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CORSO DI FORMAZIONE

SU
ETICA E DEONTOLOGIA
PROFESSIONALE
OBBLIGHI E DOVERI DEL
PROFESSIONISTA
E RISVOLTI PENALI
Vi sono numerosi doveri, in confronto a
pochi poteri e diritti che competono al
professionista intellettuale, come, tale e
come cittadino, che hanno oltre che un
significato giuridico anche uno etico e
schiettamente professionale.
Vi è, in particolare, tutto il complesso di
doveri che viene chiamato deontologia
professionale, la cui mancata osservanza
può concretare a volte una responsabilità
giuridica, ed in ogni caso una responsabilità
morale
I « doveri » o « obblighi » del professionista
possono essere

a) « obblighi legali penali » la cui


violazione fa nascere reati comuni, e che
fanno nascere quei reati a carattere
specificatamente professionale, nonché tutti
quei reati che danno vita alle
contravvenzioni penali
b) « obblighi o doveri legali civili »,
che si riferiscono all'esercizio professionale previa
abilitazione e iscrizione all'Albo, e al
risarcimento dei danni arrecati ad altri dal
proprio fatto illecito.

c) « obblighi o doveri legali disciplinari »,


che impongono il rispetto di tutti i regolamenti e
disposizioni degli Enti, Amministrazioni e Ordini
professionali dai quali il professionista dipende.
I RISVOLTI PENALI
L'operato di qualsiasi figura professionale è
suscettibile di essere valutato dall'autorità giudiziaria
sotto il profilo della responsabilità, ivi compresa quella
penale.
Non si sottrae a questo principio, la figura
dell'ingegnere, sia esso un libero professionista o un
dipendente (privato o pubblico), nei vari ruoli che esso
può ricoprire: progettista, direttore dei lavori,
collaudatore, responsabile di uffici tecnici di pubbliche
amministrazioni, destinatario di deleghe o incarichi in
materia di sicurezza sul luogo di lavoro, responsabile
dei lavori, coordinatore per la progettazione,
coordinatore per l'esecuzione dei lavori, soggetto
abilitato al rilascio di certificazioni, ecc..
Azione disciplinare e giudizio penale

Va rammentato che ai fini del giudizio disciplinare


non è necessario che il comportamento del
professionista assuma rilevanza penale, in quanto
la sanzione disciplinare va inflitta in relazione a
comportamenti deontologicamente scorretti, anche
se non integranti ipotesi di reato. (Cass., sez. III,
19-04-2000, n. 5076).
Il procedimento disciplinare attiene solo a
violazioni deontologiche, che sono
indipendenti dai rilievi di natura penale.
Secondo la giurisprudenza della
Cassazione, difatti, il giudicato penale non
preclude in sede disciplinare una
rinnovata valutazione dei fatti accertati dal
giudice penale, posto che sono diversi i
presupposti delle rispettive responsabilità.
Deve restare fermo il solo limite
dell'immutabilità dell'accertamento dei
fatti nella loro materialità, così come
operato dal giudice penale.
E’ inibito al giudice disciplinare di ricostruire
l'episodio posto a fondamento
dell'incolpazione in modo diverso da quello
risultante dalla sentenza penale dibattimentale
passata in giudicato.
Tuttavia, sussiste piena libertà di valutare i
medesimi accadimenti nell'ottica dell'illecito
disciplinare, con la conseguenza per la quale il
giudice disciplinare non è vincolato dalle
valutazioni contenute nella sentenza penale là
dove esse esprimano determinazioni riconducibili
a finalità del tutto distinte rispetto a quelle del
giudizio disciplinare. (cfr. Cassazione SS.UU.,
sentenze 23778/2010 e 5448/2012).
Va aggiunto, al fine di coordinamento di
disposizioni vigenti, che l’art. 653 del Codice
di procedura penale cpp al comma 1-bis
prevede che
“la sentenza irrevocabile di assoluzione ha
efficacia di giudicato nel giudizio per
responsabilità disciplinare davanti alle
Pubbliche Autorità quanto
all’accertamento che il fatto non sussiste
o non costituisce illecito penale o che
l’imputato non lo ha commesso”
Ne deriva che l’efficacia preclusiva della
prosecuzione del procedimento disciplinare non è
riconosciuta alle sentenze:
- di non doversi procedere per prescrizione,
amnistia, estinzione del reato, per assenza delle
condizioni di procedibilità
- di assoluzione perché il fatto non costituisce
illecito penale (vale a dire perché, pur essendo
presenti tutti gli elementi oggettivi, difetti l’elemento
psicologico)
- perchè il fatto non è previsto dalla legge come
reato (vale a dire ad es. che il reato è stato
depenalizzato);
- di archiviazione del procedimento penale
Per una sentenza di patteggiamento, ex art.
445 Codice procedura penale, viene
previsto che la sentenza “non ha efficacia
nei giudizi civili o amministrativi. Salve
diverse disposizioni di legge, la sentenza è
equiparata a una pronuncia di condanna”.
Il disposto di cui all’art. 653 cpp ha esteso
l’efficacia della sentenza di condanna (e
quindi anche del patteggiamento) ai
procedimenti disciplinari, assorbendo il
principio di efficacia del giudicato.
Va quindi coordinato anche l’aspetto tra
procedimento disciplinare e procedimento penale,
in caso di pendenza dell’uno e dell’altro.
Recente giurisprudenza di Cassazione (sentenza
n. 1172 del 21.1.2014), relativa ad ambiti
disciplinari di altra professione (psicologo) ha
sancito che “ove la condotta del professionista dia
luogo sia ad una contestazione disciplinare, sia ad
un procedimento penale, la pendenza di
quest'ultimo determina la sospensione del
procedimento disciplinare, e cioè della sua fase
amministrativa ovvero di quella giurisdizionale, se
già instaurata (cfr. per il procedimento disciplinare
notarile, Cass. n. 23367 del 18/11/2010).
…segue
E poichè tale effetto dipende dall'incidenza
dell'esito del giudizio penale su quello
disciplinare, in base all'art. 653 c.p.p. (cfr.
Cass. S.U. nn. 4893/06 e 2223/10), l'effetto
sospensivo deve ritenersi operante ipso iure
anche prima dell'avvio del procedimento
disciplinare, con la sola (peraltro ovvia)
precisazione che in tal caso ad essere
sospeso non e' il procedimento, ma
l'esercizio del sottostante potere pubblico”.
STRUTTURA DEL REATO
Elemento oggettivo
condotta (attiva o omissiva), nesso causale ed evento.
Secondo l’art. 40 Cp, non impedire un evento che si
l’obbligo di impedire, equivale a cagionarlo; nella
maggior parte dei casi è proprio l’omissione colposa
ad essere punita.
In ogni caso, perché un reato sussista, occorre che vi
sia un nesso causale tra la condotta e l'evento
verificatosi.
Occorre però ricordarsi che non parliamo solo di eventi
verificatisi in senso naturalistico, perché esistono
anche reati di mero pericolo che possono interessare
la professione.
Elemento soggettivo

il reato è doloso, o secondo l’intenzione, quando


l’evento dannoso o pericoloso, risultato dell’azione
od omissione, è previsto e voluto dal soggetto;
il reato è colposo quando l’evento non è voluto e
si verifica a causa di negligenza, imprudenza o
imperizia ovvero per inosservanza di leggi,
regolamenti, ordini o discipline;
il reato è preterintenzionale quando dall’azione
od omissione deriva un evento più grave di quello
voluto.
La posizione di garanzia
è quella ricoperta da colui (ad un ingegnere può
accadere spesso) il quale, in virtù della posizione
che ricopre, ha l’obbligo giuridico di impedire
l’evento dannoso o anche solo pericoloso, che
potrebbe ipoteticamente verificarsi, ai sensi
dell’art. 40 Cp..
Si pensi, ad esempio, al legale rappresentante di
un ramo d'azienda, al responsabile della sicurezza
aziendale, al direttore dei lavori, al responsabile
per la sicurezza dei lavori, al coordinatore per la
sicurezza per la progettazione o per l'esecuzione
dei lavori.
Secondo i principi del diritto penale, per
poter incolpare qualcuno, l'evento
dannoso o pericoloso, deve essere
concretamente prevedibile e, come
tale, evitabile, pertanto non dovrebbe
essere addebitato affatto
oggettivamente, bensì per imprudenza,
negligenza, imperizia o violazione di
regole di condotta specifiche.
“In tema di reato colposo, quando si verta in ipotesi di
responsabilità omissiva, l'addebito può essere
formalizzato a carico del titolare della posizione di
garanzia, ossia del soggetto gravato dell'obbligo di
impedire l'evento ex art. 40, comma 2, c.p., ma non
basandosi tale addebito solo sulla posizione di
garanzia, perché la responsabilità presuppone pur
sempre la presenza di una condotta
concretamente colposa, dotata di un ruolo
eziologico nella spiegazione dell'evento lesivo. In
altri termini, la posizione di garanzia non implica
automaticamente la responsabilità colpevole,
quando manchi la prova che il soggetto abbia
violato una specifica regola cautelare che avrebbe
agito su un evento prevedibile ed evitabile”.
(Cass.Pen.IV, 23/9/2009, n.42496).
E’ frequente che colui che ricopre una posizione di
garanzia, si vede addebitare un’evento dannoso o
pericoloso a titolo di colpa, in virtù della sola posizione
che ricopre, anche in ipotesi in cui la colpa è quasi
impercepibile, sì da sfociare nella denegata
responsabilità oggettiva.

Come ha infatti specificato la Corte di Cassazione “nel


campo della sicurezza sul lavoro, può escludersi
l'esistenza del rapporto di causalità unicamente nei
casi in cui sia provata l'abnormità del
comportamento del lavoratore infortunato e sia
provato che proprio questa abnormità abbia dato
causa all'evento” (Cass. Pen.Sez.IV n.13763, 10
febbraio 2011).
Autore del reato
Colui al quale il reato viene addebitato dalla Pubblico
Ministero ed, alla fine del processo penale, se
condannato con sentenza irrevocabile, sarà
considerato colpevole.
Spesso vi sono una pluralità di soggetti attivi (o correi),
ed è ricorrente nella costruzione di opere di notevoli
dimensioni, connotate dalla presenza di diverse
funzioni e mansioni.
Nei reati dolosi, quando gli autori del reato sono più di
uno, è un concorso di persone nel reato.
Nei reati colposi, quando gli autori sono più di uno si
parla di cooperazione colposa o di condotte colpose
indipendenti che congiuntamente hanno cagionato
l’evento.
“Se più sono i titolari della posizione di garanzia
ovvero dell'obbligo di impedire l'evento, ciascuno è
per intero destinatario dell'obbligo di tutela imposto
dalla legge fino a quando si esaurisce il rapporto
che ha legittimato la costituzione della suddetta
posizione di garanzia.(Fattispecie in cui la Corte
ha ritenuto la concorrente responsabilità del capo
cantiere per il reato di omicidio colposo aggravato
dalla violazione di norme antinfortunistiche,
ancorché risultasse essere stato nominato anche
un direttore dei lavori responsabile per la
sicurezza)”.
(Cass. Pen., sez.IV, 22 gennaio 2008, n. 8593)
CERTIFICAZIONI TECNICHE
Da anni è in corso una tendenza legislativa volta a
ridurre e talvolta ad eliminare l'intervento pubblico
di verifica e controllo della pratica edilizia.
A questa tendenza si è accompagnata una
continua responsabilizzazione dei tecnici, i quali si
sostituiscono all'organo pubblico nelle varie attività
da questo antecedentemente svolte, fattore che ha
comportato la maggiore esposizione del
professionista a rischi di implicazioni penali
direttamente collegate al contenuto delle
asseverazioni rilasciate.
La qualifica giuridica attribuibile a colui che,
debitamente abilitato, rilasci un determinato
certificato è quella di persona privata esercente un
servizio di pubblica necessità, ai sensi dell'art. 359
Cp.
In materia edilizia, affinché non vi fossero dubbi in
ordine al Vostro livello di responsabilità, l'art. 29
c.3 del DPR 380/01 specifica che il progettista
assume la qualità di persona esercente un servizio
di pubblica necessità ai sensi degli artt. 359 e 481
Cp, sicché, se emette un certificato non
rispondente al vero, può essere punito con la pena
della reclusione sino ad un anno.
Vi sono moltissime certificazioni che un ingegnere
nell'esercizio delle sue funzioni può essere chiamato a
compiere.
In genere la responsabilità del tecnico può venire in rilievo
tutte le volte in cui l'organo pubblico si limita ad attestare il
'deposito' della dichiarazione, attestazione, asseverazione,
certificazione, ecc., lasciando al tecnico di esprimersi sul
merito dei contenuti.
Con il ricorso a dichiarazioni come la DIA (Dichiarazione di
Inizio Attività) o la più recente SCIA (Segnalazione
Certificata di Inizio Attività) ai sensi del DPR n. 380/2001 è
stato possibile ridurre sensibilmente i tempi di attesa che
intercorrono tra il protocollo della pratica edilizia e l’inizio
dei lavori per alcune tipologie di interventi edilizi minori che
non prevedono incremento di volumetria e/o superficie
coperta o da realizzare in zone non vincolate.
L'asseverazione di conformità, unitamente alle
planimetrie, hanno valore di certificato.
Il tecnico, pertanto, di questa asseverazione che
rilascia in ordine alla conformità, ne risponde.
Per quanto riguarda le opere in conglomerato
cementizio, all'inizio dei lavori viene presentata
allo sportello da parte del costruttore una denuncia
di inizio dei lavori (art. 65 c. 1, 2 e 3, DPR
380/2001), la quale contiene in allegato opere
intellettuali del progettista tra cui il progetto, i
calcoli statici, le caratteristiche dei materiali, ecc.,
che hanno natura di certificato.
Entro 60 giorni dalla fine dei lavori, il
direttore dei lavori presenta allo sportello
unico la relazione di fine lavori (art. 65 c.6,
DPR 380/2001), in cui attesta e, pertanto,
certifica, che i lavori sono avvenuti
conformemente al progetto e che i materiali
utilizzati sono conformi a quanto dichiarato
inizialmente in tema di calcoli e materiali.
La stessa natura di certificato ha il collaudo.
Il collaudatore deve essere un professionista che non sia
intervenuto in nessun modo nella progettazione, direzione
ed esecuzione dell'opera, è chiamato ad attestare oppure
no la conformità dell'opera al progetto iniziale.
Il collaudatore può rifare i calcoli contenuti nel progetto se
lo ritiene necessario, nonostante non vi sia un obbligo
legale di ricalcolo.
É una valutazione molto delicata e non è un caso che la
legge richieda almeno dieci anni di iscrizione all'albo degli
ingegneri per poter esercitare un collaudo, infatti la
giurisprudenza è particolarmente severa circa la
responsabilità di queste figure, escludendo quanto più è
possibile l'esenzione di responsabilità in caso di progetto
presentante calcoli sbagliati.
Esistono poi tutte le certificazioni che
vengono effettuate a lavori ultimati o
addirittura a distanza di anni dal
completamento dei lavori.

Tra queste, a scopo esemplificativo si


possono annoverare
la certificazione energetica e
la certificazione acustica.
Tutti questi documenti hanno natura di
certificato.
In materia di falso, la relazione
d'asseverazione del progettista allegata alla
denuncia d'inizio d'attività edilizia (d.i.a.) ha
natura di "certificato", sicché risponde del
delitto previsto dall'art.481 c.p. il
professionista che redige la suddetta
relazione di corredo, attestando,
contrariamente al vero, la conformità agli
strumenti urbanistici.
La stessa cosa talvolta si ritiene per
l'allegazione di planimetrie false.
Pertanto commette il reato di falsità
ideologica in certificati, colui che
nell'esercizio di questa funzione di pubblica
necessità, attesti dolosamente
caratteristiche non corrispondenti al vero.
Con l'apposita aggravante se il certificato è
stato emesso a scopo di lucro (art. 481,
comma 2).
Tutti i reati sopra descritti hanno natura
dolosa.
In questo caso è sufficiente che si configuri il
dolo generico, che consiste nella
rappresentazione da parte dell'agente di tutti
gli elementi del fatto tipico, senza necessità
di ulteriori finalità collaterali.
Ciò che rileva è quindi che il soggetto che
firma la falsa attestazione sia cosciente che i
dati da essa riportati siano in tutto o in parte
falsi e, nonostante questo, ne attesti la
veridicità.
Questi reati non sono punibili a titolo di mera
colpa.
Potrebbe risultare semplicemente poco
credibile un errore commesso da un
professionista, dotato di tutta la
strumentazione idonea, nel compiere la
certificazione.
Pertanto, il sol fatto di essere un esperto del
settore, potrebbe essere non già la prova
del dolo, ma quanto meno un elemento
alquanto sintomatico della sua sussistenza.
REATI CONCERNENTI ABUSI URBANISTICO-
EDILIZI:
Art.44 DPR 380/01 (Testo Unico per l’Edilizia)
All'art.44 sono previsti sia reati comuni,
commissibili da chiunque e, a maggior ragione,
dalle figure previste dall'art.29, come il direttore dei
lavori o il progettista che, pertanto, possono
riguardare anche un ingegnere.

Essi sono addebitabili ad un soggetto, purché


risulti un suo contributo soggettivo all'edificazione
oggettivamente abusiva.
Reati previsti
a) l'ammenda fino a 10.329 euro per
l'inosservanza delle norme, prescrizioni e
modalità esecutive previste dal presente
titolo, in quanto applicabili, nonché dai
regolamenti edilizi, dagli strumenti
urbanistici e dal permesso di costruire;
b) l'arresto fino a due anni e l'ammenda da
5.164 a 51.645 euro nei casi di esecuzione
dei lavori in totale difformità o assenza del
permesso o di prosecuzione degli stessi
nonostante l'ordine di sospensione;
c) l'arresto fino a due anni e l'ammenda da
15.493 a 51.645 euro nel caso di
lottizzazione abusiva di terreni a scopo
edilizio, come previsto dal primo comma
dell'articolo 30. La stessa pena si applica
anche nel caso di interventi edilizi nelle zone
sottoposte a vincolo storico, artistico,
archeologico, paesistico, ambientale, in
variazione essenziale, in totale difformità o
in assenza del permesso.
La sentenza definitiva del giudice penale che
accerta che vi è stata lottizzazione abusiva,
dispone la confisca dei terreni, abusivamente
lottizzati e delle opere abusivamente costruite. Per
effetto della confisca i terreni sono acquisiti di
diritto e gratuitamente al patrimonio del comune
nel cui territorio è avvenuta la lottizzazione. La
sentenza definitiva è titolo per la immediata
trascrizione nei registri immobiliari.
Le disposizioni di tale articolo si applicano anche
agli interventi edilizi suscettibili di realizzazione
mediante denuncia di inizio attività ai sensi
dell'articolo 22, comma 3, eseguiti in assenza o in
totale difformità dalla stessa.
I reati descritti alle lettere a), b) e c) sopra
indicate, sono contravvenzioni, quindi, reati
meno gravi dei delitti.
Tuttavia, mentre la fattispecie di cui alla
lettera a) è estinguibile mediante il
pagamento di una semplice oblazioni, lo
stesso non vale per le contravvenzioni
descritte nelle lettere b) e c), in quanto, in
astratto, la pena pecuniaria prevista dalla
norma, è congiunta (e non alternativa) a
quella detentiva, nonostante quest'ultima sia
a propria volta ancora suscettibile di essere
convertita in pena pecuniaria.
REATI PAESAGGISTICO-AMBIENTALI
Sempre nella qualità di progettisti, esistono
anche sanzioni di tipo penale in materia di
opere d'arte per violazione del Codice dei
beni culturali e del paesaggio (D.lgs.
42/2004).
Bisogna fare attenzione non tanto a quei
beni il cui valore artistico è evidente (art.10),
quanto a quei beni dichiarati di interesse
artistico, storico, archeologico o etnico, dal
Ministero dei beni culturali (art.12-14).
Devono essere beni 1) realizzati da oltre 50
anni; 2) il cui autore non deve più essere
vivente; 3) devono essere stati dichiarati di
interesse culturale dal Ministero.
Per effettuare interventi su questi beni
occorrono delle autorizzazioni specifiche da
parte del Ministero o della Soprintendenza
(art.21).
Per la violazione di disposizioni in materia di
beni culturali si rischia di incorrere nelle
contravvenzioni di cui all'art.169 d.lgs.
42/2004.
Ci sono poi degli immobili, complessi di immobili,
aree, ville, giardini, parchi o punti di veduta
panoramici (art.136) che, in virtù di una
“dichiarazione di notevole interesse pubblico” della
Regione, possono essere assoggettati alla tutela
paesaggistica.
Per effettuare interventi su questi beni occorrono
delle autorizzazioni che rilascia la Regione su
parere della Soprintendenza (art.146).
Queste autorizzazione costituiscono il presupposto
per ottenere il permesso di costruire, la DIA e
quant'altro, ma non si sostituiscono ad esse.
Per la violazione di disposizioni in materia di
beni culturali si rischia di incorrere nei reati
di cui all'art. 181 d.lgs.42/2004.

Questo reato, per quanto concerne le


sanzioni, in parte rinvia alle sanzioni di cui
all'art.44, lett.c) del DPR 380/01 (che sono
contravvenzioni) mentre, in altra parte,
prevede delle autonome sanzioni (da 1 a 4
anni), per fattispecie che vengono qualificate
come delitti.
ABUSI RELATIVI AD OPERE IN
CONGLOMERATO CEMENTIZIO E A
STRUTTURA METALLICA
Il DPR 380/01, oltre alla prima parte dedicata
all'attività edilizia in generale, di cui abbiamo
appena visto alcuni reati, prevede una seconda
parte intitolata “normativa tecnica per l'edilizia”.
L'art.53 definisce praticamente tutte le opere di
conglomerato cementizio armato: normale,
precompresso, a struttura metallica, ed all'art. 64,
vengono esplicitate e previste la responsabilità per
progettazione, direzione ed esecuzione.
Tale articolo prevede quanto segue
- La realizzazione delle opere di
conglomerato cementizio armato, normale e
precompresso ed a struttura metallica, deve
avvenire in modo tale da assicurare la
perfetta stabilità e sicurezza delle strutture e
da evitare qualsiasi pericolo per la pubblica
incolumità.
- La costruzione delle opere di cui all'articolo
53, comma 1, deve avvenire in base ad un
progetto esecutivo redatto da un tecnico
abilitato, iscritto nel relativo albo, nei limiti
delle proprie competenze stabilite dalle leggi
sugli ordini e collegi professionali.
- L'esecuzione delle opere deve aver luogo sotto la
direzione di un tecnico abilitato, iscritto nel relativo
albo, nei limiti delle proprie competenze stabilite
dalle leggi sugli ordini e collegi professionali.
- Il progettista ha la responsabilità diretta della
progettazione di tutte le strutture dell'opera
comunque realizzate.
- Il direttore dei lavori e il costruttore, ciascuno per
la parte di sua competenza, hanno la
responsabilità della rispondenza dell'opera al
progetto, dell'osservanza delle prescrizioni di
esecuzione del progetto, della qualità dei materiali
impiegati, nonché, per quanto riguarda gli elementi
prefabbricati, della posa in opera.
Secondo l’art. 3 della l.1086/71, “Norme per la
disciplina delle opere di conglomerato cementizio
armato, normale e precompresso ed a struttura
metallica” si prevede poi che:
Il progettista ha la responsabilità diretta della
progettazione di tutte le strutture dell'opera
comunque realizzate.
Il direttore dei lavori e il costruttore, ciascuno per la
parte di sua competenza, hanno la responsabilità
della rispondenza dell'opera al progetto,
dell'osservanza delle prescrizioni di esecuzione
del progetto, della qualità dei materiali impiegati,
nonché, per quanto riguarda gli elementi
prefabbricati, della posa in opera.
Nel caso si violino le disposizioni dei citati
articoli si rischia di incorrere nelle sanzioni
penali previste dall'art. 71 DPR 380/01
Questi reati costituiscono figure del tutto
autonome ed indipendenti da quelli relativi ai
vari tipi di intervento legati al permesso di
costruire, DIA, ecc.
Quindi possono essere consumati tutte le
volte che si effettuano costruzioni in
cemento armato o in metallo, anche in
presenza delle autorizzazioni edilizie.
ABUSI EDILIZI IN ZONE SISMICHE

Il rispetto delle norme tecniche per l'edilizia,


previste agli artt.52 ss, non basta più
qualora le costruzioni vengano realizzate in
zone dichiarate sismiche.
In questo caso bisogna ottemperare anche
agli adempimenti di cui agli artt.83 ss del
DPR 380/01 ed ai Decreti Ministeriali
pertinenti in materia.
In sostanza, gli edifici devono essere
progettati e costruiti affinché resistano alle
sollecitazioni orizzontali e verticali dei
terremoti.
Anche le sopraelevazioni e le riparazioni
devono rispettare questi criteri.
Quanto alle sanzioni penali, esse sono
previste dall'art. 95 del DPR 380/2001
SICUREZZA ED IGIENE SUL LAVORO:
D.LGS.81/2008
Il d.lgs.9 aprile 2008, n.81 pone una
disciplina unitaria e sistematica in tema degli
tutela della salute e della sicurezza
nell'ambiente di lavoro, con rispettivi obblighi
e responsabilità.
La figura professionale dell'ingegnere potrà
essere incaricato dal datore di svolgere il
ruolo di responsabile del servizio di
protezione e di prevenzione [RSPP (art.
31)].
Con riferimento ai ruoli che l'ingegnere può
ricoprire in virtù delle proprie competenze, viene in
rilievo preliminarmente la figura del progettista.
L'art.22 espressamente dispone che i progettisti
dei luoghi e dei posti di lavoro e degli impianti
siano chiamati a rispettare i principi generali di
prevenzione in materia di salute e sicurezza sul
lavoro al momento delle scelte progettuali e
tecniche scegliendo attrezzature, componenti e
dispositivi di protezione che siano rispondenti alle
disposizioni legislative e regolamentari in materia.
La violazione di questa norma è punita con una
contravvenzione prevista dall'art. 57.
A fare luogo dal titolo II in avanti, esistono una
serie di obblighi a carico di datore di lavoro e
dirigenti, che possono riguardare anche la figura
dell'ingegnere, qualora questi sia destinatario di
deleghe in materia di sicurezza sul lavoro, oltre ad
alcune responsabilità per le figure specifiche
previste nel titolo IV in materia di cantieri.
Il Titolo II del d.lgs.81/2008 è dedicato luoghi di
lavoro (artt. 62 ss).
Qui esiste un reato previsti dall'art.68, sempre di
natura contravvenzionale, per il dirigente, specie
delegato in materia di sicurezza, per avere
consentito lavori in luoghi insalubri, inquinati, non
areati, ecc.
Il Titolo III del d.lgs 81/2008 è dedicato all'uso
delle attrezzature di lavoro e dei dispositivi di
protezione individuale.
Anche qui, il TU prevede in via alternativa le
sanzioni dell'arresto e dell'ammenda per il datore
di lavoro o il dirigente che abbiano messo a
disposizione attrezzature non conformi ai requisiti
di sicurezza dettati da specifiche disposizioni
legislative ed ai requisiti di protezione a tutela di
tali rischi (art.87 TU).
Le stesse sanzioni sono irrogate in caso di
mancata salvaguardia di rischi di natura elettrica.
Di notevole interesse, per l'ingegneria civile, è il
Titolo IV del Testo Unico in materia di sicurezza,
relativo alla sicurezza nei cantieri mobili o
temporanei.
Qui, stando al dato legislativo, la figura
dell'ingegnere può ricoprire diversi incarichi, tutti
costituenti posizioni di garanzia e precisamente:
Responsabile dei Lavori (art. 90):
Coordinatore per la progettazione (art. 91)
Coordinatore per l'esecuzione dei lavori (art. 92)
Gli obblighi spettanti a tali soggetti, oltre a quelli
generali, sono rispettivamente indicati, in modo
dettagliato, agli artt. 90, 91, 92 del TU.
La violazione degli obblighi indicati con
riferimento a ciascuna figura sopra descritta
comporta le sanzioni previste agli artt.157
(per i responsabili dei lavori) e 158 (per i
coordinatori).
In particolare si tratta di contravvenzioni
punite con l'arresto o l'ammenda a seconda
della gravità delle violazioni poste in essere.
Sempre nell'ambito della disciplina dei cantieri vi
sono inoltre specifiche prescrizioni per
l'esecuzione dei lavori in quota, per la viabilità nei
cantieri, per i lavori di scavi e fondazioni, per la
realizzazione di ponteggi in legname, di ponteggi
fissi e mobili, nonché per le costruzioni edilizie e
demolizioni.
Per la violazione di queste disposizioni contenute
nel titolo IV, sono previste le contravvenzione di
cui agli artt.157, 158 e 159, che contemplano pene
consistenti nell'arresto o nell'ammenda e, pertanto,
oblabili.
CENNI SU REATI IN MATERIA AMBIENTALE
Il d.lgs.152/2006 in materia di gestione dei rifiuti e
bonifica dei siti inquinati, prevede alcuni reati agli
artt.da 255 a 258.
Una delle contestazioni più frequenti è l'attività di
gestione di rifiuti non autorizzata descritta
dall'art.256.
La norma punisce la raccolta, il trasporto, il
recupero, lo smaltimento, il commercio e
l'intermediazione di rifiuti in mancanza delle
prescritte autorizzazioni.
Soggetto attivo del reato è il titolare dell'impresa o
il responsabile di enti.
Il reato è ascrivibile anche sotto il profilo della omessa
vigilanza di dipendenti che scarichino rifiuti violando la
norma.
Se si tratta di rifiuti non pericolosi, la sanzione consiste
in una contravvenzione, suscettibile di essere oblata.
Se si tratta di rifiuti pericolosi non è possibile
estinguere il reato mediante il pagamento di una
semplice sanzione pecuniaria.
Uno dei casi più frequenti è quello dell'abbandono non
autorizzato di rifiuti d'impresa edile, provenienti da
demolizione e ristrutturazione, anche se occasionale o
limitato.
Parimenti l'abbandono di pneumatici, batterie,
accumulatori e altri beni destinati allo smaltimento o
alla rottamazione.
Integra il reato di discarica abusiva l'accumulo
ripetuto di rifiuti (anche temporaneo) effettuato non
per ricevere una destinazione prevista dalla legge,
purché comporti il degrado dell'area interessata.
Occorrono quindi due elementi: l'accumulo
sistematico ed il degrado dell'area.
L'art. 257 punisce l'inquinamento del suolo, del
sottosuolo delle acque con il superamento di
determinate soglie.
Si tratta di una contravvenzione punita con pena
alternativa e pertanto oblabile.
Tuttavia se le sostanze sono pericolose, la
contravvenzione diventa a pena congiunta e non è
più oblabile.
CONNESSIONI CON ALTRI REATI DI
MAGGIORE GRAVITA'
E' importante ricordare che a fronte di
qualunque violazione concernente
qualsivoglia intervento edilizio, anche in
ambito di viabilità, ovvero violazioni in
materia di sicurezza, vi sono altri reati
comuni, ben più gravi, che possono
dipendere, anche solo in parte, dalle
violazioni viste prima oppure essere ad esse
connesse, onde anche l'ingegnere potrebbe
essere chiamato a risponderne.
I reati sono quelli di
-omicidio colposo (art.589 Cp),
-lesioni colpose (art.590 cp),
-disastro colposo (art.449 Cp).
Tali reati sono, all’evidenza, connessi con la
tipologia dell’attività svolta dal
professionista,e possono essere anche
conseguenti dei reati penali sopra indicati ed
individuati da disposizioni specifiche.