Sei sulla pagina 1di 6

Lelio Demichelis: L’ordoliberalismo 2.0 http://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/7702-lelio-demichelis-l-or...

Dettagli
C Creato: 25 Luglio 2016
< Visite: 539

(http://ilrasoiodioccam-

micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/07/20/l%e2%80%99ordoliberalismo-2-0/)

L’ordoliberalismo 2.0
di Lelio Demichelis
L’ordoliberalismo – già egemone forse più del neoliberismo nella forma economica e tecnica assunta dalla società globale – sta
dilagando e diventando egemone anche in rete e questa volta è ordoliberalismo 2.0. Quali sono le conseguenze sociali e politiche?

Era il 28 giugno del 1983 e Luigi Pintor – fondatore e direttore del


manifesto – inventava un titolo che fece epoca esprimendo la speranza e
l’auspicio di molti: Non moriremo democristiani. Sappiamo com’è andata a
finire. Ma oggi, potremmo essere altrettanto ottimisti (l’ottimismo della
volontà e della capacità-consapevolezza di poter cambiare il mondo) – ma
questa volta senza sbagliare - e dire: non moriremo ordoliberali, neppure
ordoliberali 2.0? Visti gli effetti di nichilismo politico e di sadismo sociale
che l’ordoliberalismo ha prodotto e ostinatamente continua a produrre
sull’Europa e su ciascuno di noi, davvero dovremmo proporci – con
ostinazione e determinazione ben maggiori - di non morire ordoliberali (e
neppure neoliberisti). Se l’ordoliberalismo e le sue politiche di austerità
hanno palesemente fallito, perché ostinarsi nell’errore?

In verità, il pessimismo (o il realismo) della ragione sembra dirci che


abbiamo perso la capacità di fare innovazione politica, economica e
sociale e quindi abbiamo rinunciato alla libertà facendoci liberamente servi dell’ordine economico esistente. Come dimostrato
dalla Brexit: l’illusione di un ritorno al passato come via di salvezza; e dalle elezioni in Spagna: il rifiuto del cambiamento e di una
nuova politica economica, replicando l’atteggiamento del popolo di Siviglia che si inchina all’Inquisitore, nel racconto di Dostoevskij
e dando purtroppo nuova conferma a quanto scritto da Gustavo Zagrebelsky, ovvero ormai non esistono più gli inquisitori come
casta separata, perché tutti hanno interiorizzato il loro messaggio e l’unica libertà è quella di ‘difendere’ (per chi è incluso) o di
‘subire’ (per chi è escluso o ai margini) l’esistente.

Fino a quando le nostre società interiorizzeranno l’assenza di alternative, saremo inquisitori di noi stessi, ci proibiremo,
ciascuno per sé e tutti per ciascuno, l’uso della libertà di cui l’Inquisitore voleva liberarci. Inutile: ce ne siamo liberati da soli. E
questo mentre siamo sempre più (infantilmente) entusiasti di ogni innovazione tecnologica offerta e promossa dagli oligopolisti e
dagli oligarchi della Silicon Valley o dai nuovi makers, gli unici che avrebbero oggi una visione del futuro e la voglia di utopia, e
che si offrono (e che noi ammiriamo) come i nuovi redentori - pur vivendo la nostra eteronomia dalla tecnica e dal mercato come
virtuosa autonomia, perché avere un personal computer e un apparato mobile individuale o una stampante 3D in casa o essere
nella sharing economy ci offre l’illusione (ma appunto, è solo un’illusione o un’allusione) di essere padroni dei mezzi di produzione
e del lavoro che facciamo e di avere così sconfitto l’alienazione e la sub-ordinazione, di essere addirittura in un post-capitalismo
o in una new economy (lo si diceva, uguale uguale anche negli anni ’90). Dimenticando che il capitalismo (produttivo e/o
finanziario) è una potentissima e incessante (a mobilitazione totale) macchina trasformista di se stesso e trasformatrice per
essenza e per vocazione, produttrice di individualizzazione e di soggettivazione (ma apparente, quindi falsa), di desiderio e di
godimento e di falsi bisogni (come scriveva Marcuse), per poter integrare poi in sé e per sé - estraendone il massimo di profitto
e di produttività - queste false soggettività/soggettivazioni, grazie ad un meccanismo teologico di unificazione e di integrazione di
ciascuno (di ogni apparente molteplicità che esso stesso produce/induce) nel sistema stesso e che passa attraverso la
crescente, ma anch’essa apparente, personalizzazione dei messaggi pubblicitari e dei beni in offerta, oltre che di un lavoro
anch’esso apparentemente autonomo e libero (free e/o smart). Tutti siamo poi convinti che la rete sia un grande mezzo di
comunicazione e di conoscenza, dimenticando che oggi è soprattutto un mezzo di connessione e di integrazione, se è vero (ed
è vero) che la rete è diventata non solo la più grande società di massa (individualizzata) della storia umana, quanto la più grande
fabbrica (appunto globale) mai concepita, ciascuno sempre più integrato in un fare/essere capitalista nella nuova divisione
internazionale del lavoro e nel passaggio dal novecentesco fordismo concentrato delle grandi fabbriche al fordismo
1 de 6 29/07/2016 8:04
Lelio Demichelis: L’ordoliberalismo 2.0 http://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/7702-lelio-demichelis-l-or...
individualizzato della rete.

Dunque, l’ordoliberalismo. E di ordoliberalismo si parla spesso anche se - più spesso ancora - si usa il termine generico di
neoliberismo per definire le politiche economiche di questi ultimi trent’anni, dimenticando la stretta connessione e convergenza (al
di là di alcune pur importanti differenze) tra queste due ideologie - tra queste due biopolitiche. Mario Monti si autodefinisce
ordoliberale. Draghi lo ha detto di se stesso e della Bce («La costituzione monetaria della Banca centrale europea è saldamente
ancorata ai principi dell’ordoliberalismo»). Renzi lo è con il JobsAct (e Hollande con la sua legge sul lavoro) e con la preferenza
per il governo delle élite (anche se non lo è quando nega il decentramento del potere). Lo è ovviamente la Germania di ieri e
soprattutto di oggi e quindi l’Europa dell’austerità, del pareggio di bilancio, delle riforme strutturali - che sono strutturali e
strutturanti (funzionali) per l’espansione incessante del capitalismo, ma de-strutturanti per la società, la democrazia e per i diritti
civili, politici e sociali. Tutto, in realtà è ordoliberalismo prima o più che neoliberismo. Ed è appunto una biopolitica, una forma di
quella che Michel Foucault chiamava governamentalità, intendendo i modi con cui si guidano i comportamenti degli uomini
(ovviamente in senso etero-normato, anche se il biopotere oggi non è più riferibile ad un soggetto esplicito di potere ma ad un
sistema/apparato di potere, come la globalizzazione, i mercati o la rete). Una biopolitica – la forma moderna di esercizio del
potere e della costruzione dei saperi, a sua volta da intendere come un campo di relazioni e come una strategia (perché il potere
non ha solamente la funzione negativa del reprimere ciò che viene ritenuto non-normale/non-conforme dal potere, ma soprattutto
ha la funzione positiva e creativa del produrre certi comportamenti e certe azioni) – e che, come sempre accade, si rovescia nel
suo contrario, cioè in tanatopolitica; ed è appunto la biopolitica ordoliberale diventata tanatopolitica e quindi nichilismo che sta
distruggendo quell’Europa che pure voleva costruire secondo il proprio ordine e la propria pianificazione. Ma cos’è esattamente
l’ordoliberalismo, identificato anche con economia sociale di mercato?

È un modello economico, ma soprattutto sociale che si dice appunto liberale, sviluppatosi in Germania negli anni ‘30 del ‘900
attorno alla figura di Walter Eucken, assumendo poi il nome di Scuola di Friburgo e la denominazione di ordoliberalismo dal titolo
della rivista Ordo, fondata sempre da Eucken e il cui primo numero uscì nel 1948. Un liberalismo che vuole essere diverso da
quello ottocentesco e che si propone di garantire la libertà di mercato ma anche la giustizia sociale, nella convinzione che la
realizzazione dell'individuo possa aversi solo se vengono garantite la libertà di impresa, di mercato e la proprietà privata. Poiché
tuttavia tali condizioni non sono automatiche (e gli ordoliberali, a differenza dei neoliberisti della Scuola austriaca non credevano
alla mano invisibile), lo stato deve intervenire laddove esse siano compromesse. Lo stato però non deve governare il mercato e
indirizzarlo verso fini umani e sociali ma deve piuttosto, pedagogicamente, promuovere il mercato, attivarne la funzione sociale (il
benessere) e produrre quindi una società ordoliberale, o meglio di mercato, in funzione del e funzionale al mercato. Lo stato
non è il nemico, come per i neoliberisti e deve intervenire sul mercato per ripristinarlo (promuovendo la concorrenza e
combattendo i monopoli) nella sua essenza pura. Da qui l’importanza del diritto nella costruzione delle regole del gioco (ma di un
gioco di mercato), per cui occorre realizzare una costituzione economica per migliorare ma soprattutto per costruire il sistema
dell’economia di mercato.

Eucken, assegnava allo stato la funzione di guardiano dell’ordine concorrenziale, che a sua volta era considerato come un bene
pubblico. Ma dovrebbe risultare oggi chiaro ed evidente come lo stato ordoliberale non sia un arbitro che fa rispettare le regole
del gioco («Così come l’arbitro non partecipa al gioco, così lo stato è fuori dall’arena», sosteneva Ludwig Erhard), quanto un
arbitro di parte, che fa le regole per il mercato, promuovendo il mercato inteso come forma economica che deve diventare
forma esistenziale individuale e sociale, essere insieme disciplina e biopolitica (lo diciamo richiamando ancora Foucault).
Perché se il diritto diventa regola del gioco che lo stato dà per lasciare poi ciascuno libero di giocare il suo personale gioco –
come appunto volevano gli ordoliberali - ma se il gioco che si deve giocare è quello del capitalismo, allora la regola del gioco non
è imparziale né liberale (si cancella infatti ogni separazione e bilanciamento tra il potere economico e quello politico e giuridico),
ma parzialissima e pedagogica, governamentale appunto, a profitto del gioco del capitalismo andando a modificare i modi e le
forme di comportamento di ciascuno e dell’insieme, modi e forme sempre meno sociali e umanistiche e sempre più economiche
e imprenditoriali. E libertà, uguaglianza e fraternità cedono il passo a impresa, mercato e competizione. La forma mercato deve
cioè diventare forma sociale.

Allora è utile rileggere (ad esempio in Democrazia ed economia) Wilhelm Röpke (1899-1966), uno dei padri dell’ordoliberalismo
tedesco, nonché punto di contatto (anche se problematico) con la Scuola neoliberista austriaca di Mises e Hayek. Röpke era
conservatore in politica; era contrario alle tecnocrazie ma era favorevole alle élite; si opponeva al razionalismo moderno e alla
superbia della ragione ed era legato a un’idea di comunità come entità virtuosa e necessaria per governare gli uomini; era
convinto (evidentemente sbagliando, come i fatti continuamente dimostrano) che economia di mercato (sempre virtuosa e da
promuovere) e capitalismo (potenzialmente vizioso e da controllare) non sono la stessa cosa; che l’economia di mercato non è
tutto ma è un ordine parziale, anche se indispensabile, per cui occorre bilanciare il principio della libertà individuale e di
gruppo con il principio sociale umanitario. Da qui la sua idea di un umanesimo liberale e la sua lotta (ossessiva) contro il
collettivismo (e contro Keynes), ma anche contro un liberalismo ritenuto vecchio e quindi da aggiornare mediante una sorta di
terza via; e, ancora, la sua distinzione tra stato sano (che genera la pacifica e volontaria subordinazione dei molti ai pochi che
sanno governare) e soprattutto decentrato (grazie al principio della sussidiarietà, ripreso dalla dottrina sociale della Chiesa, cui
era molto vicino) e stato malato (quello dell’accentramento delle risorse e del potere nelle mani di gruppi organizzati); mentre su
welfare e politiche sociali sosteneva come non bisognasse oltrepassare una certa soglia di intervento per non spezzare la molla

2 de 6 29/07/2016 8:04
Lelio Demichelis: L’ordoliberalismo 2.0 http://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/7702-lelio-demichelis-l-or...
segreta di una sana società, vale a dire il senso della responsabilità individuale.

Scriveva Röpke, specificando il rapporto tra mercato e stato/società: «Questo ordine economico deve integrarsi negli altri, più
ampi, e più alti ordini, da cui dipende il successo dell’economia di mercato e che a loro volta lo presuppongono». Aggiungendo:
«Ecco perché, fin da principio, ci siamo opposti a semplificazioni e restrizioni, a economicismo, utilitarismo, materialismo e
amoralismo, in nome dell’uomo nel suo complesso e dell’intera società» - senza tuttavia accorgersi che quella da lui enunciata è
chiaramente una contraddizione in termini, perché se l’ordine del mercato deve integrarsi negli altri ordini – che a loro volta lo
presuppongono - è inevitabile che questo produca l’inquinamento del primo sugli altri ordini. Ciò che propone Röpke è analogo a
chiedere che un ordine religioso si sostituisca alla - oppure orienti/indirizzi (integrandosi negli altri ordini) la - legge laica e civile.

Niente di più illiberale. Molto di biopolitico e di governamentale (e «le più forti ragioni per difendere la libertà economica e
l’economia di mercato sono di carattere morale (…) che non stanno in piedi senza canoni morali»). Aggiungeva Röpke: «ogni
limitazione della libertà economica, ogni intervento statale, ogni atto di pianificazione e di dirigismo contiene in sé una dose di
coercizione». Ma nel mercato «tutto quello che è coercizione, intervento, decurtazione della libertà è limitato alla cornice, cioè
alle regole dello svolgersi delle relazioni economiche, libere nel resto - [mentre] il collettivismo è caratterizzato dal dirigismo
coattivo delle stesse singole decisioni economiche». Ebbene, oggi possiamo/dobbiamo rovesciare questa tesi e dire che proprio
ogni atto pro-mercato contiene in sé una dose di coercizione e di dirigismo coattivo, di disciplina dentro a una biopolitica (il caso
Grecia lo ha dimostrato, ma lo ha dimostrato ancora di più la famosa lettera di Trichet e Draghi all’Italia, del 2011) e maggiori
sono le dosi di coercizione, maggiore è l’assuefazione, cioè l’adattamento di ciascuno al mercato e al suo dirigismo, che è
appunto l’obiettivo che l’ordoliberalismo persegue in modo insieme teleologico, escatologico e teologico (di teologia economica).

E qui comincia allora a definirsi meglio l’uso particolarissimo e fuorviante (ideologico e appunto teologico) del termine sociale da
parte degli ordoliberali. Perché se è vero che lo stato sociale tedesco è nato grazie anche a loro (ma anche contenendone, da
parte democristiana, della sinistra e del sindacato, la vocazione pedagogica e l’agenda, mentre il welfare veniva esteso e la
cogestione introdotta grazie alla socialdemocrazia contro l’ordoliberalismo), per gli ordoliberali l’obiettivo vero era quello di
socializzare il mercato, di farlo penetrare appunto negli altri ordini dello stato e di sub-ordinare ad esso l’intera società,
producendone l’introiezione (eteronoma, ma per attivare una falsa soggettivazione) da parte di ciascuno. Perché – secondo il
pensiero ordoliberale, dove l’ordine si traduce infine in olismo capitalista e la società in organismo economico di mercato - non
deve esserci alcuna contrapposizione tra le dimensioni sociali e quelle individuali e una società, in tutte le sue manifestazioni e in
tutti i suoi aspetti, forma una unità, nella quale tutte le parti sono legate da un rapporto di interdipendenza e – appunto - «anche
l’ordine economico non fa eccezione, dovendo essere inteso come una parte dell’ordinamento globale della società che deve
corrispondere all’ordine spirituale e politico, esattamente come questo, a sua volta, deve armonizzarsi con l’ordinamento
economico». Da qui l’altra distinzione ordoliberale, per cui le politiche dello stato possono essere conformi (quindi corrette e
pedagogiche) o non conformi (quindi errate e pericolose) rispetto all’economia di mercato; e conformi sono ovviamente quelle
che ricercano le migliori corrispondenze funzionali tra i diversi ambiti delle azioni umane, perché la società deve conformarsi alla
forma del mercato e devono essere create tutte le corrispondenze possibili perché questo si realizzi. L’obiettivo degli ordoliberali
non è dunque quello di democratizzare il capitalismo (come in troppi hanno creduto, ingannati dalla parola sociale aggiunta a
economia di mercato), ma di farlo appunto diventare un modo di vivere e di essere degli uomini - e non solo di fare. Cioè, una
biopolitica (in questo, similmente ai neoliberisti austro-americani, per i quali il neoliberismo, o meglio: il capitalismo, è un modo di
essere, di vivere e di pensare). E infatti, dire che il mercato non è tutto o che il mercato deve essere il servitore e non il
padrone della società (come scriveva Röpke) è dire niente se poi l’azione dello stato è funzionale e pedagogica alla promozione
e diffusione del mercato, per cui ciò che non dovrebbe essere ‘tutto’ (il mercato) in realtà lo diventa inevitabilmente, così come
diventa il vero sovrano assoluto del mondo proprio grazie all’ordine giuridico integrato in quello economico, prodotto dallo stato.

E allora, se l’ordoliberalismo è da intendere come una biopolitica, torniamo a Michel Foucault che lo aveva studiato e analizzato
con grande cura e dettaglio in Nascita della biopolitica, il Corso tenuto al Collège de France nel 1978-1979. Dopo l’esperienza
del nazismo, dicono i liberali tedeschi nella rilettura di Foucault, «dal momento che ormai è accertato che lo stato è portatore di
un’intrinseca difettosità, mentre nulla prova che l’economia di mercato abbia simili difetti, chiediamo all’economia di mercato di
fungere, di per sé, non tanto da principio di limitazione dello stato, bensì da principio di regolazione interna dello stato, in tutta
l’estensione della sua esistenza e della sua azione. (…) Detto altrimenti: uno stato sotto la sorveglianza del mercato, anziché un
mercato sotto la sorveglianza dello stato». Ma non solo: si tratta anche di mettere ancor più a baricentro di questa arte
ordoliberale di governo non lo scambio (che è sempre esistito, da quando esiste la società), ma la concorrenza (che è diversa
dallo scambio, perché la concorrenza, a differenza dello scambio, non è qualcosa di naturale), quella concorrenza per altro già
entrata nella riflessione liberale con Walras, Marshall e la teoria della concorrenza. E tuttavia, con gli ordoliberali un nuovo
soggetto entra, di fatto nel capitalismo: lo stato - ma non lo stato come vero arbitro tra capitale e lavoro; non lo stato secondo il
liberale Beveridge; non lo stato del New Deal di Roosevelt, cioè come imprenditore pubblico che fa ciò che il capitalismo non sa o
non vuole fare (e ci chiediamo con ansia quale sarà l’avvenire del mondo se il paese economicamente più potente cede alle
lusinghe di una demagogia anticapitalista, foriera di sicura rovina – scriveva Röpke stroncando il New Deal), o quello delle
politiche keynesiane -; ma uno stato ordoliberale, piuttosto e ancora, che diventa arbitro-giocatore, produttore di integrazione di
ciascuno nel meccanismo di mercato e di concorrenza (partendo appunto dal pre-giudizio per cui lo stato è intrinsecamente
difettoso mentre il mercato non lo è o può essere corretto).

3 de 6 29/07/2016 8:04
Lelio Demichelis: L’ordoliberalismo 2.0 http://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/7702-lelio-demichelis-l-or...
Ordoliberalismo come biopolitica, dunque; perché la vita di ciascuno deve essere a immagine e somiglianza del mercato e
dell’impresa – l’altro elemento forte e programmatico dell’ordoliberalismo – una biopolitica che diventa una politica della società,
secondo Foucault, ma per una società da costruire appunto sul modello d’impresa. Per cui si arriva all’altro paradosso (che
paradosso anch’esso non è) per cui se il liberalismo si opponeva al socialismo ma anche al Piano del liberale Beveridge,
accusandoli di voler dare uno scopo al mercato e una finalità sociale allo stato attraverso il piano e la programmazione e
l’adozione di specifiche politiche (di sviluppo, sociali, industriali, per la ricerca, di redistribuzione dei redditi, per il pieno impiego),
in realtà anche l’azione dello stato secondo la visione ordoliberale non è che un modo per dare uno scopo, una finalità all’azione di
governo e dello stato. Solo che finalità dello stato ordoliberale è quella di modellizzare tutti e ciascuno su impresa, concorrenza e
mercato. Facendolo, è anche il liberalismo a pianificare la società cercando di produrre la sua mutazione antropologica in nome
del mercato e la trasformazione di ciascuno in imprenditore di se stesso. Lo fa in nome dell’individuo e della sua libertà, certo; ma
producendo un individuo meno libero proprio perché sempre più sub-ordinato al mercato (anche questa è una forma di
eteronomia) e sempre più modellizzato sul principio della concorrenza. Foucault: «In altre parole, si tratta di generalizzare,
diffondendole e moltiplicandole quanto possibile, le forme ‘impresa’ (…). Si tratta di fare del mercato, della concorrenza, e
dunque dell’impresa, quella che si potrebbe chiamare la potenza che dà forma alla società».

Non solo dunque fare impresa ma soprattutto, per ciascuno, essere impresa. Perché l’idea degli ordoliberali (sempre Foucault)
era di «prendere il tessuto sociale e fare in modo che possa scomporsi, suddividersi, frazionarsi, non secondo la grana degli
individui, bensì secondo quella dell’impresa. (…). Bisogna che la vita stessa dell’individuo – ad esempio, il suo rapporto con la
proprietà privata, con la famiglia, con la sua conduzione, con i sistemi assicurativi e con la pensione – faccia di lui e della sua vita
una sorta di impresa permanente e multipla. (…). E si tratta di fare in modo che l’individuo (…) non sia più alienato rispetto al suo
ambiente di lavoro e al tempo della sua vita, alla sua casa, alla sua famiglia, al suo ambiente naturale. Si tratta di ricostituire
attorno all’individuo dei punti di ancoraggio concreti (…); come una Vitalpolitik che avrà la funzione di compensare quanto c’è di
freddo, di impassibile, di calcolatore, di razionale, di meccanico nel gioco della concorrenza propriamente economica». Da qui,
ancora, l’importanza di attivare il capitale umano di ciascuno (istruzione, formazione e non solo), e di convincere ciascuno ad
attivarlo come mission unica e totalizzante della propria vita-impresa. Ed è appunto in questa direzione, scrive Foucault, «che
abbiamo visto orientarsi le politiche economiche, ma anche quelle sociali e culturali, come anche le politiche educative di tutti i
paesi sviluppati», come di quelli in via di sviluppo.

Capitale umano, dunque; e dall’altro lato – aggiungiamo - il potenziamento delle retoriche dell’innovazione tecnologica (il tecno-
entusiasmo per la rete e per la Silicon Valley di oggi), perché funzionali all’innovazione sempre e comunque e perché l’innovazione
(la scoperta di nuove tecniche, di nuove fonti, di nuove forme di produttività, ma anche di nuovi mercati o di nuove riserve di
manodopera) è funzionale e necessaria al capitalismo per la sua esistenza (Schumpeter, da rileggere ne La teoria dello sviluppo
economico), per cui occorre attivare e mobilitare ciascuno verso l’innovazione incessante (creando e promuovendo appunto le
retoriche del tecno-entusiasmo e tacciando ogni critica come patologica tecno-fobia), con il nuovo imprenditore in rete che non
chiede più soldi alle banche per investire ma ricorre al crowdfunding - che è un altro modo di costruzione della governamentalità
tecno-capitalista e della sua egemonia.

E questo è esattamente quanto accaduto negli ultimi trent’anni in tutta l’Europa germanizzata così come in Italia dove
dall’economia dei distretti industriali al piccolo è bello fino al capitalismo molecolare e poi personale, dal lavoro autonomo di
seconda generazione a quello free-lance – tutto è nella forma ordoliberale dell’impresa e della concorrenza di ciascuno nel
mercato del lavoro, dove il lavoro cessa di essere un diritto e torna ad essere una merce (Gallino). Modello impresa per
l’individuo e per lo stato (che deve pro-muovere il mercato e farsi impresa e soprattutto far fare impresa a ciascuno, ma anche ai
musei, alle scuole e alle università, al welfare che deve essere azienda sanitaria ma anche diventare welfare aziendale e sempre
meno universale); retoriche della responsabilità individuale per addestrare ad essere imprenditori di se stessi e a dover essere
sempre connessi nell’apparato di produzione e di consumo; darsi da fare come mantra quotidiano (producendo una versione
aggiornata del lavoro come Beruf); sfruttare al massimo il proprio capitale umano ma allo stesso tempo lasciare che il
capitalismo estragga quanto più profitto dai dati personali di ciascuno; la chiusura della società in logiche di comunità o di
comunità-rete; tutelare la concorrenza ma soprattutto promuovere la concorrenza (promozione aggiunta nel nuovo articolo 117,
c. 2, lettera e della riforma costituzionale renziana - rimuovendo di fatto, con una sola parola, gli articoli 1, 2, 3, 4, 9, 31, 32, 35,
36, 38, 41, 43, 46 e 47 della Costituzione).

Modello impresa; ma quale impresa? Nell’impresa, scriveva ancora Röpke nel 1963, la democrazia è fuori luogo, come in una
sala operatoria. «La vera democrazia economica sta altrove e cioè sul mercato, ove i consumatori sono elettori al cui costante
plebiscito l’imprenditore deve adeguarsi se non vuole andare incontro al fallimento». Tutto ciò è evidentemente falso (e Vance
Packard lo aveva dimostrato già da alcuni anni, con il suo Persuasori occulti) – perché se la democrazia non è ovunque, anche
nell’impresa, anche nella rete (e dire che il crowdfunding sarebbe una democratizzazione della scienza e dell’innovazione, come
si è scritto, è un falso ideologico, perché è invece, e ancora, socializzazione del capitalismo, pedagogia capitalista,
governamentalità capitalista), e se la democrazia non è ovunque e non lo è in modo crescente, la democrazia scompare.

E oggi, l’ordoliberalismo – già egemone forse più del neoliberismo nella forma economica e tecnica assunta dalla società globale
– dilaga e diventa egemone anche in rete e questa volta è ordoliberalismo 2.0 diventato il nuovo tutto, il nuovo ordine normativo

4 de 6 29/07/2016 8:04
Lelio Demichelis: L’ordoliberalismo 2.0 http://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/7702-lelio-demichelis-l-or...
tecnico ed economico che deve integrarsi negli altri ordini. Perché se l’ordoliberalismo è ciò che è stato sopra descritto, la rete
allora è ordoliberale (più che neoliberista) per essenza, per pedagogia e per governamentalità della vita individuale e collettiva e
lo è più ancora del vecchio ordoliberalismo fisico. Perché ordoliberalismo 2.0 è gran parte (non tutta, certo, ma sicuramente la
sua gran parte) della sharing economy (più spesso una mera economia della sopravvivenza che nuova new economy); è il
modello Airbnb e Uber e soprattutto l’uberizzazione crescente del lavoro; è l’illusione dell’auto-imprenditorialità via rete (che
comunque presuppone e obbliga ad una subordinazione all’apparato e al capitalismo di piattaforma); è la forma impresa che
pervade l’economia in rete trasformando ciascuno in microcapitalista in ogni atto che compie e in imprenditore e ad esserlo a
360 gradi, 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno; è nel principio della concorrenza-competizione che pervade l’economia in rete
(anche quando si traveste da sharing).

Ma lo è anche nella creazione di una (falsa) socialità in rete, anche se compensativa della freddezza della tecnica e degli effetti
del mercato e che passa attraverso le retoriche della condivisione (in realtà noi condividiamo mentre loro, i signori della Silicon
Valley fanno profitti - grazie al nostro condividere - con il Big Data e gli analytics, utili sì a monitorare ad esempio gli anziani da
casa loro, e saremmo così in una vera economia solidale e sociale, ma che sono soprattutto una risorsa inesauribile per il
business come recitava una pubblicità della Ibm con lo slogan: Costruiamo insieme un pianeta più intelligente); e quelle del
crowdfunding, del co-working, della peer production, del crowdsourcing, delle social street e delle piccole comunità in rete e
delle smart cities. Per un futuro fatto di tante piccole fabbriche personali e un movimento incessante di artigiani digitali che
finalmente sostituirà la pessima produzione di massa (secondo il tecno-entusiasta Chris Anderson). Con l’aggravante, però, che
in rete arbitro è oggi lo stesso mercato & la rete e lo stato semmai è divenuto ancor più giocatore della squadra del mercato e
dell’innovazione tecnica, squadra che gioca contro nessuno perché l’avversario (come l’arbitro) ha abbandonato il campo da
tempo. L’ordoliberalismo convola così a nozze con il neoliberismo austro-americano e con l’anarco-capitalismo della Silicon
Valley; l’anti-monopolista ordoliberale si allea con gli oligopolisti neoliberisti e con il capitalismo delle piattaforme; la concorrenza
vale solo per il nuovo proletariato digitale sempre più uberizzato (e sempre più individualizzato, quindi impossibilitato a costruire
una propria coscienza di classe o di cittadinanza o di uscita dalla minorità) ma non per gli oligarchi del silicio e per gli imprenditori
della quarta rivoluzione industriale. Tutti liberali – meglio: capitalisti - che agiscono su fronti diversi ma, appunto, convergenti tra
loro nel costruire un ordine tecnico e capitalista apparentemente libertario e liberamente condiviso, in realtà potentemente
biopolitico e religioso, integrante e omologante (ciascuno liberamente servile), economico e normativo-normante, destrutturante
(la società e la democrazia) per strutturare meglio l’apparato. Per cui siamo tutti imprenditori, tutti capitalisti, tutti tecno-
entusiasti, tutti connessi, tutti al lavoro nella grande fabbrica digitale globalizzata del tecno-capitalismo (anche se in forma
individualizzata).

Dunque: moriremo ordoliberali – anche se entusiasticamente 2.0?

BIBLIOGRAFIA

Anders G. (2003) L’uomo è antiquato, 2 voll., Bollati Boringhieri, Torino.

Anderson Ch. (2013), Makers. Il ritorno dei produtori, Rizzoli-Etas, Milano.

Bazzicalupo L. (2006), Il governo delle vite. Biopolitica ed economia, Laterza, Roma-Bari.

Bologna S. – Banfi D. (2011), Vita da free-lance, Feltrinelli, Milano.

Bologna S. – Fumagalli A. (1997), Il lavoro autonomo di seconda generazione, Feltrinelli, Milano.

Bonomi A.- Rullani E. (2005), Il capitalismo personale, Einaudi, Torino.

Bonomi A. (1997), Il capitalismo molecolare, Einaudi, Torino.

Brynjolfsson E. – McAfee A. (2015), La nuova rivoluzione delle macchine, Feltrinelli, Milano.

Ciccarelli R. – Allegri G. (2013), Il Quinto Stato, Ponte alle Grazie, Firenze.

Demichelis L. (2015), La religione tecno-capitalista, Mimesis, Milano.

Esposito R. (2015), Due, Einaudi, Torino.

Felice F. (2008), L’economia sociale di mercato, Rubbettino, Soveria Mannelli.

Formenti C. (2011), Felici e sfruttati, Egea, Milano.

Foucault M. (2005), Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979),

Feltrinelli, Milano.

Foucault M. (2001), La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano.

5 de 6 29/07/2016 8:04
Lelio Demichelis: L’ordoliberalismo 2.0 http://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/7702-lelio-demichelis-l-or...
Foucault M. ((1993), Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino.

Gallino L. (2007), Il lavoro non è una merce, Laterza, Roma-Bari.

Ippolita (2016), Anime elettriche, Jaca Book, Milano.

Kant I. (2006), Che cos’è l’Illuminismo?, Editori Riuniti, Roma.

Marcuse H. (1999), L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino.

Morozov E. (2016), Silicon Valley: i signori del silicio, Codice, Torino.

Packard V. (1958), Persuasori occulti, Einaudi, Torino.

Röpke W. (1974), Scritti liberali, Sansoni, Firenze.

Röpke W. (2004), Democrazia ed economia. L’umanesimo liberale nella civitas humana,

il Mulino, Bologna.

Schumpeter J.(2002), Teoria dello sviluppo economico, Etas, Milano.

Staglianò R. (2016), Al posto tuo, Feltrinelli, Milano.

Zagrebelsky G. (2013), Liberi servi. Il Grande Inquisitore e l’enigma del potere, Einaudi, Torino.

6 de 6 29/07/2016 8:04