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Marco Pagani

Eco Alfabeta
ambiente, scienza e varia umanità

I post su agricoltura e alimentazione, 2006-2015


Dal 2006 al 2012 ho curato il blog Ecoalfabeta,
poi confluito nel 2013-2015 in ecoblog.

In nove anni, ho scritto oltre 2500 post che spaziano dai cambiamenti climatici, al
picco del petrolio, alle energie rinnovabili, all’impronta ecologica, agli stili di vita
sostenibili, all’agricoltura biologica, alla decrescita, ai problemi del nucleare, alla
crescita della popolazione umana e all’impatto sugli ecosistemi.

Una buona parte di questi post non è più direttamente accessibile sul web e si è
salvata solo grazie all’esistenza di Internet Archive.
Per questo vorrei riproporre alcuni di questi post, scelti tra i più significativi e i più
duraturi.

Inizio naturalmente da agricoltura e alimentazione, 59 post e 22745 parole per


rispondere a queste domande:

Qual è il nostro impatto sul pianeta?


Perché dobbiamo mangiare meno carne?
Perché l’olio di palma fa male all’ambiente?
Perché il cibo industriale è un cibo impoverito?
Perché l’agricoltura biologica è la soluzione?
Stiamo pescando troppo e male?

Termino la rassegna con alcuni post che ho scritto dall’Africa durante la mia
partecipazione ad un progetto di cooperazione: ci possono aiutare a cogliere un
diverso mondo e un diverso punto di vista
Buona lettura

P.S. Ho mantenuto tutti i link originali, per mostrare il lavoro di documentazione che
sta dietro ad ogni post. MI scuso se alcuni tra essi non dovessero essere oggi più attivi
Foodprint: L’impronta alimentare
L'impronta alimentare
Lunedì 15 Marzo 2010, 09:33 in Alimentazionedi Marco Pagani

Dobbiamo tornare a fare i conti con la


terra.

Definiamo quindi l’impronta


alimentare (1) come l'estensione media
di terra coltivabile necessaria a sostenere i
consumi alimentari diretti (prodotti
vegetali) e indiretti (mangime per animali)
di un essere umano.
Si può calcolare utilizzando il
database FAOSTAT della FAO che fornisce
dati sui consumi e le rese di 78 prodotti
agricoli principali. (2)
I risultati sono illustrati nella figura in alto:
ogni italiano ha bisogno in media di 2376
m² di territorio. Peccato che abbiamo a
disposizione soltanto 1460 m² a
testa (3). Questo significa che ciascuno di
noi utilizza in media 920 m² di terra
coltivabile in qualche altra parte del pianeta.
La terra in Italia non basta dunque per i nostri consumi alimentari. Ne seguono due evidenti conclusioni:
• è follia distruggere questo terreno agricolo per cementificarlo o asfaltarlo (cosa che facciamo al ritmo di
circa 200 m² al minuto );
• è follia utilizzarlo per i biofuel, cosa che già facciamo, dal momento che 228 m² dell'IA (il 60% di 380 m²)
sono destinati alla coltivazione di soia per biodiesel e cereali per bioetanolo.
(1) L'impronta alimentare (IA) è un concetto analogo all'impronta ecologica (IE), ma riferito solo alla terra
coltivabile.
L'IE è un indicatore dei nostri consumi (che tiene conto ad esempio anche dell'area di foresta necessaria ad
assorbire le nostre emissioni), mentre l'IA è una realtà fisica ben precisa, dal momento che in qualche luogo
del pianeta esistono parcelle di terra che provvedono in modo diretto o indiretto al nostro nutrimento.
(2) Per ognuno dei 78 prodotti vegetali il database della FAO fornisce informazioni sui consumi diretti e
indiretti e sulla produzione e le rese. Se m(i) è il consumo annuale pro capite di un dato genere (i=1,2,..78)
e r(i) è la relativa resa agricola, l'area necessaria è data da A(i) = m(i)/r(i).
Ad esempio, in Italia nel 2005 il consumo pro capite di grano è stato pari a 148 kg e la resa a 3,64 t/ha = 0,364
kg/m². L'impronta relativa al grano è quindi data da 148 kg/(0,364 kg/m²) = 407 m².

L'impronta alimentare complessiva è data dalla somma di tutti i contributi:

IA = Σi A(i) (l'indice i varia da 1 a 78)


Ogni m(i) può essere inoltre suddiviso in consumo vegetale diretto, indiretto (come mengime per animali) e
consumo non alimentare. Per alcuni prodotti (soia, olio di palma e di cocco, caffè, tè, cacao, vino e birra)
bisogna fare delle considerazioni aggiuntive che non spiego qui per mancanza di spazio; spero prima o poi di
scrivere un articolo completo.
(3) Il link precedente su produzione e rese fornisce anche informazioni sull'estensione di terra utilizzata in
Italia per ogni prodotto

Sovranità alimentare ovvero la democrazia della Terra


Mercoledì 15 Giugno 2011, 17:17 in Alimentazione di Marco Pagani

[Questa è la sintesi del mio intervento a


ETICA-mente di domenica scorsa]
«Per scacciare la fame e la sete non è
necessario navigare né guerreggiare.
Quanto la natura esige è facile da
procurarsi, non lontano da noi; il guaio è
che ci si affatica per le cose superflue.»
Questa riflessione di Seneca di quasi 2000
anni fa ci introduce perfettamente al tema
della sovranità alimentare, fondandola su
una motivazione squisitamente ecologica:
in condizioni normali, l'ecosistema può fornire agli esseri viventi ciò di cui hanno bisogno, senza doverlo
cercare altrove e senza portarlo via ad altri. Quindi a maggiore ragione le collettività umane organizzate
hanno diritto al cibo e soprattutto hanno diritto a come nutrirsi.
Sì, perché la sovranità alimentare è molto di più del diritto al cibo: è il diritto dei popoli a
scegliere dove e cosa coltivare o allevare, con quali tecniche agricole e con quali rapporti sociali di lavoro,
come sostanzialmente afferma il manifesto di Via Campesina, che rappresenta, anche se forse non ce ne
siamo accorti, il più grande movimento sociale e politico della storia umana.
Per comprendere appieno il significato della sovranità alimentare vale forse la pena di esaminare il suo
opposto, ovvero la realtà negativa della sudditanza alimentare.

Tracce maturità 2011: Siamo quello che mangiamo!


Mercoledì 22 Giugno 2011, 11:02 in Alimentazione di Marco Pagani

Per la prima volta il tema di maturità parla di cibo e del suo rapporto con la salute e la vita umana.
Interessante il testo proposto di Carlo Petrini sull'insostenibilità della filiera alimentare industriale

Alla fine, il ministero non ha avuto il coraggio di parlare


di nucleare, come abbiamo ipotizzato ieri, si vede che lo schiaffo
dei 4 referendum brucia ancora troppo...
Tra le tracce proposte, quella a mio parere più interessante
riguarda l'alimentazione: Siamo quello che mangiamo?
La frase fa naturalmente riferimento alla famosa affermazione
di Feuerbach: l'uomo è ciò che mangia.
Lasciando da parte le questioni filosofiche e religiose, affermare
che siamo quello che mangiamo non è solo un banale dato di fatto biochimico, ma significa che il modo in
cui il cibo e coltivato, distribuito e cucinato influisce sulla nostra persona nella sua totalità assai più di quanto
immaginiamo.
Il tema di maturità è uno dei 4 saggi brevi (ambito socioeconomico) ed è
corredato da 4 testi che gli studenti dovrebbero analizzare e discutere.
Come capita spesso, questi testi affrontano argomenti disparati e sono
troppo brevi perchè gli studenti possano capire esattamente di cosa si sta
parlando se non hanno già approfondito in proprio l'argomento. Due
riguardano la dieta mediterranea e i problemi di cuore, uno la nocività del
mangiare davanti al computer; solo il contributo di Carlo Petrini affronta il
cuore della questione alimentare, cioè gli effetti negativi della produzione
industriale di cibo (leggi il testo di Petrini più avanti).
Come al solito, il ministero ha perso una preziosa occasione: si poteva
parlare di agricoltura sostenibile, diritti dei contadini e soprattutto
di sovranità alimentare, lasciando da parte le banalità alla moda sul
mangiare davanti al PC.
Pazienza; è già importante che il cibo abbia fatto il suo ingresso nel mondo
patinato della cultura letteraria :-)
Ecco il testo di Petrini: è una sintesi interessante, ma non facile per uno studente che non ha mai affrontato
questi problemi: riduzionismo? olismo? commodity? valore? prezzo? tutte idee interessanti che
meriterebbero un po' di approfondimento.

"La politica alimentare [...] si deve basare sul concetto che l'energia primaria della vita è il cibo. Se il cibo è
energia allora dobbiamo prendere atto che l'attuale sistema di produzione alimentare è fallimentare. [...] Il
vero problema è che da un lato c'è una visione centralizzata dell'agricoltura, fatta di monoculture e
allevamenti intesivi altamente insostenibili, e dell'altro è stata completamente rifiutata la logica olistica, che
dovrebbe essere innata in agricoltura, per sposare logiche meccaniciste e riduzioniste. Una visione
meccanicista finisce con il ridurre il valore del cibo a una mera commodity, una semplice merce. é per questo
che per quanto riguarda il cibo abbiamo ormai perso la percezione della differenza tra valore e prezzo:
facciamo tutti molta attenzione a quanto costa, ma non più al suo profondo significato [...] Scambiare il prezzo
del cibo con il suo valore ci ha distrutto l'anima. Se il cibo è una merce non importa se lo sprechiamo. in una
società consumistica tutto si butta e tutto si può sostituire, anzi, si deve sostituire. Ma il cibo non funziona
così." Carlo PETRINI in Petrini-Rifkin. Il nuovo patto per la natura, "la Repubblica" - 9 giugno 2010.

Land grabbing in Africa - la mappa


Venerdì 25 Maggio 2012, 11:25 in Impatto ambientale, Sviluppo "insostenibile", prodotti e consumi di Marco Pagani

Multinazionali e governi stranieri stanno correndo ad accaparrarsi terre in Africa, per garantirsi cibo e biofuel.
Il nuovo colonialismo avanza e minaccia centinaia di milioni di contadini

Su questo pianeta la terra coltivabile non è infinita: ne abbiamo circa 0,22 ha a testa (1). Il denaro non può
creare terra coltivata dove non c'è, ma dà il potere a chi ne ha di più di portare via la terra a chi ne ha di
meno.
E' il tragico fenomeno del land grabbing, ovvero il nuovo colonialismo.
La mappa qui sopra mostra i principali accaparramenti di Terra in Africa. È una stima per difetto, relativa solo
alle transazioni documentate. (2) Il confronto tra le aree acquisite dalle multinazionali o dagli stati e la terra
totale disponibile per la popolazione locale è impressionante.
Circa 30 milioni di ettari (3) in 24 paesi, pari al 15% della terra arabile africana è già in altre mani. In 14 nazioni
in cui si sono concentrate 27 Mha di acquisizioni l'entità del land grabbing supera il 25%.
Per fare cosa? Coltivarci mais, grano riso, canna da zucchero, palma da olio, jatropha per biofuel oppure
tagliare la foresta o scavare miniere o pozzi petroliferi.

Se non si porrà un freno a livello internazionale a queste pratiche "selvagge", le guerre per la terra faranno
impallidire quelle per l'acqua. Il land grabbing è l'esatto opposto della sovranità alimentare, cioè del diritto
dei popoli a coltivare ciò che desidera per nutrirsi.
(1) Mi riferisco alla terra "buona", cioè quella ad alta resa destinata ai raccolti annuali (cereali, legumi, semi
oleosi ecc) oppure alle colture permanenti (alberi da frutta). Altri 0,5 ha pro capite sono destinati a pascolo,
perchè meno produttivi. Ogni ulteriore espansione della terra coltivabile implica deforestazione.
(2) Fonti. Il database più completo è quello di landportal.info; ulteriori dati sono disponibili
su farmlandgrab.org, sulla mappa generata dall'IFPRI e sull'Internazionale della scorsa settimana (n.949).
(3) Questa cifra deriva dalla somma dei parziali che ho trovato nelle varie fonti. Qualcuno tuttavia parla di
numeri assai più alti, forse fino a 46 milioni di ha.

La terra rubata con il land grabbing


potrebbe nutrire 1 miliardo di persone
Martedì 9 Ottobre 2012, 09:13 in Alimentazione, Sviluppo "insostenibile"di Marco Pagani

Il land grabbing ha messo le mani su 200 milioni di ettari di terra agricola o di foreste per farci piantagioni
per esportazione, biofuel o ricerche minerarie. Questa terra potrebbe nutrire oltre un miliardo di persone

«Beati i miti perché erediteranno la terra» (Mt 5,5). Questa profezia contenuta nel (facilmente
dimenticato) discorso della montagna dovrà forse attendere tempi escatologici, dal momento che
nell'attuale orizzonte di globalizzazione i ricchi stanno rubando tutta la terra che possono attraverso il
meccanismo del land grabbing.
Quanta terra è stata comprata? Si ritiene che nell'ultimo decennio siano stati acquisiti qualcosa
come 200 milioni di ettari in tutto il mondo, pari al 13% di tutta la terra arabile ed quivalente a tutta la
terra arabile di USA e Canada (1).
Oxfam fa notare che questa estensione di terra potrebbe sfamare oltre un miliardo di persone. (2)
I prodotti della terra rubata ai poveri (3) finiranno invece tendenzialmente negli stomaci dei ricchi
sovrappeso dell'occidente, negli stomaci dei loro animali da compagnia o allevamento o nei serbatoi
delle loro auto.
È quanto mai urgente un deciso intervento delle Nazioni Unite sul tema e un governo dell'Africa che
parlando con una voce sola rivendichi i bisogni degli africani prima dei profitti e dei lussi di una
minoranza.

(1) È ben documentato il grab di 70 milioni di ettari, mentre il rimanente si basa su informazioni
indiziarie. Non è facile avere cifre precise, perché ovviamente non ci sono statistiche ufficiali. Le ONG
hanno analizato tutte le compravendite documentate da più fonti e quelle solo riportate come notizie.
Tra le fonti principali il report di Land Coalition e quello di landportal.info.
(2) I 29 milioni di ha di grab documentati in Africa potrebbero fornire ogni anno 39 Mt di cereali (con
una resa media di 1,3 t/ha. E' una resa bassa rispetto agli "standard" europei, ma bisogna tenere in
considerazione le condizioni climatiche e il fatto che la terra è meno dopata di fertilizzanti di origine
fossile), sufficienti a nutrire 170 milioni di persone con una dieta a 2000 kcal/giorno. Facendo le debite
proporzioni sull'intero pianeta, 200 milioni di ha potrebbero nutrire oltre 1 miliardo di persone.
(3) La terra è rubata (anche se formalmente acquistata), perché comprata con i proventi del petrolio,
delle miniere e delle piantagioni che si trovano nei paesi poveri, ma di cui i poveri vedono solo le briciole.
Qual è il peso dell'umanità e degli animali domestici sul pianeta?
Di EcoAlfabeta lunedì 26 maggio 2014

Homo sapiens più i suoi animali da allevamento rappresenta il 97% della biomassa dei mammiferi terrestri.

Chi ancora pensa che "là fuori" ci sia ancora un'abbondante quatità di animali selvatici dovrebbe forse
rivedere le sue convinzioni.

L'infografica che trovate più sotto riporta la biomassa animale dei mammiferi terrestri sul nostro pianeta (1).
Ogni quadratino rappresenta 1 milione di tonnellate (Mt). La massa complessiva dei mammiferi è pari a
circa 1230 Mt.
Al centro dell'immagine, in rosso, vediamo il cospicuo peso dell'umanità, pari a circa 360 Mt (2), ovvero il
29% del totale. Gli animali da allevamento, in giallo, pari a circa 840 Mt (68%). In questo gruppo bovini sono
preponderanti, con mezzo miliardo di tonnellate.
I mammiferi selvatici, in verde, rappresentano meno del 3% del totale, circa 33 Mt, ridotti ormai a
sopravvivere nei parchi naturali e in poche aree residuali di montagna, foresta e terra incolta.
Questa immagine parla da sola per renderci conto di quale sia il nostro impatto ambientale sulla classe degli
animali più simili a noi. I quadratini verdi spariranno nell'arco di qualche decennio, se crescerà il numero
degli allevamenti intensivi e degli animali da compagnia (3).

(1) L'immagine qui sopra è la versione colorata di un'infografica apparsa sul sito xkcd. La fonte dei dati è
l'opera di Smil, The earth's biosphere: evolution, dynamics and change. Il contributo dei mammiferi marini
(cetacei) è comunque marbinale (meno di 1 Mt). E' da notare che altre famiglie animali hanno biomasse
comparabili a quelle di tutti i mammiferi: formiche 300 Mt, termiti 445 Mt, krill 379 Mt, Cianobatteri 1000
Mt.

(2) La massa media corrisponde a 50 kg, visto che sono inclusi anche i bambini e le bambine.
(3) L'aumento di cani e gatti incide più di quanto ci si immagini sulla domanda complessiva di carne.

Una sola specie (indovinate quale) consuma quasi


il 30% della produzione vegetetale di tutta la Terra
Di EcoAlfabeta mercoledì 28 maggio 2014

Si tratta ogni anno di oltre una tonnellata di Carbonio per abitante. Nelle zone maggiormente antropizzate il
prelievo supera il 70%.

Quanto pesa l'umanità su questo pianeta?


Oltre alla ormai celebre impronta ecologica, un buon sistema di misura è il cosiddetto HANPP (Human
Appropriation of Net Primary Productivity), ovvero l'appropriazione umana della produttivita primaria
netta (cioè vegetale) in termini di raccolti, pascoli, mangime, legno, biofuel.
Secondo uno studio dell'Istituto di Ecologia Sociale di Klagenfurt, Austria, l'uomo ogni anno si appropria in
un modo o nell'altro del 28,8% di tutta la biomassa che cresce al di sopra del terreno (1). Questo equivale
ad un prelievo di 1,2tonnellate di Carbonio per ogni abitante del pianeta.
Si tratta naturalmente di un valore medio, perchè come si può vedere dalla mappa qui sotto, nelle zone più
antropizzate l'appropriazione supera in genere il 70%.
L'India spicca per l'enorme prelievo di biomassa su tutto il suo territorio e mostra chiaramente l'impatto
dei consumi, ancorchè sobri, di un miliardo di persone. Tra le altre zone critiche, la Cina, l'Australia, il
modwest americano, la Nigeria, il Rwanda e varie regioni di Europa, tra cui la pianura padana
In certi casi (aree in azzurro nella mappa, corrispondenti alle zone irrigate in Egitto, Pakistan, Uzbekistan) i
cambiamenti indotti dall'uomo hanno causato un'aumento della produzione vegetale rispetto allo stato
naturale, per cui l'appropriazione si presenta con un segno meno davanti. Questo non significa però che le
cose stiano andando bene, visto che tle risultato è stato ottenuto al prezzo di un insostenibile prelievo di
acqua.
(1)
Il valore risulta un po' più basso se si considera anche la biomassa sotterranea, da cui i prelievi sono minori
(radici, tuberi, bulbi). L'HANPP è la somma della biomassa effettivamente utilizzata dall'umanità e della
biomassa persa per i cambiamenti rispetto ad un ecosistema indisturbato. Il video in alto proviene da
un'altra fonte (NASA) e per questo i colori del globo sono leggermente diversi dalla mappa qui sopra.
Mangiare meno carne

Mangiare meno carne /1 La salute


Martedì 7 Novembre 2006, 08:20 in Alimentazione, Salute, Stili di vita e salvezza del pianetadi Marco Pagani

Tra gli stili di vita che incidono sull'impronta ecologica,


l'alimentazione è uno dei più importanti. Questo post e altri tre
che seguiranno insistono su un messaggio molto semplice:
bisogna mangiare meno carne!

[I post sono ordinati secondo un criterio di consapevolezza


ecologica crescente]
Perchè mangiare meno carne? Perchè fa male alla nostra
salute! Vogliamo innanzitutto preoccuparci del nostro
organismo, ovvero del nostro ecosistema interno?
In Italia abbiamo raggiunto in questi anni il consumo record di
circa 90 kg di carne a testa all'anno.
Se si escludono dalla media i circa 2,5 milioni di bambini con
meno di 5 anni (che non mangiano così tanta carne) e i 6 milioni
di vegetariani ed i vegani (non ne mangiano affatto), il
consumo degli adulti carnivori si assesta intorno ai 105 kg all'anno a testa. Si tratta di circa 3 etti di carne al
giorno tutti i santi giorni!
Il grafico qui sotto riporta l' incidenza (relativa all'anno 1998) del tumore al colon retto (casi per centomila
persone; la fonte è il database dell' IARC) in funzione del consumo di carne pro capite (fonte WRI) per i paesi
dell'Europa occidentale.
Vi è naturalmente una certa dispersione nei dati, poichè l'insorgenza di patologie tumorali è sempre dovuta
ad una concomitanza di più fattori, ma il trend crescente è abbastanza chiaro: si passa dai 39-46 casi su
centomila dei finlandesi e svedesi che consumano circa 70 kg all'anno ai 60-65 casi su centomila di austriaci,
irlandesi, olandesi e danesi, che ne consumano oltre 110 kg all'anno. Il consumo di 40 kg di carne in più fa
aumentare del 50%la probabilità di ammalarsi.
Questi dati sono confermati da una ricerca concotta negli USA su circa 90 mila donne di età compresa tra i
30 e i 60 anni; chi consuma quotidianamente carni rosse ha "una probabilità due volte e mezzo superiore di
contrarre il cancro del colon, rispetto a quelle che ne mangiano con parsimonia o la evitano completamente"
(citato da J. Rifkin, Ecocidio, Milano, 2001, p 198).

Rifkin aggiunge inoltre che "Nelle culture carnivore del mondo occidentale, l'incidenza del cancro al colon
è dieci volte superiore a quella registrata nelle culture non carnivore asiatiche e del mondo in via di sviluppo.
Vivere al vertice della scala delle proteine si è rivelato piuttosto rischioso."

Altri problemi di salute:

• il consumo eccessivo di carne produce un accumulo di acido urico nel sangue; per tamponare la variazione
di pH, l'organismo è quindi costretto a mettere in circolo ioni calcio; questo comporta perdita di calcio dai
denti e dalle ossa;
• aumento di colesterolo LDL, con rischi di arteriosclerosi e infarto del miocardio;
• obesità;
• maggiore probabilità di sviluppare un tumore al seno.
Non prolungo oltre questo elenco perchè non vorrei essere accusato di usare argomenti terroristici a
riguardo del consumo di carne :-). Per chi volesse approfondire c'è l'ottimo articolo The Food Revolution di
John Robbins, qui disponibile in una sintesi in italiano
Ridurre il consumo di carne non può che farci stare meglio. Sempre Rifkin cita un caso storico molto
interessante. I danesi (popolo come si è visto tra i più carnivori del mondo) nel 1917 furono
praticamente costretti al vegetarianesimo per i razionamenti di guerra; in quell'anno la mortalità,
nonostante le difficoltà della guerra si è ridotta del 34%!!
Vogliamo provare anche noi a fare questo esperimento sociologico- sanitario?
Mangiare meno carne /2 Una questione di giustizia
Martedì 7 Novembre 2006, 09:24 in Alimentazione, Solidarietà, Stili di vita e salvezza del pianeta di Marco Pagani

Secondo post dedicato ad un messaggio chiaro e molto semplice: bisogna mangiare meno carne! Qui ci
occupiamo dell'ecosistema umano.
Un tempo la carne era il cibo dei signori e dei ricchi; i poveri la vedevano di rado, solo in alcuni giorni di festa.
Ed oggi, nel nostro mondo moderno?
• È ancora il cibo dei signori e dei ricchi, cioè di quel miliardo di persone che (in Europa, Nord America,
Australia e Giappone) ne ingurgita in media oltre 90 kg all'anno.
• Tre miliardi di persone a reddito medio (Sud America, Cina, Sud Corea, Filippine ecc.) ne consuma circa
la metà.
• 2 miliardi e mezzo di poveri (Africa, India e Asia Centrale) ne consumano invece circa un decimo, cioè 9
kg all'anno.

Dal grafico qui sopra vediamo che i paesi a reddito medio hanno aumentato i loro consumi di carne negli
ultimi 40 anni, ma i ricchi hanno sempre mantenuto i loro 45 kg di "distacco". Nei paesi più poveri non c'è
invece stato alcun aumento: si mangia la stessa (poca) carne che si mangiava quaranta anni fa.
Queste differenze nella dieta ci danno la misura della differenza che passa tra i ricchi e i poveri del nostro
pianeta, in modo ancora più incisivo che le differenze di reddito.

Mangiare troppa carne è un lusso che facciamo pagare all'indigenza dei più. Secondo uno studio dell' Istituto
Nomisma, le più importanti filiere animali italiane (bovina da latte, bovina da carne, suina, avicola)
consumano 3 milioni di tonnellate di fave di soia e quasi 9 milioni di tonnellate di farina di mais. Questo cibo
viene usato per ingrassare gli animali, ma sarebbe perfettamente adatto all'alimentazione umana e
permetterebbe di sfamare circa 60 milioni di persone con una dieta a 2000 kcal al giorno (1kg di soia fornisce
3980 kcal ed uno di mais 3620).
Come a dire che in Italia e in tutto l'occidente mangiamo almeno per due (in realtà molto di più, perchè gli
animali sono nutriti anche con altri vegetali).
Scegliere di mangiare meno carne significa scegliere di accaparrarsi una quota minore di risorse alimentari
del pianeta. Visto che in 50 stati del mondo più del 15% della popolazione è malnutrita (vedi World Food Day
2006 ) e che secondo la FAO l'obiettivo di dimezzare il numero di affamati sulla terra entro il 2015 è
praticamente fallito, non si tratta poi di una preoccupazione così accademica ...

Mangiare meno carne /3 Riduciamo la nostra impronta


Giovedì 9 Novembre 2006, 10:16 in Alimentazione, Impatto ambientale, Stili di vita e salvezza del pianeta, prodotti e consumidi Marco Pagani

Terzo post dedicato ad un messaggio chiaro e molto semplice: bisogna mangiare meno carne!

Gli interventi sono ordinati secondo un criterio di consapevolezza ecologica crescente. Dopo aver parlato
dell'ecosistema del nostro organismo e dell'ecosistema umano qui ci occupiamo dell'ambiente naturale
propriamente detto. Il post è un po' tosto, ma non è una faccenda che si possa sbrigare in poche righe ...].
Gli animali erbivori usano l’energia contenuta nell' erba e nei cereali per crescere, sviluppare muscoli
e grasso e per il metabolismo. Se un animale carnivoro mangia l'erbivoro, non riesce ad
ottenere tutta l'energia contenuta in quei vegetali, ma solo una piccola parte (quella che l'erbivoro ha
immagazzinato nei suoi tessuti). Questa parte di solito non supera il 10%.
Essere carnivori significa quindi usare le risorse naturali in modo molto inefficiente; non per niente negli
ecosistemi il rapporto tra carnivori ed erbivori è di solito inferiore ad 1 a 10. Se ci fossero più carnivori non
ci sarebbe semplicemente da mangiare per tutti. E se il carnivoro è l'uomo? È esattamente la stessa cosa: per
ogni kg di carne bovina vengono consumati dai 9 agli 11 kg di foraggio, una buona parte del quale è
composto da mais, soia e orzo e sarebbe quindi adatto all'alimentazione umana (per i dettagli del calcolo
vedi la nota (1) più sotto).
Questi dati possono variare considerando altri produttori, ma non dovrebbero discostarsi troppo dal
rapporto 1 a 10.

Tenendo conto della resa dei vari cereali, del loro contenuto energetico e proteico, è possibile ottenere i dati
rappresentati nei grafici qui sopra (per i dettagli vedi la nota (2)):
• per ottenere 1000 kcal (un pasto medio) dai cereali occorre una superficie coltivata minore di 1 m². Il
record spetta al mais con 0,26 m². Per ottenere la stessa energia dalla carne bovina occorrono quasi 8
m² di terra (solo per il foraggio).
• per ottenere 100 grammi di proteine (un po' più della dose media giornaliera) dai cereali occorre circa 1
m², a parte il riso che ha un minore contenuto proteico. Le stesse proteine dalla carne richiedono
invece quasi 5 m²!
• queste cifre valgono per cereali coltivati con agricoltura biologica. Considerando l'agricoltura fossil-
dipendente, le rese sarebbero un po' più alte e di conseguenza tutte le aree dei grafici un po' più basse,
ma a prezzo del consumo di risorse non rinnovabili (di questi si parlerà in un altro post)
In conclusione, essere carnivori significa avere un' impronta ecologica assai più grande e pesare molto di
più sul nostro già scricchiolante ambiente naturale. Se poi consideriamo che una buona parte della soia
destinata all'alimentazione bovina è coltivata in Brasile tagliando la foresta amazzonica, il quadro si
completa perfettamente:
• mangiar carne = usare in modo altamente inefficiente l'energia dei vegetali
• mangiar carne = distruggere il più importante capitale naturale del pianeta
Vedi anche gli altri post della serie:

(1) Secondo il coordinamento toscano produttori biologici un vitellone aumenta la sua massa di 275 kg
(da 375 a 650 kg) in circa 320 giorni mangiando circa 10 kg al giorno di foraggio. Per questi 275 kg (che
immaginiamo tutti edibili), vengono quindi consumati 3200 kg di foraggio, ovvero circa 11 kg di foraggio per
ogni kg di carne.
Questi dati sono confermati da uno studio del Comune di Piacenza, secondo il quale i 4400 bovini delle
campagne circostanti consumano circa 50000 kg al giorno, ovvero in media poco più di 11 kg a testa
(2) I grafici sono stati costruiti usando la seguente tabella:
Resa Resa Energia/g Proteine

Alimento (t/ha) (g/m²) (kcal/g) (%)

Grano 7.8 780 3.17 12.3

Mais 10.8 1080 3.5 9.2

Soia 3 300 4.07 36.9

Riso 6 600 3.32 6.7

Carne

Bovina 1 100 1.27 20.5

Mangiare meno carne /4 E gli animali?


Venerdì 10 Novembre 2006, 08:42 in Alimentazione, Stili di vita e salvezza del pianetadi Marco Pagani

Ultimo post dedicato ad un messaggio chiaro e


molto semplice: bisogna mangiare meno carne!
Gli interventi sono messi in
ordine di consapevolezza ecologica crescente. Si
è parlato dell' ecosistema del nostro organismo,
dell' ecosistema umano e dell' ecosistema del
pianeta; ora ci occupiamo dell' ecosistema
come comunità di viventi]
Non è necessario aderire completamente
alle teorie animaliste del filosofo Peter Singer,
per rendersi conto di quale mostruosità
concentrazionaria gli umani hanno creato nei
confronti degli animali in questo nostro mondo moderno.
Un contadino di 100 anni fa che allevava mucche, maiali e polli curandoli ad uno ad uno e
magari chiamandoli per nome, inorridirebbe a vedere questi grandi complessi industriali in cui migliaia di
bovini e suini sono imprigionati e costretti all'ingrasso come macchine.

Passare tutta la propria (breve) vita in una gabbia senza


quasi potersi muovere, non vedere mai la luce del sole, ma
solo lampade sempre accese per mangiare anche di notte,
avere il becco, le corna o altre parti del corpo amputate,
venire ingrassati al punto da non potersi più reggere sulle
proprie zampe, essere deportati per centinaia di km senza
cibo nè acqua per raggiungere i mattatoi dove si viene
uccisi, e quelli che seguono nella fila vedono il destino di
chi li precede, non è forse una punizione crudele e
inusuale?
Non è necessario essere vegetariani per capire che per massimizzare il profitto e la produzione si
sottopongono gli animali (in genere mammiferi superiori) a sevizie e crudeltà assolutamente insensate.
Questa crudeltà fa male anche agli uomini. Marguerite Yourcenar ha scritto con la sua consueta chiarezza:
Spesso dico a me stessa che se non avessimo accettato, nel corso delle generazioni, di veder soffocare gli
animali nei vagoni bestiame, o spezzarvisi le zampe come succede a tante mucche e a tanti cavalli mandati
al mattatoio in condizioni assolutamente disumane, nessuno, neppure i soldati addetti alla scorta, avrebbe
sopportato i vagoni piombati degli anni 1940-1945 (Ad Occhi aperti, Milano 1987, p 241. Esiste una citazione
simile in wikiquote, ma non viene riportata la fonte)

Il film di animazione Galline in fuga illustra bene questo concetto: fintanto che operiamo in questo modo
siamo noi i nazisti degli animali.
Mangiare meno carne significa ridurre la domanda e quindi rendere inutili le fabbriche della morte che hanno
traformato gli animali in macchine.

Diventare vegetariani o vegani è una scelta di consapevolezza personale; trovare un migliore rapporto con
il mondo naturale inizia esattamente dal che cosa si mangia.
Ridurre il consumo di carne è invece un imperativo categorico: per la nostra salute, per giustizia verso i
popoli più poveri, per proteggere l 'ambiente e i diritti degli animali.
Segnalo a questo proposito la campagna del Progetto Gaia per essere vegani almeno una volta alla
settimana. Quando parlo di ridurre la carne intendo naturalmente qualcosa di più significativo, cioè
una riduzione dei consumi del 70% e non solo di un settimo; comunque è un buon punto di partenza.
Mangia meno carne, riduci la CO2
Mercoledì 25 Aprile 2007, 09:41 in Alimentazione, Stili di vita e salvezza del pianetadi Marco Pagani

Nel dibattito in corso sull' alimentazione carnivora/vegetariana , non si possono considerare solo gli aspetti
nutritivi, ma anche e soprattutto l'impatto ambientale della nostra dieta.
Consideriamo i seguenti due aspetti.

Mangiare carne significa consumare molte più risorse naturali rispetto ad una alimentazione vegetariana.
Occorrono infatti 10 kg di cereali e foraggio per ogni kg di carne consumata. Questo fa sì, come si vede nel
grafico a fianco che per ottenere 1000 kcal di carne occorrono ben 8 m² di terreno agricolo, rispetto agli 0,26
- 0,80 m² per avere 1000 cal di cereali. I dettagli in questo post .

Mangiare carne significa anche aumentare le emissioni di gas serra. Non credo esistano ancora studi
completi sulla questione. Vorrei provare a darne una stima per difetto, considerando solo due dei principali
contributi:
1. Un kg di carne bovina edibile necessita di circa 2,3 kg di mais nel foraggio, per la cui produzione sono
stati emessi circa 3.7 kg di CO2 e di CO2 equivalente.
2. Un vitellone "emette" metano dal suo apparato digerente; si tratta di circa 109 grammi per ogni kg di
carne edibile. In termini di CO2 equivalente si tratta di circa 2.3 kg. (Per i dettagli continua a leggere
sotto).
Tenendo conto solo di questi due contributi, senza contare quindi le altre emissioni per i trasporti degli
animali e della carne, la macellazione, la refrigerazione e la cottura, abbiamo comunque circa 6 kg di CO2 per
ogni kg di carne consumata.
Dal momento che i carnivori italiani consumano circa 105 kg di carne all'anno, si tratta quindi di oltre 631 kg
di emissioni pro capite. Le emissioni medie pro capite degli italiani sono di circa 8400 kg (calcolato
dal rapporto ENEA , p 262).
Il consumo di carne contribuisce quindi almeno per il 7.5% all'effetto serra.
Un modo semplice, applicabile subito senza investimenti e incentivi, per ridurre le nostre emissioni di CO2 è
quindi ridurre il nostro consumo di carne.
Ridurlo a 1/3 (circa 35 kg all'anno) porterebbe ad una riduzione di almeno il 5% delle emissioni di CO2. Vi
sembra poco?
Riporto qui il metodo che ho usato per stimare le emissioni, in modo che sia possibile migliorare la stima, se
qualcuno è in possesso di dati migliori o più attinenti alla realtà italiana, oppure se pensa che abbia fatto
qualche errore o omissione.
Secondo questo studio, i vitelloni consumano circa in media 3 kg al giorno di mais e altri cereali (che per
semplicità ho equiparato al mais). La durata media dell'ingrasso è stata di 246 giorni per un consumo totale
di 738 kg di mais. L'aumento di massa è stato di circa 1,3 kg al giorno per un aumento totale di circa 320 kg,
che per semplicità considero interamente edibili. Il consumo di mais è quindi stato di 738/320=2,3 kg di mais
per kg di carne.
Secondo questo studio australiano, per produrre 1 kg di mais si emettono 0,4 kg di CO2 (produzione
fertilizzanti, irrigazione, trasporti ecc) più altri 0,3 kg equivalenti dovuti alle emissioni di N2O dai campi. In
Italia si usano circa 180 kg di concimi azotati per ettaro contro i 43 dell'Australia, cioè 4 volte di più; anche le
emissioni di N2O saranno quindi circa 4 volte di più, ovvero 1,35 kg di CO2 equivalente per kg di mais. In
totale abbiamo quindi 0.4 + 1.35 = 1.75 kg di CO2 per kg di mais.
Non ho considerato l'input energetico dell'altro foraggio, che suppongo però essere assai minore di quello
del mais. Una parte significativa della dieta è costituita da silomais, cioè dalla pianta intera triturata,
pannocchie comprese. In questo caso occorrerebbe conoscere a quanta granella di mais corrisponde 1 kg di
silomais

Combinando insieme i due risultati precedenti si ottiene 2.3 x 1.75 = 4 kg CO2 per kg di carne.
Secondo questo articolo, un vitellone in crescita emette in media 140 g di metano al giorno(menter un bovino
adulto ne emette circa 230 grammi). Moltiplicando questo valore per i 246 giorni di ingrasso di trovano circa
35 kg di Metano, ovvero 0.1 kg per ogni kg di carne edibile, corrispondenti a 2,3 kg di CO2 equivalente per
kg di carne (il CH4 e 21 volte più efficace della CO2 per l'effetto serra).
Abbiamo così 4 + 2.3 = 6,3 kg CO2 per kg di carne.
Il consumo medio di carne è di 90 kg/anno; questo dato va però corretto dal momento che i 2,5 milioni di
bambini con meno di 5 anni non mangiano così tanta carne e i 6 milioni di vegetariani e vegani non ne
mangiano affatto; si ottiene così per i carnivori circa 105 kg carne/anno.
Le emissioni annue di un carnivoro sono quindi 6.3 x 105 = 660 kg CO2/anno
Rifkin e la gigantesca macchina inquinante
Lunedì 30 Luglio 2007, 09:42 in Alimentazione, Impatto ambientale, prodotti e consumi di Marco Pagani

No, non si tratta dell'ultimo stravagante


modello di SUV... ma dell’allevamento degli
animali. Rifkin fa finalmente notare l'enorme
impatto ambientale dell'allevamento animale,
cioè di quanto incida sul riscaldamento
globale il lusso di mangiar carne tutti i giorni.
E' un argomento di cui non si parla molto, forse
perchè le nostre abitudini alimentari sono
così radicate che è difficile metterle in
discussione (vi ricordate il panico assoluto che
accompagnava i servizi sulla mucca pazza?).
Lascio comunque la parola a Rifkin, intervistato
su Repubblica da Antonio Cianciullo (il contesto dell'intervista riguardava i biocombustibili).

A.C. Allora avanti tutta con la canna da zucchero?


J.R. Un momento. Ho detto che recuperare gli avanzi, gli scarti di lavorazione è un buon prerequisito, ma
bisogna fare anche altre valutazioni. Ad esempio, quanta energia serve e quanta terra è disponibile: la
popolazione cresce, i consumi energetici aumentano, la disponibilità di suolo fertile pro capite diminuisce.
A.C. Come se ne esce? Il conflitto tra cibo ed energia sembra inevitabile.
J.R. Da una parte c'è l'agricoltura che serve a sfamare le persone; non si può pensare di ridurre la terrza
destinata a questo uso. Dall'altra parte però c'è l'agricoltura che produce per gli allevamenti e qui sì che si
può intervenire.

A.C. E sarebbe sufficiente?


J.R. Vogliano scherzare? La prima causa dell'effetto serra è data dal settore delle costruzioni, cioè case e
uffici. La terza sono i trasporti. Lo sa cos'è la seconda? Il complesso della produzione necessaria a sostenere
quella gigantesca macchina inquinante costituita dagli allevamenti. i nostri consumi di carne sono il secondo
fattore di rischio per la stabilità del clima.
A.C. Allora tutti a dieta?
J.R. Tutti alla dieta naturale degli esseri umani che sono onnivori e non divoratori di carne. In questo modo
con un colpo solo si riescono a ottenere tre vantaggi. Primo: guadagniamo spazio per la riconversione
energetica dell'agricoltura. Secondo: tagliamo via una bella fetta di inquinamento. Terzo: diamo un
contributo al miglioramento della salute.
Rifkin ricorda anche che
• gli 1,3 miliardi di bovini occupano, direttamente o indirettamente il 24% della superficie terrestre.
• gli animali mangiano un terzo della produzione cerealicola mondiale
• un ettaro coltivato a cereali produce cinque volte più proteine di un ettaro destinato alla produzione di
carne (ne ho parlato in questo post)
• durante la sua vita l'americano medio mangia sette manzi da 700 kg!
Mai come oggi, le nostre abitudini alimentari non sono più un fatto privato, ma una questione etica a livello
planetario, che coinvolge anche la sicurezza delle generazioni future (questo commento finale non è di Rifkin,
ma del blogger).

Carne, energia e riscaldamento globale


Martedì 31 Luglio 2007, 09:20 in Impatto ambientale, prodotti e consumi di Marco Pagani

Sono davvero tempi grigi per il


consumo di carne. Ieri riportavo
alcuni brani dell' intervista a
Rifkin che faceva giustamente
notare che l' allevamento degli
animali è la seconda causa del
riscaldamento globale.
Ora giunge questo studio
giapponese che valuta l'impatto
ambientale del consumo di carne in
termini di consumi energetici (in
gran parte fossili) e di effetto serra. Produrre un kg di carne in Giappone costa la bellezza di 160 MJ di
energia e causa l'emissione di 36 kg di CO2equivalente in atmosfera.
Questi dati sono particolarmente elevati perchè il Giappone importa il mangime dagli USA e alleva i vitelli
per un periodo più lungo (19 mesi contro gli 8 circa in Europa). Vediamo allora cosa succede da noi. Secondo
un articolo dell'Università di Manchester, un kg di carne bovina ci costa 44 MJ di energia e almeno 15 kg di
CO2 (in alcuni casi le emissioni potrebbero essere più alte).(1)
Dal momento che l'italiano carnivoro medio consuma 105 kg di carne all'anno, questo equivale a 1575 kg di
CO2 emessi in un anno, pari al 18% delle emissioni pro capite.
18% della CO2 a causa della carne. E' un dato piuttosto impressionante.
E che dire dell'energia? si è detto che per produrre un kg di carne occorrono 44 MJ di energia; una volta che
si trova nel piatto, fornisce energia per circa 4,3 - 5 MJ.
In altre parole, occorrono 10 unità di energia (più che altro fossile) per poterne mangiare una...
Mai come ora è chiaro che cambiare le proprie abitudini alimentari rappresenta un modo semplice per
aiutare il nostro pianeta e il nostro futuro.
(1) si tratta di un valore assai più alto dei 6 kg che avevo indicato in questo post . In quel caso si trattava infatti
di una stima per difetto che teneva conto solo della produzione di mangime e delle emissioni di metano
dell'apparato digerente, trascurando i trasporti, i trattamenti, la refrigerazione e la cottura che qui sono
invece inclusi.

Possono esistere ambientalisti "carnivori"?


Mercoledì 29 Agosto 2007, 11:57 in Alimentazione, Impatto ambientale, Stili di vita e salvezza del pianeta, prodotti e consumi di Marco
Pagani

E' la domanda che si pone il New York Times , dopo aver


ricordato che secondo la FAO , il business dell'allevamento
degli animali genera più gas serra (circa il 18% del totale) del
sistema dei trasporti.
Il NYT sottolinea che in questi ultimi tempi diverse organizzazioni
vegetariane, vegane o animaliste, stanno sostenendo con forza
questo punto di vista: un'alimentazione sbilanciata e scorretta
e la maggiore causa del riscaldamento globale.
Molti ambientalisti o comunque "amici dell'ambiente" rifuggono
spesso dalla questione alimentare perché "è più facile mettere
una lampadina a basso consumo che imparare a cucinare con
il tofu", come afferma Matt Ball di Vegan Outreach.
Credo che occorra procedere senza dogmi e senza anatemi.
Molti scelgono di diventare vegetariani o vegani, ma non credo
tuttavia che ciò sia indispensabile; forse sarebbe sufficiente
ridurre i consumi di carne e derivati animali a un terzo degli attuali (meglio sarebbe forse a un sesto), per
ridurre le emissioni di CO2 più o meno del 12%.
Questo non è un blog strettamente vegetariano o vegano, ma un blog "sostenibile".
Invito quindi tutti a ridurre i consumi di carne e prodotti animali nella misura in cui desideriamo o riusciamo
a farlo, sapendo che più si riduce e meglio è, per la nostra salute e quella del pianeta.
Dimezzare i consumi di carne e latte per salvare il pianeta
Di EcoAlfabeta lunedì 28 aprile 2014

Poichè mangiamo molte più proteine del necessario, sarebbe anche una buona scelta per la salute. Le sole
emissioni di N2O della carne bovina sono pari a 25 volte quelle del grano, per cui si tratta di un impatto
davvero pesante.

Il clima del pianeta sa cambiando non solo per le emissioni


industriali, ma anche per le nostre abitudini alimentari.
Secondo uno studio sostenuto dalla Commissione
Europea, diventare demitariani, cioè dimezzare il
consumo di carne e latticini (1), ridurrebbe del 40% le
emissioni di N2O, un gas serra 300 volte più dannoso della
CO2, oltre a giovare notevolmente alla nostra salute. I
motivi? Sono semplici.

1. L'assunzione di proteine nell'Unione Europea è


del 70% più alta rispetto ai valori raccomandati dall'OMS, quindi una buona parte delle proteine che
mangiamo è superflua e dannosa.
2. L'inquinamento da azoto per kg di cibo consumato è 25 volte più alto per la carne di manzo che per il
grano; per maiale, pollame, uova e latticini è da 3,5 a 8 volte più alto.
3. La terra non più usata per coltivare mangime potrebbe essere riforestata o riallocata per produzione
locale di grano, mais, riso e legumi.
4. Le corrispondenti emissioni di N2O calerebbero tra il 25% (riallocazione) e il 40% (riforestazione). Le
emissioni legate all'importazione della soia calerebbero del 75%.
Diventare demitariani è soprattutto una sfida culturale per chi consuma; dal punto di vista dei produttori,
significherebbe puntare sulla qualità piuttosto che sulla quantità, ovvero, detto in forte sintesi, dimezzare la
produzione raddoppiando i prezzi.

Se volete conoscere la vostra impronta di azoto, potete provare a calcolarla qui.


(1) La media italiana di consumo apparente (che include quindi anche lo spreco) è pari a 1,7 kg di carne e 4,8
kg di latticini a settimana, ovvero rispettivamente circa 250 e 700 grammi al giorno. Dimezzare i consumi
non è probabilmente sufficiente per vivere in modo sostenibile, ma è comunque un buon modo per
incominciare.
Olio di palma e deforestazione
L'olio di palma fa male alla salute
Venerdì 30 Novembre 2007, 09:28 in Alimentazione, Ecosistemi sotto stress di Marco Pagani

L'olio di palma contiene molti grassi saturi e subisce diversi processi cimici di raffinazione, ma soprattutto è
uno dei maggiori responsabili della deforestazione in Malaysia e Indonesia. Quindi, per favore, leggi le
etichette di ciò che compri!

[Aderisci alla causa Stop all'olio di palma nel nostro cibo!]


Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità l'olio di palma potrebbe avere effetti negativi sulla nostra
salute a causa del suo elevato contenuto di grassi saturi (il riferimento è a pag. 92 di questo rapporto).
Senza alcun dubbio, la coltivazione di palma da olio sta invece avendo un impatto fortemente negativo
sulla salute dell'ambiente e sulle popolazioni indigene.
Negli ultimi anni la superficie coltivata a palma da olio è cresciuta molto in fretta nell'Asia sud-orientale. Il
grafico in alto (dati aggiornati al 2011) mostra l'espansione delle piantagioni in Malaysia.
La terra destinata alla coltivazione della palma è strappata alla foresta. Uno dei motivi della crescita della
domanda è rappresentato dall'uso dell'olio di palma come biodiesel .
La situazione è ancora più critica in Indonesia. Scrive l'ONU nel Rapporto sullo sviluppo umano
2008 (capitolo 3, p. 186 in italiano)
Con l'impennata dei prezzi dell'olio di palma, sono stati sviluppati programmi ambiziosi per espandere le
coltivazioni. Un esempio è il Kalimantan Border Oil Palm Project in Indonesia, che mira a convertire 3 milioni
di ettari di foresta nel Borneo. Le concessioni sono già state rilasciate alle varie società. Nonostante la
legislazione nazionale e le linee guida volontarie del settore prevedano la tutela delle popolazioni indigene,
queste norme vengono rispettate in modo discontinuo, nella migliore delle ipotesi, e, in alcuni casi, vengono
ignorate. Tra le aree giudicate idonee per le concessioni rientrano anche aree forestali utilizzate dalle
popolazioni indigene: numerosi sono i casi documentati di persone che hanno perso la terra e l'accesso alle
foreste.
L'Indonesia ha già perso un quarto delle sue foreste e ogni anno la deforestazione procede, alimentata
da centinaia di incendi incontrollati e illegali. Secondo il rapporto ONU per ogni dollaro
guadagnato dall'industria dell'olio di palma se ne potrebbero perdere da 50 a 100 per le aumentate
emissioni di CO2 (secondo i parametri europei dal carbon trading).
Lasciando da parte i dollari, il vero problema è il genocidio: genocidio di popoli indigenistrappati alle
loro foreste, genocidio degli oranghi che perdono inesorabilmente il loro habitat, forzata estinzione di
innumerevoli specie non ancora scoperte.
E' assolutamente assurdo, incivile, immorale e insensato che l'estinzione di specie e culture umane debba
essere causata dal crescere della domanda di oli alimentari a basso costo e biocombustibili. Ricordiamocelo
la prossima volta che compriamo grissini con olio di palma...

Stop all'olio di palma nel nostro cibo!


Mercoledì 16 Maggio 2012, 14:28 in Alimentazione, Ecosistemi sotto stress, Impatto ambientale, prodotti e consumidi Marco Pagani

L'olio di palma è ricco di grassi saturi e poverissimo di omega-3,quindi non giova alla nostra salute. Fa però
soprattutto male all'ambiente, perché è una delle maggiori cause di deforestazione in Asia orientale. Scegli di
non mangiarlo più!

L'olio di palma è il più prodotto al mondo e costa un po' meno degli altri oli, ma ha due fortissime negatività:
• nuoce alla salute, visto che contiene il 49,3% di grassi saturi; l'olio di palmisto, cioè del seme, arriva fino
all'81%! (1)
• nuoce all'ambiente visto che è uno dei principali motori di deforestazione in Asia orientale. (2)
Possiamo fare perfettamente a meno dell'olio di palma nelle nostre diete. Occorre un po' di impegno è vero,
perchè un enorme numero di prodotti confezionati contiene olio di palma, ma ce la si può fare.
Basta leggere l'etichetta degi ingredienti che tutti i prodotti devono avere per legge: se c'è scritto "grasso
vegetale" o "olio vegetale", quasi sicuramente è in tutto o in parte olio di palma. Come riprova controllate
la tabella nutrizionale; se i grassi saturi sono più o meno la metà del totale, si tratta indubbiamente di olio di
palma.
La maggior parte dei biscotti contiene OdP, ma se ne trovano alcuni (in genere bio) con olio di girasole o
meglio ancora con olio di oliva. Altri sono ancora fatti solo con il burro (3).
Quasi tutti i grissini sono palmificati. Si può optare per i taralli con olio d'oliva che personalmente trovo
incomparabilmente superiori.
La pasta sfoglia o la pasta da pizza non sono immuni dall'olio deforestante. Ma perchè comprare un prodotto
già fatto quando lo si può fare in casa quando se ne ha tempo e voglia?
Molti prodotti per l'igiene e la bellezza contengono OdP. Controllate e scegliete tra le (numerossisime)
alternative senza.
E' inoltre possibile scrivere alle aziende e alla grande distribuzione chiedendo che usino grassi più salubri nei
loro prodotti. Se scriveremo in mille, alzeranno un sopracciglio, se saremo in diecimila inizieranno a farci su
riunioni. Se saremo un milione, potremo davvero cambiare. Per tutte le cose è stato sempre così.
Aderisci alla causa in facebook Stop all'olio di palmna nel nostro cibo.
(1) Dati USDA
(2) Dati FAOSTAT
(3) Il burro contiene più o meno gli stessi grassi saturi dell'OdP e l'allevamento bovino ha un notevole impatto
ambientale, ma è assai più ricco di omega 3 dell'OdP e non causa direttamente deforestazione.
Basta distruggere le foreste per le saponette!
Lunedì 28 Aprile 2008, 09:32 Marco Pagani

Un video di Greenpeace e mette sotto accusa la grande multinazionale Unilever, (proprietaria tra gli altri dei
marchi Dove, Lysoform, Mentadent, Svelto, Sunsilk, Rexona...) perchè continua a rifornirsi di olio di palma
da aziende che distruggono la foresta indonesiana.
Unilever fa parte del Round Table on Sustainable Palm Oil che promuove "la crescita e l'uso sostenibile
dell'olio di palma". Questa tavola rotonda ha approvato dei principi guida, dove si afferma (pag 40) che a
partire dal novembre 2005 le nuove piantagioni non devono più rimpiazzare foreste primarie o aree di
valore naturale.

Secondo Greenpeace, questo impegno è però di fatto disatteso (clicca qui per scaricare il documento,
piuttosto corposo, 22 Mb): i fornitori indonesiani continuano a tagliare la foresta.
Il principale è Sinar Mas- Golden Agri, che ha in programma di acquisire 1 milione e 100 mila
ettari in Borneo e West Papua (è un po' difficile che riescano a trovare tutta questa terra in modo
"sostenibile"...). Non si tratta di un'informazione segreta, dal momento che è sbandierata sul sito
dell'azienda.
La cartina qui a fianco mostra l'espansione complessiva delle piantagioni di palma da olio in Borneo (blu), le
zone di deforestazione (in marrone scuro) e l'habitat dell'Orango (marrone chiaro).
Greenpeace non chiede di boicottare i prodotti della Unilever, ma di fare sentire la nostra voce, scrivendo
lettere al CEO Patrick Cescau.
Anche se personalmente non faccio uso di prodotti Unilever, mi unisco all'appello di Greenpeace; non un
boicottaggio organizzato, ma una pressione sul management perché faccia qualcosa e lo faccia subito. Se
riceveranno centinaia di migliaia di lettere non dubitate che inizieranno a muoversi, se non per amore degli
oranghi, almeno per amore dei loro azionisti...

Tempi duri per le foreste dell'asia orientale


Martedì 12 Dicembre 2006, 08:51 in Economia e ambiente, Ecosistemi sotto stress, Sviluppo "insostenibile" di Marco Pagani

Le foreste dell'asia orientale decisamente non godono di buona salute: come si vede dalla cartina qui a
fianco in soli quindici anni (dal 1990 al 2005) sono stati persi ben 466 mila km² di foresta primaria
naturale (dati World Resources Institute ).
La situazione peggiore si riscontra in Indonesia e nelle Filippine (-26%), seguite da Myanmar, Cambogia
e Thailandia (da -14% a -19%). Unica nota positiva è la riforestazione del Vietnam, dove sono stati
ripiantati oltre 18 mila km² di foresta (+ 22%).
In termini assoluti, la situazione più critica rimane quella dell' Indonesia, dal momento che ospita la più
grande foresta tropicale dell' Asia Orientale. Sono bastati 15 anni per divorare 293 mila km² di foresta!
E' un'estensione di poco inferiore all'Italia !
Le cause principali di questa deforestazione sono:

• industria del legname (il grafico qui a destra mostra la produzione cumulativa dal 1961 a oggi). Ogni
anno vengono tagliati dai 7 agli 8 mila km² di foresta da imprese che operano legalmente; si
stima tuttavia che le attività illegali(pari al 75% del totale secondo il governo indonesiano) possano
raddoppiare questa cifra.
• attività minerarie: danni relativi agli scavi e agli scarti di lavorazione
• piantagioni: oltre 55 mila km², di cui 40 mila dedicati alla palma da olio ; il governo prevede di
impiantare altri 30 mila km² di piantagioni entro il 2011.
• insediamenti umani: con 222 milioni di abitanti è il 4° paese per popolazione. Rispetto al 1990
l' aumento demografico è stato del 24%!
• ampliamento delle coltivazioni agricole con pratiche distruttive: i fuochi degli incendi si vedono
anche dal satellite!
• uso del legno come combustibile.

Questo è un chiarissimo esempio di sviluppo insostenibile, dal momento che non ha senso pensare di
sviluppare un paese distruggendo il suo capitale naturale.
È l'Occidente (insieme con la Cina) che esporta la deforestazione in Indonesia. Occorre capire la
provenienza del legno contenuto nei prodotti che acquistiamo: dobbiamo smettere di usare legno
tropicale!
Il problema della palma da olio è forse uno dei più scottanti (gli dedicheremo qualche post), dal
momento che si sta diffondendo in modo rapidissimo su molte delle isole indonesiane, in risposta alla
domanda occidentale di olio alimentare a basso costo.
Un ulteriore incremento nelle piantagioni di palma potrebbe venire dalla crescente domanda di
biocarburanti. Il biodiesel potrebbe davvero rivelarsi una delle ricette più tossiche: pensiamo davvero
di continuare a sostenere la nostra assurda e inquinante mobilità privata usando il carburante
"ecologico" comprato a prezzo della deforestazione?
La possibilità di fornire crediti ambientali ai paesi che proteggono le loro foreste nell'ambito del mercato
della CO2 (se ne parla in questo post ), potrebbe rappresentare un freno potente alla deforestazione,
ma occorre fare in fretta, le Tigri si sono già estinte e l'Orango potrebbe fare la stessa fine ...
La monocoltura non è una foresta, ma un deserto
Lunedì 22 Settembre 2008, 11:25 in Ecosistemi e complessità, Impatto ambientale, prodotti e consumidi Marco Pagani

Ieri (scusate per il ritardo...) è stata


celebrata la Giornata internazionale contro le
monocolture. «Le piantagioni non sono foreste, ma
sistemi agricoli estremamente uniformi
che distruggono gli ecosistemi naturali e la
biodiversità, per produrre una singola materia prima,
sia essa legno, gomma o olio di palma.» sostiene Sandy
Gauntlett della Pacific Indigenous Peoples Environment Coalition .
Come dargli torto? L'area occupata dalle piantagioni è aumentata di cinque volte rispetto agli anni '80,
creando un vero e proprio genocidio di specie naturali.
Secondo uno studio brasiliano, la trasformazione di un lotto di foresta amazzonica in una piantagione
determina una perdita di biodiversità di specie di anfibi, rettili e uccelli compresa tra il 40% e il 60%; questi
risultati potrebbero essere sottostimati, dal momento che le piantagioni studiate erano prossime alla foresta.
Un altro studio relativo all'asia orientale, mostra che l'introduzione di piantagioni di palma da olio causa fino

all'83% di perdita della biodiversità (fonte per entrambe le notizie: mongabay).


Inoltre, non c'è paragone tra l'ottima fotosintesi di una foresta e quella mediocre di una piantagione, dove
la copertura vegetale è assai più ridotta. Le antiche foreste naturali assorbono carbonio in gran quantità,
mentre una piantagione potrebbe persino emettere CO2, a causa del disturbo arrecato al suolo (che è un
"magazzino" di carbonio).
Grazie alle piantagioni, la deforestazione avanza.La foto qui a fianco mostra una parte della foresta del
Borneo (Sarawak) in procinto di essere tagliata, mentre un'altra parte è stata già trasformata in piantagione.
Solo la palma da olio ha distrutto oltre 11 milioni di ettari di foresta e potrebbe fare molti più danni sulla
spinta di una domanda crescente di olio da parte dei paesi ricchi.
Le piantagioni creano anche un vero e proprio genocidio sociale e culturale: popoli della foresta vengono
sradicati e loro antiche civiltà rapidamente distrutte; oltre 70000 bambini vengono forzati a lavorare nelle
piantagioni di palma da olio con una paga di meno di 30 centesimi ogni 50 kg di semi raccolti.
La prossima volta che fate la spesa, fermatevi a leggere gli ingredienti di ciò che acquistate: se c'è l'olio di
palma, lasciate perdere.

Boicottiamo la pasta sfoglia con


olio di palma e autoproduciamola!
Mercoledì 4 Novembre 2009, 11:05 in Alimentazione, Decrescita sostenibile, Economia e ambientedi Marco Pagani

Prepariamoci da soli la pasta per le torte salate usando l'olio di oliva. Anche se non siamo dei bravi cuochi,
avremo un prodotto più sano ed eviteremo la deforestazione causata dall'olio di palma

[Aderisci alla causa Stop all'olio di palma nel nostro cibo!]


La pasta sfoglia (o briseé) già pronta è comoda perchè "fa risparmiare tempo".
Peccato che per la sua produzione viene sempre usato olio di palma, poco salutare per la presenza di grassi
saturi, ma soprattutto distruttore dell'ambiente: è uno dei principali responsabili della deforestazione
dell'Asia Orientale.
Persino la pasta sfoglia biologica è prodotta con olio di palma biologico, una vera follia! Una coltivazione che
distrugge un habitat delicato come la foresta tropicale non può essere biologica! Un prodotto che necessita
di numerosi trattamenti chimici per perdere il colore e l'odore disgustoso che haoriginariamente non può
essere biologico!
Mi sono quindi stufato di contribuire alla deforestazione del pianeta per l'alimentazione della famiglia, ed
ho deciso che boicotterò la pasta sfoglia industriale finchè non ci sarà qualcuno che la produrrà usando solo
olio di oliva.
Intanto mi dedico all'autoproduzione di una pasta per le torte salate (leggi sotto per la ricetta (1)).
Imparare a preparare i cibi senza comprare prodotti industriali non riduce solo l'impronta ecologica (2), ma
rappresenta un enorme empowerment: sapere fare le cose con le proprie mani ci trasforma da consumatori
passivi a artefici della nostra alimentazione.
Qualcuno dirà: «ci vuole più tempo». Rispondo «che fretta c'è?»
Il tempo usato per cucinare è un tempo ritrovato; se sono solo, è un’occasione di meditazione, mentre se
sono in compagnia è un sereno momento di dialogo.
(1) Non sono un esperto di cucina, ma già dalle prime prove riesco a ottenere risultati discreti.
Ovviamente non bisogna arrendersi ai primi eventuali insuccessi.
Non si tratta di pasta soglia, ma di una pasta epr pizza-focaccia. Uso indicativamente 250 gdi farina
(biologica), 100 g di acqua tiepida in cui sciogliere in precedenza 12,5 g di lievito di birra, sale e qualche
cucchiaio di olio etravergine di oliva. Aggiusto poi la farina per ottenere la consistenza giusta e faccio riposare
per mezz'ora.
Nel frattempo, preparo il ripieno della pasta (tutto biologico, naturalmente): in una larga padella cuocio con
olio extravergine di oliva, cipolle, patate tagliate a cubetti minuscoli, altra verdura di stagione secondo i gusti,
sale e pepe. Meglio ancora sarebbe cuocere il tutto senza olio per aggiungerlo crudo alla fine (ma non ho
ancora fatto la prova).
Per bilanciare il piatto dal punto di vista nutrizionale e proteico è possibile aggiungere tofu (da soia
biologica!) anch'esso tagliato a cubetti minuscoli. Si inforna per circa 20-30 minuti a 180-200 °C. Occorre
naturalmente provare con il proprio forno e aggiustare questi valori.
(2) Non si tratta solo della deforestazione, ma anche dell'energia usata nel processo di produzione, della
confezione di carta e di plastica, del trasporto refrigerato (molte paste sfoglie già pronte vendute in Italia
vengono infatti prodotte in Francia o in Germania) e della conservazione refrigerata per tutta la shelf life.

L'olio di palma fa male, ma cresce il fronte del no


Venerdì 16 Novembre 2012, 11:18 in Alimentazione, Impatto ambientale, prodotti e consumidi Marco Pagani

L'olio di palma è pieno di grassi saturi ed è uno dei principali motori della deforestazione. Mangiando 5 biscotti
al giorno con olio di palma (quasi tutti ce l'hanno) se ne consumano 5 kg all'anno, equivalenti a 17 m² di
deforestazione!

L'olio di palma fa male alla salute


delle persone e dell'ambiente:

• contiene il 49% di grassi


saturi (più del lardo!) ed ha la
più bassa quantità di acidi
grassi omega-3, quelli che
proteggono il nostro
organismo riducendo i rischi
cardiovascolari.
• è il principale responsabile
della deforestazione in Asia
Orientale (10 milioni di ettari
in Indonesia, Malaysia e Thailandia) e in Africa Occidentale (4,5 milioni di ettari).
Tanto per farsi un'idea, una bottiglia da 1 litro di olio di palma, equivale in media a 3 m² di piantagione,
quindi equivale a 3 m² di deforestazione. (1)
Se si mangiano 5 biscotti al giorno di una delle marche più diffuse (che contengono il 22,5% di olio di palma),
in un anno si consumano quasi 5 kg di olio, ovvero 17 m² di foresta. Non è un po' troppo?
Per fortuna sta lentamente crescendo la consapevolezza che l'olio di palma fa male. Almeno una decina di
persone atterrano ogni giorno su questo blog con ricerche in google del tipo "olio di palma fa male".
La causa "Stop all'olio di palma nel nostro cibo!" che ho avviato qualche mese fa ha raggiunto e
superato quota mille. Numeri ridicoli per i volumi d'affari delle multinazionali, ma comunque significativi per
una causa partita dal nulla ed a costo zero, senza pubblicità e senza alcun endorsement da parte dei media.
Aderiamo e facciamo aderire i nostri amici alla causa e adottiamo comportamenti ad essa coerenti: è il potere
che abbiamo nelle mani per rallentare la deforestazione.
(1) Dati FAO: Produzione olio 2010 43, 57 Mt; area 15, 41 M ha, resa 2,83 t olio/ha, cioè 0,283 kg olio/m²,
ovvero 3,53 m²/kg olio. La densità è 0,895, per cui sono 0,31 l/m², ovvero 3,16 m²/l

Camerun, l'habitat degli scimpanzé minacciato


dalla diffusione dell'olio di palma
Di EcoAlfabeta lunedì 12 agosto 2013

Greenpeace denuncia i progetti dell'americana Herakles Farm che vorrebbe deforestare in Camerun per
piantare olio di palma, mettendo a rischio l'habitat di scimpanzé, babbuini e altre specie di scimmie rare

La fame occidentale per l'olio di palma sembra non conoscere limiti: dopo aver devastato Malesia e
Indonesia, ora ci si rivolge all'Africa. L'azienda americana Herakles farm vorrebbe distruggere lotti di foresta
in Camerun per produrre il contestato olio pieno di grassi saturi (1).
Lo denuncia Greenpeace, che contesta le affermazioni della Herakles secondo cui i terreni di coltura della
concessione Nguti sarebbero già deforestati e di scarso valore naturalistico.
Le rilevazioni aeree e le visite sul campo effettuate dall'associazione ambientalista mostrano invece che il
territorio interessato (2) è ricchissimo di specie animali e vegetali, tra cui numerosi primati, in particolare
lo scimpanzé, il mandrillo e il colobo rosso di Preuss. Il fatto è confermato anche da uno studio congiunto di
un'università camerunense e tedesca.
Negli ultimi 20 anni la domanda europea di olio di palma è cresciuta di circa 5 volte; è davvero una pia illusione
pensare che tutto questo olio possa esse prodotto nelle regioni equatoriali in modo "sostenibile" senza
danneggiare l'ambiente.

(1) L'olio di palma contiene il 50% di grassi saturi, più o meno come il lardo suino. Lo si può vedere nel
database nutrizionale USDA o semplicemente leggendo le etichette dei prodotti alimentari (biscotti, grissini,
fette biscottate ecc), in cui i grassi saturi sono sempre la metà del totale.
(2) L'area si trova nell'interstizio tra quattro parchi nazionali, di cui il più importante ("A" sulla mappa) è il
parco di Korup, che si unisce al Cross River park nigeriano oltre confine.
Il cibo industriale
Napoleone III, la margarina e la colonizzazione
industriale del cibo
Venerdì 18 Febbraio 2011, 10:25 in Alimentazione, Salute di Marco Pagani

La margarina, nata per esigenze militari, è stata il primo cibo industriale. Il marketing ha convinto milioni di
persone a mangiarla, prima di scoprire i danni alla salute dei grassi idrogenati e dei grassi trans.

L'alimentazione industriale ha avuto origini militari.


L'imperatore da operetta Napoleone III bandì un concorso per ottenere grassi per l'esercito e la marina che
si conservassero senza irrancidire. Così venne inventata la margarina; il nome venne coniato dal
greco márgaron, cioè perla.
Così è cominciata la colonizzazione chimica e indutriale del cibo. Il cibo viene "migliorato", non per motivi
nutrizionali, ma semplicemente per poter allungare la filiera e con essa i profitti degli industriali.
Un grande apparato militare di marketing pubblicitario è servito nel corso del 20° secolo a convincere milioni
di persone ad apprezzare le virtù della margarina.
Il grasso vegetale della margarina si ottiene per idrogenazione: i grassi idrogenati e i grassi trans sono
nocivi per la salute, come ormai affermano tutti i siti dedicati alla salute e alla alimentazione.
Non mi stancherò di ripetere che non abbiamo bisogno di cibo migliorato da chimici, genetisti, ingegneri: da
migliaia di anni il cibo fresco possiede tutte le qualità nutrizionali di cui abbiamo bisogno.

Dimenticate la margarina, come ormai abbiamo dimenticato il secondo impero: l'olio d'oliva esisteva prima
di essa e continuerà ad esistere nei secoli. Costa di più, ma è il prezzo della nostra salute.

Zucchero bianco, grande spreco alimentare


Giovedì 10 maggio 2012, 11:58 in Alimentazione di Marco Pagani

Lo zucchero integrale di canna contiene minerali e vitamine che vengono eliminati nel processo di raffinazione
per ottenere lo zucchero bianco. È migliore, ma da consumare comunque con moderazione.

Il bianco deve avere un effetto ipnotico sulla debole ragione umana; non si spiega altrimenti l'illusione
collettiva secondo cui lo zucchero bianco sarebbe un alimento "più raffinato" e quindi migliore, rispetto allo
zucchero integrale (brown sugar).
In realtà si tratta di un alimento impoverito, dal momento che la raffinazione isola il saccarosio, privando lo
zucchero del 98% dei suoi minerali e vitamine.
Come si vede nel grafico in alto, lo zucchero integrale di canna è piuttosto ricco di Potassio, Calcio, Sodio,
Magnesio e Fosforo, elementi quasi completamente assenti nel suo pallido cugino.

Altri elementi presenti in minore quantità (vedi sotto), vengono completamente eliminati durante i numerosi
trattamenti chimici di raffinazione.

Lo stesso discorso vale per le tre vitamine del gruppo B (B3, B5 e B6) che scompaiono.
Nel passaggio da zucchero integrale si spreca circa il 30% del cibo (la resa è del 70%) e si sprecano energia e
reagenti chimici.
Se infatti lo
zucchero
integrale è
ottenuto per
semplice
spremitura
della canna e
successiva
evaporazione
dell'acqua, la

raffinazione comprende grosso modo:


• chiarificazione: trattamento con acido fosforico e idrossido di calcio, per legare le "impurezze" e farle
affiorare, in modo da separarle;
• decolorazione, mediante filtraggio con carboni attivi, ottenuti spesso da ossa di animali (lo zucchero
bianco potrebbe quindi non essere vegano!);
• concentrazione mediante sovrassaturazione a vuoto;
• granulazione (per evitare che i cristalli si attacchino tra loro): riscaldamento e raffreddamento per vari
giorni.
Lo zucchero, anche se integrale, va
comunque consumato con
moderazione, preferendogli il miele e
la frutta, sia per motivi di nutrizione,
sia perchè la canna da zucchero è
coltivata lontano dall'Europa. Le
botteghe del commercio equo e
solidale vendono zucchero integrale
biologico prodotto in America Latina
rispettando l'ambiente e i diritti dei
lavoratori.
Sembra che non esista uno zucchero
integrale di barbabietola, dal momento che il saccarosio viene estratto chimicamente dai tuberi. Se però
qualcuno ha informazioni in proposito, è benvenuto.
Eduardo Galeano - Re zucchero e i suoi schiavi
Mercoledì 8 Luglio 2009, 09:31 in Ecoquote di Marco Pagani

«Lo zucchero, che si coltivava su piccola scala in Sicilia e nelle isole di Madera e Capo Verde era un articolo
tanto ambito dagli europei da figurare persino nel corredo delle regine, come parte della dote. Veniva
venduto nelle farmacie e pesato a grammi.
Per tre secoli o quasi, a partire dalla scoperta dell'America, per il commercio europeo non ci fu prodotto
agricolo più importante dello zucchero coltivato in queste terre.
I canneti fiorirono sul litorale umido e caldo del Nordest del Brasile; più tardi anche le isole dei Caraibi,
Veracruz e la costa peruviana costituirono terreno proprizio per lo sfruttamento su grande scala dell'oro
bianco.
Immense legioni di schiavi giunsero dall'Africa per offrire al re zucchero la forza lavoro, numerosa e gratuita,
che esso richiedeva: combustibile umano da bruciare.
E le terre furono devastate da questa pianta egoista che in vase il Nuovo Mondo distruggendo i boschi,
dissipando la fertilità naturale e consumando l'humus accumulato dal terreno.
In America Latina il lungo ciclo dello zucchero diede origine a una prosperità effimera, come quella creata a
Potosì e a Ouro Preto dai furori dell'argento e dell'oro. [...]
Lo zucchero del tropico latino americano diede un grande impulso all'accumulazione di capitali per lo
sviluppo industriale dell'Inghilterra, della Francia, dell'Oanda e anche degli Stati Uniti;
contemporaneamente, tagliò le gambe all'economia del Nordest del Brasile e delle isole dei Caraibi, e
suggellò la rovina storica dell'Africa.
Il commercio triangolare tra Europa, Africa e America ebbe come asse portante il traffico di schiavi destinati
alle piantagioni di zucchero. La storia di un granello di zucchero costituisce una vera e propria lezione di
economia politica, di politica e anche di morale, diceva Augusto Cochin.»
Eduardo Galeano, Le vene aperte dell'America Latina, pp72-72 e 94
Quanto zucchero mangiare? L'OMS vorrebbe
dimezzare le dosi consigliate
Di EcoAlfabeta mercoledì 26 febbraio 2014

25 grammi al giorno per le donne e 38 per gli uomini sarà probabilmente la nuova dose suggerita, ma per ora
non c'è nulla di ufficiale, forse perché si teme il massiccio contrattacco dell'industria alimentare e dei baroni
dello zucchero

Sappiamo ormai con certezza che lo zucchero agisce come una droga sul nostro organismo, creando veri e
propri fenomeni di desiderio acuto, dipendenza, astinenza e ricadute, come dimostrato da
una ricerca dell'Università di Princeton.

Il nostro cervello da cacciatori-raccoglitori non sa quando smettere di fronte allo zucchero raffinato e sembra
non essere mai sazio: in un secolo in Italia il consumo di zucchero è cresciuto di sei volte, da 5 a 30 kg pro
capite.
Negli USA il consumo è più che doppio, a causa dei dolcificanti, tra cui il famigerato HFCS, lo sciroppo di
fruttosio: 64 kg all'anno sono un bel fardello, come mostra l'immagine in basso!
Non sempre questo consumo è visibile in termini di bustine o cucchiaini: quanto zucchero c'è ad esempio in
una lattina di bevanda gassata? (vedi il video in alto).
Conosciamo anche gli effetti negativi dello zucchero sulla salute, al punto che l'Organizzazione Mondiale della
Sanità raccomanda da almeno una decina di anni di ridurne il consumo e di non superare il 10% dell'apporto
calorico quotidiano, cioè circa 65 grammi al giorno per una dieta da 2500 kcal. In Europa in media oggi si
viaggia intorno al 12% e in America addirittura al 16%.
Da qualche tempo però si vocifera che l'OMS vorrebbe dimezzare le dosi consigliate al 5% dell'apporto
calorico, indicativamente 25 grammi al giorno per le donne e 38 per gli uomini.
Per ora non c'è nulla di ufficiale, anche perchè si tratta di un argomento che scotta: "l'industria alimentare
farà qualunque cosa per bloccare una simile mossa", ha dichiarato Philip James, il presidente
dell'Associazione Internazionale per lo studio dell'obesità.
Saremo in grado di autocontrollarci senza limiti di legge? Non sarebbe male, anche perchè parte dei 31 milioni
di ettari dedicati alla canna (26 milioni) e alla barbabietola da zucchero (5) potrebbero lasciare spazio ad altre
calorie meno "vuote".

Farina bianca: il grande spreco alimentare


/1 Fibra, lipidi e proteine
Mercoledì 18 Aprile 2012, 13:21 in Alimentazione, Sviluppo "insostenibile" di Marco Pagani

Il dominio del "pane bianco" nell'immaginario collettivo ha impoverito la nostra dieta degli alimenti
importanti contenuti nella crusca e nel germe di grano: si tratta di uno dei più grandi sprechi alimentari della
storia.

La farina bianca rappresenta probabilmente uno dei più grandi sprechi alimentari nella storia dell'occidente.
Un tempo per la sua minore resa era lo status symbol dei ricchi; oggi è lo standard nutritivo, sia per il grano
tenero, sia per quello duro.
La farina bianca 00 ha una resa del 70%-75% rispetto al grano iniziale: questo significa che
lo spreco alimentare del cibo più comune dell'occidente rappresenta il 25-30% del raccolto! Si tratta di
almeno 50 kg all'anno pro capite.
La farina bianca e i relativi prodotti sono preferiti dall'industria alimentare perchè prolunga la shelf life dei
prodotti (1), ma è un "alimento monco", perchè come si vede dal grafico in alto (2) il processo di raffinazione
sottrae una grande quantità di nutrienti: il 25% delle proteine, quasi la metà dei grassi e i 2/3 della fibra.
Se indaghiamo meglio alla voce proteine, vediamo che la farina integrale ha in media il 50% in più di
amminoacidi essenziali e in particolare il 66% in più di lisina, l'amminoacido scarsamente presente in tutti i
cereali. Si tratta quindi di un alimento più bilanciato dal punto di vista proteico.
Un discorso analogo vale anche per gli acidi grassi: mangiando farina bianca, ci si priva di una fonte naturale
di grassi, compresi gli omega-3. La maggiore presenza di proteine e grassi abbassa l'indice glicemico del pane
integrale da 70 a 51.

Minerali e vitamine saranno oggetto di un altro post, perchè questo è già fin tropo lungo.
Non è solo uno spreco alimentare, ma anche uno spreco di vita e di salute, dal momento, che diverse analisi
epidemiologiche hanno associato il consumo di cereali integrali a livelli significativamente più bassi di
mortalità (vedi un'eccellente sintesi in questo articolo di Jacobs e Steffen, Am J Clin Nutr, 2003;78).
(1) La farina bianca, poichè ha perso gran parte della componente lipidica e proteica, è meno aggredita dai
parassiti e meno soggetta a irrancidimento, per cui si conserva meglio. Il suo aspetto candido e la sua grana
più fine la fanno apparire come più pregiata, ma tutto questo non significa che sia un alimento di migliore
qualità.
(2) Fonte database USDA dei nutrienti, voci "whole grain flour" (integrale) e "white all purpose non
enriched" (corrispondente più o meno alla farina bianca tipo 0. la doppio zero ha probabilmente vlaori ancora
più bassi.)
Link utili

Farina bianca: il grande spreco alimentare


/2 Vitamine e minerali
Giovedì 19 Aprile 2012, 10:31 in Alimentazione di Marco Pagani

Lo spreco alimentare collegato alla farina bianca non riguarda solo la perdita di fibre, proteine e lipidi, ma
anche le vitamine e i minerali. Per questo negli USA 3 milioni di persone sono state vittime della pellagra tra
il 1900 e il 1940

Non è facile, né immediato, comprendere che un prodotto come la farina bianca, percepito come di "migliore
qualità", sia in realtà uno "spreco alimentare".
Eppure, come ho mostrato ieri, la farina bianca è impoverita, rispetto alla farina integrale del 25% delle
proteine, del 50% dei grassi e dei 2/3 delle fibre.
Ma non si tratta solo di questo: anche le vitamine sono decurtate nella farina bianca.
Come si vede dal grafico in alto (1), la farina integrale ha in media circa il doppio delle vitamine rispetto alla
bianca. Queste vitamine resistono alla cottura in forno del pane per quote che variano tra il 70 e il 100%, per
cui questa differenza è rilevante per l'alimentazione complessiva.
Una triste prova storica di questo fatto è l'epidemia di pellagra che nel sud degli USA causò 1 milione di casi
e circa 100 mila morti tra il 1900 e il 1940.
Si tratta di morti indotte dall'industria alimentare (effetti collaterali, come usano dire i militari...); la
brevettazione del mulino industriale in acciaio (dal temibile nome di degerminator) nel 1900 permise di
ottenere farina priva di crusca, più facilmente gestibile dalla grande industria per la sua maggiore
conservazione. Peccato che con la crusca se ne andava anche gran parte della vitamina B3; i poveri, per cui
la farina (di mais in questo caso) era la principale fonte di sostentamento si ammalavano e morivano.
I medici hanno faticato a capire (e ad ammettere) che si trattava di una malattia da povertà e da
alimentazione industriale e non una malattia infettiva, ma alla fine la reintroduzione della vitamina nelle
farine risolse il problema. Credo che, in luogo di arricchire la farina bianca con vitamine, sarebbe
meglio evitare di toglierle al grano, mangiando la farina integrale.

Lo spreco riguarda anche i minerali, che sono ridotti a un quarto, o anche meno nella farina raffinata. Nel
post di ieri, Guido faceva giustamente notare che la presenza di fitati (o acido fitico) nella crusca, può inibire
l'assorbimento di alcuni di questi minerali ed anche di alcune vitamine. Tuttavia, occorre notare che:
• l'attività antinutrizionale dei fitati viene significativamente ridotta dal processo di lievitazione e cottura;
• la vitamina C può contrastare l'inibizione del ferro da parte dei fitati.
• I fitati possono avere un ruolo positivo come antitumorali e come neuroprotettori
Tutti gli indicatori relativi alla salute, alla riduzione dello spreco e dell'impatto ambientale puntano a favore
delle farine integrali. Cosa aspettiamo?

(1) Fonte database USDA dei nutrienti, voci "whole grain flour" (integrale) e "white all purpose non
enriched" (corrispondente più o meno alla farina bianca tipo 0. la doppio zero ha probabilmente valori ancora
più bassi.)
Agricoltura biologica e sostenibile

Se l'agricoltura non è biologica, allora è fossile


Lunedì 2 Aprile 2007, 09:34 in Alimentazione, Decrescita sostenibile, Economia e ambiente di Marco Pagani

Con questo post vorrei iniziare a parlare


di agricoltura biologica.
Molti apprezzano l'agricoltura biologica
perché fornisce frutta e verdura più
buona, oppure perché la coltivazione
avviene senza schifezze chimiche. Tutto
vero.
Altri sono poco interessati al biologico,
perché ha prezzi più alti, è considerato
un prodotto di qualità e quindi di
nicchia, magari un po' snob. Anche
questo è un po' vero.
Qualcuno infine si chiede: perché questa agricoltura si deve chiamare biologica? L'agricoltura normale non è
anch' essa forse naturale?
La risposta a quest'ultima domanda è no. Forse non ne siamo consapevoli, ma l'agricoltura "normale" è del
tutto innaturale!
Dovremmo iniziare a chiamarla agricoltura fossile, a causa della sua pesante dipendenza dagli input
energetici che vengono dai combustibili fossili (petrolio e gas naturale).
Parlerò più in dettaglio di questo nei prossimi giorni. Qui mi preme sottolineare il fatto seguente. Se oggi
abbiamo rese elevate e una piccola percentuale di persone si dedica all'agricoltura, ciò è dovuto agli
innumerevoli schiavi energetici (fossili) che abbiamo messo all'opera. Non parlo solo del trattore (che ha
tutto sommato un consumo energetico modesto), ma in particolare dei fertilizzanti, dei pesticidi e dei
trasporti.
Tutto ciò è intrinsecamente insostenibile. L' agricoltura del dopo picco del petrolio dovrebbe eseguire una
conversione (e anche piuttosto rapida direi) verso le pratiche di coltivazione biologica che sono le uniche
pratiche veramente sostenibili.
L'insostenibile pesantezza dell'agricoltura industriale
Venerdì 9 Novembre 2007, 10:48 in Alimentazione, Economia e ambiente, Sviluppo "insostenibile" di Marco Pagani

Se qualcuno è ancora convinto che l'agricoltura "moderna" è tecnologicamente superiore a quella di un


secolo fa dovrebbe dare un'occhiata alla figura qui sopra.
Non c'è che dire: le compagnie petrolifere sono riuscite a "fossilizzare" completamente l'agricoltura: ogni
giorno ogni abitante del mondo ricco consuma quasi 7000 kcal di combustibili fossili solo per la coltivazione
e l'allevamento. Se consideriamo anche il costo energetico dell'intera filiera alimentare (altre 20000 kcal),
scopriamo che per la nostra alimentazione quotidiana spendiamo circa un terzo del petrolio totale.
Agghiacciante. Quando si dice mangiare combustibili fossili... Nel mondo del dopo picco , l'aumento del
prezzo del petrolio potrebbe incidere notevolmente sulla filiera alimentare. Altro che lamentarsi per 50
centesimi in più per la pasta!
La disponibilità media di cibo di un occidentale si aggira intorno alle 3400 kcal/giorno. Dal momento che
nessuno ingurgita una simile quantità di cibo, ci rendiamo conto di quanto siano elevati gli sprechi del nostro
sistema agro-industriale.
Lo spreco maggiore si registra nell'allevamento e consumo di prodotti animali. Se per ogni kcal di origine
vegetale occorrono 0,6 kcal di combustibili fossili, ne occorrono ben 6,4 per ogni caloria di origine
animale (carne, uova, latticini).
L'allevamento intensivo del bestiame usa solo in minima parte il foraggio dei pascoli, mentre consuma una
grande quantità di vegetali adatti al consumo umano: ben 4500 kcal al giornoper ogni abitante del mondo
ricco. Questi vegetali potrebbero nutrire suppergiù altri 2,5 miliardi di esseri umani.
Meditate genti, meditate.

Fonti: Database FAO per i dati relativi ai flussi energetici del foraggio e del cibo. Mario Giampietro, Energy use in agriculture,

Encyclopedia of life sciences, 2002, per gli input fossili in agricoltura. Heller e Keoelian, Life Cycle-Based Sustainability Indicators or
Assessment of the U.S. Food System , Center for sustainable systems, University of MIchigan, 2000 per gli input fossili della filiera

alimentare.
L' agricoltura del passato (o del futuro?)
Mercoledì 14 Novembre 2007, 10:07 in Alimentazione di Marco Pagani

Qualche giorno fa ho parlato della follia energivora che caratterizza l'agricoltura dei 42 paesi più sviluppati
del pianeta. E gli altri come stanno?
La figura qui sopra (clicca per ingrandire) rappresenta lo schema dei flussi energetici nel sistema agricolo dei
115 paesi meno sviluppati (continua a leggere sotto per i dettagli).

Questa è l'agricoltura del passato, più arcaica e meno sviluppata, o piuttosto è l'agricoltura del futuro,
a basso input energetico fossile?
I paesi meno sviluppati sono un insieme molto eterogeneo, che comprende paesi in rapido sviluppo come
la Cina, paesi con un'economia abbastanza sviluppata come l'Argentina, paesi poveri come l'Indonesia e
paesi poverissimi come l'Etiopia. Ciononostante, le differenze nel consumo energetico con i paesi ricchi sono
impressionanti.
Questa agricoltura fa uso solo di 1000 kcal fossili pro capite al giorno per la coltivazione e l'allevamento,
mentre l'occidente ne usa quasi 7000.
In questo modo è possibile in media garantire a 5 miliardi di persone una dieta da 2450 kcalal giorno
di prodotti vegetali e 330 di prodotti animali.
Purtroppo, questo input alimentare è mal distribuito, dal momento che si va dalle 3400 kcal pro capite
di Cuba alle 1830 dell'Etiopia.
È comunque vero che se la produzione agricola dei paesi più poveri fosse divisa equamente al loro
interno (senza quindi contare quello che potrebbero fare i paesi ricchi) si avrebbero in media quasi 2800 kcal
a testa al giorno, che è il livello alimentare di un paese come l'Argentina.
La minore dipendenza dai combustibili fossili dovrebbe in teoria mettere i paesi poveri al riparo dalle
conseguenze del picco del petrolio. La situazione potrebbe però aggravarsi in futuro per i due fattori
combinati della crescita demografica e della corsa all'occidentalizzazione del tenore di vita di diversi paesi
emergenti.
Cosa accadrà se e quando la Cina diventerà carnivora come l'Occidente?
Non esistono valutazioni precise del consumo energetico della filiera alimentare post agricola nei paesi
poveri; la "freccia nera" di 2000 kcal rappresenta semplicemente una stima basata sul fatto che in consumi
fossili pro capite nei paesi meno sviluppati sono circa un ottavo di quelli nei paesi ricchi. Ho quindi
semplicemente assunto che l'input fossile per ogni caloria di cibo prodotta fosse un ottavo di quello dei paesi
ricchi. In questo modo non si dovrebbe sottostimare l'apporto fossile, anche perchè ogni giorno vengono
anche consumate 2700 kcal pro capite da biomassa per cuocere i cibi (la freccia verde/nera).
Fonti:

Database FAO per i dati relativi ai flussi energetici del foraggio e del cibo

Mario Giampietro, Energy use in agriculture, Encyclopedia of life sciences, 2002, per gli input fossili in agricoltura

Heller e Keoelian, Life Cycle-Based Sustainability Indicators or Assessment of the U.S. Food System , Center for sustainable systems,

University of MIchigan, 2000 per gli input fossili della filiera alimentare.

L'energia da biomassa usata per la cottura è valutata nell'articolo The fuelwood problemdella FAO.

(non illustro qui la metodologia che ho usato per i calcoli, perchè è piuttosto lunga;lo farò in un articolo apposito)

L'agricoltura biologica risparmia energia


Mercoledì 4 Aprile 2007, 09:17 in Alimentazione, Decrescita sostenibile, Economia e ambientedi Marco Pagani

Come accennavo in questo post, l'importanza


dell'agricoltura biologica sta soprattutto nella
sua sostenibilità. Questo lo si nota ad esempio
dalla sua minore impronta energetica, come si
vede nel grafico qui sopra in cui ho sintetizzato
quanto sono riuscito a trovare in rete da fonti
diverse (per la bibliografia, continua a leggere in
fondo).
Il grafico rappresenta il costo energetico che
occorre pagare per ottenere 1 joule di un
particolare alimento (non si considera
naturalmente l'apporto dell'energia solare).
Questo valore naturalmente oscilla in funzione
del clima, della quantità di fertilizzanti al m², della necessità di un'irrigazione più o meno intensiva ecc. I
confronti tra le barre verdi (biologico) e nere ("fossile") di uno stesso alimento sono però significativi perché
fanno parte della stessa ricerca.
Fino ad ora non si è forse prestata troppa
attenzione agli input energetici in agricoltura; ma
poco per volta si sta facendo strada l'idea che
l'agricoltura biologica possa essere del tutto oil -
free. Lavorazioni e trasporti possono essere
realizzati con veicoli elettrici, con batterie
alimentate da pannelli fotovoltaici, come si
spiega in questo post. Inoltre, come
riferisce petrolio , secondo la FAO le rese
dell'agricoltura biologica sarebbero più che
sufficienti per nutrire la popolazione mondiale
Fonti:

per il grano, Schmid-Strasser-Gilomen-Meili-


Wollesen, Agricoltura biologica, Edagricole, 1994, Tab 3.1 p.323
per l'orzo e il latte U. Koepke, Conservation agriculture with and without use of agrochemicals , Bonn 2003, pp 8-9
per le albicocche, E Gundogmus, Energy use on organic farming: a comparative amalysis on organic versus conventional apricot
production on small holdings in turkey , Energy conversion and Management, 47, 3351 (2006)
per le barbabietole da zucchero, M. Mrini and D. Pimentel, Energy analysis of sugar beet production under traditional and intensive
farming systems and impacts on sustainable agriculture in Morocco , Journal of sustainable agriculture, 20, 5 (2002)
per il mais, N.B.McLaughlin, A.Hiba, G.J.Wall,D.J.King, Comparison of energy inputs for inorganic fertilizer and manurebased corn
production , Ca. Agric.Eng. 42:009-017. Questo studio confronta l'uso di fertilizzante chimico di sintesi e di letame. Non si tratta
quindi propriamente di biologico (vengono infatti usati i diserbanti). Se la voce "fertilizzante" è la più energivora, è comunque
possibile che un mais tutto biologico abbia un input energetico ancora più basso.

Meno allergie con i cibi biologici


Mercoledì 21 Marzo 2012, 04:52 in Alimentazione, Salute di Marco Pagani

Secondo un classico studio svedese pubblicato su The Lancet, uno stile di vita che comprende alimentazione
biologica/biodinamica e scarso uso di medicinali e antibiotici riduce significativamente il rischio di allergie.

Il risveglio della natura con la


primavera porta con sè la sua
ondata di pollini e di allergie. Come
proteggersi? Forse varrebbe la
pena tornare a dare un'occhiata a
un classico studio apparso su The
Lancet vari anni fa.
I ricerctori hanno confrontato le
condizioni di salute di un gruppo di
bambini e ragazzi svedesi dai 5 ai 13
anni delle scuole steineriane con
un gruppo di controllo di ordinarie scuole pubbliche.
Tra gli studenti delle scuole steineriane è molto più comune mangiare cibi biologici e biodinamici, vegetali
fermentati (come crauti e cetriolini), mentre è più scarso il ricorso a farmaci antibiotici e antiinfiammatori.
Come si può vedere dal grafico in alto, ricavato dai risultati dell'articolo di Lancet, la frequenza di allergia è
significativamente più bassa tra gli studenti delle scuole steineriane.
Tra i vari fattori di riduzione del rischio, quello relativo all'alimentazione è risultato essere il più importante:
il rischio di contrarre allergie tra chi si è nutrito di cibo biologico in età infantile è solo il 63% rispetto a chi
non lo ha fatto.

Sarebbe riduzionistico (oltre che inutile) andare alla ricerca dell'ingrediente magico che protegge dalle
allergie. È il complesso dell'alimentazione costituita da cibi veri a fornire protezione e non qualche singolo
principio attivo, che gioca il ruolo moderno della pietra filosofale.

Conservation grade: come produrre cibo e biodiversità


Martedì 19 Ottobre 2010, 10:46 in Alimentazione, Buone notizie dal mondo, Ecosistemi e complessitàdi Marco Pagani

L'altro giorno, gironzolando per un supermercato ho notato che una confezione di cereali per la colazione
portava in un angolo il marchio conservation grade. E' un'idea piuttosto interessante nata da un produttore
inglese. I cereali possono avere il marchio conservation grade se:
1. non sono acquistati sul mercato mondiale, ma provengono da piccoli
produttori
2. non fanno uso di colture ogm
3. fanno un uso ridotto di pesticidi, secondo il codice di
autodisciplina voluntary initiative
4. gli agricoltori devono lasciano il 10% dell'area agricola a tutela
della biodiversità, creando un habitat favorevole ai tradizionali abitanti
non umani della campagna inglese (per questo intervento gli agricoltori
ricevono un surplus sul prezzo dei cereali).
Questa è forse la caratteristica più importante di questo progetto: lasciare spazio alle altre specie
viventi non umane. Oltre 10 mila ha di terra coltivabile inglese sono già conservation grade.
È un'utopia in un pianeta sempre più affamato?
Penso di no, soprattutto per due motivi:

• la fame nel mondo non è dovuta alla penuria di cibo, ma alle ingiustizie e al colonialismo dei paesi
ricchi e delle multinazionali;
• mettere a coltura per il consumo umano ogni singolo centimetro quadrato di terra coltivabile uccidendo
la biodiversità non è esattamente una buona idea e ne stiamo già pagando le conseguenze.
Nello specifico il 10% di area non coltivata, ma riservata ad habitat naturale, è così suddivisa:
• 4% fiori e trifoglio per polline e nettare per gli insetti.
• 2% piante che provvedono cibo per uccelli
• 2% zone erbose come rifugio per ragni, coleotteri e piccoli mammiferi
• 2% caratteristiche tipiche della fattoria, come siepi, fossi, laghetti o boschi

Mele, ecologia e convivenze


Giovedì 22 Ottobre 2009, 09:34 in Alimentazione, Buone notizie dal mondo di Marco Pagani

Sabato siamo stati con un bel


gruppo di amici a visitare
un meleto biologico in provincia di
Novara (1).
Vengono coltivate soprattutto
mele di antiche varietà
piemontesi, ma i meli sono
giovani, perchè giovane è
l'azienda biologica: hanno appena
tre anni, eppure sono già riusciti a
fruttificare bene.
Passeggiando tra gli alberi e
ascoltando il racconto di Carlo (che
insieme a Paola gestisce l'azienda),
sono rimasto colpito dal numero di specie fungine e animali che si cibano delle varie parti dell'albero; ne
elenco alcune (2):

Specie Classificazione Cosa mangia Come ci si difende

Arvicola Mammifero Radici Lavorazione terreno (disturbo delle tane)

Rodilegno Insetto Fusto Trappola feromonica

Carpocapsa Insetto Fiore/frutto Trappola feromonica

Oidio Fungo Foglie Trattamento con zolfo

Ticchiolatura Fungo Foglie/Frutti Trattamento con rame/zolfo

Calabrone Insetto Frutto Trappola (bottiglia con birra)

Gazza Uccello Frutto Dissuasione con sagome


Parassiti? Nemici? Infestanti?
Perchè non assumiamo un punto di vista
più ecologico e meno antropocentrico e
non le consideriamo specie che
competono con gli umani per le stesse
risorse?
In questo modo, comprendiamo meglio
la filosofiadell'agricoltura biologica: non si
tratta di sterminare i nemici con armi
chimiche, ma di controllare le altre
popolazioni in modo che non proliferino
troppo e non si mangino tutto.
La lotta biologica funziona, ma non produce un deserto. Tutte le specie sopra elencate continuano a vivere,
convivere e a riprodursi, ma fanno danni limitati e le mele nel complesso sono belle e sane.
Se si comprende questo, le mele biologiche risultano ancora più buone...

(1) Per chi abita nelle vicinanze, si tratta dell'azienda Al Carlîn di pôum di Bellinzago
(2) Le eventuali imprecisioni e inesattezze non sono da imputare alla spiegazione di Carlo, ma alle mie scarse
conoscenze agronomiche

L'orto di Obama: l'agricoltura biologica


sulla scena internazionale
Martedì 24 Marzo 2009, 09:36 in Alimentazione, Buone notizie dal mondo, Decrescita sostenibile, Economia e ambientedi Marco Pagani

L'orto della Casa Bianca sta già entrando


nell'immaginario collettivo; il pittore Dave
Channon deve avere lavorato a tempo di record al
dipinto qui sopra, mentre qualcun altro ha fatto
una parodia del famoso quadro American Gothic con
Barack e Michelle.

L'orto non è nato dal nulla, poichè già dal 2008


diverse associazioni ambientaliste avevano
invitato Obama a realizzare un orto biologico nella
dimora presidenziale. Appena è arrivata la stagione
propizia, l'invito è stato subito accolto.
Come tutti i più scafati hanno ben capito, non si tratta certo di un vezzo, ma di un potentissimo messaggio
di sostenibilità: se lo fa il Presidente, tutti i cittadini possono autoprodursi le verdure nel proprio giardino o
almeno nel proprio balcone.
C'è un punto chiave (che i media italiani non hanno abbastanza sottolineato): l'orto sarà coltivato con metodi
biologici.
Obama sostiene l'agricoltura biologica. Così si legge nel suo programma:

Encourage Organic and Local Agriculture: Help organic farmers afford to certify their crops and reform crop
insurance to not penalize organic farmers. Promote regional food systems. Encourage Young People to
Become Farmers.
Ora il Presidente ha fornito anche un endorsement personale all' organic farming, che per la prima volta nella
storia entra di diritto sulla scena politica internazionale.
Parlando delle grandi aperture del Concilio Vaticano II, Lorenzo Milani scrisse di essere stato superato a
sinistra da un Papa: oggi possiamo ben dire che molti di noi (almeno quelli che parlano di orto, ma non ce
l'hanno) sono stati superati a sinistra da un Presidente.

La (sporca) guerra all'agricoltura biologica /1 I fatti


Lunedì 3 Agosto 2009, 09:55 in Alimentazione, Salutedi Marco Pagani

"Il biologico: fa bene solo a chi lo produce" titolava venerdì


scorso La Stampa. Il titolo è tra virgolette, come a lasciare
intendere che la frase sia stata pronunciata dal luminare della
scienza di cui si parla nell'articolo.
Gli scienziati inglesi che hanno curato la ricerca per la Food
Standard Agency naturalmente non hanno mai scritto nulla di
simile, ma ormai il danno è fatto: si insinua che il biologico sia
una truffa, si paga di più per nulla.
Cosa dicono i nutrizionisti? Si limitano ad affermare che non esistono differenze significative nel contenuto
di nutrienti tra il cibo biologico e il cibo industriale, sulla base dell'analisi di 55 diversi lavori scientifici.
Ma sarà poi vero?

Se si legge con più attenzione l'articolo originale si scopre però che i lavori scientifici inizialmente presi in
considerazione erano assai di più, e cioè 162. Nelle conclusioni dell'articolo ne sono stati considerati poi solo
55 perchè soddisfacevano dei (non troppo trasparenti) criteri di qualità.
Se si considerano invece tutti i 162 studi emergono invece numerose differenze significative a vantaggio dei
prodotti biologici.(1) Perchè questo non è stato scritto nelle conclusioni?
Ho riassunto in questa tabella i nutrienti maggiormente presenti nel cibo biologico, limitandomi a quelli
statisticamente significativi (2)
Indicatore Numero di studi Differenza % p (siginificatività)

Sostanza secca 35 9,8% 0,005


Flavonoidi 158 38,4% 0,002
Magnesio 75 7,1% 0,005
Composti fenolici 164 (3) 13,2% 0,04
Fosforo 75 6% 0,06
Zuccheri 95 23,6% 0,05
Zinco 84 11,3% 0,03
Acidi Grassi 19 37,8% 0,03
Acidi Grassi Polinsaturi 12 10% 0,001
Acidi Grassi Trans 48 52% 0,005
Perché nessuno ha riportato questi dati? Perché bisogna per forza parlare male dell'agricoltura biologica,
che è una delle poche cose buone messe in pista dalle società occidentali?
Gli inglesi della FSA non hanno preso in considerazione questo studio, da cui è ad esempio tratto il grafico
qui sotto; si vede che nel biologico i nutrienti superano almeno del 10% quelli del convenzionale in una
percentuale di studi che va dal 205 all'80%.
(1) Non essendo un nutrizionista, non so se
ha un qualche senso fare la media delle
variazioni percentuali bio/non bio di un dato
nutriente su centinaia di alimenti diversi. Non
avrebbe più senso confrontare tutti i
nutrienti per una coppia bio/non bio dello
stesso alimento?
(2) La significatività della differenza è
espressa dal numero p che rappresenta la
probabilità che la differenza non sia
significativa. Più questa probabilità è piccola,
più la differenza è significativa. Di solito, si prende come valore limite p=0,05, che significa che esiste un 5%
di probabilità che non ci siano differenze significative e un 95% che invece ci siano. Tutti i valori di p nella
tabella sono minori di 0,05, tranne che per il fosforo dove si è di poco superiori.
I dati della tabella si trovano da p 124 a p 189 dell'articolo citato.

(3) Ehm, gli studi presi in considerazione dovrebbero essere 162, ma qui misteriosamente si arriva a 164 (ho
ricontrollato il valore)
La (sporca) guerra all'agricoltura biologica
/2 Guardare al di là del proprio naso
Lunedì 3 Agosto 2009, 10:27 in Alimentazione, Salutedi Marco Pagani

Nel post precedente ho parlato della sporca guerra condotta dalla Stampa e da altri giornali contro
l'agricoltura biologica, spiegando che le
cose non stanno esattamente così e che
proprio lo studio della FSA mostra che in
diversi casi gli alimenti biologici hanno una
maggiore quantità di nutrienti.
L'approccio della FSA è
comunque semplicistico, perché alimentarsi
non significa solo farsi una flebo di nutrienti
e perché "biologico" più che un insieme di
prodotti è uno stile di vita.
Ecco 6 buoni motivi per cui l'agricoltura biologica è superiore all'agricoltura fossile-industriale:
1. L'agricoltura biologica rispetta l'ambiente: non usa pesticidi tossici e fertilizzanti che rovinano il suolo
e inquinano l'acqua e l'aria e mantiene il livello di sostanza organica nel terreno;
2. L'agricoltura biologica risparmia energia, come ho ben documentato in questo post ;
3. L'agricoltura biologica si coniuga bene con l'economia locale e la filiera corta : piccoli produttori
possono consegnare direttamente verdura e frutta fresca ai consumatori;
4. Il rapporto diretto tra produttore e consumatore ("guardarsi negli occhi") è un elemento di fiducia che
mette al riparo dalle frodi e sofisticazioni alimentari , purtroppo assai diffuse nell'agroindustria.
5. Mangiare cibi biologici porta a uno stile di vita più sano: meno carne, meno cibi industriali, più frutta e
verdura, più contatto con la natura ecc
6. Il cibo biologico ha un sapore migliore e una migliore consistenza: nell'intervista alla Stampa, il signor
Dangour, primo autore dell'articolo compilativo della FSA, dice che qualcuno trova il cibo biologico più
saporito. Evidentemente non ha mai provato l'ebbrezza di assaggiare pomodori, patate, pesche o fragole
biologiche; o forse è talmente abituato a mangiare schifezze surgelate da non rendersi conto di quanto
giovi alla salute mangiare cose buone.
Non ha molto senso confrontare i nutrienti del pomodoro A (bio) e del pomodoro B (non bio),
ipotizzando che Mr Jones compri A e Mr Brown compri B. Spesso capita che Mr Jones compra A e va in
giro in bicicletta, mentre Mr Brown compra patatine fritte e gira in SUV...
Intendo dire che più che una ricerca sui nutrienti sarebbe interessante fare una ricerca (assai più difficile
per la definizione del campione) sui rispettivi livelli di salute di mangiatori di biologico e mangiatori di
cibo industriale.
La (sporca) guerra all'agricoltura biologica
/3 Chi c'è dietro la FSA?
Lunedì 3 Agosto 2009, 11:31 in Alimentazione, Salute di Marco Pagani

Chi c'è dietro la FSA (Food Standard Agency), che la scorsa settimana
ha lanciato un attacco contro l'agricoltura biologica? Non si tratta di
fare della dietrologia, perché si tratta di informazioni di pubblico
dominio.

Su 13 membri del board della FSA , agenzia pubblica, 7 provengono


dalle grandi corporations, spesso nel settore agroalimentare:
• Reynolds ha lavorato alla Cyanamid (chimica) , alla Glaxo e
Pitman-Moore (medicinali);
• Millar ha lavorato alla Fletcher Jones (abbigliamento) e alla
Quality Meat Scotland (carni);
• Edmonson è stato sul libro paga della Mars (alimentari);
• Gundry è stato dirigente per Chrysler auto) e Ferguson (trattori);
• Pomfret è stato alla Unilever(alimentari)

Agricoltura biologica: 90 milioni di ettari


Mercoledì 29 Ottobre 2008, 11:46 in Alimentazione, Buone notizie dal mondo, Decrescita sostenibile, Economia e ambiente di Marco Pagani

Mangio tutti i giorni vegetali biologici, ma ne parlo meno di quanto sarebbe giusto. Infatti l'agricoltura
biologica non è uno sfizio per ricchi, ma una reale opportunità sostenibile per milioni di persone,
produttori e consumatori.
Il grafico mostra la crescita dell'agricoltura biologica nel mondo negli ultimi anni: ora abbiamo superato
i 90 milioni di ettari, circa l'1% delle terre coltivate, una superficie equivalente a quella di Francia e
Germania (qui il link ai rapporti annuali sull'agricoltura biologica mondiale).
Si tratta di un dato sottostimato, visto che si tratta solo di agricoltura certificata. La parte verde chiaro
del grafico rappresenta l'agricoltura vera e propria, mentre la parte verde scuro è la wild collection, cioè
la raccolta selvatica di bambù e frutti effettuata in modo sostenibile (leggi oltre per vedere i requisiti
della wild collection).
L'agricoltura biologica ha caratteristiche molto diverse nei vari paesi del mondo. L'Australiaguida la
classifica delle nazioni con oltre 12 milioni di ettari, ma possiede solo 1800coltivatori. Si tratta quindi di
grandi aziende agricole con una media di oltre 6000 ettari pro capite.
Al contrario, il Messico ha solo 300 mila ettari di colture biologiche con ben 120 milacoltivatori diretti,
con una media di 2 ettari e mezzo pro capite.
Entrambe queste coltivazioni sono amiche dell'ambiente, ma il caso messicano è assai più emblematico,
dal momento che si tratta di un vero e proprio popolo che si riappropria della terra e dei metodi naturali
di coltivazione che negli ultimi 50-100 anni sono stati sconvolti dai metodi dell'agricoltura industriale.
L'umanità ha praticato l'agricoltura biologica per diecimila anni senza saperlo. Poi è arrivata
la produzione industriale di fertilizzanti e pesticidi ed abbiamo avuto il nostro secolo di agricoltura
fossile.
Ora è il momento di fare tornare l'agricoltura a camminare sulle sue gambe, prima che le conseguenze
del peak oil si facciano sentire.
La raccolta selvatica sostenibile (wild collection) deve soddisfare i seguenti requisiti (qui la fonte, pag.
41):
• La raccolta deve provenire da piante cresciute naturalmente
• L'area di raccolta deve essere bene definita
• L'area di raccolta non deve essere trattata con input ptoibiti (fertilizzanti, pesticidi) e deve essere
libera da fonti inquinanti significative
• Completa tracciabilità del flusso dei prodotti
• Tutte le parti coinvolte nella raccolta sono tra loro legate da un contratto che segue le regole della
raccolta organica [che non sono però specificate, NdB].
Giornata mondiale alimentazione: due libri per
ridurre lo spreco e capire cos'è il cibo sostenibile
Di EcoAlfabeta mercoledì 16 ottobre 2013

Il "Libro verde" analizza gli sprechi di energia connessi allo spreco alimentare in Italia, suggerendo rimedi
per recuperare cibo ed energia, ma soprattutto per ridurre gli sprechi; "Un pianeta a tavola" sottolinea il
fatto che il cambiamento delle abitudini alimentari (più bio e meno prodotti animali) è un elemento
fondamentale di ogni percorso di decrescita verso la sostenibilità.

Oggi è la giornata mondiale dell'alimentazione, dedicata quest'anno ai" sistemi alimentari sostenibili". Due
libri appena pubblicati ci aiutano a capire quanto sia insostenibile l'attuale sistema agro-alimentare
mondiale e cosa possiamo fare per migliorarlo.
Il libro verde dello spreco in Italia: l'energia

Il libro verde, curato da Andrea Segré e Matteo Vittuari, raccoglie i contributi di molti autori prosegue il
percorso intrapreso con Il libro nero e Il libro blu esaminando lo spreco di energia collegato alla produzione
alimentare e ai suoi sprechi. Nei cosiddetti "paesi ricchi" (anche se oggi un po' meno) la sovraproduzione
industriale di cibo crea uno spreco strutturale e non occasionale lungo tutta la filiera.

A livello di prodotti finiti, lo spreco può essere recuperato con iniziative come Last Minute Market, che
organizzano il recupero dei prodotti invenduti per scopi di solidarietà sociale, mentre per gli scarti
alimentari lungo la filiera (dal cibo non raccolto agli scarti di lavorazione), è possibile pensare ad un
recupero energetico della biomassa.
Si tratta tuttavia di operazioni transitorie volte ad un miglioramento dell'efficienza del sistema, perchè
l'obiettivo principale è la riduzione e l'eliminazione dello spreco attraverso una serie di provvedimenti che
sono oggetto di una risoluzione del Parlamento Europeo: maggiore attenzione alla qualità della
produzione rispetto alla quantità,modifica dei regolamenti che stabiliscono forma e dimensione di frutti e
ortaggi che sono alla base di molti scarti inutili, vendite scontate dei prodotti in scadenza e valorizzazione
della produzione su piccola/media scala e sulla filiera corta.
Sono tra i contributori di questo libro e mi sono dedicato in particolare a descrivere in una ventina di
pagine l'impronta energetica dell'agricoltura industriale (par 2.2) e del packaging (par. 2.3).

Un pianeta a tavola: decrescita e transizione agroalimentare.

Se il primo libro ha origine nella ricerca universitaria, questa opera è nata invece da un'attività di ricerca
indipendente di un gruppo persone esperte in problematiche agro-ambientali e interessate ai temi della
decrescita (1).
"Un pianeta a tavola" esplora in modo articolato la complessità del sistema agroalimentare industriale,
mettendone in luce la doppia insostenibilità: ambientale (eccessivo prelievo di risorse, inquinamento) e
sociale (concentrazione del potere e della ricchezza nelle mani di pochi padroni del cibo).

La transizione agroalimentare riguarda la produzione di cibo con minore ricorso ai combustibili fossili e
la diminuzione nel consumo di prodotti animali, che hanno un'impronta ecologica significativamente più
alta di quelli vegetali.
Ho dato il mio contributo anche a questo lavoro con due paragrafi sulle conseguenze ambientali e per la
salute dell'eccessivo consumo di carne e con una breve stima di quanto occorra ridurre il consumo di carne,
latte e uova per rientrare nella sostenibilità.

Una simile transizione alimentare (più bio e meno prodotti animali) richiede una rivoluzione copernicana
delle proprie abitudini, ma può essere effettuata dai cittadini in tempi brevi, senza necessità di leggi
quadro, mutui o finanziamenti.

(1) La teoria della decrescita intende fare uscire le società umane dall'ossessione economicista della
crescita per la crescita che sta saccheggiando e devastando l'ambiente e creando grandi disuaglianze tra gli
uomini. I percorsi decrescita prevedono un ricorso alla sobrietà volontaria, alla riduzione dei consumi inutili
e di lusso e al contenimento delle attività più dannose (pubblicità e speculazione finanziaria). Sono stati
scritti molti libri sul tema, in particolare da Serge Latouche, suo principale teorico, ed ho avuto occasione di
parlarne più volte gli scorsi anni nel blog EcoAlfabeta."
Carbon farming: l'agricoltura bio sequestra carbonio nel suolo
Di EcoAlfabeta martedì 27 gennaio 2015

Secondo esperimenti condotti in California, l'uso dei compost nei campi permette di immagazzinare piu'
carbonio nel suolo, sequestrandolo dall'atmosfera. Gli agricoltori che usano queste pratiche sono
ricompensati con crediti di carbonio.

Il suolo agricolo assorbe


naturalmente il carbonio e di
conseguenza sequestra anidride
carbonica dall'atmosfera. L'uso
di pratiche biologiche, come
l'uso del compost come
fertilizzante, puo' fare una
grande differenza e aumentare
la enormemente la quantita'
sequestrata.
E' cio' che ha dimostrato un
allevatore della California, John
Wick, che ha effettuato per
diversi anni una ricerca in
collaborazione con l'Universita' di Berkeley; uno strato di compost di poco piu' di un centimentro di
spessore e' stato disperso sui pascoli e dopo tre anni il suolo ha un contenuto di carbonio significativamente
piu' alto dei pascoli di controllo.
Parte di questo carbonio extra proviene dal compost e parte dalla crescita dell'erba che e' stata stimolata dal
compost.

Secondo la ricerca di Berkeley, se il compost fosse applicato al 5% dei pascoli californiani, il suolo potrebbe
immagazzinare l'equivalente di un anno di emissioni dell'agricoltura industriale californiana; se cio' fosse
esteso al 25% dei pascoli, il suolo potrebbe assorbire il 75% delle emissioni della California.
Si tratta di cifre impressionanti, che potrebbero dare un impulso straordinario all'agricoltura biologica, visto
che gli agricoltori bio verranno ricompensati con crediti di carbonio nel meccanismo cap and trade.
L'agricoltura biologica rigenerativa può
mitigare i cambiamenti climatici
Di EcoAlfabeta mercoledì 23 aprile 2014

I processi biologici possono immagazzinare da 2 a 6 tonnellate di carbonio per ettaro per anno. Se fossero
diffusi su scala planetaria potrebbero quindi neutralizzare tra il 20 e il 60% delle emissioni, mentre un ulteriore
contributo verrebbe dai pascoli biologici.

Secondo il Rodale Institute, l'agricoltura


biologica ha il potere di ridurre in modo
significativo i cambiamenti
climatici riuscendo a immagazzinare in
modo efficiente il carbonio nel
sottosuolo.
Studi effettuati in varie parti del mondo
mostrano infatti che l'agricoltura
biologica permette di immagazzinare
carbonio nelle terre arabili con un ritmo
compreso tra 2,4 e 6,4 t per ettaro per
anno.
Se venisse applicata a livello globale questo significherebbe sequestrare una quantità di carbonio compresa
tra 10 e 30 miliardi di tonnellate all'anno, cioè tra il 20% e il 60% delle emissioni di CO2 dell'intera umanità.
Interventi simili sui pascoli permetterebbe un ulteriore recupero di carbonio, fino al 70% delle emissioni.
Nell'ipotesi più pessimistica, l'agricoltura biologica potrebbe mitigare le emissioni, mentre in quella più
ottimistica potrebbe addirittura invertire la tendenza della CO2 atmosferica.
Bisogna inoltre considerare il fatto che per ogni ettaro passato dal chimico al biologico si ridurrebbero anche
le emissioni in atmosfera di gas serra, per cui il contributo sarebbe doppio.

Invece di baloccarsi con improbabili e pericolose tecniche di geoingegneria, è quindi assai più sensato iniziare
a praticare una tecnologia semplice, sperimentata, disponibile e senza controindicazioni, qual è l'agricoltura
bio. Peccato che chi produce fertilizzanti e pesticidi si trovi dall'altra parte della barricata...

(1) Secondo la definizione del Rodale Institute, l'agricoltura biologica rigenerativa è una sorta di processo
autofertilizzante che migliora le risorse che usa invece di saccheggiarle o distruggerle. E' una pratica agricola
che va oltre essere sostenibile, migliorando la fertilità dei suoli. Vengono utilizzati cicli chiusi per i nutrienti,
maggiore biodiversità, più piante perenni e meno annuali e maggiore affidamento sulle risorse
interne piuttosto che esterne.
Il picco della pesca planetaria
Pesca /1 Gamberi, mangrovie e rapine
Venerdì 15 Settembre 2006, 08:09 in Acqua, Alimentazione, Economia e ambiente, Ecosistemi sotto stressdi Marco Pagani

Forse non ne siamo ancora del tutto consapevoli, ma


ormai quasi metà del pesce consumato nel mondo non è più
pescato in mare aperto, ma proviene da allevamenti
di acquacoltura (nel 1980 solo il 9% del pesce veniva
allevato).
L'allevamento di gamberi e gamberetti rappresenta uno
dei settori di maggiore crescita dell'acquacoltura in Asia,
America Latina e più recentemente in Africa, ma è anche uno
dei più controversi. Se da un lato infatti rappresenta una
sicura fonte di reddito per diversi paesi in via di sviluppo,
dall'altro è una seria minaccia a molti ecosistemi.

Il problema più importante è naturalmente la distruzione degli ecosistemi naturali. Lungo le coste asiatiche
le foreste di mangrovie vengono abbattute per fare spazio agli
allevamenti. L'immagine satellitare qui a fianco (pubblicata in un
articolo dell' Università di Bangkok) mostra la diffusione delle
fattorie acquatiche dove prima c'erano solo foreste costiere. In soli
dieci anni (tra il 1980 e il 1990) sono così scomparse il 35% delle
mangrovie del pianeta. Vandana Shiva spiega molto bene
l'importante ruolo di questi alberi acquatici: "Le mangrovie
assorbono parte dell'energia delle onde e delle maree, proteggendo
la terra retrostante; gli alberi formano anche una barriera contro il
vento. La distruzione delle Mangrovie nell'Orissa [costa
nordorientale dell'India, NdB] ha permesso alle tempeste e ai venti
ciclonici di seminare la devastazione nella regione.
Nel 1991, un'ondata di marea ha causato la morte di migliaia di
persone in Bangladesh a causa delle vasche per l'acquacoltura. Nel
1960 un'ondata simile non aveva neppure danneggiato i villaggi, grazie alle mangrovie che a quel tempo
proteggevano l'entroterra." (Le guerre dell'acqua, p. 58-59).
Destano tuttavia preoccupazione anche i fatti seguenti (vedi qui per la fonte):
• Salinizzazione delle acque dolci e dei terreni agricoli (se l'allevamento è nelle acque interne);
• uso di proteine provenienti dai pesci nella dieta dei gamberi (a quando il gambero pazzo?);
• inquinamento delle acque costiere dovuto all'uso di pesticidi e antibiotici;
• eccesso di nutrienti: il 70% del mangime viene sprecato e si diffonde in mare sconvolgendo l'equilibrio
ecologico locale.
• Sul fondo dello stagno di acquacoltura si accumula un deposito tossico di prodotti di scarto e di
escrementi che costringe ad abbandonare lo stagno dopo pochi anni di utilizzo per spostarsi altrove. Nel
giro di 7 sette anni in Thailandia sono stati abbandonati il 60% dei siti di allevamento. Occorrono poi
almeno trent'anni per poter riablitare il terreno
Ritengo particolarmente negativo il fatto che per allevare i gamberi si sia diffuso questo metodo di rapina
ambientale: tagliare gli alberi, inquinare tutto e poi andarsene via. E' imprenditoria o rapina a mano armata?
Tra l'altro un comportamento simile risulta a lungo andare antieconomico!

Insomma: pensiamoci la prossima volta che mangiamo i gamberetti...

In un prossimo post fornirò alcune notizie positive, dal momento che la FAO ha definito delle linee guida per
l'"allevamento responsabile". Speriamo che non sia "troppo poco, troppo tardi" ...

Pesca /2 Ci stiamo mangiando tutto il pesce


Martedì 19 Settembre 2006, 08:06 in Acqua, Alimentazione, Ecosistemi sotto stress, Impatto ambientale, prodotti e consumi di Marco Pagani

La FAO sta monitorando circa 600 diverse


specie ittiche che vengono comunemente
pescate nei mari, nei laghi e nei fiumi di
tutto il mondo. Il grafico qui a fianco illustra la
situazione attuale.
Sembra abbastanza evidente che il picco non
riguarda solo la produzione di petrolio ...

I tre quarti delle specie di pesce sono


ormai pienamente sfruttate o troppo
sfruttate, per cui non esiste più alcuna
possibilità di espansione della pesca.
Ne è una riprova il fatto che secondo le statistiche la quantità di pesce pescato è rimasta più o meno la
stessa a partire dalla metà degli anni '80, assestandosi intorno a 90-95 milioni di tonnellate all'anno.
Se il 24% delle specie è troppo sfruttata o in esaurimento ci sarà inoltre da attendersi una diminuzione
della pesca nei prossimi anni.
L'unica soluzione per poter sfamare un
mondo in crescita demografica sembra
essere l'acquacoltura, ovvero
l'allevamento di pesci, crostacei e
molluschi in "fattorie marine"
prossime alle coste. Già ora questa
pratica fornisce circa 60 milioni di
tonnellate all'anno. Occorre tuttavia
che lo sviluppo di questi allevamenti
non porti alla distruzione degli habitat
naturali, come purtroppo sta
accadendo (per questo vedi il post Pesca /1 Gamberi, mangrovie e rapine).

Allevamento sostenibile o ecologico, dunque? La FAO ci ha pensato ed ha pubblicato alcune linee guida
per allevare il pesce rispettando l'ambiente. Ne parleremo nella prossima puntata ...

Pesca /3 Gamberi eco-friendly


Mercoledì 20 Settembre 2006, 08:23 in Alimentazione, Buone notizie dal mondo, Impatto ambientale di Marco Pagani

Nei giorni scorsi il sottocomitato


della FAO per l'acquacoltura riunitosi
a New Delhi ha approvato le
nuove Linee Guida per l'allevamento
responsabile dei gamberi.
Si tratta di un passo avanti molto
importante, dal momento che (come
viene spiegato nel post Pesca /1
Gamberi, mangrovie e rapine)
l'acquacoltura è cresciuta in questi
anni in modo rapidissimo e senza
alcun rispetto per l'ambiente. La
crescita dell'acquacoltura è dovuta al
fatto che si sono ormai raggiunti i limiti di sostenibilità della classica pesca di cattura (vedi Pesca /2 Ci
stiamo mangiando tutto il pesce).
Se i governi dei vari paesi del mondo si adegueranno a queste linee guida sarà forse possibile
allevare gamberi per l'umanità affamata (e in secondo luogo per le nostre tavole) senza creare squilibri
ambientali disastrosi.
Vediamo in rapida sintesi che cosa prevede il documento della FAO ( che è possibile leggere qui in inglese
in edizione integrale):
1. Collocazione delle fattorie al di sopra
della linea di marea, senza perdita
netta di mangrovie e non in zone che
abbiano già raggiunto la capacità di
acrico per l'acquacoltura. Evitare
terreni sabbiosi nell'interno per
prevenire la salinizzazione del
terreno.
2. Progettare le fattorie con tecniche
che minimizzino l'erosione e la
salinizzazione delle aree circostanti.
Conservare la biodiversità e
incoraggiare il ristabilimento
dell'habitat naturale
3. Uso responsabile dell'acqua: minimizzando lo scambio d'acqua tra la fattoria e l'ambiente si
riducono i costi di pompaggio ed il rischio di introdurre composti e agenti patogeni nell'allevamento.
Si riduce lo scarico di nutrienti e materia organica nell'ambiente (problema di eutrofizzazione) ed il
consumo eccessivo di preziose risorse idriche.
4. Uso di mangime di qualità, minimizzandone lo spreco
5. Condizioni di vita salutari nell'allevamento: evitare l'eccessiva densità, provvedere aerazione,
cambi d'acqua e controllo del plancton per prevenire il diffondersi di malattie
6. Responsabilità sociale. Gestire le fattorie in modo socialmente responsabile pagando salari
adeguati in modo da contribuire allo sviluppo delle comunità rurali.

Il picco della pesca planetaria


Lunedì 21 Gennaio 2008, 09:24 in Acqua, Economia e ambiente, Ecosistemi sotto stress, di Marco Pagani

Se la caccia e la raccolta di bacche hanno da lungo tempo cessato di essere una significativa fonte di cibo, per
l'umanità, la pesca è invece ancora l'unica attività di "cattura" di animali selvatici che condividiamo con i
nostri antenati del paleolitico (cioè prima dell'invenzione dell'agricoltura).
Ma anche questo ultimo legame con il mondo dei cacciatori-raccoglitori è destinato in un breve volgere di
tempo a perdere la sua importanza, dal momento che stiamo pescando troppo e male.
Il grafico qui sopra (rielaborazione da dati FAO, il database figis non è sempre on-line)) mostra che negli
ultimi 50 anni la quantità totale di pescato (linea blu, scala a sinistra) è aumentata di un fattore 5, da 20 a
quasi 100 milioni di tonnellate.
Tuttavia, dal 1994 la produzione
totale non è più aumentata,
oscillando intorno ai 94 milioni di
tonnellate annue. All'occhio
del picchista, questo
fa presagire l'imminenza di un picco
di produzione, a cui dovrebbe
seguire inesorabilmente un declino.
Come spiego in altri post alcune
specie (come il tonno e
il merluzzo nell'oceano
Atlantico) hanno già raggiunto il
picco.
Se consideriamo il pescato pro
capite (linea rossa, scala sulla destra), il picco è stato già raggiunto nel 1988 con 17,3 kg di pesce all'anno a
testa: in altre parole, la popolazione mondiale sta crescendo più in fretta di quanto si stia pescando.
Consideriamo inoltre che dal 1970 al 1995 (dati FAO, non ho trovato statistiche più recenti)
• il numero di pescherecci è più che raddoppiato, passando da 600 mila a 1 milione e 250 mila. Una flotta
simile sarebbe in grado di pescare in ben quattro pianeti !;
• anche il tonnellaggio delle imbarcazioni è raddoppiato, da 13 a 28miliardi di tonnellate;
• la profondità media di pesca è passata da 150 a 300 m (Le Monde Diplomatique, Atlante per l'ambiente,
novembre 2007, p-57).
• le tecniche di pesca (ecoscandagli, reti a strascico) sono diventate sempre più invasive e devastanti.
Le statistiche FAO non tengono inoltre conto dei cosiddetti danni collaterali, cioè della distruzione del
fondale oceanico causato dalle reti e dall'uccisione di un gran numero di pesci che non sono di interesse
commerciale, ma che vengono accidentalmente a trovarsi dentro alle reti.
Quello che sta accadendo nel mondo della pesca è uno dei più evidenti fallimenti delle teorie economiche
classiche, che si disinteressano della sostenibilità delle pratiche antropiche e ritengono che la tecnologia
possa compensare la riduzione delle risorse. Invece, aumentare ulteriormente il numero di pescherecci non
ci farà ritrovare magicamente il pesce...
La catastrofe del merluzzo nel nordatlantico
Mercoledì 23 Gennaio 2008, 09:29 in Economia e ambiente, Ecosistemi sotto stress, Sviluppo "insostenibile" di Marco Pagani

La catastrofe del merluzzo Atlantico è una storia che andrebbe raccontata ai bambini e riportata su tutti i
libri di testo, per spiegare come la stupida avidità degli uomini possa portate il disastro in un intero
ecosistema.
Eppure, sembra che si parli poco di questa triste vicenda. Non ne avevo mai sentito parlare prima e l'ho
scoperta quasi per caso, mentre cercavo dati relativi alla pesca globale (vedi il post Il picco della pesca
planetaria). Oggi vorrei provare a raccontarla.
Si tratta di una tragedia in sei atti.

1. Nell'oceano Atlantico la
popolazione
di merluzzi (Gadus
Morhua) è sempre stata
estremamente
abbondante. I canadesi ne
hanno pescato circa 250
mila tonnellate all'
annoper più di un secolo,
fino agli anni '50.
2. La diffusione di grandi
pescherecci oceanici ha
fatto sì che anche spagnoli,
portoghesi, francesi, sovietici e diversi altri iniziassero a pescare il merluzzo, fino a raggiungere un picco
di 1,8 milioni di t nel 1968 (Dati FAO-FISHSTAT). Il Canada decise allora di proteggere il "suo" merluzzo
estendendo le acque territoriali fino a 200 miglia dalla costa, in modo da "bandire" gli stranieri.
3. Per un po' le cose andarono bene ed anche i canadesi ridussero le quote di pesca a livelli più sostenibili;
come si vede dal grafico (che riporta solo i dati canadesi) a partire dalla metà degli anni '70 la pesca al
merluzzo è però tornata a crescere a ritmi incredibili, più che triplicando nel giro di sette anni.
4. Il picco del merluzzo canadese è stato nel 1982. Diversi pescatori si erano accorti della diminuzione del
pescato negli anni '80, ma il governo non fece nulla per fissare quote di pesca.
5. In quegli anni presero invece a solcare i mari enormi pescherecci-fabbrica in grado di rastrellare il mare
con immense reti a strascico, per poi trattare subito il pesce e congelarlo. Le reti a strascico rovinano i
fondali e catturano tutto quello che incontrano, contribuendo a distruggere anche le uova di pesce e i
giovani esemplari.
6. Il sovrasfruttamento del merluzzo e la distruzione del suo habitat hanno portato in pochi anni alla
catastrofe: la quantità di pesce pescato è crollata dalle 400 mila t del 1990 alle 12 mila del 1995 e da
allora non si è più ripresa. Un vero e proprio genocidio.
Il grafico in alto riporta anche il numero delle navi a strascico canadesi (dati FAO-figis). Osservate come
il loro numero sia cresciuto a partire dagli anni '80 e abbia continuato a crescere anche negli anni critici
della distruzione del merluzzo!
Questo dimostra quanto sia difficile fermare una megamacchina industriale, una volta che essa si sia
avviata.
Questo dimostra che una tecnologia più sofisticata, potente ed energivora non ci può salvare dal collasso
degli ecosistemi, ma ha solo l'effetto di accelerarlo.
Riusciremo a imparare qualcosa dalla lezione canadese? Riusciremo a regolare le quote di pesca in tutti
gli oceani del mondo prima che sia troppo tardi?
Il Canada non sembra aver imparato molto, dal momento che ha sì fissato quote di pesca per il Merluzzo, che
sono però probabilmente troppo alte, ma ha avuto il coraggio di dare la colpa della diminuzione della pesca
alle foche.(!)

Il picco del tonno Atlantico


Lunedì 28 Gennaio 2008, in Economia e ambiente, Ecosistemi sotto stress, Sviluppo "insostenibile" di Marco Pagani

Il grafico (punti in giallo) mostra i dati


relativi alla pesca delle principali 5
specie di tonno nell'Oceano
Atlantico (Albacore, Big Eye, Bluefin,
Yellowfin,Skipjack). I punti in verde
mostrano invece la cattura da parte
degli europei. I valori provengono
dal database Figisdella FAO.
Il picco, piuttosto evidente, è
avvenuto nel 1994. Da allora la
quantità di pesce pescato si è
ridotta quasi alla metà.
Le curve colorate rappresentano due fit fatti con una curva logistica (per la precisione, si tratta della sua
derivata). E' possibile vedere che la teoria di Hubbert si adatta abbastanza bene anche a delle risorse
rinnovabili, quando il prelievo antropico eccede nettamente il tasso di rinnovo.
Secondo la FAO, cioè è dovuto "in parte alle misure di gestione dell'ICCAT". Ho così scoperto che esiste
una Commissione Internazionale per la Conservazione del Tonno Atlantico. Come si dice di solito, quando non
si riesce a risolvere un problema, sin indice una riunione...
L'ICCAT non fissa delle quote di pesca annue, ma valuta con una periodicità quinquennale lo stock delle varie
specie di tonni e definisce la resa massina sostenibile (Maximum Sustainable Yeld). Non sono entrato nei
dettagli, ma sembra che tale resa venga definita con modelli matematici che tengono conto della dinamica
della popolazione dei tonni (vedi qui a pag. 449-450).
Ora, non essendo un esperto di pesca, mi limito a fare due domande da "lettore operaio" (come avrebbe
detto Brecht):
come si spiega il fatto che nel 2003 la valutazione della MSY per il tonno Yellowfin era di 154000-161000
tonnellate (link precedente, p.450) , mentre nel 2007 essa è scesa a 148000 tonnellate?
• come si spiega che la pesca del tonno Yellowfin sia in costante decrescita negli ultimi anni e si sia assestata
nel 2006 intorno a 100000 tonnellate? Per quale motivo l'industria della pesca è rimasta sotto alla resa
massima sostenibile, tra l'altro in un periodo in cui i prezzi del tonno stanno andando alle stelle?
(Eurofishmarket report del luglio 2007).

A volere essere maligni viene da pensare che le quote dell'ICCAT siano definite più in funzione dell'industria
della pesca che della effettiva popolazione dei tonni. Inoltre, per favore, sarebbe possibile smetterla di
riferirsi ai tonni con l'appellativo poco gentile di "tonnellate" e riferirsi ad essi come esseri viventi?

Pesca: il Sugarello (Mackerel) è a rischio di estinzione


Mercoledì 2 Maggio 2012, 09:30 in Acqua, Ecosistemi sotto stress, Impatto ambientale, prodotti e consumidi Marco Pagani

Il Sugarello (Mackerel) è una delle specie più pescate del pianeta: le catture sono dimezzate negli ultimi 15
anni da 10 a 5 Mt. Eppure, le nazioni fanno a gare per devastare gli ultimi stock degli oceani meridionali

When will they ever learn? Quando gli umani comprenderanno che la loro attività di pesca è insostenibile e
devastante sarà troppo tardi.
Il grafico qui in alto mostra la quantità pescata di 24 diverse specie di Sugarello (Mackerel) (1). Il picco della
pesca è stato raggiunto nel 1995 con 10 Mt. Da allora le quantità sono diminuite fino alle 5 Mt del 2010 con
un trend inesorabilmente calante.
Una gestione mondiale responsabile della pesca avrebbe imposto quote di produzione già nel 1996, o al più
tardi verso la fine degli anni '90.

Invece non si è fatto nulla e anche oggi si assiste alla corsa di tutte le nazioni ad aggredire gli ultimi stock di
Mackerel nell'oceano meridionale. Nel 2010 operavano nella zona antartica ben 75 grandi navi da pesca, tra
cui la fabbrica galleggiante Lafayette, vero mostro dei mari, in grado di lavorare e surgelare 1500 t di pesce
al giorno.
Ai nostri figli
consegneremo un
deserto liquido. Altro
che mangiare più
pesce per migliorare la
dieta: riduciamo
drasticamente il nostro
consumo di pesce (2);
non cambierà il trend,
ma almeno la
devastazione non sarà
fatta in nostro nome.
(1) Il sugarello
(Mackerel) è un nome
generico che raggruppa
diverse deine di pesci del genere Scomber, Scomberomorus e altri, con masse che variano da qualche etto a
decine di kg. E' un pesce predatore che si nutre di altri pesci più piccoli (il suo livello trofico nella catena
alimentare varia, ma in genere è compreso tra 3 e 4).
(2) Una scelta ragionevole potrebbe essere quella di limitarsi a mangiarlo fuori casa, in poche e controllate
occasioni.

Lafayette, da petroliera ad arma


di distruzione di massa per i pesci
Giovedì 3 Maggio 2012, 10:18 in Ecosistemi sotto stress, Impatto ambientale, prodotti e consumidi Marco Pagani

L'ex petroliera Lafayette da 50 mila tonnellate è stata sottoposta a restyling per diventare una
nave per il trattamento del pesce oceanico, al comando di una flotta di 12 megapescherecci,
una vera arma di distruzione di massa

In questi tempi di post picco del petrolio può capitare che si faccia il restyling di una vecchia petroliera russa
per farne una nave da pesca, anzi più precisamente la più grande fabbrica ittica galleggiante del mondo.
La Lafayette, circa 50 mila tonnellate di stazza, è lunga 228 m e larga 32. Appartiene alla
multinazionale Pacific Andes e agisce come ammiraglia di una flotta di cinque super pescherecci a strascico
oltre ad altre sette navi più piccole.
Il pesce è aspirato dalle altre navi con grandi tubi a vuoto. La nave è in grado di trattare e congelare 1500 t
al giorno. Poiché è pensata per operare senza mai tornare in porto (viene rifornita di gasolio in mare, come
un bombardiere), ha una capability di circa 550 mila tonnellate di pesce all'anno; tanto per farsi un'idea è
più del doppio del consumo del Belgio. Una vera arma di distruzione di massa.
Questo mostra il
paradossale fallimento dell'economia
di mercato. Senza regole e senza
arbitrati superiori, quando gli stock
ittici iniziano a scarseggiare, l'attività
di pesca non si riduce, ma al contrario
si intensifica.
Tutti i paesi e le aziende fanno a gara
per pescare quanto più pesce
possibile prima che finisca: in questo
modo gli utili trimestrali e i consumi
immediati della specie homo
sapiens in continua crescita demografica stanno mettendo a rischio tutta la fauna superiore degli oceani,
un'estinzione di massa quale forse non si è più vista dai tempi del Cambriano-Ordoviciano, 488 milioni di
anni fa.
Questo è già successo nel caso della catastrofe del Merluzzo nord Atlantico: tra il 1988 e il 1991 gli stock
sono calati del 33%, ma nello stesso periodo le navi a strascico sono cresciute (in tonnellaggio) del 78%, per
poi restare ad arrugginire al sole quando la pesca del merluzzo è crollata al 5% del valore del picco.
Se le risorse naturali sono compromesse non saranno il capitale e la tecnologia avanzata a fare saltare fuori i
pesci dal nulla.

Mangiare meno pesce, non pesce più sostenibile


Venerdì 4 Febbraio 2011, 10:15 in Ecosistemi sotto stressdi Marco Pagani

Riporto stralci di un
interessante articolo uscito
qualche giorno fa sul
Guardian, che resta sempre il
miglior quotidiano di lingua
inglese al mondo per
l'attenzione intelligente ai
problemi dell'ambiente.
Dobbiamo mangiare meno
pesce, non pesce più
sostenibile
Incoraggiare semplicemente
la gente a mangiare nuove specie, non ridurrà la pressione sugli stock ittici.
[Antefatto: una campagna per la pesca sostenibile afferma che oltre metà del pesce pescato dagli inglesi
viene buttato a mare, perché senza valore commerciale. Si chiede agli inglesi di essere più di bocca buona e
di mangiare anche questi pesci, per ridurre lo spreco.]
Incoraggiare i britannici ad essere più avventurosi e provare nuove specie di pesci non diminuirà
automaticamente la pressione sugli stock delle specie più a rischio.
Al contrario, potrebbe avere come effetto una crescita della quantità totale di pesce mangiato. Forse sta già
succedendo: la scorsa settimana Mark & Spencer e Waitrose hanno riportato un aumento di vendite di pesce
del 25% e del 15%.
In Gran Bretagna si consumano 20 kg di pesce all'anno. È la metà di quanto mangiano gli spagnoli e un terzo
del consumo dei portoghesi, ma è sempre molto di più di quanto mangia in media il cittadino del mondo. Nel
contesto del declino globale degli stocks e della crescita della domanda globale, aumentare i consumi di pesce
nel Regno Unito non risolverà l'overfishing.
Il Regno Unito dipende dal pesce estero per più di cinque mesi all'anno. Questa dipendenza riduce la sicurezza
alimentare in paesi che hanno bisogno del pesce più di noi.
Questa tendenza è in crescita; se il Regno Unito dovesse contare solo sulle proprie risorse ittiche, le finirebbe
a metà luglio, tre settimane prima dell'anno scorso.
La maggiore causa del deficit di pesce è il sovrasfruttamento di tre quarti degli stock europei che producono
molto meno di un tempo. La loro gestione insostenibile è un problema ecologico ed economico.
Portare nuove specie nel menu senza dare la possibilità agli stock di riformarsi porterà il Regno Unito un
passo più vicino ad essere un predatore di pesce come la Spagna, il Portogallo o il Giappone, che mangiano
di tutto, ma non sono per questo sostenibili.

Pesca, la maggiore pressione sugli ecosistemi


è generata dall'Asia Orientale
Di EcoAlfabeta martedì 10 giugno 2014

I tropici contribuiscono ormai al 42% delle catture. Il consumo in Indonesia, Cina, Filippine e Vietnam è
cresciuto di 12 milioni di tonnellate.

.
Non è solo il consumo di pesce del ricco occidente a minacciare il futuro delle specie marine; secondo il
rapporto State of the Tropics, la pesca nelle zone tropicali è in crescita, mentre nel resto del mondo è in lieve
calo dal 1988. Se i tropici pesavano per il 12% negli anni '50, la loro fetta è oggi arrivata al 42% del totale delle
catture (esclusa quindi l'acquacoltura).

La crescita maggiore si è riscontrata nell'Asia Sud Orientale: Indonesia, Cina, Filippine e Vietnam hanno
aumentato i propri consumi di 12 milioni di tonnellate.La combinaizone di crescita demografica e
miglioramento del livello di vita ha contribuito ad aumentare la pressione sugli ecosistemi marini. Oggi in
questa regione il consumo pro capite di pesce (32 kg/anno) supera del 70% la media planetaria (dati FAO).
Il rischio è che un sovrasfruttamento degli
stock possa portare al collasso della pesca
in questa regione, colpendo soprattutto le
comunità più povere che basano la propria
sopravvivenza sulla pesca di piccola scala.
Questo è già avvenuto in Perù, dove
la pesca delle acciughe è cresciuta da
75000 a 12 milioni di tonnellate tra il 1950
e il 1970, per poi crollare brutalmente negli
anni '70 per la distruzione della
popolazione. Solo ora gli stock stanno
iniziando a riprendersi. Una situazione simile si è verificata con la catastrofe del merluzzo nel nord Atlantico.
Si ritiene che il sovrasfruttamento e gli sprechi nel mondo della pesca causino danni per circa 50 miliardi di
dollari all'anno. Una gestione più sostenibile della pesca è quindi vitale di fronte alla duplice minaccia
dei cambiamenti climaticie della crescita della popolazione.
Dall’ Africa

Cosa manca?
Lunedì 10 Marzo 2008, 09:13 in Decrescita sostenibile, Economia e ambiente di Marco Pagani

Guardando questa foto delle campagne


africane viene piuttosto
spontaneo chiedersi: cosa manca?
• "Tutto", risponderebbe quasi
sicuramente un economista;
• "Nulla", sarebbe invece forse la
risposta del mistico;
• "Qualcosa" direbbe l'ambientalista.
La difficoltà sta esattamente nel provare
a definire questo "qualcosa".
Proviamoci, stilando due liste: la lista di
ciò che gli africani hanno e la lista delle
cose essenziali che mancano.

Cosa c'è:
• Una casa (anche se essenziale) di proprietà
• Terra sufficiente (in media) per nutrire una famiglia
• Un pozzo dotato di pompa (in ogni villaggio)
• Una buona diffusione dell'istruzione primaria
• Un limitato accesso alla sanità
• Entrate minime dalla vendita di tabacco, zucchero, tè o caffè
• Legna e carbonella per la cottura e lume a paraffina per la notte
Cosa manca
• Un'economia più giusta, che paghi i prodotti di esportazione a un "prezzo di dignità "
• L'introduzione di coltivazioni di maggiore contenuto proteico (es. soia)
• Una fossa settica per non rischiare di contaminare la falda
• Migliore accesso alla sanità
• Una bicicletta
• Un pannello solare sufficiente per 1-2 lampadine e un laptop
• Un laptop (vedi il programma One Laptop per Child) con connessione a internet

Pensate che la lista di destra sia troppo corta?


Dubito che si possano aggiungere ulteriori cose o servizi che siano economicamente ed ecologicamente
sostenibili per tutti gli africani.

Popolazione e terra in Malawi


Domenica 10 Febbraio 2008, 10:38 in Manifesto e commenti generali di Marco Pagani

La scorsa settimana parlavo


della fragile situazione del Malawi.
Vorrei provare a raccontarla
attraverso alcuni grafici che
descrivono la storia malawiana degli
ultimi 40-50 anni.
Questo primo grafico mostra
il rapidissimo aumento della
popolazione, che è
quasi quintuplicata in meno di
sessant'anni (la "gobba" a cavallo
degli anni '80 è probabilmente
dovuta agli esuli mozambicani che
sono ritornati in patria alla fine della
guerra civile).
Un aumento così significativo ha
posto considerevoli problemi alla crescita dell'agricoltura...

... in questo grafico vediamo infatti che la terra coltivata è aumentata (linea gialla), ma senza riuscire a
tenere il passo con l'aumento della popolazione.
Di conseguenza, la terra arata pro capite (linea fucsia) ha continuato lentamente a diminuire fino a
raggiungere la soglia piuttosto bassa di 0,2 ha a testa. 0,2 ha equivalgono a 2000 m². Da qualche parte
ho letto (scusate se non riesco ad essere più preciso, ma qui non riesco a ricercare i link bene come in
Italia) che per nutrire un essere umano occorrono all'incirca 1000 m² di terra.
In Malawi non siamo poi così lontani da questo limite, se consideriamo che più o meno un quarto della
terra coltivata è usata per il tabacco, lo zucchero, il tè e il caffè destinati all'esportazione.
Le rese agricole potrebbero
aumentare, ma per questo
occorrono più fertilizzanti di
origine fossile, che negli anni a
venire aumenteranno
moltissimo di prezzo.
Nonostante i fertilizzanti
ricevano un sussidio pubblico,
sono già troppo cari per la
maggior parte della
popolazione.
Le Nazioni Unite prevedono
per il Malawi una popolazione
di 29 milioni di abitanti nel
2050. Dubito che ci
avvicineremo a questa cifra. Penso che la capacità di carico di questa bellissima terra non superi i 20
milioni di persone. In questo caso, non mi dispiacerebbe sbagliare per difetto.

Mais, tabacco e dignità


Venerdì 15 Febbraio 2008, 10:47 in Alimentazione, Manifesto e commenti generalidi Marco Pagani

Il Malawi è un paese in gran


parte rurale (l'urbanizzazione è inferiore al 20%). La
foto qui sopra dà un'idea di come sia la vita nelle
campagne. Una famiglia ha in genere a disposizione
un gruppo di 4 o 5 abitazioni costruite con fango
essiccato e tetti di paglia.
In primo piano è possibile vedere un campo di mais,
da cui i malawiani ottengono circa il 70% del
loro fabbisogno calorico giornaliero; il resto è
costituito da riso, zucchero, fagioli, arachidi, frutta
(nella foto si vedono anche alcuni banani) , verdura e in minima parte (meno del 3%) prodotti animali.
Più vicino alle abitazioni si nota una coltivazione verde chiaro...

Si tratta di tabacco (Nicotiana Tabacum; la foto qui a fianco mostra le piante di tabacco un po' più da
vicino).
Il tabacco viene fatto essiccare per poi essere venduto a
traders che attraverso vari passaggi lo vendono
alle multinazionali. I guadagni del tabacco permettono di
acquistare quanto non può essere trovato o prodotto
localmente nelle campagne: sale, vestiti, scarpe, quaderni
per la scuola, biciclette...
Un quintale di foglie di tabacco secche viene pagato ai
contadini 50 euro. La resa del tabacco dovrebbe essere tra
le 2 e le 3 tonnellate per ettaro. Una famiglia che possa
permettersi di coltivare a tabacco 1 ettaro di terra (che
quindi possiede una quantità di terra superiore alla media, verrebbe così a guadagnare dai 1000 ai 1500
euro all'anno.
E' decisamente troppo poco, tenendo conto che, una volta trasformato in sigarette il tabacco costa più
di 10 mila euro al quintale!
In una buona annata, coltivando la terra, una famiglia malawiana può avvicinarsi all' autosufficienza
alimentare, ma non potrà mai vivere una vita un minimo dignitosa finchè il frutto del suo lavoro è
pagato così poco. I più poveri difficilmente potranno mandare i figli a scuola, prendere l'autobus per
andare a fare le vaccinazioni, potersi comprare vestiti prima che quelli indossati siano a brandelli ecc.
Una modesta proposta. Il commercio equo e solidale potrebbe proporre ai malawiani di coltivare tè,
caffè, banane o canna da zucchero (prodotti che già vengono coltivati in alcune parti del paese) pagano
ai contadini un prezzo più dignitoso.
Altrimenti, se il prezzo del tabacco dovesse scendere ancora, l'unica alternativa che si troveranno
davanti è quella di coltivare oppio...
Il Grande Baobab di Salima
Sabato 16 Febbraio 2008, 10:19 in Piccolo atlante di Gaia di Marco Pagani

Il grande Baobab (Adansonia digitata) merita davvero un bel po' di spazio nel blog...
Venticinque metri di altezza, cinque metri di diametro, un tronco spugnoso che contiene
oltre centomila litri d'acqua... questi numeri non rendono l'effetto che questo straordinario albero
esercita se lo si può osservare dal vivo.
Guardate con con un po' di venerazione questo esemplare, fotografato a Salima, presso il lago Malawi;
potrebbe essere antico quanto le piramidi...