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BACKGROUND

Nelle terre occidentali per generazioni le tribù Spargi-Sangue, Mangia-Teste e


Artigli D’Acciaio avevano prosperato.
Cacciagione e raccolta erano le loro principali attività di sostentamento,
questo prima dell’arrivo dei primi insediamenti umani.
Gli uomini non avevano alcun rispetto per la natura ed il suo equilibrio,
attirati dal potere della conquista di nuovi territori e dal proprio benessere, si
insediarono in quelle terre.
Abbatterono alberi sacri e distrussero totem protettori considerandoli delle
opere blasfeme e barbare.
Uccisero i nativi che incontrarono, creando un’ostilità tra le due fazioni.

Rapidamente misero alle strette le tribù di orchi che abitavano quei luoghi e
fu subito guerra.
Gli orchi iniziarono a razziare i villaggi, uccidendo, stuprando e bruciando.
Shinna Spargi-Sangue, moglie del capo tribù Grosh Spargi-Sangue, divenne
incinta, probabilmente come risultato di uno stupro durante una razzia visto
che diede alla luce due gemelle mezzosangue: Mellimnya e Mogra.
Erano mezzosangue e, come altri nella tribù, odiati da gran parte della
popolazione orchesca, tuttavia Shinna e Grosh le vedevano comunque come
figlie e le proteggevano: Grosh era piuttosto temuto per la sua forza e ferocia.
Shinna insegnò alle figlie che quando un avversario moriva combattendo in
battaglia, era bene ringraziare gli dei con un rito.
Tale rito consisteva nel intingere la mano nel sangue dell’avversario e
spargerlo sulla propria arma, intonando poi una preghiera a Yurtrus, dio della
morte: “La forza, la rabbia e la vita sono nel sangue; quando questo fugge via,
non rimane che la morte, e anch’ella vuole essere chiamata per nome”.
Quando invece un avversario si rivelava debole, privo di spina dorsale,
codardo o comunque si voleva punire qualcuno, esisteva un altro rito:
consisteva nel tagliare la pelle del volto dell’avversario e appenderla da
qualche parte in modo che “questa maschera” potesse guardare il corpo
sconfitto e che Yurtrus, una volta sceso in terra per recuperarne l’anima, non
avrebbe potuto riconoscerlo.

IL SIGNORE/AUTORITÀ DEL REGNO inviò un esercito per spazzare via


quelle tribù che stavano infastidendo i villaggi di quelle zone.
In nome suo distrussero i piccoli villaggi tribali, bruciando le capanne e
uccidendo chiunque si opponesse.
Le due gemelle videro i propri genitori cadere in battaglia, mentre tutta la
tribù veniva annientata dall’esorbitante numero di invasori.
Fieri nelle loro armature scintillanti e sotto quegli stendardi colorati,
inneggiando agli Dei ed al Re che avevano permesso queste crudeltà,
spazzarono via quelle tribù.
Mogra venne catturata, mentre Mellimnya, raccolta l’arma della madre e
intenzionata ad uccidere quegli uomini che stavano portando via sua sorella,
venne colpita alle spalle, stordita cadde a terra e perse i sensi.

Si svegliò in una carro chiuso da inferriate, legata proprio come altri


mezzosangue.
Arrivati alle porte della città il carro fu fatto fermare e i mezzosangue vennero
fatti scendere e messi in fila.
Vennero scelti tra i maschi quelli fisicamente più prestanti e portati in
caserma.
Le donne più belle vennero portate al palazzo del SIGNORE LOCALE.
I bambini rimasero sul carro, che presto ripartì per un altra destinazione.
Viaggiò X GIORNI e si fermò nella città di XXXX, vennero scortati in un
sontuoso palazzo, lavati, vestiti e nutriti sempre tenuti d’occhio da alcuni
uomini in armatura.
Venivano trattati bene, istruiti e nutriti, sebbene non fosse concesso loro di
lasciare il palazzo e chi ci provava veniva punito.
Il motivo per cui si trovavano in quel palazzo era fungere da divertimento per
un gruppo ristretto di persone benestanti; donne e uomini vestiti con delle
tuniche tutte uguali e delle maschere dorate ognuna raffigurante diversi
animali visitavano la notte le loro stanze.
I primi stupri tuttavia venivano effettuati da un corpo di guardie, in modo da
smorzare completamente eventuali comportamenti violenti o rifiuti; quando
poi il soggetto era pronto ad abbandonarsi al suo destino veniva messo a
disposizione del “pubblico”.

Mellimnya divenne una bella donna, non si suicidò come alcune erano
riuscite a fare, si innamorò invece di una giovane guardia del signore, tale
Emio Vallanis.
Il loro amore non poteva funzionare, nonostante fosse vero e puro, i due non
potevano che scambiarsi qualche sguardo ed a volte tenersi le mani lungo il
tragitto che separava la camera al bagno o alla sala da pranzo.
Inoltre gli adulti non rimanevano mai nel castello per molto tempo.
Emio le aveva raccontato che venivano portati in una cittadina non molto
lontana per essere venduti come schiavi.
L’uomo la convinse a tentare la fuga con lui per vivere una vita lontana dal
passato e dalle ingiustizie subite.
Furono scoperti e nella lotta lui venne ucciso. La morte di Emio le causò un
dolore tale che uccise ancora dieci uomini prima di ritrovarsi a scappare per
salvare la pelle.

Si rifugiò nelle strade della cittadella, senza nulla, ne soldi ne cibo, distrutta
dai sentimenti, triste e abbandonata al suo destino.
La gente la vedeva come un rifiuto, c’era chi insegnava ai propri figli a tirare
frutta e verdura marce a quella creatura, ridendo di gusto e insultandola
quando ella prendeva quei rimasugli e li mangiava avidamente.
Alcune guardie provavano divertimento nell’allontanarla a calci con la scusa
che “disturbava i passanti” o “dava una cattiva impressione alla cittadella”.
La notte le cose si facevano anche peggiori: c’era chi le pisciava addosso, chi la
picchiava o la stuprava.

Sul punto di abbandonarsi tra le braccia della morte, ripercorse la sua breve
vita costernata da violenza e ingiustizia, e decise che era il momento di
imporsi con la forza.
Si ribellò prima con una guardia che tentava di maltrattarla come al solito,
dandogli un bel pugno sul grugno.
Fu rinchiusa due giorni e picchiata a dovere.
Quando uscì dalla caserma, ancora malconcia, la sua tristezza stava svanendo
sostituita da un sorriso: quella guardia aveva fatto una faccia talmente stupita
e disturbata dall’accaduto.

La notte si mise al solito posto aspettando “gli abitué” e li massacrò di botte.


Una guardia che passava di lì si intromise, ovviamente dandole contro.
Inutile dire che lasciò i tre privi di senso sul terreno che odorava di piscio e
vomito.
Il giorno dopo fu contattata da un misterioso figuro, il cui mandante era
intenzionato a proporle un lavoro.

Iniziato questo nuovo lavoro al servizio di XXXXX capo dell’organizzazione


criminale locale, dapprima fu ostacolata dalle forze dell’ordine, specialmente
dalla guardia lasciata a terra quella notte.
Col tempo tuttavia si fece un nome, “La Vandala”, era abbastanza conosciuta
in città come una persona che non si faceva troppi scrupoli nel dire se il
prezzo di un taverniere era troppo alto o qualcuno stava infastidendo lei o il
suo signore.
Si occupava di riscuotere i debiti per l’organizzazione e proteggere clienti
speciali in visita al suo capo.

Una notte si prese la libertà di organizzare una sua piccola rivincita sul
SIGNORE LOCALE che le aveva distrutto la vita.
Tramite qualche piccola conoscenza organizzò un diversivo per attirare le
guardie del palazzo, mentre ella entrò col suo martello e fece un disastro,
distruggendo statue, tavoli, oggetti d’arte e lasciando la raccolta degli oggetti
di valore agli altri partecipanti.
Uccise tutte quelle figure vestite con tuniche bianche e maschere dorate,
radunando i corpi nella sala principale.
Il SIGNORE LOCALE lo catturò vivo, mentre stava per stuprare l’ennesima
bambina.
Lo portò nella sala principale dove incise accuratamente la pelle del viso dei
cadaveri e quella del signore stesso, come a creare una maschera.
L’uomo urlava di dolore e di paura, Mellimnya poteva sentirla chiaramente.
Ribaltò un tavolo e poggiò tutti quei visi dallo sguardo vuoto rivolti a guardare
la pila di corpi, mentre col martello fracassò la testa dell’uomo.

Qualcuno vocifera che la Vandala sia la responsabile di quel massacro,


tuttavia quando le guardie arrivarono trovarono in mezzo a quello scempio
solo pochi bambini e bambine troppo spaventati o deboli per muoversi.
Oltretutto oramai le guardie della cittadina non osavano più prendersi gioco
di lei, sia per la sua reputazione, sia perché l’organizzazione criminale era
ormai emersa come potenza locale.

Guadagnò la fiducia del suo signore diventando parte della sua scorta
personale.
Oltre a questo si occupava anche di pagare le guardie, con cui, considerando
gli eventi passati, era più abile nel trattare; eliminare eventuali neo assunti
catturati che si rivelavano pericolosi per l’organizzazione e mettere al proprio
posto individui troppo ambiziosi.

Una sera un uomo di nome Evan Sapodis, avventuriero novizio, si trovò al


momento sbagliato nel posto sbagliato.
Si intromise durante una riscossione di debiti nell’emporio del Signor Thorn,
iniziando un rocambolesco combattimento all’interno.
Mellimnya finì erroneamente per fracassare la testa del povero Signor Thorn
che si era messo in mezzo per fermare quella lite.
Mise fuori combattimento Evan, e dopo aver speso qualche parola per il
povero Signor Jacob Thorn, andò dalle guardie pagandole per incolparlo
dell’accaduto.
Evan tuttora giace nelle prigioni di XXXXX per un crimine che non ha
commesso.