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Lindsey Davis

L'ORO DI POSEIDONE

Titolo originale: Poseidon's Gold.


Traduzione di Maria Elena Vaccarini .
© Lindsey Davis, 1992 .
© Gruppo editoriale il Saggiatore S.p.A., Milano 2003 .
Trama
. . Roma, 72 avanti Cristo. Tornando a casa da una lunga missione in Germania Marco Didio
Falco, l'investigatore privato dell'imperatore Vespasiano, scopre che la sua abitazione è stata
devastata da una micidiale combinazione di insetti, topi, piccioni ed esseri umani inclini al
vandalismo.. A Falco non rimane altra scelta che chiedere ospitalità alla madre, ma anche qui lo
attende una novità. Censorino, socio in affari del fratello di Falco morto in guerra tre anni
prima, si è installato stabilmente nella casa di famiglia e per di più batte cassa, lamentando un
credito mai riscosso. Richiesta impossibile da soddisfare, visto che l'unico lascito del defunto è
la fama di eroico combattente .
Ma il peggio deve ancora venire. Quando Censorino viene ritrovato barbaramente ucciso,
Falco, che è stato visto azzuffarsi con lui, si trova a essere il principale indiziato. Ma la buona
sorte anche questa volta non lo abbandona, poiché gli vengono concessi tre giorni per
dimostrare la propria innocenza e riabilitare l'onore di Elena Giustina, la sua aristocratica
fidanzata coinvolta in veste di complice. Nell'intricata vicenda continua a riaffiorare una
preziosissima scultura di Fidia che molti, troppi vorrebbero possedere. E forse tra loro c'è anche
lo squattrinato Falco, che a un certo punto si dimentica della ricerca del vero colpevole per
tuffarsi in una caccia al tesoro senza quartiere .

Lindsey Davis, nata a Birmingham e laureata a Oxford, ha raggiunto la celebrità con i


romanzi dell'investigatore Marco Didio Falco, gialli ambientati nella Roma imperiale e tradotti
in quindici lingue. Nel 1989 la scrittrice ha vinto il premio Author's Club Best First Novel; nel
1995 le è stato assegnato il CWA Ellis Peters Historical Dagger, mentre il personaggio di Marco
Didio Falco ha ricevuto nel 1999 lo Sherlock Award. Della serie fanno parte anche La Venere di
rame (2001) e La mano di ferro (2002), pubblicati in Italia dalla Marco Tropea Editore; Le
miniere dell'imperatore e Misteri imperiali, apparsi nella Net nel 2002 .
In memoria di Rosemary Sutcliff,
che ci ha lasciato mentre veniva scritto questo libro,
a nome di tutti i bambini che sanno
quanto sia lontana Venta dalle montagne .
ROMA-CAPUA-ROMA. Marzo-aprile, 72 d.C .
I

ROMA IMPERIALE
Una notte buia e tempestosa sulla Via Aurelia: gli auspici erano sfavorevoli al nostro ritorno
a Roma .
Partiti dalla Germania, avevamo viaggiato in febbraio e marzo, percorrendo circa mille
miglia. Le cinque o sei ore dell'ultimo tratto, da Veii a Roma, furono le peggiori. Gli altri
viaggiatori si erano già rintanati da un pezzo in qualche locanda lungo il cammino e noi
eravamo gli unici sulla strada. La decisione di affrettarsi per raggiungere la città quella sera
stessa era stata avventata. Lo sapevano tutti nel mio seguito, e sapevano che il responsabile ero
io, Marco Didio Falco, l'uomo al comando. Probabilmente i miei compagni di viaggio, stizziti,
si lamentavano, ma io non potevo sentirli. Dentro la carrozza, con l'umidità nelle ossa, scomodi,
erano però in grado di vedere che esistevano condizioni assai peggiori: a cavallo, io ero
completamente esposto alla violenza del vento e della pioggia .
Le prime abitazioni comparvero all'improvviso: alti e popolosi caseggiati che avrebbero
fatto da sfondo al nostro cammino attraverso i disgustosi bassifondi di Trastevere. Edifici
fatiscenti, senza balconi né pergolati, sorgevano addossati gli uni agli altri in cupe file interrotte
solo da vicoli bui, dove spesso si appostavano i furfanti, in attesa di qualche sprovveduto
appena giunto a Roma. Forse quella sera perfino loro avrebbero preferito starsene al sicuro,
rintanati al calduccio nei loro letti. O forse speravano che le intemperie rendessero incauti i
viaggiatori. Sapevo che il momento più pericoloso di un lungo viaggio può essere l'ultima
mezz'ora. Nelle strade apparentemente deserte il rumore degli zoccoli e le ruote sferraglianti
della carrozza annunciavano la nostra presenza .
Avvertendo il pericolo intorno a noi, misi mano alla spada e controllai il pugnale che tenevo
nascosto nello stivale. Mi resi conto che estrarlo sarebbe stato difficile poiché le cinghie
bagnate intrappolavano la lama contro il polpaccio gonfio .
Mi avvolsi ancora di più nel mantello impregnato d'acqua, infastidito dal fatto che
l'indumento fradicio mi serrasse in una stretta viscida. Sopra di noi crollò una grondaia e una
massa d'acqua gelida si riversò su di me, spaventando il mio cavallo e facendomi scivolare di
traverso il copricapo. Imprecando, cercai con tutte le mie forze di tenere a freno l'animale .
Mi resi conto di non avere preso la deviazione che ci avrebbe condotti al Ponte Probo, la
strada più rapida per arrivare a casa. Il copricapo mi cadde a terra. Lo abbandonai .
Una luce solitaria in fondo a una via laterale alla mia destra indicava quello che sapevo
essere il posto di guardia di una coorte dei Vigili. Non c'erano altri segni di vita .
Attraversammo il Tevere sul Ponte Aurelio. Nell'oscurità, sentivo sotto di noi il fiume in
piena. L'acqua impetuosa possedeva una forza inquietante. Ero quasi certo che più a monte
avesse rotto gli argini, inondando la spianata ai piedi del Campidoglio e trasformando per
l'ennesima volta in un lago malsano un'area già di per sé paludosa come il Campo di Marte .
Ancora una volta una densa fanghiglia, simile alle acque di scolo per colore e consistenza,
sarebbe filtrata negli scantinati delle ricche dimore i cui proprietari, appartenenti alla classe
media, si contendevano le migliori vedute del lungofiume .
Mio padre era uno di loro. Il pensiero che fosse costretto a liberare l'ingresso di casa
dall'acqua lurida dell'alluvione mi rallegrò .
Una terribile raffica di vento bloccò di colpo il mio cavallo mentre cercavamo di svoltare
nel Foro del mercato del bestiame .
Guardando in alto, non si riuscivano a scorgere né il Campidoglio né il Colle Palatino.
Anche i palazzi dei Cesari, per quanto illuminati, erano inghiottiti dall'oscurità, ma ormai mi
trovavo su un terreno familiare. Spronai il cavallo oltre il Circo Massimo, i templi di Cerere e
Luna, gli archi, le fontane, le terme, i mercati coperti che rappresentavano la gloria di Roma .
Potevano aspettare: non desideravo altro che il mio letto.. La pioggia scendeva copiosa
lungo la statua di un vecchio console, usando le pieghe di bronzo della sua toga come canali di
scorrimento. Cortine d'acqua si riversavano dalle tegole dei tetti dal momento che le grondaie
non riuscivano a contenere quella massa, altre precipitavano dai porticati. Il mio cavallo
cercava in tutti i modi di trovare riparo rasentando le facciate delle botteghe, mentre io gli
tiravo la testa dalla parte opposta per tenerlo sulla strada .
Ci aprimmo a fatica un varco attraverso la strada dell'Armilustro. I vicoli laterali più bassi, e
quindi non drenati, sembravano impraticabili a causa dell'acqua che apparentemente arrivava al
ginocchio, ma la ripida salita in cui deviammo, seppure non allagata, era estremamente
scivolosa e ci costringeva comunque ad arrancare. Una tale quantità di pioggia aveva inondato i
vicoli dell'Aventino quel giorno che neppure i soliti cattivi odori si levavano per darmi il
bentornato a casa .
Senza dubbio l'abituale lezzo di rifiuti umani e attività losche sarebbe tornato l'indomani,
più intenso che mai dopo che tanta acqua si era riversata su cumuli di letame e spazzatura in
avanzato stato di decomposizione .
Un cupo senso di familiarità mi avvertì che ero giunto alla Corte della Fontana .
La mia via. Quel fetido vicolo cieco, dopo tanta lontananza, mi appariva ancora più
squallido. Senza luci, con le imposte sbarrate e le tende da sole arrotolate, il vicolo era privo di
qualunque attrattiva. Anche spopolato dalla sua abituale massa di degenerati, continuava a
emanare sofferenza umana. Il vento soffiava urlando nel vicolo cieco, poi ci tornava dritto in
faccia. Su un lato, il mio caseggiato si innalzava come un anonimo baluardo repubblicano,
costruito per resistere a barbari saccheggiatori. Quando mi fermai, un pesante vaso di fiori si
schiantò al suolo, mancandomi di poco .
Aprii lo sportello della carrozza per far uscire le persone esauste delle quali ero
responsabile. Discesero tutte irrigidite, imbacuccate fino ai piedi, scoprirono le gambe mentre la
bufera di vento le colpiva e si ripararono al rifugio offerto dalla tromba delle scale: erano la mia
fidanzata Elena Giustina, la sua ancella, la giovane figlia di mia sorella e il nostro cocchiere, un
robusto celta che in teoria ci avrebbe dovuto proteggere .
Scelto personalmente da me, non aveva fatto altro che tremare di terrore per quasi tutto il
viaggio. Lontano dal suo ambiente, si era dimostrato pauroso come un coniglio. Non si era mai
allontanato da Bingium prima di allora, e rimpiansi di non avercelo lasciato .
Fortunatamente avevo avuto con me Elena. Figlia di un senatore, con tutte le conseguenze
che questo comporta, era la più coraggiosa di tutti. L'aveva spuntata su qualunque locandiere
che cercasse di rifiutarci le camere migliori e si era sbarazzata dei furfanti che pretendevano
pedaggi illegali. In quel momento i suoi occhi scuri ed espressivi mi stavano informando che
dopo quelle ultime ore di viaggio intendeva prendersi cura di me. Incontrandone lo sguardo,
evitai lo sforzo di blandirla con un sorriso .
Non eravamo ancora a casa. Per raggiungere il mio alloggio bisognava salire sei piani .
Affrontammo l'oscurità delle scale in silenzio. Dopo sei mesi trascorsi in Germania, dove
perfino due piani sono una rarità, i muscoli delle mie cosce protestavano. Chiunque vivesse qui
godeva di una perfetta forma fisica. Se una persona non particolarmente sana in ristrettezze
finanziarie avesse mai preso in affitto un appartamento alla Corte della Fontana, o veniva curata
rapidamente dall'esercizio fisico oppure le scale l'avrebbero uccisa. Ne avevamo persa qualcuna
in quel modo .
Smaractus, il padrone di casa, gestiva una lucrosa attività illegale, consistente nella svendita
degli effetti personali appartenuti agli inquilini deceduti .
Arrivati in cima alle scale, Elena estrasse da sotto il mantello una scatola contenente
l'acciarino, l'esca e la pietra focaia. La disperazione rese ferma la mia mano, tanto che feci
scoccare la scintilla al primo tentativo e riuscii perfino ad accendere un moccolo prima che si
estinguesse. Sullo stipite della porta la mattonella sbiadita annunciava ancora che lì Marco
Didio Falco esercitava la professione di investigatore privato. Dopo un breve e violento
diverbio, scoppiato mentre cercavo inutilmente di ricordare dove avessi riposto il mio al-
zachiavistelli, mi feci prestare da Elena una spilla del vestito, la legai a una striscia di stoffa
strappata dalla mia tunica, la lasciai cadere dentro il buco e l'agitai .
Una volta tanto l'espediente funzionò. (Di solito finisci con il rompere la spilla, ti becchi un
ceffone dalla ragazza e in più devi farti prestare una scala per arrampicarti dentro.) In realtà, il
mio successo dipendeva dal fatto che il chiavistello era rotto. Scosso da un atroce sospetto, aprii
l'uscio con una spinta, tenni sollevata la candela e ispezionai la mia casa .
Rivedendole, le case sembrano sempre più anguste e trasandate di come uno se le ricorda.
Di solito, però, non sono ridotte così male .
Sapevo che andandomene avrei corso qualche rischio. Ma le Parche, che amano prendersela
con i perdenti, mi avevano riservato i peggiori scherzi. I primi invasori erano stati
probabilmente insetti e topi, seguiti da un'orda di piccioni luridi in cerca di un nido, che
presumibilmente si erano aperti un varco attraverso il tetto con il becco. I loro escrementi
imbrattavano le assi del pavimento, ma ciò non era nulla in confronto alla sporcizia lasciata
dagli ignobili parassiti umani che dovevano avere preso il posto degli uccelli. Tracce evidenti,
alcune vecchie di parecchi mesi, mi rivelarono che nessuno degli individui a cui avevo dato
alloggio si era comportato da cittadino ben educato .
«Oh, mio povero Marco!» esclamò Elena sconvolta. Poteva anche essere stanca e
indispettita, ma di fronte a un uomo in preda alla disperazione più assoluta diventava una
ragazza caritatevole .
Le restituii la spilla con un gesto solenne. Le passai la candela. Dopo di che, entrai con
passo deciso e con un calcio scaraventai dall'altra parte della stanza il primo secchio che mi
capitò a tiro .
Il secchio era vuoto. Chi si era introdotto nella mia abitazione qualche volta si era sforzato
di gettare i rifiuti nel contenitore che avevo fornito, ma doveva avere una pessima mira, e in
altri casi non ci aveva nemmeno provato. I rifiuti che avevano mancato il bersaglio erano
rimasti sul pavimento finché, una volta in decomposizione, non si erano incollati saldamente
alle tavole .
«Marco, tesoro...». «Zitta. Non dirmi una parola finché non mi ci sarò abituato!» Attraversai
la stanza esterna, che una volta mi serviva da ufficio, e raggiunsi quello che restava della mia
camera da letto, dove trovai altre tracce degli intrusi. Dovevano essere fuggiti quel giorno
stesso, quando il vecchio buco nel tetto si era riaperto facendo entrare uno spettacolare diluvio
di tegole e acqua piovana, gran parte della quale impregnava ancora il mio letto. A tutto questo
si stava aggiungendo un ulteriore afflusso di luridi sgocciolii. Il mio povero vecchio letto era
irrecuperabile .
Elena mi raggiunse, fermandosi alle mie spalle. «Bene!» Feci un cupo tentativo di apparire
brillante. «Posso intentare causa al padrone di casa se proprio voglio procurarmi un bel mal di
testa!» Sentii la mano di Elena intrecciarsi con la mia. «È stato rubato qualcosa?» Non lascio
mai avanzi per i ladri. «Ho affidato tutti gli oggetti di valore ai miei parenti, così se manca
qualcosa so che è andato alla famiglia.» «Una vera consolazione!» convenne. Amavo quella
ragazza. Stava ispezionando la devastazione con il più raffinato disgusto, ma con la sua serietà
intendeva farmi scoppiare in una risata disperata. Possedeva un senso dell'umorismo caustico
che trovavo irresistibile. Le gettai le braccia al collo e mi aggrappai a lei per non impazzire .
Mi baciò. Aveva l'aria afflitta, ma il suo bacio era colmo di tenerezza. «Benvenuto a casa,
Marco.» La prima volta che avevo baciato Elena il suo volto era freddo e le ciglia bagnate e
anche allora era stato come se mi fossi svegliato da un sonno profondo e agitato trovando
qualcuno che mi imboccava con dolci al miele .
Sospirai. Se fossi stato solo probabilmente mi sarei limitato a sgomberare un piccolo spazio
e mi sarei raggomitolato esausto fra la sporcizia. Ma sapevo di dover trovare un luogo migliore
per dormire. Avremmo dovuto approfittare dei parenti .
La confortevole dimora dei genitori di Elena si trovava sull'altro lato dell'Aventino: troppo
lontano e decisamente troppo rischioso. Dopo il tramonto Roma diventa una città amorale e
crudele. Restavano quindi solo il divino aiuto degli dèi... oppure la mia famiglia. Giove e i tutti
i suoi colleghi dovevano essere impegnati a rimpinzarsi di ambrosia a casa di qualcun altro e
ignorarono la mia invocazione. L'unica possibilità rimasta era la mia tribù .
In qualche modo scendemmo di nuovo tutti le scale. Se non altro la notte era così
spaventosa che i soliti ladri si erano lasciati sfuggire una grande occasione. Il cavallo e la
carrozza erano ancora nella Corte della Fontana, dove li avevamo abbandonati .
Superammo l'ombra scura dell'emporio che, pur essendo sprangato, perfino in una notte
come quella emanava un lieve odore di legname, pelli, carni affumicate e spezie esotiche .
Raggiungemmo un altro caseggiato con meno scale e dall'aspetto meno squallido, che
potevo comunque chiamare casa .
Allettati dalla prospettiva di trovare cibo caldo e letti asciutti, ci inerpicammo fino alla
familiare porta rosso mattone. Non era mai chiusa a chiave, nessun ladro dell'Aventino era
abbastanza audace da introdursi in quella dimora .
Gli altri cercarono in ogni modo di entrare per primi, ma io li precedetti risoluto. Vantavo
diritti territoriali. Ero un ragazzo che tornava nel luogo dov'era cresciuto. Tornavo a casa. ..
nella casa in cui viveva la mia anziana madre .
La porta si apriva direttamente sulla cucina. Con mia grande sorpresa, c'era un lume a olio
acceso. Mamma di solito aveva abitudini più frugali. Forse aveva intuito che stavamo
arrivando. Era assai probabile. Mi preparai ad affrontare il suo saluto, ma lei non c'era .
Entrai e mi arrestai di colpo, stupito. Un perfetto estraneo stava comodamente seduto con i
calzari sul tavolo. A nessuno era consentito quel lusso se mia madre si trovava nei paraggi.
L'uomo mi squadrò un momento con lo sguardo appannato, poi emise un profondo rutto
volutamente offensivo .
II
Come qualunque madre con un po' di amor proprio, la mia aveva trasformato la cucina nella
postazione di comando dalla quale ambiva a dirigere la vita dei propri figli. Dato che noi non
condividevamo questa sua aspirazione, la cucina era divenuta una vivace arena in cui ci
abbuffavamo fino a sentirci male, lamentandoci rumorosamente gli uni degli altri nella vana
speranza di distoglierla dal suo proposito .
Alcune delle cose che si trovavano nella stanza erano abbastanza normali. C'era un ripiano
di pietra per cucinare incastonato nel muro per distribuirne il peso, il pavimento davanti però
era incurvato in modo preoccupante. Mamma viveva al terzo piano e la sua abitazione era
dotata di una soffitta, dove però le mie sorelle erano solite dormire da bambine, così per
consuetudine il fumo della cucina veniva fatto uscire dalla finestra con un ventaglio da
chiunque si trovasse nei paraggi; il ventaglio era appeso al fermo di un'imposta .
Sopra il ripiano luccicava una fila di tegami di rame, pentole e padelle per friggere, alcune
di seconda mano, che portavano i segni dei molti colpi sopportati nel corso della loro vita .
Su una mensola erano riposti ciotole, coppe, brocche, pestelli e, dentro un vaso crepato,
parecchi cucchiai uno diverso dall'altro. Chiodi a cui si sarebbe potuta appendere mezza
carcassa di bue reggevano ramaioli, grattugie, colini e batticarne .
Una fila storta di ganci sosteneva una serie di enormi coltelli da cucina con spaventose lame
di ferro inserite in manici di osso incrinati, su ciascuno dei quali erano incise le iniziali di
mamma: "GT", Giunilla Tacita .
Sulla mensola più alta si trovavano quattro di quelle pentole speciali per cucinare i ghiri.
Non equivocate: mamma sostiene che i ghiri sono affari disgustosi, senza nemmeno un po' di
carne addosso, buoni solo per gli snob dai gusti scadenti e le abitudini stupide. Ma, quando
arrivano i Saturnali, siete già in ritardo di mezz'ora per la festa in famiglia e cercate
disperatamente un regalo da comprare a vostra madre per scusarvi di averla trascurata negli
ultimi dodici mesi, quei bollitori per ghiri sembrano proprio ciò di cui avete bisogno. Mamma li
accettava tutti educatamente da qualunque discendente cui fosse capitato di farsi infinocchiare
dagli imbonitori, poi lasciava che la collezione crescesse inutilizzata a mo' di rimprovero .
Mucchi di erbe essiccate profumavano il locale. Canestri di uova e piatti da portata colmi di
legumi riempivano ogni spazio libero. Dalla profusione di scope di saggina e di secchi si poteva
intuire quale fosse il genere di cucina, e di famiglia, che mia madre desiderava far credere di
gestire a chiunque la vedesse: immacolata e priva di ignominia .
Quella sera l'effetto era rovinato dallo screanzato che mi aveva ruttato in faccia. Lo fissai.
Ciuffi cespugliosi di capelli grigi e ispidi gli spuntavano su entrambi i lati del capo. La faccia
inespressiva e la sommità della zucca calva, abbronzate, apparivano di un color mogano intenso
e lucente. Aveva l'aspetto di chi era stato nei deserti dell'Oriente e provavo la sgradevole
sensazione di conoscere la parte di deserto di cui si trattava. Le braccia e le gambe nude
possedevano la coriacea muscolatura destinata a durare per sempre che deriva da lunghi anni di
dura attività fisica e non dai risultati fasulli di un programma di allenamento in palestra.
«Da quale angolo dell'Ade spunti?» ebbe la sfrontatezza di domandare .
Di colpo mi venne in mente la folle idea che mia madre si fosse presa un amante per
allietare la sua vecchiaia, la scacciai immediatamente, imbarazzato. «Perché non me lo dici
prima tu?» ribattei, lanciandogli un'occhiataccia intimidatoria .
«Levati dai piedi!». «Non ancora, soldato.» Avevo intuito la sua professione .
Indossava una tunica scolorita, divenuta di una tonalità rosa tenue, ma io ero più interessato
alle suole dei suoi calzari militari e stavo esaminando attentamente le borchie spesse un dito e
mezzo di cui erano costellate. Conoscevo il tipo. Conoscevo il fiato che puzzava di aglio, le
cicatrici frutto delle liti da caserma, l'atteggiamento baldanzoso .
L'uomo serrò circospetto gli occhi malvagi, ma non fece neanche il gesto di togliere i piedi
dal venerato piano di lavoro di mia madre. Lasciai cadere il fagotto che portavo e mi tolsi il
mantello dalla testa. Evidentemente riconobbe il groviglio di riccioli tipico della famiglia
Didio .
«Tu sei il fratello!» mi accusò. Dunque aveva conosciuto Festo. Si trattava di una pessima
notizia. E, a quanto pareva, aveva sentito parlare di me .
Comportandomi come un uomo che gli ospiti dovevano sicuramente conoscere di fama,
cercai di imporre la mia autorità .
«Sembra che ve la prendiate comoda da queste parti, soldato! Faresti meglio a sgomberare il
tavolo e ad alzarti in piedi, prima che ti levi la panca da sotto il sedere con un calcio.» Quella
sottile psicologia funzionò, appoggiò a terra i calzari. «Lentamente!» aggiunsi, nel caso
pensasse di saltarmi addosso .
Lui si raddrizzò con calma. Un aspetto positivo di mio fratello era stato che le persone lo
rispettavano. Di riflesso, anch'io, per almeno cinque minuti (lo sapevo per esperienza), godevo
di un certo rispetto .
«E così tu sei il fratello!» ripeté adagio, come se significasse qualcosa .
«Esatto. Io sono Falco. E tu?». «Censorino.» «Qual è la tua legione?». «La Quindicesima
apollinaris.» Non poteva essere diversamente .
Il mio umore si fece ancora più scontroso. La Quindicesima era la sventurata combriccola
che mio fratello aveva onorato con la sua presenza per parecchi anni, prima di diventare famoso
per avere scaraventato la sua prestante carcassa oltre una possente muraglia giudea, contro le
lance dei ribelli .
«Dunque è così che hai conosciuto Festo?». «Infatti» ammise lui con un sogghigno
sprezzante .
Mentre parlavamo sentivo che alle mie spalle Elena e gli altri si muovevano irrequieti.
Volevano andare a dormire, e io pure. «Non troverai qui Festo, e tu sai benissimo il perché.»
«Festo e io eravamo buoni amici» dichiarò .
«Festo ha sempre avuto un sacco di amici.» Sembravo più calmo di quanto in realtà mi
sentissi. Festo, che gli dèi lo maledicano, era solito scegliersi come compagno di bevute
qualunque furfante rognoso e malandato. Poi, generoso fino alla fine, mio fratello ci portava a
casa il suo nuovo amico .
«C'è qualche problema?» domandò il legionario. Quella sua aria di innocenza era sospetta.
«Festo ha detto che in qualunque momento mi fossi trovato a Roma...» «Potevi stare a casa di
sua madre?». «È quello che ha promesso il ragazzo!» Tutto ciò era tristemente familiare.
Inoltre, sapevo che di recente la Quindicesima legione dalla zona dove si combatteva la guerra
giudaica era stata trasferita di nuovo in Pannonia, era quindi probabile che un gran numero di
legionari chiedesse un periodo di licenza da trascorrere a Roma .
«Non ne dubito affatto. Da quanto tempo sei qui?». «Qualche settimana...» Significava mesi
.
«Bene, sono contento che la Quindicesima apollinaris stia contribuendo al bilancio di
Giunilla Tacita!» Lo fissai intensamente. Sapevamo entrambi che non aveva contribuito in
alcun modo all'economia domestica. Che ritorno a casa! Prima la mia abitazione distrutta e
adesso questo. Sembrava che durante la mia assenza Roma fosse stata invasa da falliti privi di
scrupoli, tutti in cerca di un letto a sbafo .
Chissà dove si era nascosta mia madre. Provavo una strana nostalgia delle critiche con cui
mi assillava mentre con il cucchiaio versava il brodo caldo nella mia ciotola preferita e mi
toglieva i vestiti fradici come quando ero bambino. «Bene! Dunque, mi dispiace di doverti
sloggiare da questa casa, Censorino. Adesso ne ha bisogno la mia famiglia.» «Naturalmente, mi
trasferirò non appena possibile...» Smisi di sorridere. Perfino i miei denti erano stanchi. Indicai
con un cenno la patetica compagnia che avevo portato con me .
Se ne stavano lì in silenzio, troppo esausti per partecipare alla conversazione. «Sarei lieto se
tu ti sbrigassi con i preparativi.» Il suo sguardo andò alle persiane. Fuori si sentiva la pioggia
cadere più violenta che mai. «Non avrai intenzione di buttarmi fuori in una notte come questa,
Falco!» Aveva ragione, ma io ero in debito di qualche cazzotto con il mondo. Sogghignai
malignamente. «Sei un soldato. Un po' di pioggia non ti farà male...» Avrei potuto continuare a
divertirmi, ma proprio in quell'istante mia madre entrò nella stanza. I suoi piccoli occhi neri
osservarono la scena .
«Oh, sei tornato» disse, come se fossi appena rientrato da un campo di carote dopo averne
estirpato le erbacce. Era una donna piccola, ordinata e quasi instancabile, mi passò accanto
ignorandomi, andò a baciare Elena, poi si diede da fare con la mia nipotina insonnolita .
«È bello vedere che ti sono mancato» brontolai. Mamma ignorò il tono commovente.
«C'erano un sacco di cose di cui ti saresti potuto occupare.» Non stava parlando di togliere le
zecche al cane. La vidi lanciare un'occhiata a Elena, per avvisarla che ci aspettavano cattive
notizie. Incapace di affrontare qualunque crisi avesse colpito la tribù dei Didio, mi occupai del
problema di cui ero a conoscenza. «Abbiamo bisogno di un riparo. Mi pare di capire che il
vecchio letto di mio fratello maggiore sia già stato reclamato da qualcuno.» «Sì. Pensavo che
forse avresti avuto qualcosa da ridire a proposito!» Vedevo che Censorino incominciava a dare
segni di nervosismo .
Mia madre mi fissava in ansiosa attesa mentre io cercavo di capire quale comportamento si
aspettasse da me. Per qualche ragione sembrava recitare la parte della vecchietta indifesa con
un figlio grande e grosso arrivato per proteggerla .
La cosa era alquanto insolita. Affrontai con circospezione la situazione. «Stavo solo
commentando un fatto, ma'...» «Oh, sapevo che non gli avrebbe assolutamente fatto piacere!»
annunciò mamma, senza rivolgersi a nessuno in particolare .
Ero troppo stanco per resistere. Assunsi un atteggiamento bellicoso con il legionario.
Probabilmente si considerava un duro, ma era più facile affrontare lui che non una madre
subdola dagli oscuri propositi .
Censorino aveva intuito che la pacchia era finita. Mamma gli stava facendo capire di avergli
permesso di alloggiare lì semplicemente perché aspettava che arrivasse qualcun altro a mettere
le cose in chiaro. Io ero tornato: il suo factotum per il lavoro sporco. Era inutile che mi
opponessi al mio destino .
«Ascolta, amico. Sono sfinito e gelato fino alle ossa, così sarò franco. Ho viaggiato per
mille miglia nel periodo peggiore dell'anno per trovare il mio appartamento distrutto da intrusi e
il mio stesso letto pieno di detriti provenienti da un tetto sfondato. Entro dieci minuti intendo
sdraiarmi sulla sola alternativa che mi resta, e il fatto che l'alternativa sia il luogo dove ti sei
accomodato tu è il modo scelto dalla fortuna per avvertirti che gli dèi sono amici volubili...»
«Quanta ospitalità per i forestieri!» mi schernì Censorino. «E per i commilitoni che ti dicono di
essere amici!» Avvertii con apprensione una minaccia nel suo tono di voce .
Non aveva niente a che fare con ciò di cui apparentemente stavamo discutendo. «Ascolta,
voglio la stanza libera per me e per la mia signora, ma non sarai buttato fuori nella notte. C'è
una soffitta asciutta perfettamente abitabile...» «Che vada a farsi fottere la tua soffitta!» ribatté
il legionario, poi aggiunse: «E vada a farsi fottere Festo e vai a farti fottere anche tu!»
«Qualunque cosa ti faccia sentire meglio» risposi, cercando di non dare l'impressione che per
questa famiglia l'unico aspetto positivo della morte di Festo fosse quello di non dover più
dispensare cibo e alloggio gratuiti all'infinita sequela dei suoi pittoreschi amici .
Vidi che mamma dava un buffetto sulla spalla al legionario. Mormorò in tono confortante:
«Mi dispiace, ma non posso proprio tenerti qui a disturbare mio figlio...» .
«Oh, per Giove, mamma!» Era impossibile. Per fare più in fretta, aiutai Censorino a
preparare i bagagli. Andandosene, mi rivolse un'occhiata malevola, ma ero troppo assorto nelle
gioie della vita familiare per domandarmene la ragione .
III

Elena e mamma unirono i loro sforzi per sistemare la mia comitiva. I servitori furono
prontamente spediti in soffitta. La mia giovane nipote Augustinilla venne infilata nel letto di
mia madre .
«Come sta Vittorina?» mi sforzai di chiedere. Avevamo badato noi alla bambina per conto
della mia sorella maggiore che era ammalata .
«Vittorina è morta.» Mia madre diede la notizia con un tono naturale, ma la voce era tesa.
«Non avevo intenzione di dirtelo questa sera.» «Vittorina è morta?» Non riuscivo a crederci.
«In dicembre.» «Avresti potuto scrivere.» «A che cosa sarebbe servito?» Lasciai cadere il
cucchiaio sul tavolo e rimasi seduto con la ciotola stretta fra le mani, traendo conforto dal
calore della terracotta. «È incredibile...» Sbagliato. Vittorina aveva avuto un problema interno e
un ciarlatano di Alessandria specializzato in anatomia femminile l'aveva convinta che fosse
operabile. La sua diagnosi doveva essere sbagliata o, più probabilmente, aveva combinato un
pasticcio durante l'intervento. Succede sempre. Non avevo il diritto di starmene seduto lì,
provando tanta sorpresa per la sua morte .
Vittorina era la primogenita, e aveva tiranneggiato i sei di noi che in qualche modo erano
sopravvissuti all'infanzia. Mi ero sempre tenuto abbastanza distante da lei, poiché detestavo
essere terrorizzato e pieno di lividi. Alla mia nascita era adolescente e perfino allora vantava
una reputazione terribile: aveva occhio per i ragazzi, un parasole verde sbarazzino e le cuciture
laterali della tunica sempre scucite in modo provocante .
Quando si recava al Circo, gli uomini che le reggevano il parasole erano sempre tipi
sgradevoli. Alla fine aveva scelto uno stuccatore di nome Micone e lo aveva sposato. A quel
punto cessai di rivolgerle la parola .
Cinque dei loro figli erano ancora in vita. Il piccolo non doveva avere ancora due anni.
Tuttavia, visto come andavano le cose di norma, era assai probabile che raggiungesse la madre
morta prima di compierne tre .
Elena si stava perdendo quella conversazione. Si era addormentata, appoggiata contro la mia
spalla. Mi girai, sistemandola dolcemente in una posizione più comoda, una posizione che mi
consentisse anche di osservarla. Avevo bisogno di vederla, di ricordare a me stesso che le
Parche erano in grado di tessere un filo robusto quando lo volevano. Era assolutamente
rilassata. Nessuno dormiva così profondamente come Elena quando il mio braccio la cingeva.
Almeno ero di qualche utilità per qualcuno .
Mamma ci mise addosso una coperta. «Allora sta ancora con te...» Nonostante il disprezzo
che aveva sempre dimostrato per le mie fidanzate, mamma riteneva che Elena Giustina fosse fin
troppo buona per me. Lo pensavano quasi tutti. E i parenti di Elena erano i primi della lista.
Forse avevano ragione. Perfino a Roma, nonostante lo snobismo e i valori pacchiani imperanti,
avrebbe sicuramente potuto trovare qualcosa di meglio .
«Pare di sì.» Accarezzai con il pollice la soffice incavatura della tempia destra di Elena.
Completamente rilassata, era tutta dolcezza e amabilità. Non ero così sciocco da illudermi che
si trattasse della sua vera natura, ma era parte di lei, anche se quella parte traspariva solo
quando dormiva fra le mie braccia .
«Mi sono giunte voci che fosse scappata.» «È qui. Evidentemente le voci erano false.»
Mamma era intenzionata a scoprire l'intera storia. «Stava cercando di fuggire da te, oppure te la
sei filata tu e lei ha dovuto inseguirti?» Conosceva bene il modo in cui conducevamo le nostre
esistenze. Ignorai la domanda, così tentò con un'altra: «Siete riusciti a sistemare le cose?»
Probabilmente nessuno di noi due sarebbe stato in grado di risponderle. La nostra relazione
aveva i suoi momenti di precarietà .
Il fatto che Elena Giustina fosse la figlia di un senatore milionario e io un investigatore
squattrinato non aiutava. Non sarei mai stato in grado di dire se tenendola stretta a me un giorno
in più avrei avvicinato il momento dell'inevitabile separazione o se il tempo che passavamo
insieme ci avrebbe uniti per sempre .
«Ho sentito dire che Tito Cesare le aveva messo gli occhi addosso» continuò mamma,
implacabile. Anche a questo era meglio non rispondere. Tito poteva costituire una grave
minaccia .
Elena sosteneva di avere respinto le sue proposte. Ma chi poteva saperlo veramente? Forse
in privato era lieta del nostro ritorno a Roma perché così avrebbe potuto conquistare
definitivamente il figlio dell'imperatore. Sarebbe stata una sciocca se non l'avesse fatto. Avrei
dovuto trattenerla nelle province .
Per riscuotere il compenso per ciò che avevo fatto in Germania ero dovuto tornare a riferire
all'imperatore. Elena era venuta con me. La vita deve continuare. Tito rappresentava un rischio
che dovevo affrontare. In caso di problemi, ero pronto a lottare. «Tutti dicono che la deluderai»
disse allegramente mia madre .
«Finora l'ho evitato!» «Non c'è bisogno che diventi aggressivo» fu il commento di mamma .
Era tardi. Nel caseggiato, fatto raro, tutti gli inquilini avevano smesso di fare baccano nello
stesso momento. Nel silenzio mamma giocherellava con lo stoppino del lume a olio, guardando
con cipiglio la volgare scena stampata in rilievo sulla terracotta rossa: uno degli spiritosi
contributi di mio fratello alla casa. Trattandosi di un regalo di Festo era impossibile disfarsi
dell'oggetto. Inoltre, la lampada, malgrado l'immagine pornografica, aveva una fiamma nitida e
regolare .
La perdita di mia sorella, sebbene non le avessi mai dedicato molto tempo, riportava in
superficie anche l'assenza di mio fratello .
«Che cos'era tutta quella faccenda con il legionario, ma'? Erano in parecchi a conoscere
Festo, ma ormai non sono più in molti a presentarsi alla nostra porta.» «Non posso insultare gli
amici di tuo fratello.» Non ne aveva bisogno, quando c'ero io a farlo per lei. «Forse non avresti
dovuto cacciarlo in quel modo, Marco.» Chiaramente, aveva desiderato che io mandassi via
Censorino dal momento in cui ero arrivato, eppure ora me lo rimproverava. Conoscendo mia
madre da trent'anni, non mi stupiva la contraddizione. «Perché non ci hai pensato tu a suon di
scopa?» «Temo che nutrirà rancore verso di te» mormorò mamma .
«Sono in grado di gestire il problema.» Il silenzio suonava minaccioso. «C'è una ragione
particolare per cui dovrebbe?» Mia madre rimase muta. «Allora c'è!» «Non è nulla.» Dunque la
situazione era grave .
«Faresti meglio a spiegarmi.» «Oh... sembra che ci siano dei problemi per qualcosa che
avrebbe fatto Festo.» Per tutta la vita avevo sentito quelle parole fatali. «Oh, ecco che ci siamo
di nuovo. Smetti di essere evasiva, ma'. Conosco Festo, so riconoscere uno dei suoi disastri dal
lato opposto di un ippodromo. » «Sei stanco, figliolo. Te ne parlerò domattina.» Ero così
stremato che nella mia testa risuonavano ancora i ritmi del viaggio, ma con un incombente
mistero fraterno carico di sventura non avevo molte speranze di riuscire a dormire finché non
avessi scoperto che cosa mi aspettava al ritorno a casa... e probabilmente dopo non ne avrei
avuta più nessuna .
«Oh, per Bacco, sono davvero stanco, stanco di persone che evitano l'argomento. Parlamene
adesso, mamma!».
IV

Festo giaceva nella tomba ormai da tre anni. Le citazioni per lo più si erano esaurite, ma di
quando in quando a Roma arrivavano ancora cambiali di creditori e lettere speranzose di donne
abbandonate. Adesso avevamo problemi con un militare che poteva rivelarsi più difficile da
gestire .
«Non credo che abbia fatto niente.» Mamma cercava di rincuorarsi .
«Oh sì che l'ha fatto» affermai con sicurezza. «Di qualunque cosa si tratti! Posso garantirti
che il nostro Festo c'era dentro fino al collo, sorridendo allegramente come al solito .
Mamma, il problema è solo che cosa dovrò fare io... o, più probabilmente, quanto dovrò
pagare... per tirarci fuori tutti quanti dal guaio in cui ci ha cacciati questa volta.» L'espressione
di mamma lasciava intendere che stavo insultando il suo amato figliolo. «Dimmi la verità.
Perché hai voluto che buttassi fuori Censorino appena sono arrivato a casa?» «Aveva
cominciato a fare domande imbarazzanti.» «Quali domande?» «A suo dire, in passato alcuni
soldati della legione di tuo fratello hanno investito denaro in un'impresa organizzata da Festo.
Censorino è venuto a Roma per reclamare i loro soldi.» «Non ci sono soldi.» In qualità di
esecutore testamentario di mio fratello potevo garantirlo. Quando era morto, avevo ricevuto una
lettera dello scrivano addetto ai testamenti della sua legione che confermava quanto avevo già
immaginato: saldati tutti i debiti sul posto e provveduto al funerale, non era rimasto niente che
potessero rimandarmi a casa, se non la consolazione di sapere che sarei stato il suo erede se il
nostro eroe fosse riuscito a conservare qualche spicciolo nella borsa per più di due giorni. Festo
aveva sempre speso in anticipo il suo soldo trimestrale. Non aveva lasciato niente in Giudea .
Non trovai niente nemmeno a Roma, nonostante la tortuosa complessità delle sue iniziative
commerciali. Mio fratello gestiva la propria vita con uno straordinario talento per l'imbroglio.
Io credevo di conoscerlo meglio di chiunque altro, ma aveva ingannato perfino me quando
aveva voluto .
Sospirai. «Raccontami tutta la storia. Che cos'era questa sciagurata impresa?» «Un progetto
per fare un sacco di denaro, a quanto pare.» Assolutamente tipico di mio fratello, che pensava
sempre di avere avuto un'idea favolosa per fare fortuna. Era proprio da lui coinvolgere chiunque
avesse condiviso la sua tenda. Festo sarebbe riuscito a incantare uno spilorcio incallito
conosciuto la mattina stessa, convincendolo a investire denaro. I suoi fiduciosi amici non
avevano avuto scampo .
«Quale progetto?» «Non ne sono sicura.» Mamma appariva confusa. Non mi lasciai
ingannare. La capacità di mia madre di afferrare le cose era forte quanto quella di un polpo che
avvinghia la sua futura cena. Conosceva sicuramente le accuse rivolte a Festo, ma preferiva che
scoprissi da solo i particolari. Ciò significava che la storia mi avrebbe fatto infuriare. Mamma
voleva trovarsi altrove quando fossi esploso .
Stavamo parlando a voce bassa, ma probabilmente a causa dell'agitazione ero diventato
teso. Elena si mosse e si svegliò, allarmandosi immediatamente. «Marco, che cosa c'è che non
va?» Mi irrigidii, imbarazzato. «Semplici problemi familiari .
Non preoccuparti, rimettiti a dormire.» Elena si sforzò di svegliarsi all'istante .
«Il soldato?» fu la sua giusta deduzione. «Mi ha stupito che tu gli avessi fatto fare fagotto in
quel modo. Era un truffatore?» Non dissi una parola. Preferivo tenere per me la sconsideratezza
di mio fratello. Ma mamma, che era stata così restia a riferirmi la storia, era pronta a confidarsi
con Elena. «Il soldato è abbastanza sincero. Abbiamo dei problemi con l'esercito .
Gli ho permesso di alloggiare qui perché all'inizio pensavo fosse solo qualcuno che mio
figlio maggiore aveva conosciuto in Siria, ma dopo aver messo le gambe sotto il tavolo ha
incominciato a importunarmi.» «A quale proposito, Giunilla Tacita?» domandò indignata Elena,
drizzandosi a sedere. Si rivolgeva spesso a mia madre in quel modo formale. Per quanto possa
sembrare strano, questo indicava che fra lei e mia madre esisteva un'intimità superiore a quella
mai concessa alle mie precedenti amiche, la maggior parte delle quali non conosceva affatto il
linguaggio garbato .
«Sembra che ci sia un problema di denaro riguardo a qualcosa in cui era coinvolto il povero
Festo» spiegò mia madre a Elena. «A questo proposito Marco svolgerà per noi delle indagini.»
Mi mancò il respiro. «Non ricordo di aver detto che l'avrei fatto.» «No. Naturalmente devi
essere molto occupato.» Mia madre cambiò abilmente tattica. «Avrai un sacco di lavoro che ti
attende...» Non mi aspettavo certo una fila di clienti ansiosi. Dopo un'assenza di sei mesi avevo
sicuramente perso qualunque vantaggio. Le persone vogliono sempre procedere in fretta con le
loro stupide manovre; i miei concorrenti dovevano avere arraffato tutti gli incarichi di vigilanza
commerciale, raccolta di prove giudiziarie e ricerca di motivi di divorzio. I clienti non sanno
che cosa significhi aspettare pazientemente, se all'investigatore migliore sulla piazza capita di
trovarsi impegnato in Europa per un periodo indefinito. Del resto, come avrei potuto evitarlo se
l'imperatore lassù sul Palatino si aspettava che i propri affari avessero la priorità? «Dubito che
sarò sommerso» ammisi, poiché le mie donne avrebbero probabilmente contestato qualsiasi
tentativo di sottrarmi al problema .
«Naturalmente no» esclamò Elena. Mi sentii mancare. Elena non si rendeva affatto conto
che stava portando il carro in un vicolo cieco. Non aveva mai conosciuto Festo, non poteva
assolutamente immaginare come fossero finiti i suoi progetti nella maggior parte dei casi .
«Su chi altri possiamo contare per aiutarci?» insistette mamma. «Oh, Marco, pensavo
davvero che saresti stato interessato a riscattare il nome del tuo povero fratello...» Proprio come
mi ero aspettato, la missione che rifiutavo di accettare si trasformava in una missione che non
potevo rifiutare .
Dovevo avere emesso un brontolio riluttante che sembrava un assenso. Subito dopo mamma
dichiarò di volermi rimborsare per il prezioso tempo che avrei dedicato all'incarico, mentre
Elena mi diceva con enfasi che in nessun caso avrei potuto mandare a mia madre una nota di
spese giornaliere .
Sentivo di non avere scampo. Non era la paga a preoccuparmi. Ma sapevo di trovarmi di
fronte a un caso che non avrei potuto risolvere felicemente .
«D'accordo!» grugnii. «Se chiedete il mio parere, il pensionante sfrattato stava soltanto
sfruttando una conoscenza superficiale per ottenere alloggio a sbafo. Insinuare una qualche
disonestà è stato solo un mezzo astuto per raggiungere il suo scopo, mamma.» Mia madre non
era tipo da cedere a un ricatto .
Sbadigliai in modo esplicito. «Ascoltate, non ho intenzione di sprecare molti sforzi per
qualcosa che in ogni caso è successo tanti anni fa, ma se questo vi renderà felici entrambe,
domattina scambierò due parole con Censorino.» Sapevo dove trovarlo, gli avevo suggerito io
stesso che da Flora, l'osteria vicina, a volte affittavano delle stanze. Non sarebbe andato molto
più lontano in una notte come quella .
Mia madre mi accarezzò i capelli mentre Elena sorrideva. Le loro spudorate attenzioni non
migliorarono affatto il mio stato d'animo pessimista. Sapevo già prima di incominciare che
Festo, dopo avermi cacciato nei guai per tutta la vita, questa volta mi aveva costretto a
impegnarmi nel peggiore di tutti .
«Mamma, devo farti una domanda.» La sua espressione non mutò, anche se doveva aver
intuito che cosa la aspettava .
«Tu credi che Festo abbia fatto quello che sostengono i suoi amici, di qualunque cosa si
tratti?» «Come puoi chiedermi una cosa del genere!» esclamò con aria oltraggiata. Con
qualunque altro testimone, in qualunque altra indagine, questo mi avrebbe convinto che la
donna si fingeva offesa perché stava coprendo il proprio figlio .
«Allora è tutto a posto» replicai lealmente.
V

. Mio fratello Festo poteva entrare in qualunque taverna di qualunque provincia dell'impero e
qualche rifiuto umano dalla tunica macchiata si sarebbe alzato da una panca a braccia aperte per
salutarlo come un vecchio e onorato amico. Non chiedetemi come riuscisse a farlo. Si trattava
di un espediente che avrei potuto usare anch'io, ma bisogna avere talento per diffondere un tale
calore. Il fatto poi che Festo dovesse ancora al rifiuto umano un centone in valuta locale
dall'ultima volta che si erano incontrati nulla toglieva al benvenuto. Quel che è peggio, se il
nostro ragazzo proseguiva verso il retro del locale dove le prostitute da pochi soldi
intrattenevano i clienti, si sarebbero levati gridolini altrettanto deliziati mentre le ragazze, che
avrebbero dovuto saperla più lunga, gli correvano tutte incontro con aria adorante .
Quando entrai da Flora, dove ero venuto a bere ogni settimana per quasi dieci anni, non si
accorse di me nemmeno il gatto .
L'osteria di Flora faceva sembrare sciccosa e igienica qualunque squallida taverna di medio
livello. Stava rannicchiata sull'angolo dove un vicolo sudicio che scendeva dall'Aventino
incrociava un viottolo sporco che saliva dalle banchine. Era disposta nel modo consueto, con
due banconi posti ad angolo retto su cui si appoggiavano con aria pensosa gli individui
provenienti dalle due strade aspettando di essere avvelenati. I banconi erano fatti di un rozzo
miscuglio di pietra bianca e grigia che qualcuno tutto intento a pensare alle elezioni o
praticamente cieco avrebbe potuto scambiare per marmo. Ogni bancone aveva tre fori circolari
dove mettere i pentoloni di cibo. Da Flora la maggior parte dei fori era lasciata vuota, forse per
rispetto alla salute pubblica. Quello che riempiva i pentoloni era perfino più disgustoso della
consueta poltiglia marrone con strane macchioline distribuita ai passanti dai malandati chioschi
per la strada. I passati di verdura freddi di Flora erano spiacevolmente tiepidi e le carni calde
pericolosamente fredde. Correva voce che una volta un pescatore fosse morto al banco dopo
aver mangiato una porzione di piselli ridotti in poltiglia. Mio fratello sosteneva che, per evitare
una lunga controversia legale con gli eredi, l'uomo fosse stato sottoposto a un frettoloso
trattamento e servito sotto forma di piccanti polpettine di ippoglosso. Festo conosceva molte
storie del genere. Considerato lo stato della cucina sul retro dell'osteria, questa poteva anche
essere vera .
I banconi recingevano un angusto spazio quadrato dove alcuni clienti veramente incalliti
sedevano incuranti delle gomitate nelle orecchie che ricevevano dal cameriere intento al proprio
lavoro. C'erano due tavoli cascanti; uno era dotato di panche, l'altro di sgabelli da campo
pieghevoli. All'esterno, mezzo barile traballante bloccava il passaggio. Sopra stava
perennemente seduto un esile mendicante. Si trovava lì anche quel giorno, nonostante i rovesci
che ancora accompagnavano la coda del temporale. Non riceveva mai l'elemosina da nessuno
perché il cameriere gli rubava tutto il denaro .
Passai accanto al mendicante, evitando di incontrare il suo sguardo. Da sempre qualcosa in
lui mi era sembrata vagamente familiare, e di qualunque cosa si trattasse ogni volta mi
deprimeva. Forse sapevo che una mossa professionale sbagliata avrebbe potuto farmi finire a
dividere con lui quel pezzo di barile .
Una volta entrato, mi sedetti su uno sgabello pericolosamente instabile, cercando di tenermi
in equilibrio. Il servizio sarebbe stato lento. Mi scrollai dai capelli l'acqua che mi era piovuta
addosso e mi guardai intorno in quella scena che mi era familiare: la rastrelliera di anfore,
velata dalle ragnatele, la mensola di coppe e caraffe marroni, un contenitore dall'aspetto greco
sorprendentemente piacevole, decorato con un polpo, e la lista dei vini dipinta sulla parete,
inutilmente, poiché a dispetto dell'imponente listino prezzi che pretendeva di offrire ogni genere
di bevanda, dai vini della casa al Falerno, da Flora servivano immancabilmente uno pseudovino
ricavato da ingredienti che dell'uva erano solo lontani parenti .
Nessuno sapeva se Flora fosse mai esistita. Poteva essere sparita o morta, ma non si trattava
di un caso che mi sarei offerto volontariamente di risolvere. Si vociferava che fosse stata una
persona eccezionale. Secondo me, doveva essere una leggenda, oppure un topo. Non si era mai
fatta vedere. Forse conosceva il genere di cibo che veniva servito nella sua trasandata osteria.
Forse sapeva quanti clienti avrebbero voluto dire due parole su quella truffa che erano i conti .
Il cameriere si chiamava Epimandos. Preferiva non svelare se avesse mai incontrato la sua
datrice di lavoro .
Epimandos probabilmente era uno schiavo fuggiasco. In tal caso si nascondeva lì da anni,
sfuggendo con successo alle ricerche, anche se conservava un'espressione furtiva. Sopra il
corpo scheletrico, la faccia lunga scendeva leggermente sulle spalle come una maschera
teatrale. A furia di sollevare e trasportare qua e là pesanti paioli era diventato più forte di quanto
sembrasse. Aveva la tunica ricoperta dalle macchie di stufato e un odore indelebile di aglio
tritato si annidava sotto le sue unghie .
Il nome del gatto che mi aveva ignorato era Tiglioso. Come il cameriere, di fatto era
abbastanza gagliardo, con una coda grassa e striata e uno sguardo irritante. Poiché sembrava
aspettarsi un contatto amichevole, gli tirai un calcio. Tiglioso lo schivò con sdegno e il mio
piede colpì Epimandos, che invece di protestare mi chiese: «Il solito?». Parlava come se fossi
stato via solo pochi giorni e non mancassi da tanto di quel tempo che non riuscivo nemmeno a
ricordare quale fosse il mio solito .
Una ciotola di inquietante spezzatino e una piccolissima caraffa di vino, a quanto pareva.
Non c'era da stupirsi che la mia mente l'avesse cancellato .
«Buono?» s'informò Epimandos. Conoscevo la sua fama di incapace, ma con me si era
sempre mostrato assai sollecito .
Forse c'entrava in qualche modo Festo, che aveva preso l'abitudine di ciondolare dalle parti
di Flora e che il cameriere ricordava ancora con evidente affetto .
«Nella norma, direi!» Spezzai un pezzo di pane e lo immersi nella ciotola. Un'ondata di
schiuma mi minacciò. Lo strato denso aveva un colore fin troppo brillante, sopra galleggiava
mezzo dito di liquido trasparente, ricoperto di bolle d'olio stagnanti dove due brandelli di
cipolla e alcuni piccoli frammenti di fogliame color verde scuro si dibattevano come cimici in
un barile d'acqua. Ne assaggiai un boccone, ricoprendomi il palato di una patina di grasso. Per
dissimulare il colpo, domandai: «C'è per caso uno zotico militare di nome Censorino che
alloggia qui da ieri?». Epimandos mi rivolse la sua solita espressione vaga .
«Potresti dirgli che vorrei scambiare due parole con lui?» Epimandos tornò lemme lemme
alle sue pentole, che cominciò a rimestare con un mestolo deformato. La grigia minestra di
verdura gorgogliò come una palude che stesse per inghiottire il cameriere. Un foltissimo odore
di polpa di granchio si diffuse per l'osteria. Epimandos non dava segno di voler riferire il mio
messaggio, ma trattenni l'impulso di insistere. Flora era una stamberga che se la prendeva
comoda. I suoi clienti non avevano fretta. Alcuni, in teoria, avevano qualcosa da fare, ma se ne
guardavano bene. La maggior parte non aveva un posto dove andare e ricordava a stento perché
fosse capitata lì .
Per mascherare il sapore del cibo mandai giù una lunga sorsata di vino. Di qualunque cosa
sapesse non si trattava di vino. Ma almeno mi fornì un diversivo a cui pensare .
Per mezz'ora rimasi seduto a rimuginare sulla brevità della vita e sul gusto spaventoso di ciò
che stavo bevendo. Non vidi mai Epimandos tentare di mettersi in contatto con Censorino, e
ben presto fu occupato con gli avventori dell'ora di pranzo che, provenienti dalla strada, si
appoggiavano ai banconi. Poi, quando stavo per arrischiarmi a iniziare la seconda caraffa di
vino, improvvisamente il soldato comparve al mio fianco. Doveva essere uscito dal retro dove,
dietro il banco per cucinare, le scale salivano alle minuscole stanze affittate di quando in
quando da Flora a persone che non conoscevano un posto più sensato dove stare .
«E così sei in cerca di guai, vero?» mi domandò con un sogghigno cattivo .
«Be', sto cercando te» risposi come meglio potevo con la bocca piena. La leccornia con la
quale mi stavo dilettando era troppo tigliosa per poterla inghiottire velocemente. In realtà
provavo la sensazione che avrei potuto masticare quella cartilagine per il resto della vita. Alla
fine la ridussi a un grumo insapore che mi tolsi di bocca con più sollievo che decoro e posai sul
bordo della ciotola. Subito vi cadde dentro .
«Siediti, Censorino. Mi togli la luce.» La richiesta spinse il legionario a piantarsi sul bordo
del mio tavolo. Mantenni un tono di voce abbastanza civile. «Circola la brutta voce secondo cui
tu staresti diffamando il mio famoso fratello. Vuoi parlare del tuo problema o devo
semplicemente darti un pugno nei denti?» «Non c'è alcun problema» rispose lui con un ghigno.
«Sono venuto a riscuotere un credito. E intendo ottenere ciò che mi spetta!» «Sembrerebbe una
minaccia.» Abbandonai lo stufato ma continuai con il vino, senza offrirgliene .
«La Quindicesima non ha bisogno di fare minacce» si vantò. «No, se la richiesta è legale»
convenni, assumendo a mia volta un tono aggressivo. «Se qualcosa preoccupa la legione, e
coinvolge mio fratello, sono disposto ad ascoltare.» «Dovrai fare qualcosa a proposito!»
«Allora raccontami con sincerità quello che hai sullo stomaco, altrimenti ce ne dimenticheremo
tutti e due.» Sia Epimandos sia Tiglioso stavano ascoltando. Il cameriere, appoggiato alle sue
pentole, si ficcava le dita nel naso mentre ci fissava piuttosto apertamente, ma il gatto era
abbastanza delicato da fingere di leccare una pagnotta caduta sotto il tavolo. Flora non era il
luogo ideale dove organizzare la propria fuga con un'ereditiera o acquistare una fiala di veleno
per eliminare il proprio socio in affari. Quell'osteria aveva il personale più ficcanaso di tutta
Roma .
«Alcuni di noi ragazzi che conoscevamo Festo» mi informò Censorino in tono borioso
«hanno contribuito insieme a lui a una certa impresa.» Riuscii a trattenermi dal chiudere gli
occhi e sospirare. Tutto questo aveva un suono atrocemente familiare .
«E quindi?» «Tu che cosa pensi? Vogliamo i profitti... altrimenti rivogliamo i nostri soldi.
Immediatamente!» Ignorai il tono imperioso. «Ebbene, quanto ho sentito finora, posso dire, non
mi ha interessato né impressionato. Per prima cosa, chiunque conoscesse Festo può solo
aspettarsi di sentire che non ha lasciato giare traboccanti di monete sotto i letti nei quali ha
dormito. Se c'era un vaso, ci pisciava dentro, questo è tutto! Io ero il suo esecutore
testamentario, non ha lasciato nulla. In secondo luogo, anche se questa favolosa impresa fosse
legittima, mi aspetterei di vedere un documento che provi il vostro credito. Festo era un
birbante disinvolto nella maggior parte delle cose, ma ho tutte le note dei suoi affari, ed erano
impeccabili.» Per lo meno lo erano quelle incise su blocchetti d'osso che avevo trovato a casa di
mia madre .
Aspettavo ancora di scoprire rendiconti più sospetti nascosti da qualche altra parte .
Censorino mi squadrò freddamente. Pareva molto teso. «Non mi piace il tuo tono, Falco!»
«E a me non piace il tuo atteggiamento.» «È meglio che ti prepari a pagare.» «Allora è meglio
che tu ti spieghi.» Qualcosa non andava. Il soldato sembrava stranamente riluttante a rivelare i
fatti, seppure si trattasse della sua unica speranza di convincermi a cooperare. Lo vedevo gettare
occhiate qua e là, con maggior agitazione di quanto sarebbe stato lecito attendersi .
«Parlo sul serio, Falco. Ci aspettiamo che tu sganci!» «Per l'Olimpo!» Persi la calma. «Tu
non mi hai detto la data, il luogo, il programma, le intese, l'esito dell'impresa né l'ammontare!
Tutto quello che sento sono ciance e spacconate.» Epimandos si avvicinò ulteriormente,
fingendo di passare uno strofinaccio sui tavoli e scaraventando qua e là noccioli di olive
masticate con l'estremità di uno straccio lercio .
«Levati dai piedi, seme d'aglio!» gli urlò Censorino. Sembrava accorgersi del cameriere per
la prima volta, ed Epimandos, in preda a uno dei suoi scatti nervosi, fece un balzo indietro
contro un bancone. Alle sue spalle altri avventori avevano incominciato a scrutarci con curiosità
.
Tenendo d'occhio Epimandos, Censorino si fece più vicino, accovacciandosi su uno
sgabello, e con un brontolio roco mi sussurrò: «Festo stava spedendo un carico per nave» .
«Da dove?» Cercai di non mostrarmi allarmato. Era una novità rispetto alle solite iniziative
di mio fratello e volevo sapere tutto a riguardo prima che comparissero altri debitori .
«Cesarea.» «Era in società con qualcuno di voi?» «Formavamo un consorzio.» Quella
parolona impressionò più lui di me. «Per trasportare cosa?» «Statue.» «Questo mi torna.» Le
belle arti rappresentavano l'attività di mio padre. «Il carico proveniva dalla Giudea?» «No.
Dalla Grecia.» Anche questo aveva un senso. A Roma c'era una brama insaziabile di statue
elleniche .
«E allora, che cosa è successo? E perché esigi il pagamento del tuo credito solo tre anni
dopo la sua morte?» «C'è stata una maledetta guerra in Oriente, Falco... o non l'hai saputo?»
«Lo so» replicai cupamente, pensando a Festo .
Censorino mostrò un maggior controllo di sé. «Tuo fratello sembrava sapere quello che
faceva. Gli abbiamo dato tutti un contributo per acquistare la merce. Ci ha promesso ottimi
guadagni.» «O la nave è affondata, nel qual caso mi dispiace per lui e per te ma non c'è nulla
che io possa fare a riguardo, oppure avresti dovuto ricevere il tuo denaro molto tempo fa. Festo
viveva in modo avventato, ma non l'ho mai visto imbrogliare.» Il soldato tenne lo sguardo fisso
sul tavolo. «Festo ha detto che la nave era affondata.» «Una sfortuna. Allora perché, nel nome
degli dèi, mi stai importunando?» Non credeva che fosse realmente affondata, questo era
evidente. Ma nutriva ancora abbastanza lealtà verso Festo per non affermarlo chiaramente.
«Festo ci ha detto di non preoccuparci, avrebbe fatto in modo che non perdessimo niente a
causa dell'incidente. Ci avrebbe restituito il denaro in ogni caso.» «È impossibile. Se il carico è
andato perduto...» «È quello che ha detto lui!» «D'accordo! Allora deve aver parlato seriamente.
Non mi sorprende che si fosse offerto di rimediare, eravate i suoi amici. Non vi avrebbe
deluso.» «Meglio di no!» Censorino era incapace di tacere, anche quando mi mostravo
solidale .
«Ma, qualunque fosse, il suo piano per recuperare la perdita doveva implicare ulteriori
affari. Io non ne so nulla, e quindi non posso esserne ritenuto responsabile. Addirittura mi
sorprende che tu stia provando a coinvolgermi.» «Festo aveva un socio» brontolò Censorino.
«Non sono io.» «Lo so.» «Te l'ha detto lui?» «Me l'ha detto tua madre.» Sapevo del socio in
affari di mio fratello. Non volevo averci niente a che fare, e nemmeno mia madre, soprattutto
mia madre .
Il socio era mio padre, che aveva abbandonato la famiglia anni prima. Festo si era tenuto in
contatto con lui, anche se mamma non riusciva quasi a nominarlo. Allora perché aveva parlato
di lui con Censorino, un estraneo? Doveva essere molto preoccupata. Ciò significava che lo ero
anch'io .
«Hai risposto da solo alla tua domanda, Censorino. Devi trattare con il socio. L'hai visto?
Che cosa ha da dire per giustificarsi?» «Non molto!» Non ne ero sorpreso. Papà aveva sempre
significato cattive notizie .
«Bene, allora questo è tutto. Io non ho altro da aggiungere. Accetta la realtà. Festo è morto.
La morte ci ha privati tutti della sua festosa presenza, e ha privato voi del vostro denaro, temo.
» «Questo non vale, Falco!» Nella voce del soldato si era fatta strada la disperazione. Balzò in
piedi .
«Calmati!» «Dobbiamo riavere quel denaro!» «Mi dispiace, ma è il destino. Se Festo avesse
trovato un carico da cui trarre profitto, io sono il suo erede e sarei il primo della fila...»
Censorino mi afferrò per la tunica con l'intenzione di sollevarmi dallo sgabello. Avevo intuito
che stavano arrivando i guai. Gli scagliai in faccia la ciotola, gli torsi il braccio e mi liberai.
Balzando in piedi, spinsi contro di lui il tavolo, guadagnando spazio per muovermi. Il cameriere
emise un gemito di protesta. Era così sorpreso che il gomito sul quale si appoggiava scivolò e
finì barcollando dentro un pentolone, nel sugo fino alle ascelle. Il gatto fuggì miagolando .
Censorino scattò. Io parai il colpo, più infastidito che altro poiché sembrava tutto assurdo.
Si avventò deciso su di me e io fui costretto a reagire. Epimandos balzò sul banco per
proteggersi e gli altri clienti dalla strada si sporsero verso l'interno, lanciando roche grida di
approvazione. Avemmo un breve e goffo scambio di cazzotti. Vinsi io. Gettai nel vicolo il
soldato che si rialzò e se la svignò brontolando .
La pace tornò nell'osteria. Epimandos si stava asciugando il braccio con lo strofinaccio.
«Qual era il motivo della lite?» «Lo sa solo Giove!» Gli lanciai alcune monete di rame per il
conto, poi mi diressi verso casa .
Mentre stavo andando via, Epimandos raccolse la pagnotta che Tiglioso leccava poco prima
e la rimise nel cestino del pane per i clienti .
VI

La mattina seguente incominciai a riorganizzare la mia normale esistenza a Roma .


Rimasi a letto abbastanza a lungo, per dimostrare di non essere un poveraccio che aveva
bisogno di precipitarsi fuori e strisciare in cerca di favori nella dimora di qualche ricco
protettore. Dopo di che mi mostrai alla plebe trepidante del Foro, anche se i più guardavano
dall'altra parte. Schivai il mio banchiere, una ragazza che preferivo far finta di non conoscere e
alcuni miei cognati. Quindi mi diressi con passo lento alle terme degli uomini situate sul retro
del tempio di Castore per rimettermi in forma. Dopo un intenso esercizio fisico e una seduta di
massaggi con il mio istruttore, Glauco, che era in uno dei suoi momenti di umore sarcastico,
feci un bagno, investii del denaro in un taglio di barba e capelli, raccontai qualche barzelletta,
ascoltai qualche pettegolezzo, persi un denario scommettendo su quanti morsi di pulci ci
fossero sulla gamba di uno straniero, e nel complesso ricominciai a sentirmi un romano
civilizzato .
Ero stato via sei mesi. Niente era cambiato nella politica o nelle scuderie dei cavalli da
corsa, ma tutto costava di più rispetto a quando ero partito. I soli che sembravano avere sentito
la mia mancanza erano quelli a cui dovevo dei soldi .
Presi in prestito una toga di Glauco e mi incamminai verso il Palatino per un'udienza con
l'imperatore. Il vecchio si mostrò sufficientemente soddisfatto del mio resoconto, anche se mi
sarei dovuto ricordare di aspettare e riferirgli il tutto dopo la cena, quando sarebbe stato di
umore più generoso. Ma la missione in Germania era andata bene. Vespasiano amava
sottilizzare, tuttavia riconosceva sempre un successo. Era equo. Approvò il mio compenso e le
spese. Non tentò, però, in alcun modo di offrirmi un altro lavoro. È questo il rischio quando si
lavora in proprio: si vive con la costante minaccia della disoccupazione e della bancarotta e poi,
proprio quando ci si è abituati ad avere un sacco di tempo libero, si riceve un'offerta per una
missione che perfino Ercole sarebbe riluttante ad accettare .
Nondimeno, al Palazzo ritirai un sacchetto d'argento abbastanza consistente, tornai al Foro,
salutai con un sorriso felice il mio banchiere e rimasi a osservarlo mentre apriva la mia cassetta
bancaria, per la verità piuttosto piccola. Le monete fecero un dolce tintinnio mentre venivano
riposte. Non possedevo ancora abbastanza denaro da essere costretto a prendere una decisione
in merito a qualche rischioso investimento, tanto meno disponevo della enorme somma di cui
avrei avuto bisogno se mai mi fossi deciso ad affrontare il padre senatore di Elena Giustina nel
ruolo di genero di belle speranze. Per fortuna il nobile Camillo non si aspettava che ciò
accadesse, così non mi importunava mai con pressanti domande sui miei progetti .
Dopo di che, sprecai il resto del pomeriggio trovando pretesti per non cercare clienti .
Avrei dovuto sapere che, mentre ero in giro a prendere aria senza concludere nulla, le
Parche, sempre intente a filare, avrebbero fatto in modo che il mio filo si impigliasse .
Quella mattina Elena mi aveva gridato all'orecchio sonnolento che stava andando con mia
madre a casa mia per cominciare a rimettere in ordine. Alla fine decisi di fare un giretto in quei
paraggi. Intorno alla Corte della Fontana tutte le strade puzzavano di scolo, perché in quella
parte della città le strade erano canali di scolo. Gli abitanti apparivano sciatti e depressi come
sempre. Quella era la topaia che mi ero trovato sei anni addietro, quando, lasciato l'esercito, ero
tornato a casa e avevo pensato di essere troppo cresciuto per vivere con la mamma come faceva
mio fratello. Festo aveva detto che ero pazzo, e questo mi aveva reso ancora più ostinato .
Me ne ero andato di casa anche per evitare le continue pressioni con cui mia madre cercava
di convincermi a dedicarmi alle attività di famiglia, spezzandomi la schiena nei lavori agricoli
in Campania o facendo il venditore all'asta, lavoro che mi avrebbe costretto a sporcarmi ancora
di più le mani. Sono capace di rincalzare un porro o di raccontare frottole a proposito di una
lampada antica. Ma mi ritenevo una persona socievole e accomodante e così, ovviamente,
l'esistenza cinica e solitaria dell'investigatore mi era sembrata perfetta. Ormai avevo trent'anni,
evitavo su tutti i fronti le responsabilità familiari e rimanevo fedele alla mia improvvida scelta .
Prima di salire le scale, feci una sosta per presentare i miei rispetti a Lenia, l'emaciata virago
che possedeva e gestiva la lavanderia da cui era occupato il pianterreno. Si sentiva ancora il
brontolio del tuono, così non c'era molto lavoro poiché nulla di ciò che ci si fosse presi la briga
di lavare si sarebbe mai asciugato. Un uomo molto alto, addobbato con una toga piuttosto corta,
se ne stava in silenzio mentre la moglie faceva una tirata a Lenia per averle consegnato il
bucato sbagliato .
Lenia era nel momento peggiore di una violenta disputa a proposito di una macchia, così
quando cacciai dentro la testa si affrettò a lasciarli per venire a insultarmi .
«Falco, stupido asinaio! Chi ti ha permesso di tornare a Roma?» «La generale esigenza della
mia influenza civilizzatrice.» «Ah! Un viaggio piacevole?» «Rimpiango di non essere rimasto
dov'ero... la mia abitazione è distrutta.» «Oh, davvero?» Lenia, che conosceva bene il viscido
lumacone che definivo "padrone di casa", assunse l'espressione di chi ti dice che sarebbe felice
di parlarne ancora, ma purtroppo deve precipitarsi urgentemente in pasticceria prima che i forni
si raffreddino .
«Tu lo sai bene!» la rimbeccai. Non avevo alcuna possibilità di spuntarla in una controversia
con il padrone di casa, tuttavia, alzando la voce allentavo il nodo che mi stava strangolando il
fegato .
«Non coinvolgermi. Parla con Smaractus...» «Non vedo l'ora di avere il piacere!» «È fuori
città.» Quel parassita di Smaractus probabilmente aveva sentito dire che ero tornato e si era
organizzato un soggiorno di sei mesi nella sua residenza estiva sul lago di Bolsena. La
navigazione da diporto doveva essere un passatempo un po' freddo in marzo. «E così qualcuno
si è introdotto nella tua abitazione, vero?» Lenia doveva avere visto gli intrusi ogni volta che
avevano imboccato le scale. In realtà, era assai probabile che le avessero messo in mano una
moneta d'argento per scoprire dove potessero trovare un alloggio vuoto. «È terribile!» Rinunciai
alla lite. «Le mie donne sono qui?» «C'è stato un andirivieni. Tua sorella ha fatto un salto per
prima.» Poteva significare una qualunque delle cinque... no, quattro ormai. Vittorina non c'era
più .
«Maia?» Soltanto Maia si sarebbe scomodata per me. Lenia annuì. «Oh, e quel bastardo di
Petronio ti cercava.» Questa notizia mi giungeva più gradita. Petronio Longo, il capitano della
ronda dell'Aventino, era il mio amico più caro. Pregustavo il piacere delle ingiurie che ci
saremmo scambiati mentre lo intrattenevo con scandalose menzogne sul mio viaggio .
«Come vanno i progetti matrimoniali?» urlai a Lenia mentre mi avviavo verso le scale .
«Progrediscono!» Si trattava di una montatura. Si pensava che Lenia e Smaractus
intendessero unire le loro fortune, ma nessuno dei due riusciva a rassegnarsi all'idea di dover
spartire la propria borsa di denaro .
«E i tuoi?» mi rese la pariglia. «Oh, più o meno allo stesso splendido punto...» Sgattaiolai su
per le scale prima che quel genere di domande mi irritasse troppo .
VII

. Immaginavo che per rimettere in sesto il mio alloggio sarebbe stato necessario passare
attraverso una fase in cui la situazione addirittura peggiorasse. Sul pianerottolo, all'esterno, non
c'era quasi spazio per infilarsi fra i mucchi di mobili rotti e i grandi sacchi di detriti e
raggiungere la porta di entrata .
Elena Giustina mi incontrò mentre usciva. Stava trasportando un pesante carico di rifiuti,
avvolti in quello che restava di un mantello con gli angoli annodati. Appariva esausta .
Elena si muoveva con ostinazione e coraggio nello squallore in cui era costretta a vivere per
stare al mio fianco, sebbene fosse stata educata al lusso. Vedevo che le forze stavano per
abbandonarla. Urtò contro l'intelaiatura ormai distrutta del mio letto, prese una brutta botta e
pronunciò una parola che nessuna figlia di senatore avrebbe dovuto conoscere. Doveva averla
imparata da me .
«Ecco... passami quello!» Si allontanò dalla mano che le tendevo. «Non posso fermarmi.
Non farmi perdere l'equilibrio se no cado.» «Cadi addosso a me» mormorai in tono invitante.
Le tolsi di mano con la forza il fagotto. Elena si abbandonò contro di me, lasciando crollare
tutto il suo peso mentre si teneva aggrappata al mio collo .
Sorressi virilmente la mia ragazza e il fagotto di rifiuti, con finta naturalezza. Quando ebbe
raggiunto il suo scopo, mi solleticò il collo in modo sleale così che dovetti lasciare il fagotto .
Questo precipitò giù per le scale fino a raggiungere il pianerottolo due piani sotto di noi.
Restammo a guardare, senza mostrare la minima intenzione di rincorrerlo .
«Mamma se n'è andata?» domandai speranzoso. Elena annuì. «Allora è tutto a posto!»
mormorai, baciandola in mezzo alla confusione del pianerottolo. La mia era l'unica abitazione
al sesto piano, così la nostra intimità era garantita .
Rianimato da una giornata trascorsa a Roma, in ogni caso non mi importava di chi avrebbe
potuto vederci .
Dopo poco mi fermai e, tenendo fra le mani il volto stanco e accaldato di Elena, la guardai
negli occhi. Vidi la pace scendere nel suo animo. Abbozzò un leggero sorriso lasciando che mi
prendessi il merito di averla calmata. Poi socchiuse gli occhi .
Non le andava che io capissi l'effetto che sortivo su di lei. L'abbracciai e risi .
Entrammo in casa tenendoci per mano. Era vuota, ma non pulita. «Puoi sederti sul balcone»
mi disse Elena. «L'abbiamo lavato e abbiamo pulito la panca.» La condussi con me. Era quasi
buio e faceva abbastanza freddo, ma tutto ciò rappresentava un'ottima scusa per tenerci stretti.
«La casa non è mai stata così pulita. Non ne vale la pena. Non ti affannare per questa
stamberga, dolcezza.» «Non vorrai restare a lungo da tua madre.» Elena mi conosceva .
«Posso sopportare di vivere da mamma se ci sei tu a proteggermi.» Ciò era
sorprendentemente vero .
La trattenni lì, osservando il panorama mentre si rilassava. Un forte vento muoveva a gran
velocità le nuvole sopra il Tevere e una cupa minaccia di pioggia oscurava il panorama della
città fino al Gianicolo, che solitamente si poteva vedere da quella posizione. Roma si estendeva
sotto di noi, silenziosa e imbronciata, come uno schiavo infedele del quale fossero stati scoperti
i misfatti .
«Marco, non mi hai mai detto esattamente che cosa è successo ieri quando hai visto il
soldato.» È questo il problema quando si guarda il paesaggio: le persone si annoiano, e pongono
domande fastidiose .
La mia attenzione indugiò sullo scenario invernale. «Non volevo preoccupare mamma.»
«Lei non c'è. Preoccupa me.» «Volevo evitare anche questo.» «Ciò che più mi preoccupa è la
tua riluttanza a parlare.» Cedetti. Mi tormentava, ma a me piace essere tormentato da Elena.
«Ho visto Censorino all'osteria, ma non siamo approdati a nulla. Mi ha detto che alcuni amici di
mio fratello nella legione hanno perso del denaro in un'attività di importazione di statue
greche.» «Allora, che cosa vogliono?» «Il nostro Festo aveva avventatamente assicurato a tutti
loro che li avrebbe risarciti della perdita.» «Non ci è riuscito?» «È caduto subito da un bastione.
Adesso vogliono che sistemi io la faccenda, ma Censorino non ha voluto dirmi tutto ciò che
sapeva della questione...» Appena la mia voce accennò a smorzarsi, l'interesse di Elena crebbe.
«Che cos'è successo?» Sapeva che nascondevo qualcosa. «Ci sono stati dei problemi
all'osteria?» «È finita a cazzotti.» «Oh, Marco!» «È stato lui a incominciare.» «Lo spero
proprio! Ma scommetto che tu l'hai preso di petto!» «Perché non avrei dovuto? Non possono
aspettarsi nient'altro se decidono di tacere.» Elena dovette darmi ragione. Rifletté un momento,
poi domandò: «Parlami di tuo fratello. Avevo l'impressione che tutti provassero simpatia per lui.
Ora non riesco a capire quali siano i tuoi sentimenti.» «È questo il punto. A volte non ci riesco
nemmeno io.» Aveva otto anni più di me. Una differenza di età sufficiente a farmelo vedere
come un eroe... o il contrario. Una parte di me lo detestava, ma l'altra lo adorava, e l'amore era
assai superiore all'odio che provavo per lui. «Poteva essere un tormento. E tuttavia non
sopportavo l'idea di averlo perduto. Posso descriverlo così.» «Ti somigliava?» «No.»
Probabilmente no .
«E così hai intenzione di continuare a occuparti della faccenda?» «Aspetto di vedere.» «Ciò
significa che vuoi rinunciare.» Si trattava di un commento ragionevole. Ma lei non conosceva
Festo. Dubitavo di riuscire a evitare il problema. Anche se avessi cercato di non fare nulla, la
situazione era fuori controllo .
Elena cominciava a stringersi per il freddo. Dissi: «Dobbiamo mangiare qualcosa» .
«Non possiamo continuare ad approfittare di tua madre.» «Hai ragione... andiamo a trovare i
tuoi genitori!» «Pensavo che l'avresti detto. Ho portato un cambio di vestiti. Per prima cosa ho
bisogno di fare un bagno...» La osservai. L'aspetto era sudicio, ma combattivo. Neppure uno
strato di sporcizia riusciva a soffocare la sua intraprendenza .
La polvere da cui era coperta non faceva altro che esaltare la luminosità dei grandi occhi
scuri e quando i capelli le scivolavano fuori dalle forcine il mio unico desiderio era quello di
scioglierli... Se ci fosse stato un letto, non ce ne saremmo più andati quella sera. Ma non c'era
nessun letto, né un sostituto adeguato. Sorrisi mestamente. «Cara, può darsi che non sia una
brillante idea portarti dai tuoi genitori con l'aspetto di una che ha passato tutto il giorno a
lavorare in una fornace .
D'altra parte, i tuoi nobili parenti si aspettano solo che io ti tratti male, quindi almeno
approfittiamo delle terme private di tuo padre.» Mi spingeva a tale decisione un duplice motivo.
Se i genitori di Elena intendevano annunciare che Tito Cesare era andato a tastare il terreno
mentre ci trovavamo all'estero, peggiore era l'aspetto di Elena al nostro arrivo, più facile
sarebbe stato per loro accettare il fatto che l'avevo già conquistata io .
Si era trattato di una semplice fatalità, ma essendo l'unica fortuna che mi fosse capitata nella
mia miserabile esistenza ero deciso a non farmela scappare. Dal momento che Elena si era
gettata fra le mie braccia, nessuno si sarebbe potuto aspettare che io rifiutassi il dono, non più di
quanto potesse sperare che il figlio di un imperatore profondamente conservatore la desiderasse
ancora dopo che era appartenuta a me .
Questa, in ogni caso, era la mia speranza. La famiglia Camilla viveva nella metà di un
palazzo privato diviso in due abitazioni, poco lontano dalla Via Appia e in prossimità della
Porta Capena. La casa accanto era vuota, sebbene appartenesse anch'essa a loro. Lasciata
disabitata, stava andando in rovina. La loro non era peggiore dell'ultima volta che l'avevo vista,
uno spazio modesto che recava i segni di una costante penuria di denaro contante. All'interno la
scadente pittura si era notevolmente scolorita da quando la casa era stata edificata e i mediocri
arredi dei giardini non si confacevano all'imponenza che originariamente si era voluta attribuire
al resto della casa. Il mobilio in ogni caso risultava confortevole .
Rispetto alla media del ceto senatoriale, erano una famiglia eccezionalmente civile:
rispettosa verso gli dèi, gentile con i bambini, generosa con i propri schiavi e perfino indulgente
con un tirapiedi diseredato come me .
Possedevano un piccolo complesso di terme, servito dall'Acquedotto Claudio, dove nelle
sere d'inverno l'acqua veniva mantenuta abbastanza calda. Difficoltà economiche o meno, non
rinunciavano alle comodità domestiche. Accarezzai la schiena di Elena, assaporandone le parti
più delicate. «Mmm, non ho mai fatto l'amore con la figlia di un senatore nelle terme private del
padre... » «Sei eclettico, ci puoi riuscire!» Non in quel momento, però. Rumori in lontananza
annunciavano che avremmo avuto compagnia. Quando suo padre arrivò per il consueto bagno
prima di cena, Elena mi gettò sulle ginocchia un asciugamano e sparì. Io restai seduto sul bordo
della vasca sforzandomi di mostrare un rispetto maggiore di quello che provavo .
«Lasciateci soli, per favore» ordinò Decimo Camillo agli schiavi che erano entrati con lui.
Quelli se ne andarono, ma fecero chiaramente capire che non spettava al padrone di casa
impartire ordini .
Decimo Camillo Vero era amico di Vespasiano e pertanto viveva un momento di particolare
favore. Era alto, con capelli ribelli e sopracciglia vivaci. Rilassato nel vapore, appariva
leggermente curvo. Sapevo che si sforzava di fare esercizio fisico, ma preferiva rintanarsi nel
suo studio con una pila di rotoli di pergamena .
Camillo mi aveva accettato... entro certi limiti, naturalmente. Io detestavo il suo rango, ma
lui mi piaceva. L'affetto per sua figlia aveva colmato in parte l'abisso che ci divideva .
Ma era di umore irritabile. «Quando pensate, tu ed Elena, di legalizzare la vostra unione?»
Tanti saluti all'idea che non se lo aspettasse. Mi sentii calare addosso un fardello di ulteriori
pressioni. Si misurava in sesterzi, e il suo peso esatto era di quattrocentomila: il prezzo per
entrare a far parte della classe media, affinché il nostro matrimonio non disonorasse
completamente Elena. I miei progressi nella raccolta del denaro erano quasi nulli .
«Vuoi sapere una data esatta? Abbastanza presto, penso» mentii. Riusciva sempre a
leggermi nell'animo .
«Sua madre mi ha chiesto di informarmi.» Da quanto sapevo di Giulia Giusta, "chiedere"
era dir poco. Lasciammo cadere l'argomento come una patata bollente .
«E tu come stai, signore? Che novità ci sono?» «Vespasiano richiamerà a casa Giustino
dall'esercito.» Giustino era suo figlio. «Ah! È probabile che, in parte, ciò dipenda anche da
me.» «Così mi è parso di capire. Che cosa hai detto all'imperatore?» «Solo di riconoscere il
talento.» «Oh, quello!» ironizzò il senatore, nel suo modo amaramente divertito. A volte
l'arguzia scanzonata dell'uomo schivo si faceva strada nel contegno diffidente. Elena aveva
preso da lui il senso dell'umorismo, anche se lei era più prodiga di insulti .
Camillo Giustino era il minore dei due fratelli di Elena. Avevamo vissuto con lui in
Germania. «Giustino si sta facendo un'ottima reputazione» incoraggiai suo padre. «Si merita il
favore dell'imperatore, e Roma ha bisogno di uomini come lui .
È tutto quello che ho detto a Vespasiano. Il suo comandante dovrebbe avere inoltrato un
rapporto favorevole, ma non faccio affidamento sui legati.» Camillo emise un gemito.
Conoscevo il suo problema, era lo stesso che avevo io, sebbene su scala assai più vasta: la
penuria di capitali. In quanto senatore, Camillo era milionario .
E tuttavia il suo conto in banca non gli garantiva mai la tranquillità. Per provvedere ai fasti
della vita pubblica, tutti quei giochi e i banchetti pubblici per l'elettorato ingordo, si sarebbe
potuto facilmente distruggere finanziariamente. Avendo già promesso una carriera senatoriale al
figlio maggiore, ora scopriva che, in modo del tutto imprevisto, il suo ragazzo più giovane si
era guadagnato una notevole reputazione. Il povero Decimo paventava le spese .
«Dovresti essere fiero di lui, senatore.» «Oh, lo sono!» disse in tono mesto .
Allungai la mano per afferrare uno strigile e incominciai a grattargli via l'olio. «Hai
qualcos'altro in mente?» Sondavo il terreno nel caso ci fossero sviluppi sul fronte di Tito .
«Niente di straordinario: la gioventù moderna, la situazione del commercio, il declino dei
costumi, gli orrori del programma di opere pubbliche...» disse con una certa autoironia .
Poi mi confidò: «Ho qualche problema a disfarmi della proprietà di mio fratello». Dunque
era quello il punto .
Non ero l'unico romano al quale un fratello avesse procurato qualche imbarazzo. Il fratello
di Camillo, ora caduto in disgrazia, con i suoi intrighi politici aveva danneggiato l'intera
famiglia. Era quella la ragione per cui la casa accanto restava vuota e Decimo aveva quell'aria
stanca. Il fratello era morto ma, come sapevo fin troppo bene, questo non significava che i
problemi fossero finiti .
«Hai interpellato il venditore all'asta che ti ho consigliato?» «Sì. Gemino è molto
premuroso.» Con ciò intendeva poco rigoroso sulla provenienza e sulla verifica di autenticità .
«Oh, è un ottimo venditore all'asta» convenni con ironia. Gemino era il mio genitore
assente. A parte l'abitudine di filarsela con le rosse, poteva passare per un cittadino eccellente. Il
senatore sorrise. «Sì. Pare che l'intera famiglia abbia occhio per la qualità!» Si trattava di una
leggera frecciata nei miei confronti. Abbandonò l'umore tetro. «Basta con i miei problemi. Tu
come stai? E come sta Elena?» «Sono vivo. Non posso chiedere di più. Elena è sempre la
stessa. » «Ah!» «Temo di averla riportata a casa ribelle e con un linguaggio esecrabile. Si
addice ben poco all'educazione decorosa che tu e Giulia Giusta le avete dato.» «Elena è sempre
riuscita a superarla.» Sorrisi. Al padre di Elena piaceva scambiare qualche tranquilla battuta .
In teoria le donne sarebbero tenute a un contegno pudico. Possono anche manipolare tiranni
in privato, purché sia rispettato il buon mito romano della sottomissione femminile .
Il guaio, con Elena Giustina, era che rifiutava di scendere a compromessi. Diceva quello che
voleva, e lo faceva pure. Quel genere di atteggiamento irriducibile fa sì che per un uomo
educato ad aspettarsi astuzie e incoerenza sia estremamente difficile sentirsi sicuro della propria
posizione .
A me la cosa piaceva. Mi piaceva essere tenuto sulla corda. Mi piaceva essere scandalizzato
e stupito in continuazione, anche se era una faticaccia .
Suo padre, che non aveva avuto scelta a proposito, sembrava meravigliato del fatto che io
avessi deciso spontaneamente di prenderla con me. E non c'era alcun dubbio, si divertiva a
vederla alle prese con un'altra vittima .
A cena, trovammo Elena splendente in bianco, con profili dorati su un'elaborata abbondanza
di drappeggi, oliata, profumata, guarnita di collane e braccialetti. Come d'abitudine, le ancelle
di sua madre avevano cospirato per fare in modo che la loro giovane padrona apparisse di un
rango due volte superiore al mio, il che era vero, e venti volte più rispettabile .
Per un attimo ebbi l'impressione di essere inciampato nella cinghia dei miei calzari cadendo
disteso sul mosaico del pavimento. Ma una delle collane era un filo d'ambra del Baltico che sua
madre non aveva mai visto prima. Quando la nobile Giulia si informò, nel corso della sua
sporadica e banale conversazione, Elena Giustina annunciò in tono sbrigativo: «È il regalo di
Marco per il mio compleanno» .
Servii con mano ferma alla madre di Elena i bocconcini migliori degli antipasti. Giulia
Giusta accettò con una cortesia affilata come un coltello. «E così dal viaggio sul fiume Reno hai
tratto qualcosa di buono, Marco Didio?» Con calma, Elena prese le mie difese. «Vuoi dire
qualcosa di buono oltre ad avere assicurato la pace nella regione, portato alla luce una frode,
riorganizzato le legioni e offerto l'opportunità a un membro di questa famiglia di farsi un
nome?» Sua madre ignorò la sarcastica obiezione reclinando la testa .
La figlia del senatore mi rivolse un sorriso che aveva l'intensa dolcezza delle stelle in
estate .
Il cibo era buono, per essere cibo invernale. Fu un pasto amichevole, se si apprezza
l'amicizia formale e superficiale .
Sapevamo tutti come dimostrarci tolleranti. Sapevamo tutti come lasciar capire senza mezzi
termini che avevamo parecchio da tollerare .
Dovevo fare qualcosa in merito. In qualche modo, per il bene di Elena, dovevo lottare per
raggiungere la posizione di genero legittimo. In qualche modo dovevo trovare quattrocentomila
sesterzi, e dovevo trovarli in fretta .
VIII

Petronio Longo ci raggiunse quella sera stessa. Stavamo per andare a dormire. Mamma di
solito si coricava presto, perché alla sua età aveva bisogno di accumulare le forze necessarie per
il frenetico lavoro che la gestione della famiglia le richiedeva durante il giorno. Aveva aspettato
alzata il nostro ritorno, una delle abitudini che limitavano la mia libertà e per cui preferivo
vivere altrove. Dopo la cena dal senatore, avevo deciso di tornare a casa, in parte per rassicurare
mamma, ma anche perché sapevo che se fossi rimasto, come mi aveva proposto il padre di
Elena (sebbene la madre si fosse mostrata decisamente più fredda a riguardo), il sovrintendente
del palazzo di Porta Capena avrebbe assegnato a Elena e a me stanze separate, e non ero pronto
a passare la notte aggirandomi furtivamente per corridoi sconosciuti in cerca della mia ragazza.
Dissi a Elena che poteva restare lì a godersi gli agi. «Ti daranno un cuscino più comodo.» Mi
toccò la spalla. «È questo il cuscino che voglio.» Così tornammo entrambi, il che rese felici due
madri... o quantomeno felici come alle madri piace sentirsi .
Quando videro Petro entrare in cucina con passo dinoccolato, anche mamma ed Elena
decisero di restare ancora alzate .
Le donne lo avevano in simpatia. Se avessero saputo di lui tutto quello di cui ero a
conoscenza io forse avrebbero manifestato maggiore disapprovazione, ma anche in quel caso
probabilmente avrebbero incolpato me dei suoi trascorsi da scapestrato. Per qualche ragione,
Petro era un uomo al quale le donne perdonavano ogni imprudenza. Per qualche altra ragione, a
me ciò non succedeva .
Aveva trent'anni. Arrivò vestito con indumenti informi di lana marrone, la consueta e
modesta tenuta da lavoro, con l'aggiunta invernale di pelliccia nei calzari e un mantello con il
cappuccio così voluminoso che avrebbe potuto nasconderci sotto tre donne dai facili costumi
con tanto di amante. Infilato nella cintura portava un grande bastone per incoraggiare un
comportamento tranquillo nelle strade che presidiava con mano leggera e ragionevole, aiutato
da un'opportuna corporatura .
Una fascia gli scompigliava la capigliatura bruna e liscia che copriva la grande testa. Era
dotato di una grande calma, qualità che sicuramente gli risultava necessaria quando rovistava
nel sudiciume e nell'ingordigia della parte peggiore della società romana. Appariva solido e
coriaceo, abile nel suo lavoro, e in effetti lo era. Si trattava anche di un uomo di casa
profondamente sensibile, un tipo assolutamente perbene .
Gli rivolsi un grande sorriso. «Adesso so di essere tornato veramente a Roma!» Petronio
appoggiò lentamente la sua mole su una panca .
Aveva l'espressione impacciata, probabilmente perché teneva un'anfora di vino sotto il
braccio, la consueta credenziale che presentava quando veniva a trovarmi .
«Sembri stremato» commentò Elena. «Lo sono.» Non sprecava mai le parole. Ruppi la cera
della sua anfora per risparmiargli la fatica, poi mamma portò dei boccali da vino. Petronio
versò. Lasciò cadere il liquido nelle coppe con aria sconsolata, attese brevemente di far
tintinnare la sua coppa contro la mia, poi bevve in fretta. Tutto in lui mostrava che aveva dei
grattacapi .
«Problemi?» domandai. «Niente di eccezionale.» Mamma gli riempì di nuovo il bicchiere,
poi trovò una pagnotta e delle olive con cui viziarlo .
Petro era un altro dei miei amici che godevano di una considerazione leggermente superiore
alla mia. Si massaggiò stancamente la fronte. «Un turista che è riuscito a farsi tagliare a
striscioline da un energumeno, o da parecchi, in una camera in affitto... Non posso dire che
avrebbe dovuto chiudere la porta con il catenaccio, perché un tale lusso non era disponibile in
quella topaia.» «Qual è stato il movente? Un furto?» «È possibile.» Petro era laconico .
In inverno la percentuale di forestieri aggrediti per furto solitamente diminuiva. I ladri di
professione erano troppo indaffarati a contare i guadagni della stagione estiva. In realtà assai
raramente la vittima veniva uccisa. Attirava l'attenzione, e di solito non era necessario.
Fornivano proventi sufficienti gli idioti che venivano a visitare Roma con la borsa traboccante
di denari da spendere e poi giravano per la Via Sacra come agnellini riccioluti in attesa di essere
tosati .
«Qualche indizio?» chiesi, cercando di incoraggiarlo. «Niente di certo. Se ce ne sono, non
mi piacciono. Hanno lasciato sangue dappertutto.» Tacque, come se non riuscisse a parlarne .
Elena e mamma presero una misteriosa decisione. Sbadigliarono entrambe, diedero una
pacca sulla spalla a Petro, mi ignorarono e sparirono .
Petronio e io bevemmo ancora un poco. L'umore si rilassò, o almeno così supponevo. Ci
conoscevamo da parecchio tempo .
Eravamo stati ottimi amici durante tutta la carriera nell'esercito, breve per entrambi (ci
eravamo forniti reciprocamente false motivazioni per andarcene), ma la provincia a cui ci
avevano destinati era la Britannia, in un periodo piuttosto vivace. Qualcosa che non si scordava
facilmente .
«E così com'è andato il famoso viaggio in Germania, Falco?» Gli raccontai qualcosa,
tenendo in serbo il meglio. La sua mente era chiaramente poco ricettiva agli aneddoti. Non
vedevo lo scopo di sopportare le disavventure di un viaggio e le tribolazioni derivanti dal dover
trattare con i forestieri se in seguito non potevo divertire i miei amici con qualche racconto .
«La Gallia sembra schifosa come ce la ricordavamo.» «Allora, quando sei tornato a Roma?»
«L'altro ieri.» «Non ti ho visto in giro... sei stato indaffarato?» «Niente di particolare.» «Ti ho
già cercato oggi.» «Me lo ha detto Lenia.» «Allora dov'eri?» Petro sapeva essere decisamente
insistente quando voleva .
«Te l'ho detto... in nessun posto particolare!» Stavo ridendo allegramente di lui. «Ascolta,
maledetto curioso, sembra che questa conversazione stia assumendo un tono strano. Se fossi un
turista della provincia da te fermato sulla Via Ostiense, avrei il terrore che tu pretendessi di dare
un'occhiata al mio documento di cittadinanza dopo avermi rinchiuso per cinque ore nella tua
guardina... A che gioco stai giocando, Petro?» «Mi chiedevo che cosa hai combinato
stamattina.» Stavo ancora sorridendo. «Sembra che debba rifletterci con attenzione. Per Giove,
spero che tu non mi chieda un alibi.» «Allora dimmelo» insistette Petronio. «Ho gironzolato.
Che altro avrei dovuto fare? Sono appena tornato da un viaggio all'estero. Ho bisogno di
imporre la mia esuberante presenza nelle strade di Roma.» «Chi ti ha visto?» domandò con
calma. Improvvisamente mi resi conto che stava davvero indagando .
«Che cosa succede, Petro?» Sentii la mia stessa voce calare di qualche tono .
«Rispondi semplicemente alla domanda.» «Non intendo affatto collaborare con un ufficiale
della legge... qualunque ufficiale, Petro... se non so perché mi sta alle calcagna. » «È meglio che
tu risponda subito.» «Oh, fesserie!» «Niente affatto!» Petro incominciava a infiammarsi.
«Ascolta, Falco, tu mi hai messo fra Scilla e Cariddi, e mi trovo su un'imbarcazione molto
fragile! Sto cercando di aiutarti, questo dovrebbe essere evidente. Per l'Ade. Dimmi dove sei
stato tutta la mattina, e dimostramelo. Devi convincere Marponio oltre che me.». Marponio era
un giudice della sezione criminale la cui giurisdizione comprendeva l'Aventino. Si trattava di un
idiota ficcanaso che Petro sopportava a fatica, il che gli accadeva abbastanza frequentemente
con i burocrati .
«D'accordo!» L'ansia mi fece parlare in tono stizzito. «Senti un po' questa. Stasera Elena e
io ci siamo rimpinzati abbondantemente a casa dell'eccellentissimo Camillo. Presumo che la
parola di Sua Eccellenza sarà ben accetta! Tu conosci Glauco, è sincero. Sono stato al Foro, ho
visto il mio banchiere e Sattoria, per non parlare di Famia e Gaio Bebio, ma ho fatto in modo
che non mi vedessero, quindi non possono essere di nessun aiuto .
Può darsi che mi abbiano notato mentre mi nascondevo dietro una colonna, nel tentativo di
evitarli» aggiunsi cercando di controllarmi, poiché Petro mi fissava con aria cupa .
«Chi è Sattoria?» domandò, avendo riconosciuto gli altri nomi .
«Nessuna che tu conosca. Nessuna che io conosca più.» Non ora che avevo una fidanzata
rispettabile la quale disapprovava il mio passato di scapolo. È bello avere qualcuno che si
preoccupa per te. Bello, ma ogni tanto la situazione si fa tesa .
«Oh, lei!» commentò Petro. A volte mi interrogavo su di lui. Sembrava che fosse sottomesso
alla moglie, ma di quando in quando dava l'impressione di condurre una doppia vita .
«Stai fingendo, birbante. Non conosci affatto Sattoria... Dopo di che sono stato su al Palazzo
per un'ora o due, così di certo perfino Marponio mi riterrà al di sopra di ogni sospetto per quel
periodo.» «Lascia perdere il Palazzo. Ho già controllato su quel versante.» Ero stupefatto.
Quell'insetto infido doveva essere andato in giro per Roma a investigare con la caparbietà di un
funzionario appena promosso. «Voglio sapere dove sei stato prima.» «Non posso aiutarti. Ero
esausto dopo il viaggio. Elena e mamma sono andate a ripulire la mia abitazione. Mi hanno
lasciato qui a letto. Dormivo, così non ho combinato niente, ma non chiedermi di dimostrarlo.
La classica scusa inutile... Petro, non sopporto più questa faccenda! Nel nome della Triade
Capitolina, che cosa agita la tua piccola mente crucciata?» Petronio Longo tenne lo sguardo
fisso sul tavolo. Capivo che eravamo arrivati alla resa dei conti. Appariva desolato come una
moneta d'oro nella tasca di uno spilorcio. «Ascolta. Il cadavere che ho dovuto esaminare
stamattina» mi informò con voce tremante «apparteneva a un centurione di nome Tito
Censorino Macer. È stato ammazzato nell'osteria di Flora, e ogni volta che domando se di
recente avesse fatto infuriare qualcuno, le persone si precipitano da me con sensazionali
racconti su una lite violenta avuta con te.».
IX

Emisi un gemito. Non troppo forte. Un indiziato di omicidio deve stare attento a quel che
fa .
«Lucio Petronio, non riesco quasi a credere a ciò che ho sentito...» In realtà, mi era fin
troppo facile crederci. Da quando la vita imprenditoriale di mio fratello era diventata di nuovo
un problema, immaginavo che da un momento all'altro mi sarei trovato nei guai. Questo,
tuttavia, superava ogni previsione .
«Credici!» mi consigliò Petro. «Oh, nel nome degli dèi! Petro, mi trovo davvero in un mare
di merda. Tu sai quanto Marponio detesti gli investigatori .
Adesso il mio nome è scritto su una tavoletta nel vaso delle denunce! Proprio l'occasione di
cui ha bisogno per limitare la mia libertà di movimento e diffamarmi ai banchetti sul colle del
Pincio. Tuttavia...» Mi rasserenai. «Poiché sei tu l'ufficiale incaricato dell'indagine, non è
necessario che Marponio lo venga a sapere.» «Ti sbagli, Falco!» «Non preoccuparti. Ti aiuterò a
scovare l'assassino.» Petro sospirò. «Marponio lo sa già. È in preda a uno dei suoi accessi di
"responsabilità sociale". Ogni cinque minuti vuole che lo porti a visitare un postribolo o lo
presenti a un baro di professione. Ero con lui e stavamo discutendo di un altro caso quando
sono venuti a chiamarmi per portarmi da Flora .
Per il giudice, venire con me a dare un'occhiata a un cadavere autentico è stato l'evento
dell'anno. Be'» aggiunse rievocando la scena «lo è stato finché non ha messo effettivamente gli
occhi su quel macello.» «Capisco.» Avevo arguito che si trattava di un omicidio da cui la mente
impressionabile di un giudice sarebbe rimasta profondamente colpita. «Avendo visto il sangue,
e avendo vomitato la colazione sulla soglia del luogo dove è stato compiuto il crimine, Sua
Eccellenza si sente personalmente coinvolto in tutta la stramaledetta indagine! Faresti meglio a
dirmi tutto.» «Immagino che tutti i perdigiorno stazionanti da Flora, che normalmente non
riescono nemmeno a convincere i pidocchi a passare la giornata con loro, non vedevano l'ora di
parlare con il grand'uomo!» «Esattamente. Ci sono voluti circa tre secondi perché venisse fuori
il tuo nome. Non ci eravamo nemmeno fatti strada fra la folla. Stavo ancora cercando di salire
per esaminare i resti.» «Sembra grave.» «Astuto, Falco!» Marponio, lo sapevo, era il tipo
precipitoso per cui il primo indiziato che sentiva nominare doveva essere condannato. Assai più
facile che complicarsi l'esistenza con altre possibilità .
Probabilmente stava già stilando una lista di giurati per il mio processo nella Basilica.
Presumendo che mi giudicasse degno di finire alla Basilica.» «Allora qual è la situazione,
Petro? Sono un ricercato? Marponio pensa che tu mi stia dando la caccia? Mi hai già trovato,
oppure ho libertà di azione per cercare da solo le prove?» Petronio Longo mi rivolse lo sguardo
franco che di solito riservava alle donne: significava che non intendeva essere franco.
«Marponio vuole chiudere in fretta questo caso. Gli ho detto che non ero riuscito a trovarti a
casa tua. Forse mi sono dimenticato di accennare al fatto che ti avrei potuto vedere qui più
tardi.» «Quanto per continuare a dimenticare?» «Sono certo che riuscirai a convincermi!» Non
c'era niente di corrotto in Petronio. D'altra parte, era solito pensare che qualunque favore
concesso volontariamente andasse ricambiato di pari moneta in un momento successivo .
«Grazie.» «Dovrai darti da fare alla svelta. Non riuscirò a fargli credere per sempre questa
storia.» «Quanto tempo?» «Probabilmente posso continuare a ingannarlo per un giorno.»
Pensavo che sarei riuscito a farlo arrivare a tre. Eravamo amici abbastanza intimi. Inoltre, Petro
detestava troppo Marponio per cedere di un dito alla richiesta di fare in fretta. I capitani della
ronda sono eletti dal popolo, e Petronio derivava la propria autorità dall'elettorato plebeo .
Detto questo, amava il proprio lavoro, gli piaceva il prestigio di cui godeva a livello locale,
e con una moglie astuta e tre figlie piccole da mantenere aveva bisogno del suo stipendio .
Irritare un giudice sarebbe stata una pessima idea. Nemmeno io me lo sarei potuto aspettare
da lui. Dovendo scegliere, non glielo avrei neppure chiesto .
Petronio si scusò, i dissapori gli finivano sempre nella vescica. Mentre era occupato in altro
modo, notai il suo blocchetto degli appunti appoggiato sul tavolo accanto al mantello .
Come tutto ciò che possedeva, era solido e pesante, quattro o cinque tavolette di cera
riutilizzabili legate con una cinghia di cuoio incrociata fra due protezioni di legno quadrate .
Glielo avevo visto usare in numerose occasioni, mentre incideva discretamente particolari
su qualche sventurato indiziato, spesso proprio mentre parlava con lui. Il blocchetto aveva un
aspetto solido e ben invecchiato che lo faceva sembrare attendibile .
Presentato in tribunale, per essere letto con tono grave, il promemoria di Petro aveva
garantito più di una condanna .
Non mi ero mai aspettato di finirci anch'io, incluso fra i reprobi. Ciò mi causava una
spiacevole sensazione .
Spostai la sovraccoperta e scoprii che aveva ricostruito i miei movimenti di quel giorno.
Soffocando l'indignazione, inserii per lui gli eventi mancanti con una grafia curata e risentita .
X

. Quando tornò, riprese subito i suoi appunti. Notò le mie aggiunte, ma non disse niente .
Spinsi da parte l'anfora, poi spostai la coppa del vino di Petro fuori dalla sua portata .
«È il momento della sobrietà. Faresti meglio a verificare tutto quello che hai scoperto
finora.» Notai che aveva assunto un'espressione inquieta. Forse raccontare esattamente al
principale indiziato quali prove aveva raccolto a suo carico lo metteva a disagio, perfino se
l'indiziato ero io. Ma l'abitudine ebbe la meglio. Si confidò. «Tutto quello che abbiamo è un
cadavere molto insanguinato.» «Quando è stato ucciso?» «Marponio pensa la notte scorsa, ma a
lui piace l'idea di un crimine commesso a mezzanotte. Potrebbe essere successo stamattina
presto.» «Per forza!» L'unico lasso di tempo per cui non avevo un alibi. «Dovrò evitare
Marponio mentre cerco di dimostrare quello che è veramente accaduto. Esaminiamo ogni
possibilità. Qualche probabilità che si tratti di suicidio?» Petro rise sguaiatamente. «Non con
quelle ferite. Si può escludere che se le sia inferte da solo. Inoltre» mi informò «la vittima
aveva pagato in anticipo l'affitto della stanza.» «Sì, sarebbe stato stupido da parte sua, se sapeva
di essere depresso! E dici che era fatto a pezzi per bene? Forse un malvivente che cercava di
dimostrare qualcosa?». «Potrebbe anche essere. Hai qualche suggerimento? O sai dirmi chi
avrebbe cercato di lasciare il suo segno?» Non ne avevo la minima idea .
Valutammo insieme le alternative. Censorino poteva avere fatto salire un amante, una donna
o anche un uomo, che a un certo punto si era indispettito. «Se è andata così, nessuno da Flora lo
ha visto» disse Petro. «E tu conosci Flora!» Una stamberga piena di curiosi, come ho fatto
notare in precedenza .
«È stato derubato?» «Non credo. Apparentemente il suo equipaggiamento c'era tutto ed era
a posto.» Mi ripromisi di dare un'occhiata prima o poi .
«Che te ne pare di un creditore insoddisfatto?» Perfino mentre lo dicevo, avvertivo la
stonatura. Censorino stava cercando di recuperare un credito. Petro mi fissò. I particolari del
mio alterco dovevano essere circolati lungo tutta la riva meridionale del Tevere. Petronio ne
sapeva almeno quanto me sul perché il soldato era venuto a Roma, e su che cosa voleva .
«Quando tu eri via sono passato a trovare tua madre e un paio di volte l'ho incontrato. Avevo
già avuto l'impressione che stesse cercando di intimidire la tua famiglia per ottenere qualcosa di
più che un letto a sbafo. Mi sbaglio forse se deduco che dietro tutto questo ci sia il tuo
straordinario fratello?» Non risposi. «Con tutto il rispetto, Marco Didio» incominciò Petro, con
un lieve tono di rimprovero «sembra ci siano uno o due aspetti che potresti aiutarmi a chiarire!»
Lo disse come se non volesse mettermi in imbarazzo. Ciò non significava nulla. Era tenace,
anche con gli amici. Se il mio stupido comportamento lo avesse costretto ad afferrarmi un
braccio o a darmi una ginocchiata all'inguine, Petro non si sarebbe tirato indietro. Ed era più
grosso di me .
«Mi dispiace.» Cercai di facilitargli il compito. «Tutto quello che vuoi. Sì, c'è qualche
problema a causa di un progetto nel quale era coinvolto Festo. No, non so di che cosa si
trattasse .
Sì, ho cercato di convincere Censorino a raccontarmi i particolari. No, si è rifiutato di
rivelarmeli. E, senza alcun dubbio, no, non voglio essere coinvolto se posso evitarlo... ma sì,
quanto è vero che alla piccola dea piacciono le melagrane, arriverò in fondo a questo mistero
piuttosto di lasciarmi spedire dallo strangolatore pubblico per qualcosa che il mio mitico
fratello non è riuscito a sistemare!». «Sono abbastanza convinto» disse Petronio con un mezzo
sorriso «che sia stato qualcun altro ad ammazzare il soldato da Flora. Ritengo che perfino tu
avresti avuto il buonsenso di non metterti a litigare furiosamente con lui in pubblico prima di
ucciderlo.» «È vero, ma con Marponio che ti sta addosso faresti meglio a tenermi sulla tua lista
degli indiziati finché non sarò scagionato formalmente.» Alla fine Marponio avrebbe accettato
l'opinione di Petro sulla mia innocenza, si sarebbe appropriato del verdetto di Petro e l'avrebbe
rivendicato come suo. Fino ad allora, la vita per me poteva essere estremamente difficile. «Se la
lagnanza del morto contro Festo fosse legittima, forse avrei avuto un movente per eliminarlo.»
«Tutti quelli che vi hanno visti azzuffarvi da Flora sono stati pronti a riconoscere che Censorino
non ti ha spiegato quale fosse la sua preoccupazione.» «Gentile da parte loro! Ma il soldato
aveva iniziato a sbottonarsi. Mi stava dicendo che Festo doveva del denaro a una combriccola
di vecchi compagni per una galea colata a picco.» «Se ti conosco bene» dichiarò lealmente
Petro «dovevano solo dimostrarlo e tu avresti svuotato la cassetta dei tuoi risparmi per liberare
da ogni sospetto il prezioso Festo.» Petro non temeva di nuotare contro la corrente dell'opinione
pubblica .
Mio fratello, che in tanti adoravano, non era mai stato troppo benvoluto dal mio vecchio
amico. Erano persone molto diverse .
Anche Petro e io eravamo diversi, ma in un altro modo, complementare, che ci rendeva
amici .
«Io uso il coltello.» «Con destrezza!» Petronio mi aveva visto in azione .
Ormai sapevo che Petronio Longo doveva aver tenuto testa al giudice Marponio e insistito
che l'omicidio del soldato non corrispondeva al mio stile. Nonostante ciò, capivo che, finché
non fosse saltato fuori qualcos'altro, erano costretti a tormentarmi .
«Solo per la procedura» mi chiese Petronio in tono piatto «dov'è ora il tuo coltello?» Lo
estrassi dal calzare. Cercai di non sentirmi vessato. Il mio vecchio amico lo esaminò, cercando
con cura tracce di sangue. Naturalmente non ne trovò. Sapevamo tutti e due che ciò non
dimostrava niente: se avessi assassinato qualcuno, avrei pulito scrupolosamente l'arma dopo
l'omicidio. Spinto dall'abitudine lo avrei fatto anche se non avessi avuto nulla da temere .
Dopo un momento me lo restituì, poi mi ammonì: «È possibile che tu venga fermato e
perquisito. Presumo di poter contare sul fatto che non porterai con te alcun coltello entro i
confini della città?». Girare armati per Roma è illegale, un vero e proprio colpo di genio per cui
chi rispetta la legge deve camminare indifeso lungo i vicoli bui, aspettando solo di farsi tagliare
la gola dai malviventi che ignorano le regole. Non dissi una parola. Petro mi apostrofò: «E
inoltre, Falco, non portare la tua disgustosa pellaccia oltre i confini della città... o verrai privato
all'istante della grazia che ti è stata temporaneamente concessa» .
«Oh, questo è assurdo!» Ero molto irritato con lui. Sapeva diventare estremamente
indisponente quando assumeva il suo ruolo ufficiale .
«No, è giusto!» ribatté. «Non è colpa mia se ti metti a tirare cazzotti a un legionario fuori
servizio che un istante dopo si fa tagliare a fette. Considerati fortunato se non ti prendo le
misure per le manette. Ti lascio le briglie sul collo, Falco, ma voglio qualcosa in cambio. Ho
bisogno di sapere che cos'è questa faccenda di tuo fratello, e tu hai maggiori possibilità di
scoprire i particolari di chiunque altro, me compreso.» Probabilmente era vero. E avrei indagato
a fondo in ogni caso. Ormai mi aveva profondamente incuriosito la truffa delle statue .
«Petro, se il corpo è tutto ciò di cui disponiamo per procedere nelle indagini, gli vorrei dare
un'occhiata. Il cadavere è ancora da Flora?» Petronio assunse un'aria compassata. «Non se ne
parla nemmeno. E tieniti alla larga da Flora, se non ti dispiace.» Alcuni momenti di quella
conversazione stavano mettendo a dura prova la nostra vecchia amicizia. «Oh, per Bacco!
Qualche volta il fatto di ricoprire una carica pubblica ti da alla testa. Piantala di trattarmi come
un marito stanco la cui moglie bisbetica è appena stata trovata senza vita in un mucchio di
letame sulla pubblica via!». «Allora tu piantala di darmi ordini come se tutto il maledetto
Aventino ti fosse stato dato in affitto per farci i tuoi comodi!» «Sforzati di essere un po' meno
dispotico!» «E tu sforzati di crescere, Falco!» Petronio si alzò in piedi. La luce tremò
nervosamente .
Rifiutai di scusarmi, e lo stesso fece lui. Non aveva importanza. La nostra amicizia era
troppo solida per essere intaccata da quel delicato scambio di opinioni personali .
O per lo meno così speravo. Senza il suo aiuto, l'assurdo coinvolgimento nell'omicidio di
Censorino avrebbe infatti potuto essermi fatale .
Se ne stava andando con passo pesante, risentito, ma sulla porta si voltò .
«A proposito, mi dispiace per tua sorella.» Con tanti altri pensieri per la testa, mi ero
dimenticato di Vittorina. Dovetti pensarci un po' prima di capire a che cosa si riferiva .
Aprii la bocca per fargli notare che probabilmente era più dispiaciuto lui di me, ma mi
trattenni. Provavo pena per i figli di mia sorella, lasciati alla mercé di un padre inetto, lo
stuccatore. Inoltre, non ero mai stato del tutto sicuro riguardo ai rapporti fra Vittorina e
Petronio. Ma una cosa era certa: quando aveva a che fare con una donna, Lucio Petronio Longo
non era affatto timido come sembrava .
XI
. Dopo che se ne fu andato, restai seduto dov'ero. Avevo un sacco di cose a cui pensare. Mi
trovavo nella tipica situazione senza facile soluzione. In realtà, com'era abituale per me, senza
alcuna soluzione .
Elena Giustina venne a vedere che cosa stavo facendo (o quanto stavo bevendo). Forse mi
aveva sentito litigare con Petro. In ogni caso, doveva avere intuito che c'era un problema e che
il problema poteva essere grave. Dapprima cercò di tirarmi dolcemente per il braccio, nel
tentativo di invogliarmi ad andare a dormire, ma dato che tenevo duro alla fine rinunciò e si
sedette al mio fianco .
Continuai a riflettere, anche se non per molto. Elena sapeva come trattarmi. Non disse una
parola. Per alcuni minuti si limitò a starmi accanto, tenendomi la mano destra fra le sue. La sua
calma e il suo silenzio erano confortanti. Come d'abitudine, ero totalmente disarmato. Intendevo
tenerle nascosta la situazione, ma ben presto mi trovai a dirle, scoraggiato: «È meglio che tu lo
sappia. Sono indiziato in un caso di omicidio» .
«Grazie per avermelo detto» fu il garbato commento di Elena .
Subito mia madre sbucò da chissà dove. Non si era mai fatta alcuno scrupolo nell'origliare .
«Allora avrai bisogno di qualcosa per tenerti in forze!» esclamò mamma, sbattendo
rumorosamente una pentola di brodo sulla brace .
Nessuna delle due donne sembrava minimamente sorpresa, o per lo meno indignata, del
fatto che mi fosse stata mossa un'accusa così grave .
Tanti saluti alla fiducia.
XII

. Il giorno seguente il tempo continuò a essere spaventoso, esattamente come il mio umore.
Non si trattava semplicemente di indagare sul fosco passato di mio fratello per motivi familiari,
un compito per altro già abbastanza arduo. Piuttosto, se volevo cavarmela da un'accusa di
omicidio, entro un giorno o poco più dovevo scoprire perché Censorino era morto e trovare il
nome del vero assassino. Altrimenti il meglio in cui potevo sperare era l'esilio ai confini
dell'impero, e se mi fossi imbattuto in un giudice che odiava gli investigatori, come la maggior
parte dei giudici, rischiavo addirittura di finire crocifisso a lato di una strada consolare come un
criminale comune o di essere trasformato in esca per un leone dell'arena .
Probabilmente solo la mia famiglia poteva fornire qualche indizio su quello che avevano
combinato Festo e i suoi compagni d'armi. La prospettiva di costringere i miei parenti a stare
seduti in silenzio e rispondere a qualche domanda mi appariva atroce. Provai anzitutto con mia
sorella Maia. Era la mia preferita, ma non appena mi distesi su un divano, mi irritò
commentando: «Sono l'ultima persona alla quale dovresti chiederlo. Festo e io non siamo mai
andati d'accordo.» Era la più giovane superstite della mia famiglia e secondo me quella con
l'aspetto e il carattere migliori. Eravamo nati a meno di un anno di distanza, mentre una
differenza tre volte maggiore mi separava dall'altra nostra sorella, Giunia. Maia e io eravamo
stati sempre uniti fin da quando ci spartivamo lo stesso poppatoio e facevamo a turno per
imparare ad andare in giro vacillando in un piccolo girello con le ruote. Sotto quasi tutti gli
aspetti, era accomodante. Raramente bisticciavamo, sia da bambini sia in seguito .
Le donne dell'Aventino in genere sembrano vecchie megere dopo il primo figlio. Maia, con
quattro gravidanze alle spalle, dimostrava ancora meno dei suoi trent'anni. Aveva capelli scuri
ed estremamente ricciuti, occhi splendidi e un viso rotondo e gioioso. Aveva acquisito un buon
gusto per l'abbigliamento lavorando per un sarto, e manteneva i suoi livelli anche dopo avere
sposato Famia, un veterinario che curava i cavalli sempre sbronzo, con il naso bitorzoluto e ben
poco carattere .
Famia era legato alla fazione dei Verdi, pertanto la sportività non rappresentava una sua
prerogativa. Sembrava che il suo cervello si fosse esaurito dopo essersi appiccicato a mia
sorella. Per fortuna lei aveva abbastanza mele nel paniere per entrambi .
«Dammi una mano, Maia. L'ultima volta che Festo è venuto a casa in licenza, ti ha
accennato al fatto di essersi messo in società con alcuni commilitoni per importare oggetti d'arte
dall'Oriente?» «No. Marco, di fronte a me Festo non avrebbe mai detto niente di importante.
Festo, e tu un tempo non eri diverso, pensava che le donne esistessero solo per scoparle da
dietro mentre, chine su un banco della cucina, preparano la cena.» «È disgustoso.» Mi sentivo
turbato. «Gli uomini sono fatti così!» mi rimbeccò .
Una delle ragioni per cui Maia disapprovava Festo era l'influenza che aveva avuto su di me.
Senza dubbio lui incoraggiava il mio lato peggiore e lei non sopportava di dovervi assistere .
«Maia, non parlare male di lui. Festo aveva una natura solare e un cuore d'oro...» «Intendi
dire che voleva averla sempre vinta.» Maia rimaneva inamovibile. Normalmente era assai
piacevole trattare con lei. Nelle rare occasioni in cui ce l'aveva con qualcuno, però, si divertiva
a dare libero sfogo ai suoi sentimenti. L'eccesso costituiva il punto di forza della nostra
famiglia. «Mi pare ovvio a chi dovresti rivolgerti, Marco.» «Ti riferisci a Gemino?» Gemino,
nostro padre. Maia e io avevamo la stessa opinione sull'argomento padre. E non era lusinghiera.
«In realtà» ironizzò «pensavo a un modo per toglierti dai guai, non ti stavo suggerendo di
gettartici in mezzo! Mi riferivo a Marina.» Marina era stata la fidanzata di mio fratello. Per
diverse ragioni principalmente di carattere emotivo, non volevo andare a trovare nemmeno
Marina .
«Immagino che non ci sia modo di evitarlo» convenni tristemente. «Dovrò chiarire le cose
con lei.» Tremavo all'idea di parlare con Marina dell'ultima volta che entrambi avevamo visto
Festo .
Maia fraintese. «Qual è il problema? È ottusa, ma se Festo ha detto qualcosa che il suo
languido cervello effettivamente ricorda, te lo riferirà. E per Giunone, Marco, non c'è dubbio
che quella donna ti debba qualche favore!» Dopo la morte di Festo, avevo tentato di impedire
che Marina e la sua figlioletta morissero di fame mentre lei era in giro a spassarsela insieme ai
tizi che con il tempo avevano preso il posto di Festo nella sua esistenza disordinata. «Vuoi che
venga con te?» domandò Maia, cercando ancora di spingermi a farlo. «Posso capire qualcosa di
Marina.» «Marina non è un problema.» Sembrava che mia sorella non avesse la minima idea
del perché volevo starle alla larga. Era strano, perché lo scandalo non rappresentava un segreto
per nessuno. La fidanzata di mio fratello aveva fatto in modo che tutta la famiglia venisse a
conoscenza della nostra squallida relazione. L'ultima volta che Festo era stato a casa in licenza,
in realtà la notte prima di ripartire per la Giudea, ci aveva lasciati insieme, con esiti che
preferivo dimenticare .
L'ultima cosa che desideravo ora, soprattutto mentre vivevo con Elena da mia madre, era
rivangare quella vecchia storia. Elena Giustina possedeva uno spiccato senso morale. Un
legame fra me e la fidanzata di mio fratello costituiva un argomento di cui non avrebbe voluto
nemmeno sentire parlare .
Conoscendo la mia famiglia, era probabile che Elena venisse a sapere tutto anche se me ne
stavo seduto depresso a casa di mia sorella cercando di scacciare dalla mente quella lunga
storia.
XIII

. Maia viveva sull'Aventino, a meno di due strade dalla casa di mia madre. Non molto
lontano abitava un altro gruppo di parenti che dovevo andare a trovare: la famiglia di Vittorina,
la sorella deceduta. Probabilmente non sarebbe stata di grande aiuto alle mie indagini, ma in
qualità di capo, almeno formalmente, della nostra famiglia, avevo il dovere di porgere i miei
ossequi. Con una condanna per omicidio che incombeva sulla mia testa, ci andai il più presto
possibile, poiché nel caso in cui, come temevo, di lì a poco mi avessero arrestato, non ne avrei
più avuta la possibilità .
Vittorina e il suo deprimente marito Micone avevano stabilito il loro nido di fianco al
tempio di Diana. Mia sorella, con la sua lunga carriera di ignobili convegni amorosi sul retro
del tempio di Iside, sembrava non si fosse mai resa conto di quanto inopportuna potesse essere
la scelta di vivere accanto alla casta cacciatrice .
Per tornare alla dimora, questa si trovava in un luogo affascinante, ma erano ben pochi gli
altri aspetti che la rendevano accettabile. Campavano in due stanze situate in un dedalo di
squallide abitazioni sul retro di una grande bottega di oggetti di rame. Il costante rumore dei
martelli sul metallo aveva reso leggermente sorda tutta la famiglia. L'abitazione che avevano
preso in affitto aveva pavimenti in pendenza, pareti fragili, il soffitto malandato e un forte odore
proveniente dall'enorme vasca di urina nella tromba delle scale che il padrone di casa non
svuotava mai. Quel doglio inquinante perdeva leggermente, e ciò per lo meno creava spazio per
nuove aggiunte. La luce penetrava a stento negli appartamenti: un vantaggio, poiché vedere
troppo chiaramente le proprie dimore avrebbe potuto portare a una lunga fila di aspiranti suicidi
sul Ponte Probo .
Era passato un po' di tempo dall'ultima volta che avevo dovuto fare una visita a casa di mia
sorella. Non riuscivo a ricordare esattamente dove viveva. Camminando con circospezione per
evitare il doglio che perdeva, feci un paio di tentativi sbagliati prima di riconoscere l'abitazione.
Sfuggendo alle imprecazioni e alle proposte sconce dei vicini, mi infilai dietro quello che
restava di una tenda tessuta in modo grossolano e trovai la mia destinazione. Non avrebbe
potuto esserci maggiore contrasto fra l'appartamento lindo nel quale Maia allevava con
successo i propri figli e la topaia umida, con un odore di cavoli e tuniche bagnate dei bambini,
nella quale viveva quest'altra indolente famiglia .
Micone si trovava in casa. Immancabilmente, non aveva lavoro. Come stuccatore mio
cognato era un incapace. La pietà era la sola ragione per cui gli concedevano di restare nella
corporazione degli stuccatori. Perfino quando gli impresari edili cercavano disperatamente
manodopera, Micone era l'ultimo che interpellavano .
Lo trovai che cercava di pulire il miele dal mento del penultimo nato. La figlia maggiore,
Augustinilla, quella di cui ci eravamo presi cura in Germania, mi fissò con astio come se la
perdita di sua madre fosse solo colpa mia, poi impettita uscì di casa. Il bambino di sei anni
colpiva sistematicamente quello di quattro con una piccola capra di argilla. Tolsi a forza il
poppante da una coperta visibilmente sudicia. Era un piccolo antisociale e si aggrappò al suo
trespolo come un gattino che tira fuori le unghie. Emise un ruttino, con il perfido sollievo di un
bambino che stava solo aspettando il momento giusto per vomitare e per cui il mantello in
buone condizioni di un ospite appena arrivato rappresentava l'occasione perfetta per farlo .
In un altro angolo della stanza, un fagotto cascante avvolto dentro stracci disgustosi
chiocciò amabilmente nella mia direzione: la madre di Micone. Doveva essersi insinuata lì
come olio di pesce non appena Vittorina era morta. Stava mangiando mezza pagnotta, senza
preoccuparsi affatto di dare una mano a Micone. Le donne della mia famiglia disprezzavano
quella placida vecchia, ma io la salutai senza rancore. I miei parenti erano impiccioni nati, ma
ci sono persone che hanno il tatto di starsene sedute in disparte, limitandosi a fare i parassiti. A
me il suo stile piaceva. Sapevamo tutti che cosa aspettarci dalla madre di Micone, e certamente
non ci cacciava fuori dalla porta con la scopa o esaminava la nostra coscienza sporca .
«Marco!» Micone mi salutò con la sua abituale espansività. Sentii che stringevo i denti .
Micone era basso e scuro di carnagione. Aveva la faccia pallida e qualche dente nero. Se eri
disposto ad accettare un favore fatto molto male e ad impazzire a causa del suo incessante
cianciare, era sempre pronto ad aiutarti .
«Micone!» esclamai, dandogli una pacca sulla spalla. Pensavo che avesse bisogno di
conforto. Se per una qualsiasi ragione perdeva il suo equilibrio, cadeva in preda alla
depressione .
Era stato un lungo fiume di malinconia perfino prima di poter accampare la scusa di cinque
figli orfani, la madre in casa, nessun lavoro, nessuna speranza e neanche un briciolo di fortuna.
La sfortuna rappresentava la sua vera tragedia. Se fosse inciampato in un sacco di monete d'oro
mentre andava dal fornaio, il sacco si sarebbe spaccato, le monete si sarebbero sparpagliate e
Micone sarebbe rimasto a guardarle cadere tutte in un tombino e finire in una fognatura in piena
.
Mi sentii mancare quando mi trasse da parte con aria risoluta. «Marco Didio, spero che non
ti dispiaccia, ma abbiamo tenuto il funerale senza di te...» Per gli dèi, se era un tipo apprensivo.
Non so proprio come Vittorina fosse riuscita a sopportarlo. «Be', certo, mi è dispiaciuto perdere
le cerimonie... » Cercai di mostrarmi allegro perché sapevo che i bambini sono sensibili
all'atmosfera. Per fortuna la tribù di Micone era troppo impegnata a tirarsi le orecchie a
vicenda .
«Mi sono sentito in modo orribile per non averti lasciato la possibilità di fare l'encomio...» A
parte il fatto che ero ben lieto che mi fosse stato risparmiato, quell'idiota era il marito .
Dal giorno del loro matrimonio, Vittorina era diventata una sua responsabilità, viva o morta
che fosse. Era compito di Micone trovare qualcosa di cortese da declamare al suo funerale .
L'ultimo dei miei desideri era che, in modo assolutamente inopportuno, si facesse da parte
per rendermi omaggio come capo della famiglia Didio. Inoltre, Vittorina aveva un padre ancora
in vita, come tutti noi del resto. Io ero solo il povero sventurato che si era dovuto addossare le
responsabilità quando il nostro genitore sfaticato ed egoista aveva deciso di filarsela di nascosto
.
Micone mi invitò a sedermi su uno sgabello. Lo feci, schiacciando qualcosa di molle. «Sono
davvero felice di avere l'opportunità di parlare un po' con te, Marco Didio...» Con il suo
abituale giudizio infallibile aveva scelto come confidente una persona che sopportava a stento
di ascoltare anche cinque parole da lui .
«Sono lieto di essere di aiuto...» Le cose andavano di male in peggio. Micone presumeva
che fossi venuto per sentire una cronaca completa del funerale. «È venuta davvero una gran
folla per lei...» Doveva essere stata una giornata tranquilla all'ippodromo. «Vittorina aveva tanti
amici...» Uomini, per lo più. Non riesco assolutamente a capire perché gli individui che si sono
invischiati con una ragazza dalla dubbia moralità diventino così stranamente curiosi se questa
muore. Come fratello di Vittorina mi sarei risentito .
«C'era il tuo amico Petronio!» Micone pareva sorpreso. Avrei voluto essere sorpreso
anch'io. «Una persona tanto ammodo. È stato gentile da parte sua fare le tue veci...» «Falla
finita, Micone. Petronio Longo sta per chiudermi in prigione!» Micone parve preoccupato. Fui
travolto di nuovo dall'ansia per Censorino e per il micidiale guaio nel quale mi trovavo. «Come
te la stai cavando?» cambiai bruscamente argomento. Il pargolo malevolo di Micone mi tirava
calci nel rene sinistro. «Hai bisogno di qualcosa?» Mio cognato era troppo disorganizzato per
saperlo. «Dalla Germania ho portato ai bambini regali per il nuovo anno. Sono ancora imballati,
ma te li farò avere non appena riuscirò a trovarli. La mia abitazione è in condizioni disastrose.»
Micone mostrò sincero interesse. «Sì, l'ho saputo!» Grandioso. Sembrava che tutti fossero a
conoscenza dell'accaduto, e tuttavia nessuno aveva cercato di fare nulla a riguardo .
«Vuoi una mano per sistemare le cose?» Certo non da lui. Volevo che la mia casa ritornasse
vivibile, ed entro la settimana successiva, non ai prossimi Saturnali .
«Grazie, ma tu sei già abbastanza occupato. Convinci tua mamma a prendersi cura dei
bambini ed esci un poco. Hai bisogno di compagnia, hai bisogno di un lavoro, Micone!». «Oh,
qualcosa arriverà.» Traboccava di ingiustificato ottimismo .
Osservai la squallida stanza. Non si percepiva nessun senso di assenza, nessun silenzio
lasciato dalla perdita di Vittorina .
Non che la cosa mi sorprendesse. Anche da viva era sempre in giro, da qualche altra parte, a
divertirsi a modo suo .
«Vedo che senti la sua mancanza!» commentò Micone a bassa voce .
Sospirai. Ma per lo meno i tentativi di consolarmi sembrarono tirarlo su di morale .
Dato che c'ero, decisi di buttar lì qualche domanda: «Ascolta, mi dispiace se non è il
momento adatto, ma sto facendo delle indagini per conto di mia madre, e sto interpellando
tutti .
Festo ti ha mai detto qualcosa a proposito di un progetto in cui era coinvolto... statue greche,
navi da Cesarea, cose di questo genere?» Micone scosse il capo. «No. Festo non parlava mai
con me.» Sapevo perché. Avrebbe avuto maggior fortuna se avesse cercato di intrattenere una
discussione filosofica su come la vita sia un mucchio di atomi turbinanti con una meretrice
seminuda e non del tutto sobria. «È stato sempre un amico, però» insistette Micone, come se
pensasse di avere potuto dare l'impressione sbagliata. Sapevo che era la verità. Si poteva
sempre stare certi che Festo avrebbe gettato briciole a un uccellino in difficoltà o accarezzato
un cane con solo tre zampe .
«Pensavo solo di doverlo chiedere. Sto cercando di scoprire che cosa avesse combinato
durante il suo ultimo viaggio a Roma.» «Temo di non poterti aiutare, Marco. Abbiamo bevuto
qualche bicchiere e lui mi ha trovato un paio di lavoretti, nient'altro.» «Qualche lavoro
particolare?» Era una speranza molto remota .
«Solo normali attività. Intonacare muri di mattoni...» Persi ogni interesse. Poi Micone si
premurò di informarmi: «È probabile che Marina sappia di quali affari si occupava .
Dovresti chiederlo a lei.» Lo ringraziai pazientemente, come se l'idea di parlare di Festo con
la sua ragazza non mi fosse mai passata per la testa .
XIV

. Se volevo risolvere il caso dell'omicidio del soldato, dovevo seguire un approccio più
diretto. Petronio Longo mi aveva intimato di tenermi alla larga da Flora. Non avevo intenzione
di ubbidirgli. Era ora di pranzo, così mi incamminai verso l'osteria .
Una mossa sbagliata: fui costretto a passare oltre. Una delle guardie di Petro era seduta su
una panca all'esterno, accanto al mendicante sul barile. La guardia aveva un boccale e un piatto
di pampini farciti mollicci, ma sapevo perché si trovava lì in realtà: Petro gli aveva ordinato di
assicurarsi che io non entrassi. L'uomo ebbe la sfrontatezza di sorridermi mentre passavo
sull'altro lato della strada, ostentando un'espressione indifferente .
Tornai a casa di mia madre. Il mio secondo errore. «Oh, per Giunone! Guarda un po' che
cosa arriva!» «Allia! Come mai sei venuta... per uno spillone o una libbra di prugne?» Allia era
un'altra delle mie sorelle, la secondogenita. Era sempre stata la migliore alleata di Vittorina,
così nei sentimenti di Allia io mi trovavo tanto in basso quanto il deposito sul fondo di
un'anfora vuota, e lei non aveva mai nemmeno trovato posto nei miei. Doveva essere venuta per
farsi prestare qualcosa, la sua consueta occupazione, ma per fortuna stava per andarsene proprio
mentre io arrivavo .
«Prima che tu cominci a fare domande su Festo, no!» mi informò con l'aggressività che la
caratterizzava. «Non ne so niente, e non voglio assolutamente essere importunata.» «Grazie»
replicai. Non serviva a niente mettersi a discutere. Ci separammo sulla soglia. Allia se ne andò
con la sua andatura traballante, robusta e un po' sgraziata, come se fosse stata maneggiata
impropriamente durante il parto .
Elena e mamma erano sedute al tavolo, tutte e due con la schiena piuttosto eretta. Mi lasciai
cadere su un baule, preparandomi al peggio .
«Allia ci ha raccontato delle storie interessanti» annunciò bruscamente Elena. Doveva
trattarsi dell'episodio di Marina .
Era stato inutile sperare che non l'avrebbe mai scoperto. Non fiatai, ma vidi che Elena
serrava i denti, con un'espressione furibonda. Ero furioso anch'io. Imbattersi in Allia era sempre
come rivivere alcuni momenti dell'infanzia... la parte più triste, che di solito la memoria tende
saggiamente a cancellare .
Mia madre, che aveva l'aria stanca, mi lasciò solo con Elena. «Falla finita con quell'aria
sfuggente!» Per lo meno mi rivolgeva la parola .
Di nascosto, tirai un lungo sospiro di sollievo. «Faresti meglio a chiedermelo.» «Chiederti
che cosa, Marco?» Volevo avere la possibilità di spiegarmi. «Chiedere quale cardo avvelenato
Allia abbia piantato nel campo di cocomeri.» «Ti trovo qualcosa da mangiare» disse Elena
Giustina, fingendo di non avere sentito quell'offerta magnanima .
Sapeva come punirmi.
XV

. Il pasto che Elena mi offrì era passabile, ma niente di più. Quando ebbi finito di mangiare,
uscii con l'aria di chi ha molto lavoro da sbrigare. In realtà trascorsi il pomeriggio facendo
esercizio alle terme. Volevo rimuginare sul caso di Censorino e tenermi in forma per essere
pronto ad affrontare qualunque problema .
Quando mi presentai alla palestra, Glauco mi sbirciò di sottecchi. Non disse una parola, ma
supponevo che Petronio gli avesse fatto domande su di me .
Non avevo alcuna fretta di tornare a casa di mia madre. Mentre mi attardavo lungo la Via
Ostiense la pioggia finalmente cessò. Un pallido sole si insinuò fra le nuvole, sfiorando con un
ridente bagliore gli ornamenti dei tetti e i pali dei tendoni. Azzardai a togliermi il mantello dalla
testa. Respirai un'aria fredda ma non più carica di tempesta. Si trattava di un semplice inverno a
Roma. La città era semiaddormentata. Le strade avevano un'aria solitaria. Alcuni individui che
vi erano costretti camminavano in fretta qua e là, ma non era affatto il luogo gioioso che avevo
conosciuto nei giorni più caldi. Nessuno passeggiava per diletto nei giardini di Cesare, nessuno
sedeva sui balconi gridando ai vicini, nessuno sonnecchiava su uno sgabello davanti all'uscio di
casa, nessuno andava a teatro e riempiva l'aria della sera con il lontano fragore degli applausi.
Non sentivo nessuna musica. Non vedevo nessuno diretto a qualche banchetto .
L'odore acre del fumo delle terme si diffondeva lentamente nell'aria immobile .
Si incominciavano ad accendere i lumi. Era ora di andare in qualche posto piacevole, anche
se quel posto non era casa mia. Ciondolare senza meta poteva attirare l'attenzione delle persone
sbagliate. Inoltre, è deprimente .
Dato che non avevo niente da perdere, feci un altro tentativo da Flora .
Questa volta non c'era nessun rappresentante della legge in vista. Dovevo essere prudente,
perché Petro a volte, tornando a casa per la cena, ci faceva un salto. Non voglio dire che avesse
bisogno di trovare il coraggio per affrontare la moglie e le tre figlie acide, ma Petronio era un
abitudinario, e Flora rappresentava uno dei suoi ritrovi abituali. Diedi una rapida occhiata in
giro, sia fuori sia dentro, prima di lasciare che i miei piedi si fermassero .
Avevo scelto il momento giusto. L'agente di Petro aveva concluso il suo lavoro ed era
tornato a fare rapporto al corpo di guardia. Non c'erano altri avventori. I fannulloni che la
frequentavano durante il giorno se ne erano andati alla spicciolata .
Era troppo presto per la clientela serale. Flora apparteneva solo a me .
Mi appoggiai al bancone. Epimandos, lo squallido cameriere, stava grattando le ciotole, ma
appena mi vide lasciò cadere la spatola .
«Il solito?» disse senza riuscire a trattenersi, ma poi restò immobile in preda al panico .
«Lascia perdere il cibo. Ho tempo solo per mezza caraffa di rosso della casa.» Lo tenevo
sulle spine. Una volta tanto si mosse senza indugio. La caraffa arrivò così in fretta che per poco
non ci misi dentro il palmo della mano mentre mi voltavo dopo aver dato una rapida occhiata
alla strada alle mie spalle. Non c'era ancora alcun segno di Petronio .
Epimandos mi fissava. Doveva essere certamente a conoscenza del fatto che ero il
principale indiziato nel caso di Censorino. Probabilmente era rimasto sorpreso nel vedermi
quando tutto l'Aventino aspettava di sentire che ero stato arrestato .
Tenendolo ancora sulla corda, bevvi una lunga sorsata di vino come se fossi deciso a
prendermi una sbronza terribile .
Epimandos moriva dalla voglia di fare domande, e tuttavia era terrorizzato al pensiero di
quello che avrei potuto dire o fare .
Mi divertivo amaramente chiedendomi come avrebbe reagito se fossi stato realmente
colpevole, se mi fossi ubriacato, se avessi singhiozzato sulla sua spalla accogliente e confessato
il mio delitto come uno stupido. Avrebbe dovuto essere grato che fossi lì, a fornirgli una storia
con cui in seguito avrebbe potuto entusiasmare i clienti. Intendiamoci, dire «Falco è entrato, ha
bevuto mezzo boccale, poi se ne è andato tranquillamente» difficilmente avrebbe attirato la loro
attenzione .
Pagai il conto, poi mi assicurai di avere finito il vino, nel caso arrivasse Petro
costringendomi a sparire in tutta fretta dalla circolazione .
Il timore che potessi andarmene senza fornire alcun argomento su cui spettegolare dovette
aiutare il cameriere a ritrovare la favella. «La gente dice che stai per essere arrestato.» «Alla
gente piace vedere qualcun altro nei guai. Non ho fatto nulla.» «Gli uomini della ronda mi
hanno riferito che non te la caverai facilmente.» «Allora citerò qualcuno per diffamazione.»
Epimandos mi tirò la manica con insistenza. «Ma tu sei un investigatore! Puoi dimostrare che
sei innocente...» Aveva una fiducia commovente nelle mie capacità .
Interruppi i suoi brontolii agitati. «Epimandos, quanto vuoi per lasciarmi dare un'occhiata
alla stanza di sopra?» «Quale stanza?» domandò debolmente con voce strozzata .
«Perché, quanti disgustosi segreti nascondi da Flora?» Il volto del cameriere sbiancò. Quel
posto era stato sicuramente utilizzato più di una volta da individui antisociali. «Calmati .
Non sto ficcando il naso nel torbido passato dell'osteria.» Aveva ancora l'aria terrorizzata.
«Mi riferisco alla stanza dove il tuo pensionante si è congedato dalle legioni prima del tempo.»
Epimandos non si mosse né parlò. Esordii in tono più severo: «Epimandos, voglio che tu mi
porti su nella stanza che Censorino aveva preso in affitto». Pensai che stesse per svenire. Era
sempre stato uno che si impauriva facilmente. Anche per questo credevo che fosse uno schiavo
fuggiasco .
«Non posso!» bisbigliò alla fine in tono disperato. «L'hanno chiusa con una corda. C'è stata
una guardia qui fino a dieci minuti fa...» Dava l'impressione di inventare delle scuse .
«Oh, per Ercole! Non mi starai dicendo che il corpo è ancora nella tua piccionaia?» Guardai
in alto in modo eloquente .
«È un po' inopportuno. Perderai i clienti se il sangue incomincia a gocciolare attraverso il
soffitto.» Il cameriere sembrava sempre più agitato. «Perché non possono portare via il
cadavere con un carretto?» «Perché era un soldato» brontolò Epimandos. «Petronio Longo ha
detto che dovevano avvertire l'esercito.» Erano tutte sciocchezze. Non corrispondeva affatto al
modo di agire del mio irriguardoso amico Petronio. Aggrottai la fronte. Petro ignorava sempre
quelle che altri consideravano le procedure corrette. Per un istante ebbi perfino il folle pensiero
che stesse tirando in lungo con l'ordine di trasferimento per offrirmi la possibilità dì dare
un'occhiata... «Hai le ostriche questa sera?» domandai a Epimandos .
«No.» «Credo che ne mangerò qualcuna.» Ora che avevo smesso di parlare di cadaveri;
ritrovò un po' di sicurezza. «Non teniamo mai ostriche, Falco.» Era abituato a trattare con
persone sorde o ubriache, o tutte e due le cose .
«Troverai le ostriche dalla Valeriana.» La Valeriana era l'osteria sull'angolo di fronte. Era
pulita e ordinata, ma sempre vuota .
Senza un motivo evidente, quelli del posto avevano deciso di ignorare la Valeriana con la
stessa risolutezza con cui frequentavano abitualmente Flora, anche se quest'ultima aveva i
prezzi più alti e si rischiava il mal di pancia .
«Non ho voglia di muovermi. Epimandos, vuoi andare a prendermene una ciotola?» Che
avesse afferrato o meno l'idea, Epimandos si lasciò convincere a fare una corsa dall'altra parte
della strada .
Speravo che avesse il buonsenso di prender tempo trattenendosi in una lunga chiacchierata
con il cameriere della Valeriana .
Sgattaiolai attraverso la cucina e salii le scale. Sapevo dov'erano sistemati i pensionanti
perché quando calavano i parenti di mamma dalla Campania a volte li alloggiavamo lì .
C'erano tre stanze: due piccoli bugigattoli sopra la cucina e una più grande sopra la mescita.
Censorino aveva dormito in quella più grande. Lo capii perché la porta era legata .
Petronio mi aveva restituito il coltello dopo averlo ispezionato, così potevo usarlo per
tagliare la corda che i suoi uomini avevano attorcigliato intorno a due grandi chiodi. Non si
erano sforzati troppo, peraltro. A prima vista, l'intrico di canapa intrecciata grossolanamente
faceva molta impressione, ma anche un mimo avrebbe potuto entrare forzandola senza
spezzarsi un'unghia. Riuscii a far scorrere un nodo senza scioglierlo, il che significava che sarei
stato in grado di rimetterlo a posto intatto quando me ne fossi andato. Se mi fossi sbrigato,
probabilmente sarei riuscito a entrare e uscire senza essere scoperto .
Non sprecai tempo a pormi altre domande sul patetico tentativo di impedire l'ingresso e
aprii adagio la porta che dava sulla stanza dove era avvenuto l'omicidio del soldato .
XVI

Non chiedetemi di descrivere la scena. Non si è mai preparati a quello che si trova. In certi
casi, quando si è fortunati, le prove del fatto che ha avuto luogo un crimine violento sembrano
appena evidenti. Traspare così poco che sicuramente alcuni crimini non vengono nemmeno
scoperti. Altre volte, la violenza è palese in modo orribile. Si arretra barcollando, stupiti che
qualcuno possa sfogare una tale ferocia su un altro essere umano. Così era in questo caso .
L'omicidio era stato commesso in un accesso di furore. Nemmeno l'avvertimento di Petronio
era riuscito a prepararmi .
A quanto pareva Petronio seguiva l'abitudine greca di minimizzare .
Avevamo parlato di malviventi decisi a "lasciare il proprio segno", come se quello di
Censorino potesse essere stato un omicidio su commissione ordinato da un pezzo grosso della
malavita. Non appena vidi la stanza, abbandonai quell'idea .
Chiunque avesse ucciso Censorino Macer, aveva agito in preda a un'ira devastante .
Doveva essere stato un uomo. Donne appassionate per vendetta possono arrivare a ferire,
ma questo atto aveva richiesto una forza bruta. Un colpo dopo l'altro, inferti in modo
forsennato, molto tempo dopo che era sopravvenuta la morte. La faccia, quando mi costrinsi a
guardarla, appariva irriconoscibile .
Petro aveva ragione: c'era sangue dappertutto. C'erano schizzi perfino sul soffitto. Per
ripulire completamente la stanza sarebbe stato necessario smontare i mobili e strofinare
parecchie volte la superficie. Solo l'Olimpo sa che aspetto doveva avere l'assassino quando se
ne era andato .
Provavo una certa riluttanza a muovermi in quel luogo perfino adesso che il sangue si era
rappreso .
Ma sarebbe stato inutile venire se non avessi approfittato dell'opportunità. Mi sforzai di
agire come al solito .
Il luogo era grande all'incirca otto piedi quadrati. Una stanza piccola. In alto dentro una
profonda nicchia c'era una finestrella. Un letto piccolo. Una coperta, nessun cuscino. Le sole
altre suppellettili erano un gancio per il mantello, sotto il quale un'uniforme scarlatta scolorita
era caduta sul pavimento, forse durante l'omicidio, e uno sgabello posto accanto alla testata
malferma del letto. Sullo sgabello vidi uno dei vassoi di legno macchiati di Flora con una
caraffa piena e una coppa di vino rovesciata. L'intenso luccichio del vino rosso nella caraffa
richiamava le macchie di sangue essiccate tutt'intorno .
L'attrezzatura militare era stata riposta con ordine ai piedi del letto. Raggiungerla
significava passare accanto al soldato morto, i cui resti erano distesi scompostamente sul letto.
Sapevo che Petro e i suoi uomini erano riusciti a ispezionare l'attrezzatura. Io, con
un'imputazione che mi pendeva sul capo, dovevo raggiungerla e fare lo stesso .
I calzari dell'uomo si trovavano proprio sotto il letto. Inciampai in uno di essi ed evitai a
stento il contatto con il cadavere. Ebbi un conato di vomito, riuscii a riprendermi, poi proseguii.
Si era tolto i calzari, quindi probabilmente stava andando a letto, era a letto o si stava
alzando. Poteva esserci qualcun altro con lui sotto la coperta, per qualche commercio carnale,
ma secondo me l'omicidio era opera di un intruso. Censorino non era vestito per ricevere ospiti.
I soldati si infilano i calzari prima di rispondere a qualcuno che bussa alla porta. I soldati
vogliono sempre essere in grado di buttarlo fuori a calci se non gradiscono la sua faccia .
E comunque c'era una sola coppa di vino sul vassoio. Il suo equipaggiamento sembrava
esserci tutto, come aveva detto Petronio. L'avevo visto quando avevo aiutato Censorino a
preparare i bagagli per lasciare la casa di mia madre .
Spada, pugnale e cinturone, elmo, bastone di vite, zaino con i consueti piccoli utensili,
tunica rossa di ricambio e biancheria. Essendo in licenza, non aveva con sé né lance né uno
scudo. L'unico documento era costituito dal vecchio conto di una locanda. (La si raggiungeva
uscendo dalla Via Appia e andando verso la campagna, conoscevo il posto.) Le armi erano tutte
riposte in bell'ordine. Ciò confermava la mia teoria secondo cui era stato preso totalmente alla
sprovvista. Doveva essere stato aggredito in modo del tutto imprevisto, e non aveva nemmeno
tentato di afferrare il suo armamento per difendersi. Doveva essere morto dopo il primo
tremendo colpo .
Era stato derubato? A casa di mia madre non mi aveva parlato delle sue condizioni
finanziarie. Ora notai che indossava una borsa da braccio, non aperta. Quella da sola non
avrebbe potuto contenere mezzi sufficienti per il suo viaggio a Roma. Il materasso dava
l'impressione di essere stato spostato da qualcuno in cerca di denaro, ma poteva averlo fatto
Petronio .
Finché il corpo non fosse stato portato via, non sarebbe stato possibile esaminare il letto in
modo accurato. Prima bisognava sollevare Censorino. Ero disperato, ma non fino a quel punto .
Con la stanza in quello stato penoso, non ero pronto a frugare nemmeno sotto le tavole del
pavimento. Esistevano problemi di ordine pratico. Avevo poco tempo, non disponevo di un
piede di porco e non potevo fare rumore. Probabilmente ci avrebbe pensato Petro. Meglio fargli
trovare tutto com'era .
Cercai di memorizzare ogni cosa in modo da poterci riflettere più tardi. Più tardi... ormai
sapevo che da un momento all'altro forse niente avrebbe più avuto senso per me .
Distogliendo lo sguardo, passai con cautela accanto al corpo e me la filai .
Dovetti sforzarmi di non perdere il controllo mentre rimettevo a posto le corde, e quando mi
girai dopo averlo fatto una figura ferma nell'oscurità mi spaventò a morte .
«Epimandos!» Restammo a fissarci a vicenda. Perfino con tutte le scale di mezzo capii che
era impietrito .
Scesi adagio finché non lo raggiunsi. L'orrore che avevo visto di sopra mi inseguiva,
togliendomi il respiro .
Epimandos mi impediva di passare. Con il braccio reggeva senza alcuna fatica un vaso di
terracotta pieno di ostriche. Gli anni passati a trasportare grandi contenitori di cibo dal fuoco ai
fori nel bancone gli avevano fatto venire i muscoli .
«Lascia perdere, ho perso l'appetito.» «Sai chi può averlo fatto?» domandò con un bisbiglio
terrorizzato .
«So che non sono stato io!» «No» disse Epimandos. Era molto leale verso i suoi clienti .
Avrei preferito avere un po' di tempo per riprendermi, ma mentre eravamo lì in cucina,
lontano da altri occhi e altre orecchie, gli chiesi della notte in cui era morto il soldato. «Ho
riferito tutto al capitano della ronda.» «Hai un notevole senso civico. Adesso riferiscilo a me.»
«Quello che ho detto a Petronio?» «Solo se è la verità! Dopo che Censorino e io abbiamo avuto
la nostra piccola divergenza di opinioni, quando è ricomparso?» «È tornato quella sera.» «Da
solo?» «Sì.» «Ne sei sicuro?» Epimandos era stato sicuro finché non glielo avevo domandato;
la mia insistenza affinché ci riflettesse lo spaventò, facendogli sorgere dei dubbi. Muovendo
rapidamente gli occhi, disse con voce tremante: «In ogni caso era solo quando ha cenato qui.»
«Dopo è rimasto qui?» «Sì.» «A bere?» «È salito di sopra.» «Ha detto qualcosa?» «Di che
genere?» domandò il cameriere con fare diffidente .
«Niente di niente?» «No.» «È venuto a trovarlo qualcuno più tardi?» «Non che io abbia
visto.» «Eri indaffarato quella sera?» «Be'... più della Valeriana.» Ciò significava'che c'era la
solita clientela .
«Quella sera, è possibile che qualcuno sia entrato passandoti accanto senza che tu lo
notassi?». «È possibile.» Dato l'angusto spazio interno, difficilmente qualcuno sarebbe potuto
entrare dalla parte anteriore senza essere notato. Ma il cameriere non avrebbe mai potuto tenere
d'occhio il retro dell'osteria, che noi frequentatori del locale usavamo come uscita privata se
vedevamo avvicinarsi lungo la strada qualcuno incaricato del recupero crediti. Gli ufficiali
giudiziari scaltri e i loro picchiatori entravano da quella parte .
«Sei uscito per fare qualche commissione?» «No. Pioveva a dirotto.» «Hai lavorato tutta la
notte?» «Fino alla chiusura.» «Dormi qui?» Epimandos annuì con riluttanza. «Fammi vedere
dove. » Mi mostrò un bugigattolo su un lato della cucina. Era uno squallido cunicolo.
L'occupante dormiva appollaiato su una sporgenza con un cuscino di paglia e una coperta color
fango .
Notai pochissimi effetti personali: solo un amuleto appeso a un chiodo e un copricapo di
lana. Mi ricordai che l'amuleto gli era stato dato da mio fratello, probabilmente come garanzia
per un debito non pagato .
Avrebbe dovuto sentire se qualcuno fosse entrato dopo che aveva chiuso l'osteria, sia nel
caso in cui avessero forzato le porte scorrevoli sul davanti sia se fossero passati di nascosto
dall'ingresso posteriore. Ma contro una parete erano appoggiate in precario equilibrio cinque
anfore vuote: scolarsele fino in fondo doveva essere la consolazione del cameriere. Immaginai
che fosse solito andare a letto ubriaco fradicio, un'abitudine che tutti i farabutti della zona
dovevano conoscere bene. Quella notte poteva essere talmente intontito da non avere sentito la
violenta lotta che infuriava sopra la sua testa .
«Hai notato rumori insoliti quella notte?» «No, Falco.» Il suo tono sembrava abbastanza
deciso .
Quella sicurezza mi preoccupava. «Mi stai dicendo la verità?» «Naturalmente!» «Sì,
naturalmente sì...» Ma io gli credevo? Alcuni avventori gridarono per richiamare la sua
attenzione .
Epimandos si diresse lentamente verso il centro dell'osteria, ansioso di allontanarsi da me .
All'improvviso gli chiesi a bruciapelo: «Chi ha trovato il corpo? Sei stato tu?». «No, la
proprietaria.» Dunque c'era una proprietaria. Ero così sorpreso che lasciai sgusciare via il
cameriere, che andò ad affrontare le imprecazioni provenienti dal bancone .
Dopo un momento me ne andai passando dalla porta sul retro: una porta da stalla fatta di
assicelle retta da perni arrugginiti che dava su un vicolo pieno di orci per la salsa di pesce e
l'olio di oliva inutilizzati. Vi erano stati ammassati all'incirca quindici anni di vuoti, e l'odore
che ne proveniva lo testimoniava .
Tutti quelli che, come me, venivano qui da una vita erano certamente a conoscenza di questa
uscita aperta e impossibile da chiudere. Anche un estraneo qualunque avrebbe potuto intuirne
l'esistenza .
Indugiai un istante. Se fossi uscito subito dopo avere visto il corpo avrei sicuramente
vomitato. Il fatto di aver dovuto mantenere il controllo mentre interrogavo il cameriere era
servito a distrarmi .
Mi voltai, osservando attentamente la porta da stalla, nel caso l'assassino avesse lasciato
qualche impronta di sangue a indicare la sua fuga. Non ne trovai. Ma in cucina c'erano secchi
d'acqua. Un assassino si sarebbe potuto lavare, almeno in parte, prima di andarsene .
Camminando lentamente, svoltai nella strada principale. Quando passai davanti all'osteria
diretto verso casa, una figura alta, chiaramente non un avventore, si aggirava nell'oscurità fuori
dalla Valeriana. Non gli prestai attenzione. La normale cautela era superflua. Il sinistro
individuo non era un grassatore né un protettore malintenzionato. Avevo riconosciuto la stazza
voluminosa, e sapevo che cosa ci faceva lì. Si trattava del mio amico Petronio, che, sospettoso,
mi teneva d'occhio .
Gli gridai una beffarda buonanotte e proseguii. Non funzionò. Il passo pesante di Petro
risuonò dietro di me .
«Non così in fretta.» Mi dovetti fermare .
Prima che potessi cominciare a lamentarmi con lui, attaccò in tono severo: «Il tempo sta per
scadere, Falco!» .
«Mi sto occupando del problema. Che cosa fai, consumi i marciapiedi pedinandomi?».
«Tenevo d'occhio l'osteria.» Ebbe la delicatezza di non chiedere che cosa avessi combinato là
dentro. Ci voltammo tutti e due a guardare indietro. La solita folla malinconica stava
appoggiata sui gomiti a discutere di niente, mentre Epimandos accendeva con un moccolo i
minuscoli lumi che di sera erano appesi sopra i banconi. «Mi chiedevo se qualcuno sia potuto
entrare con la forza nella stanza del pensionante passando da qui...» Capivo dal suo tono che lo
riteneva improbabile. Guardando in alto sulla facciata dell'osteria di Flora, vedemmo che
sarebbe stato impossibile introdursi mentre il locale era aperto .
Una volta chiusi i battenti per la notte, la parete sul lato della strada non offriva alcun
appiglio. Sopra l'osteria c'erano due finestrelle situate dentro profonde rientranze, ma ci sarebbe
voluta una scala per arrivarci e comunque sarebbe stato difficile infilarsi dentro un'apertura così
piccola. Se qualcuno avesse cercato di farlo, Censorino l'avrebbe sentito assai prima di essere
aggredito .
Scossi il capo. «Credo che l'assassino sia passato dalle scale.» «Chi è stato?» domandò
Petro. «Non assillarmi. Ci sto lavorando.» «Allora devi lavorare in fretta! Marponio mi ha
convocato domani per un colloquio su questo maledetto caso e, posso anticipartelo, la
conclusione sarà che dovrò arrestarti.» «Allora mi terrò alla larga da te» promisi mentre,
brontolando, mi lasciava andare .
Solo quando ebbi svoltato l'angolo mi resi conto di non avergli chiesto, come invece mi ero
ripromesso, della proprietaria dell'osteria che, stando a quanto mi aveva detto Epimandos,
aveva scoperto il cadavere .
Tornai a casa di mia madre di umore tetro. A quanto pareva, non avevo fatto nessun
progresso, anche se almeno mi ero formato un'opinione su quanto era accaduto la notte in cui
era morto il soldato. Come la sua morte si collegasse a Festo rimaneva un mistero. Censorino
era stato ucciso da qualcuno che lo odiava. Quel sentimento così forte non aveva nulla a che
fare con mio fratello, Festo era amico di tutti .
Oppure no? Forse qualcuno gli serbava rancore per qualcosa di cui non ero a conoscenza. E
in questo caso, forse, la disgrazia di quell'uomo era dipesa dal fatto di essere stato amico di mio
fratello .
La macabra scena nella stanza indugiava ancora ai margini della mia coscienza quando
entrai .
Appena misi piede in casa un ulteriore problema si aggiunse a quelli che già mi assillavano:
Elena Giustina mi stava aspettando, da sola .
Mia madre era uscita, probabilmente era andata a trovare una delle mie sorelle. Poteva darsi
che si fermasse per la notte .
Ebbi l'impressione che si fossero messe d'accordo in tal senso. Il conducente che ci aveva
accompagnati dalla Germania aveva già ricevuto il suo compenso, se così si poteva chiamare, e
ci aveva lasciati. Elena aveva prestato a sua madre l'ancella .
Nessuno all'Aventino aveva un'ancella personale. Quindi eravamo soli. Era la prima volta da
parecchie settimane che potevamo godere di una tale intimità. L'atmosfera, però, non sembrava
favorire l'idillio .
Elena pareva molto tranquilla. La cosa non mi piacque affatto. Non era facile irritarla, ma io
ci riuscivo spesso. Quando si sentiva ferita la perdevo, e adesso lo era. Prevedevo quello che
sarebbe successo. Aveva rimuginato tutto il giorno su quanto le aveva raccontato Allia. Adesso
era pronta a farmi domande su Marina .
XVII

La situazione all'inizio era tranquilla. Elena lasciò che le dessi un bacio sulla guancia. Mi
lavai le mani. Mi tolsi i calzari. Ci fu la cena, che cominciammo praticamente in silenzio .
Lasciai la mia quasi tutta nel piatto. Ci conoscevamo troppo bene per indugiare in
schermaglie preliminari. «Vuoi parlarne?» «Sì.» Diretta come sempre .
Dopo ciò che avevo visto quella sera, non desideravo affatto affrontare una discussione, ma
temevo che, se avessi cercato di scantonare, anche solo temporaneamente, fra noi sarebbe finito
tutto .
La fissavo cercando di chiarirmi le idee. Indossava un abito azzurro scuro a maniche lunghe,
di pesante lana invernale, con un gioiello di agata. Le stavano bene entrambi, ed entrambi
risalivano a prima che la conoscessi. Li ricordavo da quando l'avevo vista la prima volta in
Britannia .
A quel tempo era una giovane donna altezzosa e indipendente, divorziata da poco. Sebbene
la sua sicurezza fosse stata incrinata dal fallimento del matrimonio, la collera e l'aria di sfida
erano ciò che ricordavo maggiormente di quei giorni. Ci eravamo scontrati duramente, eppure
per qualche metamorfosi divina l'astio aveva lasciato il posto al piacere di ridere insieme,
seguito inevitabilmente dall'amore .
L'abito azzurro e l'agata avevano un significato. Può darsi che lei non ci avesse pensato.
Elena disprezzava i gesti teatrali premeditati. Ma il suo aspetto sembrava volermi ricordare che
avrebbe potuto tornare a essere padrona di se stessa in qualunque momento l'avesse deciso .
«Elena, è meglio non bisticciare di sera.» Si trattava di un consiglio sincero, ma suonò come
una manifestazione d'arroganza .
«Tu sei orgogliosa e io sono litigioso. È una pessima combinazione.» Durante il giorno
doveva essersi chiusa in se stessa. Elena aveva rinunciato a molto per vivere con me, e quella
sera probabilmente era più che mai sul punto di rinfacciarmi tutto .
«Non posso dormire al tuo fianco se ti odio.» «È così?» «Ancora non lo so.» Allungai la
mano per sfiorarle la guancia. Si scansò. Ritrassi frettolosamente la mano. «Non ti ho mai
ingannata, tesoro!» «Bene.» «Dammi una possibilità. Tu non vuoi vedermi strisciare.» «No. Ma
se quello che ho sentito è vero solo in parte, presto ti vedrò pieno di vergogna!» Elena sollevò il
mento. I suoi occhi marroni brillavano .
Forse tutti e due provavamo una lieve eccitazione a beccarci in quel modo. Ma Elena e io
non sprecavamo mai il tempo a inventare pretesti per farlo. Qualunque accusa stesse per essere
scagliata avrebbe avuto il peso di un sacco di sabbia bagnata .
Mi inclinai leggermente all'indietro. Mi sentivo mancare il fiato. «Dunque qual è la
procedura? Ci saranno domande precise o dovrò subito confessare le mie colpe?» «Sembra che
tu ti aspetti una crisi, Falco.» Quel "Falco" prometteva male .
«Mi preoccupo di quello che stai scoprendo su di me.» «Hai qualcosa da dire in merito?»
«Mia cara, ho passato la maggior parte del pomeriggio a inventare spiegazioni convincenti!»
«Non preoccuparti delle spiegazioni. So benissimo che sai inventare storie di ogni genere e
formularle come un avvocato. Dimmi la verità.» «Ah, quella!» Le dicevo sempre la verità. Per
questo sapevo già che la verità sembra spesso più falsa di qualunque menzogna .
Dal momento che non tentavo nemmeno di darle altre risposte, Elena apparentemente
cambiò argomento. «Come va con il problema di tua madre?» «È un mio problema adesso.
Sono indiziato di omicidio, non dimenticarlo!» «Oggi che cosa hai fatto?» Sembrava una
domanda banale, ma sapevo che la mia risposta sarebbe stata rilevante .
«Ho parlato con Maia, Micone, Allia. Non ho concluso niente con nessuno di loro. Ho
parlato con il cameriere di Flora... e ho esaminato il cadavere.» Dovevo avere l'aspetto stanco.
«Sei stato costretto a farlo?» domandò Elena con una voce diversa .
Sorrisi amaramente. «Allora ce l'hai ancora un po' di cuore!» «Sono sempre stata
ragionevole con te!» Era una stoccata feroce. «Credo che tu stia sprecando tempo, Marco. È
evidente che ci sono due persone da cui saresti dovuto andare senza indugio. Per tutta la
giornata hai evitato di farlo, e non ti sei messo in contatto con nessuna di loro. La situazione è
troppo grave, non puoi permetterti di comportarti in questo modo.» «C'è tempo.» «Petronio ti
ha concesso solo un giorno!» «E così hai ascoltato una conversazione privata?» Si strinse nelle
spalle. «Pareti sottili.» «Chi sono queste persone che secondo te starei ignorando?» «Lo sai
benissimo. La vecchia fidanzata di tuo fratello, per cominciare. Ma prima saresti dovuto andare
direttamente da tuo padre. » Incrociai le braccia, ma non dissi una parola. Elena mi sfidava in
silenzio. «Perché odi tuo padre?» domandò alla fine .
«Non merita nemmeno di essere odiato.» «È perché se ne è andato di casa quando eri ancora
un bambino?» «Senti, la mia infanzia non ti riguarda.» «Sì, invece» replicò seccamente Elena
«se devo sopportarne le conseguenze!» Una giusta osservazione. E non potevo obiettare al suo
interesse .
Il principale criterio seguito da Elena Giustina per decidere se vivere con un uomo era che le
fosse permesso di leggerne i pensieri. Dopo trent'anni in cui non mi ero mai confidato con
nessuno, io avevo accettato. Quella dell'investigatore è una professione solitaria. Avevo provato
un grande sollievo consentendo a Elena di accedere liberamente alla parte più segreta e privata
di me stesso .
«D'accordo. Capisco, devo soffrire.» «Marco, sei legato stretto come un uccello in un
tegame per il brasato...» «Non sono ancora morto. Bada di non farti beccare.» Vidi un luccichio
nei suoi occhi. Era un buon segno .
«Piantala di tergiversare! Raccontami la verità.» «Non ti piacerà.» «Me ne rendo conto.»
«Hai vinto.» Affrontai l'inevitabile. Avrei dovuto raccontarle tutto molto tempo prima. In parte
probabilmente lo aveva comunque intuito, mentre io con la mia incertezza mi ero quasi giocato
il diritto di fornirle la mia versione dei fatti. «È abbastanza semplice. Non so che cosa sia
successo fra i miei genitori, ma non ho niente da dire a un uomo che pianta in asso i propri figli.
Avevo sette anni quando mio padre se ne è andato. Proprio quando stavo per indossare la toga
pretesta .
Volevo che il mio papà fosse lì a guardarmi in occasione della mia prima cerimonia
importante.» «Ma tu sei contrario alle formalità.» «Adesso non più!» Elena corrugò la fronte.
«Molti bambini crescono con accanto un solo genitore. Tuttavia, immagino che quelli fortunati
abbiamo almeno un patrigno da disprezzare o una matrigna da detestare.» Mi stava
punzecchiando, e su quell'argomento non accetto di essere punzecchiato. Lesse nei miei
pensieri .
«È stato di cattivo gusto... Perché i tuoi genitori non hanno mai divorziato formalmente?»
«Lui si vergognava troppo per farlo, lei era, ed è ancora, troppo caparbia.» A quel tempo
rimpiangevo di non essere orfano. Almeno così avrei potuto ricominciare daccapo, senza la
costante speranza, o il timore, che proprio quando ogni cosa si era stabilizzata, il nostro pater
familias potesse ricomparire, sconvolgendo tutti quanti con il suo vecchio sorriso spensierato .
Elena aveva un'espressione corrucciata. «Vi ha lasciati senza denaro?» Stavo per rispondere
con ira, poi tirai un profondo respiro .
«No, questo non posso dirlo.» Dopo che mio padre scappò con la sua rossa, per parecchi
anni non lo vedemmo mai. In seguito appresi che era stato a Capua. Fin dall'inizio un uomo di
nome Cocceio portava denaro a mia madre in modo abbastanza regolare. Si riteneva che
provenisse dalla corporazione dei banditori. Per anni accettai quella storia, così come
apparentemente faceva mia madre. Ma quando fui abbastanza cresciuto da capire come stavano
veramente le cose, mi resi conto che la corporazione fungeva da intermediario: una scusa
elegante perché mia madre accettasse il denaro di mio padre senza provare minore disgusto per
lui. L'indizio principale fu che il sacco delle monete con il tempo aumentava. Le elargizioni
caritatevoli tendono a ridursi progressivamente .
Elena mi stava guardando in attesa di altre risposte. «Sfiorammo l'indigenza. Avevamo
appena di che mangiare e vestirci .
Ma questo valeva per tutte le persone che conoscevo. A te, amor mio, che sei cresciuta in
una condizione privilegiata, sembra terribile, ma appartenevamo alla massa dei grandi poveri
romani. Nessuno si aspettava di meglio dalla vita.» «Tu sei stato mandato a scuola.» «Non da
lui.» «La tua famiglia ha avuto dei benefattori?» «Sì. Qualcuno ha pagato le tasse scolastiche a
me e a Maia.» «Me lo ha detto. È stato il pensionante. Da dove veniva?» «Era un vecchio
usuraio melitense. Mia madre gli fece un po' di spazio perché il denaro della pigione le faceva
comodo.» Gli aveva fornito solo un letto pieghevole e una mensola per i vestiti in un corridoio.
Pensava che non avrebbe gradito la cosa e se ne sarebbe andato, ma il vecchio tenne duro e
visse con noi per anni .
«E tuo padre disapprovava? Il pensionante era forse causa di discussioni?» Non era andata
affatto così. Io ero considerato l'intruso che andava in giro a porre domande imbarazzanti,
facendo sì che segreti a lungo nascosti tornassero in superficie. «Il melitense ha causato un
sacco di problemi, ma non nel senso che intendi tu.» Il melitense, che non aveva famiglia,
avrebbe voluto adottare me e Maia. Ciò aveva provocato liti furibonde .
Per Elena, la quale proveniva da una famiglia civile dove a stento si accapigliavano per
qualcosa di più serio che non a chi doveva spettare il panino migliore a colazione, il subbuglio
all'interno della mia tribù doveva apparire sgradevole e incivile .
«Te ne parlerò un giorno o l'altro. La scomparsa di mio padre è dipesa dalla sua vistosa
amica, non dal pensionante. I tempi erano difficili e lui non era disposto a sopportare le baruffe
con noi. Il melitense non c'entrava.» Elena avrebbe voluto discutere, ma accettò la cosa.
«Dunque tuo padre un giorno all'improvviso se ne è andato.» «Apparentemente non ce lo
aspettavamo ma, visto che se l'era filata con una fabbricante di stole con i capelli rossi, forse
avremmo dovuto essere preparati.» «Ho notato che non sopporti le rosse» disse in tono serio.
«Avrebbe potuto essere peggio: avrebbe potuto essere una macedone o una bionda.» «Un altro
colore che detesti! Devo ricordarmi di restare scura.» «Ciò significa che non hai intenzione di
lasciarmi?» buttai lì. «Anche se lo farò, Marco Didio, rispetterò sempre i tuoi pregiudizi!» Lo
sguardo di Elena, che poteva essere inaspettatamente indulgente, incontrò il mio. Una scintilla
familiare brillò nei suoi occhi. Volli credere che sarebbe rimasta .
«Non te ne andare!» mormorai dolcemente, con quella che speravo fosse un'aria implorante.
Il suo umore, tuttavia, era mutato di nuovo. Distolse lo sguardo come se avesse appena scoperto
della muffa sulla tovaglia. Non smisi di tentare .
«Tesoro, non siamo neanche all'inizio. Dobbiamo ancora gustarci i nostri "vecchi tempi". Ti
offrirò ricordi che non ti puoi nemmeno sognare...» «È questo che mi spaventa!» «Ah, Elena!»
«Ah, balle, Marco!» Avrei dovuto parlarle sempre in greco formale e non lasciare che imparasse
il mio stesso linguaggio .
«Piantala di fingere» ordinò l'amore della mia vita. Era troppo perspicace per non
riconoscere l'impostura. «Così tuo padre ha iniziato una nuova vita come venditore all'asta a
Capua e alla fine è ricomparso a Roma, l'uomo che conosco come Gemino .
Adesso è ricco.» Aveva avuto un breve incontro con lui. Mio padre si era precipitato come il
principe Porsenna di Chiusi per esaminare la signora d'alto lignaggio che mi aveva rimorchiato.
Provavo ancora una sensazione di piacere ogni volta che ricordavo la sua sorpresa. Elena
Giustina non era una vecchia prostituta imbellettata che inseguivo per il suo denaro. La trovò
presentabile, apparentemente razionale e sinceramente innamorata di me. Non si riprese mai da
quel colpo e io non smisi mai di esultare malignamente .
Elena con la sua perspicacia avanzò un'ipotesi: «È per la sua ricchezza che provi
risentimento?» «Può essere ricco quanto gli pare.» «Ah! Sta ancora con la rossa?» «Credo di
sì.» «Hanno dei figli?» «Credo di no.» «E lui è ancora lì vent'anni dopo... dunque ha davvero
una certa resistenza!» Cercando di fare in modo che non si accorgesse della mia reazione,
digrignai i denti. Elena domandò pensierosa: «Credi di averla ereditata?» «No. Non gli devo
niente. Ti sarò fedele di mia iniziativa, principessa.» «Davvero?» Il tono suadente dissimulava
l'aspra sferzata dell'insulto. «Tu sai dov'è, Marco, lo hai consigliato a mio padre. Qualche volta
lavori perfino con lui.» «È il miglior venditore all'asta di Roma. Una delle attività in cui sono
specializzato è il recupero di opere d'arte rubate .
Tratto con lui quando sono costretto, ma ci sono dei limiti, ragazza.» «Invece» esordì senza
fretta. Elena sapeva usare parole come "invece" non solo per arricchire di sfumature il proprio
ragionamento, ma anche per sottolineare una certa censura morale. Le sue congiunzioni erano
piccanti come peperoncino .
«Invece pare che tuo fratello abbia lavorato con Gemino in modo più regolare... Erano
legati, vero? Festo non ha mai provato la collera che, al contrario, ha ossessionato te dopo la
fuga di tuo padre?» «Festo non ha mai condiviso la mia collera» convenni tristemente .
Elena abbozzò un lieve sorriso. Aveva sempre pensato che tendessi a rimuginare. E aveva
ragione. «Loro due hanno avuto per lungo tempo rapporti regolari giustificati solo dal fatto di
essere padre e figlio?» «Pare che fosse così.» Festo era privo di orgoglio. Forse io ne avevo
troppo, ma ciò mi faceva piacere .
«Non ne hai la certezza, Marco?» «È stata una conclusione obbligata. Festo non ne ha mai
parlato.» Per riguardo ai miei sentimenti, immagino. E anche per quelli di nostra madre. «C'è
stata un'interruzione nei loro rapporti quando mio padre viveva lontano da Roma, ma in seguito
Festo deve avere ripreso i contatti abbastanza presto.» A volte mi chiedevo se non avessero
addirittura mantenuto un rapporto per tutto il tempo in cui nostro padre si nascondeva a Capua.
«Certamente all'epoca in cui Festo morì avevano in comune una bottega nel quartiere
dell'antiquariato, oltre ai Saepta Julia.» Dove mia madre non avrebbe potuto vederli. «E allora
erano uniti come due termiti.» «Dunque tuo padre saprà delle statue e della nave affondata?»
«Dovrebbe. Se era una delle loro imprese in comune.» Mi aveva tirato fuori le parole come
ambra incrostata che stilla da un vecchio pino. Prima che Elena potesse trarre vantaggio da
questo risultato, aggiunsi risoluto: «L'ho lasciato per ultimo di proposito. Andrò a trovare
Gemino domani» .
«Credo che tu abbia paura di affrontarlo.». «Non è vero, ma, devi capire, mio padre può
essere molto scaltro. Volevo raccogliere il maggior numero di elementi possibile prima di
parlargli.» Era più vicina alla verità di quanto fossi disposto ad ammettere. Non avevo mai
discusso con mio padre di questioni familiari, e non sopportavo l'idea di cominciare adesso.
«Elena, lascia che me la sbrighi da solo!» Molto virile. Andavo in cerca di guai, in realtà. Ora
quel luccichio nei suoi occhi era molto pericoloso .
«D'accordo.» Detesto le donne ragionevoli. «Non avere quell'aria minacciosa» si lamentò.
«Chiunque penserebbe che mi sto impicciando.» «Che io sia mangiato vivo dai corvi se
pensavo... È finito l'interrogatorio? » «No.» Non pensavo che lo fosse. Avevamo ancora Marina
per rovinarci la serata. Il vero interrogatorio doveva ancora cominciare .
XVIII

. Feci un ultimo tentativo di ristabilire la pace. «Mi trovo in un guaio serio. È possibile che
mi arrestino molto presto. Non roviniamoci la serata con altre rivelazioni sulla mia famiglia.»
Elena Giustina ascoltava con atteggiamento quasi compunto, le mani delicatamente congiunte
in grembo. Chi non l'avesse mai incontrata prima, l'avrebbe potuta scambiare per una donna di
alto rango che esaminava un fabbricante di cuscini in cerca di lavoro a domicilio. Io la
conoscevo. Aveva l'aria afflitta, ovvero era furiosa, più furiosa di quanto probabilmente sarebbe
stata se fosse sembrata stizzita .
Presto però si sarebbe anche intristita. «Marco, quando mi trovo davanti qualcuno tanto
ansioso di raccontarmi che hai sedotto la fidanzata di tuo fratello, mi piacerebbe potergli
rispondere che ho già saputo tutto da te.» «Grazie» dissi, fingendo di considerarlo un
complimento. Non era facile spiegare tutta la storia. Soltanto Festo la conosceva. «Tanto per
cominciare, se io ho sedotto la fidanzata di mio fratello, Marina non si è certamente opposta... e
quanto a Festo, probabilmente era ciò che desiderava.» «È stata forse lei a sedurre te?» suggerì
Elena, quasi speranzosa .
Sorrisi. «No, quello è un tuo privilegio.» Poi le raccontai di quella lunga e terribile notte a
Roma .
Mio fratello Festo aveva trentacinque anni quando morì. In tutta franchezza, non eravamo
preparati all'idea che facesse una fine eroica. Un incidente durante una burla sarebbe stato più
nel suo stile .
A causa della nostra differenza d'età, avevo sempre avuto la sensazione che appartenessimo
a due generazioni diverse, sebbene a quell'epoca ormai il divario fra noi due si stesse colmando.
Le persone di solito sottolineavano quanto ci somigliassimo, ma solo perché avevamo gli stessi
riccioli ribelli e lo stesso sorriso sciocco. Lui era più basso e tarchiato. Più atletico e di
temperamento più dolce. Più dotato per gli affari, più fortunato con le donne, più brillante, più
scaltro, più facilmente considerato un tesoro dalla famiglia. Per me era sempre stato abbastanza
evidente che entrambi i miei genitori, e quasi tutte le mie sorelle, avevano eletto Festo a loro
beniamino .
(Comunque, ricevevo anch'io la mia parte di coccole come il piccolo di casa dato che Maia,
alla quale sarebbe spettata in realtà quella posizione, non sopportava simili attenzioni.) Da
bravo cittadino romano che scorgeva l'opportunità di mangiare, bere e scoreggiare a spese
dell'impero sfruttandone le indubbie agevolazioni per viaggiare per il mondo, Festo si era
arruolato nelle legioni appena era sembrato abbastanza adulto .
«Allora doveva essere sicuramente in contatto con tuo padre» commentò Elena. «Gli
serviva la dichiarazione firmata della famiglia.» «Vero. Un aspetto della vita pubblica in cui un
padre assente è causa di spiacevole imbarazzo.» «Anche tu sei stato nell'esercito. Come hai
fatto per quella dichiarazione?» «Ha supplito il mio prozio Scarone in qualità di tutore.» «Lui ti
piaceva?» «Sì.» Zio Scarone, un vecchio e affabile furfante, mi aveva sempre dato il posto nel
mondo che mio padre mi aveva tolto .
Le persone intraprendenti se la cavano bene nell'esercito. Dopo tutto, i regolamenti esistono
per essere sfruttati. Mentre io avevo dovuto prestare servizio per cinque anni nelle aspre
province settentrionali, Festo si era facilmente procurato, con qualche espediente, degli
acquartieramenti estremamente confortevoli: un breve periodo in Spagna, in Egitto con la
Quindicesima apollinaris, a seguito della quale era stato trasferito in Oriente quando era
scoppiata la guerra civile in Giudea .
Questo avrebbe potuto rivelarsi un errore ma, visto che a quell'epoca tutto l'impero era sul
punto di esplodere, Festo avrebbe combattuto ovunque si fosse trovato. Con il solito tempismo
si era posto sotto il comando del futuro imperatore, Vespasiano. La sua legione era comandata
proprio dal figlio di Vespasiano, il che lo favoriva doppiamente in quanto mio fratello era
riuscito in qualche modo a diventare centurione, così ogni giorno, durante il consiglio di guerra,
poteva farsi notare da Tito Cesare .
L'anno in cui iniziò la rivolta giudea, quando Nerone mandò Vespasiano a occuparsene e la
Quindicesima legione fu trasferita da Alessandria per dare man forte, Festo era tornato a casa in
licenza per malattia. Si era procurato apposta una delle ferite nelle quali era specializzato:
all'apparenza abbastanza grave da fargli ottenere un permesso per la convalescenza in Italia,
anche se una volta sbarcato a Ostia sembrò in grado di cavarsela abbastanza bene, specialmente
con le ragazze. Ragazze di qualcun altro, per lo più. Festo era convinto che prestare le proprie
donne ai centurioni in licenza rappresentasse un dovere patriottico dei "non combattenti". Le
donne erano d'accordo con lui .
L'esercito era meno liberale e condiscendente. Con le legioni dispiegate nel deserto,
avevano bisogno di tutti gli uomini .
Dopo sei settimane passate a Roma, Festo ebbe la seccatura di ricevere un imperioso ordine
di rientro in Giudea .
«Avevamo sempre pensato a Festo come a uno che se la sarebbe sempre cavata. Nessuno di
noi immaginava che stava tornando per farsi uccidere.» «E Festo probabilmente meno di tutti»
disse Elena. «È a questo punto che devo incominciare a inquietarmi?» «Temo di sì...» L'ultima
volta che lo vidi, la notte prima della sua partenza, andammo al Circo Massimo. Festo era
sempre stato un grande appassionato del Circo, soprattutto per via delle donne sfrontate accanto
alle quali poteva sedersi nei settori dove non era prevista separazione fra i due sessi. Era un
frequentatore assiduo delle ragazze che si possono trovare nei pochissimi posti dove alle donne
è lecito mostrarsi. Quando appariva Festo le donne erano ansiose di mettersi in evidenza. Io ero
solito stare a guardare stupito e affascinato. Succedeva perfino quando, come quella sera, aveva
portato con sé Marina, che da tempo era la sua fidanzata .
Festo non trovava nulla di singolare nel trascorrere l'ultima sera della sua licenza insieme
alla sua ragazza e al fratello minore. Questo ci rendeva una compagnia decisamente strana .
Lui non sembrava accorgersene affatto. Proprio come non sembrava accorgersi di quanto
desideravo la sua ragazza .
«Marina era attraente?» «Indubbiamente.» «Non prenderti il disturbo di descriverla»
brontolò Elena in tono minaccioso .
A Festo erano sempre piaciute le donne vistose. Anche se imbronciata perché Festo stava
per lasciare l'Italia, Marina attirava a sé gli sguardi mentre ci sedevamo ai nostri posti al Circo e
più tardi, mentre Festo ci trascinava in giro per una serie di osterie semibuie, la sua presenza ci
faceva notare .
Conosceva Festo da anni. Essendo la sua ragazza fissa, aveva tutte le ragioni per sentirsi più
sicura rispetto alle tante gattine che cedevano a qualche giorno di passione per poi ritrovarsi
congedate con disinvoltura. Tutti, forse perfino lo stesso Festo, davano per scontato che un
giorno l'avrebbe sposata. Solo nostra madre nutriva qualche dubbio. Una volta mi disse che mio
fratello probabilmente avrebbe scandalizzato tutti portando a casa una bambolina esotica
conosciuta solo da due settimane e annunciando di avere trovato il vero amore. Festo possedeva
sicuramente una vena di romanticismo. In ogni caso, era morto prima di poterlo fare,
risparmiando a mamma la fatica di dovere istruire una pupattola che si riteneva troppo
avvenente per aiutare in casa. Così toccò a me il compito di scioccare la famiglia con una
fidanzata improbabile e Marina rimase nubile ma inviolabile. Marina ormai faceva parte della
famiglia, in quanto ci aveva fatto l'onore di mettere al mondo mia nipote Marzia .
Alla piccola Marzia era garantito per tutta la vita il sostegno della tribù Didio. Quando
qualcuno insinuava che Festo non era il padre di Marzia, Marina si affrettava a ribattere
seccamente che in quel caso il responsabile dovevo essere io. Elena si sforzò di dire: «Una volta
ti ho chiesto se Marzia fosse per caso tua figlia. Tu l'hai negato.» Allora la conoscevo appena.
Stavo cercando di fare colpo su di lei. Una spiegazione riguardo a Marzia sarebbe stata troppo
difficile da affrontare. Probabilmente avrei dovuto farlo comunque. Adesso era ancora più
difficile .
«Diciamo che l'argomento è controverso...» Era successo che alle prime ore dell'alba,
quando Festo, Marina e io eravamo troppo sbronzi per essere prudenti, quel gran cuore di mio
fratello aveva fatto comunella con alcuni artisti ubriachi in una taverna presso il mercato
popolare ai piedi del colle del Celio. I nuovi amici possedevano tutti i requisiti adatti per Festo:
disperati senza un soldo nelle tasche delle tuniche sfilacciate ma con la disinvolta abitudine di
aggregarsi al tavolo di qualche comitiva per chiedere ad alta voce altro vino. Ero stanco. Ero
molto sbronzo, ma mi stavo riprendendo abbastanza da sentirmi di malumore e scurrile. Ormai
non mi sentivo più attirato dal bere. Perfino la compagnia di Festo aveva perso
temporaneamente il suo fascino per me. Dissi che me ne andavo. Marina annunciò che anche lei
ne aveva avuto abbastanza. Festo mi chiese di accompagnare a casa Marina al suo posto .
Promise di seguirci subito. C'era da scommettere che si sarebbe dimenticato di lei. In realtà
nutrivo il forte sospetto che l'audace bruna seduta accanto a lui al Circo lo stesse aspettando su
qualche balcone. Anche Marina aveva notato la bruna .
Poiché si trattava dell'ultima occasione in cui poteva vederlo, Marina la prese molto male.
Quando arrivammo a casa sua si lamentò del fatto che Festo la trattava male. Anch'io sentivo di
essere stato trattato malissimo, anche per me era l'ultima occasione di vederlo. Una volta tanto
avrebbe potuto lasciar perdere gli squallidi estranei e rimanere con noi. Ci aspettavamo una
delusione mentre ci trascinavamo dietro a lui nel giro delle osterie e questo aveva fatto sì che
sviluppassimo un rigurgito di moralismo .
Stupidamente commentai che era una fortuna per Festo che io non fossi il tipo incline ad
approfittare della situazione, così Marina disse: «Perché no?» .
In seguito Marina aveva chiarito che la faccenda le aveva procurato ben poco piacere.
Nemmeno io avevo avuto modo di spassarmela. La sbronza, il senso di colpa e la confusione
rovinarono tutto .
A un certo punto, la mattina seguente mi ritrovai a casa senza avere la minima idea di come
e quando ci fossi arrivato .
Festo doveva essere partito per il porto alcune ore prima, sempre che fosse in condizione di
farlo. (Lo era e lo fece.) Così non ci dicemmo mai nemmeno addio .
Per parecchie settimane evitai Marina. Trovavo scuse per lasciare la città ogni volta che
potevo. Tempo dopo mi giunse voce della sua gravidanza, ma tutti erano convinti che il padre
fosse Festo. E anche a me andava bene pensarlo .
Poi, un anno dopo, arrivò il giorno in cui tornai da una visita al prozio Scarone, che viveva
nella villa di famiglia in campagna. Mi recai da mia madre a portarle notizie dei parenti e trovai
tutta la famiglia riunita. Ricordo di aver notato un documento posato sul tavolo. E poiché
nessuna delle donne volle parlare (caso strano), uno dei miei cognati mi scaraventò in faccia la
notizia: Festo aveva guidato un assalto a un bastione in una città riarsa di nome Betel in Galilea
ed era stato ucciso mentre si voltava per incitare i suoi uomini a seguirlo .
Gli venne conferita la corona aurea per essere stato il primo ad attraversare un baluardo
nemico, e le sue eroiche ceneri furono sparse in Giudea .
All'inizio non riuscivo a crederlo. A volte ancora pensavo che si trattasse di un sogno o uno
scherzo .
Risultò che Marina e Festo non si erano mai scritti e lei non aveva ritenuto necessario
cambiare tale abitudine solo per comunicargli della figlia. Perché preoccuparlo? Quando fosse
tornato a casa, Marina gli avrebbe presentato la bimba ciangottante e Festo l'avrebbe subito
adorata. (Era vero. A parte il fatto che Marzia era una bella bambina, mio fratello era un gran
sentimentale.) La perdita di Festo era stata già abbastanza grave. In quella stessa riunione
familiare, dopo il mio ritorno dalla campagna, Marina, però, mi colpì anche con l'inaspettato
racconto della nostra notte d'"amore", come viene sconsideratamente chiamato .
Ne aveva tracciato un resoconto sconclusionato, proclamando che dovevo prendermi cura di
lei poiché durante quella imprudente avventuretta aveva concepito la piccola Marzia .
La mia famiglia reagì a quella notizia con la bontà che la contraddistingueva. Nessuno mise
in dubbio le sue dichiarazioni. Io avevo dimostrato un notevole attaccamento per la neonata e
Festo, dopo tutto, durante la sua ultima visita era ferito .
«Era ferito in quella parte?» mi interruppe Elena. Aveva ascoltato con espressione stordita,
non senza una punta di comprensione per me .
«Ascolta, si tratta di una storia assurda montata dalla mia famiglia. Festo» dissi con calma
«si era ferito a un piede.» «Mi dispiace. Dimenticavo che le persone non sono logiche. Che cosa
successe?» «Tu che ne pensi? Fui accolto da un fiume di ingiurie e mi fu ordinato di sposare la
ragazza.» L'espressione di Elena si fece ancora più inebetita. Pensava che le stessi confessando
di averle nascosto il mio matrimonio .
Per poco non era accaduto. Sotto l'effetto del senso di colpa e di una confusione ancora
maggiore, oltre che di una colossale sbronza, sentii la mia voce acconsentire. A quel punto
Marina, la quale possedeva un solido istinto di conservazione, calcolò il numero di vite che
avremmo rovinato e fu presa dal panico. Reintegrò Festo come padre di Marzia e si tirò
frettolosamente indietro. Ciò mi procurò molti più insulti, ma mi permise di cavarmela .
Così eravamo arrivati alla situazione attuale. «Qual è esattamente la situazione attuale?»
domandò Elena con sarcasmo .
«Solo quella che pensi tu.» «Penso che sia terribile.» «Abbastanza.» Ovviamente dovetti
prendermi cura della bambina. Dovevo farlo per amore di mio fratello. Non potevo nemmeno
scaricarne la responsabilità sulla madre. La coscienza è una cosa schifosa. Marina mi teneva in
pugno e io non avevo modo di liberarmi di lei. Poteva andarsene e sposarsi, ma perché
prendersi il disturbo quando era libera di spassarsela mentre io pagavo i conti? Nel frattempo
ero diventato il bersaglio delle più svariate angherie ogni volta che ai miei parenti veniva voglia
di esercitare il proprio talento .
Non ci furono angherie da parte di Elena. Era sconvolta, ma non vendicativa. Avrei preferito
vederla scagliare qualche brocca. La comprensione mi fa sempre sentire meschino .
Incapace di sopportare oltre la tensione, balzai in piedi e mi misi a camminare su e giù per
la stanza. Elena se ne stava con i gomiti appoggiati sul tavolo della cucina di mamma, la testa
china fra le mani. Alla fine mi fermai dietro a lei e le appoggiai le mani sulle spalle. «Elena,
non giudicare il presente da episodi passati. Dovresti sapere che quando ti ho incontrata mi è
accaduto qualcosa di straordinario.» Accettò sia il contatto sia il commento senza reagire. Mi
allontanai, impotente. Elena si alzò, si stiracchiò, poi uscì dalla stanza, evidentemente per
andare a dormire. Io non ero stato invitato ma mi accodai comunque .
Restammo sdraiati al buio per quelle che sembrarono ore, senza nemmeno sfiorarci. Dovevo
essermi appisolato perché a un certo punto mi risvegliai, sentendomi profondamente infelice.
Elena giaceva immobile. Le appoggiai la mano sul braccio. La ignorò. Mi allontanai stizzito da
lei .
Dopo un istante anche Elena si mosse. Scivolò furtivamente contro la mia schiena, con le
ginocchia nell'incavo delle mie e il viso schiacciato contro la mia spina dorsale. Aspettai un
poco, abbastanza da far valere qualche ragione, ma non tanto perché si allontanasse di nuovo.
Poi mi girai con circospezione e la strinsi contro di me. Per un po' di tempo sentii che piangeva.
Era tutto a posto. Ero colpevole, ma lei piangeva di sollievo ora che eravamo di nuovo uno
nelle braccia dell'altro .
Eravamo amici. Saremmo rimasti amici per molto tempo. Tenni stretta Elena finché il suo
dolore non si placò, poi ci addormentammo profondamente .
XIX

Era una notte fredda. Dopo il Nord, dove si è meglio preparati all'inverno che nei paesi del
Mediterraneo, lo sentivamo ancora di più. Il brutto tempo coglie sempre Roma alla sprovvista .
Con soltanto un braciere per intiepidire le lunghe ore di oscurità, il freddo nella vecchia
stanza di mio fratello poteva diventare pungente prima dell'alba. Ci svegliammo entrambi,
ancora abbracciati .
Elena stava facendo progetti. «Se hai intenzione di andare a trovare questa Marina, credo
che verrò con te.» Personalmente pensavo che sarebbe stato meglio per tutti se fossi andato da
solo. Accennare a questo punto di vista, però, mi pareva una pessima idea .
Marina aveva l'abitudine di comportarsi nel modo più fastidioso possibile. (Senza dubbio
era perfetta per la nostra famiglia.) Viveva, come sempre, appena oltre la svolta dell'Aventino,
oltre la Via Appia e quasi ai piedi del Celio, nel vicolo dal pittoresco nome di Onore e Virtù.
L'ironia era troppo evidente per fare commenti. Se onore e virtù fossero stati i requisiti per
abitarci, sarebbe stata una strada deserta .
«Lei è molto attraente?» s'informò Elena, mentre andavamo insieme a trovarla .
«Temo di sì. Festo attirava donne sensazionali.» «Diversamente da te?». Sapeva tanto di
tranello. «Io cerco il carattere... Trovare anche la bellezza, naturalmente, è una piacevole
sorpresa.» Mi resi conto che stava ridendo di me. L'atmosfera gaia cessò appena Marina ci fece
entrare nel suo tugurio di due stanze. Mi ero dimenticato quanto facesse colpo. Notai che Elena
sospirava leggermente. L'occhiata furibonda che mi lanciò diceva che pensava di non essere
stata avvertita in modo adeguato. Le cose non si stavano mettendo affatto bene .
Marina era una piccola visione, scura e sensuale, con occhi immensi che teneva sgranati.
Manovrava in continuazione quegli occhi in modo esasperante. Con un naso delicato e gli
zigomi alti, aveva un aspetto vagamente orientale, impressione rafforzata dai suoi modi:
riteneva elegante adottare una gestualità fatta di polsi piegati e dita tenute sospese in modo
teatrale .
Una volta era stata una fabbricante di nastri, ma ormai non sentiva affatto la necessità di
trastullarsi con un lavoro .
Adesso aveva me. L'essersi procurata un onesto gonzo che non accampava pretese aveva
lasciato a Marina la libertà di dedicare tempo al proprio aspetto. I suoi amici erano assai
soddisfatti dei risultati. Dovevano esserlo. I risultati si sarebbero potuti appendere e
incorniciare. La Fortuna era stata generosa quanto me con Marina: le sue conquiste potevano
contare su una figura voluttuosa unita a un modo di fare libero e disinvolto, merce allettante
ancora prima che scoprissero il privilegio permanente che aveva sulla mia cassetta bancaria .
Era uno schianto a guardarla, ma quell'aria di dea che lasciava sgomenti veniva cancellata
appena apriva bocca. Era nata plebea, e faceva mirabili sforzi per restare totalmente fedele alle
proprie origini. «Ah Marco!» La voce era grossolana come tessuto di iuta. Naturalmente mi
baciò. (Dopo tutto pagavo i suoi conti.) Io feci un passo indietro. Questo servì solo a lasciare
più spazio a Elena per esaminare l'abbigliamento impeccabile sul corpo mozzafiato. Marina
finse di aver improvvisamente notato Elena. «Come mai adesso hai bisogno di una balia?»
«Smettila, Marina. Questa è Elena Giustina. Lei è convinta che io sia un tipo calmo e sofisticato
e che il mio passato sia pieno di ragazze assolutamente insignificanti.» Marina si calmò
visibilmente. Doveva avere percepito una forza di cui tenere conto. Elena, con lo stesso abito
azzurro del giorno precedente (che manifestava ancora indipendenza), si sedette con grazia
come se fosse stata invitata. «Come va?» La sua voce, invece, era pacata, educata e
naturalmente ironica. Il senso dell'umorismo di Marina era essenziale, essenzialmente, non ne
aveva proprio. Ora appariva tesa .
Elena non tentò nemmeno di manifestare riprovazione. Ciò mi fece pensare che stesse
valutando in privato la situazione e si proponesse qualche rapido cambiamento. Marina, era
noto, si lasciava prendere dal panico ogni volta che i passeri cinguettavano, impallidì sotto le
sfumature violacee del suo belletto e si dimenò in cerca di aiuto. «Sei venuto a vedere la
bambina, Marco?» Non c'era traccia della piccola Marzia, quindi la bimba doveva essere stata
sistemata altrove. Avevo già avuto qualche discussione a proposito di questa abitudine. Per
Marina la bambinaia adatta a una bambina di quattro anni era Statia, una venditrice di abiti di
seconda mano sempre leggermente ubriaca, sposata con un sacerdote espulso dall'ordine.
Essendo stato espulso dal Tempio di Iside, i cui frequentatori avevano la reputazione peggiore
di Roma, le sue abitudini dovevano essere piuttosto squallide. «Mando qualcuno a prenderla!»
biascicò frettolosamente Marina .
«Fallo!» Si precipitò fuori. Elena se ne stava seduta in assoluto silenzio. Riuscii a evitare di
lanciarmi in una chiacchierata nervosa e rimasi in piedi con l'aria dell'uomo responsabile .
Marina tornò. «Marco è tanto affezionato a mia figlia!» «Il tatto non è mai stato il tuo
forte!» Da quando aveva riferito alla mia famiglia quello che era successo fra noi, il mio
rapporto con Marina aveva assunto una sfumatura formale .
Da un certo punto di vista non potevamo permetterci di litigare, e ormai eravamo troppo
distanti per preoccuparcene. Ma c'era tensione .
«Lui ama i bambini!» proruppe Marina in tono lezioso, rivolgendosi ancora più direttamente
a Elena .
«Infatti. E mi piace» ribatté dolcemente Elena «che non gli importi di chi sono.» Marina
ebbe bisogno di tempo per afferrare il senso. Osservavo la ragazza di mio fratello che fissava la
mia: bella ma allo stesso tempo dotata di una straordinaria volontà .
Sembrava un cagnolino intento ad annusare uno strano coleottero che dava l'impressione di
volergli mordere il naso. La mia fidanzata, nel contempo, comunicava dolcezza, discrezione e
classe. Ma la nostra ospite aveva ragione a sentirsi nervosa, Elena poteva mordere .
Cercai di prendere in mano la situazione. «Marina, c'è un problema a proposito di un affare
di cui si stava occupando Festo. Devo parlarti.» «Festo non mi raccontava mai niente dei suoi
affari.» «È quello che continuano a dirmi tutti.» «È la verità. Era un tipo riservato.» «Non
abbastanza. Ha promesso enormi guadagni ad alcuni soldati. Li ha delusi e adesso loro
pretendono che la famiglia li risarcisca. Non mi preoccuperei, ma uno di loro è stato spedito
nell'Ade e le prove indiziarie indicano che il colpevole sono io.» «Oh, ma non sei stato
sicuramente tu!» La ragazza era stupida. Una volta pensavo che fosse sveglia. (Abbastanza
sveglia da truffarmi, anche se avrebbe spezzato il cuore di un precettore di logica.) «Oh, non
essere assurda, Marina!» Era vestita di giallo zafferano, un colore così luminoso che faceva
male agli occhi, e anche con quel clima stava a braccia nude. Aveva braccia molto belle, su cui
portava una sfilza di braccialetti che tintinnavano in continuazione. Trovavo estremamente
irritante quel rumore. «Usa un po' la testa!» ordinai. Marina parve offesa da quel consiglio.
Quanto a Elena, mi sembrava che sorridesse .
«Che cosa sai a proposito di statue greche?» Marina accavallò le gambe per la delizia dei
miei occhi .
«Ora come ora, Marco, non mi viene in mente molto!» «Non ti sto chiedendo una
conferenza su Prassitele. Festo voleva importarle per sbolognarle a qualche riccone. Che cosa
sai di questo progetto?» «Probabilmente ha chiesto aiuto a Gemino.» «Ne sei certa?» «Be',
sembra perfetto, no?» «Niente in questa storia sembra perfetto! Tutta la faccenda sa di guai... e
ci siamo dentro tutti quanti. Se sarò processato per omicidio, non avrai più il mio denaro,
Marina. Rifletti bene su questo aspetto pratico, controllati e torna indietro con il pensiero.»
Marina assunse la posa della donna attraente e pensierosa. Come statua sarebbe stata un
capolavoro. Come testimone rimaneva inutile. «Onestamente, non lo so davvero.» «Deve averti
parlato di qualcosa, qualche volta!» «Perché? Gli affari sono affari, il letto è il letto.» Si trattava
di un argomento troppo spiacevole .
«Marina, sto cercando a mia volta di ricordare i fatti. Festo per caso era nervoso durante la
sua ultima visita a Roma? Pensieroso? In ansia per qualcosa?» Si strinse nelle spalle .
Poteva farlo. Petronio Longo non stava scrivendo il suo nome su un mandato di arresto
mentre Marponio felice aspettava solo di imprimerci sopra il sigillo del suo anello .
«Be', c'eri anche tu!» disse Marina con un sorriso affettato. Il sottinteso era palese, e
assolutamente superfluo .
A quel punto entrò di corsa una vicina, portando mia nipote. Marina, sollevata, afferrò la
figlia con sguardo grato, la vicina se la filò e noi ci preparammo ai guai. Marzia si guardò
intorno, valutò il pubblico come una professionista, poi gettò indietro la testa e strillò .
Marina cercava di calmare la figlia fingendosi furiosa. «Lo vedi che cosa hai combinato,
Marco?» Era una madre affettuosa, anche se irresoluta, che soffriva in modo esagerato per
colpa di Marzia. Marzia non era mai stata collaborativa .
Possedeva uno spiccato senso dell'opportunità. Sapeva esattamente quando un urlo straziato
poteva far apparire un mostro sua madre. «Era assolutamente felice. Le piace andare a giocare a
casa di Statia...» «Si sta mettendo in mostra, come sempre. Dalla qui!» Mentre Marina mi
passava fiaccamente la figlia, Elena la intercettò. Marzia le cadde fra le braccia come una galea
che urta la banchina, poi smise di strillare e si sistemò sulle ginocchia di Elena con aria
tranquilla e beata. Era un'impostura, ma perfettamente calcolata per far sentire incapaci sia la
madre sia lo zio. «Vediamo che cosa posso fare per lei» mormorò Elena con aria innocente.
«Così voi due potete parlare.» Conosceva Marzia. Formavano una bella coppia di cospiratrici.
«Le piace stare da Statia» borbottò di nuovo Marina in tono difensivo .
Ero seccato. «Vuoi dire che ama agghindarsi con luridi stracci smessi e avere il permesso di
divorare le battute musicali del sistro dell'ex sacerdote!» «Tu non sai se la trascurano.» «So che
ho visto Marzia fare una straordinaria imitazione di Statia che inciampa e cade ubriaca!» Le
piaceva anche cantare inni osceni a Iside e scimmiottare riti carichi di sottintesi .
La bambina era tagliata per la vita dei bassifondi. Marzia fissava amorevolmente Elena,
come se tutto ciò rappresentasse una novità per lei. Elena le baciò la testolina ricciuta come per
consolarla. «Non preoccuparti, tesoro. È soltanto lo zio Marco che ha uno dei suoi bizzarri
scatti.» Grugnii. Nessuno ne fu impressionato. Mi lasciai cadere su uno sgabello,
nascondendomi il capo fra le mani .
«Zio Marco sta piangendo!» esclamò ridacchiando Marzia, incuriosita. Elena sussurrò
qualcosa, poi la mise giù in modo che Marzia potesse correre da me. Lei mi gettò le braccia
grassocce intorno al collo e mi diede uno schioccante bacio bagnato. Emanava un preoccupante
odore di deposito di vino. «Zio Marco ha bisogno di farsi la barba.» Era una bambina aperta e
sincera. Forse per questo mi preoccupavo per lei. Un giorno sarebbe diventata una donna aperta
e sincera .
La presi in braccio. Sembrava sempre più pesante e robusta di quanto mi aspettassi. Marina
le aveva messo una pacchiana cavigliera di perline a uno dei piedini grassocci e lasciava che
Marzia si dipingesse chiazze rosse sulle guance .
Qualcuno, probabilmente a casa di Statia, le aveva regalato un bizzarro amuleto. Dovevo
evitare di pensare a quei particolari, altrimenti avrei perso veramente la calma .
Tenendo in braccio la figlia stranamente robusta di mio fratello, cercai di ricostruire ancora
una volta la sua ultima notte a Roma. Marina l'aveva detto chiaro e tondo: c'ero anch'io.
Qualunque indizio mi sarebbe dovuto apparire evidente, se soltanto fossi riuscito a ricordarlo .
«Mi sembra di ricordare che fosse nervoso.» Stavo cercando di convincere me stesso.
Marina si limitò a scrollare di nuovo le spalle in modo distante e disinteressato. Con quelle
spalle e quel busto, era solita scrollarle per principio. E il principio era: lasciali a bocca aperta.
«Il vecchio Festo era sulle spine quell'ultima sera. Lo sa l'Olimpo quale fosse la ragione, però.
Dubito che fosse il pensiero di tornare in Giudea. Lui non si preoccupava se volavano le frecce,
era convinto di riuscire ad abbassarsi in tempo. Marina, ti ricordi quel gruppo di squallidi pittori
che aveva rimorchiato?» «Ricordo la ragazza del Circo Massimo!» disse Marina, con enfasi.
«Sono maledettamente certa che quella se l'è rimorchiata!» «Non me ne sono accorto»
bofonchiai, cercando di evitare una scenata. Elena ci osservava con l'espressione tollerante di
un intellettuale al Teatro di Pompeo che sopporta la farsa penosa mentre è in attesa di una
tragedia greca seria. Se avesse avuto una manciata di mandorle, se le sarebbe mangiate una alla
volta. «Marina, pensa a quei pittori. Erano ripugnanti. Da dove venivano? Immaginavo che lui
non li conoscesse, ma ne siamo sicuri?» «Festo conosceva tutti. Se non sapeva ancora chi erano
quando è entrato nella taverna, senz'altro li conosceva al momento di andarsene.» Fare amicizia
con tutti gli avventori di un'osteria era una sua caratteristica. «Era fatto a suo modo, ma di solito
non tollerava schiavi e pittori. Ci voleva far credere che quei posatori erano estranei. Tu li
conoscevi?» «Solo alcuni farabutti della Vergine. La consueta orribile clientela di
quell'osteria...» «La Vergine?» Avevo dimenticato il nome. Festo doveva considerarlo
estremamente buffo. «È lì che siamo finiti?» «È un posto disgustoso.» «Quella parte me la
ricordo.» «Non li avevo mai visti prima.» «Deve essere abbastanza vicino. Lo bazzichi
ancora?» «Solo se qualcuno mi paga per andarci.» Marina era schietta quanto la sua
affascinante bambina .
«Hai mai rivisto quegli artisti?» «Non che io ricordi. Bada, se ero abbastanza disperata da
trovarmi alla Vergine, probabilmente ero troppo sbronza per riconoscere perfino mia nonna.»
«Oppure non volevi che la tua nonnina ti riconoscesse.» Perfino a ottantaquattro anni, la
vecchia nonna di Marina sarebbe stata un'eccellente guardia pretoriana. Le piaceva colpire
prima e poi fare le domande. Era alta tre piedi, e il suo montante destro era leggendario .
«Oh no! La nonna va a bere ai Quattro Pesci» mi corresse Marina con tono solenne .
Sospirai sommessamente.
XX

. Elena capiva che la mia esasperazione stava crescendo a causa del modo insensato in cui
procedeva quella conversazione .
«Quello che dobbiamo accertare» intervenne, con un tono così ragionevole che sentii il mio
piede sinistro scalciare rabbiosamente «è se Didio Festo si fosse messo in contatto con
qualcuno in particolare durante la sua ultima licenza. Qualcuno che sia in grado di dirci quali
erano i suoi progetti. Perché ti stai interessando agli artisti, Marco? Lui avrebbe potuto
organizzare affari in qualunque momento durante la sua licenza .
È successo davvero qualcosa di speciale durante quell'ultima sera... e in quel gruppo?»
Tutt'a un tratto Marina dichiarò: «È successo sicuramente!» .
Io incominciai a sentire caldo. Marina faceva velatamente trapelare un'indiscrezione.
«Anzitutto» disse «Festo saltava come un gatto su una graticola. Tu lo hai notato, l'hai appena
detto, Marco. Non era da lui. Di solito capitava in qualche posto e aizzava tutti gli altri, ma lui
non si lasciava prendere dall'eccitazione. » «È vero. E quasi mai era tanto ansioso di trascinarci
da una taverna all'altra. In genere, una volta che si era messo a suo agio, non voleva più
muoversi. Quella sera si spostava di continuo per andare a installarsi in un posto nuovo ogni
cinque minuti.» «Come se stesse cercando qualcuno?» suggerì con calma Elena .
«In secondo luogo» insistette Marina, inesorabile «ci fu quella piccola faccenda di
mandarmi via insieme a te!» «Non è necessario riesumare quella storia» dissi. Dovevo almeno
provarci .
«Non fate caso a me» intervenne Elena con un sorriso. Le lame erano tutte sfoderate .
«Fa' come credi» disse Marina, arricciando il naso. «Ma, Marco, se vuoi davvero scoprire
che cosa stesse combinando quella sera, penso sia necessario prendere in considerazione quel
piccolo incidente.» «Perché?» le domandò Elena, animata da un interesse morboso .
«È evidente. Si è trattato chiaramente di una decisione calcolata. Mi ha fatto arrabbiare a
causa della bruna, poi ha mandato su tutte le furie anche la bella. » «Facendo che cosa? Che
cosa avrebbe offeso la bella?» «Oh, non me lo ricordo. Probabilmente solo il fatto che Festo era
se stesso. Poteva comportarsi come una stupida canaglia. » Dissi: «Ripensandoci, capisco che
cercava di liberarsi di noi due, seppure si trattasse della nostra ultima occasione di vederlo,
forse per anni» .
«Gli volevate molto bene entrambi?» Marina sollevò le mani in modo ricercato. «Oh, per gli
dèi, sì! Tutti e due avevamo in mente di stargli attaccati come vongole. Lui non aveva alcuna
possibilità di mantenere un segreto .
Anche convincendoci a lasciare la Vergine, non poteva sentirsi abbastanza sicuro. Saremmo
tornati indietro tutti e due .
Be', io l'avrei fatto. Se fossi andata a casa e lui non fosse arrivato subito, mi sarei precipitata
di nuovo fuori a cercarlo... e sapevo anche dove guardare. » Elena mi lanciò un'occhiata per
ricevere una conferma .
«Marina ha ragione. Festo era spesso sfuggente, ma ci eravamo abituati. In parecchie
occasioni lei lo aveva trascinato via dai banchi di mescita alle prime luci dell'alba. Era normale
per loro. » «E quanto a te?» «Visto che era la sua ultima notte, appena mi fossi ripreso a
sufficienza dalla sbornia sarei probabilmente tornato a brindare alla sua salute. Conoscevo bene
quanto Marina i posti che bazzicava. Se voleva un po' di riservatezza, doveva spedirci da
qualche parte, e fare in modo che ci restassimo.» «Così vi ha contrariati tutti e due di proposito,
poi vi ha messi insieme?» «È evidente!» esclamò Marina. «Marco è stato sempre geloso di
Festo. Questo fannullone mi aveva messo gli occhi addosso da anni, quindi come mai, dopo
tutto quel tempo, Festo gli ha offerto all'improvviso la mercanzia?» Divenni scorbutico. «A
quanto pare io ne vengo fuori debole, meschino e subdolo.» Mi guardarono tutte e due in
silenzio. «Grazie!» Marina mi diede un buffetto sul polso. «Oh, tu sei a posto! In ogni caso, lui
era in debito con te, nessuno potrebbe metterlo in dubbio. Che ne dici di quell'affare con la tua
cliente?» Quell'accenno mi colse sinceramente alla sprovvista. «Quale cliente?» «La donna che
ti aveva assunto per ritrovare il suo cane.» Mi ero dimenticato di quel maledetto cane. A quel
punto ricordai abbastanza facilmente la cliente, e non solo perché era stata una delle prime
persone che si fossero rivolte a me quando avevo iniziato la carriera di investigatore .
«Era un cane da caccia britannico» mi affrettai a spiegare a Elena. «Di grande valore.
Magnifica razza, e in grado di correre come il vento. Quella stupida creatura avrebbe dovuto
fare la guardia ai vestiti della donna alle terme, ma uno schiavo le aveva schiacciato
accidentalmente la coda facendola fuggire a gran velocità per la Via Flaminia. La signorina era
affranta...» La storia continuava a sembrare improbabile .
«Bene, sei stato in Britannia!» disse dolcemente Elena Giustina. Sapeva come denigrare
qualcuno. «Immagino che tu abbia un'affinità particolare con i cani britannici.» Oh, sì .
Proprio un bel lavoro per un professionista. Ogni investigatore dovrebbe imparare a gridare
«vieni qui, piccolo!» in almeno dodici lingue. Cinque anni dopo, gli incarichi che assumevo
apparivano altrettanto disparati. «Lo hai trovato?» insistette Elena .
«Chi?» «Il cane, Marco.» «Oh! Sì.» «Scommetto che la tua cliente ti è stata veramente
grata.» Mi rivolse un'occhiata. Anche Elena era stata mia cliente. Sarebbe stato inutile cercare
di spiegarle che lei, per qualche ragione, era diversa da tutte le altre .
La donna in cerca del cagnolino smarrito possedeva più denaro che buonsenso, ed era
straordinariamente avvenente .
Naturalmente la mia etica professionale era irreprensibile, ma senza dubbio avevo
considerato la possibilità di farle la corte .
A quel tempo Festo mi aveva convinto che impegolarsi con i ceti abbienti rappresentava una
pessima idea. Adesso le parole di Marina mi insinuavano un dubbio sottile. La scrutai .
Ridacchiò. Evidentemente era convinta che sapessi come stavano le cose. Solo ora capivo la
ragione per cui Festo mi aveva consigliato di stare alla larga dalla graziosa proprietaria del
cane: se la portava a letto lui .
«In realtà» spiegai a Elena tristemente «è stato Festo a trovare quel maledetto cane.» «È
naturale» disse Marina. «L'aveva tenuto legato a casa mia tutto il tempo. Io ero verde dalla
rabbia. Festo l'aveva portato via dalle tenne per riuscire a conoscere quella sottana di lusso.»
Mio fratello, l'eroe! «Non l'avevi capito?» «Ah, Marco!» mi consolò Elena nel suo modo più
amabile (che non era poi tanto amabile). «Scommetto che non sei mai nemmeno riuscito a farti
pagare il conto.» Infatti. Mi sentivo tradito .
«Sentite, quando voi due avrete finito di prendermi in giro, io avrei delle cose da fare.»
«Naturalmente» disse con un sorriso Elena, quasi insinuando che mi sarei dovuto nascondere
per qualche ora dentro una botte aspettando che il mio rossore si attenuasse .
«Proprio così. Ripulire la mia reputazione non sarà un'impresa facile.» Meglio essere
franchi con lei, soprattutto quando parlava in modo faceto ma aveva l'aria di voler ricordare
dove aveva messo la fiala di veleno per topi l'ultima volta che l'aveva usata .
Schioccai un sonoro bacio a Marzia e restituii la bambina alla madre. «Grazie per
l'ospitalità. Se ti torna in mente qualcosa di utile, fammelo sapere immediatamente. Altrimenti
mi aspetta lo strangolatore pubblico.» Elena si alzò in piedi. Le misi il braccio intorno alle
spalle e dissi a Marina: «Come vedi, il mio tempo in realtà dovrebbe essere totalmente
impegnato da questa deliziosa ragazza.» Elena con aria compiaciuta si lasciò sfuggire
un'espressione di disprezzo .
«Avete intenzione di sposarvi?» domandò Marina con fare complice .
«Naturalmente!» assentimmo entrambi. Come coppia sapevamo mentire bene .
«Oh, è splendido! Auguro a tutti e due ogni felicità.» Una cosa bisognava riconoscere a
Marina: aveva buon cuore .
XXI

Comunicai a Elena che per quel giorno ero stato sorvegliato abbastanza e che intendevo
andare da solo al mio prossimo appuntamento. Elena sapeva quando lasciare che opponessi
resistenza. Mi sembrò che acconsentisse con troppa indulgenza, ma era sempre meglio di una
lite sulla pubblica via .
Ci trovavamo praticamente a casa dei suoi genitori, così la portai a fare una visita filiale.
Rimasi con lei finché non scorgemmo la porta di ingresso. Quando ci fermammo per salutarci
ebbi l'opportunità di tenerle la mano. Elena poteva anche fare a meno del conforto, ma io ne
avevo bisogno .
«Non odiarmi, tesoro.» «No, Marco.» Sarebbe stata una sciocca, tuttavia, a non mostrarsi
prudente con me. Il suo viso aveva un'espressione guardinga. «Ho sempre saputo che avevi una
vita pittoresca alle spalle.» «Non giudicarmi troppo duramente.» «Credo che tu lo stia già
facendo da solo.» Forse qualcuno doveva farlo. «Marina sembra una ragazza simpatica» disse
Elena. Sapevo che cosa significava .
«Speri che un giorno qualcuno se la pigli.» «Non vedo perché no.» «Io sì. Gli uomini che
frequenta sanno che non cerca marito. In questo modo non deve preoccuparsi del fatto che
hanno tutti moglie!» Elena sospirò .
Eravamo fermi su un angolo della magnifica Via Appia. Si trattava di un luogo frequentato
quasi quanto il Foro in una giornata tranquilla. Schiavi vestiti di marrone con ceste e anfore
sulle spalle curve camminavano a testa bassa in entrambe le direzioni, cercando d'intralciare
cinque o sei lettighe che trasportavano matrone provenienti da eleganti dimore. Alcuni operai
scalpellavano con poca convinzione la scura mole del vecchio acquedotto, l'Acqua Marcia. Ci
passò accanto un carretto carico di lastre di marmo, che cercava di montare sul selciato
sollevato traballando, tre conducenti di asini che aspettavano di superarlo, due vecchie donne
con un'oca. Gli uomini seduti su una panca fuori dalla bottega del barbiere si erano stancati di
osservare il carretto e incominciarono ad accorgersi di noi .
Per rendere memorabile per tutti la giornata, feci scivolare le braccia intorno a Elena
Giustina e la baciai. Roma è una città aperta per quanto riguarda il sesso, ma perfino a Roma
assai raramente le figlie dei senatori vengono afferrate agli angoli della strada da individui che
si trovano palesemente solo un gradino sopra gli onischi. L'avevo presa alla sprovvista .
Non c'era niente che potesse fare per fermarmi, e non c'era motivo perché io mi fermassi di
mia volontà. Si radunò una piccola folla .
Quando finalmente la lasciai andare, Elena si accorse della folla. Si ricordò che ci
trovavamo nella distinta zona della Porta Capena, dimora dei suoi illustri genitori. «Ci sono
delle regole, Falco!» protestò con veemenza .
Avevo sentito dire che nei circoli patrizi i mariti dovevano prendere appuntamento con tre
giorni di anticipo se volevano abbracciare le loro mogli. «Conosco le regole. Mi va di
cambiarle.» «Fallo un'altra volta e ti do una ginocchiata dove fa male.» La baciai di nuovo, così
lei allungò il ginocchio, ma le mancò il coraggio e il colpo fu troppo lieve per arrecare danni.
La folla applaudì comunque .
Elena sembrava turbata. Pensava di avermi fatto male. «Addio, Marco!» «Addio, mia cara»
le risposi con voce roca e sofferente. A quel punto le venne il sospetto che fingessi .
Elena si diresse a grandi passi e con la maggior freddezza possibile verso la casa del padre.
A braccia conserte la seguii con lo sguardo fino all'uscio. Mentre aspettava il portinaio, la cui
attenzione per la porta era del tutto casuale, si girò furtivamente per controllare che me ne fossi
andato. Le sorrisi, poi mi allontanai, sapendo che era al sicuro. La sua famiglia le avrebbe
prestato una scorta di schiavi se avesse deciso di tornare all'Aventino .
Dopo tutta quella tensione a casa di Marina, mi sentivo indolenzito e avevo bisogno di
muovermi. Decisi di andare a fare un po' di sollevamento pesi. In palestra un uomo poteva
dedicarsi a varie attività. Io riuscii a perdere tempo per ore .
«Lo si vede spesso questo cliente, di recente» commentò Glauco con la consueta ironia .
«Hai indovinato, il cliente sta cercando di evitare la propria famiglia!» Sentendomi più
calmo, fui quasi tentato di rimandare le altre indagini. Ma avere baciato pubblicamente Elena
mi aveva fatto ricordare che preferivo senza dubbio baciarla in privato .
Se Petronio avesse deciso di arrestarmi, non ci sarebbe stata ragione di lottare per riavere
una casa, ma se fossi riuscito a evitare la prigione, dovevo assolutamente procurarmi nuovi
mobili per la mia abitazione distrutta .
«Petronio ti cercava» mi avvertì Glauco. Il mio allenatore aveva un modo di parlare
controllato che riusciva ad alimentare le mie peggiori paure .
«Lascia perdere! Sto evitando anche Petronio...» Non mi importava affatto di interrogare
mio padre, ma Petronio Longo non si sarebbe mai aspettato di trovarmi in sua compagnia,
quindi una visita a Gemino mi avrebbe garantito un attimo di respiro. Inoltre, mio padre si
trovava in un posto dove avrei potuto comprare un letto a poco prezzo. Così decisi di andare ai
Saepta Julia .
Uscii dalle terme con il mantello intorno alle orecchie e mi trovai nel Foro, strisciai accanto
al Tempio della Fortuna ai piedi del Campidoglio e mi diressi furtivamente verso il Teatro di
Marcello, il punto da cui avrei iniziato la scarpinata fino al Campo di Marte. Avevo
l'impressione che chiunque incontrassi mi guardasse due volte, come se la mia tunica avesse un
taglio insolito o la mia faccia sembrasse sospetta .
Ora che stavo andando a trovare Gemino mi tornò il cattivo umore. Ero di nuovo nervoso.
Non sapevo che presto avrei avuto l'opportunità di consumare energie in abbondanza .
Il Campo era costellato di edifici pubblici la cui presenza era stata imposta da uomini che
ritenevano di essere famosi: tutti quei teatri dai nomi pomposi, le terme, i colonnati e le cripte,
qualche tempio o qualche circo qua e là per impressionare i turisti. Ci passai in mezzo senza
notarli, ero troppo impegnato a cercare con lo sguardo qualche ufficiale della ronda, nel caso
Petronio gli avesse ordinato di cercarmi .
I Saepta Julia si estendevano fra le Terme di Marco Agrippa e un Tempio di Iside. Sul lato
dal quale mi stavo avvicinando c'era il Tempio di Bellona. Feci una lunga deviazione intorno al
Circo Flaminio, in parte per non dare nell'occhio. Ero troppo annoiato per seguire la via diretta,
più semplice per arrivare ai Saepta. Emersi nei pressi del Teatro di Pompeo, davanti al lungo
portico che vi stava di fronte. Sentii parecchio rumore e diressi i miei calzari nella direzione da
cui proveniva .
Il portico di Pompeo appariva come un imponente recinto. La pesante architettura dei
quattro lati formava uno spazio interno appartato dove gli uomini potevano gironzolare
fingendo di ammirare le opere d'arte e sperando di imbattersi in qualcosa di più allegro: un
invito a un banchetto, una lite, un ragazzo costoso con il corpo di un dio greco o almeno una
prostituta da poco prezzo. Quel giorno l'interno era pieno di merci e di gente. Non c'era bisogno
che proseguissi: lì si teneva una vendita all'asta e a presiedere non era altri che il mio detestato
padre .
La mercanzia che trattava sembrava autentica da lontano e solo moderatamente sospetta più
da vicino. Conosceva il mestiere .
Riuscivo a sentirlo, lassù sul suo trespolo, che cercava di convincere il pubblico a fare delle
offerte. La sua voce, indolente e ordinaria, si diffondeva senza sforzo per tutto lo spazio interno.
Immaginavo che, dalla sua posizione, mi avrebbe visto subito. Non tentai in alcun modo di
comunicare con lui .
Ben presto ci saremmo comunque trovati faccia a faccia e avremmo avuto occasione di
litigare .
Stava cercando di suscitare un po' di interesse per un lotto misto di sgabelli pieghevoli.
«Guardate questo: puro avorio, intagliato in modo splendido. È possibile che ci si sia seduto il
nobile Pompeo in persona...» «A Pompeo è stata mozzata la nobile testa in Egitto!» gridò
allegramente uno scocciatore .
«È vero, signore, ma il suo nobile deretano è rimasto intatto.» Lo sgabello di Pompeo
proveniva dallo sgombero di una casa. Qualcuno era morto e gli eredi stavano vendendo tutto
per poi spartirsi il denaro. A guardarli, quei cimeli di una vita passata avevano un'aria
vagamente triste: bocce di inchiostro mezze usate e rotoli di papiro intatti, vasi di granaglie
senza coperchio in parte ancora pieni di frumento, ceste in cui erano ammassati vecchi calzari,
coperte, la ciotola che usavano per dare da mangiare al cane da guardia. C'erano tegami con i
manici allentati e lampade a olio con il beccuccio rotto. Offerenti svogliati appoggiavano il
posteriore a divani con le gambe scheggiate e la stoffa sbrindellata: segni dell'usura che il
proprietario smette di notare ma che qui spiccavano tristemente .
Detto ciò, la famiglia era appartenuta alla classe media. Per me questo poteva significare
buoni affari, poiché probabilmente si era arricchita di recente e le suppellettili avevano un'aria
moderna. Con finta noncuranza esaminavo ansiosamente la merce .
Neanche l'ombra di un letto, naturalmente. L'unica cosa che mi serviva. Vidi alcuni arredi da
esterno in buone condizioni (non avevo un giardino, ma a Roma i sogni sono a buon mercato).
Il pezzo forte della vendita era un tavolo con una sola gamba centrale e un enorme piano di
legno di cedro che doveva essere costato parecchio. Anche all'aperto, in una grigia giornata
d'inverno, le sue venature splendevano. Gemino l'aveva fatto tirare a lucido con olio e cera
d'api. Mi piaceva moltissimo, ma proseguii fino a un gruppo di eleganti tavolini di bronzo a
tripode di diverse dimensioni. Uno, con piedi di leone e un bordo ornato di belle volute per
impedire che gli oggetti cadessero dal ripiano, era dotato anche di un affascinante congegno per
regolarne l'altezza. Lo stavo esaminando per cercare di capire come si faceva a muoverlo,
quando uno dei facchini mi diede una gomitata .
«Non scomodarti. Il tuo vecchio ha fissato un prezzo esorbitante per questo. Lo vuole per
sé.» C'era da aspettarselo. Lanciai un'occhiata a papà sul suo trespolo, una figura bassa ma
autoritaria con i riccioli grigi scompigliati e il naso diritto e ironico. Quegli occhi scuri non si
lasciavano sfuggire nulla. Probabilmente mi osservava già da qualche minuto .
Indicando il tavolino, mi rivolse un cenno di scherno per confermare che avrebbe comunque
superato la mia offerta. Per un folle istante pensai che avrei pagato qualunque cifra pur di avere
il tavolino regolabile, poi mi rammentai che proprio così si arricchivano i banditori .
Proseguii. Gli eredi erano decisi a vendere tutto ciò che potevano. Un paio di porte di legno
pieghevoli, che probabilmente una volta avevano adornato un triclinio, erano state tolte dai
cardini. Il delfino di bronzo di una fontana era stato strappato dal basamento, raschiando il
muso della povera creatura. Per staccare dalle pareti alcuni splendidi pannelli dipinti, i
razziatori avevano perfino asportato consistenti pezzi di intonaco. Gemino non avrebbe
approvato. Nemmeno io .
Qualcos'altro quel giorno non mi tornava. Avendo la vocazione del saccheggiatore di
cianfrusaglie, in un primo tempo la mia attenzione fu attirata dalla mercanzia in vendita e non
feci caso alle persone o all'atmosfera. Poi a poco a poco incominciai a sospettare di essermi
infilato in una brutta situazione .
Ai Saepta la vendita all'asta doveva essere stata pubblicizzata più o meno da una settimana.
Le grandi svendite attiravano un nucleo regolare di compratori, la maggior parte dei quali
dovevano essere ben noti a Gemino. Alcuni li riconobbi perfino io: mercanti, oltre a uno o due
collezionisti privati .
Non c'era granché lì per veri esperti, così man mano chi cercava opere d'arte serie se ne
stava andando. I mercanti formavano un gruppo eccentrico e trasandato, ma erano lì per uno
scopo e non davano segni di volersi allontanare. Ci si poteva sempre aspettare l'arrivo di
qualche passante e attorno al portico bighellonava sempre un certo numero di intellettuali
disoccupati .
Vi erano inoltre diverse persone palesemente a disagio in quanto non abituate a frequentare
vendite all'asta; fra queste probabilmente si trovavano anche i venditori, che cercavano di
controllare Gemino, e alcuni vicini curiosi del defunto, che erano venuti per esaminarne la
biblioteca e schernirne i vecchi vestiti .
Nei chiostri, mischiati agli abituali perditempo, individuai cinque o sei uomini di
corporatura stranamente massiccia che apparivano completamente fuori posto in quel contesto.
Seppure si fossero sparpagliati qua e là, era evidente che complottavano qualcosa. Portavano
tutti tuniche con una sola manica, come uomini di fatica, ma indossavano costosi accessori di
cuoio: protezioni per i polsi, pesanti cinture con le fibbie smaltate, un bizzarro copricapo di
pelle. Di quando in quando fingevano di esaminare la merce, ma nessuno di loro faceva offerte.
Gemino aveva la consueta squadra di facchini che trasportavano i lotti, ma si trattava di uomini
piuttosto anziani, che si distinguevano per la corporatura minuta e i modi remissivi. Non pagava
mai molto e la sua forza lavoro rimaneva con lui per abitudine, non certo per arricchirsi .
Pensai che se si fosse trattato di ladri in procinto di assaltare una vendita in corso (evento di
cui chiunque avrebbe potuto essere informato), avrei fatto meglio a restare nei paraggi .
Ero appena arrivato a questa magnanima decisione quando iniziò la baraonda .
XXII

. Altri uomini stavano arrivando a ingrossare la folla: uomini ordinari in gruppetti di due e di
tre, con indosso tuniche e mantelli ordinari. Niente per cui agitarsi .
Gemino era passato alle lampade. «Primo lotto di questo settore: un pezzo importante,
signori...» Non era tipo da lampade. Ad attrarre la sua attenzione erano la carpenteria e i grandi
vasi, così passava in rassegna i lumi in modo assai sbrigativo. «Un candelabro d'argento a
forma di colonna corinzia, delicati particolari architettonici, quattro bracci, manca la catena di
un lume ma un argentiere esperto potrebbe facilmente sostituirla. Un oggetto di notevole
eleganza. Chi parte da mille?» Le offerte stentavano ad arrivare. L'inverno è un brutto periodo
per le vendite. Il tempo uggioso rendeva tutto scialbo, perfino i curati particolari architettonici.
Se le persone hanno a cuore i propri eredi, dovrebbero morire quando fa molto caldo .
A circa tre piedi da me un cliente, uno degli uomini ordinari con il mantello, estrasse da una
cesta una coperta color prugna .
A un'estremità il bordo era sfilacciato. L'uomo la tirò con fare giustamente sprezzante, ma
poi si voltò ridendo verso il compagno e strappò di proposito altri tre piedi dalla cucitura .
Un facchino si fece avanti con cautela e chiese di riavere la stoffa. La maggior parte dei
presenti non si accorse di nulla .
Io, però, notai che due degli individui corpulenti si avvicinavano pericolosamente .
«E adesso una collezione deliziosa» stava annunciando Gemino. «Un paio di candelabri a
forma di albero, uno dei quali con una martora che si arrampica sul gambo per catturare un
uccello fra i rami...» Qualcuno alla mia sinistra colpì il gomito di un facchino che stava
trasportando una rastrelliera di contenitori per condimenti. Piccoli vasi marroni schizzarono
ovunque e il loro contenuto appiccicoso incollò i calzari alla ghiaia, così quando le persone
cercarono di allontanarsi si trovarono con i piedi attaccati al sentiero dalla salsa di pesce
vecchia. «L'altra colonna contiene la raffigurazione di un gatto sul punto di fare un balzo... » Un
facchino fece un balzo, appena in tempo per sorreggere un mucchio di cilindri d'argento per le
pergamene che, pericolosamente instabili, rischiavano di cadere .
Intorno a me incominciava a tirare un'aria diversa. Nel giro di un secondo, senza una
ragione apparente, l'umore si fece burrascoso. Notai che, per sicurezza, il facchino più anziano
toglieva una grande urna dorata dal centro del tavolo di legno di cedro, gettava l'oggetto dentro
una cassa e chiudeva sbattendo il coperchio. Sopra le teste vidi brandire uno dei lumi che si
impigliò ad altri in attesa di essere venduti, facendoli crollare come pini durante un uragano.
Due mercanti, rendendosi conto di quanto stava succedendo, indietreggiarono e caddero fra le
casse degli attrezzi da cucina. Si levarono grida di paura mentre spettatori sprovveduti venivano
spintonati .
Oggetti pregiati subirono un trattamento violento. Persone sensibili si beccarono gomitate in
parti delicate .
Vicino alla piattaforma rialzata del banditore la folla si era diradata rapidamente, mentre da
ogni parte impazzava la rissa .
Vasellame di terracotta si fracassava tutt'intorno e bronzi sciolti rotolavano sotto i piedi. Uno
degli energumeni stava lottando corpo a corpo con un altro uomo, con esiti pericolosi per
Gemino: i due vacillarono violentemente contro il trespolo, che scricchiolò e si sfasciò. Sentii
Gemino urlare un avvertimento che si trasformò in protesta. Dopo quarant'anni di sbraitanti
vendite all'asta, il suo grido lacerò l'aria con un suono stridulo che feriva le orecchie, poi mio
padre sparì in una baraonda di assi e di pali .
I facchini stavano facendo quello che ci si aspettava da loro in caso di rissa: si gettavano
sulla merce, cominciando dai pezzi migliori, poi la scaraventavano di nuovo nelle casse e nei
carretti sui quali era stata trasportata al portico. Mentre mi passava accanto in gran fretta,
raccogliendo oggetti di valore, Gornia, il caposquadra, squittì: «Dimostra un po' di devozione
filiale, Marco, dacci una mano, maledizione!» La devozione filiale non era il mio forte, ma ero
disponibile a partecipare a una rissa. Mi guardai intorno in cerca di qualcosa di utile. Afferrai un
palo da tenda. Aveva ancora la tenda attaccata, così gliela avvolsi frettolosamente intorno prima
di roteare tutto il pesante pennone per farmi spazio. Questo mi segnalò come una fonte di guai.
Due degli uomini robusti con i berretti di cuoio si precipitarono contro di me e io li colpii sulle
ginocchia roteando il bastone e facendoli cadere come grano falciato .
All'improvviso mio padre emerse carponi dalle rovine del suo podio. Teneva stretta la
cassetta con il denaro dell'asta e la sua faccia aveva un brutto colore rossiccio. «Non loro! Non
loro!» Lo ignorai. (La tradizionale reazione filiale.) «Attacca gli altri, stupido...» I tizi robusti
che avevo aggredito probabilmente erano sgherri ingaggiati da Gemino. La situazione doveva
essere disperata se pagava per avere protezione .
Lo afferrai per il braccio e lo tirai in piedi mentre ancora inveiva contro di me. «Calmati,
pa'. Non ho danneggiato i tuoi famigli.» Be', non molto .
Il suo grido di frustrazione s'interruppe di colpo quando uno dei clienti apparentemente
innocenti lo colpì violentemente al torace con un tappeto arrotolato. Ancora senza fiato per la
precedente caduta, non resistette all'urto .
Uno degli sgherri afferrò il "cliente" che aveva atterrato Gemino. Prendendolo per la vita,
fece roteare l'individuo, con il tappeto e tutto il resto, così che l'uomo con il carico colpì al
fianco un altro piantagrane. Sforzandomi di riallinearmi alla parte giusta, sbattei con forza il
palo contro il secondo uomo e lo ributtai indietro. In tal modo si liberò un varco che permise a
mio padre di fuggire con la cassetta del denaro (la sua principale preoccupazione), mentre io mi
lanciavo nel mezzo di un'altra zuffa. Qualcuno teneva in posizione verticale un divano per la
lettura appoggiandolo su una delle estremità a forma di sfinge e lo stava girando verso un
gruppetto di spettatori .
Riuscii a colpirlo mentre un altro si avventava contro di me. La punta del mio palo lo mise
fuori gioco, ma nell'azione persi l'arma. Il divano si schiantò al suolo, lasciando una delle sfingi
con un'ala spezzata e parecchie persone con le dita dei piedi schiacciate. Qualcuno mi aggredì
da dietro. Usando la spalla mentre mi giravo di colpo, scaraventai il mio aggressore con la
schiena sul tavolo di legno di cedro. Poi lo afferrai per il ventre e con una violenta spinta lo feci
scivolare lungo la superficie di legno lucidata. La borchia della sua cintura lasciò uno sfregio di
un bianco grigiastro. Mio padre, che era ricomparso proprio nel momento sbagliato, lanciò un
urlo angosciato: avrebbe preferito vedere scannare dieci uomini piuttosto che assistere al
danneggiamento di un legno pregiato .
Gli uomini vestiti di cuoio erano lenti di comprendonio. Mi consideravano ancora parte del
pandemonio organizzato .
Opponevo resistenza cercando di non colpire troppo forte quei giovanotti grandi e grossi in
modo da ridurre le richieste di indennizzo a carico di mio padre. Quantunque, se gli avessero
messo in conto le contusioni, ben presto si sarebbe trovato a sborsare una bella cifra .
Non era il momento per il tatticismo. Mirai al collo di un uomo con un grande pestello di
pietra. Lo mancai, ma si bloccò di colpo quando il pestello con uno schianto assordante colpì il
suolo. Riuscii a chiudere il braccio di un altro uomo in una pesante scatola, facendolo strillare
di dolore. Vidi che mio padre sbatteva con forza qualcuno contro una colonna come se stesse
cercando di demolire l'intero portico. A quel punto i facchini si stancarono di proteggere
l'argenteria e arrivarono di corsa, pronti a rompere denti. Quei piccoli vecchietti erano più
coriacei di quanto sembrassero. Ben presto si unì anche il personale dell'asta, sferzando colpi
qua e là con le braccia nerborute e le teste calve. Finalmente i giganti capirono che facevo parte
della famiglia e si schierarono con me. Gli intrusi decisero che era arrivato il momento di
andarsene e si diedero alla fuga .
«Li inseguiamo?» gridai a Gornia, il baffuto capo dei facchini. Lui scosse il capo .
Mio padre, con la zazzera di riccioli grigi, rispuntò tra ciò che restava della vendita. «Questo
non incoraggerà gli acquirenti. Credo che per oggi sia il caso di smettere!» «Davvero sagace!»
Ero impegnato a rimontare una sedia pieghevole che era stata aperta in modo un po' troppo
drastico .
«Mi viene da pensare che qualcun altro abbia annunciato a suon di tromba questa vendita
all'asta...» Quando ebbi rimesso insieme la sedia, mi ci sedetti sopra come un sovrano persiano
che contempla un campo di battaglia .
Gemino aveva piazzato un braccio rincuorante intorno a uno degli sgherri: costui si toccava
un occhio dolente a causa di un colpo che gli avevo assestato all'inizio della rissa. Molti altri
avevano occhi pesti che l'indomani sarebbero stati di un bel colore. Se per questo, anche a me
non mancavano i lividi .
Mi guardavano tutti, con ammirazione speravo io. Incominciai a sentirmi al centro
dell'attenzione .
«Bei pezzi di giovanotti! Li acquisti misurandoli a piedi?» «Dovevo aspettarmi che avresti
aggredito gli aiutanti ingaggiati da me!» brontolò Gemino attraverso un labbro spaccato .
«Come facevo a sapere che avevi le tue schiere personali? Credevo che i tuoi vecchi ragazzi
se la dovessero cavare da soli .
Mi sarei fatto da parte se mi fossi reso conto che quei babbei erano pagati per sbucciarsi le
nocche!» Tossendo per la fatica, Gemino si lasciò cadere su un divano invenduto. Dimostrava
tutta la sua età. «Per Giove, avrei fatto volentieri a meno di tutto questo!» Rimasi in silenzio un
momento. Il mio respiro era già tornato regolare, ma i miei pensieri scorrevano ancora
precipitosamente .
Intorno a noi i bravacci fingevano, con scarso successo, di aiutare i facchini a mettere ordine
in quella baraonda, mentre i vecchietti lavoravano con il consueto zelo rassegnato. Al limite, la
rissa li aveva ringalluzziti .
Il modo in cui si comportava mio padre mi fece pensare che cose del genere fossero già
accadute. Lo osservai, mentre lui verso di me ostentava un apparente disinteresse. Era un uomo
massiccio, più basso e tarchiato di quanto me lo ricordassi, con un viso che poteva passare per
bello e un carattere che alcuni trovavano affascinante. Personalmente mi irritava, ma io ero
stato educato da maestri di scuola che declamavano la severità e la saggezza dei padri romani
che si presentavano come modelli di etica. Questa nobile filosofia, però, non teneva conto di
quelli che bevono, giocano a dama e rincorrono le donne, figuriamoci del mio, che queste cose
le faceva quasi tutte e non sembrava avere mai letto i raffinati grammatici secondo cui per un
ragazzo romano doveva essere ovvio che il proprio babbo passasse tutta la giornata immerso in
pensieri nobili o impegnato a fare sacrifici ai numi della casa. Invece di accompagnarmi alla
Basilica Giulia per spiegarmi di che cosa discutevano gli avvocati, il mio mi portava al Circo
Massimo, ma solo quando alla biglietteria c'era suo cugino, che ci faceva pagare tariffe ridotte.
Quando ero bambino, mi imbarazzava profondamente il fatto di intrufolarmi con lo sconto
nell'arena per vedere i giochi .
A Livio non succedeva mai. Affrontai mio padre: «Ti aspettavi fastidi? Vuoi parlare di
quello che sta succedendo?» .
«È tutto normale» rispose Gemino fra i denti. «Questa era una trappola... una violazione
premeditata. Si tratta di criminalità organizzata? Chi è il responsabile?» Ero stato trascinato
nella disputa e volevo conoscerne la causa .
«Qualcuno, senza dubbio.» Per gli dèi, sapeva essere un mulo intrattabile .
«Bene, allora sbrigatela da solo!» «Lo farò, ragazzo. Lo farò.» Chiedendomi come avesse
fatto un tale miserabile vecchio scontroso a generare una persona ragionevole come me, reclinai
il capo all'indietro e chiusi gli occhi. Mi resi conto solo allora che incominciavo a sentirmi tutto
indolenzito e che non ci sentivo più dall'orecchio sinistro. «In ogni caso» mi rimbeccò mio
padre «te la sei presa comoda ad arrivare. Ti aspettavo due ore fa.» Aprii di nuovo gli occhi.
«Nessuno sapeva che ero diretto qui.» «Davvero? Mi hanno detto che volevi scambiare due
parole con tuo padre.» «Allora ti hanno informato male!» Capii che cosa era successo. «Elena è
stata qui.» Era incorreggibile. Non bastava che la lasciassi fuori della casa di suo padre, avrei
dovuto spingerla fin dentro la porta e dire al senatore di sbarrarla .
Mio padre mi rivolse un'occhiata furtiva. «Ragazza simpatica!» «Non disturbarti a dirmi che
potrebbe trovare di meglio.» «D'accordo, non mi disturberò a dirtelo... E così, come procede la
vita sentimentale?» Emisi un grugnito. «L'ultima volta che l'ho vista, mi ha dato una
ginocchiata all'inguine.» «Ahi! Pensavo che te ne fossi trovata una innocente!» mi schernì con
una smorfia di dolore. «Quale cattiva compagnia le ha insegnato quel trucco?» «Sono stato
proprio io.» Parve stupito. Tutt'a un tratto divenni irritabile e mi lasciai sopraffare da vecchi
risentimenti .
«Ascolta, può darsi che adesso tu viva in mezzo ai gatti dal pelo lucido, ma dovresti
ricordare ancora che cosa significa stare rintanato in un caseggiato dell'Aventino:
malintenzionati e porte senza serrature. Non posso proteggerla tutto il tempo .
Inoltre, se devo giudicare da oggi, non posso mai sapere dove si trovi. Le donne sarebbero
tenute a restare in casa a tessere» brontolai amaramente. «Ma Elena non ci fa caso.» Avevo
detto più di quanto volessi. Mio padre si appoggiò su un gomito, con indolenza come se gli
avessi passato un piatto di chiocciole di mare, ma non il cucchiaio per servirsi. «Sta ancora con
te, in ogni caso... Allora, a quando il matrimonio?» «Quando sarò ricco.» Fischiò in modo
insolente. «Qualcuno prevede una lunga attesa, allora!» «Questi sono affari nostri.» «Non se mi
fai diventare nonno prima di avere adempiuto alle formalità. » Si trattava di un punto dolente e
presumevo che ne fosse informato. Probabilmente era venuto a sapere attraverso il passaparola
familiare che Elena aveva avuto un aborto spontaneo una volta, fatto che ci aveva angosciato
entrambi più di quanto ci saremmo aspettati e ci aveva colmati di dubbi inespressi circa la
nostra capacità di avere un figlio sano. Adesso Elena era terrorizzata, mentre io cercavo di
rimandare il problema per la ragione più fondata che si possa avere nella vita: la povertà.
L'ultima cosa di cui avevo bisogno era che se ne interessasse il mio stramaledetto padre. Sapevo
perché il vecchio plebeo arrogante era tanto curioso: voleva che avessimo una famiglia, così si
sarebbe potuto vantare di essere imparentato con un senatore. Dissi, in preda alla collera: «Tu
sei già nonno. Se vuoi prodigare le tue attenzioni dove sono necessarie, prova con gli orfani di
Vittorina.» «Allora, che cosa combina Micone?» «Il solito: non molto.» Mio padre ascoltò
senza alcuna reazione, anche se forse si sarebbe dato da fare. «Sei andato al funerale?»
domandai, più curioso di quanto volessi apparire .
«No. La mia assistenza non è stata ritenuta necessaria.» Il suo umore era tranquillo, non
mostrava coinvolgimento. Non riuscivo a capire se fosse turbato, e non ero sicuro che mi
importasse .
«Vittorina era tua figlia» gli feci notare in tono solenne. «Avrebbero dovuto darti la
possibilità.» «Non spezzarti il cuore per questo.» «Se io fossi stato qui, saresti stato informato.»
Fare il pedante non era nel mio stile, ma la sua aria di rassegnazione mi irritò. «Non puoi
biasimare nessuno, non sei esattamente famoso come pater familias!» «Non cominciare!» Mi
alzai in piedi. «Non preoccuparti. Me ne vado.» «Non hai affrontato l'argomento per cui sei
venuto.» «Elena è stata qui, è lei che fa le domande per me.» «Io non parlo con le donne.»
«Forse dovresti provarci una volta tanto.» Forse ci avrebbe dovuto provare quando viveva con
mia madre .
Era stato inutile venire fin lì. Non potevo affrontare una discussione su Festo. Me ne stavo
andando per davvero. Mio padre, in cerca solo di un pretesto per arrabbiarsi, si rivolse a me con
furia. «Giusto! Ti abbiamo intrattenuto con una rissa, adesso corri a raccontare a tua mamma
che ti sei sporcato la tunica giocando sul Campo con ragazzi grossi e violenti.» In procinto di
avvolgermi nel mantello, esitai. Tutto ciò non mi avrebbe aiutato a risolvere il caso di
Censorino .
Inoltre, avevo davvero bisogno di una storia da raccontare a mia madre, e ne avevo bisogno
abbastanza presto. Era famosa per la sua insofferenza verso gli scansafatiche. «C'è qualcosa che
voglio» ammisi .
Gemino tolse le gambe dal divano in modo da potersi sedere e fissarmi. «Questa è una
novità!» «Ti sbagli. Desidero solo una cosa. Il tuo magazzino ai Saepta contiene un letto poco
costoso ma decente?» Mio padre parve rattristato dalla delusione, ma si alzò per
accompagnarmici .
XXIII

I Saepta Julia erano una vasta zona recintata dove si tenevano le votazioni. Li aveva
ricostruiti l'energico Marco Agrippa. Il generale, genero di Augusto, rendendosi conto che non
avrebbe mai avuto la possibilità di diventare a sua volta imperatore, aveva raggiunto la fama
come meglio aveva potuto: costruendo edifici più grandi, più sfarzosi e più innovativi di
chiunque altro. Era stato abile a individuare i luoghi migliori da abbellire. Gran parte
dell'attuale Campo di Marte era opera sua .
Agrippa aveva trasformato i Saepta da una sorta di enorme recinto per le pecore in una delle
gemme del suo complesso commemorativo. Ora, dal punto di vista architettonico, essi si
armonizzavano con il Pantheon e le splendide Terme di Agrippa che si estendevano
maestosamente al suo fianco, famose soprattutto per l'accesso gratuito al pubblico. Marco
Agrippa aveva indubbiamente saputo come acquisire popolarità. Lo spazio racchiuso dai Saepta
era abbastanza vasto da poter essere usato per i combattimenti dei gladiatori, e ai tempi di
Nerone, era stato perfino allagato per simulare battaglie navali, creando non pochi problemi a
chi svolgeva la propria attività lavorativa. Gli uomini d'affari non sono favorevolmente colpiti
dal fatto di dover chiudere i propri locali per consentire l'accesso a uno stravagante gruppo di
triremi. Le mura di cinta, alte due piani, ospitavano una varietà di botteghe, soprattutto orafi e
fonditori di bronzo, oltre a individui come mio padre, che da anni guadagnava una fortuna con
il commercio di oggetti di antiquariato e opere d'arte di seconda mano .
Il luogo presentava anche altri vantaggi, di natura politica. Sarebbe stato utile anche a me
possedere un ufficio nei Saepta .
Era lì che le persone promuovevano il mio genere di attività. La presenza di mio padre
rappresentava il motivo principale per cui mi tenevo alla larga dalla zona, sebbene i Saepta Julia
fossero il luogo dove per tradizione bazzicavano gli investigatori .
Mi riferisco agli altri investigatori, quelli che avevano procurato alla mia professione la
pessima fama di cui godeva .
Questa feccia della società aveva prosperato sotto Nerone, appostandosi dietro le colonne
dei templi per ascoltare di nascosto commenti imprudenti dei devoti o usando le conversazioni
udite durante i banchetti privati per tradire i loro anfitrioni .
Prima che Vespasiano moralizzasse la vita politica, questi parassiti avevano intimorito
l'intero Senato. Tali spregevoli individui avevano accresciuto il potere dei favoriti di cattivi
imperatori e blandito le gelosie di madri e mogli di imperatori anche peggiori. I loro ferri del
mestiere erano gli scandali, il giuramento di questi infami in tribunale si poteva comprare per
un orecchino di smeraldi .
Appena iniziata la mia carriera avevo deciso che chi andava ai Saepta in cerca di un
investigatore non era un cliente a cui avrei potuto essere d'aiuto .
Persi un sacco di lavoro in quel modo. I contratti di affitto ai Saepta Julia erano molto
ricercati. Mio padre era riuscito a procurarsene due. Come Festo, conosceva sempre il modo per
ottenere ciò che voleva. Immagino che il fatto di possedere denaro contante fosse stato di aiuto,
ma probabilmente anche la reputazione lo aveva favorito. Mentre alcuni mercanti dovevano
faticare per sistemarsi in botteghe simili a buchi nel muro, Gemino aveva un complesso
esclusivo al piano superiore, con un balcone su cui poteva passeggiare e contemplare l'intero
recinto sottostante, oltre a un vasto magazzino al pianterreno, ovviamente più comodo per la
consegna di oggetti voluminosi o pesanti. Il suo ufficio, sempre arredato con stile, era contiguo
all'edificio dove venivano contati i voti: pulsante di vita durante le elezioni, e piacevolmente
tranquillo in altri periodi .
Incominciammo dal pianterreno, la sua principale zona espositiva. Dopo i consueti tentativi
di rifilarmi intelaiature tarlate di letti a tre gambe e divani con imbottiture approssimative e
dubbie macchie lasciate da malati a cui probabilmente erano appartenuti, convinsi il mio
genitore che per perpetuare il nome della famiglia avrei dovuto disporre di un'attrezzatura
decente. Mi trovò un letto. Rifiutai di pagare quello che sosteneva essere il suo valore, così, pur
di non perdere l'opportunità di avere un nipote in comune con l'illustre Camillo, dimezzò il
prezzo richiesto .
«Che ne dici di aggiungere un materasso in omaggio? Elena non può dormire sulla rete.»
«Mi piacerebbe sapere dove hai preso la tua faccia tosta!» «Nello stesso posto dove ho imparato
a non singhiozzare troppo quando i banditori fingono di trovarsi di fronte alla bancarotta. »
Grugnì, tirando per le lunghe il mio acquisto. «È molto disadorno, Marco...» Il letto aveva una
semplice intelaiatura di faggio, con le due estremità dalla forma quadrata. Mi piaceva la
guarnizione dentellata che ravvivava la testata. Il semplice fatto che avesse quattro piedi per
terra sarebbe stato un lusso in casa mia. «Ho qualche dubbio. È fatto per essere sistemato in una
nicchia nel muro» si affannò Gemino con aria scontenta .
«Non voglio gambe d'argento e tartaruga. Perché incoraggiare i ladri? Quando puoi fare la
consegna?» Mio padre sembrò offeso. «Conosci il sistema. Si paga in contanti, e l'acquirente
ritira la merce.» «Che marcisca il sistema! Portamelo non appena possibile e ti pagherò quando
ti vedo. Sto ancora alla Corte della Fontana.» «Quel mucchio di sterco! Perché non ti trovi un
lavoro decente e incominci a onorare i tuoi debiti? Mi piacerebbe vederti sistemare quella tua
ragazza in una bella casa di città con un atrio.» «Elena può fare a meno di corridoi di marmo e
sgabelli di riserva.» «Ne dubito!» disse lui. Anch'io, a essere sinceri. «Lei cerca un uomo di
carattere, non biblioteche e una latrina privata.» «Oh, quello lo ha trovato!» fece lui con
sarcasmo. «D'accordo, farò portare il letto nella tua topaia, ma non aspettarti che il favore si
ripeta. Non è per te che lo faccio... Elena ha acquistato un oggetto, così devo mandare
comunque un carretto sul Colle.» Provai una strana sensazione a sentire mio padre, che a stento
sopportavo, parlare con tale familiarità di Elena Giustina .
Non li avevo mai presentati, ma ciò non gli aveva impedito di farlo da solo alle mie spalle e
di assumersi all'istante i diritti paterni. «Quale oggetto?» domandai con un grugnito .
Sapeva di aver avuto la meglio su di me. Avrei potuto cancellargli quel ghigno dalla faccia
con la ramazza più vicina .
«Quella ragazza ha buon gusto» osservò. «Ti ha battuto di un soffio...» Non mi andava di
mostrarmi interessato, ma avevo indovinato. «Quel tavolo a tripode! Quanto le hai rubato?» Lui
ridacchiò in modo irritante .
I facchini stavano riportando la merce invenduta dal luogo dell'asta interrotta. Mentre
trasportavano dentro i pannelli brutalizzati, dissi: «Chiunque acquisti la casa dalla quale sono
stati strappati dovrà far riparare i buchi. Potresti mandare Micone a offrire la sua opera per
sistemarla» .
«Danneggiarla, vuoi dire? D'accordo, gli darò l'indirizzo.» «Se è fortunato, forse i nuovi
proprietari non avranno sentito parlare di lui. In ogni caso, i suoi pasticci possono essere coperti
prima che si notino. L'intonaco del muro avrà bisogno di essere pitturato» dissi fra me e me,
cercando di carpirgli informazioni senza che se ne accorgesse. «Sicuramente stavi già pensando
a una provvigione per consigliare un artista...» Mio padre non abboccò. Come Festo, sapeva
essere riservato quando si trattava del proprio lavoro. Tentai di nuovo. «Immagino che tu
conosca tutti i pittori da strapazzo?» Questa volta nei suoi occhi comparve quella luce che un
tempo aveva attirato le donne. Oggi era distaccata, torva e scettica. Sapeva che miravo a
qualcosa di particolare. «Prima il letto, adesso il restauro. Stai forse progettando di abbellire
come un palazzo il tuo lurido dormitorio? Attento, Marco! Non mi va di vedere decorazioni
inappropriate...» «Solo qualche piccola cosa» ribattei scherzando con poca convinzione. «Un
paesaggio con satiri per la camera da letto e una serie di nature morte nella cucina. Fagiani
morti e ciotole di frutta... Niente di eccessivamente sofisticato.» Non stavo approdando a nulla.
Dovevo essere diretto. «Elena deve avertene parlato. Devo rintracciare un gruppo di
imbrattamuri che una volta ho visto insieme a Festo in una misera osteria ai piedi del Celio. Era
una topaia che si chiamava Vergine.» «Lei me ne ha parlato» ammise lui, come qualcuno che
rifiuti di dare spiegazioni a un bambino sui doni che potrebbe ricevere per i Saturnali .
«Allora li conosci?» «Non ne so niente. Nessuna giuria» dichiarò mio padre «condannerà un
uomo per essere stato tenuto all'oscuro delle amicizie di suo figlio!» Ignorai la stoccata. In
preda alla collera, sbottai: «Immagino mi dirai anche di non sapere niente del progetto che
Festo stava portando avanti prima di morire?» .
«Infatti» rispose Gemino in tono piatto. «È esattamente quello che dirò.» «Non stai parlando
con Censorino!» gli rammentai. «No. Sto parlando con te.» Quel genere di conversazione
avviene solo nelle famiglie. «È uno spreco di aria buona» brontolò, poi si raddrizzò
bruscamente. «È proprio da te, cavalcare il mulo al contrario e fissare la coda che scaccia le
mosche dal sedere! Pensavo che ci saremmo arrivati già mezz'ora fa al soldato, ma tu devi
perdere tempo per strade secondarie, fingendo di non ricordare quello che ti hanno mandato a
scoprire... lo so che ti hanno mandato!» aggiunse in tono ironico quando feci per interromperlo.
Sapeva che non sarei venuto di mia volontà. «Se dobbiamo rivangare vecchi dolori,
incominciamo dall'inizio, e facciamolo in modo decente, bevendoci sopra un bicchiere!» A quel
punto mi afferrò per il gomito come se avessi sollevato troppo pubblicamente un argomento
delicato, e mi guidò lontano dal suo magazzino verso il rifugio sicuro del suo ufficio al piano
superiore .
Mi sentivo come un uomo a cui stavano per vendere uno scaldavino di falso argento con un
piede che continua a cadere .
XXIV

Durante le mie visite, molto sporadiche, avevo notato come l'ufficio di mio padre cambiasse
atmosfera e personalità quando liquidava tutti i pezzi pregiati che lo abbellivano. Era in questo
alloggio privato che venivano condotti i suoi migliori clienti, quelli che dovevano credere di
essere speciali almeno durante la mezz'ora che gli serviva per rifilare loro qualcosa .
Qui venivano fatti accomodare su avorio, argento cesellato o legni orientali dal dolce
profumo, mentre Gemino offriva coppe squisitamente decorate di vino aromatizzato e
raccontava frottole finché costoro non si ritrovavano ad acquistare più di quanto avrebbe
consentito il loro bilancio familiare. Quel giorno aveva un arredamento proveniente da
Alessandria: scrigni con raffinate pitture e tavolini dalle gambe slanciate, con motivi
ornamentali raffiguranti fiori di loto e ibis con le corna. Per completare l'aspetto egizio aveva
scovato lunghi ventagli di code di pavone (articoli che avevo già visto in precedenza) e
aggiunto cuscini sontuosamente guarniti di nappe allo strano e duro divano che stava lì da
sempre e non era in vendita. Dietro il divano era appesa una tenda color rosso scuro che
nascondeva la cassetta in cui teneva il denaro, murata nella parete .
Prima che incominciassimo a parlare, andò alla cassetta e vi ripose gli incassi della vendita
all'asta di quel giorno .
Sapevo che aveva precise abitudini riguardo al denaro. Non apriva mai la cassetta di fronte
al personale, tanto meno davanti ai clienti. Io ero trattato diversamente, uno dei pochissimi
modi in cui mostrava di riconoscere che facevo parte della famiglia .
In mia presenza andava tranquillamente alla cassetta e l'apriva con la chiave che portava al
collo, appesa a una cinghia, come se noi due, com'era stato fra lui e Festo, formassimo una
società di qualche genere. Ma succedeva soltanto da quando era morto mio fratello .
Lasciò cadere frettolosamente la tenda quando entrò un ragazzo portando il consueto
vassoio con il vino e ciotole di mandorle. «Salve, Falco!» disse sorridendo il giovanotto,
vedendomi addossato a una parete come una scopa di scorta .
Poi sembrò a disagio. Nessuno degli uomini che lavoravano per mio padre sapeva
esattamente come comportarsi con me .
Le prime volte in cui ero venuto qui avevo rifiutato di riconoscere qualunque parentela.
Ormai tutti sapevano che ero il figlio del padrone, ma capivano che i nostri rapporti non erano
facili come quelli con Festo. Nessuno poteva biasimarli se faticavano a capire la situazione, di
fronte a mio padre mi sentivo confuso anch'io .
Dato che non ero un cliente, il ragazzo sembrò indeciso riguardo ai rinfreschi, ma papà
afferrò la caraffa del vino, così ci lasciò il vassoio. «Quel capitano della ronda che conosci ti
cercava, Falco! Un certo giudice vuole interrogarti.» Sorpreso, ingoiai troppo in fretta le
mandorle, che mi andarono di traverso. Gemino assunse l'aria complice dei padri, ma aspettò
che il ragazzo se ne andasse prima di parlare: «Riguarda forse lo spiacevole fatto avvenuto da
Flora?» «Devo dedurre che conosci quella topaia?» Ebbi l'impressione che mi rivolgesse
un'occhiata sardonica .
L'osteria era spiacevolmente vicina a casa di mia madre. «Ci sono stato qualche volta.»
Flora esisteva solo da dieci o dodici anni, un'epoca successiva al ritorno di papà da Capua. Ma
Festo bazzicava abitualmente quel posto. Chiunque conoscesse Festo doveva averne sentito
parlare. «Elena mi ha detto che sei stato denunciato. Sembra che Petronio stia per pestarti la
coda.» «Mi ha concesso tempo» lo rassicurai, come un uomo di mondo minacciato da un
semplice creditore che gli avesse fatto un mantello nuovo e pretendesse irragionevolmente di
essere pagato .
«Davvero? Io ho una certa influenza» si offrì. «Non immischiarti.» «Da come sembra che si
stiano mettendo le cose, avrai bisogno della cauzione.» «Non si arriverà a quel punto.»
«Giusto.» Si trattava del nostro abituale allegro battibecco .
Lui non mi sopportava e la cosa mi divertiva. «Fammi sapere quando dovremo venire tutti
in tribunale ad applaudire mentre quei bastardi ti dichiarano colpevole!» Restammo in silenzio
mentre versava il vino. Lasciai il mio sulla mensola dove aveva appoggiato la coppa. «Oh, bevi
e non essere così sussiegoso. Ci siamo già trovati in una situazione del genere. Sei nei guai fino
al collo, ma non vuoi nessun aiuto, soprattutto da me.» «Oh, sì che voglio il tuo aiuto!»
esclamai stizzito. «Non mi aspetto di riceverlo, ma voglio sapere che cosa per l'Ade sta
succedendo.» «Siediti e calmati. Non sei in un'osteria da quattro soldi.» Rifiutai di sedermi, ma
mi sforzai di controllare il tono di voce: «Si tratta chiaramente di qualcosa successa prima che il
nostro famoso eroe si facesse infilzare a Betel. La mia opinione è che anche tu fossi coinvolto,
ma speravi che la faccenda fosse avvenuta troppo lontano perché le ripercussioni arrivassero fin
qui.» «Non ha niente a che fare con me.» Non tentò nemmeno di evitare l'ipocrisia .
«Allora non c'è motivo perché tu eviti di parlarmene! Dobbiamo guardare tutti in faccia la
realtà» dissi risoluto. «La Quindicesima è stata trasferita e tutti coloro ai quali, a quanto pare,
dobbiamo del denaro stanno facendo in modo di prendersi una licenza. Un uomo è venuto a
rimestare la ciotola della pappa d'avena, e adesso che è morto ne seguirà senza dubbio qualcun
altro. Questa cosa non finirà.» Mio padre chinò il capo, accigliato, convenendo almeno su quel
punto, così proseguii: «Chiunque abbia accoltellato Censorino potrebbe averlo incontrato per
caso... ma potrebbe anche essere implicato a sua volta in questa faccenda. Se è così, non mi va
l'idea di incontrarlo su una scalinata buia. Qualcuno in passato deve avere messo il piede in un
mucchio di sterco molto schifoso, e ora l'odore è arrivato fino a noi. Per il momento si è
appiccicato a me, ma non sarai sorpreso di sentire che ho in progetto di lavarmi ben bene» .
«Non ti basterà un progetto.» Sentii una stretta al cuore. «È una congettura o un dato di
fatto?» «Un po' tutti e due» disse mio padre .
Era pronto a parlare. Dato che la coppa di vino era a portata di mano e detesto gli sprechi,
l'afferrai e appoggiai il mio posteriore su uno sgabello basso. Avevo scelto un cantuccio stretto,
preferendolo a una sistemazione più comoda. Sopra di me, un dio con la testa di cane guardava
in basso dal fianco di un armadio con un ghigno imperscrutabile sul muso allungato.
«Dobbiamo parlare di Festo» insistetti a bassa voce .
Mio padre, quasi fra sé e sé, scoppiò in una breve risata. «Un argomento rilevante!» Tenne
lo sguardo fisso sul vino .
Stavamo bevendo da piccole e stupide coppe di metallo, oggetti elaborati concepiti per
incontri formali, non adatti a spegnere la sete. Lui teneva il suo fra la punta di due dita e il
pollice; aveva mani grandi dalle dita tozze, la stessa forma di quelle di mio fratello. Alla mano
destra portava uno splendido anello con sigillo in pietra di ematite e uno d'oro più piccolo con
la testa di un imperatore dei Claudii, un assortimento stranamente convenzionale per un uomo
che, facendo il suo mestiere, vedeva continuamente gioielli assai più pregevoli. In un certo
senso era più ordinario di quanto fossero i suoi due figli .
All'anulare sinistro portava ancora l'anello nuziale. Non ho mai capito perché. Forse non ci
aveva mai pensato .
«Marco Didio Festo...» Gemino corrugò la fronte. «Tutti pensavano che fosse speciale.
Forse lo era. O forse avrebbe solo potuto esserlo...» «Non diventare sentimentale» lo sollecitai
spazientito. «Festo possedeva talento e coraggio. Per mio fratello maggiore era una cosa da
nulla gestire un'impresa commerciale stando nell'esercito, a un migliaio di miglia di distanza.
Ma gli serviva un referente a questo capo del mondo, e dovevi essere tu.» «Abbiamo
partecipato insieme a qualche investimento» ammise .
«Per esempio?» Gemino fece un cenno con la mano. «Sei seduto sopra uno di essi.» La
mobilia egizia. «Festo ha scovato questa roba quando la Quindicesima si trovava ad
Alessandria. È arrivata con un carico spedito poco prima che lui morisse.» «Non l'ho vista
l'ultima volta che sono stato qui.». «No, ho appena deciso di disfarmene.» Sapevo che la scelta
di vendere poteva dipendere dallo stato d'animo. Un uomo poteva non avere la forza di lodare i
tesori del proprio socio defunto, tanto più se il socio era anche il figlio prediletto. «Quando
Festo è morto, questa roba è stata abbandonata. In un modo o nell'altro non riuscivo a
occuparmene. Ma quando è venuto a trovarmi quel soldato della Quindicesima, mi è ritornata in
mente. Non so perché l'ho conservata per tanto tempo, non è il mio genere, questa roba di bassa
qualità.» «Dove si trovava?» «Ce l'avevo in casa.» L'accenno alla casa dove viveva con la
donna con la quale era fuggito rese l'atmosfera più pesante. Sapevo dove viveva .
Non ero mai entrato, ma l'abitazione doveva essere strapiena di allettanti oggetti da
collezione. «Pensavo che potessi avere ancora un magazzino pieno delle raffinate importazioni
di mio fratello maggiore.» Mio padre sembrava incerto. «Può darsi che ci sia ancora qualcosa
nel vecchio granaio di Scarone.» Questo si trovava in campagna, nella fattoria del mio prozio
Scarone, un posto di cui papà si era servito per depositare merci per lunghi periodi dopo che
aveva sposato mamma. (L'uso gratuito dei fabbricati appartenenti ai suoi fratelli era stata una
buona ragione per prenderla in simpatia.) Mio padre aveva smesso di andarci quando aveva
abbandonato la famiglia, ma in seguito Festo si era impossessato del granaio. «Quando ho
contattato tuo zio Fabio, mi ha assicurato che era praticamente vuoto.» «Fabio non saprebbe
riconoscere una cassa con la dicitura 'Lingotti d'oro'! Ti dispiace se vado a dare un'occhiata
prima o poi?» «Se vuoi, ci andrai comunque, qualunque cosa io dica.» «Grazie per
l'autorizzazione!» «Tieni giù le mani dalla merce, se ce n'è.» «Io non rubo. Non dimenticare che
sono l'esecutore testamentario di mio fratello. In ogni caso, ci andrò solo se non sarò in
prigione. Devo rispondere ad alcune domande impegnative di Petronio prima di potere prendere
in considerazione una gita nei campi. Ascolta, parlami di Censorino. So che si lagnava di un
certo progetto che era andato a monte, ma non mi ha raccontato nessun particolare e non so
assolutamente perché fosse così reticente. Festo stava forse importando qualcosa di illegale
dalla Grecia?» Papà assunse un'aria indignata. «Perché mai avrebbe dovuto? Stai forse
insinuando che depredava templi o qualcosa del genere?» Lo ritenevo capace. «La Grecia è
piena di appetitosi oggetti d'arte» obiettò mio padre. «Non c'era alcun bisogno di saccheggiare
luoghi sacri. In ogni caso, non è un segreto .
Festo era entrato in possesso di un carico di statue, urne gigantesche e vasi. Aveva aggiunto
alcune merci non particolarmente pregiate provenienti dalla Siria e dalla Giudea: tele di lino,
tinture color porpora, tronchi di cedro.» «Sembri seccato.» «Io non sono uno squallido
mercante. Detesto quel genere di roba. Festo ha organizzato tutto da solo. Lo sa Giove come sia
entrato nei consorzi locali, ma sai bene com'era fatto. La corporazione della porpora di Tiro è
ufficialmente chiusa agli stranieri da un migliaio di anni, ma immagino che abbia accolto il
nostro ragazzo come un principe fenicio assente da lungo tempo... Lui ha noleggiato una nave
di nome Hypericon che è affondata al largo di Creta.» «Tu non eri coinvolto in questo affare?»
«No. Te l'ho detto. L'Hypericon era un'impresa sua. L'aveva progettata mentre si trovava in
Oriente. Per questo si è servito dei suoi compagni per trovare il capitale. Aveva sentito parlare
del carico. Era evidente che comprendeva oggetti di prima qualità e non c'era il tempo per
mettersi in contatto con me.» Sapevo che tra loro due era mio fratello quello dotato di spirito
imprenditoriale. Papà era il finanziatore. Festo trovava, papà acquistava e vendeva. La cosa
funzionava quando potevano prendere accordi in anticipo, ma sotto altri aspetti presentava delle
difficoltà. La corrispondenza con la Giudea richiedeva un periodo di tempo indefinito, da
quindici giorni, se i venti e le maree erano favorevoli, fino a sei mesi. Infinito, se la nave
affondava .
Analizzai a fondo la questione, per capirne i risvolti. «Se Festo avesse avuto accesso a un
buon bottino, non avrebbe permesso che la distanza intralciasse il suo progetto. Né la mancanza
di fondi. Così ha coinvolto i suoi amici e questi ci hanno rimesso i soldi. È una tragedia, ma che
cosa la rende tanto speciale? Perché solo adesso tutto questo trambusto? Che cosa c'era di
anomalo nel carico?». «Niente.» Gemino parlò con calma. «Per quanto ne so io, si trattava di
una partita di merce normale. A puzzare era il denaro che la finanziava » «Lo sai?» «Lo credo.»
«Perché?» «Ragionaci.» Esaminai il problema. «Di che cosa stiamo parlando... alcune vecchie
divinità di marmo e un mucchio di oggetti di alabastro?» «Non secondo Censorino. Stando a
quanto mi ha detto, Festo aveva messo le mani su una quantità di ceramiche di prima qualità
sufficiente a riempire un museo privato. Doveva trattarsi di una collezione di statue
eccezionale. Per questo motivo gli serviva più denaro contante del solito, ed era per questo che
non voleva rischiare di pregiudicare l'affare prendendo tempo per mettersi in contatto con me.»
«Non avevate accordi bancari all'estero?» «Fino a un certo punto.» Per un attimo mi chiesi se la
sua fiducia nell'integrità di mio fratello fosse limitata. Lui abbozzò un lieve sorriso,
accorgendosi dei miei dubbi. Ma mi fornì la spiegazione ufficiale: «Io non amo investire ingenti
somme in carichi provenienti dall'estero: un capitano disonesto, un funzionario delle dogane
difficile, una tempesta violenta, e si perde tutto. Festo l'ha scoperto a sue spese quando
l'Hypericon è affondata» .
«Era una testa calda. Aveva buon gusto, ma idee fantasiose.» «Vendeva illusioni» convenne
Gemino. C'era una traccia di ammirazione nella sua voce. La sua indole era prudente, quasi
cinica, e io l'avevo ereditata. Ma forse tutti e due ardevamo dal desiderio di essere capaci di
correre rischi avventati con la spensierata audacia di mio fratello .
«Non riesco ancora a capire come mai la Quindicesima apollinaris sia venuta a cercarci ora
per questa faccenda.» «La disperazione.» Il tono di voce di mio padre si fece più basso. «A
quanto pare il pezzo migliore del carico mancante aveva scritto sopra il nome dei legionari.
Dove pensi che un mucchio di centurioni in servizio attivo potesse procurarsi il denaro per
acquistare un Fidia?». «Un Fidia?» Mi aveva causato due violente emozioni in una volta sola.
«Non avevo mai sentito parlare di Festo come di uno che facesse incetta al mercato delle Sette
meraviglie del mondo.» «Aveva idee grandiose!» commentò con una scrollata di spalle. Non
era la prima volta, ma mi sentii declassato al secondo posto nella gerarchia familiare .
«Quando ho scherzato a proposito di spogliare i templi, non avevo in mente la statua di
Zeus di Olimpia!» «Lui mi ha detto che si trattava di un Poseidone» mi riferì mio padre in tono
distaccato. «Ha detto che la statua era abbastanza piccola. » «Ciò probabilmente significa che
era enorme! Tu lo sapevi?» domandai incredulo .
«L'ho scoperto solo quando era troppo tardi per provare gelosia. Avevo sentito che
l'Hypericon era affondata. Durante quell'ultima licenza Festo confessò di avere subito una grave
perdita con quella nave, e mi raccontò del Poseidone.» Festo doveva avere parecchio da
raccontare in proposito, anche dopo che il suo progetto era andato in fumo .
«E tu hai creduto alla storia?» «Ho faticato a prenderla sul serio. Festo era quasi sempre
ubriaco durante quella licenza... il che era comprensibile, se aveva davvero perduto un Fidia.
Mi sarei ubriacato anch'io. A dire il vero, l'ho fatto subito dopo che me l'ha raccontato.»
«Ebbene, è il dio appropriato, papà. Se Festo aveva davvero quella statua a bordo
dell'Hypericon, adesso giace in fondo al mare.» «Esattamente dove i suoi compagni della
Quindicesima probabilmente vorrebbero trovarsi adesso» brontolò mio padre «se regge la mia
teoria sul perché sono così agitati.» «Allora qual è questa tua teoria?» Il brutto presentimento
che provavo continuava a crescere .
Gemino scolò la sua coppa con un gesto di rabbia. «Che i rispettabili compagni di tuo
fratello si fossero comprati un Fidia svaligiando il forziere dei risparmi della loro legione.»
Appena lo disse, tutta quell'orrenda storia ebbe senso. «Per gli dèi. Se vengono scoperti, è un
delitto capitale.» «Probabilmente» mi disse papà, con quell'aria leggera e ironica che mio
fratello non aveva ereditato «Censorino sperava che tu e io avremmo restituito il denaro in
tempo per salvare la pellaccia a tutti loro. La rivolta giudea è ormai sotto controllo, la
Quindicesima apollinaris si è presa una pausa nelle proprie gloriose imprese militari, la vita
militare è tornata alla normalità e...» «Non dirlo! Ora si aspettano una visita dei revisori dei
conti del Tesoro!».
XXV

. Tutti i pezzi stavano andando a posto, ma ciò non mi rendeva affatto più felice .
Faceva freddo nella stanza. Il mio sedile nell'angolo era diventato così scomodo che avrei
voluto balzare in piedi e mettermi a girare per il locale, ma l'orrore mi impediva di muovermi .
Mamma mi aveva chiesto di riscattare il nome di mio fratello. Più scavavo in profondità, più
la situazione appariva grave. Se questa faccenda era vera, non potevo credere che Festo
ignorasse la provenienza del suo finanziamento. In realtà mi tormentava il dubbio che potesse
essere stato il mio fratellone a suggerire quell'idea .
Ogni legione dell'esercito possiede un forziere dei risparmi, depositato in un sancta
sanctorum sotto il sacrario del quartier generale. Oltre alle trattenute obbligatorie per il cibo e
l'equipaggiamento a cui è soggetto il soldo di ogni soldato e ai contributi versati alla cassa per
le esequie che consente ai soldati di ricevere una degna sepoltura, l'amministrazione garantisce
che, se arriveranno al congedo dopo venticinque anni di tribolazioni, se ne andranno per il
mondo con una certa posizione sociale: metà di ogni donativo imperiale viene messa al sicuro
per loro. Si tratta dei generosi contributi elargiti da ogni imperatore al momento dell'ascesa al
trono, o in altri periodi di crisi, per garantirsi la fedeltà delle legioni. Nel corso della sua
carriera un legionario deve dimostrarsi leale in parecchie occasioni, e questo non avviene a
buon mercato .
Il denaro è sacro. Se ne prende cura un gruppo di segretari e naturalmente tanto denaro
contante che giace permanentemente inutilizzato nei forzieri, alle selvagge frontiere dell'impero
rappresenta una tentazione irresistibile, l'occasione di uno scandalo che aspetta solo di
scoppiare. Ma, se c'era stato uno scandalo del genere, non ne avevo mai sentito parlare .
C'era da aspettarsi che mio fratello fosse coinvolto in questa favolosa prima volta! La mia
mente lavorava precipitosamente. Se la Quindicesima aveva un consistente buco nel proprio
forziere, dovevano esserci dei motivi per cui non era stato ancora scoperto. I forzieri dei
risparmi erano stati riempili spesso durante l'Anno dei quattro imperatori: quattro uomini nuovi
sul trono, durante una spietata guerra civile, avevano scoperto che compiacere le forze armate
costituiva una priorità assoluta. Una delle ragioni per cui era caduto Galba era stata la sua
riluttanza a pagare il tradizionale donativo all'esercito quando aveva conseguito la porpora. I tre
successori avevano tratto insegnamento dal suo cadavere sanguinante nel Foro, e avevano
prontamente contribuito. Con tutti quei depositi straordinari, i centurioni della leale
Quindicesima avrebbero potuto mettere delle grandi pietre in fondo al forziere della legione, e
farla franca con quel sotterfugio .
Ma i giorni incerti erano finiti. Ora il loro famoso generale Vespasiano era diventato
imperatore e stava sistemando il suo posteriore sul trono imbottito di cuscini per un lungo
regno: figlio di un esattore delle imposte, era assai portato per il conteggio del denaro contante.
Il ritorno alla normalità offriva più tempo ai funzionari per dividere in mucchi le monete e
spuntare elenchi sui loro rotoli di papiro. Con il Tesoro ridotto alla bancarotta, quella di revisore
dei conti rappresentava una professione promettente a Roma. Dappertutto si trovavano contabili
zelanti alla ricerca di denaro mancante. Non sarebbe passato molto tempo prima che qualcuno
scoprisse un buco delle dimensioni di un Fidia, magari anche piccolo, nel forziere di una
prestigiosa legione .
«Non si tratta certo di buone notizie per il nome della famiglia» osservai .
Mio padre aveva l'espressione di chi si aspetta di vedere smascherato il proprio figlio, eroe
nazionale, con l'aggravante che a prendere l'iniziativa era l'altro suo figlio. «Sembra che non ci
sia altra scelta: perdere il nome della famiglia oppure perdere la fortuna della famiglia per
proteggerlo.» Il suo era un commento fondamentalmente cinico .
«In questo caso si tratterebbe della tua fortuna. È una scelta che io non ho!» «Fantastico!»
commentò Gemino senza alcun entusiasmo .
«Dobbiamo essere preparati ad affrontare parecchi guai. Non tengo molto alla mia
reputazione, ma non mi va di trovare dei soldati furiosi che si aggirano per la casa di mia madre
con l'intenzione di spaccarmi la testa. C'è qualcos'altro che dovrei conoscere a proposito di
questo pasticcio?» «Non che io sappia.» Il modo in cui lo disse mi fece capire che c'era altro da
scoprire .
La giornata era stata già abbastanza faticosa. Lasciai perdere e passai ad altro: «Una cosa mi
lascia perplesso» .
L'affermazione era decisamente troppo modesta, ma dovevo essere pratico. Mi sarei
demoralizzato a calcolare tutti i misteri di quella storia. «Festo ha prestato servizio in Egitto e in
Giudea .
Il carico perduto proveniva dalla Grecia. Sarei troppo pedante se chiedessi com'è stato
possibile?» «Si serviva di un agente. Aveva conosciuto un uomo ad Alessandria.» «Sembra
l'inizio di una storia molto spiacevole!» «Be', conosci Festo. Aveva sempre un lupino intorno a
sé .
Andava in giro per i vicoli e le taverne equivoche.» Mio padre voleva dire che Festo era
sempre coinvolto in numerose piccole iniziative, combinava affari e forniva servizi in ogni
momento .
«È vero. Se c'era un uomo che vendeva amuleti falsi, Festo lo conosceva sicuramente.»
«Ciò non significa che acquistasse prodotti dall'odore sospetto» polemizzò Gemino, difendendo
il suo compianto ragazzo .
«Oh no!» canticchiai in tono faceto. «Ma qualche volta si faceva imbrogliare.» «Non in
questo affare.» «Bene, quantomeno teniamo presente la possibilità! Alessandria è una città dalla
dubbia fama, tanto per cominciare .
Ovunque andasse, si poteva stare certi che Festo avrebbe fatto comunella con l'uomo evitato
da tutti gli altri. Sappiamo il nome dell'agente di cui si serviva?» «Tu che cosa ne pensi?»
«Nessun nome!» «Chiamiamolo Nessuno, come Ulisse. Nessuno frequentava il mondo dell'arte.
Ha raccontato a Festo che si sarebbe potuto procurare dei pregevoli manufatti greci.
Probabilmente l'ha fatto. Questo è tutto quello che so.» «Festo ha mai ispezionato
personalmente il carico?» «Certo. Tuo fratello aveva la testa sulle spalle» insistette papà. «Festo
l'ha visto in Grecia.» «Ha trovato il modo di andarci?» «Sì. Festo era un ragazzo in gamba.»
«Credevo che l'Hypericon fosse salpata da Cesarea.» «È questa la storia che ti ha raccontato
Censorino? Probabilmente la nave ci è andata in seguito, così Festo ha potuto aggiungere il
legno di cedro e la tintura. Forse è stato lì che ha pagato all'agente i vasi e l'altra merce.»
«L'agente ha proseguito il viaggio con la nave?» Mio padre mi rivolse una lunga occhiata.
«Non ne ho idea.» «La ferita che ha portato a casa il mio fratellone aveva qualcosa a che fare
con l'affondamento della nave?» «È stata la ragione per cui si è procurato la ferita, penso.»
Festo aveva fatto in modo di venire a casa per sistemare le cose. Ciò significava che, almeno in
parte, la soluzione del problema si trovava qui a Roma. Così perlomeno avevo una piccolissima
possibilità di trovarla .
La mia domanda successiva sarebbe stata se anche gli avvenimenti a cui avevo assistito quel
giorno alla vendita all'asta c'entravano con questa storia. Non gliela feci mai. La nostra
conversazione venne interrotta da un bambino molto irruente e molto stanco .
Aveva circa dodici anni. Si chiamava Gaio. Era il secondogenito di mia sorella Galla, un
monello con un certo temperamento .
Quasi tutto in lui era piccolo per la sua età. Aveva la solennità di un patriarca e i modi di un
bifolco. Crescendo, Gaio sarebbe probabilmente diventato un uomo modesto e colto, ma per il
momento preferiva essere difficile. Gli piaceva portare calzari troppo grandi per lui. Si era
tatuato il suo nome su un braccio in caratteri greci con qualcosa che passava per tintura blu, e
alcune delle lettere suppuravano. Non si lavava mai. Una volta al mese, su insistenza di Galla,
lo portavo alle terme in un momento di quiete e lo ripulivo con la forza .
Irrompendo nella stanza, si gettò su un divano vuoto, respirò profondamente, si pulì il naso
sul polso di una tunica dal colore orrendo e disse ansimando: «Per Giove, ci vuole fegato a darti
la caccia! Non restartene lì a tremare, zio Marco .
Dammi da bere!». XXVI .
Tre generazioni della famiglia Didio si scrutavano con circospezione. Ignorai la richiesta del
vino. Visto che io non accennavo a muovermi, Gemino ne versò due dita al monello. «Oh
nonno, non fare lo spilorcio!» Gaio sollevò con mano esperta la caraffa del vino e se ne versò
dell'altro. Io recuperai la caraffa, poi riempii di nuovo il mio bicchiere finché c'era la
possibilità .
Il nostro anfitrione riacciuffò la caraffa con fare burbero e la scolò fino all'ultima goccia.
«Che cosa vuoi, marmocchio?» «Un messaggio per quella grana lì» rispose, guardandomi di
traverso .
A casa era noto come "Dov'è Gaio?", perché nessuno lo sapeva mai. Vagabondava da solo
per la città, assorto in un suo mondo di progetti e sotterfugi: un tratto familiare. Superava
perfino Festo, un perfetto malvivente .
Tuttavia, suo padre era un barcaiolo e quindi nessuno riusciva a biasimarlo. La pulce
d'acqua era un donnaiolo senza speranza e perfino la mia ottusa sorella lo cacciava di casa il più
spesso possibile. In circostanze del genere, era da escludere che i figli potessero essere
raffinati .
Lo fissai con benevolenza. Gaio non si lasciò impressionare, ma con la severità non avrei
ottenuto di più. Non c'è nulla che si possa fare, di fronte a un nanerottolo sveglio con una tunica
sudicia e troppo grande che si comporta come un uomo con il doppio della vostra età. Mi
sentivo come un moccioso foruncoloso di dieci anni cui hanno appena spiegato da dove
vengono i bambini... e che non crede a una sola parola di quanto ha sentito. «Parla, per
Mercurio! Qual è il messaggio, Gaio?» «Petronio ha offerto mezzo denario alla prima persona
che ti scova.» Credevo che Petro avesse più buonsenso. «Gli altri corrono tutti qua e là come
gibboni dal culo pelato.» Gaio andava fiero del proprio vocabolario affascinante. «Fra tutti loro,
nemmeno una pista. Io, però, ho usato la zucca!» «Come mai?» chiese ammiccando mio padre.
Gaio si stava mettendo in mostra per lui. Agli occhi dei nipoti, papà era un pericoloso rinnegato
con una profonda ombra di mistero. Viveva fra le luccicanti sale degli orafi dei Saepta, in una
caverna piena di incantevoli cianfrusaglie. Lo consideravano tutti un uomo fantastico. Il fatto
che mia madre sarebbe impazzita se avesse saputo che venivano lì a fargli visita rendeva solo la
situazione più intrigante .
«È evidente! Petro ha detto che aveva intenzione di venire in questo posto, così sono corso
subito qui!» «Ben fatto!» commentai, mentre mio padre esaminava il complicato rampollo di
Galla come se pensasse che, forse, aveva individuato un nuovo socio in affari (dato il mio
atteggiamento inidoneo). «Mi hai trovato. Ecco una moneta di rame per avermi avvertito.
Adesso smamma.» Gaio esaminò la mia moneta, nel caso fosse falsa, sogghignò, poi la depose
in una borsa legata alla cintura che sembrava più pesante della mia. «Non lo vuoi il
messaggio?» «Pensavo fosse quello.» «C'è dell'altro!» mi garantì lui. In questo modo intendeva
stuzzicarmi .
«Scordatelo.» «Oh, zio Marco!» Privato del suo momento d'oro, Gaio era tornato a essere
un bambino. Il suo sommesso lamento si diffuse per l'ufficio mentre mi alzavo per recuperare il
mantello .
Comunque non si perse d'animo. «Riguarda quel diadema di lusso che hai convinto a pagare
i tuoi conti al posto tuo!» «Ascolta, ragazzino, è l'amore della mia vita quella che stai
insultando. Non parlare di Elena Giustina come di un'istituzione benefica, e non t'azzardare a
insinuare che ronzo intorno alla signora con l'intenzione di sequestrarle il denaro!» Ebbi
l'impressione che mio padre celasse un sorriso. «Elena Giustina» dichiarai in tono solenne «è
troppo astuta per farsi ingannare da un raggiro del genere.» «Lei cerca il carattere!» spiegò papà
al ragazzino. «Così si è attaccata a un fallito!» ribatté Gaio con un risolino. «Dove sta il suo
fascino, nonno? È bravo a letto o che altro?» Gli tirai l'orecchio, più forte di quanto ne avessi
avuto l'intenzione. «Sei solo geloso perché Elena è affezionata a Lario.» Lario era suo fratello
maggiore, quello timido e con l'animo artistico. Gaio ruttò volgarmente a quel paragone. «Gaio,
non c'è bisogno che tu mi dica il messaggio. Lo conosco già .
Petronio vuole arrestarmi, e io non voglio saperlo.» «Sbagliato» mi informò Gaio, anche se
alla fine si era un po' demoralizzato. Doveva sapere che probabilmente, una volta appresa la
notizia, l'avrei picchiato. La sua voce si fece molto più incerta quando, piuttosto nervoso,
annunciò: «Petronio ha arrestato la tua Elena!» .
XXVII

. Il giudice viveva in una maestosa dimora del genere che avrei potuto facilmente desiderare.
Peggio ancora, quella casa avrebbe potuto perfino indurmi ad aspirare al suo rango .
Pur essendo isolata, la villa si trovava in città, a poca distanza dal Vico Longo, non era né
troppo grande né troppo piccola. Era dotata di alcune belle stanze che servivano a
impressionare i visitatori ufficiali, ma per il resto abbastanza intima. Marponio non conduceva
mai gli interrogatori nel misero corpo di guardia di Petro, ma si faceva condurre lì i criminali .
Aveva una coscienza sociale. Voleva che i galeotti come me, vedendo quello che si poteva
ottenere grazie a crimini più legali, decidesse di ravvedersi. Paragonate alla speculazione e
all'usura, cose dappoco come il furto e l'omicidio incominciavano ad apparire poco redditizie,
oltre che estremamente faticose .
Perfino l'attività dell'investigatore sembrava non portare da nessuna parte .
Introdussi la mia persona in un massiccio colonnato di marmo. Le borchie elaborate e le
lucenti guarnizioni di bronzo della porta, a mio giudizio, erano eccessive, ma come figlio di un
banditore avevo potuto appurare che la maggior parte delle persone ha gusti grossolani. Sotto i
fronzoli, la porta appariva solida, di legno duro. Il giudice purtroppo apparteneva alla categoria
di chi ama rovinare un buon materiale .
Marponio e io non saremmo mai andati d'accordo sull'arredamento. Io ero un poeta del
tempo libero con una natura raffinata e un'occupazione che richiedeva sensibilità, umanità .
Il giudice era un ottuso delinquente appartenente al ceto medio che era diventato ricco, e
quindi importante, vendendo enciclopedie scientifiche agli "uomini nuovi". Per "uomini nuovi"
intendo gli ex schiavi e gli stranieri, stabilitisi a Roma, individui con i forzieri straripanti ma
senza educazione, che volevano apparire colti. Potevano permettersi di acquistare opere
letterarie a peso e, aspetto più rilevante, munirsi di schiere di schiavi istruiti che le leggessero
ad alta voce. A Roma le opportunità di offrire un po' di lustro ai villani rifatti non mancavano,
data la facilità con cui si passava da una classe sociale a un'altra. Così, se un trattato era in
greco, incomprensibile e composto di venti pergamene, Marponio lo faceva trascrivere dalla sua
squadra di scrivani. Usava papiro di prima qualità, inchiostro di galla nero e legno di sandalo
dal profumo intenso per le estremità. Inoltre, faceva sì che gli schiavi parlassero in modo
raffinato. Così si facevano gli affari. Si trattava di un trucco efficace. Peccato che non ci avessi
pensato anch'io .
Mi lasciarono ad aspettare per un po'. Quando finalmente fui ammesso alla festa, trovai
Marponio, Petro ed Elena seduti insieme, alquanto imbarazzati. La prima cosa che notarono
tutti fu la mia faccia ammaccata a causa della rissa scoppiata durante la vendita all'asta: non
male come inizio! Eravamo in una sala decorata in oro e rosso acceso. Sui pannelli murali era
dipinta una breve serie di avventure di Enea, raffigurato come un individuo piuttosto
tracagnotto e con le gambe storte: una diplomatica allusione dell'artista al fisico del
proprietario. La moglie del giudice era morta, pertanto a Didone era stato risparmiato un tale
affronto e poteva apparire come una ragazza giovane, molto bella e voluttuosa, a cui i
drappeggi procuravano qualche problema. L'artista si considerava un esperto di veli trasparenti .
Come il suo Enea, Marponio aveva la testa dalla sommità piatta e una cascata di capelli
chiari e ricciuti che si diradavano ai lati della fronte, piuttosto quadrata. Il suo deretano era
troppo grosso, così tendeva a incedere impettito come un piccione con la coda troppo grande.
Quando entrai stava giusto spiegando a Elena che era "un uomo ricco di idee". Era presente una
schiava per decoro e inoltre poteva contare sulla protezione di Petro, ma Elena sapeva che cosa
avevano in mente gli uomini. Ascoltava con l'espressione tranquilla che usava sempre nelle
situazioni stressanti, ma il suo viso pallido rivelava ciò che veramente provava .
Attraversai la stanza e la baciai in modo formale, sulla guancia. Elena chiuse per un attimo
gli occhi, con sollievo. «Mi dispiace, Marco...» Mi sedetti accanto a lei su un divano
dall'elaborata doratura e le tenni teneramente la mano nella mia. «Non scusarti mai!» «Tu non
sai che cosa ho fatto!» Dissi a Marponio: «Salve, giudice! Mi pare di capire dall'odore di pittura
fresca che i tomi scientifici garantiscono ancora un buon guadagno!» Sembrò combattuto.
Voleva mettermi in riga, ma trovava difficile resistere all'impulso di parlare di affari. Era
orgoglioso delle sue fatiche. Purtroppo andava fiero anche di essere un giudice. «Peccato che ti
resti il tempo di assecondare l'interesse per la criminologia. Quali sono le accuse contro la mia
ragazza?» «Ci siete dentro entrambi in questa faccenda, Falco!» Aveva una voce aspra, e il suo
effetto era penetrante come quello di una spada fatta scorrere su un piatto di ceramica .
Mi accorsi che Petronio Longo aveva l'aria imbarazzata. La cosa mi scoraggiò. Di rado
faceva molto rumore, ma era perfettamente in grado di trattare Marponio con il disprezzo che
meritava. Se Petro restava così silenzioso la situazione doveva essere realmente grave .
Quando si accorse del mio sguardo indagatore gli feci un cenno con il capo. «Devi una
ricompensa al mio famigerato nipote Gaio per avermi trovato. Ma voglio sia messo a verbale
che sono venuto qui di mia spontanea volontà.» Lo sguardo fisso di Petro continuava a non
essermi di nessun aiuto .
Affrontai il suo loquace superiore. «Allora, che cosa succede, Marponio?» «Sto aspettando
che arrivi qualcuno a fare da portavoce alla signora.» Le donne non posseggono identità
giudiziaria, non è consentito loro di apparire in tribunale, deve essere un parente maschio a
rappresentarle .
«Lo farò io. Farò le veci di suo padre.». «È stato mandato un messaggio al senatore» si
affannò Marponio. Elena contrasse le labbra e perfino Petronio ebbe un sussulto. Speravo che
Camillo Vero fosse introvabile, rintanato dentro terme pubbliche sconosciute .
«Falco parlerà per me» disse freddamente Elena, aggiungendo: «Se devo avere un uomo
come portavoce!» .
«Mi occorre il tuo tutore» la corresse Marponio. Era uno scocciatore pedante .
«Noi ci consideriamo sposati» disse Elena. Mi sforzai di non apparire come un marito al
quale hanno appena comunicato che i conti di casa sono tre volte superiori al previsto .
Il giudice era scandalizzato. Mormorai: «Socialmente, è solo una data segnata sul
calendario, anche se un uomo con la tua padronanza delle Dodici tavole saprà riconoscere che il
puro e semplice accordo di due parti rende valido il contratto di matrimonio» .
«Non fare il furbo, Falco!» Marponio conosceva a fondo le tavole della legge, ma gli
capitava raramente di incontrare donne che infrangessero le regole. Lanciò un'occhiata a
Petronio in cerca di aiuto, sebbene si stesse chiaramente ricordando che non si fidava della sua
lealtà. «Che cosa dovrei fare a questo proposito?» «Temo che sia vero amore» proferì Petronio,
con l'aria cupa dell'ingegnere addetto ai lavori pubblici che segnala una fognatura rotta nelle
vicinanze .
Decisi di non scombussolare l'etica borghese del giudice con ulteriori dimostrazioni di
arguzia. Era più abituato alle minacce. «Marponio, Elena Giustina è innocente. Camillo è dotato
di notevole senso civico, ma il fatto che la sua nobile figlia venga arrestata per errore potrebbe
urtarne la tolleranza .
La decisione migliore sarebbe quella di constatare i fatti prima che arrivi il senatore, e
accoglierlo restituendogli la figlia con le pubbliche scuse.» Avvertii nei presenti un momento di
imbarazzo. Nel profondo degli splendidi occhi scuri di Elena apparve un guizzo di turbamento e
percepii la sua tensione dal modo in cui mi stringeva la mano. C'era qualcosa di più grave che
ancora non sapevo .
Entrò uno schiavo e informò il giudice che i messaggeri non erano riusciti a trovare Camillo
Vero. Lo stavano ancora cercando, ma nessuno sapeva dove fosse al momento. Che uomo in
gamba. Il mio futuro suocero (come sembrava meglio considerarlo mentre fingevamo di essere
rispettabili) sapeva quando rintanarsi in un fossato .
La sua giudiziosa figliola si sforzò di essere cortese con il giudice: «Fai le tue domande. In
linea di principio non sono contraria a rispondere in presenza di Didio Falco e di Lucio Petronio
Longo, che è uno stimato amico di famiglia. Chiedimi quello che vuoi. Se loro mi
consiglieranno di rimandare la risposta riguardo un particolare argomento, potremo
interromperci fino all'arrivo di mio padre» .
L'amavo. Detestava mostrarsi così remissiva, e detestava Marponio perché si era bevuto la
sua messinscena. «Come alternativa» gli dissi a mia volta «possiamo stare tutti seduti intorno a
una coppetta di dolci al miele e, mentre aspettiamo il suo furioso genitore, puoi cercare di
vendere alla signora tredici rotoli di pergamena sulla fisica in una cassetta da biblioteca in
filigrana.» Elena si vantò con tono dimesso: «Se tratta di particelle infiammabili, credo di
averle già lette» .
«Devi essere cauto» punzecchiai Marponio. «Il capitano della ronda ha arrestato una
ragazza colta!» «Aspetto di ricevere presto una serie di ingiunzioni!» scherzò amaramente,
controllandosi. Marponio poteva essere un fastidioso pedante, ma non era stupido. Se un uomo
possedeva un briciolo di senso dell'umorismo, era probabile che Elena gli tirasse fuori la parte
migliore .
«In realtà, questo la scagiona dall'omicidio» dissi sorridendo. «Lei non si caccia mai nei
guai, sta sempre raggomitolata sui cuscini della casa, con il naso dentro qualche pergamena...»
Mentre scherzavamo, gli occhi di Elena mi continuavano a mandare messaggi angosciati.
Cercavo disperatamente di scoprire la causa. «Dolcezza, forse l'uomo che consideri tuo marito
può chiederti rispettosamente perché sei seduta in casa di un estraneo con l'espressione
angosciata e tutelata in modo piuttosto superficiale?» «Questo è un interrogatorio ufficiale» mi
interruppe Mar- ponio, reagendo con affettazione alla critica sottintesa. «È un'udienza privata
della mia corte! La signora sa che sono un giudice assegnato al tribunale permanente relativo
alla Lex Cornelia contro assassinii e produzione di droghe...» «Veleni, accoltellamento e
parricidio» spiegai a Elena. Il tribunale criminale speciale era stato costituito dal dittatore Silla.
Dopo centocinquant'anni si era rivelato un clamoroso fallimento per quanto riguarda il tentativo
di eliminare gli omicidi nelle strade, ma almeno gli assassini erano processati da persone
competenti, e questo soddisfaceva Roma. Il pretore possedeva la lista completa dei giudici eletti
localmente che poteva chiamare per giudicare un caso, ma Marponio si era spacciato per un
esperto. Amava le sue funzioni. (Amava il prestigio.) Quando si interessava alle prime fasi di
una particolare indagine, aveva la certezza che, se gli ufficiali della ronda avessero catturato
qualcuno, sarebbe stato scelto per il dibattimento .
Ora avevano catturato me. L'angoscia di Elena mi spinse ad attaccare Marponio. «Quella
legislazione non prevede forse una pena da infliggere con fuoco e acqua per chi istiga un
giudice a muovere falsamente un'accusa capitale?» «È esatto.» Aveva risposto con eccessiva
calma. Era troppo sicuro di trovarsi dalla parte della ragione. i guai si stavano leccando i baffi,
pronti a venirmi incontro. «Non è stata ancora mossa alcuna accusa.» «Allora perché la signora
si trova qui?» «Probabilmente sarà incriminata.» «Con quale imputazione?» Fu Elena a
rispondermi. «Per avere agito come complice.» «Oh, per Bacco!» Guardai Petronio. I suoi
occhi, marroni, onesti e sempre sinceri, mi dicevano di crederlo. Tornai a guardare Elena. «Che
cos'è successo oggi? So che sei andata ai Saepta a fare visita a mio padre.» Mi seccava dover
accennare a Gemino, ma pensavo fosse una buona idea far sembrare che Elena dedicasse le
proprie attenzioni alla famiglia .
«Dopo è successo qualcosa?» «Stavo andando a casa di tua madre. Lungo la strada» disse
con aria abbastanza colpevole «sono passata per caso davanti all'osteria di Flora.» Incominciai a
preoccuparmi. «Continua!» «Ho visto che portavano via il corpo di Censorino. La strada era
momentaneamente ostruita, così ho dovuto aspettare .
Naturalmente viaggiavo in una lettiga» precisò, capendo che erano necessarie alcune
sottigliezze. «Mentre eravamo bloccati lì davanti, i portatori hanno parlato con il cameriere
dell'osteria e, per caso, lui si è lamentato del fatto che avrebbe dovuto rimettere in ordine la
stanza affittata.» «E allora?» «Allora mi sono offerta di aiutarlo.» Lasciai andare la sua mano e
incrociai le braccia. L'orrendo ricordo di quella stanza insanguinata dove Censorino era stato
assassinato tornò a farsi strada con forza nella mia mente .
Dovetti scacciarlo. Petronio sapeva che c'ero stato, e questo mi rendeva già abbastanza
colpevole. Ammetterlo con Marponio sarebbe stata la mia chiave per la cella di una prigione .
Mandarci la mia ragazza sembrava il gesto di un uomo disperato. Sapevo perché l'aveva
fatto. Voleva rovistare nella stanza in cerca di prove che potessero scagionarmi. Ma qualunque
estraneo avrebbe dedotto che ci era andata per eliminare ogni indizio contro di me. Marponio
l'avrebbe sicuramente pensato .
Perfino Petro avrebbe mancato al proprio dovere se avesse ignorato quella possibilità. Il suo
profondo senso di infelicità pervadeva la stanza quasi come un odore. Mai prima di allora ero
stato così consapevole di sottoporre a una grave pressione la nostra lunga amicizia .
«È stato stupido» ammise Elena, risoluta. «Mi sono offerta d'impulso.» Io sedevo
ammutolito, incapace di chiedere se fosse salita fino alla macabra scena al piano superiore. Dal
suo pallore sembrava probabile. Il senso di impotenza mi toglieva il fiato. «Sono arrivata solo
alla cucina al pianterreno» proseguì, come se le avessi comunicato il mio strazio. «Poi mi sono
resa conto che la mia presenza lì avrebbe solo peggiorato le cose per te.» «Allora che cosa è
successo?» riuscii a dire con voce roca. «Il cameriere sembrava avere un disperato bisogno di
compagnia. Immagino che fosse terrorizzato all'idea di entrare da solo nella stanza
dell'omicidio, perfino dopo aver saputo che il corpo non c'era più. Stavo cercando di pensare a
una scusa per andarmene, senza offendere quel pover'uomo, quando è arrivato Petronio.» Lo
fissai. Finalmente lui mi rivolse la parola. «Incoraggiare la tua fidanzata dall'educazione
raffinata a visitare quella scena cruenta sembra grave, Falco.» «Solo se fossi colpevole!»
Doveva sapere che stavo per perdere la calma. «E non ce l'ho mandata io.» «Una giuria
probabilmente non ti crederebbe» commentò Marponio .
«Le giurie sono notoriamente stupide! Per questo il pretore ascolterà il tuo parere su questa
accusa prima di lasciare che le cose arrivino in tribunale.» «Oh, darò qualche buon consiglio al
pretore, Falco.» «Se per te la giustizia è qualcosa di più che un passatempo per dilettanti, il tuo
consiglio potrà solo essere che questo caso puzza!» «Io non lo penso.» «Allora non pensare...
fine della questione! Io non avevo alcun motivo per uccidere il centurione.» «Voleva del denaro
da te.» L'atmosfera era cambiata e ora il giudice , senza averlo annunciato in modo formale, mi
stava interrogando .
«No, pretendeva di avere un credito nei confronti di mio fratello. Ma la pretesa era
traballante. Marponio, non voglio calunniare i valorosi centurioni della gloriosa Quindicesima,
ma indagini riservate da me svolte indicano che non avrebbero potuto avanzare troppo
apertamente quella pretesa. In ogni caso, dove sono i tuoi fatti? Censorino è stato visto vivo
mentre cenava all'osteria molto tempo dopo che io me ne ero andato ed ero tornato a casa dalla
mia famiglia. Petronio Longo ha controllato i miei movimenti del giorno seguente, e anche se
forse c'è un periodo per il quale non ho testimoni che possano fornirmi un alibi, nessuno potrà
dire di avermi visto da Flora quando il soldato ha perso la vita.» «Il fatto che tu abbia avuto una
lite così violenta con lui...» «Mi esclude! Abbiamo avuto un alterco molto strano, iniziato da
lui, di fronte a un pubblico molto curioso. Se basi su questo il tuo processo, mi reputi un uomo
molto stupido.» Marponio aggrottò la fronte. Per un attimo ebbi l'illusione di avere il controllo
della situazione, poi la sensazione mutò .
Fece un cenno a Petronio. Stavano per contestarmi qualcosa di spiacevole di cui avevano
parlato in precedenza .
Petronio Longo, con l'aria sempre più afflitta, si alzò dal suo sedile all'altra estremità
dell'elegante sala e venne verso di me. Srotolò un pezzo di stoffa che aveva tenuto nascosto ed
estrasse un oggetto perché lo esaminassi. Lo tenne appena fuori dalla mia portata, e si accertò
che sia Marponio sia Elena potessero osservare la mia faccia .
«Lo riconosci, Falco?» Avevo una frazione di secondo per prendere la decisione sbagliata.
Indugiare sarebbe stato come dare una risposta .
Stupidamente, decisi di essere onesto. «Sì» dichiarai. «Sembra uno dei coltelli da cucina di
mia madre.» Allora Petronio Longo mi disse con voce pacata: «Elena Giustina lo ha trovato
stamattina fra altri utensili sul banco per cucinare dell'osteria» .
XXVIII

I criminali se la danno a gambe. Per un istante seppi il perché. Fissai il coltello. Non
avrebbe certo suscitato l'entusiasmo di un coltellinaio. Possedeva un manico di osso nodoso
attaccato con un robusto anello di ferro a una lama che si assottigliava in una solida punta. La
punta era leggermente storta come se in passato il coltello fosse rimasto impigliato e fosse stato
piegato. Un danno del genere in un attrezzo robusto non poteva essere riparato .
Era uguale a tutti gli altri coltelli di mia madre. Non costituivano un vero e proprio servizio,
ma erano arrivati tutti dalla campagna quando si era sposata. Si trattava di oggetti resistenti che
mamma brandiva con notevole forza. Parecchie altre famiglie a Roma dovevano avere attrezzi
simili. Ma sapevo che questo apparteneva a lei. Sul manico erano incise le sue iniziali: "GT",
Giunilla Tacita .
La stanza era abbastanza grande, ma all'improvviso mi sembrò angusta e piena del fumo dei
bracieri che la riscaldavano .
C'erano alte finestre quadrate. Sentivo la pioggia picchiettare contro i vetri costosi e una
finestra sbattere. Alcuni schiavi tarchiati con i capelli tagliati corti si aggiravano qua e là in
continuazione. Mentre io ero lì con la minaccia dell'esilio o di qualcosa di molto peggio che
incombeva sul mio capo quei citrulli andavano e venivano, portando via ciotole vuote e
occupandosi delle lampade. Elena appoggiò di nuovo la mano sulla mia, sentii che era
ghiacciata .
Ora Marponio procedeva in modo rigoroso. «Petronio Longo, hai mostrato questo coltello
alla madre di Didio Falco?» «Sì, signore. Ammette che doveva essere suo in origine, ma
sostiene di averlo perduto almeno vent'anni fa.» «Come può esserne sicura?» «Ha riconosciuto
la punta deformata.» La tranquillità di Petro mentre rispondeva pazientemente alle domande del
giudice riusciva solo a deprimermi ulteriormente. «Si ricordava che era rimasto impigliato nello
sportello di una credenza quando i suoi figli erano piccoli.» «E lei sa spiegare come sia finito
nell'osteria?» «No, signore.» «Descrivi com'è stato ritrovato.» Ora Petronio aveva l'espressione
risoluta. Fece il suo rapporto con impeccabile neutralità: «Avevo ordinato la rimozione del
cadavere questo pomeriggio. In seguito sono entrato nell'osteria allo scopo di completare la
perquisizione della scena del delitto. In precedenza, a causa del cadavere non era stato possibile
svolgere un'indagine accurata. Ho visto Elena Giustina parlare con il cameriere ai piedi della
scala che dalla cucina sale alle camere affittate» .
«Me ne rammento!» disse Marponio con enfasi. «Quando mi sono avvicinato, Elena si è
girata verso di me e mi è parso che notasse questo coltello sul ripiano di lavoro .
Lo ha raccolto. Entrambi abbiamo mangiato spesso a casa della madre di Falco. Abbiamo
riconosciuto tutti e due il modello e le iniziali. Elena non ha fatto alcun tentativo di
nasconderlo, me lo ha consegnato all'istante. Come puoi vedere, è stato lavato, ma intorno
all'attaccatura del manico ci sono tracce di colore rossastro.» «Ritieni che si tratti di sangue?»
«Temo di sì.» «Che spiegazione ne dai?» Petro pronunciò adagio le parole. «Ho chiesto al
cameriere del coltello. Non gli ho detto che sapevo da dove proveniva .
Sosteneva di non averlo mai visto prima, non era uno di quelli che usava abitualmente.» «È
questa l'arma che ha ucciso Censorino?» Petronio rispose con riluttanza. «Potrebbe. Se il
cameriere dice la verità, l'assassino può essere andato all'osteria portandosi appresso la propria
arma. Quando è sceso dalla camera da letto, l'ha lavato in uno dei secchi d'acqua che si trovano
sempre nella zona della cucina, poi ha gettato il coltello in mezzo agli altri utensili.» «Voi state
cercando qualcuno intelligente» intervenni, sarcastico. «Era un posto perfetto per nascondere un
attrezzo da cucina. Peccato che sia stato individuato!» Elena mormorò in preda all'angoscia:
«Mi dispiace, Marco .
L'ho semplicemente visto e l'ho raccolto». Mi strinsi nelle spalle. «È tutto a posto. Io non ce
l'ho mai messo.» «Non puoi dimostrare di non averlo fatto» sentenziò il giudice .
«E tu non puoi dimostrare che io l'abbia fatto!» Elena domandò a Marponio: «Sei davvero
convinto che, sapendo che qualcuno era stato accoltellato al piano di sopra, il cameriere non
avrebbe notato un coltello insolito fra i propri attrezzi?» .
«Epimandos è alquanto vago» dissi. Marponio sembrava contrariato, sapeva che non
sarebbe stato molto vantaggioso presentare in tribunale uno schiavo. (Peggio ancora se, come
credevo, Epimandos era un fuggiasco.) Petronio concordò con me: «Lui tiene un'accozzaglia di
attrezzi da cucina abbandonati qua e là nel retro dell'osteria. È assente, trasandato ed era fuori di
sé dopo la scoperta del cadavere. Avrebbe potuto perdere qualsiasi cosa» .
Gli ero grato per l'aiuto, ma dovevo andare avanti. «Petronio, io non riesco ancora ad avere
la certezza che questo coltello abbia ucciso il centurione. Flora non è certo famosa per l'igiene.
Può darsi che le macchie rosse non siano affatto sangue o, se lo sono, potrebbero essere state
lasciate dalla carne tagliata. Intendo dire che non puoi dimostrare che questa sia l'arma del
delitto.» «No» rispose in tono piatto. «Ma la dimensione corrisponde a quella delle ferite.»
Sembrava troppo piccolo, appoggiato sulla sua grande mano. «È abbastanza affilato» aggiunse.
Tutti i coltelli di mia madre lo erano. Potevano sembrare malfatti, ma lei li usava parecchio.
Avrebbero affettato abbastanza facilmente un cavolo, portandosi via anche la punta di qualche
dito sbadato .
«Il coltello poteva trovarsi ovunque dal momento che mamma l'ha perso. Non è legato a
me.» «Tu sei suo figlio» fece notare Petronio. «È noto che Giunilla Tacita è molto protettiva.
Non posso essere certo che il coltello fosse stato smarrito basandomi sulla sua parola.» «Non
mentirebbe, nemmeno per me.» «È così?» domandò Marponio, rivolto a me, a Elena e a
Petronio. In realtà nessuno di noi era sicuro. Sforzandosi di mostrarsi ragionevole, il giudice mi
disse: «Tu sai bene che se mi portassi tutte queste prove a carico di un indiziato, ti aspetteresti
che io ordinassi un rinvio a giudizio» .
«Non sono d'accordo. Io stesso non ne sarei convinto.» Marponio sbuffò. Aveva un'opinione
troppo elevata del proprio ruolo nel mondo per tenere in considerazione il mio punto di vista. Io
avevo le mie idee su quale fosse il suo posto: a faccia in giù in un canale di scolo pieno d'acqua
e con appoggiato sopra un rinoceronte .
Lanciai un'occhiata a Petro, che lentamente disse: «Falco, non voglio credere che tu l'abbia
fatto, ma non ci sono altri sospetti, e tutte le prove indiziarie ti accusano». «Grazie» replicai.
Incominciavo a sentirmi esausto. La situazione era disperata .
Non potevo dire o fare nulla per uscirne, o per farne uscire Elena, che appariva come mia
complice in un pasticciato tentativo di nascondere le prove. Il giudice aveva concluso il suo
interrogatorio. Decise di prendere in custodia tutti e due .
Di norma avrei chiesto aiuto a Petronio. Ma, poiché era l'ufficiale incaricato dell'arresto,
dovevo aspettare che qualcun altro si facesse avanti con la nostra cauzione .
Qualcuno l'avrebbe fatto. La famiglia di Elena Giustina sarebbe stata felicissima di avere
l'opportunità per rimproverarmi di averla cacciata in quel guaio .
Saremmo stati tenuti temporaneamente a casa del giudice. Marponio ci fece rinchiudere in
due stanze separate, ma appena nella casa regnò la quiete trovai il modo di uscire dalla mia
stanza e andare nella sua. L'unico sollievo fu che anche Elena stava cercando di rompere la
serratura della sua stanza con una spilla .
XXIX

. Entrai e mi appoggiai all'uscio, cercando di apparire disinvolto. Elena aveva fatto un passo
indietro. Mi fissò, tenendo ancora stretta la spilla. I suoi occhi, nei quali si leggevano la colpa e
la paura, brillavano più che mai per l'ansia ora che ero arrivato. I miei erano sorridenti.
Probabilmente .
«Salve, tesoro. Stai cercando di evadere per venire a cercarmi?» «No, Marco. Sto cercando
di scappare prima di dover affrontare la tua collera.» «Io non mi arrabbio mai.» «Be', non lo
ammetti mai.» Non avrei mai potuto arrabbiarmi con Elena Giustina quando replicava con quel
lampo di determinazione negli occhi .
Ci trovavamo in un guaio serio, tuttavia, e lo sapevamo tutti e due. «Mi sto semplicemente
chiedendo come possiamo uscire da questo pasticcio, al quale devi riconoscere di avere
contribuito...» «Non cercare di essere ragionevole, Falco. Lo sforzo ti fa diventare rosse le
orecchie.» «Ebbene, se volevi rendermi la pariglia per la mia scappatella con Marina, avrei
potuto suggerire qualche modo meno drastico.» Mi interruppi. I suoi occhi erano pieni di
lacrime .
Elena aveva commesso un terribile errore e, dietro quell'ostentazione di orgoglio, era
desolata. «Riuscirò a tirarci fuori da questo pasticcio» dissi più dolcemente. «Preparati soltanto
a qualche battuta sgradevole da parte di tuo padre quando dovrà venire strisciando da Marponio
per sganciare la tua cauzione.» «Hanno mandato a chiamare anche il tuo.» «Il mio non verrà.»
Non voleva essere consolata, ma ormai ci eravamo riconciliati. «Marco, che cosa è successo
alla tua faccia?» «Ha sbattuto contro il pugno di qualcuno. Non preoccuparti, dolcezza.
Marponio non ha abbastanza prove contro di noi per fissare la data di un'udienza in tribunale.
Significa che dovrà rilasciarci. Se sarò libero su cauzione, almeno potrò proseguire le mie
indagini senza dovere continuamente evitare Petronio. » Elena appariva afflitta. «Adesso il tuo
migliore amico sa che vivi con una stupida! » Le sorrisi. «Lo sapeva già. Pensava che tu fossi
matta a metterti con me.» «Ha detto al giudice che era vero amore.» «E ha forse torto?» Presi la
spilla che teneva ancora in mano e gliela rimisi a posto con cura. «Marponio gli crede
abbastanza da rinchiuderci in celle separate per evitare la collusione. Bene, allora...» Elena
rispose con un po' di incertezza all'ampio sorriso che le avevo rivolto. Le tesi le braccia.
«Allora, mia cara, colludiamo!».
XXX

Il padre di Elena impiegò tanto di quel tempo ad arrivare che temetti volesse tenerci sulle
spine. Era assai probabile che si rifiutasse di pagare la cauzione per far rilasciare me, ma ero
sicuro che avrebbe liberato Elena. Sua madre avrebbe insistito affinché lo facesse .
Elena era tormentata dalla sua coscienza. «È tutta colpa mia! Ho notato il coltello e l'ho
preso perché mi sono chiesta che cosa ci facesse lì un oggetto di tua madre...» La consolai,
tenendola stretta. «Zitta! Tutti i membri della mia famiglia vanno da Flora. Uno qualunque di
loro avrebbe potuto decidere di portarsi il proprio coltello del pane per aggredire il pane
vecchio di una settimana. E sono tutti abbastanza svampiti da esserselo dimenticato lì.» «Forse
uno di loro se ne ricorderà...» Se il responsabile, come credevo, era Festo, lo si poteva escludere
.
Eravamo distesi su un divano. (Solo per comodità, avevo abbastanza tatto da non sedurre la
mia ragazza sotto il naso di un "uomo ricco di idee".) In ogni caso, era un divano duro .
Nonostante il buio la stanza appariva più elegante di quella dove ero stato rinchiuso io.
Come cella per la figlia di un senatore, era passabile. L'arredamento comprendeva un
poggiapiedi dorato per il divano, lampade spente, un piccolo tappeto orientale appeso a una
parete, tavolini su cui erano appoggiati oggetti artistici e vasi disposti su mensole. Un ceppo di
melo fumava in un braciere. Era confortevole. Avevamo un po' d'intimità. In realtà non c'era
motivo di affrettarci a togliere le tende .
«Perché sorridi, Marco?» Teneva la faccia nascosta nel mio collo, così mi sorprese che se ne
fosse accorta .
«Perché sono qui con te...» Forse sorridevo perché avevamo pareggiato i conti .
«Vuoi dire che, come al solito, ci troviamo in un terribile guaio, ma stavolta è colpa mia...
Non mi perdonerò mai per questo.» «Invece sì.» La casa era immersa nel silenzio. Marponio
era il tipo che cenava da solo per poi ritirarsi nel suo studio a rileggere l'apologia di Sesto
Roscio fatta da Cicerone. Se mai avesse ingaggiato una danzatrice, lo avrebbe fatto solo
affinché lo ascoltasse mentre si esercitava in passi di oratoria raffinata .
Accarezzando i capelli di Elena, lasciai che la mia mente ripercorresse gli eventi di quella
giornata. Poi i miei pensieri vagarono ancora più lontano, tornarono all'infanzia e alla
giovinezza, per cercare di dare un senso al complicato fallimento che mi aveva condotto a quel
punto .
Fino a quel momento avevo stabilito che mio fratello, l'eterno imprenditore, aveva
probabilmente cospirato con i suoi compagni centurioni per svaligiare il forziere con i risparmi
della loro legione, aveva acquistato quella che poteva essere una straordinaria statua antica e la
sua nave era affondata .
Non potevo provarlo, ma nutrivo il forte sospetto che l'agente impiegato da Festo si fosse
reso irreperibile insieme alla statua prima del naufragio. Ciò, probabilmente, era un bene .
Forse sarei riuscito a scovare l'agente e a ricavare rapidamente un denario dal Fidia .
Forse l'agente non c'entrava per niente in questa faccenda. Forse la nave non era realmente
affondata .
In quel caso mi trovavo di fronte a una possibilità più sgradevole. Forse non era mai
affondata, e forse Festo lo sapeva .
Poteva avere mentito sull'Hypericon e avere venduto segretamente la merce per poi fuggire
con il denaro. Se le cose erano andate così, io non potevo fare nulla. Era troppo tardi per
incassare qualcosa dal Fidia, non disponevo del denaro per rimborsare i legionari e non potevo
riscattare il nome di mio fratello per conto di mia madre .
Quasi tutto quello che avevo scoperto era sospetto. Sembrava che fossimo incappati in uno
dei peggiori guai combinati da mio fratello nel corso delle sue mitiche avventure: le sue
imprese commerciali nella zona grigia dell'economia .
Nonostante si fossero sempre rivelate fallimentari, Festo in genere riusciva a uscirne illeso.
Mio fratello era solito camminare su sentieri pericolosi, come una vespa sul bordo di un vaso di
miele. Forse questa volta aveva perso l'equilibrio e ci era caduto dentro .
Elena si spostò in modo da potermi vedere. «A che cosa stai pensando, Marco?» «Oh,
all'Età dell'oro.» «Intendi il passato?» «Esatto. Lo splendente, glorioso passato ormai perduto...
Probabilmente non così glorioso come pretendiamo tutti.» «Parlamene. A che cosa ti riferisci in
particolare?» «È possibile che tu ti sia unita a una famiglia molto equivoca.» Elena scoppiò in
una risata ironica. Eravamo legati da un'amicizia così intima che potevo raccontarle
l'impensabile .
«Incomincio a chiedermi se mio fratello, l'eroe, non abbia vissuto i suoi ultimi giorni come
ladro candidato alla destituzione.» Elena probabilmente se lo aspettava, perché si limitò ad
accarezzarmi la fronte in silenzio, lasciando che procedessi con calma. «Come potrò mai dirlo a
mamma?» «Prima accertati che le cose stiano davvero così!» «Forse non glielo dirò.» «Forse lei
lo sa già» suggerì Elena. «Forse vuole che tu chiarisca la situazione.» «No, mi ha chiesto di
riscattare il suo nome! D'altra parte» ragionai in modo poco convincente «forse tutto questo ha
solo l'apparenza dello scandalo, ma l'apparenza inganna.» Elena sapeva come la pensavo: non è
così che funzionano gli scandali .
Cambiò argomento e si sforzò di sollevare il mio umore malinconico informandosi su
quanto mi era successo quel giorno prima che ci incontrassimo da Marponio. Descrissi la
vendita all'asta interrotta, poi le riferii ciò che avevo appreso da Gemino sull'ultima impresa
commerciale di mio fratello, compreso il Poseidone di Fidia. Conclusi raccontandole di avere
ricevuto da quel terribile monello di Gaio l'ingiunzione a presentarmi al cospetto del giudice e
di avere lasciato mio padre nel suo ufficio, circondato dai relitti, come una vecchia divinità
marina in una grotta .
«Somiglia a te» fu il suo commento. «Che fuggi dal mondo rintanandoti lassù nella tua
abitazione al sesto piano dell'Aventino.» «Non è la stessa cosa!» «A te non piace che le persone
ci vengano.» «Portano seccature.» «Anch'io?» mi stuzzicò .
«Tu no.» Le feci una smorfia. «Neppure oggi.» «Forse» suggerì Elena pensierosa «anche
tuo fratello maggiore possedeva un rifugio segreto da qualche parte?» In tal caso, non ne avevo
mai sentito parlare. Tuttavia, dietro quel suo atteggiamento allegro e aperto, Festo nascondeva
parecchi segreti. Viveva con la madre, pertanto era possibile che si servisse di un rifugio. Solo
Giove sapeva che cosa avrei trovato ad attendermi se mai lo avessi scoperto .
Interrompemmo la discussione perché Marponio in persona entrò per informare Elena che
suo padre era arrivato a liberarla. Il giudice, per ricevere un personaggio tanto illustre aveva
indossato la sua toga migliore e sfoderava un largo sorriso perché la cauzione che aveva preteso
dal nobile Camillo per rilasciare la sua pericolosa figliola era assai cospicua .
Quando mi vide nella stanza parve seccato, ma non fece alcun commento. Invece, annunciò
divertito che sarei stato liberato anch'io su cauzione .
«Da chi?» domandai sospettoso. «Da tuo padre» disse Marponio con un sogghigno.
Evidentemente sapeva che l'idea mi sarebbe riuscita insopportabile .
Accompagnati dai nostri genitori come un assassino e la sua complice, riuscimmo a non
ridacchiare, evitando di sembrare due sciocchi, ma ci sentivamo due cattivi adolescenti che
venivano ricondotti a casa dopo essere stati in prigione per una birichinata commessa nel Foro
che avrebbe fatto inorridire le nostre anziane prozie se mai ne avessero sentito parlare .
Quando arrivammo, i nostri due salvatori avevano stretto alleanza. Si erano già incontrati in
precedenza. Ora li accomunava la vergogna e, grazie al suadente servitore che aveva offerto
loro il vino del giudice, erano entrambi un po' brilli .
Gemino, in ginocchio, stava esaminando una grande urna proveniente dall'Italia meridionale
che pretendeva di avere origini ateniesi. Camillo Vero era riuscito a mantenere un po' più di
contegno, ma non molto. Mi rivolse un saluto incerto, mentre commentava ad alta voce con mio
padre: «Immagino che, in questo caso, non si tratti semplicemente di lamentarci per i loro
passatempi costosi, i banchetti sfrenati e gli amici spaventosi!» .
«Mai avere figli!» fu il consiglio di mio padre a Marponio. «E a proposito, giudice, la tua
urna è incrinata.» Marponio si precipitò a esaminare l'oggetto rovinato. Mentre se ne stava
chino sul pavimento, riuscì a dire qualche parola frettolosa sul fatto che ci rilasciava affidandoci
alla custodia familiare, sui doveri di sorveglianza dei padri e così via. In cambio, papà gli diede
il nome di un uomo che avrebbe potuto rendere invisibile la crepa (uno appartenente a una
schiera di discutibili artigiani conosciuti ai Saepta Julia). A quel punto il giudice si rimise in
piedi, strinse la mano a tutti come un ruffiano melodrammatico che ha permesso il ritrovamento
di gemelli da tempo perduti, e ci lasciò andare .
Quando uscimmo nella rigida notte invernale, i nostri padri si stavano ancora congratulando
a vicenda per la loro generosità, scherzavano su come controllare la nostra libertà sulla parola e
litigavano per decidere in quale delle loro case dovessimo essere portati a cenare .
Roma era fredda e buia. Era abbastanza tardi perché le vie diventassero pericolose. Elena e
io eravamo affamati, ma avevamo sopportato abbastanza. Borbottai che se volevano
controllarci, saremmo stati da mia madre, poi ci lasciammo cadere entrambi nella lettiga che
avevano fatto venire per Elena e ordinammo ai portatori di partire a passo spedito. Diedi a voce
alta istruzioni per la casa di mia madre, poi, una volta girato l'angolo, ordinai di portarci alla
Corte della Fontana .
Adesso avevo una missione impossibile, un'incriminazione per omicidio e due padri
indignati che mi davano la caccia .
Ma almeno, quando giungemmo alla nostra abitazione, scoprimmo che era arrivato il letto
nuovo .
XXXI

La mattina successiva Elena restò sorpresa vedendomi balzare fuori dal letto alle prime luci
dell'alba .
Non fu facile. Il nuovo letto era stato un successo da diversi punti di vista, alcuni molto
personali, e ci aveva offerto una notte di sonno estremamente confortevole. Ci svegliammo
sotto un enorme copriletto imbottito di piume che avevamo portato dalla Germania, caldi come
uccellini in un nido. Accanto al letto, in bella mostra, c'era il tavolino di bronzo regolabile a tre
gambe che Elena aveva acquistato da Gemino, come regalo per me, a quanto pareva .
«È per il mio compleanno? Mancano tre settimane.» «Mi ricordo quando è il tuo
compleanno!» mi assicurò Elena .
Si trattava in parte di una battuta ironica, a causa di un'occasione in cui mi ero scordato del
suo, e in parte di nostalgia .
Quella data infatti era anche l'anniversario della prima volta che l'avevo baciata, quando
ancora non avevo realizzato la spaventosa verità che mi ero innamorato di lei o ancora non
riuscivo a credere che lei potesse essersi innamorata di me. Ci trovavamo in una orribile taverna
della Gallia e ancora mi sbalordiva la spavalderia con cui l'avevo avvicinata, per non parlare di
tutto quello che avevo fatto dopo. Dal modo in cui sorrideva, anche Elena probabilmente stava
ripensando a quella circostanza. «Credevo che avessi bisogno di tirarti su di morale.» «Non
dirmi quanto te lo ha fatto pagare, non voglio deprimermi.» «D'accordo, non te lo dirò.»
Sospirai. «No, è meglio che tu me lo dica. È mio padre. Mi sento responsabile.» «Niente.
Quando ho detto che mi piaceva, me lo ha regalato.» Fu a quel punto che balzai fuori al freddo.
«Per gli dèi, Marco! Che cosa succede?» «Il tempo si sta esaurendo.» Elena si alzò a sedere,
avvolta nella nostra coperta germanica, e mi fissò attraverso un groviglio di bellissimi capelli
scuri. «Mi pareva avessi detto che l'indagine sarebbe stata meno urgente ora che non dovevi più
evitare Petronio?» «Questo non ha niente a che fare con l'indagine.» Mi stavo infilando altri
indumenti .
«Torna qui!» Elena si lanciò attraverso il letto e mi serrò fra le braccia. «Spiegami il
mistero!» «Nessun mistero.» A dispetto della strenua resistenza, la spinsi di nuovo nel letto e le
rimboccai teneramente la coperta .
«Soltanto una cambiale non pagata di quattrocentomila sesterzi che all'improvviso è
scaduta.» Cessò di divincolarsi, così riuscii a baciarla. «Ieri ho scoperto che una certa signorina
sconsiderata è disposta a dichiarare pubblicamente, davanti a un giudice, che di fatto siamo
marito e moglie... e ora scopro che i miei parenti ci mandano regali per mettere su casa! Quindi
dimentica l'indagine. In confronto all'impellente necessità di raggranellare una dote, una
faccenduola come essere indiziato in un caso di omicidio diventa trascurabile.» «Sciocco!»
Elena scoppiò in una risata. «Per un istante ho creduto che fossi serio.» Non aveva tutti i torti.
Per un uomo nella mia misera posizione che si innamora della figlia di un senatore, per quanto
l'adori, è rischioso sperare di poter approdare a qualcosa .
Lasciai che si gustasse l'esilarante prospettiva di sposarmi, senza prendermi la briga di
preoccuparla comunicandole di aver parlato seriamente .
L'euforia che provavo per la mia recente decisione riguardo a Elena mi accompagnò per
circa due strade, mentre scendevo dall'Aventino diretto all'Emporium. Poi ripiombai nella
normalità .
Il fatto di dover trovare quattrocentomila sesterzi rappresentava già di per sé un problema
abbastanza grave. Se volevo Elena, dovevo farlo, ma la cifra era ancora ben al di là della mia
portata. Ancora più deprimente, però, mi risultava il compito che stavo per affrontare: far visita
a un altro dei miei cognati .
Lo cercai sul luogo di lavoro. Non c'era. Me lo sarei dovuto aspettare. Trattandosi di un
burocrate, naturalmente era in vacanza .
Mia sorella Giunia, la più altolocata, aveva sposato un funzionario della dogana. A
diciassette anni, era stata questa la sua idea di ascesa nella scala sociale. Adesso di anni ne
aveva trentaquattro. Gaio Bebio era salito di grado ed era arrivato a dirigere altri funzionari
all'Emporium, ma Giunia aveva senza dubbio sogni più grandiosi, nei quali non figurava un
marito che si limitava a gironzolare per le banchine riscuotendo tasse. a volte mi chiedevo se
per Gaio Bebio non sarebbe stato meglio cominciare a fare assaggiare al cane la propria cena .
Un cane lo possedevano, soprattutto per esporre sulla porta una targa che avvertisse le
persone di stare in guardia. Aiace era un bel cane. Be', almeno lo era stato, prima che gli affanni
della vita lo prostrassero. Ormai si dedicava ai propri doveri di cane da guardia con la stessa
serietà con la quale il suo padrone esercitava le proprie importanti funzioni all'ufficio della
dogana. Il saluto amichevole di Aiace ai mercanti consisteva nello strappare loro l'orlo della
tunica, e sapevo di almeno due azioni legali intentate dopo che aveva staccato pezzi di gamba a
qualche ospite. Avevo perfino testimoniato per uno dei querelanti, episodio che non mi avevano
ancora perdonato .
Ad Aiace non piacevo. Quando arrivai davanti all'ingresso leggermente maleodorante della
casa di mia sorella, cercando innocentemente di entrare, tirò il guinzaglio al punto che la cuccia
incominciò a scivolare per il pavimento. Riuscii a passare con un balzo, con il suo lungo muso a
un dito dal mio polpaccio sinistro, imprecai sottovoce contro il cane e gridai un benvenuto
piuttosto ansioso a chiunque fosse in casa .
Comparve Giunia. Nei miei confronti, aveva la stessa opinione di Aiace. Nel suo caso, era
legittima, poiché la mia nascita l'aveva privata del suo ruolo di più piccola della famiglia .
Il rancore contro di me durava da circa trent'anni, ed era quindi nato assai prima che io
parlassi a un magistrato del suo cane mordace .
«Oh, sei tu! Se entri, togliti i calzari. Sono coperti di fango.» Li stavo già slacciando, non
era la prima volta che andavo a casa di Giunia .
«E tu vuoi sistemare il tuo cane?». «Buono, Aiace!». «Quanti venditori ambulanti di cipolle
ha già ucciso oggi?» Mia sorella ignorò la battuta, ma chiamò suo marito. Dovettero impegnarsi
tutti e due per trascinare il cane e la cuccia al loro posto e per calmare quella creatura
furibonda .
Salutai Gaio Bebio, che aveva lasciato a metà la sua colazione ed era arrivato leccandosi il
miele dalle dita. Pareva imbarazzato di essersi fatto trovare con la tunica da casa e la barba di
due giorni. Gaio e Giunia amavano mostrarsi in pubblico soltanto in abito da cerimonia, lei
appoggiata con aria sottomessa al braccio destro di lui. Trascorrevano la loro esistenza
esercitandosi per la lapide funeraria. Mi intristivo ogni volta che mi trovavo a meno di sei piedi
da loro .
Non avevano figli. Questo spiegava forse la loro indulgenza con Aiace. Il cane li dominava
come un erede viziato. Se la legge l'avesse permesso, lo avrebbero ufficialmente adottato .
Il fatto di essere la sola donna senza figli in una famiglia assai feconda come la nostra aveva
consentito a Giunia di godersi il proprio diritto all'amarezza. Si manteneva molto elegante, la
sua casa era così pulita che le mosche morivano di paura e se le chiedevano dei figli rispondeva
che occuparsi di Gaio Bebio le dava già abbastanza da fare. Come lui procurasse tanto lavoro
rappresentava un mistero ai miei occhi. Lo trovavo stimolante quasi quanto guardare evaporare
una vaschetta per uccelli .
«Ho sentito dire che sei in vacanza?» «Oh, si tratta solo di pochi giorni» gorgheggiò Giunia
in tono sbrigativo .
«Naturalmente passerete quattro mesi nella vostra villa a Surrentum non appena il tempo
migliorerà!» Scherzavo, ma mia sorella arrossì perché era ciò che amavano dare a intendere a
chi li conosceva meno bene. «Gaio Bebio, ho bisogno di parlarti.» «Mangia qualcosa per
colazione, Marco.» Probabilmente mia sorella sperava che rifiutassi, così anche se avevo
comprato un pezzo di pane mentre andavo a casa loro, accettai per principio. Alcune persone
quando si arricchiscono non vedono l'ora di spendere il denaro, Giunia e suo marito
appartenevano a un genere diverso, e per certi aspetti erano sgradevolmente taccagni.
Cambiavano continuamente i mobili, ma non sopportavano l'idea di sprecare denaro per
qualche parente affamato .
Giunia fece strada verso la sala da pranzo. Era larga circa tre piedi. La loro era la consueta
piccola proprietà in affitto, ma recentemente Gaio Bebio vi aveva apportato delle migliorie,
aggiungendo qualche tramezzo. Questi stavano in piedi, purché nessuno si appoggiasse alle
pareti, e consentivano loro di fingere di avere un triclinio separato dove potevano tenere i
banchetti. In realtà adesso si doveva mangiare pigiati su sgabelli allineati contro un tavolo
basso. Purtroppo, il risultato del progetto architettonico di mio cognato era che, a causa del
tavolo, non restava spazio nemmeno per un letto triclinare .
Presi posto a fatica ed evitai di fare commenti. Lui andava davvero fiero del proprio stile di
vita elevato .
Giunia mi servì una piccola fetta di pane, facendo in modo di darmi la parte bruciata, e un
frammento di formaggio sbiadito e insapore. Nel frattempo Gaio Bebio continuava a masticare
rumorosamente un ammasso di carne fredda .
«Piatti nuovi?» domandai cortesemente, poiché il mio sembrava visibilmente tale .
«Sì, abbiamo pensato che fosse ora di investire nelle ceramiche aretine. Una lucentezza così
meravigliosa...» «Oh, non sono male. Ne abbiamo acquistate alcune anche noi» replicai. «Elena
e io volevamo qualcosa di un po' più originale. Detestiamo uscire a cena e trovare lo stesso
servizio con il quale mangiamo a casa... Il nostro servizio ci è stato regalato da un affabile
vasaio di una piccola località che ho scoperto quando stavamo in Germania.» «Davvero?» Era
sempre stato impossibile punzecchiare Giunia. Non credeva al mio interesse per il vasellame da
tavola di qualità superiore .
«Dico sul serio.» Nelle rare occasioni in cui riuscivo a superare quegli arroganti cafoni mi
piaceva che lo sapessero .
«Addirittura!» Giunia fece tintinnare i braccialetti e ostentò un'aria affabile. «Che cosa
volevi chiedere a Gaio Bebio?» Mi ero stufato di provocare i miei anfitrioni, così passai agli
affari. «Sono costretto a districare un garbuglio che il nostro amato Festo si è lasciato alle
spalle.» Vidi che si scambiavano un'occhiata: la notizia della mia missione mi aveva preceduto.
Giunia mi esaminò come se sapesse che Festo stava per essere smascherato come malfattore e
desse la colpa di tutto a me. «Avete incontrato il soldato che si era accampato a casa di
mamma?». «È morto...» «E pensano che sia stato tu?» Dovevo aspettarmelo da Giunia .
«Chiunque lo creda ha bisogno di una testa di ricambio, sorella!» «Non volevamo dire
questo.» «Grazie, Giunia! Fingere che i problemi non esistano finché la pentola non trabocca è
una specialità della nostra famiglia, ma questa volta non funzionerà. Ho un disperato bisogno di
scagionarmi prima di finire in tribunale con un'accusa di omicidio. Sembra che tutto dipenda da
Festo e dai suoi traffici .
Gaio, il soldato, ha tirato fuori una certa storia su alcune importazioni. Sai dirmi questo:
quando Festo spediva in Italia oggetti dall'estero, le sue navi facevano scalo a Ostia?» «Per
quanto ne so. Immagino» suggerì Gaio Bebio con un tono moralista «che per Festo il fatto di
avere un cognato che lavora alla dogana significasse non dover rispettare i doveri portuali.»
Sorrisi. «Lo pensava sicuramente. Senza dubbio si sbagliava!» «Naturalmente!» esclamò Gaio
Bebio. Senza dubbio qualche volta era vero .
«Dalle tue scritture dovrebbe risultare se una particolare nave è approdata. Sto parlando
dell'anno in cui è morto, quindi dobbiamo andare un po' indietro.» Fra un boccone di colazione
e l'altro, Gaio Bebio affrontò l'argomento con la sua consueta lentezza e pedanteria. «Si tratta
della nave che è stata data per dispersa?» Di quella storia doveva essere noto ben più di quanto
chiunque avesse ammesso in precedenza. «L'Hypericon, è esatto.». «Se è approdata, qualcuno
deve averla inclusa in una lista .
Altrimenti no. » «Bene!» «Se ha scaricato tutto a Ostia, lì ci saranno i documenti. Se il suo
carico è stato trasportato su chiatte ed è arrivato per essere venduto all'Emporium, dovrebbe
essere registrato qui a Roma. Festo però non si serviva dei canali ufficiali per vendere, così è
probabile che tu debba chiedere a Ostia. » «Bene, Ostia è abbastanza vicina» risposi con
disinvoltura .
«E se avesse toccato terra da qualche altra parte in Italia?» «Il solo modo di scoprirlo
sarebbe quello di visitare ogni porto e controllare i loro elenchi, sempre che i funzionari locali
siano disposti a lasciarti dare un'occhiata. E sempre dando per scontato» aggiunse Gaio Bebio
con serietà «che l'Hypericon agisse in modo legale.» Qualcosa che sapevamo entrambi ci
faceva dubitare in proposito. «E avesse pagato il dazio dovuto.» «Altrimenti» convenni
scoraggiato «la nave potrebbe essere approdata di nascosto ovunque e il suo carico
contrabbandato a terra.» «Ed è successo anni fa.» Gli piaceva essere ottimista. «E potrebbe
essere realmente affondata, nel qual caso starei solo sprecando tempo.» «La versione ufficiale è
stata quella del naufragio. Ricordo il gran chiasso che ha fatto Festo per quella storia.» «Per lo
meno qualcuno sembra sapere qualcosa del problema!» dissi per adularlo. «Presumibilmente,
credo, l'Hypericon non è mai arrivata a Ostia. È affondata o deve essere stata occultata. Ma tu
saresti disposto a fare qualcosa per me, vecchio mio? Per aiutare la famiglia?» «Vuoi dire a fare
un controllo a proposito della nave?» «Non solo quello. Voglio che esamini gli elenchi
dell'intero anno.» «Dovrei andare a Ostia.» «Ti pagherò il noleggio del mulo.» Avrebbe
comunque utilizzato un mezzo di trasporto ufficiale, se lo conoscevo abbastanza bene .
Vidi che era disponibile a scomodarsi, probabilmente si trattava di una buona scusa per
allontanarsi da Giunia. Quanto a lei, lo avrebbe lasciato partire per quel viaggio perché Festo
era anche suo fratello. Giunia doveva guardare agli sviluppi di quel possibile scandalo con
orrore maggiore di tutti noi .
Dopo tutto, era lei quella dalle idee raffinate. «Chiariamo questa faccenda, Falco. Tu vuoi
vedere se Festo possedeva qualche altra nave con un carico che è arrivata a Ostia?» L'idea
attirava Gaio Bebio. «Oh! Credi che abbia trasferito la merce?» «Non ne ho la minima idea. Sto
semplicemente prendendo in esame ogni possibilità. Avrei dovuto farlo prima, come suo
esecutore testamentario. Anche se questo carico si è inabissato, potrebbe esserci qualcos'altro
che vale la pena cercare .
Quello che spero è di riuscire a scoprire un nascondiglio in cui si trovino beni appartenuti a
Festo che io possa vendere per scrollarci di dosso la sua legione.» In realtà, speravo di trovare
qualcosa di più .
«Perché non gli dici semplicemente che non c'è niente?» domandò Giunia, furiosa .
«L'ho già fatto. Non mi credono oppure intendono essere pagati senza curarsi del fatto che
questo rovinerebbe l'intera famiglia.» Non rivelai la mia teoria a proposito del forziere .
«Gaio Bebio, sei disposto ad aiutarmi? Gli elenchi esisteranno ancora?» «Oh, dovrebbero
sicuramente esserci. Hai idea, Falco, di quante navi arrivino a Roma in una stagione?» «Ti
aiuterò a controllare» mi offrii subito .
«Anche con il tuo aiuto sarà un lavoro enorme» brontolò Bebio, ma era chiaro che l'avrebbe
fatto. «Potrei recarmi oggi sulla costa e vedere i miei amici al porto. Posso cominciare a dare
un'occhiata a quello in cui dovremo imbarcarci.» Gaio Bebio era un autentico burocrate, amava
pensare di essere così importante da doversi rovinare la vacanza per precipitarsi di nuovo al
lavoro. La maggior parte delle persone si sarebbe tirata indietro di fronte a un viaggio di andata
e ritorno di venti miglia, ma lui era pronto a partire subito al galoppo per Ostia. «Sarò di ritorno
entro la fine della mattinata.» Quell'uomo era un idiota. Se io avessi svolto le indagini con
quella foga, sarei stato sfinito. «Dove posso trovarti più tardi?» «Pranziamo insieme. Sarò in
una taverna nei pressi del Celio.» Giunia drizzò le orecchie. «Voglio sperare che non sia un
posto malfamato, Marco!» Mia sorella teneva il marito lontano dai guai. Non che lui si
impegnasse per ficcarcisi .
«Non per niente si chiama Vergine.» Giunia parve rassicurata dal nome della taverna e disse
a Gaio che poteva andare .
«Potrebbe esserci un altro problema» confessai. «Qualunque nave noleggiata da Festo
potrebbe essere registrata a nome di un agente di cui lui si serviva. Purtroppo, nessuno con cui
sia riuscito a parlare...» «Si riferisce a nostro padre!» sbottò Giunia. «È in grado di fornire il
nome dell'agente.» Gaio Bebio si irritò. «Ebbene, questo è un brutto colpo!» «D'accordo,
d'accordo! Risolverò in qualche modo il problema.» «Gaio Bebio dovrà aiutarti» mi disse mia
sorella con sussiego. «Spero non accadrà nulla di spiacevole, Marco!» «Grazie per
l'incoraggiamento, carissima!» Nell'accomiatarmi, raccolsi una fetta di agnello dal piatto
stracolmo di mio cognato .
Poi dovetti tornare a prenderne un'altra, da usare per distrarre il cane .
XXXII

Il compito che mi aspettava dopo la visita a casa di mia sorella era più complicato: andai a
trovare mia madre per chiederle del coltello .
Mamma fu estremamente vaga sull'argomento. Non scoprii niente di nuovo rispetto a
quanto aveva già raccontato a Petronio. «Sì, sembrava il mio. Non ci si può aspettare davvero
che io ricordi dov'è sparita una cosa se non la vedo probabilmente da vent'anni...» «Qualcuno
deve esserselo portato via» le dissi con aria cupa. «Allia è la prima candidata.» Mamma sapeva
che mia sorella Allia aveva l'abitudine di farsi prestare dagli altri mezza pagnotta o una serie di
pesi per il telaio. Era risaputo che non si preoccupava di possedere le proprie cose quando c'era
sempre qualcuno pronto a fornirle il necessario .
Non volevo certo insinuare che Allia fosse coinvolta nell'omicidio del soldato .
«Immagino che tu abbia ragione.» Mentre ovviamente si diceva d'accordo, mamma, con il
tono della voce, riusciva a insinuare dubbi misteriosi .
Data la pressione a cui ero sottoposto, iniziai a infastidirmi. «Bene, vorresti chiedere a tutta
la famiglia che cosa sanno a questo proposito? È importante, mamma!» «Così mi è sembrato di
capire! Ho saputo del tuo arresto e so che hai permesso a qualcuno di pagarti la cauzione!». «Sì,
mio padre mi ha liberato» risposi con pazienza .
«L'ultima volta che sei finito in prigione, io sono stata abbastanza brava da corrompere il
carceriere!» «Non ricordarmelo.» «Dovresti avere più orgoglio.» «L'ultima volta si era trattato
di uno stupido errore da nulla, ma'. Questa volta si da il caso che un giudice del tribunale
criminale abbia una causa imminente contro di me. La situazione è alquanto diversa. Se mi
trascinano davanti a una giuria, è possibile che il tuo caro ragazzo sia perduto. La cauzione è
costata parecchio, se questo può consolarti. Gemino sentirà il vuoto nella sua borsa.» «Lo
sentirà ancora di più quando fuggirai!» Era evidente che mia madre mi considerava una
canaglia anche peggiore di papà. «Allora, stai facendo progressi?» «No.» Mamma mi diede
un'occhiata come se pensasse che avevo organizzato di proposito il mio arresto per evitare di
dovermi impegnare per conto di mio fratello. «E adesso dove scappi?» «In un'osteria» dissi,
dato che pensava già il peggio di me .
In ogni caso, era la verità.. Mi ci volle parecchio tempo per trovare la scalcinata osteria dove
ero stato solo una volta, cinque anni prima, alla fine di una lunga notte di bagordi, depresso e
ubriaco. Passai quasi un'ora girovagando per i vicoli intorno al Celio. Quando finalmente arrivai
alla Vergine, Gaio Bebio era già lì. Aveva l'aria stanca, ma soddisfatta di sé .
«Salve, amico, infangato dal viaggio? Com'è che sei arrivato così presto? Io sono distrutto
dalla fatica di cercare questo posto. Lo conoscevi?» «Non c'ero mai stato prima, Falco.» «Come
hai fatto a trovarlo così in fretta, allora?» «Ho chiesto a qualcuno.» Mio cognato, che aveva
ormai smaltito la colazione e a cui la galoppata fino a Ostia aveva fatto venire di nuovo
appetito, stava divorando un pranzo sostanzioso. L'aveva ordinato e pagato, e si guardò bene
dall'offrirmi alcunché. Io ordinai una piccola caraffa di vino e decisi di mangiare più tardi da
solo .
«Le scritture esistono ancora» biascicò Gaio, masticando felice. «Ci vorrà qualche mese per
esaminarle.» Lavorava con molta lentezza. Avrei potuto obbligarlo a stringere i tempi, ma
sapevo in anticipo che ciò mi avrebbe causato parecchie frustrazioni .
«Ti aiuterò se mi consentiranno di entrare. Posso esaminarle con te?» «Oh sì. Qualunque
cittadino con una giustificazione legittima può ispezionare gli elenchi marittimi. Naturalmente»
aggiunse «devi conoscere le procedure.» Detto da Gaio Bebio, ciò significava che mi stava
facendo un favore, e in futuro me lo avrebbe ricordato in ogni occasione .
«Bene» dissi. Mentre mio cognato prendeva meticolosi accordi per incontrarsi con me
l'indomani, io dentro di me, già cominciavo a irritarmi. Detesto le persone che complicano la
vita inutilmente. E la prospettiva di trascorrere giorni noiosi in sua compagnia non mi
rallegrava affatto. Un pranzo era sufficientemente sgradevole .
Mi guardai intorno. Il posto era ripugnante come me lo ricordavo. Gaio Bebio sedeva
mangiando la sua ciotola di manzo e verdure con la calma impassibile dell'ingenuo. A me
invece gli angoli bui e la clientela sinistra procuravano un enorme disagio .
Ci trovavamo in una cantina umida, un buco parzialmente scavato nel Celio, un cunicolo più
che un edificio. Sotto il lurido soffitto a volta, alcuni tavoli fatiscenti erano illuminati da
moccoli sistemati dentro vecchi contenitori unti. L'oste si muoveva con passo barcollante e
ostentava una guancia orribilmente sfregiata, probabilmente il ricordo di una rissa da taverna. Il
vino era acido, i clienti anche peggio .
Dall'ultima volta che c'ero stato, una delle pareti era stata arricchita con un'illustrazione
pornografica rozzamente dipinta con tratto grossolano. La scena raffigurava alcuni maschi virili
e ben dotati con una femmina timida che aveva perso la tutrice e i vestiti ma in compenso stava
vivendo un'esperienza in qualche modo straordinaria .
Chiamai l'oste. «Chi è l'autore di quella meravigliosa opera d'arte?» «Varga, Manlio e quella
marmaglia.» «Vengono ancora qui?». «Di tanto in tanto.» Sembrava tutto inutile. Non
intendevo certo sprecare il mio tempo in quel tugurio, aspettando, come un critico o un
collezionista, che quegli artisti volubili decidessero di presentarsi .
«Dove posso cercarli già che mi trovo nei paraggi?» Mi diede qualche suggerimento
sconclusionato. «Dunque che ne pensi degli affreschi?» «Favolosi!» mentii .
Da quando la sua attenzione era stata richiamata sulla pittura murale, Gaio Bebio la fissava
così intensamente che mi sentii imbarazzato. Mia sorella si sarebbe molto seccata se avesse
visto che la esaminava con tale attenzione, ma si sarebbe infuriata ancora di più se lo avessi
abbandonato in un posto così pericoloso. Per riguardo fraterno verso Giunia dovetti restare lì
seduto, fremendo per la collera mentre Gaio finiva lentamente la ciotola del suo pranzo e
intanto osservava con cura quelle scene da bordello .
«Molto interessante!» commentò quando ce ne andammo. Liberatomi dello stolto parente,
seguii i suggerimenti dell'oste per trovare i pittori, ma non ebbi fortuna. Uno dei posti che
l'uomo mi aveva indicato era la camera di una locanda. Ci sarei potuto tornare in un altro
momento, sperando in un esito migliore. Qualunque scusa era buona. Avendo la necessità
abbastanza urgente di mangiare, me ne andai in un posto che in confronto era notevolmente
salubre: tornai all'Aventino, all'osteria di Flora .
XXXIII

Flora si trovava in uno stato ancora più pietoso del solito: avevano fatto venire gli
imbianchini .
Epimandos si aggirava all'esterno. Anche privato della sua cucina, cercava di servire da bere
e qualche piatto freddo alle persone a cui non dava fastidio pranzare sulla strada .
«Che cosa succede, Epimandos?» «Falco!» Mi salutò con entusiasmo. «Ho sentito dire che
eri stato arrestato!» Riuscii a emettere un grugnito. «Ebbene, sono qui. Che cosa sta
succedendo?» «Dopo il problema al piano di sopra» sussurrò con tatto «l'intero locale viene
ridipinto.» Flora era lì da almeno dieci anni e prima di allora non aveva mai visto il pennello di
un imbianchino. Evidentemente un omicidio nel locale favoriva gli affari. «E chi l'ha ordinato?
La leggendaria Flora per caso?» Epimandos restò sul vago. Ignorò la mia domanda e continuò a
borbottare. «Ero così preoccupato per quello che ti stava succedendo.» «Anch'io!» «Pensi di
cavartela, Falco?» «Non ne ho idea. Ma di certo non se la caverà il bastardo che ha ucciso
Censorino, se mai riuscirò a beccarlo!» «Falco...» «Non farti prendere dal panico Epimandos.
Un cameriere piagnucoloso rovina l'atmosfera allegra!» Cercai un posto per sedermi. Fuori
scarseggiavano. Il gatto antipatico, Tiglioso, era disteso su una panca ed esibiva la ripugnante
pelliccia del ventre, così mi appollaiai su uno sgabello accanto al barile dov'era sempre seduto il
mendicante .
Una volta tanto mi sentii costretto a fargli un cenno del capo. «Buon giorno, Marco Didio.»
Stavo ancora pensando a un modo cortese di domandargli se lo conoscevo quando lui si
presentò con aria rassegnata: «Apollonio». Non mi diceva ancora niente. «Ero il tuo maestro di
scuola.» «Per Giove!» Molto tempo addietro quel poveraccio disperato mi aveva insegnato
geometria per sei anni. Ora gli dèi avevano premiato la sua pazienza riducendolo in miseria .
Epimandos si precipitò con il vino per tutti e due, felice evidentemente di vedermi con un
amico che mi distogliesse dai miei problemi. Era troppo tardi per andarmene. Dovevo
conversare educatamente, e ciò significava che dovevo invitare l'ex maestro a pranzare con me.
Lui accettò timidamente l'offerta mentre io mi sforzavo di non guardare con troppa attenzione i
suoi stracci. Mandai Epimandos dalla Valeriana, sull'altro lato della strada, a prendere un pasto
caldo per me e uno per Apollonio .
Era sempre stato un fallito, e del genere peggiore: qualcuno per il quale non potevate fare a
meno di provare pietà, perfino mentre vi faceva perdere tempo. Come insegnante era terribile .
Forse era un brillante matematico, ma non sapeva spiegare niente. Per quanto mi sforzassi di
dare un senso alle sue tediose elucubrazioni, provavo sempre la sensazione che si fosse
ricordato di fornirmi solo due dei tre dati necessari alla soluzione del problema da lui posto.
Decisamente un uomo per cui il quadrato costruito sull'ipotenusa non risultava mai dalla somma
dei quadrati dei due cateti .
«Che splendida sorpresa rivederti!» dissi con voce roca, fingendo di non averlo ignorato
ogni volta che ero venuto da Flora durante gli ultimi cinque anni .
«Una vera emozione» bofonchiò, continuando a divorare il brodo che gli avevo offerto .
Epimandos non doveva servire nessun altro, così si sedette accanto al gatto ad ascoltare la
nostra conversazione .
«Allora che cosa è successo a scuola, Apollonio?» Sospirò. La nostalgia mi stava facendo
venire la nausea .
Aveva lo stesso tono monotono anche quando si lamentava dell'ignoranza di qualche
bambino zuccone. «Sono stato costretto a rinunciare. Troppa instabilità politica.» «Vuoi dire
troppe tasse scolastiche non pagate?» «La gioventù è la prima a soffrire in una guerra civile.»
«La gioventù soffre, punto e basta» ribattei tetro. L'incontro si stava rivelando orribile. Io ero
un uomo che si era incallito a fare un lavoro schifoso, l'ultima cosa di cui avevo bisogno era il
confronto con un maestro di scuola che mi aveva conosciuto quando ero tutto lentiggini e falsa
sicurezza. Da quelle parti le persone credevano che io avessi la mente astuta e il pugno forte,
non volendo mostrarmi intento a fare l'elemosina di una tazza di brodo a quello striminzito
insetto con i capelli radi e le mani tremanti, macchiate dall'età, che starnazzava sul mio passato
dimenticato .
«Come sta la tua sorellina?» domandò Apollonio dopo un momento .
«Maia? Non è più tanto piccola. Ha lavorato per un sarto, poi si è sposata con un trasandato
veterinario che si occupa di cavalli. È uno scriteriato, lavora per i Verdi, cercando di impedire
che i loro ronzini dal ginocchio debole crollino morti sulla pista. Ha una brutta tosse,
probabilmente gli è venuta a furia di grattare il linimento dei cavalli.» Apollonio parve
perplesso. Non viveva nel mio stesso mondo. «Suo marito beve.» «Oh!» Sembrava
imbarazzato. «Molto intelligente, Maia.» «È vero.» Anche se non nella scelta del marito .
«Non voglio annoiarti» disse cortesemente il maestro. Lo maledissi in silenzio, ciò
significava che avrei dovuto continuare la chiacchierata .
«Dirò a Maia che ti ho visto. Ora ha quattro figli. Dei piccini graziosi. Li tira su come si
deve.» «È tipico di Maia. Una brava allieva, una brava lavoratrice e adesso anche una brava
madre.» «Ha avuto una buona educazione» mi costrinsi a dire. Apollonio sorrise come se
pensasse: «Sempre bravo con la retorica!». Cedendo a un impulso, aggiunsi: «Hai per caso
insegnato a mio fratello e alle altre ragazze? Mia sorella maggiore, Vittorina, è morta di
recente» .
Apollonio sapeva che avrebbe dovuto dichiararsi dispiaciuto, ma si perse rispondendo alla
prima domanda. «Ad alcuni forse, di tanto in tanto...» Gli diedi una mano: «Per i maggiori è
stato un problema avere un'istruzione. I tempi erano difficili» .
«Tu e Maia però eravate sempre iscritti, ogni trimestre!» esclamò, quasi in tono di
rimprovero. Non poteva non ricordarsene, eravamo probabilmente i soli di tutto l'Aventino a
frequentare le lezioni regolarmente .
«Le nostre tasse scolastiche venivano pagate» riconobbi. Apollonio annuì con veemenza.
«Dal vecchio signore melitense» volle ricordarmi a tutti i costi .
«Esatto. Credeva che gli avrebbero consentito di adottarci. Pagava ogni trimestre nella
speranza di far progredire due degni eredi.» «E vi ha adottati?» «No. Mio padre non volle
nemmeno sentirne parlare.» Questo aprì il flusso dei miei ricordi. Mio padre, nonostante
nutrisse un interesse decisamente scarso per i figli che aveva generato, poteva essere un uomo
estremamente geloso. Se ci comportavamo male, minacciava allegramente di venderci come
gladiatori, e tuttavia era fiero di rifiutare i supplichevoli approcci del melitense. Potevo sentirlo
ancora mentre si vantava che i plebei nati liberi avevano i figli per la propria tribolazione, e non
li mettevano al mondo per il vantaggio altrui .
Le liti per mandare a scuola Maia e me erano cominciate non molto tempo prima che papà
perdesse la calma e se ne andasse. Noi pensavamo che fosse stata colpa nostra. Su di noi
incombeva il biasimo, e questo ci rese oggetto di angherie da parte degli altri .
Dopo quel giorno fatale in cui papà partì per una vendita all'asta ma si dimenticò la strada di
casa, nostra madre tenne ancora per un po' sulla corda il melitense, finché alla fine lui intuì che
non ci sarebbe mai stata nessuna adozione. Si ammalò per la delusione e morì. Con il senno di
poi, si trattò di una vicenda alquanto triste .
«Mi pare di capire, Marco Didio, che non andava tutto bene.» «Infatti. Il melitense ci causò
qualche problema.» «Davvero? Ho sempre pensato che tu e Maia veniste da una famiglia così
felice!» Questo dimostrava soltanto che gli insegnanti non capiscono niente .
Cullavo fra le mani la mia coppa di vino, continuando a rimuginare sui problemi che il
melitense aveva inflitto alla nostra famiglia: papà che inveiva contro di lui e tutti gli usurai
(l'attività del melitense), mentre mamma ribatteva sibilando che aveva bisogno della pigione del
pensionante. In seguito papà cominciò a insinuare che il vecchio era così ansioso di acquisire
diritti su Maia e me perché eravamo suoi figli illegittimi .
Era solito urlarlo di fronte al melitense come una misera battuta. (Bastava un'occhiata per
confutarlo, Maia e io avevamo in tutto e per tutto la fisionomia dei Didio.) Il melitense era
intrappolato in una situazione insensata. Dato il suo disperato desiderio di avere figli, a volte
arrivava perfino a convincersi che fossimo suoi .
Impossibile, naturalmente. Mamma, che assisteva agli eventi con aria minacciosa, non ci
lasciò alcun dubbio .
Io odiavo il melitense. Avevo maturato la convinzione secondo cui, se non fosse stato per la
collera che quell'uomo suscitava in mio padre, avrei potuto essere adottato dal mio prozio
Scarone. Egli, essendo una persona estremamente corretta, non avrebbe mai osato proporlo,
dopo aver saputo delle liti che la questione aveva scatenato nella mia famiglia .
Volevo essere adottato. Cioè, lo avrei desiderato se non mi avessero rivendicato i miei veri
genitori. Naturalmente infatti ero convinto, come succede ai bambini, di non appartenere affatto
ai poveracci che mi stavano momentaneamente allevando a casa loro. Un giorno avrei riavuto il
mio palazzo. Mia madre era una delle vergini vestali e mio padre un misterioso straniero di
sangue reale che poteva materializzarsi nei raggi di luna. Io ero stato trovato sulla riva di un
fiume da un vecchio e onesto capraio, e come aveva previsto un oracolo sibillino presto sarei
stato salvato dalla fatica e dalla baraonda che mi circondavano... «Sei sempre stato un
sognatore» disse il mio vecchio maestro di scuola. «Ma pensavo che ci fosse speranza per te...»
Avevo dimenticato che sapeva essere sarcastico. «Ancora lo stesso giudizio che ricevevo a
scuola: crudele, ma giusto!» «Eri bravo in geometria. Avresti potuto diventare un maestro di
scuola.» «Chi vuole morire di fame?» replicai con ira. «Io faccio l'investigatore, una
professione che mi rende altrettanto povero, e che mi costringe ad affrontare problemi diversi
ma comunque di difficile soluzione.» «Bene, mi fa piacere saperlo. Dovresti fare un lavoro che
ti si addice.» Nulla turbava Apollonio. Era un uomo che non si poteva insultare. «Che ne è stato
di tuo fratello?» domandò assorto dai suoi pensieri .
«Festo è stato ucciso nella guerra giudea. È morto da eroe, se questo ti può impressionare.»
«Ah! Ho sempre pensato che non avrebbe combinato niente di buono...» Di nuovo quell'ironia!
Mi aspettavo un lungo fiume di aneddoti, ma Apollonio cambiò argomento. «E ora sento dire
che hai intenzione di mettere su famiglia?» «Le voci corrono! Ancora non sono nemmeno
sposato.» «Ti auguro buona fortuna.» La forza di premature congratulazioni da parte degli altri
stava di nuovo spingendo Elena e me ad assumerci un impegno di cui non avevamo mai
discusso .
Sentendomi in colpa, riconobbi che ormai ero coinvolto, sia in privato sia in pubblico, in un
progetto che la mia fidanzata vedeva in modo del tutto diverso .
«Può darsi che non sia così semplice. Si tratta della figlia di un senatore, tanto per
cominciare.» «Immagino che il tuo fascino la conquisterà.» Apollonio comprendeva solo la
semplicità delle forme su una lavagnetta .
Le sfumature sociali gli sfuggivano. Non aveva mai capito perché mio padre, un cittadino
romano, dovesse sentirsi offeso dall'idea di far adottare due dei suoi figli da un immigrato. E
non riusciva a percepire le enormi pressioni che ora tenevano separati me e la mia signora. «Ah,
bene, quando avrai i tuoi piccini, sai dove mandarli a imparare la geometria!» Faceva sembrare
tutto estremamente semplice. Le sue ipotesi erano troppo allettanti. Mi stavo lasciando
trasportare dal piacere di incontrare qualcuno che non riteneva affatto disastroso un mio
eventuale matrimonio con Elena .
«Me ne ricorderò!» promisi amabilmente, riuscendo a fuggire .
XXXIV

Tornato nella mia abitazione, trovai Elena intenta ad annusare le tuniche che avevamo
indossato durante il viaggio, appena ritirate dalla lavanderia al pianterreno .
«Per Giunone, come odio l'inverno! Le cose che mandi a lavare tornano in uno stato
peggiore. Quelle non mettertele, puzzano di muffa. Devono essere state lasciate troppo a lungo
in una cesta mentre erano umide. Le porterò a casa dei miei genitori e le sciacquerò di nuovo.»
«Oh, appendi la mia a una porta e lasciala a prendere un po' d'aria. Non mi importa. Alcuni dei
posti dove sono stato oggi non erano adatti al bianco immacolato.» La baciai, fornendole
l'occasione per annusarmi in modo scherzoso .
In un modo o nell'altro questo ci tenne occupati fino all'ora di cena .
Secondo l'usanza di casa nostra, cucinai io. Feci friggere mezzo pollo con olio e vino in una
sferragliante padella di ferro appoggiata sopra una gratella che si trovava sul ripiano di mattoni
per cucinare. Non avevamo erbe aromatiche, poiché nel periodo in cui le avremmo dovute
raccogliere eravamo lontani da casa. Elena possedeva una costosa raccolta di spezie, ma
saremmo dovuti andare a prenderle dai suoi genitori .
Tutto sommato, le cose nell'abitazione erano perfino più disorganizzate del solito.
Mangiammo seduti su sgabelli, tenendo le ciotole sulle ginocchia, dal momento che dovevo
ancora procurarmi un tavolo nuovo. Era vero quanto avevo detto a Giunia per vantarmi:
possedevamo un notevole servizio da tavola di brillante ceramica rossa proveniente da Samo.
Per sicurezza l'avevo riposto a casa di mia madre .
Tutt'a un tratto mi sentii sopraffare dalla disperazione. Era stato il pensiero del vasellame da
tavola a provocarla .
Tutt'intorno a me si andavano accumulando problemi, e il pensiero di avere imballato
altrove i nostri unici beni civilizzati, forse per sempre, era troppo da sopportare .
Elena capì il mio stato d'animo. «Che cosa ti succede, Marco?» «Niente.» «C'è qualcosa che
ti tormenta, a parte l'omicidio.» «A volte penso che tutta la nostra vita sia sepolta fra la paglia in
una soffitta, in attesa di un futuro che forse non decideremo mai.» «Oh, povera me! Sembra che
io debba tirare fuori la tavoletta delle poesie, così potrai scrivere una bella elegia morbosa.»
Elena derideva le cose malinconiche che da anni cercavo di scrivere, per qualche ragione
preferiva che mi dedicassi alle satire .
«Ascolta, dolcezza, se riuscissi a procurarmi quattrocentomila sesterzi e se l'imperatore
accettasse di includere il mio nome nella pergamena della classe media, saresti davvero disposta
a sposarmi?» «Prima trova i quattrocentomila sesterzi!» fu la sua risposta immediata .
«È la stessa risposta che mi sono dato io!» mormorai tetro. «Ah...» Elena appoggiò per terra
la ciotola vuota e si inginocchiò accanto al mio sgabello. Mi cinse fra le braccia e distese la sua
calda stola rossa sulle mie ginocchia, quasi a volermi confortare. Emanava un profumo dolce e
pulito, con il lieve aroma di rosmarino che usava per risciacquarsi i capelli .
«Perché ti senti così insicuro?» Non risposi. «Vuoi che ti dica che ti amo?» «Posso
ascoltarlo.» Lo disse. Io ascoltai. Aggiunse alcuni particolari, che mi fecero sentire un po'
meglio. Elena Giustina era dotata di una buona padronanza della retorica. «Allora che cosa c'è
che non va, Marco?» «Forse se fossimo sposati sarei sicuro che tu mi appartieni.» «Io non sono
una collezione di brocche di vino!» «No. Potrei incidere il mio nome su una brocca. E allora»
continuai caparbio «anche tu saresti sicura che io ti appartengo.» «Quello lo so» disse
accennando un sorriso. «Siamo qui. Viviamo insieme. Tu disprezzi la mia condizione sociale e
io deploro la tua storia passata, ma abbiamo preso l'insensata decisione di stare in compagnia
l'uno dell'altro. Che altro c'è, amore?» «Tu potresti lasciarmi in qualunque momento.» «Oppure
potresti essere tu a farlo!» Riuscii a sorriderle. «Forse è questo il problema, Elena .
Forse ho paura che, senza un contratto da onorare, potrei andarmene in un momento di
collera, e poi rimpiangerlo per tutta la vita. » «I contratti esistono solo per stabilire che cosa si
dovrà fare quando verranno infranti!» In ogni sodalizio c'è bisogno di qualcuno giudizioso che
tenga le ruote nei solchi giusti .
«Inoltre» mi prese in giro Elena «quando tu fuggi, io arrivo sempre a riportarti indietro.»
Questo era vero. «Ti vuoi ubriacare?» «No.» «Forse» suggerì con una traccia di severità «quello
che vuoi è startene seduto nella tua misera abitazione, da solo, a rimuginare tristemente
sull'iniquità della vita e a osservare un solitario scarafaggio che si arrampica lungo la parete.
Oh, capisco. È questo che un investigatore ama fare. Essere solo e annoiato mentre pensa ai
propri debiti, alla mancanza di clienti e a tutte le donne altezzose che lo hanno calpestato.
Questo lo fa sentire importante. La tua esistenza è troppo comoda, Marco Didio! Eccoti qui a
dividere una cena frugale ma gustosa con la tua innamorata insolente ma affettuosa. È evidente
che ciò rovina la tua messa in scena. Forse me ne dovrei andare, mio caro, così potresti
disperarti come meglio credi!» Sospirai. «Ho solo bisogno di quattrocentomila sesterzi, che so
di non potermi procurare!» «Fatteli prestare» disse Elena .
«Da chi?» «Da qualcuno che ce li ha.» Pensava che fossi troppo spilorcio per pagare gli
interessi .
«Abbiamo già abbastanza problemi. Non abbiamo bisogno di morire schiacciati dai debiti.
Fine dell'argomento.» La strinsi con un braccio e sporsi il mento. «Vediamo se sei una donna di
parola. Sei stata insolente con me, principessa, ora che ne dici di essere affettuosa?» Elena
sorrise, mostrando di sentirsi lusingata dalla mia richiesta. Il senso di benessere che mi
procurava era incontrollabile .
Incominciò a solleticarmi il collo, annullando le mie difese. «Non lanciare una sfida di
questo genere, Marco, se non sei sicuro di poterne subire le conseguenze...» «Sei una donna
terribile» gemetti, chinando il capo nel debole tentativo di evitare la sua mano stuzzicante. «Mi
costringi a sperare. La speranza è troppo pericolosa.» «Il pericolo è il tuo elemento naturale»
replicò lei. Una piega nella parte alta della sua tunica si apriva leggermente sotto i fermagli. La
spalancai e baciai la sua pelle calda e delicata. «Hai ragione, l'inverno è deprimente. Quando gli
indumenti tornano dalla lavanderia, le persone ne indossano troppi.» Questo ci fece divertire
quando cercai di togliergliene qualcuno... Andammo a letto. D'inverno, a Roma, senza aria
calda nei condotti nei muri né schiavi che alimentino mucchi di bracieri, non si può fare altro.
Tutte le mie domande rimasero senza risposta, ma non si trattava di una novità .
XXXV

Gaio Bebio non aveva esagerato a proposito delle documentazioni di navi in arrivo che
avremmo dovuto esaminare. Andai a Ostia insieme a lui. Non intendevo restarci, ma solo
fornire un incoraggiamento iniziale, tuttavia rimasi inorridito dalle montagne di rotoli di
pergamena che i colleghi di mio cognato ci portarono allegramente .
«Per Giove, arrivano barcollando come Atlante sotto il peso del mondo! Ce ne sono ancora
molti?» «Alcuni.» Significava centinaia. Gaio Bebio non amava mettere in agitazione le
persone .
«Per quanti anni conservate le scritture?» «Oh, le abbiamo tutte, da quando Augusto ha
inventato il dazio sulle importazioni.» Cercai di mostrarmi ossequioso. «Stupefacente!» «Hai
scoperto il nome dell'agente di cui si serviva Festo?» «No!» dissi in tono irritato. (Me ne ero
completamente dimenticato.) «Non voglio essere costretto a leggere due volte questa
montagna...» «Dovremo ignorare quell'aspetto e fare del nostro meglio.» Stabilimmo che io
avrei fatto scorrere il pollice lungo l'elenco, guardando i nomi delle navi, mentre Gaio Bebio
esaminava lentamente le colonne in cui era indicato chi le aveva allestite .
Provavo la spiacevole sensazione che trascurando i particolari in quel modo avremmo
probabilmente perso qualcosa .
Per fortuna avevo avvertito Elena che sarei tornato a casa per qualunque emergenza, e di
interpretare liberamente il concetto di "emergenza". La mattina seguente giunse la notizia che
sarei dovuto tornare per vedere Gemino .
«Mi dispiace. È una terribile seccatura, Gaio, ma devo andare. Altrimenti infrangerò le
regole della mia libertà su cauzione...» «È tutto a posto, vai pure.» «Riuscirai a cavartela da
solo per qualche tempo?» «Certo.» Sapevo che, secondo Gaio Bebio, io stavo sfogliando i
documenti troppo distrattamente. Era ben felice di vedermi partire, così avrebbe potuto
procedere con la sua spaventosa lentezza. Lo lasciai a interpretare la parte del pezzo grosso fra i
suoi orrendi compagni della dogana mentre tornavo velocemente a Roma .
La richiesta di andare a trovare Gemino era autentica. «Non ti avrei mai mandato un
messaggio fasullo mentre stavi lavorando!» esclamò Elena, scandalizzata .
«No, amor mio... Allora, qual è il motivo di tanta premura?» «Gemino teme che gli
individui che hanno turbato quella vendita all'asta progettino di colpire ancora.» «Non dirmi
che ha cambiato idea e vuole il mio aiuto?» «Cerca solo di non farti male!» mormorò Elena in
preda all'ansia .
Non appena giunsi ai Saepta, ebbi l'impressione che gli altri banditori salutassero il mio
arrivo con occhiate allusive. C'era un'atmosfera preoccupante. Le persone chiacchieravano in
gruppetti, ma al mio passaggio si azzittivano .
Era successo il pandemonio, questa volta proprio nel magazzino. Durante la notte alcuni
intrusi avevano fracassato la merce. Gornia, il capo dei facchini, trovò il tempo di spiegarmi
come avesse scoperto quella mattina il danneggiamento .
Avevano già rimesso in ordine quasi tutto, ma vidi abbastanza divani e mobiletti sfasciati
per intuire che le perdite erano gravi. Cocci di vasi riempivano parecchi secchi sul selciato e
frammenti di vetro scricchiolavano sotto la scopa di qualcuno. C'erano bronzi ricoperti di
graffiti. All'interno dell'ampio vano della porta, quello che rimaneva di una statua da giardino di
Priapo aveva ormai perso i suoi attributi, come si dice nei cataloghi .
«E lui dov'è?» «Dentro. Dovrebbe riposarsi. Vuoi fare qualcosa per lui?» «È possibile?» Mi
infilai fra un mucchio di panche e un letto capovolto, scavalcai alcune padelle di rame dai bordi
rinforzati, sbattei l'orecchio su una testa di cinghiale impagliata, passai sotto sgabelli che
pendevano storti da una trave, e mi diressi imprecando verso l'interno. Papà era in ginocchio e
raccoglieva meticolosamente frammenti di avorio. Era grigio in volto, anche se esibì la
consueta spavalderia quando tossicchiai e si accorse di me. Cercò di alzarsi in piedi. Il dolore
glielo impedì. Lo afferrai con un braccio e lo aiutai a rimettere in posizione verticale la sua
figura tarchiata .
«Che cosa ti succede?» «Un calcio nelle costole...» Trovai due piedi di parete sgombra a cui
potesse sostenersi e lo feci appoggiare. «Significa che eri qui quando è successo?» «Dormivo di
sopra.» «Elena ha detto che ti aspettavi un po' di gazzarra. Avrei potuto essere qui con te, se mi
avessi avvertito prima.» «Tu hai i tuoi problemi.» «Credimi, uno sei tu!» «Perché sei così
furente?» Come mi succedeva sempre con i parenti, non ne avevo la minima idea .
Controllai che non avesse strappi o fratture. Era ancora troppo sconvolto per impedirmelo,
ma protestò. Aveva una contusione enorme sulla parte superiore del braccio, qualche taglio
sulla testa e quelle costole indolenzite. Sarebbe sopravvissuto, ma aveva subito abbastanza. Era
troppo ammaccato per riuscire a salire nell'ufficio al piano di sopra, così rimanemmo lì .
Ero stato nel magazzino abbastanza spesso da rendermi conto che, nonostante la confusione,
c'era più spazio vuoto del solito. «Vedo che non c'è molta roba, papà. Significa che la merce è
stata tutta fracassata oppure che ultimamente avevi già iniziato a perdere clienti?» «Entrambe le
cose. Si sparge in fretta la voce se ti trovi in mezzo a un po' di confusione.» «E così c'è qualcosa
che non va?» Mi rivolse un'occhiata. «Ti ho mandato a chiamare, no?» «Oh sì! Devi passartela
male! Pensare che credevo volessi solo accertarti che non fossi scappato mentre sono in libertà
provvisoria.» «Non lo faresti mai» disse sorridendo mio padre. «Tu sei il tipo pieno di sé sicuro
di riuscire a scagionarsi.» «Sarà meglio, visto che sono accusato di omicidio.» «E sarà meglio
che non te la fili, visto che ho pagato io la cauzione!» «Ti restituirò quel maledetto denaro!»
Stavamo litigando di nuovo. «Non ti ho mai chiesto di immischiarti! Se sarò disperato, mamma
verrà sempre in mio aiuto, corrompendo i giudici.» «Scommetto che ti secca!» «Sì, mi fa
soffrire» riconobbi. Poi reclinai indietro il capo, disgustato. «Per gli dèi, come faccio a ficcarmi
in pasticci di questo genere?» «Puro e semplice talento!» assicurò mio padre. Respirava anche
lui con difficoltà e si calmò. «E così quando pensi di risolvere il caso di omicidio?» Mi limitai a
fare una smorfia .
Cambiò argomento: «Elena mi ha fatto sapere che doveva farti tornare da Ostia. Hai
mangiato un boccone durante il viaggio o vuoi finire il pranzo al mio posto? Non ce l'ho fatta a
mangiare dopo il pestaggio, ma non voglio che quella a casa incominci...» .
Certe tradizioni nonostante tutto venivano mantenute. Mamma l'aveva sempre mandato al
lavoro con il pasto di mezzogiorno in un paniere. Se dormiva fuori per sorvegliare una merce
particolarmente preziosa, lei si ostinava a mandare uno di noi con il pane, il formaggio e la
carne fredda. Adesso la rossa gli forniva il suo spuntino quotidiano, non più per tenerlo alla
larga da costose bancarelle di cibo, probabilmente, ma solo perché era stato abituato così .
Non mi andava affatto l'idea di farmi trascinare in quei nuovi assetti domestici. Tuttavia,
Elena mi aveva cacciato senza viveri, e stavo morendo di fame. Mangiai il suo pranzo .
«Grazie. Mamma sarà contenta di sentire che non è proprio ai livelli del suo.» «Sei sempre
stato simpatico» sospirò papà. Viveva con stile, in realtà. Quando ebbi finito di masticare il
rognone freddo avvolto nella pancetta affumicata, con fette di torta di mosto inzuppata in una
salsa piccante, mio padre si era ripreso abbastanza da dire: «Puoi lasciarmi la barbabietola» .
Questo mi riportò indietro nel tempo. Era sempre stato un appassionato delle barbabietole.
«Ecco, allora... La tua pancetta affumicata ha riempito un buco, ma mi andrebbe qualcosa per
mandarla giù.» «Di sopra» disse papà. «Dovrai andarci da solo.» Mi diressi verso il suo ufficio.
Lì non c'erano segni di vandali, forse l'intervento di papà aveva impedito che vi giungessero .
Probabilmente avrebbero cercato di forzare la cassa del denaro. C'era la possibilità che
tornassero per farlo, pensai preoccupato .
Stavo ancora rovistando qua e là in cerca di una caraffa di vino quando Gemino barcollando
mi raggiunse. Mi trovò che guardavo l'articolo in offerta speciale di quella settimana .
Si trattava di uno dei vasi che preferiva, dipinto in un caldo color ambra, con rilievi più
scuri di diverse tonalità color terra. Lo aveva sistemato su un piedistallo abbastanza sobrio .
Aveva un aspetto estremamente antico e ionico, anche se ne avevo visti di simili alle vendite
in Etruria. Aveva stile. C'era un grazioso zoccolo rigato, poi una base con decorazioni floreali
sopra la quale l'ampio corpo raffigurava una scena in cui Ercole conduceva Cerbero prigioniero
dal re Euristeo, con il re così terrorizzato che era balzato dentro una grande pentola nera per
cucinare. I personaggi erano pieni di vita: Ercole con la sua pelle di leone e la clava, e Cerbero
in tutto e per tutto un cane dell'Ade, con le tre teste messe in rilievo dalle differenti sfumature di
colore. A parte lo strisciante seguito di serpenti maculati, Cerbero mi ricordava il cane di
Giunia, Aiace. Il vaso era splendido. E tuttavia qualcosa non mi convinceva .
Gemino si era avvicinato e aveva notato la mia espressione corrucciata. «I manici
sbagliati!» «Ah!» La più vecchia delle storie nel mondo delle contraffazioni .
«Sapevo che c'era qualcosa di strano. E così il tuo riparatore ha bisogno di una lezione di
storia dell'arte?» «Ha le sue abitudini.» Il tono evasivo mi intimava di non portare avanti
quell'argomento. Mi stavo intromettendo in questioni che non mi riguardavano .
Riuscivo a immaginare. A volte un articolo arriva per la vendita con una storia incerta o una
provenienza non convincente .
A volte è meglio modificare il suddetto articolo prima di esporlo in pubblico: trasformare
una palmetta di bronzo in una foglia di acanto, cambiare la testa a una statua, dare a un
treppiede d'argento dei piedi di satiro invece che artigli di leone. Sapevo che si trattava di una
consuetudine. Conoscevo alcuni dei ritoccatori esperti che lo facevano. Mi era capitato di
assistere a una vendita all'asta, e di fallire miseramente nel tentativo di dimostrare che, come
sospettavo, alcuni oggetti erano contraffatti .
Faceva parte del mio lavoro di investigatore il fatto di conoscere tali procedure. Una delle
mie attività consisteva nel rintracciare opere d'arte rubate, anche se non era mai stata molto
redditizia. I collezionisti si aspettavano sempre una transazione, perfino per normali servizi. Mi
ero stancato di presentare note delle spese solo per sentirmi chiedere se non potevo fare di
meglio a riguardo. La maggior parte delle persone che possedevano tesori rubati aveva una gran
faccia tosta, ma era ingenua. Concederle un dieci per cento di sconto "per l'operazione"
rappresentava un insulto per gli esperti ai Saepta .
«Non è come pensi tu» mi disse all'improvviso mio padre. «L'ho avuto per niente. Mancava
tutta la parte superiore. Il mio uomo l'ha rifatta, ma è un idiota. Con un collo largo, dovrebbe
avere le anse nel corpo.» Fece un gesto per indicare due anse poste sotto i bordi. La riparazione
aveva innalzato i manici fissandoli al collo, come in un'anfora. «Non sa distinguere un vaso da
una maledetta brocca, è questa la verità.» Notando la mia occhiata scettica, si sentì in obbligo di
aggiungere: «È in vendita così com'è. Naturalmente accennerò a quanto è stato fatto, a meno
che io non ce l'abbia davvero con il cliente!» .
Mi limitai a osservare: «Mi colpisce il fatto che il semidio abbia legato Cerbero con un
pezzo di corda piuttosto sottile!» .
A quel punto papà tirò fuori il rituale vassoio del vino, e restammo di nuovo lì seduti con
quelle stupide coppe .
Cercai di assumere un risoluto controllo filiale. «Adesso smettila di comportarti come uno
stupido. Questa volta mi dirai che cosa sta succedendo.» «Sei negato come tua madre a fare le
filippiche.». «C'è qualcuno a cui non piaci, papà» dissi in tono paziente .
«Qualcun altro oltre a me!» «Qualcuno vuole del denaro» disse con sarcasmo il mio
virtuoso genitore. «Denaro che mi rifiuto di pagare.» «Protezione?» Vidi un lampo nei suoi
occhi. «Non esattamente. Pagare servirebbe a proteggermi da questi fastidi, certo. Ma non è
questo il motivo della controversia.» «Oh, allora c'è una controversia?» domandai. «C'era.» «È
stata risolta?» «Temporaneamente.» «Così per ora ti lasceranno in pace?» «Per il momento.»
«Come ci sei riuscito?» «Semplice» disse Gemino. «Ieri sera mentre mi prendevano a calci ho
detto loro che in realtà la persona con la quale dovevano discutere eri tu.».
XXXVI

Assunsi un'espressione di calma e fermezza romane .


«Che cosa ti succede, figliolo? Ti è entrata una mosca nel naso?» «Mi mantengo
distaccato.» «Non puoi. Ci sei dentro, fino al collo.» «Rinuncerò.» «Temo di no» confessò. Una
volta tanto aveva l'aria colpevole. «Non è possibile.» Tutto questo era assurdo. Marponio
avrebbe fissato quanto prima una nuova lista di processi, e io sarei dovuto tornare a Ostia per
cercare di scagionarmi .
No, non mi sarei dovuto trovare affatto in quel pasticcio. Avrei dovuto vivere con la mia
amata in una pacifica villa di campagna dove la mia più grave preoccupazione sarebbe stata se
passare la mattinata mettendomi in pari con la corrispondenza, pelando una mela per Elena o
uscendo a ispezionare i vigneti .
«Sembri sconvolto, figliolo.» «Credimi, anche prima di ricevere questa notizia non è che
proprio traboccassi di allegria da Saturnali!» «Sei uno stoico.» Sapevo che mio padre non aveva
tempo da dedicare al piacere della filosofia. Un tipico pregiudizio romano, basato sul semplice
concetto che il pensiero rappresenta una minaccia .
Sbuffai irritato. «Lascia che mi sforzi di capire che cosa sta succedendo. Tu conosci alcuni
individui che nutrono un rancore di lunga data, e hai appena detto loro che sono io la persona a
cui si devono rivolgere per riscuotere il loro credito? Davvero gentile da parte tua avvertirmi,
Didio Gemino! Quale riguardo paterno!» «Troverai una scappatoia per venirne fuori.» «Lo
spero! Dopo che mi sarò occupato dei fastidi provocati dai picchiatori dell'asta, cercherò
qualcun altro da aggredire .
Ti consiglio di cominciare ad allenarti.» «Dimostra un po' di pietà» si lamentò mio padre .
«Dimostra un po' di rispetto filiale!» «Per Bacco!» esclamai .
Respiravamo entrambi affannosamente. La situazione aveva un che di irreale. Un tempo
avevo giurato che non avrei mai più rivolto la parola a mio padre. E adesso eccomi lì, seduto
nel suo ufficio con quelle strane divinità egizie che spuntavano sopra la mia spalla da assurdi
mobili rossi e gialli, mentre lasciavo che lui mi appioppasse solo Ercole sa quali guai .
«Il tuo pestaggio è stato organizzato dai legionari?» «No» rispose papà. Sembrava
abbastanza deciso .
«Quindi non è collegato con la morte di Censorino?» «Per quanto ne sappia no. Hai
intenzione di darmi una mano?» Imprecai, senza preoccuparmi di farlo sottovoce. Se fossi
rimasto fedele al mio disprezzo per lui, avrei potuto evitare tutto ciò. Avrei dovuto piantarlo in
asso sui due piedi .
E, tuttavia, potevo rispondergli solo in un modo. «Se hai un problema, naturalmente ti
aiuterò.» «Sei un bravo ragazzo!» Gemino sorrise compiaciuto. «Sono un bravo investigatore.»
Parlai a voce bassa e senza perdere la calma. «Ti serve un professionista per questo genere di
lavoro.» «Te ne occuperai?» «Me ne occuperò, ma dato che sto cercando di salvarmi il collo per
l'altra faccenda non mi resta molto tempo libero per dilettarmi con gli imbrogli nelle vendite
all'asta.» Dovette capire quello che gli stavo per dire ancora prima che aprissi bocca: «Se
sconvolgo i miei programmi per farti un favore, mi dovrai pagare una tariffa molto cara» .
Mio padre si appoggiò all'indietro e fissò il soffitto, in preda a una momentanea incredulità.
«Non è mio figlio!» Purtroppo per entrambi, lo ero sicuramente .
«Se la cosa non ti aggrada» dissi con ironia «hai sempre il consueto rimedio paterno.
Avanti... diseredami!» Ci fu una pausa ambigua. In realtà, non avevo la minima idea della fine
che avrebbero fatto i proventi della lunga carriera di banditore di mio padre alla sua morte.
Conoscendolo, non aveva affrontato il problema. Quindi un giorno avrei dovuto risolvere anche
quel pasticcio. Non fosse altro che per evitarlo, feci mentalmente il mio dovere e gli augurai
lunga vita .
«Mi pare di capire che sei a corto di contanti» disse lui sorridendo, di nuovo soave. Si passò
una mano stanca fra i riccioli grigi spettinati. «Ah, bene, a che cosa servono i padri?» A più di
quanto avessi mai avuto da lui. «Ti ingaggerò, dato che sembra essere questa la procedura.
Quali sono queste famigerate tariffe?» Glielo dissi, facendo un rapido calcolo e triplicandole.
(Dopo tutto, voleva che mi sposassi.) Fischiò, scandalizzato. «Non c'è da stupirsi che tu non
abbia mai clienti. Le tue tariffe sono vergognose!» «Non peggio delle percentuali delle vendite
all'asta, e io lavoro molto più duramente per guadagnarmi il compenso. Voi non dovete far altro
che urlare a squarciagola e raggirare la gente. Agli investigatori servono cervello, fisico e uno
spiccato senso degli affari.» «E troppa faccia tosta!» commentò. «Allora questo è un contratto.»
Qualunque cosa stavamo concludendo, dovevano ancora svelarlo. Non me ne preoccupai. La
prudenza è normale fra i miei clienti. L'interrogatorio del potenziale cliente costituiva la prima
fase di tutti i miei lavori, e di solito si trattava della più complicata. In confronto, fare domande
a semplici farabutti, imbroglioni e prepotenti costituiva un lavoro facile .
Papà si versò altro vino. «Ne vuoi?» «Mi mantengo sobrio quando lavoro.» «Parli da
pedante.» «Parlo come un uomo che intende restare vivo.» Allungai la mano e gli afferrai il
polso, impedendogli di sollevare la coppa. «Adesso spiegami di che lavoro si tratta.» «Non ti
piacerà!» mi assicurò con aria soddisfatta .
«Terrò a bada le mie emozioni. Adesso entra pure nei particolari!» «Non avrei mai dovuto
trascinarti in questa faccenda.» «Sono d'accordo. Avresti dovuto mostrare autocontrollo quando
quei bastardi si davano da fare con i loro calzari sulle mele delle tue Esperidi...» Stavo
perdendo la calma (di nuovo). «Qual è il problema, papà?» Finalmente me lo disse, anche se
tirargli fuori i particolari fu come schiacciare olive in un frantoio inceppato .
«La situazione è questa. Le cose richiedono tempo nel mondo delle belle arti. Quando le
persone commissionano delle opere che necessitano di creatività, non si aspettano una pronta
consegna, così si usa rimandare i problemi.» «Quanto tempo fa è iniziata questa maratona?»
«Un paio d'anni. Ho ricevuto una richiesta. Ho tenuto a bada queste persone. Ho detto che non
era un problema mio .
Non mi hanno creduto. Quest'anno devono essersi ricordati di fare qualcosa a riguardo e
sono tornati. Più insistenti.» Stavo digrignando i denti. «Più consapevoli, vuoi dire, del fatto che
rischiavano di perdere il proprio denaro? Per qualunque cosa fosse» aggiunsi, anche se lo
sapevo .
«Esattamente. Sono diventati aggressivi, così ho scagliato il mio giavellotto.» «Per modo di
dire?» «Be', gli ho detto di andarsene.» «Con espressioni mordaci.» «Può darsi che l'abbiano
pensato.» «Per Giove! E dopo che cosa è successo?» «Le acque si sono calmate per un po'. Poi
sono iniziate le irruzioni alle vendite all'asta. La notte scorsa è toccato al magazzino... e a me,
naturalmente.» «Può darsi che tu sia stato fortunato la notte scorsa. Leggi il fegato di una
pecora morta, papà. Se queste persone non saranno soddisfatte al più presto, qualcuno potrebbe
finire danneggiato in modo ancora più grave. E da quanto hai accennato prima, questi
picchiatori potrebbero malmenare me!» «Tu sei un duro.» «Non sono un semidio! E, a dire il
vero, non mi diverto a passare la vita guardandomi alle spalle in cerca di tipi grandi e grossi con
randelli muniti di chiodi, decisi ad andare a caccia perle strade.» «Loro non vogliono
spargimento di sangue.» «Grazie per avermi rassicurato, e vallo a raccontare alle tue costole
rotte! Non ne sono convinto. C'era un soldato morto all'osteria di Flora che potrebbe avere
attraversato inavvertitamente la strada di queste persone. Ciò mi preoccupa...» «Preoccupa me»
gridò mio padre. «Se è come dici tu, non c'era bisogno di fare una cosa del genere!» «Preferirei
che non ci fosse un gruppo di persone intorno a una pira a dire la stessa cosa di me la prossima
volta! Fra un minuto inizierò a chiederti i nomi, ma prima ho una domanda cruciale da porti,
padre.» Parve addolorato dal mio tono, come se mi stessi mostrando insensibile. Mi sforzai di
parlare con voce pacata. «Dimmi soltanto una cosa: il tuo problema ha qualcosa a che fare con
mio fratello maggiore Festo e il suo Fidia perduto?» Mio padre trasse un'espressione di stupore
dal suo ricco repertorio. «Come hai fatto a capirlo?» Chiusi gli occhi. «Finiamola con questa
farsa, va bene? Limitati a confessare tutto!» «È abbastanza semplice» disse papà. «Le persone
che vogliono parlare con te si chiamano Cassio Caro e Ummidia Servia. Sono una coppia. Non
si tratta di volgari intriganti, ma nel commercio si considerano persone di una certa influenza.
Possiedono una grande casa con una galleria d'arte privata, un bel posto non lontano dalla Via
Flaminia .
Collezionano statue. Festo li aveva convinti ad acquistare il suo Poseidone.» Stavo già
gemendo. «Quanto convinti?» «Il più possibile.» «E alle persone influenti non piace essere
raggirate, vero?» «No. Specialmente se intendono continuare a essere collezionisti, il che
comporta qualche rischio, come ben sai. Le persone ci tengono alla reputazione. Non vogliono
che i loro errori diventino di dominio pubblico.» Chiesi: «Sono stati realmente raggirati?»..
«Credo che loro lo pensino. Caro e Servia indubbiamente si aspettavano di ricevere l'oggetto.
Ma poi Festo ha perduto la nave, così non ha potuto consegnarlo.» «E loro avevano
effettivamente pagato la merce?». «Temo di sì.» Feci una smorfia. «Allora senza dubbio sono
stati truffati, e ora ci stanno giustamente addosso. Quanto, se non è una domanda impudente,
pretendono che noi due onesti mediatori rimborsiamo loro?» «Oh... diciamo mezzo milione»
borbottò papà .
XXXVII

Quando lasciai i Saepta Julia, l'aria era fredda e leggera. Stavo quasi per entrare nelle Terme
di Agrippa, ma mi trattenne il pensiero che, se lo avessi fatto, una volta scaldatomi e
rincuoratomi avrei dovuto affrontare una lunga camminata fino a casa in una sera d'inverno.
Meglio sbrigare il lavoro gravoso e rilassarsi in un secondo tempo .
Papà si era offerto di accompagnarmi con la sua lettiga al Tredicesimo settore dove
intendevo tornare, ma preferii andare a piedi. Ne avevo abbastanza. Dovevo restare solo. Avevo
bisogno di pensare .
Elena mi stava aspettando. «Solo un rapido bacio, mia cara, poi usciamo. » «Che cosa è
successo?» «Mi sono procurato davvero un bel lavoro! Prima mia madre mi assume per
dimostrare che Festo non è un criminale, adesso mio padre mi ingaggia perché Festo
probabilmente lo è.» «Per lo meno tuo fratello ti procura lavoro» disse la mia amata, sempre
ottimista. «Vengo anch'io ad aiutarti?» «No. L'irrefrenabile Gemino ha denunciato me per il
Fidia .
È possibile che qualche creditore irascibile capiti qui a cercarmi. Tu dovrai stare in un posto
più sicuro finché le acque non si saranno calmate. Ti porterò dai parenti che preferisci.» Lei
scelse di tornare a casa di mia madre. Ce la portai, evitai le domande materne, promisi di
andarle a trovare tutte e due appena possibile, poi mi diressi verso il Celio arrancando nella
crescente oscurità .
Ero ormai deciso a rintracciare gli amici di mio fratello, gli abominevoli pittori .
Provai anzitutto alla Vergine, senza fortuna. Cercai quindi in tutti gli altri posti che Manlio e
Varga avrebbero dovuto bazzicare, ma non li trovai neppure lì. La ricerca era estenuante, ma nel
mio lavoro rappresentava la prassi. Un'indagine consiste soprattutto di fallimenti. Occorrono
calzari robusti e un cuore forte, oltre alla capacità di restare svegli per un tempo infinito ad
aspettare sotto un pergolato pieno di correnti d'aria, sperando che quel rumore sospetto sia stato
causato da un topo e non da un uomo con un pugnale e sapendo fin dall'inizio che, se mai
sopraggiungerà, la persona spiata si rivelerà un caso disperato .
Elena mi aveva domandato: «Perché non vai direttamente dai collezionisti e non ti spieghi?»
.
«Ci andrò. Ma prima spero di avere qualcosa da offrire loro.» Mentre sorvegliavo un'orribile
locanda di infimo ordine nella zona peggiore di uno schifoso distretto di quella città senza
cuore, pensai che assai difficilmente una statua greca antica e rara si poteva trovare in quei
paraggi con i piedi gelati come i miei, in attesa che un carro la accompagnasse in un ambiente
più raffinato .
Dovevo essere lì di guardia da quattro ore. È parecchio tempo in un freddo giovedì di marzo
.
C'era buio pesto nella via, che era corta, angusta e puzzolente: il paragone con la vita
nasceva spontaneo. La animava un'intensa vita notturna: ubriaconi, fornicatori, altri ubriaconi,
gatti che avevano imparato dai fornicatori, ubriaconi perfino più sbronzi. Gatti ubriachi,
probabilmente. Tutti da quelle parti si erano dati da fare con un'anfora, e capivo bene il perché.
Perfino i vigili del fuoco, avvicinandosi con il passo lento e i secchi semivuoti, mi chiesero la
strada per via dell'Ostrica .
Nonostante avessi fornito loro le indicazioni giuste, osservai il bagliore fumoso delle loro
torce sparire nella direzione sbagliata. Stavano andando in una taverna per una bevuta veloce,
l'incendio poteva tranquillamente divampare .
Una prostituta mi offrì un intrattenimento di altro genere, ma riuscii ad addurre come
pretesto per rifiutare un'idraulica scadente. Lei si mise a urlare e azzardò alcune teorie mediche
che mi fecero arrossire. Le dissi che ero uno dei vigili, così si allontanò ondeggiando con
un'imprecazione maligna. Dietro l'angolo, dove le strade erano più ampie, perfino il normale
frastuono notturno dei carri delle consegne sembrava indolente quella notte. Più oltre,
penetrante nell'aria gelida, udii lo squillo di una tromba pretoriana che suonava il turno di
guardia nell'immenso accampamento. Sopra di me, dove ci sarebbero dovute essere le stelle,
incombevano solo le tenebre .
Alla fine i passanti si diradarono. Avevo i piedi congelati e le gambe troppo stremate per
battere i piedi. Indossavo due mantelli e tre tuniche, ma il gelo si era insinuato sotto di essi .
Seppure mi trovassi a una certa distanza dal fiume, la nebbia del Tevere mi era comunque
penetrata nei polmoni. Non c'era nemmeno un po' di brezza, solo un gelo immobile e
ingannevole come un animale che vi mangia il cuore mentre ve ne state lì fermi .
Si trattava di una notte in cui i ladri di professione, dopo aver dato una rapida occhiata
all'esterno avrebbero deciso di restare in casa a infastidire le loro mogli. Donne dal cuore
infranto si sarebbero aggirate per il ponte Emilio aspettando un momento tranquillo per
scavalcare il parapetto e lanciarsi verso l'oblio. Alcuni vagabondi sarebbero morti di tosse
presso i cancelli del Circo. Bambini smarriti e schiavi fuggiaschi si sarebbero rannicchiati
contro le enormi e scure mura del Campidoglio, scivolando nell'Ade se per caso si fossero
dimenticati di respirare. Non c'era nessuna tormenta di neve, non pioveva nemmeno. Ma era
comunque una notte feroce, sinistra e dolorosa, e io non sopportavo di trovarmi là fuori .
Alla fine infransi le regole. Mi diressi a grandi passi verso la locanda dei pittori, entrai dalla
porta cigolante, salii a tastoni le cinque rampe di scale (per fortuna avevo contato i piani quando
c'ero stato in precedenza), trovai la stanza, passai mezz'ora cercando di forzare la serratura,
scoprii che la porta era aperta, e mi sedetti al buio ad aspettarli. Per lo meno adesso stavo al
riparo .
XXXVIII

. Manlio e Varga tornarono a casa barcollanti nel cuore della notte, litigando a squarciagola
con un'altra banda di artistici delinquenti come se fosse pieno giorno. Sentii sbattere un'imposta
e qualcuno urlare contro di loro. I disturbatori risposero con una calma innocente da cui si
poteva capire che si trattava di un fatto abituale. Non avevano il senso del tempo e nemmeno
quello della decenza, ma questo lo sapevo già, avendoli visti farsi offrire da bere da Festo .
L'altra brigata proseguì, mentre Manlio e Varga si trascinavano, cercando di salire le scale.
Rimasi seduto ad ascoltare mentre si avvicinavano con passo irregolare. Gli investigatori
temono questo momento: seduti nel buio pesto, con un problema in arrivo .
Sapevo già parecchio su di loro. Chiunque avesse fatto irruzione lì dentro sarebbe
inciampato in qualche anfora abbandonata. La stanza puzzava di rancido. Possedevano
pochissimi indumenti, e sicuramente non spendevano molto in lavanderia. I loro orari erano
così anomali che se anche fosse loro venuta l'idea di lavarsi, probabilmente sarebbe accaduto in
un momento in cui perfino le terme pubbliche avevano già chiuso. Ai loro odori personali, che
di certo non scarseggiavano, si aggiungeva il complesso effluvio dei pigmenti in mezzo a cui
vivevano: piombo, resina di palma, galla, gessetti e conchiglie frantumate, insieme a calce,
gesso e borace. Mangiavano cibi scadenti, pieni di aglio e di quei carciofi che fanno scoreggiare
.
I due stramazzarono all'interno, tutti macchie di pittura e luridi intrighi. Il fumo di una torcia
resinosa andò a unirsi agli altri odori che dimoravano in quel luogo. Grazie alla torcia vidi che
vivevano in una stanza destinata a ricevere anche altri ospiti. Uno spazio angusto stipato di letti,
dove avrebbero potuto dormire tre o quattro persone, anche se al momento pareva affittata solo
a quei due. I pittori non mostrarono la minima sorpresa trovandomi lì seduto al buio. Non
ebbero nulla da ridire: avevo portato loro un'anfora. Sapevo come comportarmi, mi era già
capitato di conoscere tipi creativi .
Uno era alto e uno basso, entrambi a braccia nude, non per spavalderia ma perché erano
troppo poveri per possedere un mantello. Portavano tutti e due la barba, fondamentalmente per
sembrare trasgressivi. Pur essendo sulla trentina, avevano modi da adolescenti e abitudini
puerili. Sotto la sporcizia, ciascuno a modo suo, potevano forse essere di bell'aspetto, ma
preferivano farsi notare per la personalità. Un amico premuroso avrebbe dovuto avvertirli che le
loro personalità avevano bisogno di una rinfrescatina .
Sistemarono la torcia in uno stretto orcio per l'olio: l'urna funeraria di un greco dotato di
buon gusto. Immaginavo che il greco fosse ancora lì dentro. Probabilmente pensavano che fosse
molto divertente il fatto di averla trasformata in un portalampada .
Nessuno dei due si ricordava di me. «Chi è costui?» «Sono Marco...» esordii, intenzionato a
procedere con una presentazione formale .
«Ehi, Marco! È splendido vederti!» «Come ti va la vita, Marco?» Mi trattenni dal dire che
solo a pochi membri scelti della mia famiglia era consentito chiamarmi in quel modo.
L'etichetta non sortisce alcun effetto sugli spiriti liberi, in particolar modo su quelli che hanno
l'abitudine di ubriacarsi .
Manlio era il disegnatore. Dei due era quello alto e con gli occhi assonnati. Indossava una
tunica che un tempo doveva essere stata bianca e aveva una frangetta di capelli neri e unti .
Faceva scarabocchi e ghirigori in miniatura. Aveva disegnato piccole colonne eleganti,
festoni e vasi di fiori tutt'intorno al suo angolo della stanza .
Le gambe corte di Varga erano compensate dai grandi baffi. La sua tunica era di un color
manganese tendente al marrone, con frammenti di passamaneria violacea. Portava anche sandali
dalle cinghie dorate. Mamma l'avrebbe giudicato un tipo infido. Dei due era lui che sapeva
dipingere. La sua preferenza andava ad ambiziose scene di battaglie con giganti mitologici a
petto nudo. Aveva un buon tratto per le scene tragiche che avevano come protagonisti i centauri:
sopra il suo letto uno alto cinque piedi si ergeva agonizzante, a causa della ferita infertagli da
un'amazzone .
«Mi piacerebbe conoscere il modello!» «La ragazza o il cavallo?» «Oh, il cavallo... ha dei
nodelli stupendi!» Ci scambiavamo battute ironiche, l'amazzone era sensazionale .
Finsi di ammirare le sfumature delicate della sua pelle così potemmo guardarne le forme
con occhi lussuriosi. Il suo corpo doveva qualcosa alla ragazza che aveva posato per il dipinto e
molto alla fervida libidine di Varga. L'aveva maggiorata fino a renderla quasi deforme.
Conoscevo la modella, o comunque l'avevo già vista. La guerriera dipinta si ispirava a una
voluttuosa ragazza le cui proporzioni reali avrebbero lasciato senza fiato un uomo, ma senza
farlo cadere nella disperazione. L'amazzone induceva a sogni indecenti .
La modella era una salace bruna dai grandi occhi audaci, occhi che una volta si erano posati
su mio fratello, quasi certamente per una ragione precisa. Era la ragazza accanto alla quale
Festo si era seduto al Circo, la notte in cui mi aveva scaricato Marina. La notte, ora ne ero certo,
in cui aveva gironzolato per la città alla ricerca di qualcuno, anche se, per una volta, ritenevo
che la ragazza fosse solo una messaggera .
«A chi appartiene quel corpo?» «A Rubinia, anche se ho fatto qualche aggiustamento! Posa
spesso per noi.» Mi trovavo nel posto giusto. Quella notte Rubinia doveva avere detto a Festo
che avrebbe trovato i pittori dalla Vergine. (Probabilmente gli aveva dato anche il proprio
indirizzo, anche se ormai quel dettaglio era irrilevante.) Risi con disinvoltura. «Credo che
conoscesse mio fratello.» «È più che probabile!» disse ridacchiando Manlio. Doveva trattarsi di
un commento sulla ragazza, non mi aveva chiesto chi fosse mio fratello .
Forse lo sapeva. Probabilmente non ancora, pensai .
Mentre mi chiedevo come arrivare all'argomento della mia indagine, ce ne stavamo sdraiati
sui letti con indosso i calzari, bevendo continuamente. (Gli artisti non hanno madri che li
educano bene, o almeno non devono mostrarsi riconoscenti verso di loro.) Il riferimento a Festo
venne dimenticato. I pittori erano tipi disinvolti che vi lasciavano accennare a un conoscente, o
a un parente, senza mostrare alcuna curiosità. Conoscevano tutti .
Se portava con sé un'anfora, o stava seduto in un'osteria con la borsa piena, qualunque
estraneo era loro amico. Costringerli a ricordare uno dei loro tanti benefattori poteva rivelarsi
difficile .
Il nostro incontro di quella sera divenne sgradevole come avevo previsto: incominciarono a
parlare di politica. Manlio era repubblicano. Lo ero anch'io, quantunque provassi una certa
riluttanza a parlarne in quella compagnia dalla lingua sciolta. Una seria speranza di ripristinare
il vecchio sistema comportava l'eliminazione dell'imperatore. Vespasiano poteva anche essere
un anziano stolto tollerante, ma il tradimento rappresentava ancora un delitto capitale, e io cerco
di evitare passatempi del genere. Trovavo già abbastanza spiacevole il fatto di essere stato
incastrato per l'omicidio di un soldato .
Manlio era intenzionato a far fuori Vespasiano, Varga odiava l'intero Senato. Avevano
elaborato un piano per trasformare Roma in una galleria d'arte pubblica e gratuita: l'avrebbero
rifornita requisendo le collezioni dei patrizi e saccheggiando i portici pubblici, e finanziata con
il Tesoro. Si trattava di un piano estremamente particolareggiato, e totalmente inattuabile da
parte loro. Quei due non avrebbero saputo organizzare un'orgia in un postribolo .
«Potremmo farlo» dichiarò con enfasi Varga «se la classe dirigente non fosse protetta dalle
corazze e dalla mentalità reazionaria della Guardia pretoriana. » Decisi di non accennare al fatto
che a volte lavoravo come agente imperiale, per non rischiare di essere ritrovato decapitato in
una pubblica piazza. Gli artisti non possiedono il senso delle proporzioni, e gli ubriachi non
hanno nemmeno buonsenso .
«Questa è una città governata con la paura!» biascicò Manlio. «Per esempio... ecco un
esempio, Marco... perché tutti gli schiavi portano gli stessi vestiti che indossano tutti gli altri?
Perché i loro padroni fanno in modo che sia così?» «Perché lavorano meglio se stanno al
caldo?» La mia risposta suscitò una risata sguaiata. «No. Perché se portassero uniformi da
schiavi, si renderebbero conto che sono milioni, dominati solo da una manciata di bastardi che
potrebbero facilmente travolgere se soltanto ci pensassero.» «Grazie, Spartaco!» «Parlo
seriamente» borbottò lui, facendo grandi sforzi per versarsi un altro bicchiere .
«Questo è alla repubblica!» suggerii cordialmente per il brindisi. «Quando ogni uomo arava
i propri campi, quando ogni figlia era vergine e ogni figlio restava in casa fino all'età di
quarantanove anni, rispondendo sempre "sì, padre"!» «Sei un cinico!» commentò Varga,
chiaramente l'astuto in quella coppia di scellerati .
Accennai al fatto che mio nipote aveva fatto l'apprendista presso un pittore sulla costa della
Campania. In realtà mi era venuto in mente Lario perché stavo considerando la possibilità che
si fosse aggregato a un degenerato incapace come quei due. Era un ragazzo fin troppo
giudizioso, ma avrei dovuto controllare prima di lasciarlo andare .
«La Campania è un immondezzaio!» brontolò Manlio. «Ci siamo stati: una cosa terribile. Ci
siamo andati per il sole, le donne e il vino pregevole, oltre che per i clienti favolosamente
ricchi, naturalmente. Non abbiamo avuto fortuna, Marco .
Tutti degli spocchiosi, Marco. Non ti vuole nessuno se non sei un greco o uno del posto.
Così siamo tornati a casa.» «Al momento state lavorando?» «Certo. Un buon incarico. Varga sta
facendo il Ratto delle sabine per certi aristocratici, affinché lo ammirino mentre si ingozzano di
fagiani in gelatina fino a ottundersi il cervello .
Sta realizzando un bel saccheggio, Varga...» «Non stento a crederlo!». «Gli faccio un paio di
sale, una bianca, una nera. Sui due lati dell'atrio. Un lavoro equilibrato, capisci? L'equilibrio mi
piace.» «Raddoppia il tuo compenso?» dissi con un sogghigno. «Il denaro non significa niente
per gli artisti.» «Questa generosità spiega perché vi siete dovuti abbassare a dipingere degli
schizzi grossolani alla Vergine... per saldare un conto, presumo. » Varga fece una smorfia.
«Quella roba!» «Vi siete adattati» dissi, osservando la qualità delle cose che dipingeva per sé .
«È così, Marco. La voglia di bere è terribile!» Mi ero stancato di tutta quella faccenda. I
miei piedi si erano scaldati abbastanza da cominciare a dolermi, e in quanto al resto mi sentivo
indolenzito, stanco e annoiato. Ero stufo di bere, stufo di trattenere il fiato a causa dell'aria
nauseabonda, stufo di ascoltare due ubriachi .
«Non chiamatemi Marco» dissi bruscamente. «Voi non mi conoscete.» Restarono a
guardarmi a bocca aperta, con aria disorientata. Erano molto lontani dal mondo reale.
Probabilmente si sarebbero confusi anche se avessi semplicemente chiesto loro come si
chiamavano o quando compivano gli anni .
«Che cosa ti succede, Marco?» «Ricominciamo daccapo: io sono Marco Didio Falco»
ripresi, continuando da dove mi avevano interrotto un'ora prima .
Grazie agli effetti della mia anfora, la loro spavalderia si era esaurita e questa volta mi
lasciarono finire. «Voi conoscevate Marco Didio Festo. Un altro nome, un'altra faccia e,
credetemi, un'altra personalità.» Manlio, quello che forse solitamente li salvava dai guai, agitò
una mano, riuscì ad appoggiarla sul letto e si alzò, sorreggendosi. Cercò di parlare, ma rinunciò.
Si accasciò di nuovo .
«Festo?» domandò Varga con voce tremula, fissando il soffitto. Sopra la sua testa, in
posizione perfetta per guardarla quando era quasi tramortito, aveva dipinto una piccola e
deliziosa Afrodite al bagno, modellata non su Rubinia ma su una bionda piccola e delicata. Se il
ritratto era fedele, avrebbe fatto bene a portarsi a letto la bionda, ma quelle si aspettano pasti
regolari e una scorta di collane di perline di vetro. Altrimenti sarebbe stato inutile investire nella
tintura per i capelli .
«Festo» ripetei, sforzandomi di combinare qualcosa di sensato .
«Festo...» Varga si girò su un fianco in modo da potermi osservare. Da qualche parte in
quegli occhi gonfi sembrò baluginare un lampo di intelligenza. «Che cosa vuoi, Falco?»
«Varga, voglio che mi spieghi perché, una certa notte di cinque anni fa, quando vi ho visti con
lui dalla Vergine, Marco Didio Festo voleva incontrarsi con voi?» «Lui non si ricorda chi ha
incontrato dalla Vergine cinque giorni fa!» rispose Manlio, raccogliendo i brandelli delle sue
facoltà mentali. «Pretendi troppo dal mio amico!» «Voglio salvarmi il collo dallo strangolatore
pubblico» replicai con franchezza. «Un soldato di nome Censorino è stato assassinato,
probabilmente per avere posto domande di questo genere. Se non riuscirò a fare luce su quanto
è avvenuto, sarò condannato per l'omicidio. Ascoltate bene e cercate di capirmi: sono un uomo
disperato!» «Io non so niente di niente» mi assicurò Varga .
«Be', ne sai abbastanza per mentire!» dissi con voce stridula, di buon umore. Poi abbassai la
voce. «Festo è morto, non potete danneggiarlo. Addirittura può darsi che la verità protegga la
sua reputazione... anche se, in tutta onestà, non me lo aspetto... così non rifiutatevi di parlare
per evitare di offendermi.» «Per me è nebbia fitta» ripeté Varga. «Non sopporto chi finge di
essere stupido!» balzai giù dal letto dov'ero sdraiato e lo afferrai per il braccio destro. Glielo
torsi abbastanza da fargli male. Mentre mi gettavo su di lui, estrassi il pugnale. Lo tenni contro
il suo polso in modo tale che si sarebbe tagliato al minimo movimento. «Piantala di scocciarmi.
So che avete incontrato Festo e so che il vostro incontro riguarda questo caso! Raccontami
tutto, Varga, o ti taglio la mano con cui dipingi!» Varga impallidì. Troppo sbronzo per opporsi, e
comunque troppo inoffensivo per farlo, restò a fissarmi terrorizzato, riuscendo a stento a
respirare. Ero talmente frustrato dall'indagine che facevo quasi sul serio. Ero spaventato di me
stesso, e Varga se ne rendeva conto. Un suono indistinto gli gorgogliò in gola .
«Parla, Varga. Non avere paura!» «Non ricordo di avere incontrato tuo fratello...» «Io invece
ricordo che l'hai incontrato» dichiarai impassibile. «E ancora non sapevo della cospirazione!» Il
suo amico si mosse in preda all'ansia. Finalmente stavo approdando a qualcosa .
«Non eravamo coinvolti in nessuna cospirazione» sbottò Manlio dall'altro letto. «L'ho detto
al soldato quando è venuto!».
XXXIX

«Questa è nuova per me!» si giustificò Varga .


Premetti con più forza il pugnale contro il suo braccio, affinché potesse sentire il filo della
lama, anche se in realtà l'avevo girato in modo che per il momento non incidesse la pelle .
«Attento. Tu sei molto ubriaco, e io non sono del tutto sobrio. Una mossa sbagliata, e hai
finito di dipingere capezzoli stuzzicanti...» Fissai Manlio. «Continua. Sono versatile. Riesco a
minacciare un uomo mentre l'altro parla.» «Diglielo» lo sollecitò debolmente Varga. «E non mi
dispiacerebbe che informassi anche me...» «Tu non c'eri» spiegò Manlio. Avevano delle priorità
ben strane. La sua principale preoccupazione sembrava essere quella di convincere il suo
compare che non c'erano segreti tra loro. «Era una delle giornate in cui prendevi le misure a
Rubinia...» «Piantatela con le oscenità!» esclamai con voce stridula. «Che cos'è successo a
Censorino?» «Laurenzio» mi corresse Manlio .
«Chi?» «Ha detto di chiamarsi Laurenzio.» Lasciai andare Varga, ma rimasi seduto sui
talloni, tenendo ancora il pugnale dove potevano vederlo entrambi. «Ne sei sicuro? Il soldato
che è morto si chiamava Censorino Macer.» «Laurenzio è il nome che mi ha detto lui.» Sarebbe
stato un grande sollievo per me sapere che Censorino aveva con sé un amico a Roma. Questo
Laurenzio sarebbe stato il principale indiziato. Gli amici litigano. Si siedono in una taverna a
bere, poi bisticciano sul denaro, sulle donne, sulla filosofia politica o semplicemente sul dubbio
che la nave per tornare a casa parta il martedì o il giovedì. A quel punto è naturale che qualcuno
finisca accoltellato e il suo compagno se la dia a gambe... O per lo meno era quello di cui
cercavo di convincermi, ignorando in qualche modo la violenza con la quale il centurione era
stato aggredito .
«Allora parlami di questo Laurenzio. Sai dirmi il suo grado e la sua legione, e quando è
venuto a trovarvi?» «Un po' di tempo fa...» «Settimane? Mesi?» La precisione non
rappresentava una consuetudine da quelle parti. «Un mese o due... forse. Non conosco gli altri
dettagli.» «Oh, andiamo, sei un dannato pittore, no? Dovresti avere spirito di osservazione!
Portava una verga di vite?» «Sì.» «Allora era proprio un centurione. Doveva essere amico
intimo di Festo. Te lo ha detto?» Manlio annuì. «Bene. Adesso respira profondamente e
spiegami che cosa voleva.» Non c'era alcun barlume di razionalità sotto la lunga frangia
arruffata del pittore. Domandai a chiare lettere: «Ti ha fatto domande sull'Hypericon, per
esempio, oppure è andato dritto alla faccenda del Fidia?» .
Finalmente Manlio sorrise. Si trattava di un sorriso amabile e privo di ambiguità. Non
provavo un briciolo di fiducia in quel sorriso mite, ma le parole che pronunciò sembravano
abbastanza sincere: «Non so di che cosa parli, Falco. Il soldato chiedeva di qualcuno. Me lo
ricordo» disse con calma «perché era la stessa persona per la quale Festo era così in agitazione
quella sera dalla Vergine» .
«Chi?» «Oronte Mediolano.» «Lo scultore» collaborò Varga. Tutto ciò aveva un senso .
Mantenni il più possibile ferma la mia voce. «E dove posso trovare qui a Roma questo
Oronte?». «È questo il punto!» sbottò Manlio, con un tono di trionfo rilassato e non
vendicativo. «Oronte è scomparso da Roma. In realtà è sparito anni fa. » Avevo già intuito il
seguito. «Era già sparito quando Festo lo cercava?» «Naturalmente! Per questo Festo è venuto a
cercarci .
Voleva sapere dove per l'Ade fosse finito Oronte.» Tornai indietro di un passo. «Come avete
conosciuto Festo?» «Lui notava le modelle» disse Varga in modo convincente .
Lanciammo tutti un'occhiata alla sua amazzone e immaginammo Festo che prendeva nota di
Rubinia .
«E perché pensava che voi foste in grado di rintracciare Oronte?» «Una volta Oronte abitava
con noi» spiegò Varga. «A dire il vero, prima tu stavi sdraiato proprio sul suo letto!» Lo fissai.
Sul materasso duro e pieno di grumi c'era una leggera coperta. Sotto il letto erano ammucchiate
ciotole per il cibo non lavate, e a un'estremità quei due idioti trasandati tenevano pentole di
pittura, incrostate di smalti e ossidi di rame. Forse lo stato del letto era peggiorato da quando lo
scultore non viveva più lì, ma in caso contrario capivo perché poteva essersene andato:
probabilmente era solo schizzinoso .
«Dunque che cosa è successo a Oronte?» «Sparito. Una mattina siamo usciti e lo abbiamo
lasciato che russava. Quando siamo tornati se ne era andato. Non è più tornato.» «Un tipo
ramingo! Somiglia a mio padre... Vi siete preoccupati?» «Perché mai? Era adulto.» «Le sue
cose mancavano?» Avevo posto la domanda con noncuranza. I pittori si scambiarono una mezza
occhiata prima che uno rispondesse di sì e l'altro di no. «Le abbiamo vendute» ammise Varga.
Riuscivo a crederlo. La loro espressione colpevole non mi stupiva, poiché non erano beni di
loro proprietà che potessero vendere .
Nondimeno, avvertivo una strana atmosfera, di cui presi mentalmente nota. Avrebbero
potuto benissimo mentire a riguardo .
Riesaminai tutta la faccenda una seconda volta, e mi convinsi che la loro storia era
plausibile. C'era ben poco da aggiungere. Appresi soltanto che il centurione Laurenzio se ne era
andato insoddisfatto quanto me. Manlio ignorava dove quel soldato soggiornasse a Roma.
Nessuno dei due sapeva che cosa volesse Festo dallo scultore .
O, se lo sapevano, non intendevano confessarmelo. Versai quello che restava dell'anfora
nelle loro coppe e li salutai in modo formale .
«Addio, ragazzi! Vi lascio a meditare su come le belle arti possano salvare il mondo civile
dalla sua sterilità.» Dalla soglia sorrisi dello squallore nel quale vivevano. «Ammettetelo.
Questa è solo una finzione, vero? In realtà voi siete due cittadini operosi che amano l'impero e
vivono come agnellini. Scommetto che dite una preghiera alla dea del focolare ogni mattina e
scrivete a casa a vostra madre due volte la settimana!» Manlio, che era probabilmente il più
perspicace di quella coppia sciagurata, mi rivolse un sorriso imbarazzato. «Fammi il piacere,
Falco! Mia madre ha ottantun anni. Devo mostrare rispetto per una donna di quell'età.» Varga,
che viveva in mezzo a sogni più segreti, esaminò con aria afflitta la sua Afrodite, e finse di non
aver sentito .
XL
Alla Corte della Fontana regnava un silenzio assoluto. La cosa era preoccupante. Perfino nel
cuore della notte di solito c'era qualche marito che subiva danni al cervello a causa di una
pentola di ferro, un piccione che veniva torturato da giovani delinquenti o una vecchia che
strillava perché le avevano rubato i risparmi di una vita (Metella, i cui soldi venivano presi
regolarmente in prestito dal figlio che li avrebbe restituiti se la serie di prostitute che lavoravano
per lui avesse fatto il doppio turno per due settimane) .
Doveva essere quasi l'alba. Ero troppo vecchio per tutto questo .
Quando raggiunsi la lavanderia, l'arrancare stanco dei miei passi attirò altri fastidi: Lenia,
quella sciattona della proprietaria, spalancò di colpo mezza imposta. La sua testa emerse
goffamente, un groviglio di capelli tinti con l'henne .
La faccia era pallida e il portamento incerto. Mi esaminò con occhi che avevano bisogno di
un oculista e strillò: «Ohi, Falco! Che ci fai in piedi così tardi?» .
«Lenia! Mi hai fatto prendere un bello spavento. Smaractus è lì?» Lenia emise un gemito
patetico. Rischiava di svegliare l'intera strada, e sarei stato incolpato io. «Spero che sia in fondo
al Tevere. Abbiamo avuto una lite terribile!». «Siano ringraziati gli dèi per questo. Ora per
favore chiudi la tua boccaccia...» Eravamo vecchi amici, così potevamo tralasciare i
complimenti. Sapeva che disprezzavo il suo fidanzato .
In questo c'entrava il fatto che era il mio padrone di casa, e ancora di più quello che era
piacevole come un mucchio di sterco di mulo ancora caldo. «È un addio al matrimonio?» «Oh
no.» Si calmò immediatamente. «Non gliela faccio passare liscia! Vieni dentro, vieni dentro...»
Era inutile opporsi. Quando una donna che passa la vita a sollevare trogoli enormi di acqua
bollente vi afferra per un braccio, vi precipitate nella direzione in cui tira, altrimenti perdete un
arto. Fui trascinato nel sinistro bugigattolo dove Lenia falsificava i conti e accoglieva gli amici,
poi venni spinto a forza su uno sgabello. Mi ritrovai con in mano una coppa di vino scadente .
Lenia aveva bevuto, come tutti a Roma in quella notte gelida. Aveva bevuto da sola,
pertanto era irrimediabilmente infelice. Tuttavia, con una coppa che batteva di nuovo contro
quei denti orribili, si risollevò. «Sembra che nemmeno tu stia troppo bene, Falco!» «Ho bevuto
come una spugna con dei pittori. Mai più!» «Fino alla prossima volta!» mi canzonò raucamente
Lenia .
Mi conosceva da un pezzo. «Allora, che cosa succede a Smaractus?» Assaggiai il suo vino,
e subito me ne rammaricai, proprio come avevo temuto .
«Teme i vantaggi del matrimonio?» Stavo scherzando, ma naturalmente lei annuì
mestamente .
«Non è sicuro di essere pronto a impegnarsi.» «Poverino! Suppongo che si giustifichi con la
tenera età, non è così?» Qualunque fosse l'età di Smaractus, l'esistenza famigerata l'aveva
lasciato con l'aspetto di un eremita rinsecchito, mezzo morto in una grotta. «Quello spilorcio
capirà certamente che il possesso di una fiorente lavanderia compenserà quanto perde
abbandonando la vita da scapolo?» «E così pure il fatto di avere me!» replicò Lenia con
sussiego .
«Certo» dissi sorridendo. Aveva bisogno che qualcuno si mostrasse gentile .
Tracannò la sua coppa, poi si vendicò, domandando: «E le tue faccende come procedono?» .
«Perfettamente, grazie.» «Non ci credo, Falco!». «I miei progetti» dichiarai pomposamente
«si avviano con efficienza e stile alla conclusione.» «Non ne ho sentito parlare.» «Infatti. Tengo
la bocca cucita. Se impedisci alla gente di impicciarsi, le cose non vanno storte.» «Che cosa
dice Elena?» «Non c'è bisogno di importunare Elena con i dettagli.» «Elena è la tua promessa
sposa!» «Per questo ha già abbastanza preoccupazioni.» «Per gli dèi, sei un gran mentecatto...
Elena è una brava ragazza.» «Esatto. Così, perché avvertirla che è destinata a fallire? È qui che
tu hai sbagliato, Lenia. Se Smaractus fosse rimasto beatamente all'oscuro del tuo approccio con
il maiale sacrificale già pronto, avresti potuto contraffare il suo nome su un contratto una notte
in cui smaltiva la sbornia con una dormita e non avrebbe mai sentito il dolore. Invece gli hai
messo la fifa addosso e gli hai dato mille possibilità di squagliarsela.» «Tornerà» si vantò
morbosamente Lenia. «Quel maledetto sbadato ha dimenticato il suo anello di berillo con il
sigillo.» Riuscii a sviare la conversazione da argomenti quali il matrimonio e i gioielli
dozzinali. «Se mi vuoi turbare, prova con il mio arresto da parte di Marponio.» «La notizia si è
sparsa!» concordò Lenia. «Abbiamo saputo tutti che hai accoltellato un soldato e sei finito in
manette a casa del giudice.» «Non ho accoltellato il soldato.» «È vero, uno o due balordi
credono che potresti essere innocente.» «La gente è straordinaria!» «Dunque, che cos'è questa
favola, Falco?» «È stato quel maledetto Festo a cacciarmi nei guai, come sempre.» Le raccontai
la storia. Qualunque cosa per impedirle di bere. Qualunque cosa per impedire che me ne
versasse ancora .
Quando ebbi terminato, lei fischiò con il consueto irritante tono di scherno. «Dunque si
tratta di un mistero delle belle arti?» «Infatti. Ho il forte sospetto che la maggior parte delle
statue e tutte le persone siano fasulle.» «Adesso ci siamo! Lui ti ha trovato poi quella notte?».
«Quale notte, Lenia?» «La notte di cui hai appena finito di parlare. La notte in cui Festo è
partito per tornare alla sua legione. È venuto qui. Pensavo di avertelo detto a suo tempo... Era
tardi. Veramente tardi .
Lui ha bussato con forza alla mia porta, voleva sapere se ti eri trascinato fino a casa così
ubriaco da non riuscire a salire le scale e ti eri raggomitolato nel mio mastello per il bucato.» È
risaputo che sei piani fanno davvero male dopo una bisboccia .
«Io non c'ero.» «No!» Lenia ridacchiò, dato che sapeva del fiasco con Marina .
«Avrebbe dovuto sapere dov'ero... Non me lo hai mai riferito.» Sospirai. Un altro di una
lunga serie di messaggi non consegnati .
«Mi è tornato in mente solo questa sera quando hai parlato di lui.» «Con cinque anni di
ritardo!» Quella donna era incredibile. «Che cosa è successo dopo?» «È crollato qui dentro per
la stanchezza, rendendosi insopportabile. » «Ne aveva bevuti parecchi.» Più o meno come noi
quella sera .
«Oh, so come trattare con gli ubriaconi, ho abbastanza esperienza. Lui era immerso in tristi
pensieri» si lamentò la lavandaia. «Non sopporto gli uomini infelici!» Visto che aveva scelto di
sposare Smaractus, che era un completo fallimento, insensibile, immusonito e privo del senso
dell'umorismo, doveva essere abituata a sopportare l'infelicità e presto lo sarebbe stata ancora di
più .
«Allora che cosa angustiava Festo?» «Cose riservate» ironizzò Lenia. «Si lamentava:
"Questo è troppo, ho bisogno delle braccia forti del mio fratellino", e poi non ha aggiunto
altro.» «Festo era fatto così.» In certi casi, tuttavia, il mio misterioso fratello veniva colto da un
impulso bacchico a parlare .
Se era in vena, se aveva deciso di rivelare i suoi pensieri più intimi, era solito aprirsi con
chiunque gli capitasse a tiro .
Avrebbe parlato a vanvera per ore... tutte fesserie, naturalmente. «È troppo sperare che abbia
rivelato qualcosa di più?». «No. Era un bastardo riservato! La maggior parte delle persone trova
che sia facile parlare con me» si vantò Lenia. Mi sforzai di abbozzare un sorriso cortese .
«E poi che è successo?» «Si è stancato di aspettare il suo prezioso fratello che era rimasto
fuori a divertirsi con Marina, così ha imprecato contro di me, ha imprecato contro di te
parecchie volte, si è fatto prestare una delle mie tinozze per il bucato, ed è sparito. Se ne è
andato brontolando che aveva del lavoro da fare. Il giorno dopo ho saputo che aveva lasciato
Roma. In seguito non ti sei fatto vedere molto nemmeno tu.» «Sensi di colpa!» dissi con un
largo sorriso. «Sono andato a vivere a sbafo negli orti in attesa che l'agitazione si placasse.»
«Sperando che Marina avrebbe avuto un opportuno vuoto di memoria?» «Forse. Perché ha
voluto una tinozza per il bucato?» «Per Giunone, non lo so. È ricomparsa sulla mia soglia
ricoperta di fango, cemento o qualcosa del genere.» «Deve averci sciacquato la biancheria
intima... Perché non me ne hai mai parlato prima?» «A quale scopo? Ti avrebbe sconvolto!» Lo
ero adesso .
Era una di quelle stuzzicanti vicende senza senso che causano tormenti quando muore
qualcuno. Non avrei mai saputo veramente che cosa voleva. Non avrei mai potuto condividere
il suo problema, non avrei mai potuto aiutarlo. Lenia aveva ragione. Meglio non saperle certe
cose .
Trovai una scusa per andarmene (con grandi sbadigli) e salii le scale barcollando .
Sei piani lasciano molto tempo per pensare, ma non fu sufficiente .
Combattuto fra la nostalgia e l'odio per mio fratello, mi sentivo esausto, sporco, gelato e
depresso. Mi sarei potuto accasciare sulle scale, ma i pianerottoli erano gelidi e puzzavano di
urina stantia. Andavo in cerca del mio letto, consapevole che avrei dovuto lasciarlo di nuovo fin
troppo presto. La disperazione rendeva pesanti i miei piedi, stavo indagando su un mistero
senza speranza, con le sciagure che mi piombavano rapidamente addosso da ogni parte. E
quando arrivai alla mia abitazione mi sentii anche peggio capendo che mi aspettavano altri guai.
Sotto l'uscio che non si chiudeva bene si vedeva uno sprazzo di luce. Poteva significare solo che
c'era qualcuno in casa .
Avevo già fatto troppo rumore per cominciare a salire furtivamente ed entrare di sorpresa.
Mi rendevo conto di essere troppo ubriaco per affrontare una discussione e troppo stanco per
una rissa .
Feci tutto nel modo sbagliato. Mi dimenticai di essere prudente. Non avevo voglia di
organizzare una possibile fuga. Ero troppo sfinito, e troppo furioso per seguire le mie stesse
regole, così entrai direttamente e chiusi con un calcio la porta alle mie spalle .
Stavo fissando il lume che ardeva in bella vista sul tavolo quando dalla camera da letto una
vocina mormorò: «Sono soltanto io» .
«Elena!» Cercai di ricordare che la sua straordinaria capacità di sorprendermi rappresentava
una delle ragioni per cui l'amavo. Poi mi sforzai di apparire sobrio .
Spensi il lume, per dissimulare il mio stato. Lasciai cadere la cintura e armeggiai per
togliermi i calzari. Ero congelato, ma per rispetto del vivere civile mi tolsi alcuni strati di
indumenti .
Appena mi diressi incespicando verso il letto, Elena dovette rendersi conto delle mie
condizioni. Avevo dimenticato che il letto era nuovo, non rientrava nel percorso che i miei piedi
spinti dall'abitudine percorrevano al buio, ed era dell'altezza sbagliata. Inoltre, lo avevamo
spostato per evitare il grande buco nel soffitto che Smaractus non aveva ancora riparato .
Quando finalmente trovai il letto, mi lasciai cadere goffamente, e per poco non lo mancai.
Elena mi baciò, gemette a causa del mio alito disgustoso, poi nascose il viso nel rifugio sicuro
della mia ascella .
«Mi dispiace... ho dovuto corrompere dei testimoni.» Cercando di resistere alla tentazione
del calore e del conforto che trovai ad accogliermi mi sforzai di essere severo. «Ascolta, piccola
birbante disobbediente, ti ho lasciata a casa di mia madre. Perché non sei rimasta da lei?» Elena
mi strinse ancora più forte. Era dolce e piacevole, e capiva che non mi sarei lamentato più di
tanto. «Oh Marco, sentivo la tua mancanza...» «Sentire la mia mancanza avrebbe potuto
nuocerti, donna! Come sei arrivata qui?» «In modo assolutamente sicuro. Con il marito di Maia.
È salito e ha controllato le stanze per me. Ho passato la serata girando per le case delle tue
sorelle a chiedere informazioni sul coltello dell'osteria. Ho portato con me tua madre, sebbene
non ne fosse entusiasta. Comunque, pensavo ti avrebbe fatto piacere sapere che cosa ho
scoperto» addusse come debole scusa .
«Imbrogliona! Allora quali sono le buone notizie?» Mi sfuggì un rutto leggero ma evidente.
Elena si spostò più in giù nel letto. La sua voce giunse smorzata attraverso la coperta.
«Nessuna, mi dispiace. Nessuno dei tuoi parenti ricorda di avere portato via da casa il coltello,
tanto meno di averlo mai usato da Flora.» Perfino nell'oscurità sentivo che mi girava la testa.
«La giornata non è stata un disastro totale. Ho saputo un paio di cose. Censorino aveva un
compagno a Roma... Laurenzio. È un bene. Petro dovrà trovarlo prima di poter incriminare
me.» «Potrebbe essere lui l'assassino?» «Improbabile, ma possibile...» Facevo fatica a parlare.
«E c'è, o c'era una volta, uno scultore di nome Oreste... no, Oronte .
È scomparso, ma questo ci fornisce un altro nome...» Nel nuovo letto, che Elena riscaldava
da parecchie ore, le mie membra congelate si stavano piacevolmente rilassando. Mi avvolsi più
comodamente intorno a lei. «Per gli dèi, ti amo...» Volevo che non corresse rischi, ma ero
contento che si trovasse lì. «Spero che Famia fosse sobrio quando ti ha accompagnata.» «Maia
non mi avrebbe mandata a casa sapendo che non ero al sicuro. Se avesse sospettato che sarei
stata ad aspettare un ubriaco, non mi avrebbe lasciata venire affatto!» Mi sforzai di pensare a
una risposta, ma non me ne venne in mente nessuna. Elena mi accarezzò la guancia. «Sei
esausto. Dormi.» Lo stavo già facendo. Confusamente sentii che diceva: «Tuo padre ha
mandato un messaggio. Propone di accompagnarti domattina a far visita a Caro e a Servia.
Dice: "Mettiti in ghingheri". Ti ho tirato fuori una toga...» .
Mi chiesi chi mai per l'Ade fossero Caro e Servia e perché avrei dovuto permettere a quegli
estranei indesiderati di infastidirmi con tali formalità. Poi persi coscienza e il giorno dopo
quando mi svegliai avevo un feroce mal di testa .
XLI

Era già mattino inoltrato quando lasciai barcollando la mia abitazione. Indossavo la mia
tunica preferita, color indaco e logora, poiché per me mettermi in ghingheri significava
anzitutto essere comodo, i miei calzari più pesanti, poiché il tempo volgeva al brutto, un
mantello, per la stessa ragione, e un copricapo, per riparare gli occhi dalla luce fastidiosa. Mi
faceva male la testa e i miei organi interni erano sensibili. Mi dolevano le giunture. La
posizione eretta mi pareva innaturale .
Per prima cosa andai a trovare Petronio. Si stava annoiando al corpo di guardia, fingendo di
scrivere rapporti mentre si riparava dalle intemperie. Pertanto qualunque scusa per svegliarsi e
ricoprire di ingiurie un amico era la benvenuta .
«Occhio, ragazzi! Stanno arrivando i postumi di una sbronza con le gambe. Falco, sembri
uno scemo che è stato alzato tutta la notte a bere vino scadente in pessima compagnia.» Mi
aveva visto farlo in precedenza, l'avevo fatto con lui. «Non cominciare!» «Parliamo di cose
serie, allora. Immagino che tu sia venuto a offrirmi una serie di tavolette ben rilegate con
indicati tutti i particolari sull'omicidio di Censorino Macer, gli infami moventi che hanno spinto
i colpevoli a compiere il crimine e dove posso trovare gli assassini, legati a un pergolato in
attesa dell'arresto!» «No.» «Non mi meraviglio!» «Ho un paio di indizi.» «Meglio di niente»
rispose in tono burbero .
«E tu?» «Oh, non ho fatto grandi sforzi per chiarire il mistero. Mi piace sentirmi sicuro.
Perché mettersi a giocare con prove e indizi?» Per fortuna, dopo quelle frivolezze, si calmò e
incominciò a dire cose più sensate. Elencò le consuete indagini. Aveva parlato con tutte le
persone che si trovavano da Flora la notte in cui era morto il soldato, ma non aveva appreso
niente di utile. «Nessuno ha visto qualcuno insieme a Censorino o ha notato qualcuno salire la
scala sul retro per andare in camera sua.» «Dunque siamo in un vicolo cieco.» «Infatti. Ho
interrogato varie volte Epimandos. Non mi piace quel suo sguardo sfuggente. È un tipo strano,
ma non ho nessuna prova contro di lui.» «Credo che sia uno schiavo fuggiasco. È per quello che
sembra preoccupato.» «Si trova lì da alcuni anni.» «Sì.» Stiracchiai le membra indolenzite. «Da
sempre l'impressione di guardarsi alle spalle.» Ciò valeva per la maggior parte delle persone
che vivevano a Roma, pertanto Petro non fu turbato dalla mia affermazione. «Credo che Festo
sapesse qualcosa del suo passato.» «È probabile!» «Vale la pena di arrestare Epimandos
basandosi su un semplice sospetto?» Petronio assunse un'aria compassata. «Arrestare qualcuno
a causa di un sospetto vorrebbe dire arrestare te!» «Lo hai fatto!» «Chi è che comincia ora,
Falco? Nel caso del dannato cameriere, ho deciso di non farlo, anche se ho lasciato un uomo a
sorvegliare la stamberga di Flora. Non credo che Epimandos nasconderebbe qualcosa se potesse
scagionarti» mi disse Petronio. «Sembra troppo leale verso di te.» «Non ne capisco il motivo»
ammisi con sincerità. «Nemmeno io» disse Petro, con il consueto atteggiamento amichevole.
«Lo hai pagato per confermare la tua storia?» Mi accigliai. Lui si addolcì. «Forse Festo c'entra
qualcosa, visto che erano in buoni rapporti. Qualunque sia la ragione, Epimandos è veramente
terrorizzato all'idea di avere potuto causare il tuo problema con Marponio. Gli ho spiegato che
eri assolutamente in grado di farti trascinare in giudizio con una falsa accusa senza l'aiuto di un
cameriere tonto. » «Bene, questo dovrebbe garantirmi una bevuta a sbafo la prossima volta che
faccio un salto da Flora! E come sta il nostro amato Marponio?» Petronio Longo emise un
brontolio sprezzante. «Quali sono questi indizi che mi hai promesso?» «Non ho scoperto
granché, ma ho due nomi da controllare .
Uno è quello di Oronte Mediolano, uno scultore che conosceva Festo. È scomparso alcuni
anni fa.» «Sembra una traccia che non porta a nulla.» «Sì, questo lascialo a me, se vuoi. Sono
specializzato nei casi disperati... A parte lo scultore, recentemente è venuto a Roma un
centurione di nome Laurenzio, che faceva le stesse domande di Censorino.» Petro annuì. «Di
questo mi occupo io. Mi sembra un'informazione fondata. Sono riuscito a far ricordare a tua
madre che Censorino è uscito un paio di sere, dicendo che andava a trovare un amico.»
«Mamma non me lo ha mai detto.» «Devi fare le domande giuste» ribatté Petro con aria
compiaciuta. «Lascia certe cose ai professionisti, capito, Falco?» «Ma quali professionisti! Chi
era l'amico?» «Tua mamma non lo sapeva. È stato solo un accenno casuale .
Questo Laurenzio, però, è un buon candidato. Potrebbero avere piazzato di proposito
Censorino a casa di tua madre per tormentare la famiglia, mentre l'amico stava altrove e si
occupava di altre faccende.» Petro si inclinò all'indietro sullo sgabello, incurvando le spalle
come se anche lui sentisse gli effetti della mattinata umida. Era un tipo robusto e muscoloso che
odiava il tempo piovigginoso. Amava stare in casa solo quando giocava con le figlie, altrimenti
aveva bisogno dell'aria aperta .
Era questa la ragione principale per cui amava il suo lavoro. «Hai trovato il conto di quella
locanda della Campania?» I suoi occhi erano leggermente velati, per dissimulare l'impressione
che ci fossimo segretamente accordati affinché io ispezionassi i beni del morto all'osteria .
«L'ho visto» confermai, impassibile. «Mi è sembrato che fosse un conto per due.» «Non l'ho
notato.». «Non era specificato, ma considerando i prezzi in campagna direi che comprendeva
fieno per due cavalli o muli, e più di un letto.» Abbassò la voce. «Il posto dove si trova la
locanda non è vicino alla fattoria di tuo nonno?» «Abbastanza vicino. Ci sarei andato, ma
significherebbe infrangere la mia libertà su cauzione.» «Perché no?» All'improvviso Petro mi
sorrise. «Dopo tutto, sei andato a Ostia!» Come per l'Ade faceva a saperlo? «Mi stai seguendo,
bastardo?» Si rifiutò di ammetterlo. «Grazie per il nome di Laurenzio .
Farò qualche indagine fra le autorità militari, per quanto, se si trovava a Roma solo per una
licenza, può darsi che la sua presenza non sia stata registrata ufficialmente.» «Se era qui con
Censorino, con la scusa di un'innocente vacanza» feci notare «si sarebbe dovuto fare avanti
appena ha saputo dell'omicidio.» «È vero» convenne Petro. «Il fatto che non si sia ancora
presentato lo rende sospetto. Se necessario, scriverò alla Quindicesima per indagare su di lui,
ma questo richiederà settimane.» «Mesi, più probabilmente. Se con loro riga dritto, non è
affatto detto che rispondano a un'indagine civile.» «E se con loro non riga dritto» ribatté Petro
con leggero cinismo «lo rinnegheranno senza fare troppo rumore, e comunque non mi
risponderanno.» I soldati dovevano rispondere solo alla legge militare. Petronio avrebbe
sicuramente potuto fare domande a un centurione, e se si fosse dimostrato che Laurenzio aveva
ucciso Censorino, avrebbe potuto denunciarlo formalmente. Ma se il delitto era stato commesso
da un militare, del colpevole si sarebbero occupate le legioni. (Ciò significava che le legioni
avrebbero messo a tacere la cosa.) Marponio e Petro in tal caso avrebbero subito un grave
scorno. «Ci sono modi migliori di procedere. Intanto i miei uomini possono controllare gli
affittacamere qui in città. È più probabile che questo ci porti a qualcosa. Se Laurenzio è
implicato, forse è troppo tardi per impedirgli di lasciare l'Italia, ma manderò qualcuno di
guardia a Ostia. Se sarà individuato, potrò chiedergli gentilmente di tornare a Roma per parlare
con me...» «Non verrà.». «Ha qualche importanza? Rifiutando apparirà colpevole e tu sarai
scagionato. In virtù del suo rifiuto a collaborare, potrò oppormi a qualunque accusa contro di te.
Marponio dovrebbe essere d'accordo. Allora, quali sono i tuoi progetti, indiziato con la pena
sospesa?» «Esco con il mio orribile genitore per un'istruttiva conversazione sull'arte.»
«Divertiti» disse Petronio con un sorriso. i rapporti fra noi due erano decisamente migliorati. Se
avessi saputo che sarebbe stato così facile ritrovare la nostra lunga amicizia, avrei inventato il
nome di un sospetto alcuni giorni prima e gli avrei suggerito qualcun altro a cui dare la caccia .
«Per risparmiarti il fastidio di dovermi pedinare» risposi con la mia abituale cortesia «ora
passo a prendere papà ai Saepta e trascorreremo il resto della mattinata in qualche grande casa
nel Settimo settore, dopo di che, se il mio genitore si attiene alle sue rigorose abitudini,
torneremo ai Saepta a mezzogiorno in punto, così potrà divorare quello che la rossa gli ha
ficcato nel cestino del pranzo, qualunque cosa sia.» «È tutto molto filiale! Quando mai hai
passato tanto tempo in compagnia di Gemino?» Sogghignai con riluttanza. «Da quando ha
deciso che aveva bisogno di protezione, e ha stupidamente ingaggiato me.» «Che piacere»
commentò ridacchiando Petronio «vedere finalmente unita la famiglia Didio!» Gli dissi quello
che pensavo di lui, senza rancore, poi me ne andai .
XLII

Aulo Cassio Caro e Ummidia Servia vivevano in una casa la cui discrezione esteriore
raccontava una storia di ricchezza .
Si trattava di una delle pochissime grandi dimore edificate da singoli cittadini dopo il
devastante incendio al tempo di Nerone. Durante la guerra civile scatenatasi alla morte di
Nerone era riuscita a sfuggire tanto ai saccheggiatori quanto agli incendiari. Questa casa era
stata fatta costruire da persone che prosperavano in momenti difficili, e che in qualche modo
avevano evitato di offendere un imperatore pazzoide che preferiva scegliere i soggetti da
giustiziare fra chi, oltre a lui, rivelava buon gusto per l'arte .
Caro e Servia dimostravano un principio inverosimile: si poteva essere romani e allo stesso
tempo discreti .
In una città nella quale tante migliaia di persone vivevano stipate in caseggiati a molti piani,
restavo sempre sorpreso scoprendo che alcuni riuscivano a procurarsi vasti appezzamenti di
terreno e a viverci in imponenti dimore private, spesso di fatto sconosciute al grande pubblico. I
due collezionisti non solo ci riuscivano, ma lo facevano nel classico stile romano, con muri
ciechi a difenderli e tuttavia apparentemente disposti ad accogliere nella propria casa chiunque
offrisse una ragione valida per entrarci. Mio padre e io parlammo brevemente con il portiere,
spiegandogli la nostra attività, e quella che dall'esterno era sembrata una casa molto riservata ci
aprì le sue sale pubbliche .
Uno schiavo andò a presentare la nostra richiesta di udienza .
Mentre aspettavamo una risposta, fummo lasciati liberi di gironzolare .
Indossavo la toga, ma per il resto mi sentivo felice come sempre .
«Ti saresti potuto pettinare!» mi sussurrò Gemino. Osservò la toga. Era appartenuta a Festo,
quindi superò l'esame .
«Mi pettino solo per l'imperatore, o per donne molto belle.» «Per gli dèi, che razza di figlio
ho cresciuto?» «Non l'hai fatto tu! Ma sono un bravo ragazzo, e non intendo ingraziarmi i
delinquenti che prendono a calci nelle costole il mio anziano padre!» «Non causare fastidi,
altrimenti non approderemo a nulla.» «So come comportarmi!» ironizzai, insinuando
sottilmente che avrei forse potuto fingere di non saperlo .
«Nessuno» decretò Gemino «che indossi una tunica colorata con la toga sa come
comportarsi!» Scarso successo per la mia esibizione in indaco .
Eravamo passati accanto alla statua di un senatore, probabilmente non un loro avo, poiché i
nostri anfitrioni appartenevano soltanto alla classe media. Nell'atrio c'erano un paio di teste che
ritraevano imperatori dei Claudi, con un aspetto chiaramente fanciullesco che contrastava con i
lineamenti marcati e arcigni di Vespasiano, che attualmente governava Roma .
Una prima generica collezione si trovava all'aperto, in un peristilio appena oltre l'atrio. In
marzo la vegetazione appariva brulla, anche se questo faceva risaltare le opere d'arte. In mezzo
a una raccolta abbastanza leziosa di cani da caccia e cerve, cupidi alati e delfini, Pan fra le
canne palustri e altri soggetti analoghi spuntava qualche erma. Possedevano l'immancabile
Priapo (questo, diversamente dalla creatura mutilata dai vandali nel magazzino di mio padre,
era tutto intero), oltre a un triviale Sileno abbandonato scompostamente sulla schiena mentre
dal suo otre di vino zampillava un'incerta fontana. Si trattava di pezzi ordinari. Da amante delle
piante, ero più interessato ai giacinti e ai crochi orientali che ravvivavano il giardino .
Mio padre, che era già stato lì in precedenza, mi condusse con passo deciso verso la galleria
d'arte. A quel punto cominciai a provare qualche fitta d'invidia .
Eravamo passati attraverso alcune sale tranquille e ben spazzate, dall'arredamento neutro.
Contenevano pochi mobili di ottima qualità, con uno o due bronzi piccoli ma superbi disposti
su plinti. L'ingresso della galleria era sorvegliato da ben due gigantesche creature marine,
ciascuna delle quali recava nereidi sulle spire sferzanti in mezzo a onde esagerate .
Passammo timidamente fra le ninfe marine e attraverso un maestoso portale. L'infisso in
alabastro era alto quanto i locali di casa mia, con un'enorme porta a due battenti di legno
esotico, ornata con borchie di bronzo. La porta era aperta, probabilmente in modo permanente
poiché ci sarebbero voluti almeno dieci schiavi per chiuderla spingendo i battenti .
Una volta dentro, restammo ammutoliti davanti a un gallo morente il doppio della grandezza
naturale, di splendido porfido rosso venato. Ogni casa dovrebbe averne uno, nonché un'apposita
scala a libretto per salire a spolverarlo .
Incontrammo quindi la collezione di greci famosi. Abbastanza prevedibile, ma queste
persone mostravano chiare priorità nel riunire una serie di teste: Omero, Euripide, Sofocle,
Demostene, un aitante Pericle barbuto, e Solone il Legislatore .
Seguivano alcune anonime danzatrici e poi una statua di Alessandro, raffigurato con un'aria
nobilmente triste nonostante la bella zazzera di capelli che avrebbe dovuto rallegrarlo .
I collezionisti preferivano il marmo, ma tolleravano uno o due bronzi eccellenti: c'erano
dorifori, atleti, lottatori, aurighi .
Tornando alla classica pietra di Paros, ci imbattemmo in un Eros alato e malinconico,
chiaramente inguaiato con qualche innamorata che gli aveva lasciato addosso l'impronta del
piede, posto di fronte a un Dioniso pallido e ancora più distante che contemplava l'eterno
grappolo d'uva. Il dio del vino appariva giovane e bello, ma dalla sua espressione doveva
essersi già reso conto che, se fosse andato avanti così, avrebbe avuto problemi al fegato .
Poi veniva un guazzabuglio di delizie. Abbondanza e Fortuna, Vittoria e Virtù. Un
Minotauro su un piedistallo, uno scrigno pieno di miniature. C'erano Grazie graziose e Muse
immusonite, c'era un enorme gruppo di menadi che se la spassavano con il re Penteo. Perfino io
riconobbi all'istante una copia più che dignitosa di una delle cariatidi dell'Eretteo di Atene. Se ci
fosse stato lo spazio, probabilmente avrebbero importato l'intero Partenone .
Gli dèi dell'Olimpo, come si confaceva al loro rango, la facevano da padroni, da soli in una
sala ben illuminata. Su un piedestallo si trovavano Giove, Giunone e Minerva, la buona vecchia
triade romana, oltre a una formidabile Atena, parzialmente in avorio, con una vasca per tenerla
umida. Notai mestamente che non possedevano un signore degli oceani, a meno che (esile
speranza) non si trovasse in qualche bottega artigiana per essere ripulito .
Tutte quelle opere erano stupefacenti. Non avevamo il tempo per cercare di stabilire quante
di esse fossero originali, ma se si fosse trattato di copie, erano così ben fatte da risultare
comunque desiderabili .
Io riesco a sopportare solo una certa dose di riverenza, dopo di che prevale un irrefrenabile
bisogno di alleggerire l'atmosfera: «Come direbbe mamma, sono contento che sia qualcun altro
a dover pulire ogni mattina tutta questa roba!» .
«Zitto! Mostra un po' di classe!» Si trattava di uno dei numerosi argomenti su cui eravamo
soliti discutere .
Politicamente, mio padre era assolutamente avveduto, e cinico quanto me. Se si passava alla
cultura, diventava veramente spocchioso. Dopo avere venduto per quarant'anni oggetti di
antiquariato a persone senza cervello, avrebbe dovuto essere più perspicace riguardo ai
proprietari di opere d'arte .
Stavamo per lasciare la sala degli dèi quando i collezionisti ritennero che fosse giunto il
momento di comparire. Dovevano aver calcolato che ormai saremmo stati senza fiato per
l'ammirazione. Per una questione di principio cercai di apparire troppo idealista per avere
attribuito un valore agli oggetti, ma nessuno si lasciò ingannare. Una delle ragioni per cui
lasciavano gironzolare gli ospiti era che desideravano le persone restassero impressionate dal
costo sbalorditivo di quanto avevano appena visto .
I due entrarono insieme. Sapevo già da mio padre che stavo per conoscere una coppia nella
quale il gusto di lui e il denaro di lei avevano creato un lungo e fortunato legame. Sarebbe stato
soprattutto lui a parlare, ma la presenza di lei lo rendeva più forte. Erano una coppia saldamente
unita, soprattutto dall'inesorabile interesse ad arraffare le cose. Eravamo arrivati in una casa
nella quale il bisogno di possedere permeava l'aria con l'intensità di una malattia .
Cassio Caro era un uomo smilzo, sparuto e corrucciato con i capelli scuri e ricciuti. Sui
quarantacinque anni, aveva guance incavate e occhi dalle palpebre pesanti, segnati da profonde
occhiaie. Pareva che di recente si fosse dimenticato di radersi: troppo rapito, senza dubbio, dai
suoi nudi monumentali. Ummidia Servia, forse di dieci anni più giovane, era una donna pallida
e grassoccia che dava l'impressione di poter essere irritabile. Probabilmente era stufa di baciare
una barba ispida .
Vestivano entrambi di bianco, con generosi drappeggi. L'uomo portava un paio di pesanti
sigilli ad anello, la donna filigrana d'oro, ma non si preoccupavano molto dei gioielli. Il loro
abbigliamento scomodamente decoroso doveva distinguerli come degni custodi delle proprie
opere d'arte. Il ruolo non richiedeva l'addobbo personale .
Conoscevano mio padre. «Questo è mio figlio» disse, provocando un istante di gelo finché
si resero conto che non ero il favoloso Festo .
Mi porsero tutti e due una mano fiacca in modo imbarazzante .
«Stavamo ammirando la collezione.» Mio padre amava adulare le persone .
«E tu che ne pensi?» mi domandò Caro, avvertendo probabilmente una maggiore reticenza.
Era come un gatto che balza subito in braccio all'unico ospite al quale la pelliccia causa una
crisi di starnuti .
Nel mio ruolo di rispettoso figlio di un banditore, dissi: «Non ho mai visto qualità migliore»
.
«Ammirerai la nostra Afrodite.» La sua voce monocorde, debole e leggermente pedante lo
rese di fatto un ordine. Caro ci fece strada verso la meraviglia, che tenevano come ultimo pezzo
della collezione in un giardino interno separato. «Ci abbiamo fatto mettere appositamente
l'acqua.» Un'altra Afrodite. Prima l'opera migliore del pittore, e adesso una piccola signora
ancora più suggestiva. Stavo diventando un intenditore .
L'esemplare di Caro era un marmo ellenistico la cui sensualità toglieva il respiro. Questa
dea appariva quasi troppo indecente per essere messa in mostra in un tempio. Si ergeva al
centro di una vasca circolare, seminuda e, girata, da sopra una spalla flessuosa ammirava il
riflesso del suo superlativo posteriore. La luce soffusa che si rifrangeva dall'acqua ferma creava
uno straordinario contrasto fra la sua nudità e la rigida pieghettatura della tunica che in parte si
era tolta .
«Molto bella» disse mio padre. L'Afrodite parve perfino più soddisfatta .
Caro chiese il mio parere. «Un'assoluta bellezza. Non è una copia di quella straordinaria
Venere sul grande lago nella Domus Aurea di Nerone?» «Oh sì. Nerone credeva di possedere
l'originale!» Caro disse "credeva" con un lampo di proterva malizia, poi sorrise .
Lanciò un'occhiata alla moglie. Anche Servia sorrise. Mi sembrò di capire che Nerone si
sbagliava .
Il fatto di aver infinocchiato un altro collezionista dava a quei due un piacere perfino
maggiore di quello derivante dal possesso di un pezzo unico al mondo. Si trattava di una brutta
notizia. Si sarebbero divertiti a infinocchiare anche noi .
Era venuto il momento di parlare d'affari. Mio padre si incamminò lungo il vialetto,
portando con sé Caro, mentre io discutevo di poco o nulla con Servia. Avevamo progettato di
fare così. Quando due membri della famiglia Didio vanno a trovare qualcuno, c'è sempre un
piano carico di tensione, di solito si discute per un tempo interminabile su quando lasciare la
casa dove non si è ancora arrivati. In quell'occasione papà aveva suggerito che ognuno di noi
avrebbe dovuto collaudare la propria abilità di adulatore su quei due, poi avremmo potuto
adottare l'approccio ritenuto migliore. Questa variante, però, non era prevista. Non stavo
approdando a nulla con quella donna. Era come riempire un cuscino che aveva perduto metà
delle piume. Vedevo che anche papà, conversando con Caro, stava diventando abbastanza rosso
in volto .
Dopo un po' Gemino riportò indietro Caro lungo la metà del viale che ancora non avevamo
percorso. Cambiando abilmente compagno, usò con la padrona di casa quel che restava del suo
famoso fascino con le donne, mentre io me la vedevo con il suo allampanato consorte. Osservai
papà che riversava virile cortesia su Servia mentre lei gli camminava accanto ondeggiando
come una papera. La donna non sembrava accorgersi dei suoi sforzi, il che mi fece sorridere .
Caro e io ci dirigemmo verso alcune panchine di pietra, da dove potevamo ammirare il
vanto della sua collezione .
«Allora che cosa sai dei marmi, giovanotto?» Parlò come se fossi un diciottenne e non
avessi mai visto prima di allora una dea che si svestiva. Avevo guardato più donne nude di
quante lui ne possedesse in tutta la sua galleria, e ne avevo una in carne e ossa, ma ero un uomo
di mondo, non un barbaro sbruffone, così lasciai perdere .
Nel nostro messaggio introduttivo, ero stato qualificato come un socio più giovane della
casa d'aste. Pertanto mi finsi maldestro e azzardai: «So che il mercato più importante è quello
delle riproduzioni. Non possiamo spostare gli originali di questi tempi, neppure se li imballiamo
in pacchi da cinque e aggiungiamo una serie di padelle per il pesce» .
Caro rise. Sapeva che non mi riferivo a niente di così importante quanto un Fidia originale.
Chiunque avrebbe potuto trasferirlo da un luogo a un altro. Qualcuno probabilmente l'aveva
fatto .
Mio padre perse la speranza di incantare Servia ancora più in fretta di me, così ci
raggiunsero entrambi. Questi preliminari avevano stabilito le regole. Nessuno voleva farsi
affascinare .
Non ci sarebbe stato un facile condono del debito. Ora papà e io sedevamo fianco a fianco,
aspettando che i nostri tranquilli anfitrioni facessero pressione su di noi .
«Ebbene, è un segno della vita moderna» continuai. «Contano soltanto i falsi!» Ormai
sapevo che inseguendo Festo ero destinato a smascherarne un altro .
«Non c'è niente di male in un falso fatto in modo decoroso» disse papà. Appariva calmo, ma
sapevo che soffriva. «Alcune delle migliori riproduzioni attuali diventeranno di diritto pezzi di
antiquariato.» Feci un ampio sorriso disperato. «Prenderò nota di investire in un buon Pressitele
romano, se mai avrò il denaro contante e lo spazio per immagazzinarlo!» L'accenno alla povertà
della nostra famiglia non impressionò i creditori .
«Un Lisippo è quello che ti serve!» mi consigliò Gemino, sfiorandosi il naso .
«Sì, ho visto il pregevole Alessandro qui nella galleria!» Mi rivolsi in modo confidenziale ai
nostri anfitrioni: «Si riconosce sempre un venditore all'asta. A parte l'espressione vagante
assunta dagli occhi a furia di prendere offerte dal muro... inventando chiamate inesistenti,
sapete... è quello con il naso curvo come una carota che ha sbattuto contro il muro, dopo anni
passati a offrire ai collezionisti le sue dubbie dritte sugli investimenti...». Non stavamo
approdando a nulla. Lasciai perdere la messinscena. «Papà, Caro e Servia sanno in che cosa
vogliono investire. Vogliono un Poseidone, e lo vogliono di Fidia.» Cassio Caro mi sottopose
freddamente a un accurato esame. Ma fu Servia, la finanziatrice dei due, a lisciarsi gli spessi
drappeggi bianchi del mantello e a interloquire. «Oh no, non si tratta di un investimento che
abbiamo programmato per il futuro. Quel pezzo appartiene già a noi!».
XLIII

Vidi che mio padre serrava le mani .


Rifiutando l'umile ruolo che mi era stato affibbiato, assunsi un atteggiamento più duro.
«Sono entrato piuttosto tardi in questa faccenda. Vi dispiace se riepiloghiamo semplicemente i
fatti? Ho capito bene? Si dice che mio fratello maggiore Didio Festo si sia procurato una
modesta statua in Grecia, che si presume sia un Poseidone, e si ritiene opera di Fidia?» «E si sa
che è stata acquistata da noi» replicò Caro, certo di avermi argutamente ridotto al silenzio .
«Perdonami se sono maleducato, ma ce l'avete una ricevuta?» «Naturalmente» disse Servia.
In precedenza doveva avere già trattato con la mia famiglia .
«Me l'hanno fatta vedere, Marco» mormorò papà. Lo ignorai. «Ve l'ha data Festo?» Caro
annuì. «Festo è morto. Quindi noi che cosa c'entriamo?» «È esattamente quello che penso io!»
dichiarò papà. Si raddrizzò. «Mio figlio Festo si è emancipato dall'autorità paterna quando si è
arruolato nelle forze armate.» Probabilmente si trattava di una menzogna, ma nessun estraneo
era in grado di confutarla. Sembrava attendibile, anche se non riuscivo a immaginare perché
mai papà e Festo avrebbero dovuto sbrigare una tale formalità. Solo un figlio che si sente
limitato dall'autorità del padre affronta i fastidi che comporta l'ottenimento dell'emancipazione
dalla potestà paterna. Nella famiglia Didio ciò non era mai accaduto. Qualunque plebeo
dell'Aventino si sarebbe fatto quasi certamente una grassa risata e avrebbe detto lo stesso .
Caro rifiutò qualunque disconoscimento. «Mi aspetto che un genitore si assuma la
responsabilità per i debiti del figlio morto.» Sentii un forte bisogno di fare dell'ironia. «È bello
vedere che qualcuno ancora crede nella famiglia come unità indissolubile, padre!» «Palle di
toro!» Forse Caro e Servia lo presero come un riferimento ai riti mistici di un culto religioso
orientale .
Forse no. «Mio papà è sconvolto» lo scusai con la coppia. «Quando qualcuno dice che gli
deve mezzo milione, perde il controllo.» Caro e Servia mi fissarono come se avessi detto
qualcosa di incomprensibile. La loro indifferenza al nostro problema mi lasciò sbalordito, e mi
fece anche rabbrividire .
In parecchi posti dove ero stato regnava un'atmosfera più sinistra. I malviventi armati di
pugnali e bastoni fanno un notevole effetto. Qui non ce n'erano, e tuttavia il clima risultava
sgradevole e, a suo modo, altrettanto intimidatorio. Il messaggio che ci comunicava non
lasciava adito a dubbi. Dovevamo pagare, oppure avremmo penato, penato finché non avessimo
ceduto .
«Vi prego di essere ragionevoli» insistetti. «Siamo una famiglia povera. Non possiamo
assolutamente mettere le mani su una tale somma in contanti.» «Dovete» disse Servia.
Potevamo parlare quanto volevamo. Ma, per quanto sensati fossero i nostri ragionamenti, non
avremmo mai comunicato realmente. Nonostante ciò, mi sentii in dovere di continuare a
provarci: «Esaminiamo ancora quanto è successo. Voi avete pagato la statua a Festo. In buona
fede lui ha cercato di importarla, ma la nave è affondata. A quel punto eravate voi i proprietari
della statua. La perdita» dichiarai, con più baldanza di quanta ne provassi «è vostra» .
Caro gettò una nuova noce dentro la ciotola: «Nessuno ha mai accennato al fatto che la
statua si trovava ancora in Grecia quando l'abbiamo acquistata» .
Si trattava di un'osservazione acuta. Provai una morsa al cuore. Mi chiesi che data ci fosse
sulla ricevuta. Cercando di non guardare mio padre, mi chiesi addirittura se il mio impossibile
fratello avesse venduto loro il Fidia quando già sapeva che era andato perduto. Papà doveva
avere notato quel particolare quando aveva visto la ricevuta. Ero certo che mi avrebbe
avvertito? Una cosa era evidente: non potevo attirare l'attenzione sulla frode del nostro ragazzo
chiedendo ora di vedere a mia volta la ricevuta. Non aveva importanza. Se Festo li aveva
ingannati, non volevo saperlo .
«Vuoi dire che avete acquistato l'articolo a scatola chiusa?» annaspai alla cieca .
«"Marmo antico"» recitò Caro, citando evidentemente quanto era scritto sull'atto di vendita
che preferivo non esaminare .
«"Un Poseidone di Fidia, dimensioni imponenti, espressione di nobile pacatezza, vestito con
abbigliamento greco, barba e capigliatura abbondanti, altezza sei piedi e tre dita, un braccio
sollevato nell'atto di scagliare un tridente..." Noi abbiamo i nostri spedizionieri» mi informò in
tono tagliente. «I fratelli Arisedo- ne. Persone di nostra fiducia. Avremmo preso noi gli accordi.
In quel caso la perdita sarebbe stata nostra. Per come si sono svolti i fatti non lo è.» Festo
avrebbe potuto lasciare che si addossassero loro il rischio della spedizione. Doveva saperlo. Era
sempre ben informato sui clienti. Perché allora non l'aveva fatto? Lo compresi senza nemmeno
pensarci. Festo stava portando a casa la statua per proprio conto perché aveva qualche altra
grinza sulla manica della sua sudicia tunica .
Non era colpa mia. Non era nemmeno colpa di papà. Ma questo non avrebbe fermato Caro e
Servia .
«Avete intenzione di portarci in tribunale?» «Le vertenze non rientrano nella nostra
filosofia.» Riuscii a non commentare: «No, soltanto la criminalità ne fa parte». «Sentite, mi
sono imbattuto in questo problema solo di recente. Dopo cinque anni non è facile, così vi
chiedo di essere comprensivi. Vi do la mia parola che farò tutto il possibile per chiarire la
faccenda. Vi chiedo di non tormentare più il mio anziano genitore...» «So badare a me stesso!»
ironizzò l'anziano Didio, non riuscendo a evitare di mettersi in evidenza con una battuta inutile .
«E di darmi il tempo.» «Non dopo cinque anni!» disse Caro .
Volevo lottare. Volevo dare in escandescenze, dicendogli che avrebbe potuto fare di tutto per
nuocerci e noi avremmo resistito a tutto .
Era inutile. Ne avevo già discusso con mio padre durante il percorso. Ci saremmo potuti
procurare degli sgherri alle aste .
Avremmo potuto barricare l'ufficio e il magazzino. Avremmo potuto proteggere le nostre
case e non uscire mai senza una schiera di guardie armate. Tuttavia, non avremmo potuto fare
tutte quelle cose tutti i giorni e tutte le notti, per anni .
Caro e Servia possedevano la cupa tenacia delle persone decise a perseverare. Non ci
saremmo mai liberati dalla preoccupazione, per noi, per la nostra proprietà, per le nostre donne.
Il costo di tutto questo ci avrebbe stroncati. Non saremmo mai sfuggiti al disagio, o al pubblico
sospetto, del quale ben presto diventa oggetto chi si porta appresso debiti contestati .
E non avremmo mai potuto dimenticare Festo. Si erano stancati di noi. Capimmo che
stavano per farci buttare fuori .
Mio padre fu il primo a riconoscere che ci trovavamo in un punto morto. «Non posso
sostituire il Fidia, non si conosce nessun pezzo simile. Quanto a trovare mezzo milione, questo
mi priverebbe di tutta la liquidità.» «Vendi tutte le tue proprietà» gli ordinò Caro. «Avrò un
magazzino vuoto, e una casa spoglia.» Caro si limitò a stringersi nelle spalle. Mio padre si alzò
in piedi. Con più dignità di quanta me ne sarei aspettata, disse semplicemente: «Vendere tutto
quello che ho, Cassio Caro, richiederà tempo!». Non stava più chiedendo favori, ma stabilendo
condizioni. Sarebbero state accettate. Caro e Servia volevano essere pagati. «Muoviti, Marco»
ordinò con calma papà. «A quanto sembra, abbiamo un sacco di lavoro da fare. Andiamo a
casa.» Per una volta rinunciai alla mia ostinazione nel dichiarare in pubblico che lui e io non
vivevamo nella stessa casa .
Mio padre uscì a grandi passi, il volto determinato. Io lo seguii. Come lui, ero in preda allo
sconforto. Mezzo milione superava di gran lunga la somma che non ero ancora riuscito a
raggranellare per lo scopo a cui tenevo maggiormente. Era più denaro di quanto avessi mai
sperato di vedere, in realtà. E se mai l'avessi visto, ne avrei avuto bisogno per sposare Elena .
Bene, potevo dire addio per sempre a quell'idea, se mi facevo coinvolgere in questa storia .
Nonostante ciò, anche se mi avrebbe rovinato per sempre, mi rendevo conto che non avrei
potuto lasciare a mio padre l'intero onere del debito del mio inconcludente fratello .
XLIV

Avevamo fatto una passeggiata fino a casa dei collezionisti .


Facemmo una passeggiata per tornare. Be', non esattamente. Mio padre furibondo
procedeva a grandi passi. Non mi va di interferire con i guai altrui, e quando un uomo ha
appena fallito il tentativo di evitare di sborsare mezzo milione di sesterzi, si trova sicuramente
nei guai. Così procedetti al suo fianco e, dato che lui voleva fremere di collera in assoluto
silenzio, mi associai lealmente .
Mentre mio padre percorreva infuriato la Via Flaminia, la sua faccia era amichevole come il
fulmine di Giove, e la mia forse meno affascinante del solito .
Ero anche assorto nei miei pensieri. Eravamo quasi arrivati ai Saepta quando lui deviò di
scatto verso il banco di un'osteria .
«Ho bisogno di bere!» Ne avevo bisogno anch'io, ma mi faceva ancora male la testa .
«Mi siederò qui ad aspettare.» Dei lapidari stavano spostando il mio cranio sul paranco di
una lapide funeraria. «Ho passato la notte a ungere le corde vocali di due pittori.» Papà si
arrestò a metà dell'ordinazione, incapace di decidere quale dei vini elencati sulla parete fosse
abbastanza forte da provocare l'oblio di cui aveva bisogno. «Quali pittori?». «Manlio e Varga.»
Mi arrestai anch'io, sebbene nel mio caso non ci fosse alcuno vero strappo alle cellule cerebrali.
Stavo solo con il gomito appoggiato al bancone, guardandomi in giro con aria vaga come
qualunque figlio che accompagni fuori il proprio genitore. «Festo li conosceva.» «Li conosco
anch'io! Vai avanti!» mi sollecitò mio padre, sovrappensiero .
Andai avanti: «Ebbene, c'è uno scultore scomparso che una volta abitava con loro...» .
«Come si chiama?» domandò mio padre. L'oste stava diventando nervoso. Intuiva che stava
per perdere un'ordinazione .
«Oronte Mediolano.» Mio padre ebbe un moto di scherno. «Oronte non è mai scomparso!
Dovrei saperlo, mi servo di quel bastardo per fare copie e riparazioni. Abitava al Celio con quei
due fannulloni, almeno fino all'estate scorsa. Hanno bevuto il tuo vino e ti hanno ingannato!»
L'oste perse la sua ordinazione .
Ci precipitammo in cerca di Manlio e Varga. Impiegammo gran parte del pomeriggio in
quella ricerca .
Mio padre mi trascinò in giro a visitare più pittori sonnolenti e modelle maggiorate di quanti
avrei mai pensato di riuscire a sopportare. Girammo per orribili camere in affitto, studi gelidi,
attici traballanti, dimore signorili dipinte a metà. Ci spostammo per tutta Roma. Provammo
perfino nel Palazzo dove Domiziano Cesare aveva commissionato qualcosa di elegante in giallo
ocra per Domizia Longina, il passatempo amoroso che aveva strappato al marito e sistemato lì
come sua consorte .
«Non esiste!» brontolò mio padre. Esisteva, eccome, in realtà. I gusti dei Flavi erano
prevedibili. Domiziano si stava solo trastullando al momento. Avrebbe dovuto aspettare che
morissero tanto il padre quanto il fratello prima di potersi imbarcare nel suo magistrale progetto
di un nuovo Palatino. Dissi quello che pensavo della sua decorativa conquista. «Oh, hai
perfettamente ragione!» convenne papà, inchinandosi di fronte alle informazioni riservate di cui
era a conoscenza un agente imperiale. «E al giorno d'oggi perfino l'adulterio fra membri
dell'alta società è scontato. Sia Augusto sia quel ripugnante piccolo Caligola si procurarono le
mogli rubandole.» «Non è roba per me. Quando mi sono accaparrato la figlia di un senatore, ne
ho scelta una che aveva divorziato, pronta per il mio cortese approccio.» «Esatto!» fu la risposta
piuttosto sardonica. «Tu non sopporteresti di essere criticato pubblicamente...» Finalmente
qualcuno ci indicò dove lavoravano le nostre prede. Ci andammo in silenzio. Questa volta non
avevamo nessun piano. Io ero furioso, ma non vedevo la necessità di entrare nei particolari.
Non facevo mai domande su quello che pensava mio padre, anche se lo scoprii abbastanza
presto .
La casa in questione stava subendo un completo restauro. L'impalcatura era sospesa in
modo minaccioso sopra l'entrata dove vecchie tegole del tetto venivano gettate dall'alto in un
cassone sistemato malamente. Il caposquadra doveva essere un lurido pelandrone. Entrammo a
fatica, attraverso una baraonda di trespoli e scale, poi inciampammo in una sacca di attrezzi.
Papà la raccolse. Quando il guardiano alzò la testa da un gioco della dama disegnato su un
polveroso pavimento a mosaico posato a metà, gridai «hai visto Tito da qualche parte?» e
proseguimmo rapidamente, fingendo di seguire il suo braccio alzato in modo vago .
C'è sempre un carpentiere di nome Tito. Lo usavamo spesso per farci strada con l'inganno.
Perfino un grasso pedante con la toga, probabilmente il padrone di casa, lasciò che eludessimo
le sue domande, limitandosi ad accigliarsi stizzito quando gli passammo sgraziatamente accanto
in un corridoio .
La sua proprietà era da mesi nelle mani di tangheri. Non si lamentava più quando lo
scostavano con una spinta, orinavano nel suo letto o facevano un pisolino, con le loro tuniche
sudicie, sul suo divano preferito per la lettura .
«Scusa, capo!» disse mio padre con un largo sorriso. Riusciva a sembrare un ingenuo plebeo
che aveva appena sfondato un condotto dell'acqua con il suo piccone e cercava in tutta fretta di
tirarsi maldestramente fuori dai guai .
Sapevo che Manlio doveva stare lavorando accanto all'atrio, ma lì stavano succedendo
troppe cose quando arrivammo .
Lo lasciammo, e incominciammo a girare per le sale da pranzo, cercando sabine rapite. Era
una casa molto grande .
C'erano tre diverse sale. Varga stava ritoccando le sue sabine nell'ultima in cui ci recammo .
Lo stuccatore gli aveva appena lasciato una nuova porzione di muro da decorare. Per gli
affreschi, il segreto consiste nel lavorare molto velocemente. Varga aveva di fronte un enorme
tratto di intonaco levigato, ancora bagnato. Aveva uno schizzo con parecchi sederi che si
dimenavano. Aveva una pentola di pittura color carne già mescolata. Aveva in mano un
pennello di peli di tasso .
A quel punto entrammo noi. «Oh, Varga! Metti giù il pennello! Ci sono i ragazzi Didio!»
Quell'aspro comando, che fece sobbalzare sia Varga sia me, proveniva da mio padre .
Varga, lento di comprendonio, tenne stretto il pennello. Mio padre, che era un uomo robusto,
afferrò con una mano il braccio del pittore. Con l'altra agguantò il pittore e lo sollevò di peso,
poi gli fece fare un mezzo giro su se stesso, in modo che il pennello lasciasse una bella striscia
di un rosa acceso su nove piedi di intonaco appena levigato da un artigiano estremamente
costoso. Era stato poetico, perfetto e brillante .
«Micone avrebbe qualcosa da imparare qui! Be', non startene lì impalato, Marco, togliamo
quella porta dai cardini. Vai nella cucina qui accanto e prendi la corda su cui appendono gli
strofinacci dei piatti.» Sbigottito, feci come mi aveva ordinato. Non prendo mai ordini
volentieri, ma questa era la prima volta che giocavo ai soldati nel ruolo di uno dei ragazzi
Didio. Senza dubbio erano uomini duri .
Sentii che Varga gemeva. Mio padre lo teneva fermo e ogni tanto lo scuoteva distrattamente.
Quando tornai, gettò a terra il pittore e mi aiutò a sollevare dai fissaggi di bronzo una porta
pieghevole ornamentale. Varga boccheggiava, quasi senza muoversi. Lo alzammo di nuovo, gli
aprimmo braccia e gambe e lo legammo alla porta. Poi sollevammo la porta, appoggiandola
contro la parete, proprio di fronte al muro che Varga avrebbe dovuto dipingere. Arrotolai
ordinatamente la corda avanzata, come una sagola sul ponte di una nave. Sulla corda c'erano
ancora gli strofinacci umidi, il che rendeva la scena ancora più irreale .
Varga era lì appeso alla porta. L'avevamo girata in modo che fosse a testa in giù .
Un buon lavoro di intonacatura è molto costoso. Deve essere dipinto mentre è ancora
bagnato. Un pittore che lascia passare il momento giusto si vede detrarre dalla paga i soldi
necessari per rifare il lavoro .
Papà mi gettò un braccio sulle spalle, poi si rivolse alla faccia che era vicina ai suoi calzari.
«Varga, questo è mio figlio .
Ho sentito dire che tu e Manlio gli avete cantato dei motivetti falsi!» Varga si limitò a
piagnucolare .
Mio padre e io attraversammo la stanza e arrivammo davanti alla parete appena terminata.
Ci sedemmo, ciascuno su un lato del tratto bagnato, appoggiandoci con la schiena a braccia
conserte .
«Allora, Varga» lo tormentò papà con aria suadente. Io sogghignai malignamente fra i denti.
«Non afferra l'idea.» «Oh, sì invece» mormorò mio padre. «Lo sai, credo che uno degli
spettacoli più tristi al mondo sia quello di un pittore che osserva il suo intonaco asciugarsi
stando legato...» Mio padre e io ci girammo lentamente a fissare l'intonaco che andava
asciugandosi .
Varga resistette cinque minuti. Era rosso in viso, ma spavaldo .
«Parlaci di Oronte» suggerii. «Sappiamo che tu ci puoi dire dove si trova.» «Oronte è
scomparso!» farfugliò Varga. «No, Varga» gli disse papà in tono sicuro. «Oronte non è
scomparso. Fino a non molto tempo fa viveva nel vostro immondezzaio del Celio. Mi ha
riparato una siringa con una canna mancante meno di un anno fa, nell'aprile scorso... il suo
consueto lavoro abborracciato. Non gliel'ho pagato fino a novembre.» Mio padre adottava
inique condizioni commerciali che opprimevano i piccoli artigiani troppo artistici per
sottilizzare. «I soldi sono stati consegnati al vostro dormitorio.» «Li abbiamo presi noi!» Varga
fece un impudente tentativo. «Allora avete falsificato il maiale del suo sigillo ad anello per la
mia ricevuta... e chi di voi mi avrebbe fatto il lavoro?» «Oh, togliti dai piedi, Gemino!» «Bene,
se è questo il suo atteggiamento...» Papà lo rimise in posizione eretta. «Mi sono stancato di
questo qui» disse .
Poi armeggiò con una borsa che portava alla cintura ed estrasse un grande coltello .
XLV

«Oh, andiamo, papà» protestai debolmente. «Così lo spaventi .


Sai quanto sono codardi i pittori!» «Non gli farò molto male» mi assicurò papà con una
strizzata d'occhio. Contrasse e rilassò il braccio mentre brandiva il coltello. Era un solido
attrezzo da cucina, che immaginai fosse solito usare per mangiare il suo pranzo. «Visto che si
rifiuta di parlare, divertiamoci un po'...» Nei suoi occhi brillava una luce pericolosa. Era come
un bambino a una fiera delle anatre .
Un istante dopo mio padre piegò il braccio e lanciò il coltello. Questo si conficcò nella porta
fra le gambe del pittore, legate aperte, anche se non tanto aperte .
«Gemino!» strillò Varga, vedendo minacciata la propria virilità .
Io trasalii. «Oh! Poteva essere pericoloso... » Ancora sbalordito per la mira di papà, mi alzai
in piedi a mia volta ed estrassi fulmineamente il mio pugnale dal calzare .
Papà stava esaminando il suo tiro. «Ho quasi castrato il poveraccio... Forse non sono troppo
abile con il coltello.» «Può darsi che io sia anche peggio!» dissi con un sogghigno, mettendomi
di fronte al bersaglio .
Varga incominciò a invocare aiuto. «Piantala, Varga» gli disse benevolmente papà.
«Aspetta, Marco. Non possiamo divertirci mentre strilla. Lascia che me ne occupi io.» Nella
sacca degli attrezzi di cui si era impossessato c'era un pezzo di straccio. Puzzava, ed era
incrostato di qualcosa che non riuscimmo a riconoscere. «Probabilmente è velenoso. Lo
imbavaglieremo con questo. Poi ti potrai sfogare.» «Manlio lo sa!» si lamentò debolmente il
pittore. «Oronte era suo amico. Manlio sa dove si trova!» Lo ringraziammo, ma papà lo
imbavagliò comunque con lo straccio unto, e lo lasciammo lì appeso alla porta a testa in giù .
«La prossima volta che ti viene in mente di contrariare i ragazzi Didio, pensaci due volte!».
Trovammo Manlio in cima a un'impalcatura. Era nella sala bianca, impegnato a dipingere il
fregio .
«No, non disturbarti a scendere, ti raggiungiamo noi...» Papà e io ci eravamo arrampicati
agilmente sulla sua scala prima ancora che lui si rendesse conto di quanto stava accadendo. Io
lo afferrai per la mano, sorridendogli come a un amico .
«No, non incominciare a essere gentile con lui!» mi ordinò sbrigativamente papà. «Abbiamo
sprecato troppo tempo cercando di mostrarci cortesi con quell'altro. Fagli il trattamento del
calzare!» Chiuso l'argomento dei banditori che sono uomini d'arte beneducati. Scusandomi con
una scrollata di spalle, immobilizzai il pittore e lo costrinsi a mettersi in ginocchio .
Questa volta non ci fu bisogno di andare in cerca di una corda. Manlio ne possedeva una per
trasportare la pittura e gli altri attrezzi sull'impalcatura. Mio padre la srotolò velocemente,
scaraventando di sotto il canestro. Con un ringhio terribile, tagliò in due la corda. Usammo la
parte più corta per legare Manlio. Poi papà gli annodò intorno alle caviglie il pezzo più lungo.
Senza alcun bisogno di consultarci, lo sollevammo e lo facemmo rotolare oltre il bordo del
ponteggio .
Appena si trovò a penzolare nel vuoto emise un grido che cessò di colpo quando si accorse
che lo reggevamo con la corda .
Dopo che si fu abituato alla sua nuova posizione, si limitò a mugolare .
«Dov'è Oronte?» Si rifiutò di rispondere. Papà borbottò: «Qualcuno deve avere pagato una
fortuna a questi idioti, oppure deve averli spaventati per bene!» .
«È tutto a posto» replicai, guardando oltre il pittore. «Dovremo spaventarlo ancora un po'!».
Scendemmo a terra. C'era una vasca per la calce da stuccatore, che trascinammo attraverso la
stanza in modo da sistemarla proprio sotto Manlio. Lui penzolava circa tre piedi sopra la vasca,
imprecando contro di noi .
«E adesso, papà? Potremmo riempirla di cemento, farcelo cadere dentro, lasciare che si
solidifichi e poi scaraventarlo nel Tevere. Credo che affonderebbe...» Manlio resisteva con
coraggio. Forse pensava che perfino a Roma, dove i passanti possono essere distratti, sarebbe
stato difficile trasportare per le strade un uomo conficcato nel cemento senza attirare
l'attenzione degli edili .
«C'è un sacco di pittura, vediamo che cosa possiamo farne!» «Mai fatto la malta per
intonaci? Proviamoci...» Ci divertimmo un mondo. Rovesciammo un mucchio di malta asciutta
dentro la vasca, ci versammo dell'acqua, e mescolammo furiosamente con un bastone. Poi la
indurimmo con peli di bue. Trovai una pentola di pittura bianca, così provammo ad aggiungere
anche quella. L'effetto era rivoltante, e questo ci incoraggiò a tentare qualche esperimento più
avventato. Frugammo nel canestro del pittore in cerca di sostanze coloranti, gridando mentre
creavamo grandi spirali nel miscuglio di oro, rosso, azzurro e nero .
Lo sterco rappresenta una delle sostanze segrete utilizzate dagli stuccatori. Trovammo
sacchi di quella roba e la versammo nella melma, senza risparmiare i commenti sull'odore .
Io mi arrampicai di nuovo sull'impalcatura. Fermandomi solo per commentare con dovizia
di particolari la baraonda di ghirlande, fiaccole, vasi, piccioni, vaschette per uccelli e cupidi in
groppa a pantere che Manlio stava dipingendo come fregio, slegai la corda da cui era sostenuto.
Appoggiandomi sulle caviglie, la lasciai scivolare leggermente. Papà da sotto mi incitava .
«Un po' più giù. Ancora poche dita.» Con una serie estenuante di scrolloni, Manlio calò a
testa in giù verso la vasca .
«Adagio, questa è la parte difficile.» Il pittore si perse d'animo e cercò freneticamente di
spingersi verso l'impalcatura. Io mollai bruscamente la corda. Lui si immobilizzò,
piagnucolando .
«Parlaci di Oronte!» Per un ultimo istante scosse freneticamente il capo, tenendo gli occhi
chiusi. Poi lo immersi nella vasca .
Lo lasciai cadere solo quel tanto che bastava per coprire i capelli. Poi lo sollevai di poche
dita, fissai nuovamente la corda, e scesi in fretta a controllare il risultato. Papà si sbellicava
dalle risa in modo tutt'altro che garbato. Manlio era lì appeso, con i capelli un tempo neri da cui
ora gocciolava una disgustosa poltiglia bianca con qualche striscia rossa e azzurra qua e là.
Quell'orrenda marea gli saliva fino alle sopracciglia, che erano abbastanza cespugliose da
trattenere un bel po' del denso intruglio bianco .
«Non avresti potuto fare di meglio» approvò papà. I capelli del pittore avevano assunto la
forma di grotteschi spuntoni. Afferrato il suo corpo inerte, lo feci ruotare poco per volta. Girò in
una direzione, poi tornò lentamente indietro .
Papà smise di mescolare con il bastone. «Allora, Manlio. Qualche parola sensata basterà a
tirarti fuori da questa situazione. Ma se non intendi aiutarci, potrei anche permettere che quel
pazzo di mio figlio ti lasci cadere dritto dentro la vasca... » Manlio chiuse gli occhi. «Oh per gli
dèi...» «Parlaci di Oronte» dissi, interpretando la parte di quello tranquillo dei due .
«Non è a Roma.» «Era a Roma!» strepito papà .
Manlio stava crollando. «Pensava di non correre rischi a tornare. Se ne è andato di nuovo. »
«Di che cosa aveva paura?» «Non lo so...» Gli facemmo fare un altro giro su se stesso .
Ormai stare a testa in giù doveva essere diventato abbastanza penoso. «Di persone che
fanno domande...» «Chi? Censorino? Laurenzio? Noi?» «Di tutti voi.» «Allora perché ha
paura? Che cosa ha fatto, Manlio?» «Non lo so davvero. Qualcosa di grosso. Non ha mai voluto
dirmelo...» Dentro di me iniziava a farsi strada una convinzione. Afferrai per l'orecchio Manlio.
«Mio fratello Festo era forse irritato con lui?» «Probabile...» «C'entrava in qualche modo una
statua andata perduta, vero?» domandò mio padre .
«O una statua che non era andata affatto perduta» ringhiai .
«Arrivata su una nave che non è mai affondata.» «La nave è affondata!» disse Manlio con
voce roca. «Questa è la verità. Oronte me lo ha detto quando stava lasciando Roma per evitare
Festo. La nave con la statua è affondata, questa è la pura verità!» «Che cos'altro ti ha detto?»
«Niente! Oh, tirami giù.» «Perché non ti ha detto niente? È tuo amico, no?» «Questione di
fiducia...» bisbigliò Manlio, come se avesse addirittura paura di parlarne. «Gli hanno dato un
sacco di denaro per tenere la bocca chiusa... » Riuscivo a credere che questi romantici
politicanti avrebbero onorato davvero tale fiducia, anche se i farabutti che li corrompevano
erano criminali della peggior specie. Probabilmente quei due non erano sufficientemente
diffidenti da riconoscere la vera furfanteria .
«Chi lo ha pagato?» «Non lo so!» La sua disperazione ci disse che quasi certamente si
trattava della verità .
«Chiariamo questa faccenda» lo tormentò Gemino con fare minaccioso. «Quando Festo è
venuto a Roma a cercarlo, Oronte lo ha saputo e se l'è svignata di proposito?» Manlio cercò di
annuire. Era difficile nella sua posizione. La pittura e la malta bagnata gli gocciolavano dai
capelli. Strizzò gli occhi, nervoso. «Dopo la morte di Festo, Oronte ha pensato che poteva
tornare?» «Gli piace lavorare...» «Gli piace causare un mucchio di guai alla famiglia Didio! E
adesso, ogni volta che qualcun altro comincia a fare domande, il tuo astuto compare se la fila di
nuovo?» Un altro debole cenno del capo, altro turgido gocciolamento. «Allora rispondi a questo
vermiciattolo patetico: dove fugge il vigliacco quando lascia Roma?» «Capua» mugolò Manlio.
«Vive a Capua.» «Non per molto!» dissi. Lasciammo il pittore penzolante dal suo ponteggio,
anche se nell'uscire informammo il guardiano che sembrava stesse succedendo qualcosa di
strano nel triclinio delle sabine e nella sala da ricevimento bianca. Lui borbottò che sarebbe
andato a dare un'occhiata una volta terminato il gioco della dama .
Papà e io ci incamminammo, tirando calci ai ciottoli con aria tetra. Su una cosa non c'era
alcun dubbio: se volevamo risolvere questo mistero, uno di noi doveva andare a Capua .
«Siamo davvero convinti che Oronte si trovi lì?» «Suppongo di sì» sentenziai. «Manlio e
Varga avevano già accennato al fatto che erano stati in Campania di recente .
Scommetto che ci sono andati per far visita al loro amico uccel di bosco.» «Spero che tu
abbia ragione, Marco!» In marzo, una lunga sfacchinata fino alla Campania solo per estorcere
qualche sudicia storia a uno scultore non prometteva niente di allettante per questo particolare
membro del gruppo degli scatenati ragazzi Didio .
D'altra parte, essendoci tanto in gioco nella promessa che avevo fatto a mia madre, non
potevo permettere che ci andasse mio padre al posto mio .
XLVI

Eravamo stati nell'estremo nord della città. Ci dirigemmo malinconicamente a sud. Questa
volta camminavamo al passo .
Mio padre continuava a non parlare. Arrivammo ai Saepta Julia. Papà proseguì. Ero così
abituato a dirigermi verso i guai insieme a lui che in un primo tempo non dissi nulla, ma alla
fine lo affrontai: «Pensavo che saremmo tornati ai Saepta» .
«Non sto andando ai Saepta.» «Lo vedo. I Saepta sono alle nostre spalle.» «Non ho mai
avuto intenzione di andare ai Saepta. Ti ho detto dove saremmo andati quando eravamo a casa
di Caro.» «A casa, hai detto.» «È lì che sto andando» dichiarò mio padre. «Tu puoi fare quello
che ti pare della tua tronfia persona.» A casa! Intendeva dire dove viveva con la rossa. Non
credevo che sarebbe potuto accadere .
Fino a quel momento non ero mai entrato nella dimora dove viveva mio padre, anche se
ritenevo che Festo non fosse un estraneo in casa loro. Mia madre non mi avrebbe mai perdonato
se ci fossi andato adesso. Non facevo parte della nuova vita di mio padre, non ne avrei mai fatto
parte. Continuavo a camminare solo perché sarebbe stato troppo scortese abbandonare un uomo
della sua età che aveva subito un brutto colpo e insieme al quale avevo appena combinato un
pandemonio .
Mio padre stava girando per Roma senza le consuete guardie del corpo. Era stato minacciato
da Caro e Servia. Mi pagava affinché lo proteggessi. Il minimo che potevo fare era
accompagnarlo a casa sano e salvo .
Lasciò che arrancassi per tutta la strada dai Saepta Julia, oltre il Circo Flaminio, il Portico di
Ottavia e il Teatro di Marcello. Mi condusse dritto sotto l'ombra del Campidoglio. Continuò a
trascinarmi dietro a lui, oltre l'estremità dell'Isola Tiberina, il vecchio foro del mercato del
bestiame, una serie di templi e i ponti Sublicio e Probo .
Poi mi lasciò ad aspettare mentre rovistava in cerca della chiave di casa, non riuscendo a
trovarla, colpì con violenza la campanella per farsi aprire. Lasciò che lo seguissi goffamente
dentro il suo lindo vestibolo. Gettò via il mantello, si tolse i calzari, mi ordinò con un gesto
brusco di fare altrettanto, e solo quando fui a piedi nudi, sentendomi vulnerabile, confessò in
tono di scherno: «Ti puoi rilassare! Lei non è qui» .
Il sollievo mi fece quasi svenire. Papà mi lanciò un'occhiata disgustata. Gli feci capire che la
cosa era reciproca. «Le ho trovato una piccola attività perché smettesse di ficcare il naso nella
mia. Il martedì ci va sempre per pagare i salari e fare i conti.» «Oggi non è martedì» gli feci
notare in tono scontroso. «Hanno avuto qualche problema la settimana scorsa e ora lei sta
facendo fare dei lavori alla proprietà. In ogni caso, resterà fuori tutto il giorno.» Mi sedetti su
una cassa mentre lui si allontanava con passo pesante per parlare con il sovrintendente della
casa. Qualcuno mi diede un paio di sandali e portò via i miei calzari per ripulirli dal fango.
Oltre a questo schiavo, e al ragazzo che ci aveva aperto la porta, vidi parecchie altre facce.
Quando papà tornò, commentai: «Il tuo alloggio è ben fornito di personale» .
«Mi piace avere gente intorno.» Avevo sempre pensato che ci avesse abbandonati proprio
per non avere troppa gente intorno .
«Sono schiavi.» «Sono un liberale. Tratto i miei schiavi come figli.» «Mi piacerebbe
ribattere che trattavi i tuoi figli come schiavi! » I nostri sguardi si incontrarono. «No, non lo
farò. Sarebbe ingiusto.» «Non abbassarti a mostrarti cortese per forza, Marco! Sii
semplicemente te stesso» disse, con il sarcasmo che si sviluppa all'interno di ogni famiglia .
Papà viveva in una casa alta e abbastanza stretta sul lungofiume. Quel luogo umido era assai
ricercato per la vista oltre il Tevere, pertanto gli appezzamenti di terreno erano di dimensioni
ridotte. Le case correvano un grave rischio di inondazioni. Notai che il pavimento del
pianterreno era dipinto in modo semplice con colori abbastanza scuri. Rimasto solo, curiosai
nelle stanze annesse al vestibolo. Venivano usate dagli schiavi, oppure servivano come uffici
dove tenere i colloqui con i visitatori. Una era addirittura stipata di sacchetti di sabbia da usare
in caso di emergenza. La mobilia comprendeva esclusivamente grandi casse di pietra che non
avrebbero risentito dell'umidità .
Tutto cambiava al piano di sopra. Arricciando il naso per l'odore insolito di una casa
sconosciuta, seguii mio padre al primo piano. I nostri piedi calpestarono un magnifico tappeto
orientale. Anziché al sicuro, appeso a una parete, quell'oggetto di lusso veniva tenuto lì per
terra, dove tutti lo calpestavano continuamente. In realtà, tutto quello che aveva portato a casa,
ed era parecchio, si trovava lì per essere usato .
Attraversammo una serie di piccole stanze stipate. Erano pulite, ma zeppe di tesori. La
pittura delle pareti era vecchia e sbiadita dappertutto. Erano state dipinte in modo essenziale,
probabilmente vent'anni addietro, quando papà e la sua donna si erano trasferiti lì, e da allora
non erano mai state ritoccate .
A lui stava bene così. Le sobrie stanze tinteggiate di rosso, giallo e azzurro mare, con cornici
e zoccoli decorati in modo convenzionale, mettevano in risalto la vasta collezione di mobili e
vasi di mio padre, continuamente sostituita, per non parlare degli oggetti artistici e degli
interessanti ninnoli che ogni banditore si procura in grande quantità. Si trattava di una
confusione organizzata, comunque. Ci si poteva vivere, se si apprezzava l'accozzaglia di
oggetti. Dava l'impressione di essere una casa accogliente e confortevole, arredata secondo il
gusto di persone che non si facevano condizionare da altri .
Cercai di non interessarmi troppo ai manufatti. Erano straordinari, ma sapevo che ormai su
di essi incombeva una condanna. Papà camminava davanti a me, lanciando di quando in quando
un'occhiata a un pezzo, e mi parve sicuro di sé come non lo ricordavo dai tempi in cui viveva
con noi. Di ogni cosa sapeva dove si trovava. Ogni cosa era lì perché lui la voleva, e questo
probabilmente valeva anche per la fabbricante di stole .
Mi condusse in una stanza che poteva essere tanto il suo rifugio segreto quanto il luogo
dove si sedeva a conversare con la sua donna. (C'erano conti e ricevute sparpagliati qua e là, un
lume smontato che stava riparando e notai anche un piccolo fuso che sporgeva da sotto un
cuscino.) Spessi tappetini di lana si spiegazzavano sotto i piedi. C'erano due divani, tavolini,
diverse curiose miniature di bronzo, lampade e cesti di legna. Su una parete era appesa una serie
di maschere teatrali, probabilmente non scelte da mio padre. Su una mensola era appoggiato un
vaso particolarmente bello di vetro azzurro con rilievi, alla cui vista emise un breve sospiro .
«Perderlo sarà una vera sofferenza! Vino?» Prese l'immancabile caraffa da una mensola
accanto al divano. a fianco del divano si trovava un elegante cerbiatto dorato alto tre piedi,
collocato in modo che potesse accarezzarne la testa come a una bestiola domestica .
«No, grazie. Continuerò a curarmi i postumi della sbornia.» Trattenne la mano, senza
versarne per sé. Mi fissò per un attimo. «Non cedi di un dito, eh?» Io compresi e gli restituii
un'occhiata ostile, senza parlare. «Sono riuscito a farti entrare, ma sei affabile quanto un
ufficiale giudiziario. Meno» aggiunse. «Non ho mai conosciuto un ufficiale giudiziario che
rifiutasse una coppa di vino.» Non fiatai. Sarebbe stata una straordinaria ironia se fossi partito
per trovare il fratello morto finendo invece a fare amicizia con mio padre. Non credo in quel
genere di ironia .
Avevamo passato una bella giornata ficcandoci in guai di ogni genere, e la cosa finiva lì .
Mio padre appoggiò la caraffa e la coppa vuota. «Vieni a vedere il mio giardino!» mi ordinò
.
Tornammo indietro ripercorrendo tutte le stanze finché non arrivammo alle scale. Con mia
grande sorpresa, salimmo un'altra rampa. Immaginai che mi avrebbe giocato qualche brutto
scherzo. Invece giungemmo a un arco basso, chiuso da una porta di quercia. Papà aprì di colpo
il chiavistello e si fece da parte perché abbassassi la testa e uscissi per primo .
Si trattava di un giardino pensile. C'erano tinozze piene di piante, bulbi e perfino alberelli.
Graticci sagomati erano ricoperti di rose e di edera. Lungo il parapetto, altre rose erano state
fatte arrampicare su catene, come ghirlande. Lì, fra tinozze di alberi di bosso, c'erano due sedili
dall'estremità a forma di leone, da cui si godeva un meraviglioso panorama, si poteva ammirare
il paesaggio oltre il fiume fino ai giardini di Cesare, a Trastevere e al crinale a forma di dorso di
balena del Gianicolo .
«Oh, questo non è giusto» riuscii a dire con un debole sorriso .
«Beccato!» mi schernì lui. Doveva sapere che avevo ereditato un profondo amore per la
vegetazione dalla parte materna della famiglia .
Fece per guidarmi verso un sedile, ma io avevo raggiunto il parapetto e mi riempivo gli
occhi di quella vista. «Oh, vecchio bastardo fortunato! Chi si occupa del giardino?» «L'ho
progettato io. Ho dovuto far rinforzare il tetto. Adesso sai perché tengo tanti schiavi, non è uno
scherzo trasportare per tre rampe di scale secchi d'acqua e di terriccio. Passo quassù buona parte
del mio tempo libero...» Era normale. Io avrei fatto lo stesso. Ci sedemmo ciascuno su una
panca. Eravamo insieme e tuttavia restavamo separati. Questo potevo affrontarlo .
«Bene» disse. «Capua!» «Ci vado io.» «Vengo con te.» «Non scomodarti. Sono in grado di
strapazzare uno scultore, per quanto possa essere subdolo. Per lo meno sappiamo che è infido
prima di cominciare.» «Tutti gli scultori sono subdoli! Ce ne sono parecchi a Capua. Tu non sai
nemmeno che aspetto abbia. Vengo anch'io, è inutile discuterne. Conosco Oronte e, cosa più
importante, conosco Capua.» Naturale, ci aveva vissuto per anni .
«Riuscirò a trovare la strada in un villaggio campano abitato da un paio di muli» brontolai
in tono sprezzante. «Oh no. Elena Giustina non vuole che tu venga rapinato da tutti i
borseggiatori da bassa stagione e raccolga donnacce.» Stavo per chiedergli se si trattava di
quello che era capitato a lui quando c'era andato, ma naturalmente, quando era fuggito a Capua,
papà si era portato la sua di donnaccia .
«E non è un problema lasciare la tua attività?» «La mia è un'azienda ben gestita, può
resistere qualche giorno senza di me. Inoltre» aggiunse «la signora può prendere delle decisioni
se insorge qualche intoppo.» Per me fu una sorpresa apprendere che la fabbricante di stole
godeva di tanta fiducia, e addirittura si immischiava negli affari di mio padre. Per qualche
ragione l'avevo sempre considerata una figura negativa. Gemino sembrava il tipo di uomo con
opinioni rigide e tradizionali sul ruolo sociale delle donne. Tuttavia, ciò non significava che la
fabbricante di stole dovesse essere d'accordo con lui .
Sentimmo aprire la porta alle nostre spalle. Pensando alla rossa di papà, mi guardai
rapidamente intorno, temendo di doverla incontrare. Uno schiavo emerse con cautela, recando
un grande vassoio, senza dubbio il risultato della conversazione di papà con il sovrintendente
della casa. Il vassoio fu appoggiato su una vaschetta per uccelli, creando un tavolo di fortuna.
«Mangia qualcosa, Marco.» Era metà pomeriggio, ma non avevamo ancora fatto il nostro
spuntino. Papà si servì. Dato che mi lasciò decidere, feci una concessione e mi rimpinzai .
Non era niente di elaborato, soltanto uno spuntino che qualcuno aveva messo insieme in
fretta per il padrone rientrato all'improvviso. Ma, come spuntino, era gustoso. «Che pesce è
questo?» «Anguilla affumicata.» «Molto buona.» «Provala con un goccio di salsa di prugne.»
«È quella che definiscono alessandrina?» «Probabile. Io la definisco solo maledettamente
buona. Ti sto conquistando?» chiese malignamente mio padre .
«No, ma passami il pane, per favore.» Erano rimaste due strisce di anguilla. Le infilzammo
con i coltelli, come bambini che si disputano le leccornie .
«Un uomo di nome Irrio aveva un allevamento di anguille» papà affrontò l'argomento in
modo indiretto, ma in qualche modo sapevo che sarebbe arrivato a discutere della nostra
precaria situazione. «Irrio ha venduto il suo allevamento di anguille per quattro milioni di
sesterzi. È stata un'ottima vendita, vorrei averla trattata io! Adesso a noi due basterebbe anche
solo una di quelle vasche.» Respirai lentamente, leccandomi la salsa dalle dita. «Mezzo
milione... Ti darò una mano, ma non è una grande offerta .
Da tempo cerco di raggranellarne quattrocentomila. Credo di averne messo insieme forse il
dieci per cento finora.» Si trattava di una visione ottimistica. «Mi sono astenuto dal dare un
prezzo alle tue graziose suppellettili, ma la prospettiva è scoraggiante per tutti e due.» «È vero.»
Mio padre, tuttavia, sorprendentemente non pareva molto preoccupato .
«Non ti importa? È evidente che hai raccolto un gran numero di begli oggetti qui dentro, e
hai detto a Caro e a Servia che avresti venduto i tuoi beni.» «Vendere oggetti è il mio mestiere»
rispose lapidario. Poi confermò: «Hai ragione. Per saldare il debito dovrò spogliare la casa. La
maggior parte della merce ai Saepta appartiene ad altri. Vendere all'asta significa vendere per
conto dei clienti.» «I tuoi investimenti personali si trovano tutti in questa casa?» «Sì. La casa
stessa è di mia proprietà. Mi è costata, e ora non ho intenzione di ipotecarla. Non tengo molto
denaro contante presso i banchieri, non è sicuro.» «Allora, quanto sei prospero sul fronte dei
sesterzi?» «Non tanto prospero quanto credi tu.» Se pensava seriamente di poter trovare mezzo
milione, secondo i miei canoni era schifosamente ricco. Come tutti gli uomini che non sono
afflitti da preoccupazioni, gli piaceva lamentarsi. «Devo soddisfare parecchie esigenze.
Tangenti e servitù sono d'obbligo ai Saepta. Io pago la mia quota alla corporazione per i
banchetti e il fondo funerario. Dato che il magazzino è stato saccheggiato, devo coprire alcune
gravi perdite, per non parlare del risarcimento alle persone a cui è stata buttata all'aria l'asta
quella volta in cui eri presente anche tu.» Avrebbe potuto aggiungere: «Verso ancora una
somma annua a tua madre». Sapevo che lo faceva. Sapevo anche che lei spendeva il suo denaro
per i nipoti. Pagavo io il suo affitto. «La casa sarà spoglia quando avrò finito con Caro.»
Sospirò. «Ma mi è già capitato .
Ricomincerò.» «Sei troppo vecchio per ricominciare daccapo.» Probabilmente era troppo
vecchio per sentirsi sicuro di potercela fare .
A dire la verità, ormai avrebbe dovuto essere in condizione di ritirarsi in una fattoria in
campagna. «Perché lo fai? Per la reputazione di mio fratello maggiore?» «Per la mia, più
probabilmente. Preferisco essere io a sghignazzare di un babbeo come Caro piuttosto che
permettere a lui di deridere me. E per quanto riguarda te?» mi sfidò .
«Io ero l'esecutore testamentario dell'eroe.» «Ebbene, io ero suo socio.» «In questo affare?»
«No, ma ha forse importanza, Marco? Se mi avesse chiesto di entrare in un affare riguardante
un Fidia avrei approfittato senza esitare dell'occasione. Lascia che mi occupi io del debito .
Ho avuto la mia vita. Non devi sprecare la possibilità di legalizzare la tua unione con la
figlia di un senatore.» «Forse non ho mai avuto nessuna possibilità» riconobbi in tono lugubre .
Un altro degli schiavi discreti della casa arrivò trotterellando, questa volta portando un
bricco fumante di miele e vino .
Ne versò per entrambi senza chiedere, pertanto accettai la coppa. Alla bevanda era stato
aggiunto nardo indiano che esalava un profumo inebriante. Mio padre aveva fatto molta strada
dai tempi in cui, a casa, bevevamo solo fondi di vino, molto annacquati, con qualche sporadica
foglia di verbena per nascondere il gusto .
La luce si teneva aggrappata con una fragile presa al cielo lontano, mentre il pomeriggio
volgeva al termine. Nella grigia foschia oltre il fiume sulla destra si intravedeva il colle
Gianicolo. C'era una casa laggiù che una volta sognavo di possedere, una casa dove avevo
desiderato vivere insieme a Elena .
«Pensi che lei ti lascerà?» Papà doveva avermi letto nel pensiero .
«Dovrebbe.» «Non ti ho chiesto che cosa dovrebbe fare!» Sorrisi. «Conoscendola, non me
lo chiederà nemmeno lei.» Restò seduto in silenzio per qualche minuto. Elena gli piaceva, lo
sapevo .
All'improvviso mi sporsi in avanti, appoggiando i gomiti sulle ginocchia e tenendo fra le
mani la mia coppa. Mi era venuta in mente una cosa. «Che cosa ne ha fatto Festo del denaro?»
«Il mezzo milione?» Papà si strofinò il naso. Aveva il mio stesso naso: diritto dalla fronte senza
una protuberanza fra le sopracciglia. «Lo sa solo l'Olimpo!». «Non l'ho mai trovato.» «E non
l'ho mai visto nemmeno io.» «Allora che cosa ti ha detto in proposito quando ha accennato al
Fidia?» «Festo» iniziò papà piuttosto esasperato, strascicando le parole «non ha mai dichiarato
che il Fidia fosse stato pagato dai collezionisti! Questo l'ho saputo solo da Caro e da Servia
molto tempo dopo.» Mi misi di nuovo comodo. «Lo hanno pagato davvero? Esiste qualche
possibilità che la loro ricevuta sia contraffatta?» Papà sospirò. «Vorrei poterlo pensare. L'ho
esaminata molto attentamente, credimi. Era convincente. Vai a vederla.» Scossi il capo. Detesto
sommare angoscia ad angoscia. Non riuscivo a farmi venire in mente nuove domande .
Oronte Mediolano rappresentava il nostro unico indizio. Trascorremmo un po' di tempo (mi
sembrarono circa due ore) a discutere sui preparativi per arrivare a Capua. Secondo i canoni
Didio, lo facemmo in modo abbastanza elegante .
Nonostante ciò, tutti i miei ragionevoli progetti per alleviare la tortura di un viaggio lungo e
faticoso furono rivoluzionati. Io volevo andare a cavallo, il più velocemente possibile,
concludere la faccenda e precipitarmi di nuovo a casa. Papà insistette nel dire che le sue vecchie
ossa non erano più in grado di sopportare un viaggio a cavallo. Decise di ordinare una carrozza,
in una stalla che indicò vagamente come punto di ritrovo. Arrivammo quasi a concordare una
divisione delle spese .
Ci fu qualche discussione sull'ora della partenza, anche se questa rimase poco chiara. La
famiglia Didio detesta agitarsi per stabilire qualcosa di concreto .
Arrivò un altro servitore, con la scusa di portare via il vassoio. Lui e papà si scambiarono
un'occhiata che poteva essere un segnale. «Tu vorrai andartene presto» suggerì mio padre .
Nessuno accennò alla donna con la quale viveva, ma la sua presenza nella casa si era fatta
tangibile .
Aveva ragione. Se c'era lei, volevo sparire. Mi accompagnò al pianterreno. Mi misi
frettolosamente mantello e calzari, poi me la filai .
Come al solito, la fortuna mi era avversa. L'ultima cosa che mi sentivo in grado di affrontare
si verificò: a meno di due strade dalla casa di mio padre, mentre ancora mi sentivo un traditore,
incappai in mia madre .
XLVII

Il senso di colpa mi calò addosso come un mantello supplementare .


«Da dove te la stai svignando?» Eravamo fermi ad un angolo. Ogni passante probabilmente
poteva intuire che ero un figlio nei guai fino al collo. Ogni furfante perdigiorno dell'Aventino
avrebbe ridacchiato per tutta la strada fino alla prossima osteria, felice di non trovarsi al mio
posto .
L'onestà paga, si usa dire. «Ho approfittato dell'ospitalità dell'elegante casa di città di mio
padre.» «Mi era sembrato che avessi l'aria malata!» Mamma arricciò il naso. «Ti ho insegnato a
evitare i luoghi dove rischi di prenderti una malattia!» «Era pulita» replicai stancamente .
«Che ne è della piccola faccenda che ti ho chiesto di aiutarmi a sistemare?» Dal modo in cui
lo disse, pensava che me ne fossi dimenticato .
«La tua "piccola faccenda" è stata la causa del mio arresto dell'altro giorno... e anche di
quello di Elena. Ci sto lavorando .
È per questo motivo che sono dovuto andare da papà. Oggi ho passato tutto il giorno a
correre qua e là per il tuo incarico, e domani dovrò andare a Capua...» «Perché Capua?»
domandò. Per evidenti motivi, tra di noi Capua da molto tempo era considerata una parolaccia.
Quell'amena città era sinonimo di immoralità e inganno, anche se, a parte avere ospitato una
volta il mio genitore latitante, le uniche colpe di Capua erano quelle di far pagare prezzi troppo
alti ai turisti in vacanza diretti a Oplontis e a Baiae e di coltivare lattuga .
«Ci vive uno scultore. Aveva rapporti con Festo. Vado a parlargli di quell'affare.» «Da
solo?» «No. Papà vuole a tutti i costi venire con me» confessai .
Mamma emise un urlo terribile. «Mamma, non posso farci niente se il tuo ex marito
comincia tardivamente a rivendicare i suoi diritti paterni.» «E così ci andate insieme!» Lo fece
sembrare come il peggiore dei tradimenti. «Pensavo che volessi evitare una cosa del genere!»
Avrei voluto evitare l'intero viaggio. «Per lo meno lui è in grado di riconoscere lo scultore.
Quell'uomo rappresenta ormai la nostra unica speranza di risolvere questa faccenda che, ti
avverto, si rivelerà comunque costosa.» «Posso prestarti qualche sesterzio...» «Qualche
sesterzio non si avvicina neanche lontanamente alla cifra di cui abbiamo bisogno. Per liberare la
nostra famiglia da questo problema ci serve circa mezzo milione.» «Oh Marco, esageri
sempre!» «È la verità, ma'.» Stava tremando. Avrei tremato anch'io se avessi ripetuto ancora
troppe volte "mezzo milione". «Non preoccuparti. Questo è un affare da uomini. Gemino e io ce
ne occuperemo, ma tu devi accettarne le conseguenze. Per trovare il denaro necessario a
risolvere il problema di mio fratello dovrò rinunciare a ogni maledetta speranza di sposare
Elena .
Proprio così, sai. Non accetto nessuna critica sull'argomento. È fuori dal mio controllo, e la
colpa di tutto è del nostro amato Festo.» «Non ti è mai piaciuto il tuo povero fratello!» «Gli
volevo bene, mamma... ma di certo non mi piace quello che mi sta causando adesso.» Vidi che
mia madre sollevava il mento. «Forse sarebbe meglio lasciar perdere tutta questa faccenda... »
«Non si può, mamma.» Ero stanco e avevo freddo. «Ci sono altre persone che non ci
permetteranno di dimenticarla .
Ascolta, io me ne vado a casa. Ho bisogno di vedere Elena.». «Se vai a Capua con
quell'uomo» mi consigliò mia madre «porta anche Elena perché badi a te!» «Elena è appena
tornata da un lungo viaggio. L'ultimo dei suoi desideri sarà quello di fare una gita nella
Campania più profonda.» In ogni caso, non con un vecchio banditore stanco e un investigatore
avvilito che non si era mai sentito così depresso in vita sua .
Mia madre alzò la mano e mi sistemò i capelli. «Elena saprà cavarsela. Non vorrà lasciarti
in cattiva compagnia.» Volevo dirle «ma', ho trent'anni, non cinque!» ma le discussioni non
portavano a nulla con mia madre .
La maggior parte delle persone avrebbe pensato che la figlia di un senatore legata a un
investigatore dei bassifondi era una cattiva compagnia .
Ma il pensiero di portare Elena con me per un'ultima scappatella prima di perdere tutto ciò
che possedevo mi rincuorò .
A casa, Elena Giustina mi stava aspettando. Anche per cena mangiai anguilla. Doveva
esserne arrivata una grande partita guizzante al mercato quella mattina. Tutta Roma era seduta a
tavola davanti alla stessa pietanza .
Di norma mi occupavo io della cena. Poiché ritenevo che la mia amata fosse stata educata
solo a comportarsi castamente e fare bella presenza, avevo stabilito come regola che avrei
acquistato e cucinato io il cibo per noi. Elena accettava la regola, ma talvolta, quando sapeva
che ero indaffarato e temeva di saltare la cena, si precipitava fuori per procurarci un banchetto
non programmato. La mia cucina traballante la rendeva nervosa, ma era perfettamente in grado
di realizzare le ricette che un tempo leggeva ad alta voce ai suoi servitori. Quella sera aveva
affogato le sue delizie in una salsa allo zafferano. Erano deliziose. Le masticai rumorosamente
con galanteria mentre lei mi osservava mangiare ogni boccone, cercando qualche segno di
approvazione .
Mi misi comodo e la guardai. Era bellissima. Stavo per perderla. In un modo o nell'altro
dovevo darle la notizia .
«Com'è andata la giornata con tuo padre?» «Splendidamente! Ci siamo divertiti con un paio
di collezionisti spocchiosi, ce la siamo spassata prendendocela con alcuni artisti e ora abbiamo
in progetto una scampagnata da ragazzacci. Ti andrebbe di venire a Capua?» «Può darsi che
non mi vada, ma mi accoderò.» «Ti avverto, papà e io siamo diventati famosi come "i favolosi
scapestrati Didio", una coppia violenta il cui nome da solo può sgombrare una strada. Tu verrai
per imporre un po' di sobrietà.» «È un peccato» mi disse Elena, con un luccichio negli occhi.
«Speravo di poter essere una donna dissoluta che custodisce una moneta d'oro fra i seni e
impreca orribilmente contro i traghettatori.» «Forse preferisco quest'idea» dissi sogghignando.
La falsa allegria mi tradì. Si accorse che avevo bisogno di essere consolato, così si sedette sulle
mie ginocchia e mi solleticò il mento. Nella speranza di ricevere quel genere di maltrattamento,
mi ero fatto tagliare barba e capelli alla Corte della Fontana prima di salire. «Qual è il
problema, Marco?» Le spiegai la situazione .
Elena dichiarò che poteva fare a meno di essere sposata. Immagino volesse dire che in ogni
caso non ci aveva mai sperato .
Dissi che mi dispiaceva. Disse che lo vedeva .
La tenni stretta, conscio del fatto che avrei dovuto rimandarla da suo padre, ma felice anche
di sapere che lei non avrebbe mai acconsentito ad andare .
«Ti aspetterò, Marco.» «Allora aspetterai per sempre.» «Ah, bene!» Si divertiva a fare
treccine con i miei capelli. «Raccontami quello che è successo oggi?» «Oh... mio padre e io
abbiamo semplicemente dimostrato che se più membri della famiglia Didio si alleano per
risolvere un problema...» Elena Giustina stava già ridendo. «Che cosa?» «In due possiamo
procurare guai anche maggiori che da soli!».

XLVIII

Orazio una volta fece un viaggio lungo la Via Appia. La descrisse come un guazzabuglio di
locandieri disonesti, buche, case incendiate, pane sabbioso e infezioni agli occhi. Per lui
significava stare stipati su un traghetto per attraversare le paludi Pontine, e poi essere lasciati
fermi per ore senza alcuna spiegazione; restare svegli metà della notte, in agitazione per un
convegno amoroso con una ragazza che non si prendeva mai il disturbo di comparire... In
confronto a noi, Orazio se l'era passata bene. Il poeta viaggiava come segretario incaricato dei
verbali diretto a un incontro al vertice dei triumviri. Aveva ricchi protettori e una compagnia
intellettuale, Virgilio in persona, per togliere le lappole dal suo mantello da viaggio.
Soggiornava in case private dove, per dargli il benvenuto, bruciavano olio profumato .
Noi alloggiavamo in locande (quando non erano chiuse per l'inverno). Al posto di Virgilio io
mi ero portato mio padre, la cui conversazione si trovava parecchi esametri al di sotto della
poesia epica .
Tuttavia, a differenza di Orazio, io possedevo una cesta che mia madre mi aveva costretto ad
accettare e nella quale non c'era solo del buon pane romano, ma anche salsiccia lucana
affumicata per un mese. E mi ero portato la mia ragazza. Così almeno potevo consolarmi
pensando che se non fossi stato completamente stremato dal viaggio, lei sarebbe stata sorridente
e disponibile qualunque notte io avessi voluto .
Una cosa che Orazio non dovette fare durante il suo viaggio a Tarentum fu andare a trovare
la prozia Febe e uno stuolo di sgarbati parenti di campagna. (Se lo fece, omise completamente
di parlarne nelle Satire, e se i suoi parenti erano come i miei, non posso biasimarlo per questo.)
C'erano tre ragioni per fare loro visita. La prima: la stessa Febe, che doveva avere sentito
parlare di Elena e alla quale dovevo da troppo tempo una presentazione se volevo assaggiare di
nuovo una ciotola della sua minestra di ruchetta. La seconda: questo ci avrebbe permesso di
lasciare Gemino nella vicina locanda, dove aveva alloggiato il defunto Censorino e forse anche
il suo compagno centurione Laurenzio. Al momento papà non avrebbe potuto fare visita ai
parenti agricoltori a causa di quella che nella nostra famiglia passava per discrezione .
Pertanto gli venne affidato il compito di sistemarsi alla locanda, offrire da bere un grande
bicchiere all'oste e scoprire che cosa avesse combinato il soldato (o forse i due soldati). La terza
ragione per andarci era che dovevamo esplorare il magazzino di mio fratello .
Si è molto parlato delle sontuose tenute di campagna romane dove migliaia di schiavi
lavoravano per senatori che vivono lontano dalle loro terre. Meno conosciute sono le fattorie di
sussistenza come quella gestita dai fratelli di mia madre, ma esistono. Nei dintorni della stessa
Roma e di molte altre città, povera gente sopravvive a stento, con famiglie numerose che
divorano ogni profitto, lavorando duramente, anno dopo anno, con in mano poco più che il
malumore per dimostrarlo. In Campania, almeno, la terra era abbastanza buona, e c'erano strade
veloci verso un mercato insaziabile, quando cresceva qualcosa .
Era stato così che si erano conosciuti i miei genitori. In occasione di un viaggio a Roma,
mamma aveva venduto a papà della brassica discutibile e poi, quando lui era tornato a
lamentarsi, fingendosi ingenua, si era lasciata conquistare con una coppa di vino. Tre settimane
dopo, con quello che al tempo doveva essere sembrato acume campagnolo, lo aveva sposato .
Cercai di spiegare la situazione a Elena mentre procedevamo lungo il viottolo. «In origine la
fattoria era di mio nonno e del prozio Scarone. Ora, a seconda dei momenti, la mandano avanti
uno o due fratelli di mamma. Sono individui trasandati, e non so dire quale di loro troveremo.
Se ne vanno sempre in giro in cerca di avventure amorose con forestiere, o per riprendersi da
una crisi di rimorso perché il loro carro ha investito un falciatore. Poi, proprio quando qualcuno
sta partorendo due gemelli sul tavolo di cucina e il raccolto di ravanelli è stato scarso, tornano a
casa all'improvviso, ansiosi di violentare la figlia adolescente del capraio, e pieni di idee
strampalate per un cambiamento nella coltivazione della terra. Preparati .
Dall'ultima volta che sono stato qui probabilmente ci saranno stati almeno una lite feroce,
qualche adulterio, un bue morto avvelenato da un vicino e un incidente mortale nella raccolta
delle noci. Se non scopre di avere avuto un figlio illegittimo da una donna debole di cuore che
minaccia un'azione legale, lo zio Fabio considera sprecata una giornata.» «Non è un po'
inopportuno in una fattoria dove bisogna lavorare?» «Le fattorie sono luoghi vivaci!» la misi in
guardia .
«È vero! Ovviamente chi ha a che fare tutto il giorno con vita, morte e crescita
generosamente donate dalla natura deve misurarsi con emozioni intense.» «Non ridere, donna!
Ho trascorso metà della mia infanzia in questa fattoria. Ogni volta che c'era dell'agitazione in
casa, ci mandavano qui a ristabilirci.» «Sembra il posto sbagliato per riposarsi!» «Gli abitanti
delle fattorie sanno occuparsi dei problemi con la stessa facilità con cui strappano foglie di
insalata... Lasciami continuare con le informazioni, altrimenti arriveremo prima che io abbia
finito. Al centro di tutti questi litigi, la prozia Febe occupa il focolare domestico come una
roccia, facendo una polenta che arresterebbe un'epidemia e tenendo tutti quanti uniti.» «È la
sorella di tuo nonno?» «No, è la sua seconda moglie non sposata. Mia nonna è morta presto. »
«Consumata dall'eccitazione?» insinuò Elena .
«Non essere romantica! Consumata dalle gravidanze. Febe era una schiava in origine, poi è
stata per anni la consolazione di mio nonno. Succede spesso. Da quanto ricordo, loro due
dividevano un letto, un tavolo e tutto il duro lavoro che i miei zii non avevano tempo di
svolgere a causa della loro affascinante vita sociale. Il nonno ne ha fatto una liberta e ha sempre
avuto intenzione di sposarla, ma non ha mai trovato il tempo per farlo.» «Non ci vedo niente di
male, se erano felici» disse Elena con voce ferma .
«Nemmeno io» replicai affabilmente, evitando ogni tono di critica. «Se non che Febe se ne
vergogna. Scoprirai che è molto diffidente.» Elena era convinta che tutti i miei aneddoti fossero
uno scherzo, finché non arrivammo .
La prozia Febe stava filando tranquillamente accanto al focolare. Era una donna piccola e
dolce, con le guance tonde, che sembrava fragile come l'erba ma aveva più forza di tre uomini
adulti. Era una fortuna, poiché mentre gli altri erano impegnati a riflettere sulla propria vita
personale, lei doveva raccogliere cavoli e girare il forcone nel mucchio di letame. In verità, di
recente si era rifiutata di occuparsi di tutte queste cose .
Doveva avere circa ottant'anni, e aveva sentenziato che far nascere un vitello era troppo
ormai per la sua dignità .
Nutriva un interesse appassionato per l'intera famiglia, dovuto al fatto che aveva curato la
maggior parte di noi durante le coliche e l'adolescenza. Inutile dire che Festo era il suo
beniamino. ("Quel monello!") Zio Fabio era lontano da casa per qualche oscuro motivo che
nessuno volle precisare .
«Di nuovo lo stesso problema?» chiesi a Febe con un sorriso. «Non impara mai!» bisbigliò
lei, scuotendo il capo .
Zio Giunio c'era, e passava il tempo a lamentarsi di Fabio che era assente. Be', il tempo
libero, almeno. Le sue energie erano in gran parte assorbite da un allevamento di carpe che si
stava rapidamente esaurendo e dai tentativi di sedurre una donna di nome Armilla, moglie di un
loro vicino, un proprietario terriero molto più ricco dei miei parenti .
«Lo mena per il naso?» domandai, mostrando a Elena come interpretare il linguaggio in
codice .
«Come hai fatto a saperlo?» chiocciò Febe, strappando il filo .
«Già sentito prima.» «Ah, bene!» C'era stato un terzo fratello una volta, ma non si poteva
assolutamente nominarlo .
Per tutto il tempo in cui demmo l'impressione di parlare dei miei zii, il vero argomento sotto
esame era la mia nuova ragazza. A parte Petronio Longo, era la prima volta che portavo
qualcuno (soprattutto perché ero solito venire in vacanza quando sia l'uva sia le ragazze erano
mature, con l'evidente intenzione di gustare entrambe) .
Elena Giustina stava seduta, con gli occhi scuri e l'atteggiamento cortese, accettando
quell'esame rituale. Era una ragazza educata, che sapeva quando tenere a freno il proprio
temperamento fiero, per evitare di dover subire per i prossimi trent'anni l'accusa di non essersi
mai voluta inserire .
«Marco non ha mai portato nessuno dei suoi amici romani a vedere la fattoria prima di
oggi» commentò la prozia Febe, lasciando capire che si riferiva alle mie conoscenze femminili,
che sapeva essercene state parecchie e che era un sollievo per lei che finalmente ne avessi
trovata una che doveva avere dimostrato interesse per la coltivazione dei porri. Io abbozzai un
sorriso affabile. Non c'era nient'altro da fare .
«È un onore per me» disse Elena. «Ho sentito parlare molto di tutti voi.» Zia Febe parve
imbarazzata, pensando che si riferisse con disapprovazione alla sua relazione non legalizzata
con il mio libero e disinvolto nonno .
«Spero che non ti dispiaccia se ne parlo» continuò Elena. «A proposito della sistemazione
per la notte. Marco e io di solito dividiamo la stessa stanza, anche se non siamo sposati, in
realtà. Spero che la cosa non ti scandalizzi. Non è colpa sua, ho sempre creduto che una donna
dovrebbe mantenere la propria indipendenza se non ci sono di mezzo bambini...» «Questa è una
novità per me!» disse con voce chioccia Febe, che evidentemente apprezzava l'idea .
«È nuova per me» replicai, innervosito. «Speravo di salvare la faccia!» Elena e la mia
prozia si scambiarono un'occhiata arguta .
«Gli uomini... loro devono fingere!» esclamò Febe. Era una vecchia saggia per la quale
nutrivo un grande affetto, anche se non eravamo imparentati (o più probabilmente proprio per
questo) .
Zio Giunio di malavoglia accettò di accompagnarmi al magazzino. Nell'uscire, notai che
Elena fissava con curiosità la piccola nicchia semicircolare dov'erano esposti gli dèi della casa .
C'era anche una testa di ceramica di Fabio, davanti alla quale Febe, che onorava sempre la
memoria di uno zio assente (tranne, naturalmente, quello di cui non si parlava mai), in segno di
rispetto aveva disposto alcuni fiori. Su una mensola vicina vi era anche il busto di Giunio,
pronto a ricevere il trattamento onorifico nel caso fosse stato lui a svignarsela la prossima volta.
Sul fondo della nicchia, fra le tradizionali statue di bronzo di lari danzanti che reggevano le loro
cornucopie, giacevano una serie di denti coperti di polvere .
«Ci sono ancora, allora?» domandai in tono di rimprovero, cercando di non dar peso alla
cosa .
«È il posto dove li teneva sempre lui durante la notte» rispose zio Giunio. «Febe li ha messi
lì prima del funerale, e ormai nessuno se la sente di toglierli.» Dovetti dare una spiegazione a
Elena. «Il prozio Scarone, un tipo davvero stravagante, una volta si è fatto curare i denti da un
dentista etrusco. In seguito è diventato un fanatico delle protesi dentarie etrusche, che
rappresentano una forma d'arte nobile, se uno può permettersi il filo d'oro. Alla fine al povero
Scarone non era rimasto nemmeno un dente al quale attaccare i fili metallici, e nemmeno un
soldo. Così ha cercato di inventarsi da solo i denti falsi.» «Sono quelli?» si informò
cortesemente Elena. «Sì!» disse Giunio .
«Per gli dèi. Funzionavano?» «Sì!» Giunio si stava chiaramente chiedendo se la figlia del
senatore potesse essere una candidata per le sue spiacevoli attenzioni. Elena, che era una
persona molto discreta, si teneva stretta a me .
«Questi erano il modello numero quattro» rammentai. Lo zio Scarone nutriva un'alta
opinione di me. Mi teneva sempre informato sui progressi dei suoi progetti creativi. Pensai
fosse meglio sorvolare sul fatto che alcuni denti del modello numero quattro provenivano da un
cane morto. «Funzionavano perfettamente. Ci potevi masticare un osso di bue. Potevi romperci
noci o mangiare frutti con i semi. Purtroppo, Scarone si è soffocato con uno dei suoi
esemplari.» Elena si mostrò straziata. «Non preoccuparti» disse affabilmente zio Giunio. «Lui
l'avrebbe considerata parte della sua ricerca. Inghiottirli per disgrazia è stato esattamente il
modo in cui il vecchio birbante se ne sarebbe voluto andare.» I denti di zio Scarone sorridevano
bonariamente dal larario come se lui li portasse ancora .
Gli sarebbe piaciuta la mia nuova fidanzata. Avrei voluto che fosse lì a vederla. Lasciare
Elena che spolverava con solennità i denti dello zio con l'estremità della stola mi provocò una
fitta di dolore .
C'era ben poco di interessante nel magazzino. Solo alcune sedie di paglia rotte, una cassa
con il coperchio sfondato, un secchio ammaccato e polvere di paglia .
Inoltre, proprio sul fondo, disposti in fila come tetre lapidi funerarie per Ciclopi, anche
quattro enormi blocchi rettangolari di pietra estratta da qualche cava .
«E quelli che cosa sono, Giunio?» Mio zio si strinse nelle spalle. Un'esistenza di disordini e
intrighi l'aveva reso prudente quando si trattava di domande .
Temeva di poter scoprire un erede da tempo perduto che rivendicasse la sua terra o il segno
di una profezia che potesse danneggiare i suoi tentativi con la sensuale moglie del vicino
oppure trascinarlo in una faida di dieci anni con il riparatore di carri dei buoi. «Deve averli
lasciati Festo» bofonchiò nervosamente. «Ha detto qualcosa in proposito?» «Allora io non
c'ero.» «Eri via con una donna?» Mi rivolse un'occhiata cattiva. «Può darsi che lo sappia lo
stramaledetto Fabio. » Se lo sapeva Fabio, lo sapeva anche Febe. Tornammo pensierosi verso
casa .
La prozia Febe stava raccontando a Elena della volta in cui un pazzo a cavallo che, come
scoprimmo in seguito, avrebbe potuto essere l'imperatore Nerone in fuga da Roma per andare a
suicidarsi (un dettaglio trascurabile, nel modo in cui lo disse Febe), passò galoppando troppo in
fretta dalla fattoria e uccise metà dei suoi polli sulla strada. Non sapeva che cosa fossero quei
blocchi di pietra, ma mi disse che Festo li aveva portati durante la sua famosa ultima licenza.
Da lei scoprii comunque che due uomini, probabilmente Censorino e Laurenzio, erano venuti a
fare domande alcuni mesi addietro .
«Volevano sapere se Festo aveva lasciato qui qualcosa.». «Hai accennato ai blocchi di
pietra?» «No. Quei due erano molto reticenti.» «Hai mostrato loro il magazzino?» «No.
Conosci Fabio...» Lo conoscevo. Era maledettamente sospettoso nei momenti migliori. «Si è
limitato ad accompagnarli fino a un vecchio fienile che teniamo pieno di attrezzi per arare, poi
ha recitato la parte del campagnolo idiota.» «Allora che cosa è successo?» «Me ne sono dovuta
occupare io, come sempre.» Alla prozia Febe piaceva essere considerata una donna di carattere .
«Come hai fatto a liberarti di loro?» «Gli ho mostrato i denti di Scarone sul larario e ho
detto che era tutto quello che restava dell'ultimo straniero indesiderato, poi ho sguinzagliato
contro di loro i cani.» Il giorno dopo ci mettemmo di nuovo in viaggio verso sud. Raccontai a
papà dei quattro blocchi di pietra. Riflettemmo entrambi sul mistero senza fare commenti, ma
io incominciavo ad avere qualche idea e, se lo conoscevo bene, anche lui .
Mi disse che Censorino e un altro soldato avevano alloggiato alla locanda .
«Una notizia vecchia!» Elena e io gli riferimmo il racconto di Febe .
«Così ho sprecato il mio tempo! Era una locanda schifosa» si lamentò mio padre.
«Immagino che voi due siate stati coccolati in mezzo al lusso!» «Infatti!» gli assicurai. «Se
riesci a sopportare di sentir parlare dei polli di Febe e ascoltare Giunio che si lamenta di suo
fratello, allora lo troverai un posto straordinario!» Papà lo sapeva .
«Immagino che Giunio abbia messo gli occhi addosso alla tua ragazza?» insinuò, cercando
di stuzzicarmi a sua volta .
Elena inarcò le eleganti curve delle sue sopracciglia. «Ci stava pensando. Sono stato quasi
sul punto di prenderlo da parte e scambiare due parole pacate ma, se conosco Giunio, diffidarlo
dal fare una cosa è il modo sicuro di spingerlo a farla.» Papà era d'accordo. «Sarebbe stato
inutile quanto gridare "È dietro di te!" quando lo spettro ormai incombe sul vecchio e onesto
padre nella farsa atellana... Dov'era quello sciocco di Fabio?» «Via per il suo vecchio
problema.» «Non riesco mai a ricordare quale sia il problema.» «Nemmeno io» confessai. «O il
gioco d'azzardo o i bollori, credo. Una volta se ne è andato di casa per fare il gladiatore, ma
quella è stata solo una mania passeggera, perché voleva evitare il raccolto dei lupini.» «Febe si
è informata su di te, Didio Gemino» disse Elena con voce severa. Sembrava pensare che
stessimo affrontando in modo frivolo la discussione sulla famiglia .
«Immagino che la domanda vera e propria sia stata "Come sta quello stupido incapace di
città che ti ha generato?"» brontolò papà rivolto a me. Sapeva come la pensavano tutti .
L'aveva sempre saputo. Il costante disprezzo degli eccentrici parenti di mia madre doveva
essere stata una delle seccature che, alla fine, si era rivelata troppo difficile da sopportare .
IL

Capua .
Capua, la regina della pianura centrale (e dimora di pulci astute) .
Capua, la città più splendida e florida della ricca Campania (se si dava retta ai suoi abitanti)
o addirittura d'Italia (se si aveva a che fare con chi non aveva mai visto Roma) .
Non mancate di ammirare l'imponente Anfiteatro di Augusto, che si innalza per quattro
piani con i suoi ottanta straordinari archi tutti sormontati da divinità di marmo, sebbene sia più
recente di Spartaco, così non fatevi romantiche idee politiche. Inoltre, mentre osservate questo
splendido edificio, guardatevi alle spalle e tenete la mano sulla borsa. Gli abitanti di Capua
traggono i loro mezzi di sostentamento dai visitatori, e non sempre chiedono loro il permesso
prima di prenderli .
Non dimenticatelo mai: loro sono così ricchi perché noi siamo così stupidi. Quello che è
vostro può diventare loro molto in fretta a Capua .
Si dice che quando Capua aprì le proprie porte e il proprio cuore ad Annibale i suoi lussi ne
indebolirono a tal punto gli uomini che non vinse mai più un'altra battaglia. Noi avremmo
potuto sopportare qualcuno di quei lussi vergognosi, ma le cose erano cambiate da allora .
Entrammo a Capua un piovoso lunedì mattina, in tempo per trovare le osterie che stavano
chiudendo. Un cavallo della nostra carrozza si azzoppò proprio mentre arrivavamo al Foro,
procurandoci la sgradevole sensazione che forse non sarebbe stato possibile tornare a casa se
avessimo voluto fuggire .
Mio padre, che era venuto per proteggerci con la sua straordinaria conoscenza della zona, si
fece derubare nel giro di due minuti. Per fortuna, la maggior parte del nostro denaro era
nascosta sotto il fondo della carrozza, protetto dai piedi assennati di Elena .
«Sono fuori esercizio» si lagnò papà. «Va tutto bene. Io combino sempre un pasticcio
quando mi scelgo i compagni di viaggio e va a finire che devo fare la bambinaia a degli
incompetenti.» «Grazie!» brontolò Elena. «Tu non eri compresa.» «Mio eroe!». Dopo dieci
giorni di estremo disagio, invece che una settimana scarsa di leggera fatica come avevamo
previsto, eravamo tutti al limite della ribellione .
Trovai una locanda con la consueta precipitosa fretta mentre le tenebre calavano così
rapidamente che si era costretti a ignorare gli inconvenienti. Si trovava proprio accanto al
mercato, quindi al mattino ci sarebbe stato un gran baccano, per non parlare dei gatti che
miagolavano sui rifiuti e delle signore della notte che offrivano i loro servigi sotto i chioschi
deserti .
Le pulci stavano aspettando con le piccole facce sorridenti, anche se almeno ebbero un po'
di tatto e all'inizio rimasero invisibili. Le signore della notte erano già in giro: se ne stavano
silenziosamente in fila a osservarci mentre scaricavamo la carrozza .
In cerca, senza dubbio, di cassette con i soldi che i loro protettori potessero venire a
sgraffignare .
Elena avvolse il nostro denaro in un mantello e lo portò dentro la locanda rinchiuso in un
fagotto sulla spalla come se fosse un bambino esausto .
«Marco, non mi piace questo...» «Sono qui io a prendermi cura di te.» Non riuscii a
rassicurarla .
«Mio padre e io con il gesso scriveremo sulla basilica: "Chiunque violenti, derubi o rapisca
Elena Giustina, dovrà risponderne ai feroci ragazzi Didio!".» «Splendido» fece lei. «Spero che
la vostra fama sia arrivata fin qui.» «Indubitabilmente!» rispose papà. Nella famiglia Didio si
era soliti usare parole lunghe per cercare di darsi un tono .
Fu una notte disagevole. Per fortuna quando andammo a dormire, senza essere riusciti a
trovare una cena commestibile, eravamo già preparati al peggio .
Il giorno dopo cambiammo locanda, arricchendo un altro affittacamere imbroglione, e
deliziando un'altra massa di pulci .
Incominciammo a visitare gli studi degli artisti. Tutti affermavano di non aver mai sentito
parlare di Oronte. Sicuramente mentivano. Capua nutriva una grande opinione di sé, ma
francamente non era tanto grande. Oronte doveva essere andato in giro per settimane a tappare
bocche, nella remota possibilità che qualcuno avesse potuto seguirlo fin lì .
Smettemmo di chiedere. Ci trasferimmo in un'altra locanda ancora e cercammo di non dare
nell'occhio, mentre mio padre e io osservavamo il Foro da archi e soglie dove non potevamo
essere visti .
Stare ad aspettare nel Foro di una città sconosciuta, nel cuore dell'inverno, in un momento in
cui non ci sono feste locali, può essere deprimente per un uomo .
Quando tornammo al dormitorio pubblico in cui ci eravamo sistemati, Elena ci disse che
non c'erano pulci, ma di sicuro aveva trovato cimici nei letti, e uno stalliere aveva cercato di
intrufolarsi nella stanza in cui l'avevamo lasciata .
Ci riprovò quella sera, quando con lei c'eravamo anche papà e io. In seguito discutemmo per
ore sulla possibilità che fosse a conoscenza del fatto che eravamo in tre e avesse deciso di
venire sperando in un'orgia al gran completo. Una cosa era certa: non ci avrebbe più riprovato.
Papà e io gli avevamo fatto capire che non gradivamo gli approcci amichevoli .
Il giorno dopo ci trasferimmo di nuovo, per sicurezza. Finalmente avemmo un po' di
fortuna.
Le nostre nuove camere si trovavano sopra un'osteria. Sempre pronto a correre rischi, feci
un salto di sotto per prendere tre piatti di fagiolini in salsa di senape, con un'ordinazione
aggiuntiva di involtini ai frutti di mare, pane, bocconcini di maiale per Elena, olive, vino, acqua
calda, miele... la solita lista complicata consegnatavi dai vostri amici quando vi mandano a
prendere quello che definiscono allegramente uno spuntino veloce. Stavo barcollando sotto il
peso di un enorme vassoio, che riuscivo a stento a sollevare, per non parlare poi della difficoltà
di aprire la porta per portarlo di sopra senza versare niente .
Una ragazza mi tenne aperta la porta. Portai il vassoio ai miei compagni di viaggio, sorrisi
alla mia deliziosa fidanzata, mangiai velocemente qualche bocconcino e afferrai il mantello.
Elena e mio padre fissarono la scena, poi si gettarono sul vassoio del cibo e lasciarono che me
la sbrigassi da solo. Mi precipitai di nuovo al piano di sotto .
Era una ragazza avvenente. Aveva un corpo che fareste dieci miglia a piedi per agguantarlo
e il suo portamento lasciava intendere che sapeva esattamente quello che aveva da offrire .
La sua faccia era più vecchia di quanto mi fosse sembrato, ma gli anni le avevano solo
donato più carattere. Quando tornai, lei era ancora nell'osteria e stava acquistando delle
costolette impacchettate in varie confezioni da portare via. Se ne stava appoggiata al bancone
come se la sua opulenta figura avesse bisogno di un ulteriore sostegno per reggersi.
L'espressione sfrontata aveva zittito l'attività di tutta la via mentre i danzanti occhi marroni
stavano procurando al cameriere emozioni che, come probabilmente lo aveva avvertito sua
madre, avrebbe dovuto evitare in pubblico. Ma lui non se ne curava. Era una bruna, se il
dettaglio può interessare .
Mi tenni nascosto, e quando la bruna se ne andò, feci quello che ogni uomo nel locale
avrebbe voluto fare: la seguii .
L

. Non pensatelo nemmeno. Io non seguo mai donne sconosciute con quell'intenzione .
In ogni caso, la deliziosa bruna non mi era totalmente sconosciuta. L'avevo vista svestita
(anche se lei lo ignorava). E l'avevo vista al Circo, seduta accanto a Festo. Avrei potuto gridare
il suo nome e cercare di fare la sua conoscenza dicendo «scusami, ma credo di averti vista con
mio fratello una volta» (quella vecchia battuta!) .
Il suo nome, se mi fossi voluto divertire comportandomi da ragazzaccio, era Rubinia .
Mi comportai correttamente. La pedinai fino al nido d'amore che divideva con lo scultore
Oronte. Vivevano quattro miglia fuori dalla città e probabilmente pensavano di non correre
alcun rischio di essere scoperti, soprattutto durante la notte. La splendida modella non si era
assolutamente accorta che piedi esperti la stavano seguendo silenziosamente .
Aspettai che avessero avuto il tempo di mangiare le costolette, tracannare il vino e
aggrovigliarsi in un intimo intreccio .
Poi entrai, senza bussare. E capii che non erano affatto contenti di vedermi .
LI

. La nudità non mi offende. Battersi con essa, specialmente nella versione femminile, può
essere imbarazzante per chiunque .
La modella indignata si avventò su di me con un coltello da cucina. Mentre attraversava di
corsa lo studio dello scultore, sfidava l'aria con la formidabile esuberanza della famosa Vittoria
alata di Samotracia, seppure vestita in modo meno formale. Per fortuna era uno studio piuttosto
grande. Ebbi il tempo di ammirare le sue fattezze provocanti, e di difendermi .
Ero disarmato e a corto di idee. Ma, a portata di mano, c'era un secchio d'acqua fredda.
Proveniente dal pozzo che avevo visto in giardino, costituiva la migliore risorsa disponibile. Lo
afferrai e scaraventai il gelido contenuto addosso alla ragazza strillante. Lei lanciò un urlo più
forte, perfino più acuto, e lasciò cadere il coltello .
Strappai uno spesso telo dalla statua più vicina e le gettai addosso la pesante stoffa,
immobilizzandole le braccia .
«Scusami, signora, sembra che tu abbia bisogno di una stola. » Lei la prese male, ma la
tenni saldamente. Roteammo in una danza furibonda, mentre l'avvenente Rubinia mi chiamava
con certi nomi che non avrei mai pensato una donna potesse conoscere .
Lo studio si trovava nel granaio di un edificio ed era fiocamente illuminato da una sottile
candela situata all'estremità opposta della stanza rispetto a dove ci trovavamo noi. Su tutti i lati
incombevano scure sagome di pietra che gettavano ombre strane e gigantesche. C'erano scale a
libretto e altri attrezzi sparsi dappertutto, pericolose insidie per un estraneo con la mente
altrove. Gli artisti non sono persone ordinate (troppo tempo sprecato a sognare, per cominciare,
e, fra un processo creativo e l'altro, troppe bevute) .
Scossi furiosamente la ragazza, cercando di farla stare ferma .
A quel punto un uomo grande e grosso che doveva essere lo scultore scomparso si era
sollevato faticosamente dal groviglio del loro letto nell'altro angolo della stanza. Anche lui era
completamente nudo, ed eccitato di recente da un diverso genere di lotta. Non più giovane, con
un ampio torace, era calvo e aveva una folta barba, lunga quanto il mio avambraccio .
Fece un balzo impressionante, percorrendo di corsa il pavimento polveroso e gridando
ingiurie .
Gli artisti sono tremendamente chiassosi. Non c'è da stupirsi che vivano in campagna, senza
vicini da importunare .
Rubinia stava ancora strillando e si divincolava freneticamente, quindi non mi accorsi subito
che il suo amante aveva agguantato uno scalpello e un mazzuolo. Ma il primo furibondo colpo
andò a vuoto, e il mazzuolo mi sfiorò sibilando l'orecchio sinistro. Fece una finta, questa volta
con lo scalpello, e io mi girai bruscamente, in modo da avere davanti a me la ragazza. Rubinia
mi morse il polso. Persi ogni inibizione a usarla come scudo .
Trascinando ancora la ragazza, mi gettai dietro una statua mentre Oronte tentava
nuovamente di colpirmi. Il suo scalpello sfiorò sibilando una ninfa scolpita a metà, ispirata a
una modella più esile della robusta ragazzotta che stavo cercando di domare. I piedi di Rubinia
grattarono il pavimento mentre cercava di aggrapparsi con le gambe alle cosce della ninfa .
Scattai di lato, impedendole di farlo, ma stavo perdendo la presa sul telo a causa della
polvere e del suo straordinario contenuto. Rubinia si era lasciata scivolare e da un istante
all'altro mi sarebbe sfuggita .
Lo scultore improvvisamente comparve da dietro un gruppo di marmi. Arretrai, mancando
di poco una scala. Era più alto di me, ma il vino e l'agitazione lo rendevano maldestro. La sua
fronte a cupola sbatté contro l'ostacolo. Mentre imprecava, colsi al volo quella che era
probabilmente la mia unica occasione. Stavo perdendo la presa sulla ragazza, così la scaraventai
il più lontano possibile da me, aiutandomi con un colpo ben assestato del calzare sul suo ampio
didietro. Si schiantò contro un frontone, profondendosi in un'altra sfilza di invettive da
caserma .
Afferrai lo scultore frastornato. Era forte, ma prima ancora che capisse le mie intenzioni gli
avevo fatto compiere un mezzo giro. Poi lo schiacciai dentro un sarcofago che era appoggiato
su un'estremità quasi fosse destinato a ricevere i visitatori .
Afferrato il pesante coperchio, lo feci scivolare di lato e cercai di chiudere nella bara l'uomo
che avrebbe dovuto ripararla .
Il peso del coperchio di pietra mi sorprese e riuscii a chiuderlo solo a metà prima che
Rubinia mi aggredisse di nuovo, avventandomisi addosso da dietro e cercando di strapparmi i
capelli. Per gli dèi, se era tenace. Mentre mi divincolavo per girarmi ad affrontarla, lei lasciò le
mie spalle e afferrò il mazzuolo. Colpi frenetici piovvero tutt'intorno a me, anche se per fortuna
aveva un'idea confusa di come colpire un bersaglio .
Le riusciva difficile assestare i colpi perché saltellava qua e là come una puzzola infuriata,
tirando calci a quella parte di me che preferisco non venga aggredita .
Con tutti e due contro di me, la situazione stava diventando disperata. Riuscii ad
appoggiarmi contro il coperchio del sarcofago in modo da tenere intrappolato Oronte e nello
stesso tempo bloccai con tutta la mia forza il polso di Rubinia .
Dovette farle molto male. Per alcuni secondi continuò a cercare di ammazzarmi, mentre io
cercavo di impedire che ciò accadesse .
Finalmente riuscii a farle lasciare l'arma, le diedi uno schiaffo sulla tempia e l'afferrai .
In quell'istante la porta si aprì di colpo. Una figura familiare, bassa e robusta, sovrastata da
frenetici riccioli grigi, irruppe nello studio .
«Per Cerbero!» esplose mio padre, con quella che speravo fosse ammirazione. «Ti lascio
uscire da solo un momento e ti ritrovo a lottare con una ninfa nuda!».
LII

«Non startene lì a fare dello spirito» dissi col fiato mozzato. «Dammi una mano!» Papà
attraversò tranquillamente lo studio, sogghignando come avrebbe fatto Festo. «È forse un
nuovo modo per eccitarti, Marco? Possedere una donna sul coperchio di una bara?» Poi
aggiunse, esultante: «Questo non piacerà alla nobile e altezzosa Elena Giustina!» .
«Elena non verrà a saperlo» tagliai corto, poi gli scagliai addosso la modella nuda. Lui
l'afferrò e la tenne con più gusto del necessario. «Adesso il problema è tuo, e lo spettacolo è
mio!» «Copriti gli occhi, ragazzo!» borbottò allegramente Gemino .
«Sei troppo giovane...» Sembrava in grado di sbrigarsela, ma supponevo che fosse abituato
agli stretti contatti con le belle arti. Tenendo uniti i polsi di Rubinia e ignorando i suoi veementi
tentativi di castrarlo, catalogò le sue bellezze con una sbirciata assai ammirata .
Provavo una certa irritazione. «Come hai fatto, per l'Ade, ad arrivare qui?» «Elena» disse,
enfatizzando con gusto le parole «si è preoccupata quando ha visto che te la svignavi con quel
sorrisetto maligno sulla faccia. E adesso capisco perché!» mi derise. «Lei sa come ti comporti
quando vai in giro a spassartela?» Mi accigliai. «Come hai fatto a trovarmi?». «Non è stato
difficile. Per tutta la strada sono stato a meno di cinquanta piedi da te.» Questo mi avrebbe
insegnato a non complimentarmi con me stesso per la mia abilità nel pedinare le persone.
Mentre io scarpinavo dietro Rubinia, compiaciuto per la circospezione con cui lo facevo,
qualcuno mi stava alle calcagna. Mio padre continuò: «Quando ti sei seduto sopra il pozzo a
fare il cane da guardia, io ho proseguito e sono andato a bermi una caraffa.» Adesso ero proprio
furioso. «Ti sei allontanato per bere? E stai dicendo che anche dopo l'incidente con lo stalliere
hai lasciato Elena Giustina da sola in una locanda?» «Be', questo non era certo il luogo dove
portarla!» disse con franchezza papà, in modo estremamente irritante. «È una ragazza
coraggiosa ma, credimi figliolo, tutto questo non le piacerebbe!» I suoi occhi vagarono
lascivamente sui nostri due compagni nudi, fissandosi, con un'occhiata più dura, su Oronte
prigioniero dentro la bara. «Sono lieto che tu abbia messo quell'oggetto disgustoso in un posto
adatto! Adesso calmati, Marco. Con tre ciotole di fagiolini nello stomaco, Elena saprà tenere
testa a chiunque.» «Andiamo avanti con questa faccenda!» La mia voce era tagliente .
«Giusto. Libera il cadavere dalla pietra, e spiegheremo a queste simpatiche persone perché
siamo venuti a fare loro visita.» Mi voltai, tenendo però ancora tutto il mio peso contro il
coperchio scolpito. A vederlo da vicino era un oggetto deprimente: tutti eroi sproporzionati,
inclinati come se avanzassero sul ponte di una nave .
«Non so se sia il caso di liberarlo» dissi fra me e me, storcendo il labbro a Oronte. «Può
sentirci anche restando lì dove si trova. Prima di lasciarlo uscire di lì intendo scoprire tutto
quello che abbiamo bisogno di sapere...» Mio padre accettò con entusiasmo l'idea. «Perfetto! Se
si rifiuta di parlare, possiamo lasciarcelo in pianta stabile.» «Non resisterà a lungo dentro
quell'affare!» commentai. Mio padre, il cui brutale senso dell'umorismo si stava rapidamente
riaffermando, trascinò Rubinia fino alla statua di un satiro particolarmente osceno, e usò la
propria cintura per legarla al suo posteriore peloso in una posa indecente .
«Ah, Marco, ha incominciato a gridare!». «Le piace darsi da fare. Non prestarle attenzione.
Una ragazza che era pronta a tirarmi calci nelle parti intime non mi suscita nessuna solidarietà.»
Mio padre le disse che lui era dalla sua parte, ma che doveva restare lì. Rubinia sciorinò ancora
un po' del suo vivace vocabolario. Poi Gemino mi aiutò a spingere un grosso blocco di pietra
contro il coperchio della bara in modo da tenerlo fermo, lasciando ancora coperta a metà
l'apertura, con Oronte che faceva capolino. Io me ne stavo appoggiato a una scala che era
piegata contro il muro di fronte, mentre papà si arrampicò su una grande dea su un trono e,
dandosi un contegno, si sedette sulle sue ginocchia .
Fissai Oronte, che ci aveva causato tanti problemi. Non lo sapevo ancora, ma ce ne avrebbe
causati anche di più .
Con la testa calva e quella straordinaria barba folta e arricciata, un tempo era stato di
bell'aspetto e possedeva ancora la drammatica autorevolezza di un vecchio filosofo greco.
Avvolgetelo in una coperta e fatelo sedere in un colonnato, e probabilmente le persone si
accalcheranno per sentirlo mentre si sforza le meningi. Finora non aveva avuto niente da dirci.
A questo intendevo porre rimedio .
«Bene!» Mi sforzai di parlare in tono minaccioso. «Non ho cenato, sono preoccupato per la
mia fidanzata e, anche se la tua sensuale modella è uno spettacolo che riempie gli occhi, non
sono nelle condizioni di spirito per lasciare che questa faccenda mi faccia sprecare tutta la
notte.» Finalmente lo scultore ritrovò la voce. «Vai a gettarti nella Palude Flegrea!» Era una
voce cupa e profonda, resa gracchiante dal vino e dalla dissolutezza .
«Mostra un po' di rispetto, alito di cumino!» lo zittì gridando papà. A me piaceva procedere
con dignità, lui amava abbassare il tono .
Proseguii pazientemente. «Dunque tu sei Oronte Mediolano, e sei un omuncolo bugiardo!»
«Non vi dirò niente.» Si puntellò contro l'interno della sua prigione di pietra, riuscì a spingere
un ginocchio contro l'apertura e cercò di spostare il coperchio. Lavorando la pietra era diventato
muscoloso, ma non abbastanza .
Mi avvicinai e diedi all'improvviso un calcio al sarcofago. «Ti sfiancherai soltanto, Oronte.
Cerca di essere ragionevole .
Posso chiuderti al buio in questo sarcofago abbastanza pesante e venire una volta al giorno a
chiederti se nel frattempo hai cambiato idea o, se decido che non meriti il disturbo, posso
chiuderti lì dentro e non scomodarmi più a tornare.» Smise di divincolarsi. «Non ci
conosciamo» continuai, riprendendo educatamente le presentazioni come se fossimo distesi su
lastre di marmo dentro eleganti terme. «Mi chiamo Didio Falco. Questo è mio padre, Marco
Didio Flavonio, conosciuto anche come Gemino. Dovresti riconoscerlo. Un altro nostro parente
si chiamava Didio Festo, e conoscevi anche lui.» Rubinia emise un suono acuto. Poteva trattarsi
di terrore oppure stizza. «Perché quello strillo?» grugnì mio padre, osservandola dall'alto con
grande curiosità. «Ehi, Marco, credi che dovrei portarla sul retro e farle qualche domanda in
privato?» L'allusione era evidente .
«Aspetta un momento» lo trattenni. Speravo che fingesse, ma non ne ero del tutto certo.
Mamma l'aveva sempre definito un donnaiolo. Senza dubbio dava l'impressione di gettarsi a
capofitto in ogni genere di divertimento disponibile .
«Dici di lasciarla scalpitare...» Vidi che mio padre sogghignava malignamente a Oronte.
Forse lo scultore si ricordava di Festo. In ogni caso, non appariva entusiasta di vedere la sua
seducente complice andarsene con un altro esuberante Didio .
«Pensaci ancora» gli sussurrai. «Rubinia sembra una ragazza che si fa mettere sotto
facilmente!» «Lasciatemi fuori da questa faccenda!» si lamentò lei .
Mi allontanai dalla scala e mi diressi lentamente verso Rubinia. Occhi bellissimi, colmi di
rancore, mi fissarono sfavillanti. «Ma ci sei dentro, dolcezza! Dimmi, ti sei fatta mettere sotto
da Didio Festo la sera in cui ti ho vista al Circo?» Che si ricordasse o meno di quella
circostanza, arrossì leggermente al nome di mio fratello e alla mia pesante allusione .
Se non altro, avevo preparato la lite domestica che sarebbe scoppiata fra Rubinia e Oronte
quando avessero ripensato alla nostra visita dopo che ce ne eravamo andati. Mi rivolsi di nuovo
allo scultore. «Festo ti cercava come un matto. La tua ragazza qui lo ha scaricato ai tuoi amici
Manlio e Varga, e loro lo hanno raggirato ben bene... È riuscito a trovarti quella notte?» Dentro
il sarcofago lo scultore scosse il capo .
«Peccato» disse papà con voce secca. «Festo aveva i suoi metodi con i traditori!» Oronte si
rivelò codardo quanto i suoi due amici pittori .
Tutta l'aggressività lo abbandonò sotto i nostri occhi. Gemette: «Nel nome degli dèi, perché
tutti voi non mi lasciate in pace e basta! Non sono stato io a chiedere di entrare in questa
faccenda, e quello che è successo non è colpa mia!» .
«Che cos'è successo?» domandammo simultaneamente papà e io. Lanciai un'occhiata
furiosa a mio padre. Ciò non sarebbe mai accaduto con il mio vecchio amico Petronio, noi due
avevamo una procedura ben consolidata per condurre un duplice interrogatorio. (Con questo
intendo dire che Petro sapeva quando lasciarmi il comando.) Ma, in realtà, urlare a Oronte da
due direzioni ottenne l'effetto desiderato. L'artista piagnucolò in modo patetico: «Tiratemi fuori
di qui, non sopporto gli spazi angusti...» .
«Chiudi un po' di più il coperchio, Marco!» ordinò papà. Mi incamminai verso la bara di
pietra, con fare determinato .
Lo scultore urlò. La sua ragazza gli gridò: «Oh, racconta a questi bastardi quello che
vogliono sapere e torniamocene a letto!» .
«Una donna con le giuste priorità!» commentai con calma, a un piede dal suo amante
tumulato. «Allora sei pronto a parlare?» Annuì miseramente. Lo tirai fuori. Cercò subito di
darsi alla fuga. Mio padre, che se l'aspettava, si era lasciato scivolare sgraziatamente
dall'enorme matrona che gli aveva fatto da sedia. Atterrò davanti a Oronte e assestò un pugno
sul mento dello scultore con una forza che lo mise fuori uso .
Lo afferrai sotto le ascelle calde e pelose. «Oh, geniale, papà. Adesso è svenuto. In questo
modo ci racconterà un sacco di cose!» «Che cos'altro volevi? Veder fuggire il bastardo?» Lo
adagiammo compostamente sul pavimento, poi gli rovesciammo addosso una caraffa di acqua
fredda. Riprese i sensi e ci trovò appoggiati con indolenza alle statue mentre io mi lamentavo
con mio padre. «Tu devi sempre esagerare in tutto! Ti vuoi calmare? Ci serve vivo almeno
finché non avrà parlato...» «Avrei dovuto colpire con più forza la ragazza» biascicò papà, come
se fosse un delinquente squilibrato che si divertiva a torturare la gente .
«Oh, lei sta bene... per ora.» Oronte si guardò intorno, cercando disperatamente Rubinia.
Non c'era traccia della ragazza nello studio. «Che cosa le avete fatto?» «Non troppo... ancora»
disse sorridendo papà .
«Ha sbagliato mestiere!» commentai. «Non preoccuparti, è solo un po' spaventata. Finora
sono riuscito a trattenerlo, ma non posso continuare a farlo. Adesso parla, Oronte, o ti ritroverai
con uno scalpello dove non te l'aspetteresti e solo Giove sa che cosa infliggerà alla tua graziosa
donna questo maniaco!» «Voglio vedere Rubinia!» Mi strinsi nelle spalle. Ignorando il suo
sguardo sconvolto, esaminai con cura la statua alla quale avevo deciso di appoggiarmi .
Possedeva il corpo di un atleta greco in eccellenti condizioni, ma la testa di un campagnolo
romano sulla sessantina, con la faccia segnata dalle rughe e orecchie enormi. "Ovonius
pulcher", secondo quanto stava scritto sul suo plinto .
Una decina di quelle mostruosità erano disseminate per lo studio, tutte con il corpo identico
ma teste diverse. Erano l'ultima moda: tutti gli uomini importanti della Campania dovevano
averne ordinata una .
«Sono orribili!» dissi francamente. «Muscoli fatti in serie con le facce completamente
sbagliate.» «Fa delle belle teste» dissentì mio padre. «E ci sono riproduzioni ben fatte qui in
giro. È in gamba come scopiazzatore.» «Da dove vengono i torsi giovanili?» «Dalla Grecia»
gracchiò Oronte, cercando di compiacerci .
Papà e io ci voltammo per guardarci in faccia e ci scambiammo una lenta occhiata
significativa .
«La Grecia! Davvero?» «Lui va in Grecia» mi informò mio padre. «Ora mi chiedo se fosse
solito andarci per trovare oggetti da vendere per conto del nostro Festo?» Fischiai tra i denti. «A
caccia di tesori! Allora è questo l'agente imbranato di cui si serviva Festo! L'uomo leggendario
che ha incontrato ad Alessandria... la Grecia, eh? Scommetto che rimpiange di non esserci
rimasto ad abbrustolirsi al sole della pianura attica!» «Ho bisogno di bere!» ci interruppe lo
scultore, disperato .
«Non dargli niente» ordinò seccamente papà. «Lo conosco da molto tempo. È un povero
ubriacone. Se lo scolerà tutto e ti crollerà addosso svenuto.» «È così che hai speso la
ricompensa illecita, Oronte?» «Non ho mai preso nessuna ricompensa illecita!» «Non mentire!
Qualcuno ti ha dato un bel po' di denaro perché tu gli facessi un favore. Adesso ci dirai chi ti ha
pagato, e a quale scopo!» «Il denaro glielo ha dato lo stramaledetto Cassio Caro!» gridò
all'improvviso mio padre. Capivo che stava tirando a indovinare. Mi rendevo anche conto che
probabilmente aveva ragione .
«È la verità?» Oronte emise un debole mormorio di assenso. Mentre era svenuto, avevamo
trovato del vino. Papà mi fece un cenno con il capo e io porsi l'otre di vino allo scultore,
ritraendolo appena Oronte ebbe bevuto una lunga sorsata assetata. «Adesso raccontaci tutta la
storia.» «Non posso!» si lamentò. «Sì che puoi. È facile.» «Dov'è Rubinia?» tentò di nuovo.
Non gli importava molto della ragazza, cercava solo di prendere tempo .
«Dove non può aiutarti.» In realtà l'avevamo rinchiusa da qualche parte per farla stare calma
.
Papà si avvicinò rapidamente e afferrò l'otre di vino. «Forse ha paura della ragazza. Forse
lei gli darà una tirata d'orecchi se scoprirà che ha parlato.» Bevve qualche lunga sorsata, poi me
l'offrì perché facessi altrettanto. Io scossi il capo con disgusto. «Ragazzo assennato! Per essere
nel cuore di una zona di produttori di vino, questo è un aceto terribile. Oronte non ha mai
bevuto per il gusto, solo per l'effetto.» Oronte guardò bramoso l'otre di vino, ma papà tenne
stretto il terribile trofeo. «Parlaci del Fidia» lo incalzai. «Fallo subito, altrimenti papà e io ti
faremo molto più male di chiunque altro ti abbia minacciato in precedenza!» Dovetti sembrare
convincente perché a quel punto, con mia grande sorpresa, Oronte confessò .
«Vado in Grecia ogni volta che posso, in cerca di buone occasioni.» Noi mormorammo e
sogghignammo di nuovo delle sue ibride statue, per mostrare il nostro giudizio a riguardo.
«Festo aveva fatto un accordo con me. Avevo sentito dire dove poteva esserci questo Fidia.
Pensavo che ce lo saremmo potuti procurare. In un tempio cadente su un'isola volevano fare un
po' di pulizia. Non credo che si rendessero veramente conto del valore di quello che stavano
buttando sul mercato. In ogni caso, non era affatto a buon prezzo. Festo e alcune altre persone
riuscirono a raggranellare il denaro, e lui trovò anche possibili acquirenti in Caro e Servia .
Quando la sua legione lasciò Alessandria per combattere durante la rivolta giudea, Festo
trovò il modo di fare un viaggio in Grecia come scorta per alcuni dispacci. Fu così che venne
con me a vedere il Fidia. Gli piacque e lo acquistò, ma non c'era tempo per fare altri preparativi,
così la statua dovette proseguire con lui fino a Tiro. Dopo di che si trovò bloccato in Giudea con
l'esercito e quindi toccò a me occuparmi di riportarlo in Italia. » «Dovevi scortarlo di persona?»
domandò papà. Immaginavo che si trattasse del sistema che lui e Festo erano soliti seguire per
proteggere un articolo di notevole valore. Uno di loro, oppure un agente di assoluta fiducia,
avrebbe dovuto stare con la statua per ogni miglio del suo viaggio .
«È quello che ho promesso a Festo. Lui avrebbe spedito un intero carico di merce... begli
oggetti, ma di qualità trascurabile in confronto... su una nave chiamata Hypericon.» Lo colpii
con la punta del calzare. Lo scultore chiuse gli occhi. «Dato che l'Hypericon è affondata mentre
trasportava il Fidia e tu sei disteso qui a importunarci, la situazione mi pare evidente. Hai
infranto la promessa fatta a Festo e te la sei svignata!» «Questo in parte è vero» confessò in
tono incerto .
«Non credo alle mie orecchie! Hai lasciato che una statua del valore di mezzo milione
viaggiasse da sola?» Papà era incredulo .
«Non esattamente.» «Allora esattamente cosa?» lo minacciò papà .
Oronte piagnucolò disperato, raggomitolandosi e cingendosi le ginocchia quasi fosse in
preda a un terribile dolore .
«La nave con la statua è affondata» disse con un filo di voce .
«Questo lo sappiamo!» Mio padre perse la calma. Scagliò l'otre di vino contro una ninfa
pudibonda. L'otre si spaccò con un tonfo tremendo e il vino rosso colò come sangue lungo i
suoi scarsi drappeggi. «L'Hypericon...» «No, Gemino.» Oronte tirò un profondo respiro. Poi ci
disse quello che eravamo venuti a scoprire: «Il Fidia acquistato da Festo non è mai stato a bordo
dell'Hypericon» .
LIII

Mi passai le dita delle mani fra i capelli, massaggiandomi la testa. Per qualche ragione
quella notizia non rappresentava la sorpresa che avrebbe dovuto essere. Tutti ci avevano detto
che l'Hypericon trasportava la statua. Abituarsi a una storia diversa richiese uno sforzo. Ma
alcune cose che prima non avevano avuto senso ora andarono a posto .
«Raccontaci che cosa è successo» ordinai stancamente allo scultore .
«C'era stata un po' di confusione. Festo e io portammo il Fidia a Tiro, ma il resto della sua
merce, articoli che si era procurato per proprio conto, era finito a Cesarea. Allora Festo mi disse
che doveva trovare qualche motivazione ufficiale per recarsi in quella zona...» «Non è
possibile!» Papà si stava innervosendo. «C'era una guerra in corso in quella regione!» «Be',
proprio così!» esclamò grato Oronte. Non sembrava assolutamente in grado di capire quello che
accadeva nel mondo. Forse era comprensibile, dal momento che vedeva mio fratello
comportarsi come se la rivolta giudea fosse stata organizzata esclusivamente per favorire le sue
iniziative commerciali .
«A ogni modo, andò a Cesarea a occuparsi del resto della merce e a trovare una nave, che
risultò essere l'Hypericon.» «Allora non l'avevate mai usata in precedenza?» chiesi. «Oh no.
Fino a quel momento ci eravamo serviti dei trasporti militari.» Stramaledetto Festo! «Io rimasi
a occuparmi della statua. Festo mi disse di lasciarla ispezionare da uno dei fratelli Aristedone
prima di portarla a sud.» Il nome mi era familiare. Caro e Servia, mi ricordai, avevano
accennato al fatto che si servivano di quelle persone per trasportare la loro merce. «Dovevano
esaminarla per conto dei nuovi proprietari e, finché non lo facevano, Festo non poteva
riscuotere il pagamento dai banchieri.» «Allora Festo era pagato da Caro tramite un banchiere
in Siria?» «Era più comodo» borbottò papà. «Non avrebbe certo voluto portare con sé da Roma
una cifra del genere. E, se i suoi compagni in Giudea avevano anticipato una parte della somma
necessaria ad acquistare il Fidia, avrebbe potuto dare loro il denaro che avevano guadagnato
direttamente, con un minor rischio. » «Capisco. Ma, prima di sborsare tutto quel denaro, Caro
voleva che un suo agente vedesse la merce. Allora, come hai fatto a perdere la nostra statua,
Oronte?» Ora si stava agitando per davvero. «Oh per gli dèi... ho creduto che fosse la cosa
migliore.... Aristedone, il loro agente, si è presentato a Tiro e ha approvato la statua. Io avrei
dovuto portarla via terra fino a Cesarea ma, con i soldati che si muovevano lungo tutte le strade
consolari, non mi entusiasmava la prospettiva di quel viaggio. Mi sembrò una fortuna insperata
quando uno dei fratelli Aristedone suggerì che il suo cliente avrebbe preferito che trasportasse
lui il Fidia sulla propria nave, l'Orgoglio di Perga.» «E tu fosti d'accordo?» domandò con
disprezzo papà. «Presumo che Aristedone ti abbia dato una specie di ricevuta?» aggiunsi io,
minaccioso .
«Oh sì...» La domanda aveva turbato lo scultore. Era impallidito e i suoi occhi si erano fatti
sfuggenti .
«Così hai lasciato che la prendesse lui?» «Perché no? Significava che avrei potuto smettere
di preoccuparmene. E avrei potuto evitare di tornare a casa a bordo dell'Hypericon. Volevo
tornare in Grecia. Così avrei potuto utilizzare la provvigione ricevuta da Festo per acquistare
merce per me.» Intervenni con fare deciso: «Così hai consegnato il Fidia, hai lasciato alla sua
sorte il resto del carico di mio fratello sull'Hypericon, te la sei filata in Acaia, poi sei tornato a
casa con comodo?» .
«Proprio così, Falco. E, visto che grazie a questo ho evitato di annegare, non ho intenzione
di scusarmi!» Avrebbe potuto essere un ragionamento sensato, se quel buffone non avesse fatto
perdere una piccola fortuna alla nostra famiglia. «Dopo essere arrivato a casa, ho scoperto che
l'Hypericon era affondata e Festo aveva perduto tutta la sua merce.» «E così, per l'Ade, dove si
trova il Fidia?» domandò papà con voce stridula .
«Mi stavo giusto congratulando con me stesso per averlo salvato, quando ho saputo che
anche l'Orgoglio di Perga aveva fatto naufragio.» «Oh, andiamo!» strepitò mio padre. «Mi
sembra troppo per essere una semplice coincidenza!» «Era un brutto periodo dell'anno.
Tempeste spaventose ovunque.» «E così che cos'è successo?» intervenni io. «Mi trovavo nei
guai. Ho ricevuto una visita di Caro. Mi ha fatto giurare che non avrei parlato a Festo dello
scambio della statua...» «Ti ha pagato per questo imbroglio?» «Be'...» Lo scultore pareva più
sfuggente del solito. «Ha acquistato qualcosa che avevo.» «Non può essersi trattato di uno dei
tuoi pezzi» disse amabilmente mi padre. «Caro è ripugnante, ma è anche un intenditore!»
Oronte non riuscì a trattenersi e confessò. «Ha acquistato la ricevuta. » Mio padre e io
dovemmo fare uno sforzo notevole per controllarci .
«Per quanto?» chiesi, in tono falsamente leggero... il solo modo che avevo per evitare che
mi scoppiasse un vaso sanguigno .
«Cinquemila.» L'ammissione fu quasi impercettibile. «Soltanto? Quella maledetta statua
valeva mezzo milione!» «Non avevo denaro... Ho preso quello che sono riuscito a ottenere.»
«Ma non hai pensato a quello che stavi facendo a Festo?». «Non pareva tanto grave» si lamentò
Oronte. Era evidente che apparteneva alla categoria degli artisti amorali. «Se non avessi
cambiato i piani, Festo avrebbe perso in ogni caso la statua, sull'Hypericon. Non vedo nessuna
differenza!» «Una grande differenza!» s'infuriò mio padre. «Mezzo milione di belle monete
luccicanti che adesso Caro pensa di poterci costringere a pagare!» «Lui ha cercato di spremere
anche Festo» ammise tristemente Oronte. «È per questo motivo che non volevo incontrarlo
quando è tornato a Roma. Supponevo Festo sapesse quello che avevo fatto e mi stesse
inseguendo.» Papà e io ci scambiammo un'occhiata. Stavamo pensando a mio fratello, ed
eravamo entrambi sconvolti. La semplice collera non spiegava l'agitazione che Festo aveva
mostrato durante quel suo ultimo viaggio a casa. Se avesse saputo che quel verme di Oronte
l'aveva truffato, si sarebbe fatto aiutare, da me o da nostro padre, per rovinare quello stupido
individuo .
Invece si era dato un gran da fare inutilmente, cercando di organizzare uno dei suoi piani
segreti. Ciò poteva significare soltanto che riteneva veramente legittimo il risentimento di
Cassio Caro, e pensava di dover risolvere il problema .
Oronte fraintese il nostro silenzio. Impegnandosi al massimo, continuò in preda all'angoscia:
«A quel punto Caro doveva avere esercitato una pressione tremenda su Festo, e Caro è
conosciuto come un tipo pericoloso» .
«Troppo pericoloso perché uno stupido come te si intromettesse!» gli disse brutalmente mio
padre .
«Oh, non continuate...» Lo scultore non riusciva proprio a capire le priorità. «Mi dispiace
per quello che è successo, ma sembrava che non avessi altra possibilità di tirarmi fuori dai guai.
Il modo in cui Caro ha presentato la cosa mi ha fatto pensare che avevo sbagliato a lasciar
andare la statua. Ha detto che tutti sarebbero stati meglio se avessimo fatto finta che non fosse
mai accaduto.» «Non riesco a credere a questo individuo!» borbottò disperato papà rivolto a
me.
«Possiamo farci ridare da lui i cinquemila...» «Li ho spesi» disse Oronte con un filo di voce.
Ormai ero preparato anche a tale evenienza. Nulla di buono o di utile sarebbe mai uscito da
quello studio. «Ho speso tutto. Lo faccio sempre. Il denaro avvizzisce appena sembra che io...»
Gli rivolsi un'occhiata che avrebbe dovuto far avvizzire qualcos'altro .
«Ascoltate, lo so che avete molte ragioni per biasimarmi. Non ho mai pensato che sarebbe
andata a finire in questo modo...» In me si stava facendo strada una brutta sensazione. Papà e io
eravamo completamente immobili. Un uomo più scaltro si sarebbe affrettato a chiudere la
bocca. Ma Oronte non era affatto sensibile all'atmosfera. Così tirò dritto: «Ho lasciato Roma e
mi sono tenuto alla larga per tutto il tempo in cui Festo è stato in giro a cercarmi. Quando
Manlio mi ha detto che era partito, ho sperato che fosse riuscito a trovare una soluzione per il
denaro, e ho cercato semplicemente di non pensarci più. Quindi come immaginate che mi sia
sentito quando ho saputo della sua morte, e mi sono reso conto che era tutta colpa mia?» La sua
domanda era quasi sdegnata. «Sapevo che Caro e Servia non sopportano di essere imbrogliati, e
ho capito che i loro metodi potevano essere sgradevoli. Ma non ho mai pensato» si lamentò
Oronte «che Caro avrebbe mandato i suoi scagnozzi a spaventare Festo al punto da spingerlo a
fare quello che ha fatto!» «Che cosa ha fatto Festo?» domandai a bassa voce .
All'improvviso Oronte si rese conto di essersi messo inutilmente in una situazione
imbarazzante. Era troppo tardi. La risposta gli uscì irrefrenabile: «Immagino fosse sottoposto a
una pressione tale che, per liberarsene, abbia scelto di morire in battaglia!» .
LIV

. Quando tornai alla locanda dove alloggiavamo, Elena era a letto. Vi rimase, lamentandosi
di quando in quando, mentre io cercai per mezz'ora di forzare la serratura: l'idea di mio padre
per tenerla al sicuro era stata quella di chiuderla dentro a chiave. Purtroppo lui era rimasto allo
studio per tenere d'occhio Oronte. Avevo percorso le quattro miglia per tornare a Capua, nelle
tenebre, sempre più infreddolito, con i piedi sempre più indolenziti e sempre più sconsolato, per
scoprire che il mio esasperante genitore, da qualche parte nella tunica, aveva ancora la chiave
della nostra camera .
I tentativi di entrare con la forza senza fare rumore fallirono miseramente. Alla fine
abbandonai ogni cautela e mi lanciai con la spalla contro la porta. La serratura resistette, ma i
cardini cedettero. Ci fu un fracasso terribile. Tutti nell'edificio dovevano avere intuito che
qualcuno stava facendo irruzione nella camera di una signora romana di rango, ma nessuno
venne a indagare .
Un luogo rispettabile, Capua. Non vedevo l'ora di andarmene. Entrai a fatica. Non riuscendo
a trovare la scatola con l'esca, con grande sforzo e procurandomi diversi lividi, uscii di nuovo
per prendere un lume dal corridoio. Poi rientrai, ansimando e imprecando violentemente .
Elena aveva mangiato la sua ciotola di fagiolini e tutto il resto della sua ordinazione.
Divorai la mia porzione ormai fredda, oltre a metà di quella di mio padre, mentre le raccontavo
quello che era successo. I fagiolini freddi possono essere una gustosa insalata in estate, ma
come piatto principale in inverno lasciano un po' a desiderare. L'olio vi aveva formato sopra
una sgradevole gelatina .
«C'è del pane?» «Ti sei dimenticato di prenderlo. Troppo indaffarato» mi informò Elena da
sotto le coperte «a mangiare con gli occhi le clienti dal seno abbondante.» Continuai il mio
racconto, senza tralasciare nessun dettaglio sul seno nudo di Rubinia .
Elena si lasciava sempre conquistare da una storia, soprattutto se il protagonista ero io.
Inizialmente dalle coperte spuntava a stento la punta del suo naso, ma a poco a poco ne emerse,
catturata dal racconto delle stupide buffonate e del duro interrogatorio. Quando ebbi finito, si
era ormai seduta e mi tendeva le braccia .
Mi infilai nel letto e ci stringemmo l'uno all'altro in cerca di calore .
«Allora adesso che cosa succede, Marco?» «Abbiamo detto a Oronte che deve tornare a
Roma con noi .
Sa di trovarsi in grave pericolo, rischia di subire l'ira di Caro oppure la nostra, così è felice
di accettare qualunque alternativa gli permetta di tornare dove realmente vuole stare.
Quell'uomo è un idiota!» mi lamentai irrequieto. «Non riesce assolutamente a capire che ora
dovrà esserci un confronto e che, qualsiasi cosa accada, per lui non sarà piacevole. È solo
contento di non dover più fuggire.» «Ma siete riusciti a trovare un modo per non restituire tutto
quel denaro a Caro?» Sospirai. «Questo è un problema. Caro possiede la prova scritta di avere
pagato a Festo la statua, mentre noi non abbiamo niente per dimostrare che Oronte l'ha
consegnata al suo rappresentante a Tiro. Aristedone e l'equipaggio della nave sono affogati
insieme all'Orgoglio di Perga. Non ci sono altre testimonianze attendibili.» «E quanto alla
ricompensa illecita che Caro ha pagato successivamente allo scultore, chi estorce denaro
ovviamente non da una ricevuta al suo complice, vero?» «Esatto, amore. Così non possiamo
dimostrare il raggiro .
Si tratta della parola di Oronte contro quella di Caro.» «Oronte però potrebbe comparire in
tribunale come testimone?». «Oh sì!» convenni tristemente. «Può comparire. Se riusciamo a
mantenerlo in vita, sobrio e disposto a testimoniare, cosa che Caro cercherà di impedire. Se
riusciamo a mettergli più paura noi di Caro, così che quando lo trascineremo in tribunale
racconterà la nostra storia. E se troveremo il modo di rendere credibile a una giuria
quell'individuo debole, bugiardo e inaffidabile!» «Caro probabilmente corromperà la giuria.»
Elena mi baciò l'orecchio. «Oronte è un pessimo testimone» aggiunse .
«Ha ignorato le istruzioni di tuo fratello, poi ha venduto la ricevuta senza la minima
esitazione. L'avvocato della parte avversa dovrà solo accusarlo di malafede recidiva e avrete
perso la causa.» Ormai stavo strepitando, arrabbiato. «Oronte è un totale rammollito. Caro è
ricco e determinato. In tribunale si presenterebbe come un onesto cittadino, mentre il nostro
uomo verrebbe subito screditato... Ma non metteremo questa faccenda in mano agli avvocati.
Perché pagare anche i loro onorari, quando siamo già nei guai fino al collo? Papà e io siamo
decisi a fare qualcosa, comunque.» «Che cosa potete fare?» Le sue mani vagavano
piacevolmente in luoghi che amavano le mani vaganti .
«Non abbiamo ancora deciso. Ma dovrà essere qualcosa di grosso.» Tacemmo entrambi. Per
vendicarci dei collezionisti avremmo avuto bisogno di tempo e di un'attenta riflessione. Non era
certo il caso di pensarci quella notte. Ma, se fosse venuta meno la mia genialità, nutrivo una
mezza speranza di convincere Elena a suggerire qualche subdola trovata. Dovevamo fare
qualcosa. Lei lo avrebbe capito. Odiava l'ingiustizia .
Anche se restava in silenzio fra le mie braccia, avvertivo i complessi pensieri che si
agitavano in quella mente acuta .
Tutt'a un tratto esclamò: «C'era da aspettarsi che avresti omesso qualcosa nella tua storia!».
Sobbalzai, temendo di avere dimenticato qualcosa di importante. «A metà della storia la
seducente modella nuda è sparita dalla scena!» Scoppiai in una risata imbarazzata. «Oh, lei! È
stata lì dall'inizio alla fine. Mentre lo scultore era svenuto, le abbiamo dato l'opportunità di
scegliere se stare zitta e promettere di non scalciare più oppure essere cacciata in qualche posto
da dove non avrebbe potuto infastidirci mentre lo svegliavamo e lo interrogavamo. Lei ha
preferito continuare a fare i capricci, così l'abbiamo rinchiusa dentro il sarcofago.» «Per gli dèi,
poverina! Spero che permetterete a Oronte di tirarla fuori!» «Mmh! Non voglio fare
insinuazioni ignobili» borbottai «ma ho il forte sospetto che quando si sarà stancato di discutere
di teorie artistiche, il mio terribile genitore farà in modo che Oronte abbia abbastanza vino da
tramortirsi... poi probabilmente sarà lo stesso Gemino a fare uscire furtivamente la modella.»
Elena finse di non capire assolutamente a quali ignobili insinuazioni mi riferissi .
«Allora che cosa faremo dopo, Marco?» «Dopo» le promisi con grande sollievo «tu, il mio
felice genitore, lo scultore, la sua seducente modella, se vorrà portarla con sé, e io ce ne
andremo tutti a casa... Chissà se Smaractus si sarà preso la briga di riparare il tetto...» Elena
tacque di nuovo. Forse stava pensando all'eventualità di dover viaggiare verso casa in
compagnia di Rubinia .
Forse si stava preoccupando del nostro tetto. Avevo anch'io un sacco di pensieri, e nessuno
era allegro. In un modo o nell'altro dovevo escogitare un piano per punire Caro e Servia. In un
modo o nell'altro dovevo evitare alla mia famiglia di pagare a quei due mezzo milione di
sesterzi, per un debito che non era mai esistito. Per evitare l'esilio, dovevo risolvere un caso di
omicidio che cominciava ad apparire inspiegabile. E, in un modo o nell'altro, dovevo raccontare
a mia madre che, forse, il suo amato figliolo eroe nazionale non era stato altro che un
imprenditore fallito lanciatosi incontro all'oblio perché la pressione dei suoi pasticciati impegni
commerciali per lui stava diventando troppo difficile da sopportare .
«Che ore sono?» domandò Elena. «Per Giove, non lo so! Notte inoltrata... già domani,
probabilmente.» Mi sorrise. Non aveva niente a che fare con quello di cui avevamo discusso.
Lo capii ancora prima che lei dicesse dolcemente: «Buon compleanno, allora!» .
Il mio compleanno. Sapevo che stava per arrivare. Pensavo che nessun altro qui se ne fosse
accorto. Mamma stava sicuramente pensando a me con la sua sprezzante riverenza, ma si
trovava a Roma, così avevo evitato la nostalgia e la torta di prugne. Papà probabilmente non
aveva mai nemmeno saputo quando fossero i compleanni dei propri figli. Ed Elena... Un anno
prima, Elena era stata con me il giorno del mio compleanno. Allora non ci conoscevamo quasi e
resistevamo a qualunque accenno di attrazione fra di noi. Nonostante ciò, mi ero concesso un
breve festeggiamento di compleanno e l'avevo baciata, con esiti imprevisti per entrambi. Da
quell'istante avevo voluto sempre di più di lei, avevo voluto tutto. Era iniziata così la serie di
eventi che si concludeva con io che mi innamoravo di lei, mentre una vocina cupa e minacciosa
cominciava a sussurrare che probabilmente sarebbe stata una sfida ottenere l'amore di quella
creatura irraggiungibile .
Era passato un anno da quando l'avevo tenuta fra le braccia per la prima volta, credendo che
sarebbe stata la sola occasione in cui mi avrebbe consentito di avvicinarla. Un anno da quando
avevo visto quello sguardo nei suoi occhi mentre correvo il rischio. Un anno da quando ero
fuggito da lei, stordito dai miei sentimenti e fraintendendo i suoi, e sapendo tuttavia che in un
modo o nell'altro avrei dovuto tenere di nuovo fra le braccia quella donna .
«Ricordi?» «Ricordo!» Respirai profondamente tra i suoi capelli, inebriandomi del suo
dolce profumo. Senza muovermi, gustai la forma del suo corpo ormai familiare, accoccolato
contro di me. Le sue dita si muovevano sulla mia spalla, tracciando disegni che mi facevano
venire la pelle d'oca. «Eccoci qui in un'altra disgustosa locanda... Non avrei mai potuto sognare
che saresti stata ancora accanto a me.» «Oh, Marco, eri così furioso con me.» «Dovevo
infuriarmi prima di osare toccarti.» Scoppiò a ridere. Riuscivo sempre a farla ridere. «Mi hai
spinto ad adorarti con le risate!» commentò, come se avessi parlato .
«Non quella notte! Tu ti sei chiusa a chiave nella tua stanza, rifiutandoti di parlarmi.»
«Avevo troppa paura. » «Di me?» Ero sorpreso .
«Oh no! Sapevo che, se avessi smesso di fare il semidio dalla mascella di ferro, saresti stato
un completo tesoro... Di me stessa» confessò Elena. «Avevo paura di quanto desideravo essere
fra le tue braccia, di quanto desideravo che continuassi a baciarmi, di quanto desideravo più di
quello...» Avrei potuto baciarla in quel momento. I suoi occhi scuri erano dolci e invitanti.
Voleva che lo facessi. Ma trovavo assai più gustoso appoggiarmi all'indietro così da poterla
vedere, e limitarmi a pensarci mentre lei mi sorrideva .
Nessun anno della mia vita mi avrebbe mai portato un tale cambiamento. Nessuno scherzo
del destino mi avrebbe mai dato qualcosa di tanto prezioso .
Spensi la luce, così potei dimenticare l'ambiente desolante che ci circondava, poi smisi di
pensare a tutti i debiti e le disgrazie che mi opprimevano. Un uomo deve avere un po' di
sollievo nella propria vita. Dissi: «Ti amo. Avrei dovuto dirtelo fin dall'inizio, un anno fa, e
questo è ciò che avrei dovuto fare subito...» .
Poi lasciai che il mio trentunesimo compleanno iniziasse con una celebrazione nel più
nobile stile romano .
LV

. Il cavallo della nostra carrozza era ancora zoppo, così noleggiammo un paio di lettighe,
raggiungemmo la costa e prendemmo una nave per tornare a casa passando da Puteoli. Non mi
dilungherò sul viaggio, anche se mi sembrò interminabile .
Trascorsi quasi tutto il tempo disteso sotto una vela di cuoio. Mettevo fuori la testa solo
quando mi sentivo male .
Ciò accadeva abbastanza spesso. Credo che gli altri abbiano trovato il tempo discreto, l'aria
di mare tonificante e i loro compagni di viaggio un affascinante miscuglio di varie tipologie
umane. Elena e mio padre si conobbero meglio ed ebbero il tatto di tenere ben lontani da me il
pittore imbroglione e la sua sciatta amante .
Anche se sapevo di averlo pagato con le mie tasse, nessuna vista mi allietava quanto lo
straordinario faro di Portus, il nuovo complesso di Ostia, tranne forse la gigantesca statua di
Nettuno. Quando passammo sotto le ginocchia di Nettuno, capii che la nostra nave si trovava
ormai all'interno del golfo ed era sul punto di ormeggiare. Dovemmo aspettare prima di
scendere dalla nave perché le consuete faccende nautiche avevano la precedenza
sull'impazienza dei passeggeri che desideravano sbarcare. Riuscii a mandare a terra un
messaggio, all'ufficio della dogana, così la prima persona che ci accolse quando i nostri piedi
toccarono la banchina fu Gaio Bebio, mio cognato .
«Avresti potuto risparmiarcelo!» brontolò sottovoce mio padre .
«Spero di ottenere un viaggio gratis fino a casa con un trasporto ufficiale se andiamo con
lui.» «Oh, ragazzo astuto! Gaio Bebio! Proprio l'uomo che speravamo di vedere... » Mio
cognato era completamente assorto da qualcosa... da qualcosa e da niente, inutile dirlo. Era
reticente a parlare di fronte a degli estranei e perfino di fronte a Elena, poiché l'atteggiamento di
un sovrintendente dei funzionari doganali verso le donne tende a essere tradizionale, e i
diciassette anni di convivenza con mia sorella Giunia gli avevano insegnato a tenere la bocca
chiusa. Giunia dimostrava verso gli uomini il tipico atteggiamento della donna volitiva: pensava
che esistessimo per farci dire quanto eravamo stupidi e costringerci a tacere .
Lasciata Elena a sorvegliare sconsolata i nostri bagagli (che era la nostra idea di quello a cui
servivano le donne), mio padre e io portammo Gaio da solo in un'osteria e ci accingemmo a
fargli un interrogatorio. Libero dalla sorveglianza femminile, sciorinò tutto: «Ascoltate,
ascoltate, ho avuto un po' di fortuna!» .
«Hai vinto alle corse, Gaio?» lo tormentò papà «Allora non dirlo a tua moglie! Giunia ti
strapperà tutto di mano prima ancora che tu riesca a prendere fiato.» «Per l'Olimpo, Marco, è
peggio di te per quanto riguarda i lati negativi... No, ho trovato qualcosa che cercavi.» «Non
una traccia dell'Hypericon?» «No, non si tratta di questo. Sono sicuro che è affondata
realmente.» «Non tenete un elenco delle navi perdute?» domandò papà. «Perché dovremmo?»
Gaio Bebio gli rivolse un'occhiata sprezzante. «Non c'è denaro per lo Stato nelle alghe marine e
nel limo.» «È un peccato» continuò mio padre. «Mi piacerebbe avere la certezza che l'Orgoglio
di Perga è andata a fondo.» «Allora, che cosa hai scoperto, Gaio?» insistetti, con tutta la
pazienza possibile mentre mi divincolavo fra quei due intenti a bisticciare .
«Festo!». Provai un leggero senso di nausea. Non ero ancora pronto a parlare di
quell'argomento con un membro della famiglia .
Anche papà si fece silenzioso. Gaio Bebio si accorse che avevo perso l'appetito. Fece un
balzo in avanti per afferrare voracemente la mia ciotola .
«Parla!» lo sollecitò mio padre, cercando di non sembrare intimidito. «Che cos'è questa
faccenda di Festo?» Il suo sguardo era caduto su un secondo cucchiaio, con il quale si disputò
con Gaio quel che restava del mio cibo .
«Ho trovato...» La maledetta bocca di Gaio era troppo piena del mio spuntino per poter
parlare. Aspettammo che masticasse con la laboriosa precisione da cui era caratterizzata la sua
esistenza. Avrei potuto tirargli un calcio. Piuttosto che dover sopportare il suo penoso
rimprovero se lo avessi aggredito, mi controllai, sebbene il mio autocontrollo fosse precario .
«Ho trovato» rivelò meticolosamente dopo una lunga attesa «la nota di quello che Festo ha
pagato come dazio di consumo quando è sceso a terra.» «Quando? Durante la sua ultima
licenza?» «Esatto!» Le sopracciglia di mio padre, che erano rimaste più nere dei rigogliosi
capelli, scattarono all'insù. Lui guardò Gaio dall'alto del suo naso lungo e diritto. «Festo è
arrivato a casa su una barella a bordo di una nave di approvvigionamenti militari!» «Sì, è
arrivato a casa su una barella, ma è stato maledettamente lesto a saltare giù!» Gaio Bebio
azzardò un appunto lievemente critico. Tutti i mariti delle mie sorelle non vedevano di buon
occhio mio fratello, e lo stesso ancora valeva per me in realtà. Gaio Bebio sarebbe stato pieno
di sé se avesse scoperto che Festo si era lanciato verso quella morte eroica per sfuggire ad
alcuni prepotenti creditori, per non parlare della soddisfazione che avrebbe provato venendo a
sapere lo spinoso particolare che, all'insaputa di mio fratello, i creditori erano criminali
disonesti .
Il fatto di dover raccontare quella storia deprimente a individui come mio cognato
rappresentava la prova peggiore che mi aspettava .
«E così Festo, nonostante la ferita, è riuscito a portare a casa con sé qualcosa su cui era
esigibile il dazio?» Parlai con lo stesso tono pedante di Gaio, che era poi l'unico modo per
cavargli qualcosa di sensato .
«Ora sì che ci siamo!» esclamò trionfante Gaio. «Non sei così stupido!» Quell'uomo era
insopportabile .
Papà venne in mio soccorso prima che esplodessi. «Avanti, Gaio! Non tenerci sulle spine.
Che cosa stava importando?» «Zavorra» disse Gaio Bebio .
Poi si mise comodo, soddisfatto di averci lasciati sconcertati .
«Non sembra esattamente roba per cui valga la pena di pagare il dazio» commentai .
«No. La tassa era irrisoria.» «A me pare possibile che Festo abbia pagato qualcuno
dell'ufficio doganale per far passare il suo carico come se fosse merce senza valore!» «Questa è
una calunnia contro il servizio!» disse Gaio .
«Però ha senso» ribatté papà. Mio padre a volte sembrava sicuro di sé in un modo che
poteva risultare estremamente irritante. Io lo sopportavo solo perché pensavo che dovesse
tenere testa a Gaio, che mi irritava perfino più di lui. «Papà, non possiamo nemmeno provare a
indovinare che cosa stesse importando...» «Io credo di saperlo.» Immaginai che Gemino stesse
solo fingendo, ma appariva troppo calmo. «Papà, mi hai perso per strada... e Gaio Bebio è un
migliaio di miglia più indietro!» «Se questa "zavorra" è quello che credo, allora tu l'hai vista,
Marco.» «Mi pare di capire che non ti riferisci a un carico di ghiaia ornamentale per i vialetti
dei giardini dei ricchi?» «Qualcosa di più grosso» disse mio padre .
Un altro mistero che se ne stava rintanato da tempo in qualche angolo della mia mente trovò
il momento giusto per venire prontamente alla ribalta. «Non quei blocchi di pietra che quel
barboso di zio Giunio mi ha mostrato nel magazzino?» «Immagino di sì.» «Avete visto il
vecchio Giunio? Come sta?» starnazzò Gaio Bebio, con il solito tempismo .
«Dunque, che cosa sono questi blocchi?» chiesi a mio padre, ignorando l'interruzione .
«Ho qualche idea.» Si rifiutò di dire altro, così fui io a sollevare la questione scottante:
«Anche a me non mancano le idee. Scommetto che la nave sulla quale Festo è venuto a casa ha
scoperto un'improvvisa necessità di fare scalo a Paros, l'isola del marmo» .
Papà ridacchiò soddisfatto. Era d'accordo con me. «Mi chiedo in che modo il nostro astuto
ragazzo abbia convinto il capitano a interrompere il viaggio per lui...» Gaio Bebio stava sulle
spine come un bambino escluso dai segreti degli adulti. «State parlando di Festo? Perché mai
doveva volere del marmo?» «Per farci fare qualcosa, senza dubbio» risposi sbrigativamente .
«Avrebbe potuto trattarsi di qualsiasi cosa» mormorò mio padre, sorridendo fra sé e sé.
«Copie di statue, per esempio... » Proprio quello che pensavo io. Il ragionamento di Festo
probabilmente era stato: «Perché vendere solo un Fidia da mezzo milione, quando uno scultore
come Oronte potrebbe farne quattro gemelli?» .
«Oh, questo mi fa tornare in mente una cosa!» enunciò l'astuto bellimbusto di mia sorella.
«Non ha dovuto pagare il dazio solo per la zavorra. Quasi dimenticavo di dirvi... c'era anche
una specie di statua.».
LVI

Risalimmo il fiume da Ostia. Fu un viaggio freddo e lento .


Eravamo una comitiva taciturna, tutti immersi in riflessioni sul mistero di cui ci aveva
parlato Gaio Bebio .
Aveva smesso di piovere, ma quando arrivammo a Roma il cielo era carico di scrosci
incombenti. Le strade luccicavano .
Pozzanghere d'acqua lambivano i marciapiedi poiché, a causa dell'incuria dei venditori
ambulanti e dei proprietari delle case lungo il fiume, foglie di cavolo e frammenti di vecchi
mattoni ostruivano i canali di scolo. I tetti gocciolavano qua e là .
L'aria era impregnata della nebbia del Tevere, e anche il nostro fiato lasciava tracce di
umidità .
Quando sbarcammo, si avvicinò uno degli uomini di Petro che sorvegliava le chiatte
fluviali. «Falco!» disse tossendo .
«Petronio ha incaricato tutti noi di cercarti.» «Non mi sono sottratto alla libertà su cauzione.
Ero con il mio garante.» La mia risata si spense. «Problemi?» «Vuole parlarti. Dice che è
urgente.» «Marte Ultore! Che cosa succede?» «Il centurione che aveva rapporti con il
legionario accoltellato si è fatto vivo. Il capo lo ha già interrogato, ma prima di esprimere un
giudizio definitivo vuole verificare la storia di quell'uomo.» «Sono stato scagionato oppure il
centurione ha tirato fuori un alibi?». «Non lo fanno sempre tutti? Meglio che te ne parli Petro .
Faccio una corsa al corpo di guardia a dire che sei tornato. » «Grazie. Sarò alla Corte della
Fontana. In qualunque momento Petronio mi vorrà, mi renderò disponibile.» «Parli come una
delle sue donne!» osservò il poliziotto con aria alquanto misteriosa .
Ci incontrammo da Flora. Trovai Petronio Longo che, seduto davanti al suo pranzo, parlava
con il cameriere e con uno dei suoi uomini, Martino. Quest'ultimo, quando arrivai io, uscì .
Un altro pasto, ordinato in precedenza dal mio premuroso amico, comparve all'istante
davanti a me. Epimandos ci servì con grande riservatezza, un segno di rispetto per Petronio,
probabilmente .
Notai che lo spesso mantello marrone di Petro era appoggiato accanto a lui, accuratamente
piegato, sopra un mucchio di oggetti che riconobbi come l'equipaggiamento del soldato morto.
Ignorai educatamente la cosa, per il momento. Epimandos, che forse aveva riconosciuto a sua
volta i beni del legionario, evitava quella parte della panca come se il capitano della ronda
avesse portato dentro l'osteria il calderone di una strega .
Petronio era calmo e imperturbabile come sempre. «Sembri depresso, Falco. Devo dare la
colpa al brodo dell'osteria?» «Devi dare la colpa a Festo» confessai. Lui scoppiò in una breve
risata .
Conoscevo abbastanza Petronio da potergli raccontare le cose peggiori. Il mio amico ascoltò
con la consueta impassibilità .
Non stimava molto le persone con interessi artistici, pertanto l'imbroglio di Caro non lo
sorprese affatto. Stimava poco anche gli eroi. Sentendo che la morte di mio fratello avrebbe
potuto essere meno gloriosa di quanto avessimo creduto tutti quanti, Petro rimase ugualmente
indifferente .
«Quando mai le corone civiche sono state assegnate agli uomini giusti? Preferisco che ne
abbia presa una il vostro Festo piuttosto che un farabutto che aveva conoscenze in un consiglio
di guerra.» «Presumo che tu abbia in ogni caso una scarsa opinione della famiglia Didio...»
«Oh, alcuni di voi probabilmente sono persone a posto!» ribatté con un sorriso appena
accennato .
«Grazie per la rassicurazione!» Avevamo espletato abbastanza formalità. Ora potevo passare
agli affari. «Allora, che mi dici del centurione?» Petronio stese le sue lunghe gambe.
«Laurenzio? Sembra un onesto babbeo che si è trovato per caso a frequentarne uno decisamente
sfortunato. È venuto al corpo di guardia, dicendo che aveva appena appreso la notizia,
chiedendo che cosa potevo raccontargli in proposito e se poteva prendere in consegna gli effetti
personali di Censorino.» Petro diede un colpetto alla sacca per farmi capire che si trovavano lì .
«Ti sei messo d'accordo per incontrarlo in questo posto? Che cosa hai in mente?»
«Probabilmente niente. Una vaga speranza di innervosirlo con la scena del delitto.» Petro
sogghignò. «Potrebbe funzionare se è stato lui a ucciderlo... altrimenti, tu e io ci stiamo
avvelenando inutilmente con il brodo di Epimandos, come al solito!» «Tu non credi che sia
stato lui.» L'avevo arguito dal suo tono. «Qual è la sua storia?» «Erano tutti e due in licenza.
Censorino avrebbe dovuto alloggiare presso la "famiglia di un amico". Finora non ho rivelato
che vi conosco. Laurenzio è romano di nascita, così si trovava a casa di sua sorella.» «Hai
controllato?» «Naturalmente. Corrisponde.» «E dov'era quando è avvenuto l'omicidio?»
«Laurenzio, insieme alla sorella e ai quattro figli della donna, era a casa di una zia a Lavinium.
Ci sono stati per un mese.» «Sei andato a Lavinium?» gli chiesi in tono lugubre. «Ti avrei forse
abbandonato? Ho fatto del mio meglio, Falco! Ma tutti a Lavinium, dal magistrato della città in
giù, confermano la storia. Proprio la notte in questione si sposava qualcuno, e non posso
nemmeno affermare che il centurione se la sarebbe potuta svignare all'insaputa di tutti e tornare
a Roma in segreto. Si è fatto molto notare durante i festeggiamenti, e fino a metà della mattina
seguente è rimasto disteso in cucina, completamente ubriaco. Tutti i presenti al matrimonio
possono garantire per lui, salvo lo sposo, la cui mente era altrove. Non è stato Laurenzio»
confermò Petro con la voce risoluta. Si stuzzicò i denti con un'unghia della mano. «A dire il
vero, avendolo conosciuto, non è affatto il tipo.» «Che tipo è?» «Ebbene...» Petronio credeva
che le teorie assolute, al pari dei giudizi istintivi, esistessero solo per essere confutate. Ma
capivo quello che intendeva dire. Il centurione gli era piaciuto .
Ciò significava che probabilmente sarebbe piaciuto anche a me, anche se purtroppo la sua
innocenza facilmente dimostrata mi lasciava il compito molto più arduo di dimostrare la mia.
Incominciavo a sentirmi nuovamente sfiduciato: ero ancora una volta un indiziato, con la
minaccia incombente di un arresto .
Appoggiai il mento sulle mani, fissando il tavolo sporco. Tiglioso, il gatto, si alzò di scatto,
ma girò intorno alla mia parte di tavolo come se il suo stato untuoso fosse troppo disgustoso per
un animale. Petronio lo accarezzò con aria distratta, mentre faceva cenno a Epimandos di
portare altro vino .
«Salterà fuori qualcosa, Falco.» La sua affermazione non mi consolò affatto .
Stavamo bevendo in silenzio quando arrivò Laurenzio. Appena si appoggiò al bancone
dall'esterno capii che cosa intendeva dire Petro. Probabilmente aveva ucciso per dovere
professionale, ma non si trattava di un comune assassino. Era sulla cinquantina, un tipo
tranquillo, ironico e assennato con una faccia intelligente, dai tratti minuti, e con mani forti e
pulite che erano abituate a lavorare duramente. La sua uniforme era ben curata, anche se le
borchie di bronzo non erano lucidate con ostentazione. I suoi modi erano pacati e razionali .
Prima ci cercò, poi ordinò da bere. Si avvicinò senza chiasso, portando educatamente con sé
la sua caraffa .
A quel punto mi diede una seconda occhiata, in modo che lo notassi, e disse: «Tu devi essere
parente di Didio Festo!». Le persone che avevano conosciuto mio fratello notavano sempre la
somiglianza .
Ammisi la parentela. Petronio ci presentò, senza fare alcun commento sul perché mi trovassi
lì .
«Ho controllato la tua storia» disse Petronio al centurione. «Considerato dove ti trovavi
quando è stato commesso l'omicidio, sei libero da ogni sospetto.» L'uomo fece un movimento
col capo, riconoscendo che Petronio aveva un lavoro da fare, e che era stato fatto nel modo
giusto. «Ho portato l'equipaggiamento del tuo amico, non c'è niente che ci serva come prova .
Tu ci hai fornito una dichiarazione giurata. Se vuoi lasciare Roma per tornare alla tua unità,
non ho alcuna obiezione .
Ma ho qualche altra domanda» aggiunse Petro, buttando lì la cosa in modo inaspettato
mentre il centurione si preparava a lasciarci. Laurenzio tornò a sedersi .
I suoi occhi si spostarono su di me e io dissi: «Censorino alloggiava a casa di mia madre».
Anche in questo caso accolse la notizia con un leggero movimento del capo. Io aggiunsi
sommessamente: «Prima di trasferirsi qui» .
Laurenzio diede una rapida occhiata all'osteria. Più che sgomento i suoi occhi mostrarono
un legittimo turbamento .
«È questo il posto dove...?» Petronio annuì, fissandolo con aria decisa. Rendendosi conto di
ciò che stava accadendo, il centurione ricambiò lo sguardo con un'espressione fredda, quasi
indignata. «Non sono mai stato qui prima d'ora.» Gli credemmo. Superata la prova, si guardò di
nuovo intorno. Si trattava semplicemente di un uomo che mostrava un naturale mesto interesse
per il luogo dove era morto un suo amico. «Che razza di posto per andare...» Il suo sguardo
cadde su Epimandos, che sobbalzò e scomparve immediatamente nel retro del locale. «Lo ha
trovato il cameriere?» «È stata la proprietaria a scoprirlo» disse Petro. «Una donna di nome
Flora. È entrata per chiedergli la pigione.» «Flora?» Non ero mai stato informato di quel
particolare. «Credevo che Flora fosse una leggenda!» Petronio non disse una parola, anche se
ebbi l'impressione che mi rivolgesse una strana occhiata .
Adesso Laurenzio incominciava a sembrare più turbato. «Questo nostro viaggio si è
trasformato in un orrore... Vorrei che non ci fossimo mai presi il disturbo.» «Una licenza
lunga?» s'informò cortesemente Petro. «Mi sono preso una pausa. Ho chiesto una nuova
assegnazione .
La Quindicesima è stata trasferita in Pannonia... non sopporto l'idea di prestare servizio in
quella zona noiosa e arretrata.» «Otterrai una nuova legione?». «Dovrei. Io cerco l'azione. Ho
chiesto la Britannia.» Petro e io, che ci avevamo prestato servizio, ci scambiammo un'occhiata
ironica. «Sembri sicuro di te.» «Oh sì. L'opportunità di un trasferimento è una gratifica per
quelli di noi che hanno tenuto il forte in Giudea mentre gli altri tornavano a casa con Tito per il
suo trionfo ufficiale.» Laurenzio mi guardò con un mezzo sorriso. «La regola di Festo dovresti
conoscerla: mai offrirsi volontari per qualcosa, a meno che non ci si offra volontari per essere
lasciati fuori!» «Vedo che conoscevi mio fratello!» dissi sogghignando .
Quella chiacchierata militare aveva allentato la tensione. Laurenzio tornò a rivolgersi a
Petro, chiedendo in modo confidenziale: «Non hai nessuna idea di quello che è successo a
Censorino?» .
«Nessuna» rispose lentamente Petro. «Incomincio a pensare che si sia trattato solo di uno di
quegli incontri occasionali che a volte finiscono male. Forse un giorno troveremo il colpevole .
Se così sarà, probabilmente lo scopriremo per caso.» «Peccato. Sembrava un brav'uomo.»
«Lo conoscevi da molto tempo?» «Lo vedevo ogni tanto. Non era della mia centuria.» «Ma
appartenevate allo stesso circolo di investitori?» Petro gli rivolse la domanda senza cambiare
tono di voce e continuando apparentemente a fissare il suo vino. Ancora una volta, però,
Laurenzio si rese conto di ciò che stava avvenendo .
«Questo riguarda l'omicidio?» Guardò Petronio e poi me. Petronio Longo adottò un
approccio diretto: «Ho chiesto a Falco di essere presente perché gli servono le stesse risposte
che sto cercando io. Il tuo amico ha avuto un bel battibecco con lui, e vorremmo sapere perché.
Falco ha bisogno di saperlo, perché a causa di quella lite è stato sospettato del delitto.» «A
torto?» mi chiese il centurione in tono leggero e pacato. «A torto» risposi .
«Ne sono lieto!» Laurenzio giunse con calma le mani sul tavolo. «Tutto quello che vuoi
sapere, capitano della ronda» disse. «Se servirà a trovare l'assassino.» «Bene.» A quel punto
Petro alzò una mano e la guardia, Martino, che aveva indugiato presso il bancone, tornò dentro
l'osteria e si sedette con noi. Laurenzio e io ci scambiammo un mezzo sorriso. Petronio Longo
faceva le cose come si doveva .
Voleva avere un testimone mentre interrogava due sospetti (uno dei quali conosciuto) e
inoltre Martino estrasse una tavoletta di cera e, senza cercare affatto di nasconderlo, iniziò a
prendere appunti. «Questo è Martino, il mio comandante in seconda. Stenderà un verbale, se a
voi due non dispiace. Se parleremo di faccende private, che non riguardano l'omicidio, gli
appunti verranno distrutti.» Petro si voltò per chiedere al cameriere di uscire e concederci una
certa riservatezza, ma una volta tanto Epimandos si era dimostrato discreto ed era sparito .
LVII

. Petronio fece le domande. In un primo tempo rimasi seduto piuttosto teso .


«Centurione, sei pronto ora a dire spontaneamente che cosa volevate tu e il morto dalla
famiglia Didio?» Laurenzio annuì lentamente, anche se non rispose. «Stavate cercando di
recuperare il denaro che avevate investito in un affare combinato da Didio Festo?» «Infatti.»
«Posso chiedere da dove proveniva il denaro?» «Non ti riguarda» fu l'affabile risposta di
Laurenzio .
«Bene» disse Petronio, cercando di mostrarsi il più ragionevole possibile «allora mettiamola
così: la lite scoppiata tra il morto e Falco a causa di questo denaro è stata addotta come
possibile movente che avrebbe spinto Falco ad accoltellarlo .
Conosco personalmente Falco, e non credo che lo abbia fatto. So che stiamo parlando della
cifra necessaria ad acquistare una statua di Fidia, e ho il sospetto che per un gruppo di
centurioni in servizio attivo nel deserto non deve essere stato facile trovare tanto denaro in
contanti...» «Non è stato difficile» lo informò laconicamente Laurenzio. «Individui pieni di
risorse!» osservò Petronio con un sorriso. Tutto ciò era senza dubbio molto civile, ma
assolutamente inutile .
Il centurione si era divertito a eludere le domande, ma in realtà non intendeva crearci
problemi. «Il denaro che stiamo cercando di riavere lo abbiamo guadagnato con una precedente
speculazione, sarebbe stato raddoppiato dalla vendita che Festo sperava di realizzare. Sono
venuto a Roma per accertare come sia finita quella seconda vendita. Se Festo l'ha portata a
termine, guadagneremo parecchio. In caso contrario, sarà come se non avessimo mai fatto alcun
investimento .
Non ci resterà che prenderla con la scrollata di spalle del giocatore d'azzardo e
ricominciare.» Mi sentii obbligato a intervenire: «Parli davvero come un filosofo! Se la pensi
così, perché allora Censorino era tanto disperato quando mi ha affrontato?» .
«Per lui era diverso.» «Perché?» Laurenzio parve imbarazzato. «Quando è entrato la prima
volta nel consorzio, era solo un aiutante, non era uno di noi.» Il poliziotto Martino lanciò uno
sguardo interrogativo a Petro, non riuscendo a comprendere il riferimento. Diversamente da
noi, non era mai stato nell'esercito. Petro spiegò con calma al suo uomo: «Un aiutante è un
soldato che è stato segnalato come idoneo alla promozione a centurione, ma che aspetta ancora
un posto vacante. Può volerci molto tempo prima che ottenga l'incarico. Trascorre il periodo
dell'attesa facendo il comandante in seconda nella centuria... più o meno come te». Il tono di
voce di Petro lasciava trapelare una leggera traccia di sarcasmo. Da tempo, come sapevo,
sospettava che Martino stesse cercando di usurpare il suo posto, anche se non riteneva il suo
sottoposto un ufficiale abbastanza abile da scavalcarlo .
«Sarà meglio che io confessi tutto a proposito di questa storia» disse Laurenzio. Se si era
accorto del coinvolgimento personale, era qualcosa che riusciva a comprendere .
«Un chiarimento sarebbe apprezzato» convenni, nel modo più gentile possibile .
«Un gruppo di amici» spiegò Laurenzio «ha trovato il denaro per un investimento... non
importa come...» Evitai di guardare Petronio, si riferiva quasi certamente al saccheggio del
forziere dei risparmi della legione .
«Questo non scriverlo» ordinò Petronio a Martino, che depose lo stilo imbarazzato .
«Abbiamo fatto un investimento che ha avuto successo...». «E spero che abbiate rimesso a
posto il capitale...» Gli feci capire volutamente che avevo intuito da dove l'avevano preso .
Laurenzio sorrise con falsa modestia. «Rilassati. Lo abbiamo fatto! Per inciso, in quel
periodo Censorino non apparteneva ancora al nostro consorzio. Grazie a quel primo
investimento noi dieci abbiamo guadagnato qualcosa come un quarto di milione. Eravamo
felici, e Festo ai nostri occhi era già un eroe. Non avevamo modo di spendere il denaro nel
deserto, così ci siamo buttati in un'altra speculazione, sapendo che se fosse andata male,
avremmo potuto accusare le Parche di essersi mostrate vendicative e, tutto sommato, non
avremmo perso niente... invece, realizzando la vendita, ci saremmo potuti ritirare tutti quanti.»
«Censorino è entrato allora in società con voi?» «Sì. Non avevamo mai parlato del nostro
guadagno ma, quando qualcuno ha una fortuna insperata, la voce si diffonde sempre. Censorino
era già considerato un candidato alla promozione. In attesa di diventare centurione stava
cominciando a fare amicizia con il nostro gruppo. Deve aver saputo in qualche modo che
avevamo per le mani un buon investimento. Ci ha avvicinati e ha chiesto di partecipare.» Petro
mostrò un certo interesse: «Voi altri rischiavate il vostro guadagno, ma lui? Avrebbe dovuto
attingere ai suoi risparmi» .
«È probabile.» Laurenzio si strinse nelle spalle. Manifestava di nuovo un certo imbarazzo.
«Ovviamente ci aspettavamo che lui offrisse un contributo pari al nostro.» Dato che il loro
fondo comune si fondava su una somma di denaro presa illegalmente in prestito dal forziere dei
risparmi, era estremamente ingiusto da parte loro. Avevano messo a segno una truffa, e subito
avevano ignorato la buona sorte che aveva permesso loro di passarla liscia. «A dire il vero, ora
mi rendo conto che lui ci aveva messo tutto quello che possedeva e poi si è fatto prestare
qualcosa, ma a quell'epoca noi altri non eravamo affatto interessati a dove avesse trovato il
contante. » Petronio e io riuscivamo a immaginare quanto dovevano essere stati presuntuosi,
quanto dovevano essersi dimostrati insensibili nei confronti di un nuovo arrivato. «Sentite, non
c'è stata nessuna pressione su di lui perché si associasse a noi. È stata una sua scelta.» «Ma
quando il vostro progetto è andato in fumo, è stato lui a subire il danno peggiore, vero?» chiesi .
«Sì. Ecco quindi perché» mi spiegò Laurenzio come a volerlo giustificare «tendeva a
perdere il controllo. In ogni caso, secondo me, era un poveraccio estremamente irritabile.» Si
trattava di un modo succinto per dire che, se fosse stato per lui, Censorino non avrebbe mai
ricevuto la promozione. «Mi dispiace. Con il senno di poi, mi sarei dovuto occupare io stesso
dell'intera faccenda.» «Forse sarebbe servito a qualcosa» dissi. «Ti ha fornito qualche
spiegazione?» «Non esattamente. È stato molto evasivo.» «Le persone amano essere
sospettose» fu il commento di Laurenzio .
Scolai la mia coppa di vino con un sorriso amaramente divertito. «E il vostro consorzio è
sospettoso nei miei confronti?» «Festo diceva sempre che aveva un fratello molto perspicace.»
Questa mi giungeva nuova. Riappoggiai la coppa e lo ascoltai con attenzione. Laurenzio
mormorò: «Sembra che il nostro secondo investimento sia sparito. Ci chiedevamo se per caso
non l'avessi trovato tu...» .
«Non so nemmeno di che cosa si tratti» gli risposi con gentilezza, anche se ormai credevo di
saperlo .
«Di una statua.» «Non il Poseidone finito in fondo al mare?» domandò Petronio. Il suo
uomo, Martino, fece di nuovo uno scatto verso lo stilo, ma la grande mano di Petro si chiuse
attorno al suo polso .
«No, non il Poseidone.» Laurenzio mi stava osservando. Credo si stesse ancora chiedendo
se esisteva la possibilità che avessi trovato quel secondo pezzo, magari quando era morto
Festo .
Nel contempo io mi stavo domandando se Festo se ne fosse disfatto volutamente,
raggirando i compagni .
«Tutti nascondono qualche segreto!» dissi in tono pacato al centurione. «Sarai lieto di
sapere che io vivo nella miseria .
Come ti potrà garantire il capitano della ronda, non mi concedo lussi di ogni genere grazie
ai guadagni che avrebbero dovuto essere vostri.» «Vive in un porcile!» Petro, confermando
quanto avevo appena dichiarato, sogghignò .
«Sembra che questo articolo speciale sia andato perduto» dissi. «Ho frugato fra i beni di mio
fratello dopo la sua morte, e in seguito ho guardato nel suo magazzino, ma non ho trovato il
vostro tesoro. Mio padre, che era socio in affari di mio fratello, non ha mai sentito parlare di
una seconda statua. E, per quanto siamo riusciti a scoprire, nemmeno l'agente di cui Festo si
serviva per il vostro investimento ha mai saputo della sua esistenza.» «Festo pensava che
l'agente fosse un idiota.» Ero felice di sentirlo. Lo credevo anch'io. «Allora da dove proveniva
questa statua?» «Dalla stessa isola dell'altra» disse Laurenzio. «Quando Festo è andato in
Grecia a esaminare il Poseidone, ha scoperto che nel tempio, in realtà, c'erano due statue che
avrebbe potuto acquistare.» Riuscivo a immaginare mio fratello che si liberava di Oronte e
cominciava a parlare da solo con i sacerdoti .
Festo non si fidava mai degli intermediari. Con il suo stile vincente avrebbe potuto
facilmente scoprire altre informazioni che i venditori si erano rifiutati di fornire a Oronte, che
non possedeva certo il fascino di mio fratello, come sapevo bene .
«All'inizio avevamo abbastanza denaro contante solo per acquistare il Poseidone. Abbiamo
dovuto venderlo...» «A Caro e a Servia?» «Quelli erano i nomi. Ciò che abbiamo ottenuto da
loro ha rimpiazzato la somma da noi versata originariamente e ha consentito a tuo fratello di
tornare in Grecia con i nostri profitti...» «Ma senza Oronte?» «Senza Oronte.» «E ha acquistato
qualcosa?» Laurenzio sorrise rassegnato: «Questa volta ha comprato uno Zeus» .
LVlII

. Più tardi, quello stesso giorno, per la prima volta nella sua vita, mio padre si fece portare
fino alla Corte della Fontana .
Quando arrivò, Elena era avvolta in una coperta e stava leggendo, mentre io pulivo un
secchio di cozze. Si aspettava che la mia fidanzata sparisse, così ci saremmo potuti sollazzare
con una chiacchierata fra uomini, come capita nelle famiglie normali, ma lei gli fece un cenno
cortese con la mano e rimase dov'era. Si aspettava anche di vedermi spingere il secchio sotto il
tavolo con un certo imbarazzo, invece io proseguii il mio lavoro .
«Per gli dèi! Quelle scale mi hanno ucciso... La figlia del senatore ti ha messo sotto a
lavorare ben bene, vero?» «È così che viviamo. Nessuno ti ha chiesto di venire qui a criticare.»
«Marco è il cuoco» gli spiegò Elena. «Gli piace pensare che sta sovrintendendo alla mia
educazione domestica. Ma mi è permesso di farti del miele caldo, ne vuoi?» «Non avete del
vino?» «Solo per quelli che si fermano a cena» ribattei seccamente .
Mio padre era incorreggibile. «L'abbiamo quasi finito. Non posso dare da bere a ubriaconi
occasionali, mi serve per la salsa.» «Non posso fermarmi. Mi aspettano a casa. Sei un anfitrione
senza cuore.» «Prendi il miele. Lei lo fa con la cannella. Avrai l'alito dolce, l'umore gradevole e
inoltre lenirà il tuo povero vecchio petto dopo le scale.» «Vivi con un maledetto speziale,
ragazza!» brontolò papà, rivolto a Elena .
«Sì, non è meraviglioso? È come un'enciclopedia vivente» rispose lei con perfida ipocrisia.
«Ho intenzione di affittarlo a Marponio...» Poi sorrise e preparò delle apprezzabili bevande per
tutti noi .
Mio padre si guardò attorno lentamente, ispezionò la nostra stanza esterna, arguì che ce
n'era un'altra altrettanto orribile dietro la tenda, liquidò il balcone come un disastro che
aspettava solo di spedirci verso una morte precoce e arricciò il naso davanti ai nostri mobili.
Avevo acquistato un tavolo di pino. A noi piaceva il fatto che avesse quattro gambe e
pochissimi tarli, ma secondo i suoi criteri era disadorno e penoso. A parte quello, possedevamo
il misero sgabello su cui stavo seduto, la sedia che Elena gli aveva ceduto, un'altra che era
andata a prendere per sé in camera da letto, tre coppe, due ciotole, una pentola per lo stufato,
qualche lume da poco prezzo e una serie eterogenea di rotoli di pergamena contenenti
commedie greche e poesie latine .
Mio padre cercava soprammobili. Mi resi conto che non ne possedevamo. Forse, la
prossima volta che avesse sgombrato una casa, ce ne avrebbe mandata una cassa .
«Per l'Olimpo! È tutto qui?» «No, nella stanza accanto ci sono un letto con le estremità
dentellate che mi hai venduto tu e un tavolinetto a tripode piuttosto bello che Elena ha
raccattato da qualche parte .
Naturalmente la nostra villa a Baiae è un rifugio di lussi sconfinati. Teniamo laggiù la nostra
collezione di vetri e i pavoni... Allora che ne pensi?» «È perfino peggio di quanto temessi!
Ammiro il tuo coraggio» disse a Elena, visibilmente colpito .
«Io ammiro tuo figlio» rispose lei con tranquillità. Papà appariva ferito. L'orrore del mio
alloggio sembrava rappresentare un affronto personale a lui. «Ma è terribile! Non puoi
convincerlo a fare qualcosa?» «Sta facendo del suo meglio.» Il tono di Elena era lapidario .
Uscii e urinai giù dal balcone per evitare di dover partecipare a quella conversazione. Dalla
via sottostante si levò un grido infuriato, che mi rallegrò notevolmente .
Quando rientrai, raccontai a mio padre quello che avevo appreso dal centurione a proposito
della statua di Zeus. «Questo senza dubbio rende tutto molto più chiaro. Prima avevamo una
statua e una nave, ora ci sono due navi e due statue.» «Ma non è proprio la stessa cosa» osservò
Elena. «Una delle statue è andata perduta su una delle navi, ma lo Zeus è arrivato a terra con
Festo e probabilmente esiste ancora da qualche parte.» «Ha ragione» dissi. «È disperso, ma
possiamo trovarlo.» «Intendi provarci?» «Naturalmente.» «Finora non hai avuto molta
fortuna!» mi fece notare mio padre con tristezza .
«Finora non stavo cercando. Troverò lo Zeus, e quando l'avrò trovato, anche se
rimborseremo al consorzio dei centurioni la loro quota nell'investimento, tutti noi avremo
ancora la possibilità di arricchirci. Oltre alla parte dell'incasso che spettava a mio fratello
maggiore, abbiamo quattro blocchi di autentico marmo di Paros. Possiamo fare ciò che
probabilmente aveva in mente Festo, e ricavarne quattro copie dello Zeus.» «Oh, di certo non
vorrai vendere falsi, Marco!» Elena era indignata. (Per lo meno ritenevo che lo fosse.) Papà mi
scrutò con un'espressione incerta, aspettando che le rispondessi .
«Non mi è mai passato per la mente! Le riproduzioni ben fatte possono comunque garantire
un guadagno eccellente.» Sembrava quasi un'impresa onesta. Elena sorrise. «Chi farebbe le tue
riproduzioni?» «Oronte, chi altri? Ci siamo arrampicati su tutta la sua roba nello studio, e ha
una mano sicura con le riproduzioni .
Festo voleva chiedere questo a quel bastardo la notte in cui lo cercava con tanta insistenza,
ne sono convinto. Oronte era terrorizzato all'idea che Festo volesse battersi con lui, quando in
realtà il mio adirato fratello era totalmente all'oscuro della frode di Caro, e gli stava soltanto
offrendo un lavoro. Festo aveva ricevuto ordini dall'esercito. Doveva tornare in Giudea .
Era la sua ultima possibilità per definire l'affare.» «E Oronte è veramente bravo?» Papà e io
ci consultammo, ricordando le opere che avevamo visto a Capua. «Sì, è bravo.» «E, dopo la
truffa che ha commesso ai danni di Festo, è in debito con noi di uno o due lavori gratis!» Elena
suggerì: «Così Festo voleva soltanto dirgli: "Vieni a dare un'occhiata a questo Zeus di Fidia che
ho portato a casa, e fammene altri quattro"...». Fece un balzo sulla sedia. «Allora, Marco,
questo significa che l'originale doveva trovarsi in qualche posto dov'era possibile vederlo! In
qualche posto dove Festo avrebbe potuto mostrarlo allo scultore quella notte stessa, in qualche
posto qui a Roma!» Doveva avere ragione. Era qui. Valeva mezzo milione e, in quanto erede ed
esecutore testamentario di mio fratello, in parte era mio. Si trovava qui, e l'avrei scovato anche
se mi ci fossero voluti vent'anni .
«Se riesci a trovarlo» disse con calma Elena «ho un'idea su come voi due potreste rendere la
pariglia a Cassio Caro e Ummidia Servia.» Mio padre e io avvicinammo i nostri sedili e la
fissammo come accoliti attenti davanti a un sacrario .
«Dicci tutto, mia cara!» «Affinché la mia idea funzioni fino in fondo, dovrete far finta di
credere che hanno effettivamente perduto il loro denaro con il Poseidone. Significa che dovrete
raccogliere mezzo milione di sesterzi e saldare sul serio il debito.» Noi due emettemmo un
gemito. «Dobbiamo davvero?» «Sì. Dovete convincerli che vi hanno sconfitti. Dovete
rassicurarli in modo che provino un falso senso di sicurezza. Poi, quando saranno pieni di sé per
avervi ingannati, potremo far sì che si spingano troppo oltre e abbocchino a questa mia
proposta...» Fu a quel punto che Elena, mio padre e io ci sedemmo insieme intorno al tavolo ed
escogitammo il piano che ci avrebbe garantito la nostra vendetta. Mio padre e io proponemmo
qualche ritocco, ma in sostanza il piano apparteneva a Elena .
«Non è intelligente?» chiesi, stringendola con gioia fra le braccia mentre lei ci spiegava la
sua idea .
«È stupenda» convenne papà. «Se portiamo a buon fine questo affare, forse userai il
ricavato per farla vivere in qualche posto più conveniente.» «Prima dobbiamo trovare la statua
mancante.» Questa era meno lontana di quanto pensassimo, anche se solo grazie a una tragedia
ci trovammo abbastanza vicini allo Zeus .
Trascorremmo un bel pomeriggio. Eravamo tutti amici. Avevamo complottato, riso, ci
eravamo congratulati con noi stessi per la nostra ingegnosità e per il brillante piano che
avevamo elaborato per capovolgere la situazione a danno dei nostri avversari. Avevo ceduto a
proposito del vino, che versammo nelle coppe per brindare a noi stessi e al nostro progetto di
vendetta. Bevemmo il vino e mangiammo pere invernali, continuando a ridere mentre il succo
ci scorreva lungo il mento e i polsi. Quando Elena prese un frutto che stava diventando scuro,
mio padre afferrò un coltello da cucina e tagliò via la parte ammaccata. Osservandolo mentre
teneva il frutto nella mano salda per eliminare la parte guasta, fermando la lama contro il
pollice tozzo, un ricordo improvviso mi riportò indietro di un quarto di secolo a un altro tavolo,
con un gruppo di bambini piccoli che schiamazzavano per farsi pelare la frutta dal padre .
Ancora non sapevo che cosa avessimo fatto per allontanarlo da noi. Non l'avrei mai saputo.
Lui non aveva mai voluto dare una spiegazione. Per me quella era stata la parte peggiore .
Ma forse non poteva farlo e basta. Elena mi sfiorò la guancia, osservandomi con uno
sguardo calmo e comprensivo .
Papà le porse la pera, la tagliò a fette, mettendole in bocca il primo pezzo come se fosse una
bambina .
«È un demonio con una lama!» esclamai. Poi ridemmo ancora, mentre mio padre e io
ricordavamo come ci fossimo scatenati contro i pittori nelle vesti dei pericolosi ragazzi Didio .
Fu un bel pomeriggio. Ma non bisognerebbe mai rilassarsi. Il riso è il primo passo sulla
strada del tradimento .
Dopo che papà se ne fu andato, tornò la normalità. La vita riaffermò i suoi consueti sinistri
messaggi .
Stavo accendendo un lume. Volevo tagliare via lo stoppino bruciato. Non stavo pensando a
niente quando cercai il coltello che usavo abitualmente. Era sparito .
Papà se ne era andato portandoselo via. Allora mi ricordai del coltello che aveva ucciso
Censorino .
All'improvviso compresi come fosse arrivato da Flora un coltello che una volta era
appartenuto a mia madre. Compresi come mia madre, tanto attenta, avesse potuto perdere uno
dei suoi utensili. Capii perché quando Petronio Longo le aveva chiesto del coltello, lei avesse
preferito restare così vaga, e perché quando Elena aveva cercato di interrogare i membri della
famiglia, mamma avesse ostentato una sorta di disinteresse .
L'avevo vista essere vaga e apatica sullo stesso argomento centinaia di volte. Mamma
sapeva esattamente dove era finito, vent'anni prima, il coltello "perduto". La scoperta di
quell'oggetto doveva averla posta di fronte a un dilemma terribile: voleva proteggere me, e
tuttavia sapeva che la verità non avrebbe risparmiato la sua famiglia. Probabilmente aveva
messo il coltello nel cestino del pranzo di mio padre il giorno in cui se ne era andato di casa.
Forse era andata così, oppure lui l'aveva raccolto per utilizzarlo in qualche lavoro, o per altro, e
l'aveva portato via con sé come aveva fatto quel giorno con il mio .
Mio padre era stato in possesso dell'arma del delitto. Ciò significava che a partire da quel
momento il principale indiziato dell'omicidio di Censorino sarebbe stato Didio Gemino .
LIX

Si trattava di un'idea assurda. Sono proprio le idee insensate a sembrare sempre le più
credibili quando vengono in mente .
Di questo non potevo parlare a Elena. Per evitare che vedesse la mia faccia, uscii sul
balcone. Dieci minuti prima, lui era stato lì, a scherzare con noi due, più cordiale di quanto
fossimo mai stati l'uno con l'altro. E adesso sapevo questo .
Forse aveva perduto quel coltello, o l'aveva addirittura gettato via, molto tempo addietro.
Ma non lo credevo. Era noto che papà faceva incetta di coltelli. Quando viveva con noi, la
regola era che ogni giorno gli veniva dato un coltello con il cestino del pranzo, e di solito lui lo
rubava. Era una delle irritanti abitudini con cui manifestava la propria presenza. Il furto dei
coltelli causava sempre problemi, rappresentava l'argomento di uno degli interminabili
battibecchi che danno colore alla vita familiare. A volte gli serviva una lama tagliente per
pungolare un mobile sospetto, in cerca di tarli. A volte doveva tagliare le corde legate intorno a
una balla di merce nuova. A volte, passando, raccoglieva una mela da una bancarella di frutta,
poi voleva tagliarla a fette mentre camminava .
Una volta noi bambini gli comprammo un coltello da frutta come regalo per i Saturnali, lui
lo appese alla parete del suo ufficio e continuò a esasperare mamma sottraendo gli utensili .
Era probabile che non avesse perso quest'abitudine. Avrei scommesso che faceva diventare
matta la rossa con lo stesso scherzetto. Ancora di proposito, forse. E il giorno in cui era morto
Censorino, forse nella borsa aveva proprio quel vecchio coltello .
Quindi poteva essere stato mio padre a uccidere il soldato. Ma perché? Potevo cercare di
indovinare: di nuovo Festo. Giusto o sbagliato che fosse, Gemino doveva aver cercato di
proteggere il suo prezioso ragazzo .
Me ne stavo ancora lì, perduto in quei pensieri disperati, quando ricevemmo un'altra visita.
Era passato così poco tempo dalla partenza di mio padre, e Gemino occupava a tal punto la mia
mente, che quando sentii i passi sulle scale pensai fosse tornato a prendere un mantello o un
copricapo dimenticati .
Erano passi di un vecchio, ma appartenevano a qualcuno più leggero e fragile del mio
robusto genitore. Ero appena giunto a quella conclusione, con grande sollievo, quando il nuovo
arrivato entrò barcollando. Fuori dal suo ambiente, mi ci volle un momento per riconoscerne la
voce agitata quando chiese di me. Rientrando in casa vidi Elena, che era già in grande
apprensione per il vecchio, bloccarsi di colpo alla vista della mia faccia imbronciata. Il lume di
cui avevo avuto intenzione di occuparmi fiammeggiava furiosamente. Lei si avvicinò e lo
spense .
«Oh, è Apollonio! Elena Giustina, questo è l'uomo di cui ti ho parlato l'altro giorno, il mio
vecchio maestro. Hai un aspetto terribile, Apollonio. Che cosa c'è che non va?» «Non ne sono
sicuro» disse lui senza fiato. Era una brutta giornata per le persone anziane alla Corte della
Fontana. Prima mio padre era arrivato tossendo e con il volto pallido. Ora le sei rampe di scale
avevano quasi ucciso anche Apollonio .
«Puoi venire, Marco Didio?» «Prendi fiato! Venire dove?» «Da Flora. È successo qualcosa
all'osteria, ne sono certo .
Ho mandato un messaggio a Petronio Longo, ma non si è ancora visto, così ho pensato che
tu avresti potuto consigliarmi sul da farsi. Te ne intendi di situazioni critiche...» Oh, di queste
me ne intendevo eccome! C'ero dentro fino al collo .
Elena era già andata a prendere il mio mantello in camera da letto. Se ne stava lì con il
mantello in mano, fissandomi intensamente ma tenendo per sé le domande .
«Stai calmo, vecchio amico.» Provo una strana premura, tenera e profonda, per chi si trova
nei guai. «Dimmi che cosa ti ha turbato.» «Il posto ha chiuso i battenti subito dopo l'ora di
pranzo.» Flora non chiudeva mai di pomeriggio. Fintanto che c'era la possibilità di estorcere al
pubblico una moneta di rame per un pampino farcito tiepido, Flora non chiudeva affatto. «Non
c'è alcun segno di vita. Il gatto gratta la porta, miagolando in modo atroce. La gente ha
martellato di colpi le imposte, poi si è limitata ad andarsene.» Apollonio invece probabilmente
non aveva un altro posto dove andare. Se trovava l'osteria inaspettatamente chiusa, si sedeva
fuori speranzoso sul suo barile .
«Oh, vieni per favore, giovane Marco. Sento che è successo qualcosa di terribile in quel
posto!» Baciai Elena, afferrai il mio mantello e andai con lui. Il vecchio poteva camminare solo
lentamente, così, quando Elena decise di non lasciarsi estromettere, ci raggiunse rapidamente .
Vedemmo Petronio che arrivava da Flora proprio davanti a noi. Ne fui lieto, anche se ero
pronto ad entrare da solo. Ma Apollonio non prestava attenzione alla suscettibilità altrui. Su di
me gravava ancora il sospetto per quanto era accaduto a Censorino. Se c'era di nuovo
scompiglio sulla scena del delitto, era meglio avere una compagnia ufficiale .
L'osteria ci apparve come l'aveva descritta il vecchio. Le ampie entrate di fronte ai banconi
erano state chiuse con i due enormi battenti ed entrambi erano saldamente serrati dall'interno .
Di rado l'avevo vista così, se non nel cuore della notte. In piedi in mezzo alla strada,
Petronio e io lanciammo ciottoli contro le due finestrelle delle stanze al piano di sopra, ma
nessuno rispose .
Tiglioso mordicchiava pietosamente uno degli stipiti. Si precipitò incontro a noi, sperando
che potessimo dargli qualcosa da mangiare. Il gatto di un'osteria non si aspetta di trovarsi senza
cibo, e l'animale era profondamente indignato .
Petronio lo raccolse e lo accarezzò mentre fissava pensieroso l'edificio chiuso .
Sull'altro lato della strada, dalla Valeriana gli avventori erano più numerosi del solito. Le
persone, alcune delle quali erano solite sprecare diverse ore da Flora, si girarono per osservarci
mentre discutevano animatamente di quell'insolito affollamento .
Dicemmo ad Apollonio di aspettare fuori. Il vecchio si sedette sul suo barile ed Elena rimase
con lui. Petronio le porse il gatto, ma lei lo mise a terra abbastanza in fretta. Anche se la povera
ragazza si era innamorata di un investigatore, possedeva ancora dei principi .
Petro e io ci dirigemmo verso il vicolo sul retro. Si sentiva il consueto tanfo dei rifiuti della
cucina, l'aspetto appariva trasandato come sempre. La porta da stalla era chiusa a chiave: non
l'avevo mai vista così. Si trattava di una struttura fragile .
La parte inferiore era più malferma e cedette immediatamente alla forte spinta di Petronio.
Lui infilò la mano e armeggiò con il catenaccio che si trovava nella metà superiore, alla fine
rinunciò e si limitò a passare da sotto. Io lo seguii. Ci trovammo all'interno della zona utilizzata
come cucina. Era tutto assolutamente tranquillo .
Restammo lì, cercando di vedere nel buio. Riconoscevamo quel silenzio. Sapevamo che
cosa stavamo cercando. Petronio portava sempre con sé una scatola con l'esca. Dopo alcuni
tentativi, produsse qualche scintilla, poi riuscì a trovare un lume da accendere .
Mi stava proprio davanti con la piccola lucerna in mano e la sua mole mi impediva la
visuale. La sua ombra, quella grande testa e il braccio sollevato, fece un balzo di fianco a me,
guizzando in modo allarmante sulla parete scabra dell'osteria .
«Oh merda, è morto!» Immaginai che si trattasse di un altro omicidio. Ancora prigioniero
delle mie preoccupazioni, pensai tetramente: "Gemino deve essere venuto qui a uccidere il
cameriere poco prima di presentarsi alla Corte della Fontana così preoccupato per noi, così
traboccante di risa e scherzi..." .
Ma mi sbagliavo. Avevo cominciato appena a infuriarmi con mio padre quando Petronio
Longo si fece da parte per lasciarmi spazio .
Notai un'altra ombra. Il suo movimento lento attirava l'attenzione e quell'unica fiammella
della lampada fioca illuminava una lunga sagoma scura sospesa nel vuoto, che ruotava
leggermente al minimo mutare della corrente d'aria .
Nella tromba delle scale c'era Epimandos. Si era impiccato .
LX

Petronio aveva il braccio più lungo. Tagliò la corda per tirare giù il corpo, senza nemmeno
bisogno dello sgabello che aveva usato Epimandos. Eravamo arrivati troppo tardi, il cadavere
era freddo. Lo trasportammo nell'oscurità profonda dell'interno e lo adagiammo su un bancone.
Io andai a prendere la leggera coperta dal suo letto e lo coprii. Petronio fece scattare la serratura
e aprì in parte uno dei battenti. Disse agli altri di entrare .
«Avevi ragione, Apollonio. Il cameriere si è impiccato. È tutto a posto, non avere paura di
guardare. Ora è decoroso.» Il vecchio maestro entrò nell'osteria, senza mostrare alcuna
agitazione. Guardò con compassione il corpo coperto, poi scosse il capo. «Avevo capito che
sarebbe successo. Era solo una questione di tempo.» «Devo parlarti» disse Petronio. «Ma prima
abbiamo tutti bisogno di bere.» Ci guardammo intorno, ma poi rinunciammo. Sembrava una
mancanza di tatto fare piazza pulita da Flora. Ci dirigemmo tutti alla Valeriana. Petronio disse
agli altri avventori di andarsene, così questi s'incamminarono verso l'osteria di Flora e rimasero
là fuori, formando dei capannelli. La notizia si era diffusa. Si radunò una folla, sebbene non ci
fosse niente da vedere. Avevamo chiuso i battenti dietro di noi .
Petronio, che possedeva un lato gentile, portò via perfino il gatto stremato .
L'atmosfera alla Valeriana era tranquilla e il vino abbastanza buono. Il cameriere lasciò
perfino che Petro desse da mangiare a Tiglioso, una decisione assennata perché il mio amico
stava cercando una scusa per litigare senza alcun motivo, solo per dare sfogo ai propri
sentimenti. Odiava la morte innaturale .
«È una tragedia. Che cosa mi sai dire?» chiese stancamente Petro al maestro. Stava
accarezzando il gatto e dava ancora l'impressione di cercare guai. Apollonio impallidì .
«So qualcosa di lui. Sono spesso all'osteria...» Apollonio fece una breve pausa diplomatica.
«Si chiamava Epimandos, faceva il cameriere lì da cinque o sei anni. Tuo fratello» disse, rivolto
a me «gli ha trovato quel lavoro.» Mi strinsi nelle spalle. «Non l'ho mai saputo.» «La cosa era
circondata da una certa segretezza.» «Che cosa intendi dire?» domandò Petronio. Apollonio
sembrò imbarazzato. «Puoi parlare liberamente. Era uno schiavo fuggiasco?» «Sì, era stato uno
schiavo, credo» ammise il mio vecchio insegnante di geometria .
«Da dove veniva?» «Dall'Egitto, credo.» «L'Egitto?» Apollonio sospirò. «Tutto ciò mi è
stato raccontato in confidenza, ma adesso che l'uomo è morto suppongo...» «Raccontami quello
che sai!» gli ordinò bruscamente Petro. «È un ordine. Questa è un'indagine su un omicidio.»
«Che cosa? Pensavo che il cameriere si fosse suicidato.» «Non mi riferisco al cameriere.» Il
comportamento collerico di Petro stava facendo ammutolire Apollonio. Fu Elena a rassicurarlo,
chiedendogli con dolcezza: «Ti prego di dircelo. Come mai uno schiavo proveniente dall'Egitto
ha finito i suoi giorni servendo qui in un'osteria?» .
Una volta tanto il mio pessimo insegnante riuscì a essere conciso. «Aveva un padrone
malvagio. Ho sentito dire che quella persona era nota per la sua crudeltà. Quando Epimandos è
fuggito, Didio Festo lo ha trovato. Lo ha aiutato a venire in Italia e gli ha procurato un lavoro.
Era per questo motivo che Epimandos mostrava un particolare riguardo per i membri della tua
famiglia, Marco, e per te.» Chiesi: «E sai perché Epimandos si sia ucciso oggi?». «Credo di sì»
rispose lentamente Apollonio. «Il suo padrone crudele era l'ufficiale medico della legione di tuo
fratello.» «Tutto questo è successo quando Festo e la Quindicesima legione si trovavano ad
Alessandria?» «Sì. Epimandos lavorava nell'infermeria, quindi lo conoscevano tutti. Dopo
essere fuggito, arrivato a Roma, aveva il terrore che un giorno qualcuno entrasse da Flora, lo
riconoscesse e lo rimandasse a quella vita di tormenti. So che di recente c'è stata una
circostanza in cui ha pensato di essere stato notato... me lo ha raccontato una sera. Era molto
angosciato e si era ubriacato in modo eccessivo.» «Si trattava di Censorino?» «Questo non me
lo ha detto in realtà» rispose Apollonio, piuttosto guardingo .
Petronio ascoltava con aria rassegnata. «Perché non ne hai mai parlato prima?» «Nessuno
me l'ha chiesto.» Dopo tutto Apollonio era soltanto il mendicante. Petro lo fissò, poi mormorò
rivolto a me: «Censorino non era il solo ad avere notato il cameriere. Probabilmente Epimandos
si è ucciso perché aveva intuito che Laurenzio lo aveva riconosciuto. È successo oggi, quando
abbiamo invitato il centurione da Flora» .
Rammentando la fretta con cui il cameriere era sparito quando Laurenzio lo aveva guardato,
gli credetti e rimasi sgomento. «Lo sai con certezza?» «Temo di sì. Dopo che ce ne siamo
andati, Laurenzio si è scervellato per capire come mai il cameriere avesse un'aria familiare. Alla
fine si è ricordato dove aveva già visto Epimandos e si è reso conto che il cameriere poteva
essere implicato nella morte di Censorino. È venuto immediatamente da me .
Per questo non sono accorso subito quando Apollonio ha mandato il suo messaggio.» Ero di
umore tetro già prima di ricevere quell'informazione, profondamente deprimente. Tutto ciò
risolveva alcuni dei miei problemi. Per prima cosa, mostrava Festo in una luce migliore (se si
ha simpatia per chi aiuta gli schiavi fuggiaschi) .
Significava anche che potevo smettere di preoccuparmi per Gemino. La buona notizia
riguardante mio padre si era fatta strada a stento e dovevo avere ancora un aspetto tremendo .
Stavo venendo a patti con il sollievo che provavo. Tutt'a un tratto mi accorsi che Elena
Giustina stava stringendo con forza la mia mano. Per lei la mia salvezza aveva una tale
importanza che non poté più trattenersi: «Petronio, stai dicendo che l'assassino del soldato deve
essere stato il cameriere?» .
Petronio annuì. «Ritengo di sì. Sei scagionato, Falco. Dirò a Marponio che non sto più
cercando un indiziato nel caso di Censorino.» Nessuno ne fu compiaciuto. Elena non doveva
avere dubbi in proposito. «Allora che cosa è successo la notte in cui è morto? Censorino deve
avere riconosciuto lo schiavo fuggiasco, probabilmente mentre era nel bel mezzo della lite con
Falco. In seguito, forse, ha affrontato il cameriere. Quando si è reso conto del pasticcio in cui si
trovava, il poverino deve essersi fatto prendere dalla disperazione. Se Censorino era
vendicativo, può darsi che abbia minacciato Epimandos di restituirlo al suo padrone, e allora...»
Era così triste che Petro terminò per lei. «Epimandos gli ha portato da bere. Evidentemente
Censorino non si è reso conto del pericolo che stava correndo. Non sapremo mai se abbia
minacciato davvero il cameriere né, in tal caso, se le minacce fossero serie. Ma Epimandos era
indubbiamente terrorizzato, e l'esito è stato fatale. Disperato, e assai probabilmente ubriaco, ha
accoltellato il soldato con un coltello da cucina che ha afferrato mentre saliva. Il terrore di
essere riconsegnato all'ufficiale medico spiega la ferocia dell'aggressione.» «Perché in seguito
non è fuggito?» domandò Apollonio, pensieroso .
«Non aveva un posto dove fuggire» risposi. «Nessuno lo avrebbe aiutato questa volta. Ha
cercato di discuterne con me.» Ripensando ai patetici tentativi con cui Epimandos cercava di
attirare la mia attenzione, mi infuriai con me stesso .
«Io l'ho liquidato sbrigativamente come si fa con un curioso, il solito tipo a caccia di
scandali che ronza intorno quando viene ucciso qualcuno. Tutto quello che ho fatto è stato
ignorarlo e minacciare vendetta contro chiunque avesse commesso il crimine.» «Anche tu ti
trovavi in una situazione difficile» mi consolò Apollonio .
«Ma non grave quanto la sua. Mi sarei dovuto accorgere del suo nervosismo. Dopo avere
ucciso il soldato, doveva essere impietrito dalla paura. È una cosa che ho già visto in
precedenza. Si è comportato esattamente come se non fosse mai successo, cercando di
cancellare dalla mente quell'episodio .
Ma quasi pregava di essere scoperto. Avrei dovuto capire che invocava il mio aiuto.» «Non
c'era niente da fare!» mi fece notare aspramente Petro. «Era uno schiavo fuggiasco, e aveva
assassinato un legionario: nessuno avrebbe potuto salvarlo, Marco. Se oggi non avesse
compiuto quel gesto, sarebbe stato crocifisso, oppure mandato nell'arena. Nessun giudice
avrebbe potuto fare diversamente.» «Per poco non sono finito io sul banco degli imputati!»
replicai con voce cupa .
«Mai! Epimandos lo avrebbe impedito» intervenne Apollonio. «La sua lealtà verso la tua
famiglia era troppo forte per lasciare che tu soffrissi. Quello che ha fatto tuo fratello per lui
significava tutto. Era disperato quando ha saputo che ti avevano arrestato. Doveva essere in
preda all'angoscia .
Probabilmente sperava che saresti riuscito a scagionarti senza però scoprire la sua
colpevolezza. Ma la sua situazione era disperata fin dall'inizio.» «Sembra una persona molto
triste» osservò sospirando Elena .
«Dopo quello che aveva patito ad Alessandria, la sua tranquilla esistenza qui deve essere
stata un sollievo. Per questa ragione è esploso al pensiero di perderla.» «E tuttavia arrivare a
uccidere qualcuno!» protestò Elena. Anche in questo caso fu Apollonio a rispondere: «L'osteria
a te sembra orrenda, forse. Ma qui nessuno lo picchiava, lo frustava o lo sottoponeva ad abusi
addirittura peggiori. Aveva da mangiare e da bere. Il lavoro era facile e le persone gli parlavano
come si fa con un essere umano. Aveva un gatto da coccolare, perfino me davanti alla porta da
guardare dall'alto in basso. All'interno di questo piccolo mondo al crocevia, Epimandos godeva
di prestigio, dignità e pace». Pronunciato da un uomo vestito con gli stracci del mendicante,
quel discorso risultava straziante .
Tacemmo tutti. A quel punto, c'era una domanda che dovevo porre a Petronio. «Qual è la tua
teoria a proposito del coltello?» Elena Giustina mi lanciò una rapida occhiata. Petro aveva
un'espressione imperscrutabile quando disse: «Epimandos mentiva quando ha affermato di non
averlo mai visto. Doveva averlo usato spesso. Sono appena riuscito a ricondurre il coltello
all'osteria» ammise, con mia grande sorpresa .
«Come?» «Lasciamo perdere.» Sembrava imbarazzato. Capiva che io volevo discutere. «Per
me va bene così, Falco!» Dissi: «No, dovremo risolvere questa faccenda. Io credo che il coltello
abbia lasciato la casa di mia madre insieme a mio padre» .
Petro imprecò sottovoce. «Esatto!» mi disse. «So che è andata così. Non volevo parlarne, sei
così suscettibile su certi argomenti.» «Che cosa stai dicendo, Petro?» «Niente.» Si capiva che
stava cercando di nascondere qualcosa. Era assurdo. Avevamo risolto l'omicidio, eppure
sembrava che stessimo sprofondando sempre più nel mistero .
«Ascolta, Falco, il coltello ha fatto sempre parte della dotazione dell'osteria. È lì da quando
il locale ha aperto la prima volta, dieci anni fa.» Sembrava più sfuggente che mai .
«Come fai a saperlo?» «L'ho chiesto alla proprietaria.» «Flora?» «Flora» confermò
Petronio, come se questo ponesse fine alla discussione .
«Non credevo che Flora esistesse.» «Flora esiste.» Petronio si alzò in piedi. Stava lasciando
la Valeriana .
«Come ha fatto questa Flora» domandai risoluto «a entrare in possesso del coltello se lo
aveva papà?» «Non preoccuparti di questo» disse Petro. «Sono io l'ufficiale incaricato delle
indagini, e so tutto del coltello.» «Ho il diritto di sapere come ci è arrivato.» «No, se io sono
soddisfatto così.» «Piantala, Petro! Sono andato maledettamente vicino a subire un processo a
causa di quell'arnese.» «Testardo» disse lui.. Petronio Longo poteva essere un perfetto bastardo
quando voleva. Ad alcuni le cariche ufficiali danno alla testa. Gli dissi quello che pensavo di
lui, ma Petronio non fece altro che ignorare la mia collera .
«Devo andare, Falco. Dovrò informare la proprietaria che il cameriere è morto e che non c'è
nessuno nell'osteria. Quella folla lì fuori sta cercando una scusa per irrompere e sfasciare la
mobilia mentre si serve il vino gratis.» «Resteremo qui noi» si offrì tranquillamente Elena.
«Marco terrà fuori i ladri e i saccheggiatori finché non potrai mandare una guardia.» Petro mi
lanciò un'occhiata in cerca di conferma. «Lo farò» dissi. «Devo qualcosa a Epimandos.» Il mio
amico si strinse nelle spalle e sorrise. Non ne capivo la ragione, ma ero così irritato con lui che
non ci feci caso .
LXI

Dissi a Elena di andare a casa. Sempre ribelle, rimase con me .


«Non ho bisogno di sorveglianza.» «Non sono d'accordo!» ribatté seccamente .
Il corpo del cameriere giaceva ancora nella parte principale dell'edificio, dove lo avevamo
lasciato, quindi restammo nel retro. Elena si diresse verso il bugigattolo dove aveva dormito
Epimandos e si sedette sul suo letto. Io rimasi sulla soglia .
Capivo che era furiosa. «Perché detesti tanto tuo padre, Falco?» «Che cos'è questa storia?»
«Non puoi nascondermelo. Lo so!» si infuriò. «Ti capisco, Marco. Mi sono accorta dei sospetti
perversi che covavi riguardo al coltello di tua madre!» «Petronio aveva ragione. Dimenticati del
coltello.» «Sì, ha ragione, ma ci è voluta una lunga discussione per convincerti. Tu e i tuoi
ostinati preconcetti... sei incorreggibile! Pensavo davvero che dopo Capua e gli incontri con
Gemino a Roma nelle settimane passate, voi due foste arrivati almeno a un compromesso.
Volevo credere che foste nuovamente amici!» si lamentò .
«Certe cose non cambiano.» «Ebbene, tu no, evidentemente!» Era da tanto tempo che non
vedevo Elena così in collera. «Marco, tuo padre ti vuole bene!». «Calmati. Lui non mi vuole, né
me né nessun altro di noi .
Festo era il suo ragazzo, ma nel suo caso era diverso. Festo riusciva a conquistare
chiunque.» «Non sai quanto ti sbagli» dissentì Elena, afflitta. «È solo che ti rifiuti di vedere la
realtà, Marco. I matrimoni falliscono.» Questo lei lo sapeva, era stata sposata. «Se le cose
fossero andate in modo diverso fra i tuoi genitori, tuo padre avrebbe avuto su di te e su tutti gli
altri lo stesso controllo che ha oggi tua madre. Lui si tiene lontano, ma questo non significa che
sia contento così. Si preoccupa ancora e bada a quello che fate tutti voi.» «Credilo pure se ti fa
piacere. Ma non chiedermi di cambiare. Ho imparato a vivere senza di lui quando ho dovuto... e
adesso la sua mancanza non mi crea più alcun problema.» «Oh, sei talmente cocciuto! Marco,
questa avrebbe potuto essere la tua occasione per appianare le cose fra di voi, forse la tua unica
occasione...» Elena si rivolse a me, implorante: «Ascolta, sai perché mi ha regalato quel
tavolino di bronzo?» «Perché gli piace il tuo spirito e sei una bella ragazza.» «Oh, Marco! Non
essere sempre così acido! Lui mi ha portato a vederlo. Ha detto: "Guarda. Ho messo gli occhi su
quel tavolino per Marco, ma lui non lo accetterà mai da me".» Il fatto che quei due avessero
fatto amicizia non mi sembrava una ragione sufficiente per mutare il mio atteggiamento .
«Elena, è splendido che andiate d'accordo, e sono felicissimo che ve la intendiate così bene,
ma questo riguarda lui e me.» Non ero nemmeno contrario al fatto che Elena e papà cercassero
di abbindolarmi, se la cosa li entusiasmava. «Non voglio sentire altro.» La lasciai seduta sul
letto del cameriere, sotto l'amuleto che una volta Festo aveva regalato a Epimandos. Non gli
aveva portato molta fortuna .
Mi allontanai impettito. Il locale principale, con il suo mesto contenuto, mi disgustava
ancora, così accesi un altro lume e salii con passo pesante le scale. Guardai nelle due stanzette
situate sopra la cucina. Erano ammobiliate per qualche nano esile e senza bagagli che fosse
disposto a passare il tempo libero da Flora, seduto su un letto sgangherato a fissare le ragnatele .
Un fascino macabro mi attirò di nuovo nell'altra stanza.. Era stata ripulita e risistemata. Le
pareti erano state intonacate con una pittura rosso scuro, il solo colore in grado di nascondere
quello che c'era stato sotto. Adesso il letto era sotto la finestra, invece che accanto alla porta.
Aveva una coperta diversa .
Lo sgabello sul quale Epimandos aveva appoggiato il vassoio del vino per il soldato in
quella notte fatale era stato sostituito con una cassa di pino. Per arredare un po' l'ambiente, sulla
cassa, sopra un tappetino, era stato appoggiato un grande vaso greco con un vivace disegno
raffigurante un polpo .
In precedenza, il vaso si trovava nella mescita sottostante. Ricordavo di averlo visto, si
trattava di un bell'oggetto .
L'avevo sempre pensato. Tuttavia, quando mi avvicinai per osservarlo meglio, notai che
sull'altro lato il bordo era scheggiato .
Il vaso non valeva il costo della riparazione. Tutto ciò che il proprietario poteva farne era
sistemarlo da qualche parte e ammirare il polpo .
Ragionavo come mio padre. Lo facevo sempre .
Mi coricai avvilito sul letto. Elena non sopportava più di essere in disaccordo con me, così
venne di sopra. Adesso era il suo turno di stare sulla soglia. Le tesi la mano .
«Amici?» «Se vuoi.» Restò accanto alla porta. Potevamo anche essere amici, ma lei
disprezzava il mio atteggiamento. Tuttavia non intendevo mutarlo, nemmeno per lei .
Si guardò intorno, rendendosi conto che il soldato era morto in quella stanza. La osservai in
silenzio. Si presume che le donne non ragionino, ma la mia ne era capace e lo faceva, e a me
piaceva osservarla quando pensava. L'espressione sul volto risoluto di Elena mutò
impercettibilmente mentre valutava ogni dettaglio, cercando di figurarsi gli ultimi minuti di vita
del soldato, sforzandosi di capire la folle aggressione del cameriere. Quello non era posto per
lei. Avrei dovuto portarla di nuovo al piano inferiore, ma se mi fossi mosso troppo presto l'avrei
offesa .
Stavo osservando Elena, aspettando il momento opportuno, così quell'idea confusa mi colse
alla sprovvista: «C'è qualcosa che non va in questa stanza». Mi guardai intorno, chiedendomi
che cosa mi avesse turbato. «Le dimensioni sono strane.» Non avevo bisogno che Apollonio mi
disegnasse uno schizzo geometrico. Appena ci pensai un attimo, mi resi conto che qui di sopra
la pianta del pavimento era più piccola rispetto al pianterreno. Mi rimisi in piedi e uscii sul
pianerottolo per controllare. Le altre due stanze degli ospiti, tanto piccole che quasi non
contavano, occupavano lo spazio sopra la cucina e il bugigattolo del cameriere. La scala
occupava qualche piede in più. Ma quella camera di otto piedi quadrati dov'era morto
Censorino era grande solo la metà del locale principale che si trovava al piano di sotto .
Dietro di me, Elena era entrata nella stanza del soldato. «Qui c'è solo una finestra.» Era
un'osservatrice attenta. Appena tornai da lei capii a che cosa si riferiva. Quando Petronio e io
avevamo tirato i ciottoli dalla strada, sopra le nostre teste si vedevano due aperture quadrate.
Soltanto una illuminava questa stanza. «Deve esserci un'altra camera da letto quassù, Marco...
ma non c'è nessuna porta per accedervi.» «È stata bloccata» conclusi. Poi mi venne in mente
una possibile ragione. «Per gli dèi, Elena, è probabile che qui sopra sia nascosto qualcosa... un
altro corpo, per esempio!» «Oh, davvero? Tu devi sempre drammatizzare!» Elena Giustina era
una giovane donna giudiziosa. Sarebbe un bene per ogni investigatore averne una come socia.
«Perché dovrebbe esserci un corpo?» Cercando di sottrarmi al ridicolo, mi difesi. «Epimandos
era terrorizzato dalle persone che gli facevano domande su queste stanze.» Mi resi conto che
avevo abbassato la voce, come se temessi che qualcuno per caso mi sentisse. Non c'era nessuno
lì... o, se c'era, vi era rinchiuso da anni. Mi stava tornando in mente una conversazione che sul
momento dovevo avere frainteso. «Qui c'è qualcosa, Elena. Una volta ho scherzato a proposito
di segreti nascosti e per poco a Epimandos non è venuto un colpo.» «Qualcosa nascosto da
lui?». «No.» Stavo sprofondando in un familiare senso dell'inevitabile. «Da qualcun altro.
Qualcuno che Epimandos rispettava abbastanza da mantenere il segreto.» «Festo!» esclamò lei
sommessamente. «Festo ha nascosto qui qualcosa di cui non ha parlato nemmeno con te.» «Ah,
bene. Non si fidava, a quanto pare.» Non era la prima volta che cercavo di scacciare una
violenta fitta di gelosia mentre affrontavo il fatto che Festo e io non eravamo mai stati così uniti
come avevo voluto credere. Forse nessuno lo aveva conosciuto veramente bene. Forse perfino
nostro padre lo conosceva solo superficialmente. Nemmeno papà sapeva di questo
nascondiglio, ne ero certo .
Ma adesso sapevo. E intendevo trovare quello che mio fratello aveva lasciato lì dentro, di
qualunque cosa si trattasse .
LXII

Corsi giù per le scale, in cerca di qualche arnese. Scendendo, controllai di nuovo la
disposizione del piccolo pianerottolo .
Se c'era realmente un'altra stanza, non era mai stato possibile accedervi dal corridoio: le
scale occupavano il posto dove si sarebbe dovuta trovare la porta .
Portando con me una mannaia e un pestacarne che avevo preso in cucina, tornai indietro di
corsa. Mi rendevo conto di avere lo sguardo folle, come un macellaio preso da furia omicida
nella calura di agosto. «La gente doveva entrare passando da questa stanza...» A Roma era una
cosa normale. Migliaia di persone raggiungevano la propria camera da letto attraversando
almeno una stanza abitata, a volte un'intera fila. La nostra cultura non attribuiva grande
importanza all'intimità domestica .
Tastando la parete con la mano aperta, cercai di non pensare al sangue del soldato da cui era
stata imbrattata. La struttura era fatta di canniccio e intonaco scabro, così scabro che avrebbe
potuto essere opera di mio cognato Micone. Forse lo era. Mi rammentai che Micone mi aveva
raccontato di un lavoro procuratogli da Festo.. Ma dubitavo che il marito di mia sorella avesse
visto quello che era murato dentro la stanza introvabile. Qualcun altro doveva avere colmato
segretamente il vano della porta, quasi certamente qualcuno che conoscevo .
«Festo!» mormorai. Festo, quella sua ultima notte a Roma... Festo, che sgattaiolava via dalla
lavanderia di Lenia, dicendo che aveva del lavoro da fare .
Doveva essere per quello che mi aveva cercato, gli serviva il mio aiuto per il lavoro pesante.
Adesso mi trovavo lì, senza di lui, e sul punto di disfare la sua fatica. Questo mi procurava una
strana sensazione, non del tutto affettuosa .
A poche dita di distanza dal gancio per appendere il mantello, trovai un mutamento nella
superficie. Percorsi tutta la larghezza della parete, battendola leggermente con una nocca. Il
suono cambiò in modo abbastanza evidente, come se passassi su una parte vuota, ampia poco
più di due piedi. Una volta poteva essere stato il vano di una porta .
«Marco, che cos'hai intenzione di fare?» «Di correre un rischio.» Le demolizioni mi
preoccupano sempre. L'osteria era costruita così male che una mossa sbagliata avrebbe potuto
far crollare l'intero edificio. I vani delle porte sono solidi, mi dissi. Saltellai sui talloni,
saggiando il pavimento, che mi sembrò abbastanza sicuro. Speravo solo che il tetto reggesse .
Cercai a tastoni una fessura, vi infilai la mannaia a mo' di scalpello, e battei leggermente
con il pestacarne. L'intonaco si frantumò e cadde sul pavimento, ma non ero stato abbastanza
violento. Dovevo metterci più forza, sebbene stessi cercando di fare un lavoro accurato. Non
volevo crollare nella stanza nascosta in mezzo a una grande scarica di detriti. Dentro poteva
esserci qualcosa di delicato .
Togliendo lo strato superiore dell'intonaco, riuscii a trovare il bordo dell'architrave e
dell'intelaiatura. La porta era stata murata con mattoni di terra refrattaria. Il riempimento era
stato fatto malamente, senza dubbio in modo frettoloso. La calcina era fragile, e si sbriciolò
facilmente. Incominciando dalla parte superiore, cercai di togliere i mattoni. Era un lavoro
spiacevole. Dopo molta fatica, ne liberai uno, poi ne tolsi altri, tirandoli verso di me, uno alla
volta. Elena mi aiutò ad ammucchiarli di lato .
C'era indubbiamente un'altra stanza. Aveva una finestra, come la camera nella quale ci
trovavamo, ma dentro era buio pesto. Non era illuminata e si stava riempiendo di polvere .
Scrutando attraverso il foro, non riuscii a distinguere niente. Liberai pazientemente uno
spazio nel vecchio vano della porta, abbastanza largo e alto da potermici infilare .
Indietreggiai, riposandomi un momento, mentre la polvere si depositava un poco. Elena mi
abbracciò le spalle umide, aspettando in silenzio che facessi qualcosa. Coperto di sporcizia, le
sorrisi emozionato .
Presi il lume di terracotta. Tenendolo davanti a me, infilai un braccio nella stretta apertura
ed entrai nella stanza accanto, dove regnava un silenzio di tomba .
Avevo quasi sperato di trovarla piena di tesori. Era vuota, a parte l'unico occupante. Mentre
facevo passare le spalle dall'apertura e mi raddrizzavo, incontrai gli occhi dell'uomo .
Era in piedi davanti alla parete proprio di fronte a me, e mi fissava .
LXIII

«Oh, per Giove!» Non si trattava di un uomo. Era un dio. Senza dubbio il signore di tutti gli
altri dèi .
Cinquecento anni prima, uno scultore dal talento divino con un soffio aveva dato vita a un
voluminoso blocco di marmo .
L'artista, che in seguito avrebbe decorato il Partenone, in un'epoca precedente a quella in cui
aveva raggiunto l'apice della sua fama, aveva scolpito per un piccolo e anonimo tempio su
un'isola uno Zeus che dovette superare ogni aspettativa .
Cinquecento anni dopo, una combriccola di meschini sacerdoti l'aveva svenduto a mio
fratello. E adesso si trovava lì .
Doveva essere stato tremendamente faticoso trasportarlo su per le scale. Alcuni degli
attrezzi usati da mio fratello giacevano abbandonati in un angolo. Mi chiesi se l'avesse aiutato
Epimandos. Era probabile .
Elena mi aveva seguito nella stanza. Aggrappandosi al mio braccio, emise un gemito
soffocato, poi restò lì con me a fissarlo in estasi .
«Un bel pezzo!» sussurrai, scimmiottando Gemino. Elena aveva imparato il linguaggio
convenzionale: «Mmh! Un po' grande per l'uso domestico, però ha delle possibilità...» .
Zeus, nudo e provvisto di una notevole barba, ci osservava con calma e dignità. Il braccio
destro era sollevato nell'atto di scagliare un fulmine. Sistemato su un piedistallo nell'oscurità del
sancta sanctorum di un alto tempio ionico, sarebbe stato straordinario. Qui, nel tetro silenzio del
ripostiglio utilizzato da mio fratello, metteva in soggezione perfino me .
Eravamo ancora lì fermi, assorti nell'ammirazione, quando udii dei rumori .
Fummo colti entrambi dal panico e dal senso di colpa. Qualcuno era entrato nell'osteria.
Sentimmo alcuni movimenti furtivi nella zona della cucina, poi dei passi che si avvicinavano su
per le scale. Qualcuno guardò dentro la stanza del soldato, vide la confusione ed emise
un'esclamazione. Distolsi l'attenzione dalla statua. Ci trovavamo in trappola. Stavo cercando di
decidere se ci fosse più da guadagnare spegnendo il lume o lasciandolo acceso, quando un'altra
luce venne spinta attraverso la breccia nel muro, subito seguita da un braccio .
Il braccio si dimenò freneticamente mentre una grande spalla si infilava a forza nello spazio
angusto. Qualcuno imprecò, con una voce che riconobbi. Un istante dopo i mattoni malfermi
precipitarono all'interno mentre una figura robusta si apriva a forza un passaggio e mio padre
irrompeva nel nascondiglio .
Ci guardò. Guardò lo Zeus. Disse, come se gli avessi appena mostrato un sacco di mele:
«Vedo che alla fine l'hai trovato!» .
LXIV

. I suoi occhi divorarono il Fidia. Gli chiesi sommessamente: «Che cosa ci fai qui?». Mio
padre emise un breve mormorio estasiato, ignorando la domanda mentre si perdeva
nell'ammirazione dello Zeus. «Tu sapevi che era qui, papà?» Gemino batté le palpebre e per un
istante mi parve incerto .
Ma non poteva saperlo da molto tempo, o la statua non sarebbe stata lì. Probabilmente
aveva cominciato a intuirlo mentre saliva le scale. Cercai di non pensare che si fosse precipitato
all'osteria con l'intenzione di abbattere da solo il muro .
Girai intorno allo Zeus, ammirandolo da ogni lato. Mi divertivo a chiedermi se, nel caso
avesse trovato per primo la statua, me lo avrebbe detto .
L'espressione di mio padre era imperscrutabile. Mi resi conto che assomigliava
incredibilmente a Festo, e che perciò non mi sarei dovuto fidare di lui .
«Avremmo dovuto capirlo, Marco.» «Sì, Festo bazzicava sempre da queste parti.» «Oh, si
comportava proprio come se fosse casa sua!» convenne papà in tono distaccato. «Avremmo
dovuto immaginarlo .
E per di più» dichiarò «questo è solo l'inizio. Il tuo prezioso fratello doveva avere
nascondigli zeppi di tesori ovunque .
Possiamo trovarli» aggiunse. «O possiamo sfiancarci cercando!» commentai. L'euforia
svanisce molto in fretta. Mi sentivo già esausto .
«Avrà avuto un elenco» disse mio padre, appendendo la lampada al fulmine della statua e
tornando verso di noi .
Scoppiai in una risata. «Sarebbe una vera follia! Se fossi stato io al suo posto, avrei tenuto i
particolari ben nascosti nella mia mente!» «Oh, anch'io!» convenne papà. «Ma Festo non era
come noi.» Vidi che Elena sorrideva, come se il pensiero che mio padre e io fossimo simili la
divertisse. Con un Fidia del valore di mezzo milione di sesterzi lì davanti, mi concessi di
ricambiare il suo sorriso .
Restammo nella stanza il più a lungo possibile, a fissare lo Zeus. Poi, quando non ebbe più
senso rimanere oltre in quello spazio vuoto e buio, ci infilammo nel varco per tornare nel
relativo lusso della camera ammobiliata .
Papà esaminò le macerie prodotte dalla mia opera di demolizione. «Hai fatto proprio un bel
caos qui dentro, Marco!» «Sono stato più ordinato che ho potuto, con la fretta e senza attrezzi
adeguati.» Mentre gli altri se ne stavano lì con aria attonita a meravigliarsi, io avevo fatto
programmi. «Sentite, dobbiamo sbrigarci. Dovremo nascondere questi detriti come meglio
possiamo. Sarebbe meglio rimuovere la statua prima che la veda qualcuno. È terribile, ma
dobbiamo spostarla. Noi sappiamo che apparteneva a Festo, ma potrebbe non essere facile
spiegarlo alla proprietaria dell'edificio...» «Rilassati» mi interruppe mio padre, con fare
condiscendente. «Nessuno verrà qui stanotte.» «Ti sbagli. Mi vuoi ascoltare? Sono stato lasciato
di guardia mentre Petronio andava a informare la proprietaria che il cameriere è morto. La
misteriosa Flora potrebbe arrivare da un momento all'altro, e non sarà contenta di scoprire
questo grosso buco nel suo muro...» Qualcosa mi bloccò. Non sarebbe arrivato nessun altro.
Papà lo aveva detto con voce pacata. Anche senza una ragione precisa, compresi .
«Grazie per aver tenuto sotto controllo la situazione» disse vivacemente mio padre, con tono
amaramente divertito. Stavo cercando di ignorare le implicazioni di quanto stavo scoprendo,
pur essendo già esterrefatto. Gemino assunse di nuovo quell'espressione ambigua. «Flora non
verrà. Fare la guardia è un lavoro da uomini. Mi sono offerto volontario.» A quel punto emisi un
gemito mentre mi rendevo conto di ciò che avrei dovuto capire parecchie settimane prima. Ora
sapevo perché mio fratello aveva sempre considerato quel locale come se gli appartenesse,
perché lì avesse trovato lavoro per un fuggiasco, perché avesse usato liberamente le stanze .
Era tutto in famiglia. Petronio aveva ragione. Flora esisteva. E aveva anche ragione sul fatto
che avrei preferito non scoprirlo. L'osteria di Flora era l'attività che mio padre aveva acquistato
per la donna con cui viveva, per impedirle di interferire nei suoi affari .
Flora era la compagna di papà.
LXV

La prima parte del complotto contro Caro e Servia fu la più ingrata: mio padre raggranellò
mezzo milione di sesterzi vendendo all'asta le sue suppellettili. Un suo amico chiese le offerte,
con Gornia dell'ufficio che presiedeva al resto della vendita .
Papà andò a Tibur per un paio di giorni mentre tutto questo aveva luogo, probabilmente
portando con sé la rossa. Io ero andato in campagna, a prendere uno dei blocchi di pietra di
Paros .
Chiudemmo l'osteria, con la scusa della morte di Epimandos. Facemmo spazio nella zona
della cucina, vi collocammo il blocco di marmo, andammo a prendere Oronte nella stanza del
Celio dove alloggiava con i pittori, e lo mettemmo all'opera .
«Sarai in grado di farlo?» «Se servirà a scrollarmi di dosso due luridi individui come voi...
Oh, certo che lo farò. Basta che mi lasciate lavorare in pace!» Usando come modello lo Zeus e
quello che ricordava del fratello, il Poseidone, Oronte doveva fare ammenda per il suo
tradimento ai danni di Festo scolpendomi un nuovo Fidia .
Mentre avveniva tutto questo, facemmo in modo che i collezionisti provassero un falso
senso di sicurezza estinguendo il nostro presunto debito .
Accadde poco prima dell'alba. Risalimmo la Via Flaminia su un carro aperto, durante
l'ultima ora in cui ai veicoli su ruote era consentito l'accesso a Roma. La nebbia indugiava sopra
il Campo di Marte, avvolgendo in un gelo invernale tutti i silenziosi edifici pubblici .
Passammo accanto alla pietra grigia del Pantheon e dei Saepta, diretti verso gli eleganti
giardini e palazzi della parte settentrionale della città .
Tutte le strade erano silenziose. I gaudenti erano tornati a casa, i rapinatori erano impegnati
a nascondere la refurtiva sotto le tavole del pavimento, le prostitute dormivano, i vigili del
fuoco russavano. I portinai delle case erano immersi in un sonno così profondo che i visitatori
avrebbero potuto picchiare con violenza per mezz'ora ed essere comunque lasciati fuori ad
aspettare .
Eravamo pronti a questa eventualità. Quando raggiungemmo il tranquillo viottolo dove
Cassio Caro risiedeva con la sua signora, facemmo arretrare il carro contro il loro portone
d'ingresso principale. Con perfetto tempismo, uno dei buoi mugghiò. Mio padre, sul carro, si
sedette, una figura indistinta alla luce delle torce fumanti, e incominciò a battere con solennità
una campana di bronzo. Un'enorme nube di storni si levò come una scura cortina dai tetti e
volteggiò in modo inquieto. Mi incamminai lungo la strada con due aiutanti, percuotendo
pesanti piatti metallici .
Era un raffinato quartiere della classe media dove gli abitanti amavano tenere la testa sotto il
guanciale senza curarsi di qualunque eccesso avesse luogo all'esterno, ma noi li svegliammo.
Continuammo con quel baccano finché tutti ne presero atto. Le imposte si spalancarono di
colpo. I cani da guardia abbaiavano. Ovunque comparvero teste scarmigliate mentre noi
seguitavamo a picchiare in modo lento e calcolato, quasi si trattasse di un terribile rito religioso.
Alla fine Caro e Servia si precipitarono fuori dalla porta principale .
«Finalmente!» disse a gran voce mio padre. Gli aiutanti e io tornammo verso di lui con aria
solenne. «Gli avvoltoi si presentano per la resa dei conti!» papà informò il pubblico .
«Adesso ascoltatemi: Aulo Cassio Caro e Ummidia Servia sostengono che mio figlio Didio
Festo, morto da eroe nazionale e in possesso della corona aurea, era in debito con loro di mezzo
milione di sesterzi. Non sia mai detto che la famiglia Didio si sottragga a un impegno!» Era
geniale. Dopo anni passati a osservare scommettitori perplessi nel recinto delle aste pubbliche,
riusciva a sembrare convinto di essere stato raggirato, anche se non fingeva di comprendere
appieno come. «Ecco dunque il denaro contante! Mi appello a tutti i presenti perché mi siano
testimoni.» Si diresse verso la sponda del carro. Io lo raggiunsi. «Ecco qui il tuo denaro, Caro!
È stato contato!» Sollevammo insieme il primo coperchio, rovesciammo il forziere e lasciammo
che il contenuto si riversasse nella via .
La prima partita del nostro mezzo milione precipitò ai piedi dei collezionisti. Con un grido
angosciato, i due si avventarono sul denaro, cercando invano di raccoglierlo mentre le monete
rimbalzavano e rotolavano sul selciato e nel canale di scolo. Spingemmo da parte il forziere
vuoto e ne tirammo avanti un altro. Aiutati dai nostri compagni, continuammo così finché una
montagna alta fino al petto di luccicanti monete non riempì l'entrata della casa dei collezionisti
come un enorme mucchio di sabbia per l'inverno lasciata accanto a una strada ripida .
Era tutto in piccoli pezzi. Una cassa dopo l'altra, monetine di rame, antichi pezzi di bronzo e
monete d'argento, tutti mescolati insieme, si riversarono come i frammenti di mica che
costellano la sabbia del Circo Massimo. Scaricammo sulla strada l'intero ammontare. Non
avevamo bisogno di una ricevuta: tutta la via poteva testimoniare l'avvenuta consegna. A dire il
vero, mentre giravamo il carro e ci allontanavamo, parecchi vicini oltremodo premurosi stavano
accorrendo, ancora vestiti da notte, ansiosi di aiutare a raccogliere il denaro dalla strada .
«Divertiti, Caro!» fu la battuta con cui si congedò mio padre. «Questa piccola quantità di
denaro è senza dubbio maggiore di quella che ricaveresti dalla gestione di qualche latrina
pubblica!».
LXVI

Qualche settimana dopo, il mondo delle belle arti era in fermento per la notizia che di lì a
poco si sarebbe tenuta una vendita privata .
Alla galleria di Cocceio c'era un marmo interessante. «Non posso fare nessuna affermazione
sull'artista o sulla sua antichità» disse Cocceio, che era un venditore onesto .
Ben presto i collezionisti sentirono parlare delle straordinarie caratteristiche della statua e,
come allocchi, accorsero numerosi per guardarla. Si trattava di un Poseidone: nudo, un braccio
sollevato nell'atto di lanciare un tridente e con una folta barba ricciuta. Molto greco, e
assolutamente splendido .
«Ha una storia curiosa» Cocceio informò, con estrema tranquillità, coloro che facevano
domande. Era un uomo pacato, rassicurante, un pilastro della corporazione dei banditori .
«L'illustre senatore Camillo Vero ha scovato questo pezzo alquanto pregiato in soffitta,
mentre esaminava la casa del suo defunto fratello...» Quella vecchia storia! In tutta Roma le
persone si precipitarono a casa per cercare nella propria soffitta .
Nessun altro ne possedeva uno.. Due individui, un uomo e una donna, completamente
avvolti in mantelli e veli, andarono a vedere la statua in incognito .
Cocceio li accolse con un familiare cenno del capo. «Qual è la provenienza, Cocceio?»
«Temo di non saperlo. Non possiamo fare alcuna ipotesi .
Sebbene si tratti indubbiamente di marmo di Paros, come potete vedere.» Quello era
evidente. Senza dubbio non si trattava di una riproduzione romana di calcare. Perfino un
pregevole marmo di Carrara avrebbe avuto venature notevolmente più grigie... «Qual è il
motivo della vendita?» «La storia sembra convincente. Ho saputo che il senatore sta cercando
di raggranellare denaro contante per far eleggere al Senato il suo secondogenito. Ritengo che
possiate chiedere una conferma ai loro vicini. Il brillante giovanotto si è fatto inaspettatamente
un nome, e data la considerazione di cui gode il padre presso Vespasiano, ora la sua strada è
spianata fino al vertice. Le finanze sono il loro unico problema. Così sollecitano offerte per
questo dio del mare piuttosto ben fatto, anche se dovrete affidarvi al vostro giudizio per quello
che è...» «Da dove proveniva?» «Non ne ho affatto idea. Il fratello del nobile senatore
importava oggetti. Ma è morto, quindi non possiamo chiederglielo.» «Dove commerciava?»
«Dappertutto. Africa settentrionale. Europa. Grecia e Oriente, credo...» «Grecia, dici?»
«Sembra che una spalla sia lievemente danneggiata...» Cocceio era assolutamente franco, un
modello di obiettività. «È eccellente. Ma non ci puoi dire nient'altro?» «Non posso dire nulla.»
Cocceio era senza dubbio onesto, una novità assai piacevole .
Esistono parecchi modi per dire qualcosa, e non tutti richiedono di mentire apertamente .
I collezionisti, rigorosamente avviluppati nei loro mantelli, se ne andarono a rifletterci .
Quando tornarono, sembrava che il proprietario stesse meditando di ritirare dalla vendita la
statua. Allarmati dalla notizia, l'uomo e la donna, sempre avvolti nei mantelli, restarono
nell'ombra ad ascoltare. Forse anche altre persone si nascondevano nell'ombra, ma in tal caso
erano invisibili .
La nobile figlia del senatore stava spiegando a Cocceio che probabilmente il padre
cominciava a nutrire qualche dubbio .
«Naturalmente abbiamo bisogno del denaro. È un oggetto così bello, però. Se riuscissi a
strappare un prezzo elevato, sarebbe splendido. Ma siamo tentati di tenerlo e gustarcelo a casa .
Oh per gli dèi ! Papà non sa quale sia la cosa migliore da fare... Potremmo chiedere a un
esperto di esaminarlo?» «Ma certo.» Cocceio non spingeva mai i clienti a vendere contro la loro
volontà. «Posso trovare uno storico dell'arte in grado di fornirvi un'opinione autorevole. Quanto
siete disposti a pagare?» «Che cosa posso ottenere?» chiese la nobile Elena Giustina .
Cocceio era onesto, ma anche spiritoso. «Ebbene, per un compenso limitato posso trovarvi
un uomo che chiuderà gli occhi e dirà la prima cosa che gli passa per la mente.» «Tralascia il
compenso limitato» rispose lei. «Se siete disposti a pagare qualcosa in più posso procurarvi un
vero esperto.» «Così va meglio.» «Che tipo di perizia vorresti?» Elena parve sorpresa, sebbene
non così sorpresa quanto sarebbe potuta sembrare prima di conoscere me. «Quale genere di
esperto posso avere?» «O Arione, che vi dirà che è autentico, o Pavonio, che sosterrà che si
tratta di un falso.» «Ma non l'hanno ancora visto!» «È quello che dicono sempre.» A quanto
pareva, Elena Giustina stava diventando sempre più ansiosa. «Quanto» domandò con il suo
tono più secco (che era quasi secco quanto il pane tostato quando andate a rispondere alla porta
e ve lo dimenticate finché non sentite odore di fumo) «quanto dovremmo pagare per avere il
migliore?» Cocceio le disse la cifra. Elena tirò un respiro brusco. «E che cosa *. . otterremo in
cambio di quella somma esorbitante?» Cocceio si mostrò imbarazzato. «Avrete un uomo con
una tunica un po' bizzarra che fissa la statua per moltissimo tempo, beve una tisana di erbe con
aria pensierosa, poi vi riferisce i due verdetti possibili e dice che, in tutta franchezza, non può
affermare con certezza quale sia quello giusto.» «Ah, capisco!» disse Elena, abbandonandosi a
un sorriso. «È così che si comporta un vero esperto.» «Per quale ragione?» chiese Cocceio,
anche se l'aveva sempre saputo .
«Perché senza rischiare la propria reputazione, lascia che le persone si convincano di quello
che vogliono sentire.» La nobile Elena arrivò a una decisione con la sua consueta rapidità.
«Risparmieremo il nostro denaro! Posso parlare a nome di papà.» Si capiva che erano una
famiglia liberale e di larghe vedute. (E le donne erano molto energiche.) «Se servirà a garantire
la carriera di mio fratello, allora varrà la pena di venderla. Le persone sapranno riconoscere la
qualità. Se qualcuno offrirà una cifra adeguata, papà venderà.» I collezionisti avvolti nei
mantelli si affrettarono a mandare sia Arione sia Pavonio a esaminare il Poseidone, poi
pagarono anche l'uomo dalla tunica bizzarra, e la pronuncia molto particolare, che disse che la
decisione spettava a loro .
I collezionisti decisero che avevano un disperato bisogno del Poseidone .
La questione del denaro venne sollevata con discrezione. A quanto pareva, per far eleggere
al Senato il giovane Giustino, l'illustre Camillo avrebbe avuto bisogno di una somma molto
elevata. «La cifra di cui hanno parlato» disse Cocceio a bassa voce, come un dottore che
annuncia una malattia mortale «è seicentomila» .
Naturalmente i collezionisti ne offrirono quattrocento. A quel punto il proprietario rispose
che si trattava di un insulto, che non avrebbe assolutamente accettato una cifra inferiore ai
cinquecento. L'affare fu concluso. Mezzo milione di aurei d'oro (oltre alla provvigione per
Cocceio) furono pagati per una statua sconosciuta .
Due ore dopo le persone ricevettero l'invito per un'esposizione nella dimora privata di
Cassio Caro e Ummidia Servia, che avevano acquistato un Poseidone di Fidia .
Eravamo pari. Ce li eravamo scrollati di dosso, poi avevamo recuperato il nostro denaro. Li
avevamo ingannati: avevamo venduto loro il nostro falso .
Avevamo ancora lo Zeus. Eravamo ricchi .
Mio padre e io acquistammo un'anfora del migliore Falerno d'annata. Poi ne acquistammo
altre due .
Dopo di che, prima ancora di averne assaggiato un sorso, ma consapevoli che ben presto
saremmo stati molto ubriachi, andammo insieme fino all'osteria per dare una tenera occhiata al
nostro Zeus .
Entrammo passando dal vicolo sul retro. La porta da stalla era stata debitamente chiusa a
chiave da Oronte quando se ne era andato. L'aprimmo, fra esclamazioni di gioia. Sbattemmo la
porta alle nostre spalle e accendemmo le lampade. A quel punto i nostri festeggiamenti
lentamente cessarono .
Nello spazio dove avevo sistemato il blocco di marmo perché Oronte lo scolpisse c'era
ancora... un blocco di marmo .
Ne mancava un frammento, tuttavia. Nel punto in cui quel pezzo era stato rimosso la pietra
nitida luccicava di un biancore di Paros: un rettangolo netto, staccato dalla parte superiore. La
maggior parte del marmo che avrebbe dovuto essere trasformato nel Poseidone era rimasta
intatta .
Salimmo al piano di sopra. Ormai avevamo capito entrambi che cosa era successo, ma
dovevamo vederne la prova .
Nella stanza in cui il nostro Zeus di Fidia era stato lasciato per Oronte, ormai restava solo un
braccio reciso che stringeva un fulmine .
«Sto sognando...» «Quel bastardo, fannullone, disgraziato, imbroglione! Se gli metto le
mani addosso...» «Oh, ormai sarà lontano...» Invece di disturbarsi a scolpire un'intera statua,
Oronte Mediolano si era limitato ad adattare quella esistente, dandole un braccio destro nuovo.
Ora lo Zeus aveva un tridente al posto del fulmine .
Invece di un falso, avevamo venduto a Caro e a Servia il nostro Fidia autentico .
LXVII

Era aprile, e per quanto ne sapevo nel calendario romano quella data non era indicata
ufficialmente come un giorno nero, anche se lo sarebbe stata per sempre nel mio. In passato, nel
periodo repubblicano, il nuovo anno iniziava alle idi di marzo, così questo era il primo mese
dell'anno. Il Senato prendeva un periodo di pausa per rinvigorirsi. Per affrontare aprile,
bisognava essere in forma. Aprile era ricco di festeggiamenti: le Megalesie e le Floralie, i giochi
e la festa di Cerere, le Vinalie, le Rogibalie e le Palilie, che erano anche il compleanno della
stessa Roma .
Non ero certo di poter reggere a tanta esultanza civica. In realtà, in quel momento non
sopportavo nemmeno il pensiero di una rumorosa celebrazione, qualunque essa fosse .
Mi incamminai per il Foro. Assecondando una sua richiesta, avevo accompagnato mio padre
fino ai Saepta e l'avevo lasciato nel suo ufficio, stordito, anche se a quel punto sobrio .
Voleva restare da solo. Nemmeno io riuscivo a sopportare l'idea di vedere qualcuno. Tutta la
mia famiglia, compresa Elena, sarebbe stata radunata a casa di mia madre. Essere accolto con
ghirlande, quando in realtà non portavo nient'altro che la mia stupidità, sarebbe stato
intollerabile .
Avrei dovuto controllare. Oronte mi aveva detto che preferiva lavorare senza essere
interrotto. Mi ero lasciato raggirare da quella semplice menzogna .
La creazione è un procedimento delicato, l'inganno un'arte raffinata .
Le Parche avevano un modo elegante di ridimensionare la nostra arroganza. Passeggiai per
Roma, costringendomi a proseguire finché non fossi riuscito ad accettare quello che avevo
fatto, le occasioni che avevo perduto. Dovevo tenermi occupato, o sarei impazzito .
C'erano ancora alcune questioni da risolvere. In tutta questa faccenda, non avevo
dimenticato l'incarico conferitomi inizialmente da mia madre. Avevamo risolto un caso di
omicidio, e avevamo quasi portato a termine una brillante vendetta per conto dell'intera
famiglia, ma un argomento restava ancora in sospeso: la reputazione di mio fratello maggiore .
Forse il suo era stato un errore di valutazione. Caro, con l'aiuto di Oronte, l'aveva truffato.
Ma non potevo biasimare Festo per questo, dal momento che Oronte aveva fatto la stessa cosa
con me. Una transazione commerciale, la sola di cui ero informato, era andata male. Pur senza
conoscere i fatti, Festo stava adottando delle misure per sistemare le cose. Soltanto la morte
glielo aveva impedito. Soltanto il fatto che non si fosse fidato di nessuno, nemmeno di mio
padre, nemmeno di me, aveva impedito che i suoi progetti fossero portati a termine .
Festo era un eroe? Io non credevo alle gesta eroiche. Non credevo che lui avesse compiuto
un sacrificio glorioso e altruista per Roma. Per essere onesti, non l'avevo mai creduto. Mio
fratello era un romantico, ma se anche, per qualche ragione che non riuscivo a immaginare,
avesse davvero scelto quella strada, prima avrebbe comunque sistemato i suoi affari. Festo non
avrebbe sopportato il pensiero di lasciare un progetto incompiuto. Quel Fidia, murato lì a Roma
dove probabilmente non sarebbe mai stato scoperto, quei blocchi di marmo abbandonati nella
fattoria dei miei zii ignari, non mi lasciavano dubbi: era convinto di tornare .
Pensava forse che avrei portato a termine io l'affare? No. Ero il suo esecutore testamentario,
ma solo perché l'esercito l'aveva costretto a fare testamento. Si trattava di una burla .
Formalmente non lasciava niente in eredità. Non aveva mai previsto che mi occupassi io di
quelle transazioni che erano state il suo orgoglio e la sua gioia. Voleva farlo da solo, aveva
intenzione di concluderle lui stesso .
La mia sola eredità, a questo punto, era di decidere quale reputazione avrei permesso che
restasse legata al suo nome .
Come potevo deciderlo? La sola cosa che riuscivo a fare era sentire la sua mancanza .
Non c'era nessuno come lui. Qualunque cosa io avessi fatto di spiacevole, all'origine c'era
stato il suo incoraggiamento. Lo stesso valeva per tutto quello che avevo fatto di amorevole o
generoso. Forse non potevo credere che fosse un eroe, ma restava ancora molto in cui credere:
il suo grande cuore, il suo carattere vivace e complesso che ci dominava ancora tutti perfino
dopo tre anni dalla sua morte .
Per troppo tempo avevo continuato a pormi solo domande. Quella sera intendevo scoprire la
verità, se mai esisteva da qualche parte .
Ero entrato nel Foro scendendo le Scale Gemonie dal Campidoglio. Dai rostri e dal Miglio
Aureo percorsi tutta la lunghezza della Basilica Giulia fino al Tempio di Castore, dove pensai di
recarmi alle terme, ma poi abbandonai l'idea. Non ero dell'umore giusto per le attenzioni degli
schiavi e la conversazione con gli amici. Oltrepassai la casa e il Tempio delle Vestali, arrivando
nella zona che i repubblicani chiamavano la Velia .
Tutta l'area circostante, dal Palatino, che si trovava alle mie spalle, fino all'Esquilino, di
fronte a me, incluso il Colle Oppio e il Celio, era stata distrutta dall'incendio. In seguito, Nerone
se n'era impadronito per costruire l'obbrobrio che egli definiva la sua Domus Aurea, la casa
dorata .
Casa era la parola sbagliata. Ciò che aveva creato era perfino più di un palazzo. Le superbe
strutture spiccavano fra le rocce scoscese, un'orgia di architettura favolosa. Le decorazioni
all'interno erano incredibili, la loro ricchezza e originalità superavano quelle di qualunque opera
fosse stata mai realizzata da un artista. Nel parco, aveva costruito un'altra meraviglia. Se
l'architettura appariva sbalorditiva, pur risultando con tutta evidenza l'appagamento dei desideri
di un megalomane, ancora di più lo era il paesaggio che circondava i saloni e i colonnati: la
natura che si poteva vedere in campagna all'interno delle mura della città. C'erano parchi e
foreste dove avevano vagato animali selvatici e domestici, il tutto dominato dal famoso Grande
Lago. Era stato il mondo privato del tiranno, ma Vespasiano, con un gesto calcolato, volto a
garantirsi popolarità, l'aveva trasformato in un vasto parco pubblico a cui tutti potevano
accedere .
Una mossa intelligente, Flavi! Il nostro attuale imperatore considerava con ironia la propria
natura divina. Parlava di abbattere la Domus Aurea, sebbene al momento ci vivesse con i suoi
figli. Il lago, tuttavia, era già stato prosciugato. Il sito si trovava nella posizione migliore di
Roma, proprio alla fine della Via Sacra, in quello che era l'accesso principale al Foro.
Vespasiano intendeva usare la fossa lasciata dal lago prosciugato per erigere le fondamenta e le
strutture di una nuova, immensa arena che avrebbe portato il nome della sua famiglia .
Era la gloria della città già molto tempo prima che l'imperatore posasse la prima pietra con
la cazzuola dorata. I turisti vi si recavano regolarmente e vagavano lì attorno. Era un luogo
dove si poteva trascorrere un'ora tranquilla, o parecchie, osservando qualcun altro al lavoro.
Quella su cui sarebbe sorta l'Arena Flavia probabilmente era la più grande cavità nel terreno e
la migliore che fosse mai stata scavata .
L'ultima volta che ero stato lì a guardarla mi trovavo in compagnia del centurione
Laurenzio. Dopo la morte del cameriere di Flora, Petronio e io l'avevamo cercato. Piuttosto che
parlare a casa di sua sorella, circondati dal baccano dei bambini piccoli, eravamo andati a
passeggiare per Roma finché non eravamo finiti davanti a quel cantiere. Proprio lì avevamo
riferito a Laurenzio quello che era successo a Epimandos e gli avevamo detto di essere convinti
che fosse stato il cameriere a uccidere Censorino .
Laurenzio se lo aspettava. Aveva intuito l'intera storia riconoscendo lo schiavo fuggiasco.
Nonostante ciò, sentendosi confermare i suoi sospetti e apprendendo la malinconica fine di
quell'uomo, anche il centurione non poté fare a meno di provare una profonda amarezza .
Laurenzio, pur essendo una persona concreta, cominciò a filosofare mestamente .
«Guardate quelli, per esempio!» aveva esclamato, mentre passavamo accanto a un gruppo di
prigionieri orientali .
Stavano scavando le fondamenta, sebbene senza grande impegno .
Nei cantieri edili a volte ferve l'attività, ma in quel momento il lavoro non era certo
frenetico. «Noi legionari ci affanniamo inutilmente sotto il sole ardente con il cervello che bolle
nell'elmo» si lamentò Laurenzio sdegnato «mentre questa gente si fa tranquillamente catturare e
se la prende comoda qui a Roma... A quale scopo tutto ciò?» domandò. L'antica lamentela .
Fu allora che gli chiesi di Festo. Lui non era presente a Betel. «Ero via con un
distaccamento sotto il comando di Ceriale, in un territorio di banditi più a sud. Stavamo
ripulendo la zona intorno a Gerusalemme per preparare l'assedio, mentre il vecchio in persona
affrontava le città sulle colline.» Si riferiva a Vespasiano. «C'è qualche problema, Falco?» «Non
esattamente.» Mi sentii obbligato a mostrare una certa diffidenza. Criticare l'eroe di
un'operazione militare significa mostrarsi in disaccordo con il modo in cui è stata condotta.
Definire meno che glorioso Festo, avrebbe sminuito anche i sopravvissuti. «Mi chiedevo che
cosa fosse successo esattamente.» «Non hai ricevuto un rapporto?» «Chi crede ai rapporti?
Ricordati che sono stato anch'io nell'esercito.» «E tu che cosa pensi?» Per qualche motivo mi
ero messo a ridere, quasi a voler chiudere lì la questione. «Alla luce di quanto ho scoperto, mi
chiedo se, quando Festo si è spinto troppo avanti con i suoi traffici, il vostro consorzio furioso
per la perdita subita, non abbia deciso di scaraventarlo giù dai bastioni.» «Non c'è stata nessuna
controversia!» replicò il centurione. Fu lapidario. «Fidati del rapporto...» Non avrei saputo
nient'altro da lui .
Tuttavia, mentre si allontanava, sul punto di lasciarci, si voltò a gridare: «Credi alla storia,
Falco». Occhi severi e intelligenti, su una faccia tranquilla e fidata, mi guardavano con fiero
cipiglio. «Tu sai che cosa succede. Queste faccende sono tutte uguali quando uno si mette
d'impegno. a portarsi via Festo probabilmente è stato solo uno stupido incidente.» Aveva
ragione, anche sul fatto che dovevamo dimenticare tutti l'accaduto. Credevo quanto mi aveva
detto. Eppure non bastava. Per mia madre doveva esserci più di una semplice convinzione .
Sarei potuto andare in Pannonia. Avrei potuto trovare le persone che avevano assistito alla
morte di Festo: gli uomini della centuria di mio fratello che lo avevano seguito sui bastioni.
Sapevo già che cosa mi avrebbero raccontato. Avrebbero ripetuto quello che aveva detto
l'esercito .
Avrei potuto farli ubriacare, e allora mi avrebbero raccontato un'altra storia, ma questo solo
perché tutti i soldati ubriachi odiano l'esercito, e mentre sono ubriachi lo accusano di
innumerevoli menzogne. Quelle menzogne, però, ridiventano verità appena tornano sobri. I suoi
compagni avevano un legittimo interesse a sostenere la versione ufficiale riguardo alla
scomparsa di mio fratello. I morti devono essere eroi .
Nient'altro conta. E, se a morire è un ufficiale, tutto ciò risulta ancora più vero .
La campagna militare contro i giudei ormai era famosa: aveva prodotto un imperatore.
Nessuno si aspettava che ciò accadesse nel periodo in cui era morto Festo. La sua morte era
avvenuta in marzo o aprile, Vespasiano era stato acclamato imperatore solo in luglio, e solo
molto tempo dopo era riuscito a ottenere veramente il trono. Fino ad allora, la rivolta giudea
non rappresentava niente. Era considerata solo un ennesimo pasticcio politico che avveniva in
un luogo terribile, e il cui vero obiettivo, mascherato dalla pretesa di portare i doni della civiltà
a individui selvaggi, era quello di tenere un piede in una proficua arena commerciale. A
differenza della maggior parte dei suoi commilitoni, Festo almeno conosceva assai bene le
tinture, il vetro, il legno di cedro e i collegamenti con le vie della seta e delle spezie che
dovevamo proteggere per il nostro stesso bene. Anche con quella consapevolezza, però,
probabilmente nessuno avrebbe combattuto laggiù, non per un deserto arroventato dove non
c'erano che capre e litigiosi zeloti religiosi, forse lo avrebbe fatto solo qualcuno convinto che in
quel modo avrebbe garantito una certa gloria al proprio cadavere .
Il fatto di essere il primo uomo a superare i bastioni di una sbiadita città collinare doveva
avere un valore .
Doveva avere un valore anche per la madre che ci si lasciava alle spalle a Roma .
E così, visto che mia madre me lo aveva chiesto, feci quello che potevo. Questa incertezza
ci perseguitava tutti ormai da tre anni, ed era venuto il momento di spazzarla via .
L'Arena Flavia doveva essere costruita da manodopera opportunamente fornita dalle
conquiste di Vespasiano e di Tito: schiavi giudei .
Ero venuto a parlare con loro.
LXVIII

Era pomeriggio inoltrato quando iniziai la mia ricerca. Uno dopo l'altro dovetti affrontare
sinistri capisquadra che sorvegliavano quella masnada, e il loro atteggiamento era anche
peggiore di quello dei prigionieri. Ciascuno di loro mi mandava da un altro lurido tanghero con
una frusta. Qualcuno pretendeva denaro solo per dire no. La maggior parte di quegli uomini era
ubriaca e tutti erano sgradevoli. Quando finalmente trovai il gruppo di prigionieri che stavo
cercando, provai quasi piacere a parlare con loro dopo aver trattato con i sorveglianti .
Parlammo in greco. Siano ringraziati gli dèi per il greco, sempre lì ad aiutare un
investigatore, evitandogli di dover pagare un interprete .
«Voglio che mi raccontiate una storia.» Mi fissarono, aspettandosi qualche violenza. Questo
mi riportava alla mente brutti ricordi di una volta in cui mi ero finto uno schiavo ai lavori
forzati. Solo a ripensarci provai un senso di malessere .
Erano prigionieri di guerra, e non assomigliavano affatto ai milioni di individui rispettabili,
colti e puliti di cui avevano farneticato Manlio e Varga, i segretari, i sovrintendenti delle case,
gli addetti a piegare le toghe o a mescolare il vino che riempivano le strade di Roma,
somiglianti in tutto e per tutto ai loro eleganti padroni. Costoro erano i pochi uomini
sopravvissuti ai vari massacri giudei, scelti per fare bella figura durante il trionfo di Tito Cesare.
La maggior parte dei prigionieri, catturati a migliaia, era stata mandata ai lavori forzati in
Egitto, la provincia dell'impero, ma questi giovanotti immusoniti, sporchi e con il cranio rasato
erano stati portati a Roma prima per dare spettacolo sfilando e poi per ricostruire la città nella
campagna "Roma Resurgans" di Vespasiano .
Erano nutriti, ma gracili. Nei cantieri edili si inizia a lavorare all'alba e si smette presto. Era
pomeriggio inoltrato. Data l'ora, stavano seduti intorno ai bracieri, all'esterno dei loro affollati
bivacchi, le facce scure e infossate alla luce del fuoco mentre calavano le tenebre invernali. A
me apparivano stranieri, seppure ritengo che anche loro mi considerassero un individuo esotico
appartenente a una razza formata da individui con guance scure, credenze religiose offensive,
strane abitudini culinarie e grandi nasi adunchi .
«Su con la vita» li consolai. «Siete schiavi, ma vi trovate a Roma. Può sembrare
insopportabile per degli agricoltori l'idea di trovarsi qui a spalare fango all'infinito, ma se
sopravviverete a questo duro lavoro fino alla lavorazione della pietra e all'opera di costruzione,
sarete nel posto migliore del mondo .
Un tempo anche noi romani eravamo agricoltori. La ragione per cui ci siamo ammassati qui
fra i teatri, le terme e i luoghi pubblici è molto semplice: ci siamo resi conto che l'agricoltura
puzza. Siete vivi, siete qui, e avete la possibilità di farvi una vita migliore.» Non serviva a nulla
scherzare. Perfino con le migliori intenzioni l'invito allo stoicismo non ottenne alcun risultato .
Erano desolati e sognavano le loro capre. Tuttavia, mi lasciarono parlare. Qualunque novità
è gradita a uomini in catene .
Avevo saputo dal loro caposquadra che questi schiavi provenivano dalla zona giusta.
Spiegai quello che volevo sapere .
«È successo più o meno in questo periodo, e circa tre anni fa. C'era stata una pausa che
durava dall'autunno precedente, dopo la morte di Nerone. Forse ricorderete un periodo di
incertezza quando sono cessate le ostilità. Poi è arrivata la primavera .
Vespasiano ha deciso di rilanciare la sua campagna militare. Si è inerpicato fra le colline, da
dove provenite voi, e ha occupato le vostre città.» Mi fissarono. Dissero che non si ricordavano.
Lo dissero con l'aria di chi mi avrebbe mentito anche se ricordava .
«Tu che cosa sei?» mi chiesero. Perfino i prigionieri di guerra sono curiosi .
«Un investigatore. Trovo cose per le persone. Cose perdute... e verità perdute. La madre del
soldato mi ha chiesto di raccontarle com'è morto.» «Ti paga per questo?» «No.» «Perché lo
fai?» «Importa anche a me.» «Perché?» «Io sono l'altro suo figlio.» Era piacevolmente tortuoso
come un indovinello. La leggera emozione suscitò un secco scroscio di risate roche fra quegli
uomini demoralizzati, ridotti a trascorrere le giornate scavando fango straniero da una
gigantesca buca straniera .
Un prigioniero si alzò dalla sua posizione accosciata. Non seppi mai il suo nome. «Io me lo
ricordo» disse. Forse mentiva. Forse pensava semplicemente che mi fossi guadagnato un
racconto di qualche genere. «Vespasiano piazzava guarnigioni in tutte le città. Aveva catturato
Gofna e Acrabata. Betel ed Efraim sono venute dopo.» «Tu eri a Betel?» Giurò che c'era. Forse
ora stava mentendo. Non c'era modo di saperlo davvero. «È stata una battaglia accanita?» «Per
noi sì... ma probabilmente no.» «Non c'è stata molta resistenza?» «Poca Ma eravamo decisi a
combattere» aggiunse. «Abbiamo rinunciato quando abbiamo visto l'impeto della carica
romana.» Evidentemente pensava che desiderassi sentirmi dire quello. «È cortese da parte tua»
dissi garbatamente. «Hai visto il centurione?» «Il centurione?» «L'ufficiale. Corazza, metallo
sulle gambe, cimiero elaborato, tralcio di vite...» «L'ufficiale che guidava la carica?» «L'ha
guidata?» «Dalla prima linea!» disse sorridendo il prigioniero, certo che mi avrebbe fatto
piacere. Forse era stato anche lui un soldato .
«Ma è caduto?». «È stato sfortunato.» «Come?» «Una freccia si è infilata in qualche modo
fra l'elmo e la testa.» Gli credetti. Quell'uomo aveva visto il nostro ragazzo. L'elmo legato male.
C'era da aspettarselo. Sempre slacciato, sfibbiato, la cintura chiusa a metà. Odiava sentirsi
intrappolato .
Amava andare tranquillamente in battaglia con la correggia del mento che ondeggiava
libera, come se intendesse fermarsi solo un momento ad ammaccare un po' il nemico mentre era
diretto in qualche altro posto. Solo Giove sa come avesse ottenuto la promozione .
Ebbene, lo sapevo anch'io. Era maledettamente in gamba. Il nostro Festo, anche dedicandosi
solo in parte a un problema, era in grado di superare la maggior parte degli sgobboni ottusi che
si trovava di fronte. Festo era il tipo carismatico che sale fino ai vertici grazie a un genuino,
disinvolto e notevole talento. Era fatto per l'esercito, l'esercito conosceva il suo uomo.
Abbastanza stupido da mostrare di avere quel talento .
Abbastanza pacato da non offendere le istituzioni. Abbastanza intelligente, una volta
raggiunta la posizione, da tenere testa a chiunque .
E tuttavia abbastanza stupido da lasciare slacciato l'elmo. «Ti basta?» Era quello che volevo
sentire .
Prima che me ne andassi, mi si affollarono intorno con altre domande sul mio lavoro. Che
cosa facevo e per conto di chi agivo? Ripagai la loro descrizione di Betel con qualche racconto.
Erano affamati di storie, e io ne avevo parecchie da narrare. Li affascinava l'idea che chiunque,
dall'imperatore in giù, poteva ingaggiarmi e mandarmi in giro per il mondo come agente,
volevano perfino assumermi per un incarico. (Non avevano denaro, ma ormai eravamo in buoni
rapporti e avevo accennato al fatto che metà dei miei "rispettabili" clienti si dimenticava di
pagare.) «Allora qual è la vostra richiesta?» «Vorremmo che tu recuperassi una cosa.»
Iniziarono un lungo resoconto su un oggetto sacro.. Li dovetti interrompere. «Sentite, se
riguarda i tesori che il conquistatore Tito ha preso dal vostro tempio a Gerusalemme e ha
consacrato al Campidoglio, scordatevelo! Rubare trofei dall'altare più sacro di Roma non rientra
nel mio campo di attività.» Gli schiavi si scambiarono occhiate furtive. Ero incappato in un
mistero molto più antico. Incuriosito, insistetti affinché mi raccontassero altri particolari. Quello
che avevano perduto era una grande scatola molto antica a forma di nave, sormontata da due
figure alate e sostenuta da due aste per il trasporto .
I giudei volevano trovarla perché possedeva proprietà magiche che credevano li avrebbe
aiutati ad abbattere i loro nemici .
Pur non desiderando affatto che i miei concittadini fossero colpiti dal fulmine o uccisi da
malattie mortali (be', per lo meno non avrei voluto che ciò accadesse a molti di loro), ero tentato
di accettare. Amo le storie assurde. Ma non ero pronto a spiegare a Elena un incarico così
singolare .
Sorrisi. «Sembra che abbiate bisogno di qualcuno veramente temerario per questo lavoro! Io
mi occupo di divorzi, un'attività abbastanza ardua, ma non credo di potermi impegnare nella
ricerca di arche perdute...» Ripagai le loro informazioni riguardo a Festo con parecchio denaro,
e ci separammo da amici .
Mentre mi facevo strada per lasciare il bivacco, il prigioniero sconosciuto mi gridò: «E stato
eroico. Ha messo tutto il cuore in quell'impresa. Fai sapere a sua madre che l'uomo che cerchi...
tuo fratello... era un vero guerriero!» Non credetti a una sola parola. Ma ritenevo di essere
pronto a raccontare una menzogna .
LXIX

Non so dire se fossi soddisfatto, ma mi sentivo abbastanza sollevato da offrirmi un piccolo


festeggiamento: dal Foro risalii la Via Flaminia fino alla casa dei collezionisti. Poi mi unii alla
ressa che si stava radunando nella loro galleria per ammirare il Fidia .
Uomini e donne eleganti se ne stavano lì attorno con quell'aria impaurita che hanno le
persone quando osservano un'opera d'arte straordinaria senza il relativo catalogo. Le donne
indossavano sandali d'oro che facevano male ai piedi .
Gli uomini si stavano tutti domandando fra quanto se ne sarebbero potuti andare senza
sembrare scortesi. Vassoi d'argento con pezzi piccolissimi di dolci alle mandorle venivano fatti
circolare per ripagare chi era venuto a rendere omaggio .
Come sempre in quelle occasioni, prima avevano servito del vino, ma quando arrivai il
cameriere con il vassoio era già sparito .
Poseidone appariva autentico. Fra gli altri dèi di marmo, il nostro reggeva il confronto.
Provai un certo moto d'orgoglio .
Ma mi sentii ancora meglio quando Caro si avvicinò, la faccia triste che una volta tanto
sembrava quasi felice, con Servia aggrappata al suo braccio .
«Ha un aspetto imponente.» Mi misi in bocca un pezzetto di mandorla. «Qual è la
provenienza?» I due raccontarono con disinvoltura la storia dell'illustre senatore e di suo
fratello che importava oggetti dall'Oriente .
Ascoltai attentamente. «Un fratello di Camillo? Non quello sulla cui reputazione si nutre
qualche sospetto? Ho sentito raccontare storie equivoche su di lui... non era un mercante che
trattava merci di dubbia provenienza, e che è morto in circostanze misteriose?» Mi voltai a
fissare la statua. «Bene, certamente sapete quello che state facendo!» commentai. Poi me ne
andai .
Dietro di me avevo lasciato un insidioso tarlo di sfiducia che aveva già incominciato a
rodere morbosamente .
LXX

La festa a casa di mia madre che avevo voluto evitare era finita .
«Abbiamo saputo della tua disavventura, così li ho spediti a casa.» Mamma aveva la voce
burbera .
«Gemino ha mandato un messaggio per informarci di quello che era successo» spiegò Elena
in tono sommesso .
«Ti ringrazio, papà!» «Non brontolare. Il messaggio era soprattutto per avvertirci di badare
a te. Non vedendoti arrivare, eravamo terribilmente preoccupate. Ti ho cercato dappertutto.»
«Sembri Marina che rastrellava tutte le osterie in cerca di mio fratello.» «È proprio nelle osterie
che ti ho cercato» confermò lei con un sorriso. Vedeva che non ero ubriaco .
Mi sedetti al tavolo di cucina di mia madre. Le mie donne mi osservarono come se fossi
qualcosa che avrebbero dovuto chiudere in una coppa e mettere fuori sulla scala del retro .
«Ricordatevi che avevo un lavoro da fare. Una certa persona mi ha incaricato di indagare su
Didio Festo.» «E che cosa hai scoperto?» domandò mamma. «Niente di buono, credo di poter
dire!» Non sembrava cambiata .
«Lo vuoi sapere?» Lei ci pensò. «No» disse. «Lasciamo stare, eh?» Sospirai dolcemente. I
clienti sono fatti così. Vengono a pregarvi di salvare loro la pelle, poi, dopo che per settimane
avete lavorato duramente nonostante la misera ricompensa promessa, quando portate la risposta
vi fissano come se foste un mentecatto a infastidirli con quelle notizie insignificanti. Il fatto che
questo caso riguardasse la mia famiglia non migliorava le cose, anche se almeno conoscevo fin
dall'inizio le persone e quindi mi aspettavo tutto ciò .
Davanti a me comparve una ciotola di cibo. Mamma mi arruffò i capelli. Sapeva che non lo
sopportavo, ma lo faceva lo stesso. «È tutto risolto?» Si trattava di una domanda puramente
retorica, intendeva consolarmi fingendosi interessata .
Cercai di farmi valere. «Tutto all'infuori del coltello!» «Mangia la tua cena» disse mia
madre .
Elena mormorò a mamma in tono di scusa: «Temo che Marco si sia fissato con l'idea di
seguire le tracce del tuo vecchio coltello da cucina» .
«Oh, davvero!» sbottò mia madre. «Non vedo il problema.» «Credo che l'avesse preso
papà.» «Naturalmente.» Sembrava assolutamente calma. Mi strozzai. «Me l'avresti potuto dire
subito!» «Oh, credevo di averlo fatto...» Non avrei ottenuto nulla cercando di metterla alle
strette. Adesso la colpa era mia .
«Perché ti agiti tanto?» Dovevo proprio essere esausto, perché le feci una domanda che
nessuno, per riguardo alla sua sensibilità, le aveva mai posto: «Se papà ha rubato il coltello
quando se ne è andato di casa, come ha fatto ad arrivare all'osteria?» Mia madre sembrava
offesa di avere allevato un tale stupido .
«È evidente! Era un buon coltello, non lo si getta via. Ma quella sua donna non avrebbe
certamente voluto roba di qualcun altro fra i propri utensili da cucina. Alla prima occasione, ha
trovato al coltello una sistemazione decorosa da qualche altra parte. Io avrei fatto altrettanto»
disse mamma, senza alcuno spirito di vendetta .
Elena Giustina sembrava sforzarsi di non scoppiare a ridere .
Dopo un attimo di silenzio, fu Elena ad azzardare una domanda perfino più ardita: «Giunilla
Tacita, che cosa non ha funzionato fra te e Gemino, tanti anni fa?» .
«Favonio» rispose mia madre, piuttosto seccata. «Si chiamava Favonio!» Aveva sempre
detto che cambiare nome e fingere di essere diventato qualcun altro era ridicolo. Mio padre
(sosteneva mia madre) non sarebbe mai cambiato .
«Per quale ragione se ne è andato?» Elena aveva ragione. Mia madre era forte. Non c'era
alcuna necessità di girare intorno a quegli argomenti delicati che lei a suo tempo aveva dovuto
affrontare in modo diretto. Mamma rispose con franchezza: «Nessuna ragione in particolare.
Troppe persone stipate in uno spazio ristretto. Troppi bisticci e troppe bocche da sfamare. E poi
a volte le persone si lasciano» .
Dissi: «Non ti ho mai sentita raccontarlo a nessuno prima!» .
«Tu non l'hai mai chiesto.» Non avevo mai osato. Mangiai la mia cena, tenendo la testa
bassa. Dopo aver fronteggiato la famiglia, un uomo ha bisogno di riprendere forza .
Elena Giustina stava sfruttando l'occasione per indagare. Avrebbe dovuto fare
l'investigatore: non provava il minimo imbarazzo a porre domande indiscrete. «Che cosa ti ha
convinto a sposarlo? Immagino dovesse essere molto bello da giovane.» «Lui lo pensava!»
Mamma ridacchiò, dando a intendere che secondo lei non lo era. «Dato che me lo chiedi,
sembrava un buon partito, con un'attività sua e senza scocciatori. Mangiava con gusto. Mi
piaceva il modo in cui ripuliva la ciotola della cena!» Insolitamente fu sopraffatta da un velo di
nostalgia. «Aveva un sorriso che poteva spaccare le noci.» «Che cosa significa?» domandai con
aria torva. «Io lo so!» Elena Giustina stava ridendo, probabilmente di me .
«Ebbene, deve avermi colta in un momento di debolezza» concluse mamma .
Le riferii quello che avevano detto i prigionieri sul suo famoso figliolo. Lei ascoltò, ma era
impossibile capire che cosa pensasse o se fosse contenta di saperlo .
Dopo di che dovette avere un altro momento di debolezza, poiché all'improvviso esclamò:
«Allora lo hai lasciato ai Saepta?» .
«Chi? Gemino?» «Qualcuno dovrebbe portarlo via da lì.» Provai uno spaventoso e ben noto
senso di oppressione rendendomi conto che ancora una volta mia madre aveva in mente un
lavoro sgradito per me. «Non dovrebbe essere lasciato lì da solo, a rimuginare e ubriacarsi. È
martedì!» mi informò mamma. «Non ci sarà nessuno a casa sua.» Esatto. Papà mi aveva detto
che la sua favolosa rossa, Flora, sarebbe stata all'osteria, per la sua visita settimanale, a
occuparsi della contabilità. «C'è un cameriere nuovo in quell'osteria, e lei vorrà sorvegliarlo.»
Non riuscivo quasi a credere a ciò che sentivo. Riguardo alla famiglia, mia madre sapeva tutto.
Non c'era modo di nasconderle qualcosa, nemmeno andando via di casa per vent'anni .
«Non intendo essere responsabile...» brontolai senza molta convinzione .
Poi, inutile dirlo, uscii per andare ai Saepta.
LXXI

I Saepta in teoria avrebbero dovuto chiudere la sera, ma raramente lo facevano. Le botteghe


dei gioiellieri concludono la maggior parte dei loro affari la sera tardi. Mi era sempre piaciuta
l'atmosfera che regnava dopo cena. C'erano piccole lampade accese intorno ai portici. Le
persone si rilassavano. Si sentivano lievi odori di carne aromatizzata e pesce fritto provenienti
dai vassoi degli ambulanti che vendevano cibo caldo .
Le piccole botteghe sembravano luccicanti caverne piene di tesori con le luci che si
riflettevano sulle gemme e gli oggetti di metallo. Oggetti di nessun valore che durante il giorno
non avreste degnato neppure di uno sguardo si trasformavano in opere d'arte assai desiderabili .
L'ufficio di mio padre aveva perso il suo arredamento egizio ma aveva acquistato, grazie a
una vendita imminente, un piede di elefante, equipaggiamento da guerra africano che emanava
uno strano odore, un trono di pietra che poteva trasformarsi in una latrina personale, due
pentoloni di rame, tre alti sgabelli, un piccolo obelisco (adatto come ornamento da giardino) e
una serie di caraffe di vetro piuttosto belle .
«Vedo che hai nuovamente intenzione di guadagnare una fortuna con il ciarpame! Quel
vetro color porpora scuro si potrebbe vendere veramente bene.» «Infatti. Ti dovresti mettere in
società con me, potresti essere bravo in questo lavoro.» Mio padre sembrava sobrio: una vera
sorpresa .
«No, grazie.» Restammo a fissarci, pensando entrambi all'imbroglio non riuscito della
statua. Eravamo furenti l'uno con l'altro. «Ho fatto del mio meglio, papà. Sono andato a casa di
Caro questa sera e ho insinuato il dubbio che abbiano acquistato un falso. Può darsi che abbiano
il Fidia, ma non se lo gusteranno mai.» «È davvero splendido!» brontolò con sarcasmo mio
padre. «Alcuni convincono i clienti che i falsi sono autentici. Noi invece abbiamo la vita più
difficile: facciamo finta che l'oggetto autentico sia un imbroglio!» Si lanciò nell'adulazione
tipica della nostra famiglia: «È tutta colpa tua!» \\[, ;. . «Lo ammetto. Fine dell'argomento.»
«Ho lasciato a te la responsabilità» inveì risentito. «Oronte era un tuo conoscente! Lo
rintraccerò, non preoccuparti» promisi, pregustando l'idea di rompere la testa allo scultore .
«Inutile. Sarà già lontano parecchie miglia con quella lurida sgualdrina di Rubinia.» Mio
padre era furioso quanto me .
«Non sono stato con le mani in mano nemmeno io, sono andato a trovare Varga e Manlio.
Quell'uomo ha proprio lasciato Roma.» «Lo riporterò indietro!» insistetti. «Abbiamo ancora
quattro blocchi di eccellente marmo di Paros.» «Non funzionerà» replicò papà in tono ostile.
«Non puoi costringere un artista a creare a comando. Potrebbe spaccare la pietra oppure
trasformarla in un grossolano cupido con un sedere increspato che non metteresti nemmeno su
una vaschetta per uccelli. O in una ninfa da salottino privato!» (Il suo peggiore insulto.) «Lascia
che me ne occupi io. Troverò 'qualcuno.» «Fantastico! Uno dei tuoi scultori da strapazzo,
immagino. Ritorniamo ai nasi falsi attaccati a busti danneggiati, agli oggetti nuovi fiammanti
anticati, ai manici greci applicati a urne etrusche...» «Ho detto che troverò qualcuno! Qualcuno
in grado di farci una copia decente.» «Un bel Lisippo?» ironizzai. «Un bel Lisippo» concordò
mio padre, senza battere ciglio .
«Meglio ancora, quattro. I lottatori avrebbero successo.» «Ho perso ogni interesse» mi
lamentai amaramente. «Non sono tagliato per tutto questo. Non so niente di scultura. Non
riesco mai a ricordare se si ritiene che il canone delle perfette proporzioni sia rappresentato dal
Doriforo di Policleto e dal Discobolo di Lisippo...» «È il contrario» disse mio padre. In realtà
sapevo di avere detto la cosa giusta. Cercava solo di intimidirmi. «Ed è l'Apoxiomenos, non il
Discobolo, a rappresentare il canone.» «Quattro lottatori, allora.» Sconfitto dalla sua
instancabile scelleratezza, mi calmai. Un nuovo scultore avrebbe richiesto una provvigione, ma
quattro copie ben fatte di originali in voga ci avrebbero procurato qualcosa di più che un
semplice regalo di compleanno .
«Occorre che tu impari a stare tranquillo» fu il consiglio di papà. «Ti farai male infuriandoti
così ogni volta che le Parche ti offrono una piccola sconfitta.» Era l'ipocrita più sfacciato di
questo mondo .
Mi accorsi che ce ne stavamo tutti e due a braccia conserte, schiumanti di rabbia. Con gli
stessi capelli scarmigliati e il petto in fuori, dovevamo sembrare una coppia di antichi guerrieri
che si fronteggiano sotto il bordo ornato di un'urna cineraria. A mio padre venne in mente di
chiedermi per quale motivo fossi venuto .
«Correva voce che fossi ubriaco. Mi hanno mandato per ficcarti la testa sotto una fontana e
trascinarti a casa sano e salvo.» «Sono sobrio, ma mi ubriacherò insieme a te ora, se ti va» si
offrì papà. Scossi il capo, benché sapessi che in quel modo intendeva propormi una specie di
tregua .
Si sedette comodamente sul vecchio divano, osservandomi con attenzione. Ricambiai lo
sguardo. Poiché era assolutamente sobrio e apparentemente non stava rimuginando, pensai
fosse giunto il momento di porre fine alla mia inutile visita .
Qualcosa però mi tratteneva. Inconsciamente un pensiero occupava la mia mente .
«Allora, perché stai indugiando, Marco? Vuoi parlare di qualcosa?» «Non c'è più niente da
dire.» Non mi sarebbe capitata un'altra opportunità per fargli una richiesta del genere, quindi
affrontai l'argomento senza esitare: «Potrei chiederti un favore, però.» Mio padre restò sorpreso,
ma si riprese immediatamente: «Non sforzarti troppo!» .
«Te lo chiedo una volta, e se dici di no dimentichiamo la cosa.» «Non facciamone una danza
pitica.» «D'accordo. Tu hai cinquecentomila sesterzi rinchiusi dentro il forziere nella parete alle
tue spalle, vero?» Mio padre si mostrò cauto. Abbassò prudentemente la voce .
Senza volere, lanciò un'occhiata alla cupa tenda rossa dietro il divano. «Be' sì, sono lì... al
momento» aggiunse, come se sospettasse che avessi in mente di rubarglieli. Il suo fare
sospettoso mi rassicurò. Certe cose restavano deliziosamente normali, anche se provavo un
senso di nausea e vertigine .
«Tieni conto di questo, allora, papà. Anche se non avessimo trovato lo Zeus, eri così
angosciato all'idea che rovinassero le tue vendite all'asta che avremmo dato il denaro a Caro
senza alcuna speranza di recuperarlo. Adesso sia il tuo forziere sia la mia cassetta bancaria
sarebbero vuoti.» «Se vuoi indietro il tuo contributo...» «Voglio di più» mi scusai .
Mio padre sospirò. «Credo di sapere che cosa devo aspettarmi.» «Questa sarà la prima e
unica volta in vita mia che ti chiederò aiuto, te lo prometto.» Respirai profondamente. Non era
necessario che pensassi a Elena, negli ultimi dodici mesi non avevo fatto altro. «Vorrei un
prestito.» «Bene, a che cosa servono i padri?» Mio padre non riusciva a decidere se prendermi
in giro oppure lamentarsi. Non dava alcun segno di voler rifiutare, nemmeno per scherzo .
Quella richiesta aveva reso nervoso anche me. Gli rivolsi un largo sorriso. «Ti lascerò
vedere i nipotini!» «Che altro posso chiedere?» scherzò Gemino. «Erano quattrocentomila?
Caro ha pagato in grossi pezzi d'oro. A quattro sesterzi il denario e venticinque denari all'aureo,
faranno quattromila...» «Dovranno essere investiti in terra italica.» «Allora, vada per la terra.
Ritengo di poter trovare un agente che acquisti per noi un acquitrino nel Latium o un pezzo di
boscaglia albana...» Si alzò dal vecchio divano e spostò la tenda, prendendo la chiave dalla sua
cinghia unta. «Vorrai dare un'occhiata al denaro.» Stetti al suo fianco mentre apriva il forziere.
Ancora prima che il coperchio fosse completamente sollevato, vidi il lieve luccichio degli aurei
che sfavillavano sotto il pesante legno lavorato. Il forziere era pieno. Non avevo mai visto tanto
oro .
Quello spettacolo era allo stesso tempo confortante e terribile. «Te li restituirò.» «Prenditela
comoda» disse amabilmente mio padre. Sapeva quanto mi fosse costato tutto ciò. Sarei stato in
debito con lui per il resto della mia vita, e il denaro non c'entrava. I quattrocentomila sesterzi
rappresentavano solo una parte del debito .
Abbassò il coperchio e chiuse a chiave il forziere. Ci stringemmo la mano. Dopo di che
andai direttamente al Palatino e chiesi di vedere Vespasiano .
LXXII

Sotto gli imperatori Flavi il palazzo imperiale era amministrato in modo così professionale
da risultare assolutamente sobrio. Restavano abbastanza sciocchezze neroniane da far apparire
quasi ridicoli, per contrasto, i loro seri sforzi. Sotto i pannelli dalle mirabili pitture, i soffitti a
stucco dai frivoli arabeschi, l'esagerato avorio scolpito e l'oro laminato ammassato, squadre di
severi burocrati ora lavoravano duramente per salvare l'impero dalla bancarotta e renderci tutti
orgogliosi di appartenere a Roma. La stessa Roma veniva ricostruita e i suoi monumenti più
famosi restaurati meticolosamente mentre nuove aggiunte all'eredità nazionale, scelte con cura,
sarebbero state collocate in luoghi adeguati: un Tempio della Pace, come piacevole contraltare
al Tempio di Marte, l'Arena Flavia, un arco qui, un foro là, con un certo numero di eleganti
fontane, statue, biblioteche pubbliche e terme .
Il Palazzo aveva i suoi momenti di tranquillità, e questo era uno di essi. Si tenevano
banchetti, poiché un allegro banchetto ben organizzato rappresenta la forma di diplomazia più
popolare. Il regime dei Flavi non era né meschino né freddo .
Attribuiva grande importanza a insegnanti e giuristi. Ripagava gli artisti. Con un po' di
fortuna, avrebbe ripagato perfino me .
In circostanze normali, le petizioni personali per la promozione sociale sarebbero state
affidate ai cerimonieri del Palazzo, in attesa di una decisione che avrebbe richiesto forse
parecchi mesi, anche se la revisione degli elenchi senatoriali ed equestri costituiva una priorità
per i Flavi. Uno dei primi atti di Vespasiano era stato quello di nominarsi censore, con
l'intenzione di fare i conti a scopi fiscali e di portare sangue nuovo nei due ordini ai quali si
attingeva per occupare le cariche pubbliche. Aveva le sue idee riguardo alle persone adatte, ma
non disprezzava assolutamente la nobile arte romana di proporsi. Come avrebbe potuto, dopo
che lui stesso, membro abbastanza disprezzato del Senato, si era proposto con successo per la
carica di imperatore? Aggiungere il mio rotolo di pergamena al cumulo di documenti che
giaceva nell'ufficio di un cerimoniere non si addiceva al mio temperamento. Essendo
conosciuto come agente imperiale, entrai con l'aria di avere in mente un oscuro affare di stato
ed evitai la coda .
Speravo di trovare il vecchio imperatore ben disposto dopo cena. Vespasiano lavorava
presto e tardi, la virtù contadina che più gli rendeva merito era quella di far sì che le cose
venissero realizzate. Mi presentai da lui di sera, perché si trattava del momento della giornata in
cui solitamente era di buon umore e quindi in cui era opportuno chiedergli i favori, con la mia
toga e gli stivali migliori, la barba e i capelli acconciati con cura ma non tanto da apparire
effemminato, deciso a ricordargli le missioni che avevo portato a termine con successo e le
promesse che mi aveva fatto in passato .
Come sempre, lasciai la mia buona sorte di guardia alla porta. Vespasiano era fuori Roma .
I Flavi erano famosi per fare gioco di squadra. La carta vincente di Vespasiano era quella di
avere due figli adulti che garantivano stabilità a lungo termine. Il figlio maggiore Tito ormai di
fatto condivideva l'esercizio dei poteri imperiali, perfino il più giovane, Domiziano, si occupava
attivamente di questioni ufficiali. La sera in cui arrivai a chiedere un passaggio di classe,
entrambi i figli dell'imperatore si trovavano al lavoro. Il cerimoniere, che mi conosceva, mi
chiese di scegliere quale dei due Cesari volevo vedere. Ancora prima di prendere una decisione
capii che la scelta migliore sarebbe stata quella di andarmene. Ma ero pronto all'azione e non
potevo tirarmi indietro .
Non potevo nemmeno chiedere a Tito, che una volta aveva messo gli occhi su Elena, di
venire incontro alla mia richiesta affinché potessi sposarla. Non c'era stato niente fra di loro (per
quanto avessi potuto appurare), ma senza la mia presenza qualcosa probabilmente sarebbe
successo. Tito aveva un carattere affabile, ma detesto avanzare richieste che vadano oltre ogni
ragionevole limite. Il tatto dovette prevalere .
«Sceglierò Domiziano.» «La decisione migliore. Si occupa molto degli incarichi pubblici di
questi tempi!» Ci fu una risata fra il personale del Palazzo. Il fervore con cui Domiziano
distribuiva cariche a destra e a manca gli aveva procurato critiche perfino dal mite padre .
Pur avendo evitato la coda dovetti aspettare a lungo. Finii con il rimpiangere di non essermi
portato una delle enciclopedie del giudice da leggere o il mio testamento da scrivere. Ma
finalmente arrivò il mio turno ed entrai .
Domiziano Cesare aveva ventidue anni. Di bell'aspetto, solido come un torello, testa
ricciuta, ma dita leggermente deformi .
Allevato fra le donne mentre suo padre e Tito erano lontani, impegnati in incarichi pubblici,
diversamente dal fratello maggiore che possedeva un temperamento mite, aveva assunto
quell'aria ostinata che di solito si riscontra più frequentemente nei figli unici. Nei suoi primi atti
al Senato aveva compiuto alcuni errori, e in conseguenza di ciò era stato retrocesso a
organizzare celebrazioni e competizioni poetiche. Ora si comportava bene in pubblico, ma
tuttavia non mi fidavo di lui .
La mia sfiducia dipendeva da ragioni precise. Sapevo cose su Domiziano che lui non
avrebbe voluto fossero divulgate. La sua fama di cospiratore era fondata, e io avrei potuto
accusarlo di un grave crimine. Avevo promesso a suo padre e a suo fratello che avrebbero
potuto contare sulla mia discrezione, ma era stata questa mia consapevolezza a indurmi a
scegliere lui fra i due giovani Cesari, e quella sera andai a incontrarlo pieno di baldanza .
«Didio Falco!» Mi aveva annunciato qualche funzionario. Era impossibile capire dal suo
saluto se il giovane principe si ricordasse di me. Indossava la porpora. Rappresentava un suo
privilegio. La sua corona, abbastanza semplice, era posata su un cuscino .
Non c'erano copiosi grappoli di uva né calici tempestati di gemme, le ghirlande erano
pochissime e di certo non c'erano neppure sinuose danzatrici che si contorcevano in giro per la
sala. Domiziano si occupava degli affari pubblici con la stessa serietà con cui lo facevano
Vespasiano e Tito. Non era certo un debosciato paranoide del tipo di qualche membro della
dinastia dei GiulioClaudi. Tuttavia sapevo che era pericoloso .
Era pericoloso, e io potevo provarlo. Ma dopo tanti anni di attività, avrei dovuto capire che
tutto ciò non rendeva sicura la mia posizione .
La sala, naturalmente, era affollata di persone appartenenti al seguito. Com'era abitudine
nella sala delle udienze dei Flavi, schiavi dall'aria indaffarata svolgevano tranquillamente le
loro mansioni, senza alcuna apparente supervisione. Ma c'era anche qualcun altro. Domiziano
fece un cenno in direzione di una figura che se ne stava appartata .
«Ho chiesto ad Anacrite di unirsi a noi.» La mia richiesta di un'udienza doveva essere stata
riferita molto prima che venissi effettivamente convocato e quella presenza sciagurata
probabilmente era stata sollecitata mentre mi annoiavo nella lunga attesa. Domiziano pensava
che fossi lì in veste di agente .
Aveva convocato un aiuto. Anacrite era la Prima spia del Palazzo .
Era teso e riservato, occhi chiari, ordinato in modo quasi maniacale, grazie a lui l'arte
occulta del sospetto e della gelosia aveva raggiunto livelli incredibili .
Di tutti i meschini tiranni che facevano parte del segretariato del Palazzo era il più abietto, e
di tutti i nemici che avrei potuto trovare a Roma era quello verso cui provavo l'odio più
profondo .
«Grazie, Cesare. Non c'è bisogno che tu lo trattenga. I miei affari sono di carattere
personale.» Nessuno reagì .
Anacrite rimase. «E quali sarebbero i tuoi affari?» Respirai profondamente. Le palme delle
mie mani sudavano in modo inspiegabile. Mantenni la voce bassa e regolare .
«Qualche tempo fa tuo padre ha scommesso con me che se fossi riuscito a presentare i
requisiti finanziari, mi avrebbe fatto diventare membro della classe media. Sono tornato di
recente dalla Germania, dove ho portato a termine diverse operazioni per conto dello Stato. Ora
desidero sposarmi e condurre un'esistenza più tranquilla. Il mio anziano padre è d'accordo con
questa decisione. Ha depositato quattrocentomila sesterzi presso un agente immobiliare, perché
siano investiti a mio nome. Sono venuto a chiedere l'onore che tuo padre mi ha promesso.»
Molto efficace. Decisamente misurato. Domiziano fu ancora più misurato. Si limitò a
chiedermi: «Sei un investigatore, vero?» .
Addio all'elegante retorica. Avrei dovuto dire: «Sei un verme e io posso provarlo. Firma
questa pergamena, Cesare, o vomiterò tutti gli scandali dal Rostro e ti distruggerò!» .
Sua maestà imperiale non guardò nemmeno Anacrite. Anacrite non ebbe bisogno di
parlargli. A parte il fatto che tutto doveva essere stato stabilito fra quei due ancora prima che io
varcassi la soglia per la mia fatale udienza, le regole erano assolutamente chiare. Domiziano
Cesare le specificò: «Nel riformare l'ordine senatoriale e quello equestre, mio padre mirava a
procurarsi gruppi di persone rispettabili e meritevoli da cui poter scegliere futuri candidati per
le cariche pubbliche .
Tu sostieni forse» chiese, con un tono misurato che non potevo contestare «che gli
investigatori dovrebbero essere considerati uomini rispettabili e meritevoli?» .
Cercai di difendermi nel modo peggiore: dissi la verità. «No, Cesare. È un lavoro infame e
disgustoso, raccattare segreti nei più infidi recessi della società. Gli investigatori trafficano in
tradimento e sventura. Gli investigatori si guadagnano da vivere con la morte e le disgrazie
altrui.» Domiziano teneva lo sguardo fisso. Tendeva a essere cupo. «Tuttavia, sei stato utile allo
Stato?» «Spero di sì, Cesare.» Ma la conclusione era inevitabile. Domiziano dichiarò: «Può
darsi. Ma non mi sento in grado di accogliere questa richiesta» .
Dissi: «Sei stato estremamente cortese. Grazie per avermi concesso il tuo tempo» .
Lui aggiunse, con la diffidenza che caratterizzava i Flavi: «Se pensi che sia stata commessa
un'ingiustizia, potrai chiedere a mio fratello o all'imperatore di riesaminare il tuo caso» .
Sorrisi amaramente. «Cesare, tu mi hai offerto una sentenza ponderata che si ispira ai
principi sociali più elevati.» Dal momento che Domiziano si era pronunciato a mio sfavore,
sarebbe stato inutile protestare. Tito probabilmente si sarebbe rifiutato di considerare la
questione. Sapevo senza esporci ad altri affanni che Vespasiano avrebbe sostenuto il figlio.
Come avrebbe detto il mio di genitore, a che cosa servono i padri se no? Dissi ironicamente:
«Non posso accusarti di nessuna ingiustizia, Cesare, solo di ingratitudine. Senza dubbio
informerai tuo padre di quello che penso, la prossima volta che avrà bisogno di me per qualche
schifosa missione che va oltre le capacità dei vostri normali diplomatici, vero?» .
Chinammo entrambi il capo in modo civile e abbandonai la sala delle udienze .
Anacrite mi seguì fuori. Sembrava sconvolto. Pareva perfino appellarsi a un qualche
cameratismo legato al nostro lavoro .
Era una spia, e sapeva mentire bene. «Falco, io non c'entro affatto in tutto questo.»
«D'accordo.» «Domiziano Cesare mi ha chiamato perché pensava che tu volessi parlare del tuo
lavoro in Germania.» «Oh, questa sì che è bella» dissi con ira. «Dal momento che tu non hai
avuto niente a che fare con i miei successi in Germania!» La spia stava ancora protestando.
«Perfino gli schiavi emancipati possono comprarsi l'accesso alla classe media! Hai intenzione
di opporti alla sua decisione?» Le spie sono persone stupide .
«Che contestazioni posso avanzare? Ha seguito le regole. Al suo posto, Anacrite, io avrei
fatto lo stesso.» Poi, sapendo che probabilmente era un liberto, aggiunsi: «Inoltre, chi può
ambire ad avere la stessa posizione degli schiavi?» .
Me ne andai dal Palazzo come un condannato al carcere a vita a cui era stato annunciato che
avrebbe beneficiato di un'amnistia. Continuavo a ripetermi che in fondo per me era un sollievo .
Solo mentre mi dirigevo con passo pesante a prendere Elena a casa di mia madre, mi
concessi di provare crescente sconforto per le perdite subite quel giorno, che comprendevano la
dignità e l'orgoglio, a cui ora avrei dovuto aggiungere l'ambizione, la fiducia e la speranza .
LXXIII

Non sapendo come affrontare Elena Giustina, andai a ubriacarmi .


Da Flora c'erano lampade lungo entrambi i banconi. Il nuovo cameriere mostrava una
premura e un'attenzione che ti. dovevano aver già fatto perdere all'osteria parecchi dei vecchi
abulici clienti. Nemmeno una briciola deturpava i banconi di finto marmo che lui passava con
uno strofinaccio a intervalli di pochi secondi, mentre aspettava ansioso di servire i pochi
ubriachi nervosi. Quello che Flora aveva guadagnato in pulizia l'aveva perso in atmosfera .
Tuttavia, le cose sarebbero cambiate. L'atmosfera squallida era troppo radicata per sparire
all'improvviso. Il vecchio andazzo prima o poi sarebbe tornato .
Fui lieto di scoprire che conoscevo il nuovo cameriere. «Apollonio! Rimpiazzi il cameriere
in attesa di tornare a insegnare?» «Offerto dalla casa!» disse lui con orgoglio, posando una
coppa a sei dita dal mio gomito e accompagnandola con un piatto contenente venti noci .
Non era possibile ubriacarsi in un ambiente così asettico. Le buone maniere mi impedivano
di costringere quell'individuo entusiasta ad ascoltare i miei patetici vaneggiamenti o ad
asciugarmi le lacrime. Riuscii a chiacchierare per un minuto, poi scolai la coppa. Stavo giusto
per andarmene quando una donna uscì dalla stanza sul retro con le maniche arrotolate,
asciugandosi le mani con una salvietta .
Per un attimo pensai che fosse mia madre. Era piccola, ordinata e, inaspettatamente, grigia
di capelli. La faccia era affilata, gli occhi stanchi e diffidenti verso gli uomini .
Me ne sarei potuto andare anche se lei mi aveva visto. Invece respirai profondamente. «Tu
devi essere Flora.» Non rispose. «Sono Falco.» «Il figlio minore di Favonio.» Dovetti sorridere
per l'ironia del mio insensato genitore che era fuggito verso una "nuova vita" quando perfino la
donna che aveva portato con sé si ostinava a usare il suo vecchio nome .
Lei probabilmente si stava chiedendo se costituissi in qualche modo una minaccia. Forse,
quando si trovava da quelle parti, Festo l'importunava, ma, forse, capiva che io ero diverso .
«Posso chiederti di riferire un messaggio a mio padre? Si tratta di cattive notizie, temo.
Digli che sono andato al Palazzo, ma mi hanno respinto. Gli sono grato, ma il suo prestito non
sarà più necessario.» «Sarà molto deluso» commentò la rossa, che non era più rossa. Scacciai la
collera che provai al pensiero di loro due intenti a discutere di me .
«Sopravviveremo tutti» le dissi. Parlando come se fossimo un'unica splendida famiglia
molto unita .
«Forse avrai un'altra opportunità» mi prospettò pacatamente Flora, come una qualunque
lontana parente che consoli un giovanotto appena giunto ad annunciare un fallimento nel giorno
peggiore della sua vita .
Ringraziai Apollonio per il vino e tornai a casa da mia madre .
Fui accolto da troppe voci. Non potevo entrare. Elena probabilmente mi stava aspettando.
Quando raggiunsi di nuovo i piedi delle scale, deciso ad andarmene da solo, la sua voce mi
chiamò: «Marco, sto arrivando... aspettami!» .
Aspettai mentre afferrava un mantello e scendeva di corsa: alta e risoluta, con un abito
azzurro e una collana d'ambra, Elena sapeva quello che ero venuto a dirle ancora prima di
averlo sentito. Le riferii l'accaduto mentre passeggiavamo per Roma. Poi le diedi l'altra triste
notizia: qualunque cosa avessi detto ad Anacrite, non intendevo rimanere in una città che
infrangeva le promesse .
«Ovunque andrai, verrò con te!» Era meravigliosa .
Salimmo sull'Argine, l'antico e straordinario bastione costruito dai repubblicani per cingere
la città originaria. Roma si era sviluppata ormai ben oltre quelle fortificazioni, che restavano
come monumento ai nostri progenitori e come luogo su cui arrampicarsi per contemplare la
città. Elena e io ci venivamo nei momenti difficili, per sentire l'aria della notte che spirava
intorno a noi mentre camminavamo sopra al mondo .
Dai Giardini di Micene alle pendici dell'Esquilino si levava un leggero profumo primaverile
di terra umida che si destava a nuova vita. Nubi scure e possenti avanzavano nel cielo. In una
direzione potevamo vedere la roccia brulla e scoscesa del Campidoglio, ancora priva del
Tempio di Giove, distrutto dall'incendio durante le guerre civili. Illuminato da piccole luci sulle
banchine, il fiume vi girava intorno, seguendo il suo corso serpeggiante. Alle nostre spalle
udimmo il suono di una tromba proveniente dalla caserma dei pretoriani, che suscitò una roca
ondata di schiamazzi di ubriachi usciti da un'osteria nei pressi della Porta Tiburtina. Sotto di
noi, alcune scimmie cianciavano fra i chioschi malfamati dove veggenti e burattinai
intrattenevano la parte scadente della società che perfino in inverno si divertiva all'aperto. Le
strade erano piene di carri e asinelli, l'aria squarciata da grida e dalle campanelle dei finimenti.
Cantilene e cembali esotici annunciavano i sacerdoti supplicanti e gli accoliti di qualche culto
sgradevole .
«Dove andremo?» domandò Elena mentre passeggiavamo. Le ragazze rispettabili si
lasciano entusiasmare così facilmente .
Educata a essere casta, compassata e giudiziosa, naturalmente Elena Giustina ora impazziva
di gioia alla prima promessa di divertimento. Il nostro incontro, per i suoi genitori, aveva
segnato la fine di ogni speranza di tenerla a freno e, per me, aveva comportato l'abbandono di
ogni occasionale progetto di redenzione, del proposito di diventare un assennato cittadino che
di tanto in tanto si affacciava alla mia mente prima di conoscerla .
«Dammi un attimo di tregua! Sono appena giunto a una decisione sconclusionata in un
momento di sconforto. Non mi aspetto di essere preso in parola.» «Possiamo andare dove
vogliamo, abbiamo tutto l'impero a nostra disposizione.» «Oppure possiamo restare a casa!».
Lei si interruppe di colpo, ridendo: «Tutto quello che vuoi, Marco. Non m'importa.» Reclinai il
capo all'indietro, respirando adagio e profondamente. Ben presto l'umido odore invernale di
fuliggine proveniente da milioni di lampade a olio avrebbe lasciato il posto ai profumi estivi di
feste dei fiori e di cibo aromatizzato consumato all'aperto. Ben presto avrebbe fatto di nuovo
caldo a Roma, la vita sarebbe sembrata facile, e andarsene sarebbe stato un vero supplizio .
«Io desidero te» dissi. «E qualunque genere di vita potremo avere insieme.» Elena si
appoggiò contro il mio fianco e il suo pesante mantello si avviluppò intorno alle mie gambe.
«Riuscirai a essere felice così come siamo?» «Suppongo di sì.». Ci eravamo fermati, in qualche
punto sopra la Domus Aurea, nei pressi della Porta Celimontana. «E tu, mia cara?» «Tu sai
quello che penso» disse pacatamente Elena .
«Abbiamo preso la decisione che contava quando sono venuta a vivere con te. Che cos'è il
matrimonio se non l'unione volontaria di due anime? La cerimonia è irrilevante. Quando ho
sposato Pertinace...» Era assai raro che ne parlasse. «Avevamo i veli, le noci e il maiale
macellato. Dopo la cerimonia» disse Elena con franchezza «non abbiamo avuto nient'altro.» «E
così, se ti sposerai di nuovo» ribattei dolcemente «vuoi fare come Catone Uticense quando ha
sposato Marzia?» «Com'è stato?» «Senza testimoni né ospiti. Senza contratti né discorsi .
Bruto era presente per leggere i presagi... anche se forse tu e io dovremmo fare a meno
anche di questo. Chi vuole che i propri fallimenti siano profetizzati in anticipo?» Con me,
poteva essere certa che ce ne sarebbero stati parecchi. «Hanno semplicemente congiunto le loro
mani, unendo silenziosamente i loro spiriti, mentre facevano la solenne promessa.» I momenti
romantici con una ragazza istruita possono essere difficili. «Catone e Marzia? Oh, quella sì che
è una storia commovente. Lui ha divorziato da lei!» ricordò Elena, in preda all'ira. «L'ha ceduta
al suo ricchissimo migliore amico... mentre lei era incinta, nota bene... poi quando il secondo
sposo redditizio improvvisamente è morto, Catone l'ha ripresa con sé, impossessandosi della
fortuna. Molto conveniente! Capisco perché ammiri Catone.» Cercai coraggiosamente di
scherzarci sopra. «Lascia perdere. Lui era pieno di idee stravaganti. Impediva che i mariti
baciassero le mogli in pubblico.» «Quello era suo nonno. In ogni caso, non credo che qualcuno
se ne sia accorto» disse seccamente Elena. «I mariti ignorano le mogli in pubblico, lo sanno
tutti.» Convivevo ancora con una massa di pregiudizi derivanti dall'ex marito di Elena Giustina.
Forse un giorno avrei scacciato i suoi brutti ricordi. Per lo meno ero disposto a provarci .
«Io non ti ignorerò, amore.» «È una promessa?» «Devi essere tu a deciderlo!» dissi,
reprimendo una sensazione di panico .
Elena ridacchiò. «Bene, io non sono l'incomparabile Marzia, e tu non sei certamente
Catone!» La sua voce si fece più tenera e sommessa. «Ma ti ho donato il mio cuore molto
tempo fa, quindi tanto vale che aggiunga la mia promessa...» Si girò verso di me, prendendo la
mia mano destra nella sua. La sua mano sinistra era appoggiata sulla mia spalla, come sempre
portava all'anulare il semplice anello d'argento britannico a testimoniare il suo amore per me.
Elena riuscì perfettamente nel tentativo di assumere la posa di adorante sottomissione prevista
per la sposa, io invece non sono certo di essere stato in grado di riprodurre esattamente
l'espressione irrigidita di cautela che mostrano spesso gli uomini sposati ritratti sulle lapidi
funerarie. Ma eccoci lì, quella sera di aprile sull'Argine, senza che nessuno ci vedesse, ma con
l'intera città raccolta intorno a noi, se avessimo voluto la presenza di testimoni. Ce ne stavamo
nella formale posa matrimoniale romana .
E qualunque cosa comporti unire i propri spiriti silenziosamente, noi lo stavamo facendo .
Personalmente, ho sempre pensato che Catone Uticense avesse parecchio di cui rendere
conto .