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Appendice IV

PARTE I

La verità scientifica è lo statuto globale di veridici,


di storie aperte, e cominciamenti e capolinea
di strutture che scandiscono le unità in tempo
di teorie regionali come storia.
L’eterno ritorno dell’Unico
Premessa.
Una teoria fisica considerata nei suoi aspetti sintattici, si presenta come
totalità di regolate relazioni tra formule ben formate, delle quali la forma
è un principio passivo sulle parti, (principio di appartenenza), ossia di
autolimitazione degli enunciati in quanto della struttura; ed un principio
attivo concernente i cominciamenti deduttivi e compimenti tetici di va-
riazioni verso altri distinti enunciati in coerenza dell’enunciato compiuto
con la funzione di unità che svolge la sintassi (principio di permanen-
za). Dunque, la funzione emerge dalla progressione e dalla organizza-
zione delle parti secondo un principio di partecipazione.
Tali principi, di appartenenza, permanenza e partecipazione accordano
il carattere regionale di una teoria.
Nelle attestate teorie, la processione di enunciati è, in modo naturale,
sostenuta da polarità semantiche (segni d’esperienza sensibile reitera-
bile intersoggettiva) verso oggetto possibile. Ciascun enunciato è
schema, né descrittivo né denotativo ma regolativo, del rapporto tra
soggetto possibile (soggetto della struttura) e fenomeno (istanza della
differenza su enunciati in atto): sulla attuale fase soggetto-oggetto, il
fenomeno provoca una transizione, una intuizione originaria che lo
schema della differenza, secondo funzione di unità, riassetta in effettiva
polarità semantica ad essa conforme, rendendola cognitivamente ac-
cessibile come esistenza regionale dell’oggetto.
La differenza media, dunque, lo schema e l’oggetto possibile che so-
stiene l’unità del fenomeno; il soggetto che è della struttura, rileva la
emergenza d’oggetto delle polarità semantiche: la collegata cognizione
è regionale, pertinente alla funzione propria di unità sul fenomeno.
Insomma, una teoria genera modi di realizzazione di esperienze reite-
rabili (caratteri stabili, intersoggettività), su strutture di necessità
dell’oggetto possibile alla capacità di percezione i fenomeni.
Dato la disposizione degli enunciati di una attestata sintassi regionale
alla opera (storica) costruttiva progressiva dell’oggetto possibile (diffe-
renza interna, quadro delle categorie d’un’epoca), è evidente la pre-
senza di enunciati da cui comincia la legata tematizzazione della pro-
gressione degli aspetti sintattici; di enunciati privilegiati dalla sintassi,
dunque circoscriventi le possibilità di determinazione di differenze ap-
propriate al principio di partecipazione. Enunciati, insomma, che stabili-
scano il cognitivamente accessibile entro l’orizzonte della struttura, il
cui divenire è della contingenza infra-fenomenale e della storicità re-
gionale dello oggetto secondo il principio di appartenenza.
E’ manifesta in siffatta funzione, la soluzione trascendentale del co-
minciamento del rapporto sintassi semantica propria:1) l’ontologia del
compimento delle polarità sintattiche nel proprio oggetto, è regionale
(la funzione di unità permea i propri oggetti); 2) la problematicità con-
viene con la costruzione di oggettività che si mostra iniziata da una va-
riazione dell’essere della soggettività in divenire coerente con la attiva
individuazione strutturata dalle sue fasi; 3) la disgiunzione delle pro-
spettive ontologiche tra sintassi allorché una regione sintattica emerge
in relazione alla insufficienza di precedente teoria a sostenere una fisi-
ca dell’esistenza 1 (differenza esterna; storicità delle categorie); 4) il ca-
rattere trascendentale implicito nella regionalità delle sintassi e nel ruo-
lo determinante di siffatti enunciati privilegiati da cui comincia la propria
sintassi che è quello di tradurre in schema la intuizione pura (una sorta
di competenza del soggetto in quanto soggetto della funzione di unità
della struttura) della possibilità di una presenza entro la negazione di
presenza attuale. Il loro fondamento è realtà e possibilità di una esten-
sione del reale: sono enunciati della medesimezza: omogeneità, iso-
tropia, simmetria, commutatività, ad esempio, la cui portata riguarda
l’intera emergenza della struttura, ma anche particolari interni settori2.

1 Il determinarsi di polarità semantiche è progressivo: legato alla struttura e


alla sua funzione effettiva, si articola su relazioni e posizioni reciproche, di natu-
ra regionale, tra enunciati. La istanza della differenza ha dimensione né for-
male né descrittiva, esistendo dal contesto di fenomeno intuizione sensibile
(non ricettiva), soggetto della struttura (intuizione pura e quadro storico delle
categorie).Una sintassi regionale immane alle progressioni enunciative pro-
prie a condizione che disponga nel proprio stato, secondo propri principi, di
posti di iscrizione della differenza. Ma tali condizioni non sono infinite: una da-
ta sintassi regionale in quanto tale, col dato e l’evenenziale ha l’inaccessibile
essenziale non dato. Pervenuti al capolinea si passa ad altro. Esempio: il red
shift per la meccanica newtoniana, per il quale il posto della differenza è di-
sponibile nei gαβ del ds2 della relatività einsteiniana (ma non lo è disponibile
in quella euclidea, dove la metrica euclidea è dello spazio tridimensionale ed
a coefficienti costanti sotto il gruppo galileiano).
2 Ad esempio “il reticolo perfetto” di Ising per le magnetizzazioni o il reticolo

regolare per il punto critico liquido-vapore, il modello di Heisenberg, isotropo


Orbene, il problema critico è il cominciamento di un enunciato da un al-
tro; è il procedere delle variazioni sotto il principio di appartenenza (in-
terni criteri di coerenza, continuità, o discontinuità e discretizzazione),
affinché la differenza sia per l’enunciato acquisizione di polarità seman-
tica opportuna, ossia disposta al divenire della struttura propria.
Se tali polarità sono effettive esse sono necessariamente regionali;
l’oggetto ha un fase storica di determinazione conforme allo stato della
struttura, e la negazione di presenza attuale compatibile con qualche
grado di presenza possibile, procede in enunciato atto a codificare
sensazioni esplicandole in forme dell’oggettività. Una sorta di riequili-
brio soggetto-oggetto assorbe l’istanza della differenza del fenomeno.
Tra i principi strutturali, quelli di appartenenza e permanenza, limitano
la successione di enunciati propri al processo stesso della funzione
d’unità della struttura ormai semantizzata in funzione di unità del feno-
meno medesimo (concetto, oggetto di una teoria); le prospettive di so-
stenibile accesso all’oggetto possibile sono considerate secondo effi-
cacia delle differenze, scaturanti dalle interne polarità di tali enunciati
propri della struttura; la quale, né denotativa né formale, è, dunque, di
visibilità di oggetti possibili tramite una risoluzione trascendentale del
rapporto sintassi (lato dell’essenza) e propria semantica (lato della esi-
stenza).3

la cui polarità semantica descrive l’interazione di scambio tra elettroni loca-


lizzati nei siti del reticolo”; il modello di gas perfetto di Bose caratterizzante
forme canoniche da cui le differenze sono pertinenti alla fisica di transizioni
di fase (cambiamenti di gruppo di simmetrie iniziale).
3 Una svelta esemplificazione è offerta dalla scansione di divenire di due tra le

sintassi della dinamica, quelle la cui origine è un peculiare enunciato della ne-
gazione di presenza attuale congiunta a possibilità di presenza. E’ l’enunciato
regionale proprio del vuoto: la differenza è polarità semantica, nesso tra es-
senza (aspetto sintattico) ed esistenza (aspetto semantico). In breve: a)la di-
namica newtoniana, nella formulazione che da valori iniziali ed equazioni di
evoluzione sotto il proprio gruppo di invarianza (galileiano), avvia la progres-
sione da schemi di spazio vuoto: la equazione di Poisson Δφ =0 è uno di tali
schemi, nel conto che “vuoto” è negazione di forze e masse congiunta alla
possibilità della loro presenza giacché il newtoniano spazio ne può essere il reci-
piente. La presenza è quindi semantizzata dalla differenza (rispetto alla Δφ =0)
in termini di una relazione di proporzionalità a densità volumica ρ di distri-
buzione di masse sorgenti: cioè da Δφ =0 (vuoto come assenza di sorgenti in
un qualsivoglia dominio di φ armoniche, le quali, fissato il dominio, costitui-
scono uno spazio vettoriale) si passa a Δφ+4πγρ=0. Va precisato che per la
unicità di φ sono essenziali condizioni al contorno; b)einsteiniana:
l’identificazione dello schema da cui avviare la progressione è la costruzione
di un tensore, diciamolo Gαβ , tale che ∆αGαβ ≡ 0 (cioè di un tensore del secon-
do ordine divergence free univocamente determinato dalla metrica gαβ,, diffe-
renziale nelle componenti gαβ , senza derivate di ordine superiore al secondo,
lineare ed omogeneo nelle derivate seconde). Questi ne sono i motivi: su
ds2=gαβ dxαdxβ si può fondare l’intera geometria (metrica riemanniana di tipo
iperbolico normale definita su una varietà V4 dotata di struttura differenzia-
le).
Trattasi di aspetto puramente sintattico (lato della essenza) secondo cui le va-
riazioni di gαβ non mutano la forma ds2=gαβ dxαdxβ sotto una trasformazione
generale delle xν. Allorché gli enunciati siano dotati di polarità semantica (gαβ
potenziali gravitazionali; teoria della relatività einsteiniana), e la realtà fisica
sia sommessa al principio di covarianza generale, è l’identità a zero, non la
uguaglianza, schema di spazio vuoto di massa-energia (lato della esistenza): il
ruolo trascendentale degli enunciati è nella progressione di differenze tra loro
polari rispetto al vuoto; la sintassi regionale (geometria dello spazio tempo e
gravitazione), è determinata dalle masse. Le differenze attengono ad un ten-
sore (del secondo ordine) con cui esporre casi o sostenere ipotesi di lavoro ri-
guardo alla equivalenza massa (impulso)-energia. Le condizioni al contorno
non sono essenziali come per l’equazione di Poisson (cfr. caso dello spazio-
tempo a curvatura costante).
Pertanto, detto Tαβ tensore siffatto, esso deve essere proporzionale a Gαβ ; con
ciò otteniamo la relazione : Gαβ + χTαβ =0; la condizione di conservazione, che
nel caso newtoniano va messa insieme alla equazione di Poisson, qui è impli-
cita: ∆αTαβ =0 giacché ∆αGαβ ≡ 0. In particolare, se Tαβ=0 (assenza di massa-
energia) la sintassi è quella euclidea (il tensore di Ricci Rαβ associato al ds2,
tensore di curvatura, è nullo), e, per questo si suole affermare che le equazioni
gravitazionali di Einstein sono una generalizzazione della equazione di Pois-
son.
Ma siffatta deduzione in riferimento al comportamento euclideo è un abba-
glio, poiché si tratta invece di un passaggio sintattico realizzabile da enunciati
ancorché privi di proprie polarità verso sussistente oggettività morfosintattica
(condizioni trascendentali della possibilità). Appropriato, rispettoso di ciò che
Einstein ha detto e fatto, è vedervi semmai un legame euristico. Nel divenire
dei rispettivi schemi, che è regionale, confondere tra il ruolo euristico e quello
della generalizzazione, è incappare in inadatti logicismi, mentalismi, conven-
zionalismi di maniera, che offuscano, se non obliterano, gli orizzonti dell’a
priori e della canonicità, del realismo critico di cui antesignano è I. Kant. Pe-
raltro da siffatti abbagli (confusione tra essenza ed esistenza; ontologia forma-
le e oggetto regionale) non è aliena tanta epistemologia dei superamenti, delle
PARTE II
La logica della rappresentazione,
ideologia del Modello che tronca i rapporti
morfosintattici tra oggetto evento e Nulla,
esiliando la scelta trascendentale del soggetto,
offusca nell’esistenza del dato l’orizzonte del non dato.

L’eterno ritorno dell’Unico


Critica all’ideologia del Modello
1. Le differenze accordate dai principi strutturali, fondano l’ampiezza di
sviluppi e di ambiti di una peculiare (regionale) dialettica di oggetto e
fenomeno; e delle possibilità regionali di esposizioni dell’oggetto possi-
bile nel divenire della forma unitaria della propria sintassi con la propria
inerenza al principio della partecipazione. Da qui l’asserzione che
l’insufficienza di una teoria, cioè i capolinea che costellano la storia del-
le idee, impossibilità dell’Unico-Tutto, è il carattere complementare del-
la esistenza storica della teoria medesima.
Una teoria dell’Unico, sguarnisce la struttura dei principi che ne dirigo-
no gli statuti delle rispettive prospettive di possibilità d’oggetto possibi-
le: è fondamentalmente estranea alla forma di regolate relazioni giac-
ché le oblitera , le sottrae al determinante principio di partecipazione
della struttura.
Se diciamo forma canonica ciascuno schema (enunciato della strut-
tura con polarità semantica oggetti possibili), in contesti di Teoria delle
formule canoniche4, è deducibile l’opposizione ad una teoria del Tutto

trasmigrazioni di concetti da una teoria all’altra, delle teorie rivali. Da ciò,


l’eterno ritorno all’Unico trae principale alimento
4 Riepilogo della Premessa.

E’ opportuno fissare alcune proposizioni articolate in Premessa, per rendere


più agile la lettura della presente Parte II, ma anche per ricordare che locu-
zioni e concetti, che qui utilizzo, rimandano al mio Saggio “L’a priori kantia-
no e la formula canonica”, della cui Quarta di copertina ecco un ritaglio.
“Chiave di lettura del Saggio, è la seguenti tesi nodale: “Ciascuna struttura
sintattica, sistema di enunciazioni regolate, privilegia formule proprie da dirsi
canoniche: esse svolgono, in particolare, per la conoscenza il ruolo di enunciati
da cui inizia la progressione di forme dell’unità dei fenomeni, i cui caratteri
sono riconducibili a questioni di logica trascendentale assecondandone asserti
e tesi riguardanti l’uso speculativo della ragione”. La funzione di unità della
struttura è essenziale: senza forme e concetti a priori, a noi si presenterebbe
“una baraonda di fenomeni” che riempirebbe “la nostra anima” senza tuttavia
consentirci “provenire un’esperienza” (I. Kant).
in quanto questa implica, per una variazione dell’essere, un comincia-
mento assoluto strettamente hegeliano, unità di essere con non essere
che la Teoria delle formule canoniche nettamente esclude nella esplici-
ta, specifica, regionale connessione tra fenomeni e intuizione pura.
Quindi, a fronte dell’eterno ritorno dello Unico, statuto di una teoria del
Tutto, una particolare funzione esemplificativa di siffatta decisa esclu-
sione, manifestano alcuni caratteri di teoria quantistica dei campi, mi-
rabile complesso teorico di esistenze entro possibilità del possibile, di
conversioni del contingente nel necessario, che licenziano l’oggetto dal
proprio complementare mettendo la divisione del mondo in contrari sul-
la scena dello apeiron.

Precisamente, la conoscenza è possibile in quanto le forme dell’unità si gene-


rano da formule canoniche nella naturale progressione della struttura; cioè sono a
priori e dotate di polarità semantica e in ciò rilevano il loro carattere trascen-
dentale. In particolare, si tratta di forme che presentano differenze rispetto a
formule canoniche regolate da principi della strutturazione; e, secondo siffatta
differenza canonica, esse sono significanti di realtà possibile. Le strutture nelle
quali operano differenze canoniche sono dette sintassi delle differenze.
Per una generica sintassi delle differenze canoniche, si pone il problema
d’ambito, esistenza, specializzazione e modalità di organizzazione, valorizza-
zione dell’oggetto verso cui è polare l’enunciato canonico; dell’ intelligibilità e
stabilità di tale oggetto nel contesto di oggetti, universo proprio alla sintassi
regionale.
Nel particolare caso di sintassi di teorie fisiche, le differenze rispetto
all’enunciato canonico (la formula ben formata privilegiata dalla propria sintas-
si), promuovendo semantiche di leggi fisiche nell’ambito analitico trascenden-
tale, orientano verso l’ oggetto possibile procedure finite della unità da conferi-
re ai fenomeni, e generano il senso dalla forma della organizzazione sintattica e re-
lazionale degli enunciati”. Esempio: la fisica newtoniana (Dinamica nella formu-
lazione di I. Newton) ha sintassi delle differenze rispetto al ruolo canonico che la
retta dello spazio euclideo svolge nella definizione di spazio, tempo e invarianza sotto
il gruppo galileiano. Le differenze, valutate per analisi necessariamente locale
(pionieri: Leibniz, Newton), restituiscono la sintassi delle differenze canoniche in
una sintassi differenziale, di spazi a connessione affine euclidea, e fondano la
basilare importanza dell’elemento differenziale ds (cfr. nota 3); noti problemi
d’ambito, (ad es., degli n-corpi e delle perturbazioni), delle modalità di orga-
nizzazione, valorizzazione e collegati capolinea dietro l’angolo, profilano la
dinamica nell’impianto di Teoria come storia: dalla formulazione newtoniana,
alle sintassi lagrangiana, hamiltonia, di varietà simplettiche e quantistica dei
campi.
Di ciò si dirà più avanti. Frattanto il compito non è precisare se una
nuova sintassi abbia rimpiazzato teorie pervenute al loro capolinea
(l’esaurirsi di differenze regolate sotto i principi strutturali propri); o di
valutare se essa abbia tratto vantaggi da compiacenti stazioni di par-
tenza (aggiustamenti, rifusioni, ad esempio).
Il carattere regionale di tali sintassi e la loro storicità in cui rileva la
forma privilegiata dalla categoria della struttura, è disponibile a nessun
continuismo: nessun gioco di rifusioni, rotture, metamorfosi o trasmi-
grazioni di senso, è conferito, per una Teoria delle formule canoniche,
a cammini verso il Vero.
Nessun punto di osservazione vi è dato o affermabile dal quale si di-
partano approssimazionalismi platonici (il perfezionare progressivo con
un massimale tasso di Verità) e tanto meno si attestino stati di struttura
in cui l’inaudito aderente alla struttura del dato, l’evenenziale, possa
essere, per così dire, afferrato domestico dal qui ed adesso di stati
fondamentali.
Per questo, è il caso di concederci una sufficientemente ampia anno-
tazione, cui partecipi il lettore disponibile a considerare la portata della
teoria della canonicità, degna di critica osservazione.
Ora, per una osservazione critica della canonicità, il campo da disso-
dare è enormemente vasto ed esige conoscenze specialistiche di una
storia articolata di punti di arrivo e superamenti, e le cui vicende, pietre
miliari della scientificità, sono le varie sintassi regionali.
Sia ben inteso che tali sintassi sono distinte per differenze epistemi-
che il cui carattere, piuttosto che logico-formale di teoria dei modelli, è,
per la Teoria delle formule canoniche, genesi di senso emergente co-
me forma relazionale al canonico5.
Il linguaggio della scienza non è solo un medium del comunicare la
presenza della verità dell’oggetto nell’unità realizzata dei fenomeni; ma
anche sussistente progetto di verità sul terreno di intuizioni sensibili. E’
linguaggio del carattere oggettivo di una propria ontologia regionale. La
quale si formalizza (aspetto positivo) sotto condizioni (aspetto negativo)
di esistenza (non messa in parentesi) dell’evenenziale (il proprio dello
stato della struttura; lato sensu, l’utopico regionale) e dell’a-dialogico
Nulla. Il ridurre l’oggettività fisica all’interno di un modello secondo logi-
ca della rappresentazione e con ciò puntare ad un Modello che tronchi
l’idea di oggettività da quella dell’indicibile aderente in atto della struttu-
ra (l’evenenziale dello stato della struttura)6, e dell’oltre essenzialmente

5 cfr. nota 3
6rif. nota 4
aporetico in tal modello (il tradizionale Nulla), ha indotto taluno ad af-
fermare la storia delle teorie fisiche come una sorta di processo di inte-
grazioni e superamenti; con linee evolutive di determinazioni e sviluppi
oggettivi, alimento e speranza di una Teoria del Tutto.
Ebbene, qui di seguito si offrono opportune riflessioni sull’insorgere di
siffatto “eterno” ritorno dell’Unico, corredate di stringate annotazioni
centrate sul carattere peculiare che la canonicità assegna a una teoria,
teoria come storia, e riscontrate, in via principale, sull’esempio della
quantistica dei campi, per i su indicati motivi. Trattasi di annotazioni ra-
gionevolmente controllate ed alquanto suggestive non potendo essere
rigorose: il rigore è di scuola o virtù del genio; ossia oltre i limiti di im-
pianto delle presenti Annotazioni.
2. Per il particolare, speciale, ruolo esemplificativo già su rilevato per
le teorie dei quanti, anzitutto va precisato che le analisi vanno imposta-
te mirando ad una attenta valutazione della distanza epistemologica tra
sintassi di sistemi quantistici ad un numero finito di gradi di libertà, e
quelle di campi ad infiniti gradi di libertà.
Si può convenire che tale distanza si sia prodotta tra sintassi per a-
deguazione, postulazioni, concetti e regole di formazione, rinormalizza-
zioni di enunciati da rendere polari verso realtà possibile. Ma non si
può perdere di vista che dal finito all’infinito numero di gradi di libertà,
emergono contesti esplicativi, gradi ed ordini cognitivi, radicalmente in-
novati.
Eccone, in breve, i divisi caratteri. Un numero finito di gradi di libertà
ha una sola sintassi di spazio hilbertiano, ovviamente a meno di iso-
morfismi; dunque, ha referenza un solo universo di cose, un solo mon-
do verso cui essa sintassi è polare. In questo caso, una sintassi regio-
nale è rappresentante di una classe di equivalenza, ossia di insieme di
mondi tra cui è instaurato un dialogo (la relazione di equivalenza su
spazi topologici omeomorfi), sicché il ripresentarsi di molti mondi ha
una stessa categoricità, gestibile per logica modale, proposizionale e
dei predicati, lungo un congiunto itinerario di relazioni di accessibilità,
entro gerarchie di sistemi, ed un’unica netta distinzione, in senso cate-
goriale, tra l’esistente ed il nulla. Dunque il Tutto può figurarsi dietro
l’angolo dei ruoli tematici di Teoria.
Ma in un sistema quantistico a infiniti gradi di libertà, le sintassi non
sono equivalenti: gli spazi hilbertiani polari verso il rispettivo mondo
(ciascuno di una peculiare categoria), benché figurazioni di realtà pos-
sibili, sono esclusivi reciprocamente. Si tratta insomma di infiniti mondi
effettivamente infiniti; precisamente, il numero delle rispettive classi di
equivalenza ha la potenza del continuo. E’ questa, in breve, la conclu-
sione circa il tipo di distanza tra il prima ed il dopo di cammini di teoria
quantistica, ricevibile dal teorema di von Neumann (1939).
Si sfianca, dunque, la possibilità di una via al Tutto; all’esistente eman-
cipato dall’evenenziale e dal nulla. La reciproca esclusione dei mondi
possibili, consiste nella assenza di trasformazioni formalizzabili da una
classe di mondi alle altre: l’altro è il Nulla, l’a-dialogico proprio della
struttura dei possibili in quanto tali. E’ il Nulla di fase storica
dell’attestato e del prospettico; Nulla che tuttavia esiste per noi: è la
categoricità costitutiva di Teoria che, dunque, presenta, in un fissato (a
meno di isomorfismi) spazio di Hilbert, preclusi cammini verso il Tutto .
La struttura di spazio hilbertiano segnala i propri capolinea che sono il
confine della aspirazione al compimento nel Tutto. Il Tutto, inattingibile
nel senso esclusivo dell’ỏλον, appare trascendere le parti, mentre in
quello inclusivo πάντα pervade le parti: assicura ipostaticamente a
Teoria la continuità essenziale di Storia (teatro di rifusioni, rotture, pe-
culiarità morfogenetiche).
Nell’episteme degli spazi di Hilbert, l’interpretazione dell’origine di strut-
ture ontologico-temporali, radicalizzando la comprensione delle muta-
zioni interne (transizioni di fase), è saldata all’esistenza di rappresenta-
zioni di relazioni canoniche di commutazione (canonical commutation
relations, o la loro iniziazione dalle relazioni di Heisenberg) ed alla esi-
genza di risolvere le permanenze o di dominare le mutazioni delle pola-
rità semantiche di sintassi inizialmente problematiche (rinormalizzazio-
ne).
Questo contesto della storicità di teoria va riguardato secondo i caratte-
ri di una sintassi, struttura di virtuali coesistenze, considerato che sin-
tassi categorizza esperienze possibili, verso realizzazioni che presenti-
no il necessario entro il possibile, il reale dal virtuale delle posizioni
strutturali. Ossia, in presenze che possono essere percepite. Secondo
regionalità di sintassi, il rapporto tra realizzazione e struttura varia per
mutazioni interne, cioè secondo organizzazione delle condizioni di sta-
bilità e intelligibilità dell’oggetto polare proprio della struttura. Tutto ciò
chiarisce che nel caso della sintassi della quantistica dei campi, con un
fissato numero infinito di gradi di libertà, la pluralità di campi non unita-
riamente equivalenti, non rischia di equivalere a reificazione del Nulla,
giacché, Nulla è manifesto del vuoto di esperienza a livello logi-
co―formale (perfino iperfisico), senza cominciamento né idea e con-
cretezza d'oggetto: è l’a-dialogico che ha diritto di esistenza nella con-
dizione essenziale che ciascuna teoria ha preliminari nei problemi dei
rapporti con l’oggettività, il reale, il soggettivo, la cui formulazione ha
prospettive sensate verso relazioni, benché con differenziazioni costitu-
tive, fondate tra teorie dei possibili. E ciò comporta il Nulla immanente
ai processi che, in una storia di strutture regionali e formule canoniche,
recuperano le diversità di teorie nell’unità essenziata di rapporti tra
struttura e realizzazione. Nulla immanente spiega che Das Nichts ge-
hört ursprünglich zum Wesen des Seins selbst,7 come dice, in termini
metafisici, Martin Heidegger.
3. L’esistenza di sintassi della possibilità del possibile è spesso legata
a quella che si chiama rottura spontanea della simmetria che lascia
passare nuovi possibili propri il cui cominciamento è lo svelarsi di rela-
zioni con il Nulla in un nuovo movimento di nullificazione, anche dotato
di sopravvenienza e visibilità di realtà svincolate dalla struttura di spa-
zio di Hilbert, fondate in teorie quantistiche, con maggiore generalità
degli spazi di Hilbert e delle algebre di Weyl associate (spaziotempo
curvo, fenomeni quantistici connessi alla termodinamica dei buchi neri,
ad esempio)
E’ l’esistere che ci apre orizzonti, ben oltre I. Kant, per il problema
dell’essere: nel nuovo episteme, la attualità dell’a priori, rivisitata se-
condo la funzione che merita l’unico hilbertiano che ci include come
straordinaria dimora, struttura complessa dell’ανθρωπος, è rilevata, tut-
to sommato, dal costruire e rendere gestibile modalità di contenuti e
forme. Sicché, la speranza in una teoria del Tutto, è anche una sorta di
conservazione di quel nucleo essenziale del kantiano quadro delle ca-
tegorie che custodisce, strumentale per la struttura intrinsecamente
temporale, finita, dell’umano, la comprensibilità trascendentale del sen-
so dell’essere: tra le proprie pieghe una Teoria del Tutto, culla le mete
conoscitive future dal presente di stati fondamentali in un senso ormai
autoreferenziale.
Con questo ordine di problemi, da cui sembrano sporgere incerte po-
larità semantiche affidate a scelte di cui occorrerebbe chiarire la dialet-
tica, malferma appare, pertanto, la scientificità tematizzata canonica-
mente (vi si presenta accerchiata da un convenzionalismo di maniera),
Ma è opportuno osservare che l’unità della scienza si radica in relazioni
fenomenologiche e concettuali, che hanno nella canonicità lo statuto di
oggettività; che l’oggettivo esiste per differenze canoniche mediatrici di
intuizione pura e sensibile e che ne costituiscono l’effettiva storicità. La
risposta a tale questione è, quindi, nella introduzione progressiva di dif-
ferenze canoniche, di legalizzazione di possibilità; introduzione pro-
gressiva, nel caso in esame, sul palinsesto di spazi di Hilbert. Sul can-

7Il niente appartiene originariamente all'essenza dell'essere stesso


tiere di tale opera occorre, allora, ponderare incidenza e spessore della
costruzione.
Peraltro va osservato che tutto sembra svolgersi come dialettica di
sintassi e mondo, significante e significato tuttavia a parte objecti.
Sembra, insomma, verificarsi “la impostazione e la geniale elaborazio-
ne di schemi” di formalismi che spingono a fare passare le sintassi
quantistiche come strutture i cui principi sono risultati sperimentali per
la cui proposizione quindi basti, la libera invenzione della mente umana
Ma l’istituzione di tali forme di comprensione ed esplicazione è pur
sempre interna alla posizione di differenze canoniche. Ad esempio, es-
se sono polari verso le cosiddette rotture spontanee di simmetria che si
colgono da strutture fondamentali di campi precipuamente simmetrici
(Klaus Hepp) attinenti a rispettivi enunciati canonici della medesimez-
za8 su cui tali differenze attivano il passaggio a possibilità di esistenza;
cioè sono polarità semantiche verso occorrenza di condensati bosonici,
in porzioni finite di spazio.
Certo, ci rendiamo conto che se una siffatta riconduzione alla canoni-
cità delle polarità semantiche di sintassi regionali, su campi e livelli di
realtà possibile, è vista posta caso per caso, secondo ed in funzione di
risultati sperimentali, si presenta, in fondo, di relativo rilievo: rievoche-
rebbe, ad esempio, le sinossi machiane, il cui rilievo è la opposizione ai
dogmi positivisti. Ma anche se considerata discorsiva: la canonicità ha
una portata generale come carattere fondamentale della scientificità di
percorsi finiti di conoscenza col viatico degli a priori lungo progressioni
per differenze interne e, a ciascun capolinea, per differenze esterne.9
Il nostro è uno dei mondi possibili, liberato dalla tesi leibniziana che
esso è il mondo migliore. La tesi è sostenibile in alone teologico, ma il
concetto di esistenza è, per la scienza, relativo a ciò che la canonicità
rende visibile: esistere è essere dotato di particolari costanti fisiche; dif-
ferenza canonica è parametrizzare canonicamente, collocare una co-

8cfr. Premessa, pag.2.


9 Cfr. pag. 2. Uno svelto esempio: Il Modello standard (MS) e la caratterizza-
zione in esso delle particelle elementari (tra cui vi è previsto il bosone di
Higgs) nonché di alcune forze fondamentali; con il suo capolinea: la relazio-
ne tra masse delle particelle è implicita in MS ma non giustificata; mancano
formule proprie della azione gravitazionale, vi è assente la previsione di esi-
stenza di gran parte della materia (materia oscura) nell’Universo. Una colle-
gata differenza esterna risalta dal cominciamento della sintassi regionale detta
GUT, Grand unification theories. Ed il tutto certamente, per nulla è in funzione
di risultati sperimentali di cui, anzi, mancano riscontri.
stante nel posto del parametro. E’ immediato, secondo tale logica del
costrutto, ottenere infiniti altri mondi. Tra i mondi dunque nessuna
comparazione e, quindi, nessuna gerarchia: il nostro è un mondo tra i
possibili, nel quale i valori delle costanti fisiche sono determinati in una
sintassi da cui è dato vedere la formazione di una struttura complessa
quale è quella biologica. Trattandosi di visibilità di ciò che già ci è pos-
sibile, essa comporta un enunciato nella specie di principio: esistenza
di esseri e cose fondamentali e di esseri e cose osservabili. Siffatta di-
stinzione attiene alla natura biologica di strutture, cioè strutture capaci
di osservare il mondo che, con efficacia generatrice, le include. Capaci
di fissare flussi o fasi di siffatti rapporti di osservazione, le proprie posi-
zioni in forme stabili di equilibrio e, quindi, germi di formazione di sen-
so. Un mondo siffatto, si fa pensiero e linguaggio; mondo che ci è no-
stro, dotato dunque di una fenomenologia fisica: di ciò che appare alle
strutture biologiche; e di ciò che la parola, forgiata dalla forma stabile
propria, esclude o fa escludere, in relazione alla assenza di isomorfismi
che consentano fondabili prassi di intecomunicabilità. Senza forzature,
siamo alla fonte tematica kantiana della “conoscenza per noi” e del
soggetto trascendentale, benché entro un principio non di filosofia criti-
ca ma antropico: struttura biologica capace di rappresentazioni.
4. Il nostro mondo è dotato di fenomenologia, e, questa, è kantiana-
mente per noi. Ossia non ci sarebbe organizzazione senza noi, fasi e
forme stabili dell’equilibrio uomo-mondo. Ma tutto ciò non induce a
considerare il principio antropico una sorta di trappola di autonomia del
tempo e dello spazio, giacché la sintassi regionale è storica, dunque, è
storico il soggetto che è della struttura. Senza la storicità del soggetto
in ciascuna fase e forma stabile che scandisce il tempo dei veridici, sa-
rebbe compromesso pesantemente il carattere trascendentale delle
forme a priori. Compromettere pesantemente, vuol dire oscurare il ruo-
lo che hanno la instabilità e i cambiamenti di fase, sulla cui genesi può
perfino erigersi una teoria del cominciamento di un Universo, pluralità
di mondi, altre strutture per altre forme-tempo, secondo trasformazioni
non necessariamente avviate da una singolarità (teoria del Big Bang);
vuol dire non tenere conto della reciproca esclusione dei mondi possi-
bili, non vedere che il particolare è possibile poiché la totalità vi gioca
un ruolo decisivo.
5. Ma ritorniamo ai temi della rappresentabilità, per rilevarvi la pre-
senza di due piani: del fondamento dello osservabile; e dell’osservato
indotto da un principio dello osservatore (principio antropico).
Il rapporto tra i due piani è una teoria fisica giacché tale rapporto
spiega il secondo (il fenomenologico), tramite il primo (il fondamentale).
Siamo molto distanti dall’a priori kantiano mettendolo a soqquadro, o
siamo pervenuti ad una sofisticata generalizzazione dell’ufficio della
ragione pura lungo percorsi storici di esso?
La risposta è nella osservazione che postulare che “il mondo è”, ha
consistenza con la esistenza di altri mondi: connota soltanto la specia-
lizzata assegnazione di valori di costanti fisiche fondamentali. Specia-
lizzata, significa che tra i mondi possibili si enuclea il nostro. Che ci è
nostro giacché tra possibili è l’esistente osservabile per noi.
Poiché ogni spazio hilbertiano è rappresentante di una classe di e-
quivalenza di spazi hilbertiani equivalenti (non reciprocamente esclusi-
vi), due almeno le conseguenze: 1)l’insieme delle possibilità recipro-
camente esclusive, stagliano classi di equivalenza entro ciascuna delle
quali vanno transitando, da un rappresentante all’altro, mondi possibili
tra loro dialoganti per isomorfismi; 2) per i quali il dialogo non è tra-
smettere, fornire dati che all’altro mancavano, ma comunicare: sul pia-
no filosofico ritornano da innovati punti di osservazione i temi
dell’essere, del divenire come modi del muoversi entro classi di equiva-
lenza.
Dato che l’esistenza di altri mondi ha la complessità della non equiva-
lenza reciproca, per fenomenologie e rappresentazioni, tra due mondi
reciprocamente esclusivi uno scambio di informazione contraddirebbe
alla non equivalenza reciproca stessa. Scambi comunicazionali sono
possibili invece tra complessità biologiche del medesimo mondo ancor-
ché complessità di differente grado.
Il solidarismo tra esseri, la problematica ecosistemica ha, in questo
ambito, un approccio da non sottovalutare.
Ma questo passaggio argomentativo, più che divagazione, mostra
quale spettro di questioni si configura in un approccio di teoria quanti-
stica dei campi: qualunque aspetto dell’uno dei mondi possibili, quello
che ci include, è in relazione inclusiva reciproca con tutto ciò che è di
esso mondo giacché spiccato in esclusiva reciprocità con esistenti altri
mondi. Col Nulla per noi.
Le relazioni reciproche si organizzano in generi, specie, tipi, al singo-
lare a seconda della struttura che le intrattiene. Allora, struttura biologi-
ca, ossia capace di osservare e comprendere ciò cui appartiene, vuol
dire struttura capace di unità di quadro delle relazioni e di ordinate e-
sposizioni, appunto, in generi, specie, tipi. Osservare è, insomma, pas-
sare dal livello delle relazioni fondamentali, a morfologie e strutture del-
la intersoggettività, attinenti sintatticamente all’esistenza loro in uno
spazio ed escludenti altre presentazioni che non siano della classe di
equivalenza della sintassi adottata, a quello della fenomenologia se-
condo relazioni, piani dell’unità e organizzazioni prodotte da e con lo
osservatore.
Tuttavia in siffatto passaggio, si corre il rischio del sopravvento di una
sorta di rappresentazione di oggetto da cui, benché non―presente10,
siamo modificati. A fronte, basti allora osservare, che Nulla è il vuoto di
esperienza astratta e senza cominciamento, idea e concretezza d'og-
getto: nel movimento di nullificazione, il Nulla non è reificato; l’a-
dialogico ha diritto di esistenza nella condizione essenziale che ciascu-
na teoria abbia preliminari nei problemi dei rapporti con l’oggettività, il
reale, il soggettivo, la cui formulazione ha prospettive sensate verso re-
lazioni fondate, tra simboli e cose, tra teorie nonostante le differenzia-
zioni costitutive correnti tra esse. Relazioni tra distinte determinazioni
con cui le forme di intuizione sono implicate in regole di oggettivazione:
l’unità mostrata per omologie o stratificazioni tra teorie dei possibili, è
intrinseca al reale; esiste secondo principi di costruzione dei concetti i
cui quadri categoriali sono storici.
6. Tuttavia con l’unità mostrata, l’Unico, è ancora dietro l’angolo: è au-
spicato con una sistematica di declamazioni e meditazioni, per la via di
intellegibili inclusioni decrescenti; una sorta di successioni di sintassi
verso il fondamentale. Con siffatto ideale, gli sviluppi tematizzati in pre-
valenze di una teoria sulla rivale, acquistano nell'insieme figura sedu-
cente della classe di equivalenza di una successione di prototipo
Cauchy che vale la attualizzazione del limite, cioè platonica ma senza
residui, possesso esaustivo, con cui ogni approssimazione cessa: il
Vero-Risultato è l’attuale di livelli fondamentali. Secondo il movimento
di nullificazione, da elettroni, nuclei, campo elettromagnetico, leptoni,
quark, campo elettro–debole, fino allo sforzo teoretico formale verso
stringhe e supersimmetrie, campi di gauge, la riconduzione all’unico è
inclusa nella postulazione di convertibilità, validità e globalità stabilizza-
ta, di divenire ed essere: la Teoria del Tutto riempie la speranza di at-
tingere il livello più profondo (il limite della successione), la parmenidea
presenza dell’Essere.
Ma non solo in processi di passaggio tra Spazi di Hilbert che compor-
tano sparizione o comparsa di un numero infinito di quanti: spazi hilber-
tiani reciprocamente esclusivi, qualità morfologie discriminanti, tipi di
elementi stabili, valori critici, spazi tradotti in geometrie non commutati-

10Non―presenza è né assenza né mancanza: è cifra del Nulla, nel senso, oltre


Karl Jaspers, di concomitanza anziché non coincidenza, con l’evenenziale e
coll’incondizionato
ve11, e paradigmi di categoricità, transizioni non di fase ma catastrofi di
conflitto e biforcazioni, destabilizzazione di istanze di selezione, di con-
trollo della semantica, oltrepassamento di proprietà formali che caratte-
rizzano quegli insiemi dotati di struttura che diciamo spazi, mostrano
che una storia, quella storia che è Teoria, non ha eliminato l’altro da
sé, e, benché non lo accolga, lo lascia problematico entro il contesto di
evenenziale e Nulla che vi si staglia.
A questo punto è evidente che le considerazioni possono essere orien-
tate, per siffatto ambito di questioni, a comporre un vivace esemplare
del come la via dell’unificazione, la ricerca del piano “più profondo”, da
cui avviare osservazioni e comporre esposizioni, se esige risposte dalla
scienza, necessita di ponderazioni. Il tollerabile problematico induce le
intelligenze a declamare l’eterno ritorno del Tutto in un costrutto im-
piantato anche per dare sfogo a esigenze umane a fronte di problemi
che si generano sotto la domanda “Che cosa posso sapere?”. Darvi
sfogo includendo, per il potere radicale del Tutto, anche alle altre due
solidali in terna kantiana: Che cosa devo fare?”e “Che cosa mi è lecito
sperare?” Frattanto, non potendo ricollocare le questioni solamente en-
tro una scienza che, in quanto tale non ha compiti propri di rivelazione
o di emancipazione dal condizionato giacché nel condizionato consiste
la sua storicità, le domande esigono risposte dalla scienza e dalla me-
tafisica, logica ed ontologia, narrativa e mito.
L’intraprendere un percorso verso il Tutto è, allora, mantenere integra
la capacità di immaginare e di capire per non correre il rischio di non
recepire, intendere ed analizzare, che alla genesi di una struttura opera
una scelta di unità accordate necessarie alla formazione di strutture di
stabilità (ossia regionali) dei percorsi cognitivi (linguaggio, sintassi pola-
ri verso l’universo del possibile); e che per il soggetto implicito nella na-
tura della scelta (metalinguaggio), il non dato è all’orizzonte del dato.
Teoria come storia, le cui pietre miliari sono strutture della differenza,
occasioni del veridico, lungo il cammino mobile dello uomo, non eso-
nera l’uomo, struttura complessa, dalle sue capacità non solo di scien-

11Cfr.lo spazio-tempo di Connes. La corrispondenza tra geometria ed algebra


commutativa è impianto canonico, base della geometria algebrica, soggiacen-
te a sintassi della relatività (spazio tempo e gravitazione) e della quantistica
dei campi, la cui unificazione, però vi resta problematica. Dunque, la non
commutatività si finalizza al cominciamento di sintassi con polarità semanti-
che verso ambiti della cosiddetta relatività quantistica, ossia fusione di relatività
generale e quantistica dei campi.
za: non confinabile entro la usurata istanza a raccogliere cose, in un
divenire di apparecchiati rapporti col mondo cui necessariamente ap-
partiene, la struttura complessa è sollecitata ineluttabilmente ad andare
oltre: forme di strutture di stabilità, narrazione, mito e dogma, perfino
quanto annebbia la dignità del senso comune, si generano oltre la so-
glia della scienza, e la cui fenomenologia ha unità in usi e costumi, i cui
invarianti sono delle sintassi di tradizioni e credi e mezzi di identifica-
zione ed emancipazione coi quali da quelle della scienza si aggiungono
peculiari differenze e morfologie del tempo .
L’ineluttabile andare oltre significa che, nonostante le presentazioni ed
i problemi di dinamiche cognitive delle attuali ricerche attente alla ine-
renza dello oggettivo alla propria categoricità regionale, cioè alla feno-
menologia e alle regole d’unità, anche il rapporto uomo-mondo, dello
uomo col proprio mondo oltre le soglie di cominciamenti e capolinea
della scienza, rimane aperto. La scienza ed il rispettivo a-dialogico, il
Nulla per noi, che si stagliano in una opera peculiare di costruzione di
concetti a priori, non sono avversi ad un principio di comprensione del-
lo umanesimo della scienza, alla luce dei propri valori in una storia di
eventi di civiltà. La scienza, per teorie come storia, non sconfortando
schemi dell’opinare e del regolare una intersoggettività parallela alla
scientificità di caratteri del pensiero e della parola dell’uomo, è filtro e
riarticolazione della criticità di un entroterra noumenale od utopico,
concetto, pensiero, conoscenza, dicibile ed indicibile, dato e non dato,
tempo scandito dall’evenenziale, rifusioni e rotture: vale a soppesare
più o meno sommarie domande sull’essere, e il frequentato argomenta-
re sul reale per post-identificazione o apodittica dei suoi confini; simbo-
li, racconti, miti, generici e specializzati campi di diversità esposte entro
perimetri di linguaggi individuanti valori culturali stabili o stabilizzati per
generi e specie e sigle.
Tutto ciò mentre esalta e ampia la portata della tesi secondo cui
l’humus degli universi del possibile è polarità di sintassi proprie regio-
nali, tuttavia approfondisce della scientificità il caratterizzante punto
proprio di mira: mettere in circolazione in strutture della intersoggettività
conoscenze oggettiva e condizioni oggettive essenziali del comunicare
per condivisioni. Senza scientismi, petizioni positivistiche, logiche della
pura forma.
In tesi siffatta in gioco è la temporalità di condizioni della regionalità di
teoria come storia. Un gioco effettivo, importante, concreto in cui sbal-
zano problematizzate le parallele dialettiche di visioni iperoggettivate
che lo attraversano; auto―affezioni del Tutto intese nel corso di una
storia di autorealizzazione dello Assoluto, frattanto raccontata tra
scienza e Nulla. Raccontata tramite quei linguaggi plurali ampiamente
attestati numerosi per genealogie e configurazioni argomentali; numi-
nosi, fascinosi soverchianti, per numero e configurazioni, quelli scatu-
rente dalla legge morale la quale è porta kantiana di ingresso della ra-
gione pratica al regno dei fini col suo primato sulla teoretica.
7. Per questo occorre esaminare il senso profondo di una modale non
accessibilità dalla scienza, allorché veicolato da narrative strumentali a
vie profetiche di emancipazione ed a linguaggi dell’opinabile, finisce
con l’abilitare, legittimare, come ha legittimato nella storia dello umano,
riferimenti del senso e valore di condotte e pianificazioni dello umano,
per tutti i mondi e i futuri possibili, tradizioni, politica etica cultura, segni
di appartenenza, senso comune, livelli di realtà e surrettizi valori della
civilizzazione. Riferimenti, quindi, disposti ad ospitare gli inaccessibili
sensi delle cose; ossia che travalicano i territori della scienza, della
possibilità di conoscenza possibile, in una totalità di significati da esibi-
re ad ostentata distanza dalle acquisizioni scientifiche: pullulano in mo-
di autonomi ed originali in aree di competenza specifica, ad esempio
politica ed etica; spazi del credere, miti, spiegazioni teistiche, ateismi
funzionali ad istanze di autonomia della ricerca scientifica da asseriti
disegni cosmici e teleologie; strutture della vita, di emozioni; pensieri,
coscienza, che afferrano dialettiche dello umano operare, lungo i secoli
di non evitati binomi―dualismi di scienze della natura e scienze dello
spirito.
Siffatte dimensioni oltre la scienza non possono che sollecitare come
sollecitano, in atto vie di naturalizzazione della mente, attraverso una
specializzazione estrema di modelli, di strutture complesse e di au-
to―organizzazione, formalizzazioni di configurazioni della inaccessibile
verità che sorregge l’incondizionato, abitate dalla parola (ordine struttu-
rale delle categorie, di ideali condivisi, problematica compatibilità di
scienza e metafisica) nell’eteronomia del realizzarsi aperto di plurali
linguaggi.12.

12 I linguaggi dell’opinabile coinvolgono l’esistente in una temporalità alluci-


nata, cioè della convertibilità di pensiero e conoscenza, assolta da nessi e rela-
zioni sia seriali (es. causa-effetto) sia di reticolo (esempio, tra compresenze su
piani gerarchizzati); dunque che non cominciando processioni di intersogget-
tività, le distribuiscono asserite.
Nei linguaggi che comunicano operano, invece, peculiari specie di forma-
tempo della intersoggettività. Esempi: 1)della condivisione in percorsi del tra-
smettere e del ricevere; 2)di maturato co-sentire sotteso da archistrutture di si-
tuazioni generiche di intenzionalità stratificate in un patrimonio soggettivo
Quali ne siano sviluppi ed approdi, la messe di risultati è inseparabile
da valenze di una emancipata ontologia comprensiva di una chiarifica-
zione del senso dell’essere. Tutto sommato, permeata dal rapporto tra
umana natura e il Trascendente; che, se ha l’Unico dietro l’angolo, tut-
tavia esso vi risulta e vi rimane stazionante problematico.
E’ chiaro che tutto ciò è strettamente correlato alla Teoria delle formule
canoniche in quanto essa è supporto di scientificità, consapevolezza e
cognizione dello statuto della scienza, del vero non narrato ma reso
appercepibile nella storia delle idee, costruzioni di teorie e condizioni di
esistenza, determinazioni di possibilità del reale verso cui siamo noi a
principiare, da e con intuizioni sensibili, cammini finiti di veridicità. In-
somma, di teorie per condizioni di esistenza non disinvolte di fronte alla
composita domanda: “Il mondo è costellazione di tappe di stati e fasi di
divenire storico in cui il tempo dell’essere emerge da e per di effettivi
percorsi e relazioni, oppure è terreno di soggiacenti ontologie per logi-
che della rappresentazione?”
Ebbene è plausibile concludere che, se le intuizioni che condizionano
le relazioni sintattiche che le incorporano, fossero svuotate di una dia-
lettica, in sistemi statici della loro organizzazione in unità, allora
l’osservabile coinciderebbe con l’osservatore; ordini lineari ibriderebbe-
ro offuscandoli reticoli e connessioni strutturali tra a priori storico, even-
to, Nulla che cimentano la scelta trascendentale del soggetto; il diveni-
re mancherebbe dell’ontologico alla determinazione della oggettività

alfine di livello sociale; 3)del con-crescere (es. letteratura, arte) delle sintesi
che integrano la forma con oggettività, esponendo contenuto e forma in di-
namiche di valori socializzati nonché di persona (tempo della norma, psicolo-
gico di massa, religioso) la cui invarianza (stabilità storica) è resa problemati-
ca dalla tipologia codificata dei valori e contessuta dimensione pragmatica, da
categorizzazione (politica, ad esempio), dalla ampiezza sostenibile della loro
diffusività e da attivate concomitanti dialettiche identitarie.
L’intersoggettività dei linguaggi della scienza vi si distingue in quanto la
temporalità, propria delle processioni di sintassi polari secondo differenze
che, sia interne (epoca) sia esterne (evo), sono non gerarchizzate, è intramata
di interoggettività evolutive delle tecno-scienze.
E’ appena il caso di osservare che questa nota presenta semplici spunti di una
riflessione la cui elaborazione qui sarebbe non solo fuori piano ma soprattutto
opera immane, comunque complessa dovendo, in particolare, essere attenta
puntualmente al tempo etico che l’interoggettività insegna lungo i percorsi del-
la scienza come ricerca e come progetto, e che è secolarmente manipolato per
usi strumentali in linguaggi dell’economia.
assentandosi il “salto qualitativo” tra il prima ed il poi differenziale in
strutture che, invece, tale rilevato rapporto realizzano in percorsi mor-
fogenetici. Fine della storia: internamente al tempo della storia stessa;
ritorneremmo a escatologie, punti omega. Una disorientante e vuota
forma tempo, indiandoci, ci renderebbe fossili nella convertibilità di
possibile e necessario.
Ma con ciò non intendo oscurare i tanti luoghi ove germogliano e
hanno vigore sui generis escatologie e tesi di punti omega, narrazioni,
dogmatismi, oggettiva verità di cognizioni e credenze, razionalità e de-
stino, profetismi e teogonie. Solo osservo che il principio di tanta avver-
tita tematica; il principio in Dio creatore di cose consegnate già lì da
sempre tali che alla scienza, all’uomo, tocchi soltanto l’etichettarle; il
pensiero di una metastoria che la storia in tempo intenda come definita
al proprio interno; che non necessiti di essere articolato in argomentati
percorsi di veridicità orientati da preordini di oggettività (intuizione sen-
sibile, sintesi trascendentale dell'immaginazione); la Verità che non sia
statuto globale di strutture regionali che legalizzino occorrenze
d’oggetto d’esperienza possibile per operazioni finite regolate, opera-
zioni che si avviino da forme di canonicità propria peculiare (enunciati
di medesimezza o simmetria); la disponibilità in atto di sintassi descrit-
tive formali aspiranti ad abbracciare per mentalismi dal finito l’eternità
dell’infinito Tutto, e dal condizionato l’incondizionato fondamento
dell’Unico, sono distanti dai temi della canonicità alla cui base è la af-
fermazione che pensare non coincide con conoscere, né è adeguare il
pensiero ad una cosa da raccogliere già dotata di autosufficienza di ca-
ratteri e proprietà: l’“oggetto” è nel compimento di storiche, regionali
polarità semantiche di sintassi dell’essenza verso una fisica
dell’esistenza. Sono distanti dai temi della canonicità, quindi essen-
zialmente fuori portata della Teoria delle formule canoniche.

Palmi, 30.02.2015 Giuseppe Chiofalo

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