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PIÙ DIVISI DI PRIMA

PIÙ DIVISI DI PRIMA


di Fabrizio Di Ernesto*

Tra mille polemiche e altrettanti preparativi il grande carrozzone della politica italiana
si prepara a festeggiare il 150° anniversario della nostra unità nazionale. Rileggendo
a posteriori quella vicenda e parafrasando Alessandro Manzoni, viene quasi da
chiedersi: “Fu vera gloria?”. Tra spinte secessioniste, rapporti mai normalizzati tra
nord e sud e interessi economici che auspicano la nascita di inesistenti realtà territoriali,
questo secolo e mezzo di storia patria e memoria condivisa sembra passato invano,
come se non ci fosse mai stato.
Per secoli calpesta e derisa, la nostra Penisola iniziò a conoscere concretamente
il concetto di unità territoriale e politica solo alla fine del XVIII secolo con la discesa
di Napoleone Bonaparte che, seppur per meri fini personali ed espansionistici, diede
un nuovo assetto all’Italia, cancellando i tanti staterelli di dimensioni molto ridotte che
non potendo dotarsi di una adeguata difesa militare finivano per essere assoggettati
dalle nazioni vicine, rinunciando ad ogni potenziale espansione degna di nota.
Il “disordine” prenapoleonico fu presto ristabilito e, tramite il Congresso di Vienna,
si tornò, tranne piccoli aggiustamenti, allo stallo degli anni antecedenti alla Rivoluzione
francese. L’intellighenzia liberale dell’epoca però era ormai stata scossa nella propria
coscienza e a partire dai moti del 1820-21, arrivò, grazie alla spregiudicatezza di
Camillo Benso conte di Cavour e al carisma militare di Giuseppe Garibaldi, alla
proclamazione del Regno d’Italia avvenuta il 17 marzo 1861.
A ben vedere, il Risorgimento, ossia il movimento politico-patriottico che portò alla
nostra unificazione, ha per certi versi rappresentato un unicum nel panorama mondiale.
Uomini abituati a vedere i propri concittadini come stranieri, spinti solo da una lingua
e da una cultura comune iniziarono a sentirsi nazione e tramite i loro scritti e le proprie
attitudini eroiche e militari riuscirono a consegnare ai posteri l’Italia, un concetto a
quel punto non più solo geografico, ma politico ed amministrativo, nato praticamente
dal nulla.
A beneficiarne fu Casa Savoia, che, dopo avere inseguito il sogno di mettere sotto
il proprio dominio l’Italia settentrionale, si trovò tra le mani tutta la Penisola, incontrando
EURASIA

da subito problemi nell’amministrare le regioni del sud, dove arretratezza economica,

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DOSSARIO

brigantaggio e nostalgia per i Borboni portarono ben presto alla nascita di quella
questione meridionale che ancora oggi è alla base delle spinte secessioniste di parte
della nostra classe politica. Parlando di Meridione ed Unità, non va poi dimenticata
l’esperienza dei Fasci siciliani, un movimento d’ispirazione democratica e socialista,
che alla fine dell’Ottocento raccolse il malcontento dei contadini dell’isola per i tanti
atavici mali che la nuova casa regnante non aveva saputo risolvere; la repressione di
quell’esperienza provocò un forte distacco tra i Siciliani e lo Stato unitario.
Chiamati a guidare un popolo che aveva smesso di avere una storia comune molti
secoli prima, i Savoia cercarono di creare una cultura comune, pur tra le mille ombre
che hanno contraddistinto il loro operato va ricordato che per legge durante la leva le
varie compagnie dovevano essere composte da soldati appartenenti a tre regioni diverse
per giunta di stanza in una quarta. Anche se aveva lo scopo di favorire l’integrazione
tra i nuovi sudditi, ciò produsse l’effetto opposto. Giovani che per la prima volta in vita
loro uscivano di casa e che sapevano parlare solamente il proprio dialetto finivano
giocoforza per fare gruppo solo con chi poteva capirli, vanificando i potenziali effetti
benefici di questa norma.
Troppo forte l’eredità dei campanili, dei guelfi e dei ghibellini, per riuscire a dare a
tutta la nazione, che nel frattempo si era ingrandita con la conquista di Roma e del
Veneto, una coscienza collettiva. Secondo la pubblicistica mondiale il nazionalismo è
il risultato di molte variabili locali e generali che ne mutano le caratteristiche da luogo
a luogo; con il passare del tempo ciò appare del tutto inadeguato ed inesatto per
l’Italia, dove l’elemento locale, forte delle proprie peculiarità, ha sempre predominato
su ogni altro aspetto, opponendo un fiero immobilismo di fronte ad ogni possibile
cambiamento.
Va però tenuto presente che l’Unità fu raggiunta non tanto per via della spinta
popolare, ma grazie a manovre esterne, in particolare quelle dell’Impero britannico,
bisognoso di avere nel Mediterraneo una nazione abbastanza grande da poter tenere
testa alla Francia.
Ad ogni modo gli Italiani iniziarono pian piano a sentirsi fratelli. Un grande aiuto in
tal senso lo diede la Grande Guerra, presentata all’opinione pubblica come Quarta
Guerra d’Indipendenza e con forti accenni irredentistici: i nostri soldati sentivano di
battersi per una causa comune, dando, per la prima volta dal 1861, un senso alla
nostra unità. Terminata la guerra, la situazione iniziò a degenerare. Con il biennio
rosso e le relative violenze, cui si andarono poi sommando quelle fasciste, il sentimento
di unità nazionale iniziò ad incrinarsi.
Benito Mussolini ed il suo regime provarono a fare gli Italiani, come anni prima
aveva auspicato Massimo D’Azeglio, giovandosi di tutta la retorica precedente; non
a caso il Fascismo riuscì ad imprimere nei propri contemporanei quell’enfasi e quel
fanatismo con cui dal 1861 veniva esaltata la Patria.
È però senza dubbio a partire dalla Seconda Guerra Mondiale e dal conseguente
conflitto civile scatenatosi nella Penisola, che la nostra unità è definitivamente
EURASIA

naufragata. Durante il ventennio infatti gli italiani iniziarono a dividersi, da una parte i

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