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Presentazione

Quando un discorso è condotto dalla sua stessa forza a


derivare neU’inattuale, si sottrae a ogni forma di grega-
rietà e può diventare il luogo, per quanto esiguo, di
una affermazione.
Roland Barthcs

A dispetto della sua continua evoluzione interna, la semiotica appare oggi


come una disciplina fortemente inattuale-, la sua ragion d’essere sembra estui La semiotici
dal presente, non per mancanza di pertinenza teorica o di efficacia esplicativa, come discip;
inattuale
ma per l’insistente e implicita azione di disturbo che essa esercita, appunto, ver­
so ciò che nel presente, agitandosi, si trova a dominare. Quali sonore regioni di
questa nietzschiana inattualità?
Al di là delle motivazioni di politica o di sociologia della cultura, questo ac­
cade per una ragione epistemologica facilmente ricostruibile: oggi ci troviamo
in una situazione culturale e intellettuale dove si è tornati a credere che da un
lato ci sono i fatti (studiati dalla Scienza) e dall’altro i valori (di pertinenza dello
Spirito), da un lato la Natura e dall’altro l’Uomo, da un lato la Ragione e dal­
l’altro la Storia. Si professano cosi due tipi di tendenze teoriche che, a ben guar­
dare, sono due facce della stessa medaglia, due poli di un unico sistema d’idee:
da un lato il cognitivismo, che porta avanti un programma di ricerca sostanzial­
mente naturalistico, dall’altro lo storicismo, che riformula ogni desiderio di co­
noscenza nei termini del magistero dell’esperienza umana. Siamo insomma tor­
nati a una fase del pensiero e della ricerca scientifica di marca pre-husserliana,
o, se vogliamo, pre-strutturalista.
Il che tocca da vicino il semiologo poiché - come vedremo - le basi episte­
mologiche della scienza delle significazioni sono fenomenologiche e strutturali-
ste, e appaiono dunque del tutto in antitesi con le tendenze oggi dominanti del
cognitivismo e dello storicismo. La semiotica, per sua configurazione interna,
non può che distinguersi da questa doppia opzione teorica: se ogni segno è
composto da due facce, ognuna delle quali non può fate a meno dell’altra, non Il linguappio c
possono esserci fatti fisici senza fatti intellettuali, significanti privi di significati, me luogo del •
sritttirsi di slip
espressioni senza contenuti e viceversa. Il linguaggio non è lo strumento di una petto e oggetti
semplice mediazione tra oggetto e soggetto, tra essere e pensiero (come spesso
s’è pensato all’interno della storia della filosofia); esso è semmai il luogo della
loro reciproca costituzione. Detto in altri termini, soletto; e oggetto, senza i lin­
guaggi, non hanno ragion d’essere. Se lo strutturalismo è nato per edificare, a
partire da questa idea tanto semplice quanto innovativa, una nuova forma di
studio dei fatti umani e sociali, la semiotica ha coltivato {’ambizione di porsi co­
me metodologia di queste scienze strutturali, come strumento di traduzione e di
sintesi tra di esse in nome di alcune generali categorie della significazione e del­
la comunicazione.
Il problema è che oggi questa forma di studio appare pressoché dismessa: e
molti non ne colgono Futilità e l’urgenza. Ed eccola ancora, la semiotica, in
quel “varco strettissimo” tra metafisica e logica matematica in cui si ritrovava
trent’anni fa1, dal quale ha sempre fatto fatica a emergere, salvo riuscire talvolta
8 PAOLO FABBRI, GIANFRANCO MARRONE

ad ampliarlo e a distendervisi con maggior agio e una qualche possibilità opera-


ava ed euristica. Attaccata contemporaneamente sui due fronti del calcolo logi­
co e della speculazione filosofica, la ricerca sulla significazione ha dovuto - e
deve ancora - combattere una doppia battaglia, fornendo materia sensibile e
sociale alle pure forme intellettuali, ma al tempo stesso segmentando e artico­
na nuova lando il mondo dell’esperienza umana e storica. Eccessiva ambizione?
sione delia Come alcuni filosofi hanno chiarito2, la vecchia dicotomia ermeneuticu tra
cotomia fra
■ legare e Spiegare e Comprendere non va più distribuita automaticamente nei due campi
imprendere antitetici delle Naturwissenschaften e delle Geisteswissenschaften, ma viene più
sottilmente articolata all’interno di ognuno dei due; non ci sono da un lato le
cause, studiate dalle scienze della natura, e dell’altro le ragioni, studiate dalle
scienze dello spirito. Non ci sono da un lato i fatti, esaminati da rigorosi sguar­
di logirizzanti, e dall’altro i segni, esperiti da empatie più o meno condivise. Ci
sono semmai complesse dialettiche interne, sia alle discipline cosiddette esatte
sia a quelle cosiddette umane, tra il momento della spiegazione causale dei fatti
e quello della comprensione razionale dei segni. E se per l’ermeneutica, da que­
sto punto di vista, la spiegazione è una mediazione obbligata per giungere a una
migliore comprensione del mondo, per la semiotica, al contrario, la compren­
sione è un semplice effetto di superficie di una più profonda spiegazione dei
fatti di senso, umani e sociali. Detto in altri termini: laddove per il filosofo l’ac­
costamento al mondo-òpera mira a renderne manifesto il senso, e per questo
deve in qualche modo analizzarne le forme costitutive, per il semiologo l’analisi
del testo-mondo ha lo scopo precipuo di svelarne l’articolazione di base, salvo
poi, a cose fatte, metterne meglio in evidenza il significato.
Superando questo genere di dicotomie, la semiotica si configura insomma
come un programma di ricerca sul senso (secondo lo slogan: mettere il senso in
condizioni di significare) che non sta né dal lato della filosofia meditativa né da
quello della scienza rigorosa, né dal lato della pura teoria contemplativa né da
quello della semplice applicazione di modelli già dati a oggetti qualunque; essa
distribuisce semmai il proprio lavoro su quattro diversi livelli di ricerca, stretta-
mente collegati fra loro-
(i) Al primo di questi livelli il lavóro semiotico è soprattutto analisi empirica di
insiemi significanti, incontro concreto con un corpus di dati ricchi di senso
melisi empirica di cui occorre rendere conto; senza un qualche contatto diretto con il mon­
^insiemi signi*
carni
do sensibile e sensato, nessuna scienza della significazione sarebbe possibi­
le. Prima ancora di configurarsi come una ipotesi generale sul funziona­
mento dei linguaggi c della comunicazione, la semiotica fa propria l’esigen­
za fondamentale di una descrizione di quei linguaggi e di quella comunica­
zione, e quindi di una valenza pragmatica del lavoro intellettuale,
(ii) lina tale analisi empirica, però, per avere reale efficacia esplicativa, ha bi­
sogno di un preciso metodo che permetta di dirigere verso quegli insiemi
significanti uno sguardo orientato, una ricognizione che vada alla ricerca
1metodo e di pertinenze prestabilite, che trasformi cioè la primitiva percezione di una
a costruzione
lei testo
qualche presenza del senso in un vero e proprio testo. L’analisi semiotica,
da questo punto di vista, è analisi testuale poiché riconfigura 1 dati sensibi­
li da esaminare in termini di precise forme, ossia di sistemi e processi di si­
gnificazione- E ia nozione di testo, in tal modo, non comprende soltanto i
testi propriamente detti, ossia i supporti materiali scritti di cui si occupano
i filologi, e nemmeno tutti i prodotti comunicativi di qualsiasi altro lin­
guaggio (gestuale, iconico, musicale etc.), ma, più in generale, qualsiasi
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porzione di realtà significante che può venire studiata dalla metodologia
semiotica, acquisendo quei fratti formali di chiusura, coerenza, coesione,
articolazione narrativa, molteplicità di livelli etc. che si riscontrano con
maggiore facilità nei testi propriamente detti (ma che, a ben guardare, li
eccedono).
(iii) Per far ciò, non tutti i metodi vanno bene. Piuttosto che avvicinarsi al te­
sto con modelli fra loro incomparabili o con categorie interpretative ete­
roclite, è necessario che il metodo usato venga passato al vaglio di una La tc<
teoria che faccia interagire modelli e categorie, interdefinendoli fra loro.
In tal modo, le categorie d’analisi divengono concetti, riorganizzati in un
quadro d’insieme che ne controlli non solo il valore euristico rispetto al
mondo ma anche il rigore teorico in sé: se l’analisi deve essere efficace, c
necessario che si fondi su una teoria determinata; tale teoria, però, non
viene fondata a priori, ma si basa a sua volta sull’esito di precedenti lavo­
ri d’analisi. Il che impedisce qualsiasi forma di distinzione tra momento
teorico presunto puro e momento interpretativo che ne consegue più o
meno meccanicamente: l’analisi semiotica dei testi, infatti, non applica
un metodo elaborato in precedenza, ma indica la direzione di una teoria
a venire. L’analisi, in altre parole, non è fine a se stessa, né tantomeno
serve a esibire le derive di un’ermeneutica più o meno mascherata, Essa
mira semmai alla teoria generale del senso e della significazione: metten­
do il senso in condizioni di significare, essa dà luogo a nuove ipotesi teo­
riche e metodologiche, tracciando la strada per una loro parziale verifi­
ca. Da qui un celebre paragone*: come l'etnologo, di fronte alle culture
altre, è portato a mettere in discussione se stesso e le proprie categorie II lesi*
"selva
interpretative, allo stesso modo il semiologo, di fronte al testo, deve sa­ scmiol
per abbandonare i propri sguardi stereotipi in nome di più efficaci stru­
menti di descrizione e di comprensione. Il testo è il “selvaggio” del se­
miologo: le resistenze che esso gli oppone si trasformano in stimoli per la
ricerca ulteriore.
(iv) Occorre infine che i concetti, dopo essere stati interdefiniti teoricamente,
vengano passati al vaglio di una riflessione filosofica più ampia che ne valu­
ti le conseguenze epistemologiche, esercitando una sorta di controllo al La riti
vertice e instaurando cioè una conversazione con altre forme di riflessione fìlosol
filosofica sui medesimi campi d'indagine. In questo senso, la semiotica è
una filosofia del linguaggio, ma di tipo molto particolare; si tratta, potrem­
mo dire, di un etfilosofia con altri m eni: non quelli della pura analisi con­
cettuale, ma quelli di una analisi testuale fondata metodologicamente e
teoricamente.
Questi quattro livelli della semiotica, ovviamente, non sono separabili tra lo­
ro poiché, se pure di natura diversa, fanno parte di un comune progetto di ri­
cerca. La loro gerarchia è di tipo logico, non valutativo, e non esclude una ne­
cessaria circolarità: laddove ranalisi empirica ha bisogno, oltre che di metodi
adeguati, di nozioni teoriche che quei metodi giustifichino, la riflessione episte­
mologica ha a sua volta bisogno del supporto testuale che la ancori alla fertilità
dell’empiria. E così via: epistemologia, teoria, metodo e analisi empirica non
possono e non devono procedere autonomamente, pena la fallacia esplicativa e
la mancanza di comprensione dei fenomeni posti a oggetto del proprio sapere.
Così come, per esempio, è del tutto inutile un’analisi semiotica delle passioni
senza una parallela riflessione sui nessi tra ragione, passione e azione, è assolu-
10 PAOLO FABBRI. GIANFRANCO MARRONE

tamente fuorviarne una riflessione sulla sensorialità senza alcuni chiarimenti


concomitanti circa il tipo di esperienza percettiva a cui ci si sta riferendo, l’im­
li anelli magine del corpo che si presuppone o l’idea di cognizione che ile deriva. Uno
anéanti degli scopi della ricerca semiotica futura è infatti quello di cercare gli anelli
mancanti che uniscono e organizzano questi quattro fondamentali livelli4, di oc­
cupare gli interstizi e costruire dei ponti tra momenti della ricerca che ancor og­
gi vengono spesso intesi in modo inutilmente autonomo.
Da qui l’idea di elaborare una Semiotica in nuce attraverso un’antologia di al­
cuni dei principali testi fondatori della disciplina. Più che proporre un ennesi­
mo libro introduttivo5 - col rischio di costruire più un anamórfico Manuale
Cencelli della ricerca che un reale strumento didattico -, abbiamo preferito far
parlare direttamente i testi, ordinandoli per capitoli tematici e accompagnando­
li con brevi presentazioni che mettano a fuoco i principali problemi da essi trat­
tati. Uno strumento di lavoro, quindi, con una precisa idea delia semiotica che
implicitamente lo sorregge.
>ue modi Ci sono insomma due modi di intendere la semiotica. Il primo è quello di
i intendere
<semiotica pensarla come un campo di problemi di varia natura, con una qualche tangenza
fra loro ma sostanzialmente non traducibili in vista di una comune linea di ri­
cerca: così, intorno al tema generale del linguaggio e della comunicazione si agi­
tano questioni di ineguale complessità e di eterogenea base epistemologica co­
me quelle della cognizione, della comunicazione animale, della semantica lin­
guistica, dei linguaggi iconici, dei mass media etc. Il secondo modo è invece
quello di tagliare all’interno di questo campo aperto di questioni una serie co­
erente di concetti e di categorie, cercando - come s’è detto - di interdefinirli fra
di loro e di orientarli verso un’unica pertinenza: quella del senso umano e socia­
le, dunque della sua articolazione in quanto significazione.
Questa antologia intende inscriversi all’interno del secondo orientamento, il­
lustrando i punti chiave e gli snodi di un cammino teorico che ha inizio con la
linguistica strutturale di Saussure e di Hjèlmslev, è continuata con le ricerche di
-a struttura Jakobson, Lévi-Strauss e Barrites, per approdare alla semiotica generativa di
ii questa
intologia Greimas e della sua scuola. Più che rendere conto degli orientamenti di una
specifica corrente semiotica, questo libro vuole ¡però mostrare - in nuce - alcu­
ne fasi fondamentali del suo sviluppo teòrico, non solo per motivarne la coeren­
za interna, ma anche e soprattutto per arrivare a riprendere alcuni problemi an­
cora oggi aperti.
La divisione dell’opera in due volumi consegue appunto da questa scelta
Primo volume: programmatica. Il primo volume (che qui si presenta) si occupa, per così dire,
I passato del passato prossimo della semiotica, soprattutto in relazione a qùel vasto movi­
prossimo mento d’idee e di metodi che è stato lo strutturalismo. Suddiviso in cinque
grandi capitoli - Sguardi introduttivi, L’epistemologia strutturalista, Analisi
poetica e mitologia, Senso e significazione, Dal racconto alla narratività - vi si
troveranno i testi dei principali studiosi che hanno messo in relazione una teo­
ria della significazione con il metodo strutturale. Il secondo volume si occuperà
■ ìccondo volu- invece del futuro anteriore della scienza della significazione, in modo da rico­
ne: il futuro struire le piste che gli attuali lavori in Corso stanno preparando in vista della ri­
interiore cerca ulteriore: in esso si troveranno questioni tuttora aperte quali la teoria del­
l’enunciazione, il discorso, la figuratività, le passioni, l’estesia.
Tra il primo e il secondo volume si colloca una Vera e propria svolta interna
alla ricerca semiotica: l’introduzione dei problemi legati al valore, e all’efficacia,
PRESENTAZIONE 11
all’affettività e alla credenza, alla sensorialità è al corpo ha infatti modificato
fortemente la fisionomia di una teoria della significazione, nella direzione di
uno studio dei processi semiotici oltre che dei sistèmi, del valore performativo La w.
dei testi più che rappresentativo, del carattere somatico del semantico più che scmi<
cognitivo. Una svolta che, a ben guardare, affonda le proprie radici proprio in
quel passato prossimo dal quale, volente o nolente, deve prendere le distanze.
Non si tratta di un rinfaccio o di un rifiuto: è semmai un’interessata dimostra­
zione di riconoscenza12*46.
Bologna, marzo 2000
P. F. - G, M.

1 Cfr. Greimas (1970).


2 Cfr. Ricoeur (1990).
’ Cfr. Greimas (1976a).
4 Cfr. Fabbri (1998).
’ Dopo una prima fase pionieristica, in cui l'entusiasmo della ricerca sulla significazione ha
moltiplicato i libri introduttivi - corne i celebri Barches (1964b) e Eco (1975) — , ecco adesso una
nuova ondata dì testi che propongono sintesi della semiotica, a scopo prevalentemente didattico.
Cfr. per es,, in lingua italiana, MarsCiani-Zinna (1991), Caprettini (1997), Bettetini-Cigada-Ray-
naud-Rigotti, a cura (1999), Volli et al. (2000), Rutelli (2000).
6 Pensate e discusse insieme, le premesse alle cinque parti del volume sono state redatte da
Gianfranco Marrone. Si ringraziano Pier Luigi Basso, Stefano Montes e Antonio Perri per il lavo­
ro di traduzione.
Premessa

Alla base della semiotica sembra esserci una serie di curiosi paradossi: un
paradosso storico-fondativo, un altro riguardante l’oggetto di studio, un terzo
I paradossi che verte sul nome stesso della disciplina.
della semiotica Per quel che riguarda il problema delle origini storiche, è opportuno osser­
vare che del segno, del linguaggio, della comunicazione e del senso s’è sempre
discusso, soprattutto all’interno della storia della filosofia; ma la semiotica co­
me disciplina a sé stante, con un suo preciso insieme coerente di metodi e di
concetti fra loro interdefiniti, è una disciplina molto giovane, che possiamo far
risalire grosso modo alla seconda metà del ventesimo secolo. Da che cosa deri­
va questo (apparente) paradosso? Innanzitutto osserviamo che non si tratta di
una condizione tipica delia sola semiotica: basti pensare all’estetica, alla socio­
logia, alla psicologia o alla linguistica, tutte discipline che si sono istituzional­
mente costituite in periodi relativamente recenti, ripensando alla radice ogget­
ti d’indagine e campi problematici che in tanti altri orientamenti di studio era­
no da tempo stati affrontati. Inoltre, va osservato che nella storia della cultura
e del pensiero le questioni semiotiche sono state discusse quasi sempre in ter­
mini non unitari, e spesso sono state disseminate in discipline molto diverse
come la logica, la metafisica, la teoria della conoscenza, la retorica e la poetica,
ma anche la medicina, la fisiognomica, l’arte della divinazione, l’emblematica e
simili. Ricordiamo infine che, per quanto già dall’antichità la nozione^ di segno
La polisemia fosse stata coniata, i principali pensatori e studiosi che la hanno definita non
della nozione hanno parlato necessariamente della stessa cosa: se in Parmenide, per esempio,
di segno si discute di segno in termini di tracce della divinità, in Ippocrate esso è il sin­
tomo di una malattia, in Aristotele una prova da portare in tribunale, negli
stoici il meccanismo dell’inferenza logica, in Agostino l’equivalente di una pa­
rola etc. Insomma: così come nessun fisico odierno indicherebbe gli atomisti
come propri antenati concettuali, allo stesso modo nessun semiologo odierno
potrebbe usare la nozione ippocratica o agostiniana di segno senza ripensarla
alla radice, interdefinendola con altre nozioni a esso collegate, e dunque tra­
sformandola completamente, anzi addirittura eliminandola dal proprio baga­
glio metodologico e teorico.
Da qui il secondo paradosso: la semiotica, cosiddetta “scienza dei segni", fon­
da la propria autonomia disciplinare, le proprie basi epistemologiche e concet­
tuali, proprio superando una nozione comune e tradizionale di segno, ossia de­
costruendola e redistribuendola in una serie di nozioni di maggiore rigore teori­
co. Il segno appare agli occhi dei semiologo ciò che la parola è per il linguista: il
punto di partenza di un’indagine che va alla ricerca di entità che lo compongono
o nelle quali esso si compone. Le parole (o lessemi) sono composte di tante parti
(monemi, fonemi, tratti fonologici) e a loro volta sono parti di sistemi più gene-
PREMESSA 15
rali e complessi (frasi, testi, discorsi). È così che, se il parlante comune crede di
esprimersi attraverso parole, in realtà non fa altro che costruire quelle parole e,
con esse, produrre frasi e discorsi. Per questa ragione, il linguista mette tra pa- i.,
rentesi l’ardua questione dell'esistenza stessa dei lessemi, per analizzarne le parti s»
costitutive e le relazioni che essi intrattengono con altri lessemi. È il senso comu- dl:
ne che immagina la lingua come un semplice dizionario; il linguista gli obietta
che essa è soprattutto morfologia, grammatica e sintassi. La lingua, diceva Saus­
sure, non è un insieme di cose ma un sistema di pure differenze. Allo stesso mo­
do il segno è soltahto la parte emergente di un complesso lavorio sottostante
che, se pure non appare al momento della comunicazione, è proprio ciò che la
rende possibile. Un segno è, da un lato, la risultante manifesta di una struttura­
zione soggiacente di elementi e, da un altro lato, il componente di una struttura
più ampia. La vita del segno dipende in tutto e per tutto dalle strutture che lo
producono e lo sorreggono, ovvero dalle relazioni che le sue parti intrattengono
per porlo in essere, ma anche dalle relazioni che esso stesso intrattiene con altri i.,i
consimili segni entro un più generale sistema di significazione. Per questa ragio- '»>
ne, occorre definire la semiotica, non più come una scienza dei segni, ma come
una teoria dei sistemi e dei processi della significazione. I11
Il terzo paradosso riguarda infine una questione terminologica, dietro la
quale si rivela una più profonda trasformazione concettuale. Esiste un certo
numero di termini per indicare la disciplina: oltre ’semiotica’, oggi più in uso,
alcuni studiosi hanno proposto anche ‘semiologia’, semeiotica’, ‘semasiologia’,
’seroanalisi’, ‘semantica’, talvolta differenziando gli oggetti di studio, talaltra
dissodando nuovi campi d’indagine. In linea di massima, i termini più ricor­
renti sono comunque ‘semiologia’ e ‘semiotica’. Qual è la differenza? Sostan­
zialmente nessuna. Di fatto, però, i due termini hanno progressivamente as­
sunto valori molto diversi. Il primo (‘semiologia’), sorto e diffuso in area fran­
cofona, era il modo con cui più frequentemente si indicava la disciplina negli
anni Sessanta, periodo in cui essa era ancora considerata come una semplice
scienza dei segni - ed era molto di moda. Il secondo (‘semiotica’), diffusosi ori- mil
ginariamente in area anglofona, rinvia a uno stato della disciplina che, come s’c
detto, ha superato la nozione di segno e, con essa, una certa ingenua dipen­
denza nei confronti dei modelli linguistici - ma non è diffuso quanto in passa­
to. Così, l’immagine della disciplina che ancor oggi generalmente circola - e
che si ritrova spesso nei dizionari, nei media o nei discorsi dei non addetti ai
lavori - è quella della semiologia come scienza dei segni, non della semiotica
come teoria della significazione.
I tre saggi di questa prima sezione discutono principalmente questi proble­
mi: nel saggio di Fabbri si ricostruiscono le principali tappe che hanno portato
a una vera e propria svolta all’interno degli studi semiotici, attraverso una pro­
gressiva emancipazione dall’idea di una scienza dei segni pensata a modello del­
la linguistica propriamente detta; in quello di Marrone si segue un itinerario si­
mile attraverso l’analisi di alcuni termini chiave della disciplina quali ‘significa­
to’, ‘contenuto’ e ‘senso’; in quello di Floch, infine, si offre un panorama com­
plessivo dello stato attuale, della semiotica, attraverso una prima presentazione
dei concetti e dei modelli che verranno ripresentati ed espansi nei capitoli suc­
cessivi, sia di questo sia del prossimo volume.
Una storia tendenziosa*
Paolo Fabbri

Vorrei cominciare con una storia tendenziosa o, per meglio dire, con un ab­
bozzo storiografico che - a partire da queUa che presumo sia una svolta —inten­
de ricostruire l’affermazione e la diffusione della semiotica. Sul segno si è sem­
pre riflettuto, in tutte le epoche e in tutte le culture: Aristotele in Grecia, Pani­
ni in India, qualcun altro ancora nel Seicento e così via. Ma questo non è un
problema. Quel che mi interessa è invece ricostruire l’affermazione della semio­
La semiotica tica come disciplina, ossia come piano di consistenza teorica che assume un cer­
come disciplina to nùmero di enunciati in un’epoca precisa. Ora, possiamo datare una tale af­
fermazione della semiotica come disciplina autonoma agli inizi degli anni Ses­
santa, ossia, molto semplicemente, non più di una generazióne fa.
La semiotica che da quel periodo in poi è stata praticata può essere riassunta
in due fondamentali caratteristiche, ognuna delle quali può essere a sua volta
indicata attraverso il nome di uno studioso - fermo restando che né tali nomi
esauriscono la ricerca semiotica dell’epoca né la semiotica dell’epoca esaurisce
la loro personalità intellettuale.

Semiologia e tradizione umanistica


Riassumerò la prima caratteristica attraverso il nome di Roland Barthes. Bar-
tbes praticava una semiologia (non ancora una vera e propria semiotica) come cri­
Il programma tica delle connotazioni ideologiche presenti in jun modo o nell’altro in quell’iper-
di Barthes sistema di segni che è, a suo avviso, la lingua. La semiologia deriva secondo Bar­
thes dall'idea che esistono diversi sistemi di segni all’interno di culture date.
Questi segni non vanno studiati separatamente, ognuno preso di per sé, ma in
quanto regimi di significazione, ossia in quanto elementi presenti entro sistemi
semiotici organizzati e autosufficienti. Il problema sta nel fatto che - per Barthes
- questi sistemi di significazione sono tutti comprensibili e traducibili in quel su­
premo, estremo sistema di segni che è la lingua. La lingua naturale è intesa come
un sistema di segni che, se dà un lato è come tutti gli altri, significa come un
comportamento gestuale o una sinfonia musicale, da un altro lato possiede una
caratteristica fondamentale: quella di aver specializzato una parte di se stessa si­
no al punto da poter parlare - attraverso elementi o regole particolari - dei siste­
mi di segni. À differenza di altri sistemi (visivo, gestuale, musicale, spaziale etc.),
la lingua gode della possibilità di nominare se stessa e gli altri segni della cultura.
" Da: Paolo Fabbri, La svòlta semiotica, © 1998, Roma-Bari, Laterza, pp. 3-18.
UNA STORIA TENDENZIOSA 17

C’è insomma io Barthes un’irreversibilità tale per cui si può dire che, alla fi­
ne, la semiotica è una sorta di trans-linguistica, ossia una linguistica capace di
parlare, oltre che della lingua, di tutti i Sistemi di segni. Semplifico, ma grosso
modo è cosi1.
Da qui l’idea che, ritrovando segni diversi nascosti dentro o attraverso la lin­
gua, la semiologia diventa una critica delle connotazioni ideologiche, uno svela­
mento dei segni dell’ideologia sociale. Ho l’impressione che la maggior parte di
noi, oggi, abbia dimenticato chi era Barthes prima di essere un semiologo: negli Li!
anni Cinquanta Barthes è un critico teatrale, il quale ha avuto il merito della dif­ con
fusione e della difesa dell’opera di Berthold Brecht in Francia. Se si ricorda 1idc- ■« c

questo dato biografico (e teorico), si capisce benissimo che cosa significa prati­
care la semiologia come critica delle connotazioni ideologiche. Barthes è innan­
zitutto un brechtiano, e come tale pensa alla possibilità che la semiologia sia
una disciplina capace - con la sua organizzazione concettuale - di distruggere,
dissipare, decostruire (se volete usare un termine di oggi) quell’insieme di
connotazioni culturali, sociali e ideologiche che la borghesia ha calato sulla lin­
gua2. L’idea è quella di decostruire queste connotazioni ideologiche - che han­
no un carattere sistematico - e di liberare un grado zero della lingua, una forma
bianca della lingua, una forma che evidentemente è legata, in quel periodo, al
progetto di una società libera, senza ideologia, senza classi1.
Se non ricordiamo questo, se non rileviamo queste due connessioni, non capi­
remo né il successo della semiotica - immeritato forse, ma certamente fondamen­
tale all’epoca - né Í suoi limiti futuri. Oggi, per esempio, potremo essere d’ac­
cordo nei sostenere che la critica della dimensione ideologica della Società ha per­
so un po’ d’attualità: la parola ideologia non viene neanche più pronunciata.
La diffusione della semiologia barthesiana deriva proprio dall’essere stata
una sintesi tra la dimensione critica brechtiana e l’idea della predominanza del ac* «I
linguaggio verbale su tutti gli altri sistemi semiologici. Allora, il problema teori­ lui
co fondamentale era la trans-linguistica. Era del resto anche il periodo del co­
siddetto linguistic turn, ossia di quel tentativo filosofico - portato avanti nei ATI
paesi anglosassoni - di porre il linguaggio al centro della problematica umana c
sociale’1. In un modo come nell’altro, questo gran privilegio accordato al lin­
guaggio si basava su una dimensione teorica ragionevole. L’idea era quella che,
per studiare l'uomo, occorreva analizzare quanto meno il suo linguaggio, ossia
tutto ciò che accade quando esso comunica e si intende con i suoi simili. Era un
modo sicuro per evitare di pensare l’uomo come una cosa o come un soggetto
separato (al modo del positivismo), analizzando invece la dimensione umana c
sociale attraverso la maniera con la quale gli uomini stessi si rappresentano c
comunicano tra loro. •
Si comprende bene, a distanza di alcuni decenni, la ragione del successo di
questa semiologia linguisticizzante c del linguistic tum. Essi, in fondo, rispon­
devano alla profonda aspirazione della nostra cultura umanistica verso le cosid­
dette arti liberali. La nostra vecchia cultura Umanistica è un insieme di saperi
fondato sulle arti liberali - grammatica, retorica, filosofia etc. -, un insieme di ri*
saperi in cui E linguaggio verbale mantiene una posizione di assoluto privUegio, uh
in quanto luogo unico di espressione deU’umanità e di manifestazione della ci- S(h
viltà. L’ermeneutica, oggi, non è altro che E prosieguo di questa tradizione uma­
nistica che pone la verbaiità al centro deUa socialità (e che io considero perfet­
tamente polverosa, assolutamente sorpassata dada condizione epistemologica
contemporanea).
18 PAOLO FABBRI

Una semiologia: intesa come trans-linguistica - ricollegandosi idealmente a


questa tradizione umanistica - non poteva che avere successo. Ma sta qui, a mio
avviso, anche la ragione della sua fine. Inserendosi in una scia culturale che, for­
se, non gli apparteneva di diritto, lo studio della significazione si è dissolto nel
generale umanesimo che dominava la cultura degli anni Sessanta, finendo per
scomparire con esso. La capacità di rottura epistemologica insita nella questione
della costruzione del senso, filtrata dalla vecchia cultura umanistica - grammati­
ca, retorica, filosofia etc. -, ha raggiunto cosi il pieno successo solo nel momento
in cui ha tradito il suo scopo precipuo e originario. Perché studiare la semiotica,
quando questa non è altro che una trans-linguistica, ovvero una domanda di sa­
pere già presente nella vecchia tradizione umanistica? perché fondare una teoria
del discorso quando questa è già insita, per esempio, nell’antica retorica? Basta
riprendere gli studi umanistici sul linguaggio - come si è finito per fare - e la se­
miotica è nello stesso tempo fondata e rinnegata, diffusa e dissolta,
Il caso più evidente di questa diffusione e dissoluzione della semiologia
barthesiana nella tradizione umanistica è quello legato alla ripresa della retorica
antica5, Il recuperò della retorica provoca quello che considero un perfetto
.’infelice esempio di babek infelice. L’accumulazione delle figure retoriche - quale viene
carperò fatta per esempio nei grandi manuali di un Lausberg6 o di un Perelman7 - è
Iella retorica
mica molto chiaramente un tentativo di mettere insieme, in una prospettiva teorica in
linea di principio unitaria, definizioni coniate e problemi discussi all’interno di
teorie, filosofie, epistemologie profondamente diverse fra loro. Le figure retori­
che proposte nel corso di due millenni rispondono a definizioni del linguaggio
completamente diverse. Pensate al fatto, per esempio, che Fontanier - un gran­
de teorico della retorica classica - considerava all’interno della sua teoria le fi­
gure di passione: l’imprecazione, la deplorazione etc. A un certo punto, pierò, le
figure di passione scomparvero dalla dottrina retorica, per la semplice ragione
che non si considerava più pertinente la problematica della passionalità. Quin­
di, un certo tipo di teoria del funzionamento linguistico e concettuale (la retori­
ca) è variato in funzione del tipo di prese di posizione sul linguaggio: e ne sono
venute fuori tipologie di figure retoriche molto differenti fra loro.
Mettere insieme - come hanno fatto molte neo-retoriche semiologizzanti - le
figure del discorso definite a partire da teorie del linguaggio molto diverse ha fi­
nito per implicare la produzione di enormi “centoni” di cose tra loro incon­
grue, incomparabili, incommensurabili. Così, il rientro della retorica ha contri­
buito a un particolare stile di confusione, perché ha fatto apparire come com­
possibile una congerie di elementi che prendevano le mosse teoriche da diversi
tipi di classificazione e di orientamentò del fenomeno del significato discorsivo.Il

Il paradigma semiotico:
Nello stesso momento in cui - come si è appena detto - la semiologia di stam­
po barthesiano si dissolveva nelle diverse arti liberali, un altro tipo di semiotica
andava invece consolidandosi in un preciso paradigma di ricerca. Porrei questo
1 paradigma di paradigma semiotico sotto il nome di Umberto Eco. Lo specifico del paradigma
Jmberto Eco e di ricerca semiotica consolidatosi attraverso la figura di Eco è quello di porsi, in
a semiotica di
Pcirce
maniera radicale, contro l’eredità sàussuriana, ossia contro tutto ciò che per Bar-
thes e per altri rappresentava il momento di rottura che all’inizio del secolo (di­
ciamo tra Bréal e Saussure) costituiva la formazione di una disciplina scientifica
UNA STORIA TENDENZIOSA 19

qual è la semiotica8. Eco valorizza una diversa tradizione (del resto già implicata
nel progetto semiotico): quella inaugurata da Charles Sanders Peirce9.
La semiotica di Peirce parte dall'idea di non valorizzare in modo particolare
il linguaggio. Per Peirce la teoria del segno era una semiotica, ossia uno studio
di tutti i tipi di segni, non soltanto una semiologia, ossia uno studio dei segni a
partire dal linguaggio verbale e umano. Ma si potrebbe forse convertire l'ipote­
si, dicendo che Peirce non aveva affatto un’idea chiara di che cosa sia il linguag­
gio; Peirce era un filosofo con una formazione linguistica del tutto insoddisfa­
cente; ma era però un grande epistemologo, forse uno dei più grandi epistemo­
logi del nostro tempo.
Così, il nucleo della posizione radicale di Eco è quello di escludere una se­
miologia di tipo barthesiano e di risalire - al di là della rottura epistemologica
saussuriana - all’idea che c’è una storia del segno, una storia della nozione di La
rinvio segnico che non ha bisogno di definirsi a partire dall’apertura del para­ del
digma teorico della semiotica, ma che risale per filosofiche vie sino all’inizio
della nostra cultura. Al primo dischiudersi del pensiero greco, ecco emergere
tutta una riflessione sul sema, sul semeion, sul nous, ossia un pensiero sul segno
che appare come costitutivo della filosofia stessa10.
Ma come si assesta questo paradigma della semiotica (rispetto al quale in se­
guito viene fatta la svolta)? Lo semplifico ancora una volta con alcuni tratti, evi­
dentemente caricaturali. Come si sa, uno dei modi di produrre delle caricature
è quello di rinforzare un solo tratto del modello che si vuol caricaturizzare, la­
sciando in secondo piano gli altri. Si prende una caratteristica del viso, per e-
sempio la fronte, e la si gonfia a dismisura; nello stesso tempo si riducono la
bocca, le orecchie etc.: nasce così la caricatura. Quindi la caricatura è l'ingros­
samento di un qualche tratto fisiognomico. Ma si tratta di una operazione inevi­
tabile; ogni modo di riprodurre un viso - notava Wittgenstein con finezza - è in
qualche modo una caricatura.
Se è così, quale inevitabile caricatura possiamo dare delle strategie costitutive La c
del paradigma semiotico? La prima strategia messa in campo da Eco è quella di a pr
una classificazione a priori dei segni, linguistici e no. Come in Peirce c’è una
gigantesca catalogazione di segni e una grandiosa tipologia delle possibili
combinazioni dei segni fra loro, quindi una morfologia e una gerarchia dei se­
gni molto complesse, allo stesso modo questo tipo di semiotica portata avanti
da Eco si pone come una teoria di tipo tassonomico. Essa in primo luogo classi­
fica i vari ripi di segni, e in secondo luogo studia i modi con cui si passa da un
segno all'altro. Accanto alla componente classificatoria c’è quindi una compo­
nente sintattica, che si occupa di movimenti e di azioni.
Ma come si costituisce la sintassi tra i segni? Nel caso di Eco, rappresentante
del paradigma semiotico, questo tipo di movimento che si introduce all'interno
della materia segnica è definito dalla stessa idea del segno: il segno è un rinvio;
il segno è presente quando qualcosa sta al posto di qualcos’altro. Ma come si
costituisce questo rinvio? L’idea di Eco - e in generale del paradigma - è che Uri)
questo rinvio si può spiegare in maniera chiara e leggibile secondo il vecchio e l’ii
modello dell’inferenza logica. L’inferenza è il modo «Ti mettere in moto la mac­ lotfù
china dei segni. Si passa da un segno all’altro attraverso dei tipi di inferenze che
sono - secondo il modello aristotelico - l’induzione, la deduzione -e l’abdu-
zione, Per passare da un segno all’altro, noi non faremmo dunque altro che usa­
re delie strategie di tipo sillogistico e inferenziale, Il passaggio fra segni è in tal
modo, non dico ridotto, ma certamente focalizzato in questa direzione.
20 PAOLO FABBRI

Una seconda strategia, più ó meno esplicita, atta a costituire il paradigma


semiotico è quella riguardante il quadro dentro cui avvengono queste inferenze,
questi movimenti da segno a segno. Tale quadro è di tipo eminentemente te­
stuale. Così, dopo un momento di interesse più ò meno grande per i segni ar­
chitettonici, visivi, cinematografici, gestuali e così via, molto rapidamente si è
il ritorno tornati al testo. E il testo a cui si pensa, guarda caso, è ancora una volta di tipo
icl modello eminentemente scritto, forse talvolta parlato, in ogni caso soltanto linguistico.
testuale Così, surrettiziamente, dopo aver affermato ¡’importanza teorica della non lin-
guisticità, il testo è diventato di nuovo il modello di tutti i funzionamenti semio­
tici, sia esso un testo letterario (ossia di cultura relativamente alta) o un testo
dei mass media (ossia di cultura cosiddetta bassa). Si è tornati così a una rifles­
sione di tipo linguistico.
Corona l’insieme di queste strategie teoriche l’idea - ricordata prima - di una
storia del segno, di una storiografia cioè che si preoccupi di ricostruire i modi
con cui la filosofia, soprattutto la grande filosofia, ha pensato e ripensato la pro­
blematica dei segno. Si tratta in tal modo, innanzitutto, di una scelta di tipo stra­
tegico e universitario: quella di cercare di ricostruire a una disciplina giovane
qual è la semiotica un possibile pedigree intellettuale. Ma questo è un problema
di storia delle scienze, storia obiettiva, che probabilmente possiamo accantonare.
In secondo luogo, però, la proposta di una storia della semiotica rende conto
di una scelta intellettualmente pertinente, per certi versi fondamentale. È l’idea
che la storia del modo con cui è stato trattato il Segno sia Una maniera di mo­
strare come si è giunti oggi a una certa immagine dei segno. È un problema
classico di storia, che pone però dèi problemi molto delicati è complessi, non
foss’altro perché conduce talvolta a situazioni francamente imbarazzanti.
Ne ricordo qui soltanto due. Potete scoprire, studiando il De dvitate dei, che
Agostino di Ippona utilizzava una semantica a istruzioni. Óra, che - come Mon-
sieùr Jourdan, che faceva la prosa senza saperlo - anche Agostino facesse senza
saperlo una semantica a istruzioni deriva dal fatto che oggi noi abbiamo un’idea
della semantica a istruzioni. Di conseguenza, abbiamo ricostruito dentro il pen­
siero agostiniano l’esistenza di una potenziale semantica a istruzioni. Però,
quando poi si fa a vedere coinè Agostino analizza una frase (poniamo, di sette o
otto parole) ci accorgiamo che ìl filosofo sostiene che essa è composta di sette o
Otto segni. Ed è imbarazzante: Agostino chiama seghi, senza nessun problema e
senza differenziarli, una congiunzione, un verbo, un nome, un articolo etc, ma
anche l’insieme della frase stessa.
Un problema: Questo pone un problema molto delicato, come vedete: è il problema della
la ricostruzióne
storica coerente
possibilità di una ricostruzione storica coerente di tutto un passato, quando ci si
dei passato rende conto che in questo passato si è usato ìl termine segno per indicare cose
della semiotica molto diverse fra loro. E nessuno studioso delle scienze fisiche accetterebbe l’i­
dea che, siccome Democrito e Bohr hanno chiamato atomo una certa cosa, in
ogni caso sia possibile confrontare l’atomo di Democrito con quello di Bohr.
Entrambi parlavano di atomo, ma non pensavano alla stessa cosa. Il problema
delia storia del segno è dunque un problema dì coerenza e di ricostruzione di
volta in volta molto delicata.
Lasciatemi dare un secondo esempio, molto preciso e molto banale nello
stesso tempo. Recentemente Eco ha scritto un libro importante e interessantis­
simo per la nostra cultura (che resta come tale interessante nonostante
l’osservazione che vorrei fare ora), che parla delia costituzione della lingue per­
fette nella cultura europea1'. Nella ricostruzione delle lingue perfette,.nella cui-
UNA STORIA TENDENZIOSA 21

tura occidentale, il libro è di un’assoluta, perfetta ed impeccabile documenta­


zione. Ma a un certo punto nasce un problema curioso. In due capitoli trovate
unificati —come l’atomo di cui parlavo prima - Raimondo Lullo e l’esperanto.
Domandatevi ora se, per un semiologo che analizzi i sistemi di segni e di lin­
guaggio, si tratta effettivamente della stessa cosa.
Nel caso di Raimondo Lullo, si tentava di riorganizzare la semantica, cioè
l’organizzazione dei contenuti di una lingua data. Questa organizzazione tratta­ Rain
va nozioni non ancora linguisticizzate, ossia concetti che potevano essere e le
espressi in italiano, inglese, francese, arabo, ebraico e così via. Si trattava di rap­
presentazioni concettuali che potevano anche essere disegnate su carta. Il pro­
blema di Lullo era dunque quello di strutturare una forma del contenuto, un’or­
ganizzazione concettuale indipendente della forma dell’espressione dentro cui
essa fosse stata Versata.
Al contrario, l’esperanto non tenta affatto di organizzare il contenuto di una
lingua; esso lavora semmai sulla riorganizzazione della sua forma espressiva, a.
prescindere dal sistema di concetti, dalla forma del contenuto che questa lingua
pòi veicola. L’esperanto tenta dì produrre parole diverse che siano capaci di or­
ganizzare dei contenuti qualsiasi su cui non interviene.
Così, entrambi gli sforzi - quello di Lullo e quello dell’esperanto - sono pro­
getti dì lingue perfette. Solo cne il primo tenta di costruire, non un linguaggio,
ma una forma di contenuti concettuali che è trasmissibile in tutte le lingue che
si vorranno, ivi comprese lingue non linguistiche (si può fare un balletto con
Raimondo Lullo; si possono fare pitture con Raimondo Lullo; si può fare un
film con Raimondo Lullo...). Mentre dall’altra parte si tratta di una riorganizza­
zione di una diversa forma espressiva fondata stilla sostanza fonetica.
Vedete che si tratta di due cose fondamentalmente diverse. Si potrebbero al­
lora scrivere due storie delle lingue perfette: da una parte una storia delle lingue
che Vanno verso una riorganizzazione semantica delle loro strutture interne;
dall’altra una storia delle lingue che puntano a una riorganizzazione delle loro
forme espressive. In questo modo, la cosa comincia a diventare interessante, ed
è proprio su questo che vorrei tentare di condurvi.

L'immagine del lessico


Quali sono i risultati della restrizione storiografica che ho accennato sin qui?
Credo che valga la pena di cominciare a esaminarli da vicino, punto per punto,
per potersi orientare.
Il primo risultato riguarda certamente la nozione di segno. Ho il sospetto che
questa nozione sia più che altro un ostacolo di tipo epistemologico per la Là 1
semiotica. La mia impressione è infatti che, nella maggior parte dei casi, quan­ scgr
osta
do si pensa al segno-a meno di non affrontare in maniera rigorosa il problema cpis
della differenza fra i vari linguaggi - si ha in mente qualcosa sostanzialmente
placcata sul sistema del lessico. Tutte le volte che si dice segno si pensa a una
parola; e la semiotica, da questo punto di vista, ridiventa rapidamente una se­
miologia, nel senso più deteriore di' una lessicologia. I segni di una cultura di­
ventano in qualche modo le parole o gli'equivalenti delle parole di una cultura.
Ora, così come nessun linguista accetterebbe l’idea die il linguaggio è fatto
di parole, credo che nessun semiologo dovrebbe accettare l’idea che i sistemi di
significazione sono fatti di segni. La semiotica, come la linguistica, dovrebbe
22 PAOLO FABBRI

semmai interessarsi al modo in cui attraverso una certa forma sonora (o altri­
menti significante) noi produciamo sistemi e processi di significazione, ossia sia­
mo in grado di significare mediante un certo tipo di organizzazione (fonetica,
iconica, gestuale, etc,). Il che porta a modelli esplicativi che non hanno nulla a
che vedere con sommatorie di parole. La lingua non è una somma di parole, e
un sistema di significazione, a sua volta, non è un insieme di segni.
Purtroppo, a me pare che, gradualmente, ogni volta che si sente parlare di
L'ingenua semiotica, costantemente si scivoli verso questa idea della sommatoria: i segni
visione della
lingua come vengono considerati come facenti parte di un dizionario di elementi precostitui­
somma di parole ti, esattamente nella stessa maniera in cui - alcune persone ormai lo dicono in
maniera esplicita - un immaginario sarebbe un dizionario di immagini, un insie­
me di segni iconici dati, utilizzabili alla bisogna. Si pensi agli studiosi, certamen­
te non molto avvertiti, che cercano di studiare i gesti (per esempio Desmond
Morris); questi studiosi tentano disperatamente di costruire una vera e propria
lessicologia gestuale, io cui cioè ogni singolo gesto viene dotato, come in un’en­
trata lessicografica, di un proprio specifico significato.
Cosi, gradualmente, insensibilmente la semiotica ridiventa una semiologia,
ossia uno studio della significazione che, non solo pensa alla primarietà del lin­
guaggio verbale rispetto agli altri sistemi semiotici, ma soprattutto immagina il
linguaggio verbale mediante un modello teorico di tipo lessicale. Barthes non
credeva a questa ipotesi: aveva ben presente che i segni sono soltanto punti di
intersezione di complessi sistemi soggiacenti. È insomma necessario superare
questo ostacolo epistemologico della nozione di segno, perché non rende conto
della complessità della lingua.
Ricordate la vecchia barzelletta dello scrittore:
“Cosa stai facendo?”, gli chiedono,
“Sto scrivendo un libro”, risponde,
“Sei avanti?”, gli chiedono ancora.
“Molto avanti - replica -. Ho già tutte le parole, mi basta soltanto metterle insie­
me".
Ecco lo spazio colossale che c’è tra il padroneggiare un lessico e lo scrivere
un libro. La semiotica che continua a ragionare per segni è ferma al primo mo­
mento.

Codici e decostruzionismo
A questo ostacolo epistemologico della nozione di segno è strettamente lega­
ta l’immagine che si ha di ciò che mette in relazione i segni fra loro, ovvero
L’immagine del dell’equivalente semiotico della grammatica linguistica. L’organizzazione della
codice e la
decostruzione grammatica semiotica è stata trasposta grazie al modello informazionale sotto
l’idea di un codice. Cosi, all'idea di un segno pensato come semplice entrata les­
sicale viene associata quella di una grammaticalità immaginata come codifi­
cazione aprioristica. Se ci sono segni e comunicazione, è perché c’è un codice
sottostante che ne regola i funzionamenti, le possibilità e i limiti.
Questa immagine del codice come sistema di elementi minimi e di regole di
funzionamento ha avuto un grande successo nella semiotica degli anni Sessanta,
e ancor oggi viene da molte persone considerata pertinente per la descrizione
UNA STORIA TENDENZIOSA 23
dei vari linguaggi, verbali e no. Al punto che, nei “sovversivi” anni Settanta, la
nozione di codice è stata intesa come una specie di imposizione dall’alto che a
tutti i costi occorreva distruggere. L’idea della decostruzione nasce proprio da
una presa sul serio, e da una conseguente radicalizzazione, della nozione semio­
tica di codice. Si è pensato che per decodificare fosse necessario decostruire,
ossia rompere le catene di un’imposizione esterna e arbitraria e ritrovare di con- Lo
seguenza lo spazio di una libera interpretazione. Decodificare non era pensato de
come un’operazione legata al comprendere: era pensato proprio come un’azio­
ne, politicamente necessaria, di rottura dei codici, come un distruggere la codi­
ficazione per poterla affrancare da non meglio identificati, subdoli nemici.
Così, una visione semplicistica della significazione ha portato alla costituzio­
ne di una schiera di detrattori della semiotica. E la semiotica stessa - andando
alla ricerca di sicuri punti di riferimento per costruire e indicare il significato
(appunto, nel concetto di codice) - s’è trovata in una contraddizione molto for-
te con se stessa. L’affermazione iniziale di Eco, come sappiamo, era infatti quel- ji|"
la dell’opera aperto12; cioè, in qualche modo, Eco proponeva l’idea - per Peirce
fondamentale - secondo la quale, nella babele dei segni, ogni segno può rinvia­
re a un altro segno pressoché all’infinito. È accaduto così che, di fronte
all’impennata della ¡nozione semiotica di codice, negli anni Settanta (ma soprat­
tutto negli anni Ottanta) siano stati i fautori del decostruzionismo a riprendere
l’idea dell’opera aperta, citando anche Peirce, senza però riferirvisi assoluta-
mente in modo corretto: e sono andati dicendo che su ogni testo si può fare
esattamente questo lavoro, si può cioè mettere tutto in contatto con tutto.
Esagero, i decostruzionisti non sono certamente così brutali; sono così, però,
nella caricatura che ne ha costruito, a quel punto, Eco per difendersi e mettersi
a una buona distanza da loro. Con una formula esemplare, Eco disse a quel
punto: “Bisogna introdurre delle sbarre di grafite dentro la centrale nucleare”:
se effettivamente tutti i segni sono rinviati ad altri segni possibili, non c’è più
nessuna possibilità di controllo. E se non c’è più nessuna possibilità di control­
lo, siamo davvero in una società babelica, anzi addirittura post-babelica.
Da qui l’idea difensiva: che cosa si può introdurre di codificato nel linguag- R»
gio per evitare il rischio di questa gigantesca esplosione nucleare? Delle sbarre c1
di grafite, ossia —fuor di metafora —dei criteri che individuino la necessaria se- tcl
parazione tra le spiegazioni aberranti e le corrette interpretazioni. Ci vuole, ha
iniziato a sostenere Eco, un’interpretazione del testo, la quale però è tanto più
corretta quanto più accetta il presupposto che alcune cose non possono essere
dette. Da qui la necessità di reintrodurre una tradizionale dimensione della ra­
zionalità all’interno del linguaggio, la quale controlla la fuga irresistibile dei se­
gni che rinviano incessantemente ad ¿tri segni11. Come dire, ci sono persone
serie e normali se e solo se ci sono anche dei matti e dei paranoici, i quali hanno
come attività fondamentale quella di rinviare un segno a un altro segno14.

Pars costruens
Ho l’impressione che così non possiamo più uscirne- Credo quindi che sia
assolutamente necessario ripensare rinsieme dei problemi legati al significato,
al testo e al codice e soprattutto al segno. E faccio subito una proposta: i segni U»
non sono percepibili come tali, né attraverso un lessico (assegnazione aprioristi- i’r‘
ca del significato, possibile anche in lingua largamente ambigua) né attraverso S'B
24 PAOI-Ò FABBRI

un’enciclopedia (ricostruzione della significazione con criteri di tipo culturale).


11 problema che invece la semiotica deve studiare è quello dei sistemi e dei pro­
cessi di significazione. In questa prospettiva, non si tratta di liberarsi tout court
della nozione di segno, ma di pensare che i segni sono strategie come altre, 1les­
semi sono strategie semiotiche come tante altre, necessarie per utilizzare la lin­
gua, per far funzionare il senso, per articolare la significazione.
Si tratta insomma di opporre ai programmi di ricerca sin qui descritti un al­
Il paradigma tro tipo di organizzazione concettuale che va sotto il nome di glossematica.
glosscmatico Louis Hjelmslev, che della glossematica è uno dei fondatori, sosteneva un’idea
molto precisa: non ci fidiamo dei segni; i segni sono soltanto eventi storicamen­
te determinati e variabili in funzione della storia differente in cui si trovano a
essere coinvolti15. Tentiamo semmai di dividere il significato della lingua (o me­
glio: il senso che in essa circola) in unità elementari, esattamente come siamo in
grado di costruire il suono concreto di una lingua mediante la messa in relazio­
ne delle sue unità elementari (i tratti fonemici). Vedremo così come la diversa
combinazione di queste unità elementari (o sememi,) produce eventi di senso di­
versi, ossia differenti unità del significato, rese pertinenti dai contesti dati.
Che cosa presuppone un’analisi del genere? Presuppone un movimento ra­
gionevole e intelligente: quello di dividere le due facce del segno in un signi­
ficante e un significato, in un piano dell’espressione e un piano del contenuto. L’i­
dea è che c’è Una faccia significante e una faccia significata della lingua, facce
I due piani che, per essere analizzate, occorre preliminarmente separare. Se la relazione tra
del linguaggio significante e significato è arbitraria (ma su questo dovremo tornare: credo infat­
come strutture
non coincidenti ti che una delle caratteristiche della svolta semiotica è quella di non accettare il
principio saussuriano dell’arbitrarietà del segno) è possibile separare le due facce
del segno (significante e significato), per poter dimostrare che sono in qualche
modo correlate l'una all’altra, e in qualche misura isomorfe. Senza una preventi­
va comparazione dei due piani del linguaggio, nessuna comparazione risulta pos­
sibile. E tale comparazione porta a un’inevitabile conclusione: espressione e con­
tenuto sono fra loro in presupposizione reciproca (se c’è un significante, c’è un
significato; se c’è un significato, c’è un significante) ma non sono per nulla coin­
cidenti; ogni piano del linguaggio ha strutture proprie che risultano essere simili,
ossia isomorfe, solo a un livello superficiale dell’analisi, non in quelli più profon­
di. Questa è la mossa teorica fondamentale dèlia glossematica, che era in fondo
la mossa saussuriana: una scissione all’interno del concetto di segno.
Si vede bène la differenza con l’ipotesi di Peirce, in cui ogni segno come glo­
balità rinvia a un altro segno come globalità. In Peirce i segni si distinguono da
U segno di altri ségni, ma non hanno affatto una faccia significante e Una faccia significata.
Pei ree e Non sono divisi in questo modo. Dunque, l’ipotesi di Peirce risulta precedente
lu semiotica
di Derrida - teoricamente più che cronologicamente - all’ipotesi saussuriana.
Cosa che non è stata avvertita subito, e che ha comportato una serie di equi­
voci. Un equivoco formidabile è per esempio quello che si trova nelle prime
opere di Derrida. Penso al celeberrimo Della grammatologia16, dove il signifi­
cante veniva identificato con il percettivo, e il significato con il concettuale. In
questo modo, per Derrida il problema semiotico era tanto semplice da essere
già risolto: il significante è quello che colpisce l’orecchio, mentre il significato è
quell’articolazione che viene prodotta al momento della ricezione. Al di fuori di
ciò - secondo l’immagine derridiana della semiotica - ci sarebbe la realtà. Il re­
ferente è rinviato fuori, evacuato; la realtà sta fuori dei segni. C’è il reale, che è
così com’è, articolato, disposto, insignificante, come volete. Pieno di rumore e
UNA STOMA TENDENZIOSA 25

di furore, come diceva quell’altro. Poi c’erano i segni, e i segni erano divisi in
due parti: una significante, l’altra significata* Il primo toccava i sensi e il corpo;
il secondo toccava i problemi complessi che sono nella mente.
Vedete benissimo che una semiotica così pensata è una semiotica che reintro­
duce distinzioni concettuali molto antiche come quella tra corpo e anima, mate­
ria e spirito e simili. Ma soprattutto stabilisce una stranissima idea: quella Se- L
condo cui la semiotica non si interessa di cose reali, poiché è semplicemente un »'
lavoro sui segni; non si interessa cioè di chi si scambia i segni ma della proble- “
matica delle relazioni tra il segno e la realtà, ossia del problema della verità nel
riferimento tra i segni da una parte e il referente da un’altra parte. Chi si scam­
bia i segni, chi compie l’operazione del riferimento viene escluso da questa idea
della semiotica, salvo reintrodurlo, ma in Un secondo momento, attraverso la
questione laterale della pragmatica. Per riprendere un titolo famoso, da un lato
d stanno le parole, dall’altro le cose.
Questa immagine della semiotica pone un problema particolarmente delica­
to, perché è ancora oggi viva e circolante. Oggi, se sentite una critica essenziale
alla semiotica, sarà qualcosa come: “voi studiate i testi ma non vi interessate alla
realtà; studiate i testi scientifici però non siete capaci di rendere conto di come
si organizza un laboratorio; perché un laboratorio è fatto di parole - testi,
chiacchiere, nomi etc - ma anche di macchine e di sostanze che passano da una
parte all’altra’’ e così via.

Parole, cose, oggetti


Resta comunque l’idea che la semiotica è una disdplina vagamente idealistica
- come è stato detto spesso - la quale ha a che fare con alcuni funzionamenti L
della rappresentazione concettuale. Per esempio: come noi ci immaginiamo che
sia il mondo, come il mondo viene in qualche misura ritagliato per renderlo in­
telligibile. Ma il mondo - si sostiene - na una sua radicale, esterna indipenden­
za, e il grande problema è di dimostrare come siano fra di loro correlati il mon­
do ritagliato dalla lingua e quello a essa, dunque a noi, esterno.
Per comprendere questa visione riduttiva della semiotica, occorre aver chia­
ro che per un certo periodo la semiotica stessa ha dichiarato di non avere a dis­
posizione nessuna strategia di correlazione tra i segni e le cose. Essa infatti non
prevedeva all’interno del suo modello teorico nessun soggetto che compisse
un’operazione di riferimento; non c’era nessuno che dicesse a qualcun altro: “io
chiamo questo così e così". Semmai, si ponevano esclusivamente questioni del
tipo: come mai è possibile dire che Achille è un leone, se Achille è Achille men­
tre il leone è quella cosa fuori dal mondo che è così e così?. E la cosa veniva ri­
solta così: il problema non è che Achille venga identificato sia con la persona
Achille sia con il leone, nel senso che quella persona è un leone; è semmai un
problema di significato, un problema che riguarda la relazione tra un significan­
te e un significato, tra due segni i quali vengono in qualche misura considerati
correlabili. Ma oggi possiamo chiederci: e il leone reale? e Achille come perso­
na? che ne facciamo di questi due? Se per la prima semiotica il problema non si
poneva, poi noi, oggi, si tratta invece eli una questione di grande importanza.
Cerco di spiegarmi con un esempio tratto da due filosofi, Michel Foucault e u
Gilles Deleuze, i quali già da tempo, e con enorme interesse, hanno cercato di fo
mostrare l’importanza delle formazioni discorsive. Per Foucault e Deleuze, una 1,1
26 PAOLO FABBRI

prigione non è una "realtà” ma una vera e propria formazione discorsiva17, Si


potrebbe obiettare che bisogna distinguere fra la parola prigione (ossia il signifi­
cante prigione che entra in relazione a certi tipi di significato variabili a seconda
delle epoche) e le diverse prigioni reali, che non hanno nulla a che vedere con le
formazioni discorsive. Una formazione discorsiva riguardante la prigione sareb-
be insomma soltanto il modo in cui la gente si rappresenta la prigione reale. La
risposta, molto interessante, data da Deleuze nel suo libro su Foucault è ben di­
versa. Dice: occorre mettere in relazione una forma dell'espressione, che è la pri­
gione, e uni forma del contenuto, che è la delinquenza, l’iÌlegalità18.
Foucault, Nell’analisi foucaultiana di Sorvegliare e punire, secondo Deleuze, l’illegalità
Deleuze c è intesa come una forma del contenuto e la prigione una forma dell’espressione.
il rapportò
fra illegulità Per comprendere la nozione variabile di illegalità, ossia l’immagine che una cer­
e prigione ta epoca si fa della delinquenza, bisogna andare a vedere come in quell'epoca
vengono costruite le prigioni reali, non i discorsi esterni sulle prigioni concrete.
E si vedrà che c’è un particolare montaggio architettonico, che fa sì che le stan­
ze siano organizzate in un certo modo, che gli spazi vengano organizzati in un
altro modo, etc.; anche se oggi, per esempio, la prigione può essere soltanto un
braccialetto elettronico attaccato al braccio di un uomo, la prigione diventa tut­
to l’insieme dei rinvìi, dei segnali della centralina elettronica che controlla quel­
l’uomo; ed ecco ricreata una certa forma dell’espressione e una correlativa for­
ma del coritenuib.
Da questa prospettiva, il problema fondamentale - come ha ripetuto lo stes­
Non ci sono so Foucault - è che non esistono opposizioni tra le cose e le parole. Dopo aver
opposizioni scritto la Storia della follia e Le parole e le cose, Foucault affermò di essersi sba­
fra parole
e cose gliato nel pensare che c'è una storia del referente indipendente dal discorso.
Così, per esempio, non è vero che la storia della follia è una storia di discorsi e
di rappresentazione concettuali, al di là dei quali ci sarebbe una storia del refe­
rente, ossia della follia reale, quella follia che sa la verità su di noi esseri presun­
ti ragionevoli. La sola realtà esistente, diceva a quel punto Foucault, non è né
nelle parole né nelle cose, ma negli oggetti. Gli oggetti sono l’esito di quell’in­
contro tra parole e cose che fa sì che la materia del mondo diventi - grazie alla
forma organizzativa concettuale dentro cui viene posta - una sostanza che s’in­
contra con una certa forma19. Cioè, la materia vista nella direzione della forma
diventa la sostanza (le sostanze del mondo sono tali perché sono già in qualche
misura preformate) e la forma è un’organizzazione di questa sostanza che ha
con essa un certo numero di relazioni più o meno motivate, più o meno immo­
tivate.
Questa è un’ipotesi essenziale: pensare che esistano oggetti, non cose; che le
Gli oggetti come cose, in quanto formate, in quanto dette, espresse, messe in scena, rappresen­
insiemi organici tate, sono oggetti, insiemi organici di forme e di sostanze. Si tratta di un’ipotesi
di forme e
sostanze forte, che ci libera in maniera definitiva dell’idea secondo la quale è necessario
scomporre gli oggetti in un unità minime di significati, o i suoni in unità rilini-
me della fonazione, per poi ricostruirli e comprenderne la struttura interna.
Tutta la nostra epoca è stata attraversata dall’idea costruttivista, radicalmente
utopica, che sia possibile spezzettare la complessità del linguaggio, la complessi­
tà delle significazioni, la complessità del mondo in unità minime (un po’ sul mo­
dello tomistico), e poi, attraverso combinazioni progressive di elementi di signifi­
cato e combinazioni progressive di tratti di significanti, produrre o riprodurre il
senso. E una idea che trovate in Carnap, ma, su un altro piano, anche nel Bau-
haus, e persino nella linguistica di cui parlavo prima, quella hjelmsleviana.
UNA STORIA TENDENZIOSA 27

L’idea di base della svolta semiotica è il contrario: non è possibile, come si


era pensato, decomporre il linguaggio in unità semiotiche minime, per poi ri­
comporle e attribuire il significato al testo di cui fanno parte, È necessario, al
contrario, aver chiaro che non riusciremo mai, a priori, a fare un operazione di
questo genere, e che invece possiamo investire degli universi di senso particola­
ri dentro cui ricostruire specifiche organizzazioni di senso, di funzionamenti di
significato, senza con questo vantare la pretesa di ricostruire, almeno per ora,
generalizzazioni valide in ultima istanza. Solo per questa via è possibile studiare
questa realtà curiosa che sono gli oggetti, oggetti che possono essere nello stes­
so tempo parole, gesti, movimenti, sistemi di luce, stati di materia etc. - ossia,
tutta la nostra comunicazione.1

1Barthes (1964b).
2 Barthes (1957).
’ Barthes (1953).
9 Rony (1967).
’ Barthes(1970c). <
* Lausberg (1949).
7 Perelmon e Olbrechts-Tyteca (1958).
“E c o (1975).
9 Peirce (1980).
'“Eco (1984).
" Eco (1993 ),
12 Eco (1962),
" Eco (1990).
H Eco (1988).
" H/elmslev (1947:1959).
16 Derrida (1967),
17 Foucault (1975).
'* Deleuze (1986).
19 Foucault (1969).
Premessa

L’assunzione di una prospettiva strutturalista porta con sé molteplici conse­


guenze, in particolare nel campo della semantica, ossia dello studio dei signifi­
cati presenti all’interno dei vari linguaggi, dei vari sistemi di segni. Si tratta di
una questione cruciale, che va al di là della sola linguistica per investire in pieno
i’esistenza stessa delie scienze umane. Il fenomeno delia produzione e delia cir­
colazione dei significati, infatti, è costitutivo di qualsiasi sfera culturale e socia­
1 mondo le. “Il mondo umano - secondo Algirdas J. Greimas (1917-1992) - ci appare
imano come
nondó dclUv definibile essenzialmente come mondo della significazione: il mondo può essere
ignificazionc detto ‘umano’ solo nella misura in cui esso significa qualche cosa". Di conse­
guenza, “per trasformare in antropologia l’inventario dei comportamenti umani
e per trasformare in storia le sèrie degli avvenimenti occorre porsi il problema
del senso delie attività umane e del senso della storia”. Discùtere di semantica
vuol dire quindi pensare insieme diverse prospettive di studio dell’uomo e della
società: quello del senso e della sua articolazione in significazione.
Da qui una serie di domande fondamentali: che cos’è esattamente il significa­
to? siamo certi che 1’immagine saussuriana del segno come entità a due facce (o,
ina semantica a esser precisi, della lingua come articolazione di due piani) non modifichi pro­
(naturale fondamente la nozione stessa di significato - concetto, idea, rappresentazione
mentale, risposta a uno stimolo etc, - su cui per secoli filosofi e psicologi hanno
riflettuto? E poi: è possibile individuare il significato di un singolo demento
linguistico (per esempio, banalmente, una parola) o dobbiamo pensare al senso
complessivo di una porzione più complessa di lingua quale un sintagma, un
enunciato, addirittura un intero testo? e come‘eventualmente studiare questo
senso complessivo? che cosà sarà, insomma, una semantica a orientamento strut­
turale'?
Come è già emerso in più parti di questo volume, lo strutturalismo mette
tra parentesi il carattere funzionale dei linguaggi (il fatto che servano per co­
municare, per rappresentare il mondo) e studia i loro funzionamenti interni, il
loro essere profondamente e necessariamente sistematici. I segni sono l’esito
di strutture soggiacenti che li compongono e in cui si compongono. A partire
indica e da questa idea di derivazione saussuriana, la linguistica ha fatto innumerevoli
•nologia passi in avanti, arrivando a una netta separazione di campo tra la fonetica
(esame delle componenti materiali dei suoni) e la fonologia (esame dei valori
funzionali e delle relazioni reciproche tra i suoni stessi). Se la prima descrive
l’insieme dei suoni presenti all’interno di ciascuna lingua, la seconda insiste
sulle regole generali attraverso cui vengono prodotti i vari suoni all’interno
delle lingue. E laddove là fonetica studia soprattutto la composizione e la dis­
tribuzione delle unità minime del significante (o fonemi), la fonologia si occu­
pa di ritrovare quei tratti a partire dai quali ogni fonema viene prodotto. Co-
PREMESSA 177

si, gli studiosi di fonologia (Trubeckoj, Jakobson, Halle etc.) hanno potuto
mostrare che, se il numero dei fonemi (in quanto produzioni concrete di suo­
ni nelle varie lingue naturali) è malto ampio, il numero ricostruito dei tratti Dui fai
astratti che producono i fonemi stessi è invece assai limitato: poche coppie di tratti <1
elementi (vocalico/non vocalico, consonantico/non consonantico, grave/acu-
to, diffuso/compatto etc.) che, diversamente combinati tra loro, danno adito a
innumerevoli suoni possibili. Il fonema, da questo punto di vista, non è altro
che il risultato variabile di un fascio di tratti costanti (distintivi e non) che
soggiacciono a esso. In tal modo, l'evidenza sonora delle lingue (la manifesta­
zione linguistica prodotta e percepita dai parlanti) è il risultato di operazioni
fonologiche profonde per nulla evidenti o manifeste. Àncora una volta, in­
somma, più si procede nello studio delle lingue, più si scopre che esse sono
forme atticolate, non sostanze empiriche.
H problema - spiega a questo punto Hjelmslev - è quello di proporre per il
piano del contenuto delle lingue un lavoro analogo a quello che la fonologia ha Il prob
proposto per il piano dell’espressione. Se infatti un segno ha sempre e necessa­ deil'an;
riamente due facce (significante e significato) e una lingua due piani (espres­ del còh
sione e contenuto), una linguistica che si blocca alla sola analisi del significante
e dell’espressione contraddice la definizione del suo stesso oggetto ai studio.
Solo una volta costruita una metodologia di analisi del contenuto delle lingue,
cioè una volta edificata una semantica strutturale analoga alla fonologia, la lin­
guistica potrà dirsi dotata degli strumenti necessari per spiegare i processi lin­
guistici, per ritrovare i sistemi a essi soggiacenti. Da questo punto ai vista, il si­
gnificato non sarà più l’immagine mentale di una cosa del mondo esterna alla
lingua, ma un’entità interamente costituita da e in essa, e dunque variabile col
variare delle lingue. La nozione stessa di forma del contenuto è la migliore di­
mostrazione del fatto che i significati linguistici non si basano su entità menta­
li di tipo logico o psicologico (riconducibili a supposte entità universali del
pensiero), ma sui diversi ritagli che le lingue fanno di una materia semantica al­
trimenti inesprimibile.
La questione diviene allora: come trovare tratti distintivi di significato, pochi
e semplici, analoghi a quelli della fonologia? In linea di principio la cosa è pos­ La rice
sibile. Se si prende una qualsiasi porzione di spazio semantico di una lingua, è tratti d:
possibile operare delle riduzioni da elementi complessi a elementi semplici, di cigni
dunque da molti elementi a pochi elementi, da segni a figure. L’esempio fornito
a questo proposito da Hjelmslev è celebre. Si tratta del micro-universo della
sessualità animale, dove dodici diversi termini (uomo/donna, montone/pecora,
porco/scrofa, toro/vacca, stallone/giumenta, fuco/pecchia) vengono ordinati in
due assi, quello dell’opposizione maschile/femminlle e quello delle diverse spe­
cie animali (umano, ovino, suino, bovino, equino, ape). Ma l'esempio, a ben
guardare, non va preso come l’illustrazione definitiva di un metodo. Non solo
infatti la riduzione operata è scarsa (da dodici a otto termini), ma soprattutto si
ragiona ancora in termini di parole, ossia di segni, e non di vere e proprie figu­
re. Tale esempio deve allora essere inteso come una semplice riprova della pos­ Elcmcn
sibilità di riduzione della semantica delle lingue a un numero controllabile ai fi­ riunii e
gure del contenuto tra loro strutturate. Se cioè il dicibile delle lingue è in linea ¡doni in
degli Si
di principio aperto e infinito, grazie all’analisi semantica riesce possibile sia ri­ dicibile
trovare degli elementi invarianti relativamente poco numerosi sia - soprattutto
- le articolazioni interne dei vari spazi del dicibile stesso.
178 PAOLO FABBRI, GIANFRANCO MARRONE

Si inserisce qui la riflessione di Greimas. In Semantica strutturale (1966), in­


fatti, lo studioso lituano-francese riprende il progetto abbozzato da Hjelmslev
di un’analisi del piano del contenuto delle lingue condotta con gli stessi metodi
dell’analisi del loro piano dell’espressione. Così come in fonologia i fonemi ven­
sememi ed gono considerati unità complesse riducibili a un piccolo numero di tratti, allo
sèmi di stesso modo può essere possibile - pensa Greimas - una semantica dove gli ef­
ìreimas fetti di senso delle lingue (o sememi) siano scomponibili in un certo numero di
semi. Solo che, laddove Trubeckoj, Jakobson e Halle sono riusciti a ritrovare un
piccolo numero di tratti fonologici elementari a partire da cui riesce possibile
produrre, per combinazione e generazione, qualsiasi significante linguistico, un
lavoro analogo sul piano del contenuto - soprattutto se esteso dall’ambito delle
lingue naturali a quello di qualsiasi altro linguaggio del mondo naturale - non
può portare all’individuazione di un numero altrettanto piccolo e preordinato
di tratti. Questo può farsi solo alTintemo di universi semantici chiusi e preferi­
bilmente molto ristretti.
Il problema allora si sposta: se da un lato si tratta di costruire tassonomie più
o meno coerenti che rendano conto dei generi e delle specie dei microuniversi :
1livello semantici, da un altro lato è preferibile individuare una struttura che accomuni,
■ rotando della
¿mantici!
dal punto di vista delle loro articolazioni formali interne, tutti i possibili mi- :
crouniversi. In altre parole, occorre interrogarsi sulla possibilità di reperire, al
di sotto delle categorie semantiche date, un livello profondo a partire da cui es­
se vengono generate. Così, al momento di passare dai problemi teorici generali
ai metodi di descrizione degli universi semantici, Greimas sposta lo sguardo
dalla combinazione di elementi semplici all’individuazione di percorsi Comples­
si entro i quali la significazione si articola e si dispiega. Lo studioso di semanti­
ca finisce così per incontrare (con Guiraud, Tesnière, Bachelard, Souriau, Mau-
ron e tanti altri) le Morfologia della fiaba di Vladimir Propp - su cui si tornerà
nel prossimo capitolo. Lavorando sulla tipologia delle fere ¿azione e sulla
stringa di funzioni narrative individuate dal folclorista russo, Greimas elabora
l’ipotesi che gli eventuali universali semantici debbano essere cercati, non tanto
in combinazioni di elementi minimi, quanto in strutture transfrastiche molto
ampie, le quali, collocandosi a livello immanente, devono in qualche modo reg­
gere la manifestazione di ogni discorso. “La generazione della significazione -
scrive Greimas in Del senso (1970) - non passa affatto, inizialmente, attraverso
la produzione degli enunciati e la loro combinazione in discorsi; essa è retta, nel
i generazione proprio percorso, dalle strutture narrative, e sono queste che producono il dis­
•Ila significa* corso articolato in enunciati”. Da qui la costruzione di una vera e propria gram­
ine: gramma*
•u narrativi! e matica narrativa che - appoggiandosi su un modello costituzionale delle costri­
•utture eie* zioni semiotiche, ossia su alcune strutture elementari della significazione (le rela­
¿Mari zioni di contrarietà, contraddizione e complementarità articolate nel celebre
quadrato semiotico) - trasforma l’iniziale progetto semantico hjelsmleviano in
una più ampia ricerca semiotica.
Ma resta aperto un problema fondamentale: che ne è della questione della
referenza? Se i significati linguistici vanhó ridefiniti in termini di ampie confi­
gurazioni di senso di tipo testuale, articolate formalmente in significazione, die
tipo di relazione si innestano tra i linguaggi e il mondo? Abbiamo già visto
che, sin dalla sua fondazione saussuriana, la linguistica e la semiologia struttu­
rali rifiutano l’ipotesi referenziale del: segno, dunque ogni visione rappresen­
tazionale della lingua e di ogni altro sistema di significazione. Le parole non ri-
i PREMESSA 179

; specchiano le cose a esse esterne ma le significano; i linguaggi hanno un fun-


?zionamento loro proprio che prescinde dalla realtà molteplice a cui potrebbe- Rifiuto c
; ro o dovrebbero riferirsi, e producono semmai, grazie alle loro strategie inter- rcnzialsn
; ne, effetti di senso che, a determinate condizioni, sono effetti di reale. Il reale è effetti di
?uno dei possibili effetti di senso del discorso, un risultato del linguaggio e non
un suo presupposto.
Ma questa posizione teorica, a ben guardare, è per cosi dire ancora troppo
linguistica. Parte cioè dall’idea che, ora come presupposto ora come risultato, vi
: sia un al di là della lingua: sostanza bruta, asemantica e amorfa, che il linguag­
gio mette in una qualche forma, significandola. La ricerca semiotica successiva L“'aldilà'
ìa pertanto radicalizzato le proprie ipotesi di partenza, mutando profondamen- lingua co
te k propria “teoria del riferimento’’. Se, dal punto di vista delle scienze del- diuniverso
l’uomo (che è poi il punto di vista semiotico) tutto significa, insieme e a prescin­ senso
dere dalla lingua verbale - gesti, azioni, comportaménti, riti, ma anche oggetti,
r paesaggi, immagini scientifiche etc. -, la relazione tra un qualsiasi linguaggio e il
; suo “al di là" non può che configurarsi come una relazione tra due o più lin-
\ guaggi: il supposto reale esterno, cioè, non è per nulla privo di significazione
-ma, al contrario, è già pieno di senso. Quando si parla (verbalmente o meno),
f non si fa mai riferimento a sostanze di per sé prive di significato, ma a qualcosa
che già, nel nostro mondo umano e sociale, ha un suo valore significativo, un
certo senso per noi. Dal punto di vista antropologico e sociale, le cose, in quaj- I lingua#;
: che modo, sono già significanti: compito dei vari linguaggi non è dunque quello cose ri-signifu
di rappresentarle, e nemmeno di significarle, ma, molto semplicemente, di tra­ significar. già
durle al proprio interno, di ri-significarle con altri mezzi espressivi, di trasferirle
nel proprio piano del contenuto.
Su questo principio teorico di fondo (anche se con terminologie diverse) si
trovano a convergere diverse prospettive teoriche dell’attuale scienza delle si­
gnificazioni. Secondo Greimas, per esempio, il cosiddetto “mondo naturale” è
da intendere allo stesso modo in cui si parla di “lingue naturali”: dove il “natu­
rale” vuol dire né più né meno che abituale, ordinario, socialmente condiviso e
irriflesso. Come non vi è nulla di naturale nelle lingue (se non il fatto che le co­ Mondo n.
nosciamo già prima di cominciare a studiarle), così la naturalità del mondo è il interpreti!
suo essere significativo prima di ogni nostro atto di riferimento a esso. Stessa cultura et
cosa, in altri termini, dice Peirce: il significato di un segno è il segno in cui esso cxtru*eu!i
deve venir tradotto. Non c’è da un lato il significante sensibile e dall’altro il si­
gnificato concettuale (coma ha preteso Derrida nella sua critica a Saussure). La
semiosi è illimitata proprio perché il rinvio segnico è costitutivo di ogni segno:
¡’interpretazione è il solo significato possibile. Parlare, dunque, è tradurre in un
altro insieme di segni quel che è già stato detto. Anche il semiologo russo Jurij
Lotman (1922-1993) ha insistito su quest’idea: la cultura è un intreccio dinami­
co tra linguaggi e mondo, tra cultura ed extra-cultura; laddove il “mondo” e
¡’“extra-cultura" non sono altro che il contenuto di un’altra realtà linguistica e
culturale. Se ci sono almeno due livelli di oggettività (uno interno e uno esterno
a un dato linguaggio) è perché ci sono sempre, in effetti, almeno due linguaggi.
Da qui la centralità, per uno studio semantico, della questione della tradu­ La questi«
zione. In un noto saggio del 1959, Roman Jakobson distingue tre tipi di tradu­ della tradì
zione (i) una traduzione intra-linguistica, o riformulazione, che ha luogo quando
il contenuto espresso in una determinata lingua viene interpretato da un suo si­
nonimo o da un’adeguata circonlocuzione all’interno della stessa lingua; (ii) una
180 PAOLO FABBRI, GIANFRANCO MARRONE

traduzione interlinguistica, o traduzione propriamente detta, che ha luogo


quando si trasferisce un certo contenuto semantico da un sistema linguistico a
un altro, ossia quando “la traduzione implica due messaggi equivalenti in due
codici diversi”; (iii) una traduzione inter-semiotica, o trasposizione, che ha luogo
quando un contenuto espresso con un sistema linguistico viene reso da un siste­
ma non linguistico, ossia - per dirla con Hjelmslev - da altre possibili forme e
bson e Ti­ sostanze dell’espressione (immagini, gesti, note musicali etc.).
si antirefe-
laiista: il Quésta tripartizione viene proposta da Jakobson in nome di una semantica
i come tra* immanente delle lingue che si oppone esplicitamente all’ipotesi referenzulista
izione della logica: laddove un filosofo come Bertrand Russell sosteneva che “nessuno
può Comprendere la parola formaggio, se prima non ha un’esperienza non lin­
guistica del formaggio”, il linguista obietta che “nessuno ha mai assaggiato né
odorato il senso di formaggio o di mela". Riprendendo Peirce, Jakobson sot­
tolinea allora che “sia per il linguista, sia per il parlante comune, il senso di una
parola altro non è che la trasposizione di esso in un altro segno che può essere
sostituito a quella parola”. In una semantica linguisticamente (e semio-
ticamente) orientata, allo studio della relazione tra le parole e le cose occorre
sostituire quello della relazione delle parole (o dei segni) fra di loro. Quindi la
questione della traduzione non è circoscrivibile all’interno di una linguistica ap­
plicata agli studi letterari, ma è costitutiva di un programma di ricerca semanti­
ca strutturalmente orientata; per Jakobson, potremmo dire, essa è una reinter­
pretazione semiotica delle teorie logico-filosofiche del riferimento.
Segni e figure*
Louis Hjelmslev

Che la lingua sia un sistema di segni pare a priori un’affermazione fondamen­


tale ed evidente, di cui la teoria linguistica deve tenere conto fin dall'inizio. La
teoria linguistica deve saperci dire che significato si possa attribuire a tale affer­
mazione, e in particolare alla parola segno. Per il momento dovremo accontentar­
ci della vaga concezione tradizionale. In base ad essa un “segno” (o, come si dice, Lo concepii
anticipando una precisazione terminologica che introdurremo più avanti, {'espres­ tradizionale
sione di un segno) è caratterizzato in primo luogo dal suo essere un segno di qual­ segno
cos’altro; peculiarità che stimola il nostro interesse, poiché pare indicare che un
“segno” è definito da una funzione. Un “segno” funziona, designa, denota: un se­
gno, in quanto si distingue da qualcosa che non è segno, è portatore di significato.
Accontentandoci di questa concezione provvisoria, cercheremo, in base ad
essa, di decidere fino a che punto si possa considerare corretta l’affermazione
che una lingua è un sistema di “segni”.
Potrebbe parere che una certa analisi testuale provvisoria confermasse piena­
mente, nei suoi primi stadi, tale affermazione. Le entità generalmente chiamate
periodi, proposizioni e parole paiono rispondere alla condizione indicata; sono
portatrici di significati, e quindi ”segni”, e gli inventari stabiliti da un’analisi com­
piuta secondo queste linee tradizionali ci porterebbero a riconoscere un sistema
di segni soggiacente al processo dei segni. Qui, come altrove, è interessante cerca­
re di portare l’analisi il più avanti possibile, per vedere se la descrizione è esau­
riente e semplice al massimo. Le parole non sono i segni ultimi e irriducibili, co­ L'analisi cU;
me potrebbe indurre a pensare [’imperniarsi della linguistica tradizionale sulla pa­ parole: rad
rola. Le parole si possono analizzare in parti die, «ime le parole, sono a loro vol­ clementi d
riviizionv e
ta portatrici di significato: radici* elementi di derivazione, dementi infiessionali. flessionalt
Alcune lingue si spingono, sotto questo aspetto, più avanti di altre. La desinenza
latina -ibus non si può risolvere in segni di estensione minore, ma è un segno sem­
plice portatore sia di un significato di caso die di un significato di numero; la de­
sinenza ungherese di dativo plurale, in una parola come magyaroknak (dsL /aagyar
‘ungherese’) è un segno composito che consiste di:un segno -ok, portatore di si­
gnificato plurale, e di un altro segno -nak, portatore di significato dativo. Quest’a­
nalisi non è inficiata dall’esistenza di lingue senza dementi di derivazione e di in­
flessione, né dd fatto che anche in lingue fomite di tali dementi si possono avere
parole che consistono solo di una radice. Compiuta l'osservazione generale che
un’entità può a volte avere la stessa estensione di un’entità di grado superiore, e
in tal caso deve essere trasferita inanalizzata da un’operazione all’altra, questo fat­
to non d provoca più difficoltà. L’analisi ha, appunto per questa ragione, la stessa
forma generale in questo caso e in tutti gli altri, e si può continuare fino ad esau-
* Da: Louis Hjclmslev, / fondamenti della teoria del linguaggio, © 1968, Torino, Einaudi, pp. 47-51.
182 LOUIS HJELMSLEV

rimento. Quando, per esempio, l’analisi di una parola italiana come grand-issim-i
è compiuta in questo modo, si può vedere che essa contiene tre entità distinguibi­
li portatrici di significato, che sono conseguentemente tre segni,
Suggerendo un’analisi così avanzata su una base convenzionale, dovremmo for­
se sottolineare che il “significato” di cui si può dire che ognuna di tali entità mini­
11: significato me sia portatrice, si deve intendere come un significato puramente contestuale.
toiìifstunlc del­ Nessuna delle en tità minime (comprese le radici) ha un’esistenza indipendente tale
le uniti! minime che si possa attribuire all'entità un significato lessicale. Ma dal punto di vista basi­
lare che abbiamo scelto (analisi continuata in base alle funzioni nel testo) non sono
percepibili altcbsignificati che quelli contestuali, e qualunque entità (e quindi an­
che qualunqueiàfigno.): è definita in maniera relativa e non assolutamente, e solo in
base al suo posto nel contesto. Da questo punto di vista non ha senso distinguere
fra significati chéìàppaiono solo nel contesto e significati a cui si potrebbe attribui­
re un’esistenza indipendente, o, secondo gli antichi grammatici cinesi, fra parole
"vuote” e parqle:.“piène”. I CÒsiddetti: significati lessicali in certi segni non sono
che significati: contestuali artificialmente isolati, o parafrasi artificiali di essi. In iso­
lamento assoluto nessun segno ha significato; qualunque significato di segno sorge
in un contesto, col che intendiamo contesto situazionale o contesto esplicito indif­
ferentemente, poiché in un testo illimitato o produttivo (una lingua viva) possiamo
sempre trasformare uri contestosituazionale in un contesto esplicito, Non si: deve
pensare per esempio che un sostantivo abbia più significato di una preposizione, o
H significato che una parola abbia più significato di una desinenza derivazionale o inflessiva.
eutue concetto Paragonando un’entità a un’altra possiamo parlare non solo di una differenza di si­
vago
gnificato, ma anche di tipi diversi di significato; ma riguardo a tutte queste entità
abbiamo lo stesso diritto relativo di parlare di significato. Su ciò non influisce ¡1
fatto che il significato, nel senso tradizionale, sia un concetto vago, che non conser­
veremo, procedendo, senza un'analisi più precisa.
Ma cercando di analizzare le espressioni di segni nel modo indicato, l’espe­
rienza induttiva mostra che in tutte le lingue finora osservate si arriva a uno sta­
dio nell’analisi dell’espressione in cui non si può dire che le entità ottenute sia­
no portatrici di significato e quindi espressioni di segni. Sillabe e fonemi non
sono espressioni di segni, ma solo parti di espressioni di segni. Che un’espres­
sione di segno, per esempio una parola o una desinenza, possa consistere di una
sillaba e possa consistere di un fonema, non vuol dire che la sillaba sia un’e­
spressione di segno o che il fonema sia un’espressione di segno. Da un certo
punto di vista la / finale in grandissimi è un’espressione di segno, da un altro
punto di vista essa è un fonema. I due punti di vista portano a riconoscere due
oggetti diversi. Possiamo conservare la formulazione secondo cui l’espressione
di segno / comprende un solo fonema, ma questo non equivale ad identificare
l'espressione di segno col fonema; il fonema i entra in altre combinazioni, in cui
non è espressione di segno, per esempio nella parola tirare.
L’analisi Queste considerazioni ci portano ad abbandonare il tentativo di compiere
separata di un’analisi in “segni”, e ci inducono a riconoscere che una descrizione in base ai
contenuto ed
espressione nostri principi deve analizzare contenuto ed espressione separatamente, e che
ciascuna delle due analisi deve finire col fornire un numero ristretto di entità, a
ciascuna delle quali non è detto che debba necessariamente corrispondere
un’entità del piano opposto.
L’economia relativa nelle liste degli inventari di non segni rispetto a quelle
degli inventari di segni corrisponde pienamente a quello che è, presumibilmen­
te, il fine del linguaggio. Una lingua è, per il suo stesso fine, in primo luogo c
SEGNI E FIGURE 183

soprattutto un sistema di segni; per essere pienamente adeguata essa deve esse­
re sempre pronta a formare nuovi segni, nuove parole e nuove radici, Ma, con
tutta la sua illimitata ricchezza, per essere adeguata una lingua deve essere an­
che facile da impiegare, pratica da apprendere e da usare. E, rispettando l’esi­
genza di un numero illimitato di segni, ciò si può ottenere se tutti i segni sono c
costituiti da “non segni" il cui numero sia limitato, anzi, preferibilmente, limita- »
tissimo. Questi “non segni” che entrano in un sistema di segni come parti di se­
gni, saranno chiamati qui figure; si tratta di un termine puramente operativo, in­
trodotto semplicemente per convenienza, Una lingua è dunque organizzata in
maniera che grazie a un gruppetto di figure e a disposizioni sempre nuove di es­
se, si possa costituire un numero larghissimo di segni. Se una lingua non fosse
così organizzata, sarebbe uno strumento inutilizzabile per il suo fine. Abbiamo
dunque ogni ragione di supporre che questo tratto - la costruzione del segno in
base a un numero limitato ai figure - costituisca un elemento basilare essenzia­
le nella struttura di qualunque lingua.
Le lingue dunque, non si possono descrivere come puri sistemi di segni; in
base al fine che loro generalmente si attribuisce, esse sono in primo luogo e so­
prattutto sistemi di segni; ma in base alla loro struttura interna esse sono in pri­
mo luogo e soprattutto qualcosa di diverso, cioè sistemi di figure che si possono
usare per costruire dei segni. La definizione della lingua come sistema di segni
si è dùnque rivelata, a un’analisi più attenta, insoddisfacente. Essa riguarda solo
le funzioni esterne della lingua, i suoi rapporti con i fattori non linguistici che la
circondano, ma non le sue funzioni interne caratteristiche.
Il metodo e il materiale'
Vladimir Ja. Propp

Come si è già detto nella prefazione, abbiamo dedicato il nostro lavoro alle
favole di magia, dame, necessaria ipotesi di lavoro si ammette l’esistenza di favo­
le di magia come categoria particolare. [...] Questa definizione è artificiale, ma
Le favole di in seguito si presenterà l’occasione di dare una determinazione più esatta sulla
magia e i loro
base delle conclusioni raggiunte. Porremo ora a confronto queste favole compa­
intrecci
randone gli intrecci e a questo fine ne individueremo le parti componenti con
procedimenti particolari, componenti che serviranno come base del raffronto.
Ne risulterà una morfologia della favola, cioè una descrizione secondo le parti
componenti e loro relazioni reciproche e col tutto.
Con quali metodi possiamo ottenere una descrizione esatta dèlia favola?
Confrontiamo i casi seguenti:
1. Il re dà ad Un suo prode un’aquila. L’aquila Io porta in un altro regnò.
2. Il nonno dà a Sucenko un cavallo. Il cavallo lo porta in un altro regno.
3. Lo stregone dà a Ivan Una barchetta. La barchetta lo porta in un altro regno.
4. La figlia del re dà a Ivan un anello. I giovani evocati dall’anello lo portano
in un altro regno.
Nei casi riportati abbiamo grandezze costanti e grandezze variabili. Cambia­
no i nomi (e con essi gli attributi) dei personaggi, ma non le loro azioni, o fun­
zioni, donde la conclusione che la favola non di rado attribuisce un idèntico
operato a personaggi diversi. Questo ci dà la possibilità di studiare la favola se­
condo le funzioni dei personaggi. 1
Dovremo determinare in quale misura queste funzioni siano effettivamente le
grandezze costanti, che si ripetono, della favola. L’impostazione di tutti gli A ri
problemi dipenderà dalla soluzione dei primo: quante funzioni compaiono nella
favola? La nostra ricerca mostrerà che la ripetibilità delle funzioni è sorprendèn­
te. Così e la baba-jaga e Gelo e l’orso e il genio dei boschi e la testa di cavalla met­
.c funzióni tono tutti alla prova e ricompensano la figliastra. Continuando le osservazioni,
lei personaggi
ome grandezze
scopriamo che i personaggi della favola, per quanto diversi possano essere, com­
ostanti piono spesso la stessa azione. Anche il modo in cui si assolve la funzione può cam­
biare e rappresenta una grandezza variabile. Gelo opera divèrsamente dalla baba-
jaga. Ma la funzione in quanto tale è grandezza costante. Per l’analisi della favola
è quindi importante che cosa fanno i personaggi e non chi fa e come fa, problemi,
questi ultimi, di carattere accessorio. Le funzioni dei personaggi rappresentano
quelle parti componenti che possiamo sostituire ai “motivi” di Veselovskij o agli
' Da: Vladimir Ja. Propp, Morfologia della fiaba,© 1966, Torino, Einaudi, pp. 2200.
IL METODO E IL MATERIALE 225
“elementi” di Bédier. Ricorderemo che la ripetibilità delle funzioni, pur con ese­
cutori diversi, già da tempo è stata osservata da storici della religione nei miti e
nelle credenze, mentre non è stata notata dagli storici della favola (Wundt, Nege-
lein). Così come le caratteristiche e funzioni degli dèi passano dagli uni agU altri e
in conclusione finiscono con l’essere attribuite ai santi cristiani, esattamente nello
stesso modo si trasferiscono dagli uni agli altri le funzioni dei personaggi delle fia­ L'ctcr
be. A mo' di anticipazione, possiamo dire che le funzioni sono straordinariamen- i'unift
S oche e i personaggi straordinariamente numerosi; Ciò spiega ¡'ambivalenza lufav«
t favola; la sua sorprendente varietà, la sua pittoresca eterogeneità, da un lato,
la sua non meno sorprendente uniformità e ripetibilità, dall’altro.
Le funzioni dei personaggi rappresentano dunque le parti fondamentali della
favola e sono esse che dobbiamo innanzitutto rintracciare.
Per individuare le funzioni bisogna poterle definire e tale definizione dovrà
partire da due punti di vista. In primo luogo, in nessun caso bisognerà tener
conto del personaggio esecutore. La definizione consisterà quasi sempre in un
sostantivo indicante un’azione (divieto, interrogazione, fuga e così via). In se-
condo luogo, l’azione non potrà essere determinata senza riferimento alla sua
collocazione nello svolgimento della narrazione. Quello che va considerato è il
significato idi una data funzione nella vicenda narrativa.
Così, se Ivan sposa la figlia del re, ciò non ha nulla a che fare col matrimonio
tra il padre e una vedova con due figlie. Vediamo un altro esempio; se in un ca­
so l’eroe riceve dal padre cento rubli e con questa somma si compra poi una
gatta che legge nel futuro, e nell’altro viene ricompensato in denaro per una
delle sue imprese e così termina la favola, ci troviamo di fronte a elementi mor­ Il sign
fologicamente diversi, benché si tratti della medesima azione (trasmissione di della f
denaro). In tal modo, atti identici possono avere significato diverso e viceversa. nellj \
Per funzione intendiamo l'operato d'un personaggio determinato dal punto di vi­ narrai
sta del suo significato per lo svolgimento della vicenda.
I risultati delle nostre osservazioni possono essere riassunti come segue;
I. Gli elementi costanti, stabili della favola sono le funzioni dei personaggi, in­
dipendentemente dall'identità dell’esecutore e dai modo di esecuzione. Esse
formano le parti componenti fondamentali della favola.
liili numero delle funzioni die compaiono nella favola di magia è limitato. Una il nun
volta individuate le funzioni si presenta il problema di determinare come esse si funaio
combinino e in quale successione si incontrino. Occupiamoci innanzitutto della limitai
loro successione. Secondo alcuni essa sarebbe casuale. Veselovskij afferma; “La
scelta e l’ordine dei compiti e degli incontri (esempi di motivi) presuppone già
una certa libertà”. Ancora più decisamente si pronuncia Sklovskij: “È del tutto
incomprensibile per qual motivo nei casi di assimilazione si debba conservare la
casuale (il corsivo è di Sklovskij) successione dei motivi Nelle deposizioni testi­
moniali è proprio la successione degli avvenimenti a essere più fortemente alte­
rata”. Questo richiamo alle deposizioni è assai poco felice. Se infatti i testimoni
alterano la successione la loro relazione sarà sconclusionata ma la successione
degli avvenimenti ha sue leggi, come le hanno la narrazione letteraria e le forma­
zioni organiche. Un furto non può aver luogo prima dello scasso. Per quanto poi
riguarda la favola questa ha le sue leggi del tutto specifiche e particolari. Come
vedremo più avanti, la successione degli elementi è scrupolosamente identica e la
possibilità di variazioni ha limiti quanto mai ristretti che possono essere indicati
con esattezza. Giungiamo così alla terza tesi fondamentale della nostra ricerca,
tesi che dovrà essere ulteriormente sviluppata e dimostrata.
226 VLADIMIR IA. PROPP

III. Li successione delle funzioni'è sempre identica. Quanto alle combinazioni,


va detto innanzi tutto che le funzioni sono ben lungi dall’apparire tutte in tutte
^identità nella
successione di
[unzioni le favole. Ciò tuttavia non tocca minimamente la legge della successione, poiché
l’assenza di alcune funzioni non muta l’ordine delle altre. [...] L’impostazione
stessa del problema induce a formulare l’ipotesi che, una volta individuate le
funzioni, sia possibile accertare quali favole constino di funzioni identiche. Tali
tavole potranno essere considerate monotipiebe. Su questa base si potrà poi
compilare un indice dei tipi fondato non su caratteristiche dell’intreccio, al­
quanto vaghe c indeterminate, ma su precisi tratti distintivi strutturali. Ciò ef­
fettivamente si rivela possibile, ma se procediamo oltre a confrontare i tipi
strutturali tra loro ci si presenta invece un fenomeno del tutto inatteso: le fun­
zioni non possono essere distribuite in serie che si escludano reciprocamente.
Questo fenomeno ci apparirà in tutta la sua concretezza nel capitolo successivo
e nell’ultimo. Possiamo però iniziare a chiarirlo fin d’ora: se indichiamo con la
lettera A la funzione che occupa dappertutto il primo posto e con la lettera B la
funzione che (quando compare) la segue sempre immediatamente, tutte le fun­
zioni della favola di magia si disporranno in un solo racconto, senza che nessu­
na di esse sia scartata dalla serie, ne escluda un’altra o si trovi con essa in con­
traddizione. Questa è una conclusione che non potevamo assolutamente atten­
derci. In realtà ci saremmo aspettati che là dove compare la funzione A non
possano trovarsi determinate funzioni appartenenti ad altri racconti, ci sarem­
mo aspettati di ottenere diverse serie; ne otteniamo invece una sola per tutte le
favole di magia. Queste sono dunque monotipiche e le combinazioni a cui s’è
fatto accenno rappresentano sottotipi, A prima vista questa conclusione pare
paradossale c persino assurda, ma essa può essere controllata nel modo più pre­
ciso. Questa monotipicità rappresenta il problema più complesso su cui dovre­
mo ancora arrestarci, e farà sorgere tutta una serie di questioni.
Siamo così giunti alla quarta tesi fondamentale della nostra indagine.
Le tavole IV. Tutte le favede di magia hanno struttura monotipica. Passiamo ora alla di­
monotipiche mostrazione come pure allo sviluppo e alla elaborazione particolareggiata di
queste tesi. Vogliamo però ricordare che lo studio della favola deve essere con­
dotto (e così è condotto in sostanza nel nostro lavoro) in modo scrupolosamen­
te deduttivo, cioè partendo dal materiale per giungere alle conclusioni. La trat­
tazione, però, può essere svolta nell’ordine opposto poiché al lettore è più age­
vole seguirne lo sviluppo quando già ne conosca i fondamenti generali. Tuttavia
prima di iniziare l'elaborazione è necessario stabilire su quale materiale essa va­
da condotta. Può parere a prima vista che si debba far ricorso a tutto il materia­
le esistente, ma in realtà non è così. Poiché analizziamo la favola secondo le fun­
zioni dei personaggi, l’esame di nuovo materiale può aver termine nel momento
in cui si constati che esso non porta alla scoperta di nuove funzioni. Certamen­
te il ricercatore deve esaminare una gran massa di materiale di controllo, ma
non vi è alcuna necessità di utilizzarlo tutto nella elaborazione. Siamo giunti al­
la conclusione che 100 favole rappresentano un numero più che sufficiente.
Una volta che abbia constatato l’impossibilità di individuare nuove funzioni, il
morfologo può arrestarsi, per intraprendere la ricerca secondo linee ormai di­
verse (compilazione di indici, sistematizzazione completa, studio storico). Ma se
è possibile limitare la quantità del materiale, ciò non significa che esso possa es­
sere scelto arbitrariamente; dovrà invece essere adottato un criterio esterno.
Prendiamo la raccolta di Afanasiev, iniziamo lo studio delle favole dal numero
50 (che nel piano del compilatore rappresenta la prima favola di magia della
IL METODO E IL MATERIALE 227

collezione) e continuiamolo fino al numero 151. Questa limitazione del materia­


le provocherà indubbiamente molte obiezioni, ma è giustificata al livello teore­
tico. Per fornire una giustificazione più ampia, sarebbe necessario impostare il
problema del grado di ripetibilità dei fenomeni della favola. Se tale ripetibilità è
grande si può far ricorso a un materiale limitato, se è scarsa ciò è impossibile.
Ma la ripetibilità delle parti componenti fondamentali, come vedremo, è supc­
riore a ogni attesa e quindi da un punto di vista teoretico è lecito prendere in
esame una quantità ridotta di documenti. Sul piano pratico questa limitazione è
giustificata dal fatto che il ricorso a una gran massa di materiale avrebbe accre­
sciuto oltre misura il volume del nostro lavoro. Ciò che importa non è la quan­
tità dei documenti ma la qualità della loro elaborazione. Cento favole sono il
nostro materiale di lavoro, u resto è materiale di controllo che presenta un gran­
de interesse per il ricercatore ma soltanto per esso.
4
La grammatica narrativa di Greimas

È arrivato il momento di illustrare come Greimas elabora una propria


teoria della narratività dopo aver preso spunti, ma anche distanze, da
Propp e Lévi-Strauss '. Com e si vedrà, l ’autore mette a punto e uti­
lizza una terminologia piuttosto astratta e formale che ai principianti
in genere risulta ostica. Probabilmente Greimas si ispira in questo
alla glossematica di Louis Hjelmslev, cioè a una teoria linguistica for­
temente formalizzata. D el resto i legami metodologici con il celebre
linguista danese sono strettissimi e vanno a sostanziare soprattutto
quella che Greimas chiama la «vocazione scientifica» della propria se­
miotica 12, In particolare, l ’autore dichiara necessario un «metalinguag­
gio» costruito, in cui i termini siano «univoci» e «interdefiniti». Il
progetto si concretizza nel 1979, anno in cui esce un vero e proprio
Dizionario (Greimas, Courtés, 1979) nel quale sono elencati per voci i
principali concetti della teoria, con un rimando continuo gli uni agli
altri. Q uest’opera, a dispetto della sua struttura dizionariale che ne fa
una specie di summa teologica della semiotica gmmasiana, contiene
in realtà moltissime dichiarazioni di dubbio e altrettante indicazioni
sui campi di ricerca semiotica ancora totalmente da studiare.
Formalismo e metalinguaggio, si è detto: il primo, a volte eccessi­
vo, al punto che viene il sospetto di una sua quasi inutilità; il secon­
do, importantissimo, perché ha permesso non solo un maggior rigore
metodologico ma anche la fondazione di una koinè semiotica che an­
cor oggi rende possibile una condivisione terminologica e un con­
fronto sull’analisi dei testi fra semiotici di tutto il mondo 3.

1. In realtà i debiti teorici dell'autore sono molto più numerosi e dichiarati. Per
semplificate, cito solo i due autori che hanno ispirato direttamente a Greimas le pri­
me riflessioni sulla grammatica narrativa.
2. Per Una trattazione chiara di questo tema, c£r. Mandami, Zinna.(1991).
3. La semiotica greimasiana, dopo la morte di Greimas avvenuta nel 1992, è sta­
ta ripresa, continuata, divulgata da diversi Studiosi e appare oggi particolarmente uti-

37
S E M IO T IC A D EL T E ST O

Come si ricorderà, in Semantica strutturale (Greimas, 1966), G rei­


mas aveva criticato Propp per aver mescolato, nella sua lista delle
funzioni, stati e trasformazioni. A d esempio, «mancanza» è uno stato,
mentre «lotta» è una trasformazione. Nella sua grammatica narrativa 4
dunque Greimas propone innanzi tutto di distinguere:
- stati, in cui i soggetti si trovano in congiunzione o in disgiun­
zione con il loro oggetto (o scopo);
- trasformazioni, in cui i soggetti, da congiunti diventano di­
sgiunti dall’oggetto (o scopo), e viceversa.
L ’autore propone dei simboli, che non aggiungono nulla a questi
concetti3 ma sono solo un modo stenografico per renderli. In parti­
colare “n ” sta per “ congiunzione”, e “u ” sta per “disgiunzione’’, co­
sicché, se “S ” è soggetto e “O ” oggetto, avremo le seguenti formule:

(S A O) enunciato di stato congiunto


(S U O) enunciato di stato disgiunto
(S n O) -> (S u O) trasformazione di disgiunzione
(S u O) — ¥ (S n O) trasformazione di congiunzione

Si chiama Programma Narrativo, generalmente indicato con l’abbre­


viazione pn , la successione di stati e di trasformazioni. Più intuitiva­
mente, il programma narrativo è quello che un soggetto intende fare.
Per esempio, si potrebbe dire che il programma narrativo principale
di tutti gli eroi della fiaba di magia russa è quello di sposare una
principessa. I programmi narrativi in genere sono molteplici e hanno
fra loro una relazione gerarchica: per esempio, posso compiere un’a­
zione che mi permetta di passare a un’altra azione. Il primo program­
ma sarà detto programma narrativo d’uso, il secondo programma nar­
rativo principale. Nella fiaba proppiana, ad esempio, il programma
che ha per scopo r«acquisizione del mezzo magico» è chiaramente
considerabile un programma d ’uso, funzionale affinché programmi
successivi («lotta» e «rimozione della mancanza») vadano a buon fine
e contribuiscano nel loro insieme, definito percorso narrativo, alla rea­
lizzazione del programma principale (che, come si è detto, in questo
corpus è di tipo matrimoniale).

lizzata nell’analisi dei testi pubblicitari e massmediatici in genere. Come vedremo in


capitoli a loro dedicati, alcuni autori oggi si discostano in parte dalla teoria originaria
di Greimas pur collocandosi all’interno della sua tradizione.
4. Per un’illustrazione esaustiva della grammatica narrativa greimasiana, cfr. Mar-
sciani, Zinna (1991).
5. Pertanto, a mio avviso, se ne può tranquillamente evitare l’usa nelle analisi
testuali.
4. LA G R A M M A T IC A N A R R A TIV A D I G R EIM A S (P R IM A PA R T E )

I momenti trasformativi si chiamano performanze. Esse presup­


pongono un agente , ovvero un soggetto operatore. Come dunque vi
sono stati e trasformazioni, così vi sono due tipi di soggetti, il sogget­
to operatore, di cui si è appena detto, e il soggetto di stato. La rela­
zione del soggetto operatore con il proprio operato definisce Venun­
ciato di fare 6.
Una formulazione così astratta della narratività può sembrare e
contraria al sènso comune. Essa è tuttavia utile per il principiante per­
ché lo abitua a pensare al meccanismo narrativo, nella sua essenzialità:
il punto.di partenza è dato da «mancanze», ovvero da stati di disgiun­
zione che chiedono di essere trasformati in stati di congiunzione con
«oggetti», intesi generalissimamente come scopi finali dell’azione. Si
ricorderà che anche nella fiaba proppiana la messa in moto delle sto­
rie coincideva con la funzione denominata «mancanza». E si ricorderà
anche che, già in Semantica strutturale (Greimas, 1966), per «oggetto»
si intendeva non solo qualcosa di concreto ma qualunque fine il Sog­
getto si proponga di ottenere. Qualsiasi intreccio narrativo può dun­
que essere schematizzato come calcolo di programmi narrativi.
Seguiremo ora piuttosto liberamente l ’esemplificazione del G rou ­
pe d’Entrevemes, un gruppo di studiosi di Lione che circa vent’anni
fa scrissero un’agile presentazione della teoria greimasiana7. L ’esem­
pio era questo breve racconto di Alphonse D a u d et8:

La leggenda dell’uomo con il cervello d’oro


Leggendo la vostra lettera, signora, ho avuto come un rimorso. Mi sono reso
conto del colore un po’ troppo luttuoso delle mie storielline e mi sono ri-
promesso di offrirvi oggi qualcosa di gioioso, di follemente gioioso.

6. Di nuovo- Greimas inserisce delle formule che sono ispirate dalla vocazione
formalistica evidentemente ancora in voga negli anni settanta. Mi sembra, ripeto, che
queste formule non aiutino a comprendere meglio i testi. Tuttavia, per completezza
dell’esposizione, gli enunciati di fare sono formulati cosi: F (S) =» [ (S u O) -» (S n
O)] trasformazione congiuntiva; F (S) => [ (S n O) -t (S u 0)1 trasformazione di­
sgiuntiva.
7. Cfr. Groupe d’Entreverries (1979). Cercherò di segnalare le numerose modifi­
che che apporrò all’originale. Si tratta di un libro il quale, pur ottimo, risente qui e là
del tempo passato dalla sua pubblicazione.
8. La traduzione è mia. Non ho cercato una buona versione letteraria del rac­
conto ma ho proceduto a una traduzione che fosse la più letterale possibile per poter
mantenere, senza eccessive modifiche, Tanalisi semantica operata sul testo francese dal
Groupe d’Entrevernes. Ho tagliato una breve parte della presentazione del racconto
che non mi sembrava essenziale per gli scopi prefissati in questo capitolo. La mia
elisione è segnalata da parentesi quadre. Gli altri puntini di sospensione-nel testo
sono invece di Daudet.
S E M IÒ T IC A D EL T È ST O

Perché dovrei essere triste? Vivo a mille leghe dalle nebbie parigine, su
una collina luminosa, nel paese dei tamburini e del vino moscato E in­
vece no! Sono ancora troppo vicino a Parigi. Ogni giorno la città mi manda
gli schizzi delle sue tristezze anche quando mi trovo tra i miei pini... Proprio
mentre scrivo queste righe, vengo a sapere della morte miserevole del povero
Charles Barbara e il mio mulino ne è tutto addolorato. Addio uccellini e
cicale! Non riesco più a concepire, in cuor mio, qualcosa di allegro... Ecco
perché, signora, al posto del racconto carino e scherzoso che vi avevo pro­
messo, anche oggi vi mando una leggenda malinconica:
C’era una volta un uomo che aveva un cervello d’oro; sì, signora, un cervello
tutto d’oro. Quando venne al mondo, i medici pensavano che quel bambino
non sarebbe sopravvissuto tanto era pesante e grande il suo smisurato cra­
nio. E invece visse, e crebbe al sole come un bell’ulivo, anche se la sua gros­
sa testa lo trascinava e faceva pena vederlo cozzare contro tutti i mobili men­
tre Camminava... Cadeva di continuo. Un giorno rotolò giù da una scalinata e
sbattè la fronte contro un gradino di marmo dove il suo cranio risuonò come
un lingotto. Lo credettero morto; ma, quando andarono a sollevarlo, gli tro­
varono solo una leggera ferita con due o tre gocce d ’oro raggrumato tra i
capelli biondi. Fu così che i genitori vennero a sapere che il bambino aveva
un cervello d’oro.
La cosa fu tenuta segreta; lo stesso povero piccolo non sospettava nulla.
Ogni tanto chiedeva perché non lo lasciassero più correre con gli altri ra­
gazzi sulla Strada davanti alla porta di casa.
«Ti ruberebbero, mio bel tesoro», gli rispondeva la madre... Allora al
bambino venne una gran paura di essere rubato; ritornava a giocare da solo,
senza dire niente, ciondolando pesantemente da una stanza all’altra.
Solo a dìciott’anni gli venne rivelato dai genitori il dono misterioso che
gli aveva fatto il destino; e, dal momento che l’avevano allevato e nutrito
tutti quegli anni, gli chiesero in cambio un po’ del suo oro. Il ragazzo non
ebbe alcuna esitazione e immediatamente - la leggenda non dice come -
staccò dal Suo cranio un pezzo di oro massiccio grande come una noce e lo
gettò con fierezza sulle ginocchia della madre. Poi, completamente stordito
dall’idea delle ricchezze che portava dentro la sua testa, folle di desiderio,
ebbro di potenza, lasciò la casa paterna e se ne andò per il mondo a scia­
lacquare il suo tesoro.
Da come conduceva la propria vita, in maniera regale, seminando l’oro senza
badarci, si sarebbe detto che il suo cervello fosse inesauribile.:.. Ma invece si
esauriva e si poteva notare il progressivo spegnimento dei suoi occhi, l’inca­
varsi sempre più pronunciato delle sue guance. Infine venne un mattino,
dopo una bisboccia folle, in cui l’infelice, rimasto solo fra i rimasugli della
festa e le luci che impallidivano, si spaventò vedendo l’enorme breccia che
egli aveva già fatto al suo lingotto; era tempo di fermarsi.
Da quel momento, iniziò una nuova vita. L’uomo dal cervello d’oro andò
a vivere in modo ritirato, del lavoro delle sue mani, sospettoso e timoroso
come un avaro, fuggendo le tentazioni, con lo scopo di dimenticare quelle

40
4. LA G R A M M A T IC A N A R R A TIV A D I G R E IM A S (P R IM A P A R T E )

fatali ricchezze che non voleva più intaccare... Sfortuna volle che un amico lo
seguisse in quella solitudine e questo amico conosceva il suo segreto.
Una notte, il pover uomo si svegliò di soprassalto per uri dolore alla te­
sta, un dolore terribile: si alzò stordito e vide in un raggio di luna l’amico
che fuggiva nascondendo qualcosa sotto il suo mantello.
Dell’altro cervello che gli veniva sottratto!
Dopo qualche tempo, l’uomo dal c e ra lo d’oro si innamorò e questa fu la
fine... Amava con tutta l’anima una piccola donna bionda, d ie lo amava a
sua volta, ma amava ancora di più i pompon, le piume bianche, le passama­
nerie colorate che orlano gli stivaletti.
Tra le mani di questa creaturina - un po’ uccello e un po’ bambola - i
pezzetti d’oro fondevano senza tregua. Lei aveva tutti i capricci possibili, e
lui non sapeva dirle di no; e per paura di darle una pena, le nascose sempre
il triste segreto della sua fortuna.
«Siamo dunque molto ricchi?», diceva lei. E il pover uomo rispondeva:
«Oh, sì... molto ricchi!». E sorrideva amorosamente all’uccellino azzurro che
innocentemente gli mangiava il cranio. Qualche volta tuttavia gli veniva pau­
ra ed era tentato dall’essere avaro ma la piccola donna gli andava incontro
saltellando e dicendo:
«Marito mio, dato che siete cosi ricco, compratemi qualcosa di molto
caro...», e lui comprava qualcosa di molto caro.
Tutto questo andò avanti per due anni; quindi, una mattina, la piccola
donna morì, senza che nessuno potesse comprenderne la ragione, come un
uccello... H tesoro era ormai alla fine e il vedovo utilizzò quel che ne restava
per fare un bel funerale alla sua cara morta. Campane a stormo, pesanti car­
rozze bardate di nero, cavalli infiocchettati, lacrime d’argento sui drappi di
velluto, niente gli sembrava abbastanza bello. Del resto, che cosa gli importa­
va ormai del suo oro?... Ne elargì alla chiesa, ai portantini, alle negozianti di
s’emprevivi; ne elargì a destra e a manca, senza mercanteggiare... Così, uscen­
do dal cimitero, non gli restava pressoché nulla del suo meraviglioso cervel­
lo, a parte qualche particella attaccata alle pareti del cranio.
Allora lo si vide andare di qua e di là per le vie, con l’aria sperduta,
traballante come un ubriaco. Una sera, nell’ora in cui i negozi si illuminano,
si fermò davanti a una grande vetrina in cui erano esposte stoffe di tutti i
tipi e gioielli che brillavano sotto le luci, e rimase li a rimirare a lungo un
paio di stivaletti di raso azzurro bordati di piume di cigno. «Conosco una
persona a cui questi stivaletti piacerebbero molto», disse tra sé sorridendo e,
non ricordando più che la piccola donna era morta, entrò per comprarli.
Dal fondo del suo retrobottega, il negoziante senti un forte grido; accorse
e arretrò vedendo un uomo in piedi che si accostava al bancone con lo
sguardo dolorosamente inebetito. Egli teneva in una mano gli stivaletti azzur­
ri orlati di cigno e nell’altra, lorda di sangue, delle scaglie d’oro ai bordi
delle unghie.
Ecco, signora, la leggenda dell’uomo con il cervello d’oro.
Anche se sembra un racconto fantastico, questa leggenda è interamente

4i
SE M IO T IC A D E L T E S T O

vera... Nel mondo vi sono dei poveretti che sono condannati a vivere del
loro cervello, e pagano in oro fino, con il loro midollo e la loro sostanza, le
minime cose della vita. Per queste persone si tratta di una sofferenza quoti­
diana e infine, quando sono stanchi di soffrire...
Come sottolinea il G roupe d ’Entrevernes, il programma narrativo
principale di questo racconto si potrebbe definire un programma di
“dissipazione dell’oro” da parte del protagonista. Q uest’ultimo si tro­
va infatti già all’inizio in congiunzione con l’oggetto che però, a poco
a poco, per opera sua e di altre persone, diminuisce fino all’esauri­
mento totale. È un caso molto chiaro di passaggio
dell’oggetto da un
soggetto all’altro. Com e era già implicito nelle formule disgiuntive e
congiuntive sopra menzionate, la congiunzione per un soggetto impli­
ca sempre la disgiunzione per un altro soggetto. In questo modo, la
teoria narrativa postula uno sdoppiamento dei programmi narrativi,
ovvero il carattere polemico della narratività. Ogni pn si sviluppa in
relazione con un pn inverso, detto anche anti-programma,
in cui un
anti-soggetto perseguirà uno scopo che è l’esatto contrario dello sco­
po del primo soggetto. La struttura polemica può essere schematizza­
ta come segue:

PN anti-PN
Si n O S2 u O
Si u O S2 n O
Soggetto Anti-Soggetto
Destinante Anti-Destinante
(Aiutante) (Oppositore)

In parole" povere, dire che alla base della narratività c ’è una struttura
polemica equivale ad affermare che se non ci fosse lotta, competizio­
ne per le cose che si vogliono ottenere, non ci sarebbe nessuna tra­
sformazione e quindi nessuna narratività in senso stretto 9. La distri­
buzione dei personaggi rispetto a questi ruoli narrativi è tuttavia va­
riabile, come si è visto per la fiaba russa. Nel racconto di Daudet, la
storia inizia con uno stato di avvenuta congiunzione fra il Soggetto e
l’Oggetto: quando il protagonista nasce, possiede già il suo tesoro e

9. Per Greimas, «narratività» e «trasformazione» sono in sostanza sinonimi. Que­


sto termine non va confuso con quello di «narrazione». Vedremo che per Genette
(cfr. cap. 20), il termine«narrazione» ha infatti un significato più vicino a quello del­
l’uso comune, poiché indica l’atto di raccontare.

42
4 . LA G R A M M A T IC A N A R R A TIV A D I G R E IM A S (P R IM A PA R T E )

deve lottare quindi non per acquisirlo ma per mantenerne il possesso.


Inoltre, a volte in questa storia l ’Anti-soggetto è in sincretismo attoria-
le con il Soggetto in quanto è lo stesso Uomo-dal-cervello-d’oro ad
auto-deprivarsi della propria ricchezza senza una vera contropartita in
beni o servizi: a mano a mano che il protagonista spende il suo oro,
rimane sempre più povero sia sul piano materiale che su quello intel­
lettivo. In altri casi, sempre all’interno del racconto, il soggetto della
trasformazione disgiuntiva, o Anti-soggetto, è diverso dal proprietario
del cervello d ’oro: i genitori, l’amico traditore, la donna bionda, i vari
negozianti contribuiscono, più o meno proditoriamente, a spogliare
l’uomo del suo oro. In conclusione, Soggetto e Anti-soggetto, Desti­
nante e Anti-destinante sono ruoli narrativi in contrasto fra loro ma
che possono essere variamente interpretati ora da uno, ora da un al­
tro personaggio di uno stesso racconto.
G li oggetti circolano fra i vari soggetti, e lo fanno secondo modali­
tà diverse. In particolare, vi sarebbero quattro modi di base, due
transitivi e due riflessivi: i riflessivi sono Vappropriazione, in cui un
soggetto cerca di acquisire gli oggetti da sé e la rinuncia, quando è il
soggetto stesso che decide di separarsi dagli oggetti. I due modi tran­
sitivi sono invece Vattribuzione, quando gli oggetti sono conferiti al
soggetto da un altro soggetto e la spoliazione, quando il soggetto vie­
ne privato dell’oggetto da un altro soggetto '°. In un certo senso, ap­
propriazione e spoliazione sono il risultato di una vera e propria pro­
va mentre ¡’attribuzione e la rinuncia non implicano una lotta e pos­
sono essere definite performanze di dono.
Come fa osservare il G roupe d ’Entrevemes, nel racconto di Dau-
det sono esemplificati tutti e quattro questi casi. L ’amico che ruba
l’oro con la forza è un caso di appropriazione; l’Uomo-dal-cervello-
d’oro che compra qualcosa di molto caro per la sua amata è un caso
di attribuzione; il dono di una parte del suo cervello ai genitori è una
rinuncia; il furto subito ad opera dell’amico è una spoliazione se,
questa volta, vediamo lo stesso episodio dal punto di vista del sogget­
to che subisce la disgiunzione dall’oggetto.
L ’operazione di scambio equivale a una doppia performanza di
dono. C i sono, sempre nel racconto di Daudet, diversi accenni a una
logica di scambio, per esempio quando il protagonista fa degli acqui-

10. Cfr. il saggio Un problema di semiotica narrativa: l'oggetto di valore in Grei-


mas (1983), pp. 34-3 della trad. it. Di nuovo, riporto in nota la versione stenografica:
F (S3) => [(Si n 0 U Sa) -» (Si U O n..Sa)] è la formula per l'enunciato narrativo
complesso. Ovvero, c’è un soggetto (S3) che fa sì che un oggetto, prima congiunto con
Si, sia poi congiunto con Sa.

41
S E M IO T IC A D E L T E S T O

sti, o nella parte finale, dove si dice che vi sono persone che pagano
con il loro cervello e il loro midóllo le più piccole cose della vita " .
V i sono infine casi in cui, nonostante l’oggetto circoli fra soggetti
diversi, nessuno alla fine ne viene veramente privato o vi rinuncia vo­
lontariamente. Si tratta della cosiddetta comunicazione partecipativa.
Questo succede soprattutto quando l ’oggetto è di tipo immateriale:
per esempio, il passaggio di una conoscenza non implica che chi in­
forma un altro smetta di possedere l ’informazione. Altro esempio: se
un mago conferisce dei poteri a un altro, non è detto che per questo
egli debba rinunciarvi. E così via.
Finora non ho mai chiamato l’oggetto con il suo “vero nome”
perché questo avrebbe implicato una precisazione importante che
non può più essere rimandata. Nella grammatica greimasiana il termi­
ne completo è Oggetto di valore , in genere abbreviato come “O v” .
L ’idea di Greimas è infatti che l’Oggetto sia una sorta di luogo di
accoglimento dei valori che il Soggetto vi investe I2. Solo in virtù dei
valori investiti esiste un Soggetto in relazione a un Oggetto. C iò che
conta dunque non è l’oggetto in sé ma quello che il Soggetto cerca in
quell’oggetto. Per esempio, all’inizio del racconto dì Daudet, il grosso
cervello d ’oro è un oggetto investito di valore negativo: fa temere per
la sopravvivenza del neonato, fa cadere il bambino, impedisce che il
poveretto giochi con i suoi compagni. Solo successivamente la natura
aurea del cervello diventerà sinonimo di potere e di ricchezza, senza
per altro perdere mai del tutto una valenza negativa sotterranea.
Quindi non contano tanto le caratteristiche intrinseche dell’oggetto
quanto le valorizzazioni di cui esso si carica di volta in volta, conte­
stualm ente. V i sono contesti in cui la stessa luce del sole può divenire
“ odiosa” , o in cui il bene supremo, la vita, diventa un peso. Questi
sono casi estremi ma è sempre bene, in generale, fare molta attenzio­
ne ai valori così come vengono specificamente tratteggiati dai testi
poiché spesso le valorizzazioni dì oggetti, persone, situazioni non
coincidono con quelle previste dall 'Enciclopedia “3, o dal senso comu­
ne che dir si voglia.
Greimas dice che qualsiasi categoria semantica rappresentata sul

zi. Lo scambio è espresso in simboli così: F (S) => {(Or n Si u O2) —> (Or u
S m O i)].
iz. Sull’importanza del concetto di “valore” per la semiotica strutturale e sulle
diverse definizioni che di questo termine sono state date in ambito semiotico, cfr. cap.
18.
13. Riprendiamo il concetto di Enciclopedia da Umberto Eco che lo introduce in
varie sue opere. Per un approfondimento, cfr. cap. 11, tutto dedicato a questo auto­
re.

44
4 - LA G R A M M A T IC A N A R R A TIV A D I G R EIM A S (PR IM A PA R T E )

quadrato semiotico è suscettibile di essere «assiologizzata», cioè inve­


stita di valore, mediante una categoria specifica, che l ’autore chiama
«ùmica»: la «timìa» è infatti «l’umore, la disposizione affettiva di
base», in altri termini, la relazione primitiva dell’essere vivente con le
persone e con le cose con cui viene a contatto. Questa attrazione o
repulsione di base possono anche essere ricondotte alla denominazio­
ne di «fona», categoria d ìe si articola in «eu-foria» (attrazione, movi­
mento verso), «dis-foria» (repulsione, movimento di allontanamento)
e «a-foria» (posizione di neutralità). Quindi, attraverso la categoria ti-
mica, avviene la valorizzazione positiva (euforica) o negativa (disforì-
ca) di ciascuno dei termini semantici di una struttura elementare della
significazione. Qualsiasi categoria semantica, astratta o concreta, è su­
scettibile di un’ulteriore specificazione: la sua caratterizzazione in sen­
so assiologico, che dipende dal singolo contesto. Tuttavia Greimas
sembra a volte propendere anche per un’idea «universalistica», per
esempio quando parla delle «articolazioni elementari di universi se­
mantici, modelli costruiti che non corrispondono a priori a nessuna
realtà sociologica o psicologica» (19763, p. 126 della trad. it.). Ecco i
modelli:

MODELLO I MODELLO II
Universo individuale Universo collettivo
/natura/ . /cultura/

/non-m orte/ /non-vita/ /non-cultura/ /non-natura/

Greimas prosegue la sua riflessione dicendo che questi modelli posso­


no fungere anche da strutture «assiologiche elementari» suscettibili di
articolare in senso valoriale qualsiasi universo di discorso. E, intuiti­
vamente, non si può negare che soprattutto il termine /vita/ sembri
incaricato di rappresentare il buono, l’euforico per antonomasia. Il
grado di generalità di questi, modelli dal punto di vista assiologico è
in realtà diffìcilmente verificabile. Si possono immaginare casi in cui
le cose non stanno cosi: nella lettera d ’addio di un suicida, ad esem­
pio, difficilmente la vita verrà a coincidere con un valore positivo.
Per quanto riguarda invece l’opposizione /natura vs cultura/, essa è
mediata da Lévi-Strauss il quale, da un punto di vista antropologico,
definisce la natura come ciò che una comunità decide di espungere
dalle proprie valorizzazioni sociali (cioè dalla cultura con la quale si
identifica). Anche a proposito di questa categoria è difficile genera­
S E M IO T IC A DEL T E S T O

lizzare: ci sono casi, per esempio il discorso ecologista, in cui è la


natura a rappresentare il bene supremo mentre la cultura, soprattutto
nella sua accezione tecnologica, è la nuova incarnazione del male.
Secondo Greimas i modelli appena introdotti possono essere mes­
si in correlazione con «strutture figurative elementari, sorta di stereoti­
pi culturali la cui universalità non è provata, ma la cui generalità [...]
è evidente» (ibid.). Queste strutture figurative costituiscono il terzo
modello proposto (sotto, a sinistra), suscettibile di correlazioni con i
modelli precedenti (sotto, a destra, un esempio tratto da Greimas,
i976a, p. 127 della trad. it):

MODELLO Ili
tf . Universo figurativo
/m o c o /.. . /a c q u a / /fu o c o / /a c q u a /
/v ita / /m o r te /
/ a r ia / ^ ^ /t e r r a /
/a r ia / /te r r a /
/n o n -m o r te / / n o n - v it a /

Se facciamo una considerazione di tipo cronologico, vediamo che le


definizioni di «timismo» e di «fona», riportate poco sopra, sono con­
tenute in un libro di tre anni successivo rispetto a quello in cui ven­
gono illustrati questi modelli ' 4. Si può ritenere che l ’autore abbia ri­
visto in senso relativistico la problematica dell’assiologizzazione e che
quindi, già al tempo del Dizionario , non pensasse più a una serie di
valori elementari di base. Tuttavia l ’idea che esistano alcuni, pochi
universali semantici investiti in modo fisso di valore, probabilmente
non è mai stata del tutto abbandonata da Greimas ' 5.
Se i valori sono visti in sistema, sono detti «assiologia», se sono
visti in chiave narrativa, come programmi intrapresi dai Soggetti,
sono detti «ideologia». Questa opposizione sembra debitrice della di­
scussione degli anni settanta sul carattere ideologico di ogni valorizza­
zione e forse appare oggi per lo più fuorviarne. La nozione centrale
rimane quella di «timismo» ,6 e soprattutto, come si dice poco sopra,

14. Cfr., rispettivamente, le voci «assiologia» e «tùnica ( ~ categorìa)» in Grei­


mas, Courtés (1979); e, per i modelli, Greimas (19768), pp. 126-7 della trad. it.
15. Come pensa Jean-Marie Floch, il quale propone a sua volta modelli assiologi-
d standardizzati, applicabili all’universo del consumo. Cfr. cap. 21.
16. Determinante, come vedremo, anche nella successiva elaborazione di una
«semiotica delle passioni». Cfr. cap. 15.

46
4 - LA G R A M M A T IC A N A R R A TIV A D I G R E IM A S (P R IM A PA R T E )

appare importante operativamente, nell’analisi dei testi, l ’accortezza


di tenere distinti i sistemi semantici dal loro investimento assiologico
dato che qualsiasi categoria, anche la più comunemente euforica, può
assumere talvolta una valorizzazione disforica.

47
I

l
5
La grammatica narrativa di Greimas
(seconda parte)

Come si ricorderà ', il modello narrativo di Propp era stato ampia­


mente rimaneggiato da Greimas negli anni sessanta. A lle 31 funzioni
proppiane, l’autore aveva sostituito cinque gruppi di funzioni (À =
Contratto, F = Scontro, C = Comunicazione, p = presenza, d =
spostamento) e, alle sfere d ’azione, sei «cattanti» (Destinante, Destina­
tario, Oggetto, Soggetto, Aiutante» Oppositore). Il passo ulteriore è
stato quefio, negli anni settanta, di sostituire anche alle tre prove
(«qualificante», «principale», «glorificante») qualcosa di più generale,
che potesse essere applicato cioè ad universi narrativi diversi da quel­
lo della fiaba. Si è giunti così allo Schema Narrativo Canonico articola­
to in quattro fasi:
1. La M anipolazione (cfr. le funzioni contrattuali dello schema prece­
dente), in cui il Destinante convince in qualche modo il Soggetto cir­
ca l’opportunità di intraprendere un determinato programma narrati­
vo.
2. La Competenza (di problematica corrispondenza con gli elementi
dello schema precedente ma grosso modo attinente alla prova qualifi­
,
cante), che corrisponde all’“equipaggÌamento modale” (volere dovere,
sapere, potere) del soggetto, in riferimento al programma da compie­
re.
3. La Performanza, o fase trasformativa per eccellenza, cioè l’azione
del Soggetto che trasforma gli stati di cose (vedi, nello schema prece­
dente, le funzioni F, di scontro).
4. La Sanzione, che è il segmento finale di una narrazione, quando il
Destinante giudica se l’opera compiuta dal Soggetto è conforme o
meno al contratto iniziale (e coincide in parte con prova glorifican­
te).
Evidentemente lo schema delle tre prove era apparso a Greimas 1

1. Cfr. cap. 2.

49
SE M IO T IC A D E L T E ST O

troppo specifico dei genere della fiaba. Le prove moltiplicano per tre,
in un certo senso, lo Schema Narrativo Canonico, prevedendo ciascu­
na al proprio interno un momento contrattuale, un momento trasfor­
mativo e uno cognitivo. Tuttavia, solo alla prova qualificante corri­
spondeva una vera e propria acquisizione di competenza da parte del
soggetto, mentre la nuova scansione è ampiamente generalizzabile
perché prevede, in un’unica soluzione, tutte e quattro le componenti
logiche fondamentali della narratività: un momento di adesione ai va­
lori e di attivazione di un programma narrativo; un momento di com-
petenzializzazione del soggetto operatore2; un momento di azione; e
un momento di ritorno al problema dei valori, questa volta in chiave
di ratifica delle trasformazioni avvenute e di verifica della corrispon­
denza fra i valori stabiliti all’inizio, in sede di contratto, e i valori
conseguiti alla fine, tramite la performanza.
Si saranno notate le quattro modalità che, secondo Greimas, defi­
niscono a livello molto astratto la competenza del soggetto. Come
suggeriscono Marseiani e Zinna «l’importanza dei valori modali del
volere, del dovere, del pàtere e dèi sapere è attestata dal fatto che que­
ste quattro modalità costituiscono un gruppo di predicati comuni a
moltissime lingue» (1991, p. 95). Le riprenderemo anche in seguito,
ma ne tratteggiamo subito una prima caratterizzazione intuitiva. L ’i­
dea di Greimas è che, alla base del rapporto fra un soggetto e un
altro soggetto, 0 fra un soggetto e il mondo, vi siano quattro orienta­
menti di fondo: uno consiste nei «desideri» del soggetto, radicati nel­
la sua individualità, e questo ambito è quello della modalità del vole­
re. C ’è poi l’aspetto più sociale del soggetto, che lo lega alle regole
della collettività con una serie di diritti e di doveri, di comportamenti
ammessi o vietati. Q uesto è l’ambito della modalità del «dovere», che
orienta, come si può immaginare, non pochi programmi narrativi. Vi
sono poi le due modalità del sapere e del potere, che definiscono ri­
spettivamente l’ambito cognitivo e quello delle abilità del soggetto. Il
potere è inteso sia nel senso di possibilità che nel senso di abilità: il
soggetto «può fare» qualcosa perché nessuno glielo impedisce o vieta;
o «può fare» qualcosa allorché abbia la capacità di farlo. Per quanto
riguarda il sapere, si noti come esso sia solo «una» delle componenti

2. Mi rendo conto che il termine competenztalizzazione risulta molto pesante in


italiano. Tuttavia non è facilmente sostituibile, “Acquisizione della competenza” non
sarebbe un modo più rapido per dire la stessa cosa. I puristi della lingua possono
tuttavia ricorrervi, se preferiscono.

50
J . LA G R A M M A T IC A NA R R A TIV A D I G R EIM A S (S E C O N D A PA R T E )

della competenza del soggetto, diversamente dall’accezione comune


del termine competenza con il quale ci si riferisce in genere alle cono­
scenze possedute da una persona.
Ovviamente questo è un primo modo, un po’ semplificato, di
spiegare lo Schema Narrativo Canonico. Giova ricordare ancora una
volta che gli aitanti che compaiono al suo interno non corrispondono
necessariamente a personaggi diversi. In un dato racconto, un perso­
naggio può «destinare» se stesso all’azione. In questo caso, la mani­
polazione è tutta interna al personaggio. Addirittura può capitare che
10 stesso personaggio diventi Anti-Destinante di se stesso: pensiamo
ad esempio al principe Amleto che riceve dal fantasma del re, suo
padre ( = Destinante) il compito di vendicare la propria uccisione ad
opera dello zio, usurpatore .del regno. Amleto accetta il compito, si
dota di tutto ciò che gli serve per portare a termine l’azione: conosce
i fatti, sa maneggiare la spada, vuole riparare all’ingiustizia perpetrata
ai danni deh padre e anche l’onore perduto della madre, andata in
sposa proprio all’assassino del marito. Tuttavia il principe danese,
passato alla storia come il titubante per antonomasia, non passa all’a­
zione. È come se si fosse accampato dentro di lui un misterioso Anti-
Destinante che gli impone un programma opposto: di attesa, di resa,
di passività.
Questo esempio ci permette di illustrare un altro concetto impor­
tante che è quello di M odo di esistenza semiotica. Vi sono tre modi di
esistenza semiotica, denominati: virtuale, attuale e realizzato. Un pro­
gramma narrativo è detto virtualizzato quando la manipolazione ha
fatto sì che il soggetto abbia cominciato ad aderire ai valori proposti
dal Destinante: in altri termini, il Destinante ha instaurato nel Sogget­
to un voler fare o un dover fare. Non si tratta ancora di rendersi ca­
paci di affrontare razione ma il pn è comunque virtualizzato dato che
11 Soggetto comincia a considerare l’ipotesi di compiere l’azione. Il
passo successivo è quello in cui il Soggetto non solo vuole o deve
compiere un pn, ma si dota anche del saper fare e del poter fare ne­
cessari perché egli possa agire. In questo modo il programma narrati­
vo non è più solo virtualizzato ma è anche attualizzato, il che non
significa però che esso sia stato già realizzato-, lo sarà solo a trasforma­
zione effettivamente avvenuta. Nel caso di Amleto, per esempio, ci
troviamo di fronte a un programma già attualizzato che non riesce
però ad essere realizzato.
Dal punto di vista dei modi di esistenza semiotica, le quattro mo­
dalità definite poco sopra si suddividono in virtualizzanti e in attua­
lizzanti:

51
S E M IO T IC A D E L T E ST O

competenza performanza
modalità modalità modalità
virtu alizzanti attualizzanti realizzanti
dover fare poter fare far essere
voler Fare saper fare

Per Greimas, il soggetto è competente quando ha tu tte le modalizza-


zioni che gli servono per portare a termine il programma narrativo.
Le varie modalità non si escludono a vicenda ma costituiscono per lo
più delle «polarizzazioni»: nei testi, a volte sarà più in risalto il pote­
re, a volte il sapere ecc., ma è più facile che tutte e quattro le moda-
lizzazioni siano compresenti tanto che il vero problema è quello della
loro compatibilità. A d esempio, se un soggetto deve ma non vuole
fare qualcosa, ci troviamo di fronte a un conflitto modale e il Sogget­
to non si trova ovviamente nella situazione migliore per agire. V e­
dremo più avanti, quando parleremo dei Buddenbrook di Thomas
.
Mann (cfr. cap 12), come la povera Antonie Buddenbrook si trovi
costretta dalla famiglia a sposare un pretendente che le è odioso. Il
padre, fungendo da Destinante, la manipola secondo la modalità del
dovere adducendo motivazioni religiose, famigliali e d economiche.
Alla fine la povera ragazza soccomberà al volere del padre, mettendo
da parte i propri desideri (rinclinazione per un altro ragazzo). Chi
conosce il romanzo sa che il console Buddenbrook dovrà rimpiangere
amaramente questo «successo» ottenuto sulla figlia, dato d ie il di lei
marito si rivelerà uno spiantato truffatore. Ma, al momento del ma­
trimonio, il programma narrativo è stato portato a termine secondo i
valori del Destinante. Ecco quindi che la competenza, intesa come
«buona» competenza, che metta il Soggetto davvero in grado di pro­
cedere all’atto, è definibile anche come insiem e d i modalità compatibi­
li. N ell’esempio appena portato, finché in Antonie c ’è conflitto, lei
non può accondiscendere al matrimonio.
In assenza di qualche modalità essenziale per compiere l ’azione, o
in presenza di un conflitto fra modalizzazioni, si avrà facilmente un
p n d ’uso 3 in cui l ’oggetto di valore non sarà un O v descrittivo, ovve­
ro un oggetto qualunque, ma un O v modale. In altri termini, il Sog­
getto, prima di cercare di ottenere l ’oggetto di valore, deve cercare di

3. Che abbiamo già definito (cfr. cah . 4) come un programma narrativo subordi­
nato al programma narrativo principale.

52
$ . LA G R A M M A T IC A NA R R A TIV A D I G R E IM A S (S E C O N D A P A R T E )

ottenere la modalità che gli manca per portare a buon fine la sua
azione. Per esempio, la tormentata Antonie, indecisa se ottemperare o
meno alla volontà del padre, una sera legge il «libro di famiglia»,
dove vengono annotate da generazioni tutte le morti, le nascite e gli
avvenimenti di rilievo dei Buddenbrook. Questo la fa sentire parte di
una lunga tradizione, mette in secondo piano la sfera individuale e le
sue inclinazioni, e instaura al loro posto un solido dover fare che ac­
cresce l’opinione che la giovane ha di sé 4. Come vedremo più avanti,
in questo stesso capitolo, quando parleremo del codice dell’onore, An­
tonie si colloca nella posizione della fierezza poiché potrebbe rifiutarsi
di sposare l’odiato Griinlich (poter fare) ma in realtà non può non
obbedire alle leggi della famiglia (non poter non fare).
Vi sono però anche casi in cui la ricerca di una data modalità è il
programma narrativo principale: in fondo, gran parte della storia non
è altro che una lotta per il potere e la stragrande maggioranza dei
romanzi gialli è incentrata sul voler-sapere: per esempio, nel caso del
classico ispettore di polizia che vuole arrestare un assassino (= p n
principale), egli deve prima capire chi è colui che ha compiuto il rea­
to ( = p n d’uso, Ov = sapere). Si pensi di nuovo ad Amleto, che non
riesce a passare dall’attualizzazione del p n di vendetta alla sua piena
realizzazione perché da qualche parte gli fa difetto la volontà e deve
quindi inaugurare due p n d’uso modali: capire perché è bloccato (Ov
= sapere); trovare finalmente la determinazione per agire (Ow= vo­
lere).
In un certo senso, questi programmi narrativi d’uso in cui l’ogget­
to di valore è di tipo modale sono i corrispondenti della prova quali­
ficante della fiaba, dove roggetto modale era rappresentato figurativa­
mente come mezzo magico. Greimas propone anche di tradurre l’aiu­
tante e l’oppositore di derivazione proppiana ìn termini di competen-
zializzazione. E infatti inserirà sempre meno questi due attanti com­
plementari nei suoi schemi successivi.
Possiamo illustrare ora l’atto pragmatico, propriamente realizzati-
vo, in tutta la sua complessità5:

4. «“Còme l’anello di una catena”, aveva scritto il babbo... oh, sì, si,! Proprio
come anello di quella catena lei si sentiva piena di importanza e di responsabilità...
chiamata a cooperare con risoluzioni e con atti alla storia della sua famiglia!», Mann
(1901), p. 144 della trad. it.
5. Questo schema, come moke altre osservazioni relative alle modalità, è tratto
da Per una teoria delle modalità, in Greimas (1983).
S E M IO T IC A D E L T E ST O

Atto pragmatico e sue strutture cognitive inquadranti-.


amanza cognitiva competenza cognitiva
'di Ss (manipolazione) di S, (sanzione)
competenza di S, performanza di S,
atto pragmatico

La descrizione narrativa dell’azione non è completa se non si conside­


ra anche la manipolazione a monte, é la fase successiva della sanzio­
ne. In questo schema, con S2 si indica il Destinante e con S, il Sog­
getto operatore. Si parla di performanza cognitiva del Destinante per
indicare la manipolazione, e di competenza cognitiva del Destinante
per indicare la sanzione in quanto questi due segmenti dello Schema
Narrativo Canonico sono entrambi a dominanza cognitiva; ma nella
manipolazione si modifica la competenza del Soggetto operatore, e
quindi il Destinante opera una trasformazione; mentre nella sanzione
il Destinante si limita a giudicare l’operato del Soggetto, e non tra­
sforma nulla. Per questo la sanzione è definita come competenza (si
giudica se il soggetto ha agito bene o no) e non come performanza.
Si può rendere conto ora con più completezza dello Schema Narrativo
Canonico e delle sue componenti modali:Il
manipolazione competenza performanza sanzione
far fare essere del far essere essere
fare dell’essere
far sapere dover fare
voler fare sapere
far vole* e poter fare
saper fare
dominante dominante
persuasiva interpretativa

Il fa r fare è la modalità fattitiva. Greimas ha previsto quattro grandi


figure generali della manipolazione, ovvero del far fare, che sono:
- la promessa-, si fa fare (o si vieta di fare) qualcosa a qualcuno pro­
spettandogli un premio o comunque delle conseguenze positive;
- la minaccia-, si fa fare (o si vieta di fare) qualcosa a qualcuno pro­
spettandogli una punizione o comunque delle conseguenze negative;
- la seduzione, si fa fare (o si vieta di fare) qualcosa a qualcuno pro-

54
5. LA grammatica narrativa di greimas (seconda parte)

spettandogli un’immagine positiva di lui e della sua competenza (“Tu


che sei così bravo...”);
- la provocazione: si fa fare (o si vieta di fare) qualcosa a qualcuno
prospettandogli un’immagine negativa di lui e della sua competenza
("Scommetto che non sei capace di...”) 6.
Tornando allo Schema Narrativo Canonico., per essere del fare si
intende lo statuto modale della competenza che sta a monte dell’atto
e lo rende possibile; il fa r essere è la modalità trasformativa, che mo­
difica gli stati del mondo; l’essere dell'essere è la modalità veridittiva
che stabilisce se ciò che sembra corrisponda o meno a ciò che effetti­
vamente è. Ecco il quadrato della veridizione:
verità
C
■ f essere sembrare
segreto menzogna
non sembrare non essere
-V "
falsità
Tutte le modalità sono suscettibili di essere messe in quadrato 7 e
questo permette di articolare maggiormente la loro configurazione.
Vediamo alcuni degli esempi più interessanti8.

6. Soprattutto quest’ultima figura è stata analizzata compiutamente nel saggio La


sfida (Greimas, 1983) che è interessante anche perché vi si affronta per la prima volta
un tema importante per la semiòtica e per la socio-semiotica successive: quello dei
simulacri che i soggetti si creano l’uno dell’altro e si rimandano l’un l’altro nell’intera­
zione. Cfr. care, 18 e 19.
7. Come si è visto rapidamente nel gai*. 3, e come sarà illustrato più compiuta-
mente nel c.ai*. 6, il quadrato semiotico è una rappresentazione logica in cui due ter­
mini qualsiasi (A e B) si trovano rappresentati in relazione di contrarietà (A vs B); in
relazione di sub-contrarietà (non A vs non B) e in relazione di contraddizione (A vs
non A; B vs non B).
8. Chi volesse approfondire questi quadrati modali, li può trovare esposti e com­
mentati in vari saggi di Del senso 2 (Greimas, 1983).

■ 55
SE M IO T IC A D E L T E ST O

Per quanto riguarda il dover fare-,


dover fare dover non fare
prescrizione interdizione

non dover non fare non dover fare


permissività facoltatività

Per quanto riguarda il poter fare (detto anche quadrato del «Codice
dell’onore»):
sovranità
/—
libertà______poter fare poter non fare _ _ indipendenza
V

fierezza { S umiltà

obbedienza _ non poter non fare non poter fare__ impotenza


V.
V
sottomissione

Per quanto riguarda il far fare:


far fare far non fare
intervento impedimento

non far non fare non far fare


lasciar fare non intervento

Le modalità, inoltre, possono entrare in relazione reciproca: o sovra-


modalizzandosi (ad esempio, non è difficile immaginare un voler sape­
re o un poter volere)-, o entrando in sinergia o in conflitto fra loro.
Nel saggio Per una teoria delle modalità, Greimas fa un approfondito
confronto fra il dover essere e il poter essere. È evidente che dover
essere + non poter non essere è un caso di assoluta conformità fra le
5. LÀ G R A M M A T IC A N A R R A TIV A D I G R EIM A S (S E C O N D A P A R T E )

due modalità; mentre se abbiamo un dover essere + poter non essere,


abbiamo una contraddizione (Greimas, 1983, p. 80 della trad. it.).
I quadrati proposd poco sopra hanno mostrato come anche per le
modalità si possa parlare di una struttura logica basata su rapporti di
contrarietà e di contraddizione fra i termini. Qualcuno potrebbe obiet­
tare che le varie “posizioni modali” vengono denominate in maniera
abbastanza arbitraria: ad esempio, nel linguaggio comune, il lasciar
fare e il non intervento suonano abbastanza simili. Ma non sono tanto
le denominazioni ad essere importanti (si potrebbero sostituire con
altre), quanto l’articolazione logica soggiacente. Nel caso dei quadrati
di Veridizione e del Codice dell'onore, abbiamo visto che sono possi­
bili anche termini che raggruppano due modalità differenti: per esem­
pio, per sovranità si intende il poter fare + il poter non fare, cioè il
potere al suo massimo grado; per menzogna si intende il sembrare +
il non essere 9.
Con lo Schema Narrativo Canonico si può dire conclusa la rifor­
mulazione dei contributi lévi-straussiani e proppiani nella grammatica
narrativa di Greimas. Ora si passerà alla trattazione dell’ultima versio­
ne della teoria di Greimas, sintetizzata nel Percorso Generativo io.

9. Si tornerà su questi termini complessi nel prossimo capitolo, quando si parlerà


del quadrato semiotico nella sua formulazione completa.
10. La ragione per cui non si è partiti direttamente da quest’ultimo, che costitui­
sce la formulazione “matura” della teoria greimasiana, è di opportunità didattica: ve­
dere come si arriva alla definizione dei concetti aiuta a capire la loro natura e il loro
grado di parentela con altri concetti.

‘57
r

!
6
Le strutture semio-narrative
e la prima segmentazione del testo

A partire dal 1979, data di uscita del Dizionario di Greimas e Cour-


tés, si comincia a parlare di Percorso generativo d el senso. Alla voce
Generativo (Percorso ~ ) del Dizionario, gli autori dicono che si tratta
dell’«economia generale di una teoria semiotica», ovvero della dispo­
sizione delle sue componenti le une in rapporto alle altre. Il tutto nel­
la prospettiva della generazione che non è da intendersi come «gene­
si» empirica e temporalizzata del senso dai livelli più elementari e
profondi, ai livelli via via più concreti. Una persona che si accosti per
la prima volta al Percorso Generativo è invece portata facilmente a
immaginare uno scenario abbastanza grottesco: vede ad esempio uno
scrittore che si propone di scrivere un romanzo e, come prima cosa,
si pone i problemi: che valori profondi voglio trasformare con il mio
intreccio? Chi farà il Destinante? Il mio protagonista, lo faccio se­
condo il volere o secondo il sapere? Ora, qualcosa del genere avver­
rebbe se il Percorso Generativo, con i suoi vari livelli, fosse inteso
come un insieme di tappe di produzione di un testo. In realtà nessu­
no scrittore, neanche in preda a un’ortodossia greimasiana patologica,
comincerebbe a concepire un romanzo partendo dalle strutture pro­
fonde. Chiunque voglia inventare una storia comincia a progettarla
subito con personaggi in carne ed ossa, e luoghi, ed epoca storica, e
avvenimenti concreti come innamoramenti, battaglie, omicidi, furti
del secolo.
Sgombriamo dunque subito il campo dall’idea, erronea, che il
“percorso” a cui fa riferimento Greimas sia quello mentale che porta
alla produzione di un testo. Il percorso è generativo in un senso per
lo più logico, nel senso che ogni livello collocato più in profondità è
logicamente implicato da quelli più superficiali e quindi ne diventa
conditio sine qua non. Per esempio, non è possibile che un Soggetto
intraprenda un programma narrativo per ottenere qualcosa se non è
in grado di cogliere la differenza fra questo qualcosa e qualcos’altro.
59
S E M iO T iC A D E L T E S T O

E cco dunque che la struttura differenziale alla base del percorso, o


quadrato semiotico, è presupposta logicamente dalla sintassi narrativa.
Vediamo in schema la prima parte del Percorso G enerativo1'.

componente sintattica componente semantica


Strutture livello operazioni sul qua- quadrato semiotico co-
profondo drato (affermazione/ me sistema semantico
negazione)
semio-narrative livello sintassi valori investiti su O v
superficiale antropomorfa:
attanti, modalità, pn

Il quadrato semiotico compare dunque al livello piu profondo sia in


chiave sintattica, di operazione di affermazione e negazione dei valori
che articola; sia in chiave semantica, come sistema a monte di ogni
organizzazione narrativa. Per esempio, ricordiamo che nei miti tebani
le varie teorie sull’origine dell’uomo potevano essere rappresentate in
quadrato ( = sistema dei valori attorno a cui si era sviluppato il cor­
pus mitico) e, nel corso dei miti, venivano alternativamente affermate
o negate ( = sintassi narrativa). In questo modo, ciò che compariva
nelle varie posizioni del sistema veniva alternativamente posto o
escluso: ad esempio, Edipo uccide il padre —» sottovalutazione dei
legami parentali —» negazione dell’origine dell’uomo da altri uomini.
Negare uno dei valori sul quadrato prepara l ’affermazione del ter­
mine contrario a quello negato. Sarà piu chiaro se illustreremo al
completo le relazioni logiche che legano i vari termini in un quadrato
semiotico. I simboli “s ,” e “s^” stanno per grandezze semàntiche
qualsiasi. Infatti, come recita la voce “quadrato semiotico” del D izio­
nario (Greimas, Courtés, 1979), si tratta della rappresentazione visiva
dell’articolazione logica di una categoria semantica qualsiasi:

s, ------------------* Sj

sI

1. Le strutture discorsive verranno trattate più avanti.

60
6 . LE ST R U TT U R E S E M IO -N A R R A T IV E E LA PR IM A S E G M E N T A Z IO N E D E L T EST O

■ dove:
relazione di contraddizione
<---> relazione di contrarietà
=> relazione di complementarità
s. - Sj asse dei contrari
Sj - s, asse dei subcontrari
s, - 5, schema positivo
Sj- s, schema negativo
s ,- s a deissi positiva
Sj - s, deissi negativa

Abbiamo visto nella lezione precedente come sia possibile anche la


creazione di m etaterm ini, ovvero di termini complessi (s, + s j o di
termini neutri (s, + s2), cosa piuttosto frequente soprattutto nei testi
mitici, poetici o sacri, come fanno notare gli autori del D izionario 2.
Le strutture profonde sono incaricate quindi di fornire la base lo­
gico-semantica alle successive operazioni propriamente narrative e il
passaggio dalle prime alle seconde è detto conversione. Al cosiddetto
livello semio-narrativo di superficie, che corrisponde grosso modo allo
Schema narrativo canonia.> precedentemente formulato, infatti si tro­
vano delle strutture già antropomorfe, non ancora personaggi concre­
ti ma Soggetti, Oggetti, valori assunti da Soggetti, Modalità, e così
via. Si tratta di una rappresentazione molto astratta e formale dell’im­
maginario umano, con strutture di destinazione (il rapporto Destinan­
te-Destinatario); una relazione intenzionale fra un Soggetto e uno sco­
po (la relazione Soggetto-Oggetto); una struttura modale molto gene­
rale (volere , dovere, potere, sapere)-, dei valori che non sono più solo
pure virtualità semantiche ma valori attualizzati da un Soggetto. I va­
lori possono essere di tanti tipi (modali, culturali, oggettuali ecc.) e,
nel momento in cui vengono selezionati dal soggetto, entrano in una
prospettiva di congiunzione. Quindi, alle operazioni di affermazione/
negazione del livello profondo, al livello superficiale corrispondono
gli enunciati di stato e di fare di cui si è già parlato, dove il soggetto
si trova in congiunzione o in disgiunzione con gli oggetti di valore.
La conversione dal livello' profondo (quadrato) a quello superficiale
(attanti, modalità) costituisce, come osserva Jean Petitot (1985)3,
un’operazione molto interessante che fa corrispondere, a relazioni lo­
2. Nei prossimi capitoli si avranno molte esemplificazioni concrete di questi ter­
mini neutri e complessi.
3. In particolare il paragrafo La sintassi antropomorfa e la teoria attanziale, da p.
263 della trad. it.
S E M IO T IC A D EL T E ST O

giche, relazioni soggettive orientate verso un valore. In altri termini, il


quadrato semiotico
s, ■ *----------------- ► s, s, n O s ,u O

equivale a:
s, ?, sa n O s ,u O

Si pensi al più volte citato corpus dei miti tebani o agli altri miti ana­
lizzati successivamente nelle M itologiche da. Lévi-Strauss, dove perfor­
mance riuscite (e quindi congiunzioni fra soggetti e oggetti) stanno
per l’affermazione di determinati stili alimentari e, viceversa, perfor-
manze fallite equivalgono alla negazione di determinati stili alimenta­
ri.
Questo equivale a sostenere che il senso è colto dagli esseri
umani solo se viene articolato narrativamente. Se si vuole affermare
o negare qualcosa, si mettono in scena dei soggetti che gareggiano
fra loro per ottenere o allontanare da sé quella cosa. Quindi il pas­
saggio dalle strutture profonde a quelle di superficie (che non sono
ancora però discorsive né manifestate, come vedremo) coincide con
il passaggio da una logica astratta a una “logica narrativa” senza la
quale la prima non troverebbe diritto di cittadinanza nell’immagina­
rio umano.
Con questo abbiamo concluso la parte dedicata alla strutture se-
mio-narrative e per il momento, in attesa di introdurre altre nozioni
importantissime come ad esempio quella di enunciazione , che vedre­
mo nel prossimo capitolo, possiamo però avvalerci delle nozioni fin
qui introdotte per tentare un’operazione preliminare sul testo, e cioè
la sua segmentazione in sequenze.
La segmentazione in sequenze è un fatto operativo non soggetto a
rigide regole metodologiche. Alla luce di un’analisi più approfondita
di un testo, ci si può anche accorgere che la nostra prima segmenta­
zione non era perfettamente adeguata. E del resto, se si aspetta di
aver finito l’analisi per segmentare il testo con argomenti probatori
maggiori, la segmentazione ha perso la sua funzione che è quella di
facilitare l’analisi suddividendo provvisoriamente il testo. Ovviamente
le varie sequenze hanno comunque un’autonomia molto limitata e
qualsiasi osservazione sulle prime sequenze può essere anche radical­
mente mutata sulla base di quanto emerge nelle sequenze successive.
Alla fine, l’analisi del testo non deve essere una semplice “somma”
62
6. L E ST R U TT U R E SEM IO -N A R R A T I V E E LA PR IM A S E G M E N T A Z IO N E D E L T E S T O

delle osservazioni fatte a proposito delle singole sequenze poiché il


testo è una totalità di significato (in francese, tout de signification). La
suddivisione in sequenze è solo un modo per rallentare e ordinare l’a­
nalisi. In vista dell’interpretazione finale conta solo l’unità-testo nella
sua globalità.
Se ritorniamo al racconto di Daudet introdotto nel quarto capito­
lo, vediamo che le nostre cognizioni su enunciati di stato ed enunciati
di trasformazione, Oggetti di valore e Soggetti, relazioni di destina­
zione, modalità e così via, ci permettono di tracciare alcune cesure
nel testo che non corrispondono affatto, a volte, a quelle della sua
organizzazione grafica o grammaticale 4. Proponiamo quindi una sud-
divisione in sequenze ( s q , fra parentesi quadre) e sottosequenze (fra
parentesi tonde all’interno delle sequenze maggiori) che non è l’unica
possibile. Altre suddivisioni, più o meno dettagliate, potrebbero esse­
re ugualmente difendibili. La regola è che la suddivisione in sequenze
deve essere funzionale all’analisi: stringerne troppo le maglie ci mette
di fronte a un’eccessiva parcellizzazione del testo, rende difficile il
raccordo fra tante micro-sequenze diverse e ci mette di fronte a seg­
menti che hanno scarsissima autonomia. Optare al contrario per una
segmentazione a maglie troppo larghe vanifica in una certa misura il
vantaggio stesso di una segmentazione, dato che ci troviamo a ma­
neggiare porzioni troppo lunghe e complesse del testo. La via di mez­
zo non è sempre facile da trovare e varia da testo a testo. Nel caso
della Leggenda dell'uom o con il cervello d'oro, abbiamo un racconto
abbastanza breve, con cesure narrative piuttosto evidenti e quindi il
lavoro di suddivisione in sequenze è facilitato rispetto a quello reso
necessario da un testo molto descrittivo o più “continuo”, dove cioè
le trasformazioni siano di piccola taglia o addirittura difficilmente in­
dividuabili.
Il racconto si apre e si chiude con una presentazione del racconto
stesso da parte del narratore e quindi abbiamo già tre macro-segmen­
ti molto netti: presentazione del narratore racconto vero e proprio
—> chiusa del narratore. Inoltre, ci sono scansioni temporali altrettan­
to determinate (infanzia/età adulta del protagonista) e trasformazioni
modali evidenti, come l’acquisizione di sapere all’inizio, quando i ge­
nitori si accorgono che il figlioletto ha un cervello d’oro. Si notano
inoltre, lungo il racconto, le ripetute performanze disgiuntive, a mano
a mano che il protagonista sperpera il suo tesoro o ne viene depreda­
to. Un’altra linea di demarcazione si rende evidente fra i segmenti
4. Nella traduzione ho mantenuto rigorosamente la suddivisione grafica del testo
francese, comprese le spaziature doppie fra alcuni paragrafi.
S E M IO T IC A D E L T E ST O

che raccontano fatti iterati e segm enti che raccontano fatti singoli. A d
esem pio, «conduceva la p ro p ria vita in m odo regale, sem inando
l’oro...» è una sequenza iterativa, cioè racconta di qualcosa che si ri­
p ete nel tem po. «Infine, venne un m attino ...» è invece una sequenza
singolativa, in cui succede qualcosa di rilevante che si staglia su Una
continuità preesistente, interrom pendola. In questo caso, la differenza
è più di superficie, non pertiene alla categorizzazione narrativa p ro ­
fonda m a all’arrangiam ento discorsivo superficiale della storia (e in
particolare al livello aspettuale, com e si dirà). P ropongo quindi che la
categoria iterato/singolativo sia considerata più “d eb o le” delle altre
com e criterio di suddivisione e quindi che i segm enti iterativi vadano
a costituire delle sottosequenze all’interno delle sequenze p iù am pie
che com prendono l’iterazione e la sua interruzione ad opera di un
fatto singolo rilevante. F atte salve queste prim e osservazioni, una sud-
divisione abbastanza funzionale all’analisi p o trebb e essere la seguen­
te 5:
La leggenda dell'uomo con il cervello d’oro
[Leggendo la vostra lettera, signora, ho avuto come un rimorso. Mi sono
reso conto del colore un po’ troppo luttuoso delle mie storielline e mi sono
ripromesso di offrirvi oggi qualcosa di gioioso, di follemente gioioso.] SQi
[Perché dovrei essere triste? Vivo a mille leghe dalle nebbie parigine, su
una collina luminosa, nel paese dei tamburini e del vino moscato [...]. E in­
vece no! Sono ancora troppo vicino a Parigi. Ogni giorno la città mi manda
gli schizzi delle sue tristezze anche quando mi trovo tra i miei pini... Proprio
mentre scrivo queste righe, vengo a sapere della morte miserevole del povero
Charles Barbara e il mio mulino ne è tutto addolorato. Addio uccellini e
cicale! Non riesco più a concepire, in cuor mio, qualcosa di allegro...] SQ2
[Ecco perché, signora, al pósto del racconto carino e scherzoso che vi avevo
promesso, anche oggi vi mando una leggenda malinconica:] SO3
[C’era una volta un uomo che aveva un cervello d’oro; sì, signora, un cervel­
lo tutto d’oro. Quando venne al mondo, i medici pensavano che quel bambi­
no non sarebbe sopravvissuto tanto era pesante e grande il suo smisurato
cranio. E invece visse, e crebbe al sole come un bell’ulivo, anche se la sua
grossa testa lo trascinava e faceva pena vederlo cozzare contro tutti i mobili
mentre camminava... Cadeva di continuo.] SQ4 [Un giorno rotolò giù da una
scalinata e sbattè la fronte contro un gradino di marmo dove il suo cranio
risuonò come un lingotto. Lo credettero morto; ma, quando andarono a sol­
levarlo, gli trovarono solo una leggera ferita con due o tre gocce d’oro rag­

5. Tutta questa parte sulla suddivisione in sequenze non si trova nel libro del
Groupe d’Entrevemes che fa però una sua suddivisione del testo di Daudet, solo in
parte corrispondente a quella proposta qui.

64
6 . L E ST R U TT U R E S E M IO -N A R R A T IV E E LA PR IM A S E G M E N T A Z IO N E D E L T E S T O

grumato tra i capelli biondi. Fu così che i genitori vainero a sapere che il
bambino aveva un cervello d’oro.] sqj
{La cosa fu tenuta segreta; lo stesso povero piccolo non sospettava nulla.
Ogni tanto chiedeva perché non lo lasciassero più correre con gli altri ra­
gazzi sulla strada davanti alla porta di casa.
«Ti ruberebbero, mio bel tesoro», gli rispondeva la madre... M ora al
bambino vaine una gran paura di essere rubato; ritornava a giocare da solo,
senza dire niente, ciondolando pesantemente da una stanza all’altra.] sq6
[Solo a diciott’anni gli venne rivelato dai genitori il dono misterioso che
gli aveva fatto il destino; e, dal momento che {’avevano allevato e nutrito
tutti quegli anni, gli chiesero in cambio un po’ del suo oro. Il ragazzo non
ebbe alcuna esitazione e immediatamente - la leggènda non dice come -
staccò dal suo cranio un pezzo di oro massiccio grande come una noce e lo
gettò con fierezza sulle ginocchia della madre.] sQy [Poi, completamente
stordito dall’idea delle ricchezze che portava dentro la sua testa, folle di desi­
derio, ebbro di potenza, lasciò la casa paterna e se ne andò per il mondo a
scialacquare il suo tesoro.] sq8
[(Da come conduceva la propria vita, in maniera regale, seminando Toro
senza badarci, si sarebbe detto che 0 suo'cervello fosse inesauribile...) Ma
invece si esauriva e si poteva notare il progressivo spegnimento dei suoi oc­
chi, l’incavarsi sempre più pronunciato delle sue guance. Infine venne un
mattino, dopo una bisboccia folle, in cui l’infelice, rimasto solo fra i rimasu­
gli della festa e le luci che impallidivano, si spaventò vedendo l’enorme brec­
cia che egli aveva già fatto al suo lingotto; era tempo di fermarsi. ] soy +
sottosequenza
[(Da quel momento, iniziò una nuova vita. L ’uomo dal cervello d’oro
andò a vivere in modo ritirato, del lavoro delle sue mani, sospettoso e timo­
roso come un avaro, facen d o le tentazioni, con lo scopo di dimenticare
quelle fatali ricchezze che non voleva più intaccare...) Sfortuna volle che un
amico lo seguisse in quella solitudine e questo amico conosceva il suo se­
greto.
Una notte, il pover uomo si svegliò di soprassalto per un dolore alla te­
sta, un dolore terribile: si alzò stordito e vide in un raggio di luna l’amico
che fuggiva nascondendo qualcosa sotto il suo mantello.
Dell’altro cervello che gli veniva sottratto!] SQio sottosequenza
[Dopo qualche tempo l’uomo dal cervello d’oro si innamorò e questa hi
la fine ... Amava con tutta l’anima una piccola donna bionda, che lo amava a
sua volta, ma amava ancora di più i pompon, le piume bianche, le passama­
nerie colorate che orlano gli stivaletti.
Tra le mani di questa creaturina - un po’ uccello e un po’ bambola - i
pezzetti d’oro fondevano senza tregua. Lei aveva tutti i capricci possibili, e
lui non sapeva dirle di no; e per paura di darle una pena, le nascose sempre
il triste segreto della sua fortuna.
«Siamo dunque molto ricchi?», diceva lei. E il pover Uomo rispondeva:
«Oh, sì... molto ricchi!». E sorrideva amorosamente all’uccellino azzurro che
innocentemente gli mangiava il cranio. Qualche volta tuttavia gli veniva pau­

65
SE M IO T IC A D EL T E ST O

ra ed era tentato dall’essere avaro ma la piccola donna gli andava incontro


saltellando e dicendo:
«Marito mio* dato che siete così ricco, compratemi qualcosa di molto
caro...», e lui comprava qualcosa di molto caro.] s q ii
[Tutto questo andò avanti per due anni; quindi, una mattina, la picco­
la donna morì, senza che nessuno potesse comprenderne la ragione, come
un uccello... Il tesoro era ormai alla fine e 0 vedovo utilizzò quel che ne
restava per fare un bel funerale alla sua cara morta. Campane a stormo,
pesanti carrozze bardate di nero, cavalli infiocchettati, lacrime d’argento
sui drappi di velluto, niente gli sembrava abbastanza bello. Del resto, che
cosa gli importava ormai del suo oro? .„Ne elargì alla chiesa, ai portanti­
ni, alle negozianti di semprevivi; ne elargì a destra e a manca, senza mer­
canteggiare.,, Così, uscendo dal cimitero, non gli restava pressoché nulla
del suo meraviglioso cervello, a parte qualche particella attaccata alle pare­
ti del cranio,] SQ12
[(Allora lo si vide andare di qua e di là per le vie, con Tana sperduta,
traballante come un ubriaco.) Una sera, nell’ora in cui i negozi si illumi­
nano, si fermò davanti a una grande vetrina in cui erano esposte stoffe di
tutti i tipi e gioielli che brillavano sotto le luci, e rimase lì a rimirare a
lungo un paio di stivaletti di raso azzurro bordati di piume di cigno. «Co­
nosco una persona a cui questi stivaletti piacerebbero molto», disse tra sé
sorridendo e, non ricordando più che la piccola donna era morta, entrò
per comprarli.
Dal fondo del suo retrobottega, il negoziante sentì un forte grido; accorse
e arretrò vedendo un uomo in piedi che si accostava al bancone con lo
sguardo dolorosamente inebetito. Egli teneva in una mano gli stivaletti azzur­
ri orlati di cigno e nell’altra, lorda di sangue, delle scàglie d ’oro ai bordi
delle unghie.] sor 3 + sottosequenza
[Ecco, signora, la leggenda dell’uomo con il cervello d’oro,] SQ14
[Anche se sembra un racconto fantastico, questa leggenda è interamente
vera.,. Nel mondo vi sono dei poveretti che sono condannati a vivere del
loro cervello, e pagano in oro fino, con il loro midollo e la loro sostanza, le
minime cose della vita. Per queste persone si tratta di una sofferenza quoti­
diana e infine, quando sono stanchi di soffrire...] SQ15
Com e si vede, la suddivisione proposta non tiene conto né delle cesu­
re grafiche, né della periodizzazione,.né della costanza della lunghez­
za delle sequenze che a volte possono essere brevi e a volte abba­
stanza lunghe. Le nostre future conoscenze di semantica e di sintassi
discorsive ci permetteranno di verificare con maggiori argomenti la
bontà di questa suddivisione. Per il momento è solo un’ipotesi e un
modo per esemplificare alcuni aspetti operativi dell’analisi nella sua
fase iniziale. Non solo: la variabilità della scansione in sequenze ri­

66
6 . L E ST R U TT U R E S E M IO -N A R R A T IV E E LA PRIM A S E G M E N T A Z IO N E D EL T EST O

spetto agli aspetti più superficiali dell’organizzazione testuale ci per­


mette di evidenziare ancora una volta la mancanza di isomorfismo fra
i livelli soggiacenti e il piano di manifestazione: per esempio, un’unica
frase può avere una rilevanza narrativa maggiore o uguale a quella di
un lungo paragrafo e sarebbe quindi ingenuo e fuorviante produrre
una scansione in sequenze a tutti i costi “regolare” .

67
li

i
7
H livello discorsivo: Pemmciazioae

Dopo aver trattato le strutture semio-narrative, passiamo al livello di­


scorsivo che è un ulteriore livello immanente ma “più vicino” alla
manifestazione in quanto aggiunge ulteriore concretezza e determina­
zione rispetto alle componenti previste dalle strutture semio-narradve.
Mentre il passaggio dalle strutture semio-narrative profonde a quelle
di superficie è detto conversione, il passaggio dalle strutture semio-
narradve a quelle discorsive è detto convocazione. Vi sono state molte
discussioni attorno a questi due concetti. Nel capitolo precedente ab­
biamo visto come Jean Petitot, ad esempio, veda la «conversione»
come una saldatura delle articolazioni logiche del quadrato alle strut­
ture narrative antropomorfe, cosicché le relazioni di affermazione e
negazione diventino altrettante relazioni di congiunzione e disgiunzio­
ne fra soggetti e oggetti.
Il passaggio dalle strutture semio-narrative a quelle discorsive
sembra presentare difficoltà maggiori dal momento che, come sottoli­
nea ad esempio Paul Ricoeur (1980) \ è difficile considerare in qual­
che modo equivalenti uno scheletro di attanti e di modalità e una
serie di personaggi a tutto tondo, inseriti in un’amlaientazione spazio­
temporale determinata. L’incremento di senso è tale da far pensare
piuttosto a un modo completamente diverso di concepirne la genera­
zione. Riflettiamo allora, mediante un semplice esperimento di pen­
siero, su quello che significa il termine “convocazione” nell’ipotesi
greimasiana: immaginiamo (cosa che non si verifica pressoché mai
nella realtà) di avere una struttura di attanti e modalità, una serie di
enunciati di congiunzione e disgiunzione, dei valori affermati, dei va­
lori negati. Avremmo cioè una struttura semio-narrativa piuttosto de-1

1. E, in italiano, la Postfazione scritta dall’autore per l’edizione italiana di Grei-


mas (19763), intitolata Figurazione e configurazione.

69
S E M IO T IC A D E L T E S T O

primente dal punto di vista del piacere del racconto. Se volessimo


renderla più accattivante e simile a una véra storia, il primo problema
che ci porremmo sarebbe quello di trasformare gli attanti in perso­
naggi, le funzioni narrative in azioni, e di sostituire il galleggiamento
indeterminato di questi eventi con un ancoraggio spazio-temporale.
In altri termini, cercheremmo di allestire un’ambientazione: epoca in
cui si svolge la storia, luoghi, particolari di vario tipo che diano polpa
e colore alla nuda struttura narrativa. Ora, il passaggio dalle strutture
semio-narrative a quelle discorsive è esattamente questo. Non si parla
più di Strutture generali, collettive, di carattere logico-antropologico
ma delTemèrgere di un lavoro più soggettivo, sulla base Miche di
queste strutture, al fine di produrre qualcosa di individuale e inedito.
Questa istanza creativa, con la quale nell’esperimento di pensiero ci
siamo identificati, è detta in semiotica istanza dell'enunciazione 2. Chi
vuole produrre un discorso, qualsiasi discorso, ha una competenza
costituita da tutto quello che abbiamo già visto nei “piani alti” del
Percorso Generativo: capacità di ordinare logicamente secondo rela­
zioni di contrarietà e contraddizione, grandi strutture antropologiche
come quella di destinazione, intuizione del legame di intenzionalità
fra soggetti e oggetti, senza il quale non esiste né significato né tra­
sformazione ecc. In più, il potenziale enunciatore ha anche una com-
petenza specifica, legata al mondo naturale e culturale in cui è nato e
vissuto, fatta di valorizzazioni sociali, di sceneggiature standard, di
griglie' percettive condivise e per lo più definite linguisticamente, e
così via. Insomma, il soggetto dell’enunciazione non parte mai da
zero per produrre il proprio discórso ma convoca (ecco il senso del
termine) una .serie di conoscenze e capacità. Per esempio, se voglio
creare una storia e voglio che la protagonista sia una giovane donna e
che i valóri di cui tratta il racconto siano di tipo sentimentale, pe­
scherò nel vasto repertorio che la cultura occidentale mi offre a que­
sto proposito, magari stravolgendone alcuni stereotipi, ma sempre
partendo da alcuni saperi collettivi attorno a questo tema. Aggiungia­
mo alle strutture semio-narrative del Percorso Generativo, così come
le conosciamo, il livello discorsivo con le sue componenti anch’esse
suddivise in sintattiche e semantiche:

2. II termine “istanza”, nella sua genericità, viene usato per evitare un’eccessiva
personalizzazione dell'enunciatore il quale, come vedremo, nella prospettiva semiotica
è più un “apparato formale” che un Soggetto. Ciò non toglie che da Greimas stesso
venga usata di frequente anche l’espressione «Soggetto dell’enunciazione».
7 . IL L IV E L L O D IS C O R S IV O : L E N U N C IA Z IO N E

com ponen te sintattica com ponen te sem antica

Strutture livello operazioni sul quadra­ quadrato sem iotico c o ­


p ro fo n d o to (afferm azione/nega- m e sistem a sem antico
zione)
sem io-narrative livello sintassi antropom orfa; valori investiti su O v
superficiale attanti, m odalità, p n ,

istanza dell enunciazione


4
Strutture sintattiche sem antiche
discorsive attori tem i
tem pi figure
luoghi

L’istanza dell’enunciazione trasceglie quindi una struttura spazio-tem­


porale, una struttura di attori e repertori di sceneggiature standardiz­
zate astratte dette tem i, articolate in configurazioni discorsive-, o con­
crete, derivate dalla nostra esperienza percettiva del mondo, dette fi­
gure e articolate in percorsi figurativi. Nel racconto dell'uomo con il
cervello d’oro, come fa notare il Groupe d’Entrevernes, abbiamo un
tema ricorrente, quello dello «sperpero», che ammette virtualmente
molti percorsi figurativi
Configurazione discorsiva «sperpero»
(defin ita co m e "d ila p id a zio n e
di b en i attraverso diversi m o d i”

Percorsifigurativi
X.
vita debosciata dilap idazion e dilap id azion e acquisto d i . ..
(festini, lu sso ...) . p e r il g io co p e ra m o r e dro ga
(ro u lette ...) (regali, ca p ric ci...)

Tralasciamo per il momento la componente semantica del livello di­


scorsivo (temi e figure), che riprenderemo nella lezione successiva
con altri esempi, per illustrare più a fondo quella sintattica. Qui il
■ j. Di cui solo il primo e il terzo esemplificati nel racconto di Daudet.
S E M IO T IC A D E L T E ST O

soggetto, dell’enunciazione, con un’opejazione di «schizìa creatrice» 4,


proietta fuori di sé, cioè fuori àaSPio-qui-ora dell’enunciazione, attori
( = personaggi) diversi da sé, tempi diversi dal presente dell’enuncia­
zione, luoghi divèrsi da quello in cui si trova mentre sta enunciando
(Greimas, Courtés, 1979, voce Enunciazione). Il risultato è un quadro
che non è più semplicemente “antropomorfo”, come il livello superfi­
ciale del Percorso Generativo, ma pienamente umano, dove un sogget­
to si costituisce fenomenologicamente e costituisce un mondo diverso
.da quello dell’enunciazione: il mondo dell’enunciato 5. Anche nell’e­
nunciato più impersonale rimangono inevitabilmente le tracce dell’i­
stanza dell’enunciazione sotto forma di marche dell’enunciazione. In
altri termini, la semiotica di Greimas non studia l’enunciazione come
atto pragmatico dell’enunciare, bensì come fatto testuale, doè ineren­
temente agli elementi del testo che rimandano all’istanza della sua
enunciazione.
In semiotica 6 si parla di operazioni enunàaziondli definite dé- •
brayage (“disinnesco”, generalmente lasciato in francese) e embrayage
(innesco). Il débrayage, dicono Greimas e Courtés nel Dizionario, non
è altro che quella proiezione di uno spaziò, di un tempo e di uno o
più soggetti diversi da quelli dell’enunciazione di cui si è detto. Esso
è enunciazionale (énonciatif) se proietta nell’enunciato simulacri del
soggetto dell’enunciazione (discorsi in prima persona, dialoghi); men­
tre è enunciativo (énoncif) se proietta soggetti diversi da quelli dell’e­
nunciazione (discorso oggettivato, in terza persona). Per esempio, nel
raccontò di Daudet, quando il narratore si rivolge alla signora a cui
manda la storia, abbiamo un débrayage enunciazionale che installa un
simulacro dell’enunciatore, che chiamiamo narratore, il quale si rivol­
ge alla signora, che in questo caso è un narratario. Subito dopo, con
un débrayage enunciativo, l’enunciatore costruisce un enunciato in .cui
gli attori non hanno niente a che vedere con l’istanza di produzione
del discorso dato che il racconto diventa in terza persona. Ad un cer­
to punto, però, emergono delle battute di dialogo. Per esempio, la
moglie chiede al protagonista: «Siamo davvero così ricchi?». In que­
4. Questa è l’espressione che viene usata in Greimas, Courtés (1979) (voce
Enunciazione), per indicare la scissione fra istanza dell’enunciazione ed enunciato.
5. Si intende per enunciato qualsiasi prodotto di una enunciazione, di qualsiasi
lunghezza, di qualsiasi natura a livello di sostanza dell’espressione. Per alcuni autori il
mondo dell’enunciazione e quello dell’enunciato sono diversi solo nel caso di racconti
frazionali. Per Greimas invece, come sarà chiaro in seguito, ogni enunciazione «rap­
presenta» un mondo e quindi ne prende le distanze.
6. Dico “in semiotica", e non “in linguistica”, perché sono operazioni proprie
anche ai testi non linguistici.

72
7* il livello discorsivo: l’enunciazione
sto caso si ha un débrayage enunciazionale perché, di nuovo, il testo
crea un simulacro, al suo interno, di chi parla. Ma perché insistiamo
con questo termine “simulacro”? Perché il débrayage enunciazionale,
cioè quello che installa figure di enunciatori n el discorso, non d ri­
porta mai alla vera istanza dell’enunciazione,'che è solo un’istanza ap­
punto, cioè un meccanismo discorsivo; né, a maggior ragione, ci ren­
de l’autore empirico del discorso, in questo caso Alphonse Daudet,
che magari, mentre scriveva questo racconto, non si trovava affatto in
mezzo a tamburini e vino moscato ma in un fumoso studio di Parigi.
È evidente quindi, e molto importante da capire e da tenere a mente,
che il narratore e il narratarìo non vanno confusi con l’autore e il let­
tore. Pur incarnando figure della comunicazione, essi sono personaggi
finzionali né più né meno degli altri di cui si narra in terza persona.
Come nessuno pensa che un personaggio che prende la parola in una
sequenza dialogata smetta per questo di essere una “creatura di car­
ta”, così non si deve confondere il narratore con l’autore. Come dice
Denis Bertrand nella sua recente introduzione alla semiotica lettera­
ria, anche quando d troviamo di fronte a casi di enunciazione enun­
ciata, siamo comunque a un livello di simulazione e l’enunciatore rea­
le «è risospinto sempre, inevitabilmente, nell’implicito» (Bertrand,
2000, p. 52, traduzione mia).
Il ritorno (ancora e sempre simulacrale) all’istanza dell’enunciazio­
ne è detto embrayage. Ne abbiamo un esempio chiarissimo nel rac­
conto di Daudet dove, dopo una parentesi in cui il narratore si eclis­
sa, alla fine riemerge per interpellare nuòvamente la signora e darle la
chiave interpretativa del racconto. Vembrayage è quindi sempre se­
condario a un débrayage. Questi diversi regimi di discorso si trovano
spesso inscatolati gli uni negli altri, creando fra effetti d i realtà poiché
ogni livello precedente si costituisce come un piano referenziale ri­
spetto a quello successivo. Nel nostro esempio, il carattere dichiarata-
mente frazionale e in terza persona del racconto crea per contrasto
un effetto di autenticità del rapporto harratore-narratario: il signore
sconsolato che manda il racconto alla signora appare meno “fanta­
stico” del poveretto col cervello d’oro non solo perché quest’ultimo
possiede una caratteristica bizzarra e innaturale, ma anche perché i
meccanismi di enunciazione hanno contribuito a dare rilievo realistico
alla vicenda dell’invio del racconto. La creazione di effetti di realtà
pertiene alla valenza performativa dell’enunciazione. Come ci ricorda
Bertrand, nel romanzo realista la successione dei débrayages era stret­
tamente codificata proprio per creare un’illusione di verità: prima ve­
nivano le descrizioni, poi il racconto, poi il dialogo e ogni segmento
sfruttava il precedente come referente interno in grado di garantire
73
S E M IO T IC A D E L T E ST O

un’illusione referenziale (Bertrand, 2.000, p. 61). In un contesto più


allargato, si può vedere l’enunciazione come contratto enunciazionale
e chiedersi di volta in volta che valori metta in gioco o che valori
cerchi di rendere condivisibili.
Abbiamo visto sin qui l’installazione, tramite débrayage, degli atto­
ri del discorso. Non diversamente vengono creati i tempi a partire da
quello dell’enunciazione. I tempi dell’enunciato saranno anteriori, po­
steriori 0 concomitanti a quello dell’enunciazione che funge da anco­
raggio ineliminabile: se l’enunciato parla di qualcosa che è accaduto
prima rispetto al tempo dell’enunciazione, allora verrà usato il passa­
to 7; se si parla di qualcosa che accade mentre se ne parla, allora ver­
rà usato il presente; se l’enunciato parla di qualcosa che accadrà
dopo la sua enunciazione, allora verrà usato il futuro. In altri termini,
i tempi verbali nascono dal rapporto fra tempo dell’enunciazione e
tempo dell’enunciato: questa è la prova più evidente del fatto che
l’io-qui-ora dell’enunciazione lascia tracce indelebili nel discorso e ne
costituisce, per così dire, il campo gravitazionale.
Gli spazi si organizzano secondo l’opposizione qui/'altrove: di
nuovo, se lo spazio di cui si parla nell’enunciato coincide con quello
in cui viene prodotto il discorso, il soggetto dell’enunciazione dirà
qualcosa come “qui” o “in questo luogo”; ma se, come più frequente­
mente accade, vi è un débrayage spaziale, l’enunciato parlerà di un
altrove spaziale che verrà caratterizzato da toponimi (nomi di luoghi)
e da diverse categorie qualitative (verticalità/orizzontalità, prospettivi­
tà, inglobante/inglobato ecc.).
I débrayages spaziali e temporali sono anch’essi suscettibili di esse­
re seguiti da embrayages e cioè da “ritorni” a spazi e tempi prece­
dentemente descritti. Anche qui, vi possono essere effetti simuiacrali
di ritorno a spazi e tempi legati all’enunciazione 8, o semplicemente
un andirivieni spazio-temporale all’interno del racconto, come accade
nel caso di una serie di flashback.
Ho cominciato questo capitolo sull’enunciazione illustrando la
teoria di Greimas al proposito e questo privilegiando, come al solito,
il criterio operativo. Tuttavia la riflessione nell’ambito dell’enunciazio­
ne, linguistico prima e più generalmente semiotico poi, non inizia e

7. Uso questa formulazione per semplicità. In realtà la concomitanza o meno -di


persone, luoghi, tempi dell’enunciato con quelli dell’enunciazione non è fattuale ma si
tratta sempre di effetti di senso.
8. In Eco (1994), l’autore descrive l’«effetto nebbia» nel racconto Sylvie, effetto
che deriva proprio dall’accavallarsi di piani enundazionali, spaziali e temporali diver­
si.

74
7. IL L IV E L L O D IS C O R S IV O ; L E N U N C IA Z IO N E

non finisce certo con Greimas. La concezione greimasiana stessa del­


l’enunciazione è debitrice di diversi apporti, come dimostra Giovanni
Manetti in un suo studio tutto dedicato all’argomento 9. L’autore par­
la di una «svolta enunciativa dello strutturalismo». Quest’ultimo, all’i­
nizio degli anni settanta, avrebbe spostato la sua attenzione dal «pro­
dotto» semiosico alla sua «produzione» e al suo «soggetto». Tuttavia,
al momento attuale, non c’è unanimità di usi e di definizioni attorno
al concetto di enunciazione. Vediamo alcune delle principali differen­
ze così come vengono illustrate da Manetti. Presso i formalisti russi si
trova l’opposizione fabula/intreccio-, come noto, per fabula si intende
l’insieme dei fatti che accadono in una storia indipendentemente da
come essi vengono ordinati dal racconto; l’intreccio invece è per l’ap­
punto l’arrangiamento (variabile) dei fatti (ordinamento dei tempi,
delle voci ecc.). Questa presupposizione viene esplicitata da Gérard
Genette che disambigua tre accezioni correnti del termine racconto
(récit) proponendo tre diversi termini per ciascuna di queste accezio­
ni: storia, racconto, narrazione (1972, 1976) io.
Nella concezione genettiana, il soggetto dell’enunciazione, così
come concepito da Greimas, è pertinente solo nell’ambito del raccon­
to dove l’enunciatore appare come istanza inscritta nel testo, e realiz­
zata sotto forma di ordine d el discorso. Nella narrazione genettiana in­
vece, l’enunciatore appare come il soggetto pragmatico di un evento,
quello di raccontare, e quindi rimane fuori dall’ottica greimasiana.
Q uest’ultima biforcazione è messa in luce con ancora maggiore
chiarezza dal linguista Emile Benveniste che parla di: a) enunciazione
come atto linguistico comunicativo; b) enunciazione come conversio­
ne dall’astratto al testo concreto. N ell’accezione b, è evidente che il
punto di riferimento non è la contrapposizione fabula/intreccio, quan­
to la contrapposizione saussuriana fra lingua e parole. Mentre infatti
la lingua è, come dice il linguista ginevrino, un’istanza collettiva e sta­
bile, il soggetto che usa la lingua se ne appropria mediando fra la
lingua e il proprio uso soggettivo di essa. Questa mediazione viene a
coincidere con quello che Benveniste chiama discorso. La linguistica
d el discorso, così come concepita da Benveniste, studia appunto l’itn-

9 , Manetti, nel suo saggio L'enunciazione, in Corrain (1 9 9 4 ), e nel suo più re­
cente La teoria delienunciazione (Manetti, 1 9 9 8 ), fa un puntuale excursus sul concetto
di “enunciazione” in linguistica e in semiotica. Di grande interesse anche i saggi con­
tenuti nel secondo volume di Semiotica in nuce, sottotitolato Teoria del discorso (Fab­
bri, Marrone, 2 0 0 1 ).
10. Si rimanda al c a p . 2 0 per un’illustrazione più completa di questi concetti. In
quel contesto si vedrà anche che Genette prende le distanze dall'opposizione fabula/
intreccio.

75
SE M IO T IC A D EL T E ST O

piego della lingua in c u i il s o g g e t t o e n u n c ia il p r o p r io d is c o r s o e c o n ­


te m p o r a n e a m e n te s e s te s s o p o ic h é a lc u n i e le m e n t i lin g u is tic i s i r ifa n ­
indici di per­
n o a lla s itu a z io n e d i e n u n c ia z io n e , c o m e a d e s e m p io g li
sona, gli indici dell'ostensione, le form e della temporalità, le form e del-
l’illocutività, le modalità (B e n v e n is te , 1 9 7 0 ).
Per quanto riguarda la categoria della persona, Benveniste parla di
correlazione di personalità la quale sussiste solo fra le due persone in
senso proprio del discorso, cioè l’io e il tu, mentre Vegli è detto non
persona «perché non rimanda a una persona, poiché si riferisce a un
oggetto posto fuori dall’allocuzione. [...] La forma egli trae il suo va­
lore dal fatto di fare necessariamente parte di un discorso enunciato
da “io ”» " .
L ’autore parla anche di correlazione di soggettività la quale presie­
de invece alla distinzione fra l’io e il tu, poiché è solo d ii dice “io” a
costituirsi in senso pieno come soggetto nel discorso. Insomma è
molto forte, in questo linguista, la sensibilità verso gli aspetti intersog­
gettivi del linguaggio. La lingua è vista come Strumento d ’azione an­
che se il rapporto fra il soggetto e l’enunciato, o fra i diversi soggetti
in gioco, è studiato da Benveniste solo in quanto inscritto nell’enun­
ciato, cioè come fatto linguistico e non come fatto empirico.
U n’altra distinzione importante operata da Benveniste è quella fra
un “discorso delFegli”, e quindi dell’impersonalità, o oggettività, che
egli chiama storia-, e un discorso soggettivo, in cui emergono e non
vengono dissimulate le marche deU’enunciazione, che egli chiama
propriamente discorso. Vediamo dunque che attraverso Benveniste
l’enunciazione si salda sempre più al termine discorso, che non ha
nulla a che vedere con l’opposizione scritto/orale, còme vuole il senso
comune. Da Benveniste in poi si è affermata la tendenza a chiamare
“ discorso” l’enunciato in generale, qualsiasi fosse la sua taglia (frase,
testo esteso) o la sua sostanza di manifestazione (scritta, orale, visiva).
E ovvio che un testo visivo non avrà pronomi, e che difficilmente una
breve frase potrà avere al proprio interno discorsi diretti-indiretti, o
dialogati, inscatolati gli uni negli altri. O gni sostanza e ogni taglia
avrà determinate, caratteristiche marche di enunciazione.
Tutte queste determinazioni vengono riprese dalla semiotica grei-
masiana che però distingue nettamente discorso da testo, in quanto
intende il discorso come 1’organizzazione immanente, prima della ma­
nifestazione cioè, dei contenuti dell’enunciato. Questa distinzione
sembra adombrarsi anche in Lector in fabula (Eco, 1979) dove Um-

n , Benveniste, La soggettività nel linguaggio, in Fabbri, Marrone (2001), p. 26.


7. IL L IV E L L O D IS C O R S IV O : L ’E N U N C IA Z IO N E

berto Eco distingue le strutture discorsive dalle strutture narrative, ed


entrambe dalla manifestazione lineare del testo manifestato >2. Ma
Eco vede il discorso più sul versante della sua interpretazione che su
quello della sua produzione e infatti, delle strutture discorsive, pren­
de in considerazione l’individuazione di tapie, la magnificazione o
narcotizzazione di proprietà eco., ovvero le operazioni cognitive del
lettore, più die le marche dell’enunciazione inscritte nel discorso. An­
che Eco tuttavia, come vedremo meglio nella lezione che gli verrà de­
dicata, distingue nettamente il discorso dalle condizioni empiriche ri­
feribili all’enunciazione.
Infine, il celebre linguista e semiotico Roman Jakobson chiama gli
elementi linguistici che rimandano alla situazione di enunciazione
sbifters, ovvero commutatori. Agganciandoli alla celebre tripartizione
del filosofo Charles Sanders Peirce (simboli, indici e icone), Jakobson
chiama i commutatori simboli-indice perché in essi «codice e messag­
gio si accavallano» (1957). Jakobson distingue:
1. Tra l’enunciazione stessa (E) e la materia enunciata (e).
2. Tra l’atto o processo stesso (P) e uno qualsiasi dei suoi protagoni­
sti (p).
Quindi avremo due tipi di processo o evento, quello dell’enuncia­
zione (PE) e quello raccontato (Pe); il protagonista dell’enunciazione
(pE) e i protagonisti di quanto viene raccontato (pe). Questa suddivi­
sione di massima farà dà base a quella semiotico-narrativa di Greimas
basata sul concetto di débrayage. Rimanendo a Jakobson, e lasciando
perdere tutte le relazioni complesse che egli introduce a proposito di
questi quattro elementi combinatori, riteniamo solo quelli che fanno
riferimento al processo di enunciazione (PE) che sono per l’appunto i
commutatori: la persona, che caratterizza i protagonisti del processo
dell’enunciato in riferimento ai protagonisti del processo di enuncia­
zione; il tempo, che caratterizza il processo dell’enunciato in riferi­
mento al processo dì enunciazione; il modo, che caratterizza la conce­
zione che ha il parlante delle azioni che sta raccontando; e la catego­
ria verbale testimoniale, che regola l’enunciazione diretta indiretta.
L’approccio di Jakobson è strettamente grammaticale, considera
cioè solo quegli elementi che riportano l’enunciazione a livello di
strutture grammaticali e non generalmente discorsive. Per questo
manca, nella sua lista dei commutatori, la determinazione spaziale
dell’enunciazione che viene in genere veicolata lessicalmente e non
grammaticalmente.
12. Cfr. Eco (1979), schema dei livelli di cooperazione testuale, p. 72. La teoria
di Eco verrà ripresa nel cap. i i .

77
S E M IO T IC A D E L T E S T O

Ritorniamo, per concludere, a Greimas. La sua concezione dell’e­


nunciazione, rispetto ad altre, sembra operare un “arretramento” ri­
spetto al piano della manifestazione testuale. Anche se i testi conten­
gono le marche dell’enunciazione, per Greimas quest’ultima è una
sorta di motore immanente del senso, non tanto un fatto grammatica­
le quanto un’istanza fenomenologica che installa la soggettività nel
cuore del Percorso Generativo. Questo seme teorico ha trovato uno
sviluppo in autori come Jean-Claude Coquet per il quale il linguaggio
non è tanto rappresentazione quanto azione-trasformazione della sog­
gettività, dell’identità, n el discorso 13.

13. Questo autóre non è stato inserito nel presente manuale perché la sua semio­
tica, Come quella di Jacques Fontanille, presenta un grado elevato di complessità. Il
lettore curioso può comunque andare a vedere le due principali opere di Coquet,
sfortunatamente non ancora tradotte in italiano; Le discours et son sujet, in due volu­
mi (1984, 1985) e il più recente La quète du sens (1997). Per un’illustrazione divulga­
tiva del pensiero di Coquet, cfr. anche Bertrand (2000).

78
8
Il livello discorsivo: gli attori

N ell’ambito della semiotica discorsiva, l ’attore occupa un posto di


grande rilievo e di grande interesse. Abbiam o visto come Greimas,
con questo termine, intenda quello che più comunemente viene defi­
nito “personaggio” . L ’attore, a differenza dell’attante, possiede due
diverse anime,, una propriamente discorsiva e una narrativa. Comin­
ciamo dalla seconda: l’attore assume via via dei ruoli attanziali, ovve­
ro accoglie su di sé gli investimenti modali della struttura narrativa
soggiacente. Per esempio, l’uomo dal cervello d ’oro che parte da casa
«ebbro del proprio potere», in cerca di una nuova vita, è un Soggetto
realizzato secondo Ü sapere (sa già di possedere un tesoro), e attua­
lizzato secondo il potere (sta per sfruttare il suo tesoro iniziando una
vita dispendiosa),
In ogni momento di una narrazione dunque, l’attore riveste un
determinato ruolo attanziale, o più ruoli attanziali, che possono varia­
re o rimanere costanti. Ma l’attore è manifestamente qualcosa di più
dei suoi ruoli attanziali ed è qui che rivela la sua natura propriamente
discorsiva: non solo svolge ruoli stereotipici (il pescatore, Io scialac­
quatore, il re, la fem m e fatale ecc.) ma possiede in più qualcosa che
né gli attanti né le stereotipie hanno, e cioè Yindividualità, spesso san­
cita da un nome proprio. D el protagonista del racconto di Daudet
non sappiamo il nome proprio né la professione, né ci viene descritto
il suo aspetto fisico, ma sappiamo che a un certo punto «vive del la­
voro delle sue mani», che è un sentimentale, che si fida degli amici
sbagliati, che è portato alla prodigalità. Abbiam o insomma tutta una
serie di determinazioni tematiche che non si possono certo ridurre a
un investimento modale. E nonostante in questo caso manchi il nome
proprio, non si possono avere dubbi sul fatto che, dall’inizio alla fine,
il racconto narra sempre della stessa persona, prima neonato, poi
bambino, poi ragazzo, poi uomo adulto.
L ’attore è quindi una sorta di «luogo», conclude Greimas, in cui
si incontrano due istanze di carattere generale, che sono i ruoli attan-

79
SEMIOTICA DEL TESTO

ziali e í ruoli tematici. Ma l’attore non è generale bensì individuale e


unico. Per esempio, per quanto possano essere simili e ripetuti gli in­
trecci di una collana di romanzi rosa, le loro eroine hanno ciascuna
un nome e un margine di individualità che deriva dall’alchimia, alme­
no in piccola parte inedita, delle loro caratterizzazioni. Anche se sem­
brano fatte con lo stampino, una si chiamerà Crystal ( = nome pro­
prio), sarà una donna in carriera (= ruolo tematico), avrà capelli ca­
stani raccolti sulla nuca ( = caratterizzazione figurativa) e ostinata-
mente ignorerà fino all’ultimo ( = ruolo attanziale del Soggetto del
non sapere e del non volere ) che il signore un p o ’ rude da cui fugge è
in realtà l ’uomo della sua vita. U n’altra protagonista invece si chiame­
rà Samantha ( = nome proprio), avrà i capelli fulvi ( = caratterizza­
zione figurativa), farà la cameriera in un bar ( = ruolo tematico) e
diventerà una signora del jet-set in seguito a un buon matrimonio ( =
ruolo attanziale di Soggetto prima del non potere, e poi del potere).
L ’attore, nella sua singolarità, è quindi un po’ il simbolo della
specificità di ogni mondo narrativo, anche quello più legato a strette
regole di genere. Che cosa garantisce questa identità nel corso di un
racconto o di una serie? Non delle considerazioni ontologiche, ovvia­
mente, ma ciò che il testo ci autorizza a credere: la Lucia Mondella
di una parodia comica dei Promessi Sposi è la stessa Lucia Mondella
del romanzo manzoniano? In una minima misura sì, altrimenti la pa­
rodia non funzionerebbe. Ma in questo caso si tratta di una debole
parentela più che di un’identità in senso forte. Se leggo invece una
serie di fumetti, mi aspetto che Mandrake sia sempre lo stesso, storia
dopo storia, e questo è essenziale alla mia comprensione e al mio pia­
cere di affezionato alla serie. C i sono storie in cui l’identità dei perso­
naggi è messa in discussione e l’accertamento dì questa stessa identità
diventa materia d ’intreccio. G ià nella fiaba russa, come si è visto, l ’e­
roe è vittima di inganni, qualcuno si spaccia per lui e gli toglie i meri­
ti rendendo così necessaria la prova glorificante in base alla quale il
vero eroe viene definitivamente riconosciuto come tale. M a pensiamo
anche a racconti più vicini a noi, come il celebre racconto di Gérard
de Nerval Sylvie ', sottoposto a tante analisi semiotiche. Qui, fino alla
fine, il protagonista cova l’illusione che Adrienne, amore di gioventù,
sia la stessa persona di Aurélie, attrice incontrata in età matura. Alla
fine sarà deluso, e noi con lui: Adrienne è morta in un convento anni
prima e quindi ci sono due diverse donne, non una. Un caso opposto
è costituito dallo Strano caso del dottor Jekyll e di M ister Hyde, di

i. Oggi disponibile in una bella traduzione di Umberto Eco. Cfr. Eco (1999).

80
8. IL L IV E L L O D IS C O R S IV O : G L I A T T O R I

Louis Stevenson, in cui fino d ia fine l’azzimato, educato, amichevole,


stimato dottor Jekyll sembra agli antipodi del suo alter ego animale­
sco, crudele, vizioso, odioso Mister Hyde. Alla fine però si scopre che
si tratta della stessa persona, “prima e dopo la cura” , per così Ère.
In questi casi l ’identità del personaggio non viene meno, ma sem-

come abbiamo visto, prevedono per Greimas quattro situazioni-base:


segreto, menzogna, verità, falsità.
L’attore è quindi un luogo di mediazióne È tante diverse compo­
nenti È una narrazione, in particolare è un formidabile trait d'Union
fra le strutture narrative e quelle discorsive, come si legge nel saggio
forse più interessante sull’argomento, intitolato Aitanti, attori e figure
(Greimas, 1983). Da quanto si dice in questo lavoro, ricavo lo sche­
ma seguente:
Livello narrativo Livello discorsivo
Attanti------ -------- ► mediazione---- -------- -*• Attori

attanziali ternana

definiti da: definiti da:


ione
- posizione - percorso figurativo
timento modale
- investimento - agente chelo assume

Greimas afferma inoltre che una struttura di attori è aggettivata quan­


do è espansa, cioè articolata in diversi attori, mentre è soggettivata
quando è condensata in un unico attore. Per esempio, la fiaba espan­
de molto la struttura attoriale perché gli attori non hanno spessore
interiore e quindi le varie istanze vengono impersonate da altrettanti
esseri umani, o oggetti, o animali. Nella letteratura moderna invece,
spesso le lotte peggiori avvengono all’interno dei personaggi, nella
loro dimensione etica o psicologica, e quindi si ha una struttura atto­
riale condensata.
Per attore si intende insomma l’incontro di almeno un ruolo te­
matico e di almeno un ruolo attanziale. Sono importanti anche la po­
sizione, nel racconto, di un dato ruolo attanziale e l’aspetto trasforma­
zionale del luogo-attore: gli attori costituiscono una struttura topologi­
ca ma non in senso statico, bensì in quanto luoghi È trasformazione
narrativa e discorsiva.

81
SEMIOTICA DEL TESTO

Per esemplificare ulteriormente la questione, si potrebbe ricorrere


a un micro-racconto molto semplice in cui tutte le componenti fin
qui introdotte, più una nuova di cui si dirà, trovano diretta applica­
zione. Analizziamo la frase seguente:
“Un pescatore di nome Luigi pesca sulla sponda di un fiume e sta
pensando alla fidanzata lontana quando vede guizzare qualcosa di
argenteo"

ruoli tematici: pescatore , innamorato


Luigi (attore) ruoli attanziali: voler + poter fare (pn, = pesca)
voler + non poter fare (pn2 = congiungimento amoroso)
fium e = figura del mondo naturale
guizzo argenteo = formante plastico in attesa di riconoscimento
guizzo argenteo (dopo il riconoscimento) = pesce = figura (del mon­
do) + ruolo attanziale (oggetto investito di valore nel pn,)

In questo esempio \ vediamo che, per ogni elemento di un discorso,


vi è una possibile gradualità fra l ’essere semplice formante plastico in
attesa di riconoscimento, acquisire lo statuto di figura del mondo, ri-
conoscibile culturalmente 5, e divenire infine un attante-attore della
narrazione. Per esempio, Luigi è attore (e aitante Soggetto) stabil­
mente. Il fiume è figura del mondo altrettanto stabilmente. Ma ciò
che guizza nell’acqua è prima un formante plastico, cioè una forma
che si dà alla percezione per esser interpretata (potrebbe essere un
riflesso dell’acqua, una rana, al limite un piccolo disco volante o
un’allucinazione del trasognato Luigi). Anche se il testo non lo dice,
è possibile che in seguito Luigi sia in grado di dire con certezza che
si tratta di un pesce e che si appresti quindi a lanciare la lenza per
tentare di acchiapparlo. Che cosa diventa quindi il pesce? Non solo
una figura, una parte dell’“arredo” del mondo narrativo, ma un vero
attante-Oggetto di valore. Quindi la rilevanza narrativa degli elementi
che compaiono in un testo può essere transitoria tanto che si può
parlare di un processo di attorializzazione. Il semiotico svizzero Jac­
ques Geninasca dice che le figure si possono comportare in due modi
diversi: come lessemi, con una loro definizione stabile; o come attori,2 3

2. Di cui mi assumo interamente la responsabilità, fin dai tempi della mia tesi di
dottorato, dedicata proprio all'attorializzazione (Pozzato, 1990; per una versione con­
densata, Pozzato, 1991).
3. Per una definizione più completa di questi concetti, si prega il lettore di pa­
zientare fino al ca p . 16,

82
8. IL L IV E L L O D IS C O R S IV O : G L I A T TO R I

e in questo modo si subordina la loro esistenza oggettiva a quella di­


scorsiva (Geninasca, 1997)
4. Com e sottolinea il G roupe d ’Entrever-
nes, nel racconto di Daudet, ad esempio, la figura del cervello gioca
un ruolo molto complesso, dove si trovano coinvolti di volta in volta
aspetti diversi della sua definizione semantica: all’inizio, il cervello
viene visto come una parte anatomica, di cui è pertinente solo la di­
mensione; poi prende rilevanza la sostanza interna, straordinaria, di
questo cranio; infine, il cervello ritorna a essere qualcosa di più nor­
male ma questa volta è considerato nella sua essenza mentale e cultu­
rale, poiché, dice il narratore, l’uomo dal cervello d’oro è metafora di
chi «vive del proprio cervello», cioè gli intellettuali. Vediamo quindi
che anche una figura, esattamente come i personaggi umani, non ac­
quisisce la sua identità una volta per tutte ma è soprattutto un ele­
mento narrativo e discorsivo in via di costituzione.
U n’altra analisi che dimostra il carattere mobile, per non dire in
questo caso “transeunte” , dell’attore, è quella da me condotta su un
testo di Lévi-Strauss (Pozzato, 1993):
si tratta della descrizione di un
tramonto oceanico contenuta in Tristi Tropici. Il narratore dice che
vuole esercitarsi a descrivere diversi tramonti dal ponte delle navi su
cui viaggia, al fine di diventare un buon etnografo, cioè un buon de­
scrittore delle molteplici e cangianti culture umane. Com e in ogni tra­
monto oceanico che si rispetti, quello descritto in Tristi Tropici pre­
senta alcuni attori che si presume siano rimasti stabili in tutti gli eser­
cizi di descrizione (il sole, il cielo, il mare). Ma altre componenti
sono per forza variabili: ogni tramonto ha le sue fasi, i suoi colori, le
sue nuvole, il suo grado di nitore che derivano dalla stagione, dal gra­
do di umidità, dalla presenza di determinati corpi nuvolosi, dalle con­
dizioni del mare, e così via. Il testo, ad esempio, descrive un «ammas­
so nuvoloso» che sembra un edificio rovesciato e che campeggia in
controluce per un certo lasso di tempo, per poi sfaldarsi e lasciare il
passo ad altre forme nuvolose. Infine, verso la fine del tramonto, c ’è
un’accelerazione dei processi per cui non ci sono nemmeno più for­
me ma solo colori e bagliori che rattante osservatore-descrittore rin­
corre senza riuscire per altro a fissarli propriamente sulla carta, cioè
in una formulazione linguistica soddisfacente.
In questo esempio, vediamo portato all’eccesso qualcosa che in
realtà è normale in tutti i testi: il costituirsi processuale degli attori.
Se cogliere un processo in un modo o in un altro viene detto, anche

4. Anticipo qui qualcosa che verrà trattato più compiutamente nel cap. 13, dedi­
cato per intero a Geninasca.

»3
I
SEMIOTICA DEL TESTO

in grammatica, cogliere gli aspetti di quel processo, potremmo chia­


mare questo specifico problema discorsivo aspettualizzazione aitoriale.
Si tratta di come gli attori vengono colti dinamicamente, in un pro­
cesso di costituzione che li differenzia fra loro, o che li fa emergere
dal semplice statuto di figure, o che li staglia in vari modi da uno
sfondo collettivo. Perché l’attore non è solo individuale. Nella sua già
citata analisi di un testo di Maupassant (Greimas, 1 9 7 6 a ), Greimas
dimostra molto bene come in un racconto vi possa essere ad esempio
un «attente duale», cioè una coppia di attori che sono sempre cosi
solidali durante tutto il percorso narrativo da poter essere considerati
unitariamente. Greimas raffigura così, in quadrato, le possibilità di
costituzione attoriale in cui prevalgano di volta in volta l’aspetto indi­
viduale o quello collettivo 5:

Unità integrale Totalità partitiva


(fascio d i unità, “ tu tti” ) (attore collettivo)

Totalità integrale Unità partitiva


(“tutto”) (selezione di un individuo)

Sembrano categorie astruse ma in realtà esse articolano anche testi


molto semplici. Si pensi ad esempio a quelle trasmissioni televisive in
cui, per invitare uno spettatore a partecipare attivamente allo spetta­
colo, si procede alT“estrazione” momentanea di un individuo da
queIT#«/tó integrale costituita dal pubblico che siede sullo sfondo e si
limita a battere le mani. Una volta uscito dall’anonimato, lo spettato­
re partecipa a giochi, si esibisce in prove canore, scimmiotta il con­
duttore presentando degli ospiti e assume quindi un’identità a sé, di­
versa da quella collettiva a cui apparteneva. In altri termini, egli è
diventato un 'unità partitiva. Á volte invece è un gruppetto a diventa­
re protagonista, come nel caso delle famigliole che partecipano ai
quiz. In questo caso è un attore collettivo (totalità partitiva ) che si
differenzia da una totalità integrale (la società, Vaudience) per assurge­
re momentaneamente al ruolo di protagonista spettacolare 6.

5. Per una prima introduzione di questa categoria, cfr. il saggio di Greimas e


Landowski, Analyse sémiotique d‘un discoùrs juridique, in Greimas (1976b).
6. Queste dinamiche sono state studiate in un capitolo dedicato alle “metamorfo­
si” dello spettatore televisivo contemporàneo in Pozza» (1992). Per l’illustrazione del
contesto di queste Osservazioni, cfr. cap. 22, Semiotica e televisione.

84
8 . IL L IV E L L O D IS C O R S IV O : G L I A T T O R I

Innumerevoli esempi si trovano anche nella letteratura. Per rima­


nere ai Promessi sposi, che un po’ tutti abbiamo letto a scuola, ri­
cordiamo le scene di massa in cui l’autore gioca con molta finezza
sull’aspettualizzazione attoriale. Prendiamo alcuni brani dai capitoli in
cui si parla dei tumulti di Milano:

[...] L e p iazze brulicavan o d ’uom ini, ch e trasportati da una rabbia com une,
predom inati da un pensiero com une, cono scenti o estranei, si riunivano in
crocch i, senza essersi dati d ’intesa, quasi senza avvedersene, com e go cciole
sparse su u n o stesso pen d io. [...] (cap. x ii )

[...] «Indietro! In dietro!», gridano gli alabardieri, buttandosi tutti insiem e


addosso ai prim i, e respingendoli con le aste d elle alabarde. Q u e lli urlano, si
tirano indietro, com e possono; dann o con le schiene n e ’ petti, c o ’ go m iti nel­
le pan ce, co* calcagni sulle pun te d e’ piedi a quelli ch e son dietro a loro: si
fa un p igìo , una calca, ch e quelli ch e si trovavan o in m ezzo , avreb bero p aga­
to qualcosa a essere altrove. !...] (cap. xii )

[...] L a gen te ch e si trovavan vicin o a lo ro , si contentavano d i guardargli in


viso, con un’ aria, com e si dice, di m e n ’im pip o; quelli ch e erano un p o ’ più
lontani, n on se ne stavano di provocarli, co n visacci e con risa di scherno;
p iù in là, p o ch i sapevano o si curavano ch e c i fossero; i guastatori seguitava­
no a sm urare, sen z’altro pensiero ch e d i riuscir presto n ell’im presa; gli sp et­
tatori non cessavano d i anim arla co n g li urli.
Spiccava tra questi, ed era lu i stesso sp ettacolo, un vecch io m al vissuto,
che, spalancando d u e o cch i affossati e infocati, co m m en d o le grinze a un
sogghigno di com piacenza diabolica, co n le m ani alzate sopra una calvizie
vituperosa, agitava in aria un m artello [...]. (cap. xm )

[...] L a folla, da una parte e dall'altra, stava tutta in punta di piedi p e r ved e­
re: m ille visi, m ille b arb e in aria: la curiosità e l’atten zion e generale creò un
m om ento generale di silenzio. Ferrer, ferm atosi un m om ento sul predellino,
d ied e un ’o cchiata in giro, salutò co n un inchin o la m oltitudin e, com e d a un
pu lp ito, e -messa la m ano sinistra al petto, gridò: «pane e giustizia»; e franco
e dritto, to gato , scese in terra tra acclam azioni, tra l ’acd a m azio n i ch e anda­
vano alle stelle. [...] (cap. Xin)

N el primo brano, vediamo che la metafora delle «gocciole sparse su


uno stesso pendìo» crea una perfetta unità integrale-, abbiamo cioè
tante unità pressoché identiche che formano un fascio. Nel secondo
brano Fattore-folla si parcellizza invece in un modo più interessante
prima di tutto perché diventano pertinenti le suddivisioni spaziali
(davanti, dietro, in mezzo) e poi perché si ha una discesa nel detta­
glio («schiene ne’ petti, co’ gomiti nelle pance, co’ calcagni sulle pun­
te de’ piedi») che crea attori m etonim ia di taglia minore: parti anato­
miche invece di soggetti umani. In questo caso si ha una totalità par-

85
SEMIOTICA DEL TESTO

titiva (J’atíore collettivo che preme contro gli alabardieri) che si de-
struttura in una unità integrale le cui sotto-unità non sono però gli
individui ma le parti dei loro corpi che cozzano le une contro le al­
tre. N el terzo brano abbiamo diversi attori collettivi (gruppetti varia-
niente caratterizzati) da cui emerge con nettezza una figura singolare,
cioè un’unità partitiva («Spiccava tra questi, ed era lui stesso spetta­
colo, un vecchio mal vissuto»). Infine, nell’ultimo brano, ci avvicinia­
mo a una totalità integrale: la folla compatta, muta, attenta, da fascio
di unità diventa via via una sorta di “tutto” solidale.
G li esempi manzoniani ci hanno permesso di aggiungere un terzo
orizzonte di definizione dell’attore: dopo quello àe&'intersoggettività
(l’uno si distingue o meno dagli altri suoi simili); dopo quello del
mondo percettivo (l’uno individuale si staglia come figura pertinente
del mondo e acquista ruolo narrativo); il soggetto si definisce in
modo dialettico anche rispetto al proprio stesso corpo (parti anatomi­
che come attori momentanei del discorso). Il che è molto più fre­
quente di quanto possa apparire di primo acchito: le “bocche fre­
menti” della letteratura rosa, i “muscoli guizzanti” dei supereroi, “gli
occhi di ghiaccio” di tanta letteratura di guerra, sono qualcosa di più
che semplici figure, sono altrettanti personaggi che abbiamo imparato
a conoscere o, per lo meno, caratteristiche così salienti dei personaggi
da assumere transitoriamente un’autonomia attoriale.

86
9
Il livello discorsivo:
il punto di vista e gli aspetti

Nella lezione dedicata all’enunciazione ci siamo posti il problema: chi


parla? O ra il problema è invece: chi vede? Com e dice Gérard G e ­
nette (1972), la voce del narratore, implicito o installato nel testo, non
va confusa con il modo del racconto, ovvero: qual è il personaggio, o
l’istanza impersonale, il cui punto di vista orienta la prospettiva nar­
rativa? 1 I dispositivi del modo, che l’autore chiama distanza, prospet­
tiva, punto di vista, focalizzazione, sono meno segnalati sul piano
grammaticale rispetto alla voce e quindi meno individuabili con cer­
tezza. Genette vuole dire che mentre sappiamo sempre chi parla in
un testo (il narratore implicito, 0 il narratore installato da un débraya-
ge enunciazionale, o un personaggio), a volte è difficile dire di chi sia
il punto di vista dal quale sono colte, in un dato momento, le vicende
narrate. A volte è addirittura impossibile stabilire se una data consi­
derazione sia da ascrivere al personaggio o al narratore. Pensiamo a
come ci sembrerebbe strano, viceversa, se un personaggio prendesse
la parola senza che questo salto enunciazionale fosse segnalato dalle
virgolette o da altri dispositivi grafici in grado di identificare il di­
scorso diretto. Invece il punto di vista varia impercettibilmente e a
volte anche ripetutamente senza che nulla, nel testo, ci segnali queste
variazioni. In una celebre scena di Madame Bovary, la protagonista in
carrozza si reca a Rouen. Il paesaggio è visto fino a un certo punto
come se il descrittore si trovasse accanto a Emma dentro la vettura in
movimento. Ma, improvvisamente, ecco la città dall’alto, con mille
particolari, come certamente Emma non sarebbe stata in grado di ve­
derla dal finestrino della sua carrozza. Quindi un osservatore in sin­
cretismo con il personaggio ha lasciato il posto a un osservatore “on­
nisciente’’ e implicito.

1. Anticipo brevemente concetti che verranno illustrati per esteso nel gap. 20,
dedicato a questo autore.

87
SEMIOTICA DEL TESTO

Nel loro Dizionario, Greimas e Courtés definiscono l ’osservatore


come un soggetto cognitivo incaricato dalTenunciatore di esercitare
un fare ricettivo ed eventualmente interpretativo. Si delinea qui un
aspetto importante e cioè la triplicità della funzione dell’osservatore:
percettiva, con punto di vista ottico-prospettico; valutativa, con punto
di vista inteso come opinione, investimento di valore, orientamento di
giudizio; cognitiva, dove il punto di vista consiste in una distribuzione
di saperi lungo il testo *.
In parole povere, l ’osservatore è tale sia se guarda fisicamente la
scena; sia se cerca di capire quello che sta succedendo o è successo;
sia se getta sulla scena il suo “occhio critico” . Il primo caso di osser­
vatore, quello in senso ottico-prospettico, può essere a sua volta og­
getto di osservazione i . Pensiamo ai casi celebri di personaggi che
sbirciano la scena stando dietro un paravento: il loro punto di vista è
limitato e lo è ancora di più quello di chi non sa di essere spiato.
Interi romanzi di Jane Austen sono costruiti sull’opposizione vedere/
non essere visto e anche il povero Polonio nell 'Am leto paga a caro
prezzo il fatto di essere stato un osservatore poco osservabile.
Com e nel caso di Madame Bovary però, il punto di vista percetti­
vo del personaggio non è mantenuto a lungo perché ciò comporte­
rebbe troppe limitazioni al racconto. Vediamo per esempio un brano
tratto dai Buddenbrook di Thomas Mann. Questo romanzo giovanile
mantiene ancora uno stile fortemente naturalistico nelle descrizioni
che in genere sono ricche di particolari incaricati di rendere a tutto
tondo, quasi percettivamente, per il lettore, le cose descritte. La scena
inaugura la Parte terza (Mann, 1:901):
\
In u n p o m erig gio d i giu gn o , p o co d o p o le cinque, i B u d d e n b ro o k eran sed u ­
ti in giardin o davanti al cosiddetto “ p o rta le” , e avevano appena preso il caf­
fè. D en tro , nel pad iglion e scialbato a calce con l ’alta sp ecchiera dipinta a
u cce lli svolazzanti e nel fo n d o le du e p o rte laccate, ch e a gu ardarle b en e non
erano p o rte e avevano soltanto m aniglie dipinte, l ’aria era tro p p o calda e
greve, e p erciò avevano trasportato a ll’ap erto i leggeri m obili di legn o n o d o ­
so, bru n iti col m ordente. 2 3

2. Sui vari modi di intendere il punto di vista, cfr. Pugliatti (1985), Meneghelli
(1998) e la ricca Appendice di Pier Luigi Basso a Corrain (1999), intitolata Per Un
lessico di semiotica visiva. In questa appendice, si riportano e commentano le voci del
secondo volume del Dizionario di Greimas, Courtés (1986) relative alla semiotica vi­
siva.
3. Ovviamente anche l’osservatore cognitivo può essere a sua volta interpretato
(“io so che lui sa...”) e quello critico-valutativo può essere valutato (“egli giudica
bene”, “egli giudica male”...).
9 - IL L IV E L L Ò D IS C O R S IV O : IL P U N T O D I V ISTA E G L I A SP E T T I

Il console, sua moglie, Tony, Tom e Klothilde eran sechiti in semicerchio


attorno al tavolino rotondo apparecchiato sul quale brillava il servizio da caf­
fè, mentre Christian un po’ in disparte preparava con viso afflitto la seconda
Catilinaria di Cicerone. Il console era sprofondato nel suo sigaro e nella
“Gazzetta”. Elisabeth aveva posato il ricamo e guardava sorridendo la picco­
la Klara che con Ida Jungmann cercava violette nel piato, dove talvolta se ne
trovavano. Tony sì reggeva il capo con le mani e leggeva assorta I fratelli di
Serapione di Hoffman, maitre Tom le vellicava piano piano il collo con un
filo d’erba, ma lei saggiamente faceva finta di non accorgersene. E Klothilde,
magra e invecchiata, nel suo vestito di cotone a fiorami, leggeva un racconto
intitolato: Cieca, muta, sorda, eppur felice', e intanto rastrellava le briciole di
biscotto sulla tovaglia, poi prendeva i mucchietti con le cinque dita e li assa­
porava lentamente.
Il cielo, in cui stavano immobili due o tre nuvole bianche, impallidiva a
poco a poco. Sul giardino variopinto con le aiuole e i vialetti simmetrica­
mente ordinati splendeva il sole calante. Ogni tanto l’aria recava il profumo
della reseda che bordava le aiuole {...] 4,
A prima vista sembra una tecnica quasi cinematografica: un’invisibile
cinepresa inquadra prima 11 padiglione che dà sul giardino, poi esce
all’aperto, riprende il gruppo nell’insieme, indugia sui protagonisti
uno dopo l’altro, fa una panoramica un p o’ più ampia del giardino e
infine sfuma sul cielo. E dal punto di vista ottico-prospettico non è
molto diverso da così, tanto più che non c ’è mai una vera soggetti­
va 5, tutti sono impegnati o a leggere o a guardare qualcosa di specifi­
co. N on c ’è quindi nessuno, dentro la scena, che guarda la scena stes­
sa nel suo insieme. L ’occhio di un osservatore impersonale dunque la
percorre in lungo e in largo senza difficoltà, potendo vedere partico­
lari infimi, come il titolo dei libri; o grandi, come le nuvole e i viali
geometrici del giardino. Ma il punto di vista nel romanzo non si limi­
ta a questa sorta di registrazione fotografica. V i è anche elaborazione
percettivo-cognitiva come quando, all’inizio, c ’è il trompe l'o e il delle
due porte laccate «che a guardarle bene non erano porte». Inoltre, si
rende conto anche dei movimenti percettivi e cognitivi dei protagoni­
sti con riferimenti al caldo, alla decisione di sedere all’aperto («Taria.
era troppo calda e greve e perciò...»). La descrizione riporta addi­
rittura le abitudini linguistiche dei protagonisti: «il cosiddetto “porta­
le ”» non può essere «così detto» che dalla famiglia. E chi fa la consi­
derazione sulle violette? Potrebbe un regista cinematografico, senza

4. Cito dalla traduzione di Anita Rho per Einaudi. La lettura dei Buddettbrodk
costituirà la materia di tutto il cap. 12.
5. Come è noto, nel cinema si intende per soggettiva un’inquadratura che fa ve­
dere le cose dal punto di vista di un personaggio preciso.

89
SEM IOTICA DEL TESTÒ

ricorrere a una voce fuori campo, trasmettere con le sole immagini la


generalizzazione «cercava violette sul prato, dove talvolta se ne trova-
vano»? Nel descrivere una scena si può scegliere una strategia più
fenomenologica (dire ciò che si vede) o più topicalizzante (spiegare
che cosa succede), senza per questo tradire il significato della scena:
sono semplicemente due diversi modi di renderla 67 .
Movimenti percettivi e cognitivi, dunque. Ma anche valutativi: se­
condo chi Tony è saggia nel non rispondere alle solleticazioni del fra­
tello? Secondo chi Klothilde è magra e invecchiata? Nessuno assume
esplicitamente su di sé nel testo queste valutazioni e quindi sono da
ascrivere all’enunciatore il quale, lungi dal funzionare come una sem­
plice telecamera, pensa, riporta, ricollega, giudica, sorride (sì pensi al
titolo del libro di Klothilde: Cieca, muta, sorda, eppur felice), e so­
prattutto percepisce insieme ai personaggi, con quasi tutti i sensi: il
caldo, lo scintillio della caffettiera, il sapore dei biscotti, il profumo
della reseda portato dalle folate del vento. L ’unico senso non coinvol­
to è l ’udito: la scena è silenziosa, nessuno parla, nessuno fa rumore
finché, subito dopo il brano riportato, sarà una frase del console a
interrompere la descrizione (débrayage enunciazionale) 7 . Possiamo os­
servare in questo passaggio tutta la differenza fra dispositivi di enun­
ciazione e dispositivi di osservazione. Nella descrizione appena consi­
derata, l ’enunciazione è saldamente nelle mani dell’enunciatore impli­
cito, nessun altro parla o è descritto mentre parla. Poi il testimone
della voce passa, altrettanto saldamente, nelle mani del console che,
ancora con il sigaro fra le labbra (“ rallentamento” del débrayage?),
rivolge la parola al figlio. La collocazione del punto di vista è invece
più indeterminata: chi sente il profumo della reseda? Chi ha caldo?
) Chi dice «il portale»? Chi giudica saggia Tony? Lungo tutto il ro­
manzo si presentano passaggi in cui è difficile attribuire a questo o a
quel personaggio, o al narratore implicito, un pensiero, un giudizio,
un’affermazione 8.
Un altro concetto importante è quello, sempre relativo all’osserva­
zione, di focalizzazione. Greimas e Courtés la definiscono come una

6. Lo si è visto molto bene in un esperimento fatto con gli studenti di Sciènze -


della comunicazione di Bologna, posti di fronte al compito di descrìvere la scena di
un film. Per un’analisi di questi elaborati, cfr. Pozzato (1999).
7. «Ebbene, Tom, - disse il console di buon umore e si tolse il sigaro di bócca,
- quell’affare della segale con Henfcdom e C. di cui ti ho parlato si sta concluden­
do».
' 8. Nel caso delle affermazioni entriamo però nella problematica della voce. Ve­
dremo nel c a p . 12 un esempio di discorso indiretto libero nei Buddenbrook in cui non
è possibile attribuire con sicurezza l’affermazione a un personaggio specifico.

90
9. IL L IV E L L O D IS C O R S IV O : IL P U N T O D I V ISTA E G L I A SP E T T I

procedura di débrayage in cui si installa l ’osservatore e si procede nel-


ì’iscrivere o nel distinguere, attraverso approcci concentrici specifici,
un attore o una sequenza narrativa entro coordinate spazio-temporali
sempre più precise. Com e abbiamo visto nella lezione precedente, i
tempi sono sempre definiti in base a un rapporto di anteriorità/conco-
mitanTa/posteriorità rispetto al tempo dell’enunciazione. Il brano trat­
to dai Buddenbrook non lascia dubbi al proposito: chi scrive, scrive
dopo che la scena si è, seppur finzionalmente, verificata. Non a caso
tutti i verbi sono al passato (erano seduti, le nuvole vagavano ecc.).
In rapporto all’osservazione invece, i tempi non sono legati alla collo­
cazione temporale dell’enunciato rispetto a quella dell’enunciazione,
bensì alla fase in cui un processo viene colto. Abbiam o a che fare con
altre categorie come permanenza/incidenza e continuo/ discontinuo. I
tempi del brano sono al passato (anteriorità della scena rispetto all’e­
nunciazione) ma gli avvenimenti vengono osservati mentre si stanno
svolgendo (permanenza, continuità). Questo meccanismo discorsivo,
strettamente dipendente dalla collocazione di un punto di vista ri­
spetto a un processo, è detto aspettualizzazione. N e abbiamo già visto
alcuni assunti a proposito dell’attore nella lezione precedente. O ra vi
torniamo per lo spazio e per il tempo. Posso dunque descrivere un
processo nel suo farsi, cioè nel suo aspetto durativo; o in momenti
discontinui, di incidenza, come il momento incoativo o il momento
terminativo 9. Abbiam o visto, ad esempio, che nel racconto di Daudet
si alternano sequenze in cui le vicende sono descritte in modo iterati­
vo (ripetizione di fatti simili nel tempo) e in modo singolativo (accade
un fatto singolo che cambia la situazione). Questo non ha nulla a che
vedere con i débrayages e gli embrayages temporali i quali, attraverso
le categorie di passato/presente/futuro, mettono in relazione il tempo
d ell’enunciato con quello dell’enunciazione. L ’aspettualizzazione in­
fatti, come dicono Greimas e Courtés, ha un certo grado di autono­
mia rispetto alle dinamiche di enunciazione e dai loro tempi (passato,
presente e futuro). D al punto di vista temporale per esempio, posso
raccontare un fatto durativo riferito al presente, come nella frase
“Pietro sta mangiando (.ora) una mela", o posso raccontarlo, sempre
aspettualizzato durativamente, come se si fosse svolto nel passato:
“Pietro stava mangiando (allora) un mela” . Cambiamo aspetto e ve-
diamo un caso di terminativo riferito al tempo presente, “Pietro ha
appena finito (ora) di mangiare una mela” ; e riferito al passato: “Pie-

9. Greimas usa rappresentare questo schema di base come segue: incoatività —»


duratività -» terminatività.
SEMIOTICA DEL TESTO

tr o a v e v a appena fin ito (a llo ra ) d i m a n g ia r e u n a m e la ” . V e d ia m o


q u in d i c h e l ’a s p e tto p u ò r im a n e r e c o s ta n t e m e n t r e il t e m p o d e ll’e ­
n u n c ia z io n e c a m b ia e v ic e v e r s a , c o m e n o n è d if f ic ile im m a g in a re .
Passiamo ora allo spazio. Com e si è visto nel cap . 7, la categoria
che mette in relazione lo spazio dell’enunciato e lo spazio dell’enun-
ciazione è principalmente qui/altrove. Inoltre, come ¡1 tempo è de­
scrivibile in assoluto in base a crononimi (date, ore), così lo spazio è
suscettibile di essere descritto in assoluto tramite toponimi e tramite
categorie geometriche (grande, piccolo, largo, stretto, lineare, planare
ecc.), che rimangono tali da qualsiasi punto di vista. Queste determi­
nazioni spaziali sono quindi o collegate all’enunciazione, o assolute.
V e ne sono altre che dipendono invece interamente dall’osservazione
come le aspettualizzàzioni temporali. Quando lo spazio viene descrit­
to a partire dal punto di vista dell’osservatore, emergono categorie
come: prospettiva, direzione, alto/basso, che non hanno alcun senso
senza l ’ancoraggio a un soggetto che osserva. La prospettiva è sempre
prospettiva per qualcuno, la direzione è sempre direzione rispetto a
qualcuno. Mentre il fatto che il giardino dei Buddenbròok sia orga­
nizzato spazialmente in modo geometrico non dipende dallo sguardo
di nessuno, è così e basta-, il fatto invece che la scena sia vista prima
dall’interno, poi da un punto di vista ravvicinato, quindi in direzione
del cielo, dipende da una scelta aspettualizzante dell’osservatore che
organizza lo spazio a partire dal suo punto di osservazione.
In conclusione, attori, tempi e spazi sono suscettìbili di un doppio
trattamento: possono venire presentati nei testi sotto un profilo cate­
goriale oggettivante, che non sembra dipendere dallo sguardo di un
osservatore; o possono invece essere aspettualizzati dallo sguardo di
un osservatore-descrittore che ce li renderà come processi da cogliere
nei loro vari aspetti.
Riguardo aU’aspettualizzazione di un processo c ’è un’altra compo­
nente molto importante, quella tensiva. Spesso infatti il processo si
manifesta sotto la forma di un’evoluzione graduale con incremento o
decremento di tensione. Nella sua analisi d ell’incipit del racconto di
Maupassant in cui si narra l’assedio di Parigi da parte dei prussia­
ni 10, Greimas dice che gli attori del brano si possono caratterizzare
come «morenti» (topi, uccelli) o come «viventi» (cittadini). N ell’un

io. «Parigi era bloccata, affamata e rantolante. Gli uccèlli diventavano rari sui
tetti e le fogne si spopolavano. Si mangiava qualsiasi cosa», cit. in Greimas (19763), p.
13 della trad. it.

92
9 - IL L IV E L L O D IS C O R S IV O : IL P O N T O D I V ISTA E G L I A SP E T T I

caso come nell’altro, data la situazione di guerra e di fame, si pre­


senta una tensività rispettivamente verso la morte e verso la non­
vita,

/vivente/: (vita) /durativo/ -» /+ tensione/ -» /terminativo/ (non vita)


/morente/: (non morte) /durativo/ —» / + tensione/ -» /terminativo/ (morte)
H sema /tensività/ è indispensabile, dice l’autore, quando si voglia
dare la rappresentazione semantica di lessemi come «assai», «vicino»,
«troppo», «lontano». Esso può essere definito come la relazione di
tensione che il sema durativo contrae con uno o con l’altro sema
puntuale {terminativo o incoativo) (Greimas, 19768, p. 19 della trad.
it.) ” . Vedremo più avanti, quando parleremo della componente pas­
sionale dei testi (cfr. c a p . 1 5 ) , quanto questa aspettualizzazione tensi-
va sia importante per rendere conto delle varie fasi dei processi pas­
sionali.
U n’altra caratteristica interessante del trattamento aspettuale di at­
tori, tempi e spazi è che le tre funzioni sopra descritte, percettiva,
cognitiva e valutativa, sono spesso molto legate fra loro come se l’una
“facesse il gioco” all’altra. V i sono dinamiche decisamente cognitive,
come quelle dell’investigatore che all’inizio del giallo ne sa più o
meno di noi a seconda d ie l’enunciatore abbia distribuito- in un
modo 0 in un altro i sap eri1112. A d esempio, nei telefilm del tenente
Colombo, viene mostrata fin dall’inizio la dinamica del delitto .e il di­
vertimento dello spettatore sta nel vedere il poliziotto capire a poco a
poco quello che noi sappiamo già. Il suo punto di vista parziale at­
tende di diventare totale, come il nostro.
In altri casi i punti di vista cognitivo, percettivo e valutativo sono
quasi indistinguibili. G ià nel brano dei Buddetibrook questo fenome­
no testuale era abbastanza evidente, ma lo è ancora di più in queste
due descrizioni tratte da Germinai di Emile Zola (Bertrand, 1985):

(Pasto dai Maheu) [...] Essi non ricordavano di aver mai mangiato una lec­
cornia simile. Nemmeno nell’ultima festa di Santa Barbara il coniglio era sta­
to tanto grasso e tenero. Cosi le dieci paia di mandibole, dalla piccola Stella
a cui stavano per spuntare i denti, al vecchio Bonnemort che li stava per

11. Sull’aspettualità in genere e sulla tensività, vedi anche l’articolo; Aspetto di


Francesco Marsciani, in Corrain (1994), da p. 109.
12. Queste dinamiche di distribuzione del sapere dentro Un testo narrativo sa­
ranno affrontate approfonditamente quando illustrerò la teoria di Genette (cfr. cap .
20).

<33
SEMIOTICA DEL TESTO

perdere, lavoravan o con tale alacrità da far sparire persino le ossa. C h e b o n ­


tà quella carne. [..,]

(P ranzo dagli H en n ebeau ) A p p a rv e il dessert. U na charlotte di m ele m e­


ringata ch e fu som m ersa d i elogi. Q u in d i le sign ore discussero di una ricetta
a p ro p o sito d e ll’ananas, ch e a sua vo lta era stato dich iarato squisito. L a fru t­
ta, d e ll’uva e d elle p ere, p o rtaro n o a com pim en to il felice abb an d o n o che
accom p agn a d i rego la la fine delie colazion i abbon dan ti. T u tti chiacchierava­
n o contem poraneam ente, rilassati e ben disposti, m en tre il dom estico versava
un vin o del R o dan o in sostituzione di uno cham pagne giu d icato dozzinale.
[...]

Si sarà notato come 1'aspettualizzazione spaziale consista in un estre­


mo avvicinamento del punto di vista percettivo nel primo brano e in
lina distanziazione nel secondo; Vaspettualizzazione temporale è dura­
tiva nel pasto dei Maheu, terminativa nel pranzo degli Hennebeau;
Vaspettualizzazione attoriale presenta attori umani nel caso degli H en­
nebeau, e attori metonimici (le mandibole) per i Maheu. Tutte queste
diverse aspettualizzazioni concorrono alla formulazione implicita di
due punti di vista valutativi diversi: il pasto è per 1 ricchi Hennebeau
un momento conviviale ed estetico, valorizzato nel suo momento ter­
minativo, quando è possibile commentarlo e passare ad altro; per i
poveri Maheu, rassunzione del cibo è una necessità fisica che annulla
le loro stesse individualità e fissa in una durata senza fine il piacere
primordiale del nutrimento.
Un altro semiotico che si è occupato molto del punto di vista è
Jacques Fontanille. Egli prevede quattro tipi diversi di osservatore: il
focalizzatore, del tutto implicito; Io spettatore, il cui punto di vista è
implicato dall’organizzazione spazio-temporale dell’enunciato; l’astan­
te, ovvero un’istanza che svolge esplicitamente il ruolo di osservatore
pur senza identificarsi con un personaggio vero e proprio («si poteva
vedere...»); l 'attore partecipante, ovvero un attore che osserva (Fonta­
nille, 1989) ,J. Questa classificazione si basa quindi sul grado di espli-
citazione dell’osservatore, e va dall’esplicitazione minima, dove chi
guarda è, per usare un termine di Genette, un narratore assolutamen­
te implicito; a un grado massimo, in cui chi guarda è dichiaratamente
uno dei personaggi nel testo.
Fontanille considera anche il grado d i attività-passività dell’attante
osservatore e distingue un osservatore attivo da un soggetto ricettore
che raccoglie le sollecitazioni provenienti da un oggetto informato-1 3

13. Per una rapida trattazione di questi punti, cfr. anche Bertrand (2000), p.
78.

94
9 . IL LIVELLO DISCORSIVO: IL PUNTO DI VISTA E GLI ASPETTI

re **. L ’autore dice di essere stato indotto a formulare questo «alter


ego enunciato dell’osservatore» per rendere conto delle «resistenze»
che a volte si registrano, da parte dell’oggetto osservato, nei confronti
del fare osservativo del soggetto. Un buon esempio potrebbe essere
quello del già citato studio sul «tramonto» lévistraussiano (cfr. c a p .
8). Il soggetto sul ponte della nave a un certo punto non ce la fa più
a essere un buon osservatore-descrittore e infatti afferma:

Dopo c&venne molto difficile seguire uno spettacolo che sembrava ripetersi
con uno scarto di minuti e a volte di secondi, in punti molto distanti nel
cielo. Verso est, dopo che il disco solare ebbe intaccato l’orizzonte opposto,
si videro materializzarsi ad un tratto, molto in alto e in tonalità viola-acido,
nuvole fino allora invisibili. L ’apparizione si sviluppò rapidamente, si arricchì
di dettagli e di sfumatine, poi tutto cominciò a cancellarsi, da destra verso
sinistra, come sotto l’azione di uno straccio spostato con un movimento len­
to e sicuro ” .

Vediamo che l ’osservatore-descrittore arranca dietro l’oggetto, è co­


stretto a lasciarlo indeterminato («si arricchì di dettagli e sfumature»,
dice, ma di quali dettagli e di quali sfumature?); o ricorre a metafore
(«come sotto l’azione di uno straccio»), che suppliscano alla mancan­
za di strumenti descrittivi di fronte a uno spettacolo inedito. Fonta-
nille direbbe che, in casi come questi, l’oggetto non è un buon infor­
matore per il soggetto osservatore.
N on vanno infine confusi, all’interno della teoria greimasiana,
punto d i vista e messa in prospettiva. Q uest’ultima consiste nella scel­
ta, da parte dell’enunciatore, di narrare la storia di un soggetto o di
un anti-soggetto: per esempio, raccontare Cappuccetto Rosso seguendo
le vicende della bambina o quelle del lupo. La messa ini prospettiva
dipende quindi dalla struttura polemica soggiacente e non dall’instal­
lazione di un attante osservatore. Essa è diversa, si badi bene, anche
dallo “stare dalla parte di” : posso raccontare la storia del lupo senza
per questo appoggiarlo, o giudicarne le ragioni più positivamente ri­
spetto a quelle di Cappuccetto Rosso. Ovviamente la scelta più fre­
quente, nei testi, è quella di una messa in prospettiva alternata, che
permetta al narratore di seguire le vicende di tutti i personaggi, anche
quando agiscono in tempi e luoghi separati.14 5

14. «Si denominerà informatore Pattante che in ogni discorso (sia esso visivo o
verbale) organizza, a partire dagli atlanti e attori dell’enunciato, un’informazione che
si suppone venga appresa da un osservatore». Cfr. voce Informateur in Greimas,
Courtes (1986); trad. it. in Basso (1999), p, 124.
15. Cit. in Pozzato (1993), p. 119.

95
SEM IOTICA DEL TESTO

Con la problematica del punto di vista, abbiamo completato l’illustra­


zione del Percorso Generativo. Potremmo, in schema, riassumerlo
c o s i16:

PERCORSO GENERATIVO
componente sintattica componente semantica
Strutture livello operazioni sul quadra­ quadrato semiotico co­
profondo to (affermazione/nega- me sistema semantico
zione)
semio-narrative livello sintassi antropomorfa: valori investiti su Ov
superficiale attanti, modalità, pn

istanza dell’enunciazione (io-qui-ora)


i
débrayage- embrayage
componente sintattica componente semantica
Strutture attorializzazione temi
temporalizzazione figure
discorsive spazializzazione
osservazione-focalizzazione
aspettualizzazione punti di vista
- attortale - ottico-prospettici
- temporale - cognitivi
- spaziale - valutativi

C i si potrebbe chiedere, a questo punto: percorso “generativo” di che


cosa, in fondo? Greimas e Courtés, nel Dizionario, dicono: «di un
Oggetto semiotico qualsiasi», prima che esso venga manifestato in un
qualsiasi linguaggio, lingua naturale o mondo naturale. In altri termi­
ni, il Percorso Generativo è un costrutto teorico che prevede le condi­
zioni immanenti del senso, cioè ciò che sta a monte della manifesta­
zione testuale e che può essere manifestato in vari modi. Per esem­

16. Questo schema, così come viene formulato qui, non compare in nessun sàg­
gio di Greimas. Ho cercato di integrare alcune parti con elementi che non vengono
espressi esplicitamente ma che si possono evincere dalla trattazione generale del Per­
corso Generativo.
9. IL LIVELLO DISCORSIVO! IL PUNTO DI VISTA E GLI ASPETTI

pio, posso immaginare di ritrovare una stessa struttura di aitanti o


una stessa strategia di enunciazione in un racconto in lingua italiana,
in un racconto in lingua inglese, in un film, in un fumetto, insomma
in testi diversi.
Come si è anticipato in una delle prime lezio n i,7, la semiotica
strutturale, negli ultimi decenni, ha sposato una concezione estrema-
mente allargata di testo per cui la chiusura testuale, ovvero i confini
che diamo a un testo prima di analizzarlo, dipende dall’interprete più
che dalla natura in sé del testo ,8. Per esempio, se decido di analizza-
re l ’aula in cui si tengono le lezioni all’università, comincerò a stabili­
re quali sono per m e i confini spaziali del mio “ testo”, gli oggetti che
comprende, le finizioni alle quali è destinato, il rapporto fra soggetti
che instaura tramite la posizione di banchi e cattedra, e cosi via fin­
ché non avrò esaurito tutto ciò che nell’aula vi è di significativo per
un soggetto che la guarda, la usa, la interpreta. Quindi il testo non è
tale solo quando è costruito intenzionalmente per comunicare ma
quando è potenzialmente interpretabile da qualcuno o quando è sem­
plicemente significativo per qualcuno 17 I9. Per Greimas il mondo stes­
8
so, in quanto ambiente vitale nel quale ci muoviamo, è già organizza­
to semioticamente, come vedremo quando parleremo della macrose­
miotica del mondo naturale in relazione alla semiotica dei testi visivi
(cfr. cap . 16).
Questa impostazione comporta tuttavia un problema di difficile
soluzione: se si può considerare testo qualsiasi organizzazione signifi­
cativa per qualcuno, anche se non prodotta intenzionalmente, come
posso pensare che alla base vi possano essere una o più opposizioni
semantiche che funzionano da “motore” di quell’universo di significa­
to? Perché è in fondo questo che il Percorso Generativo prevede; che
vi siano dei valori profondi, in rapporto virtuale di contrarietà e con­
traddizione, da cui si sviluppano logicamente i piani successivi, narra-

17. Esattamente nel ca p . 2, quando si è parlato della vocazione dello strutturali­


smo a “ritagliare” i fenomeni empirici secondo un preciso metodo.
18. Un autore che ha contribuito a questa rivoluzione analizzando come testi le
cose più diverse è Jean-Marie Floch. Si veda il cap. 21. Ma anche la socio-semiotica
ha contribuito in modo essenziale a questo allargamento di definizione dell'oggetto
d’indagine. Cfr. capp. 18 e 19.
19. Umberto Eco, già nel suo Trattato di semiotica generale (Eco, 197;) sottoli­
neava come la definizione di «segno» di Saussure differisse da quella di Peirce per il
fatto che il primo concepiva il segno come qualcosa di prodotto intenzionalmente
mentre il secondo considerava segno tutto ciò che era interpretabile, quindi anche
una nube che può, ad esempio, «significare» pioggia. Con le dovute differenze (per
esempio, dopo la svolta testualista della semiotica, non si parla più di segni ma di
testi), la semiotica di Greimas sceglie la seconda opzione.

97
SEMIOTICA DEL TESTO

rivo e discorsivo. O ra, immaginiamo di porci davanti a un panorama


e di volerlo analizzare semioticamente. Q ui ci saranno campi coltivati,
laggiù un boschetto, poi un fiume che scorre placido sulla sinistra,
delle nuvole che vagano nel cielo, delle case diverse per epoca, per
importanza, per funzione, per valore estetico; poi si vedranno degli
agricoltori piccolissimi, delle auto che solcano una strada azzurrina,
degli uccelli ancora più piccoli che saettano contro il cielo. Chiara­
mente non posso trovare in un paesaggio come questo ima contraddi­
zione culturale profonda che, come in un mito, dia un senso all’insie­
me e a ogni minimo dettaglio del mio “testo”. Ciò nondiméno posso
“leggere” quest’ultimo come il prodotto dell’interazione stòrica, prati­
co-estetica, dell’uomo con il territorio 2°; addirittura posso interpre­
tarlo come se appartenesse a generi diversi, a seconda che il mio ap­
proccio sia ad esempio più scientifico o più p o etico 2 21. In quel pae­
0
saggio, “testo" che nessuno ha prodotto intenzionalmente in quanto
tale e men che meno per sottoporlo al nostro sguardo, ci saranno
dunque ugualmente degli aitanti, degli attori, dei valori, una storia,
qualcosa insomma che mi fa dire, guardandolo, «ecco un paesaggio,
ecco qualcosa che non è per me inintelligibile ma che posso inter­
pretare nelle sue parti e nell’insieme».
La semiotica strutturale è quindi una semiotica della significazione
oltre che una semiotica della comunicazione, poiché studia tutto ciò
che ha significato (= valore) per qualcuno, e non solo ciò che viene
prodotto al fine di circolare in un circuito di com unicazione22.
Quanto abbiamo detto, equivale ad equiparare metodologicamen­
te produzione e lettura del testo: chi interpreta, ri-genera il testo.
Ecco perché il Percorso Generativo non si sdoppia in un percorso di
produzione e in uno di fruizione ma rimane unico per entrambe le
operazioni. N on solo: esso ha ragione di essere anche laddove il testo
non sia stato prodotto da un soggetto umano. È sufficiente che sia
prodotto come testo da chi lo interpreta. È nel corso di questa in­
staurazione, vera ri-enunciazione, che si creeranno valori, attanti, mo­
dalità, figure, formanti plastici: insomma, tutte le istanze senza le qua­
li non sembra poter sussistere un’organizzazione significativa.

20. Cfr. il saggio di Yves Luginbiihl, Il paesaggio europeo tra sguardo convenzio­
nale e sensibilità quotidiana, in Pozzato (1993a).
21. Cfr. il saggio di Jacques Geninasca Lo sguardo estetico. Analisi di un testo
Stendhal (1997), dove si analizza dapprima scientificamente e poi poeticamente un
paesaggio appenninico. Se ne parlerà diffusamente nel ca p . 13, dedicato a questo au­
tore.
22. Sull’opposizione significazione/comunicazione, cfr. Pozzato (1992a). Sarà inol­
tre l’argomento centrale del cap. 18.

98
p . IL LIVELLO DISCORSIVO: IL PUNTO DI VISTA E GLI ASPETTI

Come vedremo anche nel caso di altri autori, in Greimas la nozio­


ne di testo è andata dunque nella direzione di una definizione co-
struttivistica e antisostanzialistica: il testo non è quell’oggetto li, quel­
l ’immagine, quella sequenza di suoni, quella stringa di lettere o di pa­
role. L ’oggetto nella sua materialità non è ancora un testo ma deve
essere istituito come tale, a monte, nel corso della sua progettazione,
o a valle, nella fase della sua interpretazione da parte di un interprete
che lo ri-ehuncia (ri-istituisce) nell’atto della lettura.

:!

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