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Il Mulino - Rivisteweb

Gennaro Sasso
Precisazioni sulla ”Cultura”
(doi: 10.1403/33180)

La Cultura (ISSN 0393-1560)


Fascicolo 3, dicembre 2010

Ente di afferenza:
Università di Bologna (unibo)

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Note
Precisazioni sulla «Cultura»
di Gennaro Sasso

Mi è capitato talvolta di sentir dire, e anche di leggere, che quando,


nel 1963, la Cultura fu rifondata, con la mia collaborazione, da Guido
Calogero, ciò avvenne con il contributo della Massoneria. Ricordo che
anni fa, durante un convegno sul laicismo che si teneva a Ravenna,
un gentile signore si rivolse a me, che in quel momento ero al ta-
volo della presidenza, e a quanti erano presenti nella sala, per dire
che la causa laica era ben difesa dalla Cultura, che non a caso, in-
fatti, era una rivista massonica. Chiamato in causa, sentii il dovere
di rettificare la sua asserzione, raccontandogli come effettivamente le
cose fossero andate all’inizio, e come stessero al presente. Non cre-
detti allora di dover mettere per iscritto, nella rivista, quel che avevo
detto a voce durante quel convegno: anche perché non ritenevo, e
non ritengo, che sul carattere, laico e soltanto laico, della Cultura,
quale è dal 1963, qualcuno possa avere dubbi. Ma ora vedo che nel
laudativo articolo che Ernesto D’Ippolito ha dedicato in Hiran. Rivi-
sta del Grande Oriente d’Italia, n. 2 (2005), pp. 83-85, a Guido Ca-
logero, il filosofo del dialogo, e che solo ora mi è per caso venuto
sotto gli occhi, quell’asserzione è ripetuta; sì che ritengo che ormai
sia opportuno che io metta per iscritto quel che allora dissi a voce,
anche perché, sia pure in modo generico, più ancora che approssi-
mativo, al nesso con la Massoneria è tornato testé ad alludere, in un
articolo uscito nel Corriere della sera del 7 giugno 2010, anche Mas-
simo Teodori, che sulla Cultura e la sua lunga storia deve per altro
avere informazioni soltanto indirette, se al nome di Calogero associa
anche quello di Arturo Carlo Jemolo, giurista e storico insigne e de-
gno del maggior rispetto, ma estraneo tuttavia alla rivista. Al signore
che, con quella sua asserzione, era intervenuto al Convegno di Ra-
venna, e che palesemente era un massone, confidai dunque che, fra
il 1961 e il 1962, parlando spesso con Guido Calogero di politica e
di cultura, accadeva talvolta che il discorso si soffermasse sull’oppor-
tunità, che io consideravo tale e lui meno, di dar vita a una rivista di
studi, che svolgesse la sua opera con rigore e fosse indipendente da
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Gennaro Sasso

tendenze e mode allora dominanti. Della suddetta opportunità Calo-


gero, come ho detto, dubitava. L’esperienza negativa di Liberalsocia-
lismo, che non era andato oltre il secondo numero, pesava su di lui,
che non poteva non collegarla alla fine, anch’essa più che precoce,
del Partito d’Azione. Ma, insistendo, io gli ricordavo le riviste alle
quali, nella prima metà del secolo lui pure aveva dato il suo contri-
buto; e il discorso cadeva soprattutto sulla Civiltà moderna di Erne-
sto Codignola, e sulla Cultura, alla quale Calogero aveva collaborato
giovanissimo quando a dirigerla era Cesare De Lollis, che era stato
fra i suoi professori alla Sapienza romana, e al quale andava, con
gratitudine, il suo vivo ricordo.
In quel periodo accaddero due cose che, indipendenti l’una
dall’altra, si intrecciarono tuttavia in un nesso «fatale». Parlando un
giorno con Raffaele Mattioli, Calogero gli disse dell’intenzione che,
non senza dubbi, tuttavia, e perplessità, egli coltivava di dar vita
a una rivista che avesse i caratteri della Civiltà moderna di Codi-
gnola o della Cultura di De Lollis; e il celebre banchiere non solo lo
esortò a realizzare quel progetto, ma, con grande generosità, passò
a lui la proprietà della testata della Cultura, che gli era stata affi-
data quando, nel 1936, la rivista, allora diretta da Cesare Pavese, era
stata soppressa dal fascismo. Così, quasi per caso, Calogero venne
in possesso della testata di una rivista che gli era stata cara. Occor-
reva tuttavia, e non era poco, che al titolo seguisse la rivista stessa.
E qui accadde il secondo episodio. Parlando una volta, con un av-
vocato, appartenente come lui al Partito radicale, che era da poco
nato nelle sale de Il Mondo di Mario Pannunzio e ancora non aveva
fatto a tempo a scindersi, Calogero gli disse del suo proposito di dar
vita a una rivista di studi, di forte ispirazione laica e orientata alla
difesa della libertà di coscienza, della tolleranza, insomma ai temi
di cui aveva trattato in Logo e dialogo; e l’avvocato che, se mal non
ricordo, si chiamava Tagliacozzo, gli confidò che il Gran Maestro
del Grande Oriente d’Italia, del quale lui pure era parte, aveva da
tempo in mente di dar vita a una rivista nella quale quei temi, cari
alla tradizione massonica internazionale, fossero tuttavia trattati con
modi teorici diversi da quelli consueti nelle logge e a un ben più
alto grado di cultura. L’avvocato gli disse che volentieri lo avrebbe
accompagnato dal Gran Maestro; e poiché Calogero si premurava di
avvertirlo che con la Massoneria lui non aveva mai avuto a che fare
e che nemmeno lontantamente era stato, ed era, sfiorato dall’idea di
potervi aderire, l’avvocato lo rassicurò, dicendogli che il loro scopo
non era di far proseliti illustri, e di dar vita a una nuova rivista mas-
sonica, ma che avrebbero stimato di averlo raggiunto se avessero po-
tuto contribuire alla nascita di una rivista scientifica ispirata ai criteri
ragionati nei suoi libri. Quando Calogero me ne parlò, non potei
fare a meno di esprimergli la mia forte, anzi fortissima, perplessità.
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Precisazioni sulla «Cultura»

Nella mia famiglia di origine, in tutti suoi rami, in quelli meridio-


nali non meno che in quelli settentrionali, di massonico non c’era
stato niente; e ricordo che l’unico che talvolta ne parlasse era mio
padre che, alto funzionario della Banca d’Italia, tendeva a rappre-
sentarla come una setta diabolica, volta unicamente alla protezione
degli adepti e dedita, per il resto, a culti alquanto impressionanti.
A parte questo, l’idea che, sia pure mantenendo la piena indipen-
denza scientifica, la rivista avesse un rapporto con la Massoneria,
non mi garbava affatto. Non mi sembrava, e non mi sembra, giusto,
che in regime di libertà, esistano associazioni segrete (o note come
segrete) che richiedano ai propri aderenti un giuramento di fedeltà
e un patto di reciproca assistenza sottoscritto fra gli adepti. Temevo,
inoltre, e a Calogero lo dissi senza mezzi termini, che se la rivista
fosse stata sbilanciata verso i temi del dialogo e della tolleranza, la
mia parte in essa non avrebbe potuto essere se non molto marginale;
e che comunque non era quella l’idea che io ne avevo. La mia idea
era infatti che, fondendo insieme, o, se si preferisce, alternando gli
studi filosofici, letterari e storici, la rivista costituisse, per i cultori di
queste materie un utile luogo d’incontro, e per colui che l’avrebbe
diretta, l’occasione per svolgere bensì i temi della filosofia del dia-
logo, ma anche per riprendervi gli studi sulla storia della logica an-
tica e per dibattere le questioni della «filosofia della presenza», alla
quale aveva pubblicamente espresso il proposito di dedicare un li-
bro. Dalle mie obiezioni le perplessità che Calogero nutriva già per
suo conto traevano ulteriore forza. Ma ribattere le mie obiezioni, e
superare i miei dubbi, significava, obiettivamente, mettere da parte i
suoi, e provarsi nell’impresa. Decidemmo, dopo aver variamente di-
scusso e ascoltato varie opinioni, di accettare l’invito che ci si faceva
per un chiarimento delle rispettive posizioni. Così andammo a Pa-
lazzo Giustiniani dal Gran Maestro, che ci parlò bensì della storia
culturalmente gloriosa della Massoneria, dei grandi nomi che l’ave-
vano onorata, di Mozart, di Beethoven, di Lessing e di non so quanti
altri, ma assicurò a noi la più assoluta autonomia e indipendenza,
non ci consigliò temi, né ci propose collaboratori ulteriori a quelli
a cui ci saremmo rivolti noi. Disse che la rivista avrebbe potuto es-
sere stampata presso le Edizioni Erasmo, che non erano, per altro,
se non una tipografia sita a Bagnacavallo di Romagna; e propose che
l’esperimento durasse tre anni: dopo di che si sarebbe valutato se la
collaborazione dovesse continuare o interrompersi. Il D’Ippolito non
è dunque ben informato quando scrive (p. 84) che «ancora una volta
(?), non a caso la Massoneria di Palazzo Giustiniani» affidò a Ca-
logero «la direzione della propria rivista». In realtà, la Cultura non
era affatto una rivista di cui, poiché non la possedeva, la Massoneria
potesse affidare la direzione ad altri. Come ho detto, la sua testata
era da qualche tempo proprietà di Guido Calogero, che, come non
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avebbe potuto non essere, per quei tre anni la diresse in spirito di
assoluta indipendenza e scrivendovi quel che comunque vi avrebbe
scritto, non per «fiancheggiare» la Massoneria, come Teodori ritiene,
ma per sostenere le idee nelle quali fermamente credeva. Dopo di
che, poiché, com’era da aspettarsi, in gran numero gli affiliati al
Grande Oriente d’Italia giudicarono che la rivista non soddisfaceva
in nessun modo i loro gusti, l’esperimento fu chiuso. La rivista passò
perciò alle romane Edizioni dell’Ateneo, cioè a una piccola casa edi-
trice che lavorava attivamente per l’Università di Roma, poi a Guida
di Napoli, poi a Le Monnier di Firenze, quindi a Il Mulino di Bo-
logna, che ne è l’attuale editore. Di aver permesso che la rivista ri-
nascesse nel 1963, dopo che taceva dal 1936, si deve esser grati a
Guido Calogero e all’aiuto che ricevette dalla Massoneria romana di
allora, che non interferì mai nelle scelte e a tal punto rispettò la no-
stra autonomia che alla fine si sentì autorizzata a provare un senti-
mento di delusione. Ma questo, francamente, è tutto. Da allora sono
passati quarantacinque anni; che, sommati ai primi tre, conducono
a quarantotto quelli della attuale serie. Non è poco per una rivista
come questa che, in ciascuno dei suoi anni, ha cercato di essere fe-
dele allo spirito dell’indipendenza e della libera critica.

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