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Materiale 011

GOLDONI: LA RIFORMA DELLA


COMMEDIA

IL DECLINO DELLA COMMEDIA DELL’ARTE


Il rifiuto della Commedia dell’Arte
Quando Goldoni intraprese la sua attività di scrittore per il
teatro la scena comica era ancora dominata dalla
Commedia dell’Arte, che aveva trionfato nell’età barocca,
ed in cui gli attori impersonavano le maschere tradizionali
(Pantalone, il Dottore, Brighella, Arlecchino),
improvvisando le battute senza seguire in testo
interamente scritto, ma solo sulla base di un sommario
canovaccio che indicava le azioni dell’intrigo. Nei confronti
di questo tipo di teatro Goldoni assunse atteggiamenti
fortemente polemici. Come egli stesso ebbe poi modo di
spiegare in vari scritti di carattere teorico, i motivi del suo
rifiuto erano:
 La volgarità buffonesca a cui era scaduta la comicità
 La rigidezza stereotipata a cui si erano ridotti i tipi
umani rappresentati dalle maschere
 La ripetitività della recitazione degli attori, che
riproducevano sempre gli stessi lazzi, le stesse azioni
mimiche e le stesse battute convenzionali,
perfettamente prevedibili dal pubblico
 La costruzione sgangherata e incoerente degli intrecci
avventurosi e sentimentali e la loro assoluta
inverosimiglianza.

Effettivamente, dopo la splendida stagione vissuta nel


secolo precedente, la Commedia dell’Arte era in
decadenza e mostrava segni di involuzione e inaridimento
nella ripetizione ormai stanca di certi schemi. Tuttavia, a
ben vedere, la critica di Goldoni non si appuntava tanto su
queste degenerazioni, quanto sulla Commedia dell’Arte in
sé, sul suo impianto stesso, sulla visione del reale che esso
presupponeva

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«MONDO» E «TEATRO»
Il gusto arcadico e la riforma della commedia
Il bisogno di una riforma si originava nel clima della
cultura arcadica e razionalistica alla quale ripugnava
quanto di stravaganza e di bizzarria barocca era ancora
presente nella Commedia dell’Arte, e che aspirava alla
semplicità, all’ordine razionale, al buon gusto e alla
naturalezza. Goldoni, come tutti gli intellettuali del suo
tempo, si era formato in quel clima, e non poteva non
risentirne.

Una riforma a diretto contatto con il teatro


Goldoni non era un puro letterato: era un autentico uomo
di teatro, che viveva e lavorava a contatto diretto con il
pubblico e ne conosceva perfettamente gli umori e i
bisogni, così come conosceva dall’interno i meccanismi e
le esigenze della scena. In questo era favorito dal fatto di
vivere a Venezia, una città che era una vera capitale
europea del teatro, tanto radicata e diffusa vi era la civiltà
dello spettacolo, tanto numerose erano le sale teatrali e le
compagnie che vi operavano. La sua “riforma” non è
quindi solo la riforma di un genere letterario, in
obbedienza al gusto del razionalismo arcadico e in ripresa
di una tradizione illustra, classica e rinascimentale,ma
un’operazione di ambito più vasto, che mira a incidere
soprattutto sullo spettacolo, nei suoi rapporti con la vita
sociale.
Le direttrici fondamentali della riforma
Come Goldoni stesso proclama con grande lucidità nella
prefazione alla prima edizione delle sue commedie (1750),
nella sua riforma non si è tanto ispirato a precettistiche e
a modelli libreschi, poiché i due «libri» su cui ha studiato
sono il «Mondo» e il «Teatro», cioè la realtà vissuta e la
scena viva, lo spettacolo. In tal modo Goldoni sintetizza
perfettamente le due direttrici fondamentali della sua
riforma: da un lato vuole produrre testi che piacciano al
pubblico, che possano vivere autenticamente sulle scene,

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tenendo presente lo specifico linguaggio dello spettacolo,


dall’altro egli aspira ad una commedia che sia
«verisimile», che rifletta realisticamente la società
contemporanea, i caratteri umani che vi si muovono, i
problemi che vi si agitano.

DALLA “MASCHERA” AL “CARATTERE”


Il superamento dei tipi fissi
Per questo egli ritiene che non siano più utilizzabili le
maschere tradizionali. La sua commedia «verisimile»,
ispirata alla «Natura», vuole rappresentare dei caratteri
colti nella loro individualità, irripetibili e inconfondibili, in
tutta la complessità e mutevolezza delle loro sfumature
psicologiche e comportamentali, come quelli che agiscono
nella realtà vissuta. Le maschere invece costituiscono dei
tipi fissi, che nascono dall’astrazione dei tratti comuni ad
una varietà di individui concreti, come appunto il vecchio
avaro e libidinoso (Pantalone), il dotto borioso (il Dottore),
il servo sciocco (Arlecchino), il servo astuto (Brighella).
Tra la “maschera” e il “carattere” vi è la stessa distanza
che separa la maschera (l’oggetto materiale indossato
dall’attore) e il volto: questo [il volto] è infinitamente vario
da uomo a uomo, e infinitamente mutevole nelle sue
espressioni che traducono i moti interiori, quella [la
maschera] invece è sempre identica, irrigidita nella
materia che la compone. Goldoni afferma che i caratteri
sono in numero finito in quanto al genere (l’avaro, il
geloso, il bugiardo ecc.), ma sono infiniti nelle specie, nel
senso che ci sono infiniti modi di essere avari, gelosi,
bugiardi, a seconda degli individui e degli ambienti sociali.
La ricerca dell’individuale concreto e la visione
borghese
Questa ricerca dell’individualità concreta, nella sua
dimensione personale irripetibile, è un aspetto
caratterizzante il nuovo gusto che nasce dall’imporsi della
civiltà borghese moderna, in contrapposizione alla
tendenza ad una tipicità astratta che era propria dell’arte

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classica antica e rinascimentale. L’arte classica


rappresentava delle categorie di individui, quella borghese
moderna delle individualità singole. In questo si esprime
l’individualismo che, in unione con l’aderenza al concreto,
è proprio dello spirito borghese. La capacità di cogliere
l’individuale concreto sarà un tratto tipico della letteratura
realistica del secolo successivo: anche per questo aspetto
Goldoni anticipa tendenze della letteratura a venire.
Il contesto veneziano
Il carattere così “borghese” della visione goldoniana è
indubbiamente ascrivibile alla sua condizione sociale, alla
sua provenienza dal ceto medio e alla sua stessa
collocazione professionale (di avvocato prima, e poi di
“poeta di teatro”, che si guadagna da vivere con il suo
lavoro). Ma non sarebbe comprensibile senza il contesto di
Venezia, in cui, a differenza di altre zone d’Italia più
arretrate, grazie alle antiche tradizioni mercantili si era
affermata da tempo una solida e prospera classe borghese,
con una coscienza di sé ed un sistema di valori fortemente
delineati. La nascita di una commedia realistica, intesa a
mettere in scena “caratteri” tratti dalla vita vissuta e
problemi del costume contemporaneo, è favorita dalla
presenza a Venezia di un vasto pubblico borghese, che si
compiace di veder rappresentare se stesso, la propria
psicologia, i propri principi etici sulle tavole del
palcoscenico.
Il rapporto tra caratteri e ambienti: la commedia
borghese
Caratteri e ambienti sociali I “caratteri” goldoniani non
sono però individualità tra loro isolate, collocate su uno
sfondo neutro e astratto: essi sono sempre radicati in un
contesto sociale molto concreto e precisamente delineato,
che incide in modo profondo sulla loro conformazione
psicologica. Secondo Goldoni i sentimenti, i vizi, le virtù
degli individui assumono una diversa fisionomia a seconda
dell’ambiente sociale in cui essi si sono formati e vivono.
Ad esempio, la gelosia, egli sostiene, è una passione

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comune a tutti gli uomini, ma si manifesta in modi diversi


nei vari ceti sociali. L’uomo di bassa condizione, se è
geloso della moglie, non ha difficoltà a rivelarlo, mentre il
nobile, in nome delle convenzioni del suo ambiente, si
vergogna a manifestare la sua debolezza ed è costretto a
celarla. Per questo le commedie goldoniane, se sono fitte
di caratteri individuali sapientemente tratteggiati,
ricostruiscono anche ambienti sociali colti in tutte le loro
componenti, nei modi di pensare, di comportarsi, di
esprimersi. Si sogliono in genere distinguere nella
produzione di Goldoni le commedie di “carattere”, intese a
delineare un figura, e le commedie “d’ambiente”, intese a
descrivere un particolare settore della cita sociale. Ma è
un distinzione convenzionale e astratta: sempre le
commedie goldoniane sono al tempo stesso di carattere e
d’ambiente, in quanto i due poli non possono mai venire
isolati: sempre un carattere evoca intorno a sé un
determinato ambiente, e sempre un ambiente dà vita dal
suo seno a caratteri individuali. Le differenze sono
quantitative, non qualitative, nel senso che in un testo può
avere uno spicco maggiore o minore ora il carattere ora
l’ambiente.
Il significato del distacco dalla Commedia dell’Arte
Goldoni tendeva a presentare la sua nuova commedia
come una restaurazione del teatro in tutta la sua dignità
contro una forma degenerata e volgare, la Commedia
dell’Arte; ma è chiaro che per noi questo schema
interpretativo non può più essere accettabile. È evidente
che la Commedia dell’Arte non può essere considerata il
“negativo” e quella goldoniana il “positivo”, che finalmente
trionfa sconfiggendo cattivo gusto e volgarità. Non è che
la “nuova” commedia sia “migliore” di quella precedente:
si tratta solo di due tipi diversi di teatro, rispondenti a due
diverse civiltà, l’uno a quella barocca, l’altro a quella del
razionalismo illuminista e del realismo borghese.
Il rifiuto dell’improvvisazione

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Da quanto è emerso finora si può comprendere perché


l’improvvisazione della vecchia Commedia dell’Arte non
fosse più praticabile da Goldoni. Gli attori non
improvvisavano dal nulla, in ogni recita, battute e testi: la
loro improvvisazione era resa possibile dal fatto che essi si
basavano su elementi fissi, ricorrenti: i canovacci, con le
loro vicende meccanicamente ripetute, i lazzi, i generici,
quei repertori di tirate che venivano recitate identiche in
determinate situazioni. Solo su questa base, all’interno di
convenzioni minutamente e rigidamente fissate, l’attore
poteva poi improvvisare. La sua bravura poteva dare
origine a soluzioni straordinarie, ma proprio queste
convenzioni, irrigidendo il reale entro schemi fissi,
rendevano impossibile rappresentare le infinite sfumature
dei caratteri e degli ambienti del «Mondo», a cui Goldoni
si voleva ispirare.

UNA RIFORMA GRADUALE


Gli ostacoli alla riforma: gli attori
Nel condurre la sua battaglia per la nuova commedia
Goldoni incontrò inevitabilmente ostacoli e difficoltà.
Innanzitutto da parte degli attori, che, essendo abituati a
recitare “all’improvviso” e con le maschere, e avendo
sviluppato in tale campo un’eccellente professionalità, si
trovavano a disagio nel mutare radicalmente moduli di
recitazione e nel dover imparare a memoria la parte.
Goldoni seppe tuttavia sfruttare abilmente proprio la
professionalità degli attori: più volte, in vari testi, egli
afferma di aver modellato il “carattere” della commedia
che stava scrivendo sulle peculiari possibilità espressive
dell’attore, addirittura sulla sua particolare psicologia.
Così riuscì a trasformare quello che era un ostacolo
esterno in uno stimolo per la sua creazione.
Il pubblico

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Anche il pubblico a tutta prima restò sconcertato dalle


commedie “realistiche” di Goldoni, in cui non ritrovava più
gli intrighi complicati che lo avvincevano, le maschere a
cui era tanto affezionato ed i lazzi che lo divertivano. Di
conseguenza gli stessi impresari guardavano con sospetto
le innovazioni goldoniane, poiché temevano di perdere il
favore del pubblico, e quindi il profitto dei loro
investimenti. Goldoni, conformemente al suo carattere,
non si lanciò in una rivoluzione radicale con atteggiamenti
di rottura, polemici e provocatori, ma adottò una tattica
prudente e graduale, che gli consentì di vincere a poco a
poco le resistenze, sia degli attori e degli impresari sia del
pubblico. Bisogna anche tener presente che l’idea della
nuova commedia non era in lui così chiara sin dall’esordio,
ma andò precisandosi a poco a poco attraverso una serie
di tentativi e di esperimenti, con battute d’arresto e ritorni
indietro a recuperare forme superate.

L’ACCRESCIMENTO DELLE PARTI SCRITTE,


L’ELIMINAZIONE DELLE MASCHERE E LE
OPPOSIZIONI ALLA RIFORMA
Le tappe della riforma
Goldoni cominciò con lo stendere per intero solo la parte
del protagonista, lasciando all’improvvisazione
tradizionale tutto il resto. La prima commedia così
strutturata fu il Momolo cortesan (1738), più tardi
rimaneggiata e riscritta col titolo di L’uomo di mondo. Solo
cinque anni dopo, nel 1743, l’autore arrivò a comporre una
commedia in cui tutte le parti erano scritte, La donna di
garbo. Venivano nel frattempo ancora conservate le
maschere, ma, con sottile abilità, esse venivano
trasformate dall’interno, in modo che sotto la maschera
cominciava a delinearsi un carattere individuale.
Esemplare fu la trasformazione subita da Pantalone, che
assunse i tratti inconfondibili del mercante veneziano, con
la sua peculiare concezione della vita e la sua salda
moralità. In tal modo il pubblico era rassicurato dal

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trovarsi di fronte la maschera ben nota e amata, e poteva


assimilare senza scosse i nuovi contenuti che la commedia
veicolava. Al termine di questo processo di mutazione
anche le maschere vennero eliminate, e sulla scena si
ritrovarono solo personaggi individuali.
Lo stimolo del pubblico
Grazie a questa accorta individualità nell’applicare la
riforma il pubblico si abituò a veder rappresentati in scena
aspetti e problemi della sua vita quotidiana, addirittura
figure caratteristiche della realtà cittadina, facilmente
riconoscibili. Il pubblico borghese ritrovava in questi
spettacoli i propri valori e la propria concezione della vita,
fondata sula ragione, sul buon senso, sulla fedeltà alla
natura, quindi veniva a costituire non un ostacolo per lo
scrittore, ma uno stimolo: proprio lo scrivere per questo
pubblico induceva Goldoni ad approfondire certe tendenze
realistiche, ad affrontare certe questioni di costume.
Perciò molte commedie goldoniane ebbero un lusinghiero
successo ed ottennero numerose repliche, assicurando
all’autore larga fama (anche se i gusti del pubblico erano
mutevoli, e potevano anche indirizzarsi verso altre
tendenze, mettendo in difficoltà Goldoni).
Un ostacolo politico: l’oligarchia conservatrice
Un altro ostacolo all’affermarsi del suo teatro realistico,
che spesso aveva intenti di critica sociale e rappresentava
vizi comuni delle varie classi, in particolare della nobiltà,
Goldoni lo trovò nella situazione politica della Repubblica
di Venezia. L’oligarchia nobiliare al potere, man mano che
avanzava la decadenza della Serenissima, si chiudeva
sempre più gelosamente a difendere l’assetto vigente,
guardando con sospetto ogni fermento innovatore e ogni
spunto critico. Per questo, se Goldoni voleva
rappresentare criticamente in scena i vizi della nobiltà, era
costretto ad ambientare le sue commedie in altre città,
Firenze, Napoli, Palermo, in modo da evitare ogni sospetto
che le sue critiche potessero indirizzarsi alla nobiltà
veneziana. Ne abbiamo un esempio proprio nel testo La

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locandiera, in cui è ravvisabile una critica tagliente a certi


costumi nobiliari, la superbia sprezzante e l’autoritarismo,
l’attaccamento alle vane forme esteriori, l’ostentazione
della ricchezza, ma in cui gli aristocratici rappresentati
sono rispettivamente un cavaliere pisano, un marchese
romagnolo e un conte napoletano.

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