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Sara Fabrizi

Zibaldone, 39-40

Lo spunto da cui si origina la riflessione svolta in questo pensiero è una citazione di Bacone da Verulamio
“ tutte le facoltà ridotte ad arte isteriliscono”, proposizione applicata nel caso specifico alla poesia e di cui
Leopardi si propone di dimostrare la veridicità. “Ridurre ad arte” significa elaborare delle norme, definire
delle modalità operative che consentano di conseguire uno scopo. Ma definire comporta, di necessità, una
limitazione: nel momento in cui una facoltà naturale viene imbrigliata entro un complesso di regole, ridotta
a tèchne, si impoverisce, viene circoscritta e limitata nelle sue potenzialità infinite, ridotte all’insieme
numerabile e preordinato di una casistica analizzata e minutamente descritta. Tale facoltà subisce, in
definitiva, la privazione del suo prerequisito fondamentale, la libertà (come ben viene illustrato nel Discorso
di un italiano sopra la poesia romantica) e gli uomini si trovano nell’impossibilità di amplificarla, a
differenza di quanto avveniva precedentemente, quando era informe, priva di norme e nome e, quindi,
priva di limiti e continuamente perfettibile.
L’autore, però, non si limita a constatare questa realtà, ma ne approfondisce l’analisi e rileva quattro cause
interdipendenti, illustrate nelle loro linee essenziali, secondo un criterio di tipo gerarchico che va dalla
ragione più generale e immediatamente riscontrabile a quella più sottile, cui dedica maggiore
considerazione.
La prima è legata al concetto stesso di arte veicolante l’idea secondo la quale si ritiene che la facoltà ad essa
ricondotta vi trovi definizione compiuta e perfetta e non vi sia, pertanto, necessità alcuna di migliorarla.
La seconda ragione addotta è la pedanteria, subordinazione passiva a dei principi, pedissequa imitazione
degli esempi precedenti, motivata dalla persuasione diffusa per cui sarebbe impossibile poetare senza
seguire norme astratte.
L’habitus o consuetudine, opposto alla natura, costituisce un altro elemento determinante, il cui effetto si
declina in modo duplice: da un lato l’artefice, di per sé, non riesce a deporlo a causa di una vera e propria
assuefazione a leggere e sentire poemi e opere di una certa sorta, i quali lo condizionano indirettamente a
produrne di simili, senza potersene discostare; dall’altro è l’attesa del pubblico, di fatto, a impedire al poeta
di seguire vie alternative poiché egli non ardisce proporre qualcosa di inconsueto che potrebbe deludere le
aspettative, cagionandogli il discredito o l’umiliazione. Ciò comporta la totale assenza di originalità che
potrebbe essere conseguita soltanto per mezzo della trasgressione, dalla quale ciascuno ragionevolmente si
astiene e per la quale sarebbe necessario coraggio.
In ultima analisi si colloca la ragione, a detta di Leopardi, più forte che viene descritta come una tendenza,
determinata dalla sovraesposizione ai modelli, a ricadere inevitabilmente in questi nonostante la manifesta
volontà di astrarre da ogni forma e genere precostituito per costituire una poesia propria e originale. La
similitudine naturale di un corso d’acqua che è naturalmente portato a scorrere nel solco tracciato da un
passaggio precedente esemplifica in modo semplice e immediato questa verità profonda.
Torna, in quest’ultima considerazione, l’opposizione irriducibile tra antichi e moderni, tra natura, latrice di
idee varie e molteplici, e cognizioni che depotenziano la facoltà inventiva.
La posizione assunta da Leopardi rappresenta una ulteriore conferma dell’impossibilità di attribuirgli la
semplicistica e inadeguata etichetta di classicista, che mal si adatta a restituire un’immagine autentica
dell’autore in tutta la complessità del suo pensiero.