono legate le attività più
gioiose e intrinsecamente motivate. Leggere per diletto, ascoltare la mu-
sica, conversare con gli amici, arredare una stanza, viaggiare, sono atti-
vità stimolanti non solo per il loro contenuto di novità e multidimensio-
nalità, ma anche perché si prestano ad un uso aperto e combinatorio
che è il presupposto per la creazione di nuove idee e forme d’uso.
Tibor →Scitovsky (1992 [1976]) è stato il primo economista a portare
alla ribalta questa dimensione del consumo e a sottolinearne l’impor-
tanza come fonte di benessere e autorealizzazione. Egli distingue infat-
ti il consumo creativo dal consumo difensivo: mentre quest’ultimo è il
consumo di tutte quelle attività confortevoli che servono a dimuinuire
una pena o un fastidio, ma che ripetute portano alla sazietà e alla noia,
237
Consumo (cospicuo/incospicuo)

il primo è diretto a tutte quelle attività stimolanti che, grazie alla loro
interna varietà e complessità, hanno il potere di essere godibili nel tem-
po. Scitovsky ha una visione pessimistica delle sorti del consumo crea-
tivo perché l’assuefazione all’economia del comfort, facile da accedere
ma difficile da abbandonare, avrebbe finito, secondo lui, per distoglie-
re tempo e capacità dalla dimensione creativa del consumo.
La realtà è più aperta anche perché la barriera tra comfort e creatività
è permeabile e relativa. Inoltre, se la tecnologia della riproduzione e an-
cor più quella informatica, ha tolto a molti beni creativi il loro alone di
unicità, al tempo stesso ha aperto nuove opportunità di conoscenza e di
trasferimento di esperienze.
Le nuove tecnologie informatiche hanno infatti fortemente accelerato le
possibilità innovative del consumo. La formazione di network sociali e
di comunità di consumatori consente le scambio di informazioni e di
esperienze e la creazione di nuove. Anche la relativa non visibilità della
creatività del consumo sta cambiando. Attraverso le pratiche di co-de-
sign i consumatori escono dal privato ed entrano in diretto rapporto
con gli altri e con le imprese e contribuiscono alla creazione delle carat-
teristiche del prodotto o alla loro personalizzazione.
Resta comunque il fatto che per esser creativo e generare soddisfazione
il consumo ha bisogno di esperienza e conoscenza. Studi della creativi-
tà hanno messo in rilievo non solo il ruolo della motivazione intrinseca
ma anche l’importanza del talento, della formazione di skills e capacità.
L’idea che la creatività sia un’abilità innata o istintiva non corrisponde
alla realtà. Senza una precedente conoscenza, nuove combinazioni e so-
luzioni non sono possibili. Ed è sorprendente come la conoscenza del-
le attività di consumo sia tutt’oggi lasciata al caso e che l’attuale curri-
culum scolastico includa poco o nulla dell’educazione alla gioia del con-
sumo creativo.
Nella canzone degli anni Cinquanta la madre che ama consumare solo
per sé viene severamente punita: la bimba si ammala e a salvarla non
servono più i giocattoli che la madre, pentita, corre a comprarle.
Forse siamo oramai lontani dal concepire il consumo come una attività
che va premiata o punita, ma c’è ancora molto da scoprire nell’econo-
mia del consumo.

BIBL. - Kahneman D. & Tversky A. (eds.) (2000), Choices, Values and


Frames, Russell sage Foundation, New York, Cambridge University
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238
Cooperativa (impresa)

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London. Tr. it., La teoria della classe agiata, Einaudi, Torino 1999.

MARINA BIANCHI

 Cooperativa (impresa)
Quella cooperativa è una delle forme di impresa più antiche. Già nelle
fasi iniziali della rivoluzione industriale nacquero iniziative imprendito-
riali a carattere cooperativo, anche se la prima impresa riconosciuta co-
me cooperativa è quella tra consumatori fondata dai probi pionieri di
Rochdale, nel Regno Unito, nel 1844. Negli anni successivi le coopera-
tive si sono diffuse, assumendo forme, caratteristiche, dimensioni assai
diverse, praticamente in tutti i settori economici (Hansmann 1996;
Dow, 2003; Mori, 2008). I diversi ordinamenti giuridici e le discipline
che si sono occupate di →cooperazione hanno poi definito, regolato e
interpretato la cooperativa in modi diversi. Diversità dovute anche alla
versatilità della forma cooperativa ed al fatto che essa è apparsa in con-
testi socio-economici molto diversi, svolgendo funzioni che di volta in
volta sono andate dalla creazione di imprese fondate su principi mutua-
listici da parte di gruppi economicamente svantaggiati (disoccupati,
piccoli agricoltori, ecc.) – che hanno spesso scelto la forma di impresa
cooperativa per salvaguardare l’autonomia e la redditività delle loro im-
prese – fino al salvataggio di imprese in crisi da parte dei lavoratori e al
perseguimento esplicito di obiettivi di tipo sociale e comunitario.
Conseguentemente, a seconda delle sensibilità dei fondatori, degli stu-
diosi o dei legislatori si possono trovare citate diverse caratteristiche
delle imprese cooperative: la democraticità, intesa come applicazione
del principio di “una testa, un voto”, la mutualità variamente definita
come mutuo auto-aiuto o servizio ai soci, la solidarietà tra i soci, ma an-
che quella inclusiva dei non soci (la “mutualità allargata” o “esterna”),
239
Cooperativa (impresa)

lo stretto legame con il territorio, la propensione ad investire gli utili a


favore delle future generazioni, ecc. Sono certamente tutte caratteristi-
che importanti e da non sottovalutare. Tuttavia nessuna di esse, da so-
la, è veramente costitutiva e quindi ugualmente generalizzabile a tutte
le forme di cooperazione, specie se si assume un’ottica internazionale e
quindi si prescinde dalle specifiche normative nazionali.
Fornire un’interpretazione generale e condivisa di cooperativa non è fa-
cile. Poiché tuttavia è ormai accettato da tutti che essa è innanzitutto
un’impresa, si può partire dalla teoria economica e vedere se questa ci
può fornire una definizione generale.
È allora possibile definire la cooperativa come una forma di impresa la
cui proprietà, cioè la somma del diritto di appropriarsi del residuo net-
to di fine periodo e del diritto di prendere le decisioni rilevanti in tutte
le situazioni non definite dai contratti in essere, è attribuita a portatori
di interesse diversi dagli investitori di quote di capitale, che si aspetta-
no di trarre da essa un beneficio diverso dal profitto, per sé o per l’in-
tero gruppo cui essi appartengono. Diversamente dalla società di capi-
tali, la cooperativa è quindi un’impresa a carattere personale, i cui pro-
prietari sono tali in quanto persone e non sulla base del loro apporto al
capitale di rischio.
Le entità di tipo personale che controllano l’impresa possono avere na-
tura diversa e tale natura definisce anche le diverse tipologie di coope-
rativa. Si hanno così: (i) cooperative di consumo, dove la base sociale
è composta da clienti dell’organizzazione (non solo consumatori di
prodotti ma anche di servizi, come quelli educativi o di erogazione di
acqua ed energia elettrica) che ne sono anche proprietari; (ii) coopera-
tive di lavoro, dove la base sociale è composta dai lavoratori che cerca-
no nel patto imprenditoriale la possibilità di ottenere un’occupazione
il più possibile stabile e un reddito, meglio se non inferiore a quello
prevalente sul mercato; (iii) cooperative di produttori formate da im-
prenditori impegnati in varie attività, nate dalla doppia necessità di
conservare l’autonomia imprenditoriale e di aumentare la scala di pro-
duzione allo scopo di affrontare nelle stesse condizioni delle grandi im-
prese la competizione sul mercato. Ma vi sono anche cooperative con
proprietari meno omogenei che si associano comunque a partire dalla
necessità di affrontare un problema comune. Tra queste si possono ri-
cordare: (i) le →casse rurali, o banche di credito cooperativo che svol-
gono le classiche funzioni di gestione dei servizi di credito, all’inizio
soprattutto per garantire ai soci i finanziamenti necessari all’avvio o al
rilancio delle loro attività; (ii) le →cooperative sociali, di più recente
240
Cooperativa (impresa)

costituzione, che si prefiggono di offrire servizi ai membri più svantag-


giati delle comunità e nelle quali il controllo dell’impresa è spesso at-
tribuito contemporaneamente a diverse categorie di soggetti, quali i
volontari, i lavoratori o gli utenti. Anche le mutue, nate con l’obiettivo
di assicurare i propri soci contro la disoccupazione, la malattia o l’in-
validità, sono di fatto delle cooperative che offrono appunto servizi as-
sicurativi.
Dal fatto che l’impresa cooperativa sia, di necessità, un’impresa di per-
sone, derivano le caratteristiche che solitamente sono considerate di-
stintive di questa forma di impresa.
È il caso innanzitutto della democraticità, tradotta nella regola di gover-
no capitaria (un socio, un voto): essa discende evidentemente dal carat-
tere personale dell’organizzazione in quanto il diritto di voto è attribui-
to nella stessa misura ad ogni socio univocamente individuato, indipen-
dentemente dalle quote di capitale sottoscritte. Tale diritto inoltre non
può essere ceduto come contropartita di un prezzo pagato da soggetti
che desiderano a loro volta diventare soci dell’organizzazione. La rego-
la capitaria differenzia in modo fondamentale le imprese cooperative
dalle imprese di capitale, in quanto in queste ultime il diritto di control-
lare l’organizzazione è invece attribuito proporzionalmente alle quote
di capitale investito secondo la regola “un euro, un voto”.
Dalla forma proprietaria discendono inoltre i diversi obiettivi delle im-
prese cooperative rispetto alle capitalistiche. Nelle imprese cooperative
l’obiettivo è rappresentato dal soddisfacimento dei bisogni dei soci,
mentre gli aspetti di tipo puramente finanziario rappresentano piutto-
sto i vincoli che l’impresa deve rispettare per garantire la propria soste-
nibilità nel medio e lungo periodo. Ciò è evidente quando si osservi la
struttura del capitale investito dalle cooperative. Esso è sempre compo-
sto in misura rilevante e spesso preponderante da capitale socializzato
(in Italia la percentuale minima degli utili che ciascuna cooperativa de-
ve reinvestire in riserve indivisibili è oggi pari al 30%, ma sono molte le
cooperative che reinvestono quote di molto superiori) che non può es-
sere appropriato dai soci in nessun caso, neppure nel caso di liquidazio-
ne o di alienazione dell’impresa. Per converso, nelle società di capitale
l’obiettivo preminente è quello della valorizzazione del capitale investi-
to ed esso viene perseguito attraverso la massimizzazione dei profitti ot-
tenuti in ogni singolo periodo. Anche l’eventuale reinvestimento di tali
profitti va comunque ad incrementare la ricchezza dei soci perché ga-
rantisce la massimizzazione del valore dell’impresa, e quindi ancora del
profitto, nel lungo periodo. Altri aspetti dell’attività imprenditoriale,
241
Cooperativa (impresa)

quali il rispetto dei diritti contrattuali dei lavoratori, la tutela della qua-
lità dei prodotti o del contesto ambientale nel quale opera l’impresa,
entrano solo come vincoli al cui soddisfacimento è condizionata la pos-
sibilità di valorizzare al massimo il capitale investito.
La regola di governo capitaria ed il carattere personale del patto im-
prenditoriale implicano anche la necessità di gestire la cooperativa in
base a criteri organizzativi ispirati all’inclusione e al coinvolgimento di
tutti i soggetti interessati all’attività. Mentre il ricorso a schemi gerarchi-
ci alquanto rigidi e l’utilizzo in via esclusiva o preponderante di incen-
tivi monetari per favorire l’aumento della produttività possono essere
considerati caratteristiche tipiche delle forme imprenditoriali tradizio-
nali, soprattutto di capitali, l’impresa cooperativa non può prescindere
da schemi di gestione di tipo inclusivo nei quali, di nuovo, elementi ge-
rarchici, di controllo e di incentivazione monetaria dovrebbero essere
strumentali e funzionali al perseguimento degli obiettivi organizzativi.
L’impresa cooperativa deve essere cioè in grado di valorizzare e stimo-
lare nei soggetti coinvolti anche motivazioni di tipo più propriamente
intrinseco e pro-sociale.
Gli obiettivi perseguiti dalle cooperative hanno spesso carattere sia in-
dividuale e privato, che collettivo e sociale. Ciò è reso evidente dalla
presenza di un’altra caratteristica tipica delle cooperative: il principio
della “porta aperta”. Esso si traduce nella disponibilità ad accettare, in
qualsiasi momento, salvo evidenti conflitti di interesse e senza mettere
a repentaglio la sopravvivenza dell’impresa, qualsiasi persona che sia
nelle condizioni di beneficiare dell’attività della cooperativa e faccia ri-
chiesta di adesione.
Prevale l’obiettivo collettivo anche nelle cooperative sociali o che opera-
no a favore di una comunità. Esse e il loro recente sviluppo confermano
che i soci di una cooperativa possono decidere di perseguire anche sco-
pi a carattere collettivo, quindi non diretti esclusivamente al soddisfaci-
mento dei propri bisogni, quali la riduzione della →povertà ovvero la tu-
tela dell’ambiente, o del patrimonio storico, architettonico e culturale.
La concezione di cooperativa appena espressa è ben sintetizzata nei set-
te principi definiti dalla dichiarazione internazionale di identità coope-
rativa della International Cooperative Alliance (ICA) che vengono qui di
seguito riportati.
1° Principio: Adesione libera e volontaria.
Le cooperative sono organizzazioni volontarie aperte a tutte le persone
in grado di utilizzarne i servizi offerti e desiderose di accettare le re-
sponsabilità connesse all’adesione, senza alcuna discriminazione.
242
Cooperativa (impresa)

2° Principio: Controllo democratico da parte dei soci.


Le cooperative sono organizzazioni democratiche, controllate dai pro-
pri soci secondo il principio “una testa, un voto”. Essi partecipano at-
tivamente alla definizione delle politiche e all’assunzione delle relative
decisioni.
3° Principio: Partecipazione economica dei soci.
I soci contribuiscono equamente al capitale delle proprie cooperative.
Almeno una parte di questo capitale è di norma proprietà comune del-
la cooperativa.
4° Principio: Autonomia ed indipendenza.
Le cooperative sono organizzazioni autonome, di mutua assistenza,
controllate dai soci.
5° Principio: Educazione, formazione ed informazione.
Le cooperative s’impegnano ad educare e a formare i propri soci, i rap-
presentanti eletti, i manager e il personale, in modo che questi siano in
grado di contribuire allo sviluppo delle proprie società.
6° Principio: Cooperazione tra cooperative.
Le cooperative servono i propri soci nel modo più efficiente e rafforza-
no il movimento cooperativo lavorando insieme.
7° Principio: Interesse verso la comunità.
Le cooperative operano per uno sviluppo durevole e sostenibile delle
proprie comunità attraverso politiche approvate dai propri soci.
L’impresa cooperativa non è sempre correttamente apprezzata e valutata,
né dall’opinione pubblica né dalla maggior parte degli studiosi. Anche a
seguito di alcune interpretazioni riduttive sia dell’impresa in generale che
della stessa cooperativa, prevale oggi l’idea che essa sia, quasi di necessi-
tà, meno efficiente dell’impresa capitalistica, di più difficile gestione, de-
stinata ad un ruolo poco più che marginale. La realtà tuttavia smentisce
molte di queste convinzioni: le cooperative sono diffuse praticamente
ovunque e in molti settori e in alcuni, come quello agricolo, hanno un
ruolo e una rilevanza economica importanti. Inoltre, molte indagini em-
piriche smentiscono che la cooperativa sia meno efficiente delle forme di
impresa alternative e particolarmente difficile da gestire. Per superare
queste contraddizioni e sviluppare una riflessione diversa sulla coopera-
tiva è necessario adottare un’interpretazione dell’impresa e delle sue fun-
zioni diversa da quelle oggi prevalenti ed eccessivamente riduttive.
A questo fine è utile partire dalla constatazione che sia le imprese coo-
perative che molte altre imprese non sono state né vengono costituite
243
Cooperativa (impresa)

solo o prevalentemente per procurare un profitto ai loro proprietari,


bensì per soddisfare, contemporaneamente, un’istanza economica ed
una sociale. Il soddisfacimento dell’istanza economica può essere ga-
rantito entro un ampio intervallo di scelte che vanno dalla massimizza-
zione del residuo (normalmente il profitto) al semplice pareggio di bi-
lancio (che in assenza di investimenti garantisce la sopravvivenza). Nel-
lo stesso modo, anche il soddisfacimento dell’istanza sociale può essere
perseguito con varia intensità, entro un intervallo che va dalla massimiz-
zazione dell’impatto sociale alla semplice produzione di un bene ap-
prezzato dai consumatori almeno quanto è necessario perché esso pos-
sa essere venduto nelle quantità necessarie a garantire la sopravvivenza
dell’impresa. Ciò che differenzia le imprese è la diversa rilevanza attri-
buita a queste due istanze. Ogni impresa può infatti combinare in vario
modo queste due dimensioni, rispettando però sempre la condizione di
sopravvivenza che impedisce che una di esse sia del tutto ignorata o as-
sente. È così possibile porre le diverse forme di impresa lungo un con -
tinuum ai cui estremi si trova, da una parte, la grande impresa di capi-
tali per la quale l’istanza economica diventa obiettivo e quella sociale
vincolo e quindi massimizza il profitto sotto il vincolo di garantire un
prodotto utile ai consumatori (o da essi ritenuto tale) e, dall’altra, l’im-
presa cooperativa sociale, orientata soprattutto a perseguire l’interesse
della comunità e che massimizza il prodotto sociale, che ne diventa
l’obbiettivo, sotto il vincolo del pareggio di bilancio. Tra l’uno e l’altro
estremo sono possibili una molteplicità di combinazioni sostenibili. Ed
è appunto in questo continuum che si collocano le diverse forme di im-
presa cooperativa. Quelle tra esse, come le cooperative di produttori,
che tendono soprattutto ad apportare vantaggi economici ai soci (ad
esempio, il massimo prezzo dei prodotti per i soci agricoltori) si avvici-
nano all’impresa di capitali. Al contrario quelle che perseguono l’inte-
resse anche di non soci (come le cooperative sociali) si avvicinano al-
l’estremo opposto.
La concezione dell’impresa sottostante a questo schema è quella che la
interpreta come un meccanismo di coordinamento di una pluralità di
soggetti – i cosiddetti portatori di interesse – finalizzato alla soluzione
di un problema o alla soddisfazione di un bisogno attraverso la produ-
zione stabile e continuativa di un bene o di un servizio. Più precisamen-
te di un bisogno che può sia essere di tipo privato e materiale, che ave-
re un carattere collettivo e psicologico e quindi anche una natura mar-
catamente sociale. Intesa come meccanismo di coordinamento l’impre-
sa può affermarsi e sopravvivere non solo se massimizza qualche varia-
bile monetaria o si limita ad operare a costi minimi, ma anche se massi-
244
Cooperativa (impresa)

mizza il surplus o valore netto complessivo – economico e sociale – e se


è capace di evolvere adattandosi al mutare delle esigenze, dei problemi
(anche sociali) e delle caratteristiche del contesto.
Per coordinare l’azione dei diversi portatori di interesse l’impresa può
utilizzare vari strumenti, che variano a seconda delle caratteristiche de-
gli stessi: dall’assegnazione dei diritti di proprietà (alle persone come
nelle cooperative, o alle quote di capitali di rischio, come nelle società
per azioni), allo scambio in condizioni di anonimato (il mercato) quan-
do sussistono condizioni di elevata concorrenza, al contratto di tipo sia
materiale che psicologico, alle forme di governance e, infine, alla strut-
tura organizzativa.
L’assegnazione dei diritti di proprietà, e quindi la forma di impresa che
ne deriva, non è ovviamente frutto del caso, ma dipende dalla natura
del problema di coordinamento che è all’origine della nascita dell’im-
presa stessa. Quando il problema da risolvere è la raccolta di elevate
quantità di capitale di rischio la forma di impresa più probabile, perché
più efficiente, è quella capitalistica, ma quando i problemi sono altri
(superare situazioni di monopolio, monopsonio o di asimmetria infor-
mativa, valorizzare meglio il fattore lavoro, garantire al lavoro una ade-
guata remunerazione, ecc.) la forma di impresa più efficiente è spesso
quella cooperativa nelle varie forme che essa può assumere.
In questa prospettiva, per comprendere l’impresa cooperativa e il suo
funzionamento torna ad essere cruciale lo studio delle componenti mo-
tivazionali e valoriali. Mentre infatti l’impresa di capitali può nascere e
sopravvivere grazie ad agenti mossi solo da motivazioni auto interessa-
te, la cooperativa tende, sempre o quasi, a far leva anche su altre moti-
vazioni più ideali, quali l’attenzione per il benessere altrui e le preferen-
ze per l’autonomia e la partecipazione ai processi decisionali (Zamagni
e Zamagni, 2008; Borzaga e Tortia, 2009).
Da queste interpretazioni discende un corollario importante: che quella
di capitali non è, come spesso si ritiene, la forma d’impresa più flessibile
e più efficiente. È piuttosto la forma cooperativa che spesso è stata capa-
ce per prima di introdurre innovazioni organizzative e a sviluppare nuo-
ve modalità di produzione o la produzione di nuovi beni e servizi.

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Cooperativa (impresa)

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CARLO BORZAGA E ERMANNO TORTIA

 Cooperativa sociale
L’impresa cooperativa sociale rappresenta l’utilizzo della forma coope-
rativa per perseguire finalità di interesse generale interpretando in sen-
so estensivo ed evolutivo la tradizionale finalità mutualistica dell’impre-
sa →cooperativa, aprendola al perseguimento di finalità di interesse ge-
nerale e non solo all’interesse dei soci. La sua sfida è quella di coniuga-
re i caratteri di efficienza economica ed innovazione dell’impresa con i
valori di mutualità e solidarietà tipici del →terzo settore realizzando
una impresa partecipativa e democratica, giuridicamente privata ma
orientata a finalità di ordine generale. Le cooperative sociali, che rap-
presentano un fenomeno tipicamente italiano, anche se diffuso in Eu-
ropa, nascono come esperienze pionieristiche negli anni ’70 e si svilup-
pano negli anni ’80 e ’90 organizzando attività solidaristiche e produ-
zione ed erogazione di servizi sociali per le comunità locali, su esperien-
ze locali e a seguito degli emergenti processi di affidamento all’esterno
di servizi socio-sanitari ed educativi da parte degli enti locali. Altre coo-
perative invece si sviluppano anche come sezioni di cooperative di lavo-
ro più ampie, per permettere a persone disabili di trovare occasioni la-
vorative adatte alla loro diversa abilità con l’aiuto di lavoratori motiva-
ti, enti locali, movimenti cooperativi, volontari (cooperative integrate).
Le cooperative sociali in Italia vengono regolate dalla legge 381 del
1991 che le riconosce come quelle società cooperative che «hanno lo
scopo di perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione
246
Cooperativa sociale

umana e all’integrazione sociale dei cittadini attraverso a) la gestione di


servizi socio-sanitari ed educativi ; b) lo svolgimento di attività diverse
– agricole, industriali, commerciali e di servizi – finalizzate all’inseri-
mento lavorativo delle persone svantaggiate» disciplinandole come par-
ticolare categoria delle cooperative mutualistiche. Condividono lo sta-
tus e la regolazione delle cooperative sociali anche i consorzi di coope-
rative sociali costituiti al 70% da cooperative sociali, che operano soli-
tamente come fornitori di servizi o gestori di rapporti commerciali o
progetti complessi per le stesse cooperative. La scelta normativa ha fa-
cilitato lo sviluppo delle cooperative tra i soggetti di terzo settore collo-
candole in uno spazio normativo definito, ma ha consentito l’autodeno-
minazione di cooperative sociali a cooperative sostanzialmente mutua-
listiche che sono significativamente distanti dall’idealtipo di cooperati-
va sociale inizialmente introdotto e teorizzato dal movimento della coo-
perazione sociale. Uno stimolo alla costituzione di cooperative sociali è
stato determinato dal riconoscimento alle stesse dello status di “onlus
di diritto” operato dal DLgs 460/1997, con una serie di agevolazioni tri-
butarie e dal graduale riconoscimento delle cooperative sociali b) come
efficace strumento di inserimento lavorativo dei disabili, anche attraver-
so l’affidamento a queste di commesse dalle altre imprese ad assolvi-
mento dell’obbligo legislativo. Nell’evoluzione del terzo settore la coo-
perativa sociale rappresenta la dimensione imprenditoriale del gruppo
non profit ed è spesso costituita da soggetti impegnati in altre organiz-
zazioni volontarie o sociali per dare continuità e struttura imprendito-
riale alle attività iniziate nelle altre organizzazioni. Nell’analisi del feno-
meno occorre quindi distinguere il “modello ideale” cooperativa socia-
le dall’applicazione concreta dello strumento, che è stata molto ampia e
diversificata. Il censimento Istat sulle cooperative sociali attive in Italia
al termine del 2005 (Istat, Le cooperative sociali in Italia, Statistiche in
breve, 12 ottobre 2007, su www.istat.it) segnala 7.363 cooperative so-
ciali attive (di cui il 60% circa svolgenti attività di gestione di servizi so-
cio-sanitari ed educativi ed il 33% attività di inserimento lavorativo per
disabili). Le cooperative sociali italiane, che occupano al termine del
2005 complessivamente oltre 200mila lavoratori dipendenti e oltre
30mila collaboratori (per oltre due terzi donne), rappresentano la par-
te economicamente più significativa del terzo settore ed in gran parte
del paese sono i principali gestori dei servizi sociali per conto degli en-
ti locali territoriali, da cui derivano gran parte del loro fatturato; in que-
sto senso esse hanno una limitata autonomia economica, derivante dal-
la concentrazione delle attività nei confronti degli enti locali territoriali
e delle aziende sanitarie, che in tal modo ne orientano in gran parte con
247
Cooperativa sociale

la loro domanda servizi e strategie. Tra le cooperative sociali possiamo


riconoscere diverse tipologie di cooperative: di lavoratori od utenti di
servizi sociali, di solidarietà sociale, di formazione od inserimento lavo-
rativo permanente significativamente diverse per dinamiche e per sog-
getto economico prevalente. Le cooperative sociali sub b) sono costitui-
te e gestite da lavoratori disabili, loro parenti e volontari, con il soste-
gno degli enti e delle comunità locali, del movimento cooperativo e
spesso degli imprenditori, e sono volte a valorizzare le potenzialità la-
vorative dei disabili fisici o psichici provvedendo un ambiente lavorati-
vo idoneo e talvolta un percorso formativo e di tirocinio che renda pos-
sibile un reinserimento lavorativo. Tra le cooperative sub a) impegnate
nella gestione di servizi socio-sanitari ed educativi le cooperative di so-
lidarietà sociale, costituite e gestite da volontari, rappresentano l’utiliz-
zo della forma cooperativa per perseguire obiettivi esclusivamente soli-
daristici mentre quelle di utenti e congiunti di utenti di servizi sociali e
sanitari rappresentano l’autorganizzazione imprenditoriale per produr-
re direttamente servizi di cui necessitano, con il frequente supporto di
enti pubblici. Entrambe le tipologie di cooperative sono numericamen-
te ed economicamente marginali rispetto alle cooperative di lavoratori
di servizi sociali, che rappresentano la grande maggioranza delle coope-
rative sociali a), sono cooperative costituite e gestite da soci-lavoratori
impegnati nella gestione dei servizi sociali, con la presenza ed il contri-
buto non sempre determinante di volontari e rappresentanti della socie-
tà civile in ruoli di controllo interno e di orientamento dei servizi e del-
le strategie della cooperativa sociale non all’esclusiva soddisfazione de-
gli obiettivi dei soci. La considerazione dei soci, degli interessi, del con-
trollo e della rappresentanza all’interno delle cooperative (di lavoratori
di servizi sociali) ripropone l’attenzione sulla cooperativa sociale come
caratterizzata dalla multistakeholdership, ossia dalla effettiva partecipa-
zione (non solo alla base sociale, ma agli organi direttivi ed alle decisio-
ni strategiche) delle diverse categorie di portatori di interessi coinvolte
nelle attività dell’impresa (lavoratori, clienti, volontari, enti pubblici)
come garanzia di orientamento solidaristico all’interesse generale del-
l’impresa cooperativa sociale, come composizione democratica ed im-
prenditoriale delle attese dei partecipanti all’impresa. In relazione a ciò
si parla di “deriva lavoristica” per indicare la graduale ma progressiva
tendenza delle cooperative sociali multistakeholder a ridurre nel tempo
il ruolo dei soggetti diversi dai lavoratori per divenire sostanzialmente
cooperative di lavoratori di servizi sociali. La multistakeholdership e la
maggiore trasparenza informativa rappresentata dalla redazione di un
bilancio sociale dovrebbero anche prevenire il fenomeno della sovrare-
248
Cooperativa sociale

munerazione dei fattori produttivi apportati (tra cui primariamente la-


voro e capitale) a favore degli stessi soci che determinano le politiche di
remunerazione, in assenza di un divieto assoluto di distribuzione degli
utili determinato dall’esclusivo riferimento ai “requisiti mutualistici”
delle cooperative. La ricercata piccola dimensione per garantire la qua-
lità dei servizi attraverso la qualità dei rapporti tra le persone coinvolte
nelle cooperative, la specializzazione ed il riferimento al territorio, con
la scelta della crescita attraverso l’aggregazione consortile e la nascita di
nuove cooperative attraverso gemmazione da altre cooperative preesi-
stenti hanno rappresentato alcune delle scelte strategiche di sviluppo
dichiarate dal movimento della cooperazione sociale. Tali scelte sono
state talvolta seguite e talvolta disattese dalle singole cooperative socia-
li, che si sono sviluppate secondo le situazioni specifiche, realizzando
però crescenti livelli di collaborazione ed aggregazione, anche tra diver-
se componenti del movimento. Le cooperative sociali tra le prime han-
no sviluppato la sensibilità ad una maggiore trasparenza dei propri
comportamenti sperimentando al proprio interno l’adozione del →bi-
lancio sociale o di responsabilità sociale in aggiunta all’ordinario bilan-
cio d’esercizio civilistico: nel bilancio sociale, da alcuni interpretato co-
me obbligatorio per la completezza dell’informazione sulle attività del-
l’impresa cooperativa sociale, le cooperative rendicontano sulle moda-
lità in cui producono il valore e sui soggetti a cui lo distribuiscono, non-
ché sul modo in cui interpretano il loro peculiare orientamento della lo-
ro attività al perseguimento dell’interesse generale della comunità.

BIBL. - Andreaus M. (1995), Le aziende non profit: circuiti gestionali, si -


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CLAUDIO TRAVAGLINI

249
Cooperazione

 Cooperazione
La nascita della moderna cooperazione coincide con l’avvento della ri-
voluzione industriale, durante la quale si consolidò l’impresa capitalisti-
ca sotto forma di società per azioni, che vedeva come protagonisti i sog-
getti detentori di capitale, i quali contrattualizzavano tutti gli altri fatto-
ri della produzione, pagando loro il minimo indispensabile per l’eroga-
zione dei loro servizi e distribuendo tutto il sovrappiù come remunera-
zione del capitale. Per contrastare lo strapotere di questo nuovo ceto di
capitalisti, da un lato nacquero le associazioni di lavoratori (trade unions)
in funzione di tutela dei lavoratori all’interno delle fabbriche e dall’altro
lato si fece largo l’idea che gruppi di cittadini si potessero mettere insie-
me per creare imprese da loro stessi amministrate in maniera più parte-
cipata. In queste imprese, erano i soci che contrattualizzavano i fattori
della produzione, compreso il capitale, e li remuneravano al valore mi-
nimo di mercato, mentre gli utili restavano di loro pertinenza.
Il luogo dove emersero i primi esempi di imprese cooperative non po-
teva che essere l’Europa, la culla della rivoluzione industriale. Già nel-
la seconda metà del Settecento si ha notizia di cooperative casearie in
Francia, di cooperative d’assicurazione a Londra e negli Stati Uniti; poi
nella prima metà dell’Ottocento le iniziative si infittirono anche in altri
paesi europei nel settore agricolo, in quello dell’artigianato e della fab-
brica, mentre nacquero le cooperative di consumatori (la prima di cui
si ha notizia sorse in Inghilterra nel 1828). Emersero così quattro mo-
delli di cooperazione che si sarebbero poi ampiamente affermati: la
cooperazione di consumo inglese, la cooperazione di lavoro francese, la
cooperazione di credito tedesca e la cooperazione agricola danese. Ve
n’è poi un quinto, la cooperazione sociale, sorto in Italia più tardi, nel-
la seconda metà del XX secolo.
La cooperazione di consumo trovò la sua formula vincente in Inghilter-
ra. Fu alla fine dell’anno 1843 che a Rochdale, cittadina del Lancashire
inglese, un piccolo gruppo di tessitori poveri guidati da Charles Ho-
wart, con scarso lavoro e scoraggiati da precedenti tentativi infruttuosi,
si riunirono per provare una volta ancora a risollevarsi. Questa volta de-
cisero di lanciare una sottoscrizione per la costituzione di una società
cooperativa di consumo, che in seguito si sarebbe potuta applicare an-
che ad altre finalità, aprendo un negozio a Toad Lane il 21 dicembre
1844. I principi che vennero praticati per l’amministrazione di questo
magazzino cooperativo furono i seguenti: 1) vendita a contanti a prezzi
fissi; 2) ristorno proporzionale agli acquisti; 3) libertà d’acquisto (i soci
250
Cooperazione

non erano costretti a comperare solo dalla cooperativa); 4) pagamento


dell’interesse minimo sui prestiti; 5) governo democratico (una testa un
voto, anche le donne potevano essere socie, con diritto di voto); 6) neu-
tralità e tolleranza ideologica. Il successo di questa formula non tardò a
materializzarsi. Anche i bambini potevano essere inviati a far spesa nel-
la cooperativa, sicuri di non essere frodati; le donne potevano formarsi
un piccolo gruzzolo, con i ristorni accumulati; gli uomini vi trovavano
un luogo di incontro e discussione dei loro problemi. Venne creata una
biblioteca, vennero promosse scuole e conferenze con un fondo del
2,5% prelevato dagli avanzi di esercizio. Ben presto la Società dei Pro-
bi Pionieri di Rochdale (The Rochdale Equitable Pioneers Society) di-
venne un colosso della grande distribuzione, con una grandiosa sede su
quattro piani e numerose succursali. Il modello di Rochdale trovò imi-
tatori in tutto il paese e divenne egemonico anche dal punto di vista
ideologico, in connessione con l’elaborazione da parte degli economisti
inglesi del principio della “sovranità del consumatore”, soprattutto
quando sorsero potenti società grossiste (la CWS, Cooperative Whole -
sale Society di Manchester nel 1863, e la SCWS, Scottish Cooperative
Wholesale Society, 1868), diffondendosi poi in tutto il mondo.
Il secondo modello è quello della cooperazione di lavoro, sviluppatosi
dapprima in Francia. Un’associazione di falegnami sorse a Parigi già nel
1831; seguirono associazioni analoghe tra orefici, tagliatori di pietra,
fornai. Nel 1848, quando si ebbe l’esperimento degli “ateliers natio-
naux” di Louis Blanc, erano già 255 solo a Parigi. Il primo decreto a lo-
ro favore si ebbe proprio nel 1848, quando venne costituito un fondo
per le cooperative operaie e accordata loro una preferenza negli appal-
ti pubblici. Nel 1884 venne costituita la Camera consultiva delle coope-
rative operaie di produzione, cui aderirono 29 società, salite a 200 (sul-
le 358 esistenti) nel 1904. Molte di queste cooperative trassero origine
da scioperi e conversione di imprese esistenti in forma cooperativa.
Il terzo modello, creato in Germania, fu quello della cooperazione di cre -
dito. Nel 1849 Friedrich Wilhelm Raiffeisen, borgomastro, poi impren-
ditore, fondò ad Anhausen nella Valle del Reno la prima →cassa rurale
a responsabilità illimitata, con un ambito molto locale, che concedeva
credito ai soli soci. La diffusione di simili banche nelle campagne fu ra-
pida e nel 1876 venne organizzato un Istituto agricolo centrale tedesco
di credito, poi Banca tedesca Raiffeisen. Nella grande maggioranza, si
trattava di organismi di ispirazione religiosa, ma ve n’erano anche di li-
berali. Nel 1910 erano 15.517 con 2,6 milioni di soci. In ambito urba-
no, nel 1850 Hermann Schulze Delitzsch, giudice e membro dell’As-
251
Cooperazione

semblea nazionale di Berlino, fondò la prima banca popolare come


SpA, anch’essa inizialmente a responsabilità illimitata; nel 1859 ve
n’erano già 111 e nel 1864 si costituì l’Organizzazione centrale. Nel
1910 erano 2.103, con un milione di soci. Le sue caratteristiche erano:
utili redistribuiti ai soci; una testa un voto; limite al possesso azionario;
credito inizialmente solo ai soci, ma poi allargato; raggio d’azione am-
pio. Sia Raiffeisen nelle campagne che Schulze Delitzsch nelle città
provvidero in seguito ad allargare la cooperazione ad altri campi.
Il quarto modello di cooperazione agricola di conferimento si sviluppò
nei paesi nordici. Fu il teologo e vescovo luterano Nicolas Frederich
Gründtvigts (1783-1872) a spronare gli agricoltori della sua diocesi alla
promozione di cooperative agricole e scuole popolari. Dopo la sua mor-
te queste cooperative ebbero una notevole diffusione nel settore lattie-
ro-caseario, in cui la Danimarca si andò specializzando. Nel 1882 nac-
que il primo caseificio cooperativo a Hjedding nello Jutland occidenta-
le. Dal 1890 i caseifici formarono proprie associazioni per esportare
burro; quindi nel 1901 venne creata l’Unione cooperativa dei caseifici
danesi e nel 1920 la Federazione dei caseifici danesi, con una copertura
del settore quasi totalitaria. La formula cooperativa iniziò ad essere ap-
plicata anche in altri settori: nel 1887 sorse il primo macello e salumifi-
cio cooperativo a Horsens; nel 1890 venne creato l’Ufficio centrale dei
macelli cooperativi, poi Unione dei macelli cooperativi danesi (1897);
nel 1898 fu fondata la prima cooperativa di esportazione del bestiame.
Infine, nel 1899 fu creato un Comitato cooperativo centrale, che rappre-
sentava tutte le cooperative danesi. Modelli analoghi si radicarono negli
altri paesi baltici, specie Svezia e Finlandia (dove si sviluppò una impor-
tante forma di cooperazione nello sfruttamento delle foreste).
Infine, il quinto modello è quello della cooperazione sociale, assai più re-
cente e frutto della fantasia, oltre che del coraggio, italiani. Era il 23
gennaio del 1963 quando venne costituita nel bresciano per opera del
cattolico Giuseppe Filippini la prima Cooperativa di assistenza e soli-
darietà sociale intitolata a san Giuseppe, che presentava due caratteri-
stiche distintive: mettersi insieme per bisogni principalmente spirituali
(formazione, educazione, assistenza, ricreazione, lavoro per gli svantag-
giati) e farlo a beneficio non solo dei soci, ma anche “degli altri”. Que-
sto configura una versione di mutualità allargata del tutto innovativa,
scarsamente presente nelle cooperative tradizionali, che portò ad un go-
verno della cooperativa di tipo multistakeholder, ad un modello, cioè,
di impresa nella cui struttura di governo siedono i rappresentanti di più
classi di portatori di interessi; dunque, non solo soci lavoratori, ma an-
252
Cooperazione

che beneficiari dei beni e servizi prodotti e rappresentanti della comu-


nità locale. La legge 381 del 1991 introdusse nell’ordinamento giuridi-
co italiano la figura della cooperativa sociale. Si tratta di un modello che
è stato ampiamente imitato, fino a costituire il prototipo della social en -
terprise a livello europeo. Nel 2001 la Francia ha approvato la Société
cooperative d’interêt collectif; la Spagna nel 1999 ha creato la figura del-
la Cooperativa di iniziativa sociale; il Portogallo nel 1998 la Cooperativa
di solidarietà sociale; la Grecia nel 1999 la Cooperativa sociale a respon -
sabilità limitata.
Le legislazioni nazionali accompagnarono in varia misura l’affermazio-
ne del movimento cooperativo, in certi casi riconoscendone giuridica-
mente la diversità, in altri garantendo sgravi fiscali a fronte del ruolo so-
ciale che rivestivano, mentre molti economisti liberali preconizzavano
alla cooperazione un sicuro successo. Si legga per tutti quanto scritto da
John Stuart Mill nel cap. IV dei Principles of Political Economy del
1852: «La forma di associazione che, se l’umanità continua a migliora-
re, ci si deve aspettare che alla fine prevalga, non è quella che può esi-
stere tra un capitalista come capo e un lavoratore senza voce alcuna nel-
la gestione, ma l’associazione degli stessi lavoratori su basi di eguaglian-
za che possiedono collettivamente il capitale con cui essi svolgono le lo-
ro attività e che sono diretti da manager nominati e rimossi da loro stes-
si». In Italia, furono tre le fonti ispiratrici ideali della cooperazione. La
prima in ordine cronologico fu quella liberale (Mazzini, Wollemborg,
Luzzatti, Viganò, Buffoli) che vedeva la cooperativa come luogo di con-
ciliazione fra capitale e lavoro e quindi come istituzione capace di favo-
rire la pace sociale. La seconda matrice fu quella socialista (Costa, Bal-
dini, Prampolini, Massarenti, Vergnanini) che vedeva le cooperative co-
me via per la trasformazione in senso evolutivo, e non rivoluzionario,
del sistema capitalistico, mentre la terza matrice fu quella cattolica (Chi-
ri, Guetti, Cerutti, Sturzo, Rezzara, Toniolo) centrata sull’idea di bene
comune e propagandata soprattutto a partire dall’enciclica Rerum No -
varum di Leone XIII (1891).
Su questi presupposti si articolò un vasto movimento cooperativistico a
livello internazionale, che nell’agosto 1895 riunì a Londra 200 delegati
provenienti da 13 paesi per una settimana di lavori conclusasi con la
creazione dell’Alleanza Cooperativa Internazionale (Aci, in inglese Inter -
national Cooperative Alliance, Ica). Dei 13 paesi, 9 erano europei, gli al-
tri (Stati Uniti, Argentina, Australia e India) erano luoghi dove si era
diffusa una cultura di origine europea. L’Aci, che ben presto divenne
un’associazione di federazioni cooperative (le adesioni di singole coo-
253
Cooperazione

perative vennero accantonate), ha svolto primariamente un ruolo di


presidio dell’identità cooperativa, attraverso i suoi congressi e le sue
pubblicazioni e all’inizio del XXI secolo associa 219 federazioni di coo-
perative in 87 paesi sparsi in tutto il mondo, con circa 800 milioni di so-
ci (di cui 180 milioni in Cina e 210 milioni in India) e 100 milioni di oc-
cupati. Nella sola Europa si contano 250.000 cooperative in 37 paesi
con 160 milioni di soci e circa 5,5 milioni di occupati. I paesi più coo-
perativi sono la Finlandia, la Svezia, l’Irlanda con la metà della popola-
zione socia di una cooperativa; la Norvegia, la Danimarca, la Francia, il
Canada, il Giappone e, a sorpresa, gli Stati Uniti, dove la cooperazione
associa oltre un terzo della popolazione; molti sono poi i paesi, compre-
sa l’Italia, dove i soci di cooperative arrivano ad un quarto della popo-
lazione. Non vi è settore dell’economia in cui la cooperazione non sia
entrata, ma la più diffusa presenza si registra nell’agro-industria, nel
credito e nell’assicurazione, e nella distribuzione commerciale, dove, ol-
tre alle cooperative di consumatori, si contano anche forti cooperative
di dettaglianti. Anche la cooperazione di abitazione è stata presente do-
vunque, benché spesso non venga rappresentata adeguatamente dai da-
ti statistici, dal momento che si tratta di una cooperazione a termine,
che si risolve quasi sempre con il conferimento dell’abitazione al socio.
Recentemente l’Aci ha pubblicato una lista delle 300 più grandi coope-
rative del mondo (Global 300). I risultati sono del più alto interesse: nel
2007 il giro d’affari totale di queste 300 cooperative arriva a 1.000 mi-
liardi di $, di cui il 33% nell’agroindustria, il 25% nella distribuzione
commerciale, il 22% nei servizi finanziari. Sono rappresentati 28 paesi,
di cui 15 in Europa, 4 in America, 6 in Asia, più Australia, Nuova Ze-
landa e Israele. I 5 paesi con il giro d’affari cooperativo più consistente
sono nell’ordine la Francia, il Giappone, gli Stati Uniti, la Germania e
l’Olanda, mentre i 5 con il maggior numero di cooperative rappresen-
tate fra le 300 sono gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, l’Italia,
l’Olanda. Infine, i 5 paesi in cui le cooperative rappresentate fra le pri-
me 300 hanno una maggiore incidenza sul reddito nazionale sono la
Finlandia, la Nuova Zelanda, la Svizzera, l’Olanda e la Norvegia. Anco-
ra, va ricordato che nel 2003 l’Unione Europea ha varato lo statuto del-
la cooperativa europea, fornendo così uno strumento indispensabile
per un possibile compattamento delle cooperative europee, ma la legi-
slazione europea deve ancora approfondire il recepimento della forma
cooperativa d’impresa, in relazione soprattutto al sostegno che molti
governi hanno le hanno fornito, sostegno che è oggi sotto attacco come
aiuto di Stato.
254
Cooperazione

In Italia la cooperazione, iniziata alla metà del XIX secolo, ha sperimen-


tato una prima fioritura in età giolittiana, con la peculiarità di non os-
servare il dettato della neutralità ideologica e religiosa. Subì poi gli at-
tacchi fascisti, senza tuttavia che il movimento si spegnesse. Anzi, nel
1926 venne costituito l’Ente nazionale fascista della cooperazione, che
permise a molte cooperative di continuare la loro attività, sia pur sotto
un regime per nulla congeniale all’ispirazione fondamentalmente de-
mocratica della cooperazione. Alla caduta del regime fascista, la consi-
stenza del movimento cooperativo italiano era di circa 12.000 coopera-
tive con 3 milioni di soci. Già dal 1944 era stata avviata una campagna
per il mantenimento dell’Enfc (opportunamente ridenominato) come
organismo unitario democratico e apolitico in grado di riunire tutte le
cooperative. Ma i tempi per il superamento delle diversità ideologiche
non erano maturi. Il 5 maggio 1945 venne ricostituita la confederazio-
ne cattolica CCI (divenuta Confederazione Cooperative Italiane, Con-
fcooperative, nel 1967). Il 3 settembre 1945 venne ricostituita la Lega
nazionale cooperative e mutue (Lncm, divenuta Legacoop nel 1996),
che inizialmente riuniva tutte le altre ispirazioni ideali, ma che venne
ben presto egemonizzata dalla corrente comunista. Altre due delle cen-
trali cooperative oggi esistenti nacquero successivamente: l’Associazio-
ne generale delle cooperative italiane (Agci) nel 1952, da un gruppo di
ispirazione repubblicana e socialdemocratica fuoriuscito dalla Lega, e
l’Unione nazionale cooperative italiane (Unci) nel 1975, da un gruppo
fuoriuscito da Confcooperative.
Questa divisione ideologica non impedì di riunire le forze per inserire
nella nuova Costituzione una esplicita menzione della cooperazione al-
l’articolo 45. Su tale base, venne varata una prima fondamentale legge
il 14 dicembre 1947 (detta legge Basevi), in cui si avanzava una defini-
zione concreta di mutualità: porta aperta e una testa un voto, ma divie-
to di ammissione di soci che esercitassero in proprio imprese identiche
o affini alla cooperativa cui si volevano associare; divieto di distribuzio-
ne di dividendi superiori all’interesse legale; divieto di distribuzione
delle riserve fra i soci; devoluzione, in caso di scioglimento della coope-
rativa, del patrimonio a scopi di pubblica utilità. Inoltre, la vigilanza ri-
chiesta dall’articolo 45 venne attribuita alle centrali per le cooperative
aderenti e al Ministero del lavoro per quelle non aderenti. Fra gli inter-
venti successivi, senz’altro i più significativi hanno riguardato il raffor-
zamento del capitale delle cooperative: le numerose leggi che a partire
dal 1971 hanno favorito il prestito dei soci alle cooperative, soprattutto
utilizzato dalle cooperative di consumo; la legge 904 del dicembre 1977,
che ha introdotto la de-tassabilità degli utili posti a riserva indivisibile
255
Cooperazione

(cioè non distribuibile fra i soci); la legge del 1983, che confermava ine-
quivocabilmente la possibilità per le cooperative di costituire, acquisire
o partecipare spa e srl; la legge 381 del 1991, che introdusse una parti-
colare legislazione per le cooperative sociali; la legge 59 del gennaio
1992, che allargò ulteriormente le opportunità di finanziamento delle
cooperative introducendo il socio sovventore e le azioni di partecipazio-
ne cooperativa (una specie di azioni privilegiate), oltre al cosiddetto
fondo mutualistico, un fondo formato dal versamento del 3% degli uti-
li delle cooperative e gestito dalle centrali cooperative a scopi di conso-
lidamento e allargamento del movimento.
Infine, la riforma del diritto societario, predisposta dalla legge delega
366 del 2001 e attuata con il decreto legislativo del 2003 vide un forte
contrasto tra cooperative e governo di centro-destra sulla definizione di
cooperativa e sui benefici fiscali, terminato con la distinzione tra coope-
rative a mutualità prevalente e a mutualità non prevalente (oltre il 90%
delle cooperative esistenti vennero ricomprese nella prima tipologia) e
con una limitazione dell’ammontare di utili destinabili a riserva indivi-
sibile che possono essere detassati. Inoltre, è stata resa possibile la tra-
sformazione di imprese cooperative in imprese capitalistiche, restando
ferma la destinazione a scopi sociali del patrimonio accumulato attra-
verso le riserve indivisibili.
Sulla base di questa legislazione, il movimento cooperativo italiano si è
rafforzato, in particolare negli ultimi trent’anni, arrivando nel 2006 a
contare oltre 70.000 imprese, con un giro d’affari di 120 miliardi di eu-
ro, 12 milioni circa di soci e 1,3 milioni di addetti diretti (inclusi i soci
lavoratori). I settori in cui la cooperazione italiana è più presente sono
sei. Il primo è la distribuzione commerciale, dove il movimento coopera-
tivo è leader di mercato. Oggi in questo settore sono attive due organiz-
zazioni di Legacoop. Ancc organizza 140 cooperative di consumo a
marchio Coop (di cui le prime 9 coprono oltre il 90% del fatturato) e
possiede una potente struttura grossista – Coop Italia – che ha aggrega-
to anche altri gruppi di cooperative di consumo e di cooperative fra det-
taglianti (Sait, Sigma, Despar), oltre che alcune piccole catene di super-
mercati non cooperativi, con la fondazione di “Centrale Italiana”, arri-
vando a un giro d’affari pari a 1/4 della grande distribuzione. Ancd or-
ganizza consorzi di cooperative di dettaglianti (Conad e altri marchi mi-
nori) con un giro d’affari pari al 12% del totale della grande distribu-
zione e 3.000 punti vendita. Conad nel febbraio 2006 ha dato origine al-
la prima cooperativa di diritto europeo – Copernic – insieme con la ca-
tena belga Coruyt (terza nel suo paese), la svizzera Coop (seconda), la
256
Cooperazione

francese Leclerc (prima catena di ipermercati), il tedesco Gruppo Rewe


(secondo), formando una cooperativa di 96 mld di fatturato, con 17.500
punti vendita. In totale, dunque, in Italia la cooperazione anima oltre un
terzo della grande distribuzione nazionale, con quote crescenti.
Il secondo importante settore di presenza della cooperazione è quello
delle costruzioni, dove, a fronte della miriade di piccole imprese indivi-
duali esistenti in Italia, con una media di 2,5 addetti per impresa, il
mondo cooperativo è riuscito a realizzare cooperative di grosse dimen-
sioni, come la CMC di Ravenna di Legacoop e l’ACMAR, anch’essa di
Ravenna, dell’AGCI, ma soprattutto ha creato importanti consorzi ter-
ritoriali, fino alla creazione di un consorzio nazionale. I consorzi terri-
toriali erano stati costituiti già fin dagli inizi del secolo XX, ma il passo
in avanti decisivo verso il consorzio nazionale si ebbe nel 1978, con la
fusione dei potenti consorzi di Bologna (1912), Modena (1914) e Fer-
rara (1945) e l’assunzione dell’attuale denominazione CCC (Consorzio
Cooperative Costruzioni). A seguito di questa fusione, si rafforzò il ruo-
lo del CCC come promotore di attività e produttore di servizi, con
un’operatività proiettata sempre più fuori dalle aree originarie. Sorse a
questo punto il progetto di unificare tutti i consorzi esistenti nelle altre
regioni con il CCC (di gran lunga il più grande), per farne un consor-
zio nazionale per il coordinamento complessivo delle strategie della Le-
gacoop nel settore delle costruzioni. Questa meta venne raggiunta nel
1990. L’ultimo passo è stata l’incorporazione di ACAM (Consorzio Na-
zionale cooperative approvvigionamenti), ossia del consorzio delle coo-
perative di servizio alle costruzioni. Oggi CCC conta 230 cooperative
associate, con circa 20.000 addetti e si colloca al primo posto nel setto-
re delle costruzioni in Italia.
Il terzo settore di notevole presenza cooperativa è quello agro-alimenta -
re, che vede la presenza di un insieme di gruppi cooperativi specializza-
ti per filiere. Il più grande è aderente sia a Legacoop sia a Confcoope-
rative ed è nel settore lattiero-caseario: si tratta di Granlatte-Granarolo;
altri grandi gruppi sono stati formati da Legacoop nel formaggio grana
(Granterre), nel vino (Cantine cooperative riunite e GIV), nei prodotti
ortofrutticoli (Apofruit Italia), nelle grandi colture, derivati e servizi
(Progeo), nella carne (Unipeg). La centrale cooperativa Confcooperati-
ve ha in questo settore una presenza molto forte con realtà come il Con-
sorzio Conserve Italia, creato nel 1976, ma operativo dal 1978, che si è
consolidato anche in Italia con molte altre acquisizioni, compresa quel-
la di Cirio-De Rica nel 2004. Sempre Confcooperative ha formato nel
1967 il Consorzio Emiliano dell’Ortofrutta, oggi Apo-Conerpo; nel ra-
257
Cooperazione

mo vinicolo ricordiamo un altro consorzio, Caviro, formato nel 1966,


leader nel vino in brik, nella produzione di alcool da vino e di mosto
concentrato. Il quarto settore di presenza cooperativa è quello dei ser -
vizi integrati, che ha visto l’organizzazione di gruppi, di cui il più gran-
de è Manutencoop. Altre imprese cooperative di questo settore fra le
prime 10 imprese italiane sono Coopservice di Reggio Emilia, Teamser-
vice, la Fiorita, Coop Lat. Nel settore sono attivi oggi due consorzi na-
zionali, i quali si sono sempre più attrezzati per fornire ai clienti pac-
chetti di servizi completi, utilizzando la professionalità di più coopera-
tive. Il Ciclat, nato a Bologna nel 1953, ma effettivamente funzionante
dagli anni ’70, aderente a Confcooperative, oggi associa un centinaio di
cooperative nella manutenzione, raccolta rifiuti, ristorazione, movimen-
tazione merci, vigilanza. Il CNS aderente a Legacoop, venne costituito
a Bologna nel 1977, funzionante effettivamente dalla seconda metà de-
gli anni ’80, oggi associa oltre 200 cooperative nei settori del facility ma -
nagement, del trasporto, del facchinaggio, della guardianìa e pulizia,
dell’ecologia, della ristorazione e anche dei servizi turistico-culturali. Va
anche ricordata una importante azienda di ristorazione e catering, la
Camst, fondata nel 1945 e cresciuta prima nella gestione del buffet del-
la stazione di Bologna, poi nella ristorazione per aziende, ospedali,
scuole e quindi nel catering, raggiungendo una notevole diffusione ter-
ritoriale nel centro-nord e una dimensione aziendale capace di tener te-
sta alle aziende multinazionali della ristorazione.
Il quinto settore dove le cooperative sono leader è quello dei servizi so -
ciali, che hanno visto una moltiplicazione assai vivace negli ultimi anni,
per la tendenza delle amministrazioni locali ad esternalizzare la produ-
zione di tali servizi. Esistono cooperative di tipo A (2/3 del fatturato to-
tale del settore), che offrono servizi socio-sanitari, educativi, sport e ri-
creazione soprattutto a soggetti in situazione di disagio sociale, attraver-
so la gestione di residenze, asili, comunità, centri diurni e fornendo as-
sistenza domiciliare. Le cooperative sociali di tipo B hanno invece lo
scopo di inserire al lavoro persone svantaggiate o in difficoltà. Nel 2003
le cooperative sociali erano 6.000 con 220.000 addetti, oltre ai volonta-
ri. La Confcooperative ha un fortissimo consorzio di cooperative socia-
li (CGM), nato nel 1987, che raggruppa oggi 79 consorzi territoriali per
i servizi alla persona, per un totale di 1.350 cooperative e 40.000 addet-
ti. Anche Legacoop ha oggi un grosso numero di cooperative sociali
(1.500, con 55.000 addetti) ed ha costituito l’associazione nazionale
(Legacoopsociali), ma i suoi consorzi sono ancora piccoli, mentre qual-
che impresa, come Cadiai, si sta ingrandendo notevolmente.
258
Cooperazione

Infine, va ricordato il settore dei servizi finanziari. Le casse rurali ed ar-


tigiane (Cra), già organizzate in strutture regionali, costituirono nel
1950 una Federazione italiana (Federcasse), che nel 1967 aderì a Con-
fcooperative. A partire dagli anni ’60 prese avvio un periodo di intenso
sviluppo: nel 1963 venne fondato l’Iccrea, un istituto centrale che fun-
ge da cassa di compensazione e fornisce servizi di assistenza e di inter-
mediazione specializzata. Con la riforma bancaria del 1993, le Cra ven-
nero ridenominate Banche di credito cooperativo (Bcc) ed ottennero
un allargamento della loro operatività, sia nella gamma dei servizi offer-
ti sia nella dimensione territoriale. Gli ultimi dieci anni hanno visto un
notevole consolidamento delle Bcc, presenti oggi in 2.450 comuni, so-
prattutto negli agglomerati di minore dimensione (in 533 dei quali è
l’unico sportello bancario presente), fino a raggiungere l’8,3% della
raccolta totale del sistema bancario italiano con 440 aziende, 800.000
soci e 30.000 dipendenti. Il movimento cooperativo ha una forte pre-
senza anche nel mondo assicurativo, dove conta varie mutue ed assicu-
razioni, fra cui la Società cattolica di assicurazioni di Verona (fondata
nel 1896), ma soprattutto il colosso Unipol. La nascita di Unipol risale
al 1963, quando una spa assicurativa esistente solo sulla carta venne ac-
quisita da 230 cooperative emiliano-romagnole. Gli anni ’70 e ’80 vide-
ro una crescita significativa della nuova società, che arrivò nel 1986 a
quotarsi Unipol in borsa, scalando poi le posizioni del settore fino a col-
locarsi al quarto posto fra le società assicurative italiane.
Oggi la cooperazione è più che mai di attualità sia nella sua versione tra-
dizionale, sia in quella più recente. Nel passato l’impresa cooperativa
era promossa soprattutto dagli strati più poveri della popolazione, che
attraverso di essa volevano riscattarsi dalla loro miseranda condizione
senza dover dipendere dalla filantropia, attraverso forme di self help.
Esistono oggi nel mondo molti paesi dove questa forma di cooperazio-
ne è essenziale e svolge un ruolo insostituibile, ma anche nei paesi svi-
luppati vi sono ancora spazi per questo tipo di impresa cooperativa. In
questi ultimi paesi, però, la cooperazione oggi sta sempre più assumen-
do un ruolo diverso, che si potrebbe definire di umanizzazione del mer-
cato. Infatti, la cooperazione, mettendo al centro l’interesse del socio in
quanto persona, è il più sicuro antagonista delle derive disumanizzanti
delle imprese capitalistiche, dove si è voluto far credere che l’intero
processo economico dovesse ruotare attorno alla massimizzazione del
profitto dei detentori del capitale (shareholder value).
La figura del socio di una cooperativa, invece, pur avendo un versante
legato al suo apporto di capitale, è molto più sfaccettata. Essa si differen-
259
Cooperazione

zia da quella dell’azionista di una società capitalistica in quanto il capi-


tale apportato da ciascuno non dà luogo a posizioni di privilegio, essen-
do limitato per legge e vigendo la regola democratica “una testa un vo-
to”. Ma soprattutto, si differenzia perché il socio cooperatore si aspetta
dalla cooperativa molti altri servizi, oltre a quello di un buon rendimen-
to del capitale che vi ha investito. Il socio di una cooperativa di lavoro
vorrà ottenere condizioni di lavoro migliori; il socio di una cooperativa
di consumo vorrà vedere tutelati i suoi acquisti sia qualitativamente sia
in termini di prezzo; il socio di una cooperativa di credito vorrà che la
sua cooperativa supporti le attività economiche sul territorio e così via.
L’impresa cooperativa, cioè, proprio per le sue caratteristiche intrinse-
che, assume una configurazione molto più complessa dell’impresa capi-
talistica, dovendo portare avanti contemporaneamente più obiettivi: l’ef-
ficienza nell’uso delle risorse per poter competere sul mercato, ma anche
l’attenzione alle missioni sociali che i soci le affidano. Non si tratta solo
di una forma d’impresa che pratica la democrazia economica in un mon-
do in cui ormai vige nelle aziende (ad eccezione di quelle di piccole di-
mensioni) la più rigida gerarchia, ma anche di una forma di impresa che
non può impostare la sua attività su una base esclusivamente finanziaria,
fornendo in questo modo nel suo funzionamento le migliori garanzie
contro la perdita di centralità della missione produttiva dell’impresa in
una prospettiva di lungo periodo, una prospettiva a cui è stato invece
preferito nel capitalismo finanziario di marca recente il corto-termismo,
i capital gain, le delocalizzazioni selvagge, la speculazione.
Naturalmente, più le imprese cooperative si rafforzano e si ingrandisco-
no, più devono vigilare sulla loro identità cooperativa, applicando il de -
mocratic stakeholding come superamento del managerial stakeholding.
Mentre quest’ultimo è un modello di governance in cui è l’amministra-
tore delegato o, al più, il consiglio di amministrazione, a prendere le de-
cisioni strategiche, il democratic stakeholding offre a tutti coloro che in-
trattengono rapporti con la cooperativa, o con il gruppo cooperativo, la
possibilità reale di partecipare al processo deliberativo nelle forme che,
a seconda delle situazioni, si ritengono più adeguate. Con queste quali-
ficazioni, la cooperazione resta, dunque, anche oggi la più valida alter-
nativa di mercato alla forma capitalistica d’impresa.

Bibl. - Bulgarelli M. - Viviani M. (a cura di) (2006), La promozione


cooperativa, il Mulino, Bologna.
Mazzoli E. - Zamagni S. (a cura di) (2005), Verso una nuova teoria del -
la cooperazione, il Mulino, Bologna.
260
Cultura organizzativa

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The Scarecrow Press, Londra.
Williams R.C. (2007), The cooperative movement, Ashgate.
Zamagni V. - Felice E. (2006), Oltre il secolo. Le trasformazioni del si -
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no, Bologna.
Zamagni S. e Zamagni V. (2008), La cooperazione, il Mulino, Bologna.

VERA ZAMAGNI

 Cultura organizzativa
Secondo Schein (1985) la cultura organizzativa è «insieme coerente di
assunti fondamentali che un dato gruppo ha inventato, scoperto o svi-
luppato imparando ad affrontare i suoi problemi di adattamento ester-
no e di integrazione interna, e che hanno funzionato abbastanza bene
da poter essere considerati validi, e perciò tali da essere insegnati ai
nuovi membri come il modo corretto di percepire, pensare e sentire in
relazione a quei problemi».
Una definizione alternativa la offrono Siehl e Martin (1984): «la cultu-
ra organizzativa può essere vista come il collante che tiene insieme l’or-
ganizzazione attraverso la condivisione di schemi di significato. La cul-
tura consiste nei valori, nelle credenze e nelle aspettative che i membri
si trovano a condividere».
Quando si parla di cultura organizzativa si fa pertanto riferimento alla
co-presenza di alcuni aspetti: l’esistenza di assunti, norme, valori codi-
ficati o identificati anche informalmente o tacitamente; la loro condivi-
sione – talora inconsapevole – all’interno di un gruppo; la loro espres-
sione/realizzazione nel funzionamento della struttura (azienda, associa-
zione, famiglia…) nella quale il gruppo opera concretamente.
Come tale deriva e si alimenta di processi di delineazione, diffusione
(spaziale) e trasmissione (temporale), in funzione di una continuità in-
dipendente dai singoli membri che appartengono all’organizzazione
stessa, e utile a coniugare diversità e unicità dei singoli con l’adesione
ad uno stile in qualche verso omogeneizzante (Camuffo 1997).
Sembra di fatto costituire un aspetto qualificante nella capacità di esi-
stenza a lungo termine delle organizzazioni stesse: un’esistenza appa-
rentemente indipendente se non trascendente rispetto alle esistenze in-
261
Cultura organizzativa

dividuali, quando attraverso la comunicazione, l’interazione e la colla-


borazione le esperienze soggettive diventano comuni, sfociano in com-
portamenti prevedibili, in ruoli, in regole e diventano istituzioni funzio-
nali, i cui sistemi difensivi per assicurarsi una continuità consistono nel
caricarsi a livello esistenziale di significati e di scopi, attraverso i simbo-
li, l’uso di teorie e di storie (Norman 2001).
Se assumiamo un concetto di organizzazione vicino ad un tessuto di rela-
zioni Pievani - Varchetta (1999), e ne riconosciamo la ricchezza di sogget-
tività, la cultura organizzativa è lo spazio in cui è possibile il riconosci-
mento e l’espressione dei significati che le persone attribuiscono alle co-
se, alle azioni, alle interazioni fra le persone, ai flussi di esperienza (Weick
1984), a integrare in modo sintonico componenti e composizioni produt-
tive e umane (Matacena 1984). In questa prospettiva, la cultura di un’or-
ganizzazione incorpora un bagaglio di memoria collettiva, include buone
prassi passate e si esprime coerentemente nel contesto storico, geografi-
co e linguistico in cui prende forma, soprattutto nella quotidianità espe-
rienziale della definizione e della risoluzione dei problemi (Bodega 2002).
Non si può negare il rischio di presenza nel concetto di una componen-
te ideologica, che se può sostenere il senso di appartenenza, la consape-
vole adesione dei membri dell’organizzazione a valori, stili e comporta-
menti distintivi, insieme ad una maggiore consapevolezza delle ragioni
di successo, può anche contenere o legittimare atteggiamenti di chiusu-
ra, discriminazione, sanzione. Come tale ben si associa, e talora si so-
vrappone o confonde, ai concetti di identità e di →etica aziendale: se ne
può certamente essere un’espressione coerente, è opportuno sottolinea-
re quanto la cultura abbia sempre il carattere evolutivo e trasformativo
dei processi dinamici.
Il termine cultura organizzativa è abbastanza recente. Appare in un ar-
ticolo di Pettigrew (1979) ma diviene noto sia agli studiosi che ai mana-
ger con il best-seller di Peters e Waterman (1982).
Peters e Waterman nel loro studio alla ricerca delle imprese americane
di successo osservano che «parlando delle persone, quelle aziende usa-
vano un linguaggio diverso…» dalle altre e che «girando per uno stabi-
limento della Hewlett-Packard o della 3M e guardando la gente al lavo-
ro, sentendola parlare e scherzare, noi stessi ci sentivamo diversi, e il
nostro atteggiamento era diverso da quello che ci era capitato di avere
in istituzioni più burocratiche (…). Le aziende di successo primeggia-
vano soprattutto grazie ai loro principi base, (…) lavoravano sodo per
mantenere la semplicità in un mondo complesso, (…) ascoltavano i lo-
ro dipendenti e li trattavano da persone mature».
262
Cultura organizzativa

È così che partendo da un’analisi empirica si scopre l’importanza della


cultura, ovvero di un insieme di valori condivisi a tutti i livelli dell’orga-
nizzazione, come ad esempio l’orientamento al cliente, l’incoraggiamento
dell’autonomia e dell’imprenditorialità, il coinvolgimento del personale.
Ma è grazie a Schein (1985), che il concetto “cultura organizzativa” vie-
ne formalmente definito, attraverso l’individuazione di tre livelli di cul-
tura organizzativa dal più visibile e tangibile al più implicito: livello de-
gli artefatti, ovvero la parte fisica: architettura e arredamento, il com-
portamento delle persone e il loro modo di vestire, il clima che si respi-
ra e include le scelte operative in termini di vicinanza al vertice, valore
della comunicazione informale, ecc. (es. uffici singoli vs. open space); li-
vello dei valori dichiarati, che possono spiegare il comportamento del-
le persone che lavorano nell’organizzazione, creando livelli di preferen-
za e di giudizio nei comportamenti; il livello degli assunti taciti e condi-
visi, sulle relazioni con l’ambiente, sulla natura umana, sui rapporti fra
individui, sulla natura della realtà e della verità, su spazio e tempo, li-
vello che apre verso temi fondamentali nel management, quali lo stile di
leadership, la promozione della fiducia organizzativa, ecc.
Si può dedurre quanto la cultura organizzativa potenzialmente possa
condizionare forma e azioni organizzative, e quale peso importante pos-
sa giocare il vertice aziendale e il fondatore nella sua elaborazione e cre-
scita. L’elaborazione della cultura di un’organizzazione, infatti, non è
sempre un processo consapevole e intenzionale, ma più spesso è frutto
di un processo creativo di un gruppo sociale, di una comunità organiz-
zata che come tale contribuisce a mantenerla, diffonderla, rielaborarla
per mantenerne un ordine intrinseco.
E in questo processo, un ruolo chiave nell’influenzare le modalità con
cui un gruppo assume orientamenti e decisioni è svolto da chi è porta-
tore naturale o delegato della concezione organizzativa. Per questo, af-
frontando il tema della cultura organizzativa è naturale confrontarsi con
il tema della leadership: sono la personalità, i valori, gli orientamenti
strategici del leader, molto spesso, a connotare alcuni fondamenti valo-
riali, a rinforzare alcuni comportamenti e a renderne altri meno apprez-
zati, a far evolvere il gruppo verso alcune forme di gestione piuttosto
che altre, per quanto nei delicati e complessi equilibri di relazione e co-
municazione tra i componenti di un gruppo organizzativo, la cultura
del fondatore o del leader si arricchisce di nuove componenti, e con es-
se progredisce attorno, o a dispetto del leader stesso.
È forse questa una delle sfide più interessanti di una cultura organizza-
tiva, quella di governare, controllare o lasciar esprimere anche le sotto-
263
Cultura organizzativa

culture, o controculture organizzative che, al suo interno, possono


prendere forma, sia in termini statici che evolutivi – di ciclo di vita del-
l’organizzazione –, perché ogni componente del gruppo abbia chance
di “voice” , intesa come presenza attiva, espressione anche dissenziente
ma leale e coerente, piuttosto che di “exit”, di fuoriuscita per la sensa-
zione di tradimento delle aspettative culturali più profonde.
È una sfida che un’organizzazione affronta nel momento in cui cresce,
e affronta prima di tutto l’indispensabile apertura e inclusione di nuovi
soggetti e nuove professionalità, utilizzando definiti o impliciti criteri di
selezione in ingresso delle persone; una sfida che continua nel processo
di apprendimento dall’esperienza organizzativa, in modo tale che i va-
lori organizzativi dichiarati possano essere sperimentati, condivisi ed in-
teriorizzati. La cultura organizzativa è infatti esito di una sedimentazio-
ne di esperienze di successo tali, per cui le norme dichiarate vengono
sancite dai fatti, e per mantenersi tale ha bisogno anche di narrazione:
in questo senso processi di condivisione della storia aziendale rinforza-
no la cultura organizzativa e offrono opportunità di confronto e cresci-
ta, non solo agli ultimi arrivati, ma anche a chi appartiene al gruppo sto-
rico e deve assumere i cambiamenti e l’evoluzione della cultura stessa.
Con questa chiave processuale è possibile superare l’antinomia di pre-
ferire una cultura organizzativa omogenea o eterogenea, offrendo ad
ogni contributo una chance di apporto e di arricchimento.
Si intuisce facilmente quanto i diversi livelli di cultura possano determi-
nare, nel declinarsi delle molteplici variabili, culture organizzative dif-
ferenti. In tal senso occorre considerare la specificità del contesto na-
zionale o regionale, rispetto ai quali sono numerosi gli studi comparati-
vi tesi a comprendere e confrontare l’influenza dei diversi orientamen-
ti valoriali soprattutto in un’ottica globalizzata di collaborazione, inte-
grazione e progettazione organizzativa inter-nazionale. Gli approcci ne-
gli studi culturali hanno recentemente integrato aspetti regionali e logi-
stici (che portavano a identificare confini nazionali o regionali con con-
fini culturali, indipendentemente dalle influenze, gli scambi, le conta-
minazioni che i mercati e le tecnologie oggi permettono) con aspetti
esperienziali (quali la residenza, l’appartenenza ad un preciso ruolo
professionale, o la similarità di valori personali), arrivando in ogni caso
a confrontarsi con la faticosa mancanza di soluzioni universali ai pro-
blemi delle organizzazioni (Bodega 2002).
Integrando dimensioni di analisi a livello nazionale e organizzativo, e ca-
pitalizzando gli studi di Hoefstede (1980 e 1991) sulle diverse dimensio-
ni della cultura, sono stati elaborati diversi indicatori culturali per con-
264
Cultura organizzativa

frontare attributi culturali e tratti della leadership, così da connettere i


caratteri culturali con gli attributi, le forme e i ruoli organizzativi caratte-
ristici dei diversi contesti. Anche studi longitudinali hanno confermato la
correlazione tra caratteri culturali locali e organizzativi (House 1999),
pur facendo riferimento a concetti e teorizzazioni a matrice occidentale,
che confrontano cultura collettivista e cultura individualista, cultura ma-
scolina e cultura femminile, avversione o propensione all’incertezza e al
rischio, orientamento a breve o lungo termine. Temi questi tipici delle or-
ganizzazioni europee e nordamericane, comprensibili da quella giappo-
nese, ma non sempre significative per altre tipologie di culture.
Una prospettiva globale richiede ancora molto ascolto e comprensione,
sistemi di ricerca e di modellizzazione aperti e ampi, insieme alla costru-
zione di un linguaggio comune per dare pienamente spazio all’espres-
sione consapevole e sensata delle diverse culture organizzative (Peter-
son e Smith 1997).
L’esperienza dell’economia civile nasce dalla consapevole e condivisa
elaborazione di un sistema valoriale orientante, si può dire che si con-
nota di un’esperienza culturale, che si organizza e diventa impresa, at-
tività, esperienza economica.
È allora l’economia civile il contesto nel quale maggiormente ha senso
interrogarsi sui presupposti di cultura organizzativa, alla ricerca delle
forme, dei metodi e della pratiche più adeguate per esprimerne la mol-
teplicità di motivazioni, per integrare idealità e operatività nello svilup-
po e nei meccanismi di governo.
Un primo aspetto, con cui le imprese dell’economia civile possono con-
frontarsi, è la necessaria consonanza con il contesto esterno: se muovo-
no la loro azione da valori e principi espressi e collegati a finalità e a
mission aziendali, tali finalità mantengono significato e valore nella mi-
sura in cui si confrontano con l’esterno, con finalità altre e diverse che
coincidono con le finalità del mercato, e in questo contesto possono of-
frire un contributo. Nella metafora del mercato come luogo di dialogo
e incontro, le imprese civili possono dire una parola sensata, perché
espressa in un linguaggio adeguato: è l’organizzazione, la manifestazio-
ne strutturale delle scelte culturali di fondo, che garantisce consonanza
o meno, e ci dice con quale efficacia i valori sono stati tradotti e incor-
porati nella struttura sociale, istituzionalizzati in costrutti che guidano
l’azione individuale e collettiva (Norman 2001).
Nell’organizzazione e nella forma che essa assume, per la cultura che in-
corpora, si gioca un equilibrio dinamico che concilia valori e operativi-
tà, idealità e pragmatismo: in questa tensione costruttiva, un ruolo chia-
265
Cultura organizzativa

ve è svolto dalle relazioni, ora formali ora informali, che tessono l’orga-
nizzazione. Più che mai per le imprese dell’economia civile sono le reti
dei rapporti ricorsivi, delle relazioni comunicative, dentro e fuori l’or-
ganizzazione, ad alimentare la codifica e costruzione di un tratto comu-
ne, tipicizzante, uno stile culturale e una visione del mondo costante
veicolata in comunicazioni diverse, verso pubblici diversi, mediante
strategie comunicative diverse. È questa narrazione di sé, questo “auto-
riferimento rappresentativo” (Pievani - Varchetta 1999) a fondare e tra-
smettere valori uguali che rinforzare il profilo di identità nel tempo, e si
confronta inevitabilmente con i meccanismi di governo, sia a livello for-
male che a livello esperienziale e sostanziale.
Non è semplice né scontata allora nemmeno la coerenza interna: spesso
la forma organizzativa, come quella societaria, nelle imprese dell’econo-
mia civile, costituiscono un a-priori alternativo all’esperienza e alla teoria
classica, funzionale alla differenziazione strutturale rispetto all’economia
centrata sul profitto. E se non è infrequente per società cooperative di re-
cente origine scoprire la storia e il valore della cultura delle cooperazione
ex post piuttosto che esprimerla ex ante, altrettanto critica è la ricerca per
società di persone o di capitali di modalità di governante e gestione
espressive della propria identità valoriale (imprese aderenti al progetto di
Economia di Comunione, o emanazione di ordini religiosi…).
Nell’economia civile e nella cultura che le organizzazioni che vi apparten-
gono vanno elaborando e mettendo alla prova, è chiaro quanto la corret-
ta ripartizione dei compiti, delle responsabilità, delle informazione e de-
gli incentivi sia di per sé insufficiente al funzionamento dell’organizzazio-
ne e all’implementazione delle strategie, poiché tende a trascurare l’im-
portanza della dimensione sociale e affettiva del lavoro nella motivazione
delle persone (Airoldi 1980), così come è altrettanto vivace la sperimen-
tazione per dare significato concreto alle parole importanti dell’economia
civile: partecipazione, condivisione, trasparenza, →equità.
Sono le parole di una cultura che, quando si fa azione e prassi, dà sen-
so all’impegno quotidiano e lo orienta a obiettivi comuni, e in qualche
modo porta a rinnovare la “formula imprenditoriale” (Coda 2000), rin-
novando potenzialità ed iniziative strategiche: sono contesti poco gerar-
chizzati e burocratizzati ma molto responsabilizzanti, nei quali le infor-
mazioni sono disponibili a tutta l’organizzazione e i talenti imprendito-
riali vi si distribuiscono in modo indipendente dalla posizione occupa-
ta nella scala gerarchica, contesti che hanno rinunciato a organi di con-
centrazione della responsabilità e a sistemi di controllo penalizzante per
incoraggiare l’autocontrollo, diffondere l’apprendimento comune e la
266
Cultura organizzativa

condivisione del k n o w h o w, aumentare la fiducia, favorire l’iniziativa


strategica e innovativa diffusa.
In questo tipo di organizzazione la responsabilità della leadership non
si limita all’elaborazione delle strategie ma ha la chance di aprirsi alla
creazione e alla gestione di un contesto strategico e strutturale, che sup-
porta un processo di apprendimento collettivo offrendo ad ogni com-
ponente l’opportunità di portare un contributo autonomo e innovativo
a tale strategia, così da rendere più probabile garantire coerenza tra ini-
ziative strategiche diffuse e orientamento strategico dell’impresa (Min-
zberg 1987).
Su questa sfida culturale si misura il contributo innovativo dell’econo-
mia civile, su questo campo si gioca la capacità di contaminare il mon-
do dell’economia tradizionale, portandola a confrontarsi con modalità
nuove se l’innovazione, come suggerisce Van Den Ven (1986), non va
intesa come il prodotto di un singolo imprenditore, ma piuttosto come
l’impegno di un lavoro di rete che ha a che fare con la creazione, l’ado-
zione e l’implementazione continua di un set di idee tra un gruppo di
persone che, nel confronto, diventa sufficientemente dedito a queste
idee da trasformarle in buone prassi.

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GIAMPIETRO PAROLIN
267
vocabolo

268
Dilemma del prigioniero

 Dilemma del prigioniero


Per potere dispiegare i propri effetti benefici su larga scala, la “mano in-
visibile” del →mercato sembra non poter fare a meno della presenza di
un solido substrato di valori e norme condivise: «Gli economisti stanno
cominciando ad interessarsi all’origine e alle modalità di funzionamen-
to delle norme avendo compreso che nei mercati molti comportamenti
individuali si basano su standard che nessun individuo potrebbe deter-
minare autonomamente» (Axelrod 1986). Analogamente, Vaggi (1991)
rileva: «Per potere esistere, le società devono creare consenso attorno
ad alcune leggi e regole di comportamento generali; la società umana ri-
chiede il rispetto di norme sociali che sono potute emergere grazie al-
l’osservanza di comportamenti reciprocitari da parte dei singoli mem-
bri della società stessa. Queste regole e norme costituiscono davvero
l’essenza fondamentale delle società umane. Il mercato stesso è un siste-
ma di regole, relazioni, costumi o addirittura di convinzioni e disposi-
zioni personali, la cui formazione può richiedere secoli». Le istituzioni
di mercato, per funzionare correttamente, presuppongono quindi l’esi-
stenza di un insieme di valori e norme di comportamento in assenza dei
quali i mercati stessi difficilmente potrebbero sopravvivere a lungo pro-
ducendo effetti positivi per la collettività.
Ma perché la creazione di quelle norme di cui il mercato necessita è spes-
so problematica e rischia dunque di non produrre gli esiti desiderati? La
ragione fondamentale attiene al fatto che, dal punto di vista individuale
di soggetti auto-interessati, il problema assume la forma di un vero e pro-
prio Dilemma del Prigioniero (DP) generalizzato, una situazione sociale
che a ragione è stata caratterizzata come metafora del fallimento cui la ra-
zionalità individualistica può condurre tanto i singoli individui quanto
l’intero gruppo sociale che da quegli individui è composto. Per compren-
dere meglio questo punto, occorre partire da un’illustrazione della strut-
tura classica del DP, quando ad essere coinvolti sono due individui. Il DP,
attribuito storicamente a A.W. Tucker, verrà presentato prescindendo dal
noto caso dei soggetti sospettati di avere commesso un crimine (i “prigio-
nieri”) da cui deriva il nome del gioco stesso, ma facendo direttamente ri-
ferimento al suo significato più generale.
Si tratta infatti di un problema di interdipendenza strategica che coin-
volge due agenti, A e B, chiamati a decidere simultaneamente, senza po-
tere stringere accordi vincolanti, se “cooperare” tra loro oppure “non
cooperare” (o “defezionare”). I termini che indicano le due possibili
scelte strategiche per i giocatori sono volutamente astratti: essi assumo-
269
Dilemma del prigioniero

no significati concreti diversi a seconda delle specifiche situazioni di in-


terazione a cui si ritiene plausibile applicare tale strumento di analisi.
Ad esempio, rispetto ad un problema come quello dell’evasione fiscale,
“cooperare” significherà fare il proprio dovere e quindi “pagare le tas-
se”, mentre “defezionare” significherà “evadere le tasse”, nel tentativo
di agire opportunisticamente da free rider. Se invece ci riferiamo, per fa-
re un altro esempio, a due famiglie impegnate in altrettanti pic-nic al-
l’interno di un parco pubblico, “cooperare”, dal punto di vista della
singola famiglia, vorrà dire “evitare di inquinare” con i residui del pro-
prio pranzo e così via. Un punto fondamentale è che in queste come in
altre situazioni sociali che coinvolgono almeno due giocatori ed emerge
la tentazione del free riding si manifesta un’interdipendenza di natura
strategica, in conseguenza della quale si registrano quattro possibili esi-
ti, misurati dai cosiddetti payoff (o pagamenti) individuali. Tali payoff
rappresentano il beneficio netto che il singolo agente trae dall’interazio-
ne con l’altro: i diversi livelli di payoff saranno funzione della propria
scelta e di quella attuata dall’avversario.
Si supponga pertanto che due agenti, A e B, siano chiamati a scegliere tra
“cooperare” e “non cooperare” e che δ, α, β e γ siano i payoff materiali
– i guadagni, cioè, in termini di benessere materiale – associati a ciascu-
na combinazione di strategie, dove δ > α > β > γ. Tale contesto di interazio-
ne strategica può essere rappresentato in forma strategica come segue:

Tabella 1

Cooperare Non Cooperare

Cooperare α, α γ, δ
Non Cooperare δ, γ β, β

Nella presente esemplificazione, ci atteniamo alla convenzione secondo


cui il primo giocatore (in questo caso l’agente A) è il giocatore di riga e
il secondo (l’agente B) il giocatore di colonna. Si assume inoltre che, per
quanto concerne i diversi possibili esiti dell’interazione, il primo ele-
mento di ogni coppia di payoff rappresenti il beneficio netto di A ed il
secondo il beneficio netto di B. Dal punto di vista di A, accade che se
egli si aspetta che l’avversario B cooperi, “non cooperare” gli consenti-
rebbe di ottenere un guadagno materiale superiore a quello associato
alla scelta di “cooperare” (δ>α). Analogamente, se si aspetta che B non
270
Dilemma del prigioniero

cooperi, “non cooperare” gli conferirebbe un pagamento materiale più


alto rispetto alla scelta cooperativa (β>γ). Un soggetto A interessato al-
la massimizzazione dei propri guadagni materiali finirà dunque per
“non cooperare”, in questa situazione di interazione. Analogamente, B
opterà per la “non cooperazione”. Emergerà quindi un equilibrio (det-
to equilibrio di Nash) caratterizzato dalla “non cooperazione” di A e di
B. Il DP è stato spesso descritto come un vero e proprio “paradosso so-
ciale”, dal momento che il perseguimento simultaneo del proprio be-
nessere materiale da parte dei soggetti coinvolti conduce ad un risulta-
to che risulta essere sia socialmente che individualmente sub-ottimale:
l’adozione bilaterale della strategia cooperativa, infatti, produrrebbe un
risultato Pareto-superiore (ovvero [α, α], in termini di payoff materiali)
all’esito di equilibrio del gioco ([β, β], in termini di payoff materiali).
Nel rispetto del ranking dei payoff materiali introdotto in precedenza,
possiamo a questo punto inserire una specificazione numerica del gio-
co che ci aiuti ad illustrarne meglio alcune caratteristiche di fondo. Ad
esempio, il problema di interazione mantiene la struttura del DP se si
considera la seguente matrice dei pagamenti materiali (si veda, su que-
sto, Sacco e Zarri 2002):

Tabella 2

Cooperare Non Cooperare

Cooperare 2,2 0,3


Non Cooperare 3,0 1,1

Si è cioè passati dalla rappresentazione in forma strategica della Tabel-


la 1 a quella della Tabella 2 ponendo δ = 3, α = 2, β = 1 e γ = 0. È in-
fatti importante precisare che, affinché un gioco rappresenti un DP,
quello che conta è che i payoff siano ordinati nel modo precedentemen-
te descritto, al di là dello specifico valore numerico assegnato agli stes-
si. Con riferimento alla Tabella 2, possiamo dire che il valore 2 costitui-
sca il payoff della ricompensa (reward), nel senso che esso corrisponde
all’esito di mutua cooperazione; 1 rappresenta il payoff della punizione
(punishment), che corrisponde all’esito di mutua defezione; 3 è il payoff
della tentazione (temptation), associato all’esito (individualmente alta-
mente desiderabile) in cui il singolo agente defeziona e l’avversario coo-
271
Dilemma del prigioniero

pera; infine, 0 indica il payoff del credulone (sucker), ottenuto dal gioca-
tore che, cooperando, viene sfruttato dall’avversario che ne tradisce la
fiducia, decidendo opportunisticamente di defezionare.
In altri termini, per il giocatore di riga, A, la situazione migliore si pre-
senta quando, a fronte della scelta cooperativa di B, egli decide di non
cooperare, ricavandone così un beneficio netto pari a 3; di contro, per
B questo si configura senza dubbio come l’esito meno favorevole, dato
che il suo beneficio netto risulterebbe nullo. Ecco che allora la ragione
fondamentale per cui tale situazione si configura come un vero e pro-
prio “dilemma” agli occhi dei soggetti coinvolti può essere sintetizzata
nei termini seguenti: benché entrambi gli agenti converrebbero sul fat-
to che la mutua cooperazione (esito in corrispondenza del quale en-
trambi ricavano un payoff pari a 2) sia preferibile alla mutua defezione
(che assicurerebbe ad A come a B un beneficio netto pari ad 1), il per-
seguimento dell’interesse personale da parte dei due giocatori li porta
inesorabilmente a convergere proprio sull’inefficiente esito di mutua
defezione. Formalmente, la mutua defezione rappresenta non solo
l’unico equilibrio di Nash in strategie pure del DP, ma anche l’equilibrio
in strategie dominanti dello stesso, dal momento che tanto per A quan-
to per B “non cooperare” costituisce la strategia dominante, per il fat-
to che essa conferisce un beneficio netto superiore alla strategia alter-
nativa indipendentemente dalla scelta strategica dell’avversario.
L’aspetto intrinsecamente paradossale del problema consiste proprio
nell’insorgenza di un conflitto a prima vista irriducibile tra razionalità
individuale e razionalità sociale: in ultima analisi, non cooperare si rive-
la drammaticamente controproducente per tutti, eppure la situazione
di mutua defezione costituisce il punto di approdo “naturale” di un’in-
terazione in cui le scelte individuali rispondano ad un calcolo ottimiz-
zante dei benefici netti. Per questa ragione non a caso il DP è stato fin
dalla sua origine oggetto di grandi attenzioni tra gli scienziati sociali, nel
tentativo di uscire dall’impasse che caratterizza situazioni di interdipen-
denza strategica di questo tipo, in cui l’esito razionale non è né indivi-
dualmente né socialmente soddisfacente.
Dopo avere messo in luce le caratteristiche essenziali del DP, il passo
successivo che diventa naturale tentare di compiere consiste nel porsi
l’interrogativo seguente: in una situazione sociale avente la struttura del
DP, è possibile uscire dal “vicolo cieco” della mutua defezione?
Una prima via d’uscita esplorata in letteratura consiste nel prevedere
una ripetizione del gioco nel tempo. Come osserva Schianchi (1997), in-
fatti, «Nella maggior parte dei giochi concreti gli individui devono con-
272
Dilemma del prigioniero

siderare non solo le conseguenze immediate delle loro scelte ma anche


gli effetti che tali scelte avranno sulle relazioni di lungo periodo. I bene-
fici futuri derivanti da una buona cooperazione a lungo termine posso-
no infatti superare il beneficio derivante dall’immediata sconfitta del-
l’avversario». Intuitivamente, questo è quanto può accadere se il DP si
ripete nel tempo, come ha evidenziato la letteratura relativa al cosiddet-
to Folk Theore m. Per dare un’idea di ciò che può accadere non appena
si esce dalla versione one-shot del DP, supponiamo che i giocatori adot-
tino la strategia resa nota da Robert Axelrod (si vedano, in particolare, i
lavori del 1984 e del 1987): il cosiddetto “colpo su colpo” (tit-for- t a t).
Tale strategia prevede che il singolo agente cooperi nel primo stadio del
gioco e che in ogni stadio effettui la stessa scelta che il suo avversario ha
effettuato nel periodo di gioco immediatamente precedente. In un DP,
egli risponderà quindi alla cooperazione dell’avversario al tempo t con
la cooperazione al tempo t+1 e con la defezione dell’avversario al tem-
po t con la defezione al tempo t+1. In un celebre torneo organizzato al
computer, Axelrod (1984) ha mostrato che, tra le strategie messe in cam-
po dai diversi partecipanti, quella che ha ottenuto i risultati migliori è
stata la strategia più semplice, appunto il “colpo su colpo”, attuata da
Rapoport. Un’altra strategia in grado di portare all’emergere della coo-
perazione in un DP ripetuto è la cosiddetta “strategia del grilletto” (grim
trigger strategy), che prescrive di cooperare inizialmente, di cooperare
finché l’avversario coopera (come il “colpo su colpo”), ma anche di de-
fezionare per sempre non appena l’avversario decide di defezionare.
Si è quindi mostrato che, a certe condizioni, passare dal DP one-shot al
DP ripetuto è sufficiente per consentire ai giocatori di uscire dall’esito
infausto di mutua defezione. È comunque importante chiarire che, so-
prattutto grazie al crescente successo registrato negli ultimi decenni
dalla cosiddetta economia comportamentale, la letteratura teorica e
sperimentale si è concentrata su un’interessante via di superamento del
DP che si rivela valida anche nel caso in cui si continui a supporre che
l’interazione tra i giocatori non sia ripetuta e avvenga quindi una volta
sola. In particolare, la pista di riflessione seguita chiama direttamente in
causa la cosiddetta “complessità motivazionale”. Per chiarire il punto,
riferiamoci nuovamente alla specificazione numerica del DP utilizzata
nella rappresentazione in forma strategica del gioco della Tabella 2.
Ipotizziamo ora tuttavia che gli individui, anziché essere auto-interessa-
ti, siano guidati da preferenze altruistiche. Supponiamo cioè che la fun-
zione obiettivo degli agenti A e B comprenda non soltanto il proprio pa -
yoff materiale ma anche quello del proprio avversario (ponderato attra-
verso il parametro w, con 0 < w < 1 , che misura appunto il “grado di
273
Dilemma del prigioniero

altruismo” individuale), così che U A = (1 - w) Π A + w ΠB e, simme-


tricamente, U B = (1 - w) ΠB + w ΠA (si veda, su questo, Sacco e Zar-
ri, 2002). In questo caso, è immediato osservare che, assumendo che
per i due agenti il grado di altruismo sia lo stesso, se w > 1/3, ogni agen-
te preferirebbe cooperare in modo incondizionato (ovvero cooperare si-
stematicamente, a prescindere dalla scelta dell’avversario): in questo ca-
so, l’esito socialmente ottimale emergerebbe spontaneamente. In termi-
ni più generali, riprendendo la rappresentazione in forma strategica del
DP della Tabella 1 e supponendo che ora entrambi i giocatori siano ca-
ratterizzati da preferenze di tipo altruistico, otteniamo una matrice dei
“payoff estesi” (o delle “utilità”) come la seguente Tabella 3:

Tabella 3

Cooperare Non Cooperare

Cooperare α, α (1 - w) γ + w δ, (1 - w) δ + w γ

Non
Cooperare (1 - w) δ + w γ, (1 - w) γ + w δ β, β

Si può notare che se 0 < w < w1 = (δ - α) / (δ - γ), la struttura del gio-


co è ancora quella del DP; quando w1 = (δ - α) / (δ - γ) < w < w2 = (β
- γ) / (δ - γ), si ricade invece nel cosiddetto “gioco di reciprocità” (a s -
surance game); infine, se w > w2 = (β - γ) / (δ - γ), si passa al cosiddet-
to “gioco dell’altruista” (other- re g a rding game). Accade quindi che, a
seconda del grado di altruismo w, il gioco soggettivamente percepito
dagli agenti potrà essere ancora un DP ma potrà anche presentare una
struttura differente (gioco di reciprocità o gioco dell’altruista). Il pun-
to fondamentale è che nel caso in cui la struttura del gioco soggettivo
non sia più quella del DP, è possibile che l’esito di equilibrio differisca
dalla mutua defezione. Nel gioco dell’altruista, accade addirittura che
l’esito di mutua cooperazione costituisca l’equilibrio in strategie domi-
nanti del gioco, senza che quindi si presentino i problemi tipici di un
DP e illustrati in precedenza. Ma il caso verosimilmente più interessan-
te è quello associato alla presenza di un grado di altruismo “interme-
dio”, che dà luogo al gioco di reciprocità, nel quale (C, C) e (D, D) co-
stituiscono gli equilibri di Nash in strategie pure. Questa struttura di
gioco, infatti, oltre a potere essere generata da preferenze individuali
di tipo altruistico, come supposto finora, è anche compatibile con la
274
Dilemma del prigioniero

presenza di agenti direttamente guidati da una p re f e renza per la recipro -


c i t à. Come evidenzia la recente letteratura di →economia comporta-
mentale, in una logica di →reciprocità si è disposti a sostenere costi
materiali al fine di premiare chi si è comportato bene e di punire chi si
è comportato male. Nel contesto di interazione in esame, con specifi-
co riferimento ai quattro possibili esiti materiali del Dilemma del Pri-
gioniero, appare quindi naturale associare alla reciprocità un ordina-
mento preferenziale differente da quello relativo all’egoismo. Se per un
soggetto classicamente guidato dall’interesse proprio si ha che (D,C)f
( C , C )φ(D,D)φ (C,D), l’ordinamento preferenziale associato ai recipro-
canti è costituito da (C,C)φ ( D , C )φ ( D , D )φ (C,D). Pertanto, la recipro-
cità si configura come una propensione alla cooperazione condizionale,
caratterizzandosi simultaneamente per una preferenza per la coopera-
zione se l’avversario coopera [(C,C)φ (D,C)] e per la non cooperazio-
ne in caso contrario [(D,D)φ (C,D)]. Nel primo caso, si parla di “reci-
procità positiva”, mentre nel secondo di “reciprocità negativa”. Inol-
tre, si preferisce defezionare con chi coopera piuttosto che con chi non
coopera [(D,C)φ (D,D)]. La reciprocità si differenzia dalla strategia
del “colpo su colpo” di Axelrod per il fatto che quest’ultima (a) rap-
presenta appunto una strategia, anziché una vera e propria preferenza
e (b) presuppone l’iterazione del gioco. L’evidenza sperimentale oggi
disponibile mostra invece che molti giocatori spesso decidono di agire
secondo una logica di reciprocità anche nell’ambito di protocolli di
gioco one-shot, nei quali giocano un ruolo essenziale le aspettative s u l-
le scelte comportamentali altrui. Se infatti in una situazione di intera-
zione che, dal punto di vista dei payoff materiali, possiede la struttura
del DP non ripetuto, i giocatori non si limitano ad assegnare importan-
za al proprio guadagno monetario ma valutano anche le intenzioni al -
trui (esprimendo, in particolare, una valutazione positiva di fronte a
scelte altrui di tipo cooperativo e una valutazione negativa quando si
aspettano invece comportamenti altrui di tipo non cooperativo), la ma-
trice del gioco diventa quella di un gioco di reciprocità. Rabin (1993)
chiama “equilibri di equità” (fairness equilibria) gli equilibri di Nash
che si ottengono a partire dall’ipotesi che i soggetti siano guidati dalla
reciprocità, positiva e negativa. Camerer e Thaler (2003) rilevano co-
me a tali condizioni il PD originario si tramuti in un gioco di coordi-
namento con molteplicità di equilibri, sottolineando anche come tale
conclusione appaia compatibile con l’indeterminatezza che in effetti
sembra in generale caratterizzare situazioni di questo tipo, nelle quali
si osservano esiti differenti in contesti sociali e culturali differenti tra
loro.
275
Dilemma del prigioniero

È comunque importante sottolineare come, secondo alcuni autori, po-


nendo l’accento esclusivamente sul ruolo delle motivazioni individuali
ad agire (come in effetti accade in alcuni importanti lavori di economia
comportamentale), si finisca per sovrastimarne l’importanza nella spie-
gazione delle dinamiche sociali, sottovalutando di conseguenza il ruolo
dei fattori situazionali. Bicchieri (2000), ad esempio, si richiama ad im-
portanti dati empirici che proverebbero l’influenza di tali elementi ex-
tramotivazionali nella determinazione del comportamento individuale
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per presentato alla Tavola Rotonda sul tema «History of Economic
Thought: How and Why?», Bergamo 1991.

LUCA ZARRI

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vocabolo

 Dono
Il dono è una categoria universale dello spirito umano, ma esso assume
significati e ruoli diversi nelle varie epoche storiche e nei differenti con-
testi culturali. Fino a poco tempo fa, gran parte del pensiero sociale mo-
derno riteneva che il dono fosse una categoria arcaica e residuale: arcai-
ca perché diffusa nelle società primitive e non più attuale oggi; residua-
le perché confinata alla beneficenza o carità pubblica e privata. Una
consistente letteratura e numerose ricerche empiriche hanno invece di-
mostrato, negli ultimi anni, l’erroneità di questi assunti. Il dono è stato
riscoperto come categoria sociale fondante della società, in tutti i suoi
ambiti, e in special modo come motore delle relazioni sociali che chia-
miamo “civili”, in quanto non sono dettate né dal comando della legge,
né dal motivo del profitto o interesse economico, ma da valori e moti-
vazioni che mettono capo al libero agire delle persone come soggetti di
relazioni umanizzanti.
Si tratta di comprendere come possiamo oggi inquadrare il fenomeno
del dono all’interno di processi che ne mutano profondamente la rile-
vanza societaria. sia in termini di generalizzazione (il dono come “valo-
re” universalistico), sia in termini di diversificazione in forme distinte
(modi concreti di donare).
In via generale, possiamo dire che il dono, dopo essere stato messo ai
margini della società capitalistica, emerge sempre più come elemento
indispensabile dell’azione sociale, sia interpersonale sia generalizzata, in
quella società che chiamiamo postmoderna, o società rischiosa o anco-
ra (come poi si dirà) dopo-moderna. L’agire sociale del “donare” si spe-
cifica e prende forme concrete secondo modalità sempre più diversifi-
cate. A misura che la società si fa più complessa, fare un dono implica
scelte e competenze sempre più articolate (si deve scegliere quale tipo
di dono fare, e poi sapere come farlo in termini di mezzi, scopi, regole).
Le tematiche della differenziazione e integrazione delle diverse eticità e
competenze del dono sono ciò di cui dobbiamo parlare.
Le scienze sociali che si sono sviluppate dentro la modernità, hanno
avuto grandi difficoltà a comprendere l’esistenza, i modi di essere, il
ruolo e il valore del dono perché hanno posto una contrapposizione ra-
dicale fra la →gratuità (inerente al dono) e lo scambio (sociale in senso
lato). Siccome, per i moderni, lo scambio è essenzialmente una catego-
ria di utilità (in particolare come scambio di equivalenti monetari), essi
hanno creato una frattura insanabile fra il dono e lo scambio. Non è sta-
to così in tutte le società precedenti (e, a ben vedere, neppure nelle so-
277
Dono

cietà moderne e contemporanee, che sono state descritte spesso in mo-


do errato o distorto da sociologi, economisti, antropologi). Non lo sarà
neppure nelle società future. Infatti, come una serie di studiosi (M.
Mauss, C. Lévi-Strauss, A. Caillé, J. Godbout) hanno dimostrato, sia sul
piano teorico sia sul piano empirico, se è vero che il singolo atto del do-
nare è mosso da una motivazione individuale, tuttavia il dono – come
azione e relazione sociale – non può essere disgiunto da una soggiacen-
te struttura di scambio sociale (in senso lato) che non è limitata a due
attori (chi dona e chi riceve), ma si colloca sempre in una trama relazio-
nale assai più complessa che implica, almeno potenzialmente, un nume-
ro indefinito di attori.
Il rapporto fra dono e scambio è diventato un problema centrale con la
modernità, e oggi è il problema sociale fondamentale. Il dono è fatto in
vista di un qualche (pur incerto e indeterminato) scambio oppure è ta-
le solo se non implica alcun tipo di scambio?
Ad avviso di chi scrive, tale problema non può essere risolto dentro la
modernità. Infatti la modernità finisce in un paradosso radicale. Nel
suo codice simbolico, il dono “vero” è e può essere solamente gratuito,
ma nello stesso tempo ritiene che la gratuità non esista e non possa esi-
stere. Si parla del dono come enigma (Godelier 1996), come violenza,
come atto che uccide, in quanto pone il ricevente in una posizione di
passività e sottomissione. Alla fine del Novecento, proprio l’aver con-
trapposto il dono gratuito a qualsiasi modo di realizzare scambi umani,
ha portato buona parte delle scienze sociali a negare la positività della
categoria del dono. A misura che le società si modernizzano – così si di-
ce –, il dono diventa sempre meno il fattore per eccellenza di generazio-
ne del sociale, al contrario di quanto accadeva un tempo. La moderni-
tà è un modo di pensare che vede nel dono “una figura dell’impossibi-
le”. Il dono diventa addirittura impensabile.
Il fatto è che la società moderna ha progressivamente visto il dono con
sospetti di vario genere. A tutt’oggi, le correnti dominanti del pensiero
sociale ritengono che la gratuità sia del tutto apparente, perché in buo-
na sostanza dietro il dono ci sarebbe sempre un insieme di meccanismi
di scambio che lo attivano. Nell’Enciclopedia Einaudi, per esempio, si
legge che «il carattere sociale del dono così come lo si osserva oggi è es-
senzialmente dominato, foss’anche esternamente, dai rapporti borghesi
di produzione» (voce Dono, Einaudi, Torino 1978, vol. 5, p. 111). Va-
rie correnti di pensiero, da J. Baudrillard (1976) a J. Derrida (1996,
2002), interpretano il dono come morte: chi dona dovrebbe morire a se
stesso, e ciò, per questi autori, è incomprensibile.
278
Dono

Chi nega la possibilità e positività del dono finisce per adottare una vi-
sione paranoica e suicida della vita sociale (Teubner 2003). La moder-
nità ha cercato una specie di “dono assoluto” (ab-solutus da ogni inte-
resse), che però essa stessa ha dichiarato impossibile, finendo così in un
atteggiamento paradossale e autodistruttivo verso il valore del dono.
Per una soluzione non paranoica, occorre orientarsi verso una lettura dei
fenomeni che, per dirla con J. Godbout (2007), riesca a vedere che, sot -
to lo scambio, c’è il dono. In altri termini, o c c o r re vedere che il dono fon -
da lo scambio e non viceversa. Non solo perché il dono è il motore dello
scambio, in quanto ne costituisce il momento iniziale, che prevede l’ac-
cettazione e il ritorno, in un circuito indefinito (non ristretto a due) di
donatori e riceventi, ma in un senso più profondo e generalizzato: ossia,
per il fatto che ogni relazione sociale, inclusa quella di scambio, non è
umana se non nasce dal dono. Il dono gratuito è un trasferimento unila-
terale e senza condizioni, ma lo scambio successivo non è escluso.
Resta sempre, comunque, un dubbio circa le vere intenzione remote,
soprattutto quelle inconsce, del donatore e gli effetti sul donatario che
riceve senza meritare. In tutte le società, infatti, così come il dono è ap-
prezzato, esso è anche temuto: le regole della vita sociale non osserva-
no mai di buon occhio questo tipo di trasferimenti, giacché non si sa
che cosa essi celino e dove possano portare. Una interessante illustra-
zione di tale ambivalenza è quella relativa alla curiosità linguistica ri-
scontrabile nel vocabolario indoeuropeo: la parola gift può essere sdop-
piata nel suo contenuto semantico e diventare “dono” nella lingua in-
glese e “veleno” nella lingua tedesca (Mauss 2002).
Ci troviamo oggi in una situazione di profonda ambivalenza perché la
persistenza del dono diventa sempre più latente, enigmatica, parados-
sale. Salvo rilevare che c’è sempre più bisogno del dono, che solo esso
può salvare la società. Vediamo allora comparire anche una letteratura
contraria alla precedente, che assegna al dono un valore salvifico di ca-
rattere utopico. Spesso si tratta di correnti che si rifanno ad una qual-
che forma di socialismo moderno (da Rousseau a Marx), il cui minimo
comune denominatore sta nel proporre una concezione dell’evoluzione
storica in cui l’ultimo stadio consisterebbe in una restaurazione (subli-
mata) dell’età dell’oro, quando la società era dono, entro una visione di
anti-capitalismo umanista. L’eredità di queste tradizioni di pensiero gio-
ca ancor oggi un brutto scherzo quando si tratta comprendere l’impor-
tanza del dono gratuito nella storia umana.
Per chi intende rimanere sul terreno della realtà dei fatti sociali, dei bi-
sogni reali delle persone, dei reali rapporti di vita quotidiana, le visioni
279
Dono

“utopiche” del dono sono da evitare tanto quelle nichilistiche e para-


dossali di cui si è detto in precedenza.
Il dono non è fatto in vista dello scambio, ma, per essere socialmente
viabile, deve collocarsi in una rete di scambi simbolici.
Molti ritengono che il dono sia confinato alle famiglie e alle reti prima-
rie (parentali, amicali, di vicinato, di volontariato). Ma non è così. Il do-
no si trova in molte e diverse sfere della società, non in una sola sfera
(Komter 1996). Esso è presente ovunque, ma in maniera diversa per
ciascun luogo e momento della società. In altre parole, l’ubiquità del
dono è differenziata e qualificata.
Un modo per leggere questa pluralità di presenze e di forme articolate
è quello che utilizza un quadro concettuale secondo il quale, sia anali-
ticamente sia empiricamente, la società è descrivibile come una rete di
sistemi distinti e intrecciati fra loro che, ad un primo livello descrittivo,
si specificano in quattro sfere principali: il sistema economico, il siste-
ma politico, il sistema delle realtà associative volontarie, il sistema del-
le famiglie e reti informali. Come si colloca il dono in queste sfere?
Nel mercato (quello tipicamente moderno capitalistico), le relazioni
competitive possono usare il dono; lo fanno, ovviamente, in chiave
strumentale (come quando si fanno “regali” per vendere un prodotto);
qui il dono serve come mezzo finalizzato a trarre vantaggi comparativi
rispetto ai concorrenti; il dono non è il motivo iniziale, né quello prin-
cipale, dell’agire, ma è sempre subordinato allo scopo del profitto; il
dono è annesso ad un prodotto (bene o servizio) che è posto in vendi-
ta sul mercato, perciò ha un valore funzionale a quello che deve essere
venduto o ceduto per un qualche guadagno; la finalità del dono è at-
trarre clienti e il suo valore è apprezzato in tanto in quanto assolve que-
sta funzione.
Nel sistema politico-amministrativo, le relazioni redistributive usano il
dono come mezzo simbolico generalizzato di compensazione verso i più
deboli, poveri, sfortunati; il potere politico centrale obbliga con il coman-
do della legge i singoli membri (cittadini e enti collettivi) a dare un con-
tributo che viene accumulato al centro e poi ridistribuito in base a vari
criteri, fra cui quello della donazione gratuita; in certi casi, il sistema po-
litico-amministrativo usa il volontariato per fare questo tipo di dono: lo
può fare usando il volontariato spontaneo, come nel caso del dono volon-
tario e gratuito del sangue (che alcuni ritengono, come Titmuss 1970, la
base di una politica sociale), oppure con forme di “volontariato obbliga-
torio”, come nel caso del servizio civile (per esempio laddove sia obbli-
gatorio in alternativa al servizio militare) o altri servizi (ad esempio di uti-
280
Dono

lità sociale) quando sono comandati dallo Stato; molti entitlements di


welfare sono di questo tipo, sono doni che provengono da una ridistribu-
zione forzata; qui il dono si esprime come solidarietà sociale, della collet-
tività, nei confronti del bisognoso (u n d e r c l a s s, ecc.), e ha necessariamen-
te un carattere assistenziale, anche se viene chiamato altruismo sociale.
Nel sistema delle →associazioni volontarie di privato sociale o terzo set-
tore, in cui prevalgono relazioni cooperative spontanee (e non di com-
petizione per il profitto o relazioni di comando), il dono è il primum
movens delle azioni; queste forme sociali nascono da motivazioni disin-
teressate e si differenziano in base al fatto che usano criteri differenti
per organizzarsi nel tempo in vista della realizzazione dei fini statutari;
alcune organizzazioni innestano, per così dire, il dono nella →recipro-
cità (è il caso delle associazioni sociali e in buona misura della coopera-
zione di solidarietà sociale), altre cercano di mantenere il criterio del
dono come unico (“puro”) criterio di condotta; in particolare, nel vo-
lontariato cosiddetto puro, non c’è passaggio alla reciprocità, ma l’azio-
ne gratuita rimane fine a se stessa (gratis data) (Colozzi - Donati 2004).
Nel sistema delle famiglie e reti informali, in cui prevalgono relazioni al-
tamente personalizzate legate alle identità particolari di appartenenza
di ciascuno secondo il gender, le generazioni, la parentela, l’amicizia, la
vicinanza, il dono può apparire sempre puro, ma non è così; lo è certa-
mente quando, a partire dal dono della vita, c’è l’oblazione totale; ma,
di fatto, spesso il dono della vita nel generare un figlio è mescolato con
motivazioni di auto-realizzazione personale e di reciprocità fra genera-
zioni; nei codici simbolici propri di queste sfere l’agire di dono non si-
gnifica rinuncia ai vantaggi dello scambio che il dono può comportare,
tra vivi come tra vivi e morti, nelle relazioni fra le generazioni e tra i ses-
si, tenuto conto che la loro donazione reciproca “vale più dell’oro”.
Bisogna comprendere che il dono, anche quando è apparentemente lo
stesso, di fatto viene differenziato dal contesto in cui si trova (anche al-
l’interno dei quattro sistemi sopra richiamati) e dalla relazione di distin-
zione e combinazione fra tali contesti. Una stessa azione di dono ha si-
gnificato e valore diverso a seconda che il dono sia fatto in famiglia, in
un’organizzazione di volontariato, in un’economia di comunione, in un
servizio sociale di welfare state o in una transazione di mercato.
Si danno, poi, combinazioni miste. Il dono è presente in circuiti com-
plessi che combinano fra loro famiglie e reti informali, →terzo settore,
Stato e →mercato. Sono circuiti di scambi di doni allargati e indiretti.
Per comprendere da dove il dono venga e dove porti, e che cosa colui che
dona stia cercando, occorre contestualizzarlo. Il contesto è necessario per
281
Dono

comprendere il dono, perché in qualche modo lo in-forma. Senza conte-


sto l’agire gratuito diventa indecifrabile, suscita ansie, timori, dubbi, in-
certezze, perché solo il contesto definisce il senso dell’agire, e senza con-
testo non si può agire con con-senso (l’Alter potrebbe non capire).
Esistono vari modi di leggere il contesto. Un modo è quello di vedere
se esso sia definito come contesto di relazioni primarie (organizzate su
conoscenze e contatti personali) oppure come contesto di relazioni se-
condarie (organizzate su basi impersonali), e se esso abbia – in preva-
lenza – un carattere sociale, politico o economico (cioè quale codice
simbolico ne governa le distinzioni direttrici).
Un altro modo per leggere il contesto è quello di analizzarlo come in-
terpenetrazione e interdipendenza fra quattro elementi: una cultura
(modelli di valore), un insieme di regole sociali, gli obiettivi situaziona-
li a cui mira e i mezzi che usa.
Un altro modo ancora di comprendere il contesto è quello di vedere se
esso definisca il dono come una semplice interazione, in quanto lo po-
ne in una rete informale, oppure se lo definisca come una forma orga-
nizzata in una rete di scambi orientati a produrre qualcosa, e se ciò che
deve essere prodotto abbia un’utilità sociale, pubblica o privata, e se il
bene sia relazionale o meno.
Per essere sintetici, possiamo vedere il dono come la risultante di due
modalità di relazionarsi fra donatore e beneficiario in una determinata
cultura: (a) la modalità secondo il valore espressivo/meritorio vs stru-
mentale che il contesto culturale attribuisce al dono; (b) la modalità se-
condo il carattere intrinseco vs estrinseco del dono annesso da tale cul-
tura alla relazione che viene agita. Vediamo la tipologia dei contesti che
ne deriva.
a) Vi sono contesti nei quali il dono è fatto per un’utilità, pubblica o pri-
vata; si fa un dono gratuito, certamente, ma in vista di averne un van-
taggio, diretto o indiretto, particolare o collettivo; qui il dono ha un va-
lore strumentale ed è estrinseco alla relazione principale che si intende
attivare; questi contesti vengono definiti come mercato in senso genera-
lizzato.
b) Vi sono contesti nei quali il dono è fatto come assistenza al bisogno-
so, sia che ciò avvenga come filantropia pubblica o privata, sia che cor-
risponda a interventi di politica sociale o di benessere finalizzata alla
coesione sociale; il dono è qui, di nuovo, estrinseco alla relazione, ma il
suo valore è espressivo di solidarietà sociale; questi contesti sono quel-
li generalmente definiti di welfare state in senso generalizzato.
282
Dono

c) Vi sono contesti nei quali il dono viene fatto per dare vita ad una “im-
presa comune” (in senso lato), con un fine di utilità sociale; qui il suo
valore è strumentale, ma è intrinseco alla relazione sociale; ciò avviene
in gran parte delle organizzazioni di terzo settore come la cooperazione
sociale, l’associazionismo sociale, le fondazioni civili, e il volontariato
che agisce per conto di altri enti (pubblici o privati) su obiettivi e pro-
grammi predefiniti e rendicontabili.
d) Vi sono contesti nei quali il dono è fatto per il valore espressivo (me-
ritorio) che porta con sé ed è totalmente intrinseco alla relazione: l’uti-
lità che ha o l’obbligo che può incorporare è del tutto secondario e non
necessario; è l’agire gratuito puro, che si ha laddove il contesto è orga-
nizzato sul principio della produzione di un puro →bene relazionale
primario; si tratta di quell’agire che chiamiamo familiare, di amicizia, di
prossimità, di socialità pura, quando è il valore della vita che è in gioco,
quando ciò che conta è il solo valore umano della relazione.
È anche troppo facile osservare che il dono puramente gratuito è raro.
Esso vive del rapporto con le stesse fonti della vita sociale, è il motore
di quei beni relazionali che sono detti primari in quanto non possiamo
farne a meno per la nostra identità costitutiva. Esso rischia di burocra-
tizzarsi quando deve servire a generare un bene relazionale secondario.
Mentre perde decisamente di valore espressivo e di valore intrinseco
quando viene organizzato per produrre beni strettamente privati o
strettamente pubblico-statuali.
Si è sempre tentati di disprezzare il dono quando non è gratuito. Ma bi-
sogna ammettere che la forma pura del dono ha dei requisiti sociali ol-
tremodo onerosi. In ogni caso, sotto certe condizioni, è possibile distin-
guere il “vero” dono (gratuito) rispetto al dono commerciale, al dono
avvelenato, al falso dono, al “dono che uccide” (the killing gift come lo
chiamano B. Wood e J. Derrida), e così via.
Il dono viene spesso considerato come una manifestazione del sogget-
to-persona, e in questo caso si mette l’accento sulle motivazioni spiri-
tuali, coscienziali, psicologiche dell’individuo. Ciò non è sbagliato, an-
zi, è essenziale. Ma costituisce solo un lato della medaglia. Infatti, poi-
ché l’individuo astratto non esiste, un dono come manifestazione del
soggetto puro è a sua volta una pura astrazione. Il dono gratuito esiste
in una relazione e prende sostanza e significato in e da quella relazione.
Nella relazione bisogna essere almeno in due, e la relazione ha una esi-
stenza propria che non può essere ridotta alle caratteristiche di chi fa e
di chi riceve il dono. Il dono gratuito esiste solo in un contesto e come
espressione di soggetti che lo esprimono inter-soggettivamente.
283
Dono

Il dono autentico come relazione sociale può essere indagato tramite tre
semantiche fra loro connesse (Donati 2000).
Primo, nella semantica del refero, la relazione di dono è un riferimento
simbolico ad uno scopo significativo: il dono sta a significare una rinun-
cia positiva, un trasferimento unilaterale incondizionato, per il puro be-
ne del destinatario; è importante sottolineare che l’affermazione ha un
valore primariamente analitico e non empirico, nel senso che in questa
semantica il dono vale come motivo iniziale (motore) della relazione, in
quanto si entra in relazione accettando il rischio della perdita totale, ma
– empiricamente – non si esclude a priori che l’alter possa a sua volta re-
agire positivamente, e anche dare qualcosa in ritorno, contraccambiare,
reciprocare, e così via, anche se – appunto – l’azione non è né mossa
dallo scopo di un contraccambio per quanto differito e improbabile.
Secondo, nella semantica del religo, la relazione di dono è l’affermazio -
ne di un legame sociale; il legame che si instaura o viene rinforzato non
ha altri mezzi e altre norme che se stesso, non ha costrizioni esterne, né
condizionamenti di altro genere, esso è legame per sé e in sé, per il fat-
to stesso di mettere in relazione, non conosce altre regole di obbligazio-
ne o debito su risorse che la norma del donare (si deve dare perché so-
lamente così si può sentire quanto sia bello essere legati all’altro/agli al-
tri); anche qui l’affermazione è primariamente analitica, il che significa
che, empiricamente, non è escluso l’uso di altri mezzi e regole, che in
ogni caso saranno subordinati a quelli propri del dono.
Terzo, nella semantica della relazione come effetto emergente, la relazio-
ne di dono è il prodotto del “combinato disposto” delle due semanti-
che precedenti, allorché tale prodotto si eccede nella propria distinzio-
ne direttrice: fare dono anziché qualcosa d’altro; in concreto, il dono è
qui la relazione che costituisce l’identità di ego come colui che dona
qualcosa o tutto se stesso ad alter, nella relazione emergente costitutiva
dei soggetti in relazione; il dono è allora la relazione che rende vitale il
nostro essere-insieme, il vivere insieme secondo una certa forma socia-
le (famiglia, associazione, impresa, ecc.).
Il dono come relazione sociale è l’attualizzazione di una azione di cura
(care), di presa in carico, che si costituisce sempre sulla base di questa
triplice semantica (re f e r o, re l i g o, relazione emergente) (Donati 2000).
Nel caso del dono “veramente” gratuito, il destinatario del dono e il
vincolo del dono corrispondono alla affermazione della relazione come
tale, della relazione come espressione della vita sociale in sé e per sé. Il
dono veramente gratuito non ha altro significato che il dono stesso e
non è vincolato ad altro che a se stesso. Ciò che è in gioco è il puro dar-
284
Dono

si all’Altro. Qui è la sorgente della società come relazione. Le “aggiun-


te” a questa relazione originaria, e anche le utilizzazioni che se ne pos-
sono fare nei più disparati contesti, come avviene quando sul dono si
innesta la norma della reciprocità, non possono intaccare la matrice ge-
nerativa originaria del dono come relazione. Sappiamo che la relazione-
dono può avere i più disparati svolgimenti; essi sono moneta corrente
nella vita ordinaria, e non ci possono meravigliare più di tanto. Ciò che
importa è riuscire a distinguere la reciprocità come scambio, anche sim-
bolico, dal dono gratuito come motore della reciprocità.
La relazione-dono ha una struttura interna e una struttura di relazione
ad altro da sé (cioè alle relazioni che non sono dono).
Nella sua struttura interna, la relazione-dono deve rispondere a quattro
esigenze: deve avere un valore (ciò che valorizza la relazione-dono non
è l’oggetto o il servizio che si dà, ma il valore stesso della relazione in
quanto umana), una norma (dare senza condizioni), un’intenzione (il
bene dell’Altro), un mezzo (l’oggetto donato o il servizio reso; e si noti
che si può donare con maggiore o minore competenza, ossia che non
basta donare, ma si può farlo con maggiore o minore adeguatezza di
strumenti e cognizioni nei confronti del destinatario e della situazione)
Nella sua struttura esterna, la relazione-dono deve distinguersi dalle re-
lazioni che non sono di dono. La relazione-dono si definisce in base ad
una doppia (e sempre combinata) selezione. Primo, deve decidere se
scegliere l’auto-nomia o l’etero-nomia, cioè se il dono è fatto in sé e per
sé oppure se serve un altro tipo di relazione o dipende da un’altra rela-
zione; qui il riferirsi a sé significa trovare in sé la propria ragione (rego-
la) di vita. Secondo, deve decidere se avere un carattere gratuito oppu-
re di mezzo per altre relazioni. La gratuità viene così definita non solo
in senso negativo (come assenza di compenso e remunerazione), ma an-
che in senso positivo, come affermazione di un bene, come presenza,
come valorizzazione della relazione in quanto tale e di tutto ciò che es-
sa porta di bene a coloro che stanno in essa.
Il dono, abbiamo detto, esiste in ogni relazione se e nella misura in cui
essa non dipende solo da meccanismi tecnici, ma abbisogna di una spe-
cifica qualità relazionale, non fungibile dalla tecnica. Se la società cre-
sce di complessità, anche il dono deve crescere di complessità. Il fatto
che oggi sia così difficile rintracciarlo può essere spiegato in vari modi:
perché aumenta la difficoltà di riconoscere ciò che sta all’origine di una
relazione in ragione della crescente complessità dei circuiti di scambio,
perché si approfondisce la latenza dei valori che motivano il dono, per-
ché cresce la differenziazione dei doni nelle sfere pubbliche e private,
285
Dono

in presenza di concomitanti processi di pubblicizzazione e privatizza-


zione. Ma, in buona sostanza, la difficoltà di vedere il dono oggi dipen-
dono dal fatto che nelle scienze sociali hanno prevalso e continuano a
dominare degli schemi utilitaristici, di tipo individualista o olista, che
obliterano i fenomeni sociali, aventi anche un carattere economico, che
operano per mezzo del dono, con esso e attraverso di esso. Il dono può
essere visto solo se si adotta un terzo tipo di paradigma (Caillé 1998)
che possiamo chiamare relazionale, il quale permette di vedere quanto
gli altri paradigmi rimuovono sistemicamente, e cioè le sfere delle rela-
zioni civili, aventi un carattere economico e sociale, che chiamiamo pri-
vato sociale, terzo settore ed economia civile.
Possiamo rintracciare e comprendere la presenza, il valore e le funzio-
ni sociali del dono in una società avanzata e complessa solo se assumia-
mo che la società contemporanea si sta profondamente differenziando
e continuerà a differenziarsi in sfere sociali in cui il dono assume una
presenza diversificata.
Se è vero che il dono è un mezzo comunicativo che deve essere ricono-
sciuto in tutte le sfere relazionali della società, è d’altra parte vero che
il dono è anche una relazione sui generis che ha un suo luogo di istitu-
zionalizzazione specifica, senza la quale le forme del riconoscimento ge-
neralizzato diventano latenti, incerte, problematiche.
Con la differenziazione delle relazioni sociali in sfere che prescindono
dall’umano (sfere tecniche) e in sfere che si qualificano solo o prevalen-
temente per la qualità relazionale (sfere umane), emergono anche dei
“luoghi” della società che sono deputati a istituzionalizzare il momento
generativo dei doni, in particolare quelli gratuiti, secondo processi crea-
tivi di beni e servizi che, come singoli doni aventi caratteristiche diver-
se, vengono poi fatti circolare, a certe condizioni, nelle altre sfere della
società. Permane sempre, comunque, il problema di come queste altre
sfere li riconoscano o meno, li incentivino o meno, e sotto quali condi-
zioni ciò avvenga o possa avvenire.
Tali luoghi sono i seguenti; i) innanzitutto quelli delle famiglie, e poi
delle reti informali e comunitarie che esse attivano; ii) la sfera del priva -
to sociale (le forme associative private che si costituiscono per persegui-
re fini prosociali); iii) il cosiddetto terzo settore (organizzazioni e impre-
se →non profit); iv) e l’economia civile, cioè di quelle imprese che rea-
lizzano un mercato che non è né eticamente neutro (asociale), né anti-
sociale (di semplice sfruttamento dei fattori della produzione), ma è ca-
pace di una eticità che realizza incontri civili e civilizzanti, perseguendo
la felicità pubblica (Bruni - Zamagni 2004).
286
Dono

Fra queste quattro sfere esiste una certa continuità e normalmente un


certo flusso di interscambi positivi. L’economia civile si muove prevalen-
temente su un terreno economico. Il terzo settore sta a cavallo fra l’eco-
nomia e il sociale. Il privato sociale è essenzialmente sociale, ma proprio
per questa ragione, costituisce, in un certo senso, la matrice di tutte le
sfere civili. La diffusione specifica del privato sociale sta nel fatto che, in
esso con esso e per esso, il dono viene posto come pre-requisito istitu-
zionale per una costituzionalizzazione di organizzazione private (defini-
te dai propri statuti). In quella che possiamo chiamare la “volontà statu-
taria” di una sfera di privato sociale, c’è l’intenzione di valorizzare un be-
neficio fatto ad altri come dono, e, in conseguenza di ciò, vengono pre-
disposte norme e mezzi ad hoc per realizzare tale intenzione.
Le organizzazioni di privato sociale differiscono da ogni altro tipo di or-
ganizzazione per questa caratteristica, la quale, a misura che viene uti-
lizzata per le ri-distinzioni interne, caratterizza anche le distinzioni fra
le varie organizzazioni di privato sociale. Queste ultime differiscono fra
loro precisamente in quanto organizzano il motivo originario del dono
con sistemi d’azione che realizzano il valore-scopo del dono con norme
e mezzi differenti tra loro; infatti, anche laddove le finalità possono es-
sere analoghe o simili, utilizzare norme e mezzi diversi configura rela-
zioni donative (cioè effetti emergenti) del tutto differenti. In secondo
luogo, le organizzazioni di cui si parla differiscono per il modo in cui
scambiano mezzi e norme con l’esterno.
La complessità delle relazioni odierne fa sì che anche le forme di priva-
to sociale debbano inter-agire, scambiare, negoziare, ecc. con le altre
sfere. E ciò comporta condizionamenti, vincoli, trasferimenti di norme
e mezzi da un dominio all’altro che non sono prive di conseguenze an-
che sulle identità statutarie di queste organizzazioni. Se lo Stato impo-
ne certe norme o il mercato rende più competitivi certi strumenti, al
privato sociale si impone l’alternativa di includere o escludere queste
possibilità, e ciò comporta delle selezioni particolari nei modi di adat-
tamento di ogni organizzazione al suo ambiente. È anche per questo
che la differenziazione delle organizzazioni del dono è e sarà sempre
più senza posa.
I rischi di statalizzazione e mercantilizzazione delle sfere civili (privato
sociale, terzo settore, economia civile), come di altre forme di coloniz-
zazione, sono sempre più forti. Le organizzazioni che vogliono perse-
guire la loro volontà statutaria ispirata al dono possono persistere e ri-
generarsi solo mediante un’adeguata riflessività interna all’organizza-
zione, che selezioni fra le diverse modalità di valorizzare il dono e ren-
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Dono

derlo motore di diverse modalità di intervento (volontariato, →coope-


razione, ecc.).
In conclusione. Per umanizzarsi,