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AHI SERVA ITALIA…

AHI SERVA ITALIA…


di Gianfranco La Grassa*

Si potrebbe sostenere che l’Italia va europeizzandosi o che l’Europa va


italianizzandosi. Tuttavia, si tratterebbe di affermazioni dotate di senso, ma anche in
parte di un gioco di parole. La realtà è che sia Europa che Italia non sono certo più
“donna di provincia, ma bordello”; e che bordello! Difficile orientarsi, in specie negli
ultimi periodi, in cui stiamo effettivamente entrando “sanza nocchiere” in un mare (il
mondo intero) “in gran tempesta”. Forse, la scelta meno peggiore è partire direttamente
dalla situazione venutasi a creare nel nostro paese negli ultimi tempi, che d’altronde è
“in linea” con gli avvenimenti degli ultimi 18 anni.

1. In questo momento, si sta accentuando il tentativo di chiudere il cerchio di quel


colpo di Stato (mascherato) che fu “mani pulite”. Lo sostenemmo allora (1994-95),
rompendo con un ceto intellettuale finto anticapitalista, di finta sinistra (o magari vera,
a seconda di come si giudica la sinistra). L’abbiamo ripetuto mille volte in questi quasi
vent’anni, nel mentre il suddetto ceto completava il suo rinnegamento di tutto, la sua
svendita ai settori più parassitari del nostro capitalismo, già prostratosi davanti allo
straniero il 25 aprile 1943, ma che oggi sta cedendo ogni briciolo di autonomia pur di
salvarsi a detrimento dell’intero paese, appoggiato da quella parte della società che
vive della spesa pubblica, parte gonfiatasi a dismisura a causa del consociativismo e
“compromesso storico” tra Dc e Pci, e che ormai è fuori controllo, una vera malattia
di cui qualcuno dovrà infine trovare la cura, pena il disfacimento dell’intero organismo.
Il gioco, già giocato tante volte dal 1992-93, ma che oggi è portato al parossismo,
è molto chiaro. Si scatena la fazione più violenta e golpista dello schieramento, che
non si sa come possa ancora essere definito di sinistra. Questa fazione vede al suo
fianco, nell’opera di sfascio e caos, un ceto intellettuale ormai degenerato al 90% e
un corpo speciale dello Stato, che finge di amministrare (con tempi da era geologica)
la giustizia, mentre ne fa strame e si acquartiera nei ridotti della canea montante per
rovesciare ogni ordine legittimo. Naturalmente, questo gioco è completamente falsato
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anche perché chi dovrebbe resistere non ha il coraggio di chiarire i veri termini del
problema, essendo invischiato nella stessa mancanza di autonomia nazionale, “natu-

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rale” portato di un lungo percorso storico iniziato con i patti di Yalta, e della confusione
mai chiarita tra “liberazione” e invasione, che al dominio (breve) di uno straniero ne
ha sostituito un altro perdurante da allora.
Quanto appena affermato non significa da parte mia alcun rinnegamento del valore
della lotta condotta tra il 1943 e il 1945. Solo che chi (per ammissione di un
democristiano come Cossiga) ha contribuito alla Resistenza per l’80%, non ha mai
esplicitato fino in fondo che comunque, in modo certo obbligato, si era passati da un
invasore (per due anni) ad un altro invasore, ancora in grado di imporci i suoi voleri;
quest’ultimo ha sempre appoggiato la parte parassitaria del capitalismo italiano, quella
prona ai suoi voleri. Si è trattato dell’imprenditoria tipo Fiat, industria elettrica (poi
“felicemente” nazionalizzata nel 1962), ecc.
Non è qui possibile fare la storia – ma qualcuno dovrà prima o poi farla in modo
serio! – del periodo bipolare del mondo in cui, per motivi legati a tale caratteristica, il
potere in Italia – pur sostanzialmente prono alla “fedeltà atlantica”, cui seppe distaccarsi
in buona parte De Gaulle, lasciato solo dai governanti degli altri paesi europei occidentali
– riuscì a barcamenarsi un tantino fino al crollo del socialismo reale. Non si faccia
però l’errore di pensare che fu semplicemente l’esistenza di quest’ultimo – e la forza
così impressa a certi partiti sedicenti comunisti in occidente, che si pretendeva
rappresentassero un pericolo per il “mondo libero” – a favorire quel po’ di nostra
autonomia, da noi del resto scoperta quando è venuta a cessare con il colpo di Stato
di “mani pulite” (guidato dagli Usa con al traino la Confindustria dell’imprenditoria
privata italiana, da sempre antinazionale).
Questa è la storiella che ci raccontano. In realtà, pur se la doppiezza del Pci
perdurò fino al 1989 (preannuncio del suo scioglimento, realizzatosi due anni dopo con
cambio di nome, ecc.), già con la segreteria Berlinguer tale partito aveva iniziato a
spostarsi lentamente, in modo subdolo e coperto, verso occidente (si pensi alle riflessioni
berlingueriane sul colpo di Stato in Cile, che a tale scopo in realtà miravano), cioè
verso l’atlantismo, verso la sudditanza agli Usa. Berlinguer coprì il silenzioso cambio
di campo dietro la patina moralistica, proprio come stanno facendo ora i chiassosi e
truculenti fautori “viola” del caos. Si doveva parlare il meno possibile (oggi non se ne
parla proprio più) di temi politici, perché allora sarebbe venuta in piena luce la collusione
con lo straniero invasore; bisognava (e bisogna ancor oggi) trasferire invece tutto sul
terreno della dichiarata “diversità morale” rispetto agli altri, bisogna(va) far finta di
essere di una “razza differente” da quella dei nemici da rovesciare tramite le più
sporche manovre, che di etico non hanno proprio nulla, essendo azioni da Gano di
Maganza.

2. La realtà fu un po’ diversa. Il minimo di autonomia nazionale fu mantenuto per


la storia specifica dell’industria italiana, già in parte statalizzata con l’Iri all’epoca
della “grande crisi” nel 1933. Dopo un anno fu offerto ai soliti privati – quelli sempre
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felici della socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti – di riprendersi


quelle imprese, risanate con soldi pubblici e sotto la direzione di un personaggio come

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Beneduce. I “grandi” imprenditori italiani – solo capaci di vendersi allo straniero, per
il resto inetti quant’altri mai – rifiutarono; così rimase in Italia un grande patrimonio
industriale pubblico. Nel dopoguerra, la Dc – non tutta, per merito particolare di alcuni
uomini, in testa Mattei – incrementò il patrimonio pubblico con l’Eni e poi l’Enel
(coadiuvata dal Psi in tal caso).
Il Pci (togliattiano e poi le frazioni “riformiste” amendoliane) fu indubbiamente
favorevole all’industria pubblica, ma con la mentalità da “socialismo reale”, in cui la
statalizzazione serviva a scopi di aperta lotta politica tra fazioni che, nei paesi “socialisti”
veri e propri, era coperta dalla dichiarata unità del partito e dal suo indiscusso comando
sull’intero apparato statale. L’industria pubblica, in un paese assegnato da Yalta al
capitalismo, doveva servire per i comunisti alla lotta antimonopolistica e alle riforme
di struttura, cardine della cosiddetta “via italiana al socialismo”. Si trattava di fare
concorrenza al presunto monopolio privato soprattutto per calmierare i prezzi a favore
del “popolo lavoratore” (non si capisce bene come l’apparato bancario pubblico o
anche l’Eni e l’Enel fossero in grado di fare concorrenza alla Fiat e alle altre industrie
del metalmeccanico e dei beni di consumo durevoli). Si manifestava inoltre l’intenzione
di favorire – e a tal fine l’apparato bancario poteva certo rendersi utile – la costruzione
della famosa “alleanza tra produttori”, cioè tra operai (lavoratori salariati esecutivi in
genere) e piccoli imprenditori (detti “artigiani”). Anche qui con moltissime ambiguità,
perché alcuni settori più ortodossi perseguivano l’obiettivo dell’”egemonia” della “classe
operaia”; altri, ad esempio i pragmatici emiliani, preferivano la diffusione delle piccole
(anche assai meno piccole) imprese, riunite spesso in false cooperative (reali medio-
grandi imprese) per i vantaggi a queste offerti dal regime giuridico cooperativo, ledendo
fra l’altro quella concorrenza che si pretendeva venisse esercitata dalle imprese
“pubbliche” contro i “monopoli privati”.
Per fortuna, l’industria pubblica funzionò, pur se solo in parte, secondo modalità
tali da imprimere notevole impulso a settori strategici ai fini dello sviluppo, perché
questo fu l’effettivo aiuto fornito alla piccola imprenditoria, indubbio polmone essenziale
in ogni fase dell’avanzamento della società italiana; la piccola impresa non avrebbe
potuto fare gran che senza l’azione dell’industria strategica, azione svolta soprattutto
nel settore energetico. La stessa crescita dell’industria metalmeccanica fu solo in
parte merito proprio; ancor di più fu dovuta all’aumento del reddito medio dei cittadini
italiani (risultato del suddetto sviluppo di settori pubblici e piccola imprenditoria), che
incrementò notevolmente gli acquisti di autovetture e beni di consumo durevoli.
Già negli anni ’70, la grande imprenditoria privata iniziò la lunga marcia per logorare
il potere industriale pubblico, servendosi del “bastone e della carota” nei confronti del
movimento operaio e di una parte della piccola imprenditoria, quella dell’indotto di cui
essa era l’alimento (anche finanziario) e la “protettrice” (una protezione costosa non
meno di quella delle organizzazioni mafiose, anche se qui non ci sono i “pizzini”, ma i
subappalti e, oggi, l’outsourcing). Nel 1975, con l’accordo sulla scala mobile tra
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Confindustria e la triplice sindacale, fu fatto un passo avanti, presentato da molti (che


in esso vedevano soprattutto il patto tra Agnelli e Lama) come grande conquista

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sociale e successo di un “movimento popolare” guidato dal Pci e dal “suo” sindacato.
Qualcuno fece notare che l’accordo metteva in moto una continua spirale tra aumento
dei prezzi, adeguamento salariale e crescita ulteriore dei prezzi, con inflazione
galoppante. Tuttavia, chiunque facesse notare questa incongruenza era semplicemente
trattato da reazionario, che si opponeva all’emancipazione del lavoro salariato. La
“scuola di Modena” (neoricardiana), ispiratrice di molte teorie in voga nel Pci e nella
Cgil, si inventò il salario quale “variabile indipendente” a cui tutto il resto del sistema
(con l’ottica distorta di un ideologico economicismo) doveva adeguarsi.
Negli anni ’70, i cosiddetti anni di piombo, il preteso “terrorismo” fu funzionale al
manifestarsi di un fenomeno particolare. Sia chiaro che non pensiamo minimamente
ad alcun rapporto diretto tra il Pci e certi settori “sinistri” del suddetto fenomeno (in
particolare le Br). Non vogliamo nemmeno, pur se lo sospettiamo, segnalare particolari
“interventi” di certi servizi segreti (non solo italiani, anzi soprattutto altri, e non
semplicemente la solita CIA, ma anche quelli dell’est, per motivi su cui si possono
forse formulare date ipotesi che non interessano in questa sede). L’importante è che,
oggettivamente, il fenomeno del terrorismo strinse i rapporti tra settori della Dc e del
Pci e portò infine al “compromesso storico” e al consociativismo.
Nella seconda metà di quel decennio, ci fu chi nell’area democristiana – ma forse
ancor più in campo industriale e finanziario, dove si vedeva in simile evento un grande
vantaggio per la “pace sociale”, cioè di fatto per l’accettazione delle politiche
propugnate dalla Confindustria agnelliana – spinse addirittura per l’entrata del Pci nel
Governo (vi è anche la testimonianza dell’ambasciatore americano Gardner);
considerata tuttavia prematura. L’apprezzamento nei confronti di buona parte dei
dirigenti piciisti era ormai notevole, ma di alcuni si diffidava; inoltre, il “corpo” del
partito non accettava gran che il “compromesso storico”, lo riteneva sostanzialmente
la continuazione della classica “doppiezza” attribuita a Togliatti. In queste condizioni,
era meglio rinviare ad altra data l’entrata ufficiale di questo partito nel governo di un
paese facente parte della Nato (organizzazione statunitense aggressiva verso il mondo
“socialista”, perché questo era di fatto il sedicente organismo “collettivo” di difesa del
“mondo libero”).
Era però essenziale, in quel particolare momento, l’accettazione del Pci al Governo?
Non crediamo. Il Governo dell’epoca – di fatto di “unità nazionale” per combattere il
pericolo terroristico, enfatizzato e alimentato a dovere sia da Dc che da Pci – era al
momento sufficiente per ottenere molti scopi del grande capitale italiano, in specie di
quello privato. L’accordo sulla scala mobile fu importante per subordinare il Pci a
quest’ultimo (confindustriale, guidato da Agnelli). Il “terrorismo” fu ancora più decisivo
per avvicinare parti importanti dei rappresentanti politici di tale capitale (democristiani,
personaggi come Ugo La Malfa, ecc.) ai comunisti berlingueriani (in maggioranza nel
partito). Il Psi craxiano (Craxi ne divenne segretario nel 1976 e il suo primato nel
partito fu presto indiscusso) venne stretto in una tenaglia; anche allora si lanciò l’accusa
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di “fascista” a Craxi da parte dei settori “antifascisti” del grande capitale privato
(quell’antifascismo detto laico, ma sempre pronto ad accordi con settori cattolici pur

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che fossero “accodati” e proni ai suoi voleri, come oggi quelli acquartierati nel Pd).
Ancora tutto da chiarire l’affaire Moro, dove Dc e Pci – in nome della difesa dello
Stato, una pura scusa e una maschera per i loro sotterranei “traffici” – assunsero una
posizione intransigente, che di fatto condusse all’uccisione dello statista democristiano,
malgrado una tardiva resipiscenza dell’ultimo momento, non si sa quanto convinta; e
nemmeno se fu solo il caso a farla fallire. Craxi, ben conscio della tenaglia tra parte
della Dc e Pci (Berlinguer), fu per la trattativa con le Br. Difficile dire oggi cosa
sarebbe accaduto se Moro fosse uscito vivo dall’esperienza. Così com’è impossibile
avanzare ipotesi sul comportamento del Pci quando andò incontro, quasi volutamente,
a due importanti sconfitte. Innanzitutto, appoggiando lo sciopero ad oltranza alla Fiat
nel 1980, che provocò la ben nota “marcia dei quarantamila” (quadri), punto di svolta
e sostanziale sconfitta del sindacalismo più contestatore dell’ordine confindustriale
agnelliano. Poi nel referendum del 1985, indetto per l’abrogazione del taglio di quattro
punti della scala mobile deciso nel febbraio 1984 con DL dal Governo Craxi (convertito
in Legge nel giugno di quell’anno); ricordiamo che ad un anno di distanza (almeno
così ricordiamo: che fu solo un anno) da quel referendum perso, Bruno Trentin (non
certo isolato) dichiarò che era sempre stato convinto della giustezza di tagliare la
scala mobile e di avere partecipato alla battaglia per disciplina (e forse per tattica, ma
quale?).
Il successo di Craxi, nell’uscire dalla suddetta tenaglia tra una parte della Dc e il
piciismo berlingueriano, fu probabilmente solo apparente; in ogni caso, è difficile a
dirsi. Forse l’errore “strategico” dell’azione socialista, durante l’intero arco della
segreteria di Craxi, fu un altro. Non risulta evidente una sua netta difesa dell’apparato
industriale pubblico. Semmai, si cercò di dare impulso alla creazione di nuovi settori
industriali privati (di cui Berlusconi è il più evidente segno), certo in contrasto con la
Confindustria di Agnelli; i rapporti di Craxi con quest’ultimo non furono ottimi. Non vi
è dubbio che i nuovi settori in questione, soprattutto nel suo principale rappresentante
(anche l’unico che veramente si ricordi), sono poi stati elemento di resistenza al tentativo
compiuto dal capitale confindustriale – tramite appoggio statunitense e colpo di Stato
mascherato da azione giudiziaria contro la corruzione – di impadronirsi dell’intero
governo del paese, smantellando in gran parte il capitale pubblico e spartendosene le
spoglie.

3. Anche Berlusconi, rinverdendo una vecchia storia, è stato fin dall’inizio della
sua avventura politica accusato di fascismo. L’accusa proviene sempre dagli stessi
ambienti dell’antifascismo detto laico (in combutta perpetua con gli scampoli cattolici
in coda e minoritari, veri “portatori d’acqua” come nelle crollate “democrazie popolari”
est-europee); un antifascismo non resistenziale e invece erede dei meri traditori del
25 luglio 1943, quasi sicuramente in collusione con il nemico già durante i primi anni di
guerra, aspettando di vedere come questa sarebbe evoluta e quali sarebbero stati i
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vincitori.
Se ci permettiamo di parlare di errore strategico di Craxi – durante gli anni della

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