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Da Freud alla psicoanalisi contemporanea

Eagle (2012) ha organizzato questo libro intorno a quattro macro-aree tematiche, che sono: 1) le
concezioni della mente; 2) le concezioni delle relazioni oggettuali; 3) le concezioni della
psicopatologia; 4) le concezioni del trattamento. La prima parte di questo libro viene trattata il
modo in cui la teoria freudiana ha affrontato ciascuna delle quattro aree. Nel tentativo di
comprendere il percorso che ha portato dalla visione della psicoanalisi classica alle prospettive
contemporanee. Nella seconda sezione Eagle identifica e affronta criticamente il modo in cui le
teorie psicoanalitiche contemporanee trattano gli stessi argomenti. L’obiettivo dell’Autore è quello
di individuare la traiettoria che dalla prospettiva classica porta alle visioni contemporanee della
psicoanalisi. Inoltre, sempre, nella seconda parte è composto da cinque capitoli in cui vengono
affrontate le stesse tematiche che sono state discusse nella prima sezione.
Nella terza parte vengono affrontate le teorie contemporanee, ma Eagle ha approfondito
maggiormente alcune prospettive, quali: a) la teoria relazionale di Fairbairn; b) la teoria relazionale
di Mitchell; c) la Psicologia del Sé di Kohut; d) la teoria intersoggettiva di Stolorword e
collaboratori.
Per quanto riguarda le teorie psicoanalitiche contemporanee affrontano con modalità diverse gli
argomenti fondamentali già individuati, ed Eagle estrapola alcune tematiche ricorrenti, ad esempio,
a) il rifiuto della teoria pulsionale, b) il ridimensionamento dell’importanza dell’insight e della
conoscenza del sé; c) la riduzione del conflitto interno; d) una riconcettualizzazione del transfert e
del controtransfert; e) modifiche dell’atteggiamento analitico; f) un’enfasi sull’ambiente e sui
traumi esterni.

PARTE PRIMA: “LA TEORIA FREUDIANA”


Capitolo I: “I fondamenti della teoria freudiana”
Eagle considera le seguenti idee di fondamentale importanza, in quanto rappresentano il
fondamento della concezione freudiana della mente, della psicopatologia e del trattamento, e sono:

1. Il principio di costanza;
2. Gli effetti patogeni dell’isolamento dei contenuti psichici;
3. La rimozione, il conflitto interno e “l’inconscio dinamico”;
4. La teoria pulsionale.

Il principio di costanza
Viene enunciato per la prima volta nel 1893, e si riferisce allo sforzo dell’apparto psichico di
mantenere, basso o costante, l’eccitamento dello stesso apparato. In base al principio di costanza 1
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Il principio di costanza, ovvero la tendenza dell’organismo a ridurre le tensioni, riducendole al livello più basso
possibile per poter sopravvivere.

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una delle funzioni primarie del sistema nervoso , oppure, dell’apparato psichico2 è liberare
l’organismo dalle eccessive stimolazioni. Il fallimento del principio di costanza, non ha lo scopo di
liberare l’organismo da un’eccessiva stimolazione, ma il suo fallimento ha conseguenze delle
conseguenze psicopatologiche, come l’esordio dei sintomi.
L’ammontare di affetto
In uno dei suoi primi scritti, Freud suggerisce che ogni esperienza è accompagnata da un
“ammontare affettivo”, che viene normalmente scaricato mediante l’esperienza cosciente, cosa che
include il nominarlo o il parlarne. L’ammontare di affetto che accompagna un’esperienza viene
smorzato grazie a idee associative che si connettono all’esperienza e altri contenuti mentali; ovvero,
ogni esperienza ha una base affettiva che provoca un eccitamento, che generalmente viene scaricato
con i mezzi a disposizione dell’apparato psichico. Tanto l’esperienza affettiva è intensa tanto è più
difficile che avvenga il normale processo di scarica dell’affetto e dell’associazione ideativa. Quindi,
quando nessuno dei due compiti viene eseguito in modo efficace, ad esempio, nel caso dell’isteria,
l’affetto rimane incapsulato e il ricordo dell’esperienza isolato. Il fallimento di questi compiti
contribuisce ai sintomi isterici: nel primo caso avviene la conversione dell’affetto incapsulato in
sintomi somatici mediante il processo che Freud riconosce ma non comprende; nel secondo caso
avviene l’isolamento patogeno dei contenuti psichici dal resto della personalità.
La teoria elaborata da Freud sull’isteria può essere intesa come una teoria a due fattori, in cui vi è
un’interazione tra l’incapacità di scaricare l’affetto e il fallimento nel collegare i contenuti psichici
con la massa dominante di idee del soggetto, con il risultato che questi contenuti psichici restino
isolati dalla personalità dell’individuo.

Gli effetti patogeni dell’isolamento dei contenuti psichici


L’idea di fondo secondo cui i contenuti psichici isolati e non integrati nella personalità o nell’auto-
organizzazione individuale e rappresentano elementi patogeni, che producono in varie forme di
sintomi psicopatologici. Nei primi scritti la concezione di Freud (1893, p. 82) non differisce molto
da quella elaborata da Charchot e da Janet, e considera l’isolamento associativo delle idee
l’elemento cardine dell’isteria. In uno dei primi scritti intitolato “Alcune considerazioni per uno
studio comparato delle paralisi motorie organiche e isteriche”, Freud scrive “considerata il punto di
vista psicologico, la paralisi del braccio consiste nel fatto che la rappresentazione del braccio non
può entrare in associazione con le altre idee che costituiscono l’Io, di cui il corpo dell’individuo è
una parte importante”. Freud sostiene che la paralisi isterica del braccia sia attribuibile al fatto che
le rappresentazioni del braccio vengono tagliate fuori dalla connessione associativa di idee che
include le rappresentazioni psichiche del resto del corpo. Freud, in completo accordo con il pensiero
di Janet, sostiene che il principio di isolamento associativo, comunque sia provocato, esso
rappresenta una spiegazione congrua della paralisi isterica. Anche su altri punti Freud non sembra
dissentire dal pensiero di Janet. In accordo con Janet, Freud sostiene che il trauma sia la causa
precipitante dell’isteria, infatti, egli asserisce che il ricordo del trauma agisce come un “corpo
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L’apparato psichico, secondo Freud può essere descritto in termini di conflitto o di opposizione di forze presenti
contemporaneamente ed il comportamento umano è il risultato dell’interazione fra le pulsioni e le forze ad esse
contrarie.

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estraneo”, oppure, “parassita”; facendo rifermento ai concetti di “scissione della coscienza”, “stati
ipnoidi” e “formazione di un secondo gruppo psichico” dichiarando di concordare con il pensiero
sull’isteria di Janet.
Prima di introdurre il concetto di rimozione, Freud espone i due nuovi concetti di: a) ammontare di
affetto che è applicabile al funzionamento psichico generale; b) affetto incapsulato elemento che nel
pensiero freudiano è fondamentale nello sviluppo della sintomatologia isterica somatica. Ed è
proprio il riconoscimento del ruolo dell’affetto incapsulato e dell’isolamento dei contenuti psichici
che conduce Freud a ipotizzare che i sintomi isterici possano essere terapeuticamente risolti
mediante l’abreazione dell’affetto, ovvero, attraverso una risposta adeguata, inclusa la risposta
verbale e riportando il ricordo del trauma in connessione associativa con altre idee. Con la
psicoterapia per Freud porta l’affetto incapsulato conducendo alla coscienza, utilizzando come
tecniche il metodo ipnotico e catartico. Quindi, l’obiettivo della psicoanalisi è quello di “rendere
conscio l’inconscio”.

La rimozione e l’isolamento dei contenuti


Freud adotta l’idea di base, coerente al contesto storico in cui visse, secondo cui i contenuti psichici
“esclusi dalla coscienza individuale” hanno un potenziale effetto patogeno, e integra questa idea con
i concetti di ammontare di affetto e di affetto incapsulato. Freud definisce la rimozione “il pilastro
su cui si poggia l’edificio della psicoanalisi”. Infatti, negli Studi sull’isteria, Breuer e Freud, sono in
disaccordo con il pensiero di Janet, sull’idea che la scissione della personalità sia basata su una
originaria debolezza mentale.
RIMOZIONE: è il processo inconscio che esclude dalla coscienza i contenuti mentali.
Freud non attribuisce all’isteria a una debolezza psicologica, nelle Neuropsicosi da difesa Freud
afferma che la scissione del contenuto di coscienza di un atto di volontà del malato, ed è viene
indotta da uno sforzo di volontà, la cui motivazione è comunque individuabile. Questa forma di
isteria, che Freud definisce “isteria da difesa”.
Freud sottolinea che la considerazione indispensabile per l’acquisizione dell’isteria, sembra il fatto
che si determini un rapporto di incompatibilità fra l’Io e una rappresentazione che esso si presenti.
Egli continua parlando del “vantaggio” insito nei sintomi di conversione, costituito dal fatto che la
“rappresentazione incompatibile risulta rimossa dalla coscienza dell’Io”. Per esempio, nel caso di
Elisabeth von R. Freud descrive il suo conflitto in termini di senso di colpa per avere lasciato il
padre malato per incontrare un giovane e la beatitudine con cui si era abbandonata, egli afferma che
il risultato del conflitto fu che la rappresentazione erotica venne rimossa dall’associazione.
Negli Studi sull’isteria, Freud afferma che l’isteria si generi attraverso la rimozione di una
rappresentazione insopportabile per l’effetto di una difesa. Benché, sembri includere in questa
affermazione tutti i casi di isteria, egli continua osservando che sia lui che Breuer hanno sempre
parlato di due tipologie di isteria, che le hanno definite “isteria paranoide” e da “ritenzione”.
Per quanto riguarda, l’isteria paranoide, Freud riporta il pensiero di Breuer secondo cui non vi è
stato bisogno di alcuna forza psichica per escluderla dall’Io, e non può svilupparsi alcuna resistenza
se la si introduce nell’Io. Lo stesso Autore afferma che nel corso dell’analisi l’isteria ipnoide si
trasforma in “isteria da difesa”. Mentre, l’isteria da ritenzione sembra essere attribuibile a Breuer

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quando si riferisce al fenomeno della conversione somatica che si verifica quando non è possibile
scaricare l’eccitazione mediante la comunicazione dell’esperienza a un’altra persona; l’isteria da
ritenzione non ha trovato più posto nella successiva teorizzazione freudiana.
A questo punto della sua elaborazione teorica, Freud considera la rimozione come un processo
volontario e conscio; quindi, la conseguenza che deriva è che la traccia mnestica della
rappresentazione rimossa costituirà il nucleo di un secondo gruppo psichico. Sia la descrizione che
il linguaggio utilizzato da Freud sono simili alla concezione e al linguaggio usati da Janet dei morbi
che sono inaccessibili al soggetto, che operano al livello subconscio e danno origine a tutti i disturbi
isterici.
Sia Freud che Janet concordano sulla potenzialità patogena dei contenuti psichici isolati, ma si
trovano in disaccordo sui i mezzi con cui l’isolamento si produce. Inoltre, con l’introduzione del
concetto di rimozione, l’enfasi si sposta sulla tipologia di contenuti mentali che vengono isolati
dalla coscienza individuale. Per Janet e per Freud, prima dell’introduzione della rimozione, i ricordi
psichici non integrati nella personalità, sono da rintracciarsi nei traumi esterni. Quindi, l’interesse si
sposta da un evento esterno a un desiderio interno, ovvero, dal trauma esterno a un conflitto
interiore.
Ma perché l’isolamento dei contenuti psichici della coscienza individuale, che siano in relazione
con un evento esterno o con un desiderio interno, dovrebbe avere una potenzialità patogena. Per
Janet sembra che il fallimento nell’integrare i contenuti psichici, per esempio, il ricordo di un
trauma, sia la manifestazione di una debolezza, oppure, da una insufficienza psichica, esso
contribuisce di per sé ad aggravare la debolezza e la patologia.

Rimozione, affetto incapsulato e principio di costanza


Freud risponde a questa domanda affermando che l’ammontare di affetto non scaricato che
accompagna il trauma (come un’esperienza nella quale la quantità di affetto generato è troppo
elevata per essere scaricata) restando in uno stato di incapsulamento che si converte in sintomi
isterici somatici mediante un processo che lo stesso Freud ammette di non comprendere. Secondo
Strachey la risposta a questa domanda si trova nel “principio di costanza” freudiano. Lo stesso
Freud scrive: “se poi un trauma psichico non è seguito da alcuna reazione, allora la memoria
conserva l’affetto da esso originariamente provocato”; ovvero, quando non si verifica una reazione
adeguata, come nella rimozione del ricordo traumatico, l’eccitamento non si riduce e si esprime in
alcune modalità patologica, per esempio, i sintomi di conversione.
Mentre, negli scritti freudiani successivi, dopo la formulazione della teoria pulsionale3, non sarà più
il trauma esterno, ma i desideri e i moti istintuali a rappresentare la principale fonte di aumento
potenziale eccessivo della somma di eccitamento e pertanto la principale minaccia all’integrità
dell’apparato psichico. Quindi, la rimozione possiede un potenziale patogeno nella misura in cui

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Le pulsioni (sessuale e aggressiva) spingono il soggetto alla gratificazione, mentre le forze contrarie (regole sociali) si
oppongono alla gratificazione. Oppure ancora, la conflittualità può essere descritta in termini quantitativi, in base
all’ipotesi che l’organismo abbia a disposizione una certa quantità di energia(libido), che deve trovare uno sfogo sia
in forme lecite che illecite.

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impedisce un’adeguata scarica e riduzione della somma di eccitamento.

La rimozione impedisce la correzione associativa


L’ostacolo che si frappone tra la rimozione e un’adeguata scarica dell’affetto e dell’eccitamento è
solo uno degli aspetti del suo potenziale patogeno. Un’altra causa della potenziale patogenicità della
rimozione, è il fatto di impedire ai contenuti psichici di entrare nel “grande complesso
dell’associazione”, e di venire elaborati e sottostare al normale processo di usura. Generalmente,
quando una rappresentazione entra nel “grande complesso dell’associazione”, si affianca ad altre
esperienze che eventualmente possono contraddirla, subendo una correzione da parte di altre
rappresentazioni. Dato che la rimozione impedisce il processo di usura e di correzione, un’idea
rimossa, per esempio, il ricordo di un trauma, conserva tutta la sua freschezza e accento affettivo,
con il risultato che i traumi psichici non risolti tramite reazione (Freud fa riferimento all’abreazione,
oppure, a un’adeguata reazione) viene a mancare anche il superamento mediante l’elaborazione
associativa. Infatti, Freud attribuisce uguale importanza tanto alla normale funzione di correzione e
usura di un contenuto psichico associativamente connesso ad altri contenuti, quanto alle
conseguenze patogene derivanti dal fallimento di entrare in “connessione associativa ampliata” con
altre idee, ovvero, alle conseguenze patogene dell’isolamento di un contenuto psichico della
cosiddetta coscienza individuale.
Freud identifica due componenti adattive nel processo di usura e di correzione associativa. Una è la
proprietà di ridurre la forza affettiva di un’idea anche, quando non si verifica l’abreazione, o
soprattutto in questo caso. Mentre, l’altra componente adattiva di questo processo è ciò che si può
definire “la funzione di correzione cognitiva”. Freud ha in mente quest’ultima quando afferma che
il ricordo di un trauma si affianca ad altre esperienze che eventualmente lo contraddicono, subendo
una correzione da parte di altre rappresentazioni. Il processo di correzione e di usura si concentra
sugli aspetti cognitivi e semantici dei contenuti psichici e ne modifica la carica affettiva di
un’esperienza attraverso i mezzi cognitivi.
Il nodo è che mentre il concetto di abreazione è stato presto abbandonato, perché non si otteneva un
cambiamento terapeutico duraturo, il concetto di correzione associativa contiene i semi delle
successive formulazioni teoriche inerenti, per esempio, il valore terapeutico dell’insight e della
presa di coscienza dell’inconscio; in tal senso esso ha avuto nella psicoanalisi un’influenza più
rilevante e duratura.

La rimozione divide e indebolisce la personalità


La rimozione contribuisce alla patologia in altri modi, per esempio, essa indebolisce la personalità
in quanto, con la scissione della coscienza e la formazione di altri gruppi psichici, fa nascere al suo
interno una serie di contenuti, tra cui scopi e motivazioni, che nel migliore dei casi sono irrilevanti,
mentre, nel peggiore contrari e avversi agli scopi consci di base. E la struttura della personalità è
indebolita dalle divisioni e dalle fratture interne. Questi sono concetti che Freud ha presente quando
descrive i contenuti mentali isolati della rimozione, definendoli “gruppi psichici separati” e di un
“parassita” che alberga nella coscienza. Janet non fa riferimento al concetto di rimozione quando
paragona le idee escluse della coscienza individuale a morbi che danno origine a tutti i disturbi

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dell’isteria.
Quindi, si può intendere questo aspetto della rimozione come una controparte qualitativa dell’idea
quantitativa secondo cui il fallimento della gratificazione è dovuto alla rimozione che provoca un
accumulo dell’eccitamento. Ovvero, la motivazione e il contenuto psichico, come un’idea oppure
un desiderio, associati al moto pulsionale continuano ad essere attivi nella psiche, ma non sono
integrati nella personalità del soggetto. Quindi, nella psiche rimane attiva una serie di idee e di
intenzioni isolate dal resto della personalità, spesso a essa ostili, inaccessibili alla percezione
conscia dell’individuo, ciò che ne risulta è una struttura divisa e indebolita. Un aspetto della
rimozione si può considerare la descrizione delle conseguenze patogene di un conflitto interno
irrisolto, indipendentemente dal fatto che la rimozione impedisca o meno la scarica, oppure, la
riduzione della somma di eccitamento. Anche se la rimozione non interferisce con la normale
scarica della somma di eccitamento, l’isolamento e l’alienazione dei contenuti psichici che
l’accompagnano conserverebbero il loro potenziale patogeno. La rimozione impedisce all’individuo
di affrontare e risolvere il conflitto interno.
La connessione tra rimozione e conflitto interno porta allo spostamento dei ricordi rifiutanti, come
le esperienze traumatiche, a desideri, intenzioni e scopi attivi al momento presente. Ovvero, la
rimozione indebolisce la personalità non perché blocca l’accesso ai ricordi, ma perché fa si che il
soggetto prosegua contemporaneamente scopi contraddittori, oppure, per lo meno, che nella sua
esperienza conscia e nelle sue intenzioni consapevolmente riconosciute non siano adeguatamente
rappresentati alcuni scopi e potenti motivazioni.
Lo spostamento interno ed esterno, dal trauma al conflitto, che costituiscono il nucleo del pensiero
psicoanalitico classico, è documentato anche dalla sostituzione operata da Freud di una seduzione
come eziologica dell’isteria con una fantasia di seduzione, radicata nei conflitti.

La rimozione aumenta la forza della fantasia


Nei lavori successivi, in seguito allo sviluppo della teoria delle pulsioni, Freud indica un’altra
ragione della potenzialità patogena della rimozione, di natura diversa rispetto a quelle già
individuate. Egli scrive: “la rappresentazione pulsionale si sviluppa con minori inceppi e più
copiosamente quando è sottratta all’influenzata cosciente mediante la rimozione”.
Questa potenza illusoria della pulsione è il risulto di una sfrenata espansione nel campo della
fantasia e del prodursi di un ingorgo che dipende dalla frustrazione di un soddisfacimento. Freud
suggerisce che la forza delle pulsioni soggettivamente esperita può essere in parte illusoria, in
quanto risultato di una fantasia che avendo subito la rimozione, non è stata verificata e sottoposta al
confronto con la realtà. Nella maggior parte degli scritti, Freud afferma che la forza della pulsione
non è illusoria, ma molto reale, perché veicola il pericolo di un eccitamento eccessivo. È sempre la
presunta “pericolosità” della pulsione che porta Anna Freud a teorizzare un “antagonismo primario
dell’Io nei confronti dell’istinto” e a sostenere che nelle psicosi l’Io viene sopraffatto dall’intensità
delle pulsioni.

La rimozione esaurisce l’Io


Freud osserva, come i desideri rimossi continuano a premere per scaricarsi ed esprimersi nella

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coscienza e nell’azione. Per impedire che pensieri e sentimenti carichi di angoscia giungano alla
coscienza, la rimozione deve esercitare un’azione permanente. Nelle parole dello stesso Freud, la
rimozione comporta un “costante dispendio di energia”, ed il risultato è un certo grado di
esaurimento e costrizione dell’Io. Esaurimento, in quanto, l’energia viene spesa per mantenere la
rimozione, invece, che essere impiegata in altre attività e obiettivi, costrizione, poiché una gamma
di contenuti e sentimenti connessi ai desideri rimossi non può essere consapevolmente pensata e
esperita senza il rischio di sperimentare l’angoscia.

Il ritorno del rimosso


Il potenziale patogeno della rimozione può essere legato al processo di rimozione stesso, oppure,
alle sue ripercussioni. Nei successivi scritti freudiani, il ruolo giocato dalla rimozione, e dalle altre
difese, si fa più complesso. Infatti, la rimozione oltre ad essere potenzialmente patogena, può essere
considerata come portatrice di significati adattivi e quindi necessaria all’adattamento alla vita
sociale. Infatti, quando opera in modo adeguato, la rimozione impedisce a determinati impulsi e
desideri di avere accesso alla motricità, ovvero, di trovare espressione nell’azione, se questi impulsi
e desideri venissero messi in atto, potrebbero nuocere al benessere dell’individuo, nonché, della
società in cui egli vive, questo è uno degli aspetti adattivi della rimozione. In secondo luogo, la
rimozione esclude dalla coscienza quei desideri e sentimenti che causerebbero un’angoscia troppo
grande se venissero coscientemente esperiti. Quindi tenere lontana l’angoscia è un’altra funzione
adattiva della rimozione, e di altre difese, che viene ad assumere una funzione, paradossalmente,
protettiva rispetto all’accumularsi di un eccitamento eccessivo.

Ricapitolazione
Il principio di costanza, l’affetto incapsulato, oppure non scaricato, l’isolamento dei contenuti
psichici e la rimozione, collegati secondo una determinata logica, concorrono all’eziologia
dell’isteria. Così come osservato dagli assunti cardine del pensiero freudiano sono che la mente
svolge una funzione di base per scaricare l’eccitamento e che il fallimento di questa operazione,
ovvero, l’accumularsi di un eccessivo eccitamento ha delle conseguenze patogene. Un modo per
articolare questa ipotesi cardine è affermare che ogni esperienza viene accompagnata da un
ammontare di affetto e che il fallimento della scarica dell’ammontare di affetto può avere
conseguenze patogene. Queste ipotesi elaborate da Freud si connettono al pensiero di Janet e
Charcot relative al significato patogeno dell’isolamento associativo dei contenuti psichici dal resto
della personalità ed afferma che l’isolamento associativo comporta come conseguenza quella di
impedire la scarica dell’affetto (eccitamento), in base al principio di costanza, esso contribuisce
all’esordio della psicopatologia. Il principale mezzo attraverso cui perviene l’isolamento associativo
e il fallimento della scarica dell’affetto (eccitamento) ed è questa la formulazione che segna la
nascita della psicoanalisi, la rimozione, ovvero, la messa al bando intenzionale dalla coscienza, è un
atto di volontà, di contenuti psichici intollerabili. Dunque, la rimozione si può considerare un fattore
critico per l’esordio dell’isteria e di altre psicopatologie. Dato il ruolo giocato dall’isolamento
associativo e dal fallimento della scarica dell’affetto nell’esordio della psicopatologia, il trattamento
prende in considerazione entrambe i problemi, in primis portando alla coscienza i pensieri isolati o

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rimossi mediante l’ipnosi, al secondo posto promuovendo l’abreazione dell’affetto non scaricato o
incapsulato. Questo modello ipotizzato da Freud è utile per spiegare sia la psicopatologia che il
trattamento.
La teoria delle pulsioni
4
La teoria delle pulsioni è un altro nucleo fondamentale del pensiero di Freud. L’obiettivo di Eagle è
quello di discutere la teoria delle pulsioni insieme alle altre idee freudiane che hanno suscitato un
maggiore interesse nella psicoanalisi contemporanea. Idee e concetti chiave come per esempio, a) il
principio di costanza, b) l’ammontare di affetto, c) l’affetto incapsulato, d) la rimozione e il ruolo
patogeno dell’isolamento dei contenuti psichici sono stati concepiti da Freud molto prima della
teoria pulsionale. Tuttavia tutte queste idee si sposano bene con la teoria pulsionale. Adesso gli
impulsi e i desideri istintuali costituiscono le fonti principali dell’aumento potenzialmente eccessivo
della somma di eccitamento e di conseguenzialmente rappresenta la essenziale minaccia per
l’integrità dell’apparato psichico.
Infatti, il principio di costanza può essere riformulato nei termini della teoria pulsionale, se le
pulsioni rappresentano la fonte più importante di eccitamento prodotta dall’interno, una richiesta
rivolta alla psiche, e se la funzione della psiche è quella di scaricare l’eccitamento, ne deriva che
una delle funzioni primarie della psiche è quella di cercare la scarica o la gratificazione pulsionale.
In altre parole, viste le ipotesi di Freud riguardo la natura delle pulsioni, sostiene che una delle
funzioni primarie della mente è quella di perseguire la scarica pulsionale che equivale a descrivere
l’operare del principio di costanza. Vi è una forte somiglianza tra i costrutti del principio di
costanza della gratificazione pulsionale e del principio di piacere, l’elemento che li accumuna tutti è
la tendenza primaria della mente a perseguire la scarica immediata dell’eccitamento.
I desideri agiscono in modo diverso rispetto ai ricordi degli eventi esterni, inclusi quelli traumatici. I
ricordi degli eventi traumatici possono penetrare nella coscienza, il processo mediante questo
avviene è diverso da quello che caratterizza l’influenza esercitata sulla coscienza dai desideri
radicati nella natura biologica. Quindi, per Freud il potenziale patogeno dei ricordi traumatici
rimossi risiede nella scarica inadeguata dell’ammontare d’affetto connesso all’esperienza originaria,
sicché l’affetto resta in uno stato incapsulato. Quindi, il problema non è tanto il ricordo in sé per se
attivo, ma l’effetto ad esso connesso che non è stato scaricato. Da qui si evince il valore terapeutico
della catarsi e dell’abreazione. A differenza del ricordo del trauma reale, i desideri istintuali
vengono generati dall’interno, e hanno bisogno di una meta e di un oggetto per la gratificazione e la

4
La teoria delle pulsioni dal 1905 costituisce l’asse portante della teoria psicoanalitica, si basa sul presupposto che la
spinta a soddisfare i bisogni sessuali dell’uomo provenga da una pulsione, analoga a quella che spinge il soggetto ad
assumere il cibo. Così come la fame è attivata e innescata da una serie di comportamenti e attività che mirano a
soddisfare la fame, la pulsione sessuale è attivata dalla libido, e innesca una serie molteplice e multiforme di
condotte e di comportamenti volti a soddisfare i bisogni sessuali. La pulsione sessuale è concettualizzata come uno
stimolo per la sfera psichica la cui peculiarità è che essa proviene dall’interno, e agisce con una forza costante.
L’essenza della pulsione viene individuata nella continua spinta al soddisfacimento del piacere, può essere definita
in riferimento a svariati elementi, quali: a) la fonte, ovvero, l’organo o la parte del corpo la cui attività procura
piacere attraverso cui la pulsione si esprime (zona erogena); la meta pulsionale, cioè il soddisfacimento, definibile
in termini generali come l’azione verso la quale la pulsione spinge; c) l’oggetto libidico, termine con cui
generalmente si indica ciò che è in relazione, oppure, attraverso cui può raggiungere la sua meta.

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scarica.
Per comprendere la contrapposizione tra ricordi isolati e non integrati di eventi esterni traumatici e
desideri isolati non integrati si deve prendere in considerazione l’approccio di Janet che suggerisce
di sostituire la suggestione ipnotica il ricordo di un evento positivo al ricordo bandito dell’evento
traumatico. Quindi, se può essere semplice sostituire un ricordo A con un ricordo B, è
probabilmente più difficile sostituire un desiderio A con un desiderio B, in quanto, i desideri
riflettono la natura psico-biologica dell’individuo, quindi, il desiderio A continuerà a persistere
malgrado il tentativo di sostituirlo con un desideri B.
Inoltre, Freud enfatizzava il ruolo dei desideri e delle fantasie conflittuali. Per esempio, ciò che
gioca un ruolo centrale nella sintomatologia di Lucy R. è la fantasia rimossa di sposare il proprio
datore di lavoro. Nel caso di Elisabeth von R. è il conflitto tra il suo desiderio di stare con un uomo
e il suo dovere di stare accanto al padre malato che assumo un ruolo centrale nella sua
sintomatologia.
Processi psichici inconsci
Secondo Eagle sostenere che i desideri rimangano attivi nonostante la rimozione e l’isolamento
associativo significa ipotizzare l’esistenza di processi inconsci dinamici. Affermare che i desideri
restino attivi nonostante la rimozione, cioè sebbene non siano esperiti direttamente a livello
cosciente, questo implica che un gruppo di contenuti mentali associativamente e simbolicamente
connessi a questi desideri verrà prima o poi attivato e si esprimerà in qualche modo nella nostra
coscienza o esperienza, ad esempio, nei sogni, nella formazione di compromesso delle associazioni,
nei lapsus e nella sintomatologia nevrotica.
Per esempio, immaginiamo di rimuovere il desiderio di bere, con i risultati che i sentimenti e i
desideri connessi all’acqua non vengono più rappresentati nella coscienza. Data l’importanza
dell’acqua nella vita dell’uomo, ci si aspetterebbe che malgrado il desiderio di bere sia stato
rimosso, i contenuti psichici connessi all’acqua emergano nella vita psichica sotto qualche forma,
per esempio attraverso le associazioni, i sogni, i lapsus, e in alcuni casi, nella sintomatologia
nevrotica. Se sostituiamo al bisogno di bere i desideri sessuali e aggressivi si potrà avere una chiara
visione del ruolo delle pulsioni nella teoria freudiana del funzionamento psichico. Così, secondo
Freud, si potrà avere una chiara visione della natura dell’inconscio dinamico come “crogiuolo di
eccitamenti ribollenti”, che premeranno sulla scarica e vengono bloccati da forze contrarie e infine
si scaricano in modo parziale mediante formazioni di compromesso indirette e camuffate.
Secondo Freud la maggior parte della vita psichica dell’individuo si svolge al fuori della coscienza.
Oggi, la tesi elaborata da Freud sull’esistenza di stati mentali inconsci è largamente accettata, questa
teoria metteva in discussioni dominante, ovvero, quella cartesiana che equiparava il materiale al
conscio. Secondo Eagle, in quell’ottica ipotizzare l’esistenza di stati mentali inconsci costituiva un
ossimoro.
Nella teoria freudiana, l’inconscio dinamico è un inconscio formato da desideri che premono per la
scarica e l’accesso alla rappresentazione cosciente e vengono bloccati da forze contraria, come, la
rimozione. Come sostiene Wakefield non avrebbe senso parlare di un inconscio dinamico senza
dimostrare la possibilità di stati psichici inconsci, ovvero, un inconscio descrittivo, è il primo tipo di
incoscio che è squisitamente psicoanalitico e connesso in modo diretto alle principali idee del

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pensiero freudiano e anche quelle maggiormente contestate dalla psicoanalisi contemporanea.


A differenza dell’inconscio descrittivo, l’inconscio dinamico poggia su una serie di presupposti
connessi ai desideri inconsci correlati alle pulsioni e contrastati da altre forze della personalità. In
altre parole, la formulazione di un inconscio è una descrizione del conflitto interno.

Capitolo II:
”Concezioni della mente nella teoria freudiana”


In questo capitolo Eagle affronta la concezione e l’origine della mente nel pensiero freudiano

La mente come “apparato” per scaricare l’eccitamento


Per Freud la mente è essenzialmente un apparato per la scarica dell’eccitamento, la sua funzione
primaria è quella di scaricare l’eccitamento, oppure, di mantenere il più bassa possibile, o, quanto
meno costante, la quantità di eccitamento presente nell’apparato psichico. Questo assunto di base è
precedente all’elaborazione della teoria pulsionale, e viene tradotta nell’affermazione secondo cui la
funzione primaria della mente è la gratificazione, oppure, la scarica pulsionale, poiché le pulsioni
rappresentano la fonte più essenziale di eccitamento prodotta dall’interno. A tale proposito Freud
(1920, p. 220) scrive: “le fonti di tale eccitamento interno sono in massima parte le cosiddette
pulsioni dell’organismo”. Affermare che la mente è un apparato per la scarica dell’eccitamento
significa sostenere che la mente agisce in base al principio del piacere, in quanto piacere e
dispiacere nella teoria freudiana sono definiti rispettivamente, in termini di accumulo e scarica di
eccitamento. Quindi, connettendo il principio di costanza, il principio di piacere5 e la teoria
pulsionale, si può concludere che la tendenza fondamentale della mente è quella di cercare il piacere
e evitare il dispiacere, cioè, scaricare l’eccitamento ed evitare accumuli di eccitamento eccessivi,
mediante la gratificazione delle pulsioni di base.
La teoria freudiana della mente può essere vista come una teoria darwiniana, in cui le funzioni della
psiche sono state selezionate nel corso dell’evoluzione in virtù del loro valore adattivo nel
soddisfare i bisogni fondamentali dell’individuo e della specie. La natura quasi darwiniana della
teoria freudiana della mente è più evidente nella prima elaborazione di Freud in merito alle
pulsioni, che prevedeva che le pulsioni di autoconservazione, o, le pulsioni dell’Io e quelle sessuali,
oppure, oggettuali, dove la pulsione della fame rappresenta l’esempio prototipo della pulsione a
servizio della sopravvivenza dell’individuo, mentre, la pulsione sessuale6 è al servizio della
sopravvivenza della specie, che opera mediante la propagazione dei geni individuali.
Sia nella teoria della riduzione delle pulsioni di Hull sia in quella di Freud tutti i comportamenti
possono essere considerati al servizio diretto, oppure, indiretto della riduzione pulsionale. Alla luce
della complessità del sistema freudiano, proprio come il principio di costanza, questo principio può
sembrare semplice. La complessità e le sottigliezze si riscontrano nella varietà dei modi e
nell’ampiezza dei comportamenti che sono indirettamente al servizio della gratificazione pulsionale.

5
Il principio del piacere, ovvero, la tendenza a scaricare immediatamente la tensione.
6
Per Freud la pulsione sessuale permette all’individuo di raggiungere quanto vi è di più vicino all’immortalità, in
quanto secondo la teoria evoluzionistica l’essere umano è principalmente il veicolo della propagazione dei propri
geni.

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Paragonata alla teoria elaborata da Hull, la psicoanalisi è molto più ricca di complessità e di
processi implicati nei diversi fenomeni. Per esempio, la gratificazione indiretta può essere
mascherata ed essere espressione di una difesa, oppure, manifestarsi come una formazione di
compromesso. Essendo frutto di tali processi, alcuni comportamenti che superficialmente appaiono
molto distanti dalla gratificazione pulsionale, come i comportamenti sublimati, sono visti come
fonte di gratificazione pulsionale indiretta.
Hull fa maggiormente ricorso ai concetti di condizionamento, di rinforzo secondario, di pulsione
secondaria; mentre, Freud fa riferimento a tutta una serie di costrutti e di processi complessi, tra i
quali possiamo citare: lo spostamento, la formazione di compromesso, la difesa, la censura, i
simboli, le associazioni ideative, il contenuto manifesto e latente. Entrambe gli Autori condividono
una visione quasi darwiniana secondo cui tutti i comportamenti sono attivati direttamente o
indirettamente plasmati dall’imperativo biologico, selezionato dall’evoluzione, nel cercare la
riduzione della tensione generata dalle pulsioni primarie.

Le origini del pensiero


Secondo la teoria freudiana, la tendenza primaria della mente è quella di gratificare le pulsioni e
scaricare l’eccitamento per la ricerca opera all’inizio in modo indipendente dalla considerazione
della realtà. Ovvero, i desideri dominano il pensiero che viene definito in termini di ripristino delle
condizioni di piacere sperimentate in precedenza. Quindi, i desideri agiscono in base al processo di
pensiero primario, caratterizzato dalla gratificazione immediata e dal disinteresse per le
conseguenze, gli oggetti reali e la relazione mezzi-fini necessaria per la gratificazione nella realtà. Il
processo primario viene connotato dalle proprietà formali della condensazione, simbolizzazione e
spostamento, che secondo Freud, operano anche nei sogni.
Un’espressione primitiva e precoce del tentativo di gratificare un desiderio in modo diretto e
immediato senza il ricorso alla realtà è secondo Freud il tentativo del neonato di ripristinare una
precedente esperienza piacevole attraverso il processo per “l’atto del desiderio sfocia
nell’allucinazione”. Per esempio, l’allucinazione del seno non riesce a eliminare il senso della fame,
quindi l’eccitamento, e il neonato è costretto a rivolgersi agli oggetti del mondo reale. Secondo
Freud, questo segna il primo emergere nello sviluppo cognitivo del piacere della realtà, con le
relative modifiche del principio di piacere. Se è vero che alla fine si sviluppa un pensiero orientato
alla realtà, per lo stesso autore questa è sola una via indiretta per raggiungere la gratificazione
pulsionale; questo implica che se il desiderio è in grado di soddisfarsi indirettamente, se
l’allucinazione del seno potesse in qualche modo ridurre la tensione della fame e produrre un
soddisfacimento automatico e diretto, il pensiero orientato alla realtà non si svilupperebbe.
Nel corso dello sviluppo normale il principio di realtà sostituisce gradualmente quello di piacere, il
pensiero desiderante continua a operare nella vita psichica e a influenzare in svariati modi la sfera
cognitiva. Quindi, l’influenza del pensiero desiderante sulla formazione dei sogni e della fantasie è
un buon esempio del funzionamento del pensiero secondo il processo primario.

L’organizzazione pulsionale della cognizione


Nella teoria elaborata da Freud, l’influenza delle pulsioni sulla sfera cognitiva può andare da

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manifeste intrusioni nel pensiero e distorsioni della realtà come quelle che si possono osservare
nelle psicosi, oppure, a fenomeni più sottili, come un aumento della salienza percettiva e del valore
di stimoli correlati a una pulsione o all’influenza della pulsione sulle dimensioni di classificazione
degli oggetti. Analogo è il caso della diversa salienza percettiva di determinati stimoli in funzione
del grado di attivazione sessuale. Si può osservare come la percezione degli stimoli esterni può
influenzare il livello di attivazione; per esempio, guardare o annusare un cibo può stimolare l’istinto
della fame, e vedere uno stimolo sessuale può aumentare l’attivazione sessuale. Riassumendo, esiste
una connessione di casualità circolare tra stato pulsionale ed esperienza percettiva, per cui lo stato
pulsionale può influenzare la salienza percettiva e l’esperienza percettiva dello stato pulsionale.
Le vicissitudini pulsionali producono anche diverse organizzazioni di affetti, cognizioni e
atteggiamenti, e in tale modo creano una rappresentazione dello stato psichico dell’individuo
durante e dopo gli stati di attivazione intensa dello stimolo sessuale, oppure, della fame. Durante, lo
stato di attivazione, il mondo, e nello specifico gli oggetti pulsionali, vengono sperimentati in modo
diverso rispetto a come sono stati vissuti dopo il soddisfacimento. Per esempio, le azioni e i
progetti, gli atteggiamenti, gli affetti percepiti, la gerarchia di salienza degli stimoli, i pensieri e i
ricordi del soggetto, e tutto ciò che varia in funzione dello stato di attivazione pulsionale,
contrapposto a quello di gratificazione pulsionale. Quindi, durante l’attivazione pulsionale e dopo la
gratificazione pulsionale si in presenza di organizzazioni di personalità significativamente diverse.
l’influenza delle pulsioni nella sfera cognitiva non assume la forma di una distorsione della realtà o
di una violazione del principio di realtà. L’aumento della salienza percettiva e del valore del cibo
quando si è affamati riflette un’influenza della pulsione sulla cognizione di carattere adattivo e
selettivo, che non ha l’effetto di distorcere la realtà. La stessa cosa vale per l’influenza, diciamo,
dell’attivazione sessuale sulla salienza percettiva e l’interesse per determinati stimoli.
L’influenza della pulsione sull’organizzazione cognitiva può essere sottile e complessa, per
esempio, un individuo che ha difficoltà a collocare una mazza da baseball e il bastone da golf tra gli
accessori sportivi. Può tuttavia accadere che, parallelamente alla classificazione normativa, vi siano
forme di organizzazione inconscia, il cui principio organizzatore è “oggetti-fallico-sessali”, oppure,
“strumenti di aggressione”. Quindi, la dimostrazione dell’esistenza di queste forme parallele do
organizzazione può emergere soltanto in particolari circostanze, ad esempio, nei sogni, nelle libere
associazioni, oppure, in altri casi di indebolimento dell’Io, oppure, di rafforzamento della pulsione.
Alcune ricerche sui lapsus verbali hanno dimostrato che i lapsus di natura sessuale sono più
frequenti in una situazione di attivazione sessuale, rispetto che in una situazione di controllo. A
sostegno di tale ipotesi, George Klein di una gerarchia connotativa c’è anche un riscontro empirico
della non casualità degli errori di riconoscimento di una parola-stimolo presentata in precedenza.
Infatti, sembra che venga riconosciuta la parola-stimolo, per esempio, un sinonimo o un termine
connesso all’associazione, questo suggerisce che con la presentazione di una parola-stimolo venga
attivata una rete di parole ad essa correlate organizzate gerarchicamente. Gorge Klein definisce
gerarchia connotativa ciò che ricorda da vicino il concetto di rete associativa utilizzata in ambito
linguistico.
Il concetto di organizzazione pulsionale della cognizione può essere inteso come sottocategoria del
fenomeno più in generale della cognizione stato-dipendente. Inoltre, vi sono molte prove che diversi

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aspetti della cognizione siano influenzati dallo stato emotivo in cui il processo cognitivo si verifica.
Per esempio, se si induce una persona ad uno stato d’animo negativo mediante ipnosi, i ricordi
connotati da un effetto negativo saranno più facilmente accessibili alla coscienza; questo dato
rispecchia la comune osservazione che le persone depresse hanno un accesso ai ricordi negativi,
fenomeno che ci suggerisce come la memoria si organizza lungo la dimensione dell’affetto
predominante nell’individuo in quel dato momento. Infatti, quando una persona è depressa fatica ad
accedere ai ricordi e ai pensieri positivi, e in parte la depressione consiste proprio in questo, al
contrari, quando un soggetto sperimenta uno stato di felicità è più difficile rievocare pensieri
negativi. Questo indica che i ricordi si organizzano in base a dimensioni affettive, ma anche come
l’affetto e l’umore influenzano la soglia di attivazione dei diversi ricordi.
Un ulteriore esempio, è il fenomeno della cognizione stato-dipendente è la costatazione, che essa
suffragata da molteplici riscontri empirici, che ciò che è stato appreso per una particolare
condizione psicologica è semplice da riscontrare in una condizione psicologica simile. Il fenomeno
della cognizione stato-dipendente, ovvero, l’influenza dell’affetto, dell’umore, dello stato pulsionale
e di altre dimensioni affettive suggerisce l’esistenza di un meccanismo comune dietro alcune forme
sottili di dissociazione che si possono definire “dissociazioni della vita quotidiana”. Il
comportamento muta e il mondo interno ed esterno sono vissuti con sfumature diverse in funzione
delle normali variazioni negli atteggiamenti, negli stati d’animo, negli stati pulsionali, nei livelli di
energia. In circostanze normali, queste variazioni non mi non minacciano l’integrità o l’unità della
psiche e della personalità. Tuttavia, quando il trauma, oppure, altri fattori, come i nuclei affettivi,
pulsionali sono troppo discrepanti pe essere integrati nel normale processo di adattamento si
produce una dissociazione patologica. Kris analizza il concetto di regressione al servizio dell’Io che
ben coglie l’idea secondo cui la creatività comprometterebbe la capacità dell’individuo flessibile di
allentare il pensiero secondario, orientato alla realtà, a favore di un’organizzazione più primitiva
basata su un processo primario, che riflette l’influenza della pulsione sulla cognizione, e quindi, si
ipotizza l’esistenza di una connessione tra sistema pulsionale e creatività.

Il pensiero nel processo primario


La centralità del modello topografico7, la prima topica8, nel pensiero di Freud esprime il

7
Il modello topografico disegna una topografia o una mappa dell’apparato psichico, che si delinea in tre regioni o
sistemi confinati ognuno di essi con funzioni specifiche.
8
La prima topica si declina in tre regioni confinanti che sono: il conscio, il pre-conscio e l’inconscio, ciascuno di
questi sistemi è caratterizzato da funzioni specifiche. L’inconscio è la parte sommersa della psiche in cui i contenuti
non possono essere colti direttamente ma possono essere soltanto dedotti. Il sistema inconscio è regolato dal
processo primario e utilizza per il suo funzionamento energia libera capace di spostarsi e di liberarsi da un’idea a
un’immagine combinando elementi ideativi differenti. Ha una sua vita autonoma e le sue forze agiscono all’oscuro
del pensiero cosciente. Il preconscio è il serbatoio dei pensieri e dei ricordi accessibili interposto come uno schermo
tra il sistema inconscio e quello conscio, è struttura linguisticamente, si conforma a norme logiche. Per passare
dall’inconscio al preconscio le idee, i pensieri devono superare il vaglio del censore che determina quali pensieri
possono essere tradotti in parole e quindi accessibili alla coscienza. Il sistema conscio è il sistema che contiene i
sentimenti e le idee accettabili. La sua funzione fondamentale è ricondotta alla percezione cosciente tanto agli
eccitamenti provenienti dagli organi sensoriali quanto da quelli provenienti dall’interno i cui processi sono percepiti

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funzionamento del pensiero secondo i concetti di processo primario o secondario, considerati da


alcuni autori e dallo stesso Freud tra i contributi più creativi per la comprensione della natura della
mente. Come osserva Lacan si può affermare che l’attività psichica inconscia possieda un proprio
linguaggio, tale linguaggio emerge con modalità più evidenti nel lavoro onirico, è caratterizzato da
un pensare desiderante e dalle proprietà formali della considerazione, dello spostamento, e in
misura minore, della simbolizzazione. Freud definisce la condensazione un’inclinazione a formare
nuove unità da elementi che nel pensiero della veglia l’individuo avrebbe tenuto distinte. Per
spostamento si concepisce la traslazione degli affetti, interessi e investimenti emotivi da un
contenuto psichico a un altro. Infine, la simbolizzazione è la rappresentazione di una cosa, come il
desiderio, per mezzo di un’altra. Nel pensiero psicoanalitico un simbolo può esprimere e
contemporaneamente mascherare pensieri e desideri inconsci.
A differenza del processo primario, il processo secondario è connotato dal differimento della
gratificazione, della considerazione delle conseguenze, da parte di una struttura prevalentemente
logica e dalla attenta valutazione della realtà, che si traduce nella pianificazione e nella
consapevolezza del rapporto mezzi-fini. Il pensiero orientato alla realtà può essere inteso come una
sorta di azione di prova, che consente di anticipare mentalmente le conseguenze di un’azione con il
dispendio minimo di energia. Come scrivono Schimek e Goldberger il processo primario non opera
in base ai principi razionali e realistici, bensì sulla base di somiglianze insignificanti tra elementi,
ciò che Freud definisce “associazione superficiale” che spesso è basata su assonanza, doppio senso.
Il processo primario utilizza parole, come giochi verbali e ambiguità a doppio senso, dal punto di
vista evolutivo la sua moneta corrente sono le immagini e i disegni. Quindi, lo sviluppo del
linguaggio e della parola segna un momento decisivo nella maturazione della capacità di ricorrere al
processo secondario. Il passaggio dalla rappresentazioni delle cose alla rappresentazione delle
parole consiste nella capacità di fare uso del linguaggio verbale che consente al pensiero di
abbracciare e manipolare relazioni tra elementi dell’esperienza e riflettere su sé stessi. Secondo
Schimek e Goldberger rendere conscio l’inconscio è qualcosa di più del semplice dissotterrare i
ricordi specifici dallo stato di rimozione, in quanto questo comporta un livello più alto di
organizzazione psichica. Infatti, se l’attività psichica inconscia possiede un proprio linguaggio, ne
consegue che rendere intellegibile questo processo occorre fare un lavoro di traduzione da un
linguaggio all’altro, ovvero, dal linguaggio del processo primario a quello del processo secondario
consensualmente condiviso. Quindi bisogna interpretare.

Le funzioni dell’Io
L'Io è la struttura che tiene sotto controllo la tendenza a cercare di raggiungere la scarica immediata
senza curarsi della realtà e delle conseguenze delle azioni.
Secondo Freud, esiste una struttura psichica che ha la funzione di inibire e regolare la tendenza
della psiche verso la gratificazione immediata, per consentire una gratificazione nel mondo reale.
Pertanto, la funzione fondamentale della struttura dell'Io è quella di prevenire un eccessivo
eccitamento, facilitando la gratificazione pulsionale in modo consono alla realtà e prestando

come serie qualitative di piacere e dolore. È regolato dal processo secondario, è razionale.

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attenzione alle conseguenze delle azioni messe in atto per ottenere tale gratificazione. In breve,
l'esame di realtà è al servizio della gratificazione pulsionale.

Le difese dell’Io e l’angoscia


Il ruolo primario dell'Io, si manifesta anche nell'azione delle difese, che si possono considerare
funzioni cognitive, in quanto influenzano le idee e i pensieri che vengono ammessi alla coscienza.
A prima vista tale affermazione potrebbe sembrare strana, dato che la funzione delle difese, come
per esempio la rimozione, è quella di impedire ai contenuti psichici proibiti legati alle pulsioni di
raggiungere la coscienza e guidare l'azione. Certo, difese come la rimozione hanno lo scopo di
inibire la gratificazione dei desideri proibiti legati alle pulsione ma, nella misura in cui prendere
coscienza di tali desideri e sottostare alle possibili conseguenze di un'azione da essi guidata sono
associati ad angoscia, e dato che quest'ultima è una fonte importante di eccitamento, in ultima
analisi si può affermare che le difese dell'Io contribuiscono a prevenire un eccitamento eccessivo.
Secondo la prima teoria freudiana dell'angoscia, la rimozione impedendo la gratificazione
pulsionale essa determinava un accumulo di eccitamento, che si convertiva in angoscia e come tale
veniva esperita.
Secondo la seconda teoria dell'angoscia, invece, la rimozione non provoca angoscia, ma induce una
piccola dose di "angoscia segnale", che funge da avvertimento che occorre fare qualcosa per
impedire che alcune idee raggiungano la coscienza, altrimenti insorgerebbe un'angoscia traumatica.
In altri termini, quando la rimozione funziona in maniera adeguata previene un'angoscia intensa e il
conseguente accumulo di eccitamento ad essa legato.

Percezione e realtà
La visione freudiana dell'attività cognitiva è apparentemente paradossale. Da una parte, la
cognizione, inclusa la percezione, è al servizio della gratificazione pulsionale: il desiderio funge
infatti sempre da forza motivazionale dell'attività cognitiva. Dall'altra, Freud considera la
percezione come replica della realtà e cioè quando la percezione funziona in maniera adeguata,
riflette in modo più o meno diretto lo stato delle cose.
Il parodosso è solo apparente poichè, si risolve una volte che si riconosce che per Freud la
percezione può portare a una concreta gratificazione pulsionale solo quando la realtà in maniera
accurata. In altri termini, nonostante vi sia sempre il rischio che il desiderio e la spinta alla
gratificazione immediata possano distorcere la percezione, nel funzionamento adattivo quest'ultima
in genere riflette la realtà in modo accurato e solo in questo caso è possibile ottenere un'adeguata
gratificazione pulsionale.
Freud afferma che gli stimoli endogeni cessano soltanto in particolari condizioni, che devono
realizzarsi nel mondo esterno, come per esempio il bisogno di nutrimento.
E dunque, a meno che la percezione del mondo esterno non sia accurata, non è possibile eliminare
lo stimolo o ridurre la tensione mediante "un'alterazione del mondo esterno". Inoltre, Freud ipotizza
che il sistema percettivo non abbia memoria, cioè accoglie gli stimoli percettivi senza conservarne
nulla.
Ogni stimolo viene accolto dal sistema percettivo come se fosse nuovo, è percettivamente aperto

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non influenzato dalla memoria.


Freud ritiene che se una nuova percezione dovesse essere collegata in qualche modo ad un residuo
di un collegamento precedente, ciò ostacolerebbe gli elementi percettivi nella loro funzione.
Nel periodo del New Look della psicologia americana (anni 50-60) sono stati condotti numerosi
studi ispirati all'idea freudiana secondo cui la percezione normale sarebbe influenzata dai bisogni e
dalle motivazioni personali, incluse quelle difensive. Gli esperimenti sulle difese percettive erano
tipici del movimento del New Look.
Questi esperimenti intendevano, per esempio, dimostrare che la soglia di riconoscimento delle
parole era influenzata dal loro valore emotivo. E' stato dimostrato, ad esempio, come un termine
tabù era associato a una soglia di riconoscimento più alta o ritardata perchè la persona si stava
difendendo dal prendere coscienza del materiale tabù.
L'obiettivo generale di questi lavori era quello di dimostrare, contrariamente alle teorie precedenti,
che la percezione non è un processo autoctono, che si limita a riprodurre la realtà, ma che è
fortemente influenzata dai bisogni e dalle motivazioni personali.
Tuttavia, nella vita quotidiana è solo in casi particolari come nei lapsus, nei sogni ecc.., che si può
chiaramente individuare l'influenza dei desideri sulla percezione e la cognizione.
Inoltre, tale influenza emerge ancora di più nel caso di disturbi del funzionamento dell'Io, come
nelle psicosi. Secondo Freud, è esclusivamente nelle psicosi che le pulsioni influenzano
direttamente la percezione a scapito dell'esame di realtà.
In generale, è diverso dire che il desiderio mette in moto l'apparato psichico, come fa Freud, e
affermare invece che in circostanze normali il desiderio plasma direttamente il contenuto della
percezione e della cognizione. Tra l'altro secondo Freud, affinchè pulsioni e desideri possano essere
soddisfatti (invece di essere gratificati nella fantasia o nei sogni), la percezione e la cognizione
devono essere in grado di compiere un adeguato esame di realtà.
E', inoltre, necessario distinguere tra la percezione degli stimoli interni e quella degli stimoli esterni,
tra percezione della realtà interna ed esterna. Per quanto riguarda quest'ultima, la funzione del
sistema percettivoè quella di riprodurla in modo più fedele possibile. Tranne nei casi di grossolane
carenze dell'Io, come nella psicosi, o in circostanze estreme, la percezione svolge il proprio compito
in modo complessivamente adeguato. Le distorsioni e le omissioni percettive di cui la psicoanalisi
principalmente si occupa hanno a che fare invece prevalentemente con la realtà interna.
In altri termini, quando determinati pensieri e sentimenti legati a desideri sessuali proibiti vengono
esclusi dalla coscienza o distorti, la realtà interni di tali desideri non verrà percepita in maniera
adeguata.
Per quanto riguarda il New Look, bisogna considerare che in molti esperimenti venivano costruite
condizioni particolari per controbilanciare la tendenza autoctona verso una percezione accurata.
Uno di questi strategemmi era quello di impoverire in qualche modo gli stimoli, così da lasciare
spazio all'influenza dei bisogni e delle motivazioni individuali; un altro era proporre stimoli
ambigui in modo da massimizzare l'influenza dell'interpretazione personale.

Memoria e cognizione
In circostanze normali, diverse persone a cui viene presentato lo stesso stimolo esterno

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percepiscono di solito lo stesso oggetto, a prescindere dai loro desideri, motivazioni e bisogni.
Da un punto di vista evoluzionistico la funzione primaria degli stimoli esterni non è quella di
rispecchiare i desideri, i bisogni e le motivazioni personali, ma quella di rappresentare la realtà
fisica in modo il più preciso possibile. In questi casi, i bisogni personali hanno maggiore probabilità
di essere di essere soddisfatti nella realtà.
Secondo la concezione freudiana della mente, bisognerebbe guardare oltre alla percezione, altri
aspetti della cognizione per trovare prove più evidenti dell'influenza di desideri, bisogni e
motivazioni.
Per esempio, sebbene la funzione del sistema mnestico sia quella di tenere traccia degli eventi
trasmessi dal sistema percettivo, vi è un elevato grado di flessibilità e approssimazione nelle
registrazioni della memoria.
Freud afferma che la memoria è costituita da una serie di "elementi Tmn, nei quali lo stesso
eccitamento, propagato mediante gli elementi P, va incontro a una fissazione diversificata.
Il primo di questi sistemi Tmn fisserà l'associazione per simultaneità mentre nei sistemi più lontani
lo stesso materiale di eccitamento verrà ordinato secondo altri tipi di coincidenza, in modo che,
attraverso questi successivi sistemi, siano rappresentate per esempio relazioni di affinità e altre.
Freud sembra implicitamente ipotizzare che i ricordi, non essendo direttamente collegati agli stimoli
esterni, sono maggiormente soggetti all'influenza di una serie di altri fattori, inclusi bisogni,
desideri, motivazioni e punti di vista.
Per quanto riguarda i punti di vista, Freud ritiene che i primi ricordi dell'individuo vengono
rielaborati in funzione del suo sviluppo e dei suoi punti di vista successivi. Dunque, la maggiore
suscettibilità all'influenza dei fattori interni riguarderebbe altri aspetti della cognizione, come per
esempio i giudizi su quanto percepito, la selettività percettiva, la focalizzazione dell'attenzione e la
salienza percettiva.
Più in generale, la teoria freudiana postula che affinchè i fattori pulsionali, come i desideri e le
motivazioni, influenzino la cognizione, deve subentrare un particolare elemento, cioè la funzione
energizzante delle pulsioni. Per Freud le pulsioni sono ciò che dinamizza la cognizione e la mette in
moto.

L’autonomia relativa delle funzioni dell’Io


Il parallelismo tra gli sviluppi della psicoanalisi e della psicologia sperimentale americana prosegue
con la nascita della Psicologia dell'Io in psicoanalisi e del programma cognitivista nella psicologia
americana. Il parallelismo tra gli sviluppi della psicoanalisi e della psicologia sperimentale
americana, entrambi reazioni alle teorie radicali della riduzione delle pulsioni.
Tutti e due gli ambiti sostengono l'autonomia delle funzioni cognitive, rifiutando la visione secondo
cui un'ampia gamma di comportamenti e funzioni cognitive sarebbero il prodotto diretto o indiretto
della riduzione delle pulsioni. Sia gli psicologi dell'Io in psicoanalisi che i primi cognitivisti
sostengono invece che questi comportamenti sono il risultato di motivazioni e processi indipendenti
dalla riduzione pulsionale primaria.
Nell'ambito della Psicologia psicoanalitica dell'Io, quest'affermazione si riflette in primo luogo nei
costrutti di Hartmann di autonomia primaria, autonomia secondaria e sfera dell'Io libera da conflitti.

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Il concetto di autonomia primaria si riferisce all'idea secondo cui lo sviluppo delle funzioni
cognitive di base dell'Io, come il pensiero, la memoria ecc.., non è associato alla gratificazione
pulsionale ma possiede una base autonoma innata. Tale costrutto riflette il riconoscimento della
realtà come maturazione in riferimento alle funzioni dell'Io.
In base a tale concetto, dato un ambiente mediamente prevedibile, determinate funzioni dell'Iosi
svilupperanno ed evolveranno (secondo un programma genetico), indipendentemente dal loro ruolo
nella gratificazione pulsionale.
Dunque, nella psicologia dell'Io di Hartmann è implicito il rifiuto dell'ipotesi di Freud secondo cui il
pensiero (una funzione egoica fondamentale) si sviluppa solo perchè l'appagamento allucinatorio
del desiderio non riesce a ridurre le tensioni generate dalla pulsione della fame.
Secondo Hartmann, l'evolversi del pensiero in un ambiente mediamente prevedibile non dipende da
una sua connessione con la gratificazione pulsionale, ma è geneticamente programmato.
Questi sviluppi teorici della psicologia dell'Io hanno un corrispettivo nella psicologia sperimentale.
La maggior parte del lavoro dei primi psicologi sperimentali cognitivisti ha l'obiettivo di dimostrare
che i comportamenti cognitivi, come l'apprendimento, il problem solving, la curiosità ecc.. non sono
il prodotto di una pulsione o di un rinforzo secondari, ma hanno una base autonoma e indipendente
(vedi esperimento p.41).
A differenza dei seguaci di Hull e della teoria della riduzione delle pulsioni, Tolman ha affermato
che quando un topo percorre un labirinto, apprende o acquisisce una mappa cognitiva del percorso,
e non semplicemente una serie di risposte motorie rinforzate dalla gratificazione della pulsione.
Inoltre, il fatto che l'animale si formi questa mappa cognitiva può manifestarsi nella perfomance
solo quando viene data una ricompensa. Qui si postula esplicitamente l'indipendenza della creazione
della mappa dalla riduzione pulsionale e come tale creazione sia vista come espressione di abilità e
funzioni cognitive intrinseche dell'animale.
Vi sono formulazioni teoriche analoghe che postulano l'autonomia di alcuni comportamenti come il
concetto di motivazione intrinseca di Hunt, che si incentra su quei comportamenti che vengono
appresi e messi in atto per se stessi, e non perchè rinforzati o premiati dalla riduzione pulsionale o
comunque da una ricompensa esterna.
In altri termini, il piacere derivante da questi comportamenti non è estrinseco, ma intrinseco, cioè
deriva dalla messa in atto del comportamento stesso.
Nell'ambito della psicologia psicoanalitica dell'Io, Hendrick parla di una pulsione di
impossessamento e White di una motivazione alla competenza. Inoltre, White osserva che alcune
attività come quella esplorativa, sebbene abbiano valore per la sopravvivenza, spesso vengono
compiute per il puro divertimento che comportano e parte di tale divertimento può essere descritto
come senso di efficacia o di padronanza.

La natura dei processi inconsci nella teoria freudiana


Affermare che la maggior parte della vita psichica si verifica al di fuori della coscienza può
significare tante cose. Per esempio, ci si può riferire ai processi computazionali, apparentemente
intelligenti, che sono coinvolti nei prodotti della percezione e, cioè nei percetti così come vengono
esperiti. Un buon esempio di processo computazionale è ciò che Helmholz definiva "inferenza

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inconscia", per spiegare la percezione della costanza di forma e colore.


Il termine "inferenza inconscia" suggerisce un processo che è psichico, ma inconscio.
Molti processi cognitivi e percettivi che sembrano far parte dell'intelligenza computazionale sono al
di fuori della coscienza. Essi sono accomunati dall'impenetrabilità e, cioè usando le parole di
Shaffer non sono i tipi di cose in grado di divenire coscienti, per loro stessa natura non possono
essere portati alla percezione cosciente.
L'affermazione freudiana che la maggior parte della vita psichica è inconscia non si riferisce ai
processi impenetrabili, ma a contenuti e processi che possono essere resi coscienti, e cioè a normali
idee, desideri e fantasie dell'essere umano.
Secondo Freud, le idee e i desideri inconsci non sono sostanzialmente diversi da quelli consci, se
non per il fatto che manca loro la proprietà della coscienza. Infatti, Freud ritiene che allo stato
primigenio i processi psichici sono inconsci.
Freud effettua un'importante distinzione tra "inconscio descrittivo" e "inconscio dinamico".
L'inconscio descrittivo gli interessa per dimostrare in linea generale la fondatezza di un discorso sui
processi e i contenuti psichici inconsci. Mentre l'inconscio dinamico interessa maggiormente a
Freud, esso è un concetto esclusivamente psicoanalitico, nonchè controverso. Infatti, mentre la
psicologia cognitivista non ha difficoltà a postulare processi psichici inconsci, non accetta l'idea di
un inconscio dinamico.
L'inconscio dinamico è considerato come il deposito degli impulsi e dei desideri, come un
"crogiuolo di ribollenti eccitamenti". Viene definito dinamico in quanto questi impulsi e desideri
cercano costantemente di emergere nella coscienza e nell'azione motoria e vengono tenuti a bada da
forze contrarie difensive. E' sempre presente una tensione dinamica tra questi due gruppi di forze, e
secondo quest'ottica la vita psichica, inclusa l'esperienza coscienza, deriva da compromessi tra forze
diverse.
Il modello strutturale della mente
Una volta riconosciuto che anche le difese dell'Io sono inconsce, Freud si rese conto che non
bastava più concepire la vita mentale esclusivamente nei termini del modello topografico, e dunque
decide di sostituire parzialmente tale modello con il modello strutturale, cioè di suddividere la
psiche nelle tre strutture Io, Es e Super-Io (La seconda Topica)9.

9
Per superare queste difficoltà, nel 1922, nel saggio “L’Io e l’Es”, Freud disegna il funzionamento della mente in
termini dei complessi rapporti tra le strutture, l’Es, l’Io e il Super-io, connesse tra di loro da complessi rapporti
dinamici e caratterizzata ognuna da specifiche qualità psichiche, funzioni e modalità di regolazione interna. L’Es
(ricorre al pronome neutro di terza persona singolare che equivale al latino Id, che viene utilizzato in alcune
traduzioni, infatti questa provincia psichica sottolinea la totale estraneità della consapevolezza) costituisce la
struttura psichica originaria, che è presente fino dalla nascita, caratterizzati dalla totale estraneità alla
consapevolezza cosciente, può essere descritta come “la parte oscura e inaccessibile della personalità”, oppure,
“come il crogiuolo di eccitamenti bollenti”. È rivolta all’estremità organica dell’organismo e costituisce il serbatoio
delle pulsioni sessuali e aggressive da cui deriva l’energia per il proprio funzionamento. Inoltre, nell’Es sono
confinati i contenuti rimossi. È la struttura totalmente inconscia e i suoi contenuti esercitano una suoi contenuti
esercitano una spinta costante per ottenere soddisfacimento. L’Io si presenta come un’evoluzione della parte
superficiale dell’Es prodotta dalla vicinanza e dall’influsso del mondo esterno e costituisce il tramite fra l’Es e il
mondo esterno. L’io appare come una struttura composita, in cui si distingue: a) il sistema superficiale; b) il sistema

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Con l'introduzione del modello strutturale i conflitti interni non vengono più descritti in termini di
conscio o inconscio, ma di conflitti tra le diverse istanze Io, Es e Super-Io. In tale ottica, nel
conflitto tra la pulsione (Es) e la difesa (Io), entrambe le parti in conflitto sono inconsce. Secondo il
modello strutturale, ogni evento psichico può essere visto come un compromesso tra le richieste di
diverse strutture mentali. Sebbene il modello topografico venga ampiamente sostituito da quello
strutturale, alcune proprietà dell'inconscio continuano ad essere ritenute importanti per la
comprensione del funzionamento mentale nella teoria freudiana.
Tra queste proprietà troviamo "l'atemporalità dell'inconscio", cioè il fatto che i contenuti psichici
inconsci continuano a essere rappresentati nella psiche relativamente immutati, nonostante il
trascorrere del tempo. Il fatto che l'inconscio sia atemporale ha come conseguenza, in termini
dinamici, che i desideri infantili rimossi non scompaiono, ma continuano ad esistere e a porre
richieste alla vita psichica. In altre parole, secondo la prospettiva freudiana, la presenza nella vita
psichica adulta di esperienze a contenuti mentali precoci non è una semplice questione di normale
apprendimento, ma si ricollega alla persistenza e alla pressione dei desideri rimossi. Sebbene,
dunque, siano stati rimossi, i desideri inconsci restano immutati nel loro contenuto e nella loro
intensità.
Secondo Freud, sono l'angoscia, i conflitti e le difese che circondano questi desideri precoci a
determinare lo sviluppo della psicopatologia.

I fenomeni psicologici sono determinanti


Il determinismo psichico può essere concepito come l'idea secondo cui i fenomeni psicologici sono
causalmente determinati allo stesso modo degli altri fenomeni del mondo.
Come osserva Strachey, la verità su cui Freud insiste è la possibilità teorica di scoprire le
determinanti psichiche di tutti gli aspetti dei processi mentali nei minimi particolari.
Ciò su cui Freud insiste è che non esistono eventi psicologici non determinati. Freud dedica gran
parte della "Psicopatologia della vita quotidiana" per cercare di dimostrare che eventi
apparentemente accidentali (come i lapsus) e casuali non sono né accidentali, né casuali ma
rigidamente determinati.
Secondo Freud, affinché la psicoanalisi potesse aspirare allo statuto scientifico, bisognava postulare
una determinazione causale di tutti i fenomeni psicologici.

percettivo di coscienza (sistema P-C) deputato a ricevere gli eccitamenti che provengono dall’esterno. Quindi, l’Io
permette il soddisfacimento pulsionale tenendo conto delle caratteristiche del mondo esterno e distinguendole grazie
all’esame di realtà. Si presenta come una struttura capace di tenere del rapporto con il tempo e di riassumere e
unificare i propri processi psichici. Il Super-io deriva da una modificazione dell’Io, è il depositario dei valori e degli
ideali, il rappresentante delle esigenze della moralità. La trasformazione del Super-io viene ricondotta
all’interiorizzazione dell’istanza parentale, viene fatta risalire alla fine del complesso edipico, e si presenta come una
struttura composita. In quanto erede del complesso di funzioni, come quella dell’auto-osservazione, della coscienza
morale, della funzione di ideale è l’esponente non solo dei valori morali, ovvero, dei divieti dei genitori, ma anche,
dell’ideale dell’Io a cui si commisura e lo emula. Il Super-io costituisce il sedimento dell’antica immagine dei
genitori, l’espressione dell’ammirazione del bambino che li considerava creature perfette. Gran parte di questa
struttura è inconscia e spiega il carattere perentorio e inflessibile delle sue richieste.

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Il determinismo psicologico
Un secondo significato del termine determinismo è quello che potremmo chiamare determinismo
psicologico, cioè l'ipotesi che sia possibile e legittimo elaborare spiegazioni scientifiche teoriche dei
fattori e dei processi psicologici, a livello molare, senza ridurli a processi fisiologici o neurali.
Questa concezione del determinismo psicologico rappresenta una difesa dello statuto scientifico di
tutte le teorie psicologiche. Inoltre, va considerato il contesto storico e teorico in cui si è sviluppato
tale concetto.
Dopo il tentativo infruttuoso di sviluppare una teoria proto-neurologica autosufficiente della mente,
Freud si dedica all'elaborazione di una teoria scientifica della mente che impiega solo termini e
concetti psicologici, senza fare riferimento a processi fisiologici o neurali.

Il determinismo motivazionale
Il determinismo psichico può più correttamente essere chiamato determinismo motivazionale.
Nell'affermare che i fenomeni psicologici sono, come tutti i fenomeni, soggetti a leggi causali
deterministiche, incluse quelle psicologiche, non vi è nulla di specificatamente psicoanalitico.
Ciò che specifico della psicoanalisi è l'affermazione secondo cui tutti i fenomeni psicologici sono
determinati da motivazioni, intenzioni e desideri consci e inconsci.
Secondo l'ottica psicoanalitica, tutti i fenomeni psicologici sono motivati, anche quando sembrano
non esservi chiare motivazioni consce.
Il fatto che il determinismo freudiano sia in sostanza un determinismo motivazionale è reso evidente
dall'uso di Freud dei termini "motivato" e "determinato" come sinonimi.

Le spiegazioni psicoanalitiche come estensione della psicologia del senso comune: le


motivazioni inconsce
Le determinanti della teorizzazione psicoanalitica sono principalmente intenzioni, motivazioni,
desideri, fantasie, conflitti e tentativi di risolverli, sforzi per mantenere una certa immagine di se
ecc..
Termini quali desideri, paure... fanno parte del linguaggio psicologico popolare.
Tuttavia, quando parla di fantasie e desideri inconsci, la teorizzazione psicoanalitica può essere
concepita come un'estensione della psicologia del senso comune, mediante cui la gente comprende
se stessa e gli altri facendo riferimento a intenzioni, ragioni, desideri propri e altrui.
Inoltre, dato che gli elementi inconsci non sono facilmente accessibili, per identificarli sono
necessari speciali mezzi come per esempio l'ipnosi e la libera associazione combinata con
l'interpretazione.
Si può vedere come, quando sembra che non vi siano chiare motivazioni, intenzioni o ragioni
coscienti che spieghino il comportamento di un individuo, si possono identificare motivazioni,
intenzioni o ragioni inconsce.

Teoria clinica e metapsicologia


Sebbene la cosiddetta "teoria clinica" freudiana possa essere considerata un'estensione della
psicologia del senso comune, ciò non vale per la teoria pulsionale e per le formulazioni

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metapsicologiche.
Infatti, spiegare determinati comportamenti in termini di credenze, fantasie e desideri sessuali
inconsci resta formalmente al livello della psicologia del senso comune. E può essere compreso in
base al sillogismo pratico di Aristotele: se si ha un particolare desiderio o meta X e una credenza in
base alla quale il comportamento Y soddisferà tale desiderio o meta, allora il comportamento Y
viene considerato come motivato dal desiderio o meta X.
Quando però si passa al livello metapsicologico, e si spiega l'esistenza di determinati desideri o
mete nei termini di una sottostante teoria protobiologica di due pulsioni o si descrive il
comportamento come espressione della tendenza dell'apparato psichico a scaricare l'eccitamento o
come distribuzione della libido, non si tratta più di un'estensione della psicologia del senso comune,
né di una forma di determinismo psicologico, ma di un determinismo in cui i fenomeni vengono
spiegati mediante determinanti non psicologiche, come le pulsioni innate, la natura dell'apparato
psichico e la distribuzione della libido.
Una delle questioni molto dibattuta dalla letteratura psicoanalitica degli anni 60 era se la
metapsicologia freudiana non fosse in fondo altro che una traduzione pseudoscientifica un pò
mascherata, del discorso comune, con scarso o nullo potere esplicativo.
Ad esempio, la formulazione metapsicologica contenuta in "Introduzione al narcisismo" secondo
cui è necessario spostare la libido dall'Io agli oggetti, pena un danno dell'Io, è identica nel suo
significato all'espressione del linguaggio corrente che la precede, cioè che bisogna amare per non
ammalarsi.
Bisogna tenere conto del fatto che, anche se i concetti specificamente metapsicologici possono
essere poco esplicativi, il fatto che Freud li usi sembra implicitamente indicare che una descrizione
scientifica esaustiva dei fenomeni psicologici debba andare oltre il livello dei fenomeni stessi.
Il ricorso di Fred alla metapsicologia potrebbe rappresentare un implicito riconoscimento del fatto
che per quanto tutti i fenomeni psicologici possano essere determinati e per quanto si possano
formulare teorie utili con termini e concetti psicologici una teoria scientifica esaustiva non può
limitarsi a questo linguaggio.
E dunque, mentre la spiegazione basata sul discorso comune che descrive i comportamenti
riferendosi a desideri, motivazioni e credenze, consci e inconsci, risulta adeguata per la vita
quotidiana e anche per una psicoterapia, una teoria scientifica valida dovrà andare oltre questi
elementi e fornire una spiegazione della provenienza ed eziologia di questi stessi desideri,
motivazioni e credenze.
Secondo Ricoeur, la teoria freudiana si può considerare come una combinazione di significati e
meccanismi, una teoria clinica che utilizza il linguaggio psicologico dei desideri e delle motivazioni
unita con una teoria metapsicologica che utilizza un linguaggio non psicologico, di tipo
meccanicistico ed energetico, delle forze, della scarica, della distribuzione della libido ecc...
In conclusione, si può affermare che concetti come motivazioni e desideri inconsci sono concetti
metapsicologici, cioè concetti psicologici "come se" utili per noi solo perchè sappiamo a cosa si
riferiscono.

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Determinismo psichico e libere associazioni


Senza ipotizzare il determinismo psichico non avrebbe senso utilizzare le libere associazioni nel
trattamento psicoanalitico per giungere ai derivati dell'inconscio.
Nel periodo in cui Freud elaborava la sua teoria, l'enfasi era posta sull'influenza di fattori meccanici,
come per esempio la contiguità, sul flusso delle associazioni.
Tuttavia, le cose cambiarono quando Ach propose che una tendenza determinante, come per
esempio un'intenzione, operasse come principio organizzativo della sequenza e del flusso delle
associazioni mentali. Come osserva Rapaport, Freud ipotizzava che se un paziente comunicava il
flusso dei suoi pensieri la loro interconnessione e interrelazione avrebbe permesso di comprendere
la sua vita psichica.
Cioè egli considerava la libera associazione come la via per giungere all'inconscio.

Capitolo III: “Concezioni delle relazioni oggettuali nella teoria freudiana”


Le relazioni oggettuali e la gratificazione pulsionale
Esistono due idee fondamentali, in Freud, che dominano la sua teoria generale delle origini, dello
sviluppo e del ruolo degli oggetti e delle relazioni oggettuali nel funzionamento psichico.
La prima riguarda le origini e lo sviluppo delle relazioni oggettuali. Freud ipotizza che l'essere
umano non sia intrinsecamente orientato verso gli oggetti, ma che si rivolga ad essi con riluttanza,
sotto la pressione della gratificazione pulsionale e della scarica dell'eccitamento.
In base alla seconda idea fondamentale, che è correlata alla prima, la funzione primaria degli oggetti
e delle relazioni oggettuali è la gratificazione pulsionale e la scarica dell'eccitamento.
L'oggetto viene definito come ciò in relazione a cui, o mediante cui, la pulsione può raggiungere la
sua meta. Queste idee derivano, in ultima analisi, dal principio di costanza e dalla teoria delle
pulsioni.
Le relazioni oggettuali e la teoria pulsionale secondaria: l’attaccamento del bambino al
caregiver
Secondo Freud, inizialmente la nostra relazione con l'oggetto è caratterizzata da repulsione e odio
nei suoi riguardi, in quanto esso impone un eccitamento indesiderato, turbando lo stato di Nirvana
(stato di beatitudine spirituale, di totale assenza di passioni, dolori e sensazioni fisiche) in cui è
immerso il neonato. In seguito, superiamo tale repulsione e odio e siamo costretti a sviluppare un
interesse per gli oggetti perchè abbiamo bisogno di oggetti reali per la gratificazione pulsionale.
Nella visione freudiana vi è implicita l'idea secondo cui né le relazioni oggettuali, né il pensiero si
potrebbero sviluppare se fosse possibile scaricare l'eccitamento e gratificare le pulsioni senza
interazione con gli oggetti del mondo reale, e dunque secondo quest'ottica l'origine e l'evoluzione
delle relazioni oggettuali e del pensiero derivano dal bisogno di scaricare gli eccitamenti prodotti
dalle pulsioni.
Espressione tipica dell'iniziale concezione freudiana delle relazioni oggettuali è la reazione del
neonato alla fame.
Secondo Freud, dopo aver sperimentato la gratificazione, il neonato cerca di soddisfare la fame
attraverso l'allucinazione del seno. Tuttavia, se ciò non riesce a eliminare le tensioni della fame, non
c'è soddisfacimento, il bisogno permane e il bambino è costretto a rivolgersi agli oggetti del mondo

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reale. Di conseguenza, il neonato deve ricercare altre vie che gli consentano di stabilire la desiderata
identità percettiva, a partire dal mondo esterno.
Le relazioni oggettuali e la sessualità infantile
Il fatto che le relazioni oggettuali derivino dalla gratificazione della pulsione emerge anche nella
concezione freudiana della relazione tra pulsione e oggetto, che è acquisita e non innata.
Secondo Freud, le pulsioni sono in origine intrinsecamente prive di oggetto e la relazione tra
pulsione e oggetto è di tipo contingente ed estrinseco.
Le pulsioni sono alla ricerca della scarica, e inizialmente cercano di raggiungerla mediante
l'appagamento allucinatorio del desiderio basato sul processo primario, senza coinvolgere un
oggetto reale indipendente.
Sembra esserci un'incoerenza tra la descrizione freudiana della pulsione come priva di oggetto e le
sue riflessioni sull'allucinazione del seno. Quest'ultima presuppone, infatti, che il neonato possegga
fin da un periodo molto precoce una qualche concezione dell'oggetto, cioè del seno.
Laplanche, afferma che il bambino sin dall'inizio desidera l'oggetto, non solo il soddisfacimento, ma
l'oggetto ad esso associato. Desiderare o allucinare il seno quando si ha fame, e quindi avere in
qualche modo il concetto di seno, significa essere in grado, anche se a livello primitivo, di pensare e
desiderare un oggetto, di rispondere sulla base di una qualche idea di una relazione mezzi-fini e di
una prima forma di esame di realtà.
L'allucinazione del seno richiede una certa capacità di rappresentazione, di memoria e di costanza
oggettuale, e di una conoscenza primitiva del fatto che un oggetto, il seno, è necessario per il
soddisfacimento.
La natura autoerotica della sessualità infantile10

10
Lo sviluppo psico-sessuale è il processo evolutivo dove la sessualità attraversa una serie di tappe, o processi, mai
compiutamente superate che lasciano dietro di sé la disposizione al regredire patologico. Queste tappe possono
essere individuate sulla base della considerazione degli organi e delle funzioni del corpo la cui stimolazione
produce piacere e la cui attività permette di alleviare la tensione. La fase orale, interessa il primo anno di vita e
in cui l’attività sessuale non è chiaramente distinta dall’assunzione del cibo, cioè il piacere deriva fondamentalmente
dalla bocca. La fase sadico-anale, in cui il piacere deriva dalle mucose legate alla defecazione, questa fase è
caratterizzata da una forte ambivalenza e in essa è evidente quell’antagonismo tra attività e passività che per Freud
pervade tutta la vita sessuale. Inoltre, in queste prime due fasi che sono definite pre-genitali, dove le zone genitali
non hanno assunto un ruolo di rilievo. La fase fallica che percorre la configurazione definitiva della vita sessuale. In
questa fase, che deve la propria denominazione al fatto che il bambino attribuisce il fallo a entrambe i sessi, in
questa fase la sessualità infantile raggiunge sia l suo apice che il suo tramonto. Il suo esordio è collocabile intorno al
terzo anno di vita, è connesso alla minzione e con l’attivazione di una serie di pulsioni parziali che suscitano i
primordini dell’attività di ricerca e che portano il bambino a risolvere con tutte le sue capacità cognitive l’enigma
della sfince. In questa fase prende avvio il Complesso di Edipo (riprende la mitologia greca dell’edipo re) e tutto lo
sviluppo della sessualità infantile. Proprio perché il bambino sperimenta il bisogno di accudimento di altre persone e
vive con i genitori, il bambino inizia a nutrire desideri erotici nei confronti del genitore del sesso opposto e di
sentimenti ostili o ambivalenti nei confronti del genitore dello stesso sesso. Il bambino sviluppa un attaccamento
erotico nei confronti della madre, una chiara predilezione sessuale per lei mostrando una forte ambivalenza nei
confronti del padre, verso cui nutre sentimenti di tenerezza e contemporaneamente lo considera un rivale di cui deve
sbarazzarsi. Invece, la bambina sviluppa una predilezione erotica per il padre e un’ostilità nei confronti della madre.
Quindi, il genitore del sesso opposto costituisce sia il maschio che per la femmina il primo oggetto d’amore, quindi,
la prima scelta oggettuale è di natura incestuosa. Gli effetti della risoluzione del complesso di Edipo, le cui vicende

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Secondo la teoria freudiana, il neonato si attacca al proprio caregiver principalmente per il ruolo di
quest'ultimo nel gratificare la pulsione della fame e per i piaceri sensuali associati alle zone erogene
che il caregiver stimola nell'accudirlo e assisterlo.
Riguardo al primo elemento, in uno scritto piuttosto tardo, Freud afferma che l'amore nasce in
appoggio al bisogno soddisfatto del nutrimento.
Sebbene citino anche altri fattori, sia Freud che Anna Freud, pongono l'accento sulla riduzione della
pulsione della fame come base primaria dell'attaccamento del bambino al caregiver.
Si potrebbe pensare che l'oggetto principale dell'interesse psicoanalitico fossero la stimolazione e il
piacere orali, piuttosto che la soddisfazione dello stimolo della fame. Tuttavia, è probabile che
Freud si sia concentrato sulla fame in quanto, a differenza dei piaceri sensuali associati alla
stimolazione delle zone erogene, essa possiede le caratteristiche tipiche della pulsione, ovvero la
ciclicità (l'aumento dell'eccitamento e della tensione nel momento della fame) e la successiva
riduzione o scarica dell'eccitamento una volta soddisfatto lo stimolo.
L'affermazione che il bambino si attacca al caregiver principalmente per il ruolo di quest'ultimo nel
ridurre la tensione associata alle pulsioni primarie (fame) non è che l'espressione di una teoria della
pulsione secondaria, applicata all'attaccamento bambino-caregiver.
Il caregiver assume, dunque, proprietà pulsionali secondarie in virtù del fatto di venir associato alla
riduzione di una pulsione primaria (la fame).
Il resoconto di René Spitz sugli effetti della deprivazione materna sullo sviluppo del neonato è
conforme all'affermazione secondo cui le relazioni oggettuali sono subordinate alla gratificazione
pulsionale. La descrizione di Spitz degli effetti della deprivazione materna deriva interamente dalla
teoria pulsionale. Secondo l'autore, nello scambio emozionale con l'oggetto d'amore si scaricano sia
la pulsione aggressiva, sia la pulsione libidica. La perdita dell'oggetto d'amore interrompe la scarica
di entrambe le pulsioni.
In altri termini, Spitz attribuisce l'indebolimento e le altre conseguenze dannose della deprivazione
materna all'assenza di un oggetto sul quale il neonato possa scaricare le proprie pulsioni aggressive
e libidiche. L'accumularsi di queste pulsioni e il fallimento della scarica impediscono e
compromettono lo sviluppo del bambino.
Tuttavia, all'interno della psicoanalisi il rifiuto della teoria della pulsione secondaria svolge un ruolo
fondamentale per la nascita della teoria delle relazioni oggettuali e della teoria dell'attaccamento.

saranno completamente rimosse sono molteplici e si estendono a tutte le relazioni del bambino con il padre e la
madre e più tardi con i futuri partner. Nel caso della bambina sarà il riconoscimento di non avere il pene ad segnare
l’avvio del complesso edipico, quindi, la bambina non riesce a perdonare alla madre di averla fatta nascere senza
pene di cui invidia il maschio per il suo possesso, abbandona la madre come oggetto d’amore che viene sostituito
con il padre. Inoltre, la bambina si indentifica con la madre ma vuole sostituirsi a lei presso il padre così odia la
madre precedentemente amata per due ordini di motivi la gelosia e l’umiliazione derivante dal pene non
concesso. Il complesso edipico è fondamentale per leggere le psico-nevrosi e per la comprensione delle
manifestazioni sessuali osservabili sia nell’uomo che nella donna. Dopo la vicenda edipica la vita sessuale del
bambino vive un periodo silente, definito, fase di latenza per poi ripresentarsi in tutta la sua vivacità con il risveglio
puberale. Nella fase genitale si determina la strutturazione definitiva della vita sessuale, le zone erogene delle fasi
precedenti organizzate sotto il primato dei genitali, concorrono con la loro capacità di fornire piacere al pieno del
soddisfacimento sessuale.

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Sessualità infantile e attaccamento


Come osservato, un'integrazione all'ipotesi secondo cui le relazioni oggettuali che si manifestano
nell'attaccamento del bambino al caregiver derivino dalla riduzione della fame è quella che le mette
in relazione con la sessualità infantile, cioè con i piaceri sensuali derivanti dalla stimolazione delle
zone erogene.
Secondo questa prospettiva, l'attaccamento del bambino alla madre non dipende dalla riduzione
della pulsione o della tensione indotta dalla fame, ma dai piaceri sensuali associati alle cure
materne.
In apparente accordo con questa prospettiva, Anna Freud afferma che il bambino ha una
predisposizione innata a investire di libido una persona che gli procura esperienze piacevoli. Non è
chiaro però a che tipo di esperienze l'autrice si riferisca.
Nella teoria pulsionale e nel principio di piacere, il piacere e il dispiacere sono definiti in modo
quantitativo, rispettivamente come la scarica e l'accumulo di eccitamento o tensione.
Questa prospettiva teorica non è facilmente adattabile ai piaceri legati alla stimolazione delle zone
erogene, dove la questione dell'accumulo e della scarica non si pone. Infatti, i piaceri derivanti dalla
stimolazione delle zone erogene sono di natura sensuale e qualitativa.
Da un punto di vista teorico il tipo di piacere coinvolto fa una grande differenza.
Affermando che il bambino ha una predisposizione innata a investire di libido una persona che gli
procura esperienze piacevoli, se ci si riferisce al piacere derivato dalla riduzione pulsionale, si
conferma la teoria della pulsione secondaria.
L'elemento nuovo e importante è il riconoscimento della predisposizione innata del bambino
all'investimento oggettuale, che sostituisce la riluttanza a mettersi in relazione.
Tuttavia, l'accento sui piaceri sensuali associati alla stimolazione delle zone erogene come base
dell'attaccamento madre-bambino è compatibile con la teoria del rinforzo secondario
dell'attaccamento in una versione non basata sulla riduzione delle pulsioni.
Il bambino si attacca al caregiver perchè quest'ultimo è associata ad un piacere e probabilmente non
lo farebbe se così non fosse.
La formulazione di Anna Freud contiene due elementi: uno è il riconoscimento che nel bambino vi è
una predisposizione innata a sviluppare un attaccamento, e già questo elemento rappresenta uno
scostamento significativo dalla prospettiva freudiana; il secondo elemento riguarda il fatto che la
tendenza innata a sviluppare l'attaccamento è rivolta verso la persona specifica che procura
esperienze piacevoli associate alle zone erogene e alla sessualità infantile.
La natura triangolare delle relazioni oggettuali: la situazione edipica
Secondo Freud, la sessualità infantile non ha ancora un oggetto sessuale, ma è autoerotica, ed è solo
con l'inizio della pubertà che la pulsione sessuale trova un oggetto sessuale.
Tale affermazione sembra contraddire la posizione di Anna Freud secondo cui il neonato investe di
libido la persona che gli procura esperienze piacevoli, in quanto ciò implica l'esistenza di un oggetto
e di una relazione oggettuale, nonché l'istituzione di una connessione tra le esperienze piacevoli e la
persona che le procura.
Il succhiare il pollice e la masturbazione possono essere considerate come espressioni della natura
autoerotica della sessualità infantile. Nel primo caso, l'oggetto è parte del corpo del bambino e non

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vi è nessuna relazione oggettuale. Nel caso della masturbazione, per quanto si possa evocare un
oggetto, esso resta un prodotto immaginario della fantasia.
Si può notare come nella prospettiva di Freud vi sia una contraddizione: tra affermare che è solo
con la pubertà che la pulsione sessuale, fino a quel momento autoerotica, trova un oggetto sessuale,
e insistere sull'intensità dei desideri incestuosi rivolti all'oggetto durante la fase edipica, molto
prima che inizi la pubertà.
Freud non ha mai affrontato nei suoi scritti questa apparente contraddizione tra la teoria della fase
edipica e l'affermazione che l'istinto sessuale resta autoerotico fino al sopraggiungere della pubertà.
Considerando la sessualità infantile come autoerotica fino alla pubertà, Freud ignora il complesso di
Edipo.
Le relazioni oggettuali e il narcisismo
In un saggio del volume Sessualità infantile e attaccamento, Widlocher cerca di delineare quelle che
sono secondo lui le implicazioni logiche della natura autoerotica della sessualità infantile e la
relazione tra sessualità infantile, attaccamento e sviluppo delle relazioni oggettuali.
Secondo l'autore, mentre lo sviluppo dell'attaccamento e dell'amore oggettuale coinvolge una
persona reale, la sessualità infantile si forma come risultato di una richiesta interna e raggiunge il
soddisfacimento mediante un'attività psichica o autoerotica. Inoltre, nella sessualità infantile
l'oggetto non è che l'attore convocato per assumere un ruolo sulla scena immaginaria. L'oggetto è
intercambiabile e può assumere differenti ruoli nella stessa rappresentazione. L'appagamento del
desiderio è la meta ricercata e la fonte del piacere.
Nella concezione di Widlocher, sebbene le fantasie autoerotiche della sessualità infantile possano
contemplare un oggetto, si tratta di un oggetto fantastico e intercambiabile, e non di una persona
reale. L'oggetto ha un ruolo interamente opportunistico e strumentale, è totalmente al servizio del
soddisfacimento del desiderio e del piacere.
Il prototipo di questo tipo di oggetto è il seno allucinato, frutto dell'appagamento di desiderio e della
ricerca del piacere immediato. Anche se il seno allucinato può essere visto come oggetto e la
relazione del bambino con esso come una forma di relazione oggettuale, essi, secondo Widlocher,
non si qualificano come attaccamento e non rimandano all'amore oggettuale. Al contrario, il
persistere delle fantasie erotiche della sessualità infantile rappresenta il principale impedimento
all'attaccamento e all'amore oggettuale rivolti a una persona reale.
Secondo Widlocher, la psicoanalisi clinica e forse anche la teoria psicoanalitica hanno poco a che
vedere con le origini e la natura delle relazioni oggettuali con le persone reali, e poco da dirci in
proposito. Ciò su cui hanno molto da dirci sono i modi in cui la sessualità infantile utilizza le
fantasie autoerotiche e le modalità primarie di appagamento di desiderio per creare scenari
immaginari e una relazione immaginaria con l'oggetto.
In quest'ottica, il compito principale della psicoanalisi è quello di identificare ed esplorare nella vita
psichica questi scenari immaginari e questa relazione immaginaria con l'oggetto, nonché le modalità
con cui essi invadono, interferiscono ed entrano in conflitto con una relazione reale con un oggetto
reale.
In accordo con Widlocher, Scarfone afferma che la sessualità infantile non è un oggetto a sé stante
all'interno del campo psicoanalitico, ma rappresenta il vero e proprio oggetto di analisi.

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Inoltre, secondo tale autore bisogna collocare al di fuori del dominio specifico della psicoanalisi il
comportamento di attaccamento, l'amore primario e la sessualità infantile intesa nei suoi aspetti di
continuità con la sessualità adulta.
In altre parole Widlocher, Scarfone e altri analisti freudiani affermano che nella pratica clinica il
loro principale obiettivo interesse è cercare di identificare nella vita psichica adulta i derivati della
sessualità infantile, ovvero l'appagamento di desiderio basato sul processo primario, le fantasie
autoerotiche e una relazione immaginaria con l'oggetto di tipo primario.
Pertanto, quando ascoltano i racconti di un paziente sulle sue relazioni, essi considerano l'altro solo
come l'attore convocato per assumere un ruolo sulla scena immaginaria.
La psicoanalisi clinica, dunque, si occuperebbe di comprendere gli ostacoli, soprattutto legati alle
fantasie autoerotiche, che si frappongono all'amore oggettuale. Non si occupa direttamente di
quest'ultimo, ma una volta affrontati quegli ostacoli, l'amore oggettuale si occuperebbe di se stesso.
In quest'ottica, la psicoanalisi clinica si rivolge principalmente alle forze nella psiche adulta che
sono in conflitto con l'attaccamento e l'amore nei confronti dell'oggetto reale, e non al processo
attraverso cui si sviluppano quell'amore e quell'attaccamento.
Secondo Andrè e Green, le teorie sull'origine dell'attaccamento madre-bambino si basano sulle
osservazioni del bambino reale o osservato, che si contrappone al bambino vero della psicoanalisi
che non è affatto il bambino osservato o reale.
Questi autori sembrano ammettere che una tendenza innata di ricerca oggettuale, un amore
oggettuale primario e un sistema innato di attaccamento istintuale formino la base per l'istaurarsi di
un attaccamento madre-bambino e di relazioni oggettuali, rinunciando così all'assunto di Freud e
Anna Freud secondo cui sono la riduzione della fame o la sessualità infantile a porre le basi per lo
sviluppo delle relazioni oggettuali.
In realtà, essi ritengono che la psicoanalisi tradizionale non fornisce una teoria adeguata delle
origini delle relazioni oggettuali, e riconoscono implicitamente la validità delle critiche alla teoria
classica delle relazioni oggettuali.
Psicologia dell’Io e relazioni oggettuali
Una caratteristica distintiva e fondamentale della teoria freudiana è l'accento posto sulla
triangolarità edipica delle relazioni oggettuali, che si sviluppa a un certo punto della vita infantile.
A differenza delle teorie contemporanee, che danno importanza all'influenza sullo sviluppo
individuale delle esperienze pre-edipiche della diade madre-bambino, nella teoria freudiana il
conflitto edipico e il modo in cui il bambino lo risolve assumono un ruolo primario nello sviluppo
psicologico, che include la formazione dell'identità di genere e del Super-Io, la successiva scelta
oggettuale e la predisposizione alla nevrosi.
Mentre la fissazione ai primi stati psicologici può influenzare la formazione del carattere, è la fase
edipica che ha conseguenze più gravi sullo sviluppo psicologico futuro.
Nella teoria freudiana la fase edipica rappresenta l'espressione più chiara di uno stadio di sviluppo
psicosessuale dove entra in gioco una relazione oggettuale. Mentre la sessualità infantile, durante le
altri fasi è prevalentemente confinata alle zone erogene del corpo, nella fase edipica sia i desideri
incestuosi sia quelli aggressivi del bambino sono rivolti verso l'esterno, verso un altro. Sebbene il
bambino possa creare una connessione secondaria tra i piaceri della sessualità infantile e il

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caregiver, è solo nella fase edipica che i suoi impulsi e desideri sono attivamente rivolti verso
un'altra persona. Nella fase edipica, il bambino non è semplicemente il ricettacolo passivo di piaceri
sensuali dispensati dal caregiver, ma sperimenta fantasie e desideri attivi diretti verso l'esterno.
Sebbene la fase edipica segni l'emergere delle relazioni oggettuali, si tratta di relazioni che nascono
da impulsi sessuali e aggressivi, e che sono immerse sin dall'inizio nel conflitto che inizialmente è
esterno e riguarda il contrasto tra i propri impulsi e la minaccia del genitore dello stesso sesso, ma
che poi viene interiorizzato mediante l'identificazione con l'aggressore, sotto forma di conflitto tra
pulsioni e Super-Io.
A differenza della situazione pre-edipica, in cui il neonato è costretto a rivolgersi agli oggetti e a
spostare la libido dall'Io all'oggetto a causa del fallimento dell'appagamento allucinatorio del
desiderio, l'emergere dei desideri edipici non derivano dalle richieste della realtà né dalla necessità
di evitare un eccitamento eccessivo, ma vi è un naturale (geneticamente programmato) dispiegarsi
psicosessuale di impulsi rivolti all'oggetto.
Dunque, Freud qui postula che la sessualità infantile, nonché il narcisismo, segua uno sviluppo
naturale programmato, durante il quale il bambino diviene sempre più orientato verso l'oggetto.
Le relazioni oggettuali e il narcisismo
In "Introduzione al narcisismo" Freud suggerisce che inizialmente la libido è investita soltanto
nell'Io e non negli oggetti.
Freud afferma che vi è un investimento libidico originario dell'Io di cui una parte viene
successivamente ceduta agli oggetti. Tuttavia, sebbene parte della libido venga ceduta agli oggetti,
noi siamo dominati da una tendenza di base a ritirare l'investimento libidico dagli oggetti e
riportarlo sull'Io.
Per Freud un eccessivo investimento libidico dell'oggetto (come avviene nell'innamoramento)
comporta l'esaurimento dell'Io.
L'affermazione di Freud secondo cui innamorarsi o amare esauriscono l'Io si scontra con
l'esperienza delle persone innamorate, che di solito affermano di sentirsi più allegre e piene di
energia piuttosto che esaurite, soprattutto se l'amore è corrisposto. Questo è un esempio di una
formulazione basata soprattutto su un'ipotesi teorica che ha uno scarso legame con l'osservazione
empirica, ovvero l'ipotesi che a causa delle riserve limitate, la libido rivolta a un oggetto viene
sottratta all'Io o al Sé, come una sorta di vasi comunicanti.
Tuttavia, nonostante la nostra riluttanza a investire gli oggetti, Freud scrive, in modo poetico, che
prima poi bisogna cominciare ad amare per non ammalarsi e se, a causa di una frustrazione, si
diviene incapaci di amare, inevitabilmente ci si ammala.
Questa affermazione lirica è immediatamente spiegata in un linguaggio metapsicologico: nel nostro
apparato psichico è presente un meccanismo che ha il compito di controllare gli eccitamenti che
altrimenti risulterebbero tormentosi o produrrebbero effetti patogeni.
Prendendo in considerazione il principio di costanza, si chiarisce che secondo Freud bisogna
investire gli oggetti di libido (cioè si deve amare) per impedire un eccitamento eccessivo derivante
da un'esagerata quantità di libido investita sull'Io.
In breve, come nel caso dell'allucinazione del seno e della pulsione della fame, occorre rivolgersi
agli oggetti per evitare un eccitamento eccessivo, e dunque in entrambi i casi siamo costretti a

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rivolgerci agli oggetti in quanto necessari per ridurre l'eccitamento.


Da notare però che nel contesto dello sviluppo narcisistico, la spinta a rivolgersi agli oggetti non
deriva dal ruolo dell'oggetto nella gratificazione pulsionale, ma dalla necessità di sottrarre la libido
dall'Io per evitare che esso venga danneggiato da un eccitamento eccessivo.
Si può notare come in "Introduzione al narcisismo" vi sia un'interessante ironia nella visione delle
relazioni oggettuali. Infatti, da un lato viene ribadita l'idea di fondo secondo cui ci rivolgiamo agli
oggetti solo perchè risultano necessari per evitare un eccitamento eccessivo. Dall'altro, nonostante
la nostra riluttanza la capacità di avere relazioni oggettuali, in particolare la capacità di amare
l'oggetto, è cruciale per un funzionamento sano.
In questo senso, e ironicamente, la teoria freudiana risulta essere non solo una teoria delle relazioni
oggettuali, ma anche una teoria che pone al centro la capacità di amore oggettuale.
Psicologia dell'Io e relazioni oggettuali
Una delle affermazioni fondamentali della Psicologia dell'Io è l'idea che le funzioni dell'Io (per
esempio il pensiero) si sviluppino in modo autonomo rispetto alla gratificazione pulsionale.
Dunque, in contrapposizione all'idea freudiana di un pensiero che rappresenta una via indiretta per
la gratificazione, gli psicoanalisti dell'Io sostengono che in un ambiente mediamente prevedibile, il
pensiero e altre funzioni dell'Io, si sviluppano in modo indipendente dalla gratificazione pulsionale.
La stessa affermazione non è stata fatta riguardo allo sviluppo delle relazioni oggettuali, infatti
sebbene la psicologia dell'Io abbia proposto l'autonomia del pensiero, non ha esteso
quest'autonomia alle relazioni oggettuali, nonostante la spiegazione freudiana delle origini del
pensiero è molto simile a quella delle relazioni oggettuali.
Freud distingueva le pulsioni in base a quattro aspetti: la fonte, la meta, l'oggetto e l'elemento
motorio. Mentre la meta del desiderio pulsionale è la scarica, l'oggetto è il mezzo attraverso cui la
meta viene raggiunta. L'oggetto è dunque una componente della pulsione. Se nella teoria freudiana
le relazioni oggettuali sono tanto immerse nella gratificazione pulsionale, ipotizzare l'autonomia
delle relazioni oggettuali avrebbe voluto dire rinunciare a un principio fondante della teoria
freudiana. Hartmann e altri psicologi dell'Io non erano pronti a farlo.
La paradossale centralità delle relazioni oggettuali nella teoria freudiana
Anche se all'inizio ci rivolgiamo agli oggetti con riluttanza e persiste in noi la tendenza a farne a
meno, la nostra capacità di investire emotivamente e relazionarci con gli oggetti secondo modalità
specifiche rappresenta nella teoria freudiana il nucleo del funzionamento sano.
Freud afferma che se si vuole ottenere la gratificazione pulsionale e non ammalarsi, bisogna
investire gli oggetti di libido; e anche se la relazione tra pulsione e oggetto è contingente e variabile,
l'oggetto è ciò attraverso cui la pulsione può raggiungere la sua meta, rappresenta dunque una
componente essenziale della pulsione.
L'oggetto non è semplicemente una cosa esterna, ma è anche una cosa investita libidicamente di cui
la pulsione ha bisogno per raggiungere la propria meta.
Inoltre, fin dall'inizio il bambino non solo per il soddisfacimento, ma in sé per sé.
In "Introduzione al narcisismo" Freud afferma che bisogna amare per non ammalarsi e
metapsicologizza tale affermazione parlando della necessità dell'Io di evitare di essere inondato da
un'eccessiva libido egoica.

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Freud qui assimila al principio di costanza, l'intuizione di base che non vi possa essere integrità
psichica senza legami cognitivi ed emozionali con gli oggetti del mondo, indipendentemente dal
fatto che essi siano o meno fonte di gratificazione pulsionale.
Sempre nello stesso scritto, parlando dell'importanza vitale di investire libidicamente gli oggetti,
Freud non fa cenno alla gratificazione pulsionale. Sebbene gli specifici oggetti investiti possano
essere associati alla gratificazione e al piacere, il bisogno di investimento libidico su oggetti al di
fuori di se stessi sembra essere un imperativo psicobiologico. Non riuscire a farlo può avere gravi
conseguenze psichiche.
Inoltre, in "Introduzione al narcisismo" Freud abbandona il principio del Nirvana e lo sostituisce
con l'idea secondo cui il funzionamento psichico dipende dalle relazioni oggettuali.
L'apparente paradosso sta nel fatto che solo amare l'oggetto per se stesso può preservarci dalla
malattia e salvaguardare la nostra integrità psichica, che si fonda sia sul riconoscere l'oggetto sia
sull'essere da esso riconosciuti. Sebbene quest'ultima situazione renda il soggetto vulnerabile al
rischio di perdite e ferite narcisistiche, questo è un modo di interpretare l'affermazione freudiana
secondo cui siamo sempre pronti a ritirare la libido sull'Io quando si presenta un pericolo, resta il
fatto che l'assenza di amore oggettuale comporta un rischio maggiore.
Secondo questa prospettiva, nell'individuo avviene un conflitto tra il mantenimento
dell'investimento libidico oggettuale (l'amore oggettuale) e il ritiro di quest'investimento e il ricorso
a modalità autoerotiche di appagamento che aggirano l'oggetto reale.
Nel distinguere tra il legame con gli oggetti del mondo reale e il caratteristico autoerotismo della
sessualità infantile, Widlocher individua una tensione di fondo tra forze interne al soggetto che
lottano per stabilire legami con gli oggetti reali, ovvero per ottenere l'amore oggettuale, e forze
immerse nella sessualità infantile che cercano di ottenere il piacere mediante l'appagamento
allucinatorio, dove l'oggetto non è assente ma è solo convocato per assumere un ruolo sulla scena
immaginaria e pertanto non può contribuire al soddisfacimento reale.
Nonostante la capacità di amore oggettuale sia considerata un aspetto fondamentale per la salute e
l'integrità psichica, nella teoria classica non c'è una giustificazione sistematica del perchè le cose
stiano così, e questa è una profonda lacuna teorica.
L'unica spiegazione di Freud presenta diverse carenze: è derivata dal principio di costanza,
considera l'oggetto solo in funzione utilitaristica e strumentale, la conseguenza dell'amore
oggettuale è un esaurimento dell'Io.
Questa lacuna è riconosciuta dagli analisti freudiani francesi, che identificano come terreno
principale dell'intervento psicoanalitico l'analisi degli ostacoli, dipendenti dalla sessualità infantile
autoerotica, che si frappongono alla capacità di amore oggettuale.
Una volta superati questi ostacoli, l'amore oggettuale è una questione di costituzione individuale,
vicende di vita e altri fattori esterni alla situazione clinica.
Dunque, si potrebbe affermare che dalla prospettiva freudiana l'obiettivo della psicoanalisi è
l'identificazione e la comprensione degli aspetti della vita psichica che ostacolano la possibilità di
accedere all'amore oggettuale. In questo senso, paradossalmente, la teoria freudiana è sia una teoria
delle relazioni oggettuali sia una teoria priva di un'adeguata spiegazione delle origini e della
necessità delle relazioni oggettuali.

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Secondo Freud, all'inizio respingiamo l'interazione con gli oggetti e siamo restii ad investirli.
Tuttavia, impariamo presto che gli oggetti sono vitali da molti punti vista, ma nonostante ciò
continuano ad esserci in noi le tendenze primitive di aggirare gli oggetti e farne a meno, come
dimostrano il processo di pensiero primario e la fantasia, che entrano in conflitto con i nostri sforzi
di raggiungere l'oggetto reale.
Dunque, sebbene Freud postuli un ricorso riluttante agli oggetti, che ci viene imposto dalle richieste
interne e dalla natura della realtà, la psicoanalisi freudiana può essere vista come una teoria che dà
un ruolo fondamentale alle relazioni oggettuali.
Capitolo IV:
”Concezioni della psicopatologia nella teoria freudiana”
Il principale terreno di applicazione e centro di interesse della teoria freudiana della psicopatologia
sono le psiconevrosi. Come scrive Waelder: bisogna ricordare che questa teoria si riferisce
all'isteria, alle fobie e alle nevrosi ossessivo-compulsive e non necessariamente ai casi di diffuso
disadattamento e disperazione che oggi vengono descritti da diversi autori.
Già molti anni prima, Anna Freud affermava che la particolare relazione tra Io e Es sulla quale si
basava la loro tecnica era valida solo per i disturbi nevrotici.
Il conflitto interno
Sin dai suoi primi scritti sull'isteria, Freud identifica come principale causa della psicopatologia la
presenza di un conflitto interno irrisolto.
I sintomi isterici derivano da un'incompatibilità fra l'Io e una rappresentazione che si presenta ad
esso, cui l'individuo cerca di rimediare mediante la rimozione. Sebbene la rimozione possa dare
sollievo evitando l'esperienza conscia dell'incompatibilità, essa lascia all'individuo il peso di un
parassita che vive nella sua mente e che minaccia l'unità e l'integrità della personalità.
La personalità dell'isterico, così come quella del nevrotico è divisa e non integrata.
Questa idea iniziale viene articolata, rielaborata e integrata nella teoria freudiana delle nevrosi in
modo da includere i seguenti aspetti:
Le idee incompatibili con l'Io sono principalmente in relazione con desideri sessuali e aggressivi
infantili carichi di angoscia, che vengono rimossi in quanto associati a situazioni di pericolo di
perdita dell'oggetto e dell'amore dell'oggetto, castrazione e punizione da parte del Super-Io
Nonostante la rimozione, i desideri correlati alle pulsioni continuano a premere per il
soddisfacimento e l'espressione.
Quando i desideri legati alle pulsioni minacciano di raggiungere la coscienza, si produce una
piccola angoscia (angoscia segnale) che funge da segnale di pericolo, che a sua volta attiva
automaticamente la rimozione, impedendo l'accesso alla coscienza di quei contenuti pericolosi; la
rimozione, da parte sua, impedisce che l'angoscia si sviluppi in tutta la sua potenza. Questo
meccanismo agisce come un sistema a feedback negativo.
Quando per qualsiasi ragione la rimozione fallisce e vi è una minaccia reale di ritorno del rimosso,
l'angoscia bloccata dalla rimozione non può più essere arrestata, e l'angoscia segnale può sfociare in
un'angoscia traumatica (per esempio un attacco d'ansia).
I sintomi nevrotici, come le fobie, le compulsioni e le ossessioni, rappresentano tentativi di legare
l'angoscia, cioè agiscono come una seconda linea di difesa, che agisce in seguito al fallimento della
rimozione. Anche i sintomi nevrotici sono formazioni di compromesso (disadattive), caratterizzate

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da una gratificazione parziale e mascherata dei desideri proibiti.


Sebbene i sintomi nevrotici abbiano lo scopo adattivo di legare l'angoscia e consentire una parziale
scarica della pulsione, l'individuo avrà come conseguenza un funzionamento alterato e la presenza
nella propria vita psichica di esperienze estranee all'Io. Dover ricorrere a una seconda linea di difesa
riflette, dunque, un livello di funzionamento maggiormente regressivo.
Quando la prima linea di difesa fallisce, entra in azione la seconda.
La teoria delle pulsioni e il conflitto interno: un modello pulsione difesa
Nel sistema freudiano il conflitto interno coinvolto nella nevrosi viene messo in relazione con
impulsi sessuali e aggressivi universali rimossi. L'esempio più importante di un tale conflitto che
coinvolge sia i desideri sessuali che aggressivi è il conflitto edipico, in cui si hanno desideri
incestuosi per il genitore del sesso opposto e desideri ostili per il genitore dello stesso sesso.
Nell'ambito della teoria pulsionale, la nevrosi e il funzionamento psichico generale vengono
descritti nei termini di un modello pulsione-difesa, in cui il funzionamento psichico si organizza
intorno a moti pulsionali, come i desideri edipici, e difese contro questi impulsi e desideri, cioè
contro il loro emergere alla coscienza e la loro traduzione in azione.
In quanto i moti pulsionali provengono dall'Es e la difesa è una funzione dell'Io, il modello
pulsione-difesa può essere visto come conflitto tra due strutture della personalità, l'Es e l'Io.
Secondo questa prospettiva, la nevrosi comporta una divisione della personalità, e quindi la
presenza di parti in lotta nello stesso individuo.
Se si prende in considerazione questa concezione della patologia, l'obiettivo primario del
trattamento sarà aiutare a ripristinare l'unità e l'integrità della personalità attraverso la risoluzione
del conflitto interno o l'elaborazione di formazioni di compromesso più adattive.
I conflitti edipici e le loro vicissitudini
Al centro della teoria freudiana delle nevrosi vi sono i conflitti edipici e le modalità più o meno
adeguate con cui vengono risolti.
Nella terza parte della "Introduzione alla psicoanalisi", Freud afferma che la nevrosi è causata da
un'interazione tra fissazione della libido (il fattore interno) e frustrazione (il fattore esterno).
Un esempio emblematico dell'operare di questi due fattori sono i desideri incestuosi edipici.
Inoltre, il complesso di edipo è la situazione in cui è più probabile che i desideri aggressivi e
sessuali conflittuali provochino angoscia in risposta alle situazioni di pericolo della minaccia di
castrazione e degli attacchi del Super-Io, come punizione per i desideri incestuosi e ostili.
Freud descrive diversi sintomi specifici e altre conseguenze psicopatologiche legate alla non
risoluzione del complesso di edipo. Per esempio attribuisce l'impotenza psichica maschile ad una
fissazione incestuosa alla madre o alla sorella, che non è stata mai superata.
Descrive inoltre l'incapacità di provare verso la stessa persona sia il desiderio sessuale (la corrente
sensuale) sia l'amore (la corrente di tenerezza), incapacità per cui queste persone "dove amano non
provano desiderio, e dove lo provano non possono amare", questo modello non è riferito solo agli
uomini, ma anche alle donne. Infatti, Freud scrive che alcune donne ritrovano la capacità di avere
sensazioni normali appena si sia ristabilita, mediante una relazione amorosa clandestina, la
condizione del divieto: infedeli al marito, sono capaci di riservare all'amante una fedeltà di
second'ordine.

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Secondo Freud, in entrambi i sessi, la normalità della vita sessuale è garantita dall'esatto coincidere
delle due correnti dirette verso l'oggetto e la meta sessuale, la corrente di tenerezza e quella
sensuale. In altri termini, una vita sessuale normale è possibile solo se si sono risolti in maniera
adeguata i conflitti edipici, ed è caratterizzata dall'integrazione della corrente sensuale e di quella di
tenerezza, cioè dalla capacità di provare sia amore sia desiderio nei confronti dello stesso oggetto.
Per Freud i conflitti edipici si possono considerare risolti in maniera adattiva, quando vi è la
rinuncia dei desideri incestuosi verso il genitore di sesso opposto e l'identificazione con il genitore
del proprio sesso, un percorso che ha un ruolo cruciale nella formazione del Super-Io. Anche
l'identificazione con il genitore del proprio sesso comporta una rinuncia, la rinuncia ai desideri
ostili.
La rinuncia ai desideri incestuosi pone le basi per trovare un oggetto d'amore al di fuori della
famiglia, mentre la rinuncia ai desideri ostili pone le basi per il perseguimento di mete ambiziose e
competitive senza la paura di ritorsioni, cioè senza angoscia di castrazione.
In quest'ottica, un'inadeguata risoluzione dei conflitti edipici rappresenta un fattore primario per lo
sviluppo di una nevrosi, che altro non è che l'incapacità di amare e di lavorare.
Dal trauma esterno alle fantasie e ai desideri endogeni
Nonostante l'iniziale enfasi sul trauma, il nucleo del conflitto interno è ora rappresentato da fantasie
e desideri inconsci (per esempio desideri incestuosi) che sono inaccettabili sia per l'individuo che
per la società.
O meglio, diventano inaccettabili per l'individuo in seguito all'interiorizzazione delle proibizioni
sociali trasmesse dalle figure genitoriali.
Sostituendo l'ipotesi della seduzione con quella delle fantasie e dei desideri interni come fonte
primaria della nevrosi, Freud passa da una teoria del trauma in cui quest'ultimo è rappresentato da
un evento esterno (per esempio la seduzione) a una teoria del conflitto interno.
In questo processo Freud si discosta sempre più dalle ipotesi di Janet, cioè non solo rifiuta l'ipotesi
di Janet di una debolezza costituzionale come fattore primario dell'isteria, ma rifiuta anche il ruolo
attribuito da Janet al trauma esterno, sostituendolo con un conflitto interno, con una frattura della
personalità che non deriva da una debolezza costituzionale né da un trauma esterno, ma è il risultato
di un conflitto tra diverse parti di sé.
Anche se rifiuta la debolezza costituzionale come principale causa dell'isteria, Freud approva il
ruolo dei fattori ereditari nella nevrosi grazie al concetto di "serie complementare" che è un modello
stress-diatesi, caratterizzato dall'interazioni di fattori predisponenti e precipitanti nello sviluppo
della patologia.
Freud rifiuta dunque la teoria del trauma che identifica il trauma con un singolo evento esterno, e
afferma che il trauma è interno e radicato nel conflitto e nella natura della relazione tra l'Es e l'Io.
Per Freud il pericolo principale che minaccia l'organismo è essere invaso da un eccitamento
eccessivo che va oltre le capacità di gestione dell'individuo, e che la fonte primaria di tale pericolo è
l'eccitamento prodotto dalle pulsioni.
Impedendo la scarica dell'eccitamento, il conflitto interno aumenta la probabilità che l'individuo
venga traumaticamente sopraffatto da un eccitamento eccessivo. Inoltre la necessità di evitare tale
eccesso contribuisce alla formazione dei sintomi nevrotici nella misura in cui essi consentono un

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drenaggio parziale dell'eccitamento.


Il rapporto tra l'Io e l'Es
Da un lato, sia Freud che Anna Freud descrivono il rapporto tra l'Io e l'Es come caratterizzato da un
antagonismo primario. Infatti, dato che gli impulsi dell'Es portano sempre con sé la minaccia di
sommergere l'Io, l'Es può essere considerato il nemico naturale dell'Io e della società.
Mitchell utilizza la metafora della bestia per descrivere la teoria pulsionale freudiana: Freud
considera ciò che è tipicamente umano come un fragile schermo posto a copertura di un nucleo
rapace e animalesco, che soltanto con grandi difficoltà si riesce a sottomettere al controllo della
ragione civilizzata. Quindi la rimozione è necessaria affinchè l'individuo e la società possano
funzionare e la nevrosi è l'inevitabile prezzo riscosso dalla civiltà.
Dall'altra parte, in varie occasioni, Freud afferma che il rapporto conflittuale tra l'Es e l'Io è indotto
dall'ambiente. Si consideri la descrizione di Freud delle situazioni di pericolo che fanno scattare la
rimozione e altre difese: la perdita dell'oggetto, la perdita dell'amore dell'oggetto, gli attacchi del
Super-Io e la minaccia di castrazione, tutte situazioni in gran parte di tipo esterno.
In altri termini, il bambino rimuove determinati pensieri, emozioni e impulsi e li sente come
minacce per l'Io non solo perchè rappresentano in sé e per sé una minaccia nei confronti dell'Io, ma
perchè sono associati a proibizioni, punizioni e minacce provenienti dalle figure genitoriali.
In quest'ottica, dunque, pensieri, emozioni e impulsi non sono di per sé contrari a un adeguato
funzionamento dell'Io e non minacciano la società in modo diretto, ma sono considerati proibiti a
causa delle reazioni dei genitori e della società.
Secondo Freud, le situazioni di pericolo sono in ultima analisi pericolose in quanto ciascuna di esse
comporta il rischio di trovarsi da soli alle prese con l'accumulo delle tensioni del bisogno, con il
rischio di un eccitamento eccessivo.
Questa considerazione sottolinea ancora una volta la centralità del principio di costanza nel pensiero
freudiano.
Nonostante Freud, ipotizzi un antagonismo intrinseco tra l'Io e l'Es in quanto intensità pulsionali
eccessive possono danneggiare l'Io, scrive anche che l'Io e l'Es sono originariamente una cosa sola.
Di fatto egli descrive due modelli diversi e contraddittori dei rapporti tra l'Io e l'Es e della fonte
ultima del conflitto interno.
In una delle sue ultime opere, Freud si rese conto di aver proposto due modelli dissimili e
suggerisce che entrambi possano essere all'opera nella nevrosi.
Egli scrive: Il proprio Es è una fonte di pericoli analoghi, e ciò per due diversi motivi. Innanzitutto
intensità pulsionali eccessive possono danneggiare l'Io in modo simile agli stimoli troppo grandi del
mondo esterno. In secondo luogo, l'esperienza può aver insegnato all'Io che il soddisfacimento di
una pretesa pulsionale in sé non intollerabile comporterebbe dei pericoli nel mondo esterno.
Tuttavia, l'incompatibilità non è del tutto risolta.
Il significato dei sintomi nevrotici: i due livelli del discorso
Un aspetto centrale della teoria freudiana dei sintomi nevrotici è il fatto che essi hanno uno scopo e
sono dotati di significato.
Freud cerca di spiegare i fenomeni psicologici usando due livelli di discorso.
Uno è il livello dei significati, delle intenzioni, degli scopi, dei desideri ecc.., cioè il livello del

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discorso comune, dove le descrizioni psicoanalitiche possono essere considerate come un'estensione
della psicologia del senso comune. L'altro livello è il linguaggio delle trasformazioni energetiche,
dell'accumulo, della scarica dell'eccitamento ecc.
Il primo linguaggio in genere viene associato ai casi clinici, mentre il secondo nelle formulazioni
teoriche.
Un buon esempio dello stile freudiano di scrittura e riflessione su due livelli è la formulazione
dell'imprescindibilità dell'amore oggettuale. Al livello del discorso comune Freud scrive che
bisogna amare per non ammalarsi. Questa affermazione è immediatamente seguita da una
descrizione nel linguaggio metapsicologico della distribuzione delle libido oggettuale e dell'Io.
Un ulteriore esempio è l'ipotesi freudiana secondo cui sia una deprivazione eccessiva che una
gratificazione eccessiva a un determinato stadio psicosessuale comportano una fissazione a quello
stadio. Nel discorso comune ciò equivale a dire che si continua a desiderare la gratificazione in aree
in cui si è stati deprivati e che si faccia fatica a rinunciare alle gratificazioni in cui si è indugiato
troppo.
Anche per quanto riguarda la concezione dei sintomi nevrotici come formazioni di compromesso,
Freud ad un livello di discorso include nel concetto l'idea secondo cui i sintomi nevrotici, nella
misura in cui comportano una gratificazione parziale dei desideri rimossi, permettono una scarica
parziale ed impediscono un eccitamento eccessivo. Questo livello di discorso è meccanico e si basa
su di un modello idraulico di accumulo e scarica di eccitamento. Tuttavia, Freud afferma anche che
la gratificazione fornita dai sintomi nevrotici è sufficientemente mascherata da aggirare la censura
dell'Io ed evitare l'angoscia che insorgerebbe se non lo fosse.
Quando le formazioni di compromesso vengono descritte come un tentativo di risolvere quello che
appare come un conflitto insolubile, tale espressione è propria del linguaggio della pianificazione e
dell'azione individuali, e certo i sintomi nevrotici non vengono comunemente intesi come atti
intenzionali, ma come eventi non intenzionali, egodistonici, sui quali non si ha il controllo.
(vedi esempi clinici pag.80-82)
Il vantaggio secondario
Il vantaggio secondario può svolgere una funzione importante nel mantenimento dei sintomi
nevrotici. Freud fa una distinzione fra i fattori implicati nella formazione del sintomo e i vantaggi
che si ottengono dal sintomo una volta che si è formato. Questa distinzione è teoricamente corretta,
ma non sempre facile da applicare nei casi concreti. (vedi esempio clinico pag.82-83)
Pur non avendo un ruolo decisivo nella formazione dei sintomi nevrotici, i fattori legati al vantaggio
secondario possono influenzare il persistere del sintomo e interferire con la possibilità di affrontare i
fattori primari.
Sviluppo psicosessuale e nevrosi
In base alla teoria freudiana dello sviluppo psicosessuale, la fissazione ad un determinato stadio, che
comporta la persistenza di desideri infantili, può concorrere allo sviluppo di una nevrosi, ma non è
necessariamente un fattore causale.
In alcuni casi, i desideri infantili associati ai diversi stadi psicosessuali vengono integrati nella
sessualità genitale.
Secondo Eagle, la persistenza di desideri infantili nella vita adulta può portare ad una nevrosi

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soltanto se questi desideri siano radicati in conflitti interni. La persistenza di desideri infantili in sé
per sé può certo essere più o meno problematica in altri sensi. Se per esempio i desideri sono
irrealistici e non possono essere gratificati, la persona sarà probabilmente infelice e frustrata.
Tuttavia la frustrazione e l'infelicità non rappresentano di per sè una nevrosi. Inoltre alcune persone
trovano il modo di gratificare i cosiddetti desideri infantili in maniera relativamente aconflittuale.
Bisogna ricordare che nella nevrosi l'individuo continua perseguire desideri inconsci rimossi, cioè
desideri che affondano le radici in un conflitto interno. Un individuo che persegue coscientemente
desideri e fantasie infantili irrealistici e difficili da gratificare, ma in assenza di un conflitto interno
o di rimozione, potrà magari essere una persona idealista, ingenua o forse coraggiosa, ma non
necessariamente un nevrotico.
Nevrosi del carattere
L'espressione nevrosi del carattere è stata utilizzata per un periodo ed è stata successivamente
abbandonata. Tale termine porta l'idea di fonda che le tendenze nevrotiche, invece di portare alla
formazione di sintomi egodistonici, vengono assimilate nella personalità dell'individuo come tratti
egosintonici vissuti come parti di sé. Il vantaggio è che il soggetto non ha un vissuto di sintomi
estranei, di conflitti interni e dell'angoscia associata. Tra le conseguenze di questo fenomeno può
esserci una limitazione dell'Io, l'evitamento di aree di pericolo e una certa rigidità della struttura
caratteriale. Secondo Eagle, la nevrosi del carattere rimane in una situazione di equilibrio fino a
quando non viene messa in crisi da eventi esterni. (vedi esempio clinico pag. 84-86)
Una nevrosi del carattere è caratterizzata dall'assimilazione egosintonica nel carattere di tendenze
nevrotiche. Sotto la pressione di eventi precipitanti, queste tendenze in seguito si trasformano in una
psiconevrosi con sintomi egodistonici angoscianti.
La psicoanalisi classica suggerisce che per trattare una nevrosi del carattere bisogna prima
trasformarla in una psiconevrosi, in modo che il paziente viva come egodistonici aspetti di sé che
prima erano egosintonici e di conseguenza provi una sofferenza soggettiva sufficiente da motivarlo
a un’auto esplorazione e al cambiamento. Talvolta, tale trasformazione può verificarsi prima del
trattamento a causa di evitanti precipitanti. Inoltre, spesso le persone con una nevrosi del carattere
non cercano il trattamento fintanto che il loro stile di vita funziona.
L'idea di trasformare una nevrosi del carattere in psiconevrosi, nella misura in cui comporta la
trasformazione di aspetti egosintonici in egodistonici, sembra a prima vista contraddire la massima
"dove era l'Es deve subentrare l'Io", che si potrebbe parafrasare in "dove era egosintonia, deve
subentrare egodistonia". Eagle ritiene che tale contraddizione sia solo apparente. Innanzitutto,
perchè "dove era l'Es deve subentrare l'Io", si riferisce soprattutto alla psiconevrosi , al centro della
quale vi è un conflitto interno. Invece, nelle nevrosi del carattere le tendenze nevrotiche sono
divenute parte dell'Io, e affinchè avvenga un cambiamento queste tendenze devono prima divenire
egodistoniche, poi venire modificate e riassimilate come egosintoniche. (vedi esempio clinico
pag.86)
Applicabilità della teoria freudiana alla patologia non nevrotica
La teoria freudiana della psicopatologia è stata elaborata principalmente per spiegare la nevrosi ed è
fondamentalmente da applicare a questo tipo di patologia.
Gran parte della letteratura psicoanalitica contemporanea si contraddistingue per l'attenzione e

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l'identificazione di psicopatologie che non sono caratterizzate dal primato della rimozione e del
conflitto interno. Per esempio, secondo Kohut, mentre la teoria freudiana può essere applicata a
patologie basate su conflitti strutturali, non è adatta a patologie incentrate sui difetti del Sé.
La concezione freudiana della psicopatologia e la visione illuminista
L'accento freudiano sul conflitto interno come nucleo della nevrosi e sulla sua risoluzione come
obiettivo primario del trattamento riflette una corrispondenza tra obiettivi clinici e idee filosofiche-
morali.
Nel porre il conflitto interno al centro della nevrosi e la risoluzione di esso alla base del trattamento,
Freud adegua la psicoanalisi all'idea antichissima secondo cui il malessere spirituale consiste in una
disunione del Sé e la pace spirituale nella devozione e dell'unione.
Secondo le teorie freudiane della psicopatologia una maggiore unità del Sé si ottiene sia eliminando
gli autoinganni mediante la consapevolezza e la conoscenza di sé, sia confrontandosi con il conflitto
interno e risolvendolo grazie a questa maggiore autoconoscenza.
La concezione freudiana della malattia nevrotica è essenzialmente la descrizione di un individuo
che si autoinganna e lotta contro se stesso, e la concezione freudiana della salute mentale è
fondamentalmente la descrizione di chi ha raggiunto una certa armonia interiore grazie a una
maggiore conoscenza ed esperienza di Sé.
Freud afferma che il nevrotico ci presenta una vita psichica lacerata, compromessa da resistenze, e
mentre noi lo analizziamo ed eliminiamo le resistenze, questa vita psichica tende a unificarsi, la
grande unità che chiamiamo il suo Io raccoglie in sé tutti quei moti pulsionali che erano prima
staccati da lui e separati.
In tal senso, la teoria freudiana è una "psicologia mono- personale", l'ideale psicoanalitico è infatti
l'armonia interiore, l'essere in pace con se stessi.
Sebbene le interazioni con gli altri siano necessarie per raggiungere questo scopo, l'obiettivo
primario resta l'armonia interiore o intrapsichica. Inoltre, senza aver raggiunto almeno in parte
l'obiettivo dell'armonia intrapsichica, non può esserci alcuna psicologia interpersonale significativa.
Infatti, fintanto che la rimozione, le altre difese e il conflitto interno dominano, non può esistere
nemmeno un altro soggetto completamente separato con cui relazionarsi.
L'obiettivo del trattamento psicoanalitico potrebbe dunque essere inteso come un lavoro sulla
psicologia mono-personale volto all'eliminazione della rimozione e alla risoluzione del conflitto
interno affinché si sviluppi una vera psicologia bi-personale.
Capitolo V:
”Concezioni del trattamento nella teoria freudiana”
Per Eagle l’obiettivo di questo quinto capitolo è quello di identificare alcune idee cardine
dell’approccio freudiano rispetto al trattamento psicoanalitico. Come la maggior parte delle idee di
Freud anche quelle relative al trattamento si sono sviluppate nell’arco di molti anni. Il trattamento
elaborato da Freud si applica principalmente alle psiconevrosi. Benchè per la psicoanalisi si è
prefigurato un ampliamento del campo delle indicazioni, le nevrosi come osserva Waelder sono “la
casa base della psicoanalisi” e la terapia psicoanalitica si regge, oppure, cade insieme alla teoria
psicoanalitica delle nevrosi. Freud sostiene la totale inaccessibilità delle psicosi da parte della
terapia analitica, affermando che il campo di applicazione della terapia analitica è costituito dalle
nevrosi di traslazione, dalle fobie, dalle isterie, delle nevrosi ossessive e delle anomalie di carattere

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che si sviluppano da tali affezioni. Per il resto, per esempio, gli stati narcisistici, psicotici la
psicoanalisi è l’approccio meno appropriato.
Al centro delle psiconevrosi vi è un conflitto interno, di cui la sintomatologia nevrotica rappresenta
il tentativo di soluzione. Secondo Waelder le indicazioni per il trattamento psicanalitico si possono
così riassumere:

1. La condizione da trattare è dovuta all’interruzione delle comunicazioni interne provocata


dalla rimozione o dai meccanismi ad essa correlata, ovvero, a un conflitto interno evitato e
non affrontato, quindi, “la polvere viene spazzata sotto il tappeto”. Inoltre, la rimozione
gioca un ruolo primario nella psicodinamica patologica, ovvero, si tratta di una psiconevrosi
o per lo meno di una condizione con una significativa componente nevrotica.
2. I conflitti interni messi in gioco consentono di giungere a una soluzione senza costi
proibitivi.
3. Il paziente è in grado di comprendere il metodo analitico ed è disposto e capace di
collaborare.
Panorama storico
Nel periodo che si potrebbe denominare preanalitico, Freud trattava l’isteria con il metodo ipnotico
ma in breve tempo passò alla tecnica della pressione, che prevedeva l’applicazione di una leggera
pressione sulla fronte del paziente per fare riaffiorare le memorie traumatiche. Successivamente,
consolidò il trattamento che venne definito metodo psicoanalitico, caratterizzato a) dalle libere
associazioni; b) dall’uso del lettino; c) dall’interpretazione. Eagle sottolinea come tutte le tecniche
utilizzate da Freud hanno l’obiettivo comune “di portare il materiale inconscio alla coscienza”. La
varia tipologia dei ricordi psichici resi inconsci, per esempio, i ricordi traumatici vs i desideri
infantili, variano anche le ragioni per cui i contenuti psichici sono inconsci, per esempio, gli stati
ipnoidi vs rimozione, e variano anche gli strumenti che si usano per portare alla coscienza questi
contenuti inconsci, per esempio, dalle ipnosi alle libere associazioni, ma resta costante l’idea che
portare il materiale inconscio rimosso alla coscienza, rende conscio l’inconscio eliminando la
rimozione, è terapeutico e appare come un obiettivo del lavoro analitico.
Abreazione dell’affetto incapsulato
Consentendo al paziente di ricordare e di risperimentare (=abreagire) l’affetto che origina la
situazione traumatica, ma che non era stato adeguatamente espresso, l’ipnosi o la tecnica della
pressione permettono di scaricare l’affetto incapsulato, che da orine alla sintomatologia isterica.
Introducendo l’abreazione dell’affetto incapsulato, sia l’ipnosi che la pressione hanno un effetto
catartico; questa catarsi riduce il rischio di un eccessivo eccitamento (vedi disamina e principio di
costanza), e una volta, risperimentato, l’affetto incapsulato non è più disponibile per essere
convertito in sintomi isterici. In base a questa concezione dell’intervento terapeutico, , l’atto di
portare il materiale inconscio alla coscienza ha poco a vedere sia con la consapevolezza che con
l’insight. L’effetto terapeutico dell’ipnosi, entro questo modello idraulico, è attribuibile alla
possibilità di risperimentare (abreagire) in modo adeguato all’affetto originariamente connesso alla
situazione traumatica.

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Inoltre, l’ipnosi può essere anche utilizzata ai fini della suggestione terapeutica e va sottolineato
come questo uso sia diverso rispetto a quello catartico, che consente l’abreazione dell’affetto. Freud
afferma che utilizzando l’ipnosi il suo obiettivo è quello di rendere il paziente più docile a una
suggestione creativa. Un esempio di suggestione terapeutica è quello di sostituire un evento
traumatico con uno positivo.
Freud ipotizza che il beneficio sintomatico del paziente potrebbe essere dovuto a una suggestione
involontaria. Eagle insiste a sottolineare la differenza tra l’uso dell’ipnosi ai fine della “suggestione
terapeutica” e viceversa dell’abreazione dell’affetto per sottolineare che l’obiettivo terapeutico di
Freud è quello di portare alla coscienza il materiale inconscio respinto e non quello di sbarazzarsene
mediante la suggestione.
Correzione associativa
Secondo Freud l’abreazione dell’affetto non è l’unica strategia per affrontare il trauma. Un’altra
tecnica a disposizione dell’individuo è la “correzione da parte di altre associazioni. Infatti,
l’isolamento dei contenuti psichici, come ad esempio, i ricordi traumatici, attraverso la rimozione
impedisce a questi contenuti di entrare nel grande complesso dell’associazione che normalmente
permette di affiancarsi ad altre esperienze che eventualmente li contraddicono e subire una
correzione da parte di altre associazioni. Come osservarono Breuer e Freud, la correzione
associativa è in grado di ridurre gli effetti associati al trauma, ma questo non avviene mediante
l’abreazione dell’affetto, ma bensì mediante un operazione che si può così definire “che le
esperienze traumatiche vengono viste entro una prospettiva più ampia”. Gli stessi Autori hanno
enunciato il valore della riflessione e della rielaborazione delle memorie traumatiche come mezzo
adattivo per gestirne le conseguenze, incluso l’impatto affettivo.
Ovviamente il ricordo dell’esperienza traumatica è rimosso e quindi non disponibile alla coscienza
e isolato dalla massa dominante delle idee, non può essere sottoposto alla correzione associativa, è
questa è un’altra motivazione dell’importanza terapeutica di rendere conscio l’inconscio.
L’obiettivo primario del trattamento del concetto di correzione associativa è stato assimilato ai
concetti di insight e di rielaborazione, consideranti centrali nel trattamento terapeutico.
Uno dei principali motivi per cui Freud ha respinto l’ipnosi come principale tecnica di intervento
non è stata l’inadeguatezza di quest’ultima nel rendere coscio l’inconscio, ma Freud era convinto
che fosse una tecnica adeguata, ma il semplice fatto di portare alla coscienza un contenuto inconscio
non garantisce di per sé che esso entri nel grande complesso dell’associazione e che venga
realmente integrato con il resto della personalità.
Successive concezioni del trattamento
Eagle descrive la concezione freudiana del trattamento che ha seguito il rigetto dell’ipnosi e della
tecnica della pressione, e la sua esposizione si focalizzerà su tre aspetti del trattamento, quali:

1. La natura dell’atteggiamento terapeutico;


2. La natura dell’azione terapeutica;
3. La natura degli obiettivi terapeutici.

La natura dell’atteggiamento terapeutico

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L’esempio più paradigmatico di cambiamento concettuale relativo al trattamento psicoanalitico è la


modificazione del ruolo del terapeuta. Per comprendere questa trasformazione Eagle descrive le
diverse componenti dell’atteggiamento analitico classico e le relative giustificazioni teoriche.
L’atteggiamento analitico classico non era affatto arbitrario, ma basato su un preciso insieme di
giustificazioni logiche, per quanto oggi molte di esse vengono considerate come non valide.
Un’identificazione di queste giustificazioni potrà contribuire non solo a una valutazione razionale
della difendibilità dell’atteggiamento analitico classico, ma anche della comprensione dei successi
vi cambiamenti nella concezione del ruolo adeguato che l’analista deve assumere.
La regola dell’astinenza
Un ingrediente centrale dell’atteggiamento analitico classico è quello che è stato definito la “regola
dell’astinenza”. A giustificazione dell’astinenza dell’analista, ovvero, il rifiuto di gratificare i
desideri transferali del paziente, e si diceva che essa avrebbe motivato il paziente a svolgere un
lavoro analitico e al cambiamento. Freud esprime chiaramente l’idea che la gratificazione
transferale, l’opposto all’astinenza, se è vero che può fare stare meglio il paziente nel breve periodo,
interferirebbe con il lavoro analitico necessario per giungere all’insight, alla risoluzione del
conflitto e al cambiamento terapeutico durevole. La frustrazione dei desideri del paziente e il
disagio che genera contribuiscono a motivare il paziente a continuare il difficile lavoro analitico
necessario per un cambiamento durevole.
Secondo Freud questa regola è la protezione dell’analista e al paziente rispetto al cadere alle proprie
tentazioni, nonché alle seduzioni del paziente. È implicito che nella regola dell’astinenza vi è
l’esigenza di prevenire la violazione dei confini del setting attraverso una precisa restrizione delle
possibilità di gratificazione.
L’opacità dell’analista
Un altro elemento centrale dell’atteggiamento analitico è l’opacità, e il suo essere come “uno
schermo bianco”. Freud (1912, p. 539) scrive: “il medico deve essere opaco per l’analizzato e,
come una lastra di specchio, mostragli soltanto ciò che gli viene mostrato”. Per esempio, l’opacità
dell’analista fungerebbe da schermo su quale il paziente può proiettare i propri conflitti, i desideri,
le difese nella forma più pura e non contaminati dal contributo personale dell’analista, ovvero,
l’opacità dell’analista ridurrebbe al minimo il ruolo della suggestione.
La freddezza emotiva: la metafora del chirurgo
In merito alla freddezza emotiva, Freud (1912, p. 536) scrive: “non raccomanderò mai con troppa
insistenza ai colleghi di prendere a modello durante il trattamento analitico il chirurgo, il quale
mette da parte i suoi affetti e perfino l’umana pietà (…..). La giustificazione di take freddezza
emotiva che si richiede all’analista riposa sul fatto che essa crea le condizioni più vantaggiose per
entrambe le parti: per il medico la salvaguardia della propria vita affettiva, per il malato il
massimo di aiuto che siamo in grado di offrigli”.
Anche per questo atteggiamento esistono svariate giustificazioni. Secondo una di queste, la
freddezza emotiva proteggerebbe la vita emotiva dell’analista, infatti, proprio come il chirurgo, se
l’analista dovesse farsi coinvolgere emotivamente della sofferenza di ogni paziente si esaurirebbe e
non sarebbe più in grado di potare avanti un lavoro proficuo per i pazienti. Un'altra motivazione
della freddezza emotiva si può rintracciare nelle parole della Hamilton ed è quella di proteggere

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analista e paziente dall’agire emotivo dell’analista, ovvero, scoraggiare la violazione dei confini del
setting da parte dell’analista. Un ulteriore significato è legato anche al fatto che gli interventi
dell’analista come quelli del chirurgo possono provocare delle sofferenze necessarie per poterlo
aiutare. Inoltre, la freddezza dell’analista contribuisce a una maggiore oggettività di quest’ultimo
nei confronti del paziente.
Holzan afferma che l comportamento freddo e distaccato di alcuni analisti classici non era la
caricatura dell’atteggiamento analitico classico, ma resta il fatto che tale comportamento sembrava
riflettere in gran parte le prescrizioni freudiane.
La neutralità analitica
La neutralità analitica è stata interpretata in svariati modi e a volte equiparata a altri atteggiamenti
tipici degli analisti classici. Freud utilizzo la locuzione tedesca che significa “indifferenza”, che
Strachey ha successivamente tradotto come “neutralità”. Una traduzione che coglierebbe al meglio
le intenzioni di Freud sarebbe “disinteresse”, ovvero, non influenzato da interessi personali e da
motivazioni egoistiche. Infatti, nella situazione analitica i limiti degli interessi personali e della
motivazioni egoistiche sono costituiti da una remunerazione appropriata e dalla soddisfazione tratta
dallo svolgere un buon lavoro professionale. Qualsiasi cosa si faccia bisogna tenere presente
l’interesse del paziente, ovvero, è necessario assumere un atteggiamento disinteressato,
nella prospettiva analitica classica, fare il migliore interesse del paziente equivale a portare avanti il
lavoro analitico senza prendere una posizione rispetto ai conflitti del paziente, oppure, come
sostiene Anna Freud restando equidistanti rispetto a Io, Es e Super-io. Il cuore della neutralità
analitica risiede non solo nell’evitare di schierarsi rispetto ai conflitti del paziente, ma anche
assumere una posizione disinteressata rispetto le sue scelte di vita. La principale giustificazione
dell’atteggiamento neutrale/disinteressato dell’analista è valorizzare l’autonomia del paziente.
L’obiettivo del trattamento analitico non è quello di spingere la vita del pazienta da una o dall’altra
direzione, ma di rimuovere le barrire, come le difese o i conflitti, che limitano la sua autonomia
nella ricerca di una vita gratificante e ricca di significato.
Poland afferma che la posizione di neutralità comporta il fondamentale rispetto per la separatezza e
l’alterità dell’altro. Infatti, una volta che i paziente è relativamente libero dai conflitti nevrotici e
dalle difese disadattive e quindi più autonomo, il paziente è in grado di scegliere un tipo diverso di
vita anche completamente diverso da quello dell’analista in termini di obiettivi, valori e modelli. La
neutralità analitica non equivale a un atteggiamento di opacità o di schermo bianco e nemmeno di
astinenza, e non incompatibile con un vivo e partecipe interesse da parte dell’analista per il
paziente.
Giustificazione generale dell’atteggiamento analitico
Eagle descrive ciascuna motivazione per ogni atteggiamento dell’analista classico, ma è da
sottolineare come la giustificazione generale sia sovraordinata e valida che tutti questi elementi
contribuiscono e facilitano il lavoro di confronto, di presa di coscienza, di risoluzione dei conflitti,
di fantasie, di desideri e di difese che deve svolgere il paziente. Infatti, ogni componente
dell’atteggiamento analitico quali: a) l’astinenza; b) l’opacità, c) la freddezza emotiva, d) la
neutralità facilitano i processi senza la contaminazione suggestiva dell’analista, le barriere, i
pregiudizi controtrasferali e i contributi personali inadeguati.

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La natura dell’azione terapeutica


Come per l’atteggiamento terapeutico, Eagle analizza le diverse componenti che compongono la
natura dell’azione terapeutica.
Le associazioni e la “regola fondamentale”
Le libere associazioni rappresentano per Eagle un requisito per potere avviare il trattamento
analitico ed effettuare quella tipologia di interventi, che secondo la teoria freudiana, sono portatori
dell’azione terapeutica del trattamento. Per Freud (1921, p. 531) l’unico compito del paziente, oltre
a presentarsi e pagare le sedute, è quello di aderire il più possibile alla “regola psicoanalitica
fondamentale”, ovvero, dire tutto ciò che gli viene in mente per quanto questo possa apparire
irrilevante o creare imbarazzo.
La giustificazione teorica è l’idea che la censura favorisca l’emergere dei “derivati dell’inconscio”,
che proprio come il contenuto manifesto del segno, vengano sottoposti all’interpretazione, la quale
contribuirà alla presa di coscienza da parte del paziente dei propri desideri, ansie, difese e conflitti
inconsci. Inoltre, la posizione distesa del paziente sul lettino e la disposizione spaziale dell’analista
(alle spalle del paziente) hanno la finalità di favorire le libere associazioni. L’ipotesi sottostante è
che le associazioni siano più fluide e maggiormente basate sul processo primario, infatti, se il
paziente è sdraiato invece che seduto, è più facile dare voce ai pensieri imbarazzanti se non si
guarda in faccia il proprio interlocutore.
L’idea che le libere associazioni portino con sé dei derivati inconsci, ovvero, ciò che passa nella
mente di una persona non sia mai causale bensì determinato da motivazioni e significati psicologici.
Infatti, secondo la teoria associazionistica dominante alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo, la
sequenza dei contenuti psichici è generalmente determinata da una serie di fattori come la contiguità
e la somiglianza. Tuttavia, nell’ambito delle libere associazioni e della situazione analitica, sono le
motivazioni e le affinità inconsce a giocare un ruolo primario nel determinare la sequenza di
pensiero.
La resistenza
Come già osservato, le libere associazioni non fluiscono in modo continuativo e regolare pertanto la
regola fondamentale viene seguita dai pazienti solo in parte. Vi sono molte esitazioni, situazioni di
vuoto in cui il paziente non dice nulla di ciò che ha in mente, come sono anche dei momenti di
chiacchiericcio, pensieri e racconti iper-organizzati e intellettualizzati, e sono tutti da considerare
resistenze del paziente. Il motivo per cui determinati contenuti psichici diventano inconsci, per
esempio quando il paziente utilizza la rimozione o altri meccanismi difensivi è quello di evitare
l’angoscia e altri affetti spiacevoli che il loro accedere alla coscienza provocherebbe. Questo
processo opera anche nella relazione clinica.
Il transfert
Il costrutto del transfer/traslazione si basa sull’idea che nel corso del trattamento il paziente
trasferisce sull’analista fantasie, ansie, difese e desideri derivati dalle relazione nel corso
dell’infanzia con le figure significative, solitamente i genitori. Freud definisce il transfert come una
riedizione di una relazione oggettuale antica. Greenson (1967, p. 132) lo descrive con queste parole:
“il fatto che verso una persona del presente sentimenti, pulsioni, atteggiamenti, fantasie e difese
che non si riferiscono a questa persona, ma costituiscono ripetizioni di reazioni originatesi nei

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confronti di persone significative della prima infanzia e che inconsciamente vengono spostate su
figure del presente”. Lo stesso Autore sostiene che le reazioni transferali non si limitano alla
situazione analitica, ma sono ubiquitarie, e soprattutto si sviluppano in riferimento alle figure
emotivamente importanti della propria vita. Questa definizione suggerisce come le reazioni
transferali contengano frequentemente attribuzioni distorte e inaccurate rivolte alla persona oggetto
del transfert. Nella misura in cui l’analista mantiene un atteggiamento opaco (schermo bianco) è più
probabile che le reazioni transferali del paziente siano proiezioni pure delle sue precoci esperienze.
Nella teoria freudiana, le caratteristiche situazioni regressive della situazione analitica, ad esempio,
il ruolo del paziente, l’autonomia e l’autorità dell’analista, la pozione sdraiata facilitano l’emergere
della nevrosi di transfert, intesa come una riedizione della nevrosi infantile. Punto centrale delle
interpretazioni sono le resistenze e le risposte transferali del paziente.
Freud considera il transfert come una forma di resistenza, che, invece, di fare emergere alla
coscienza i desideri infantili, il paziente continua a premere affinchè essi vengano gratificati
dall’analista, il quale non li gratifica ma li interpreta.
Il controtransfert
Il controtransfert ha assunto una notevole importanza nella letteratura psicoanalitica
contemporanea. Freud (1910, pp. 200-201) utilizzava il termine “controtraslazione” scrivendo:
“abbiamo acquistato consapevolezza della <<controtraslazione>> che insorge nel medico per
l’influsso del paziente sui suoi sentimenti inconsci, e non siamo lungi del pretendere che il medico
debba riconoscere in sé questa controtraslazione e padroneggiarla […] abbiamo notato che ogni
psicoanalista procede esattamente fino dove glielo consentono i suoi complessi e le sue resistenze
interne”.
Nelle tre occasioni in cui mette in evidenza i pericoli insiti nell’agire all’amore di transfert del
paziente, Freud sta parlando del controtransfert. Infatti, quando l’analista riscontra in se stesso
problemi di controtransfert deve compiere un’auto-analisi.
Interpretazione, consapevolezza di sé e insight
Quando i pazienti riescono ad associare liberamente raramente il materiale rimosso emerge alla
coscienza sotto forma non mascherata, ad eccezione che nelle psicosi, in quanto nel paziente
continuano a operare difese e resistenze. Quello che emerge alla coscienza sono i derivati
mascherati dei desideri e delle fantasie rimosse. Quindi, le interpretazioni dell’analista sono utili per
rivelare la natura del materiale rimosso e delle difese che si oppongono alla loro presa di coscienza,
questo, viene considerato nella visone classica del trattamento il veicolo primario dell’azione
terapeutica.
Ci possiamo porre la seguente domanda: “Cosa interpreta l’analista”? Freud sostiene che se il
terapeuta interpreta il transfert e la resistenza sta facendo psicoanalisi, a prescindere da qualsiasi
altra cosa faccia. Lo stesso Autore considera lo stesso transfert una forma di resistenza, in quanto,
comporta il tentativo del paziente di cercare una gratificazione, invece, che ricordare. L’analisi del
transfert occupa un posto rilevante nel pensiero freudiano per una serie di motivazioni:

a) Meglio di ogni altro aspetto della produzione associativa del paziente nella situazione analitica,

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le reazioni transferali rivelano il nucleo della nevrosi del paziente11, dunque, è importante
l’analisi di queste reazioni che diventano il nucleo da attenzionare per l’analista.
b) Le reazioni transferali si verificano nel qui ed ora della situazione analitica, quindi, le
interpretazioni che consentono la loro presa di coscienza avranno una maggiore cogenza e
immediatezza emozionale rispetto ad altre e poteranno più facilmente all’insight emotivo e al
cambiamento.

L’alleanza terapeutica o alleanza di lavoro


Freud non ha mai utilizzato il termine “alleanza terapeutica”, oppure, “alleanza di lavoro”, ma
riconosce l’importanza del rapport (relazione) tra analista e paziente e parla di “transfert positivo”
che non ha bisogno di essere analizzata, e può essere intesa come il precursore di successive
elaborazioni concettuali. Bach (2006, p. 125) scrive in una famosa lettera a Jung: “La cura
psicoanalitica agisce attraverso l’amore e poco più di un mese dopo, durante un incontro della
Società psicoanalitica di Vienna, commenta di nuovo: <<la nostra è una cura attraverso l’amore>>”.
“Curare attraverso l’amore” non si riferisce all’amore dell’analista verso il paziente, ma piuttosto
all’amore del paziente per l’analista, al suo desiderio di compiacerlo, che per Freud, facilita
l’accettazione delle interpretazioni. Freud parla dell’importanza del rapport, del transfert positivo,
oppure, della cura attraverso l’amore. Infatti, lo stesso Autore afferma in modo chiaro e coerente
che questi fattori relazionali sono importanti non per il loro impatto terapeutico diretto, ma in
quanto, facilitano l’azione terapeutica dell’interpretazione e dell’insight. Quando si parla di cura
attraverso l’amore, Freud si riferisce “all’amore transferale” del paziente nei confronti
dell’analista, che contribuisce alla cura in quanto favorisce la strada verso l’accettazione delle
interpretazioni da parte del paziente.
Rielaborazione
Freud utilizza per la prima volta la locuzione rielaborare in “Ricordare, ripetere e rielaborare”,
nell’ambito della riflessione sul persistere delle resistenze del paziente anche dopo che il materiale è
stato interpretato e rielaborato. Freud (1914, p. 361) scrive: “[..] si deve lasciare all’ammalato il
tempo di immergersi nella resistenza a lui ignota, di rielaborarla, di superarla persistendo, a
dispetto di essa, nel suo lavoro che si attiene alla regola psicoanalitica fondamentale”.
Freud ha elaborato il concetto di rielaborazione per dare conto al fenomeno clinico, frequentemente
osservato, secondo cui il paziente sembra aver raggiunto l’insight del problema, ma non mostra
nessun cambiamento terapeutico significativo. Inoltre, lo stesso Autore sostiene, che l’analista non
si può aspettare che una resistenza profondamente radicata si modifichi, oppure, scompaia alla
prima interpretazione o alla prima esperienza di insight. Quindi paziente e analista devono
ripetutamente elaborare le resistenze, ovvero, parafrasando Greenson (1967) “impediscono alla
presa di coscienza di provocare cambiamenti”.
Non è del tutto chiaro cosa significhi per Freud rielaborazione. Per esempio, nel passaggio
sopracitato, l’Autore consiglia di superare le resistenze persistendo, a dispetto di essa, attenendosi
alla regola fondamentale della psicoanalisi, ovvero, le associazioni libere. Eagle dubita che la
11
Alcuni analisti sostengono che le reazioni del paziente sono espressioni transferali. Infatti Gill e Hoffman
suggeriscono di considerare tutte le espressioni del paziente come allusioni dirette o indirette al transfert.

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semplice interpretazione dell’analista consenta al paziente di interpretare le resistenze o porti al


cambiamento. Freud fa un’analogia tra rielaborazione e abreazione degli ammontare degli affetti
incapsulati della rimozione senza la quale il trattamento ipnotico rimaneva inefficace. Infatti,
mettendo in relazione la rielaborazione con l’abreazione dell’ammontare dell’affetto, Freud
suggerisce che affinchè ciò porti al cambiamento, l’insight deve essere accompagnato dall’affetto.
La rielaborazione si può paragonare al lavoro del lutto, per esempio, la morte di una persona cara.
È vero che a livello razionale si è consapevoli che la persona non c’è più, è presente il tempo del
rifiuto per accettare la perdita reale, una realtà che viene accettata solo lentamente, in un certo arco
di tempo e attraverso un processo di sedimentazione.
Il lutto coinvolto nel lavoro di rielaborazione si riferisce all’esperienza di perdita insita nel
riconoscere che bisogna abbandonare gli amati desideri, le fantasie irrealizzabili, oppure, i legami
oggettuali. Quindi rinunciare a desideri, a fantasie irrealizzabili, ai legami oggettuali viene
sperimentato come una perdita, e la rielaborazione della realtà non è diversa dal lavoro del lutto per
qualsiasi tipo di perdita.
La rielaborazione può essere associata con il processo di correzione associativa relativa ala trauma,
che Freud identifica nei suoi primi scritti. Il trauma, incluso, la perdita, si sperimenta come un corpo
estraneo che per un lungo periodo di tempo assume il controllo di tutta l’attività psichica. Quindi, in
modo lento e graduale, il ricordo del trauma si inserisce nel grande complesso dell’associazione e
piano piano viene integrato come parte di sé. Freud fa riferimento alla funzione di “usura” promossa
dal processo di correzione associativa in cui il ricordo del trauma prende il posto tra glia altri ricordi
e associazioni che costituiscono la personalità del soggetto. L’elaborazione dell’insight può essere
considerata in modo analogo, per alcuni aspetti, alla correzione associativa del trauma. Infatti,
entrambe, comportano l’assimilazione di esperienze e la lenta trasformazione delle stesse da
elementi non integrati a parti integrate della personalità.
La natura degli obiettivi terapeutici
La prospettiva psicoanalitica si distingue dagli altri approcci per diversi aspetti, quali: 1)
l’attenzione non è direttamente rivolta ai sintomi penosi; 2) vi è la convinzione che concentrandosi
su specifici obiettivi, ad esempio, come la presa di coscienza e l’insight sui conflitti interni si giunga
a un compromesso adattivo e pertanto a un risultato terapeutico più valido, che include la riduzione
della sofferenza; 3) vi è la convinzione che un dato trattamento riuscito porti ad un cambiamento
strutturale della personalità; 4) la psicoanalisi fornisca una maggiore protezione da potenziali
ricadute future nella nevrosi rispetto altri approcci terapeutici.
Per Freud il principale obiettivo di esito della psicoanalisi è il conseguimento di una maggiore
capacità di amare e di lavorare, che teoricamente, può essere descritto come una maggiore capacità
di stabilire relazioni oggettuali mature e soddisfacenti e un funzionamento dell’Io più efficace.
Infatti, lo stesso Autore sostiene che quando vengono affrontati in modo adeguato gli ostali prodotti
dai conflitti inconsci, angoscia, colpa e difese, aumenta nel soggetto la capacità di amare e lavorare.
Rendere conscio l’inconscio
Fino dai suoi esordi, uno degli obiettivi centrali del trattamento psicoanalitico è stato quello di
rendere consci i contenuti inconsci rimossi. All’inizio è stata l’ipnosi la tecnica principale per
ottenere questo obiettivo. Anche se come è stato ribadito che il semplice rendere conscio l’inconscio

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non garantiva l’integrazione di esso nella personalità del paziente. La stessa questione si ripropone
con l’utilizzo delle libere associazioni e dell’interpretazione, come è illustrato nella distinzione tra
insight intellettuale e emotivo e dall’introduzione del concetto di elaborazione. Alla luce di ciò, oltre
a integrare il modello topografico con quello strutturale, Freud (1932, p. 190) ha integrato
l’obiettivo terapeutico di rendere conscio l’inconscio con quello espresso dalla proposizione “dove
era l’Es, deve subentrare l’Io”.
Dove era l’Es, deve subentrare l’Io
La nevrosi non comporta solo la non disponibilità cosciente dei contenuti psichici rimossi, ma
anche il vissuto persistente di compulsione e costrizione. Quindi, il soggetto si sente spinto e
guidato da forze che sperimenta come estranee a se stesso e alle proprie intenzioni e ai propri scopi
consci. Uno degli obiettivi primari del trattamento psicoanalitico è trasformare questa esperienza di
compulsione e costrizione in una sensazione di maggiore controllo e autonomia. Quindi, l’obiettivo
di “dove era l’Es, deve subentrare l’Io” può essere considerato l’equivalente “dov’erano
compulsione e costrizione, devono subentrare autonomia e controllo”.
Generalmente, le interpretazioni promuovono la presa di coscienza e l’insight da parte del paziente
delle resistenze e delle reazioni transferali, così come emergono nelle libere associazioni e dai
sogni. Si può presuppore che interpretazioni bene calibrate e accurate aiutino il paziente a prendere
coscienza dei propri conflitti, angosce, sensi di colpa e difese, nonché dalla loro espressione nel
transfert e delle loro radici infantili.
La protezione fornita dalla situazione analitica , l’accettazione e l’assenza di giudizio, la gradualità,
la calibrazione e la cautela delle interpretazioni e la parte adulta dell’Io del paziente di confrontarsi
in modo maturo e consapevole con il materiale rifiutato, senza essere sopraffatto dall’angoscia. La
capacità del paziente di sperimentare consciamente il materiale rifiutato fin da quel momento
rafforza il suo senso di controllo e gli permette di effettuare un numero maggiore di scelte su che
direzione dare alla propria vita.
Rendere coscio l’inconscio non basta per raggiungere gli obiettivi terapeutici, se il materiale che è
stato reso conscio continua ad essere accompagnato da un’intensa angoscia, oppure, colpa, quindi le
difese patogene rimarranno attive, o verranno presto riattivate, quindi la sintomatologia non sarà
risolta e si ripresenterà.

L’abbandono dei desideri e delle fantasie infantili


Quando il desiderio viene riconosciuto come proprio, ovvero, quando, si trasforma in me, il
paziente, secondo Waelder vi sono diverse azioni per comporre il conflitto tra pulsioni istintuali e le
forze che si oppongono. Il paziente può scegliere una soluzione che a) favorisce le forze pulsionali,
b) favorisce le forze di opposizione, c) è una compromesso tra le due, d) comporta la sublimazione
delle pulsioni.
Waelder afferma che nella maggior parte dei casi la decisione non cade sulla gratificazione della
pulsione istintuale, ma può succedere che la soluzione sia a favore della pulsione istintuale e se
l’opposizione alla gratificazione della pulsione istintuale non era dovuta al timore di situazioni che

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adesso non vengono più sperimentate come minacciose, in modo tale, che l’opposizione alla
pulsione non è più giustificata ma necessaria. In seguito, lo stesso Autore riflette sul ruolo del
coraggio. Waelder osserva che il coraggio e il suo commento sulla rimozione impedirebbe a molte
pulsioni di essere influenzati dall’esperienza, e lo stesso Autore insieme a Fenichel sostiene che le
fantasie e i desideri infantili possono essere influenzati e trasformati dall’esperienza e dalla presa di
coscienza che è l’obiettivo cardine del trattamento analitico, che non è la rinuncia dei desideri e
delle fantasie infantili, ma è il proseguire di questi desideri e fantasie un po’ modificati sia
un’opzione ragionevole, o, addirittura, coraggiosa.
Secondo Apfelbaum l’unico obiettivo realistico del trattamento analitico sia l’abbandono dei
desideri e delle fantasie infantili, oppure, un maggiore controllo dell’Io su di essi, piuttosto che la
loro modifica o maturazione. La proposta di Fenichel è che i desideri infantili, una volta liberati
dalla rimozione e giunti alla coscienza, possano maturare tardivamente e questo sembra scontrarsi
con la visione freudiana. L’evidente implicazione dell’enfasi posta su Freud sulla condanna o
rinuncia ai desideri e alle fantasie infantili è l’idea che non essendo possibile né gratificarli in modo
realistico né trasformarli in desideri maturi, l’unica scelta per il paziente è continuarli a seguirli,
oppure, abbandonarli, e per Freud questa è l’opzione più realistica.
La necessità della rinuncia, Freud la contraddice in almeno due modi. In primis, suggerisce che non
solo la rimozione è necessaria a causa della natura dei desideri istintuali, ma anche la rimozione
stessa permette al desiderio istintuale di svilupparsi con minori inceppi e più copiosamente, di
profilare nell’oscurità e assumere forme espressive estreme che sono estranee e terrorizzanti per
l’individuo perché gli danno un’immagine pericolosa della potenza della pulsione. La seconda
occasione in cui Freud sembra contraddire la propria posizione è quando suggerisce che siano le
situazioni di pericolo connesse ai desideri e alle fantasie infantili, e non ai desideri o fantasie i sé, a
giustificare l’angoscia e la colpa che sono associate al loro statuto rimosso. In entrambe le
posizioni, il pericolo attribuito ai desideri istintuali è più fantastico che reale, e ciò almeno in due
sensi:

1. La paura e la disapprovazione di questi desideri da parte dei genitori possono a un tempo


aver comportato gravi percoli, ma nella vita adulta non è più così;
2. La rimozione non è resa necessaria da pericoli reali dei desideri istintuali, ma è la stessa
rimozione che porta a una esagerazione fantastica del loro potere e della loro pericolosità in
quanto impedisce che questi desideri entrino in contatto con la luce dell’esperienza.

Nella situazione analitica, bisogna distinguere tra risultati terapeutici caratterizzati da cambiamenti
nei desideri di un individuo e risultati improntati a un maggiore controllo dell’Io e a una maggiore
capacità di riflessione su desideri che però continuano a essere sperimentati e che esistono di essere
attivamente contrastati.
Desideri reali o equivalenza simbolica
Se la rimozione fa assumere i desideri infantili in maniera fantastica, bisogna chiedersi quanto
l’angoscia e i conflitti associati a questi desideri siano dovuti a una reale natura edipica, per
esempio, i desideri incestuosi e di morte, e quanto, questi desideri siano inconsciamente

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sperimentati come equivalenti simbolici dei desideri edipici e per questo conflittuali e carichi di
angoscia. Nel primo caso, il soggetto coltiva desideri reali di morte, l’obiettivo terapeutico sarà la
presa di coscienza, il riconoscimento e l’abbandono di questi desideri. Nel secondo caso, dato il
soggetto sperimenta le proprie aspirazioni di successo come se fossero l’equivalente dell’uccisione
del padre, e a causa dei messaggi genitoriali vi la rinuncia e l’abbandono di questi desideri non
possono essere obiettivi terapeutici. Invece, un obiettivo adeguato potrebbe essere portare il
paziente a rendersi conto dell’equivalenza, a liberarsi della convinzione patogena inconscia e che
l’ambizione e il successo coincidono con l’uccisione e la distruzione del padre.
Integrazione della sessualità infantile nella sessualità adulta
Nella teoria freudiana, esistono alternative mature sia implicite sia esplicite alla rinuncia e
all’abbandono dei desideri infantili. Una di queste è l’integrazione degli elementi della sessualità
infantile nella sessualità adulta. Fenichel (1945, p. 623) scrive che “l’annullamento della rimozione
permette agli istinti sessuali infantili di partecipare allo sviluppo della personalità, e di mutarsi in
una sessualità adulta soddisfacente”. Lo stesso Autore (ibidem, p. 640) continua affermando che
“dopo essere stata aiutata a liberarsi [della sessualità pregenitale repressa] compartecipazione alla
lotta difensiva, nella quale era stata coinvolta, le sue forze vengono incluse nell’organizzazione
genitale”. Questa alternativa si ritrova nella descrizione della sessualità genitale elaborata da Freud.
Eagle si chiede perché la rinuncia ai desideri infantili sia considerata un obiettivo terapeutico
quando è disponibile l’alternativa dell’integrazione. Già, in alcune formulazioni teoriche precedenti
alle teorie pulsionale elaborate da Freud, è suggerito che ciò che rende problematici i desideri
infantili sia la condizione di isolamento e non integrazione in cui si trovano, e non la loro natura
isterica.
La sublimazione
Lo sviluppo di buona capacità di sublimazione è considerata un altro importante obiettivo
terapeutico. Freud (1901, p. 341) definisce la sublimazione come la deviazione della meta sessuale
“verso fini asessuali più adulti” e osserva che una possibilità ( un’altra possibilità consiste nel
trasformare la tensione psichica in energia attiva che continuando a rivolgersi verso il mondo
esterno gli carpisca alla fine un soddisfacimento reale della libido) per conservarsi sani nel caso di
una persistente ed effettiva frustrazione del soddisfacimento che consiste nel rinunciare al
soddisfacimento libidico, sublimando la libido accumulata e utilizzandola per il raggiungimento di
mete che non sono più erotiche e che sfuggono alla frustrazione.
Generalmente i pazienti con sintomatologia nevrotica hanno un talento per la sublimazione, quindi,
lo sforzo di utilizzare regolarmente il trattamento analitico per la sublimazione delle pulsioni, pur
essendo senza dubbio lodevole, non può essere raccomandato in tutti i casi.
Mitigare il Super-Io
Secondo la teoria freudiana, uno degli obiettivi del trattamento analitico è quello di mitigare la
severità del super-io. La centralità di questo obiettivo è stata trattata nello specifico da Strachey.
Sorge il dibattito tra l’obiettivo terapeutico di mitigare la severità del Super-io e quello di
condannare e rinunciare ai desideri e alle fantasie infantili, è un aspetto centrale del pensiero di
Kohut e questo concetto impone al paziente di acquisire “una moralità adulta”. Termini come
rinunciare o condannare sembrano suggerire esplicitamente, un atteggiamento moralistico che viene

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associato a un Super-io severo. In altre parole, rinunciare o condannare i desideri infantili non
perché sono moralmente indegni, ma in quanto, da l’impossibilità di soddisfarli nella realtà,
perseguirli voterebbe il soggetto all’infelicità e alla frustrazione nevrotica. Si può affermare, che in
un trattamento riuscito, la rinuncia e l’abbandono di questi desideri e fantasie è un prodotto
dell’esame di realtà compiuto dall’Io e non di una condanna pronunciata da un Super-io severo.
L’obiettivo terapeutico è quello di mitigare la severità del Super-io è adeguato nella misura in cui
questi desideri e fantasie scatenano un’angoscia e una colpa paralizzanti insieme ad altri sintomi
nevrotici, come l’impotenza psichica. A differenza del caso precedente, l’obiettivo della rinuncia e
l’abbandono dei desideri sembra molto più adeguato, data la natura irrealistica e inappagabile dei
desideri infantili, in quanto essi interferiscono con la capacità dell’individuo di sperimentare la
gratificazione sessuale e impegnarsi in relazioni mature.
I conflitti, l’angoscia, i sensi di colpa connessi alla sessualità non derivano semplicemente o
principalmente dell’aver sperimentato la disapprovazione dalle figure genitoriali relativa alle
espressioni sessuali infantili, ma dalle sfide della propria sessualità infantile, in particolare modo
con quelle connesse ai desideri edipici. La rimozione della sessualità infantile è un requisito per il
funzionamento adulto.
Nella visione freudiana, la persistenza di desideri infantili ostili all’Io sia sempre sintomo di
nevrosi. La teoria freudiana sostiene due posizioni non del tutto compatibili sulla relazione tra Io e
Es, che hanno implicazioni sul modo in cui viene considerata la questione della rinuncia e
dell’abbandono, nonché degli obiettivi terapeutici. Secondo una posizione, i desideri istintuali
devono essere condannati dal Super-io in quanto rappresentano sempre una minaccia sia per l’Io sia
per le richieste della società. Mentre, la seconda posizione, vi è la necessità di condannare da parte
del Super-io è molto minore, anzi, la stessa condanna, inclusa la sua severità , deve essere
modificata nel trattamento. Quindi, il paziente può imparare che i desideri infantili non sono né
mostruosi né da condannare, ma anche che possono, ma possono subire anche una maturazione
tardiva ed essere integrati nella vita psichica. In questa ottica, nella nevrosi non sono tanto i desideri
nutriti a essere patologici, ma il loro essere radicati nel conflitto, nell’angoscia, nella difesa, e
soprattutto, nella condanna del Super-io.
Alcune considerazioni conclusive
Per Freud la rimozione comporta un costante dispendio di energie, il superamento della rimozione
dovrebbe liberare l’energia fino a quel momento impiegata nella rimozione, ovvero, nella logica
della teoria freudiana, un trattamento analitico riuscito dovrebbe generare non soltanto una
maggiore comprensione, ma anche una maggiore vitalità. Secondo Fenichel, se il paziente che ora è
adulto si convince emotivamente che le situazioni di pericolo non sono più tali, non solo ciò
dovrebbe persuadere “l’Io ad accettare in prova qualcosa di precedentemente respinto, ma il
paziente dovrebbe registrare una marcata riduzione dell’angoscia.
L’obiettivo principale del trattamento psicoanalitico è quello di aumentare la sensazione del
paziente di unità della propria personalità. Al centro della teoria psicoanalitica classica della nevrosi
vi è una personalità lacerata e in lotta con sé stessa. Per Freud l’essenza della psicopatologia sta
nella percezione di aspetti di sé come corpi estranei, alieni e non integrati.
Quindi se riuniamo “rendere conscio l’inconscio” con “dove era l’Es, deve subentrare l’Io”,

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l’obiettivo terapeutico prioritario è la combinazione di una conoscenza del sé completamente


interiorizzata, un’espansione della consapevolezza e della coscienza, un ampliamento dell’identità
individuale e una maggiore convergenza tra credenze, pensieri, desideri e sentimenti.
Infine, nessun trattamento analitico può dirsi completamente riuscito se non include una
sostituzione almeno parziale dell’esperienza cronica di costruzione e compulsione con la sensazione
di una maggiore autonomia, scelta e agentività.
PARTE SECONDA: “LE TEORIE PSICOANALITICHE
CONTEMPORANEE”
Capitolo VI:
”Concezioni della mente
nelle teorie psicoanalitiche contemporanee”
L’essenza della concezione della mente è l’idea di un apparato psichico con la funzione di scaricare
le pulsioni, si può affermare che l’essenza delle teorie psicoanalitiche contemporanee è l’idea di una
mente che la cui funzione principale è quella di formare e preservare i legami con gli altri. Altra
differenza fondamentale tra la teoria freudiana e quelle psicoanalitiche contemporanee e che queste
ultime non forniscono una natura sistematica dell’origine e della natura della mente, sembra che vi
sia uno scarso interesse a esplorare sistematicamente questioni quali, a) l’origine del pensiero, b)
della percezione, c) dell’esame di realtà, e) dei processi primario e secondario.

Critica al concetto freudiano di inconscio come realtà nascosta completamente formata


Una delle principali critiche mosse al concetto freudiano di inconscio dinamico riguarda la natura
del serbatoio dei contenuti psichici rimossi che sono integralmente formati e che, una volta portati
alla coscienza, risultano immutati rispetto alla loro forma originaria. Fingarette la definisce la
concezione della realtà nascosta dei contenuti psichici inconsci. Nella teoria freudiana, un
contenuto psichico, come un’idea, un desiderio, resta fondamentalmente lo stesso contenuto
completamente formato a prescindere dalla proprietà di essere conscio oppure inconscio. L’analogia
più appropriata è quella di un oggetto nascosto che viene tolto dal suo nascondiglio e che, celato o
visibile, resta sempre il medesimo oggetto. Mitchell usa l’immagine di un masso al quale sono
nascosti degli insetti. Queste analogie rispecchiano la metafora percettiva freudiana della coscienza,
intesa come un organo atto a percepire i contenuti psichici dell’idea freudiana secondo cui ciò che
rende consci i contenuti psichici è lo spostamento dell’investimento dell’attenzione.
Freud ipotizza che i contenuti psichici sono intrinsecamente inconsci e diventano consci grazie alla
luce proiettata dalla coscienza.
Nella prospettiva della realtà nascosta, l’oggetto, come un desiderio, non solo resta lo stesso
indipendentemente dal fatto di essere conscio o inconscio, ma, quando è inconscio, è
completamente formato e non è un frammento o uno stato vago.
I processi inconsci come processi impliciti
Un approccio alla riconcettualizzazione dell’inconscio viene proposto dal filosofo Fingarette che a
sua volta è stato influenzato dal pensiero di Sartre, in seguito è stato rielaborato da Donnel Stern e si
attualmente affermato grazie all’interesse della psicologia cognitiva per gli studi empirici sui
processi impliciti. Secondo Fingarette molti dei fenomeni attribuiti alla rimozione, oppure, a altre
difese, e gli autoinganni possono essere intesi come il rifiuto da parte nostra di prendere

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espressamente coscienza del nostro contributo personale e di renderci conto del nostro rifiuto.
Ovvero, non esplicitiamo alcuni elementi del nostro contributo personale alle cose, inoltre, questa
mancata esplicitazione non dipende da una carenza o incapacità, ma è un atteggiamento motivato
dal desiderio di evitare l’angoscia, il senso di colpa, oppure, altri aspetti che non si vogliono
affrontare o riconoscere.
Se prendiamo in considerazione il caso di Lucy R., che Freud cita per illustrare come opera la
rimozione. I sintomi di conversione di Lucy, come, l’odore dolce bruciato, oppure, quello del fumo
del sigaro sono connessi al suo amore per il datore di lavoro e le ardenti speranze che lui ricambi
quell’amore. Benchè tutto abbia iniziato a compiacersi tra sé volentieri della lieta speranza, una
volta compresa la futilità delle proprie aspirazioni Lucy aveva deciso di togliersi quell’idea dalla
mente. Freud fa riferimento alla rimozione di Lucy R., infatti, la donna non era certo
completamente ignara dei propri sentimenti verso il datore di lavoro, e della fantasia che le chieda
di sposarlo.
La focalizzazione dell’attenzione e i processi inconsci
Ciò che impediva ai sentimenti e alle fantasie di Lucy R. di diventare completamente consci era il
fatto che la donna, quando nutriva determinati pensieri e sentimenti rivolti al datore di lavoro,
distoglieva l’attenzione e li scacciava dalla mente; ciò significa che quei pensieri e sentimenti erano
sfuggenti e quindi non era difficile lasciare che restassero tali, cioè impedire che fossero
ulteriormente elaborati.
La focalizzazione dell’attenzione svolge un ruolo importante nel determinare il lasso di tempo in cui
un contenuto mentale resta nella coscienza, sia il grado in cui esso viene elaborato. Quindi,
generalmente l’esperienza di un contenuto psichico può andare da una vaga oppure fugace
sensazione della presenza di pensieri o sentimenti a una serie di pensieri e sentimenti dai contorni
precisi e verbalizzati posti la centro della nostra attenzione.
L’esperienza individuale è caratterizzata da un minimo da un minimo grado di esplicitazione e di
attenzione. Ma è importante sottolineare come l’esperienza soggettiva potrebbe spostarsi lungo il
continuum che va dalla consapevolezza minimale alla completa esplicitazione, ovvero, la
focalizzazione dell’attenzione e dell’esplicitazione, oppure, l’elaborazione non sono un fenomeno
tutto o niente, bensì una questione di gradi.
Freud (1899) ha riconosciuto chiaramente il ruolo dell’attenzione, o meglio come la definisce lui
“investimento dell’attenzione” oppure rapport, nel determinare se un contenuto psichico sia o meno
presente alla coscienza. Tuttavia non sembra aver lasciato spazio per una gradualità dell’attenzione
e quindi per diversi gradi di consapevolezza. Per Freud se un contenuto psichico riceve
l’investimento dell’attenzione diviene conscio; in caso contrario, oppure, se l’investimento viene
dissolto dal contenuto, esso resta o diviene inconscio.
Anche, se il grado di attenzione è una parte importante nella potenziale esplicitazione di un
contenuto, Eagle sostiene che nel contenuto di Fingarette sia implicito un altro fattore importante,
ovvero, il grado con cui una persona riconosce un contenuto mentale come proprio. Quindi, un
contenuto psichico può essere parte di ciò che Talvitie e Tiitinen definiscono “l’auto-coscienza
narrativa” dell’individuo.
Freud osserva che l’essenza della rimozione sta nella messa al bando della coscienza di contenuti

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psichici, i fenomeni a cui il termine viene applicato sono spesso connessi a un disconoscimento di
quei contenuti psichici come parte di sé. Per Eagle la messa al bando della coscienza può essere
vista come uno dei mezzi primari per disconoscere idee e desideri inaccettabili, e come l’essenza
della rimozione stessa.
Processi inconsci e insuccesso nel creare connessioni
George Klein ha affrontato un aspetto essenziale della rimozione che è l’insuccesso dell’individuo
nel creare connessioni tra i contenuti psichici e comprendere il significato personale di determinati
contenuti che di per sé sono completamente consci. Ovvero, lo stesso Autore afferma ciò che è
inconscio e rimosso non è necessariamente il contenuto psichico, ma il suo significato personale.
Nel contesto psicoanalitico, affermare che il significato personale di un contenuto psichico è
inconscio equivale a dire che la persona non è consapevole della connessione che quel contenuto
potrebbe avere con i suoi desideri, obiettivi, difese e contributi alle cose del mondo. E questo
corrisponde al concetto di Fingarette di mancata esplicitazione di un contenuto sia del mancato
riconoscimento di un determinato desiderio, obiettivo o contributo come proprio.
Eagle riassume in questi due punti i contenuti fino ad ora emersi:

1. L’idea che l’inconscio dinamico sia un serbatoio di contenuti psichici interamente formati
che, una volta rivelati, emergono alla coscienza nella loro forma originaria immodificata,
ovvero, ciò che Fingarette definisce la concezione della realtà nascosta, che è stata rifiutata
da gran parte della psicoanalisi contemporanea, della psicologia cognitiva e della letteratura
filosofica.
2. Le concezioni correnti sono caratterizzate dall’idea di processi inconsci impliciti. In
particolare, Eagle pone l’attenzione sul resoconto di Fingarette di vari fenomeni
precedentemente attribuiti alla rimozione nei termini di una politica difensiva di non
esplicitazione del proprio contributo alle cose del mondo. Eagle pone il focus sul ruolo
dell’attenzione e della percezione di appartenenza di un contenuto psichico nel determinare,
rispettivamente, il grado e la forma con cui quel contenuto occupa la coscienza e il grado in
cui i propri progetti e contributi sono vissuti come propri. Infine, Eagle cita la
riconcettualizzazione della rimozione proposta da George Klein come incapacità di creare
connessioni e comprendere il significato individuale di determinati contenuti psichici.

L’inconscio come esperienza non formulata


Eagle espone la riconcettualizzazione di Donnel B. Stern dei processi inconsci in termini di
esperienze non formulate che, per svariati aspetti, è simile all’idea di Fingarette dell’assenza di
esplicitazione.
Secondo Donnel Stern, affermare che un contenuto psichico è inconscio equivale a dire che non è
articolato, non possiede una forma definitiva, né contorni precisi. Parafrasando lo stesso Autore
(1989, p. 12), i contenuti psichici inconsci sono da intendersi come “pensieri ancora non pensati”,
connessioni non ancora stabilite, ricordi per la cui costituzione non si posseggono ancora le risorse
o la volontà. Da questa prospettiva, rendere conscio l’inconscio non significa portare alla luce
contenuti psichici completamente formati, ma formulare il non formulato, articolare il non articolato

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e dare forma con le parole a ciò che non è verbale e solo abbozzato. Il concetto di Stern di
esperienza non formulata è affine all’idea bioniana che i dati grezzi dell’esperienza sensoriale,
ovvero, gli elementi beta devono essere sintetizzati dalla mente, dalla funzione alfa, affinché si dia
la normale esperienza; mentre il fallimento di formulazione va inteso come un attacco al legame.
In contrasto con la visione dell’inconscio come insieme di contenuti psichici e non come forma
compiuta che aspettano di essere svelati e portati alla coscienza nella conformazione originaria, nel
pensiero di Donnel Stern “il materiale inconscio deve cambiare forma per poter entrare alla
coscienza”. Quindi, il cambiamento di forma si riferisce al passaggio dal non formulato al
formulato, dall’inarticolato all’articolato, dall’inespresso all’espresso. Lo strumento principale di
questa transizione è il linguaggio, ovvero, dare parole a ciò che è non espresso. L’inconscio
freudiano che è considerato quel crogiuolo di eccitamenti ribollenti viene sostituito da un inconscio
composto da elementi non formulati, dall’esperienza grezza e inespressa che precede la
rappresentazione e la traduzione in parole.
Questo inconscio è caratterizzato da “sensazioni di intenzionalità”, “sensazioni fugaci e
indefinibili”, “significati silenti”, esperienze momentanee e fugaci che possono venire formulate o
completate, e qualora vengono formulate o contemplate i risultati saranno diversi a seconda del
contesto relazionale connesso all’esperienza.. in questa formulazione teorica il fallimento o il
completamento di un contenuto psichico è più una costruzione che non una scoperta o rivelazione di
un significato predefinito. Quindi rendere conscio l’inconscio non cosiste nello svelare e portare alla
coscienza un contenuto psichico pre-esistente ben definito, come un particolare desiderio o
intenzion, ma piuttosto nel costruire o completare attraverso l’interpretazione un’esperienza fugace
e identificata.
Questa concezione ha una certa affinità sia con la psicoanalisi relazionale e la psicologia
bipersonale, e più precisamente con l’idea che il modo con cui il non formulato viene formulato,
esso è determinato dal contesto in cui si svolge l’esperienza. Nel contesto terapeutico l’esperienza
non formulata dal paziente viene formulata, ovvero, co-costruita, nell’interazione con il terapeuta.
Questa prospettiva si adatta bene non soltanto con la prospettiva relazionale, ma anche, con un suo
ramo collaterale, ovvero, con l’approccio che pone l’attenzione sulle vicende interattive del transfert
e del controtransfert, dove sia uno che l’altro sono definiti in una prospettiva interazionale.
L’influenza motivazionale della relazione del non formulato si riflette nella convinzione che
l’angoscia svolga un ruolo centrale nel definire se la persona formulerà o meno le esperienze, dove
la fonte primaria di questa angoscia è considerata il bisogno di preservare determinate connessione
relazionali, Ovvero, la mancata formulazione del non formulato è una difesa primaria contro
l’esperienza dell’angoscia.
Chiarificazione del concetto di “esperienza non formulata”
Eagle ritiene che il concetto elaborato da Donnel Stern di unformulated experience, ovvero, di
esperienza non formulata, dia un contributo importante e interessante per la comprensione dei
processi psichici e difensivi. Secondo, lo stesso Autore, una modalità primaria di difesa dal
materiale minaccioso è quella di astenersi dal formularlo e codificarlo ulteriormente. Infatti, uno dei
mezzi principali per sottrarsi alla codifica e alla formulazione è quella di evitare di dirigere
l’attenzione sul quel contenuto psichico, col risultato che esso resta vago e indeterminato.

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Esistono almeno tre modalità di rapportarsi difensivamente con esperienze e contenuti psichici
indesiderati:

1. Si può evitare di formularli, in modo che restino non formulati e indistinti;


2. Si possono formulare, ma una volta formulati, presentare loro solo un’attenzione fugace,
cosichè occuperanno la consapevolezza solo per un istante perché l’attenzione sarà tenuta
lontana;
3. Possono essere interamente formulati, ma non ammessi alla coscienza.

Se riprendiamo il caso di Lucy R. i sentimenti per il suo datore di lavoro, erano interamente
formulati ma in modo fugace, come racconta la paziente, quando avvertiva quei pensieri o
sentimenti li scacciava via subito.
Per Donnel Stern l’essenza della difesa è la mancata formulazione, invece, per Fingarette è la
mancata esplicitazione. Eppure, vi sono individui che formulano e esplicitano le loro esperienze, ma
si difendono da queste ultime e dal farsi coinvolgere con altri mezzi, per esempio utilizzando
l’intellettualizzazione. Non distolgono l’attenzione dai pensieri “proibiti”, né evitano di esplicitarli,
anzi, possono indugiare in questi pensieri ed essere dei veri esperti nel descrivere la propria parte in
essi. Ciò che manca in questi casi non è la formulazione, oppure, l’articolazione, ma i sentimenti e
gli affetti, nonché la sensazione che questi pensieri e contributi siano parte di sé.
Rubinstein afferma che si può attribuire una un’etichetta sbagliata sia ai sentimenti che alle
emozioni. Lo stesso Autore porta come esempio, una donna che si comporta come una persona
arrabbiata, ma definisce ciò in un altro modo; qui, non sembra entrare in gioco un insuccesso nel
formulare l’esperienza, ma una particolare formulazione dell’esperienza che sembra avere finalità
difensive, ed probabile che le difese no si limitano a una mancata formulazione o esplicitazione. Se
prendiamo in considerazione, la difesa della razionalizzazione, considerando come esemplificazione
un uomo che viene inviato a una festa con la moglie e insiste ad andarci anche se la moglie abbia
un parere diverso; il suo desideri di andare alla festa è molto intenso, cosa che lui motiva con
l’esigenza di non essere scortese, ma con l’importanza di socializzare. Se ipotizziamo che a questa
festa parteciperà una donna che lo attrae e con la quale ha flirtato in passato, ma che a questo
pensiero abbia dato un’attenzione fugace. Si può avere una complessa combinazione di possibili
operazioni difensive, come una mancata formulazione di pensieri vaghi in relazione alla donna, una
mancata attenzione al pensiero chiaro, ma sfuggente, della presenza della donna, una mancata
formulazione e esplicazione delle fantasie e dei sentimenti su che cosa potrebbe accadere alla festa,
quindi la non formulazione e la non esplicitazione si potrebbero considerare solo una delle categorie
difensive.
L’esperienza non formulata e il contenuto indeterminato
Il concetto di esperienza no formulata di Donnel Stern (1997, p. 69) è il fatto che questa esperienza
venga considerata da lui e dagli altri indeterminata e dunque soggetta a diverse possibili
formulazioni sulla base del contesto interpersonale. Lo stesso Autore definisce l’esperienza non
formulata come “la forma non interpretata di quei materiali grezzi dell’esperienza riflessiva,
conscia, a cui possono essere assegnate delle interpretazioni verbali, e perciò, portate in forma

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articolata”. Inoltre un altro focus dell’esperienza non formulata è il contesto difensivo.


Deve esserci qualche contenuto definito, per esempio, da James “sensazione di intenzionalità”,
oppure, da Gendlin “significato sentito”, che il soggetto sperimenta in qualche modo come
minaccioso affinchè il contenuto non formulato blocchi difensivamente la sua formulazione.
Reagire in modo vago a qualcosa sperimentato come minaccioso, indica che già in qualche modo
un’interpretazione delle esperienza, che vi è qualche contenuto definito. Se vi è un contenuto
definito, un’ulteriore interpretazione o esplicitazione può essere considerata un modo per
completare l’esperienza, ovvero, formulare le sue implicazioni, non è soltanto una questione di
costruirla mediante l’interpretazione. La difesa è una risposta attribuibile al contenuto più o meno
definito di significati sentiti o di sensazioni di intenzionalità.

Il paradosso della difesa inconscia


La teoria strutturale freudiana individua nell’Io o censore l’istanza che inconsciamente impedisce al
materiale minaccioso di raggiungere la coscienza. Questa affermazione si avvicina pericolosamente
all’ipotesi di un homunculus sub personale che sa cose che io come persona non so. Sullivan
sostiene che è il sistema del sé che impedisce a determinati contenuti psichici di raggiungere la
coscienza attraverso la disattivazione selettiva.
Freud chiama angoscia segnale, insieme alla reazione non codificare oltre, oppure, non prestare
ulteriore attenzione, questo meccanismo funziona come un sistema di retroazione negativa, per cui
la non codifica e la non attenzione sopprimono l’angoscia, cosa che a sua volta rinforza la reazione
difensiva,. Donnel Stern osserva discutendo il lavoro di Sullivan come gli indizi fugaci possano
riferirsi a una categoria dell’esperienza, per esempio, ciò che è familiare è contrapposto a ciò che
non è familiare. Dato che questi indizi scatenano l’angoscia, il soggetto non può essere in grado di
codificare oppure, formulare ulteriormente esperienze o contenuti psichici elaborati fino al livello
non familiare. In altri termini, non è necessario che uno stimolo sia interamente elaborato per
difendersi da esso, e neanche, occorre sapere o sperimentare tutto di un contenuto che non si vuole
conoscere o sperimentare.
Sono state proposte diverse spiegazioni di difesa percettiva, una particolare ipotesi degli indizi
parziali, sembra essere la più interessante. Infatti, in base a questa ipotesi per spiegare i risultati non
è necessario ipotizzare che i soggetti codifichino completamente lo stimolo, ma è sufficiente che ne
identifichino gli indizi parziali. Una ricerca sugli indizi parziali, riporta la tesi elaborata da Eagle, in
cui ai soggetti venivano presentate due scene in maniera subliminale: a) una scena aggressiva che
conteneva un numero elevato di linee spezzate e spigolose, b) una scena positiva che conteneva più
linee curve e arrotondate. In questa situazione, prima di riconoscere il significato delle scene gli
indizi parziali spigoloso/arrotondato delle linee includevano svariate risposte. Il focus è che lo
stimolo non formulato non era ancora completamente codificato, non è uno stimolo indefinito, in
quanto, spigoloso/arrotondato sono elementi ben definiti.
Sullivan ipotizza che il sistema del sé mantenga un’identità costante tenendo fuori dalla coscienza e
non formulando ulteriormente le esperienze fugaci, nuove e non familiari e quindi pericolose, e
permettendo piena formulazione e accesso alla coscienza soltanto quelle familiari e sicure. Quindi,
l’ipotesi elaborata da Sullivan si combina bene con quella degli indizi parziali. Riassumendo,

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qualsiasi concezione di difesa intesa in termini di non formulazione di un’esperienza implica


necessariamente un qualche contenuto definito che giustifica tale difesa, anche se quel contenuto
definito può essere un indizio parziale o permetterebbe solo un giudizio sommario come
nuovo/vecchi, oppure, sicuro/pericoloso.
Le esperienze fugaci come guida ai sentimenti autentici
Le sensazioni fugaci non formulate sono la guida migliore per comprendere ciò che è reale nel
paziente, i suoi veri sentimenti e il suo stato interiore autentico. Per Rogers, secondo il quale i veri
sentimenti e atteggiamenti di una persona sono rivelati in modo accurato dall’esperienza viscerale,
piuttosto, che da pensieri consci compiutamente articolati. Questi ultimi, per Rogers sono
maggiormente soggetti alle condizioni di valore, ovvero, che ha incontrato l’approvazione
genitoriale e può dunque essere ammesso all’elaborazione cosciente. Pensieri e sentimenti che
hanno incontrato la disapprovazione dei genitori, in particolare, il ritiro dell’amore, restano fugaci e
non formulati. Sono queste esperienze fugaci e non formulate, queste sensazioni viscerali non
verbali che rivelano emozioni e pensieri sfuggiti alle limitazioni imposte dalle condizioni di valore.
Questa visione è in contrasto con Donnel Stern, solo una ristretta gamma di interpretazioni e
formulazioni rifletteranno i significati rilevanti inerenti e le esperienze non formulate. Solo un
particolare gruppo di interpretazioni e formulazioni del non formulato sono fedeli ai veri sentimenti
dell’individuo, parafrasando Freud “concordano con la realtà che in lui”.
Sia Rogers che Freud si collocano dentro la prospettiva del realismo psicologico. Infatti, entrambe
credono che esistano significati reali ai quali le esperienze fugaci non riformulate rimandano. In
questa ottica, solo quelle particolari interpretazioni che sono fedeli agli stati interni a cui è stata
negata la formulazione, a causa delle condizioni di valore, dall’angoscia oppure dalle proibizioni
del Super-io, rappresentano formulazioni veritiere del non formulato. Contrariamente al pensiero di
Donnel Stern secondo cui l’indeterminatezza e la fugacità delle esperienze non formulate le rende
suscettibili di un numero illimitato di interpretazioni e integrazioni corrisponde a ciò che è reale
nell’individuo, ovvero, accurata, mentre il resto delle possibili interpretazioni resta plausibile e non
corrisponde alla realtà, ma rimandano alle esperienze non formulate. Come osserva lo stesso
Autore, anche i primi teorici interpersonali concordavano sul fatto che le esperienze non formulate
fungessero da guida per capire ciò che è reale nell’individuo.
Per From, Schachtel, Tauber e Green la verità o il valore risiedono molto spesso nell’apprensione
diretta, oppure, nell’immediatezza, e meno frequentemente nella comunicazione verbale. Per gli
stessi Autori una volta che l’esperienza viene organizzata e trasformata in parola, è più facile che il
suo valore di verità venga irreversibilmente diluito o irrimediabilmente perso, vittima del filtro
sociale. Da una prospettiva teorica un po’ diversa, Rogers e Freud sostengono che le esperienze
fugaci e non formulate, ovvero ciò che non è verbalizzato, espresso e articolato rivelano molto di
ciò che un soggetto è dei suoi veri sentimenti e atteggiamenti, rispetto alle esperienze articolate e
formulate che hanno più probabilità di essere rettificate e attenuate dal filtro sociale.
Quella delle esperienze non formulate, è come dire, “una versione romantica dell’inconscio”, che
viene considerata la matrice di un mondo esperienziale intatto, non ancora plasmato dal filtro
sociale, scevro da ragionamento e valutazioni e pertanto fonte di verità, atta a rivelare sentimenti e
atteggiamenti autentici, come una sorta di “buon selvaggio della mente”.

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Freud afferma che l’Es rappresenta il sé vero e reale dell’individuo, i suoi desideri e impulsi
autentici che non sono assoggettati alle esigenze della realtà e delle difese dell’Io, né si
sottopongono alle inibizioni e alle aspettative sociali del Super-io. Anche Freud pensa che le
modalità esperienziali non siano passate per il filtro sociale (censore). Una differenza tra Fromm e
Freud è la rispettiva concezione di ciò che è il vero, oppure, reale sé dell’individuo prima di essere
passato dal filtro sociale. Per Fromm, Schachtel, Tauber e Green, il sé pro-sociale e i sentimenti e i
pensieri pro-sociali sono freschi, ingenui, incorrotti e candidamente innocenti. Per Freud dietro al sé
sociale o socializzato vi sono molteplici pulsioni sessuali e aggressive, per questa visione teorica
Mitchell la definisce “la metafora della bestia”. È un sé nemico della società che non può essere
tollerato e quindi deve essere domato e socializzato. Per Fromm dietro al sé sociale c’è il sé ingenuo
del bambino innocente, che non può essere domato dalla società ed ha il bisogno di essere
socializzato.
Quindi, gli impulsi sessuali e aggressivi, da un lato, e le esperienze non formulate, dall’altro,
vengono regolati dall’inconscio. Nel primo caso vengono banditi dalla coscienza, ovvero, rimossi;
mentre, nel secondo caso, le esperienze vengono lasciate non formulate e senza accesso alla
coscienza verbale esplicita.
Fromm, Schachtel, Tauber e Green affermano il sé pre-sociale e i sentimenti e i pensieri pre-sociali
sono freschi, ingenui, incorrotti e innocenti. Mentre, per Freud dietro al sé sociale o socializzato vi
sono molteplici funzioni sessuali e aggressive, visione che Mitchell denomina “la metafora della
bestia”, quindi il sé nemico nella società non può essere tollerato e va domato e socializzato.
Secondo Fromm dietro al sé vi è il sé ingenuo del bambino innocente, che svariati motivi, non può
essere tollerato dalla società, e vi è la necessità di domarlo, o per lo meno socializzarlo. In entrambe
i casi, le pulsioni sessuali e aggressive, da un lato, e le esperienze non formulate dall’altro vengono
relegati nell’inconscio. Nel primo caso vengono banditi dalla coscienza, ovvero, rimossi, mentre,
nel secondo caso, le esperienze vengono lasciate non formulate e senza accesso alla coscienza
verbale esplicita. Quando qualcosa cerca di raggiungere l’ultimo livello di formulazione,
sostengono Fromm, Schachtel, Tauber e Green avrà già perso la sua innocenza. Anche, se
quest’ultimo punto di vista sembra paradossale; infatti, per poter utilizzare la saggezza e il valore
che sono insiti nelle esperienze non formulate, è necessario potervi accedere in qualche modo, ma
accedervi significa formulare e tradurle in linguaggio. Secondo gli stessi Autori una volta che le
esperienze vengono organizzate mediante il linguaggio, è probabile che il suo valore sia stato
ridimensionato, oppure, sia andato perduto a causa del filtro sociale.
George Klein sostiene che gran parte che viene definito come rimozione consiste nel non volere,
oppure, non sapere stabilire connessioni tra esperienze singolarmente possono anche essere consce
e interamente formulate. Quindi, ciò che non è formulato ha bisogno di essere formulato ed è con la
consapevolezza dei significati che emergono le connessioni tra le diverse esperienze.
L’inconscio rappresentazionale
Un altro approccio della psicoanalisi contemporanea ai processi e ai contenuti inconsci è la
concettualizzazione in termini di rappresentazioni di sé, dell’oggetto e delle interazioni tra i due che
sono strettamente connessi alle credenze, alle aspettative, e agli affetti acquisiti nell’interazione con
i genitori. Esempi di queste rappresentazioni sono:

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1. Le unità sé-oggetto-affetto di Kernberg;


2. Le rappresentazioni interattive generalizzate (RIG) di Stern;
3. Le strutture di interazione di Beebe e Lachmann;
4. I modelli operativi interni (MOI) di Bowlby;
5. I pattern di attaccamento della Ainsworth;
6. Le convinzioni patogene inconsce di Weiss e Sampson (che sono credenze rispetto alla
relazione tra se stessi e le figure genitoriali);
7. Le configurazioni relazionali di Mitchell;
8. Gli oggetti e le relazioni oggettuali interiorizzati di Faibairn.

Sulla base delle innumerevoli interazioni precoci con le figure genitoriali, si formano le
rappresentazioni implicite o inconsce, che sono costituite dalle astrazioni, oppure, dalle
generalizzazioni di interazioni prototipiche. Questa è l’idea di base dei RIG, strutture di interazione
e modelli relazionali abituali. Le RIG che si vengono a formare, nel contesto sociale, sono
espressioni di una tendenza di base della mente, che è stata attenzionata dagli psicologi cognitivisti,
che è utile per astrarre le rappresentazioni generali da esperienze e da episodi specifici che si
ripetano. Queste rappresentazioni rispecchiano le variabili situazionali e fungono da modello,
oppure, da norma di ciò che il soggetto si deve aspettare o credere. Per Nelson e Gruendel le
rappresentazioni generali di eventi, che si possono considerare una sottocategoria delle RIG, e si
considerano come semplice esempio di struttura di questa tipologia di norme e di rappresentazioni
insite nell’evento.
Le RIG/le strutture di interazione si formano nella prima infanzia e influenzano le rappresentazioni
e le aspettative connesse ad altri significati, nonché, il corrispondente concetto di sé. Per esempio,
un soggetto che ha sperimentato ripetuti rifiuti si costruirà un concetto dell’altro come rifiutante e
un concetto di sé di persona sgradevole. È possibile che le strutture di interazione precedano la
differenziazione tra rappresentazioni di sé e dell’altro. Le rappresentazioni di sé sono concepite
come una risposta condizionata, in quanto, rappresentano una ricostruzione delle variabili
situazionali e delle risposte ambientali connesse al proprio comportamento. In quanto risposte
condizionate, ovvero, reazioni che sono in grado anche negli organismi più semplice non
necessitano di un concetto preciso di sé e dell’altro. Il concetto di struttura di interazione, è un
esempio della concezione della mente elaborata da Mitchell, si può definire un insieme di modelli
transazionali e strutture interne derivate da un campo interattivo interpersonale.
Le rappresentazioni sé-oggetto vengono descritte con un linguaggio cognitivo e sobrio rispetto alle
aspettative e alle credenze, e sono permeate da una certa affettività e da tematiche e preoccupazioni
affettive connesse a temi profondi quali, a) l’amore; b) l’autostima; c) il rifiuto; d) l’abbandono; e)
la vulnerabilità; f) l’inglobamento; g) l’intimità; h) l’autonomia. Queste tematiche spesso sono
pervase da conflitti, per esempio, il desiderio di intimità e la paura dell’abbandono, e da difese della
percezione di affetti disforci. Essendo acquisiti in tenera età attraverso canali non verbali questa
tipologia di rappresentazioni sono spesso inconsce
Per la teoria classica, una volta eliminata con la rimozione si ha un recupero dei desideri rimossi,
ma la stessa operazione non è possibile per le rappresentazioni precoci, in quanto funzionano

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similmente alla coscienza precedurale. Infatti, non si può sperimentare in prima persona una
struttura rappresentazionale, come invece, è possibile percepire un desiderio o un ricordo. Invece, si
può arrivare a identificare i modelli relazionali impliciti e ripetitivi che dominano la vita, che è
spesso il motivo per cui le persone sono in trattamento. Visto che i modelli relazionali conosciuti
potrebbero riguardare anche altre persone, questa identificazione si basa su un modello di
conoscenza in terza persone, fondato su osservazioni, prove e interferenze, e come tale non ha
l’autorevolezza e della dichiarazione in prima persona. Quindi, il trattamento non fa accedere
direttamente alle strutture rappresentazionali, oppure, alle esperienze precoci ripetute da cui
derivano, ma spesso né facilita il riconoscimento, la presa di coscienza e l’analisi.
Per Fonagy, l’enfasi sulle rappresentazioni riflette il minor interesse della psicoanalisi
contemporanea al recupero dei ricordi rimossi. A volte i pazienti ricordano determinati avvenimenti
passati che fungono da modello o da prototipo di esperienze ripetute e che hanno contribuito a
plasmare le strutture rappresentazionali. Nella prospettiva contemporanea, il significato terapeutico
del recupero di tali ricordi non risiede tanto nel beneficio diretto del recupero dello stesso, ma nel
fatto che tali ricordi sono esemplificatori di tali esperienze in base alle strutture rappresentazionali
formate.
Per la psicoanalisi contemporanea, in base alle esperienze ripetute precoci, il paziente ha astratto
una struttura di interazione che può essere formulata più o meno in questo modo, “quando sono
vicino a una donna la sperimento come minacciosa e intrusiva e mi sento emotivamente morto”,
infatti, l’intrusività del caregiver è associata a un pattern di attaccamento evitante. Molto
probabilmente, le esperienze in età successiva anche se possiedono la medesima struttura
potrebbero essere accessibili alla memoria episodica. Nella prospettiva della psicoanalisi
contemporanea, il significato terapeutico del recupero di questi ricordi episodici risiede nella loro
idoneità a esemplificare le strutture intenzionali dominanti nel paziente e a dare un contributo
concreto, biografico e emotivo a ciò che rimarrebbe una descrizione astratta in terza persona.
Il paziente ha la possibilità di osservare le rappresentazioni ipotetiche, strutture di interazione e
norme, descritte in terza persona che dominano la sua vita come farebbe un soggetto esterno, per
esempio, il terapeuta; benchè questo tipo di insight e auto-coscienza è importante e necessario nel
trattamento resta di natura cognitiva. Nell’interazione con il terapeuta nel qui e ora per dare la
sensazione affettiva, la convinzione affettiva, il senso di meità e dell’autenticità necessarie per
conferire alla conoscenza di sé l’autorevolezza della prima persona indispensabile affinché avvenga
il cambiamento.
Cosa emerge dall’inconscio? Se si osserva il passaggio dall’inconscio classico, quello dei desideri
rimossi, dominato dal pensiero irrazionale e dai processi primari, costituito da rappresentazioni
cognite associate e da forti componenti emotive. L’inconscio nella psicoanalisi contemporanea è
essenzialmente razionale e orientato alla realtà. Per Eagle, le RIG, le strutture si interazione
vengono concepite come repliche fedeli di eventi reali, ovvero, registrazioni astratte di interazioni
reali con il caregiver. Dunque, in questa ottica, le rappresentazioni inconsce tengono conto
dell’immaturo sviluppo cognitivo del bambino e non sono basate su fantasie endogenee, ma sono il
risultato delle interazioni di messaggi e comunicazioni genitoriali sia implicite che esplicite. Una
delle principali critiche di Bowlby alla teoria psicoanalitica, e uno dei motivi che lo hanno spinto ad

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elaborare la Tda, è stata l’eccessiva enfasi della teoria freudiana e kleiania sulle fantasie è lo scarso
interesse del ruolo degli eventi reali nella vita del bambino.
L’inconscio nella psicoanalisi contemporanea è un costrutto diverso dall’inconscio freudiano.
Fondamentalmente è un inconscio cognitivo, composto da credenze, rappresentazioni di sé,
dell’oggetto e dell’interazione, e da assunti e aspettative impliciti che riguardano le reazioni degli
altri nei propri confronti. Quindi, si può affermare che si è passati da inconscio di desideri infantili a
un inconscio di rappresentazioni infantili. La psicopatologia non si fonda più sulla pre-esistenza di
desideri infantili, ma sulla persistenza di rappresentazioni che in un tempo erano adattive, mentre
adesso non lo sono più. Nella visione freudiana, la psicopatologia è caratterizzata dal
perseguimento dei desideri infantili che difficilmente possono venire appagati nel mondo reale e
sono in conflitto con la società ed aspetti della personalità, e dalle difese della presa di coscienza e
dal riconoscimento di questi desideri. Nella visione contemporanea della psicoanalisi, la
psicopatologia è il prodotto di fattori le rappresentazioni negative di sé accompagnate da affetti
disforici, rappresentazioni di sé e degli altri rigide e stereotipate basate dalle esperienze precoci con
i caregiver che rendono difficile l’istaurarsi di relazioni adulte soddisfacenti e di aspettative
patogene rispetto il tipo di vita da seguire per potere preservare il legame con gli oggetti.
La natura sociale della mente
Aspetto fondamentale delle teorie psicoanalitiche contemporanee è la concezione della natura
sociale della mente. Nella letteratura psicoanalitica contemporanea viene espressa in almeno due
modi: 1) il primo riguarda le teorie contemporanee delle relazioni oggettuali, in contrapposizione
con quelle classiche. Le teorie psicoanalitiche contemporanee si distinguono per l’insistenza
sull’intrinseca natura sociale, oppure, orientata all’oggetto umano; 2) il secondo modo si traduce
nella concezione di una mente costruita socialmente. Queste due modalità non sono identiche,
infatti affermare che l’essere umano è intrinsecatamene sociale o orientato all’oggetto significa
sostenere che queste tendenze sono innate, e non costruite socialmente. Quindi, sostenere che
l’uomo ha una tendenza innata sociale e orientata all’oggetto equivale a dire che questa tendenza è
relativamente indipendente dalle influenze sociali, come è dimostrato dalla natura trans-culturale,
tran-storica e tran-specie.
L’idea di Bowlby di un sistema di attaccamento pre-programmato e selezionato nel corso
dell’evoluzione, è un esempio esplicito dell’importanza del fondamento biologico innato della
natura sociale. La differenza tra l’ipotesi di una natura umana intrisecatamente sociale può essere
resa chiara dal seguente esperimento, per esempio, se si immagina che in una società le influenze
sociali precoci producono una mente orientata alla ricerca della gratificazione dei desideri sessuali e
aggressivi, che nel pensiero freudiano rappresenta la motivazione fondamentale della ricerca
oggettuale. In questo caso specifico, la costruzione sociale della mente originerebbe una mente non
particolarmente sociale. Adesso, proviamo a pensare alla situazione opposta, che l’uomo abbia una
natura sociale innata e indifferente all’influenza sociale, e questo è un caso in cui la natura sociale
risulterebbe indipendente dalla costruzione sociale. In questi esempi ipotetici, la costruzione sociale
della mente darebbe come risultato una mente asociale, mentre una concezione radicale della natura
sociale vedrebbe la mente come relativamente immodificabile dalle influenze sociali. Quasi tutti
sono d0accordo nell’affermare, che senza essere immersi in ripetute interazioni sociali, nessuno

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potrebbe sviluppare quello che gli studiosi definiscono “una mente umana”. Pertanto, si può
affermare che la mente è una costruzione sociale.
Il contenuto sociale della mente
La mente dell’uomo è plasmata dalle precoci e ripetute interazioni con gli altri, e principalmente,
con i caregiver. Molti esponenti della psicoanalisi contemporanea affermano, che la mente è
costruita socialmente, e questo va oltre il riconoscimento che le interazioni sociali rendono possibile
il modellarsi e l’emergere di una mente sul piano evolutivo. L’affermazione che la mente è una
costruzione sociale viene estesa fino a includere l’assunto più radicale secondo cui nella sua
funzione adulta, oltre, che nella prima e nella seconda infanzia, la mente è il prodotto delle continue
e mutevoli interazioni sociali intersoggettive. In questo modo, la mente non viene concepita come
una struttura interna e relativamente stabile, ma piuttosto, come una serie di risposte fluide e
cangianti alle influenze e alle interazioni sociali. Friedman afferma che questa concezione della
mente si riflette nell’attenzione di molti psicoanalisti contemporanei per il fluido e il contingente.
Vale a dire, che la mente è costruita socialmente equivale ad affermare che la mente è costruita dalle
incessanti interazioni sociali in atto, che sono sempre mutevoli.
La prospettiva intersoggettiva di Stolorow e colleghi
La concezione di una mente costruita dalle interazione sociali si trova negli scritti Mitchell e di
Strolorow. Nel pensiero classico psicoanalitico la teoria delle pulsioni vi sono stati molteplici
sviluppi e hanno proposto un’idea intrinseca della mente come natura sociale, riformulando il
concetto di pulsione e della sua relazione con l’oggetto. Nella prospettiva freudiana l’oggetto è
l’elemento più variabile della pulsione , non è originariamente collegata a essa, ma le è assegnata
soltanto in forza della sua proprietà di rendere possibile il suo soddisfacimento. M. Klein sostiene
che non esiste pulsione senza oggetto, che la pulsione e l’oggetto sono intrinsecamente connessi.
Greenberg e Mitchell che il legame tra pulsione e oggetto si basa sull’idea di immagini innate
dell’oggetto “totalmente di fantasia”.
Eagle cita alcuni passi significativi degli scritti di Stolorow che trattano la natura della mente. Al
tale proposito Stolorow (1984, p. 41) scrive: “La psicoanalisi viene concettualizzata come una
scienza dell’intersoggettività, incentrata sull’interazione tra i mondi soggettivi, diversamente
organizzati, dell’osservatore e dell’osservato. Sempre, lo stesso Autore (2002, p. 18) afferma: “la
concezione di un sistema intersoggettivo mette a fuoco sia il mondo esperienziale dell’individuo sia
il suo essere incapsulato in altri mondi analoghi, in un flusso continuo di influenze reciproche.
Secondo Stolorow, Atwood e Orange, il mondo esperienziale del paziente è modellato da una “rete
di convinzioni, norme e principi che organizzano in modo pre-riflessivo il suo mondo e mantengono
le sue esperienze confinate entro i loro orizzonti congelati e le loro prospettive limitate. Inoltre,
queste norme e questi principi vengono acquisiti dal soggetto durante l’infanzia all’interno di un
campo relazionale che parafrasando Donnel Stern (1997, p. 67) “struttura le possibilità di
conoscenza, il potenziale di ciò che possiamo affermare e dire”. Infatti, quando il bambino avverte
che certe esperienze sono indesiderate, oppure, nocive per il caregiver, tali aree di esperienza
vengono sacrificate per salvaguardare l’indispensabile legame con lui. Inoltre, se le esperienze del
bambino non vengono convalidate, non possono venire nemmeno articolate, ovvero, per dirla con
D. Stern “restano non formulate”. Così per Stolorow, Atwood e Orange, come Donnel Stern, le

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interazioni precoci del bambino coi caregiver definiscono le aree o contenuti che il soggetto non
sarà in grado di esperire e quelli esclusi, oppure, preclusi dall’esperienza cosciente.
Stolorow, Atwood e Orange sostengono che l’influenza dell’interazione su ciò che può essere
sperimentato o meno non si limita all’infanzia ma è attivata anche nella vita adulta, per esempio,
nella situazione analitica. Secondo gli stessi Autori, il paziente valuta la ricettività dell’analista
rispetto alle proprie esperienze, se ritenute minacciose per il legame con lui non vengono codificate
o elaborate. Si presupporre, che il paziente, sia in modo conscio che inconscio, coglie nel terapeuta
i segnali riguardo al suo atteggiamento verso certo aree di esperienza, e quando ritiene che sia una
difesa, mette in atto operazioni difensive come per esempio l’incapacità di esplorare.
Per Stolorow, Atwood e Orange le interazioni precoci coi genitori forgiano l’esperienza. Da un lato
sembrano sostenere che le prospettive limitate e gli orizzonti creati nelle interazioni precoci coi
genitori siano congelati oppure restano immutati nel tempo. Dall’altro canto contraddicono questo
assunto, e affermano che gli orizzonti di consapevolezza sono prodotti fluidi e cangianti, tanto
della storia intersoggettiva e unica di quel soggetto, quanto ciò che è permesso, oppure, proibito
sapere entro i campi intersoggettivi che costituiscono la vita attuale.
Il contributo di Mitchell
Mitchell ha rifiutato la concezione classica della mente come struttura stabile, concettualizzandola
come il prodotto fluido, socialmente costruito, di interazioni sociali continuante mutevoli. Eagle cita
alcuni passi rappresentativi di Mitchell, per esempio.
Mitchell scrive: “l’unità oggetto di studio non è l’individuo come entità separata ma un campo di
interazione all’interno del quale l’individuo nasce e lotta per stabilire contatti e esprimersi. Sempre
lo stesso Autore afferma: “la mente è stata ridefinita passando da una descrizione in termini di
strutture predeterminate emergenti dall’interno di un organismo individuale a una descrizione basata
su modelli transazionali e strutture interne derivate da un campo interattivo personale”. Quindi “le
menti sono fenomeni sociali che solo in un secondo momento diventano oggetto dell’attenzione e
dell’elaborazione degli individui”.
Quindi, vi è la possibilità che la mente umana si sviluppi e sia connessa alle interazioni
interpersonali. Quindi, si può affermare che la mente è formata da configurazioni relazionali,
ovvero, relazioni oggettuali interiorizzate, come afferma Faibairn.
Gli analisti sono interessati al campo interazionale, per esempio, quello tra paziente e terapeuta,
l’unità di studio di base resta l’individuo come entità separata. Di certo il paziente che intraprende
un’analisi si presenta “come entità separata” e diventa il fulcro primario dell’attenzione
dell’analista.
Se Mitchell intende l’individuo come entità separata, vuole dire che il soggetto non è condizionata
da altri, allora, l’individuo non può essere l’unità di studio di base della psicoanalisi, e di nessuna
altra disciplina. Ma affermare che non esiste un’entità corrispondente a un individuo oppure a una
mente individuale non condizionata dall’interazione sociale e ciò non implica che il campo
interazionale sia l’unità di studio e non solo il soggetto.
L’affermazione dello stesso Autore che la mente è plasmata dalle interazioni precoci con gli altri, e
che la maggior parte di ciò avviene nella mente del soggetto ed è connesso alle sue relazioni e alle
rappresentazioni di queste relazioni, non va confusa con l’affermazione “l’unità oggetto di studio

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non è l’individuo come entità separata”. È vero che non si può sviluppare una mente senza
immergersi nelle interazioni umane, che la mente nel suo sviluppo viene forgiata dalle stesse
interazioni e che per tutta la vita il soggetto è coinvolto nelle interazioni con gli altri.
Secondo Mitchell ogni essere umano ha tante personalità quante relazioni interpersonali, e scrive
che secondo Sullivan, le persone non sono entità separate ma partecipanti a interazioni con gli altri
individui reali e con le personificazioni, oppure, con le rappresentazioni degli altri derivate dalle
precedenti interazioni con gli altri individui reali.
Mitchell rifiuta l’affermazione del pensiero classico secondo cui le dinamiche fondamentali
rilevanti nel processo analitico sono preorganizzate nella mente del paziente, e l’analista assume
una posizione privilegiata per potervi accedere. Infatti, il rifiuto di alcuni aspetti della posizione
psicoanalitica classica ribalta questa affermazione, ovvero, che l’interazione analista-paziente
costituisce e organizza la mente del paziente, come se non vi fosse un’organizzazione stabile
precedente e indipendente da questa interazione. In altre parole, l’analista continua a emettere
segnali che possono influenzare lo stato mentale del paziente e viene estesa in modo radicale e
trasformata nell’affermazione che l’interazione analitica organizza la mente del paziente.
Mitchell ha osservato che la sua critica si rivolge all’assunto che esista un’organizzazione statica
che si manifesta tout court nelle varie esperienze e che opera una distinzione tra pre-esistente e pre-
organizzato. È quasi scontato che si può criticare una concezione della mente come unità statica e
impermeabile alle diverse situazioni o interazioni, ma si può riconoscere che la mente del paziente è
pre-organizzata e che le principali dinamiche che contribuiscono questa organizzazione sono
rilevanti nel processo analitico.
Alcuni analisti contemporanei cercano supporto alla loro concezione socio-costruttivista della
mente nei dati di ricerca sullo sviluppo infantile, e dati empirici dimostrano di come le interazioni
sociali forgiano gli stati mentali infantili e sono il pre-requisito dell’esistenza degli stati mentali, e
tali riscontri si possono applicare nel funzionamento adulto. La letteratura sull’età evolutiva
suggerisce che l’interazione sociale influenza gli stati mentali del bambino. Al suo interno viene
fatta una distinzione tra caregiver dotato di sensibilità e di responsività ai segnali reali del bambino
e il caregiver che tende a imporre e proiettare sul bambino i propri stati mentali. È vero che in
entrambe i casi il caregiver contribuisce a plasmare gli stati mentali del bambino, ma nel primo caso
(caregiver dotato di sensibilità) egli risponde in modo relativamente accurato e sensibile ai segnali
reali del bambino; mentre, nel secondo caso (caregiver che impone i propri stati mentali) egli non è
in grado di distinguere tra gli stati mentali propri e quelli del bambino, e quindi impone i suoi.
Inoltre, si possono citare i concetti di vero e falso sé di Winnicott. Che contemplano la distinzione
tra caregiver sensibile e insensibile. Per Winnicott il falso sé è un sé di compiacenza sociale,
risultato dall’accondiscendenza alle imposizioni del caregiver, in una sorta “sarò come tu mi vuoi e
hai bisogno che io sia”. Mentre, contrariamente, il vero sé promana l’impulso spontaneo
dell’organismo del neonato. E per gli autori che aderiscono a una completa costruzione sociale della
mente, qualsiasi distinzione tra vero sé e falso sé non ha motivo di sussistere. Implicita nel concetto
di vero sé vi è la concezione che nello sviluppo ottimale determinate aree della personalità sono
relativamente insensibili all’influenza delle interazioni sociali.
Per Freud è utile proporre l’analogia tra l’importanza della responsività adeguata del caregiver ai

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segnali del bambino, che dipende in parte della sua conoscenza genuina del bambino, e
l’importanza dell’idea classica che le interpretazioni dell’analista debbano concordare con la realtà
che è in lui nel paziente. In entrambe i casi, se la mente viene costruita nell’interazione sociale, nel
bambino non esistono nemmeno gli stati mentali indipendenti cui il caregiver deve rispondere
adeguatamente, né esiste nell’adulto qualcosa di corrispondente all’espressione nella mente del
paziente su cui l’analista o il paziente possano avere torto, oppure, ragione, posizione che viene
assunta da Mitchell.
Nel rifiutare l’idea classica, alcuni autori contemporanei hanno contemporaneamente rifiutato l’idea
che esistano proprietà endogene della mente, nel senso di non completamente plasmate
dall’interazione sociale, come se dare spazio a proprietà endogene equivalesse a reintrodurre una
sorta di teoria dell’istinto o della pulsione, o per utilizzare una terminologia più ampia, adottare una
concezione essenzialistica della mente.
Rapport nella sua teoria che le due fonti di autonomia dell’Io, sostiene come l’ambiente esterno, in
cui include anche le influenze sociali, garantisca una certa autonomia delle pulsioni e che le pulsioni
garantiscano una certa autonomia dell’ambiente. Ovvero, Rapport sostiene che sono le pulsioni
endogene che pongono i limiti all’influenza sociale; e generalmente, esistono proprietà essenziali
della mente umana che sono insensibili ai limiti delle influenze sociali. Lo stesso Autore colloca le
proprietà essenziali dell’umo nelle pulsioni endogene piuttosto che nell’influenza sociale.
Nell’ideologia totalitaria, il pensiero winnicottiano di un aspetto privato interiore e inviolabile non
può essere tollerata. L’obiettivo di una società totalitaria è quello di plasmare e produrre falsi sé,
ovvero, sé compiacenti.
Situazionismo, comportamentismo sociale e costruzione della mente
Larry Friedman sostiene che la psicoanalisi contemporanea da agli stati fluidi e contingenti della
mente, fluttuante a ogni interazione interpersonale, questa concezione ricorda una posizione teorica
elaborata nell’ambito della psicologia di personalità e conosciuta come “situazionismo”. Come
suggerisce questo termine, questa corrente sosteneva che la situazione in cui il soggetto si trova è un
migliore predittore del suo comportamento rispetto a presunti tratti interni e stabili della personalità.
In un classico studio sulla predizione dei comportamenti onesti e disonesti nei bambini, emerse che
le modificazioni della situazione esterna rendevano meglio delle differenze nel comportamento
rispetto alle misurazioni del tratto dell’onesta. Dopo la pubblicazione di studi e articoli su questo
tema tratti vs situazioni si è giunti alla conclusione che il comportamento è un prodotto
dell’interazione tra tratti interni e situazioni esterne.
Eagle cerca di stabilire un parallelismo tra il situazionismo e l’accento posto dalla psicoanalisi
relazionale contemporanea sulla costruzione sociale della mente, e nello specifico, sugli stati fluidi
della mente che variano al fluttuare delle relazioni interpersonali. Nella psicoanalisi, il ruolo svolto
dalle interazioni interpersonali viene definito da Sullivan “campo interpersonale” è direttamente
paragonabile al ruolo che giocano le situazioni esterne nella psicologia della personalità. Entrambe
le posizioni implicano uno scetticismo rispetto alla funzione di strutture interne e stabili ed
enfatizzano il ruolo delle situazioni esterne sempre mutevoli nel determinare il comportamento. In
generale, il situazionismo non si opponeva soltanto alla teoria dei tratti, ed era critico verso la teoria
psicoanalitica della personalità come esempio precipuo di una teoria che sottolinea l’influenza

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preponderante di strutture interne stabili, ad esempio, i desideri inconsci, i conflitti e le difese.


La teoria interpersonale elaborata da Sullivan che viene influenzata dalla psicoanalisi relazionale,
può essere concepita come una formulazione chiara ed estrema, del situazionismo in psicoanalisi.
L’espressione più chiara del situazionismo in Sullivan è la sua affermazione che non esiste qualcosa
come una personalità individuale, ma solo un campo interazionale. Egli è influenzato dal filosofo
sociale comportamentista Herbet Mead, dai sociologi come Cooley che hanno studiato l’importanza
dei ruoli sociali. Per questi due autori, gran parte di quello che si considera mente e personalità è
una questione di “ruoli sociali” piuttosto che strutture interne.
Da Mead e Cooley a Sullivan e a Mitchell e infine alla psicoanalisi relazionale, vi è la sostituzione
dei tradizionali obiettivi psicoanalitici di scoperta e di ritrovamento on quelli di organizzazione
dell’esperienza e costruzione interpretativa della concezione che Mitchell sull’inesistenza dei
processi chiaramente distinguibili corrispondenti nella mente del paziente rispetto ai quali paziente
o analista possono avere torto o ragione.
Contenuti mentali inconsci e motivazione
Il problema essenziale è la forza motivazionale dei contenuti mentali inconsci. Al centro della
pensiero psicoanalitico classico della mente vi è l’idea che gran parte della vita mentale si trovi al di
fuori della coscienza e che i contenuti psichici inconsci esercitino una forza motivazionale che
influenza il funzionamento mentale. In relazione a ciò, un assunto centrale della psicoanalisi è
quello che le idee e i desideri inconsci e rimossi continuano a premere per essere soddisfatti e
emergere alla coscienza, que. Per esempio, se un paziente giusta tensione al soddisfacimento viene
contrastata da altre forze. Di solito questa formulazione venga ascritta al modello pulsione-difesa,
l’idea di base che i desideri banditi della coscienza possano continuare a essere attivi ciò non
richiede di per sé un’adesione alla teoria delle pulsioni, proprio come una focalizzazione sul
conflitto interno non dipende da un’adesione alla teoria pulsionale.
Nelle teorie psicoanalitiche contemporanee è assente l’assioma psicoanalitico di contenuti e di
processi inconsci che esercitano un’influenza primaria sul funzionamento della personalità. Eagle si
sofferma su queste implicazioni e sostiene che l’allontanamento dalla psicoanalisi classica invalidi
questa teoria, ma dimostra la loro natura radicale, e solleva la domanda se queste rappresentazioni
possono rappresentare sviluppi teorici della teoria psicoanalitica o siano essenzialmente alternative
ad essa.
Comunicare versus esperire
Nelle teorie trattate da Eagle non si fa cenno a ciò che viene esperito e ciò che non viene
comunicato. Stolorow, Atwood e Orange insieme a D. Stern, Weiss e collaboratori sostengono
l’influenza del campo relazionale su ciò che il paziente è in grado oppure meno di esperire
compiutamente. Per gli autori che si definiscono intersoggettivisti, si nota uno scarso interesse per
ciò che il paziente è disposto o meno a comunicare al terapeuta. Per esempio, se il paziente giudica
il terapeuta come poco ricettivo a certe esperienze, o ancora peggio, se giudica determinate
esperienze, se comunicate al terapeuta, possano minacciare il legame con lui, potrebbe decidere di
non comunicargliele. Determinate esperienze possono essere interamente formulate e tuttavia non
essere comunicate perché il paziente pensa che la loro esternalizzazione non risulterebbe ben
accetta dal terapeuta.

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Eagle pensa che spesso questo avvenga per proteggere il terapeuta e la relazione da qualcosa che il
paziente reputa una minaccia. Un’esplorazione reciproca di queste interazioni produrrebbe, sempre
secondo Eagle un ricco materiale clinico, ma anche, un terreno fertile di collusione, in quanto sia il
paziente che il terapeuta hanno un interesse a evitare il disagio che potrebbe generare tale
esplorazione. La non comunicazione di determinate esperienze da parte del paziente e non una sua
impossibilità di codificarle o formularle.
Stolorow, Atwood e Orange, D. Stern e altri analisti contemporanei ipotizzano che se certe
esperienze non vengono riportate in analisi è perché non sono state formulate o codificate, piuttosto,
che benchè codificate, il paziente non desiri per qualche particolare motivo non comunicarle al
terapeuta. Nella ricerca di Weiss e collaboratori si ipotizza che il nuovo materiale che emerge dopo
che il terapeuta ha “superato un test” non sia stato esperito in precedenza, e non invece che non sia
stato comunicato perché ciò era sentito come pericoloso. Gli stessi autori, anche se, con linguaggi e
in contesti teorici diversi, sostengono che il comportamento e l’atteggiamento del terapeuta, per
esempio, ricettivo vs non ricettivo, determinano in maniera diretta se certi contenuti verranno o
meno esperiti dal paziente. Inoltre, ipotizzano che i nuovi contenuti emersi siano esperienze nuove,
o per lo meno, esperienze già disponibili che vengono comunicate per la prima volta perché non
suscitano più pericoli.
Stolorow, Atwood e Orange, D. Stern minimizzano il ruolo della comunicazione: una concezione
della difesa interazionale o relazionale non deve limitarsi a esaminare l’influenza dell’altro, per
esempio, il genitore o il terapeuta, ma su ciò che il soggetto può o meno formulare o ammettere alla
coscienza, processo che viene influenzato dall’interazione, ed è essenzialmente intrapsichico, ma
può anche includere che il soggetto sia libero di comunicare all’altro questo processo che è
intrinsecamente razionale.
Capitolo VII: “Concezioni delle relazioni oggettuali
nelle teorie psicoanalitiche
contemporanee”
Nella teoria freudiana l’interesse per le relazioni oggettuali si sviluppa per esigenze di gratificazione
pulsionale e per la necessità di evitare un eccessivo eccitamento. Nello specifico, è l’inadeguatezza
dell’appagamento allucinatorio del desiderio a ridurre la pulsione di fame che costringe il bambino
a rivolgersi agli oggetti. Freud sostiene che la relazione tra pulsione e oggetto è contingente, e si
fonda sulla proprietà dell’oggetto di essere “ciò in relazione a cui, o mediamente cui, la pulsione
può raggiungere la sua meta. Mentre, nelle concezioni contemporanee delle relazioni oggettuali si
basano su un ribaltamento di questo punto di vista.
Che cosa è l’oggetto
Per Laing si scrive ancora di oggetti e non di persone. Questa riflessione porta alcuni autori a
interrogarsi sulle ragioni perché si utilizza il termine oggetto e relazioni oggettuali, invece, che
persone e relazioni umane, oppure, interpersonali. Eagle cerca di rispondere al quesito di Laing
cercando di spiegare cosa si intende con le locuzioni oggetto e relazioni oggettuali.
Come spiegato da Compton in svariati articoli, la locuzione oggetto e per estensione l’espressione
relazioni oggettuali ha molteplici e complessi significati all’interno della teoria psicoanalitica. Da
una prospettiva storica, il termine oggetto sembra rifarsi alla tradizione freudiana, che ha utilizzato
questo termine, al posto di persona, per riferirsi a “ciò in relazione a cui, mediamente cui, la

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pulsione può raggiungere la sua meta. Oltre, ai precedenti storici esistono molteplici motivi per cui
si parla di relazioni oggettuali e non di relazioni interpersonali. Uno di questi è l’assenza del
concetto di persona nel neonato, che di fatto risponde a un oggetto, per esempio il seno, e non al
caregiver nella sua interezza. Anna Freud ipotizza che il neonato passi dall’amore per la situazione
di allattamento all’amore per il seno e quindi all’amore per il caregiver. Infatti, il relazionarsi con
oggetti, come il seno, non limitato solo all’infanzia. Un altro valido motivo per parlare di oggetti e
relazioni oggettuali si basa sulla considerazione del ruolo essenziale che gli oggetti inanimati
svolgono nello sviluppo del bambino. Harlow ha scoperto che un semplice panno di stoffa
introdotto nella gabbia vuota di scimmie cresciute in isolamento riduce il tasso di mortalità degli
animali. Winnicott osserva che nella vita adulta i fenomeni transazionali si estendono al mondo
della cultura, e ciò che lo stesso autore intende è che gli artefatti e fenomeni culturali, come la
musica oppure l’arte, possono assumere una funzione auto-regolatoria che in origine veniva svolta
dall’oggetto transazionale e dal caregiver. Eagle sostiene che gli interessi e i valori svolgono una
funzione di regolazione delle relazioni oggettuali. Questo suggerisce di utilizzare una locuzione con
un significato più ampio, come quella di relazioni oggettuali al posto che relazioni
umane/interpersonali.
Eagle distingue tre diversi significati della locuzione “oggetto”:

1. L’oggetto come oggetto fisico reale, che può essere una persona, oppure, un essere
inanimato o animato. In questo senso, parlare di relazioni oggettuali significa alludere
all’esistenza di una connessione con un oggetto fisico reale. Questo implica che il soggetto
abbia sviluppato la nozione di cose separate, al di fuori di sé. Per esempio, il seno materno
può soddisfare la pulsione di fame del neonato, questa non si potrà considerare una relazione
oggettuale, a meno che il bambino maturato la concezione del seno come entità separata e
non abbia instaurato con esso una qualche connessione.
2. L’oggetto come rappresentazione mentale di un altro fuori di sé. È stato affermato che il
soggetto non si relaziona con l’oggetto estero reale, ma con la sua rappresentazione mentale
di quell’oggetto. Eagle ritiene che questa formulazione sia forviante, in quanto trasmette
l’idea che l’esperienza dell’oggetto, e conseguentemente, le relazioni oggettuali che con
esso si costituiscono, sia funzione della rappresentazione del soggetto dello stesso. Per
esempio, se la nostra rappresentazione dell’oggetto X distorce le sue caratteristiche reali,
saremo portati ad affermare, che razionandoci con l’oggetto X, ci relazioneremo con la sua
rappresentazione distorta di X. Ma realmente non ci relazioneremo con la nostra versione di
X, ovvero, per quanto essa sia imprecisa è la nostra rappresentazione, quindi, la nostra
relazione diretta verso l’esterno e non verso l’interno. Adesso si può lo stesso problema nel
transfert. Si che il paziente si relazioni con l’analista come se fosse una figura genitoriale,
questo equivale che il paziente si mette in relazione con l’analista in termini della sua
rappresentazione filtrata del mio modello genitoriale, e non con lui come è realmente. La
problematicità dello stile relazionale del paziente non sta nella connessione affettiva con le
proprie rappresentazioni, che sarebbe puro solipsismo, ma sta nel fatto che il paziente si sta
relazionando con una versione dell’analista saturata dalle relazioni genitoriali.

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3. L’oggetto interiorizzato. Ovviamente non si interiorizza, oppure, si incorpora un oggetto


esterno reale come si può ingoiare il cibo. Fairbairn sostiene che l’idea di un oggetto
interiorizzato si fonda sull’idea freudiana di Super-io. Quindi, il Super-io può essere inteso
come un insieme di proibizioni, credenze, norme, valori, atteggiamenti, una serie di
rappresentazioni cognitive-affettive, legate alle interazioni precoci con le figure genitoriali
che sono state interiorizzate. Il punto cardine è il processo di interiorizzazione, dove
quest’ultimo viene utilizzato nel senso fi assorbire una serie di proibizioni e valori dalle
figure genitori e può essere considerato un processo di apprendimento o di modellamento.

Siamo intrinsecamente orientati all’oggetto


Le psicoanalitiche contemporanee ribaltano l’idea che il soggetto si rivolga all’oggetto in modo
secondario e indiretto, e considerano la natura umana come intrinsecamente orientata all’oggetto.
Mitchell (1988, p. 20) afferma siamo relazionali per destino. Questa concezione si trova espressa
chiaramente nella massima di Fairbairn (1952, p. 110) “la concezione fondamentale della libido sia
primariamente una ricerca dell’oggetto, piuttosto che una ricerca del piacere così come era
concepita dagli psicoanalisti classici. Un esempio di questa posizione è l’ipotesi di Bowlby di un
sistema di attaccamento innato.
Un passo centrale nello sviluppo di tale concezione è l’affermazione di M. Klein dove la pulsione e
l’oggetto sono legati in modo tipico e non contingente. La Klein affermava la centralità delle
pulsioni, infatti, il suo pensiero è stato in gran parte rifiutato da Fairbairn e dai teorici relazionali.
Nello specifico, Fairbairn ipotizza che la mente sia composta da strutture dell’Io e da oggetti
interiorizzati, piuttosto che da desideri connessi alle pulsioni. Ovvero, un moto o un desiderio
pulsionale porta quasi sempre con sé un particolare tipo di relazione oggettuale, cioè una
personificazione di sé in interazione con una personificazione dell’altro. Eagle afferma che l’essere
umano è intrisecatamente orientato all’oggetto significa che siamo creature sociali. Per esempio, i
neonati non hanno bisogno di rivolgersi forzatamente all’oggetto perché il loro appagamento
allucinatorio del desiderio non produce risultati, anzi, sono subito interessati agli aggetti e curiosi
mostrando preferenze per alcune configurazioni relazionali piuttosto che altre. Riassumendo
l’essere umano è immediatamente e intrisecatamente orientato verso gli oggetti del mondo reale, sia
animati che inanimati. Questa concezione rappresenta il capovolgimento radicale rispetto alla
concezione di un iniziale stato psichico di incapsulamento narcisistico privo di oggetto, dove la
prima reazione per l’oggetto era l’odio e la repulsione, si è spinti verso gli oggetti dalle esigenze
pulsionali e dal pericolo che l’Io si sovraccarichi di eccitamenti che promanano le pulsioni e
dall’investimento narcisistico.
Precursori delle concezioni contemporanee
L’idea di una natura sociale o reazionale dell’uomo non è del tutto nuova, infatti, nel 1933 Imre
Hermann, della scuola di psicoanalisi ungherese, postulava l’esistenza nei primati di una
componente istintiva e primaria di attaccamento. Nel 1935 Ian Suttie aveva contestato la teoria
pulsionale freudiana, sottolineando la natura tipica e relazionale dell’essere umano.
All’interno della psicoanalisi vi sono molte obiezioni alla concezione di relazioni oggettuali
contingenti e secondarie rispetto alla gratificazione pulsionale accompagnate dall’affermazione di

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una base autonoma delle relazioni oggettuali.


Eagle ritiene utile per comprendere le teorizzazioni attuali fornire una breve presentazione dei
contenuti e delle formulazioni dei primi teorici delle relazioni oggettuali. Suitte contestava la teoria
pulsionale freudiana, sostenendo che l’essere umano è orientato alla relazione. Balint, della scuola
ungherese, riconoscendo il proprio debito verso Hermann e verso il concetto di Ferenczi “di amore
oggettuale passivo” rifiutava la teoria freudiana del narcisismo primario avanzando l’idea di una
“relazione oggettuale primaria” autonoma, presente fino dalla nascita. Balint scrive che questa
forma di relazione oggettuale non è connessa ad alcuna zona erogena, non è orale, anale, genitale
ma è qualcosa di particolare. La Ribble parla del bisogno innato del bambino di contatto con la
madre. Come osserva Balint, l’autrice non mette in connessione questo bisogno innato con il
legame sociale, bensì con il funzionamento ottimale dei processi fisiologici, per esempio, la
respirazione.
Come osserva Balint, negli scritti di Freud, Anna Freud, M. Klein si possono trovare alcuni passi
che suggeriscono una base autonoma e indipendente delle relazioni oggettuali.
Anna Freud e Burlingham affermano che il bisogno del bambino di un legame con la madre in
tenera età è un importante bisogno istintuale. M. Klein e collaboratori descrivono i segnali
inequivocabili di amore del neonato e il suo crescente interesse per la madre già in uno stadio
precoce, considerano che questo comportamento indica la gratificazione è legata all’oggetto che
procura il cibo tanto quanto il cibo stesso.
Anna Freud e altri psicologi dell’Io come Hartmann e Rapaport, accettano l’idea di una relativa
autonomia delle funzioni cognitive dell’Io dalla gratificazione pulsionale, non hanno compiuto lo
stesso passo nei confronti di una relativa autonomia delle relazioni oggettuali.
Quello che è accaduto fuori e dentro degli ambienti psicoanalitici, è che il famoso esperimento di
Harlow con i surrogati materni di fil di ferro e di stoffa, che è forse l’esperimento più conosciuto
della storia della psicologia aveva come scopo quello di verificare la teoria di Hull della pulsioni
secondaria come base dell’attaccamento madre-bambino. Il ragionamento di Harlow era semplice,
se la riduzione della pulsione di fame è alla base dell’attaccamento del neonato alla madre, allora,
la scimmia dovrebbe attaccarsi al surrogato materno che fornisce il nutrimento, bensì le scimmiette
andavano dalla mamma di fil di ferro per nutrirsi, esse si attaccavano chiaramente alla madre di
stoffa. Secondo Harlow i risultati dimostrano che la base per l’attaccamento alla madre è “il
benessere del contatto” fornito dalla madre di stoffa e non la riduzione della pulsione di fame
soddisfatta dalla madre di fil di ferro. Dunque, l’esperimento confuta l’affermazione di Hull
secondo cui l’attaccamento infantile si base sull’associazione tra la madre e la riduzione della
tensione conseguente al soddisfacimento della pulsione di fame.
Le relazioni oggettuali nella psicoanalisi contemporanea
L’origine e la funzione degli oggetti e delle relazioni oggettuali nella vita psichica secondo le teorie
psicoanalitiche della scuola britannica della scuola delle relazioni, in particolare di Fairbairn, della
psicoanalisi relazionale di Mitchell, della teoria dell’attaccamento e della psicologia del Sé. Infatti,
tutte queste teorie, ad eccezione della psicologia del sé, possono essere concepite come espressioni
della teoria delle relazioni oggettuali. Come ha sottolineato, anche, Mitchell gli orientamenti
relazionali in psicoanalisi attingono a svariate fonti e lavori quali quelli a) di Fairbairn, b) di

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Sullivan, c) di Winnicott, d) di Leowald, e) di Bowlby. Sempre, secondo Mitchell nonostante le


diverse fonti, i modelli relazionali sono accumunati da una prospettiva che considera le relazioni
con gli altri e non le pulsioni, l’elemento centrale della vita mentale. Inoltre, posseggono l’ipotesi
comune che l’essere umano sia tipicamente orientato all’oggetto e che la ricerca dell’oggetto non
sia funzione del ruolo di quest’ultimo nella gratificazione pulsionale.
L’opera di Fairbairn
Per Eagle la teoria elaborata da Fairbairn rappresenta l’esposizione più sistematica delle relazioni
oggettuali all’interno della letteratura psicoanalitica. Il costrutto di “oggetto interiorizzato” svolge
un ruolo centrale nella concettualizzazione delle relazioni oggettuali. La visione del Super-io come
introietto è utile per la comprensione del costrutto di oggetto interiorizzato. L’idea sottostante è che
vengono interiorizzate le esperienze interazionali negative che il soggetto non è stato in grado di
assimilare pienamente come parti del sé. Per esempio, si può considerare l’indigestione di un pezzo
di plastica, che non potendo essere assimilato dal sistema digestivo, il pezzo di plastica rimane
dentro l’organismo come un corpo estraneo. Facciamo un altro esempio, se un bambino ha
sperimentato numerose esperienze di critica e di rifiuto, data la loro natura traumatica e dolorosa,
queste esperienze non possono venire totalmente assimilate, e come il “pezzo di plastica”, vengono
introiettate come “corpo estraneo”, sotto forma di voci svalutanti e di presenze interiori, ciò che
Fairbairn definisce “sabotatore interno”. Quindi, si può affermare che il bambino ha interiorizzato
un genitore critico e rifiutante che in seguito è diventato un introietto.
Benchè l’incapacità di assimilare interamente le esperienze traumatiche sia sufficiente a spiegare il
processo di interiorizzazione dell’oggetto, Fairbairn dà un’altra motivazione di questo processo,
sostenendo che il bambino assume su di sé la “cattiveria” del genitore per custodirne un’immagine
buona. Infatti, per Fairbairn, il bambino deve farlo, in quanto per lui è intollerante sperimentare i
propri genitori come rifiutanti e disinteressati in modo incondizionato. Se il rifiuto e la mancanza
d’amore possono essere attribuiti alla propria cattiveria, vi è la speranza che essendo buoni, si possa
riconquistare l’amore dei genitori; mentre, se il rifiuto è assoluto e incondizionato, non vi è più
alcuna speranza.
Fairbairn propone una teoria a due fattori dei processi implicati nell’interiorizzazione dell’oggetto:
1) il primo fattore è l’incapacità del bambino di assimilare le esperienze traumatiche; 2) il secondo è
la necessità di custodire una rappresentazione positiva dell’oggetto, attribuendo la cattiveria a se
stesso. Questi due fattori a prima vista sembrano incompatibili. Infatti, se da un lato è impossibile
assimilare le esperienze traumatiche, l’oggetto viene interiorizzato come cattivo; dall’altra parte,
assumendo su di sé la cattiveria, il bambino sarà in grado di conservare una rappresentazione
positiva dell’oggetto. Questa formulazione teorica suggerisce che l’oggetto è contemporaneamente
sia buono che cattivo, cattivo perché non completamente assimilato e interiorizzato come oggetto,
buono perché presubilmente bene assimilato.
La rappresentazione idealizzata dell’oggetto buono nelle esperienze traumatiche è dovuta a un
processo difensivo, inoltre, per Fairbairn, l’oggetto cattivo non è solo rifiutante, ma anche eccitante
e seducente, quello che lo rende cattivo è la combinazioni di rifiuto e attrazione, nonché, la fantasia
e la speranza che sia possibile riconquistare il suo amore, una conseguenza di questo processo
difensivo è la scissione dell’Io.

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Secondo Fairbairn le esperienze buone sono assimilate integralmente sotto forma di ricordi e
diventano parte di noi stessi, quindi, le esperienze buone sono “digeribili” e vanno a fare parte del
nostro sistema mnestico e nel repertorio degli apprendimenti. Invece, se si inghiotte un oggetto
“indigeribile” esso non potrà essere scisso e trasformato in elementi corporei, quindi rimarrà nella
sua forma originaria di oggetto estraneo. In modo analogo, le esperienze cattive e “indigeribili” non
verranno assimilate sotto forma di ricordi e di apprendimenti normali. Se le esperienze e gli oggetti
buoni vengono interiorizzate come rappresentazioni cognitivo-affettive, è quello che Freud
considerava il “grande complesso dell’associazione” dell’individuo. Quindi, queste esperienze non
vengono interiorizzate come presenze sentite a qualche livello come critiche e persecutorie, ma
come “sabotatori” ospitanti dentro di sé, invece, sono percepite come aspetti di sé egosintonici, e
parte della propria identità.
Per Fairbairn l’obiettivo centrale del trattamento analitico è quello di esorcizzare l’oggetto cattivo
interiorizzato. Utilizza il termine esorcizzato perché richiama l’associazione con un esorcista che
libera l’individuo da un essere estraneo presente dentro di lui, infatti, l’oggetto interiorizzato non è
de tutto parte di sé, ma non ha senso parlare di esorcizzare l’oggetto buono in quanto non vi è
oggetto non assimilato da esorcizzare.
Bisogna distinguere tra oggetto buono che è stato creato come difesa per gestire le esperienze
cattive e intollerabili e le rappresentazioni delle esperienze di oggetto buono divengono parte
dell’identità e del sistema mnestico dell’individuo. Tratto tipico del primo è l’idealizzazione
difensiva dell’oggetto, che non è facilmente legata a esperienze reali e concrete che lo riguardano.
Kernberg afferma che una delle motivazioni per l’idealizzazione è il bisogno di bilanciare
l’aggressività diretta verso l’oggetto e preservare l’idea di oggetto buono.
Dalle ricerche sull’attaccamento viene dimostrato un sostegno indiretto dell’ipotesi di un rapporto
tra idealizzazione difensiva dei genitori e esperienze precoci di rifiuto, infatti, ci sono notevoli
riscontri di un pattern di attaccamento evitante venga associata a un’esperienza reiterata di rifiuto
genitoriale. Quindi, la descrizione idealizzata sembra essere una risposta difensiva rispetto le
esperienze di rifiuto.
Fairbairn sostiene che il bambino ha la necessità di assumere su di sé la cattiveria delle figure
genitoriali per preservarle come rappresentazioni di oggetto buono. Infatti, nell’elaborazione
teorica di Fairbairn il bambino si vede cattivo perché avverte la presenza di un critico o sabotatore
interno che afferma che siamo cattivi, un po’ come accade nel caso del Super-Io rigido e primitivo.
In questo caso l’esperienza della propria cattiveria non è del tutto assimilata, ma viene percepita
come una voce, di un “sabotatore interno”, che ripete che siamo cattivi.
Riassumendo, si può distinguere tra l’esperienza di una presenza critica e rifiutante dentro di sé,
simile al Super-io homunculus, e a un’esperienza negativa di sé. Questa seconda ipotesi la si può
ritrovare nel pensiero di Sullivan in cui la propria rappresentazione di sé è in gran parte il prodotto
di “valutazioni riflesse” delle altre persone significative. Così, se un soggetto è considerato privo di
valore dagli agli significativi, rappresenterà se stesso allo stesso modo. Questa concezione è
inerente ad altri costrutti teorici, per esempio, i MOI, oppure, le RIG (rappresentazioni interne
generalizzate). Tutti questi costrutti suggeriscono implicitamente che le rappresentazioni di sé sono
il prodotto di un apprendimento diretto dalle interazioni precoci con i caregiver.

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Il processo di interiorizzazione basato sulle valutazioni riflesse, ovvero, egosintonico, che viene
espresso dal soggetto, mentre il processo di interiorizzazione che dipende dall’interiorizzazione
dell’oggetto, è almeno in parte, egodistonico, ovvero, parafrasando Sullivan è “non me”.
Le relazioni oggettuali interiorizzate
Secondo Fairbairn, gran parte della vita affettiva di un soggetto, tanto più in caso di psicopatologia
severa, e si svolge nel palcoscenico delle relazioni oggettuali interiorizzate, dove la relazione è con
oggetti interiorizzati e non con persone reali. Le persone reali sono in gran parte controfigure degli
oggetti interiorizzati, e benchè il soggetto pensa di relazionarsi con loro, realmente si sta
relazionando con i propri oggetti interiorizzati. Fairbairn non utilizza questi termini, Eagle pensa
che questo processo può essere concepita come una proiezione sull’altro dei propri oggetti
interiorizzati, seguita da con queste proiezioni invece che con gli altri reali. Conseguentemente, le
relazioni oggettuali in gran parte sono costituite da relazioni diverse e conflittuali componenti di sé,
invece, che da rapporti tra sé e un altro reale. Per Fairbairn un indicatore importante per la salute
mentale è l’adeguato funzionamento dell’esame di realtà, non riferito alla realtà fisica, bensì alle
relazioni oggettuali; quindi, un criterio per valutare la salute mentale è la capacità del soggetto di
riconoscere l’altro nella sua realtà e relazionarsi con lui in questi termini.
Fairbairn osserva la connessione tra relazioni oggettuali e il concetto freudiano di transfert,
entrambi fanno riferimento all’idea che ci siano relazioni con gli altri in base alle proprie proiezioni.
Nella relazione analitica il transfert aiuta il paziente a comprendere le proprie proiezioni, desideri e
difese, e grazie a questa comprensione riesce a liberarsi di queste proiezioni per relazionarsi con
l’altro come è in realtà.
Razionalità e autonomia
Nelle teorie psicoanalitiche contemporanee l’attaccamento ai legami oggettuali precoci, oppure, la
mancata transizione dai legami simbiotici alla separazione-individuazione vengono considerati
come indicatori di psicopatologia. Da qui deriva la tendenza di considerare il rapporto tra
relazionalità e autonomia come tipicamente caratteristica o conflittuale. Un conflitto persistente e
cronico tra queste tendenze è peculiare della psicopatologia, e non è il risultato di uno sviluppo
ottimale. Come emerge nella teoria dell’attaccamento, tra razionalità e autonomia vi è un rapporto
sinergico e aconflittuale. Perno della teoria dell’attaccamento è la relazione tra base sicura fornita
dal caregiver e la capacità del bambino di esplorare il mondo e sé stesso in una condizione di
assenza di angoscia. L’esplorazione è un aspetto centrale dell’autonomia, e il bambino non è in
grado di esplorare il mondo se non possiede una relazione sicura con l’altro, base sicura.
Nella logica della Tda nell’attaccamento sicuro non è presente il conflitto tipico tra la relazione con
gli altri, attaccamento, e l’autodeterminazione e l’autonomia. Contrariamente il conflitto nasce
quando il caregiver non è in grado di fungere da base sicura nei momenti di difficoltà, e in questi
casi si può verificare un conflitto tra autonomia e attaccamento, che viene affrontato dal soggetto in
modo disadattivo perseguendo l’autonomia in modo difensivo, nei casi di attaccamento evitante,
oppure, aggrappandosi eccessivamente, nei casi di attaccamento ansioso.
Psicologia del Sé e relazioni oggettuali
Bacal e Newman psicologi del sé di Kohut non posseggono una teoria delle relazioni oggettuali.
Infatti, in nessuno degli scritti di Kohut afferma una tendenza innata alla ricerca dell’oggetto,

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oppure, all’attaccamento, come hanno sostenuto, Fairbairn, Mitchell, Bowlby. Nel momento iniziale
la psicologia del sé è l’obiezione di Kohut alla posizione di Freud, secondo cui, nel corso dello
sviluppo normale, si ha un passaggio dal narcisismo alle relazioni oggettuali. Kohut considera il
narcisismo una linea di sviluppo indipendente, dal narcisismo arcaico a quello sano e maturo, e
spiega che è possibile condurre una vita soddisfacente e produttiva senza mettere al centro le
relazioni oggettuali. Il nucleo del funzionamento psicologico della psicologia del sé è la possibilità
di sviluppare un sé coeso. Nella psicologia del sé concettualizzata da Kohut i costrutti centrali non
sono quelli di oggetto o relazione oggettuale, ma quelli di oggetto-sé e relazioni sé-oggetto. Nella
definizione di Kohut il termine sé-oggetto non si riferisce a un sé del tutto formato, né a un sé del
tutto separato, ma alla funzione narcisistica svolta dall’oggetto. Nella relazione sé-oggetto, l’oggetto
sé e ciò che regola la coesione con il sé e l’autostima del soggetto, mentre, nella teoria delle
relazioni oggettuali la funzione dell’oggetto è quella di permettere una connessione affettiva
interiore. Per gli autori della psicologia del sé la peggiore tragedia psicologica è la sensazione di
una totale assenza di valore personale, mentre, per la teoria delle relazioni oggettuali di Fairbairn è
un mondo interno vuoto e privo di connessioni cognitivo-affettive con gli oggetti.
La psicologia del sé alle origini si concentra sui disturbi narcisisti, mentre, la teoria delle relazioni
oggettuali sui disturbi schizoidi. Infatti, nella prospettiva delle relazioni oggettuali la peggiore
tragedia psicologica non è l’assenza d’amore dell’oggetto, ma l’incapacità di amare l’oggetto,
ovvero, l’incapacità di instaurare una connessione affettiva con l’altro, la tragedia schizoide.
Nella teoria freudiana, il punto di arrivo dello sviluppo normale è l’esperienza dell’oggetto interno,
di un altro completamente separato, coi propri bisogni che giustificherebbe all’appellativo soggetto
invece che oggetto. Mentre, nella psicologia del sé lo sviluppo ottimale consiste nel passaggio da
vivere come oggetto-sé arcaico a viverlo come oggetto-sé maturo. Ciò che rimane immutata è la
percezione dell’altro come oggetto-sé, ovvero, la percezione dell’altro nella funzione di supporto
alla coesione del sé e all’autostima.
La teoria di Kohut rientra nella categoria di quelle che si potrebbero definire dell’autorealizzazione,
oppure, della realizzazione del potenziale umano di matrice rogersiana.
Riassumendo, la teoria di Kohut è una vera teoria del sé, una teoria del narcisismo e dello sviluppo
narcisistico e non una teoria delle relazioni oggettuali. La motivazione essenziale che ha spinto
Kohut a elaborare la sua teoria nasce dal rifiuto dell’assunto freudiano della necessità di passare dal
narcisismo all’amore oggettuale, inoltre, la sua convinzione che il narcisismo sia una linea
indipendente dello sviluppo psicologico.
Il rapporto tra sessualità e relazioni oggettuali nelle teorie psicoanalitiche
contemporanee
La teoria delle relazioni oggettuali elaborata da Fairbairn, la psicoanalisi relazionale di Mitchell, la
psicologia del sé di Kohut condividono l’idea che la teoria classica abbia attribuito un importanza
eccessiva al ruolo della sessualità. Per gli psicoanalisti relazionali, il sesso possiede una grande
carica emotiva, in quanto la sessualità è concepita come l’area fondamentale in cui si manifestano i
conflitti relazionali. Mitchell osserva che per Freud le relazioni oggettuali sono il terreno in cui si
esprimono le pulsioni, in cui vengono gratificate, oppure, da esse il soggetto si difende. Per i teorici
delle relazioni oggettuali, la sessualità e gli altri processi fisici sono il territorio in cui si esprimono

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le configurazioni relazionali on cui si ci difende da esse. Ovvero, se per Freud le relazioni oggettuali
si sviluppano e si acquisiscono importanza in quanto mezzi per la gratificazione pulsionale, per la
psicoanalisi relazionale il sesso è importante perché è il terreno dove prendono forma le vicende
legate alle relazioni oggettuali.
Nella psicologia del sé la motivazione sessuale è subordinata alle motivazioni che si riferiscono allo
sforzo per conseguire un sé coeso. Quando le motivazioni sessuali, aggressive prendono il
sopravvento esse sono considerate il prodotto della frammentazione del sé.
La situazioni edipica
Al centro della concezione edipica freudiana vi sono i desideri incestuosi rivolti al genitore di sesso
opposto, insieme ai desideri aggressivi verso il genitore dello stesso sesso. Quindi, gli elementi
primari del conflitto edipico sono

 La sessualità;
 L’aggressività.

Nella prospettiva relazionale, i desideri all’apparenza incestuosi non posseggono una natura
realmente sessuale, ma divengono l’espressione delle difficoltà del bambino di separarsi e
individuarsi dal caregiver. Schafer afferma che i desideri che sembrano incestuosi sono desideri
simbiotici inconsci, e la paura dell’incesto è la paura di venire divorati dal primo oggetto sessuale.
Ovvero, gli impulsi incestuosi non sono di natura sessuale in sé ma sono desideri fusionali, e in
modo analogo, la paura dell’incesto non è tanto una paura di spinte sessuali impellenti ma piuttosto
la paura di essere inghiottiti. Nella prospettiva relazionale la situazione edipica è importante in
quanto rappresenta il terreno dove messe in gioco importanti vicende relazionali, per esempio, il
desiderio dell’attenzione dei genitori, la paura di separazione e di differenziazione, la paura
connessa a fantasie di fusione e di inglobamento. Si potrebbe affermare che la situazione edipica
comporta la messa in scena di un conflitto tra impulso progressivo di separazione dall’oggetto e
l’allentamento regressivo dell’identificazione all’oggetto. Nell’ambito della teoria delle relazioni
oggettuali, un’adeguata risoluzione del conflitto edipico si traduce nella capacità dell’individuo di
rinunciare ai legami oggettuali precoci e seguire l’impulso progressivo alla separazione.
Conflitti edipici e fattori ambientali
Generalmente, i teorici relazionali o di altro orientamento, della psicoanalisi contemporanea è
connotata dallo scetticismo riguardo l’universalità dei desideri edipici. Questi, desideri se presenti
sono attribuibili a fattori ambientali interazionali. Kohut afferma che il periodo edipico non è
caratterizzato da desideri incestuosi e aggressivi, quando è dominato da tali desideri, questo è un
indizio di un’evoluzione patologica, ed è il risultato della seduttività dei genitori e di invidia e
ostilità intergenerazionali.
Dopo aver rinunciato alla teoria della seduzione basata su fattori ambientali e averla trasformata in
una teoria di fantasie di seduzione endogene universali, Freud ha dimostrato una strana cecità nei
confronti dell’evidente presenza nei genitori della seduttività, invidia e ostilità nei confronti dei
figli.
In riferimento alla situazione edipica, la psicologia contemporanea minimizza il ruolo dei processi

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geneticamente programmati, come, gli stadi psicosessuali, e l’enfatizzazione del ruolo degli eventi
ambientali, incluso il trauma e il fallimento ambientale. La psicologia relazionale pone l’accento sui
fattori relazionali, in quanto i fattori ambientali che interessano maggiormente la psicoanalisi sono
quelli connessi alle relazioni, per esempio, quella coi genitori.
Un buon esempio di una dinamica classica ben riformulata in termini di relazioni ambientali è
quella formulata da Weiss dell’angoscia di castrazione. Secondo la teoria classica, il bambino teme
di essere castrato dal padre potente come punizione per i suoi desideri incestuosi e competitivi.
Mentre, Weiss la paura della punizione paterna è connessa alla comunicazione implicita di
quest’ultimo, e il messaggio è: “non provare a superarmi. Se lo farai assaggerai la mia ira”.
L’espressione angoscia di castrazione viene mantenuta, essa viene utilizzata in senso simbolico, per
riferirsi alla punizione e al senso di impotenza rispetto a una figura autorevole. In base alla teoria
freudiana, il sintomo della paura dell’attacco di cuore è interpretabile come espressione simbolica,
una sorta di spostamento verso l’altro, dell’angoscia inconscia reale sottostante di essere castrati.
Per un teorico contemporaneo relazionale, il sintomo è da interpretare come una paura generale di
punizione derivante dal senso di colpa connesso alla fantasie di superare il padre. Da un punto di
vista relazionale, se un paziente riferisce di avere una reale angoscia di castrazione, la cosa verrebbe
probabilmente interpreta come una paura di una generale impotenza e sensazione di incapacità.
Perché abbiamo bisogno degli oggetti
Le teorie psicoanalitiche contemporanee hanno tutte in comune il rifiuto di queste idee di fonda e la
loro sostituzione con spiegazioni alternative del bisogno del soggetto di oggetti e dei pericoli
connessi alla loro mancanza. Nella teoria relazionale di Mitchell gli oggetti sono necessari per
conservare la continuità, i legami, la familiarità con il mondo interazionali di ciascuno. Lo stesso
autore continua a affermare che nel soggetto esiste un desiderio di conservare un senso di sé
duraturo come individuo connesso ad altri individui, con un posto preciso in termini di relazioni e
connesso matrice fatta di persone e transazioni reali di presenze interne.
Nella psicologia del sé il rispecchiamento empatico da parte degli oggetti, oggetti-sé, sono necessari
per sviluppare un sé coeso. La mancanza traumatica di un rispecchiamento empatico mette il
soggetto a rischio di sviluppare difetti del sé e lo espone maggiormente all’angoscia di
disintegrazione. Per la Tda la funzione degli oggetti può essere considerata in senso sia filogenetico
sia ontogenetico. Dalla prospettiva filogenetica, la ricerca dell’oggetto o della personalità è una
tendenza geneticamente programmata che è stata selezionata nel corso dell’evoluzione in quanto
protegge il bambino da specie di predatori. Da un punto di vista ontogenetico, la sicurezza percepita
in relazione all’oggetto è un fattore essenziale per il funzionamento ottimale e per la capacità di
impegnarsi con serenità per lo sviluppo di molteplici competenze. I concetti di sicurezza percepita e
di base sicura presentano una forte somiglianza con l’idea di Winnicott della necessità di introiettare
un ambiente supportivo dell’Io per poter sviluppare la capacità di stare soli.
Capitolo VIII:
”Concezioni della psicopatologia
nelle teorie psicoanalitiche
contemporanee”
Teorie e forme di psicopatologia
Temi comuni alle teorie psicoanalitiche contemporanee della psicopatologia
Secondo Eagle le concezioni della psicoanalisi contemporanea rispetto alla psicopatologia è quella

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di stabilire se le diverse teorie pongono l’accento su una componente specifica di una patologia,
fornendo molteplici visioni dello stesso disturbo, oppure, se ciascuna di loro cerchi di spiegare una
forma o un’espressione psicopatologica diversa.
la teoria psicoanalitica classica pone l’accento sul conflitto interno, ed essenzialmente è la teoria
delle nevrosi. Le concezioni psicoanalitiche della psicopatologia e del trattamento si sono ampliate
per cercare di rispondere alle sfide poste dai pazienti maggiormente disturbati che arrivano in
trattamento, anche grazie lo sviluppo della psicologia dell’Io. Tra questi tentativi Eagle cita gli
articoli classici di Knight sull’organizzazione borderline di personalità e la distinzione operata da
Bellak tra i deficit di funzionamento dell’Io nei nevrotici e negli schizofrenici.
Kohut nei suoi primi lavori aveva proposto la seguente ripartizione, ovvero, la teoria classica si può
applicare ai conflitti strutturali, mentre, la teoria del sé alle psicopatologie caratterizzate da difetti
del sé; un altro esempio di strategia di ripartizione in riferimento ai conflitti interni contrapposti ai
difetti e agli arresti dello sviluppo. Kohut sostiene che i difetti del sé, e non i conflitti connessi
all’aggressività e alla sessualità, fossero centrali per tutta la psicopatologia, anche se il paziente
presentava problemi del primo tipo.
Kohut (1984) accetta l’idea delle nevrosi da conflitto strutturale acconto alla patologia narcisistica,
poi ci ripensa, e scrive che i problemi che sono generalmente considerati geneticamente primari e
strutturalmente centrali nelle nevrosi, come il contenuto della situazione edipica, i conflitti del
bambino, adesso vengono considerati secondari senza sminuirne l’importanza.
Le concezioni psicopatologiche della psicopatologia della psicologia del sé cercano di sostituire e
non semplicemente integrare le teorie psicopatologiche tradizionali che ponevano al centro i
conflitti connessi alla sessualità e all’aggressività.
Fairbairn sostiene che le configurazioni nevrotiche che sono al centro della teoria classica possono
essere concepite come difese momentanee contro la devastazione della condizione schizoide, anche
lui, come Kohut sta affermando l’egemonia della propria teoria e sostenendo che la chiave della
psicopatologia è la paura schizoide di un mondo cognitivamente e affettivamente vuoto. Come
Kohut per la psicologia del sé, anche per Fairbairn afferma che la teoria delle relazioni oggettuali è
superiore e più completa perché non solo riesce a spiegare i fenomeni clinici elaborati dalla
psicoanalisi classica ma anche quelli che quest’ultima non ha affrontato.
La centralità delle relazioni e il ruolo del fallimento ambientale
Secondo Eagle non vi è una concezione unitaria della psicopatologia ma una pluralità di teorie, e
all’interno delle concezioni psicopatologiche attuali è possibile identificare alcuni temi comuni.
Uno di questi temi, nei termini di un consenso negativo, è il rifiuto della versione classica secondo
cui il fulcro della psicopatologia ruota intorno ai desideri sessuali e aggressivi. Mentre, il consenso
positivo è l’idea che la vita sia forgiata, resa completa oppure destrutturata dalle relazioni
oggettuali. Nelle parole di Mitchell le relazioni con glia altri, e non le pulsioni sono il fulcro della
vita mentale.
Una sorta di corollario a questa posizione, ovvero, un altro elemento di consenso, viene attribuito al
fallimento genitoriale come fattore eziologico centrale. Le teorie psicopatologiche contemporanee si
possono considerare modelli di fallimento ambientale, cioè sono psicologie ambientalistiche.
Quindi, la psicopatologia è attribuibile alle deprivazioni e ai deficit della cura genitoriale precoce,

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che vanno dai sottili fallimenti sintonizzazione alla trascuratezza, ai rifiuti, agli abusi. Da questo
punto di vista le teorie ambientali sono simili alle teorie del trauma, dove il grado del trauma varia
sia su dimensioni qualitative che quantitative.
Le teorie del fallimento ambientale, le teorie contemporanee variano dispetto alla natura del
fallimento in gioco e al modo di concettualizzare le conseguenze. Per esempio, Weiss si concentra
sul ruolo della comunicazione genitoriali precoci nell’indurre convinzioni patogene inconsce che
sono centrali nella psicopatologia, Kohut enfatizza le conseguenze dell’incapacità dei genitori di
rispecchiamento empatico, che per lui è il fulcro della psicopatologia.
La psicopatologia come persistenza di modalità relazionali precoci
Il persistere di modalità relazionali precedenti, che un tempo erano adattive ma ora non lo sono più,
è un’altra tematica comune alle concezioni psicoanalitiche contemporanee alla psicopatologia.
L’essere umano appartiene a una specie altriciale, nel lungo periodo di impotenza e di bisogno di
cure parentali ha per lo meno due conseguenze, che esercitano una notevole influenza nel suo
successivo sviluppo, e sono: 1) la precoce formazione di intensi legami affettivi nei confronti del
caregiver; 2) la prolungata esposizione a influenze e interazioni sociali che rappresentano il terreno
di sviluppo delle competenze sociali, delle abilità e dei modelli di relazione con gli altri. Oltre, la
necessità delle cure materne per la sopravvivenza fisica, l’interazione sociale che è parte essenziale
delle cure permette al bambino di sopravvivere e di funzionare come esseri sociali per un lungo
periodo. Fonagy e collaboratori affermano che imparare a comprendere e interpretare un
comportamento degli altri e il funzionamento della loro mente è una funzione adattiva del legame di
attaccamento, possiede la stessa importanza della protezione dai predatori ipotizzata da Bowlby.
Per quanto l’attaccamento emotivo al caregiver e l’acquisizione di modelli relazionali sono aspetti
interconnessi a livello concettuale è possibile distinguerli. Per quanto riguarda la psicopatologia è
utile operare una distinzione tra gli effetti che ha sul funzionamento il pre-esistere di legami emotivi
precoci.
Una conseguenza primaria dell’attaccamento spasmodico ai legami oggettuali precoci è
l’interferenza con la capacità del soggetto di costruire nuovi legami oggettuali, nei termini della
metapsicologia freudiana, ad esempio, la libido aderisce ai modelli precoci, e il persistere di modelli
relazionali precoci consente all’individuo di sviluppare legami emotivi con oggetti nuovi, con una
modalità stereotipata, ma con una variante dello stile relazionale arcaico.
Rappresentazioni disadattive
Imparare a relazionarsi con gli altri è uno degli aspetti adattivi più importante che il bambino
impara nel lungo periodo di dipendenza dalla madre. Il soggetto impara a relazionarsi con gli altri
formandosi delle rappresentazioni e delle aspettative che astraggono le caratteristiche prototipiche
di molteplici e ripetute interazioni coi caregiver nei primi anni di vita.
Attraverso la rappresentazione delle interazioni prototipiche il soggetto impara che cosa ci possiamo
aspettare dagli altri e come relazionarci con loro. La capacità rappresentazionale si può considerare
una proprietà psichica altamente adattiva, che potrebbe avere anche conseguenze disadattive.
Questo succede quando si ci attacca in modo rigido alle aspettative e modalità relazionali apprese
durante le esperienze precoci, questo impedisce al soggetto di tenere conto delle nuove realtà nel
momento presente, anzi, le nuove realtà vengono assimilate alle rappresentazioni e aspettative

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acquisite in passato.
Anche se vi sono differenze tra le varie scuole, le teorie psicopatologiche contemporanee hanno in
comune l’ipotesi secondo cui sulla base delle esperienze precoci coi caregiver, il soggetto
acquisisce una serie di rappresentazioni un tempo adeguate, ma ora disadattive in quanto provocano
sofferenza e interferiscono con la possibilità di costruire relazioni arricchenti. Espressioni specifiche
di questa idea sono rappresentate: 1) dai MOI della teoria dell’attaccamento di Bowlby; 2) dalle
configurazioni relazionali della psicoanalisi relazionale di Mitchell; 3) dalle unità sé-oggetto-affetto
di Kernberg; 4) dagli oggetti e dalle relazioni oggettuali di Fairbairn; 5) delle convinzioni patogene
inconsce della control mastery theory.
Ad esempio, la rappresentazione precoce sottostante allo stile di attaccamento evitante-distanziante,
che si è sviluppata in risposta a esperienze di rifiuto continuo, e connesse alle stesse aspettative, se
in un tempo questo modello per il bambino rappresentava una strategia adattiva, in quanto il
bambino ha evitato la sofferenza connessa ai continui rifiuti e gli ha permesso il soddisfacimento
dei bisogni di attaccamento connesso alle capacità del caregiver, se esso viene mantenuto anche
successivamente impedisce al soggetto di avvertire i propri bisogni di attaccamento e di costruire
relazioni intime soddisfacenti.
L’immagine generale della psicopatologia e del funzionamento psichico che emerge nelle teorie
contemporanee è molto distante dalla psicoanalisi classica. Vengono eliminati come fattori primari
le motivazioni e i desideri inconsci che lottano per l’espressione, contrastati da altre strutture della
personalità, sembra trovare uno spazio per il ruolo del conflitto interno e delle difese. Se la
psicopatologia persiste sulla base delle rappresentazioni precoci disadattive, risulta difficile
tracciare una linea di differenziazione tra le teorie psicoanalitiche contemporanee e una forma
sofistica della teoria cognitivo comportamentale, oppure, degli schemi. In entrambe i casi, il nodo
centrale della psicopatologia sono l’acquisizione precoce e il mantenimento nella vita adulta di
rappresentazioni, schemi e sistemi di credenze disadattive che interferiscono con un funzionamento
adeguato. Quindi, le teorie psicoanalitiche contemporanee vanno oltre agli apprendimenti errati e
alle rappresentazioni disadattive per identificare i fattori motivazionali e dinamici convolti nella
genesi e nel mantenimento dei modelli comportamentali disadattivi.
Attaccamento spasmodico ai legami oggettuali precoci
Da una prospettiva psicodinamica la psicopatologia è caratterizzata non solo dal persistere di
rappresentazioni e di modalità relazionali precoci connesse agli apprendimenti iniziali, ma anche a
un rimanere emotivamente aggrappati (clining) agli oggetti arcaici. Nell’argomentare la natura
dell’attaccamento nella relazione bambino-caregiver, Cassidy (1999) suggerisce che nel corso dello
sviluppo è stata selezionata una tendenza al monotropismo (non preclude la possibilità che vi siano
più figure di attaccamento, ma né implica una gerarchia dove in cima vi è la figura principale) in
virtù dei suoi vantaggi adattivi, tra cui una maggiore possibilità di accudimento grazie al formarsi di
una relazione in cui il caregiver assume la responsabilità principale nei confronti del bambino e la
possibilità di dare una risposta rapida quando si decide di chiedere aiuto in caso di pericolo.
Riassumendo, la propensione del soggetto di instaurare legami emotivi profondi e duraturi con i
caregiver possiede molteplici vantaggi adattivi. Come può avvenire con i modelli selezionati
evolutivamente, anche il monotropismo può essere un fattore di rischio per l’esordio della

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psicopatologia.
I due fenomeni, l’aggrapparsi spasmodicamente agli oggetti precoci e il persistere di
rappresentazioni e di modalità relazionali arcaiche disadattive sono concettualmente distinte. Infatti,
è possibile rinunciare ai legami oggettuali arcaici e continuare a relazionarsi con gli altri con
schemi appresi in età precoce. Ovvero, il relazionarsi con gli altri sulla base di schemi appressi in
età precoce può dipendere da un apprendimento primario e non essere solo motivato dal bisogno di
rimanere emotivamente aggrappato agli oggetti. Quindi è la capacità di adattamento di formare e
mantenere intense connessioni affettive quali quelle che si estrisecano nei legami di attaccamento
duraturi, potrebbe avere conseguenze disadattive, anche i legami con i primi oggetti non possono
essere trasformate nello sviluppo e traslate su nuovi oggetti.
Fairbairn afferma che la devozione e l’attaccamento ostinato del paziente agli oggetti interni
divengono un elemento centrale nella psicopatologia e pongono sfide maggiori al successo del
trattamento. Anche Mitchell osserva come gli attaccamenti conflittuali e le identificazioni con gli
oggetti arcaici sono universali ed è la modificazione di questi legami l’azione terapeutica del
trattamento psicoanalitico. Quindi, anche il concetto elaborato da Freud di viscosità libidica
presenta una forte analogia on la devozione e l’ostinato attaccamento di Fairbairn, nonché con
l’attaccamento conflittuale agli oggetti arcaici di Mitchell.
Quindi la persistenza dei legami oggettuali precoci viene considerato un elemento fondamentale
della concezione psicopatologica degli approcci psicoanalitici, ma è diverso il modo di
concettualizzare la natura e le ragioni di tale attaccamento. Nella teoria classica, la persistenza
della sintomatologia è riconducibile ai desideri infantili, per esempio, i desideri incestuosi come un
risultato inadeguato del conflitto edipico. Infatti, il perdurare di questi desideri interferisce con le
capacità del soggetto di vivere relazioni intime gratificanti con oggetti adeguati. Per la control
mastery theory di Weiss il ruolo motivazionale viene svolto dai sensi di colpa, ovvero, per molti
soggetti che provengono da famiglie problematiche, il fatto di sopravvivere e separarsi conducendo
una vita più soddisfacente è sperimentato, a livello inconscio, come un atto di slealtà che genera
colpa.
Per Fairbairn le motivazioni che conducono il soggetto a preservare i legami oggettuali precoci e
restare aggrappati a primi oggetti non solo per colpa, ma anche per paura, oppure, terrore, di fronte
alla possibilità di vivere in un modo vuoto e privo di legami oggettuali. Come ha osservato
Mitchell, sulla teorie elaborate da Fairbairn questi hanno avuto un forte impatto su come i bambini
maltrattati o abusati conservano il legame con i genitori abusanti, e spesso li idealizzano ritenendo
se stessi cattivi. Fairbairn afferma che il bisogno del bambino di mantenere il legame con l’oggetto
è fondamentale da rendergli intollerabile l’idea che sia un oggetto cattivo, rifiutante e anaffettivo.
Quindi, abbandonare l’idealizzazione e sostituirla con una visione negativa dell’oggetto equivale a
perdere la speranza di poter essere amato. Quindi, divine meno pericoloso e angosciante pensare a
se stessi come cattivi che meritano il rifiuto, quindi, il rifiuto è considerato una risposta alla
cattiveria del bambino e gli mantiene la speranza che si possa fare qualcosa per diventare buoni,
oppure, per meritare l’amore e l’attenzione del caregiver.
Conflitto tra attaccamento spasmodico agli oggetti precoci e lotta per l’autonomia
La Mahler attribuisce un significato patologico all’attaccamento spasmodico agli oggetti precoci e

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afferma che ciò che entra in conflitto con il perseguimento ottimale dei diversi obiettivi evolutivi,
nello specifico quelli connessi ai processi di separazione, individuazione e autonomia, uno dei quali
è la creazione di rapporti interpersonali adeguali all’età. Fairbairn (1952, p. 68) rappresenta questo
conflitto in termini di “dipendenza infantile” vs “dipendenza matura”, e per esempio, nel spiegare
l’agorafobia sostiene che il soggetto sperimenta il conflitto tra l’impulso progressivo alla
separazione dell’oggetto e l’allentamento regressivo dell’identificazione con l’oggetto. Mitchell,
similmente a Fairbairn, osserva che la lotta sia quella per mantenere i suoi legami con gli altri, al
fine di differenziarsi da essi, come il conflitto fondamentale che l’individuo si trovi ad affrontare,
nonché, come principale fattore di rischio per l’esordio della psicopatologia. Il concetto di Mitchell
di psicopatologia probabilmente è connesso al modello medico che sottende l’idea di una “mente
normativa”, le cui deviazioni rappresentano le malattie che richiedono un trattamento. Per Mitchell
non esiste una “mente umana normativa”, infatti, il soggetto sviluppa una mente e una personalità
del tutto particolari. Quindi, nessun soggetto può evitare di essere influenzato e plasmato dai legami
conflittuali e limitanti con caregiver. La psicopatologia nelle sue variazioni riflette il legame
inconscio del soggetto nei confronti della stasi, dell’inserimento in della fedeltà profonda verso cui
è familiare. Per Mitchell, così come per Fairbairn, il soggetto si aggrappano agli oggetti arcaici,
anche quelli cattivi, perché essi danno un senso di familiarità, sicurezza e connessione, quindi,
sentirsi legati anche se il legame si mescola a conflitti e angosce, è preferibile della prospettiva di
sentirsi sconnessi dal mondo. Per Mitchell i soggetti perseguono schemi di interazione conflittuale
al fine di preservare il senso di familiarità, sicurezza e connessione vitale. Per esempio, per un
ragazzo il cercare donne depresse potrebbe essere considerato un modo per ristabilire la
connessione familiare. Mentre, le donne che hanno subito un abuso in età precoce, allacciano
rapporti con uomini violenti, così mantengono i legami oggettuali e le modalità relazionali precoci
che per loro simboleggiano la connessione.
In contrasto con la visione classica in cui alla base vi era il soddisfacimento dei bisogni infanti, ad
esempio, gli impulsi incestuosi, può andare incontro alla disapprovazione genitoriale, mentre, nella
visione contemporanea, per quanto concerne la psicopatologia, la disapprovazione genitoriale non
viene diretta alla tendenze infantili e regressive, ovvero, ai legami oggettuali precoci, ma verso gli
sforzi emotivi di autonomia, conseguenzialmente, sono questi ultimi connessi all’angoscia. Se gli
sforzi evolutivi verso l’autonomia vengono percepiti come minaccia ai legami oggettuali vitali,
questi sforzi evolutivi verso l’autonomia sono sperimentati come minaccia ai legami oggettuali
vitali, questi sforzi verranno abbandonati, oppure, limitati per angoscia e la colpa che suscitano.
La teoria classica viene capovolta dalle concezioni contemporanee, in quanto non sono gli aspetti
infantili ad essere considerati proibitivi e pervasi di angoscia, ma anche le normali spinte
all’autonomia, quello che Fairbairn descrive nei termini di “impulso progressivo alla separazione”,
ovvero, non sono soltanto i desideri infantili, ma anche i desideri maturi e gli sforzi di separarsi e di
autonomia a sollecitare situazioni di pericolo della perdita dell’oggetto d’amore. Per le teorie
contemporanee l’inconscio no è soltanto il “crogiuolo di eccitazioni ribollenti” e di desideri
infantili, come sosteneva Freud, ma comprende anche i desideri maturi rimossi connessi ai processi
di separazione e individuazione.
Mancata interiorizzazione di una base sicura

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Le teorie psicoanalitiche contemporanee hanno in comune con le teorie classiche l’idea che la
psicopatologia sia caratterizzata da un attaccamento spasmodico agli oggetti precoce con la
conseguente incapacità del soggetto di raggiungere un livello di autonomia adeguato. L’ipotesi che
il soggetto continua ad attaccarsi agli aggetti precoci no potendo esplorare in modo autonomo il
mondo, e legarsi a nuove relazioni, senza sperimentare un’angoscia irragionevole sta nel fatto di
non essere riuscito a interiorizzare in modo idoneo una base sicura.
Winnicott osserva che la capacità di stare da soli, può essere percepita come un espressione di
autonomia, e questo dipende da come il soggetto ha interiorizzato l’ambiente come supportivo, che
viene utilizzato come sinonimo di “base sicura”. Il ragionamento formulato da Winnicott afferma
che l’interiorizzazione di un ambiente supportivo dell’Io permette al soggetto di stare fisicamente e
senza troppa angoscia di sperimentare una sensazione di connessione interna, quindi, interiorizzare
un ambiente come supportivo dell’Io equivale ad avere una sufficiente fiducia nelle proprie capacita
di evocare simbolicamente la presenza dell’altro.
Un esemplificazione del rapporto tra la mancata interiorizzazione di ambiente supportivo dell’Io,
funzione di base sicura, e la menomazione di stare da soli, di esplorare il modo, si ritrova nella
sintomatologia agorafobica.
La Mahler sostiene che i fattori costituzionali, soprattutto nei casi di grave psicopatologia,
contribuiscono all’incapacità del soggetto servirsi delle funzioni genitoriali e di interiorizzarle. Un
altro fattore riguarda le comunicazioni genitoriali che incoraggiano l’istaurarsi di legami simbiotici
e scoraggiano i processi di autonomia.
Difetti del sé
L’idea della psicopatologia come l’aggrappamento attivo e conflittuale a un certo modo di essere si
trasforma nella psicologia del sé elaborata da Kohut nell’idea di una vittima passiva che a causa di
difetti del sé dovuti a un fallimento ambientale traumatico, non altra scelta che relazionarsi con
oggetti-sé con modalità arcaiche. Per Friedman, esponente della psicologia del sé, esiste soltanto la
costrizione e mai la scelta. La correttezza della descrizione di Friedman viene confermata dalle
osservazioni di Basch secondo cui, una volta riparati i difetti del sé, il paziente abbandona gli
oggetti-sé e le modalità relazionali arcaiche che non implicano un atteggiamento attivo, ma che sia
l’espressione di un impossibilità di base. Per Kohut al centro della psicopatologia vi sono i difetti
del sé, una volta che questi difetti vengono riparati, il soggetto riprende automaticamente la crescita
evolutiva prevista dalla propria costituzione biologica.
Kohut elimina il costrutto di conflitti strutturali della concezione della psicopatologia, rimane nella
sua teoria l’idea di conflitto interno. Lo stesso autore afferma che lo “sviluppo normale” è
caratterizzato dal passaggio da relazioni oggetto-sé arcaiche a relazioni oggetto-sé mature, la
versione kohutiana del modello che concepisce lo sviluppo come passaggio dall’unità simbiotica
alla dipendenza a un’autonomia e maturità relazionali sempre maggiori. Secondo Kohut i soggetti
con difetti del sé rimangono ancorate in relazioni oggetto-sé arcaiche, e continuano a lottare per
completare il normale processo evolutivo, come dimostra, per esempio, lo sviluppo spontaneo nel
trattamento di un transfert speculare e idealizzante. Ovvero, il paziente ricerca nell’analista il
rispecchiamento empatiche le possibilità di idealizzazione che sono mancate nella sua storia
evolutiva.

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L’enfasi sui difetti conferisce sfumature diverse al conflitto e come viene sperimentato dal soggetto.
Per esempio, un soggetto con particolari deficit o difetti può anche lottare per l’autonomia
Desideri versus bisogni
L’importanza dei fallimenti ambientali porta Kohut ad affermare che l’origine della psicopatologia,
e che il suo trattamento, debba concentrarsi sui bisogni insoddisfatti del paziente piuttosto che verso
i suoi desideri conflittuali. Si potrebbe affermare utilizzando le parole di Friedman che mentre la
teoria del conflitto si concentra sul ruolo patogeno delle scelte del paziente, ovvero, sui suoi
desideri conflittuali, la psicologia del sé del Kohut si focalizza sul ruolo patogeno della situazione di
costrizione del paziente, ovvero, sui suoi bisogni non soddisfatti.
La concezione psicopatologica basata sui desideri conflittuali è una concezione che pone al centro i
difetti e i bisogni insoddisfatti del soggetto, enfatizza il ruolo degli scopi, delle intenzioni
conflittuali e un’adesione deliberata, una situazione scelta, mentre, l’idea della psicopatologia alla
base della psicologia del sé enfatizza le strutture difettose che non lasciano libertà al soggetto in una
situazione di costrizione.
Mitchell afferma che l’individuo si aggrappa e aderisce deliberatamente a modalità relazionali
arcaiche. Si consideri che l’adesione deliberata a questi legami e modalità arcaiche è motivata dal
senso di familiarità, di sicurezza e di connessione che essi procurano. Quindi, rinunciare a questa
tipologia di legami equivale a mettere in pericolo il senso di familiarità, di sicurezza e di
connessione.
Dunque utilizzando la locuzione “ricerca attiva” e “adesione deliberata”, implicita vi è la libertà di
scelta, se però rinunciare ai legami precoci non sia troppo terrificante, come sostiene Fairbairn, di
fatto non esiste possibilità di scelta. Quindi, non c’è scelta se le alternative in gioco sono da un
senso familiarità e sicurezza, pur pagando un certo prezzo, e dall’altro vi sia la prospettiva di un
vuoto interiore terrificante.
Se il soggetto si aggrappa a oggetti precoci è perché l’alternativa è il vuoto terrificante, e in questo
caso l’alternativa tra scelta e costrizione è sfumata.
Sia che per Mitchell che per Kohut l’individuo si aggrappa agli oggetti e alle modalità relazionali
precoci perché l’alternativa è sperimentata come impossibile e terrificante. Infatti, un elemento
centrale del trattamento è quello di rendere il paziente maggiormente in grado di rinunciare ai
legami arcaici attraverso l’esperienza di un diverso tipo di relazionalità e una diversa sensazione di
sicurezza e di connessione con il terapeuta. Quindi, è possibile abbandonare i legami e le modalità
arcaiche solo se l’alternativa non è il vuoto, ma un nuovo senso di connessione e una nuova
modalità relazionale.
Kohut contesta la moralità adulta, perché, a suo parere, è implicita nel valore attribuito alla teoria
classica e alla rinuncia dei desideri infantili, e per lo stesso Autori si avvicina a una visione
moralistica perché il paziente abbandoni la ricerca dei desideri passati. Kohut suggerisce di
sostituire questo atteggiamento moralistico intenzionale con la comprensione empatica del fatto che
il paziente, per come è strutturato, non può fare a meno di ciò che fa, di chiedere ciò che chiede e
volere ciò che vuole. Quindi, per lo stesso autore il comportamento del paziente non va interpretato
come un indulgere in piaceri arcaici, ma come un tentativo di preservare ad un certo livello la
coesione con il sé per evitarne la frammentazione.

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Restringimento della gamma delle esperienze


Il nucleo centrale della psicopatologia viene identificato nel fatto che l’individuo rimane
rigidamente aggrappato a legami oggettuali e modalità relazionali primitive. Questo, suggerisce
implicitamente che questi modelli disadattivi comportino modalità rigide nel modo di vivere sé
stessi e gli altri, nonché limitazioni nell’esperienza personale. Una modalità di relazionarsi con gli
oggetti reali come se fossero controfigure di oggetti precoci porta con sé l’idea di una rigidità e
limitazione dell’esperienza individuale.
Quindi, l’oggetto reale non può essere percepito se non sulla base di categorie esperienziali
prefissate, che si sono formate nelle prime esperienze di vita. Quindi, le esperienze nuove vengono
assimilate a strutture fisse pre-esistenti, che subiscono uno scarso accomodamento.
Per Stolorow, Atwood e Orange le interazioni del bambino con i caregiver determinano il suo
orizzonte di consapevolezza. Infatti, le ragioni di esperienza che vengono rifiutate oppure invalidate
dai caregiver o minacciano il legame con loro vengono sacrificate e restano non formulate e non
simbolizzate. Infatti, secondo gli stessi autori questo non è valido solo per l’infanzia, ma si può
estendere anche per le interazioni attuali con gli altri significativi, incluso il terapeuta.
Riassumendo, le interazioni con gli altri determinano “ciò che è permesso è ciò che non è permesso
di sapere”, ovvero, i propri orizzonti di consapevolezza.
Le formulazioni di Stolorow e collaboratori identificano due fattori che sono implicitamente
coinvolti nella limitazione del campo esperienziale individuale, e sono:

1. È un fattore legato all’apprendimento. Infatti, vi sono regioni di esperienze tagliate fuori dal
repertorio del bambino perché non sono state convalidate nel linguaggio della teoria
dell’apprendimento, quindi non sono state rinforzzate. Questo processo ha la funzione di
modellare gli orizzonti personali della consapevolezza in un modo che di per sé non è
patologico, nella misura che qualsiasi forma di socializzazione comporta una selezione per
cui determinate esperienze vengono scoraggiate, non rinforzate e quindi escluse dal
repertorio personale. Il processo di socializzazione diventa patogeno quando vengono
rinforzate soprattutto le esperienze disadattive, oppure, restringe gli orizzonti della
consapevolezza individuale fino a escludere esperienze necessarie per sviluppare
competenze mature e una vita soddisfacente. Il primo è un semplice fattore di
apprendimento.
2. L’altro fattore sta nella limitazione degli orizzonti individuali ed è connesso a motivazioni
specifiche, che lo inducono a evitare determinate aree di esperienza in quanto minacciose
per il legame con gli oggetti. La selezione dell’esperienza non dipende soltanto la
conseguenza di un rinforzo e di una convalida selettivi, ma il prodotto di comunicazioni
genitoriali implicite oppure esplicite che trasmettono il messaggio che determinate aree di
esperienza devono restare non formulate altrimenti potrebbero venire minacciati i legami
vitali con i caregiger, questo tipo di processo ha uno scopo difensivo.

I teorici classici si concentravano sull’influenza dei legami oggettuali e delle modalità relazionali
primitivi e come essi influenzavano i modelli relazionali successi, Storolow, Atwood e Orange

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affermano il loro impatto sull’ampiezza e la natura dell’esperienza fenomenica.


Per Freud la rimozione comporta una restrizione dell’esperienza, ed è necessaria per funzionare
nella società, ma anche il reciproco fallimento della rimozione come minaccia che non riesce ad
eludere dalla coscienza determinati contenuti mentali, porta l’esordio della sintomatologia
nevrotica. Per Freud la rimozione riduce il campo esperienziale dell’individuo ma in sé non è
patologica. La valenza patologica della rimozione è attribuibile al fatto che essa impedisce la
scarica dell’ammontare di affetto, che viene convertito in sintomi somatici. Quindi, nella
prospettiva teorica freudiana quello che connette la rimozione alla psicopatologia è il fatto che
quando un desiderio istintuale viene rimosso, esso non scompare dalla vita psichica dell’individuo,
ma continua a porre richieste nella sua mente a cui in qualche modo si deve rispondere. Quindi,
nella teoria classica non è tanto la restrizione delle esperienze che rende la rimozione patogena, ma
il fatto che certi desideri legati alla natura biologica devono trovare una via di scarica.
Stolorow, Atwood e Orange considerano la limitazione del campo esperienziale in sé come il fattore
psicopatologico primario. Infatti, per questi autori la principale conseguenza patogena è l’incapacità
genitoriale di convalidare le esperienze del bambino è il sacrificio di determinate aree di esperienza,
con il risultato di una riduzione degli orizzonti della consapevolezza. Quindi, l’essenza della
psicopatologia è una sorta di congelamento degli orizzonti esperienziali del soggetto. Quindi,
l’obietti del trattamento è quello sia di espandere gli orizzonti di consapevolezza del paziente
aprendolo alla possibilità di una vita emotiva più ricca, flessibile e complessa.
Psicopatologia e autoregolazione
È la valenza psicopatologica delle disfunzioni nell’autoregolazione degli affetti negativi oppure
degli stati di tensione, è comune sia nella visione classica che in quella contemporanea. La
locuzione auto-regolazione, self-regulation, è recente nella letteratura psicoanalitica, anche se
questa idea si può gia trovare nel pensiero classico, sotto forma di rapporto tra difesa e angoscia,
inclusa l’angoscia segnale. La funzione essenziale delle difese è prevenire lo scatenarsi
dell’angoscia e di altri affetti disforici, ovvero, quella di regolare gli affetti. Quando le difese
falliscono, l’angoscia e altri aspetti disforici emergono nell’esperienza cosciente, quindi il
fallimento della difesa può essere considerato come un disturbo dell’autoregolazione degli affetti
negativi. Nella teoria classica la sintomatologia nevrotica rappresentano i tentativi di legare
l’angoscia diffusa derivante dal fallimento della difesa, essi rappresentano, una seconda linea di
difesa, uno sforzo di auto-regolazione più disattivo, che comporta un costo maggiore.
Eagle sottolinea come la mancata interiorizzazione della funzione di base sicura, oppure, di un
ambiente supportivo dell’Io potrebbe essere inclusa nel titolo autoregolazione. Le conseguenza
della mancata interiorizzazione comprendono l’inadeguata regolazione delle tensioni e degli stati
affettivi negativi. Bisogna ricordare che quando il neonato oppure un bambino sperimenta disagio,
loro cercano conforto e consolazione nella vicinanza fisica con la figura di attaccamento. Mentre,
nel corso dello sviluppo avendola interiorizzata come base sicura, nei momenti di difficoltà è più
semplice affidarsi alle proprie capacità e rievocare psicologicamente questa figura per trovare
sollievo o conforto. E questa menomazione che Alder e Buie hanno identificato come fattore
centrale nell’organizzazione borderline.
Autoregolazione, relazioni oggettuali e teorie relazionali

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Nella prospettiva delle relazioni oggettuali e della psicoanalisi relazionale ci si aggrappa


spasmodicamente agli oggetti precoci per il terrore di non avere la sensazione di sperimentare la
connessione interiore. Quindi, in termini di autoregolazione, si potrebbe affermare che i legami
arcaici sono un importante strumento di regolazione degli affetti, e abbandonarli l’individuo rischia
una grave disregolazione degli affetti negativi, come l’angoscia, la depressione, il terrore e il vuoto
interiore. L’aggrapparsi agli oggetti precoci funge da regolatore ed è lo stesso ruolo che giocano le
difese nella teoria classica, e le relazioni oggetto-sé nelle psicologia dell’Io.
Le teorie contemporanee sostengono il potenziale ansiogeno delle normali esperienze evolutive, per
esempio, l’autonomia, minimizzando quello dei desideri infantili. Ovvero, le concezioni attuali
tendono a concentrarsi sulla punizione dei genitori o sul ritiro dell’amore come risposta ai tentativi
di separazione e di autonomia, e non come nella teoria classica come risposta di desideri regressivi
infantili.
Benchè i legami arcaici proteggono il soggetto dal vuoto interiore, i legami regressivi con gli
oggetti precoci sono connessi anche a pericoli specifici, per esempio, la paura di essere inglobato,
ad aspetti disforici, come la depressione e la vergogna. Così molti pazienti imprigionati nel conflitto
apparentemente indissolubile restano aggrappati ai legami oggettuali precoci e con il pericolo di
essere inglobbati, e rompere questi legami per il soggetto significa rischiare un isolamento interiore.
Una soluzione frequente e di compromesso a questo dilemma è conservare i legami precoci
mantenendo una certa distanza da essi, per minimizzare le angosce di inglobamento e dall’altro la
solitudine. Questa soluzione appare precaria anche può essere mantenuta per tutta la vita, questo
perché le due alternative radicali, ovvero, aderire completamente ai legami precoci oppure separarsi
del tutto comportano disregolazione e sono vissute come intollerabili.
Psicopatologia e concezioni della natura umana
Le differenze concezioni psicopatologiche descritte da Eagle non dipendono solamente
dall’eziologia, ma anche dalle diverse concezioni della natura umana e della sua relazione con la
società. Nel pensiero di Freud, l’uomo ospita dentro di sé desideri, fantasie, impulsi sessuali
aggressivi endogeni universali che sono ostili alle norme e alle richieste della società civilizzata. È
questo conflitto che sta alla base della nevrosi, l’inevitabile disagio generato dalla società, che
disapprova i desideri aggressivi e sessuali dei bambini, le figure genitoriali svolgono un ruolo di
socializzazione. Nella teoria classica non conta tanto cosa facciano i genitori, ma quanto puniscano
o disapprovino. Quindi le nevrosi non sono radicate nei fallimenti ambientali, ma nella peculiarità
della natura umana, o meglio, nello scontro tra natura e società.
Le teorie contemporanee non considerano la nevrosi una potenzialità intrinseca della natura umana,
ma viene attribuita a qualche forma di fallimento genitoriale durante le fasi precoci della vita. Per
Winnicott il fallimento genitoriale si traduce nell’impossibilità di fornire “un ambiente facilitante”
sufficientemente buono affichè il processo maturativo possa svolgersi in modo ottimale. Per Weiss
il fallimento genitoriale sono messaggi dei genitori che creano convinzioni patogene inconsce. Per
Faibairn è connesso alle deprivazioni che conducono alla scissione dell’Io. Kohut vede il fallimento
genitoriale come una carenza traumatica di rispecchiamento empatico. Stolorow, Atwood, Orange lo
intendono come il rifiuto e l’invalidazione delle esperienze del bambino che lo portano a limitazioni
del campo esperienziale.

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La concezione della psicopatologia per Mitchell è più complessa e sfaccettata ed è meno immediata
da collocare all’interno del modello del fallimento genitoriale. Mitchell in modo simile a Freud
suggerisce che la prolungata dipendenza del soggetto dai genitori e della loro potente influenza
sullo sviluppo è inevitabile che vi sia un certo grado di psicopatologia. Sostiene che gli attaccamenti
conflittuali e le identificazioni con gli oggetti arcaici sono universali, e più rigida è la connessione
data dai genitori, più il bambino è costretto a scegliere tra forme di relazione limitate e l’isolamento
totale. Riassumendo, l’identificazione con gli oggetti arcaici è universale, è il grado di difficoltà di
vivere che il soggetto incontrerà è in funzione al suo grado di adesione alla matrice relazionale
precoce, che sarà influenzata dalla rigidità della connessione fornita dai genitori. Per Mitchell le
difficoltà di vivere rientrano nel modello del fallimento genitoriale, dove quest’ultimo consiste nel
fornire al bambino una connessione tanto rigida da non costringerlo a scegliere tra una forma
limitata di relazioni e l’isolamento.
Le teorie contemporanee considerano il fallimento genitoriale come il principale agente eziologico
nell’esordio della psicopatologia.
Ricapitolazione
In contrasto con la versione classica della psicopatologia come prodotto del conflitto tra desideri
sessuali aggressivi, proibizioni e difese, il modello pulsione-difesa, le teorie psicoanalitiche
contemporanee collocano la psicopatologia nell’ambito delle relazioni con gli altri, che diventano il
fulcro della vita mentale. Questa visione ha come premessa che la psicopatologia, è la conseguenza
di un fallimento ambientale, ovvero, le carenze relazionali precoci con i caregiver. Anche il conflitto
occupa ancora nelle teorie contemporanee un posto di rilievo, esso non va più letto come il prodotto
del desiderio tra desideri endogeni e difese, bensì di quello tra i legami oggettuali e la modalità di
relazionali arcaiche del soggetto da un lato, e i legami oggettuali e le modalità più adattive,
dall’altro lato. Fattore essenziale delle teorie della psicopatologia contemporanee sono individuati
negli attaccamenti spasmodici ai legami oggettuali arcaici e il persistere di modalità relazionali
arcaiche sulla base di rappresentazioni interazionali precoci.
Capitolo IX: “Concezioni del trattamento
nelle teorie psicoanalitiche
contemporanee:
obiettivi terapeutici e atteggiamento analitico”
Le attuali concezioni del trattamento psicoanalitico non derivano esclusivamente da fattori quali
l'esperienza clinica, il mutare delle patologie, un raggio di azione più ampio e i riscontri empirici,
ma dipendono anche da fattori socio-economici e filosofico-culturali.
L'enfasi posta dalla psiconalisi classica sul valore terapeutico dell'insight, della consapevolezza,
della conoscenza di sé ecc... rifletteva l'influenza della visione illuministica.
Ciò che ha messo in crisi la concezione classica del trattamento, più di ogni altro fattore, sembra
essere il profondo scetticismo nei confronti del principio illuministico della virtù terapeutica
dell'autoconoscenza e della verità personale (la verità rendere liberi), sulla quale si basava la teoria
classica.
Questa posizione è espressa chiaramente nella critica di Richard Rorty all'idea stessa di ricerca della
verità e nella contrapposizione della solidarietà all'obiettività come valore culturale da perseguire.
Secondo Rorty, la tradizione della cultura occidentale, che si fonda sulla nozione della ricerca della
verità, rappresenta la più chiara esemplificazione del tentativo di trovare un senso nella propria

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esperienza spostando l'attenzione dalla solidarietà all'oggettività. Al centro di questa tradizione vi è


l'idea che la verità è qualcosa che si deve perseguire per se stessa, e non perchè sarà un bene per sé
o per la propria comunità reale o immaginaria.
Se si associa la solidarietà, definita come unità e sostegno reciproco, alla relazione e l'obiettività alla
ricerca della verità, la minore importanza attribuita all'insight e all'autoconoscenza e la simultanea
enfasi sui fattori relazionali nella visione contemporanea del trattamento possono essere considerate
chiare espressioni di una preferenza per la solidarietà a scapito dell'oggettività.
Freud credeva nella convergenza, apparentemente straordinaria, tra conoscenza di sé e cura di sé,
sostenendo che obiettivamente l'insight e la conoscenza di sé erano auto-curativi.
Tuttavia, una volta che questa affermazione viene messa in discussione e la convergenza tra conosci
te stesso e guarirai non è più un fatto dato per scontato, la questione dei valori e della visione della
vita divengono di primaria importanza. Dunque, diviene più difficile motivare l'importanza della
consapevolezza e della conoscenza di sè sulla base della semplice affermazione di un loro valore
terapeutico, al contrario essi assieme al condurre una vita esaminata piuttosto che non esaminata
diventano indipendenti dalla loro efficacia clinica.
Molti teorici psicoanalitici contemporanei non solo non credono nell'efficacia clinica
dell'autocoscienza e della ricerca della verità, ma dubitano anche che esse siano possibili.
Gli obiettivi di una maggiore conoscenza e comprensione di sé vengono sostituiti da concetti quali
costruzione di narrative più coerenti, riorganizzazione delle esperienze, costruzioni interpretative,
riformulazioni, nuove prospettive, nuove esperienze.
Tematiche comuni alle concezioni contemporanee del trattamento
Obiettivi terapeutici di processo e di esito
Bisogna distinguere tra obiettivi di processo (process) e obiettivi di esito (outcome): i primi sono
obiettivi interni al trattamento che si pensa ne facilitino il processo, mentre i secondi riguardano i
risultati che si intende raggiungere mediante il trattamento.
Per esempio, eliminare la rimozione è un obiettivo di processo che, secondo la teoria classica,
facilita il raggiungimento dell'obiettivo di esito di una risoluzione più adattiva del conflitto.
Nell'ambito della psicoanalisi contemporanea, un obiettivo di processo potrebbe essere la
riorganizzazione della propria esperienza, che rende possibile il raggiungimento dell'obiettivo di
esito dello sviluppo di nuove prospettive e narrative coerenti sulla propria vita, risultato che si
desidera che il paziente raggiunga una volta concluso il trattamento.
Alcuni obiettivi appartengono ad entrambe le categorie, e pertanto non è sempre possibile fare una
netta distinzione tra processo e risultato.
Per esempio incrementare la capacità di mentalizzazione e autoriflessione del paziente sembra
essere sia un obiettivo di processo che di esito, in quanto facilita il processo terapeutico in corso e
allo stesso tempo rappresenta un risultato (un cambiamento strutturale).
Si potrebbe pensare che tutte le forme di trattamento abbiano in comune una serie limitata di
obiettivi di esito, come il sollievo dalla sofferenza, una maggiore capacità di amare e lavorare e
maggiore piacere e soddisfazione nella vita. Tuttavia, oltre a questi obiettivi generali, nella
letteratura psicoanalitica è possibile identificare un vasto elenco di obiettivi di processo e di esito:
1. Rendere conscio l'inconscio (Freud);

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2. Dove era l'Es deve subentrare l'Io (Freud);


3. Maggior capacità di amare e lavorare (Freud);
4. Rinuncia ai desideri infantili (Widlocher);
5. Cambiamento strutturale (Widlocher);
6. Aumento della coesione del Sé (Kohut);
7. Difese più flessibili (Weiss, Sampson);
8. Costruzione di significati e riorganizzazione dell'esperienza (Mitchell);
9. Aumento del senso di agentività (Shafer);
10. Esorcizzazione degli oggetti interni (Fairbairn);
11. Riduzione delle scissioni dell'Io (Fairbairn);
12. Ampliamento del campo dell'esperienza (Stolorow, Atwood e Orange);
13. Interiorizzazione della funzione terapeutica (Wzontek, Geller, Farber);
14. Maggior capacità di sublimazione (Freud);
15. Narrative e "rinarrazioni" più coerenti (Spence e Shafer);
16. Nuove prospettive (Renik);
17. Migliore regolazione affettiva (Kohut);
18. Identificazione delle rappresentazioni e dei modelli interazionali disadattivi (Mitchell);
19. Identificazione delle convinzioni patogene inconsce (Weiss, Sampson e Silberschatz);
20. Disconferma delle convinzioni patogene inconsce (Weiss e Sampson);
21. Modifica dei pattern di attaccamento disadattivi (Levy, Meehan, Kelly);
22. Apprendimento di modalità relazionali nuove e più diversificate (Mitchell);
23. Ripresa della crescita evolutiva (Guntrip, Loewald, Kohut);
24. Risoluzione del conflitto (Freud);
25. Compromesso maggiormente adattivo (Brenner);
26. Miglioramento della funzione adattiva dell'Io (Freud);
27. Aumento della funzione riflessiva (Fonagy, Target, Jurist e Gergely).

Dall'insight, dalla comprensione e dalla conoscenza di sé a narrative coerenti,


costruzioni interpretative e legame empatico
Le concezioni contemporanee del trattamento sono caratterizzate da un profondo scetticismo
riguardo al valore terapeutico dell'insight e della conoscenza di sé, e di conseguenza la
giustificazione logica e teorica di questi obiettivi viene lasciata in sospeso.
Tale scetticismo contemporaneo si esprime in diversi modi, uno di questi è il rifiuto dell'idea
classica secondo cui l'analista scopre ciò che accade nella mente del paziente.
Così, il focus del trattamento si è spostato dallo scoprire verità su di sé che non erano accessibili per
via della rimozione o di altre difese, al riorganizzare la propria esperienza e creare nuove
prospettive e narrative, ossia aiutare il soggetto a rinarrare la propria vita.
Inoltre, le concezioni contemporanee non solo rifiutano il ruolo terapeutico attribuito dalla
prospettiva classica alla conoscenza e comprensione di sé, ma ritengono inoltre che tale conoscenza
non sia possibile.
Questo cambiamento degli obiettivi terapeutici non si basa su di una convinzione empiricamente

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supportata che una migliore autoconoscenza e comprensione di sè non siano clinicamente efficaci,
ma deriva da un rifiuto su basi concettuali.
In altre parole, non è stato dimostrato, per esempio, che la costruzione di narrative coerenti abbia
maggior efficacia terapeutica rispetto alla comprensione di sé. Si afferma invece che non esistono
altro che narrative coerenti, costruzioni interpretative ecc..
Identificare e modificare le rappresentazioni disadattive di sé, dell'altro e dell'interazione
Un obiettivo di processo fondamentale delle concezioni psicoanalitiche contemporanee è
l'identificazione delle rappresentazioni e dei pattern disadattivi, in particolare nel modo in cui si
manifestano nella relazione terapeutica, e un obiettivo centrale di esito è la loro modifica e
sostituzione con nuove modalità più adattive e soddisfacenti.
Questa focalizzazione sull'identificazione delle rappresentazioni disadattive sembra contraddire lo
scetticismo nei confronti della possibilità di scoprire contenuti della mente del paziente che possano
contribuire all'autoconoscenza. Sebbene Mitchell sia scettico soprattutto riguardo alla possibilità di
svelare i desideri inconsci rimossi, egli sembra suggerire in generale l'impossibilità di svelare
qualsiasi contenuto mentale.
Eagle ritiene che identificare le rappresentazioni di sé, dell'altro e dell'interazione sia in effetti un
tipo di scoperta e rivelazione che però non suscita le obiezioni di teorici come Mitchell, in quanto
non comporta la scoperta di desideri rimossi che aspettavano di essere rivelati.
Tuttavia, l'enfasi sull'identificazione delle rappresentazioni e dei modelli di interazione del paziente
potrebbe essere problematica per una teoria che sostiene che il trattamento psicoanalitico dà solo, o
principalmente, costruzioni interpretative, narrative, rinarrazioni ecc..
L'attegiamento analitico: il rifiuto del ruolo di schermo bianco
Le concezioni contemporanee del trattamento condividono il rifiuto del cosidetto ruolo dell'analista
come schermo bianco o opaco, sostituendolo con un atteggiamento più attivo e interattivo.
A differenza dell'analista classico, che è un osservatore neutrale, obiettivo, opaco e relativamente
anaffetttivo, l'analista contemporaneo è un partner interattivo e propositivo, che reagisce
emotivamente al paziente e gli propone interpretazioni e punti di vista soggettivi.
Dunque, i teorici contemporanei non rifiutano soltanto l'atteggiamento da schermo bianco
dell'analista, ma anche altri aspetti, secondo loro correlati, come la neutralità analitica e la
possibilità di fare interpretazioni oggettive.
I teorici contemporanei considerano l'atteggiamento analitico classico problematico per l'assunto
stesso che l'analista possa essere uno schermo bianco che non dà nessun contributo all'interazione.
Tuttavia, come hanno sottolineato Gill e altri, stare in silenzio e non reagire non significa non
contribuire all'interazione o non inviare segnali. Infatti, lunghi periodi di silenzio e un
comportamento non reattivo immettono una particolare e potenzialmente potente serie di indizi che
assumerà un significato differente per pazienti diversi, che va dalla sensazione di un tranquillo
contenimento non intrusivo fino alla percezione di un analista sadico che si nega, in funzione della
storia personale di analista e paziente, della natura della loro relazione e di altri aspetti generali
dello stile e del comportamento dell'analista.
Un' altra caratteristica problematica dell'atteggiamento analitico classico identificata dai teorici
contemporanei e sottolineata da Holzman, è il fatto che esso spesso si trasforma in un'eccessiva

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freddezza emotiva, seriosità e indifferenza. Questi tratti non corrispondono allo schermo bianco
neutrale su cui il paziente può proiettare il proprio mondo interno, ma al contrario possono avere un
forte impatto, anche iatrogeno, sul paziente.
E' ovviamente possibile che gli analisti classici trasmettessero ai propri pazienti qualità personali di
calore, empatia e interesse, e non freddezza e indifferenza, nonostante la loro adesione teorica
all'atteggiamento neutrale di schermo bianco. Tuttavia, per gli analisti inesperti poteva risultare
difficile fidarsi delle proprie intuizioni e opporsi alle limitazioni dell'attegiamento neutrale.
Inoltre, è stato frequentemente osservato che, sebbene promuovesse un atteggiamento analitico
neutrale da schermo bianco, Freud prestava soldi a un paziente, offriva cibo ad un altro e via
dicendo...ma nel contempo spingeva gli analisti a prendere come modello il chirurgo.
E' probabile che sia stata questa raccomandazione di Freud ad influenzare maggiormente
generazioni di analisti e non gli episodi sui soldi che aveva prestato ai propri pazienti.
Il problema della suggestione
La suggestione che per Freud era una preoccupazione rilevante, oggi date le concezioni del
trattamento e del ruolo dell'analista, non sembra avere più molta importanza.
Innanzi tutto, viene generalmente riconosciuto che per quanto l'analista si sforzi di essere uno
schermo bianco, inevitalmente trasmette segnali che facilmente riveleranno i suoi pregiudizi
personali. Anche se questi segnali non rappresentano una suggestione diretta, essi possono agire
come forme sottili di suggestione indiretta.
Secondo Renik, data l'irriducibile soggettività e gli inevitabili pregiudizi personali dell'analista,
sarebbe più realistico e utile per il paziente se l'analista si esprimesse in modo diretto, esplicitando i
propri obiettivi riguardo al paziente e il proprio interesse nel guidarlo verso il raggiungimento di
quegli obiettivi. Dunque, secondo il ragionamento di Renik, sia il paziente sia l'analista possono
gestire i pregiudizi e le preferenze personali in maniera più adeguata se questi ultimi sono espressi
chiaramente, piuttosto che rimanere celati e non riconosciuti.
Vi è un'altra ragione più profonda della riduzione dell'importanza nei confronti della suggestione
nelle concezioni contemporanee del trattamento.
Date le concezioni attuali della mente e del ruolo dell'analisi, la suggestione non è più un problema,
ma al contrario viene considerata una componente centrale del trattamento analitico.
Come ha osservato Meehl, ciò che rendeva problematica la suggestione era la possibilità che le
interpretazioni dell'analista potessero rappresentare un trapianto di contenuti, piuttosto che la
scoperta e l'identificazione di ciò che accadeva nella mente del paziente, così da concordare nella
realtà che è in lui. Inoltre, i critici di Freud affermavano che, quando un paziente accettava
un'interpretazione, non stava comprendendo meglio se stesso, ma stava semplicemente soggiacendo
alla suggestione dell'analista. Tali preoccupazioni circa il trapianto di contenuti divengono poco
rilevanti se il compito dell'analista non è più la scoperta e la rivelazione di ciò che avviene nella
mente del paziente, ma una riorganizzazione dell'esperienza, una costruzione interpretativa, una
co-costruzione, una rinarrazione che comporta una differenza benefica ecc...
In questa prospettiva, non vi è una netta distinzione tra ciò che è nella mente del paziente e ciò che
vi viene trapiantato dall'analista. Tutto è costruito e co-costruito dal paziente e dall'analista in un
complesso processo di negoziazione.

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L'attegiamento empatico
Con la Psicologia del Sé di Kohut il ruolo della comprensione empatica diviene un fattore
principale di cura, e dunque l'atteggiamento dell'analista si sposta dall'interpretare e scoprire i
contenuti rimossi o identificare le rappresentazioni disadattive, o analizzare le difese dell'Io, al
creare un legame empatico.
A tale riguardo vi è un evidente convergenza tra la Psicologia del Sè e Carl Rogers quando afferma
che un atteggiamento empatico è di per sé terapeutico e promuove la crescita personale.
La neutralità analitica
La neutralità analitica è stata erroneamente assimilata allo schermo bianco, all'anonimato,
all'astinenza, all'obiettività e all'esclusione della soggettività, e per tale ragione anche essa è stata
rigettata dagli psicologi del Sè o psicoanalitisti relazionali.
In questa visione, l'analista che aderisce alla neutralità analitica è automaticamente anche l'analista
impersonale, anonimo, silenzioso, non reattivo, uno schermo bianco passivo.
Tuttavia, si tratta di un fraintendimento del concetto.
In un recente dibattito sulla neutralità analitica, Ornstein e Ornstein equiparano ripetutamente
neutralità e astinenza e, nella presentazione delle vignette cliniche, contrappongono il parlare del
paziente, probabilmente associato alla neutralità e all'astinenza, al parlare al paziente,
probabilmente associato alla rinuncia della neutralità e all'assunzione di una posizione empatica.
Dunque, secondo questa prospettiva il paziente può essere raggiunto e aiutato solo se l'analista
rinuncia alla neutralità analitica e adotta un attegiamento empatico.
Un ulteriore esempio di come viene vista la neutralità analitica da parte di alcuni analisti
contemporanei, è l'affermazione di Renik secondo cui la neutralità analitica è insostenibile data
l'irriducibile soggettività dell'analista. Ciò porta Renik a rifiutare l'affermazione classica secondo
cui l'analista si rivolge alla realtà psichica del paziente, piuttosto che non alla sua personale, e a
sostenere che per via di questa soggettività vengono trasmessi al paziente i punti di vista personali
dell'analista, piuttosto che cercare i punti vista del paziente.
Tuttavia, si può notare nelle parole di Renik una notevole confusione, egli sembra confondere
l'inevitabile e irriducibile soggettività dell'esperienza personale con il fenomeno del pregiudizio
soggettivo. Infatti, affermare che le esperienze personali sono necessariamente soggettive non
equivale a dire che sono influenzate da pregiudizi soggettivi.
Inoltre, avere dei pregiudizi soggettivi non significa che non si è in grado di gestirli e di riuscire a
valutare le esperienze in maniera oggettiva e imparziale, sulla base anche di strumenti di controllo
che si sono rivelati efficaci nella gestione di un'ampia gamma di pregiudizi soggettivi. Un insieme
di queste procedure è la scienza.
Come ha osservato Von Eckardt, ci si può dichiarare impotenti di fronte ai pregiudizi soggettivi,
crogiolarsi nella loro inevitabilità e accogliere le loro virtù, oppure si possono adottare delle
procedure condivise studiate per regolare gli effetti dei pregiudizi soggettivi.
Dunque, il fatto che le esperienze dell'analista siano irriducibilmente soggettive non significa che
non si possa cercare di comprendere nel modo più obiettivo possibile la realtà psichica di un'altra
persona, anch'essa irriducibilmente soggettiva, nè che non sia possibile assumere una posizione di
neutralità analitica nella relazione con il paziente.

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Infatti, se la neutralità analitica viene intesa in maniera corretta, essa non si identifica con un
atteggiamento da schermo bianco, con l'anaffettività e il distacco emotivo, la freddezza e il silenzio,
ma il suo ruolo è quello di evitare di prendere posizione rispetto alle parti conflittuali del paziente e
di suggerigli come deve vivere la propria vita, il che a sua volta mira alla valorizzazione
dell'autonomia del paziente intesa come una maggiore libertà di plasmare la propria esistenza.
Tutte le teorie psicoanalitiche condividono l'idea che la psicopatologia comprometta sempre in
qualche modo l'autonomia personale, e che un obiettivo fondamentale del trattamento sia quello di
risolvere o migliorare questa condizione, incrementando la capacità del paziente di scegliere
liberamente come vivere.
Renik osserva che i terapeuti desiderano contribuire ad aumentare la felicità del paziente, ciò è vero
ma è anche vero che vi sono diverse strade che portano alla felicità, e il paziente deve trovare la
propria e non adottare quella dell'analista. Il tipo o il grado di felicità che il paziente riuscirà a
raggiungere non dipenderà dall'operosità o dalle intenzioni dell'analista, ma dal carattere e dalla
situazione di vita del soggetto. Pertanto, il compito dell'analista non è quello di dare al paziente la
felicità, ma di rimuovere gli ostacoli che gli impediscono di fare delle scelte autonome che gli
daranno la possibilità, ma non la garanzia, di essere maggiormente soddisfatto e felice.
Come affermava Freud, anche l'analisi più riuscita non può garantire la felicità, in quanto nella vita
ci sono troppi eventi imprevedibili, come malattie e perdite, perchè si possa dare una tale garanzia.
Per Freud, l'obiettivo dell'analisi non è la felicità, ma l'attenuazione degli elementi nevrotici che
ostacolano il perseguimento realistico delle soddisfazioni che la vita può offrire.
A tal proposito Eagle ritiene che, il ruolo dell'analista e l'obiettivo del trattamento non sia indicare al
paziente la strada per una vita più gratificante e significativa, ma incrementare le sue probabilità di
trovare la propria strada. (vedi esempio clinico pag. 228)
Renik sostiene che, data l'inevitabilità dei pregiudizi soggettivi o delle preferenze personali, sarebbe
meglio che l'analista esplicitasse le sue idee piuttosto che fingere di essere neutrale.
Quest'ultimo atteggiamento, secondo Renik, può avere effetti più insidiosi proprio perchè non
espresso chiaramente.Eagle ritiene che la questione sollevata da Renik sia leggittima, ma molto più
complessa.
Secondo Eagle, dato il potere del transfert, il paziente potrebbe recepire le posizioni dell'analista
solo come delle direttive, e non come qualcosa su cui poter riflettere insieme. I pregiudizi
dell'analista spesso si manifestano in modo sottile e indiretto e ciò è preferibile rispetto ad uno stile
aperto e diretto. Innanzi tutto, perchè un atteggiamento indiretto fa capire che si sta procedendo per
tentativi, che si crede nel valore di un'ulteriore esplorazione e che non si vuole interferire
nell'autonomia del paziente. Inoltre, un approccio indiretto dà maggiore spazio alla possibilità che,
dopo una riflessione e una presa di coscienza, si decida di tornare indietro o di non procedere oltre
in una determinata direzione.
Secondo Shafer, l'analista dovrebbe parlare in prima persona e in modo interlocutorio per evitare di
rivolgersi all'analizzando in modo autoritario e alienante, come a un oggetto che viene esaminato
dall'alto. E dunque, per Shafer, se i pregiudizi soggettivi devono essere espressi l'analista deve farlo
in modo discreto e interlocutorio e non in maniera diretta, evitando così di dare al paziente direttive
troppo palesi.

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Tale atteggiamento non si scontra con la neutralità analitica, ma al contrario la preserva, nel senso
che implicitamente si distingue tra riferire un'esperienza per esaminarla e indicare in modo diretto
una direzione da prendere.
Una cosa è che l'analista riconosca che i propri pregiudizi soggettivi possano influenzare la propria
comprensione del paziente, e tale riconoscimento dovrebbe portare a cercare di ridurre al minimo
queste influenze mediante una maggiore consapevolezza e riflessione personali. Un'altra cosa è
pensare che, dato che i pregiudizi soggettivi sono inevitabili, non si dovrebbe fare alcuno sforzo per
limitarli con l'autoriflessione, ma li si dovrebbe esplicitare in modo che siano esaminati da analista e
paziente. Una maggiore autoriflessione su questi pregiudizi può portare a una loro riduzione, così
che non è più necessario esprimerli apertamente.
Per Eagle il nucleo della neutralità analitica non è solo evitare di schierarsi con i conflitti del
paziente, ma anche assumere una posizione disinteressata (non influenzato da interessi personali e
motivazioni egoistiche) rispetto a come il paziente desidera vivere la propria vita.
Nella situazione analitica, le motivazioni egoistiche e gli interessi personali adeguati sono una
ricompensa adeguata e la soddisfazione di svolgere un buon lavoro professionale a beneficio del
paziente.
La presenza affettiva
Nella letteratura psicoanalitica contemporanea, un fattore ritenuto importante è la premura e
l'interesse nei confronti del paziente, ossia la sua presenza affettiva.
Come avviene in qualsiasi relazione, un'interazione caratterizzata da noia o ritiro affettivo, che
procede per inerzia, difficilmente sarà produttiva, a meno che queste esperienze non vengano
affrontate in modo costruttivo. Quando l'analista non è affettivamente presente, il paziente
probabilmente lo avvertirà e vi reagirà, che lo riconosca o meno. (vedi esempio clinico pag. 230-
231)
Nessun terapeuta può essere in ogni istante coinvolto e affettivamente presente, ma tali momenti
non devono necessariamente nuocere al progresso del trattamento, se l'analista riconosce la propria
assenza affettiva, la esamina e la affronta in qualche modo.
Secondo Eagle, bisogna resistere alla tendenza attuale di attribuire facilmente la propria mancanza
di presenza affettiva al comportamento del paziente. Questa tendenza si manifesta nella prontezza
con cui alcuni analisti chiamano in causa il concetto di identificazione proiettiva per spiegare le
proprie difficoltà e le emozioni disturbanti durante una seduta. In tal modo, essi corrono il rischio di
non guardare a se stessi e di attribuire la propria mancanza di presenza affettiva subito a qualcosa
che il paziente sta probabilmente inducendo.
L'autodisvelamento (self-disclosure e self-revelation)
Una delle manifestazioni più radicali di scostamento dalla concezione classica del corretto
atteggiamento analitico è il considerare l'autodisvelamento, cioè la cosiddetta self-disclosure, come
una componente legittima e utile del trattamento.
Questa posizione è del tutto coerente con l'attuale cambiamento del ruolo dell'analista, che da
osservatore oggettivo diviene partecipante attivo.
Tuttavia, se l'autodisvelamento sia o meno associato a un migliore risultato terapeutico è da
verificare empiricamente.

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Innanzi tutto, bisogna sottolineare che la neutralità analitica non impedisce la presenza affettiva nè
l'autodisvelamento. Infatti, si può essere interessati, premurosi, affettivamente presenti e rivelare
aspetti di sé, e nel contempo lasciare che sia il paziente a decidere come gestire la propria vita.
Inoltre, la presenza affettiva non si identifica con l'autodisvelamento, si può essere affettivamente
presenti con un paziente senza necessariamente rivelare nulla di sè.
Talvolta, tramite l'autodisvelamento l'analista cerca di instaurare una rapida connessione affettiva
quando sa che non c'è o che è stata perduta.
Capitolo X:
”Concezioni del trattamento
nelle teorie psicoanalitiche
contemporanee:
l’azione terapeutica e le sue componenti”
L'azione terapeutica
Qualsiasi concezione del trattamento deve tenere conto della natura dell'azione terapeutica, ossia dei
processi e dei fattori che determinano il cambiamento in terapia.
La concezione della natura dell'azione terapeutica varia a seconda di come vengono definiti la
natura della psicopatologia e gli obiettivi terapeutici fondamentali.
Per esempio, la Psicologia del Sé di Kohut attribuisce la causa della psicopatologia a una mancanza
di coesione del Sè, e pertanto uno dei suoi principali obiettivi sarà il rafforzamento della coesione
del Sé, e gli elementi terapeutici di base dell'azione terapeutica saranno quelli che si ritiene
consentano il raggiungimento di tale obiettivo.
Se invece la causa centrale della psicopatologia viene attribuita alla presenza di un conflitto interno,
l'obiettivo terapeutico fondamentale sarà la risoluzione del conflitto e l'azione terapeutica
prediligerà probabilmente l'insight e l'interpretazione.
La comprensione empatica
Secondo la prospettiva tradizionale, la comprensione empatica dell'analista può facilitare la
formulazione delle interpretazioni che porteranno il paziente ad acquisire un insight sui propri
conflitti inconsci e a comprendere meglio le interpretazioni.
In questo caso, la comprensione empatica dell'analista viene vista come un elemento che facilita
altri processi e fattori terapeutici fondamentali quali le interpretazioni e l'insight, e non rappresenta
in sé un fattore curativo primario.
A differenza di Freud, Kohut pone la comprensione empatica del terapeuta al centro dell'azione
terapeutica.
In che modo la comprensione empatica porta a un cambiamento terapeutico? Quali sono i
processi implicati?
La risposta di Kohut a queste domande si basa su assunti circa la natura umana e lo sviluppo
psicologico. Secondo Kohut, ogni individuo si sente unico e speciale e non può esistere se non trova
conferma da parte degli altri, soprattutto dai genitori e da coloro che in seguito assumono il
significato di oggetti-Sé genitoriali.
Inoltre, affinchè si sviluppi un Sè sano e coeso bisogna aver sperimentato un adeguato
rispecchiamento empatico nelle prime fasi di vita, se ciò non accade si rischia di sviluppare difetti
del Sé.
In questa concezione, il contesto analitico viene visto come il luogo deputato a soddisfare bisogni
evolutivi non soddisfatti, soprattutto il bisogno di comprensione empatica.

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La comprensione empatica funge da fattore curativo in quanto l'esperienza del paziente di questa
comprensione soddisfa un bisogno evolutivo probabilmente universale, che non era stato soddisfatto
in maniera adeguata nei primi anni di vita.
In altri termini, il ruolo terapeutico della comprensione empatica deriva in parte da una teoria
generale eziologico-evolutiva secondo cui la risonanza empatica precoce è fondamentale per lo
sviluppo di un Sè coeso e un fallimento traumatico di sperimentare questa risonanza aumenta il
rischio di sviluppare difetti del Sé.
Questa teoria avanza l'ipotesi che lo sviluppo spontaneo del transfert da parte del paziente in analisi
rifletta la sua lotta per soddisfare i bisogni che non erano stati adeguatamente soddisfatti nel corso
dello sviluppo.
Secondo Kohut, nel trattamento si riattivano i bisogni evolutivi del Sé che erano rimasti senza
risposta, e dunque la ricerca da parte del Sè difettoso di risposte promotrici di sviluppo da parte di
un oggetto-Sé adeguatamente empatico.
In poche parole, la teoria evolutiva della Psicologia del Sé identifica determinati bisogni
fondamentali e universali e ipotizza che le persone vadano alla ricerca di oppurtunità per soddisfare
tali bisogni. Inoltre, il transfert spontaneo d'oggetto-Sé che si manifesta nel trattamento rappresenta
il tentativo di appagare bisogni evolutivi che non sono stati soddisfatti, e quando questo tentativo
trova rispondenza nel trattamento, i difetti del Sé vengono riparati.
Il termine oggetto-Sé coniato da Kohut indica quella dimensione della nostra esperienza di un'altra
persona che si riferisce alle funzioni di sostegno per il nostro Sé svolte da questa persona. In quanto
oggetto-Sé l'altro viene vissuto come un oggetto non del tutto separato e non del tutto parte di sé,
quindi una via di mezzo. Cioè l'altra persona viene vissuta principalmente per la funzione
narcisistica che svolge riguardo al soggetto.
La spiegazione
Dalla prospettiva della Psicologia del Sé, un'altra componente terapeutica associata alla
comprensione empatica è la spiegazione.
Per spiegazione Kohut intende un'interpretazione incentrata su ricostruzioni genetiche e
formulazioni dinamiche. Per ricostruzione genetica si intende un interpretazione che mette in
relazione il transfert e le relazioni attuali di oggetto-Sé con le relazioni precoci con le figure
genitoriali. Mentre, per quanto riguarda le formulazioni dinamiche un buon esempio potrebbe essere
un'interpretazione che collega il ritrarsi difensivo del paziente in una relazione d'oggetto-Sè arcaica
al suo vissuto di fallimento empatico dell'analista.
Kohut afferma che la comunicazione dell'analista della sua formulazione dinamico-genetica delle
reazioni del paziente non solo amplia e approfondisce la comprensione e l'accettazione empatica
che il paziente ha di se stesso, ma incrementa anche la fiducia del paziente nella realtà e attendibilità
del legame empatico che si va istituendo tra lui e l'analista.
Tuttavia, secondo Kohut è vero si che la comprensione empatica che l'analista ha dell'attuale
condizione del Sè dell'analizzando favorisce il progresso verso la salute e porta alla formazione di
nuove strutture psicologiche, ma il risultato di questa esperienza tende ad essere transitorio.
Interpretazioni verbali ben ideate, che spiegano le reazioni psicologiche del paziente in termini
dinamici e che si ricollegano ai precedenti genetici delle sue vulnerabilità e dei suoi conflitti,

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daranno inizio all'esperienza salutare ma temporanea, di essere stato compreso in una più ampia
area degli strati psichici superficiali dell'analizzando.
Mentre in precedenza l'analista aveva solo condiviso con il paziente la comprensione di ciò che il
paziente provava, adesso mediante una maggiore oggettività implicita nelle sue spiegazioni,
l'analista offre al paziente la possibilità di diventare più obiettivo verso se stesso pur continuando ad
accettarlo mentre gli dà spiegazioni dinamiche e genetiche. Dunque, la tendenza a una maggiore
obiettività durante l'analisi dovrebbe essere concepita come un segno di progresso evolutivo: essa
si muove allo stesso modo della sostituzione di un'esperienza arcaica d'oggetto-Sé con un
esperienza matura, ossia la sostituzione di un'esperienza di fusione con un'oggetto-Sè con
l'esperienza di risonanza empatica.
Nonostante da queste affermazioni di Kohut si possa dedurre che la spiegazione serva a produrre un
insight e un'autocomprensione, bisogna sottolineare che, nella concezione del trattamento della
Psicologia del Sé questo non è l'obiettivo primario. La funzione principale delle spiegazioni è quella
di "rafforzare la fiducia del paziente nella realtà e attendibilità del legame empatico che si va
stabilendo tra lui e l'analista, mettendolo in contatto con la profondità e l'ampiezza della
comprensione che l'analista ha di lui".
Per Kohut il ruolo dell'interpretazione e della spiegazione nella Psicologia del Sé è molto diverso da
quello che esse assumono nella teoria classica.
Infatti, mentre per Freud e per coloro che seguono il suo pensiero è il potere della ragione a portare
alla guarigione, coloro che si ispirano alla Psicologia del Sè sostengono che, riguardo a tutte le
forme di psicopatologia analizzabili, l'unità terapeutica di base della guarigione non si basa
sull'espansione della conoscenza, ma sull'accrescimento della struttura psichica, ottenuto mediante
la frustrazione ottimale dei bisogni e dei desideri dell'analizzando, che gli viene assicurata sotto
forma di interpretazioni corrette.
In breve, la funzione della comprensione empatica e della spiegazione non è incrementare l'insight e
la comprensione di sé, ma stabilire e rafforzare un legame empatico tra analista e paziente.
Inoltre l'acquisizione del paziente di una maggiore obiettività su se stesso è importante non perchè
gli consente di raggiungere un maggiore insight e una maggiore autocomprensione, ma perchè
indica la sostituzione di un'esperienza arcaica d'oggetto-Sè con un'esperienza matura.
Dunque, si può affermare che per la Psicologia del Sè di Kohut l'elemento fondamentale del
trattamento è sentirsi capiti dal terapeuta, e non, come nella prospettiva classica, capire se stessi.
La teoria kohutiana dell'azione terapeutica può essere concepita come una teoria del ruolo delle
esperienze emozionali correttive che portano al cambiamento terapeutico.
Tale concezione del cambiamento terapeutico è stata criticata, sia perchè, come ritiene lo stesso
Kohut, richiama alla mente l'uso che ne ha fatto Alexander nella sua analisi breve, sia perchè
secondo la teoria classica tale concetto poteva includere l'implicazione che l'analista nel trattamento
gratificasse i desideri del paziente.
La gratificazione nel trattamento
Kohut e altri psicologi del Sè negano che la loro concezione del trattamento e dell'azione
terapeutica prevedesse la gratificazione del paziente, uno dei principali tabù della teoria classica.
Kohut ha più volte osservato che, per quanto riguarda la procedura e la tecnica, un'analisi condotta

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dalla Psicologia del Sè non differisce da un'analisi classica.


In entrambi i casi, sostiene Basch, è mediante l'interpretazione del bisogno (il bisogno di essere
perfettamente rispecchiato o di fondersi con una figura idealizzata) e poi dell'origine del bisogno,
che l'analista offre un legame empatico e non un legame basato sul soddisfacimento del desiderio
del paziente di rivivere il passato sotto circostanze più favorevoli.
Nella psicoanalisi classica la giustificazione della limitazione della gratificazione si basava
sull'assunto che il paziente cercava di gratificare i desideri sessuali e aggressivi infantili.
La Psicologia del Sè rifiuta questo assunto ponendo l'attenzione non sui desideri sessuali e
aggressivi, ma su bisogni evolutivi di rispecchiamento empatico che sono indispensali, e per tale
ragione la gratificazione nella situazione analitica non dovrebbe più essere un tabù.
Il tabù della gratificazione nella psicoanalisi classica deriva principalmente da due considerazioni:
la prima riguarda la necessità di proteggere l'analista dai propri agiti sessuali e da un eccessivo
coinvolgimento; la seconda è legata ai presupposti del modello idraulico insiti nella regola
dell'astinenza: mentre la regola dell'astinenza favorisce l'emergere alla coscienza del materiale
inconscio rimosso, la gratificazione lo ostacola.
Alla luce di quanto detto sopra, appare ingiustificata la preoccupazione da parte degli psicologi del
Sé riguardo alla gratificazione. Pertanto tale preoccupazione potrebbe derivare, almeno in parte,
dall'ansia di rassicurare la comunità psicoanalitica del fatto che l'analisi condotta da questa
prospettiva teorica rimane un'analisi e non un appagamento dei bisogni e desideri del paziente.
In breve, sia Kohut che Basch affermano che come l'analista classico anche gli psicologi del Sè
interpretano invece di gratificare.
E in effetti, ciò che Basch chiama "il bisogno del paziente di essere perfettamente rispecchiato"
equivale al "desiderio del paziente di rivivere il passato sotto circostanze più favorevoli".
Secondo la Psicologia del Sè, i difetti del Sè derivano dal fallimento traumatico di essere
perfettamente rispecchiato durante l'infanzia, e tale bisogno non soddisfatto viene riattivato nel
transfert come "bisogno di essere perfettamente rispecchiato". Naturalmente è impossibile che
l'analista o chiunque altro possa rispecchiare perfettamente il paziente, e dunque tale bisogno non
può essere soddisfatto.
Se la richiesta, da parte del paziente, di un rispecchiamento perfetto si basa sul desiderio o la
fantasia che soltanto se questo evento si avvera egli potrà preservare la propria autostima e integrità,
ne consegue che solo grazie alla ripetuta esperienza di un rispecchiamento empatico
sufficientemente buono, ossia di fallimenti ottimali dell'analista e della sua presa in carico ottimale,
il paziente riuscirà progressivamente a ridimensionare la fantasia che il rispecchiamento empatico
sia un bisogno vitale, e sarà più disposto a percepire come supportiva e rassicurante una
comprensione empatica sufficientemente buona.
Fallimento ottimale o frustrazione ottimale
Un altro elemento di base della cura della Psicologia del Sé è ciò che Kohut definisce fallimento
ottimale o frustrazione ottimale.
Secondo Kohut, la matrice di silenzioso sostegno fornita dalla traslazione d'oggetto-Sé, che emerge
spontaneamente nei confronti dell'analista e si stabilizza nelle prime fasi dell'analisi, viene scossa
dalle carenze di empatia dell'analista, inevitabili ma temporanee, ovvero dalle frustrazioni ottimali.

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In risposta a interpretazioni errate, approssimative o inadeguate il paziente regredisce


temporaneamente e passa da una posizione di fiducia nell'empatia a relazioni di oggetto-Sè
arcaiche, che egli aveva già abbandonato durante la traslazione d'oggetto-Sé nelle prime fasi
dell'analisi. In un'analisi adeguatamente condotta, l'analista si rende conto del ritiro emotivo del
paziente, ricerca qualsiasi errore possa aver compiuto, una volta individuato l'errore lo riconosce in
modo non difensivo spesso con l'aiuto del paziente, e infine dà al paziente un'interpretazione non
dissidente della dinamica del suo ritiro. In questo modo si riattiva, tra analista e paziente, l'empatia
che si era instaurata nella iniziale traslazione d'oggetto-Sé.
Come indica Kohut, è dunque inevitabile che l'analista talvolta non riuscirà a fornire la
comprensione empatica necessaria, e la reazione tipica del paziente a questi fallimenti sarà quella di
ritirarsi in modalità di relazione di oggetto-Sè arcaiche, accompagnate da rabbia e disperazione.
Tuttavia, se questi fallimenti non sono traumatici e se l'analista interpreta in maniera adeguata le
dinamiche regressive del paziente, verrà ristabilita la risonanza empatica tra paziente e terapeuta.
Inoltre, a seguito a molteplici esperienze di fallimenti ottimali seguite da un'adeguata comprensione,
riconoscimento e interpretazione da parte dell'analista, il paziente costruirà quelle strutture interne
che gli permetteranno di rivolgersi ad una gamma sempre più ampia di oggetti-Sè per avere
sostegno, conferma e aiuto.
Kohut definisce il processo che porta alla costruzione di queste strutture interne "interiorizzazione
trasmutante".
Con i termini "costruzione di strutture interne" e "interiorizzazione trasmutante" Kohut sta
ipotizzando che dopo aver vissuto più volte l'esperienza di poter sopravvivere alla frustrazione
ottimale di una comprensione imperfetta, grazie anche al legame empatico imperfetto favorito dal
riconoscimento da parte dell'analista del proprio fallimento e della relazione tra questo fallimento e
il ritiro del paziente, il paziente acquisisce una maggiore capacità di trarre beneficio dalla
comprensione empatica imperfetta, che è realisticamente presente nel mondo.
Bacal ha criticato le espressioni kohutiane di fallimento ottimale e frustrazione ottimale proponendo
di sostituirle con il termine più positivo di "responsività ottimale".
Tuttavia, le espressioni di Kohut, se analizzate attentamente, equivalgono di fatto alla responsività
ottimale. Ciò che Kohut vuole evidenziare è che anche quando si cerca di essere il più ricettivi
possibile, è inevitabile che la propria comprensione empatica non sia perfetta, pertanto il paziente
inevitabilmente sentirà gli interventi dell'analista come frustranti, e fintanto che questi interventi
non sono traumatici ma frustrazioni o fallimenti ottimali e vengono affrontati in maniera adeguata
contribuiranno a un esito terapeutico positivo.
Sebbene i fallimenti empatici dell'analista non siano ovviamente voluti, il loro inevitabile verificarsi
gli dà l'occasione di trasformare un fallimento empatico in un successo empatico, nello stesso modo
in cui molti inconvenienti durante il trattamento, se riconosciuti, resi oggetto di riflessione e
riparati, consentono un migliore proseguimento del trattamento.
Eagle ritiene che, una simile idea sia implicita in altre formulazioni teoriche. Per esempio nella
control-mastery theory, Weiss e collaboratori distinguono tra il superamento e il non superamento di
un test da parte dell'analista e mostrano che mentre il non superamento di un test è in genere seguito
da un irrigidirsi delle difese del paziente e da un rallentamento del lavoro terapeutico, il

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superamento di un test genera di solito eventi positivi, come l'emergere di nuovo materiale, la
riduzione dell'angoscia ecc... Tuttavia, questi autori non hanno esaminato le conseguenze che
avrebbe il fallimento di un test se seguito da un suo riconoscimento ed esame assieme al paziente.
Si può ipotizzare che le conseguenze positive del riconiscimento e dell'esame assieme al paziente
del fallimento a un test sottoposto dal paziente sarebbero simili dal superamento stesso di quel test.
NOTA: Oltre al transfert speculare, Kohut descrive anche altri transfert d'oggetto-Sé, ovvero il
transfert idealizzante e il transfert gemellare. Tutti questi transfert sono visti come tentativi da parte
del paziente di indurre nell'analista oggetto-Sé quelle risposte che non ha avuto dalle figure
genitoriali. Nel transfert speculare, il paziente cerca di suscitare un rispecchiamento empatico e
reazioni di conferma e approvazione che erano state traumaticamente assenti nella sua infanzia.
Nel transfert idealizzante, il paziente ricerca un oggetto-Sè che voglia accettare la sua
idealizzazione, e nel transfert gemellare cerca un oggetto-Sè disponibile per l'esperienza
rassicurante di una sostanziale somiglianza. La questione fondamentale è che, secondo Kohut, il
trattamento attiva bisogni evolutivi precoci che il paziente cerca di soddisfare attraverso l'analista
oggetto-Sé. Nel transfert speculare il ruolo della comprensione empatica come fattore curativo
emerge più chiaramente rispetto che nel transfert idealizzante e gemellare. Infatti, nel transfert
idealizzante, tutto ciò che il terapeuta deve fare è astenersi dall'analizzare e interpretare
l'idealizzazione del paziente, per permettere che si sviluppi ulteriormente. Ovviamente ciò implica
una comprensione empatica del bisogno del paziente di un oggetto-Sè che accetti la sua
idealizzazione, e l'accettazione della teoria di Kohut del presunto bisogno universale di una figura
idealizzata. Tuttavia, nel transfert idealizzante la comprensione empatica rappresenta un criterio
generale per stabilire quali interventi terapeutici mettere in atto, e non un fattore curativo diretto
come nel transfert speculare. Pertanto, la formulazione di Kohut del transfert speculare e la sua
discussione delle risposte dell'analista rappresentano l'espressione più chiara della concezione
kohutiana del trattamento come terreno dove l'appagamento dei bisogni precoci d'oggetto-Sè
insoddisfatti determina una riparazione dei difetti del Sé.
L'analisi del transfert
Il focalizzarsi sull'analisi del transfert rappresenta un terreno comune delle diverse scuole
psicoanalitiche nonostante le numerose differenze teoriche.
Dall'articolo di Strachey sull'azione terapeutica, passando per i contributi di Gill fino alle
psicoanalisi contemporanee kleiniana e relazionale, sembra esserci un accordo diffuso con
l'affermazione di Freud secondo cui "la parte decisiva del lavoro consiste nel ricreare, all'interno del
rapporto con il medico, cioè della traslazione, nuove edizioni di quei vecchi conflitti", sono le
interpretazioni di queste nuove edizioni degli antichi conflitti, cioè le interpretazioni di transfert a
determinare, principalmente, il cambiamento terapeutico.
Da notare che nella misura in cui anche i teorici contemporanei sottolineano l'importanza
dell'analisi del transfert, essi sembrano attribuire valore terapeutico all'identificazione di schemi
interattivi del paziente e di desideri e aspettative ad essi associati. Vale a dire, sebbene neghino la
possibilità di scoprire e rivelare contenuti mentali e limitino il valore terapeutico della conoscenza e
della consapevolezza di sé, sottolineando l'importanza dell'analisi del transfert attribuiscono
implicitamente un ruolo terapeutico fondamentale alla scoperta e alla rivelazione di contenuti

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mentali, che favoriscono la presa di coscienza e comprensione di sé del paziente.


Nonostante l'accordo generale sulla centralità dell'analisi del transfert vi sono scarsi riscontri
empirici coerenti circa la sua validità.
Come hanno dimostrato Weiss e collaboratori, il cambiamento terapeutico può avvenire perchè
l'analista ha semplicemente superato un test inconscio sottoposto dal paziente, senza analisi del
transfert e senza interpretazioni.
Inoltre, non vi sono prove empiriche coerenti e sistematiche che attestino che focalizzarsi
sull'analisi del transfert sia associato a risultati positivi. Anzi, alcuni studi hanno riscontrato
un'influenza negativa delle interpretazioni di transfert sull'esito del trattamento.
Alcune ricerche recenti hanno evidenziato che gli effetti delle interpretazioni di transfert sull'esito
della terapia variano in funzione al livello del funzionamento interpersonale del paziente. E' stato
visto come nei pazienti con competenze relazionali più scarse le interpretazioni di transfert siano
associate a un risultato positivo, mentre nei pazienti con un funzionamento più elevato non vi è
alcuna associazione significativa tra interpretazioni di transfert ed esito terapeutico. Inoltre, sebbene
entrambi i gruppi durante e dopo il trattamento presentino un miglioramento, i pazienti con un
modello relazionale scarso hanno avuto un maggiore giovamento da un anno di terapia con
interpretazioni di transfert rispetto ad una terapia senza tali interpretazioni. Questo risultato è
rimasto tale per l'intero periodo dei 4 anni della ricerca.
Questi risultati portano a ipotizzare che i pazienti meno sani e con meno risorse abbiano modelli di
transfert più semplici da identificare e da interpretare per il paziente. Un ulteriore possibilità
potrebbe essere che l'analisi del transfert ponga l'attenzione proprio sugli aspetti (relazioni
interpersonali problematiche) che necessitano di maggior lavoro terapeutico. Infine, un altro
suggerimento correlato ai precedenti è che dato il livello di funzionamento più basso, questi pazienti
possano presentare maggiori difficoltà a instaurare una relazione terapeutica positiva, e dunque
questo aspetto del trattamento ha bisogno di essere particolarmente curato, come avviene con le
interpretazioni di transfert.
Impatto dei risultati descritti sulla pratica clinica: La prima serie di dati suggerisce che le
interpretazioni di transfert possano non essere utili con i pazienti con un alto funzionamento e
possano avere addirittura un impatto negativo sull'esito del trattamento. Tuttavia, questi risultati non
hanno avuto nessun effetto sull'affermazione generale secondo cui le interpretazioni di transfert
siano centrali per il cambiamento terapeutico.
Invece, la seconda serie di dati riguardo all'utilità delle interpretazioni di transfert con i pazienti con
un funzionamento più basso sembra aver influenzato la pratica clinica, come dimostra la terapia
focalizzata sul transfert con i pazienti borderline.
Probabilmente, l'ideazione di quest'approccio da parte di Kernberg è stata influenzata dai primi
risultati del progetto Menninger, secondo cui i pazienti con debolezza dell'Io reagivano meglio a
una terapia espressiva che includeva le interpretazioni di transfert, rispetto a una terapia supportiva
che era meno probabile comprendesse interpretazioni di transfert.
Nonostante la grande importanza attribuita all'analisi del transfert nella letteratura psicoanalitica,
non sappiamo quanto gli analisti si concentrino realmente quasi esclusivamente sull'analisi del
transfert nella loro pratica clinica.

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Il controtransfert
Se nella concezione del transfert si includono i segnali emessi dall'analista, si introduce l'idea di
reazioni controtransferali dell'analista, ossia il contributo dei suoi pensieri e sentimenti in quanto
partecipante attivo del processo analitico.
Il concetto di controtransfert introdotto da Heimann e successivamente elaborato da Racker, è stato
in seguito definito in modo più totalizzante come tutto ciò che riguarda le reazioni dell'analista al
paziente. Inoltre, l'idea che le reazioni controtransferali dell'analista non siano un ostacolo al
progresso del trattamento, ma una guida spesso necessaria per comprendere gli stati psichici
inconsci del paziente, è divenuta una caratteristica principale del pensiero psicoanalitico
contemporaneo, che implica l'attenzione non solo alle produzioni del paziente, ma anche ai pensieri
e sentimenti dell'analista.
NOTA: Sebbene Freud riconoscesse l'uso terapeutico da parte dell'analista dei propri pensieri ed
emozioni in risposta alle reazioni transferali del paziente, il concetto di controtransfert veniva
applicato soltanto alle situazioni in cui i pensieri e le emozioni dell'analista interferivano con il
lavoro terapeutico, perchè egli non era consapevole o perchè erano gravati da ansia e conflitti.
Vi sono due versioni, una debole e una forte, dell'affermazione secondo cui i pensieri e i sentimenti
dell'analista guiderebbero la comprensione di ciò che avviene nella mente del paziente.
Secondo la versione debole il controtransfert dell'analista può (il che lascia aperta la possibilità che
non sia così) fungere da guida per conoscere lo stato psichico del paziente; mentre la versione forte
suggerisce che il controtransfert funge sempre da guida, questa seconda versione è quella alla quale
aderisce implicitamente la maggior parte della letteratura contemporanea.
Talvolta l'adesione alla versione forte è esplicita: per esempio Levine afferma che persino quei
pensieri ed esperienze emotive che nascono chiaramente dentro l'analista e derivano dalla sua vita
personale e sembrano non avere a che fare con il paziente in questione, per esempio quando eventi
della vita personale dell'analista penetrano nella seduta al punto da influenzare o addirittura
ostacolare un analisi efficacie del paziente, sono in qualche modo legati alle caratteristiche di quel
paziente, che contribuiscono al loro emergere in quella data seduta e in quella particolare modalità.
La versione forte del controtransfert costituisce un ritorno a una concezione della mente dell'analista
come una tabula rasa o una personalità vuota. Cioè a dire, se tutti i pensieri e le emozioni
dell'analista durante la seduta sono attribuibili alle reazioni transferali del paziente, ne consegue che
la storia, la personalità, le dinamiche e le preoccupazioni personali dell'analista non contribuiscono
all'interazione.
Inoltre, anche se a un primo impatto le nozione di controtransfert sembra una concezione di
un'interazione bipersonale, a una riflessione più profonda si nota che essa rischia di essere una
nuova versione di una prospettiva monopersonale, dove al centro dell'attenzione non vi è più il
paziente ma l'analista.
Ovviamente in ogni interazione umana, inclusa quella terapeutica, accade spesso che i propri
pensieri fugaci e reazioni affettive possano fungere da guida per comprendere significati e
intenzioni dell'altro che restano inespressi o non completamente esplicitati. Le reazioni affettive
spesso sono valutazioni implicite che ci comunicano cosa sta accadendo sul piano interpersonale,
spesso involontariamente a livello paralinguistico. Tuttavia, le proprie reazioni affettive possono

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anche essere fuorvianti rispetto alle intenzioni e ai significati dell'altra persona, soprattutto se queste
reazioni derivano dalle proprie preoccupazioni, ansie, conflitti, proiezioni.
In breve, non si può automaticamente pensare che i pensieri fugaci e le reazioni affettive che si
provano ascoltando il paziente siano una guida affidabile di ciò che accade nella mente del paziente,
ma occorre riflettere sui propri pensieri ed emozioni in modo da distinguere i fattori che concorrono
a formarli.
L'identificazione proiettiva
Quando l'analista vive sentimenti particolari, spesso insoliti, che si presume siano stati indotti o
messi dentro di lui dal paziente, ciò viene attribuito all'identificazione proiettiva.
Nel suo significato originario dato da Melanie Klein, l'identificazione proiettiva è intesa in termini
esclusivamente intrapsichici. La Klein definisce l'identificazione proiettiva come la proiezione di
parti di sé o impulsi e sentimenti propri su di un altro, seguita dall'identificazione con l'altro sulla
base dell'attribuzione di questi sentimenti proiettati.
Inoltre, la Klein fa riferimento alla proiezione da parte del neonato di impulsi ostili e di controllo
sulla madre e al conseguente vissuto della madre come persecutore, in conseguenza
all'identificazione dell'oggetto con parti odiate di sé.
Infine, nella sua Introduzione all'opera di Melanie Klein, la Segal aggiunge un elemento
interpersonale alla definizione di identificazione proiettiva sostenendo che nell'identificazione
proiettiva parti del Sé e degli oggetti interni sono scissi e proiettati sull'oggetto esterno, che diviene
di conseguenza posseduto e controllato dalle parti proiettate, con le quali viene identificato.
Di recente sono stati fatti numerosi tentativi per cercare di definire l'aspetto interpersonale
dell'identificazione proiettiva. Secondo un'interpretazione di questo concetto, il paziente proietta un
aspetto interno, per esempio un aspetto critico, sull'analista. Dunque, il paziente esercita una
pressione interpersonale sull'analista di modo che quest'ultimo si senta e agisca in modo critico, e in
questo caso si può concludere che l'analista ha introiettato e si è identificato (identificazione
introiettiva) con l'aspetto interno critico del paziente. Questa interpretazione dell'identificazione
proiettiva è analoga alla descrizione di Racker dell'identificazione complementare, ed entrambe
sono state criticate.
Se il paziente induce l'analista a sentirsi e comportarsi criticamente mediante pressione
interpersonale, non è necessariamente vero che l'analista si sia identificato con l'aspetto interno del
paziente, e inoltre ciò non indica necessariamente che il paziente stia proiettando qualcosa, anche se
ciò può succedere. Per giungere alla conclusione che il paziente stia proiettando qualcosa
nell'analista, non è sufficiente individuare in quest'ultimo sentimenti di ostilità, in quanto questi
possono essere presenti anche in assenza di proiezione. Per poter concludere che vi è stata una
proiezione, sono necessarie solide prove cliniche.
Inoltre, il concetto di pressione interpersonale appare ambiguo: si potrebbe intendere o come la
situazione in cui il comportamento del paziente semplicemente determina, come risposta media
prevedibile, sentimenti critici e ostili nell'analista; oppure come la situazione in cui il paziente,
consciamente o inconsciamente, è motivato a indurre sentimenti critici e ostili nell'analista.
Un esempio di quest'ultimo caso potrebbe essere la motivazione inconscia a indurre sentimenti ostili
e critici nell'analista al fine di soddisfare un desiderio inconscio di essere punito.

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Utilizzando il concetto di identificazione complementare o proiettiva si sostiene implicitamente che


le reazioni interiori dell'analista siano uno specchio di determinati aspetti del mondo interno del
paziente, piuttosto che reazioni suscitate dal paziente.
Nella situazione analitica sia l'analista che il paziente dovrebbero cercare di comprendere la natura e
l'origine di queste reazioni.
L'analisi delle difese e la comprensione del proprio funzionamento mentale
Secondo la psicologia dell'Io la funzione principale dell'interpretazione non è tanto scoprire desideri
o impulsi rimossi, ma comprendere come funziona la propria mente. La conoscenza e la
comprensione di sé non so qui legati principalmente alla presa di coscienza di specifici scopi e
desideri, ma delle modalità tipiche di rapportarsi con gli affetti legati a tali scopi e desideri.
Per esempio, George S. Klein ha osservato che una persona in conflitto o in ansia rispetto a
particolari scopi o desideri può non riuscire a comprendere il valore che questi contenuti psichici
hanno per lei. In quest'ottica, la conoscenza e la comprensione di sé non si riferiscono al prendere
coscienza di avere un determinato scopo o desiderio, ma di comprendere quali comportamenti si
assumono quando si è in ansia o in conflitto rispetto a un desiderio o uno scopo (per es. fare
connessioni errate, dissociarsi, autoingannarsi).
Dunque, con quest'approccio si è passati dall'analisi dell'Es all'analisi dell'Io, ossia dal cercare di
individuare i desideri rimossi al privilegiare l'analisi delle difese.
In questa prospettiva, la funzione primaria dell'interpretazione è cercare di incrementare la curiosità
e la motivazione del paziente a esplorare il funzionamento della propria mente: che cosa fa il
paziente, quali manovre mette in atto quando prova ansia, vergogna, colpa rispetto a qualcosa, quali
sono le sue aspettative e rappresentazioni implicite rispetto agli altri e a se stesso,quali sono le sue
credenze rispetto al funzionamento della mente degli altri.
Questo modo di intendere l'interpretazione è in linea con il contesto clinico e teorico
contemporaneo che ha come obiettivi primari del trattamento psicoanalitico l'analisi delle difese e
l'identificazione e la modifica di rappresentazioni, credenze e fantasie inconsce disadattive.
Migliorare la capacità di funzionamento riflessivo
L'obiettivo terapeutico di aiutare il paziente a comprendere il funzionamento della propria mente è
molto simile all'obiettivo classico di migliorare la funzionalità dell'Io osservante, che a sua volta è
conforme ai concetti di funzione riflessiva e di mentalizzazione.
Tutti questi concetti, che sembrano essere dei sinonimi, sottolineano la capacità di riflettere sui
propri stati mentali, una capacità che risulta essere compromessa nelle diverse forme di
psicopatologia. Tuttavia la teoria classica, al contrario delle teorie contemporanee, non riconosce
che nella psicopatologia risulta compromessa la capacità di riflettere sugli stati mentali degli altri.
In ogni caso, il miglioramento della capacità di funzionamento riflessivo o della funzionalità dell'Io
osservante è un obiettivo centrale del trattamento a orientamento psicoanalitico, dove il
rafforzamento della funzione dell'Io osservante è ritenuto un criterio di conclusione positiva del
trattamento.
Nella lettura psicoanalitica contemporanea l'obiettivo di migliorare la capacità di funzionamento
riflessivo e di mentalizzazione è particolarmente importante nel trattamento degli stati borderline e
negli interventi sulla diade madre-bambino.

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La patologia borderline è caratterizzata da una relativa incapacità di riflettere sui propri e gli altrui
stati mentali che comporta un'esperienza di sé e degli altri scarsamente integrata, instabile,
idealizzata o persecutoria e spesso caotica.
I pazienti con un disturbo di personalità, soprattutto borderline e narcisista, sono più propensi a
interpretare il comportamento altrui come rifiutante, umiliante e dismissivo e tendono anche a
reagire alle proprie esperienze con affetti negativi, come rabbia, disperazione e fantasie di vendetta.
La propria percezione del comportamento altrui è spesso considerata un fatto assoluto, non esistono
altre possibili interpretazioni, e anche le proprie reazioni affettive negative sono considerate del
tutto giustificate, e tutto ciò ha un'influenza destrutturante sulla vita intrapsichica e interpersonale
del soggetto. In questi casi, il miglioramento delle capacità del paziente di riflettere sui propri e gli
altrui stati mentali deve essere un obiettivo fondamentale del trattamento, in quanto può servire ad
attenuare e regolare gli intensi stati affettivi negativi derivanti dalle esperienze rigide e ripetute di
rifiuto, umiliazione, abbandono (vedi caso clinico pag. 253-254)
Per quanto riguarda gli interventi con la diade madre-bambino alla loro base vi è l'assunto,
supportato da numerose ricerche empiriche, secondo cui l'attaccamento insicuro del neonato è
associato a una scarsa capacità del caregiver di riflettere sui propri stati mentali e su quelli del
bambino.
In un loro studio Fonagy, Steele, Steele e collaboratori hanno riscontrato che i punteggi nella
funzione riflessiva di donne incinte cui è stata somministrata l'AAI nel 3° trimestre di gravidanza
erano fortemente predittivi dello stile di attaccamento che avrebbe avuto il nascituro ad un anno di
vita.
Inoltre, diversi studi hanno evidenziato che gli interventi volti a migliorare la capacità riflessiva del
caregiver rispetto ai propri stati mentali e a quelli del bambino hanno un discreto successo nel
determinare un attaccamento di tipo sicuro. Tuttavia, non sono stati effettuati studi longitudinali che
esaminano l'influenza a lungo termine sullo sviluppo del bambino del tentativo di promuovere un
attaccamento sicuro incrementando la capacità riflessiva del caregiver.
La funzione delle interpretazioni
Da una prospettiva storica, il problema della precisione delle interpretazioni è legato in parte alla
necessità di contrastare l'effetto della suggestione. Freud sosteneva che solo le interpretazioni che
concordano con la realtà che è nel paziente avranno un effetto terapeutico.
Nel corso degli anni la precoccupazione per la suggestione ha portato a numerose discussioni nella
letteratura psicoanalitica circa l'accuratezza e la veridicità dell'interpretazione.
Secondo la teoria classica l'interpretazione dovrebbe aumentare la consapevolezza, la comprensione
e la conoscenza di sé del paziente (rendere conscio l'inconscio). Pertanto, il grado in cui
un'interpretazione è valida è definito dal grado in cui essa fa ciò che si suppone debba fare, cioè
aumentare la consapevolezza, la comprensione e la conoscenza di sé.
Se consideriamo questa prospettiva un'interpretazione valida potrebbe essere inaccurata, mentre
un'interpretazione non valida potrebbe essere accurata.
Gran parte del dibattito psicoanalitico è ruotato intorno al problema della valutazione
dell'accuratezza delle interpretazioni, spesso confondendo accuratezza ed efficacia.
Se la funzione primaria dell'interpretazione non è tanto scoprire contenuti psichici rimossi, ma

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facilitare la comprensione del paziente del funzionamento della propria mente, allora
un'interpretazione andrebbe valutata non tanto in termini di accuratezza, ma piuttosto nei termini
della sua adeguatezza nel facilitare la comprensione di sé del paziente, cioè del funzionamento della
sua mente. E' infatti possibile che un'interpretazione precisa e accurata non promuova la
comprensione di sé, mentre lo faccia un'interpretazione inesatta.
Come ha osservato Glover, un'interpretazione inesatta può avere un maggiore impatto terapeutico
proprio perchè la sua inesattezza riduce la probabilità di reazioni difensive che ne limitano
l'impatto.
Secondo questa visione, l'aspetto più importante diviene il grado in cui l'interpretazione, a
prescindere dal suo grado di accuratezza, promuove un'autentica comprensione di sé, piuttosto che
condiscendenza o intellettualizzazione. Quando l'attenzione è rivolta all'impatto dell'interpretazione
assumono maggiore importanza fattori come il tono e il tempismo, l'intenzione intuita dietro
l'interpretazione e il contesto relazionale.
Eagle sposta l'interesse dall'accuratezza del contenuto dell'interpretazione alla questione della
veridicità e autenticità dell'autocomprensione che determina.
Inoltre, a differenza di alcuni teorici contemporanei, egli ritiene che si possa parlare legittimamente
di accuratezza e veridicità della comprensione di sé e che sia possibile identificare una
comprensione di sé veritiera e distinguerla da espressioni presunte, illusorie e non veritiere di
autocomprensione.
La relazione terapeutica
Il focus sulla relazione terapeutica come elemento curativo di base è diventato una caratteristica
distintiva delle teorie psicoanalitiche contemporanee. Tuttavia, non è del tutto chiaro quali siano gli
aspetti della relazione terapeutica, i processi e i meccanismi coinvolti che la rendono così
fondamentale.
Affermare che la relazione terapeutica è la componente primaria dell'azione terapeutica si va oltre
l'idea che la relazione sia il mezzo e il campo d'azione di altri elementi terapeutici, come
l'interpretazione e l'insight, essa viene considerata un agente terapeutico in sé e per sé.
Tuttavia, affermare che la relazione terapeutica è un agente terapeutico in sé non è molto utile, in
quanto si tratta di un concetto generale che implica una serie di interazioni e processi specifici, e
sono questi processi e interazioni che definiscono la relazione terapeutica e che fanno in modo che
essa sia un agente terapeutico.
La relazione terapeutica è costituita da ciò che accade nella relazione. Non esiste una relazione
terapeutica come componente terapeutica a sé stante, separata dai suoi specifici elementi costitutivi,
che diriga l'azione terapeutica.
L'esperienza emozionale correttiva
La relazione terapeutica fornisce un'esperienza emozionale correttiva basata sul fatto che il
comportamento e le reazioni del terapeuta sono diverse dalle aspettative che il paziente si creato
mediante le esperienze precoci con le figure genitoriali. Il comportamento del terapeuta, dunque,
tende a disconfermare o limitare le aspettative disadattive del paziente e idealmente a sostituirle
progressivamente con aspettattive e rappresentazioni più adattive. (vedi esempio pag. 259)
Kohut osserva che la comprensione empatica dell'analista fa in modo che il paziente si renda

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sempre più conto che l'eco confortante della risonanza empatica, al contrario di quanto aveva
sperimentato nell'infanzia, è veramente possibile in questo mondo.
Kohut crede fortemente nell'effetto terapeutico dell'esperienza emozionale correttiva e la considera
analoga all'analisi.
Disconferma delle convizioni patogene inconsce e superamento dei test nella control-mastery
theory di Weiss e Sampson
Secondo Weiss e collaboratori il nucleo della psicopatologia è costituito da convinzioni patogene
inconsce e dunque l'azione terapeutica si incentra sulla disconferma da parte dell'analista di tali
convinzioni attraverso il superamento di un test cui il paziente sottopone il terapeuta.
Tuttavia è importante sottolineare che, a differenza di Alexander e collaboratori, Weiss e
collaboratori non suggeriscono che l'analista debba assumere uno specifico ruolo al fine di
disconfermare le convinzioni e le aspettative patogene del paziente.
Secondo loro, svolgendo un adeguato lavoro analitico, cioè restando ricettivo nei confronti di
comunicazioni, paure, obiettivi, mantenendo il corretto setting analitico e assumendo un
atteggiamento neutrale, il test verrà superato e verranno disconfermate le convizioni patogene
inconsce del paziente. (vedi esempi clinici pag. 260-261)
Uno dei grandi pregi del lavoro di Weiss e collaboratori è l'aver sottoposto a ricerche empiriche
sistematiche ed ecologicamente valide le loro ipotesi.
Uno dei principili risultati emersi da queste ricerche è il fatto che il non superamento di un test da
parte del terapeuta, valutato da giudici clinici, è sempre seguito da un atteggiamento difensivo o da
un'assenza di progressi, mentre il superamento del test è in genere seguito da segnali di progressi
quali l'emergere di nuovi temi, difese più flessibili e riduzione dell'ansia.
Come vive il paziente l'analista?
L'importanza attribuita all'esperienza emozionale correttiva sembra essere in parte basata
sull'assunto implicito che, quando il terapeuta si comporta in maniera diversa rispetto ai genitori
interiorizzati del paziente, cioè in modo non giudicante, accettante ed empatico egli venga vissuto
nello stesso modo dal paziente. Nelle parole di Fairbairn, viene vissuto come oggetto buono.
Tuttavia, data la stabilità delle aspettative e delle rappresentazioni formatesi in età precoce, è poco
probabile che il paziente viva il terapeuta come oggetto buono in modo immediato e senza
complicazioni. In breve, la percezione degli altri significativi è influenzata dal transfert.
Ad esempio, numerose prove empiriche hanno evidenziato che l'attaccamento evitante deriva
spesso da precoci esperienze di rifiuto e intrusività da parte della figura di attaccamento. Alla base
di questo stile di attaccamento vi è una rappresentazione o un modello operativo interno
caratterizzato dall'aspettativa di un rifiuto da parte degli altri significativi.
Se questa persona va in trattamento, dato il suo stile di attaccamento evitante e il corrispondente
modello operativo interno, sarebbe poco realistico aspettarsi che percepisca immediatamente il
terapeuta come oggetto buono. Se fosse in grado di vivere il terapeuta come oggetto buono, non
avrebbe bisogno di un trattamento.
Dal punto di vista psicoanalitico, si può infatti affermare che gran parte del trattamento, in
particolare l'analisi del transfert, gira intorno all'analisi e alla modificazione degli ostacoli che
impediscono di vivere il terapeuta come oggetto buono. Di conseguenza, per molti pazienti

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potrebbe essere necessaria l'analisi del transfert e dell'interazione transfert-controtransfert, per


consentire al paziente di percepire il terapeuta come oggetto buono, nell'interazione col quale è
possibile vivere un'esperienza emozionale correttiva.
Nella discussione di Freud sulla distinzione tra nevrosi di transfert e disturbi narcisistici è implicita
l'idea secondo cui il trattamento psicoanalitico non è possibile se il paziente non ha avuto nella
propria vita una qualche esperienza di oggetto buono e pertanto un modello potenziale per
un'esperienza positiva con l'analista.
Il terapeuta come oggetto buono
Secondo Alexander e collaboratori percepire il terapeuta come oggetto buono ha l'effetto di
eliminare e disconfermare aspettative e rappresentazioni disadattive radicate.
Per Kohut, la ripetuta esperienza di una frustrazione ottimale e la conseguente interiorizzazione
trasmutante rendono progressivamente il paziente maggiormente in grado di vivere un legame
empatico supportivo con il terapeuta e le persone esterne all'analisi.
In altre parole, vi è una progressiva trasformazione del modo in cui il terapeuta viene vissuto, da
oggetto cattivo incapace di dare un rispecchiamento perfetto a oggetto buono sentito come
supportivo grazie a una comprensione sufficientemente buona e al legame empatico.
Fairbairn propone un'altra giustificazione dell'importanza dell'esperienza del terapeuta come
oggetto buono, affermando che il paziente deve interiorizzare il terapeuta come oggetto buono per
poter rinunciare ai legami oggettuali precoci, che per Faibairn è l'obiettivo centrale del trattamento.
Inoltre, per Fairbairn è preferibile un legame con oggetti cattivi piuttosto che un assenza di legame,
di conseguenza non ci si può aspettare che il paziente rinunci ai legami con gli oggetti precoci,
inclusi quelli con gli oggetti cattivi, se prima non abbia stabilito un legame con un oggetto buono,
ed è proprio questo che il terapeuta offre al paziente.
Infine, la concezione di Mitchell del ruolo della relazione terapeutica è molto simile a quella di
Fairbairn. Anche per lui l'obiettivo principale del trattamento è modificare i legami oggettuali
arcaici attraverso la nuova esperienza che il paziente fa con il terapeuta.
Mitchell afferma che gli attaccamenti conflittuali e le identificazioni con oggetti arcaici sono
universali ed è la modificazione di tali legami che rappresenta l'azione terapeutica fondamentale.
Inoltre, il crogiuolo del cambiamento psiconalitico è per Mitchell, il fatto che l'analista offre
qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso, un'altra forma di legame e di relazione che permette al
paziente di scoprire altri canali mediante cui impegnarsi con gli altri.
L'importanza terapeutica del percepire l'analista come oggetto cattivo
Data la propria storia è inevitabile che il paziente viva l'analista come oggetto cattivo, e una parte
del lavoro analitico riguarderà l'analisi di ciò che gli impedisce di percepire il terapeuta come
oggetto buono.
L'affermazione che la fonte delle difficoltà del paziente a vivere il terapeuta come oggetto buono è
nella storia evolutiva del paziente, risulta coerente con la tendenza della letteratura psicoanalitica ad
attribuire alle resistenze del paziente la mancanza di progresso nel trattamento. Tuttavia, data
l'attuale concezione interazionale del trattamento analitico, secondo Eagle, si dovrebbe riconoscere
che anche la personalità, il comportamento dell'analista e la natura dell'accoppiamento terapeuta-
paziente, possono rappresentare degli ostacoli alla possibilità del paziente di percepire l'analista

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come oggetto buono.


Tuttavia, in questa prospettiva vi è un apparente paradosso: come può il paziente sentirsi abbastanza
sicuro da affrontare ed esplorare le esperienze precoci con gli oggetti cattivi se anche il terapeuta è
vissuto come tale?
Una possibile risposta fa riferimento all'esistenza del transfert positivo, oltre a quello negativo, e al
desiderio e alla speranza del paziente di poter vivere il terapeuta come oggetto buono. Tra l'altro se
non c'è nulla nella storia del paziente che possa far pensare a un'esperienza interpersonale positiva,
è difficile capire come il trattamento psicoanalitico possa funzionare.
Un'ulteriore risposta al quesito potrebbe riguardare il fatto che la percezione del terapeuta come
oggetto cattivo venga di per sé sottoposta ad un esame congiunto. Un buon esempio di questa
posizione è la descrizione di Kohut del fallimento e della frustrazione ottimali nel trattamento: dato
che la richiesta del paziente di un rispecchiamento perfetto non può essere soddisfatta, il terapeuta
verrà inevitabilmente vissuto come oggetto cattivo. Tuttavia, se il terapeuta riconosce questi suoi
fallimenti e attribuisce ad essi le reazioni del paziente, essi saranno fallimenti ottimali e
contribuiranno ad accrescere la capacità del paziente di trarre beneficio dalla comprensione del
terapeuta, anche se non perfetta.
In altre parole, l'analisi comprensiva del terapeuta del vissuto negativo del paziente, inclusi la
comprensione e il riconoscimento dei propri contributi a quel vissuto, rappresentano di per sé
un'esperienza di oggetto buono e contribuiscono a rendere positiva la percezione del terapeuta da
parte del paziente. In questa formulazione vi è implicita l'idea che vivere il terapeuta come oggetto
cattivo sia una componente necessaria del trattamento.
Come osserva Mitchell, un esame della lotta del paziente per percepire il terapeuta in maniera
diversa dalle sue categorie prestabilite è un aspetto centrale del trattamento.
Mitchell afferma che il terapeuta deve cercare di comprendere il vissuto del paziente della sua
persona come oggetto cattivo, in modo tale che poi nella sula lotta interna per liberarsi di questo
ruolo e nelle sue interpretazioni per cercare di chiarire e comprendere l'insistenza del paziente, gli
dia qualcosa di diverso, di nuovo, un'altra forma di legame e relazione.
Inoltre, secondo Mitchell il paziente non sta solo reagendo all'analista sulla base dei modelli
stereotipati del passato, ma sta anche cercando di raggiungere quel particolare analista in modo
autentico e significativo. Inizialmente, probabilmente il paziente potrà vedere l'analista
esclusivamente come oggetto cattivo, ma grazie alla comprensione e alla rielaborazione di questa
esperienza e alla lotta congiunta per andare oltre si può portare avanti il trattamento.
Numerosi analisti hanno fatto analoghe osservazioni. Per esempio Larry Friedman cita la
descrizione di Fairbairn del meccanismo con cui il paziente assegna all'analista dei ruoli predefiniti
tramite cooptazione.
Un altro autore che si è interessato della questione e Loewald, che afferma che attraverso
l'interpretazione dell'esperienza distorta che il paziente ha dell'analista, lo si aiuta a rinvenire la
traiettoria evolutiva delle proprie relazioni oggettuali precoci e ad acquisire nuove modalità di
relazione con sè stesso e con gli altri. Con questa affermazione Loewald si riferisce all'analista
vissuto come oggetto cattivo, e ciò deve essere interpretato e attraverso tale interpretazione il
paziente può scoprire o riscoprire la traiettoria delle proprie relazioni oggettuali precoci e nel

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contempo apprendere un nuovo modo di relazionarsi. In questo processo l'analista deve evitare di
entrare nel ruolo che il paziente gli attribuisce, e deve invece rimandargli l'immagine di quel ruolo,
ciò contribuisce a fare dell'analista un oggetto buono.
Inoltre, Loewald afferma che è necessario che l'intensità affettiva delle relazioni oggettuali precoci
venga trasferita sull'analista se si vuole che nel trattamento compaiano e vengano interpretate le
modalità di relazione oggettuale precoci. Una percezione dell'analista come oggetto completamente
buono, tra l'altro, non faciliterebbe l'accesso alla traiettoria evolutiva delle relazioni oggettuali
precoci, anzi potrebbe essere considerata una resistenza.
Secondo Fairbairn, il trattamento analitico si può concepire come una lotta tra, da un lato, i continui
tentativi del paziente di cooptare la sua relazione con l'analista dentro il sistema chiuso del proprio
mondo interno e, dall'altro, la determinazione dell'analista nel creare le condizioni affinchè il
paziente possa essere spinto nel sistema aperto della nostra realtà. Tramite questa lotta si raggiunge
l'obiettivo principale del trattamento, ossia la creazione di un sistema aperto in cui le distorsioni
della realtà interna possono essere corrette dalla realtà esterna e si possono instaurare relazioni
autentiche con gli oggetti esterni.
In breve, sebbene sia necessario un oggetto buono affinchè si possa esplorare in sicurezza gli aspetti
dolorosi della propria vita, paradossalmente l'esperienza dell'analista come oggetto cattivo è una
componente fondamentale del trattamento, in quanto attraverso l'esaminazione di questa esperienza
l'analista si trasforma in oggetto buono.
Se questo ragionamento è corretto e in accordo con la realtà clinica ne consegue che l'esperienza
emozionale correttiva che consiste in un comportamento dell'analista diverso rispetto a quello delle
figure genitoriali primarie, non sarà sufficiente per determinare un cambiamento terapeutico, ma
occorre anche un esame congiunto degli ostacoli che impediscono di vivere il trattamento come
emotivamente correttivo.
NOTA: la concezione classica della nevrosi di transfert e della sua risoluzione può essere
esemplificata nei seguenti termini: a) immergersi in una situazione in cui l'analista è vissuto come il
sostituto di un oggetto precoce; b) imparare grazie all'interpretazione e alla neutralità analitica a
percepire l'analista sempre più come realmente è, nonchè imparare a vedere anche se stessi in modo
più realistico; c) generalizzare l'esperienza della situazione analitica alle rappresentazioni e
interazioni con le figure significative al di fuori della situazione analitica.
Interpretazione e "atteggiamento di ricerca della verità"
L'interpretazione assume, in un modo o nell'altro, un ruolo fondamentale nel trasformare il terapeuta
da oggetto cattivo a oggetto buono.
Secondo Kohut, nel fallimento o frustrazione ottimali il terapeuta riconosce i propri fallimenti e li
mette in relazione con la rabbia, la disperazione e la regressione del paziente.
Sebbene Kohut effettua una distinzione tra comprendere e spiegare, il tipo di intervento che crea
una connessione tra la reazione del paziente e la sua delusione nei confronti dell'analista rappresenta
una normale interpretazione di transfert. Anche il riconoscimento del fallimento da parte
dell'analista può essere considerata un'interpretazione.
Anche per Mitchell l'interpretazione rappresenta uno dei principali interventi utili per trasformare
l'analista da oggetto cattivo a oggetto buono.

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Per Mitchell non vi è una chiara distinzione tra relazione terapeutica e interpretazione, nel senso che
per molti aspetti lo sforzo interpretativo dell'analista costituisce la relazione stessa.
Inoltre, Mitchell considera l'interpretazione come un evento relazionale complesso perchè dice
qualcosa di molto importante sulla posizione dell'analista di fronte all'analizzando e sul tipo di
rapporto possibile tra loro.
Dunque,come osserva Friedman, non è solo il contenuto dell'interpretazione ad avere un impatto sul
paziente ma anche l'atteggiamento di impegno e di ricerca della verità dell'analista. Inoltre, questo
atteggiamento assieme alle interazioni che determina viene interiorizzato dal paziente e lo aiuta
nella comprensione di chi è e di chi potrebbe diventare.
Secondo Eagle, l'atteggiamento di dedizione e ricerca della verità di cui parla Friedman non viene
trasmesso da interpretazioni profonde e intelligenti ed è inoltre incompatibile con concezioni e
formulazioni quali narrative coerenti, verità narrativa, rinarrazioni, nuove prospettive, costruzioni
interpretative o costruzioni estetiche, in quanto tali concetti riflettono uno scettismo epistemologico
circa la possibilità che analista e paziente scoprano delle verità.
Inoltre, sempre secondo Eagle, un atteggiamento di dedizione e ricerca della verità rispetta
maggiormente l'integrità dell'individuo rispetto all'atteggiamento basato su concetti quali verità
narrativa, costruzioni interpretative, costruzioni estetiche ecc..
Questi concetti, sebbene non sia questa l'intenzione, tendono a violare l'integrità dell'individuo, in
quanto istituire corrispondenze con aspetti reali fondamentali della persona non è vista come
funzione primaria dell'interpretazione, che è volta invece a costruire narrative più coerenti e
persuasive o a riorganizzare le esperienze.
In breve, Eagle ritiene che una posizione epistemologica basata su di un atteggiamento di dedizione
e ricerca della verità, o nei termini di Steingart, sul desiderio di comprendere e valorizzare la realtà
psichica del paziente, si associ più facilmente a una motivazione profonda a comprendere il
paziente, rispetto a una concezione del lavoro analitico in termini di costruzione o co-costruzione di
narrative coerenti e persuasive, riorganizzazione dell'esperienza, costruzioni estetiche ecc..
Tuttavia, bisogna tenere presente che la maggior parte delle persone che si rivolge a un trattamento
psicoanalitico si attende di scoprire aspetti importanti di sé e di riuscire a gestirli al meglio, e
dunque di solito l'obiettivo di un paziente non è quello di giungere a una narrativa più coerente, una
costruzione estetica o una riorganizzazione della propria esperienza. Pertanto, se il terapeuta
concepisce la situazione analitica in questo modo, c'è il rischio di un grave contrasto tra paziente e
terapeuta circa il modo di intendere la situazione terapeutica.
L'alleanza terapeutica
A differenza degli altri fattori relazionali che fanno parte di particolari teorie e che non sono
associati in modo specifico a un programma di ricerca, il concetto di alleanza terapeutica è ben
rappresentato nella ricerca sulla psicoterapia e ha acquisito uno statuto transteorico.
I termini alleanza terapeutica o alleanza di lavoro, inizialmente, si riferivano in generale a una
relazione di cooperazione tra paziente e terapeuta. L'alleanza è stata intesa come un fattore
trasversale che facilita altri processi terapeutici piuttosto che come agente terapeutico primario in
sé.
Nel risalire alle origini del concetto, bisogna far riferimento a Rogers che sottolineava il ruolo

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terapeutico di elementi come l'empatia e l'accettazione incondizionata. Infine, Bordin ha introdotto


il termine alleanza di lavoro.
Nel tempo sono state date svariate definizioni del termine alleanza terapeutica.
Quella che sembra essere la più utile e che include anche l'alleanza di lavoro, prevede tre elementi
di base:
 una relazione collaborativa e cooperativa tra paziente e terapeuta;
 un legame affettivo tra loro;
 l'accordo tra paziente e terapeuta circa gli obiettivi del trattamento.
 L'alleanza terapeutica può essere considerata da tre prospettive diverse, che non
necessariamente danno luogo alla stessa valutazione:
 la prospettiva del paziente;
 la prospettiva del terapeuta;
 la prospettiva di un osservatore esterno.
Inoltre, l'alleanza terapeutica può essere fluida e può variare nel tempo, come dimostrano concetti
quali rottura e riparazione. Infine, l'alleanza terapeutica può variare in funzione delle caratteristiche
del paziente, del terapeuta e del loro accoppiamento.
Uno dei risultati più coerenti emersi dalla ricerca in psicoterapia è che la solidità dell'alleanza
terapeutica è il migliore predittore individuale dell'esito del trattamento. Viceversa, un'alleanza
terapeutica debole è significativamente correlata con l'abbandono del trattamento.
Safran e Muran hanno elaborato un modello di terapia relazionale breve in cui il lavoro terapeutico
si incentra soprattutto sull'identificazione delle rotture dell'alleanza terapeutica, sulla presa di
coscienza del paziente del suo modo di relazionarsi con il terapeuta e di comunicare implicitamente
con lui.
Tuttavia, anche se una forte alleanza terapeutica è sempre positivamente correlata con l'esito
terapeutico, il suo contributo a tale esito è modesto, ciò suggerisce che anche altri fattori
contribuiscano all'esito della terapia.
Infatti, come ha osservato Kazdin, l'esperienza del paziente di una forte alleanza terapeutica può
essere l'effetto di altri processi terapeutici, e dunque essa non rappresenta sempre un fattore causale
diretto. (vedi esempio pag. 272-273)
Tempo fa Luborsky aveva distinto tra la funzione facilitante dell'alleanza terapeutica e la sua
funzione di elemento attivo. Questa distinzione suggerisce che l'alleanza terapeutica sia il prodotto
di processi in atto tra paziente e terapeuta. Tuttavia, a prescindere da come si forma e dai potenziali
fattori determinanti, l'alleanza terapeutica rimane un agente causale, sia indiretto, in quanto facilita
l'azione di altri interventi, sia diretto perchè influenza l'esito terapeutico.
Tuttavia, nonostante i numerosi riscontri empirici il ruolo dell'alleanza terapeutica come agente
causale non viene dato per certo, infatti è pure possibile che l'associazione tra alleanza ed esito sia
in parte dovuta ad un terzo fattore comune. Kazdin, ad esempio, ha dimostrato che il funzionamento
alla base del paziente può determinare in parte l'alleanza terapeutica. Cioè a dire che un paziente più
sano prima del trattamento può avere una prognosi migliore e maggiori probabilità di formare ed
esperire un'alleanza terapeutica forte.
Rotture, riparazione e analisi del transfert

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Vi è una certa somiglianza tra il concetto di fallimento ottimale di Kohut e il concetto di Safran e
Muran di rottura e riparazione.
Con questo concetto Safran e Muran si riferiscono , specificamente, all'esperienza del paziente
dell'alleanza terapeutica, e rilevare e riparare alle rotture di questa alleanza è il focus del loro
modello di terapia relazionale breve.
La descrizione di Kohut dei fallimenti ottimali sembra essere il resoconto di una rottura e una
riparazione dell'alleanza terapeutica. Infatti, l'esperienza del paziente di non essere perfettamente
rispecchiato può essere vista come una rottura dell'alleanza, e l'attenzione del terapeuta, la sua
comprensione empatica di questo vissuto e il riconoscimento dei propri fallimenti, possono essere
concepiti come tentativi di riparare questa rottura. Inoltre, molteplici esperienze di questa sequenza
interattiva incrementano la fiducia del paziente nella fermezza della relazione a fronte delle rotture e
nella capacità del terapeuta di cogliere e gestire queste esperienze. Safran e Muran hanno
dimostrato che la risoluzione o viceversa la non risoluzione delle rotture terapeutiche sono
assocciate a direzioni terapeutiche diverse.
Inoltre, Safran e Muran hanno osservato che, l'idea di rottura e riparazione presenta alcuni aspetti
simili al concetto di transfert negativo, soprattutto se il transfert non viene definito soltanto nei
termini delle proiezioni del paziente sullo schermo bianco, ma nei termini di reazione ai segnali
emessi dall'analista.
In un contesto relazionale, il processo del prestare attenzione e interpretare empaticamente il
transfert negativo può essere in parte considerato come un tentativo di riparare le rotture della
relazione terapeutica.
Alcune prove empiriche dimostrano come contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le
interpretazioni di transfert sono spesso più efficaci con pazienti che presentano relazioni oggettuali
meno mature.
Safran, Muran, Winston e collaboratori hanno presentato alcuni dati preliminare che indicano che
interventi focalizzati sull'alleanza terapeutica, sono in particolar modo utili con quei pazienti con
cui è difficile stabilire un'alleanza. Infine, una delle scoperte del progetto di ricerca della Menninger
Foundation è stata che i pazienti che nella valutazione iniziale mostravano una debolezza dell'Io
rispondevano meglio alla terapia espressiva, che includeva interpretazioni di transfert, piuttosto che
alla terapia supportiva.
A partire da questi dati si può ipotizzare che focalizzarsi sulla relazione ed essere sensibili alle
rotture dell'alleanza o al transfert negativo, nonchè alla necessità di riparare queste rotture, siano in
particolar modo importanti con i pazienti che hanno difficoltà a costruire e mantenere un'alleanza
terapeutica.
L'equazione personale
Un'importante implicazione del rilievo dato attualmente a una psicologia bipersonale e
dell'ampliamento del ruolo del controtransfert, è che le qualità personali dell'analista, nonchè
l'armonia tra l'analista e le caratteristiche personali del paziente, abbiano una forte influenza sul
processo e sull'esito terapeutico.
Ogni intervento, per esempio un'interpretazione, è fatta da un particolare terapeuta e in una
particolare formulazione, con un particolare tono di voce, in un particolare momento e a un

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particolare paziente che si trova in un particolare stato mentale.


Inoltre, ogni intervento avviene dentro una cornice e una relazione in continuo cambiamento, e il
suo impatto varia in funzione di tutti questi aspetti relazionali sopra citati. E' molto probabile che
l'impatto di un'interpretazione con lo stesso contenuto semantico sarà diverso a seconda di questi
fattori. Ci sono modi e momenti di esprimere in un'idea che fanno in modo che il suo impatto sia
maggiore di quello dello stesso contenuto espresso in un altro modo o in un momento diverso.
Eagle ritiene che non sia possibile sapere con precisione che cosa fa un terapeuta nel trattamento,
basandosi soprattutto sul suo orientamento teorico, ma che le qualità personali del terapeuta abbiano
un'influenza maggiore nel determinare come egli conduca il trattamento rispetto alla sua
appartenenza teorica.
Il modo in cui qualsiasi istruzione manualistica o teorica circa l'atteggiamento terapeutico viene
messa in pratica necessariamente filtra e rivela le qualità personali dell'analista, in quanto la
personalità dell'analista influenzerà il modo in parte soggettivo di intendere quella prescrizione.
(vedi esempi libro pag. 276-278).
PARTE TERZA: “PANORAMICA E INTEGRAZIONE”
Capitolo XI:
”Divergenze e convergenze”
Eagle in questo capitolo evidenzia le divergenze e le convergenze tra la psicoanalisi classica e le
teorie psicoanalitiche contemporanee, delineando il contesto storico, culturale e filosofico che
rappresentano lo sfondo in cui si sono sviluppato il pensiero contemporaneo in alternativa a quello
classico.
Psicoanalisi e visione illuministica
La teoria psicoanalitica classica si può considerare il prodotto di ciò che Searle (1998) definisce la
“visione illuministica”, questa derivazione dell’illuminismo si manifesta in molteplici modi. Come
ha osservato da Gay, il primato che accorda all’insight, alla consapevolezza e alla conoscenza di sé
la psicoanalisi classica riflette molti atteggiamenti e valori dell’illuminismo. Essa si inserisce dentro
tutta quella tradizione culturale, che prende spunto dal monito socratico “conosci te stesso”, che
porta all’emancipazione dell’individuo. Habermas considera la psicoanalisi la disciplina auto-
emancipatoria per antonomasia, che mira a liberare la coscienza individuale tramite l’autocritica e la
riflessione.
In accordo con la prospettiva illuministica, le cui radici si rintracciano già in Platone, per la
psicoanalisi classica l’individuo è abitato da un constante conflitto tra le passioni irrazionali e la
voce della ragione e della realtà. Come nella prospettiva illuministica esistono nel mondo fisico e
sociale forze irrazionali che devono essere comprese e controllate, e dalle quali occorre liberarsi,
anche per la psicoanalisi classica nell’individuo si trovano forze irrazionali che devono essere
comprese e controllate, e dalle quali bisogna liberarsi. Gli strumenti principe per combattere queste
forze sono: a) la ragione; b) la conoscenza; c) la conoscenza di sé (nell’individuo).
Queste idee illuministiche si rispecchiano nella connessione che istituisce la psicoanalisi tra nevrosi
e rimozione da un lato, come una forma di non conoscenza, e cura e conoscenza, dall’altro lato,
come insight, consapevolezza e conoscenza di sé.
Dalla psicoanalisi classica, l’imperativo illuministico “conosci te stesso” è la condizione di base per
la cura clinica. Cura clinica e liberazione dall’ignoranza e dalla tirannia interiore, vengono

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considerati come sinonimi. Ovvero, la non conoscenza, che si esprime mediante la rimozione, è un
fattore eziologico della nevrosi, mentre, la conoscenza di sé si esprime nell’eliminazione della
rimozione, come pre-requisito per eliminare la nevrosi. Nello stesso modo, in cui l’illuminismo sul
piano sociale, politico e scientifico, proclama la liberazione dall’ignoranza e l’adesione ai dogmi
irrazionali per sostituirli con la ragione e la conoscenza, così come l’illuminismo individuale
comporta la liberazione della rimozione e delle paure irrazionali e li sostituisce con la conoscenza di
sé la ragione irrazionale. Riassumendo, nella versione classica non è una sostanziale differenza tra
perseguimento dei valori illuministici e cura clinica. Quindi, essere curati equivale a essere
illuminati, almeno in riferimento al mondo interiore.
Nella letteratura psicoanalitica classica cominciò ad emergere uno scetticismo verso l’efficacia
dell’insight, della presa di coscienza e della conoscenza di sé, anche se all’inizio si esprimeva solo
nell’ambito dei pazienti più disturbati. Lo scetticismo nei confronti dell’efficacia terapeutica di
insight, di presa di coscienza e di conoscenza di sé ha trovato la sua espressione nell’affermazione
di Alexander secondo cui l’agente di cambiamento terapeutico sono le esperienze emozionali
correttive e non l’insight e la conoscenza del sé.
La divaricazione tra psicoanalisi classica e contemporanea, per quanto riguarda le posizioni
filosofiche, ha portato Hoffman a sostenere che le differenze teoriche in seno alla psicoanalisi non
sono una semplice questione di diversità tra le scuole, ma rappresentano un cambiamento di
paradigma. Lo stesso autore lo descrive come un passaggio dal positivismo al costruttivismo.
In sintesi, Eagle sostiene che la posizione della psicoanalisi contemporanea rispetto la scoperta della
verità è l’attuale predisposizione per la relazione terapeutica, la solidarietà rispetto all’insight non
derivano semplicemente dall’esperienza clinica, ma siano l’espressione dello spirito culturale e
filosofico della nostra epoca, propria come la predilezione di Freud verso il valore illuministico
dell’obiettività rispetto la solidarietà che era in parte l’espressione dell’ottocentesco Zeitgeist.
Concezione della mente: divergenze
Non è semplice mettere a paragone la concezione della mente nella teoria classica e in quella
contemporanea, in quanto in quest’ultima non si trova nulla di simile rispetto alla concezione
freudiana sulla natura e il funzionamento della mente. Le teorie psicoanalitiche contemporanee
sembrano essere poco interessate a un’esposizione sistematica delle origini, oppure, della natura
della mente. Per esempio, nelle teorie di Kohut non si trova cenno di questi temi. Diversamente
dalle teorie contemporanee, l’ambizione della psicoanalisi classica e della psicologia dell’Io era di
sviluppare una teoria più o meno complessa del funzionamento della mente. Secondo la teoria
freudiana, la funzione primaria dell’apparato psichico è la scarica di eccitamento, soprattutto quello
prodotto dalle richieste pulsionali. Rifiutando la teoria freudiana delle pulsioni e del principio di
costanza, le teorie contemporanee negano anche la concezione della mente come apparato atto alla
scarica dell’eccitamento. Secondo Freud la tendenza primaria della mente è quella di ricercare la
gratificazione immediata mediante il soddisfacimento allucinatorio del desiderio che è modulata dal
crescente riconoscimento da parte del bambino che la gratificazione richiede un pensiero, una
pianificazione e un’azione che tenga conto del rapporto mezzi-fini e della relazione con gli oggetti
reali nel mondo. Ovvero, il bambino piano piano diventa capace di operare l’esame di realtà, quindi,
sia lo sviluppo del pensiero che delle relazioni oggettuali dipende dal riconoscimento che il

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soddisfacimento allucinatorio del desiderio non permette di raggiungere tale gratificazione.


Le teorie contemporanee rifiutano questa formulazione teorica, e non espongono una descrizione
sistematica dello sviluppo dell’esame di realtà. Per esempio, riferimenti a “realtà” e a “esame di
realtà” si possono incontrare nel libro di Kohut (1984), e si ritrova: a) il comportamento che la
realtà è nella sua essenza inconoscibile; b) un riferimento critico al principio di realtà e alle
costruzioni della moralità; c) una critica dell’idea che la cura psicoanalitica equivale al predominio
del principio di realtà sul principio di piacere; d) un’altra critica all’influenza limitante dello schema
moralistico fornito dal principio di piacere, per esempio, essere attaccati ai desideri infantili per
evitare l’angoscia, e dal principio di realtà.
Nella letteratura contemporanea viene suggerito che l’esame di realtà sia una caratteristica innata, e
non una richiesta imposta all’individuo di richieste pulsionali.. per esempio, Bowlby afferma che i
MOI del bambino sono le rappresentazioni ragionevolmente accurate e realistiche delle interazioni
tra bambino e caregiver. Per Donnel Stern le RIG (rappresentazioni interattive generalizzate) del
bambino sono registrazioni abbastanza accurate delle interazioni prototipiche tra bambino e
caregiver. Quindi, sei i MOI e le RIG rappresentano le interazioni bambino caregiver, allora, il
bambino fin dall’inizio possiede una capacità notevole di apprendimento e di esame di realtà, che è
indipendente dalla pressione e dalle richieste pulsionali.
Processi inconsci
La divergenza più importante e radicale tra la concezione della mente nella teoria classica e negli
approcci relazionali riguarda la concettualizzazione dei processi inconsci, inclusa la natura delle
difese. In contrasto con il pensiero freudiano dove i desideri inconsci specifici e definiti sono diversi
dai desideri consci, mentre, le teorie relazionali interpretano i contenuti inconsci in termini di
esperienze vaghe, indefinite e non formulate, sarà determinato dalle interazioni sociali in atto in
quel momento. La difesa viene concepita come un fallimento giustificato di formulare il non
formulato, e non di un modo di escludere dall’esperienza conscia determinati contenuti, quali i
desideri specifici e chiaramente identificabili. Una concezione della mente come entità non definita
si può trovare nel pensiero di Mitchell che rifiuta l’idea di una mente pre-organizzata, proponendo
che la mente si organizza in funzione delle singole relazioni in atto. Questa visione della mente è in
divergenza con la concezione freudiana di un apparato psichico e dei processi inconsci in termini di
strutture relativamente stabili, connotate da una serie di desideri di base, da una serie di conflitti
nucleari e da difese specifiche.
Nella letteratura psicoanalitica contemporanea il concetto di rimozione è scomparso e viene
sostituito da una particolare attenzione al costrutto di dissociazione, spesso accompagnato a un
interesse e connesso alla teoria del trauma.
Generalmente, il ruolo dei contenuti e dei processi inconsci nella vita psichica, come li concepiva
Freud, ha perso di importanza. Eagle sostiene che nelle teorie contemporanee vi sono pochi accenni
teorici a qualcosa di simile al concetto di disconoscimento di particolari desideri inaccettabili come
aspetto cardine delle difese, ovvero, in una trasformazione di certi aspetti di sé in elementi
impersonali. Queste riformulazioni moderne vanno a sostituire la dicotomia tra conscio e inconscio
con un continuum conscio-inconscio, sostituendo l’inconscio dinamico freudiano con gli “stati di
coscienza fugaci e momentanei” di James.

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Altra divergenza tra la psicoanalisi classica e quella contemporanea è la trasformazione


dell’inconscio dinamico freudiano formato da desideri connessi alle pulsioni, come “un crogiuolo di
eccitazioni ribollenti”, in un inconscio di rappresentazioni, modelli intenzionali, credenze e modelli
operativi che sono inconsci non per ragioni difensive, ma perché non sono stati acquisiti in modo
verbale nei primi mesi di vita.
Questa riconcettualizzazione della mente e dei processi inconsci ha seguito due vie che non sono
del tutto incompatibili tra di loro. Infatti, alcuni studiosi concepiscono la mente come priva di
organizzazione, fluida e continuamente mutevole in funzione delle interazione sociali in atto. Da
questa prospettiva, i contenuti inconsci sono considerati vaghi e non formulati, e qualsiasi forma
verrà definita nelle interazioni sociali fluide del campo interpersonale contingente. Altri autori della
psicoanalisi relazione, per esempio Mitchell, la mente e i processi inconsci, viene intesa come
configurazione relazionali, modelli transazionali e strutture interne derivate dal campo interattivo
interpersonale. Questo suggerisce una concezione della mente in termini strutture stabili e pre-
organizzate, e non come una mente fluida e cangiante.
Concezioni della mente: convergenze
Vi sono alcune aree di convergenza tra la psicoanalisi classica e quella contemporanea, per esempio,
quelle che enfatizzano l’importanza del conflitto interno, ad esempio, a) la teoria delle relazioni
oggettuali, b) la psicoanalisi contemporanea; c) la teoria neo-kleinia; d) la control mastery theory.
Questi orientamenti teorici si differenziano per la tipologia di conflitto considerata fondamentale,
ma convergono sull’idea che la mente sia intrinsecamente conflittuale. Tale convergenza sulla
concezione della mente comporta anche delle similitudini su alcuni aspetti del trattamento, come, a)
l’attenzione al conflitto nel processo terapeutico, b) la soluzione adattiva del conflitto come
obiettivo della cura.
Per quanto si possono rintracciare delle divergenze rispetto la peculiare natura dei processi difensivi
e da ciò che il soggetto si difende, vi è una chiara analogia, con la concezione della psicologia del
sé, sull’idea fondamentale secondo cui la funzione primaria delle difese psichiche sia impedire che
il materiale minaccioso e ansiogeno venga sperimentato pienamente a livello cosciente e che
minacci la propria concezione del sé.
Vi è un accordo sul fatto che il potenziale ansiogeno dei contenuti mentali, come i pensieri, le
emozioni e le connessioni che innescano le difese derivi, almeno in parte, dalla loro relazione con le
reazioni genitoriali precoci e negative, ad esempio, la punizione, la disapprovazione e la mancata
conferma e l’angoscia. Quindi, si possono notare elementi analogie tra la concezione di Freud del
ruolo delle situazioni di pericolo come la perdita dell’oggetto e dell’amore dell’oggetto, nel
determinare quali contenuti psichici possono accedere alla coscienza e all’idea di psicoanalisi
contemporanea secondo cui i propri orizzonti di consapevolezza, come in Stolorow, Atwood e
Orange vengono influenzati dalla precoce conferma/disconferma, oppure,
dall’approvazione/disapprovazione dei genitori. Entrambe le formulazioni teoriche sono d’accordo
sull’ipotesi che la gamma di esperienze consce del soggetto, e ciò che gli è consentito sperimentare
a livello conscio viene influenzato dall’angoscia e dalla colpa connessa alle reazioni genitoriali
precoci. Secondo Eagle questa idea si può rintracciare anche nelle teorie non psicoanalitiche, come
ad esempio, nel pensiero di Rogers di condizioni di valore che fa riferimento all’influenza delle

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reazioni genitoriali di accettazione oppure di rifiuto sulle possibilità esperienziali del soggetto.
Natura delle origini delle relazioni oggettuali: divergenze
Vi è una netta differenza tra la visione freudiana e quella contemporanea dello sviluppo delle
relazioni oggettuali che è contingente al fallimento dell’appagamento allucinatorio del desiderio e la
prospettiva contemporanea di relazioni oggettuali che si sviluppano in modo indipendente dalla
gratificazione pulsionale. Nelle teorie contemporanee l’assunto di fondo è che il soggetto è
“intrinsecamente orientato all’oggetto” come sostiene Fairbairn, oppure, come si ritrova in Mitchell
sia “relazionale per destino”. Quindi i teorici contemporanei rifiutano l’origine delle relazioni
oggettuali basate sul fallimento dell’appagamento allucinatorio del desiderio, quanto il concetto di
narcisismo primario elaborato da Freud, i concetti di autismo normale della Mahler.
Motivazione pulsionale vs motivazione relazionale
In divergenza con il pensiero psicoanalitico classico, in cui sono l’accumulo e la scarica di
eccitamento a motivare la ricerca oggettuale, nella prospettiva contemporanea vengono identificate
motivazioni più pacate per la relazione, connesse al bisogno di ricevere sostegno dall’oggetto.
L’amore oggettuale nella teoria classica e nella psicologia del sé
Paradossalmente le relazioni occupano un posto più rilevante nella teoria freudiana piuttosto che
nella psicologia del sé. Nell’introduzione al narcisismo Freud (1914, p. 455) scrive che “prima o poi
bisogna cominciare ad amare per non ammalarsi”, benchè in seguito spieghi questa affermazione
attraverso la metapsicologia che non si rivolge all’investimento libidico sull’oggetto, l’Io sarà
inondato da un investimento eccessivo che lo potrebbe danneggiare (versione del principio di
costanza).
Kohut critica la visione freudiana dello sviluppo sano come il passaggio dal narcisismo all’amore
oggettuale e all’investimento degli oggetti. Lo stesso autore sostiene che il narcisismo è una linea di
sviluppo separata e che la salute psicologica è contraddistinta dal passaggio non dal narcisismo
all’amore oggettuale, ma dal narcisismo arcaico al narcisismo maturo. Quindi, Kohut afferma che è
possibile condurre una vita gioiosa e densa di significato senza che questa si basi sull’amore
oggettuale.
Natura delle origini delle relazioni oggettuali: convergenze
Il bisogno di omeostasi e il ruolo dell’oggetto nella regolazione degli stati affettivi
Nonostante le differenze riguardo alle origini e allo sviluppo delle relazioni oggettuali, sia la teoria
classica che quella contemporanea convergono sull’idea di fondo secondo cui l’oggetto svolge una
funzione fondamentale di regolare le tensioni e gli stati affettivi per favorire un adeguato
funzionamento dell’Io. Nella teoria freudiana, questa idea viene espressa facendo riferimento al
ruolo dell’oggetto nella gratificazione e alla necessità di deviare la libido dall’Io agli altri oggetti,
cioè, passando dal “narcisismo all’amore oggettuale”. Infatti, l’oggetto è necessario per evitare di
inondare l’Io di eccitamento eccessivo e intralciarne così il funzionamento. Si può affermare che
l’oggetto svolga una funzione fondamentale nella regolazione dei processi fisiologici, delle tensioni
e degli stati affettivi, tale regolazione consente all’Io di funzionare in modo adeguato.
Questa idea del ruolo dell’oggetto è compatibile con molte delle teorie afferenti alla psicoanalisi
contemporanea, nonché con le ricerche empiriche sul ruolo dell’oggetto e delle relazioni oggettuali
nel funzionamento psicologico e psicologico. Fairbairn sostiene che l’esperienza di vivere in un

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mondo interno privo di oggetti e relazioni oggettuali è la minaccia più grave al funzionamento
psicologico è perfettamente compatibile, anzi sovrapponibile, con le teorie freudiane secondo cui il
funzionamento psicologico intatto richiede il passaggio dal narcisismo all’amore oggettuale e
l’oggetto è indispensabile per evitare danni all’Io derivanti dall’accumulo dell’eccitamento
proveniente dalle pulsioni. Certamente Fairbairn non utilizza il linguaggio delle pulsioni e
dell’eccitamento. Sia Freud che Fairbairn condividono l’idea secondo cui l’Io non può funzionare
adeguatamente senza l’azione regolatoria dell’oggetto e delle relazioni oggettuali, nonché la
presenza di una connessione cognitiva-affettiva con l’oggetto e condividono l’idea che l’assenza
dell’oggetto rappresenta la peggiore tragedia psicologica che possa colpire il soggetto.
Secondo la teoria della psicologia del sé di Kohut, la coesione del sé può essere equiparata al
funzionamento adeguato dell’Io, di cui un criterio è un’adeguata regolazione della tensione interna e
gli stati affettivi, richiede la disponibilità di un rispecchiamento empatico regolatorio da parte
dell’oggetto, l’oggetto-sé, nella terminologia kohutiana. Similmente, per la teoria dell’attaccamento
l’esperienza del neonato di una “responsività sensibile” del caregiver è un elemento critico della
“sicurezza percepita”. Anche qui si può riconoscere il ruolo svolto dall’oggetto nella regolazione
degli stati affettivi, sicurezza percepita vs angoscia, nonché il ruolo delle funzioni dell’Io coinvolte
nella rappresentazione di sé e nella regolazione dell’autostima.
La dicotomia tra ricerca dell’oggetto e ricerca del piacere nell’attaccamento del bambino al
caregiver
La dicotomia tra ricerca del piacere e dell’oggetto sostenuta da Fairbairn e sostenuta dai teorici
relazionali, per esempio, Mitchell. Infatti gli effetti regolatori e funzionali svolti dall’oggetto sono
senza dubbio connessi a esperienze di piacere e di benessere, per lo meno per l’evitamento del
dispiacere, proprio come la disregolazione indotta dalla perdita dell’oggetto e delle sue funzioni
viene associata alla sofferenza. Come è suggerito da Fairbairn, vi è una tendenza innata a cercare
l’oggetto e stabilirvi un legame di attaccamento, sembra che gli oggetti rappresentino una fonte di
piacere connesso a un’adeguata regolazione dei diversi sistemi psicologici. Come ha ipotizzato
Anna Freud è probabile che un fattore connesso nella scelta dell’uno o dell’altro oggetto di
attaccamento da parte del bambino sia l’esperienza che quell’oggetto fornisce un certo grado di
piacere e di benessere associato a un’adeguata regolazione e sicurezza percepita.
Secondo Horlow la scimmietta si lega al surrogato materno di stoffa in virtù del “benessere da
contatto” (stimolazione tattile) che esso fornisce. Infatti, la stimolazione tattile è una delle
sollecitazioni sensoriali che regolano gli stati fisiologici e psicologici del neonato. Il termine
benessere da contatto rimanda che la mamma di stoffa rappresenti una fonte di piacere sensoriale.
Ovvero, benchè la scimmietta possa avere una predisposizione innata a cercare l’oggetto, essa non
cerca e non si lega a un oggetto qualsiasi, ma a quello associato al piacere sensoriale procurato dalla
stimolazione tattile. È interessare notare come già Freud sostenga che l’intera superficie della pelle
la zona erogena per eccellenza, osserva che essere tenuto in braccio, cullato, accarezzato è per il
neonato fonte di piacere libidico e menziona la “pulsione di contrazione” elaborata da Moll che
corrisponde al “bisogno di contatto cutaneo”. Leggendo la descrizione di Freud della pelle come
zona erogena è difficile non pensare al costrutto di benessere da contatto elaborato da Harlow.
L’obiettivo della ricerca di Harlow era quello di contestare la tesi della teoria della pulsione

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secondaria secondo cui il neonato si lega al caregiver perché quest’ultimo è associato alla riduzione
della pulsione primaria di fame. Il costrutto di benessere da contatto formulato da Harlow
suggerisce la presenza di piacere associato alla stimolazione tattile. I risultati di Harlow confutano
una teoria del rinforzo secondario dell’attaccamento madre-bambino basata sulla riduzione della
pulsione, essi confermano contemporaneamente una versione della stessa teoria basata sul piacere
sensoriale.
Bisogna ammettere il fallimento della teoria classica nel riconoscere la natura relazionale e innata
dell’essere umano, e sull’altro versante, il fallimento delle teorie contemporanee nel riconoscere il
ruolo delle diverse forme di regolazione e piacere nell’influenzare la scelta dell’oggetto o degli
oggetti di attaccamento del bambino. È un peccato che sia Freud che Anna Freud abbiano attribuito
tanta importanza alla pulsione della fame. Dalla teoria classica ciò che psicologicamente
significativo nella nutrizione non tanto che essa riduca le tensioni della fame, idea ben poco
psicoanalitica, ma che fornisca una gratificazione orale e altre forme di piaceri sensoriali. La teoria
secondaria pulsionale di Freud e Anna Freud, li ha portati a dare un importanza maggiore al ruolo
della diminuzione della fame nella dinamica dell’attaccamento madre-bambino a un particolare
oggetto che è il piacere fornito quell’oggetto sembra essere confermato da molte ricerche
empiriche, come gli studi Harlow e di Hofer e collaboratori sulle funzioni regolatorie degli oggetti.
L’attaccamento precoce del neonato al caregiver sembra basarsi su diversi sistemi fisiologici che
vengono regolati da una serie di indizi sensoriali e stimolazioni materne, tattili, orali, alimentari,
termiche e vestibolari. Inoltre, come è stato dimostrato dall’osservazione dell’interazione tra il
nutrimento e la stimolazione tattile ai fini del comportamento della ricerca di prossimità, questi
diversi inizi sensoriali interagiscono tra di loro mediante modalità complesse. I risultati degli studi
di Harlow erano così impressionanti e persuasive nel demolire la teoria delle pulsioni secondaria e
si è giunti alla conclusione che il benessere da contatto fosse la sola motivazione dell’attaccamento
madre-bambino.
La propensione innata all’attaccamento trova conferma ed è guidata da diversi indizi sensoriali e
stimolazioni materne.
La dicotomia tra ricerca di piacere e ricerca dell’oggetto va considerata all’interno della prospettiva
storico-teorica. Nella teoria pulsionale freudiana secondo cui si cerca l’oggetto per la funzione che
svolge nella riduzione della pulsione, dare piacere, e la volontà di ribadire la propensione innata
dell’essere umano a cercare oggetti indipendentemente dal loro rapporto con la riduzione
pulsionale, il piacere.
Come sottolineano Slade e Aber, non viene citato il piacere nelle teorizzazioni sull’attaccamento di
Bowlby. Il ruolo del piacere nelle relazioni oggettuali è ignorato anche da Fairbairn e dai teorici
relazionali contemporanei e si associa a una generale riluttanza ad andare oltre l’affermazione che
siamo “relazionali per destino” e a esaminare le determinanti relazioni oggettuali e le funzioni
dell’oggetto nella vita psichica. Un esempio di questa tendenza a contrapporre le teorie relazionali a
quella pulsionale è l’affermazione di Mitchell secondo cui, per le teorie relazionali, il neonato cerca
“il contatto in quanto contatto”, “l’interazione i se per sè” e non il contatto come strumento di
gratificazione o di canalizzazione di qualcosa di altro. Mitchell prosegue affermando che l’altro non
è semplicemente il veicolo mediante il quale gestire le proprie pressione e i propri stati interni,

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infatti gli scambi interattivi e i legami con l’altro divengono la realtà psicologica essenziale di per
sé.
Tra i teorici relazionali sembra esistere una tendenza a respingere qualsiasi idea che l’oggetto e le
relazioni oggettuali possono svolgere una semplice funzione che va oltre del semplice relazionarsi.
Riassumendo benchè la teoria classica e le teorie contemporanee propongono ipotesi diverse
rispetto all’origine e allo sviluppo delle relazionali oggettuali, vi è una convergenza sull’idea di
base che gli oggetti e le relazioni oggettuali svolgano funzioni regolatorie e sono necessari per un
sano sviluppo e funzionamento ottimale dell’Io.
Relazioni oggettuali e amore oggettuale
È noto che nel corso dello sviluppo il bambino si relaziona con il caregiver non soltanto per la sua
funzione regolatrice e per il piacere che gli procura, ma anche in quanto oggetto d’amore. Come
sostiene Benjamin, nello sviluppo ideale dell’amore oggettuale la locuzione relazioni oggettuali
appare sempre meno adeguata a un certo punto sarebbe auspicabile sostituirlo con “relazioni
soggettuali”, per indicare la transizione evolutiva da un’esperienza dell’altro come strumento di
esclusivo soddisfacimento dei propri bisogni a soggetto o entità di esistenza separata, dotato di
bisogni, atteggiamenti e emozioni proprie.
Per approfondire il tema dell’amore oggettuale bisogna ritornare all’affermazione di Freud (1914, p.
455) che “prima o poi bisogna incominciare ad amare per non ammalarsi” e alla sua concezione
generale dello sviluppo normale come passaggio dal narcisismo all’amore oggettuale. Freud non
compie questa transizione in termini metapsicologici il fallimento di investire gli oggetti di libido il
mancato ritiro della libido da essi si associa a conseguenze psicopatologiche molto gravi, come la
megalomania psicotica e le fantasie di distruzione del mondo. Questa idea si ritrova in modo
analogo nell’affermazione di Fairbairn che l’insuccesso nel dirigere la libido verso l’oggetto
equivale alla perdita dell’oggetto. Freud attribuisce all’oggetto e alle relazioni oggettuali, per
l’integrità del funzionamento psichico, un significato molto profondo quanto quello che si ritrova
nella letteratura psicoanalitica contemporanea.
La psicologia del sé non dispone una teoria delle relazioni oggettuali, ma come dice il nome stesso,
ha postulato una teoria del sé. Il punto di partenza del pensiero di Kohut è stato rifiuto dell’idea
freudiana che nello sviluppo sano si debba passare da un narcisismo sano all’amore oggettuale.
Quindi, si può condurre una vita soddisfacente e produttiva anche senza mettere al centro l’amore
oggettuale. Per Kohut l’ingrediente principale della salute mentale non è la capacità di amare
l’oggetto, ma quella di mantenere un sé coeso e realizzare sé stessi.

Relazionalità e autonomia
Le teorie relazionali sostengono l’esistenza di un conflitto intrinseco tra relazionalità, da un lato, e
autonomia e autodeterminazione, dall’altro, posizione che ricorda l’ipotesi freudiana di un conflitto
tra libido oggettuale e libido dell’Io.
Il rapporto sinergico tra relazionalità e autodeterminazione oppure autonomia trova una chiara
spiegazione nella teoria dell’attaccamento, e nello specifico nell’ipotesi del rapporto facilitante tra
la base sicura, ovvero la relazionalità, e l’attività di esplorazione, autonomia.
Questa relazionalità e autonomia sono vissute come tipicamente e inevitabilmente conflittuali, si

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tratta di una relazione di tipo regressivo e patogeno, e di autonomia che assomiglia alla fantasia
schizoide di auto-sufficienza descritta da Fairbairn. Nello specifico l’essere in relazione è
sperimentato come un aggrapparsi spasmodico agli oggetti precoci, un soffocante irretimento
simbiotico oppure un doloroso rifiuto, allora sarà evidente che il legame di autonomia è sentito
come deleterio per l’autodeterminazione e l’autonomia. In questo caso, come razione al rifiuto
doloroso oppure alla soffocante simbiosi l’autonomia sarà perseguita in modo difensivo come fuga
dalle relazioni, prendendo il posto della “dipendenza matura” di cui parla Fairbairn.
L’idea secondo cui la relazionalità patologica, e la non relazionalità in sé, è in conflitto con
l’autonomia e l’autodeterminazione è implicita nelle teorizzazioni freudiane dei conflitti edipici.
Freud sostiene che ciò impedisce al soggetto di trovare un oggetto e investirlo emotivamente,
espressione di autonomia e autodeterminazione si trova nel persistere dei desideri incestuosi, un
esempio di attaccamento spasmodico agli oggetti precoci. Freud sostiene che quando si trova un
nuovo oggetto nella realtà, i legami precoci possono continuare a imperare, finché il nuovo oggetto
viene sostituito degli antichi legami, come dimostrato dai sintomi quali l’impotenza psichica.
Concezioni della psicopatologia: divergenze
Al centro della concezione classica della psicopatologia vi sono i conflitti interni tra i desideri
carichi di angoscia e le difese contro di esse. Questo modello può essere descritto come un modello
pulsione-difesa, oppure, Es-Io, questo implica che il terreno principale di analisi della
psicopatologia nella teoria classica è la nevrosi.
Le divergenze rispetto alla visione classica hanno preso molteplici direzioni. Tutte le teorie
psicoanalitiche contemporanee, tranne quella dei kleiniani londinesi, hanno in comune il rifiuto
della teoria pulsionale freudiana e il modello psicopatologico pulsione-difesa. Ma oltre questo
elemento che li accumuna, all’interno delle teorie contemporanee vie è una grande diversità tra le
singole teorie.
Greenberg e Mitchell (1983) contrappongono la teoria classica conflitto-difesa con la loro teoria
conflitto-relazione. Anche, qui il conflitto è reputato un elemento centrale del funzionamento della
personalità, e inoltre della psicopatologia. I conflitti evidenziati non sorgono tra i desideri pulsionali
e le difese, ma sono il prodotto della lotta del soggetto sia per mantenere i legami con gli altri, sia
per differenziarsi da essi. All’interno delle teorie psicoanalitiche contemporanee sono state proposte
molteplici varianti e versioni del conflitto, che includono elementi quali: a) l’attrazione regressiva
per l’identificazione contrapposta alla spinta progressiva verso la separazione di Fairbairn; b)
l’autonomia vs la relazionalità di Blatt; c) la simbiosi vs la separazione-individuazione di Mahler; d)
la sicurezza vs l’efficacia di Greenberg. A differenza della teoria classica, dove ciò che scatena
l’angoscia sono i desideri infantili, nelle concezioni contemporanee non solo l’attrazione regressiva
per l’identificazione può provocare l’angoscia, ma anche l’impulso progressivo alla separazione.
Mentre nella teoria classica la perdita dell’amore dell’oggetto viene associata ai desideri e agli
impulsi infantili, per esempio, i desideri edipici, nella prospettiva contemporanea la
disapprovazione genitoriale e la conseguente angoscia possono essere connesse ai desideri maturi
di autonomia.
Alcune teorie contemporanee della psicopatologia vengono considerate parziali, ovvero, sono
concepite per spiegare disturbi psichici specifici, per esempio:

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1. la psicologia del sé all’inizio è stata ritenuta applicabile soltanto al trattamento del disturbo
narcisistico di personalità, mentre la teoria classica continuava ad essere adeguata per il
trattamento delle nevrosi.
2. La teoria di Kernberg che è incentrata sull’arresto evolutivo è elettiva per il trattamento del
disturbo borderline di personalità. Infatti, per questo autore, i pazienti borderline non hanno
compiuto, oppure, sono regrediti, dalla normale transizione evolutiva che li porta all’utilizzo
della scissione come difesa principale a quello della rimozione. Lungo questo percorso vi è
un arresto evolutivo, caratterizzato dal ricorso massivo delle difese come la scissione e la
dissociazione. Nella teorizzazione di Kernberg il disturbo borderline non è descritto in
termini di conflitto tra impulsi istintuali e le difese, come ad esempio, la rimozione, bensì
come l’incapacità del soggetto di integrare le rappresentazioni buone e cattive di sé e
dell’oggetto insieme ai relativi affetti, che vengono scissi e dissociati.
3. Un altro aspetto delle teorie contemporanee per la comprensione della psicopatologia, è
l’ipotesi che gli schemi cognitivi-affettivi, oppure, i modelle interazionali disadattivi
acquisiti nei primi periodi di vita, e accompagnate dalle relative rappresentazioni di e
dell’altro, come le rappresentazioni interattive generalizzate (RIG) o i MOI.
4. Sempre tra le teorie contemporanee il ruolo primario del fallimento genitoriale viene
considerato un fattore di rischio per l’esordio della psicopatologia, e il tipo di fallimento
ipotizzato è peculiare da teoria a teoria. Alcuni esempi di tale fallimento che possiamo
annoverare sono: a) l’essenza traumatica di rispecchiamento; b) la mancanza di responsività
materna; c) la deprivazione e il rifiuto; d) la seduttività e la competitività; e) l’incapacità di
fornire una base sicura; f) il rinforzo del comportamento dipendente e impotente; g)
l’induzione a sentimenti di colpa e convinzioni patogenee.
L’enfasi attuale sul fallimento genitoriale precoce contrasta con lo scarso rilievo dato da Freud che
identificò i fattori eziologici della psicopatologia, per esempio, nelle pratiche sessuali insalubri,
nella precocità sessuale, negli eventi accidentali, ma a parte citare le minacce genitoriali, come nel
caso dell’ansia da castrazione come fattore eziologico della nevrosi, non considerò il fallimento
genitoriale come fattore di rischio per l’esordio della psicopatologia.
Negli scritti freudiani sulla psicopatologia, si trovano soltanto riferimenti connessi al ruolo del
comportamento genitoriale, e principalmente nella descrizione della fissazione e delle situazioni di
pericolo. Freud afferma che la fissazione a determinata stadio evolutivo psico-sessuale può essere la
conseguenza sia di un’eccesiva deprivazione che di un’eccessiva gratificazione in quello stadio.
Inoltre, il concetto di fissazione ha un ruolo di scarso rilievo nella trattazione freudiana della
nevrosi. Infatti, l’esperienza del bambino nelle situazioni di pericolo della perdita dell’oggetto, la
perdita dell’amore dell’oggetto, l’angoscia di castrazione e la condanna del Super-io sono
strettamente connessi al comportamento genitoriale.
Concezioni della psicopatologia: convergenze
Attaccamento spasmodico ai legami oggettuali precoci
La maggior parte delle teorie contemporanee sull’origine della psicopatologia, oltre a sottolineare
l’acquisizione precoce di modelli relazionali disadattivi, sostiene che il modello eziologico basato
sull’apprendimento giochi un ruolo altrettanto importante che un forte attaccamento emotivo agli

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oggetti precoci. Esempio di ciò sono a) il riferimento di Fairbairn alla “devozione e all’ostinato
attaccamento del paziente agli oggetti cattivi; b) le convinzioni patogene inconsce di Weiss e
collaboratori alimentate dalla fedeltà e dai sensi di colpa nei confronti degli oggetti precoci; c) il
senso di colpa da separazione di Moll; d) le relazioni arcaiche sé-oggetto di Kohut.
Anche Freud considera come fattore psicopatologico importante la persistenza di legami oggettuali
precoci e lo attribuisce alla “viscosità della libido”. Al di là delle spiegazioni metapsicologiche, la
descrizione freudiana del conflitto di edipo non risolto sottointende il riferimento ai legami
oggettuali precoci. Quindi, caratteristica centrale del conflitto di edipo non risolto diventa una
compente chiave nell’esordio della psicopatologia, è il persistere di desideri incestuosi rivolti al
genitore di sesso opposto è evidente.
Nella teoria freudiana e nelle teorie contemporanee sostengono posizioni differenti rispetto
l’attaccamento spasmodico a questi legami precoci. Per Freud questo fenomeno dipende
dall’incapacità di separarsi dai legami oggettuali precoci, che siano essi incestuosi, dovuti a
problemi di devozione, di sensi di colpa a sestanti, questa è una caratteristica intrinseca della
psicopatologia.
Alcuni freudiani concepiscono il legame edipico in termini più ampi e più vicini alle teorie
contemporanee. Schaffer connette l’angoscia ai desideri edipici come pura dedifferenziazione.
Riassumendo, il concetto di edipo viene riletto come una lotta tra l’unità simbiotica e la
separazione-individuazione, come nella Mahler, una teorizzazione simile è quella di Fairbairn del
conflitto tra l’impulso progressivo alla separazione e l’allettamento regressivo all’identificazione e
gli attaccamenti conflittuali ipotizzati da Mitchell.
Difficoltà nella regolazione degli affetti e della tensione interna
Un altro punto di convergenza tra la teoria classica e quella contemporanea è l’importanza
attribuita, sia implicitamente che esplicitamente, all’inadeguata regolazione della tensione e degli
affetti in psicopatologia. Uno dei motivi centrali per cui ci si aggrappa con tanta forza ai legami
oggettuali precoci può essere il tentativo di regolare gli stati affettivi e di tensione. Per Kohut i
soggetti restano ancorate alla relazioni sé-oggetto-sé arcaiche in quanto queste ultime regolano gli
stati di tensione e le proteggono dal pericolo, che è sempre presente dell’angoscia di
disintegrazione. In modo analogo, nel pensiero di Fairbairn i legami con gli oggetti cattivi sono
interiorizzati, soprattutto nei soggetti schizoidi, e vengono mantenuti per la paura di un mondo
interno vuoto, che è simile all’angoscia di disintegrazione concettualizzata da Kohut.
La regolazione disadattiva degli stati affettivi ed emotivi è importante per molteplici aspetti anche
nella concezione classica della psicopatologia. Infatti, la difesa è costrutto centrale nella teoria
classica, ed è il mezzo fondamentale per la regolazione degli stati emotivi e affettivi. Benchè, la
difesa come l’attaccamento spasmodico ai legami oggettuali precoci svolga funzioni adattive, per
esempio, evitare l’angoscia, può anche avere conseguenze disadattive, come ad esempio, una
restrizione della coscienza e un costante dispendio di energia. Tuttavia il legame tra la regolazione
disadattiva degli affetti e la psicopatologia emerge in modo evidente quando vi è un fallimento della
difesa e del conseguente manifestarsi dell’angoscia oppure di altri sintomi.
Riassumendo, sia la teoria classica sia le teorie contemporanee considerano la disfunzionalità dei
sistemi di regolazione degli affetti e delle tensioni come un elemento centrale nell’esordio della

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psicopatologia.
Restringimento della consapevolezza e della gamma delle esperienze
Un’altra area di convergenza tra la teoria classica e quella contemporanea in psicopatologia è il
ruolo attribuito all’angoscia e alle difese nel restringere l’ampiezza della consapevolezza e la
gamma dell’esperienza. Infatti, determinate aree di esperienza potenziale che sono associate ad
angoscia vengono escluse dalla coscienza. Benchè postulino processi diversi rispetto al concetto
classico di rimozione, per esempio, la non formulazione di D. Stern, sia le teorie contemporanee che
la teoria classica considerano la restrizione della consapevolezza e la gamma di esperienze
caratteristiche fondamentali per l’esordio della psicopatologia. Tutte le teorie convergono sull’idea
secondo cui questa esperienza di limitazione è principalmente la reazione a determinati
comportamenti invalidanti, disapprovanti e punitivi dei genitori. Dunque, le teorizzazioni di Freud
del rapporto situazioni di pericolo, angoscia e difese si incontra con la concezione di Stolorow,
Atwood e Orange del rapporto tra disconferma genitoriale e restrizione della gamma di esperienze
del bambino. Freud riteneva che a un certo grado di limitazione in ciò che è possibile esperire a
livello conscio, per esempio, in relazione ai desideri incestuosi, fosse un inevitabile conseguenza
della socializzazione. In questo gruppo, si può includere anche la posizione teorica di Sullivan
inerente alla funzione del sistema sé che esclude dalla consapevolezza le potenziali esperienze che
sono fortemente in contrasto con il sé, il quale è il prodotto delle valutazioni riflesse di altri
significativi, ed il concetto elaborato da Rogers di condizioni di valore. In tutte queste formulazioni
teoriche, sia classiche che contemporanee, si nota la convergenza sull’importanza della restrizione
dell’esperienza ma anche l’implicazione comune che questa restrizione sia inevitabilmente connessa
a un certo grado di rigidità e stereotipata dalle funzioni cognitive e affettive.
La visione freudiana della psicoanalisi è come una disciplina in grado di spiegare in modo
retrospettivo fenomeni che si sono già verificati, ma non di predirli. E nella clinica cercava di dare
un senso alle patologie già in atto.
Concezioni del trattamento: divergenze
Vi sono molteplici divergenze tra la teoria classica e quella contemporanea per quanto concerne
quali: a) l’atteggiamento analitico; b) la natura dell’azione terapeutica; c) gli obiettivi del
trattamento. L’analista classico, è considerato “uno schermo bianco autorevole”, anzi alcuni
direbbero “autoritario”, che si è trasformato in un partner egualitario e interattivo; da osservatore
obiettivo è divenuto un partecipante irriducibilmente soggettivo, che porta in seduta la propria realtà
psichica e non ha più la pretesa di leggere la realtà psichica dell’altro; il terapeuta, in passato
riservato e “opaco”, oggi, non esita con quella che viene definita self-discloure, a rivelare aspetti
personali di sé, i costrutti di transfert e di controtransfert sono stati ridefiniti per rendere conto della
loro natura più interattiva; la neutralità analitica è stata rifiutata in favore della presa di posizione
rispetto ai conflitti del paziente, e a cosa ancora più sorprendente, l’amore del paziente per
l’analista, la “cura attraverso l’amore” come affermava Freud, è stato ribaltato nell’amore
dell’analista per il paziente.
Per quanto concerne, la natura dell’azione l’azione terapeutica, l’interpretazione ha perso il suo
statuto sovraordinato di modalità primaria dell’azione terapeutica ed è stata sostituita da diverse
“forme di esperienza emozionale correttiva”. Inoltre, quando viene utilizzata l’interpretazione, la

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sua funzione non è quella di produrre l’insight mediante la concordanza con la realtà che è in lui,
bensì di fornire narrative coerenti e costruzioni utilizzabili. In tutte le forme di trattamento uno degli
obiettivi centrali è quello di ridurre la sofferenza del paziente e fare si che possa avere una vita
migliore, esistono molteplici divergenze su questi obiettivi e su come si raggiungono. Nella teoria
classica, questi obiettivi sono raggiunti mediante il riconoscimento degli impulsi e dei desideri
ripudiati, “dove era l’Es, deve subentrare l’Io”, l’insight sui conflitti e sulle difese inconsce, la presa
di coscienza dei desideri e delle fantasie infantili e una maggiore comprensione di sé. Tutti questi
processi sono utili per raggiungere a ripristinare l’unità della personalità e migliorare il senso di
agentività delle paziente, le sue capacità di giudizio e di affrontare i conflitti in modo più adattivo.
In un’analisi classica riuscita, vengono rafforzate le funzioni dell’Io, come la capacità di
autoriflessione, e aumentare la coscienza e la comprensione di sé; il paziente al fine dell’analisi non
sarà più in lotta con se stesso, così ha meno bisogno di rifiutare questi aspetti centrali di sé, per
quanto sia possibile, cercando la loro gratificazione senza sperimentare sensi di colpa e angoscia
inappropriati.
In contrasto con questa visione, le teorie contemporanee sostengono che tra gli obiettivi del
trattamento quali: a) una maggiore coesione del sé (psicologia del sé di Kohut); b) la modifica delle
convinzioni patogene (la control mastery theory di Weiss); c) un attaccamento sicuro (tda di
Bowlby), d) l’esorcizzazione degli oggetti cattivi interiorizzati e la loro sostituzione con oggetti
buoni (teoria delle relazioni oggettuali). In linea generale, la sostituzione di rappresentazioni e
schemi cognitivi-affettivi disadattivi con configurazioni più adattive.
Un obiettivo centrale del trattamento nella teoria classica è il riconoscimento, con la trasformazione
in una parte importante di sé, di quei contenuti psichici che erano misconosciuti e resi alieni rispetto
all’Io.
Fare nuove esperienze vs esaminare esperienze passate
Mitchell osserva che nella psicoanalisi classica si focalizza sull’esame delle esperienza passate, le
teorie contemporanee enfatizzano il ruolo delle esperienze nuove, che sono la componente primaria
dell’azione terapeutica. Lo stesso autore contrappone il ruolo terapeutico dell’insight e della
comprensione delle esperienze pregresse a quello delle esperienze emozionali correttive nuove che
il paziente fa nell’interazione con l’analista. Ovvero, il paziente non ha bisogno di
un’interpretazione, bensì di una nuova esperienza.
L’analisi del transfert sia probabilmente un terreno comune, tra gli analisti di diversi orientamenti
teorici, ci sarebbero differenze nella sua attuazione pratica, mentre un analista classico è
probabilmente più portato a vedere le reazioni del paziente come espressioni di desideri e di
conflitti antichi; un analista relazionale, e forse anche uno psicologo del sé, si concentrerebbe
maggiormente sull’interazione in atto in sé e per sé. Inoltre, nel secondo caso l’azione terapeutica si
tradurrebbe non tanto nella presa di coscienza del paziente che le sue reazioni sono una
ricapitolazione dei suoi conflitti e desideri infantili, bensì in un’esperienza nuova con l’analista.
Analoghe riflessioni si possono effettuare al rifiuto di Mitchell dell’ide di una mente pre-
organizzata, a cui l’autore contrappone l’ipotesi che la mente del paziente si organizzi in funzione di
ciascuna nuova relazione oggettuale.
La distinzione di Mitchell tra focalizzarsi sulle esperienze e fornire nuove esperienze abbia una

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certa plausibilità, il punto è come sostiene Gill che la comprensione da parte del paziente che le sue
reazioni nei confronti dell’analista sono, almeno in parte, vino nuovo in bottiglie vecchie è
un’esperienza altrettanto nuova del processo analitico che viene descritta sia da Mitchell che da altri
teorici relazionali. In una situazione in cui il soggetto è libero di dire tutto quello che gli viene in
mente senza critiche oppure giudizi e dove il compito principale dell’altro è ascoltarlo in modo
attento e disinteressato e cercare di comprendere e comunicare ciò che realmente ha compreso è
realmente un’esperienza nuova e rara.
Non bisogna farsi forviare dai termini “nuovo” e “vecchio”. Per esempio, un esame del vecchio e
della sua influenza sui pensieri, sentimenti e intenzioni attuali può rappresentare un’esperienza
correttiva nuova.
Secondo Eagle è terapeuticamente più efficace concentrarsi sull’interazione nel qui ed ora tra
paziente e terapeuta piuttosto che sul riprodursi di desideri, modelli e fantasie del passato nelle
reazioni del paziente. Sempre per Eagle, esaminare le esperienze passate e il modo in cui esse
influenzano i sentimenti e i pensieri attuali può essere un’esperienza altrettanto nuova dell’analisi
delle interazioni correnti con il terapeuta. Queste sono entrambe esperienze nuove. Quindi, l’invito
viene rivolto a concentrarsi maggiormente sulle interazioni attuali paziente-terapeuta e sembra
suggerire che questo tipo di esperienza nuova, ovvero, concentrarsi sulle interazioni nel qui ed ora,
è più efficace di altri tipi di esperienze nuove, come ad esempio, esaminare l’influenza delle cose
passate.
Nell’ambito delle relazioni interpersonali, la presa di coscienza e l’insight, non è importante se
viene riferito a un contenuto presente oppure passato, rappresentano in sé una tipologia di
esperienze nuove, e non qualcosa da contrapporre alle esperienze nuove. È divenuto un clichè
squalificare la dicotomia tra interpretazione-insight da un lato e relazione terapeutica-esperienza
emozionale correttiva dall’altro.
Nel caso dell’enactement, in cui malgrado la relativa assenza di interpretazione e di insight
manifesto sui sintomi della paziente sono scomparsi dopo l’interazione terapeutica in cui è
determinante un’esperienza emozionale correttiva. Esistono diverse tipologie di esperienze
emozionali correttive incluse, per esempio, 1) la presa di coscienza esplicita; 2) l’insight; 3) la
coscienza di sé che non svolgono un ruolo particolarmente rilevante.
La vera sfida è la valorizzazione delle esperienze emozionali correttive che nella teoria classica si
ritrova nell’affermazione che il risultato terapeutico positivo può avvenire in modo, oppure, almeno,
in parte, indipendentemente dall’insight, dalla presa di coscienza e dall’importanza della
conoscenza di sé. La teoria classica attribuisce una fondamentale importanza a questi fattori, infatti,
Alexander (1946) formulò il concetto di esperienza emozionale correttiva che il risultato terapeutico
positivo può verificarsi a prescindere dall’insight sembra costituire una vera e propria sfida. Vi sono
diverse teorie contemporanee che collocano l’azione terapeutica in processi all’ambito della
consapevolezza e dell’insight, come il superamento dei test di Weiss; la comprensione empatica di
Kohut, i fattori non interpretativi di Donnel Stern.
In base alla teoria della tecnica classica, quando l’analista interpreta in modo accurato. Per esempio,
i desideri edipici, al di la del fatto se il paziente si senta capito ed è ciò che promuove il progresso
della terapia, allo stesso modo in cui lo farebbe il rapport, ovvero, il legame emozionale tra paziente

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e terapeuta, le componente terapeuticamente attive sono l’insight del paziente rispetto ai propri
desideri, rendere conscio l’inconscio, e il riconoscimento e la riappropriazione di questi desideri,
dove era l’Es, deve subentrare l’Io,. Per esempio, nella psicologia del sé, quando un’analista
interpreta il bisogno del paziente di un rispecchiamento perfetto e mette in relazione questo
presunto bisogno con i fallimenti traumatici di rispecchiamento empatico dei genitori, sono la
compromissione empatica trasmessa dall’interpretazione e il legame empatico generato da quella
compromissione a rappresentare le componenti terapeutiche.
Eagle sostiene che ogni teoria del trattamento è associata a una particolare teoria della
psicopatologia. Se si ritiene che la psicopatologia risieda nel conflitto, nella difesa nel
disconoscimento, sentirsi compresi diventa un elemento desiderabile, ma non sarà terapeutico
almeno che non abbia una ricaduta sulle stesse origini della psicopatologia. Quindi, soltanto gli
interventi di interpretazione incidono sulla fonte della psicopatologia. Mentre, se la causa della
psicopatologia è riconducibile alla mancanza di comprensione empatica, allora il fornire la
comprensione empatica andrà alla fonte della psicopatologia.
La relazione terapeutica ha sostituito l’interpretazione e la conoscenza del sé come principale
agente terapeutico. Nella visione classica la relazione terapeutica era considerata un fattore
ausiliario la cui funzione essenziale è quella di facilitare e rafforzare la relazione terapeutica e di
fare sperimentare al paziente comprensione.
L’importanza delle esperienze emozionali correttive è espressa chiaramente nel pensiero di
Alexander e collaboratori, ma è implicita in molte teorizzazioni contemporanee, per esempio, a) nel
concetto di superamento dei test di Weiss; b) nella comprensione empatica di Kohut; c) nella
relazione terapeutica totale di Fairbairn; d) nella conoscenza relazionale implicita del Boston
Change Process Study Group; e) nella concezione del terapeuta come base sicura di Bowlby. Tutte
queste formulazioni condividono l’idea di fondo che il terapeuta si comporti, e venga sperimentato,
in modo diverso dalle figure genitoriali e che queste esperienze possano riuscire a modificare le
aspettative e gli schemi cognitivo-affettivi del paziente.
Per Freud l’obiettivo del trattamento analitico è riappropriarsi di ciò che è stato difensivamente
rinnegato, dove era l’Es deve subentrare l’Io, per molti teorici contemporanei l’obiettivo terapeutico
è capovolto, rinnegare, oppure, parafrasando Fairbairn: esorcizzare ciò che era stato impropriamente
fatto proprio, disconoscere ciò che era stato difensivamente riconosciuto e sostituire queste
strutture, per esempio, come gli oggetti cattivi interiorizzati, gli schemi cognitivo-affettivi
disadattivi con nuovi schemi e rappresentazioni che provengono dalla relazione terapeutica.
Concezioni del trattamento: convergenze
Nonostante le notevoli divergenze tra la teoria classica e quelle contemporanee, inclusa la questione
dell’atteggiamento analitico adeguato, quali la neutralità, lo schermo opaco, l’autodisvelamento
(self-disclolsure), si è concordi sulla necessità terapeutica di un atteggiamento non giudicante
dell’analista per facilitare il processo terapeutico e per modulare la severità del Super-io del
paziente. Come afferma Kohut l’analisi classica si contraddistingue da un atteggiamento e da una
moralità adulta, e questa è un’applicazione errata della teoria classica. Eagle ritiene che la teoria
classica non trova nulla che prescriva un atteggiamento giudicante e una moralità adulta
dell’analista nei confronti del paziente.

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Wallestein considera l’analisi del transfert un elemento centrale e un terreno comune del processo
analitico, ma le cose in realtà non stanno così. Secondo Eagle è più corretto affermare che il
common ground alle diverse teorie è l’esame della relazione e dell’interazione terapeuta paziente.
Obiettivo terapeutico condiviso sia dalla psicoanalisi classica che quella contemporanee, ad
eccezione della psicologia del sé, è l’ampliamento della gamma delle esperienze del paziente, nella
teoria classica viene espresso nei termini di rendere conscio l’inconscio, mentre, nelle teorie
contemporanee come ampliamento degli orizzonti della consapevolezza.
Dalla prospettiva classica, l’analisi del transfert, nello specifico delle nevrosi da transfert, è
importante poiché le proiezioni del paziente sull’analista mettono a nudo, nel qui ed ora, la nevrosi
del paziente. Anche, se gli approcci contemporanei non facciano riferimento alle nevrosi da
transfert, esse individuano un fenomeno analogo quando sostengono che le razioni del paziente nei
confronti dell’analista, rivelano, oppure, mettono in atto schemi relazionali abituali. Quindi,
analizzando queste relazioni si getta luce su questi schemi, se ciò non coincide con: 1) il rendere
conscio l’inconscio, rimosso; 2) rendere esplicito l’implicito, aspettative e convinzioni; 3)
dell’interpretazione al fine di produrre l’insight e consapevolezza circa le aspettative, le
convinzioni, le angosce, i desideri, le difese che sottostanno agli schemi relazionali abituali del
paziente, oppure, se si preferisce definirli RIG o MOI.
La psicoanalisi contemporanea è scettica sul, valore terapeutico della coscienza del sé e dell’insight,
nella misura in cui l’identificazione e l’analisi degli schemi e delle rappresentazioni relazionali
vengono considerati aspetti centrali del processo analitico, essa continua a dare un valore centrale
all’insight e alla conoscenza di sé.
Kohut non crede che l’insight e l’espansione della coscienza siano necessari per il cambiamento
terapeutico. Invece, egli ritiene che sia la comprensione empatica e il fallimento gli agenti effettivi
che implementano la coesione del sé. Quindi, se l’analista non è in grado di soddisfare il bisogno di
rispecchiamento perfetto del paziente, un fallimento inevitabile, infatti, spesso il paziente reagisce
con rabbia e disperazione. Lo stesso autore afferma che l’analista deve riconoscere il proprio
fallimento e lo metta in relazione con l’esperienza di rabbia e disperazione sperimentata dal
paziente. Anche se Kohut rifiuta il ruolo dell’insight, l’istituzione di questo nesso interpretativo tra,
da un lato, la rabbia e la disperazione del paziente, e dall’altro, il comportamento dell’analista è un
esempio di analisi del transfert, oppure, di analisi della relazione, analisi che ha come finalità quella
di aumentare l’insight e la consapevolezza del paziente sulle modalità di reazione di fronte alla
percezione di un mancato rispecchiamento perfetto. Nella sua spiegazione del ruolo del trattamenti,
Kohut include la messa in relazione delle reazioni transferali del paziente con il suo passato, anche,
se l’obiettivo di questo tipo di intervento è il rafforzamento del legame empatico tra analista e
paziente, e non il raggiungimento dell’insight.
Obiettivo essenziale del trattamento analitico è quello di migliorare la capacità del paziente di
relazionarsi in termini sempre corrispondenti alla realtà dell’altro, e sempre come se fosse una
controfigura di una persona del passato. Infatti, in modo implicito l’analisi del transfert non solo ha
lo scopo di aiutare il paziente a vedere l’analista in modo più realistico, ovvero, meno in termini di
controfigura, ma anche a generalizzare questa esperienza ad altre persone significative al di fuori
del setting analitico. Inoltre, uno degli obiettivi dell’analisi del transfert è il rafforzamento

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dell’analisi di realtà del paziente nell’ambito delle rappresentazioni e delle relazioni con gli altri
significativi. Nel contesto classico uno dei risultati attesi di un trattamento analitico riuscito è il
raggiungimento da parte del paziente della capacità di vedere non solo l’analista, ma anche gli altri
significati al di fuori del setting analitico, sempre meno in termini di figure edipiche.
Punto di divergenza fondamentale tra la teoria classica e quelle contemporanee riguarda
l’identificazione del fattore portante dell’azione terapeutica e il principale agente di cambiamento:
da un lato le interpretazioni generatrici di insight (teoria classica), dall’altro la relazione terapeutica
(teorie contemporanee).
L’esperienza emozionale correttiva implicata nella relazione terapeutica possiede un effetto
maturativo, mentre l’interpretazione e l’insight non fanno necessariamente parte del processo.
Questa posizione viene evidenziata negli scritti di Alexander (1946) e dalle affermazioni quali “il
paziente ha bisogno di una nuova esperienza e non di un’interpretazione”. Tale posizione sembra
essere confermata dall’evidenza clinica in quanto il semplice superamento dei test da parte del
terapeuta, senza interpretazioni, può portare a un cambiamento terapeutico positivo. Secondo l’altra
posizione, i fattori maturativi sono essenziali l’insight, la comprensione e la conoscenza di sé
prodotti delle interpretazioni, e la relazione terapeutica svolge un ruolo di promuovere l’azione
terapeutica.
Prima posizione: “Cosa c’è nella relazione che la rende curativa”? di fatto la locuzione relazione
terapeutica è un termine astratto, che si riferisce ad un certo numero di azioni terapeutiche. Dalla
prospettiva del paziente, si possono includere diversi tipi di interventi, interazioni ed esperienze
quali: 1) sentirsi ascoltato, 2) sostenuto e confortato, 3) percepire che l’atteggiamento e il
comportamento dell’analista sono diversi dalle proprie paure e aspettative, 4) sentirsi capito. La
relazione terapeutica non è tutto ciò che si fa , oppure, si vive, ma includono anche cose che si
sentono e si fanno, ad esempio, giudicare. Tra le cose che si fanno oppure si potrebbero fare,
l’analista interpreta, insieme, all’ascolto, al tentativo di comprendere il paziente. Eagle enfatizza che
l’interpretazione non si contrappone alla relazione terapeutica, ma è parte della relazione, quanto
l’ascolto e il sostegno.
Quindi, probabilmente che nella relazione analitica entri in gioco una casualità circolare, per ci
interventi specifici influenzano il vissuto del paziente, del terapeuta della relazione, come ad
esempio, il grado di fiducia, la sensazione di sicurezza, il sentirsi capito, ascoltato e valorizzato, e la
natura della relazione influenza il significato e l’impatto degli interventi. Così come
un’interpretazione può essere considerata una nuova esperienza emozionale correttiva, viceversa,
anche un’esperienza emozionale in cui il terapeuta si comporta per differenza rispetto alle figure
genitoriali può corrispondere implicitamente a un’interpretazione, per esempio, “sono diverso dai
tuoi genitori, e non sono come le immagini radicate nella tua mente ti suggeriscono come io sia”.
Secondo Eagle è molto importante mostrare tramite il contesto, gli atteggiamenti e gli interventi che
il terapeuta è diverso dalle figure genitoriali, anche se i comportamenti e gli atteggiamenti del
terapeuta possono non produrre insight verbalizzabili una conoscenza di sé esplicabile, essi possono
produrre un impatto sulle forme di conoscenza, quella che Donnel Stern et coll. definiscono
“conoscenza relazionale implicita”.
Il comportamento del terapeuta disconferma le convinzioni patogene inconsce, evidenziate dalla

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control-mastery theory di Weiss, consentendogli di superare il test che paziente sottopone al


terapeuta, e può essere considerato un interpretazione saliente, che influenza la conoscenza
relazionale implicita del paziente. In modo similare, l’atteggiamento non giudicante dell’analista
può ottenere un effetto indiretto per mitigare la severità del Super-io, elemento esplicato da
Strachey et coll.
Secondo Eagle le esperienze emozionali correttive comportano interpretazioni transferali salienti di
credenze e aspettative implicite nel paziente.
Inoltre, sappiamo dallo studio dello sviluppo infantile che gran parte di ciò che il bambino impara di
sé e del mondo interpersonale è mediato da una relazione di solidarietà coi genitori. Fonagy e Steele
affermano che questa è una delle funzioni essenziali del legame di attaccamento. Ovvero, ciò che
apprendiamo durante il prolungato periodo di dipendenza e attaccamento è indispensabile per vivere
nella società. Tuttavia, alcune cose che si acquisiscono in questo periodo e poi non mettiamo più in
pratica risultano essere disadattive.
I modelli disadatti che il bambino acquisisce nei primi anni di vita sono paragonabili agli assunti
irremovibili e incontestati che sono stati tramandati da un’autorità dogmatica. Quindi, secondo gli
ideali dell’illuminismo bisogna emanciparsi, ad esempio, dall’autorità religiosa dogmatica, anche
nella versione psicoanalitica dell’illuminismo bisogna emanciparsi dalle fantasie, dagli assunti,
dalle norme, dalle aspettative e dalle rappresentazioni dogmatiche incontestate che dominano aspetti
importanti della vita cognitiva, affettiva e interpersonale dell’individuo. Quindi, il punto essenziale
è la ricerca di una maggiore obiettività che abbia effetti maturativi e generativi e questo può
avvenire mediante una relazione interpersonale di solidarietà.
L’alleanza terapeutica
L’alleanza terapeutica è un fattore predittivo per l’esito della terapia è stata presa come prova del
fatto che la relazione terapeutica è l’agente principale di cambiamento e un fattore comune a tutti i
trattamenti.
Prima di tutto sarebbe un errore equiparare l’alleanza terapeutica alla relazione terapeutica, in
quanto quest’ultima è composta anche da altri elementi. Kazdin (2007) afferma che la percezione
del paziente di un’alleanza terapeutica forte può non avere un ruolo casuale diretto sull’esito della
psicoterapia, ma può essere l’effetto di altri fattori terapeutici, oppure, assumere una funzione di
mediazione. Ancora di più, il collegamento tra alleanza terapeutica ed esito può essere dovuto a un
terzo fattore comune. Vi sono evidenze empiriche del fatto che pazienti più sani prima del
trattamento istaurano più facilmente un’alleanza terapeutica forte e hanno una prognosi migliore.
Un’altra possibilità, che riprende la precedente argomentazione, è che interpretazioni empatiche e
accurate, coinvolgono contemporaneamente insight e comprensione, non soltanto producendo
insight ma anche rafforzando l’alleanza terapeutica, il che rende il paziente più recettivo alle
interpretazioni e agli interventi. Infine, la ricerca in psicoterapia ha dimostrato la forza dell’alleanza
terapeutica è il migliore singolo fattore dell’esito del trattamento.
Integrazione: ulteriori considerazioni
Conoscenza in prima persona vs conoscenza in terza persona
Eagle propone alcune considerazioni integrative che non sono direttamente connesse al confronto
tra visione classica e le teorie contemporanee. Lo stesso autore fa riferimento alla conoscenza di sé

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come se fosse un concetto semplice e unitario. Tuttavia ha evidenziato Eagle che alcuni filosofi che
bisogna distinguere tra conoscenza del sé in conoscenza del sé in prima persona e conoscenza del sé
in terza persona, una distinzione utile e rilevante nel contesto terapeutico.
Moran sostiene che la conoscenza di sé in prima persona è caratterizzata dall’immediatezza e non
dal bisogno di prove tratte dall’osservazione e dell’interferenza. Solitamente, si osserva il proprio
comportamento per poi inferire i propri desideri, intenzioni e obiettivi. Normalmente, l’uomo non
osserva come si comporta per poi asserire che ha sete. Ma sente semplicemente che ha sete.
A differenza della conoscenza in prima persona, la conoscenza in terza persona è basata
sull’osservazione e l’inferenza e pertanto nella sostanza si acquisiscono le conoscenze su un’altra
persona.
Infatti, per alcuni aspetti la distinzione tra insight emotivo e insight intellettuale corrisponde alla
differenza tra conoscenza in prima e in terza persona. L’insight intellettuale come la conoscenza in
terza persona, può essere utile per dare un certo ordine e significato a qualcosa sperimentato come
caotico e privo di senso, non sembra che convogli il tipo di trasformazione oppure di cambiamento
strutturali connessi all’insight emotivo e alla coscienza di sé in prima persona. Durante quel periodo
che si potrebbe definire il “periodo dell’innocenza” della teoria psicoanalitica classica, si ipotizzava
che una volta eliminata la rimozione, il paziente potesse percepire coscientemente i propri desideri
fino a quel momento inconsci e rimossi con l’immediatezza e la trasparenza caratteristiche della
conoscenza in prima persona di un desiderio conscio, piuttosto che sotto forma di elementi inferiti
dall’osservazione.
Eagle utilizza un’analogia suggerita da Mitchell dopo aver sollevato la pietra e aver trovato gli
insetti, i desideri rimossi, li si vede in modo diretto e immediato, e non si ha il bisogno di inferire la
loro esistenza.
L’assunto che eliminare la rimozione e rendere conscio l’inconscio comporterebbe in modo
automatico il riconoscimento e l’esperienza in prima persona dei contenuti fino a quel momento
rimossi sembra basarsi sul modello dell’ipnosi, dove i contenuti mentali non disponibili, per
esempio, i ricordi, diventano sotto ipnosi direttamente disponibili, ovvero, non inferiti. Freud ha
abbandonato l’ipnosi per svariate ragioni, tra cui la scoperta che il semplice portare alla coscienza i
contenuti psichici inconsci non conduceva a un cambiamento terapeutico durevole. Secondo Freud
il materiale emerso alla coscienza nella personalità del paziente, nelle sue parole, nel grande
complesso dell’associazione che costituiva l’Io.
Quindi rendere conscio il materiale inconscio non portava necessariamente a una sua integrazione,
l’obiettivo primario della psicoanalisi di rendere conscio l’inconscio è stato sostituito, o in parte
integrato, dalla massima “dove è l’Es deve subentrare l’Io”. Se l’Es e l’Io vengono sganciati dalla
teoria delle pulsioni e si connette l’Es all’”esso” impersonale e alieno all’Io, e l’Io al “me”
personale, la massima dove era l’Es deve subentrare l’Io può essere compresa meglio come “dove
era l’esso impersonale e alieno dell’Io, deve subentrare il “me” personale e riconosciuto. Questo
modo di concepire la massima freudiana equivale ad affermare che l’obiettivo della psicoanalisi è
l’integrazione di ciò che fino a quel momento era un esso impersonale con un me personale, ovvero,
con il raggiungimento dell’unità della personalità.
Un cambiamento significativo, inclusa una maggiore integrazione e unità della personalità, sembra

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più difficile da ottenere con una conoscenza di sé in terza persona, oppure, il suo equivalente,
l’insight intellettuale. Per esempio, per quanto possa essere utile sapere di possedere un modello di
attaccamento evitante e sapere che questo modello si è sviluppato in risposta a ripetute esperienze di
rifiuto, è improbabile che questo tipo di conoscenza modifichi il modello di attaccamento. Questo
tipo di conoscenza non è diversa dalla conoscenza che si può avere in terza persona.
Perché una conoscenza di sé in prima persona, o l’insight emotivo, dovrebbe facilitare il
cambiamento terapeutico rispetto a una conoscenza in terza persona? Una possibile spiegazione è
data da Moran, la conoscenza in prima persona non è meramente una questione epistemologica,
ovvero, la conoscenza relativa alla conoscenza, ma comporta la necessità di riconoscere come
proprio lo stato mentale che sottende a quella conoscenza. In tale senso, la conoscenza in prima
persona implica già un certo grado di integrazione di quello stato mentale nella “massa dominante
delle idee”. inoltre, qualsiasi ulteriore azione che si compie in relazione a quello stato mentale, per
esempio, perseguire o ripudiare determinati obiettivi, presuppone che esso sia stato riconosciuto
come proprio.
Conoscenza di sé e stati psichici e inconsci
La distinzione tra, da un lato, la coscienza in prima persona “desiderio X” e la conoscenza in terza
persona “so di desiderare X” basata sull’osservazione e l’interferenza del mio comportamento è
immediatamente comprensibile in riferimento alle intenzioni e ai desideri consci. Invece, la cosa
diviene più problematica quando si ha a che fare con le intenzioni e i desideri inconsci. Fino quando
si può sostenere che una volta reso conscio l’inconscio, le intenzioni e i desideri inconsci emergono
automaticamente, si può affermare che eliminata la rimozione, l’individuo avrà una conoscenza in
prima persona dei propri desideri, e non una conoscenza inferita basata sull’osservazione, ad
esempio, sui sogni, sulle libere associazioni, sulle interpretazioni.
Se liberando un desiderio X dalla rimozione il paziente non sperimenta in modo conscio e diretto
quel desiderio, ma viene a conoscenza in modo indiretto e inferenziale tramite l’interpretazione
dell’analista, si tratta di una conoscenza in terza persona. Questo tipo di conoscenza di sé avrà poca
efficacia nel produrre cambiamenti strutturali nella personalità del paziente. Moran evidenzia che
vedere sé stessi in termini di una conoscenza teorica in terza persona può essere una forma di
estraniamento del sé.
Autoriflessione
Eagle prende in considerazione il miglioramento della capacità di autoriflessione nel trattamento
psicoanalitico, che rappresenta un’area di parziale convergenza tra la teoria classica e quelle
contemporanee. Infatti, il miglioramento della capacità di autoriflessione dell’individuo si può
considerare un obiettivo terapeutico. Differenze a parte, sembra esserci un elevato grado di
sovrapposizione tra i costrutti di funzione riflessiva, mentalizzazione mindfulness. Infatti, questi
costrutti rimandano all’obiettivo psicoanalitico classico quello di rafforzare la funzione osservante
dell’Io.
L’idea essenziale che Eagle vuole trasmettere ai lettori è quella che nell’autoriflessione l’oggetto di
riflessione è diverso se si tratta di una conoscenza in prima oppure viceversa in terza persona.
Ovvero, l’autoriflessione comparta il prendere sé stessi come oggetto di analisi, quindi, sarebbe un
errore equiparare l’autoriflessione a una conoscenza di sé in terza persona. La ragione principale di

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ciò è il fatto che l’oggetto è diverso se la conoscenza è in prima oppure in terza persona.
Un altro fattore su cui riflettere è per esempio se un determinato desiderio viene sperimentato e
conosciuto in modo diretto e immediato. In questo caso l’oggetto della riflessione è l’esperienza in
prima persona. Inoltre, un’altra cosa su cui riflettere sulla conoscenza di un determinato desiderio
ottenuto mediante osservazione e inferenza. In questo caso l’oggetto della riflessione è una
conoscenza di sé in terza persona. Quindi, la coscienza di sé in terza persona comporta un tipo di
autoriflessione, ovvero, una riflessione sul proprio comportamento assunto come base per inferire il
proprio stato mentale.
Quindi, un obiettivo del trattamento psicoanalitico è quello di rafforzare la funzione osservante
dell’Io, oppure, migliorare l’autoriflessione del paziente significa enfatizzare l’importanza nel
trattamento di migliorare una capacità e non di svelare specifici contenuti e conflitti psichici
inconsci.
Eagle ha fatto spesso riferimento all’autoriflessione, ma generalmente sarebbe opportuno parlare di
capacità di riflessione oppure di funzione riflessiva, per evidenziare il fatto che questa facoltà si
riferisce alla capacità di riflettere non soltanto sui propri stati e processi mentali, ma anche su quelli
altrui. È difficile immaginare un miglioramento della capacità di autoriflessione senza
contemporaneamente un miglioramento della capacità di riflettere sugli stati mentali altrui.
Il riduzionismo nella teorizzazione psicoanalitica
Tra la teoria classica e quelle contemporanee vi sono notevoli differenze nel contenuto delle
enunciazioni, c’è un grado elevato di somiglianze nella forma e nella struttura della teorizzazione.
Eagle fa riferimento alla tendenza comune a tutte le teorie di postulare uno o due sistemi
motivazionali sovraordinati primari e poi considerare un’ampia gamma di comportamenti disparati
in termini di derivati ed espressioni dirette oppure indirette a volta camuffate di questi sistemi
primari. Questa modalità di teorizzare sembra con molta chiarezza nella tendenza della teoria
classica a vedere un’ampia gamma di comportamenti come derivati o espressioni simboliche della
gratificazione delle pulsioni sessuale e aggressiva primarie e fondamentali.
Le relazioni oggettuali hanno una natura secondaria e sono al servizio della gratificazione della
pulsione della fame e degli istinti della sessualità infantile, che non sono più considerati primari.
In contrasto con questa posizione, Fairbairn afferma che la libido sia primariamente la ricerca
dell’oggetto, piuttosto che la ricerca del piacere, come nella teoria classica, e che la funzione del
piacere libidico è essenzialmente di fornire un indice per l’oggetto. Mentre per Freud le relazioni
sono secondarie alle pulsioni sessuali ritenute fondamentali, per Fairbairn le pulsioni sono
secondarie a inclinazioni e disposizioni verso le relazioni oggettuali, che l’autore sono
fondamentali. Mentre per Kohut la sessualità è un prodotto di disintegrazione dei difetti del sé.
Eagle ritiene che sarebbe più utile e valido resistere alla tentazione riduzionistica, e riconoscere la
molteplicità dei sistemi motivazionali e indirizzare i propri sforzi verso la comprensione di questi
ultimi e come interagiscono e si integrano tra di loro. Un passo in questa direzione è stato fatto da
Pine che ha insistito che le motivazioni riconducibili alle pulsioni, all’Io, all’oggetto e al sé sono
tutte di rilevante importanza nel lavoro clinico.

Considerazioni finali

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Eagle all’inizio del capitolo propone alcune osservazioni sul ruolo della conoscenza in psicoanalisi,
sui rapporti con la visione illuministica e sulla tensione tra obiettività e solidarietà. Lo stesso autore
pensa che sia auspicabile concludere il capitolo considerando la riflessività e l’autoriflessione sugli
stati mentali altrui sono inestricabilmente connessi, in quanto è pervenuto alla conclusione che per
acquisire una conoscenza di sé significativa, per lo meno una conoscenza che porta il cambiamento
terapeutico, ma bisogna anche riflettere e comprendere in che modo costruiamo l’altro nella nostra
mente. Così l’ideale illuministico “conosci te stesso” viene ampliato fino a includere “conosci
l’altro”. La tensione tra obiettività e solidarietà si dissolve nel riconoscimento non solo che
l’obiettività su di sé non è scindibile dall’obiettività sull’altro, ma anche l’obiettività su sé e
sull’altro può essere raggiunta soltanto entro un rapporto interpersonale di solidarietà.

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