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LA POLITICA ESTERA ITALIANA NEL VICINO ORIENTE

LA POLITICA ESTERA ITALIANA


NEL VICINO ORIENTE
di Pietro Longo

Il retaggio ottocentesco e l’epoca fascista

Nel 1931 Gabriele Paresce, allora professore di Storia dei Trattati alla Reale
Università di Perugia e futuro diplomatico durante e dopo il fascismo, presentò un
saggio dal titolo Italian Foreign Policy1 alla Chatham House, istituto londinese di
ricerca sulla politica estera, fondato nel 1926.
L’autore iniziava spiegando lo storico interesse italiano per i due teatri dell’Africa
settentrionale e dei Balcani, alla luce dei mutati rapporti con la Francia. Quest’ultima
aveva occupato nel 1881 la Tunisia, terra promessa all’Italia, dietro istigazione del
Bismarck. I rapporti tra i due Paesi, legati da “fratellanza latina”, si erano incrinati a
tal punto che Roma qualche anno più tardi scelse di aderire alla Triplice Alleanza,
assieme alla Germania guglielmina e all’Impero asburgico. Nel 1896 un accordo
concedeva ai circa 80 mila italiani residenti in Tunisia di poter vivere tranquillamente,
ma questo non riuscì a migliorare del tutto i rapporti italo-francesi2.
Il patto di Londra del 1915, che impegnava l’Italia a scendere in guerra a fianco
delle potenze della Triplice Intesa, riconosceva la sovranità italiana sulle isole del
Dodecaneso, occupate nel 1913, l’interesse a mantenere l’equilibrio nel Mediterraneo
e nel caso di una totale o parziale divisione dell’Impero Ottomano, la regione meridionale
di Antalya. Per quanto riguarda i Paesi arabi, venuto meno il dominio turco, l’Italia si
pronunciava in maniera favorevole alla formazione di un Potere musulmano
indipendente nella Penisola Araba e nei luoghi santi dell’Islam. Infine il patto prometteva
acquisizioni territoriali favorevoli in Libia, a detrimento dei possedimenti francesi3.
Il successivo accordo Tittoni-Pichon del 1919 concedeva un fazzoletto di terra tra
Ghadamis e Ghat, nel Fezzan, e restituiva le oasi di al-Barakat, occupate all’inizio
della Grande Guerra. Il trattato di Sèvres firmato nel 1920, confermava l’annessione
del Dodecaneso da pare italiana e stabiliva una zona di influenza a sud-ovest
dell’Anatolia, poi annullata dal Trattato di Losanna del 1923.
L’Italia non era riuscita ad ottenere quanto sperava (cioè quanto gli accordi avevano
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promesso) ed il Paresce, scrivendo un decennio dopo, sottolineava la differenza di

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trattamento che i francesi mostravano di riservare agli italiani, al confronto con gli
inglesi. Questi esempi (insieme ad altri relativi all’area balcanica) servivano all’autore
per rafforzare la tesi della vittoria mutilata e per dimostrare la ventata di novità che il
fascismo aveva instillato alla politica estera. Rispetto al passato e soprattutto rispetto
ad altri paesi, l’Italia aveva assunto l’interesse nazionale come linea guida del proprio
agire internazionale.
In un’altra parte del saggio, discutendo della concezione italiana della sicurezza, il
futuro ambasciatore scriveva che la “triade della pace” costituita da “arbitrato, sicurezza
e disarmo” necessitava di essere riconfigurata, piazzando il disarmo al primo posto4.
Soltanto tra paesi disarmati può radicarsi un pieno senso di sicurezza e di conseguenza
i diverbi possono essere risolti attraverso la via arbitrale. E ancora, elencando le
regole generali di politica estera italiana, il desiderio di pace possedeva il primato. Ma
proprio in virtù di questo principio di necessità e considerando i bisogni italiani di terra
per dare lavoro alla gente e di materie prime per foraggiare l’industria, Roma, nel
quadro della Società delle Nazioni, domandava libertà di movimento per i cittadini ed
una equa ridistribuzione di quelle terre “non sufficientemente sfruttate”.
Veniva rivendicata l’acquisizione di un “posto al sole” per garantire al Paese ciò di
cui mancava e per elevarlo ad una posizione più degna, rispetto alle altre grandi
potenze europee. Queste, come la Francia o l’Inghilterra, erano state agevolate
dall’aver raggiunto precocemente l’unità. L’Italia invece si era resa uno Stato
indipendente e sovrano solo nel 1880, sottolineava il Paresce. Prima di quella data
non poteva certo imbarcarsi in operazioni coloniali, non avendo ancora nemmeno dei
confini ben definiti. Si deve inoltre rammentare che all’inizio del XX secolo, gran
parte della penisola conobbe un rapido sviluppo economico che condusse ad un aumento
vertiginoso della popolazione, ad un incremento del PIL ed alla nascita di un primo
nucleo industriale, nel settore pesante, fattori che diedero impulso ad una tendenza
espansionistica5.
Il discorso portato avanti dallo scrittore è molto sottile e raffinato e non è ovviamente
una brutale richiesta di territori vergini, sulla base degli altrui possedimenti. C’è molto
di più. La “ridistribuzione” varie volte ribadita e sottolineata è in verità la ricomposizione
dell’equilibrio europeo, o meglio la creazione di un più equo, perché fondato sulle
decisioni della Società delle Nazioni, balance of power. Il paradigma del “Realismo
Politico”, soprattutto nella veste neo-realista elaborata da Kenneth Waltz6, considera
l’esistenza di un sistema internazionale, esclusivamente sulla base dell’effettivo
equilibrio esistente tra i suoi poli. È lecito supporre che la brillante lezione del professor
Paresce altro non sia stata che una manifestazione dell’ambizione italiana di diventare
uno dei poli del nuovo sistema internazionale post-bellico e quindi un retorico
avvertimento circa gli sviluppi imperiali del fascismo ed il progetto di “Grande Italia7”.
Se il sistema internazionale abbisognava di una ridefinizione e se “l’occidente ha
chiuso la porta dell’amicizia nei nostri confronti, specie sotto il profilo dei guadagni
economici”, allora l’Italia doveva guardare ad est.
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La “grande strategia” italiana puntava dunque a sfidare lo status quo, localizzando

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gli interessi nazionali in oriente. Ad esempio uno dei tanti avamposti strategici offerti
dalla zona anatolica era il Mar Nero, il cui accesso non era ancora del tutto chiuso a
differenza di quello di Gibilterra o di Suez. Da quell’area potevano transitare materiali
di tutti i tipi come petrolio, ferro e carbone. In più l’Inghilterra, argomentava lo scrittore,
non si sarebbe forse sentita a proprio agio se questi cancelli fossero stati regolati da
un alleato? Nella prospettiva di un’espansione verso est, si spiegavano anche i rapporti,
esclusivamente economici pur tuttavia floridi che Roma intratteneva da tempo con il
gendarme del Mar Nero, l’Unione Sovietica. Ma se un tale atteggiamento consentiva
di mantenere gli affari in quel quadrante, solo il placet britannico avrebbe legittimato
un controllo netto da parte italiana, che secondo la retorica fascista aveva profonde
radici (cioè giustificazioni) storiche e geografiche.
La captatio benevolentiae del docente italiano serviva sia a procurare almeno la
neutralità inglese per le mosse future ordite da Roma, sia anche a motivare le azioni
che in meno di un decennio il fascismo aveva già messo in atto. Ad esempio, una volta
acquisita la sovranità sul Dodecaneso, nello stesso 1923 il governo di Roma aveva
tentato di occupare l’isola di Corfù, fatto che provocò una crisi diplomatica. Ambedue
gli avvenimenti indispettirono decisamente la Grecia, che nei calcoli del Duce, era ad
un passo dallo scendere nuovamente in guerra contro la Turchia8. Due giorni dopo la
cacciata dall’isola del contingente guidato da Enrico Tellini, morto nell’agguato, Mussolini
mandava un ultimatum ad Atene, prima di bombardare Corfù. La questione si risolse
con un indennizzo di 50 milioni di lire da parte del governo greco e con il ritiro delle
truppe italiane. Ma già con questo attacco, definito dall’Inghilterra “malaugurato inutile
bombardamento9”, il fascismo aveva rivelato quel suo spirito aggressivo e incurante
degli accordi internazionali, a differenza di quanto Paresce cercava di far credere.
L’articolo in questione dimostra però con chiarezza il profondo rispetto che Roma
inizialmente nutriva per l’Inghilterra. Nel 1926, onorando le promesse fatte a Versailles,
Londra concesse all’Italia l’Oltregiuba, un’area semidesertica in Kenya e diede il
benestare per una maggiore infiltrazione in Etiopia, sorpassando il governo di Addis
Abeba. Tra il 1922 ed il 1932, fu completata la riconquista della Libia, più volte ostacolata
dalla strenua resistenza della confraternita mistica della Sanusiyya ed anche in questo
caso i britannici non ebbero da obiettare10. L’attacco all’Etiopia lanciato nel 1935
conclude la lista degli interessi e delle imprese italiane condotte ad est della penisola.
Benché il Corno d’Africa non rientri stricto sensu nell’area del Vicino Oriente, va
annoverato per almeno due ragioni. Innanzitutto per la sua importanza geopolitica:
controllarlo significava influenzare il passaggio tra il Mar Rosso ed il Mediterraneo.
In secondo luogo, la scelta di Mussolini di conquistare quell’area, nonostante le sanzioni
economiche che seguirono ed il celere peggioramento nei rapporti con l’Inghilterra, si
rivelò strettamente collegata alla sorte della politica energetica fascista. Nel 1929,
quando la crisi economica mondiale era ormai alle porte, all’Italia si presentò la
possibilità di partecipare alle missioni di esplorazione del sottosuolo iracheno. Com’è
noto, parallelamente al patto di Londra, la diplomazia segreta franco-britannica aveva
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condotto accordi di spartizione dello scacchiere del Medio Oriente. Gli accordi Sykes-

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Picot del 1916, assieme alla Dichiarazione Balfour dell’anno successivo, erano in
netta contraddizione tanto con le trattative di Henry McMahon e lo Sceriffo di Mecca
al-Husayn, quanto con le promesse fatte agli italiani nel patto di Londra. Gli arabi,
specie nella persona di Shakib Arslan, eminente nazionalista ed amico di Mussolini,
accolsero positivamente l’idea di un coinvolgimento italiano negli affari petroliferi
iracheni, come rappresaglia del tradimento subito11. Nell’agosto del 1929 l’Agip,
azienda di Stato in materia di energia e combustibili, raggiunse un accordo con la
British Oil Development, una compagnia petrolifera inglese privata fondata nell’anno
precedente. La convenzione non entrò subito in vigore perché l’Iraq Petroleum
Company, azienda dietro la quale si celava il governo britannico, desiderava mantenere
il monopolio su tutti i giacimenti mesopotamici. Servirono sia le simpatie che Mussolini
riscuoteva negli ambienti arabi, sia l’infaticabile “shuttle diplomacy” del Generale
Mola per consentire l’ingresso della BOD (dunque dell’Agip) in Iraq a patto di
ridistribuire il capitale sociale della stessa compagnia, garantendo al governo iracheno
il 51% delle quote. Il 22 aprile del 1932 la BOD aveva firmato un accordo per sfruttare
per 75 anni eventuali giacimenti rinvenuti sulla riva destra del Tigri. Questo fatto
mobilitò altre compagnie italiane e perfino il Banco di Roma aprì una filiale a Baghdad.
Ma l’attacco all’Etiopia e il costante peggioramento dei rapporti anglo-italiani,
misero l’impresa italiana in una posizione complicata tanto più che la Società delle
Nazioni minacciava sanzioni proprio sul petrolio. Mussolini allora si convinse a ritirare
il Paese dall’Iraq, preferendo in ultima istanza “il bene della Patria”.
Questi fatti accadevano nello stesso momento in cui la politica mediterranea del
regime fascista stava conoscendo un nuovo impulso. Nel 1936 il Duce incontrò il
Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husayni che gli chiese appoggio contro il
sionismo. In generale però la solidarietà verso i musulmani serviva a Roma per
contrastare efficacemente la presenza della Gran Bretagna e della Francia nell’area
e poco aveva a che vedere con un reale interesse per la “causa araba”.

L’Italia ed il bacino del Mediterraneo durante la Guerra Fredda

La politica estera italiana negli anni della Guerra Fredda si è sviluppata attorno a
tre pilastri: atlantico, europeista e mediterraneo. Il primo riguarda l’adesione di Roma
al sistema di sicurezza del Patto Atlantico, il secondo agli sforzi diplomatici protesi alla
creazione di un organismo sovra-statale ed infine il terzo pilastro indica le manovre
compiute nel settore geopolitico del Mar Mediterraneo. Sul piano interno, fin dal 1948
e per almeno trent’anni, le forze politiche di sinistra subirono un ostracismo implicito,
dato che gli Stati Uniti temevano l’arretramento di Roma dal blocco occidentale e
dunque la possibilità per l’URSS di affacciarsi nel Mediterraneo12.
In questo settore, prima della firma del trattato di pace nel 1947, De Gasperi
aveva tentato di salvare le colonie, rinunciando a quelle d’epoca fascista ma non
anche a quelle precedenti13. Era lecito che l’Etiopia e l’Albania riacquisissero la propria
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indipendenza e che il Dodecaneso venisse riannesso alla Grecia. Piuttosto la Libia,

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l’Eritrea e la Somalia, conquistate prima dell’avvento del regime, dovevano restare


sotto l’influenza italiana. L’Inghilterra si oppose alle richieste dato il forte interesse a
controllare la Libia, tanto per ragioni energetiche che per l’insediamento di basi militari,
in accordo con gli Stati Uniti. Ernest Bevin, Ministro britannico, e Carlo Sforza si
accordarono su una possibile spartizione: la Cirenaica sarebbe stata gestita, con la
formula dell’amministrazione fiduciaria, dagli inglesi, il Fezzan dai francesi e la
Tripolitania dall’Italia a partire dal 1951. La Somalia restava legata a Roma, mentre
l’Etiopia e l’Eritrea venivano federate in un solo Stato. L’accordo venne bocciato per
un solo voto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e al suo posto fu stabilita la
completa autonomia della Libia a partire dal 1952, l’indipendenza della Somalia dopo
dieci anni di amministrazione italiana e un regime di ampia libertà all’Eritrea entro una
federazione etiope guidata dal negus Hailé Selassié.
La vicenda coloniale si riverberò nel quadro europeista. Quando nacquero la
Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) e la Comunità Economica
Europea (CEE) rispettivamente nel 1951 e nel 1958, per salvaguardare gli interessi
economici del mezzogiorno d’Italia, Roma si oppose alle corsie preferenziali che la
Francia stava stringendo con Marocco, Algeria, Tunisia e Libia. Viceversa quando in
forza del Trattato di Roma venne proposta una regione di libero scambio con un
gruppo di ex-colonie dell’Africa sub-sahariana, l’Italia non ebbe nulla da obbiettare.
Sul fronte delle alleanze internazionali, il biennio 1956-1957 rappresentò un momento
particolarmente importante perché vide sorgere la strategia detta di “neo-atlantismo”.
Questo termine era stato coniato dal Ministro Giuseppe Pella per indicare le azioni
diplomatiche ordite da personalità come il Presidente della Repubblica Gronchi, il
segretario del partito della Democrazia Cristiana Fanfani, il sindaco di Firenze La
Pira ed il Presidente dell’ENI Mattei, in quei contesti in cui Inghilterra e Francia
stavano faticando nel mantenere i propri interessi. A fare da contraltare però v’erano
anche personalità politiche più ortodosse e caute, come il Capo del Governo Segni e
il Ministro degli Esteri Martino, quest’ultimo promotore della Conferenza di Messina
del 1955, passo fondamentale per la costituzione della Comunità Europea.
La crisi di Suez del 1956 rappresentò il momento in cui questi opposti schieramenti
si rivelarono maggiormente. Al manifestarsi del casus belli, il governo italiano prima
prese le distanze dall’intervento anglo-francese e poi si astenette dal votare la risoluzione
ONU che ordinava il ritiro coatto di tutte le truppe dal canale14. La crisi diede ragione,
apparentemente, ai neo-atlantisti. In virtù dell’inazione americana a sostegno di
Inghilterra e Francia, Gronchi incontrò il vice-Presidente Nixon e inviò ad Eisenhower
una lettera privata, per proporre azioni congiunte nel Mediterraneo e Vicino Oriente.
La lettera non fu mai recapitata e si verificò anche uno scontro istituzionale tra il
Ministero degli Esteri e la Presidenza della Repubblica, accusata di condurre una
politica estera parallela e alternativa.
Almeno altri due episodi sono legati ai fautori delle politiche neo-atlantiche. Mattei
scardinò il principio detto “Fifty-Fifty” delle Sette Sorelle del petrolio e strinse accordi
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con lo Scià Reza Pahlavi, per infiltrare la compagnia italiana in Iran, promettendogli il

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75% degli utili netti delle vendite. Giorgio La Pira perorò la causa del dialogo
mediterraneo e durante una riunione fra sindaci invitò alcuni esponenti del Fronte di
Liberazione Nazionale algerino, dispiacendo così un rieletto Charles de Gaulle.
Nel biennio 1958-1959 Amintore Fanfani, già segretario della DC, assunse la guida
degli Affari Esteri. Quando in quegli anni i marines americani invasero il Libano,
costui concedette l’aeroporto di Capodichino, nei dintorni di Napoli, e
contemporaneamente discusse un piano di penetrazione nel Vicino Oriente con John
Foster Dulles ed il Presidente Eisenhower. La proposte formulate incuriosirono ma
insospettirono al contempo gli interlocutori e suscitarono un dibattito interno. Ad ogni
modo, la politica estera rimase per così breve tempo, in quest’occasione, nelle mani
del segretario della DC che di fatto sortì pochi effetti. La scomparsa poi di Enrico
Mattei, morto misteriosamente nel 1962, fece perdere alla spinta neo-atlantista il
mordente necessario. La caduta finale si ebbe in occasione del dibattito seguito alla
guerra dei “Sei giorni” del 1967. Rispetto alla gran parte dei paesi europei, solidali con
Israele, Fanfani, capo della Farnesina per il governo Moro III, mantenne un
atteggiamento imparziale. La sua scelta fu contrastata sia dai partiti cattolici che da
un’ala socialista. Al contrario l’altro gruppo socialista e i comunisti (indirizzati dal
Cremlino) condivisero la posizione filo-araba. Solo il Movimento Sociale Italiano, cioè
il principale raggruppamento di estrema-destra, compì una scelta di campo favorevole
a Israele15 nonostante il partito fino a quel momento avesse simpatizzato per l’Egitto
nasseriano16.
In merito al conflitto israelo-palestinese, dopo la guerra del Kippur nell’ottobre del
1973, i Paesi arabi dell’OPEC attuarono una rappresaglia, ponendo l’embargo sul
petrolio. L’Italia, con Moro al dicastero degli Esteri durante il governo Rumor IV,
tentò una via cautamente doppiogiochista, acconsentendo alle richieste di Washington
di rispondere all’unisono ai Paesi arabi ma negoziando direttamente con la Libia e con
l’Algeria l’approvvigionamento energetico. Specie con la Libia Moro riuscì nel 1970
a ripristinare buoni rapporti, incrinati dopo la decisione di Gheddafi di confiscare i beni
dei 17.000 italiani residenti nel suo Paese.
Nel corso degli stessi anni ’70 sul versante europeo sorsero diverse iniziative, a
partecipazione italiana, rivolte ai Paesi del Mediterraneo. Le istituzioni comunitarie
lanciarono il progetto di Cooperazione Politica Europea (CPE) tramite il Rapporto
Davignon. Si trattava di uno strumento che prevedeva la consultazione degli Stati
membri in questioni condivise di politica estera. Due anni dopo a Parigi, entro il clima
di dialogo euro-arabo e con la diretta partecipazione della Lega Araba, prese forma la
Politica Mediterranea Globale, che puntava all’integrazione dei paesi dell’area, più
Portogallo e Siria, sostituendo gli accordi bilaterali con accordi collettivi17. La Francia
e l’Italia si espressero a favore ma la Germania, l’Olanda, il Regno Unito e gli Stati
Uniti vi si opposero, temendo una grave perdita nei loro scambi individuali. Di
conseguenza l’approccio multilaterale venne scalzato sul nascere e nei tardi anni ’70
prevalsero ancora una volta i rapporti bilaterali.
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L’Italia da parte sua aveva aderito con entusiasmo per diverse ragioni. Innanzitutto,

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