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Alain Berthoz

La semplessità
Traduzione di Federica Niola
Alain Berthoz
La semplessità

Progetto grafico: studiofluo srl


Impaginazione: Maria Beatrice Zampieri
Redazione: Elisabetta Versace
Coordinamento produttivo: Enrico
Casadei

Alain Berthoz
La simplexité
© Odile Jacob, 2009

© 2011 Codice edizioni, Torino


Tutti i diritti sono riservati

ISBN 978-88-7578-323-5
Introduzione

Per quale motivo un affermato


studioso di scienze naturali si
interessa all’epistemologia? È
venuta a mancare la possibilità di
svolgere un lavoro valido nel suo
ambito? Ho sentito molti miei
colleghi esprimere questo punto di
vista e immagino che sia così
anche per molti altri. Non
condivido questo modo di pensare
[…]. Concetti che si sono
dimostrati utili per ordinare le
cose acquistano una tale autorità
su di noi da farci dimenticare la
loro origine terrena e portarci ad
accettarli come dati inalterabili.
Così questi concetti diventano
“necessità del pensiero”, “dati a
priori” e così via. Spesso sono
proprio questi errori che rendono
impossibile per molto tempo il
cammino del progresso scientifico.
Perciò è tutt’altro che irrilevante
cercare di diventare abili
nell’analizzare i concetti che sono
stati a lungo un luogo comune e
mettere in evidenza le circostanze
dalle quali dipendono la loro
giustificazione e la loro utilità,
mostrando come siano emersi
individualmente, a partire dai dati
dell’esperienza. In questo modo la
loro soverchiante autorità sarà
rovesciata. Albert Einstein

Questo volume propone una


riflessione su un concetto nuovo: la
semplessità. Tale neologismo
designa una delle invenzioni più
stupefacenti degli organismi
viventi, applicabile a diversi livelli
dell’attività umana, dalla molecola
al pensiero, dall’individuo
all’intersoggettività, fino ad
arrivare alla coscienza e all’amore.
Oggi, all’inizio del XXI secolo il
principio guida è la complessità.
L’economia è complessa, la vita
nelle megalopoli è complessa, i
meccanismi del morbo di
Alzheimer sono complessi. Trovare
un biocarburante efficace per
sostituire il petrolio è complesso,
gestire le famiglie separate e
permettere contemporaneamente
uno sviluppo armonioso dei
bambini e la libertà sessuale dei
genitori è complesso. Siamo
schiacciati dalla complessità.
Inoltre, apparteniamo a diversi
corpi sociali, religiosi e politici, e
viviamo divisi tra numerose
identità: siamo cittadini del nostro
Paese, ma anche dell’Europa,
abitanti di un quartiere, medici o
muratori, turisti, pazienti, clienti ed
elettori. Ciascuna di queste identità
ci inquadra, ci impone una serie di
comportamenti, norme, abitudini e
habitus che ci collocano all’interno
di un intreccio di ragnatele sociali
e psicologiche in costante
mutamento, caratterizzate da una
complessità che non ha eguali nella
storia dell’uomo.
Anche le teorie scientifiche che
riguardano la materia e gli
organismi viventi devono
confrontarsi con la complessità dei
processi naturali. La complessità
investe dunque ogni ambito, senza
eccezioni. La fisica cerca da tempo
una soluzione a questa complessità
e, pur avendo raggiunto in generale
un livello di maturità notevole, nel
confrontarsi con la complessità
deve rassegnarsi a rapporti di
incertezza che definiscono i limiti
stessi della conoscenza e
ammettere, per esempio, che non si
possono conoscere
contemporaneamente la posizione e
la velocità di una particella.
Nel tentativo di formalizzare la
complessità, scienziati di tutte le
discipline hanno creato un istituto
di ricerca, il Santa Fe Institute,
negli Stati Uniti, fondato, tra gli
altri, dal Premio Nobel per la
Fisica Murray Gell-Mann, lo
scopritore dei quark. Il suo libro Il
quark e il giaguaro1 riassume il
processo necessario per costruire
una teoria dei sistemi complessi
adattativi. La metafora è celebre: il
battito d’ala di una farfalla
nell’America del Sud può
provocare una catastrofe in Europa.
In altre parole, una legge molto
semplice di organizzazione della
materia vivente può generare
strutture complesse2.

Meraviglie e imposture della


semplicità

Di fronte alle sfide della


complessità assistiamo a una
proliferazione di metodi per
semplificare. Tali metodi, destinati
a evitare la follia collettiva e
individuale dovuta
all’impossibilità, per il nostro
cervello, di elaborare l’immensa
quantità di informazioni necessarie
per vivere, agire e comprendere,
sbandierano un’apparente
semplicità, espressa attraverso
teorie matematiche astruse, che
mascherano l’incapacità dei loro
autori di cogliere il reale. Questi
modelli matematici, legati agli
interessi privati che nascondono,
provocano regolarmente drammi,
come dimostrano la recente crisi
finanziaria e il fallimento dei
sistemi bancari. Possiamo fare un
altro esempio: per facilitare la
decisione, si tende a ridurre l’uomo
a una serie di processi logici e a
modellizzarlo mediante una serie di
teorie logicomatematiche che
semplificano la realtà del vissuto.
Ma, nonostante gli sforzi volti a
trovare soluzioni efficaci, le
“semplici euristiche per farci
furbi”3, dobbiamo per forza
prendere atto che oggi l’uomo è un
Teseo perso nel labirinto, senza un
filo di Arianna in grado di fargli
ritrovare la via. Gli si fa credere
che l’uscita sia alla fine della
strada, ma questa non porta da
nessuna parte. Può quindi capitare
che l’uomo, perso nella
complessità reale del mondo e
consapevole dell’inconsistenza di
tali modelli formali, si riavvicini a
credenze antiche e si volga
all’oscurantismo.
Oggigiorno il bisogno di
semplificare riguarda tutte le
attività. In ogni ambito della vita
sociale e politica, della medicina,
della scienza, della tecnologia,
della vita quotidiana, si è alla
ricerca di metodi o di principi di
semplificazione. Si fabbricano
apparecchi elettronici o digitali la
cui complessità è dissimulata dalla
semplicità d’uso. Si riempiono i
computer di software pesantissimi
trovando metodi perché l’utente li
possa adoperare in modo semplice.
Si semplificano i moduli per la
dichiarazione dei redditi, le ricette
mediche. Si semplificano i
documenti amministrativi, si
semplificano le procedure penali
per velocizzarle. Si istituisce il
voto elettronico e si fornisce agli
elettori la scelta semplice tra due
candidati che si contrappongono su
un palcoscenico televisivo. Si
semplifica la vita delle persone
creando supermercati dove possano
trovare tutti i prodotti di cui hanno
bisogno. Gli ingegneri trovano
soluzioni per semplificare il
calcolo delle misure delle fibre
ottiche (light pipes4, i chimici
scoprono principi semplificativi
per quanto riguarda le reazioni
enzimatiche o cinetiche5. Il risultato
di questa frenesia della
semplificazione è di produrre un
aumento della complessità. Quanto
più l’utilizzo dei computer è
semplice, tanto più i software
saranno pesanti. Semplificare ha un
prezzo.
Al giorno d’oggi si ha la
tendenza a confondere la modernità
con la semplicità. Di fronte alla
proliferazione e all’esuberanza
dell’arte barocca, alle fantasie
dell’architettura classica, alla
frivola raffinatezza dei costumi e
degli abiti, il XX secolo ha
conosciuto un movimento di
riduzione a una semplicità
maggiore nelle forme e nei
materiali. Questo movimento,
illustrato dall’influenza del
Bauhaus, ha invaso l’industria e il
design. Per fortuna comincia a
essere contestato e gli stilisti, per
esempio, sembra stiano ritrovando
il piacere di giocare con le forme e
i colori, le consistenze e i ritmi, la
trama e le pieghe dei tessuti.
L’originalità degli organismi
viventi

È arrivato il momento di definire


più precisamente il senso che do al
concetto di semplessità6. Non ho
inventato niente, visto che la parola
semplessità, nella sua traduzione
inglese, simplexity, viene usata
abbastanza comunemente fin dagli
anni Cinquanta in diversi ambiti,
dalla geologia all’economia al
design. Tuttavia questo tipo di
utilizzo non è particolarmente
interessante, perché spesso riduce
il termine a un sinonimo di
semplicità. Per me la semplessità è
tutt’altra cosa. È, prima di tutto ed
essenzialmente, una proprietà degli
organismi viventi. In questo libro
tento un’analisi approfondita del
concetto di semplessità e della sua
importanza per comprendere
l’originalità della materia vivente.
La semplessità non è la semplicità,
è legata in modo sostanziale alla
complessità, con cui condivide una
medesima radice. Come ricorda
giustamente Gell-Mann, «la parola
semplicità si riferisce all’assenza,
totale o quasi, di complessità.
Mentre la parola semplice deriva
da un’espressione che significa
“piegato una sola volta”,
complesso deriva da una parola
che significa “intrecciato”»7.
Secondo alcuni, i teorici della
complessità hanno identificato bene
ciò che distingue gli organismi
viventi dalla materia inerte. Nel
suo libro sulla modellizzazione dei
sistemi viventi complessi,
Bellomo, teorico della complessità,
scrive: «Sebbene gli organismi
viventi ubbidiscano alle leggi della
fisica e della chimica, la nozione di
funzione o di intenzione (purpose)
distingue la biologia dalle altre
scienze naturali. I sistemi biologici
e quelli fisici differiscono in realtà
per quanto riguarda la
sopravvivenza e la riproduzione, e
gli aspetti concomitanti di tale
funzione»8. Dopodiché propone una
teoria matematica delle interazioni
tra «un gran numero di entità che
interagiscono, che verranno
chiamate particelle attive o,
occasionalmente, agenti, e che sono
organizzate in popolazioni diverse
che interagiscono». Per quanto
interessante, una simile concezione
dell’azione presenta alcuni limiti.
Infatti non affronta ciò che
costituisce l’originalità dell’atto
negli organismi viventi. Non viene
menzionata in alcun modo l’idea
che la vita ha trovato una serie di
soluzioni per semplificare la
complessità. Non si fa accenno
alcuno al fenomeno assolutamente
straordinario che si è prodotto nei
viventi: la creazione di confini che
delimitano spazi chiusi come la
cellula o lo stesso corpo. Tali
soluzioni rappresentano principi
semplificativi che riducono il
numero o la complessità dei
processi e permettono di elaborare
molto rapidamente informazioni e
situazioni, tenendo conto
dell’esperienza passata e
anticipando il futuro, facilitando la
comprensione delle intenzioni
senza snaturare la complessità del
reale. Dal mio punto di vista la
semplessità consiste in questo
insieme di soluzioni trovate dagli
organismi viventi affinché,
nonostante la complessità dei
processi naturali, il cervello possa
preparare l’atto e anticiparne le
conseguenze. Queste soluzioni non
sono né caricature né scorciatoie né
riassunti. Nel porre il problema in
un altro modo, consentono di
arrivare ad azioni più eleganti, più
rapide, più efficaci. Permettono
anche di mantenere o di
privilegiare il senso, anche a costo
di fare una deviazione.
La semplessità è complessità
decifrabile, perché fondata su una
ricca combinazione di regole
semplici9. Per riprendere una
formula di Leibniz a proposito del
migliore dei mondi possibili, che
combina la varietà maggiore di
fenomeni con la semplicità
maggiore delle leggi, è una
semplicità complicata10. La musica
di Boulez o di Dusapin è moderna;
può anche non piacere, ma è
semplessa. Così come lo è una fuga
di Bach, che comincia con qualche
nota ed evolve lentamente verso
meravigliose volute di suoni
combinati che danno l’impressione
della complessità, mentre in realtà
seguono una logica rigorosa. Lo
stesso vale per le grandi liturgie
russe o per le polifonie che danno
l’illusione di una grande semplicità
attraverso una sapiente
distribuzione di ritmi e spazi sonori
interconnessi, intrecciati in un
balletto che sembra un assolo,
perché segue una via che, nel
nostro cervello, armonizza attività
molteplici.
Semplificare in un mondo
complesso non è mai semplice.
Richiede in particolare la capacità
di inibire, selezionare, collegare,
immaginare. Altrove ho detto che il
fondamento dei nostri pensieri,
dello sviluppo delle nostre funzioni
cognitive più elevate e anche più
astratte consiste nell’atto, e che il
cervello si è sviluppato in modo da
poter anticipare le conseguenze di
un’azione, proiettando sul mondo le
proprie percezioni, le proprie
ipotesi e i propri schemi
interpretativi. L’originalità degli
organismi viventi è precisamente
quella di avere trovato soluzioni
che risolvono il problema della
complessità con meccanismi che
non sono semplici, ma semplessi.
Si può far credere che la
complessità sia riconducibile a un
clic del mouse, che il mondo sia
davvero a portata di una pagina di
Google, che la soluzione alle
grandi malattie psichiatriche sarà
fornita dalla semplice scoperta dei
geni ad esse relativi. Può essere
vero quando si tratta di far
funzionare una lavatrice, un
computer, la biglietteria di una
stazione, ma non quando si devono
integrare le molteplici complessità
proprie del nostro ambiente
sociale, materiale e naturale. A
complemento delle teorie della
complessità bisogna gettare le basi
di una teoria della semplessità che,
in qualche modo, contenga una
parte di complessità. È ciò che
tento di fare in questo saggio.
La semplessità
Parte I. Non dimenticare di osare
Ci
sono
circo
in
cui
la
più
gran
prud
è
la
più
gran
auda
Karl
von
Clau
Capitolo 1

La semplessità: una
proprietà fondamentale
degli organismi viventi

I principi semplificativi fanno


sperare che il comportamento
apparentemente incomprensibile
delle reti biologiche possa essere
finalmente svelato. Ho insistito
sulla semplicità in biologia per
incoraggiare a pensare che i
principi generali possano essere
scoperti. Senza tali principi è
difficile immaginare di aver
potuto dare un senso alla biologia
di una cellula completa, di un
tessuto o di un organismo. Uri
Alon

Perché proporre il neologismo


semplessità per descrivere le
proprietà degli organismi viventi,
quando esiste già il termine
semplicità? Non è solo un gioco
linguistico. La parola riassume, a
mio parere, una necessità biologica
comparsa nel corso dell’evoluzione
per permettere la sopravvivenza
degli animali e dell’uomo sul
nostro pianeta: nonostante la
complessità dei processi naturali, il
cervello deve trovare una serie di
soluzioni, e queste soluzioni
derivano da principi semplificativi.
Esse permettono di elaborare molto
rapidamente, in modo elegante ed
efficace, situazioni complesse,
tenendo conto dell’esperienza
passata e anticipando il futuro. Nei
rapporti intersoggettivi facilitano la
comprensione delle intenzioni
altrui. Mantengono o privilegiano il
senso. Queste soluzioni non
snaturano la complessità del reale:
non sono né caricature, né
scorciatoie, né riassunti. Possono
comportare una serie di deviazioni,
un’apparente complessità
aggiuntiva, ma pongono sempre i
problemi in modo originale. Al
contrario di quello che si potrebbe
pensare, semplificare non è
semplice, perché richiede in
particolare di inibire, di
selezionare, di collegare, di
immaginare. Alcune soluzioni
trovate dagli organismi viventi sono
valide a livello universale per tutte
le specie animali, tra cui l’uomo. È
così per i sensi. Ma ogni organismo
trova una serie di semplificazioni
anche in funzione del proprio
Umwelt1, cioè in funzione dei
propri rapporti personali con
l’ambiente, del proprio posto nel
corso dell’evoluzione. La
complessità della materia vivente
non è il risultato, neanche parziale,
della complessità del corredo
genetico, poiché tale corredo è a
propria volta organizzato secondo
principi semplificativi che
permettono contemporaneamente di
semplificare e di lasciare campo
libero alla diversità. Così, per
esempio, quattro famiglie di geni –
solo quattro – controllano
l’organizzazione dei segmenti
corporei, il che non impedisce
all’anatomia dei nervi cranici di
variare secondo le diverse specie
(figura 1).

1. L’organizzazione semplessa
dell’anatomia dei nervi cranici. I quattro
geni HOX che determinano la
localizzazione segmentale delle parti del
corpo determinano anche la suddivisione
dei nervi lungo il midollo (seguendo una
serie di rombomeri indicati da r1 a r8).
Nell’immagine si vede la distribuzione
segmentale dei nervi cranici in diverse
specie. La semplificazione (soltanto
quattro geni) permette in realtà una grande
diversità nella distribuzione anatomica a
seconda della specie (da Gill e Baker,
2005).

Schemi e piccoli mondi

Uri Alon scrive: «Complesso è


forse l’aggettivo utilizzato più di
frequente per descrivere i fenomeni
biologici. In ogni cellula sono
attive reti di interazioni complesse
tra migliaia di metaboliti, proteine,
dna. Ogni interazione è, a propria
volta, una danza complessa di
interazioni tra proteine dalle forme
raffinate, costruite per entrare in
contatto tra loro se le condizioni
sono favorevoli. Ogni proteina
assomiglia a un pacco di spaghetti
aggrovigliati e organizzati in fasci
da legami atomici. Dov’è, quindi,
la semplicità? Non sostengo che la
biologia sia semplice, ma che le
reti di interazione sono più
semplici di quanto non sembri.
Pare che ci sia un certo grado di
semplicità in diversi aspetti di
queste reti, e questo è piuttosto
intrigante, visto che le cellule si
sono evolute per sopravvivere e
non perché gli scienziati le
comprendano»2. Per Alon, dunque,
nonostante l’incredibile quantità di
pattern d’interazione tra i geni, le
reti neuronali che ne risultano sono
costruite a partire da un
piccolissimo numero di “schemi”.
Per esempio, nel batterio
Escherichia coli esiste un pattern
che risponde allo stress
producendo flagelli simili a fruste,
che permettono al batterio di
nuotare verso luoghi più
favorevoli. Questo stesso pattern si
ritrova in alcuni altri sistemi,
compresi organismi molto
complessi. Tali pattern specifici
sembrano legati alla necessità di
costituire strutture molto robuste.
Il ripresentarsi, in diversi
organismi viventi, di schemi
identici o simili, che svolgono
funzioni precise e importanti, è un
buon esempio di quella che chiamo
semplessità della materia vivente.
Pattern identici o simili sono
utilizzati in tutti gli esseri viventi
per ridurre al minimo l’energia,
diminuire l’entropia o aumentare la
velocità di trasmissione
dell’informazione. La semplessità
compare dunque in insiemi
molecolari dove, a volte, i principi
di base consistono semplicemente
nel fatto che alcune componenti
producono relazioni reciproche di
eccitazione o di inibizione in
funzione della concentrazione.
Alon, nel testo citato, scrive anche:
«Tali modelli sembrano catturare le
proprietà dinamiche essenziali dei
circuiti di proteine, pur essendo, in
un certo senso, isolati dalla
complessità delle proteine stesse».
Dal suo punto di vista la
modellizzazione potrebbe essere un
efficace strumento di studio dei
principi semplificativi per
descrivere ciò che numerosi
ricercatori nel campo della
biologia chiamano piccoli mondi:
«La modellizzazione matematica
può aiutarci a risolvere problemi di
questo genere? Sì. In fin dei conti si
cerca di formulare una serie di
principi semplificativi che
descrivono le proprietà dinamiche
globali della macchina proteica in
termini che tengono conto delle
proprietà di tutte le sue parti»3. In
diversi ambiti della biologia, come
l’immunologia, ma anche in
discipline che studiano le basi
molecolari del comportamento, si
possono trovare altri esempi di
tentativi volti a identificare
soluzioni che semplificano i
processi messi in atto4.

Uno strumento degli organismi


viventi
Per procedere nella nostra
presentazione della semplessità,
esaminiamo le proprietà degli
organismi viventi che potrebbero
costituire strumenti di semplessità.
È bene citare principalmente le
caratteristiche seguenti:

– La separazione delle funzioni e


la modularità. La separazione
delle funzioni è una caratteristica
essenziale degli organismi
viventi. Negli insiemi
molecolari, così come nelle
funzioni più elevate del sistema
nervoso, la dimensione
temporale è un fattore di
separazione delle funzioni.
Alcuni meccanismi molecolari,
per esempio, lavorano molto
rapidamente, altri in modo più
lento, e questo facilita la loro
distinzione nel funzionamento
molecolare. Allo stesso modo,
nel controllo motorio, ma anche
nella percezione, si distinguono
sistemi tonici, lenti, costanti, e
sistemi fasici, rapidi, transitori.
Questo si traduce nella
separazione delle funzioni
sensomotorie in moduli
specializzati che cooperano
(figura 2): la differenziazione è
un fattore di semplessità. Più in
generale, la modularità,
l’equivalente della divisione del
lavoro nella società, è una delle
proprietà fondamentali degli
organismi viventi.

2. La modularità: diverse reti neuronali


alla base di un repertorio di azioni. Lo
schema illustra la modularità dei sistemi
per “raggiungere” un oggetto, “afferrare”,
“spostare lo sguardo con una saccade”, e
“inseguire un bersaglio in movimento con
lo sguardo”. CGL indica il corpo genicolato
laterale, nucleo del talamo visivo. Le sigle
V1-V6 indicano le diverse aree visive; PO,
M DP, M IP, 7a, 7b, IPV, PIA, PIL, sono aree
della corteccia parietale; TSM , TSF, TEO, STS,
IT designano aree della corteccia
temporale. Le aree contrassegnate dalla
sigla BA corrispondono ad aree della
corteccia frontale e prefrontale secondo
la classificazione di Brodmann.

– La rapidità. È un’altra proprietà


fondamentale degli organismi
viventi e del cervello, e sono
rari gli animali che hanno trovato
un modo per farne a meno (i
pigri sono un’eccezione). La
rapidità presuppone soluzioni
eleganti, non necessariamente
semplici, ma efficaci.
Presuppone l’anticipazione, la
previsione delle conseguenze
dell’azione indispensabile per
catturare una preda o sfuggire a
un predatore. Così la mantide,
temibile divoratrice, reagisce
alla presenza dell’ape che
catturerà in 60 millisecondi.
Allo stesso modo, nell’essere
umano la paura di fronte a una
vipera si innesca in un intervallo
di tempo che va dai 75 ai 100
millisecondi. Analogamente, la
reazione motoria anticipatrice
prodotta da un ostacolo che
rischia di causare una caduta si
innesca in meno di 100
millisecondi. Questa rapidità si
ritrova in atti cognitivi più
complessi come la presa di
decisione, che in alcuni casi
avviene in una frazione di
secondo. Il pilota di un aereo ha
a disposizione pochissimo tempo
per evitare una catastrofe, e un
conducente che distoglie lo
sguardo dalla strada per più di
un secondo corre un rischio.
L’esecuzione di una partitura per
violino di Paganini o di Mozart
presuppone una destrezza
mentale assolutamente
stupefacente, eguagliata soltanto
da quella del compositore, che
riflette la rapidità del pensiero in
atto. Ma la vita, per garantire
questo, ha trovato un metodo,
quello di Descartes: scomporre i
problemi complicati in
sottoproblemi più semplici
grazie a moduli specializzati, a
costo di dover in seguito
ricomporre l’insieme. È quello
che io chiamo deviazione della
semplessità5.
– L’affidabilità. Per evitare
errori, bisogna che i meccanismi
neuronali del cervello e dei suoi
annessi siano altamente
affidabili. Ma l’affidabilità non
si accorda bene con la
complessità, soprattutto quando
si tratta di organismi viventi che
presuppongono molteplici
livelli, da quello molecolare a
quello cognitivo. Per aumentare
l’affidabilità sono state
concepite soluzioni originali,
come la ridondanza, l’uso
paradossale del rumore, la
cooperazione tra inibizione ed
eccitazione, l’impiego di
oscillatori accoppiati, dotati di
proprietà come la contractance
(si veda il Capitolo 7).
– La flessibilità e l’adattamento
al cambiamento. Un organismo,
per risolvere un problema, deve
essere in grado di percepire,
catturare, decidere o agire in
molti modi (vicarianza) a
seconda del contesto,
compensare deficit, affrontare
situazioni nuove. Ma per avere a
disposizione un repertorio di
soluzioni non si può sprofondare
nella complessità. Supponiamo
che io sia a Parigi e il mio
compito sia andare da Place du
Panthéon a Porte Maillot
arrivando entro una certa ora. La
soluzione più semplice consiste
nel prendere l’autobus, che è
diretto, ma c’è traffico e così
arriverei in ritardo. Scelgo
dunque di prendere il treno
metropolitano rer, che mi
costringe a cambiare alla
stazione Châtelet, dove è facile
perdersi a causa dei complicati
spostamenti interni, ma alla fine
arrivo in tempo! La soluzione
che ho adottato introduce un
certo livello di complessità, ma
mi semplifica la vita perché
evito di arrivare in ritardo. Un
altro esempio in un ambito
diverso: ho un portafoglio di
azioni e il mercato comincia a
scendere in modo vertiginoso. La
soluzione semplice è quella di
vendere in fretta le mie azioni;
quella semplessa, insieme più
semplice e più complessa, dal
momento che presuppone una
deviazione mentale, consiste nel
non fare nulla nell’attesa che il
mercato risalga: questa soluzione
implica un ragionamento, una
scommessa sul futuro. Rispetto
alla nozione di semplicità, quella
di semplessità comprende una
tensione, a volte una
contrapposizione tra il semplice
e il complesso che caratterizza il
mondo vivente.
– La memoria. Il ricordo di
un’esperienza passata deve poter
essere utilizzato nell’azione
presente o per prevedere le
conseguenze future dell’azione.
Mettere in corrispondenza il
passato con il fluire e divenire
del presente presuppone principi
semplificativi comuni alla
memoria del passato e al modo
in cui l’anticipazione è
codificata nel cervello. La
molteplicità dei meccanismi
delle memorie (esplicita,
implicita, episodica, verbale,
iconografica, affettiva) rimanda
all’utilizzo della modularità.
– La generalizzazione. È un’altra
importantissima proprietà che
presuppone la semplessità in
modo sottile. Facciamo
l’esempio di quella che viene
definita equivalenza motoria:
possiamo spostare lo sguardo
con un movimento dell’occhio,
ma anche con un movimento
combinato dell’occhio e della
testa, addirittura di tutto il corpo.
Per farlo, bisogna che il
movimento sia codificato,
programmato in modo
abbastanza generale da poter
essere compiuto da uno
qualunque di questi segmenti del
corpo, a prescindere dalla
complessità. Abbiamo ipotizzato
che, per consentire tale
generalizzazione, lo spostamento
dello sguardo sia codificato
sotto forma di velocità, con
meccanismi di memoria
dinamica ,6 in modo da
permettere di integrare il segnale
di velocità per trasformarlo in un
segnale di posizione,
elaborandolo nei modelli interni
dell’effettore scelto7. Allo stesso
modo si può scrivere la parola
“amore” con il dito, la mano o
anche con il piede, come fanno
le persone che non possono
usare le mani, ma si può anche
scrivere correndo su una
spiaggia. Questo implica che la
geometria del movimento sia
determinata in modo molto
generale. La questione della
generalizzazione è oggi alla base
della riflessione sulla
riabilitazione delle funzioni
motorie in pazienti che
presentano lesioni cerebrali: per
quanto si costruiscano robot e
macchine per rieducare tali
pazienti, questi hanno difficoltà a
trasferire nella vita di tutti
giorni, cioè a generalizzare, le
capacità ritrovate.
Ovviamente questo elenco di
proprietà è ben lungi dall’essere
completo e ci ritorneremo più
avanti, in particolare riguardo
l’importanza del movimento, dal
momento che, come ha mostrato
magnificamente Llinas8, l’origine
del pensiero risiede nella
necessità di spostarsi, nel
movimento.
Capitolo 2

Abbozzo di una teoria


della semplessità

Non perché un comportamento è


più semplice esso è anche
privilegiato, ma al contrario è il
suo carattere privilegiato che lo fa
apparire più semplice […] Per lo
più il comportamento privilegiato
è più semplice e più economico, se
si tiene conto dello scopo nel quale
l’organismo è impegnato e se le sue
forme fondamentali di attività, lo
sviluppo della sua possibile
azione, sono tutte presenti nella
definizione delle strutture che
saranno le più semplici per questo
comportamento, privilegiate in
esso. Maurice Merleau-Ponty

A questo punto vorrei tentare di


abbozzare una teoria della
semplessità. Un abbozzo non è un
disegno finito, è l’espressione di
un’intenzione, un progetto ridotto
all’essenziale, impreciso e
indeciso, che porta in sé i propri
cambiamenti. È una domanda che
innesca la risposta; una libera
evocazione. Affermo che un
processo semplesso è un processo
retto da diversi principi, messo in
atto in maniera successiva o, in
alcuni casi, parallela, addirittura in
modo ricorsivo. L’elenco di
principi che esporrò è finalizzato a
definire un quadro, incompleto e
discutibile, volto a circoscrivere il
concetto di semplessità. Mi
propongo di aprire un cantiere, un
dibattito, seguendo molto
modestamente gli studiosi di
geometria che hanno affrontato le
geometrie non euclidee, ma anche
Leonardo da Vinci, che ha
abbandonato un ambito ristretto
come quello del metodo albertiano
della prospettiva, o Daniel
Kahneman, che ha riconsiderato i
fondamenti cognitivi delle teorie
economiche.

L’inibizione e il principio del


rifiuto

L’inibizione è una proprietà


importante nel funzionamento degli
organismi viventi e del cervello
umano. È una delle maggiori
scoperte dell’evoluzione. Consente
la competizione, quindi la
decisione, la plasticità, la stabilità.
È utilizzata nel cervello per
aumentare la velocità, per operare
una selezione, una scelta nella
complessità degli elementi di un
fenomeno, di un atto, di una
situazione, che riguardano i nostri
rapporti con l’ambiente circostante
o i meccanismi del nostro pensiero.
Tutti i grandi centri del cervello
(cervelletto, gangli della base,
corteccia prefrontale) che
intervengono a livello di
coordinazione dei movimenti,
selezione dell’azione, previsione
del futuro o decisione, sono dotati
di uno strumento di inibizione; lo
sviluppo della corteccia
prefrontale, per esempio, ha
consentito all’uomo di non essere
schiavo della realtà vissuta, del
flusso degli eventi; gli ha permesso
di prendere le distanze dal reale, di
cambiare punto di vista. Le nostre
funzioni esecutive1 ci conferiscono
la capacità di inibire una serie di
strategie cognitive primitive2 o di
riflessi innati troppo automatici. Si
può dire, in qualche modo, che
pensare significa inibire e
disinibire, che creare sia inibire
alcune soluzioni automatiche o
apprese, che agire sia inibire tutte
le azioni che non compiamo. Il
rifiuto di perdersi nella
complessità è un’attitudine, una
postura intellettuale che apre a un
riesame, un po’ come il mettere fra
parentesi caro a Husserl.

Il principio della specializzazione


e della selezione: l’Umwelt

È il nostro secondo principio.


L’esempio più significativo
consiste nel repertorio degli
indicatori sensoriali usati da ogni
diversa specie animale. Ciascuna
specie cerca nel mondo unicamente
gli indicatori importanti per la
propria sopravvivenza. Ciascuna
specie agisce in funzione del
proprio Umwelt. Si può
generalizzare quest’idea e
applicarla alle funzioni cognitive e
alla decisione in generale. La presa
di decisione implica la scelta delle
informazioni del mondo pertinenti
rispetto ai fini dell’azione. È un
principio di parsimonia, lo stesso
che opera nell’arte della guerra,
nella politica o nel ragionamento,
che la saggezza popolare esprime
in proverbi e detti come “Chi
troppo vuole nulla stringe” o
“Meglio un uovo oggi che una
gallina domani”.
La selezione non è indotta
unicamente in un rapporto
stimolorisposta, ma si inscrive in
una prospettiva dove un organismo
vivente autorganizzato, autonomo,
proietta sul mondo le proprie
intenzioni e le proprie ipotesi. In
questa operazione il nostro
cervello funziona come un
comparatore e un emulatore, più
che limitarsi a elaborare le
informazioni; per farlo utilizza
numerosi meccanismi
dell’attenzione cui dedicheremo un
capitolo in seguito. La selezione
delle informazioni prelevate sul
mondo è legata a propria volta alla
specializzazione. Il nostro cervello,
infatti, è formato da centri
specializzati in elaborazioni ben
precise (il viso, il corpo, i ricordi,
il linguaggio, l’emozione)3. Il
privilegio dell’uomo consiste nel
fatto che, in una certa misura, può
creare mondi o per lo meno avere
l’illusione di poter sfuggire al
proprio Umwelt!

Il principio dell’anticipazione
probabilistica

Il terzo principio è quello


dell’anticipazione e della
previsione, fondate sulla memoria.
Questa doppia strategia,
prospettiva e retrospettiva, inscrive
il presente nel flusso dinamico di
un universo che cambia. Consente
di confrontare i dati dei sensi con
le conseguenze delle azioni passate
e di prevedere le conseguenze
dell’azione in corso. Dati recenti
mostrano questo doppio controllo a
livello del talamo, incaricato di
elaborare le informazioni
sensoriali4. Il principio
dell’anticipazione fondato sulla
memoria implica un funzionamento
probabilisico; implica che la
semplessità si adatti all’incertezza,
e non è semplice. L’incertezza
assicura un margine di libertà,
cosicché l’ordine della semplessità
non è un ordine fascista, ma
democratico; la semplessità non è
gerarchica, bensì eterarchica.
Come nelle fughe di Bach, l’ordine
consente all’immaginazione la
possibilità delle variazioni, lascia
intravedere la duttilità dietro
un’architettura o una forma, porta in
sé l’innovazione. L’innovazione
può venire soltanto dalla
complessità; passa
necessariamente, a un certo punto,
per un ordinamento spaziale e
temporale originale e innovativo
che è proprio della semplessità.
Possiamo arrivare solo a una
stima della velocità del nostro
corpo nello spazio, del meteo di
domani o dello stato reale del
mercato dei cambi. Non stupisce
che i roboticisti, elaboratori di
immagini, abbiano utilizzato così
tanto il filtro di Kalman, uno
strumento matematico che fornisce
una stima probabilistica
considerata ottimale in questo
campo. Ai nostri fini è importante
capire fino in fondo che
l’anticipazione è sempre
probabilistica. Oggi i ricercatori
che operano nell’ambito della
psicologia e delle neuroscienze
utilizzano i modelli derivati dalla
formula del reverendo Bayes, che
lega a priori esiti della memoria
del passato a probabilità
riguardanti gli eventi futuri (figura
3), e non certo a causa del
cosiddetto effetto carrozzone o
istinto del gregge. Come è ovvio, si
potrebbero proporre altre teorie
probabilistiche, e questo di sicuro
avverrà, ma oggi l’utilizzo
dell’inferenza bayesiana
nell’ambito della psicologia e delle
neuroscienze è particolarmente
utile per modellizzare numerosi
processi.
3. La previsione di un temporale
(rappresentazione schematica del
ragionamento probabilistico). Sta per
arrivare un temporale? Per rispondere a
questa domanda bisogna prima di tutto
disporre delle conoscenze preliminari
illustrate nella prima immagine. Tali
conoscenze preliminari definiscono i
legami di dipendenza tra i dati – come lo
stato del cielo (C) o la temperatura (T ) – e
l’imminenza di un temporale (E).
L’interdipendenza si traduce in leggi
probabilistiche, P (C|E) e P (T |E), chiamate
verosimiglianze. Siccome in questo
esempio E non dipende da nessuna altra
variabile, P (E) è la probabilità di un
temporale a priori, cioè in assenza di dati.
La seconda immagine mostra come la
regola di Bayes permetta di sfruttare tali
conoscenze per calcolare la probabilità a
posteriori dell’imminenza di un
temporale, tenendo conto, in questo caso,
dell’osservazione del cielo e del dato
della temperatura.

Ecco un riassunto della teoria


bayesiana. Per decidere in merito a
un’azione, il nostro cervello deve
fare una serie di ipotesi. Deve
decidere qual è la probabilità che
le sue ipotesi siano giuste in
funzione dell’informazione di cui
dispone, della sua memoria del
passato e di una previsione
dell’avvenire (pensate al vostro
ragionamento sulla probabilità che
faccia bel tempo oggi o domani).
L’enunciato del teorema di Bayes
dice che cosa bisogna fare. Se
p(h|d) è la probabilità che
un’ipotesi sia vera stando ai dati
sensoriali attuali, allora P(H|D) =
P (D|H) x P (H)/P (D), dove P (D|H) è
la verosimiglianza, cioè la
probabilità di questi dati se
l’ipotesi è vera, essendo p(h) la
probabilità a priori che l’ipotesi
sia vera e p(d) la probabilità dei
dati.
Oggi i fisici, nonostante la
resistenza opposta da Einstein a
questa idea, sostengono che
l’universo sia retto dalle leggi
della fisica quantistica, nella quale
regna una serie di
indeterminazioni: il rapporto di
indeterminazione di Heisenberg,
per esempio, stabilisce fino a che
punto è possibile conoscere
contemporaneamente la posizione e
la velocità di una particella. Allo
stesso modo, mi sembra che la
semplessità risolva una serie di
problemi complessi, rinunciando al
determinismo puro e accettando di
includere la probabilità, il caso,
l’idea che dal disordine possa
emergere l’ordine. Un mio nipote
ha sposato una ragazza indiana,
attribuendomi così il titolo di
mama, perché in India lo zio, per
una coppia, è una sorta di padrino.
Ho chiesto quale fosse il mio ruolo.
Mi ha spiegato che non consisteva
soltanto nel vegliare sulla felicità
della coppia, ma nell’introdurvi un
po’ di disordine, cioè
nell’arricchirlo mediante la
diversità, cui Changeux ha
attribuito grandi virtù5.

Il principio della deviazione

Il quarto principio della


semplessità è quello della
deviazione attraverso una
complessità accessoria. Questa
idea della deviazione è
fondamentale e deve essere
considerata in tutta la sua
ricchezza, come quando la guida
Michelin indica che un luogo o una
città “meritano una deviazione”.
Immaginiamo che un roboticista
voglia controllare la posizione di
un robot che afferra una serie di
oggetti dei quali non conosce bene
le proprietà dinamiche, all’interno
di un ambiente complesso e incerto
che varia (per esempio prendere al
volo un aereoplanino di carta con il
vento). Dovrà risolvere problemi
definiti come non lineari. Per fare
questo può utilizzare, in luogo della
variabile semplice che vuole
controllare (la posizione), un
insieme più complesso di variabili
che combinano posizione, velocità
e accelerazione (in questo caso si
parla di variabile composta)6. Ma
quando la questione si pone in
questo spazio di variabili
composte, paradossalmente il
problema del controllo diviene più
semplice.
Se per esempio un sistema ha un
comportamento complesso, che di
norma può essere rappresentato
soltanto con equazioni di terzo
grado, il fatto di utilizzare le
variabili composte significa
riportare tutto a un sistema di primo
grado, molto più semplice nel
calcolo e nella previsione del
comportamento dinamico. Allo
stesso modo, se la velocità dei
cambiamenti di posizione di un
sistema varia in modo non lineare,
l’utilizzo di variabili composte
permetterà di fare calcoli in un
mondo di velocità lineari molto più
semplice. In entrambi i casi si ha
una deviazione verso un’apparente
complessità (l’utilizzo di variabili
composte), ma questa deviazione
rende più semplice e soprattutto
più efficace il controllo del
sistema. Questo corrisponde alla
mia definizione della semplessità.
Si può anche considerare
l’esempio dell’Airbus A380, il
gigante dei cieli che è stato
simulato interamente prima di
essere costruito. La simulazione ha
presupposto algoritmi di calcoli e
tecnologie grafiche molto
sofisticate, ma questa deviazione ha
semplificato notevolmente il
processo. Ecco un altro possibile
esempio: la chirurgia robotizzata.
Oggi un chirurgo non lavora più
direttamente sull’organo, ma
sull’immagine dell’organo
trasmessa da una videocamera
inserita nel corpo del paziente. A
questa immagine si aggiunge il
“ritorno di forza”, che dà al
chirurgo la percezione di toccare
l’organo grazie al sensore posto
all’estremità dello strumento, il
quale misura la pressione e
restituisce tale forza alla mano del
chirurgo per mezzo di un motore.
Questo dispositivo è impiegato
attualmente in sempre più numerosi
ambiti chirurgici, come la
celioscopia; presuppone
un’eccezionale destrezza e un
addestramento molto particolare,
ma la realtà virtuale semplifica il
lavoro, guidando il gesto oppure
aumentando o diminuendo le
dimensioni (la scala)
dell’immagine dell’organo da
asportare o riparare. Questa
deviazione, in fin dei conti, rende il
lavoro del chirurgo più semplesso,
lasciando spazio alla flessibilità,
alla memoria o alla possibilità di
consultare una banca di immagini e
di migliorare la precisione del
gesto. Nella teoria della
semplessità che propongo gli
organismi viventi possiedono a
propria volta numerosi meccanismi
che, per mezzo di una deviazione,
facilitano la risoluzione di
problemi non lineari. A volte, del
resto, la semplificazione deriva
proprio da una deviazione in questo
ambito non lineare. Precisiamo fin
da ora, anche se ci torneremo in
modo più dettagliato nel Capitolo
5, che la deviazione non è l’unica
soluzione elegante escogitata dagli
organismi viventi: esiste anche la
scorciatoia.

Il principio della cooperazione e


della ridondanza

Il prezzo della specializzazione e


della selezione (secondo principio)
è che ci priviamo di un gran
numero di informazioni. La
selezione riduce la quantità di
soluzioni disponibili. In un simile
contesto avere più valutazioni di
una medesima variabile per
contenere il rischio di errore è
molto interessante. In senso stretto
una soluzione si definisce
cooperativa quando prende in
esame variabili importanti per la
percezione o l’azione. Supponiamo,
per esempio, di voler valutare la
velocità del nostro spostamento. Si
tratta di un’operazione complessa,
perché l’ambiente visivo è spesso
animato da movimenti di ogni sorta
(treno, nuvole, vento). Per
riuscirci, superando gli ostacoli, il
nostro cervello utilizzerà due mezzi
indipendenti: un recettore
specializzato e una combinazione
di informazioni provenienti da
recettori diversi. E crederà
all’esattezza della misura
unicamente se le due valutazioni si
rivelano coerenti7. Si sa così che la
velocità della testa è valutata due
volte, dal sistema vestibolare e
dalla visione associata alla misura
del movimento oculare.
La cooperazione e la ridondanza
non consistono soltanto nella
combinazione dei recettori
sensoriali, ma hanno anche altri
campi di applicazione. Per
esempio, l’evoluzione ci ha dotati
di meccanismi che permettono di
immaginare la città dove ci
troviamo in modo egocentrato, cioè
in prima persona, in funzione della
strada che seguiamo da un punto di
vista locale, oppure in modo
allocentrico, cioè immaginando una
mappa della città da un punto di
vista globale, cartografico, che ha
il vantaggio di consentirci
operazioni mentali indipendenti
come confrontare una serie di
distanze o cercare tragitti
alternativi (figura 4).
Questi due punti di vista sono
complementari e costituiscono una
forma di semplessità. Attraverso la
deviazione costituita dalle due
prospettive e la capacità di
lavorare con entrambe in parallelo
o simultaneamente, possiamo
semplificare il nostro spostamento
in una città, nella metropolitana o
in un bosco. Sempre attraverso
questa deviazione, il capo di
un’impresa o uno stratega militare
possono semplificare la
complessità di un cantiere o di un
campo di battaglia. Più avanti
ritorneremo sulle basi neurali delle
strategie cognitive sottese a questi
diversi modi di elaborare lo
spazio. Per ora diciamo che la
capacità di cambiare punto di vista
ci consente di prendere decisioni.
Perché ogni decisione è
essenzialmente semplessa, dal
momento che offre un’alternativa a
una realtà complessa: il chirurgo
opera il paziente o lo lascia morire;
il giudice condanna un imputato o
lo assolve; l’azionista vende le
proprie azioni o aspetta che la
borsa risalga; il prefetto vieta una
manifestazione o l’autorizza;
l’industriale moltiplica i modelli di
automobili prodotti o si
specializza. Si chiama
cambiamento di sistema di
riferimento (si veda il Capitolo
10).

4. Due vedute di Parigi. A) Visione della


città che corrisponde al “vissuto” di un
tragitto: il punto di vista è egocentrato. B)
Visione dall’alto o cartografica. Sebbene
presupponga un punto di vista soggettivo
dall’alto, il punto di vista allocentrico
consente di svolgere operazioni mentali
indipendenti dal soggetto (ricostruzione
visiva su autorizzazione della società
Archivideo). Le due prospettive
corrispondono a due meccanismi
cerebrali di simulazione mentale o di
memorizzazione di un tragitto, ma ne
esistono altre. La moltiplicazione delle
strategie cognitive di elaborazione dello
spazio è una modularità che permette al
nostro cervello di scegliere la modalità
adatta al compito o al contesto.

Il principio del senso


Grazie a tutte queste proprietà, per
un organismo vivente la
semplessità è ciò che dà senso alla
semplificazione, visto che le
soluzioni semplesse sono guidate
da un’intenzione, da un fine, da una
funzione8. Come ho dimostrato nel
mio libro Il senso del movimento,
il fondamento del senso è nell’atto
stesso: il senso non è applicato alla
vita, è la vita stessa. Il concetto di
semplessità include, nella mia
mente, la nozione di senso.
Elaborare una teoria della
semplessità significa dunque
elaborare una teoria del senso,
ridefinendo questo termine,
restituendogli come fondamento
l’atto possibile intenzionale o l’atto
desiderato. A questo punto i
principi che ho abbozzato per
tentare di delineare la nozione di
semplessità si aprono alla
discussione. Non pretendo che
siano esaustivi, né che la loro
formulazione sia definitiva. I
capitoli successivi mirano a offrire
esempi di processi semplessi, da
utilizzare come riferimento.
Capitolo 3

Sguardo ed empatia

La combinazione di re [ri] e
garder [guardare] è ricca di
implicazioni. Più che il fatto di
cogliere furtivamente una vista,
un’immagine, essa evoca piuttosto
la ripresa o il rinnovarsi di
qualcosa che è stato osservato e
che richiede, a ogni nuova
occasione, di essere sviluppato in
quanto evento. Non dimentichiamo
che lo sguardo [regard] comporta
inoltre l’idea di riguardo [égard] e
invita perciò sempre l’essere che
guarda a un impegno più
profondo. François Cheng

Nel corso dell’evoluzione è stata


messa a punto una serie di soluzioni
per permettere agli organismi
viventi di agire in modo rapido ed
efficace. La mia ipotesi è che
queste soluzioni, incredibilmente
varie e numerose – che
costituiscono la varietà degli esseri
viventi – si ritrovino in organismi
molto diversi. Da questo punto di
vista la semplessità risponde alle
medesime regole che operano nelle
lingue o nella cultura: vi si trovano
sia la diversità sia l’universale,
come testimonia la
contrapposizione del pensiero di
Noam Chomsky1 e di Claude
Hagège2: l’uno insiste
sull’universalità della grammatica,
l’altro sulla diversità delle lingue.
Il problema è presente anche
nell’opera dell’antropologo Claude
Lévy-Strauss, che ha fondato
l’antropologia strutturalista
sull’esame dettagliato delle diverse
forme concrete assunte
dall’organizzazione sociale, per
estrarne strutture formali
generalizzabili.
La dualità diversità-universalità
è una caratteristica della materia
vivente. Si può constatare
nell’ambito della genomica, dove
scoperte recenti hanno permesso di
comprendere come, nonostante una
medesima organizzazione del
genoma, una serie di meccanismi
chimici dei rispettivi metabolismi
induca variazioni che si traducono
in una diversità di fenotipi, come
nel caso di due piante che hanno il
medesimo genoma ma possono
avere una geometria, cioè una
disposizione dei rami e una forma
delle foglie o dei fiori,
completamente diversa. Oggi si
precisa anche l’importanza dei
fattori epigenetici che, nei
primissimi momenti di vita del
bambino, influenzano l’espressione
dei geni.
Per descrivere tali
organizzazioni semplesse utilizzerò
le espressioni leggi semplificative
o principi semplificativi, in
mancanza di meglio. In realtà non si
tratta né di leggi né di principi, ma
di soluzioni, di processi, di
architetture, a volte di
concatenazioni meccaniche. A
quanto pare, nell’evoluzione “tutto
fa brodo”; vi si imboccano strade
impreviste, utilizzando tutti gli
strumenti offerti dalla fisica e dalla
chimica con l’unico fine di
semplificare. Visto che sono un
fisiologo, trarrò i miei esempi dal
funzionamento integrato
dell’organismo.

Il repertorio dei movimenti dello


sguardo

Una prima esemplificazione della


semplessità negli organismi viventi
è fornita dallo sguardo, più
precisamente dai movimenti dello
sguardo. L’invenzione dell’occhio è
molto precoce nell’evoluzione ed è
assolutamente necessaria, poiché
consente ciò che costituisce la
principale facoltà degli organismi
viventi: il movimento, che si tratti
di catturare una preda o di sfuggire
a un predatore. Una testimonianza
significativa è costituita dalle
ascidie3, organismi metà pianta e
metà animale. Quando non ha più di
che nutrirsi nell’ambiente in cui è
radicata, l’ascidia si dota di un
piccolissimo cervello per
controllare un miniapparato
motorio, ma anche di un occhio e di
un recettore vestibolare. L’apparato
motorio le serve per muoversi,
l’occhio per vedere l’ambiente
circostante, il recettore vestibolare
per stabilire la posizione e
l’orientamento nell’acqua grazie a
un sistema di riferimento mobile
durante la ricerca di un nuovo
luogo nell’universo incerto,
percorso da correnti, dell’oceano.
Alla fine la pianta divora i nuovi
attributi e si fissa in un nuovo
posto. Siamo di fronte a un occhio
mobile, dunque a uno sguardo,
poiché la vista deve poter
scandagliare lo spazio intorno
all’animale.
Lo sguardo è un’invenzione
straordinaria e un elemento
fondamentale della semplessità
negli organismi viventi, ma
permette anche l’anticipazione, e
adatta l’esplorazione visiva
all’intenzione dell’azione. Lo
sguardo riduce la complessità
dell’analisi del mondo visivo
attraverso la focalizzazione
dell’attenzione, stabilizza
l’immagine sulla retina, infine
mantiene gli oggetti sulla fovea – la
parte della retina più sensibile ai
particolari – attraverso il
meccanismo dell’inseguimento
oculare, cioè la capacità di seguire
lentamente un oggetto che si sposta.
Lo studio di questi meccanismi è
magnifico: quanto più si procede
nella scoperta, tanto più ci si
meraviglia del loro numero e della
loro varietà.
5. Quattro elementi del repertorio dei
meccanismi di controllo dello sguardo. Il
riflesso vestibolo-oculare e optocinetico
stabilizzano l’immagine del mondo sulla
retina; le saccadi permettono di esplorare
il mondo visivo; l’inseguimento oculare
consente di mantenere l’immagine di un
oggetto sulla fovea. Questi sistemi
possono sostituirsi l’uno all’altro in caso
di defezione di uno dei due. Cooperano
ma possono essere in competizione. La
modularità è una complessità apparente
che permette, in realtà, di dare allo
sguardo un ruolo fondamentale
nell’elaborazione dei comportamenti più
complessi e più vari (particolari in
Berthoz, 1997 e Berthoz, 2003)

Tuttavia, basta che l’immagine


del mondo scivoli leggermente
dalla retina perché queste proprietà
diventino inutili. Dobbiamo
percepire oggetti in movimento,
situati a distanze diverse, e isolare
l’oggetto che ci interessa
all’interno di un mondo mobile.
Sebbene sia molto complesso, il
problema della fissazione
dell’immagine sulla retina grazie al
movimento dell’occhio è stato
risolto dall’evoluzione in diversi
modi. Gran parte della soluzione
risiede nella specializzazione.
Disponiamo di un repertorio di
movimenti oculari ricchissimo,
dove ciascun movimento assolve a
una funzione precisa (figura 5).
Ci sono prima di tutto i riflessi,
di origine vestibolare o visiva, che
stabilizzano l’immagine del mondo
sulla retina; poi i movimenti rapidi,
chiamati saccadi, che consentono
di esplorare il mondo; poi
l’inseguimento oculare, che
permette di seguire un oggetto in
movimento in modo continuativo;
infine i movimenti di convergenza e
di accomodazione, che consentono
di regolare lo sguardo a distanza in
profondità.
In questa sede non mi propongo
di analizzare tutti i meccanismi che
consentono al cervello di
semplificare la coordinazione di
tali movimenti, che sono numerosi
e interessanti. Ma è essenziale
comprendere che ciascuno di questi
sistemi è garantito da un
meccanismo neuronale
specializzato ma coordinato con gli
altri, che funzionano dunque
secondo leggi compatibili.
Nell’uomo lo sguardo è
ovviamente molto più di un
movimento dell’occhio4. È
condivisione di intenzioni,
espressione di spostamento
dell’attenzione, manifestazione di
emozioni. In questa sede, però, ci
limiteremo alle proprietà motorie.

Come semplificare la geometria


di un problema
La complessità del nostro apparato
muscolare è immensa. La geometria
dei muscoli è complessa. Ma per
raggiungere una preda bisogna
muovere tutto questo apparato in
una frazione di secondo. Prima di
raggiungere un oggetto con la mano,
lo fissiamo con lo sguardo. Gli
occhi sono mossi da sei muscoli, e
la testa da circa trentadue. Un
bell’esempio di semplessità è la
soluzione trovata per risolvere un
problema difficile: la non
commutatività delle rotazioni.
Di che cosa si tratta? Prendete
un dado e fategli fare tre rotazioni
successive. Osservate bene in
quale posizione si trova dopo le tre
rotazioni. Poi prendete il medesimo
dado partendo dalla stessa
posizione iniziale e fategli
compiere le medesime rotazioni in
un ordine diverso: constaterete che
il dado, alla fine, non è posizionato
nello stesso modo. Questa
differenza è dovuta alla non
commutatività delle rotazioni.
L’occhio non è altro che una sfera
che compie rotazioni. Se guardate
un punto nello spazio e fate tre
saccadi oculari successive per
fissare tre punti dello spazio, poi
altre tre rotazioni partendo e
arrivando allo stesso punto, in
ragione della non commutatività
delle rotazioni il vostro occhio non
avrà la stessa orientazione (in
torsione) nei due casi. Eppure la
posizione sarà esattamente la
stessa, poiché non vedete il mondo
inclinato in modo diverso… È stato
messo a punto un meccanismo per
rimediare alla non commutatività
delle rotazioni.
Il meccanismo semplesso è il
seguente: tutte le rotazioni
dell’occhio avvengono intorno a un
asse sul piano frontale, il che fa sì
che il controllo sia
considerevolmente semplificato,
riducendo un problema di
dimensione 3 a un problema di
dimensione 25. È quella che viene
chiamata legge di Listing. Listing,
allievo e amico di Gauss, fu tra i
primi a interessarsi della topologia
e a comprendere che si tratta di un
dominio matematico a tutti gli
effetti. Era anche molto bravo a
trovare le parole giuste: si deve a
lui la parola topologia6, ma anche
il termine complesso per designare
gli aggregati di punti, linee e
poligoni7.
Quali meccanismi del nostro
cervello sono alla base della legge
di Listing? Le supposizioni sono
molte. La proprietà in questione è
dovuta all’organizzazione
dell’apparato muscolare o
all’elaborazione centrale? Si è
avanzata l’ipotesi che
l’elaborazione centrale nelle vie
che collegano la retina ai muscoli
degli occhi potesse spiegare il
motivo per cui tutte le rotazioni
dell’occhio avvengono attorno a un
asse sul piano frontale,
semplificando considerevolmente il
controllo dello sguardo. Si è
ipotizzato, per esempio, che il
cervello elabori le informazioni di
spostamento dello sguardo nel
collicolo superiore con operatori
matematici chiamati quaternioni,
cioè operatori che dipendono dal
calcolo con variabili
“immaginarie”, semplificando così
l’implementazione neurale della
legge di Listing.
Di recente, tuttavia, un esame
dettagliato dell’anatomia dei
muscoli ha rivelato un meccanismo
decisamente semplesso di pulegge
da cui deriva questo principio8:
ciascun muscolo extraoculare è
formato da due fasci di fibre
muscolari. Uno assicura la trazione
provocando la rotazione
dell’occhio su un piano: passa
attraverso un anello che si
comporta in modo analogo a una
puleggia, modificando l’asse di
rotazione dell’occhio. Questa
“puleggia”, a propria volta, è
mossa da un altro fascio di fibre
muscolari che può, secondo questa
teoria, modificare la posizione
della puleggia e quindi la
geometria del movimento
dell’occhio. Se la teoria fosse
verificata, ci troveremmo in
presenza di un meccanismo
semplesso che risolve in modo
elegante, al prezzo di una
complicazione dell’apparato
motorio, il problema
dell’implementazione della legge
di Listing. È quella che io chiamo
una soluzione semplessa.

Lo sguardo del bambino

L’organizzazione del repertorio dei


movimenti dello sguardo è garantita
da meccanismi programmati
geneticamente e da aggiustamenti
epigenetici, che intervengono cioè
durante lo sviluppo del bambino,
secondo un calendario
relativamente fisso di maturazione
delle funzioni cerebrali. Prima che
il bambino sia in grado di
camminare, gli spostamenti del suo
sguardo gli consentono di esplorare
il mondo e di scambiare messaggi
con chi gli sta vicino. Un bambino
di pochi mesi è già capace di
fissare un bersaglio con una
precisione media di 0,8 gradi
(contro i 0,4 gradi dell’adulto). La
precisione è dunque superiore a
quanto ci si potrebbe attendere
stando alla maturazione foveale,
che si compie soltanto alla fine del
primo anno di vita. Visti così, i
movimenti dell’occhio sono una
soluzione semplessa alla deficienza
motoria del bambino piccolo. La
capacità di muovere l’occhio
mediante questi salti, le saccadi, e
di fondere le immagini successive
per avere una percezione unica del
mondo circostante non è affatto un
processo semplice.
Facciamo qualche
considerazione temporale. Il feto
muove gli occhi a partire dalla
sedicesima settimana e i movimenti
rapidi cominciano verso la
ventitreesima. La saccade oculare
propriamente detta, invece,
compare soltanto al momento della
nascita. Si compone di due fasi: un
movimento rapido, poi una piccola
saccade detta di correzione. Nel
bambino di qualche settimana le
saccadi oculari rimangono per un
certo tempo frazionate in diverse
saccadi, dette multiple (fino a
cinque o sei).

Il meccanismo è dunque molto


precoce, ma bisogna attendere le
quindici settimane postanatali
perché il bambino possa orientare
lo sguardo con un’unica saccade.
C’è un altro parametro che varia
con l’età: la latenza della saccade
oculare diminuisce con gli anni. La
convergenza è più lenta e di
ampiezza minore nei bambini di
quattro mesi, sebbene i loro occhi
possano convergere verso bersagli
situati a meno di cinquanta
centimetri. Il controllo della
vergenza compare solo tra i quattro
e i sei mesi, e corrisponde senza
dubbio allo sviluppo della
convergenza accomodativa.
L’inseguimento oculare
propriamente detto compare intorno
alle sei-otto settimane; consente di
mantenere un bersaglio in
movimento sulla fovea e anche di
anticiparne il movimento, e non
diviene efficace prima dell’anno, in
concomitanza con lo sviluppo delle
parti anteriori del cervello
(corteccia frontale e prefrontale).
La soluzione che consiste
nell’immobilizzare il mondo sulla
retina attraverso il movimento
risparmia al cervello complesse
operazioni di estrazione del flusso
ottico ed è efficace in termini di
processo. Esige una deviazione,
che semplifica e ottimizza
l’efficacia.

Imparare a guardare

Un’altra proprietà originale degli


organismi viventi è quella di essere
in grado di apprendere sequenze di
movimenti complessi. Imparare a
guardare significa imparare
l’ordine in cui si deve esaminare
l’ambiente circostante. Mentre
lavoriamo dobbiamo guardare, in
un certo ordine, gli strumenti che
useremo. In generale, prima di
prendere un oggetto avviene una
saccade oculare verso l’oggetto che
afferreremo. Lo sguardo anticipa e
guida l’azione. Allo stesso modo
per strada, in macchina, è
importante organizzare, seguendo
un ordine ben determinato, la
fissazione dello sguardo quando si
arriva a un incrocio. In generale,
l’ordine in un’azione, così come in
un ragionamento, è fondamentale, e
il cervello utilizza numerosi
meccanismi di anticipazione.
Durante l’apprendimento entra in
azione la corteccia prefrontale. In
seguito, quando abbiamo appreso
una serie complessa di gesti, la
corteccia prefrontale è liberata e il
movimento diviene automatico. Se
per esempio si impara a eseguire
una serie di saccadi verso alcuni
bersagli, durante l’attivazione si ha
la partecipazione di una zona della
corteccia, l’area oculomotoria
supplementare prefrontale, ma
quando si eseguono sequenze
familiari, l’attività scompare9.
Questo fatto si ricollega ad altre
osservazioni incentrate
sull’apprendimento del movimento
delle dita. Dov’è la
semplificazione? Di fatto una
corteccia prefrontale liberata da un
compito può stabilire legami nuovi,
prendere decisioni, combinare
informazioni multiple sul valore
delle scelte possibili, dirimere
conflitti, inibire comportamenti,
compiere operazioni logiche,
partecipare a funzioni definite
esecutive. È dunque importante che
sia libera e che non sia attiva in
compiti appresi o ripetitivi. Il
trasferimento di attività dalla
corteccia prefrontale, coinvolta
nell’apprendimento, avviene verso
strutture frontali (l’area motoria
supplementare) o strutture
subcorticali (i gangli della base e il
cervelletto) che memorizzano le
combinazioni necessarie per
compiere un gesto. Avviene lo
stesso per la memoria dei tragitti e
degli episodi che li costellano. Il
ricordo creato da un evento si
forma in strutture come
l’ippocampo, prima di essere
trasferito, durante il riposo e il
sonno, in altre strutture: in questo
modo l’ippocampo può formare
nuovi ricordi10; ritorneremo su
questo argomento nel Capitolo 10.
La redistribuzione dell’attività
nel corso dell’apprendimento, che
determina la liberazione di alcune
aree, è una soluzione semplessa
importante. Se ogni volta che si
vuole compiere un gesto appreso si
dovessero mobilitare nuovamente
tutte le aree del cervello coinvolte
nell’apprendimento, il cervello
sarebbe occupato di continuo da
“programmi” appresi, e non
rimarrebbero abbastanza risorse
disponibili per apprendere nuovi
movimenti.

Lo sguardo, un’ancora per


l’azione

Nel bambino e nell’adulto lo


sguardo serve per anticipare l’atto
di afferrare un oggetto; serve anche
per mantenere l’equilibrio e per
guidare la locomozione, ed esiste
una relazione stretta tra lo sviluppo
delle reazioni di orientamento dello
sguardo mediante gli occhi e la
testa e la capacità di un bambino di
navigare nello spazio con tutto il
corpo durante le attività
locomotorie. L’etologo Konrad
Lorenz suggeriva questa idea
quando affermava che
l’organizzazione di una
progressione presuppone una
sequenza di movimenti di
orientamento. Allo stesso modo,
per lo psicologo Gibson non
possiamo rappresentare lo spazio
se non combinando movimenti
successivi di orientamento. Un
bambino che non è in grado di
camminare si costruisce
inizialmente una rappresentazione
dello spazio in un sistema di
riferimento egocentrato. Quando
arriva l’età dei primi passi, mette
in atto una strategia che consiste nel
fissare (ancorare) il proprio
sguardo a elementi successivi della
stanza11. Compie quindi un
movimento tenendo lo sguardo
fisso su quell’ancora che
corrisponde, nella sua memoria, a
quella che oggi chiamiamo vista
locale. In seguito,
progressivamente, ne cambia
diverse, dotandosi di una serie di
viste locali del proprio
spostamento.
Questa successione di
movimenti di fissazione dello
sguardo permette di costruire una
rappresentazione di natura
intermedia. Successivamente il
bambino si libererà di questo uso
dello sguardo e saprà, grazie a una
simulazione mentale, navigare
senza dipendere dal proprio
sguardo.

Rimpiazzare piuttosto che


riparare: la vicarianza
e la sostituzione
L’evoluzione ha costruito un
repertorio di movimenti dello
sguardo: riflessi di stabilizzazione,
saccadi, inseguimento. Questa
specializzazione è un meccanismo
in cui si manifesta la semplessità.
Ha anche un vantaggio notevole,
che ho formulato in termini di
ipotesi della sostituzione
saccadica12. Si può riassumere nel
modo seguente: nel caso di un
deficit del riflesso vestibolo-
oculare, il cervello può utilizzare il
sistema saccadico e l’inseguimento
per creare uno pseudoriflesso
(figura 6), può sostituire un sistema
deficitario con un altro elemento
del repertorio sensomotorio. È la
base di quella che viene definita
rimediazione. La riabilitazione è la
riparazione di una funzione
deficitaria; la rimediazione, invece,
è la creazione, da parte del
cervello, di una soluzione che si
sostituisce al sistema deficitario. È
anche la definizione della
vicarianza (il vicario poteva
sostituire il prete assente nelle
chiese cattoliche). Uno dei vantaggi
della semplessità è quello di
lasciare aperta questa possibilità di
sostituzione. Una soluzione
semplice è fissa, bisogna eseguirla
senza fiatare. Una soluzione
semplessa è flessibile, adattabile,
ricca di possibilità in funzione del
contesto, spesso più rapida a
dispetto della “deviazione” che
comporta.

6. La rimediazione attraverso la
sostituzione funzionale. Osserviamo
l’eccezionale capacità del cervello
nell’utilizzare elementi del repertorio
sensomotorio nel caso di conflitti
sensoriali o di lesioni. La parte superiore
della figura descrive i movimenti
orizzontali dell’occhio e della testa
quando cambiamo bersaglio visivo.
Inizialmente il cervello innesca una
saccade, la testa si muove in seguito. Il
riflesso vestibolo-oculare stabilizza
l’immagine del nuovo bersaglio sulla
retina, riportando automaticamente
l’occhio nell’orbita (si veda la figura 5).
La parte inferiore dell’immagine mostra
ciò che avviene quando si pongono davanti
a un occhio dei prismi di Dove, che
invertono il senso del movimento
apparente nel mondo visivo. In questo
caso la saccade dell’occhio si innesca
normalmente; in compenso, quando la
testa si muove, il riflesso vestibolo-
oculare è assolutamente perturbante,
perché, per conservare l’immagine del
nuovo bersaglio sulla fovea, il cervello
deve produrre un movimento in senso
opposto rispetto al riflesso normale e
farlo al doppio della velocità rispetto alla
testa. La registrazione mostra che, dopo
diverse esitazioni, il cervello produce il
movimento. Lo fa inibendo il riflesso e
sostituendolo con una combinazione di
saccadi e inseguimenti: un controllo
cognitivo sostituisce un meccanismo
automatico non funzionale. Questa
deviazione mediante l’uso di meccanismi
alternativi per rimediare, usando la
vicarianza, è un esempio di deviazione
semplessa tipica del mondo vivente (da
Berthoz e Melvill-Johnes, 1985).

Lo sguardo guardato allo


specchio

In generale si attribuisce al
riconoscimento di sé allo specchio
il primo segno di una coscienza di
sé13. Quando il bambino si
riconosce allo specchio,
inizialmente il riconoscimento è
fondato, a mio parere, sullo
scambio di sguardi. In effetti,
l’immagine dello specchio guarda
il bambino così come il bambino la
guarda. Come avviene nell’atto di
congiungere le mani, quando
ciascuna mano tocca ed è
contemporaneamente toccata. Qui il
bambino guarda ed è guardato. La
coscienza di sé, che permette di
riconoscersi allo specchio, è
profondamente legata alla capacità
del bambino di prendere coscienza
del fatto che chi lo sta guardando è
la stessa persona che lui guarda.
La capacità di attribuire una
funzione doppia allo sguardo-
guardato presuppone anche che il
bambino molto piccolo possa
analizzare la direzione dello
sguardo dell’altro14. La
registrazione dei potenziali evocati
corticali nei bambini di quattro
mesi ha rivelato, di fatto, una
risposta evocata occipitale (N170)
più importante quando vengono
presentate figure dallo sguardo
diretto e non deviato. Del resto,
anche un bambino di cinque giorni
percepisce una grande differenza
tra lo sguardo diretto e lo sguardo
deviato. L’imaging cerebrale
mostra che un contatto diverso
attraverso lo sguardo attiva
l’amigdala, oltre al giro fusiforme,
coinvolto nell’identificazione del
volto. Quindi l’amigdala del
bambino è già in funzione, poiché
percepisce lo sguardo che lo fissa.
Forse bisogna vedere in questo la
base neurale della reazione
magnetica che scatena una
fascinazione reciproca tra la madre
e il suo bambino.
Lo scambio di sguardi rivela
anche i processi di manipolazione
dei sistemi di riferimento spaziali.
Sebbene il controllo dei movimenti
dello sguardo sia egocentrato, cioè
diretto dal punto di vista di colui
che guarda, lo scambio di sguardi
presuppone che sia possibile
contemporaneamente il
mantenimento del punto di vista del
soggetto (egocentrato) e il
cambiamento di punto di vista che
mette il soggetto al posto dell’altro
(allocentrico), che è alla base
dell’empatia15. Io definisco questa
operazione multiprospettiva
simultanea. Una teoria completa
dei movimenti dello sguardo
presuppone la comprensione del
ruolo svolto dallo sguardo altrui
sul nostro sguardo. Una vera e
propria teoria dell’interazione
degli sguardi deve ancora essere
elaborata16.
La mia intuizione consiste
nell’ipotizzare che questo gioco
intersoggettivo sottile e forte sia
anche una proprietà fondamentale
della semplessità. Attraverso
l’imitazione, il contagio e la
risonanza motoria ed emozionale un
bambino impara molto ma, a
dispetto delle grandi teorie di
Freud o di numerosi psichiatri
venuti cent’anni dopo, in questi
scambi c’è una potenza di cui non
abbiamo ancora compreso il valore
rispetto all’acquisizione delle
proprietà del mondo e di sé, dato
che la costruzione di sé fa
intervenire contemporaneamente il
passato (la memoria
autobiografica) e il presente, ma
anche una proiezione verso il
futuro.

Sguardo ed empatia

Lo sguardo risparmia al cervello


elaborazioni complesse. È un
sistema semplesso, non soltanto in
ragione dei numerosi meccanismi
che ne semplificano il controllo
neurale, ma anche perché si tratta
di un vero e proprio strumento per
esplorare il mondo e comunicare
con gli altri. Anche nelle società di
primati non umani l’interpretazione
delle espressioni del volto e della
direzione dello sguardo è
importante per l’identificazione
della posizione sociale nella
gerarchia o per individuare le
intenzioni. Nell’uomo la capacità
di riconoscere istantaneamente un
volto in una folla è molto
interessante, rivela infatti la
straordinaria efficacia dei sistemi
neuronali deputati
all’individuazione dei volti. La
capacità di esaminare un volto e di
riconoscerlo può essersi sviluppata
molto presto, ben prima della
comparsa dell’Homo erectus o
dell’Homo sapiens, poiché i
primati più evoluti, non avendo a
disposizione il linguaggio,
dovevano, più ancora di noi,
affidarsi all’esame dei volti per le
interazioni sociali.
I volti sono ricostruiti nelle parti
inferiori del lobo temporale, come
mostrano i deficit definiti
prosopagnosia, indotti, nell’uomo,
da lesioni nella zona in cui si
trovano le face cells, i neuroni del
volto, nel solco temporale
superiore (sts) e, nella scimmia,
nella regione del lobo temporale
inferiore. Le face cells rispondono
a determinate configurazioni o
combinazioni di elementi specifici
come i capelli, la bocca o gli
occhi. Si è pensato di dividere
questi neuroni in quattro classi, in
funzione della vista che la cellula
preferisce (fronte, profilo sinistro o
profilo destro, retro). Così, alcuni
neuroni sono sensibili
all’orientamento dello sguardo
altrui, mentre altri preferiscono
alcuni tipi di volti.
Tutte queste risposte neuronali
dipendono da una funzione più
ampia: il contatto sociale
attraverso lo sguardo. Lo sguardo
del partner sociale ha un effetto
fortissimo sui neuroni del sts, che
sono sensibili sia alla direzione
della testa sia alla direzione dello
sguardo nell’orbita. I neuroni che
rispondono allo sguardo del partner
sociale hanno raggiunto un livello
di astrazione più elevato rispetto
alle face cells classiche. La
corteccia temporale intorno all’sts
contiene un campo coinvolto nel
riconoscimento sociale dello
sguardo17. Le lesioni del lobo
temporale mediale inducono
un’agnosia sociale dello sguardo
che sarebbe diversa dalla
prosopagnosia, e potrebbe essere
associata a difficoltà nel
riconoscimento delle espressioni
nello sguardo altrui18.
Nella specie umana lo scambio
di sguardi è fondamentale. Il
contatto dello sguardo attiva
istantaneamente l’amigdala, che
attribuisce valore agli oggetti del
nostro ambiente e scatena la paura
o l’attrazione19. Nell’America del
Sud esiste una società in cui, se una
ragazza guarda un ragazzo significa
che accetta di sposarlo: che bella
soluzione semplessa a un problema
complesso! Si sa anche che un
bambino piccolo è in grado di
attribuire intenzioni all’altro a
partire dalla direzione del suo
sguardo; questa capacità si
sviluppa con l’età e costituisce il
meccanismo fondamentale
dell’attenzione congiunta.
Facciamo un esempio. Si mostra
a un bambino una persona seduta a
un tavolo davanti alla quale sono
disposti due peluche. In un primo
momento si abitua il bambino ad
assistere alla scena seguente: la
persona guarda uno dei due
peluche, poi lo afferra. La
direzione dello sguardo, in questo
caso, coincide con l’intenzione di
afferrare il peluche. Si ripete poi la
scena fino a quando il bambino non
vi presta più attenzione, dopodiché
gli si mostrano in successione due
scene: una in cui la persona guarda
il peluche e lo afferra (situazione
congruente), l’altra in cui afferra un
peluche diverso da quello che ha
guardato (situazione non
congruente). Quest’ultima
situazione, in genere, suscita la
curiosità del bambino, indicando
così, da parte del bambino, un
utilizzo corretto della direzione
dello sguardo per inferire
un’intenzione.
Da questa succinta analisi dei
meccanismi dello sguardo si
deduce che i principi semplificativi
non trovano spazio soltanto a
livello motorio o a livello
sensoriale. Fanno intervenire
processi biologici di alto livello,
come l’attenzione, che consente la
selezione e l’anticipazione, due tra
i fondamenti della semplessità.
Capitolo 4

L’attenzione: “Scelgo,
dunque sono”

Da diversi anni le ricerche sulla


selettività e le capacità limitate
della percezione sono state
stimolate dal dibattito tra le teorie
della selezione precoce e tardiva.
Queste teorie pongono questioni
fondamentali sul rapporto tra
attenzione e percezione […].
Alcuni autori pensano che il
dibattito sia falsato alla base.
Altri dichiarano il trionfo di una
teoria sull’altra; altri ancora
sono interessati alla battaglia, ma
incerti sull’esito. Hal Pashler

La zecca è interessata soltanto


all’acido butirrico e alla
temperatura. Il suo Umwelt è
decisamente limitato. Si tratta una
forma primitiva di attenzione
selettiva. Nell’uomo i meccanismi
dell’attenzione hanno raggiunto una
complessità molto maggiore, e
coinvolgono sia la memoria sia il
contesto. Ma l’attenzione non
dipende solamente da fattori
cognitivi. L’emozione, i desideri
sessuali, le motivazioni giocano un
ruolo molto importante nel suo
orientamento, e agiscono quindi in
qualche modo sui meccanismi
dell’imprinting1. In definitiva,
l’attenzione è indissociabile dal
problema dell’intersoggettività,
cioè dalla relazione con l’altro.
La costituzione di mondi
estremamente selettivi per ogni
specie è una semplificazione
fondamentale: permette di
elaborare un mondo semplesso che
è possibile dominare. Ottimizza gli
scambi tra l’organismo vivente e il
mondo fisico. Dal mio punto di
vista l’attenzione, uno dei
meccanismi fondamentali del
processo cognitivo nell’uomo, è
legata in modo molto stretto
all’idea generale di Umwelt:
creiamo mondi in funzione dei
nostri bisogni. Propongo l’ipotesi
secondo cui, nel corso
dell’evoluzione, sono comparsi
meccanismi che permettono di
adattare il repertorio delle
informazioni pertinenti in funzione
degli scopi, dei desideri, delle
credenze di ciascuno di noi in ogni
istante.
La flessibilità funzionale nella
creazione di un mondo possibile è
particolarmente raffinata
nell’uomo. La nostra attenzione, in
effetti, è caratterizzata dalla
capacità di cambiare oggetto
d’interesse. Questo cambiamento
può essere provocato da stimoli
esterni (cambiamenti attenzionali
esogeni) o dall’intenzione del
soggetto (cambiamenti attenzionali
endogeni). Ma in questi due tipi di
cambiamento non sono coinvolte le
stesse strutture del cervello.
L’attenzione, che è una delle
espressioni dell’intenzionalità,
sarebbe dunque un modo originale
ed elegante per semplificare i
nostri rapporti con il mondo, grazie
a una serie di meccanismi che non
sono semplici, bensì semplessi.
Tra i principi che definiscono la
semplessità ho menzionato la
deviazione, che presuppone
meccanismi complessi. È proprio il
caso dell’attenzione, che ancora
oggi suscita interrogativi di ogni
genere. È seriale o parallela2? Si
possono dissociare i meccanismi
preattenzionali dai processi
attenzionali propriamente detti?
L’attenzione è legata ai movimenti
dello sguardo? È cosciente o
inconscia? Funziona come un
supervisore attenzionale3 che
regola la decisione nel cervello? E,
soprattutto, è ascendente,
centripeta, cioè costituita da una
successione di tappe di
elaborazione, dagli ingressi
sensoriali fino ai centri di
decisione del cervello frontale e
prefrontale o, al contrario, è
discendente, cioè pilotata dalle
intenzioni, dai fini, dalle regole? È
intermittente o continua? Coopera
con la memoria di lavoro? Il nostro
obiettivo, in questa sede, non è
quello di stilare un trattato
fisiologico dei numerosi
meccanismi coinvolti
nell’attenzione, ma provare a
mostrare che l’attenzione è uno
strumento fondamentale per la
semplessità.

“Scelgo, dunque sono”

Il contesto filosofico in cui si è


costituito il concetto di attenzione è
importante per comprendere bene il
suo ruolo nella semplessità.
Secondo Locke, Berkeley e gli
empiristi, prima il cervello riceve
una serie di informazioni, poi le
combina, e infine ne astrae le
proprietà generali. L’attenzione
parteciperebbe dunque a questo
schema di selezione progressiva
centripeta, bottom-up, che va dalle
sensazioni fino ai concetti. In parte
è vero, ma bisogna anche
considerare la strada proiettiva
inversa, top-down, che conduce
dall’intenzione verso il mondo
esterno e, ancora di più, il rapporto
che si stabilisce tra le due
modalità. Il punto di vista degli
empiristi è apertamente capovolto
da Husserl4, per il quale noi
attribuiamo a priori un’identità alle
cose attraverso mire intenzionali.
Se accettiamo l’idea che sia il
nostro cervello a interrogare e a
portare uno sguardo sul mondo in
funzione delle mire intenzionali,
allora a ogni tipo di intenzione
corrisponde una nuova
configurazione di sensazioni attese,
a ogni mira intenzionale un’attività
attenzionale diversa. In una simile
prospettiva l’attenzione non è più
soltanto un filtro, ma
un’espressione dell’intenzione
ancorata nell’azione. Abbiamo già
proposto di vedere questo carattere
proiettivo, anticipatorio, del
funzionamento cerebrale come uno
dei fondamenti della semplessità.
Un problema legato alla natura
del concetto di attenzione consiste
nello stabilire se i suoi processi
siano coscienti o inconsci. William
James ha affrontato in modo
elegante la questione relativa alla
ristrettezza del campo della
coscienza. Scrive: «Percepiamo
soltanto una parte minima delle
impressioni con cui la nostra
periferia sensoriale ci assedia. Non
capita mai che la somma delle
impressioni penetri integralmente
nell’esperienza cosciente, che
riesca a scavarsi un letto come
farebbe un ruscello in un ampio
prato disseminato di fiori. Ciò
nonostante le impressioni fisiche
[…] colpiscono i nostri sensi con
uguale energia. Perché allora non
riescono ad aprirsi un varco fino
alla coscienza?»5. James prosegue
argomentando che la coscienza si
interessa in modo diseguale ai
diversi elementi del proprio
contenuto, che accoglie gli uni e
rifiuta gli altri. Afferma che
pensare significa operare selezioni,
e arriva così a riconsiderare il
cogito cartesiano e a sostituire in
qualche modo il «penso, dunque
sono» con qualcosa del tipo
“scelgo, o seleziono, dunque sono”
(la formula è mia).
Come è ovvio, il problema
dell’attenzione solleva anche il
problema della libertà di pensiero.
James lo suggerisce quando mette
in evidenza i grandi meccanismi
sottesi all’attenzione, cioè il
raggruppamento percettivo,
l’opposizione e la competizione,
infine l’eliminazione.
Contrariamente alle teorie
empiriste, James subordina
l’attenzione al controllo primo
dell’intenzione. Scrive: «Di tutte le
sensazioni che hanno ottenuto il
“diritto di accesso”, l’attenzione
estrae quelle che meritano di essere
notate e sopprime tutte le altre. Di
fatto meritano e ottengono di essere
notate le uniche che rappresentano
oggetti dotati di utilità o di
bellezza». Per noi, qui, è
importante che James abbia intuito
l’esistenza di meccanismi
centrifughi. Si delinea dunque un
doppio movimento: da una parte un
filtro e un’amplificazione nelle vie
afferenti; dall’altra una
prespecificazione proveniente dal
cervello, che proietta sul mondo le
proprie prepercezioni.

Se la nostra scelta è regolata da un


unico meccanismo attenzionale,
possiamo parlare di semplicità. La
semplificazione apportata
dall’attenzione attraverso la
focalizzazione nell’esplorazione
del mondo è caricata di
un’apparente complessità per il
fatto che, come per tutte le grandi
funzioni cognitive (memoria,
emozione), bisogna parlare di
attenzioni al plurale. James ne è
consapevole, quando propone una
classificazione di diverse forme di
attenzione, prefigurando i dati
attuali sull’esistenza di molteplici
processi attenzionali. Cita
l’attenzione dispersa, l’attenzione
sensoriale o intellettuale,
l’attenzione immediata, l’attenzione
volontaria o spontanea, l’attenzione
divisa. Suggerisce una
combinazione di processi
attenzionali e illustra il processo
dicendo che un leggero colpo su un
vetro non attira l’attenzione allo
stesso modo se si aspetta la persona
amata durante una notte di luna o se
si teme l’intrusione di un ladro. Per
James, così come per Helmholtz
prima di lui6, mantenere
l’attenzione è un processo
dinamico, che necessita di uno
sforzo sostenuto: «Lasciata a se
stessa, l’attenzione non fa altro che
cercare qua e là nuovi oggetti; non
appena ha esaurito l’interesse per
una cosa e non sa trarne nulla di
nuovo, passa ad altro, e non esiste
sforzo di volontà che possa
impedirglielo. Dunque se si vuole
mantenerla e fissarla su un unico
oggetto, bisogna assolutamente
arrivare a scoprire in quell’oggetto
aspetti nuovi, soprattutto quando
impressioni sensoriali più potenti
arrivano a sollecitare l’attenzione
perché se ne distragga». James si
interessa alle basi fisiologiche
dell’attenzione. La prima regola che
propone è la seguente: «Perché
l’attenzione si porti su un oggetto e
lo percepisca integralmente, non
basta che questo sia presente per i
sensi, bisogna che sia presente
anche per l’immaginazione,
dev’essere quindi rappresentato
due volte»7. Si tratta di un’ipotesi
rivoluzionaria, per l’epoca8.
A mio modo di vedere,
l’attenzione non è soltanto un
meccanismo basato sulla
percezione, non è una specie di
generale che decide come e che
cosa guardare; è un meccanismo di
anticipazione che prepara ad agire,
un meccanismo che configura il
mondo per le nostre azioni e le
nostre intenzioni, di cui si trova
traccia a tutti i livelli del sistema
nervoso, dai più elementari a quelli
più apertamente cognitivi. Non
riguarda soltanto la percezione
cosciente di stimoli reali e le
piccole percezioni; può utilizzare
l’immaginazione. In Leibniz, lo
ricordiamo, la nozione di piccola
percezione rimanda al fatto che,
quando percepiamo il rumore del
mare, per esempio, percepiamo di
fatto, in modo confuso e senza
rendercene conto, il rumore di ogni
goccia d’acqua. La percezione
cosciente è, per questo autore, una
somma, il risultato di un processo
di combinazione effettuato a partire
da un gran numero di piccole
percezioni di cui non abbiamo
consapevolezza. Per Leibniz
l’animo ha, in un certo senso, una
percezione, per lo meno confusa, di
tutto ciò che accade nell’universo.
È facile capire come Leibniz possa
essere stato considerato uno dei
grandi precursori della teoria
dell’inconscio, dal momento che
ritiene inconscia la maggior parte
della vita mentale.
Facciamo un esempio9. Quando
si è in piedi di fronte a un disco che
ruota su un piano frontale, si induce
una vezione, cioè l’illusione di una
rotazione del corpo: si ha
l’impressione di ruotare in senso
contrario a quello del disco. Questa
illusione modifica la verticale
percepita (o verticale soggettiva),
che si può misurare posizionando
una freccetta che indica la verticale
percepita al centro del disco.
Supponiamo ora che una parte del
disco sia nascosta, il colore della
porzione centrale, per esempio,
diviene nero e immobile. Se ci si
sforza di immaginare che la parte
nera sia animata da un movimento
contrario a quello del disco, si crea
un conflitto tra ciò che si vede e ciò
che si immagina. Questa
rappresentazione mentale di un
movimento induce una modifica
della verticale soggettiva: ecco la
prova di come ciò che
immaginiamo influisca in ampia
misura sulla nostra percezione
della verticale. L’influenza
dell’attenzione sulla percezione
supera dunque, e di molto, l’effetto
di focalizzazione o di
amplificazione. Il nostro cervello
può imporre al mondo
interpretazioni a priori, seguendo le
proprie intenzioni. In qualche modo
prescrive una serie di regole, e
ciascuno di noi gioca con le regole
in funzione della propria
esperienza, delle proprie
intenzioni, della propria cultura. In
questo funzionamento proattivo del
cervello vedo un meccanismo
tipicamente semplesso.
Attenzione e decisione

A questo punto è necessario parlare


delle basi neurali dei diversi tipi di
attenzione, per esplicitare alcuni
meccanismi importanti della
semplessità. Il lettore o la lettrice
che ha fretta di proseguire può
anche saltare questa sezione.
Tuttavia è importante esaminare nei
particolari l’eccezionale facoltà
degli organismi viventi, che non
sono rinchiusi in un Umwelt fisso,
ma hanno la possibilità di scegliere
il mondo che desiderano vivere
mediante le molteplici sfaccettature
dei loro sistemi attenzionali.
Si distinguono diverse categorie di
attenzione: spaziale, visiva,
sostenuta, selettiva, precoce,
tardiva, preattenzionale, divisa,
focalizzata e così via. Gli effetti
dell’attenzione sono stati riscontrati
praticamente in tutte le vie visive
ed essa influenza anche i sistemi
motori, come previsto dalla teoria
motoria dell’attenzione. Nel
collicolo è stata scoperta
un’amplificazione della risposta
visiva con un aumento
dell’attenzione. Nel 1981 il
neurofisiologo Vernon Mountcastle
ha dimostrato che nella corteccia
parietale l’intensità della risposta a
uno stimolo, al quale è sensibile un
neurone visivo, varia in funzione
del livello di attenzione. Nel
sistema ventrale, che analizza le
forme degli oggetti, dell’ambiente e
degli esseri viventi, i campi
recettivi dei neuroni della corteccia
inferotemporale si raggruppano
intorno a un bersaglio visivo.
Dirigere l’attenzione verso un punto
dello spazio aumenta la sensibilità
dei neuroni della corteccia
parietale ai segnali provenienti
dallo spazio che circonda il
bersaglio, e nella corteccia
inferotemporale aumenta la
sensibilità dei neuroni in
corrispondenza del bersaglio.
L’attenzione induce dunque
effetti molto specifici in zone
diverse del cervello, che
dipendono dall’elaborazione
realizzata da ciascuna area. Oggi
l’utilizzo dei potenziali evocati
permette di determinare l’aspetto
temporale dell’elaborazione dei
segnali nelle diverse aree corticali,
e di chiarire la questione
dell’elaborazione precoce o
tardiva. Un esempio: si sottopone
una persona a un suono in ciascun
orecchio, chiedendole di ignorare
ciò che avviene in uno dei due
orecchi. Con la registrazione dei
potenziali evocati corticali indotti
dai suoni si può dimostrare che le
onde precoci (in particolare l’onda
N1) sono modulate dall’attenzione.
Le prime variazioni del potenziale
cerebrale (P1 e N1) sono maggiori
quando lo stimolo è l’oggetto verso
il quale è diretta l’attenzione
visiva. Altri studi con i potenziali
evocati vertono sul ruolo rispettivo
delle vie visive magno- e parvo-
cellulari nell’elaborazione
attenzionale degli aspetti
riguardanti il colore o la forma dei
bersagli visivi.
Supponiamo ora che al lettore
sia presentata una nuvola di punti,
come quando si sintonizza la
televisione su un canale ausiliario:
questi percepirà una nuvola
aleatoria. Se diamo a ciascun punto
dello schermo una velocità che, per
un piccolo gruppo di questi punti10,
corrisponde alla velocità apparente
che avrebbe se si trovasse su una
sfera, per esempio un pallone,
l’esperimento mostra che il
cervello percepisce
immediatamente una sfera, sebbene
i punti si trovino sullo schermo
piatto. Si può allora chiedere al
lettore di prestare attenzione sia al
movimento della sfera che sembra
girare, sia alla sua forma. Con
l’imaging cerebrale si evidenzia
l’attivazione di due reti molto
diverse di aree cerebrali in queste
due forme di attenzione.
L’attenzione è dunque più di una
semplice selezione di ingressi
sensoriali. L’analisi del mondo è
diversa se prestiamo attenzione a
due cose semplici come la forma o
il movimento di un oggetto.
Avviene lo stesso quando
prestiamo attenzione a questo o
quell’attributo di una scena visiva;
quando guardiamo un volto si
attivano aree differenti se
prestiamo attenzione al colore, alla
forma oppure alla sua
localizzazione11.
L’attenzione non è soltanto un
meccanismo di filtro selettivo, un
meccanismo di amplificazione. È
una vera e propria funzione
cognitiva e motoria; è ancorata
nell’azione e possiamo dire che
partecipa a pieno diritto
all’elaborazione delle decisioni
relative all’azione. È dunque
naturale esaminare i rapporti tra le
strutture neuronali coinvolte
nell’attenzione e quelle dove, a
quanto si pensa, sono prese le
decisioni sensomotorie, ma anche
dove avviene la pianificazione
dell’azione.
Un bell’esempio è dato dalla
decisione di guardare. Facciamo
insieme un esperimento.
Individuate tre oggetti davanti a
voi. L’oggetto al centro sarà C, e i
due oggetti posti su ciascun lato S,
a sinistra, e D, a destra. Guardate
l’oggetto C davanti a voi e fate una
saccade verso uno degli altri due
oggetti, a sinistra (S) o a destra
(D). Per decidere quale oggetto
guarderete, il vostro cervello mette
in funzione i centri della decisone
nella corteccia frontale e
12
prefrontale .
Quale può essere il meccanismo
alla base di quest’attività nella
corteccia frontale? La risposta è
data da un compito utilizzato dai
neurofisiologi13. Consiste nel
presentare a una scimmia una scena
molto semplificata composta da
otto bersagli disposti in cerchio:
sette sono dello stesso colore, uno
di colore diverso. In inglese si
chiama oddball. La scimmia è
portata a compiere una saccade
verso il bersaglio diverso,
incongruo; è una reazione
importante che individua la novità
nel nostro comportamento di tutti i
giorni. Se si registra l’attività nella
corteccia frontale (il campo
oculomotorio frontale), si nota che
il tempo di reazione per eseguire
questo compito varia molto. I
neuroni del campo oculomotorio
frontale hanno una proprietà
particolare: sono attivi per le
saccadi in una direzione precisa;
siamo di fronte a quello che viene
chiamato campo motorio del
neurone, la zona di spazio che il
neurone preferisce. Si osserva che
l’attività nei neuroni frontali
aumenta lentamente con la saccade.
A seconda che la scimmia decida
di effettuare una saccade nella
direzione del bersaglio oppure no,
l’attività del neurone sarà
profondamente diversa e rifletterà
il processo di attenzione e di
decisione. Sembra che la decisione
sia presa nel momento in cui
l’attività dei neuroni coinvolti
raggiunge una certa soglia. Se
questa teoria fosse verificata, si
tratterebbe di un meccanismo
decisamente semplesso di
decisione. L’attività dei neuroni in
questione sarebbe un marcatore
fisiologico dei momenti in cui
comincia e finisce il processo di
decisione riguardante il dove e il
quando guardare.
Dirigere il proprio sguardo
significa decidere una sola mira,
cioè fare una scelta unica e
drastica. Ogni saccade è una
decisione senza ritorno. Un
meccanismo presente cervello
chiamato inibizione di ritorno14
impedisce allo sguardo di portarsi
due volte sul medesimo obiettivo.
Un meccanismo cerebrale ancora
misterioso ci impedisce di
accumulare informazioni
ridondanti. Le nostre percezioni
sono pilotate dalla presenza di
oggetti nel mondo, ma anche dalle
nostre intenzioni. Una serie di
meccanismi automatici ci facilita il
compito, selezionando ciò che
vediamo. Più precisamente, le
nostre percezioni sono dovute a due
elaborazioni di direzione opposta,
centripete (bottom-up) e
centrifughe (top-down). Di recente
sono state proposte, per designare
questa dualità, le definizioni di
gerarchico e gerarchico
rovesciato15, a mio parere piuttosto
oscure. La cosa certa, in ogni caso,
è che esiste un meccanismo
cerebrale volto a evitare
l’accumulo di informazioni
ridondanti. Il meccanismo
dell’attenzione lavora bene in
relazione con la memoria di lavoro.
Quando esaminiamo il mondo
intorno a noi, preleviamo in ogni
istante soltanto pochissime
informazioni. Questa selezione si
accompagna a un’incapacità,
piuttosto significativa, di
individuare alcuni cambiamenti.
Tale fenomeno, chiamato cecità al
cambiamento, può essere letto in
due modi. Si può insistere sul fatto
che ci priva di informazioni
importanti sul mondo. Oppure, al
contrario, lo si può considerare un
principio di economia,
presupponendo che il mondo sia
stabile fino a prova contraria. In
ogni caso, si tratta di un principio
semplificativo che illustra una
tendenza conservativa.

L’ignoranza selettiva

Sono stati proposti numerosi


modelli per spiegare le diverse
forme di attenzione. Un processo
possibile, per esempio, è il filtro
selettivo con la soppressione delle
informazioni non pertinenti16: si
tratta della funzione inibitoria
dell’attenzione. Prestare attenzione
a una cosa o a un evento significa
ignorarne altri. È quella che io
definisco ignoranza selettiva.
Tuttavia, un’altra interpretazione
suggerisce che non ci sia
soppressione dell’informazione, ma
liberazione della zona selezionata
dalla competizione delle regioni
circostanti, che non subiscono
necessariamente soppressione.
Quest’idea è interessante, perché
lega i processi di attenzione a
quelli, più generali, di
discriminazione degli oggetti nel
mondo visivo.
Un’altra funzione attribuita
all’attenzione, complementare alla
prima, è quella di filtro
dell’informazione: si tratta
dell’attenzione selettiva, che
sceglie i segnali più pertinenti per
l’azione in corso. Questo filtro è
dovuto anche a una proprietà
davvero stupefacente del
funzionamento cerebrale. Infatti il
cervello può elaborare un gran
numero di informazioni in parallelo
– è una delle proprietà
fondamentali della vista – ma le
zone frontale e prefrontale del
cervello coinvolte nei meccanismi
di decisione, di selezione della
risposta, sono in grado di elaborare
soltanto poche informazioni
simultaneamente, spesso una sola.
È la teoria del canale unico, una
teoria classica in psicologia, oggi
ripresa dalla neuroeconomia negli
studi sui processi decisionali in
ambito economico e finanziario.
Un’altra forma di attenzione è
quella dell’attenzione divisa, che
permette di elaborare soltanto una
parte dell’informazione
disponibile. I meccanismi
dell’attenzione divisa non sono
ancora ben noti, ma mettono in atto
processi sottili in cui l’inibizione
svolge certamente un ruolo
importante17. Un fenomeno mostra
chiaramente l’esistenza di
meccanismi molto solidi di
selezione temporale. Quando si
chiede al soggetto di un
esperimento di individuare due
bersagli (T1 e T2) in successione,
può capitare di osservare una
riduzione della capacità di
individuare il secondo bersaglio,
presentato in una finestra temporale
precisa. Si tratta dell’effetto
chiamato attentional blink18. La
percentuale di individuazione
corretta del secondo bersaglio in
rapporto a un’individuazione
corretta del primo dipende
dall’intervallo di tempo che separa
la presentazione dei due bersagli19.
Quando si presenta al soggetto
questo tipo di stimolo, si produce
una variazione di potenziale
positivo (potenziale evocato) con
un intervallo, una latenza, di 300
millisecondi. Quest’onda, la P300,
diminuisce durante l’attentional
blink. È possibile che questa
restrizione del numero di decisioni
possibili in un dato momento, che
accompagna l’emergere della
coscienza, sia un meccanismo della
semplessità, poiché consente al
cervello di non perdersi nella
molteplicità delle scelte possibili.

Attenzione e stato di vigilanza

L’attenzione è fortemente legata


allo stato di vigilanza20. Essa è
sottoposta all’azione dei grandi
sistemi neuromodulatori che fanno
variare l’attività neuronale in
funzione dell’apprendimento,
dell’emozione, del contesto21. Nel
modello dei circuiti dell’attenzione
proposto da Mesulam22, diverse
regioni del cervello interagiscono
in questo modo: la corteccia
parietale posteriore stabilirebbe
una mappa percettiva interna del
mondo esterno; la corteccia
cingolata regolerebbe la
distribuzione di valenza
motivazionale; la corteccia frontale
(intorno al campo oculomotorio
frontale, che controlla lo sguardo)
coordinerebbe i programmi motori
per l’esplorazione visiva, l’input;
la formazione reticolare, grazie ai
sistemi colinergico, adrenergico e
dopaminergico, regolerebbe il
livello di veglia. Queste aree
canoniche sarebbero anche in
relazione con la corteccia
orbitofrontale e la corteccia
inferotemporale.
Questa rete è dovuta alla
capacità di elaborazione parallela
e alla flessibilità. Per Posner
sarebbero coinvolte tre reti. La rete
attenzionale posteriore (corteccia
parietale, pulvinar e collicolo
superiore), avrebbe la funzione
principale di orientare l’attenzione
verso un luogo particolare dello
spazio: la corteccia parietale
distoglierebbe l’attenzione dal
bersaglio fissato, il collicolo
superiore sposterebbe il “fascio
attenzionale” verso il nuovo
bersaglio d’interesse, il pulvinar
sarebbe a propria volta coinvolto
nella definizione del nuovo
bersaglio. La seconda rete sarebbe
quella anteriore, che comprende la
corteccia cingolata anteriore e
l’area motoria supplementare,
attive in diverse situazioni che
comportano la preparazione
all’azione e l’individuazione degli
eventi. La terza rete regolerebbe lo
stato di vigilanza grazie al sistema
noradrenergico proveniente dal
locus coeruleus, che
raggiungerebbe il livello
corrispondente allo stato di
vigilanza della corteccia. Il sistema
posteriore, secondo Posner,
sarebbe inconscio; sarebbe
l’entrata in gioco del sistema
anteriore a far nascere la
coscienza. Il sistema di vigilanza
attiverebbe il sistema posteriore e
sopprimerebbe il sistema anteriore,
portando a uno stato di veglia
attento, ma libero dal contenuto
conscio (si parla di cancellazione
della coscienza23).
In questo modello, così come in
quello di Mesulam, l’attenzione
risulterebbe dunque da un doppio
processo: l’attivazione delle
regioni del mondo visivo
selezionate e la diminuzione
dell’attività per le regioni
trascurate24. A partire da questa
descrizione si può ipotizzare che la
semplificazione apportata dai
meccanismi attenzionali non abbia
nulla di semplice. Secondo la
nostra definizione è semplessa,
perché obbedisce ai principi che
abbiamo ricordato: modularità,
esclusione mutua, ruolo
dell’esperienza passata e così via.

Il bias competitivo
dell’attenzione

In un altro modello, denominato del


bias competitivo25, i neuroni
coinvolti sono oggetto di processi
competitivi. Ci sarebbe una
competizione, per esempio, tra
effetti centripeti (a partire dai
centri visivi), che allargano
progressivamente i campi recettivi
visivi dei neuroni, ed effetti
centrifughi (a partire dalle aree
frontali e prefrontali), che li
restringono. Questo modello non è
quello del fascio attenzionale che
scandaglia il campo visivo come
farebbe il faro proiettore di una
prigione, ma è un modello che fa
derivare l’attenzione dalla
competizione. Si basa sui vincoli e
le proprietà seguenti:

– Solo un ridottissimo numero di


oggetti è rappresentabile
simultaneamente, tenuto conto
della nostra scarsa capacità di
elaborare diverse informazioni
nello stesso tempo (canale
unico). Ci troviamo in una
posizione tipicamente empirista,
dal momento che questa scarsa
capacità è il risultato
dell’esistenza di un collo di
bottiglia, e non di una visione
unificatrice.
– L’attenzione non può essere
ridotta a meccanismi
ascendenti, centripeti e di
selezione progressiva; è guidata
anche in modo discendente e
centrifugo. Ho impiegato spesso
il termine proiettivo per
designare questa proprietà del
cervello emulativo. L’attenzione
influenzerebbe direttamente, e in
modo centrifugo, l’elaborazione
degli attributi relativi alle forme
visive negli stadi più precoci di
tale elaborazione26. Per altri
sarebbe soprattutto il carattere
semplificativo di una modalità di
codifica particolare,
un’indicizzazione, ad avere la
meglio (si veda la teoria di
Pylyshyn27). La competizione tra
effetti centrifughi e centripeti
sarebbe presente in diverse aree
cerebrali e ne emergerebbe un
vincitore.
– La competizione sarebbe
basata su processi di inibizione
neuronale. Uno dei problemi che
pone la teoria del bias
competitivo è quello della
coesione di tutte le
rappresentazioni degli oggetti e
del mondo, dal momento che le
diverse popolazioni di neuroni
coinvolte nella competizione
dovrebbero sapere che l’oggetto
è unico. In precedenza ho fatto
accenno alla costituzione di una
percezione unificata e
permanente a partire da un
mondo che pullula di componenti
e attributi diversi. Questo
problema, chiamato binding
problem, si pone, ovviamente,
con l’attenzione. Un tentativo di
risolverlo è dato dalla teoria
dell’integrazione degli attributi
(colore, forma, movimento),
elaborata dalla psicologa Anne
Treisman. Gli attributi28
sarebbero analizzati in parallelo
attraverso processi di basso
livello, preattenzionali, durante
ogni scena visiva. Gli
spostamenti dell’attenzione
dettati dal soggetto e le sue
intenzioni assicurerebbero il
collegamento di queste diverse
informazioni e aiuterebbero a
costituire una rappresentazione
coerente. Questi attributi
sarebbero integrati in riferimento
a una mappa neuronale dei
luoghi che codifica la posizione
degli elementi nel mondo e
intrattiene legami con la mappa
neuronale degli attributi. La
corteccia parietale sarebbe uno
dei luoghi privilegiati di questa
integrazione29. Così, durante
l’esplorazione visiva, un
meccanismo di attenzione
fondato sugli attributi – colore o
forma, per esempio – prepara il
terreno per l’attenzione
focalizzata che, a propria volta,
assicura l’orientamento verso
l’oggetto d’interesse.
Il processo di elaborazione
dell’informazione visiva non
avviene soltanto in modo seriale e
gerarchizzato, ma coinvolge
parallelamente numerosi
meccanismi di feedback o di
controllo centrifugo e mette in atto
processi di selezione a ciascuna
diramazione. In ogni caso30,
l’attenzione regola l’attività nei
primi stadi dell’elaborazione
visiva. Non si accontenta di
amplificare le entrate visive, ma
modifica profondamente
l’elaborazione stessa dei dati.
Agisce, a seconda del contesto,
sull’elaborazione spaziale degli
oggetti, dei loro attributi o di una
combinazione delle due cose. Il fine
fondamentale dei processi
attenzionali è quello di ridurre la
complessità dell’analisi del mondo
e delle sue relazioni con il corpo in
azione. È anche un meccanismo di
anticipazione e in cui l’esperienza
passata viene messa in relazione
con i progetti per il futuro. Si tratta
dunque di una vera e propria
postura mentale, intesa nel senso
di preparazione all’azione. La
molteplicità dei meccanismi
attenzionali riflette il lavoro
compiuto dall’evoluzione per
semplificare la neurocomputazione
e permettere al cervello di non
dover elaborare problemi troppo
complessi. In questo senso è
caratteristica della semplessità.

Attenzione ed emozione

L’emozione è una potente guida per


l’attenzione. Infatti non abbiamo
soltanto un cervello cognitivo che
analizza le proprietà spaziali, di
movimento, di forma, di senso e di
contenuto relative al mondo
circostante e attribuisce loro una
serie di prepercezioni. Abbiamo
anche un cervello limbico che
conferisce valore alle cose e alle
persone. L’attenzione, dunque, non
è guidata soltanto dalle proprietà
fisiche del mondo. È guidata
fortemente anche dalla ricompensa
o dalla punizione, dal pericolo o
dal piacere, dal valore, che può
essere concreto o immaginario,
legato al ricordo, o può essere una
scommessa, una stima
probabilistica, come la vincita al
lotto.
Un’area del cervello svolge un
ruolo di particolare importanza
nell’analisi rapida del valore delle
forme e degli oggetti che si
presentano a noi: l’amigdala.
Questa struttura neuronale
complessa attribuisce in meno di
100 millisecondi un valore a una
forma percepita. Se per esempio
passeggiamo in un bosco e
percepiamo un oggetto che si
muove ondeggiando, l’amigdala
attribuisce molto velocemente a
questo oggetto lo statuto di
serpente, cioè lo statuto di oggetto
pericoloso. Questo tipo di
percezione scatena dunque una
reazione di paura e di fuga. Solo
più tardi, dopo almeno 200 o 300
millisecondi, quando l’immagine
del serpente è stata analizzata dalla
corteccia temporale ed è stata
condotta, per esempio, un’analisi
più dettagliata della forma della
testa, potremo dire che non si
trattava di una vipera, ma di una
inoffensiva biscia.
L’amigdala individua
l’essenziale. Tra le altre funzioni, il
nucleo centrale dell’amigdala è
coinvolto nell’apprendimento
dell’orientamento verso uno
stimolo che ha un significato
biologico importante. Influenza le
strutture (per esempio dello striato)
che controllano il comportamento.
Si tratta di un’influenza sui
meccanismi dell’orientamento
guidato da un fine (intenzione) e
non soltanto dell’orientamento
guidato da uno stimolo. Le vie
coinvolte sono, per esempio:
l’amigdala, la sostanza nera e la
parte innervata con dopamina nello
striato, che introducono una
modulazione della risposta di
orientamento. Le lesioni nel
circuito che lega l’amigdala, il
nodo della base e la substantia
innominata hanno un’influenza
sull’attenzione divisa, che
coinvolge anche la corteccia
prefrontale mediale. Anche in
questo caso l’evoluzione ha trovato
una soluzione efficace,
consentendoci la sopravvivenza nel
nostro Umwelt. E non si tratta di
una soluzione semplicistica, poiché
il funzionamento dell’amigdala è
tutto fuorché semplice31. È una
soluzione semplessa a un problema
complesso: identificare,
nell’infinita varietà di forme che ci
circondano, quelle che possono
mettere in pericolo la nostra
esistenza, e innescare l’azione
appropriata.

Ontogenesi dei processi


attenzionali

I processi attenzionali che


consentono l’identificazione rapida
degli altri o l’imitazione sono
molto precoci. Questi meccanismi,
che non presuppongono processi
estremamente complessi, entrano in
azione molto presto nel bambino. Il
dibattito sul calendario relativo
allo sviluppo del bambino non è
ancora chiuso, infatti lo psicologo
infantile Pierre Mounoud
capovolge l’ipotesi di Piaget,
affermando che lo sviluppo
andrebbe dal pensiero all’azione32:
il bambino verrebbe al mondo con
un primo sistema di
rappresentazioni già costruito, che
spiegherebbe le capacità
eccezionali del bambino piccolo.
Le capacità di un bambino di
quattro anni si possono definire
dicendo che attiva o inibisce le
rappresentazioni volontariamente.
Da qui l’importanza dell’inibizione
e dei meccanismi attenzionali nello
sviluppo di queste competenze e
del pensiero logico33.
È noto il carattere precoce di
alcuni processi attenzionali. In
compenso, lo sviluppo della
corteccia frontale e prefrontale,
essenziale per la selezione, la
decisione, la guida dell’azione e le
funzioni esecutive in generale, è
tardiva nell’ontogenesi34. Tuttavia,
il problema dell’ontogenesi non è
soltanto una questione di
calendario. Esistono teorie
contrapposte sui meccansimi messi
in atto durante la maturazione delle
funzioni cognitive. Secondo alcuni
scienziati una capacità cognitiva
come l’attenzione sarebbe il
risultato della maturazione di
un’unica regione, per esempio la
corteccia frontale dorsolaterale, il
cui ruolo è determinante per
trovare un oggetto. Per altri la
maturazione sarebbe il risultato del
cambiamento nell’interazione tra la
corteccia dorsolaterale frontale, la
corteccia parietale e il cervelletto,
che conferirebbe la capacità di
identificare e di ritrovare un
oggetto. Infine, si può immaginare
che il meccanismo essenziale
consista nell’acquisizione di nuove
abilità attraverso l’apprendimento:
l’aggiunta della corteccia parietale
inferiore a una rete conferirebbe
una nuova capacità nei compiti
visuomotori.
Dal mio punto di vista queste tre
teorie non si escludono a vicenda.
Un bambino molto piccolo è in
grado di imitare la mimica facciale
dei genitori, in un periodo in cui
non può vedere il proprio volto: da
questo si deduce35 l’esistenza di un
meccanismo innato di codifica e di
trasferimento intermodale tra ciò
che è percepito e ciò che è
prodotto. Si ritrova qui una delle
proprietà fondamentali degli
organismi viventi, la vicarianza,
cioè la molteplicità di soluzioni
possibili per risolvere uno stesso
problema, e dunque la nozione di
semplessità.
L’attenzione, o piuttosto i
processi attenzionali, compaiono
progressivamente nel bambino nel
corso dell’ontogenesi. Sono
associati allo sviluppo cognitivo
che consente di selezionare nel
mondo, e senza dubbio anche nella
memoria, le informazioni pertinenti
per ciascuno in un dato momento.
Proporrò solo un esempio tra i
molti che offre la complessa storia
dello sviluppo dell’attenzione. La
comparsa, intorno ai 12-14 mesi,
dell’attenzione congiunta,
menzionata in precedenza,
rappresenta una tappa
fondamentale. Il bambino, già
capace di indirizzare la propria
attenzione, cerca di condividerla
con gli altri. Così facendo si dota
di una delle basi essenziali della
vita sociale. Oggi non esiste un
robot capace di mettere in atto
l’attenzione congiunta con un altro
robot. La maturazione precoce
delle funzioni attenzionali può
essere misurata tramite l’analisi
dinamica dell’attività cerebrale
(magnetoencefalografia). Grazie
alla registrazione delle oscillazioni
dell’attività cerebrale, che
testimoniano processi neuronali di
integrazione percettiva, si è
stabilito che nel bambino si ritrova
la stessa attivazione nella banda
gamma (40 Hz) presente
nell’adulto.
La capacità di costruire una
figura illusoria, cioè di immaginare
il mondo per potervi proiettare una
serie di interpretazioni – una delle
proprietà della semplessità – si
sviluppa dunque molto presto nel
bambino. L’analisi delle basi
genetiche dell’attenzione
rappresenta una strada molto
promettente. Si riscontrano infatti
importanti differenze di
performance e di strategie
cognitive tra gruppi di genotipi
diversi durante un compito
attenzionale. Si pone anche il
problema della differenza tra i
sessi, e in questo ambito della
genetica umana ci si possono
attendere numerosi risultati negli
anni a venire.
Capitolo 5

Il cervello emulatore di
mondi

Il mondo è infinitamente
complicato, ma investigare sul
mondo è possibile solo sulla base
di domande […]. Le domande
implicano risposte possibili e
agiscono come un “format” per
trasformare semplici strutture in
informazioni significanti. È così
che l’intenzione, e il senso, sono
imposti dall’osservatore. Essere
un buon osservatore significa
essere capace di porre domande
pertinenti alla natura o – ed è
equivalente – avere un’interfaccia
che lascia apparire il mondo come
abbastanza semplice da assicurare
la sopravvivenza. Come
interfaccia abbiamo bisogno di
geometrie semplici ed efficaci, al
contrario di quanto accade,
necessariamente, nelle teorie
fisiche. Jan Koenderink
La nostra analisi della semplessità
è guidata dall’idea centrale che
l’atto, e non solo l’azione, debba
essere al centro di qualunque
analisi incentrata sul funzionamento
degli organismi viventi e che, per
agire, la percezione debba basarsi
su principi semplificativi. Oggi la
psicologia e le neuroscienze hanno
individuato chiaramente i legami
profondi che esistono tra la
percezione e l’azione. Per questo
nei nostri corsi al Collège de
France abbiamo introdotto il
termine perc-azione. Ovviamente è
impossibile descrivere tutti i
principi semplificativi che
l’evoluzione ha messo a punto: ne
scopriamo di nuovi ogni giorno1.

La percezione fenomenica

Supponiamo che su uno schermo


venga proiettata l’immagine di due
sfere: l’una in movimento e l’altra
immobile. La sfera in movimento
entrerà in contatto con l’altra, che
inizierà immediatamente un
movimento. Il nostro cervello ha
costruito un percetto di causalità
fisica. Lo psicologo belga
2
Michotte , spesso copiato e
raramente citato, ha realizzato
numerosi esperimenti per sostenere
le sue teorie sulla causalità
fenomenica. Questa impressione di
causalità fisica è, per Michotte, un
dato fenomenico sui generis3.
Presuppone l’integrazione, in una
sola unità globale, di due
movimenti di oggetti distinti, che si
succedono senza interruzione e che
sono gerarchizzati, al punto che il
primo è dominante e determina il
centro di riferimento del secondo4.
Michotte in questo si avvicina a
tutti coloro per i quali il senso è
inscritto nella percezione stessa: «I
risultati delle nostre analisi
strutturali» scrive, «mostrano che i
fenomeni di percezione di causalità
sono pieni di senso in se stessi e
che, di conseguenza, qualunque
interpretazione del “dato” sarebbe
superflua, perché non arricchirebbe
in nulla il suo contenuto. È senza
dubbio in fenomeni di questo
genere che bisogna cercare
l’origine del concetto di causalità
fisica»5. Dunque l’interpretazione
non sarebbe necessaria per
apprendere le proprietà globali
della dinamica causale nei rapporti
tra gli oggetti.
Un altro psicologo, Shepard, ha
dato un’interpretazione
decisamente originale sulle
proprietà dei movimenti apparenti.
Il caso più semplice di movimento
apparente si ha quando si
accendono due luci,
alternativamente a sinistra e a
destra di uno schermo: in queste
condizioni si percepisce un
movimento apparente, come se ci
fosse una sola luce che si muove.
Anche la percezione delle
traiettorie dei movimenti naturali
degli animali, per esempio degli
uccelli, sarebbe organizzata non in
funzione delle caratteristiche
particolari di questo o
quell’animale, le cui traiettorie
possibili sono molteplici, ma in
funzione di leggi cinematiche
semplici. La percezione prende atto
dell’esistenza continua (la
permanenza) dell’oggetto e fa
semplicemente l’ipotesi di un
movimento rigido, il più semplice
possibile, che trasporta la prima
scena visiva sulla seguente in modo
compatibile con il punto di vista
dell’osservatore o dell’oggetto
percepito.

Il sogno e le leggi di Newton

In una tale prospettiva la


semplificazione del movimento
previsto o immaginato sarebbe
dovuta a un’“internalizzazione”
delle proprietà dei principi più
astratti della cinematica. Abbiamo
confermato questa idea con
esperimenti in cui si doveva
afferrare una palla in condizioni di
microgravità. I dati hanno suggerito
che il cervello dispone di modelli
interni delle leggi di Newton6. Oggi
sappiamo che numerose leggi che
regolano il comportamento fisico
degli oggetti nel mondo sono
internalizzate, cioè che alcuni
neuroni del nostro cervello hanno
proprietà che permettono di
simulare tali leggi. Per questo,
quando sogniamo, pur in assenza di
qualunque informazione sul mondo
esterno abbiamo l’impressione del
peso di una valigia, della fatica di
una salita o della difficoltà di
aprire una porta. In altre parole, nel
sogno non abbiamo bisogno del
mondo reale per simularne tutte le
proprietà.
Il cervello può così anticipare il
comportamento di oggetti o di
persone in movimento.
Immaginiamo di mostrare in
successione una serie di fotografie
di una persona che lancia una palla
o che salta da una sedia sul
pavimento. Immaginiamo che la
serie si interrompa alla foto N e
che si proponga al lettore la scelta
tra numerose immagini che
mostrano versioni possibili della
tappa successiva del movimento
(fotografia N+1). Questo
costringerà la persona a prevedere
la traiettoria della palla o di chi
salta. I risultati di questo genere di
esperimento mostrano che la
previsione viene fatta in funzione
delle leggi della fisica newtoniana
con grande fedeltà, grazie a modelli
interni delle leggi della meccanica
e delle proprietà dei corpi7. Allo
stesso modo, il cervello individua
molto rapidamente i movimenti
impossibili, cioè che non
corrispondono alle leggi del
movimento naturale. Individua
ugualmente, e immediatamente, un
movimento biologico, anche se
vengono presentati soltanto alcuni
punti (in corrispondenza delle
articolazioni) di una persona che
realizza tale movimento. Le
simulazioni mentali di questo
genere sono guidate
dall’internalizzazione delle leggi
della fisica newtoniana.

Le scorciatoie

Secondo Shepard, quando c’è poco


tempo per agire il sistema
percettivo imbocca una scorciatoia:
non impiega i metodi d’analisi che
rispettano, per esempio, lo spazio
euclideo, la cinematica geometrica
e il teorema di Chasles. E quando
bisogna davvero procedere in fretta
può trasgredire le leggi o le regole
alla base del funzionamento in
condizioni normali. Quando sono
possibili diverse traiettorie in uno
spazio tridimensionale, saranno
spesso seguite curve geodetiche,
cioè curve più corte sulla
superficie in questione (come fanno
gli aerei che volano da Parigi a
New York).
Più in generale, possiamo dire
che la complessità del mondo può
essere facilmente superata se il
nostro cervello elabora una certa
coerenza tra le componenti del
reale. In un commento su von
Uexküll, lo psicologo dell’infanzia
Henri Piéron8 sottolineava come
l’ambiente naturale fosse,
paradossalmente, più facile da
analizzare rispetto a certi ambienti
artificiali (per esempio una nuvola
di punti) perché contiene forme,
Gestalts, poco significanti ma
immediatamente riconoscibili. Tali
forme sono identificate dagli
“analizzatori” del cervello
specializzati nel riconoscimento
delle forme animali, delle posture o
del movimento naturale. Questa era
anche una delle intuizioni
fondamentali dello psicologo
9
Gibson quando scrisse che il
cervello individua la fattibilità,
traduzione inadeguata del termine
inglese affordance. Per Gibson il
cervello non misura affatto i
parametri fisici degli oggetti
(luminosità, contrasto, dimensioni e
così via), ma il rapporto tra
l’oggetto percepito (una poltrona,
una porta) e un’azione in potenza
(sedervisi, oltrepassarla), nozione
proposta anche dal medico Pierre
Janet.

Il cervello emulatore di realtà

Il nostro cervello emulatore


formula dunque una serie di ipotesi.
Ma non si limita a simulare la
realtà, bensì emula un mondo
possibile. Suppone per esempio
che gli oggetti siano rigidi o
trasforma il mondo percepito per
renderlo il più simmetrico
possibile, a costo di provocare
deformazioni (percettive) della
realtà fisica. Il cervello fenomenico
ha le proprie leggi di
interpretazione. Shepard ipotizzava
che la percezione fosse
un’allucinazione guidata
all’esterno. Secondo questo autore,
l’immagine mentale e alcune forme
di pensiero non sono altro che
percezioni simulate interiormente, a
livelli di simulazione sempre più
astratti10.
Il fisico Koenderink si è
dedicato allo studio della
percezione umana ed è stato tra i
primi a ipotizzare che il cervello
non elabori le informazioni visive
o tattili secondo una geometria
euclidea; a suo parere un cervello
normale produce allucinazioni: la
percezione non è una
rappresentazione di un mondo che
esisterebbe indipendentemente da
noi. Koenderink scrive: «Le
percezioni non sono nel cervello,
né nel mondo, sono
11
nell’esperienza» . Ecco il motivo
per cui le differenze
interindividuali sono così
accentuate: «Le variazioni in
funzione dell’osservatore sono
considerevoli. Trovo variazioni
nella valutazione di profondità di
cinque volte in diversi soggetti
[…]. Allo stesso modo rilevo
differenze d’attitudine nel piano
frontoparallelo anche di settanta
volte. È uno scarto enorme, che non
viene percepito dai soggetti quando
commentano l’immagine». Queste
differenze considerevoli sono
legate al fatto che noi cerchiamo di
semplificare selezionando ciò che è
pertinente per noi nel mondo
sensibile in ogni momento, ma
anche al fatto che emuliamo una
serie di mondi sensibili.
Queste idee sono antiche. Lo
scienziato Ernst Mach comincia
così il suo trattato di meccanica,
pubblicato nel 1883: «Il più diretto
e, in qualche modo, il più
importante dei problemi che la
nostra conoscenza cosciente della
natura dovrebbe permetterci di
risolvere è l’anticipazione di
avvenimenti futuri in modo che
possiamo sistemare i nostri affari
presenti in accordo con tali
anticipazioni […] e che possiamo
trarre previsioni per il futuro […].
Formiamo immagini e simboli di
oggetti esterni; la forma che diamo
loro è tale che le conseguenze
necessarie delle immagini nel
pensiero sono sempre le immagini
delle conseguenze necessarie nella
natura delle cose che abbiamo
rappresentato. Perché questa
esigenza sia soddisfatta, deve
esistere una certa conformità tra la
natura e i nostri pensieri»12. Il
nostro cervello è decisamente un
emulatore di realtà. Un aspetto
fondamentale della semplessità è
questa attività creativa del
cervello, che risolve la complessità
del mondo esterno producendo
percezioni compatibili con le
intenzioni riguardo il futuro, la
memoria del passato e le leggi del
mondo esterno che ha
interiorizzato. Crea, in fondo, un
vero e proprio Umwelt. Che
ovviamente ha un prezzo: l’errore.

Il déjà vu/déjà véçu

Una proprietà fondamentale della


semplessità è, come abbiamo
precisato, l’anticipazione
percettiva, che avviene in parte
mediante influenze discendenti
(top-down) centrifughe. Ho già
citato le ipotesi di rigidità e di
simmetria formulate su ciò che
percepiamo attraverso la vista o un
altro senso. In più, se percepiamo
un oggetto quando risulta sfuocato o
male illuminato, gli attribuiamo
proprietà prese a prestito dalla
nostra biblioteca di oggetti
immagazzinati nella memoria. È
così che di sera, in penombra, ci
capita di confondere una roccia con
un elefante. Sono ormai note le basi
neurali di questa categorizzazione,
che ha dato luogo alla teoria della
verifica del modello dell’oggetto, a
partire da immagini memorizzate
che sono il risultato
dell’esperienza, e il ruolo della
corteccia prefrontale è stato
dimostrato13.
Ma c’è di più. Il neurochirurgo
Penfield ha identificato nella
corteccia temporale alcune aree
che quando sono stimolate
elettricamente, nel caso di pazienti
epilettici, evocano impressioni di
déjà-vu/déjàveçu. Questo
corrisponde alla memoria detta
episodica, che è alla base della
nostra memoria autobiografica.
Capitava che alcuni pazienti
dicessero: “Ho l’impressione di
essere seduto nel salotto di mia
madre”. Quindi la memoria non è in
grado di rievocare soltanto un
oggetto, ma un’intera scena vissuta.
Questo significa che il cervello
proiettivo è in grado di rievocare
una scena completa per interpretare
il mondo come è stato percepito e
vissuto in un dato momento del
passato. La memoria impone
modelli di interpretazione. È anche
una fonte di familiarità.

La risonanza

Il carattere predittivo della


percezione è ben illustrato dal
concetto di risonanza. Nel 1966
James J. Gibson ha avanzato
l’ipotesi che la percezione fosse
una sorta di risonanza tra una serie
di aspettative del sistema nervoso e
le invariabili che quest’ultimo
estrae dall’ambiente esterno. Il
concetto, proposto anche da Bunker
nel 1985, è stato reso esplicito da
Roger N. Shepard14. Invece di dire,
come Gibson, che un organismo
coglie fattibilità invarianti
(affordances) presenti
completamente negli spazi
sensoriali, afferma che
l’organismo, in ogni momento, è
accordato per risuonare insieme a
configurazioni sensoriali
significative per lui e
profondamente legate al suo
ambiente. Qui si vede
un’anticipazione importante del
sistema specchio, scoperto da
Giacomo Rizzolatti15. I sistemi
risonanti avrebbero tre tipi di
proprietà: prima di tutto
rispondono in modo diverso agli
stessi stimoli, in funzione di ciò su
cui sono accordati; in secondo
luogo possono essere eccitati in
diversi modi; infine, li si può
indurre a risuonare inviando un
semplice impulso all’interno della
loro struttura. Possono risuonare
anche quando si sottopone loro un
segnale che presenta una
leggerissima differenza rispetto a
quello per cui sono accordati, ma a
patto che tale segnale abbia un
determinato rapporto, per esempio
armonico, con la frequenza
dell’accordo.
Questa capacità di far risuonare
i sistemi interni mediante stimoli
vicini agli stimoli normali
spiegherebbe alcune proprietà di
riempimento percettivo, cioè la
capacità del cervello di continuare
a vedere il mondo esterno anche se
in quel momento non ci sono
segnali. È il caso della vista: si può
omettere una lettera in una parola,
ma si ha comunque l’impressione
di avere visto la parola in
questione; lo stesso avviene per un
volto. In questo modo si può
generalizzare l’idea affermando che
il sistema nervoso entra in
risonanza con elementi sensoriali
molto particolari come certi suoni,
certe luci o lo spostamento di una
semplice linea. Il sistema nervoso
entra in risonanza anche con
categorie concettuali più elevate
come le forme e i volti. La
risonanza è una proprietà
semplessa che economizza
considerevolmente la
neurocomputazione.

La ridondanza

All’interno della lista dei principi


della semplessità, ho proposto di
dare un ruolo particolare alla
ridondanza. A prima vista, per i
sostenitori della teoria del segnale,
come Shannon, la ridondanza in un
canale di informazione è inutile,
perché ingombra il canale. Eppure
proprio la ridondanza è stata
utilizzata nelle trasmissioni per
evitare errori o diminuire gli effetti
del rumore. In biologia la
ridondanza è interessante per
l’elaborazione sensoriale16.
Barlow afferma: «La mia idea
principe è uguale a quella di
Attneave: […] il cervello
dell’uomo non può utilizzare ogni
informazione fornita da stati di
stimolazione non ridondanti».
Secondo Barlow la ridondanza
aiuta notevolmente la previsione e
l’anticipazione: «La conoscenza
della ridondanza dei messaggi
provenienti dall’ambiente permette
l’identificazione di pattern a uno
stadio molto precoce (della
percezione) […] e rende possibili
le previsioni»17. La ridondanza è
altrettanto importante per il
ragionamento induttivo e
l’inferenza.
Una simile proprietà non
riguarda solo la percezione. È
fondamentale a tutti i livelli degli
organismi viventi. Un esempio di
implementazione biologica della
ridondanza si trova nei batteri,
dove si osservano due vie
corrispondenti rispettivamente ai
due principi della diversità e della
ridondanza. I biologi Daniel e
Koshland18 notano: «Madre Natura
obbedisce al principio di
ridondanza selezionando un
meccanismo semplice, o modulo,
come elemento di base (building
block) per un sistema complesso, e
utilizzando poi questo modulo
numerose volte, anche in altri
sistemi […]. Allo stesso modo in
cui componenti chimiche molto
diverse possono essere create da
differenti permutazioni di protoni,
neutroni ed elettroni, diversi
sistemi biologici possono essere
costruiti con recettori simili,
processi enzimatici e membrane».
I principi fondamentali della
biologia, che si possono definire
principio della ridondanza e
principio della diversità sono ben
illustrati da un sistema di
trasduzione cellulare e molecolare
biologica del segnale conosciuto
come sistema a due componenti.
Questo meccanismo esiste sia nei
batteri (procarioti) sia nelle piante
(eucarioti, organismi la cui cellula
è dotata di nucleo): esiste quindi
potenzialmente anche nell’uomo.
Il principio di ridondanza porta
a meccanismi di trasduzione simili
in organismi diversi, e il principio
di diversità suggerisce che le
variazioni del processo siano
adattate ai bisogni dell’organismo
in cui si producono. In questo
possiamo trovare la base
molecolare della nozione di
Umwelt, che include la somiglianza
delle funzioni la specificità dei
mondi percepiti o dei mondi
possibili specifici di ogni specie.
Nel 1960 il grande neurofisiologo
Vernon Mountcastle ha introdotto
l’idea che nella corteccia cerebrale
l’architettura funzionale sia ripetuta
numerose volte, ma che sia la
connettività con altre aree a
definire la specificità funzionale di
ciascuna area.
Il periodo critico e il cammello
che piange

Una delle invenzioni più


straordinarie messe a punto
dall’evoluzione per semplificare il
funzionamento del cervello è senza
ombra di dubbio il periodo critico.
I periodi critici sono momenti
precisi nello sviluppo. Nei
cuccioli, infatti, così come nel
bambino, numerose capacità
sensomotorie non entrano in azione
con progressione continua. Esiste,
per esempio, un periodo critico
(durante le prime settimane) per lo
sviluppo delle proprietà delle
cellule della corteccia visiva. Un
gattino privato della vista durante
questo intervallo di tempo avrà un
sistema visivo deficitario.
Analogamente, un gattino che
durante questo periodo critico
viene trasportato passivamente e
non si può muovere liberamente
non vedrà bene, perché l’attività è
fondamentale durante l’entrata in
gioco delle funzioni sensomotorie e
cognitive.
L’esempio più celebre è il
periodo preciso di identificazione
della madre che Lorenz ha
chiamato imprinting, perché fissa,
imprime nella memoria una forma
che in seguito viene identificata con
la madre19. Questo imprinting è
così potente da far sì che degli
anatroccoli seguano come una
madre un sacco di cuoio presentato
loro nel momento cruciale. Non si
tratta dunque di una
specializzazione localizzata in uno
dei sensi, ma di un processo
complesso che consente
all’animale di identificare nel
mondo esterno le forme che hanno
senso per lui, in qualche modo il
suo Umwelt. La mia idea è che
questa distribuzione nel tempo
della comparsa delle funzioni
semplifichi il rapporto con il
mondo esterno, evitando che il
cervello debba costituire diverse
reti funzionali in parallelo. I
processi sottesi al periodo critico
sono complessi, localizzati anche a
livello molecolare, ma fanno parte
della semplessità.
Di recente si è arrivati a
ipotizzare che esista un periodo
critico per la locomozione, periodo
in cui si effettua la coordinazione
complessa tra la produzione dei
ritmi locomotori e i meccanismi del
controllo posturale20. Io ipotizzo
che ci siano anche periodi critici
per lo sviluppo delle funzioni
cognitive come la capacità di
cambiare punto di vista che,
secondo Piaget, si sviluppa in
particolare tra i sette e gli otto anni.
A quell’età si ha un vero e proprio
periodo critico cognitivo21. Più in
generale, l’insieme dello sviluppo
è organizzato in sequenze temporali
molto precise, in finestre che si
aprono e si chiudono. Qual è il
vantaggio di una simile
organizzazione? Di certo una
semplificazione nella messa in
opera delle funzioni sensomotorie e
cognitive.
Terminiamo questo breve
accenno ai periodi critici con la
bella storia del cammello che
piange22. Una famiglia di nomadi
vive in regime di autarchia in
Mongolia, dove si dedica
all’allevamento dei cammelli. Una
cammella è prossima al parto, che
si rivela però molto difficoltoso.
Dopo il parto complicato l’animale
si disinteressa al cucciolo e si
rifiuta di allattarlo. Secondo la
tradizione, la musica di un
violinista può spingere la cammella
a riconciliarsi con il piccolo,
quindi il padre manda il figlio nella
città vicina per cercare un
musicista specializzato. L’uomo
arriva al villaggio e si mette a
suonare vicino alla cammella, che
ha il proprio cucciolo davanti a sé.
Dopo un attimo l’animale si mette a
piangere e a poco a poco,
progressivamente, si riavvicina al
cucciolo e finisce con l’accettare
che il piccolo si avvicini alle sue
mammelle e beva il suo latte.
Questa scena commovente è tanto
straordinaria quanto vera.
Come interpretare la storia?
Dopo il parto, che ha presentato
una serie di complicazioni, il
legame (imprinting) tra la madre e
il cucciolo non si è potuto stabilire
nel momento critico che permette
alla madre di identificare il proprio
piccolo. Per questo gli rifiuta il
latte. Tuttavia pare che nelle
tonalità e nel ritmo ci sia una serie
di segni o una forma musicale che
consente una nuova possibilità di
associazione. Così, vedendo il
piccolo cammello vicino a sé
mentre ascolta la musica, la
cammella gli attribuisce i suoni del
violino e lo accetta, commossa da
ciò che sente.
Nel loro insieme le basi neurali
del periodo critico rimangono
misteriose. In compenso sono
piuttosto chiare quelle che
riguardano la vista. Alcuni
meccanismi molecolari sono stati
spiegati23. Nel pollo domestico,
per esempio, una struttura
particolare del cervello anteriore,
la parte intermedia mediale
dell’iperstriato ventrale (IMHV), è
la sede di trasformazioni della
densità postsinaptica che possono
essere responsabili della
memorizzazione di stimoli visivi24.
Un meccanismo, scoperto di
recente, implica l’inibizione dei
neuroni della corteccia visiva
primaria. Si noterà che si tratta
ancora di un meccanismo di
selezione mediante l’inibizione che
modula l’eccitabilità dei neuroni
della corteccia visiva durante i
periodi critici.
Di recente è stato scoperto un
altro meccanismo. Una
omeoproteina, Otx2, influisce sulla
maturazione dei neuroni coinvolti
nella plasticità del topo dopo la
chiusura e l’apertura degli occhi25.
Questi lavori hanno fornito, tra
l’altro, la prima prova del fatto che
per la plasticità in vivo è
necessaria una trasmissione in
grado di far intervenire il gaba. Si
conferma così che lo sviluppo
temporale del periodo critico può
essere controllato da interneuroni
inibitori. Al di là della complessità
di questi meccanismi, il fatto
significativo per la nostra ipotesi
sulla semplessità è che i periodi
critici per le funzioni sensoriali,
motorie e francamente cognitive si
ripartiscono nel tempo secondo un
calendario capace di garantirne
l’incastro, l’ordinamento rigoroso.
Il cervello può così costruire a
poco a poco l’integrazione globale
del comportamento.
L’organizzazione temporale dello
sviluppo delle funzioni negli
organismi viventi è uno degli
aspetti fondamentali della
semplessità.

Identificare gli oggetti

Una delle questioni più affascinanti


della fisiologia è quella relativa
all’unità della percezione, cioè al
fatto che percepiamo gli oggetti o
gli animali come entità. Già nel
Medioevo si distinguevano negli
oggetti un carattere chiamato
essentia e un altro detto
accidentia. Senza voler riassumere
questo campo di ricerca,
soffermiamoci su quello che si può
definire il problema dell’unità
della percezione. Alcuni psicologi,
come Gibson26, Turvey e Michotte
hanno sostenuto, a livelli diversi e
con differenti punti di vista, che
abbiamo un accesso diretto alle
proprietà degli oggetti presenti
nell’ambiente circostante.
Quest’idea sembra messa in
discussione dal fatto che i recettori
sensoriali, in tutti gli animali e
nell’uomo, scompongono il reale in
elementi molto semplici, in
componenti. I neuroni delle vie
visive codificano così in modo
molto specializzato la forma, il
colore o il contrasto. Bisogna
dunque trovare una nuova teoria
che associ l’innesco della
percezione nel sistema sensoriale e
il suo carattere globale e predittivo
su cui ho insistito in precedenza. La
questione è complessa e ancora
priva di risposta.
Un carattere comune a tutte le
teorie e a tutte le scoperte sul tema
è che il cervello dispone di diversi
meccanismi per semplificare
l’identificazione. Oggi si ipotizza
che la sincronizzazione di
oscillazioni in particolare in una
banda di frequenza detta gamma, tra
40 e 150 oscillazioni al secondo, e
la simultaneità temporale di attività
nei diversi centri che codificano
questi attributi potrebbe essere
importante nella coesione
percettiva, cioè per la ricostruzione
dell’unità dell’oggetto così
scomposto. Al livello della
corteccia visiva determinati
meccanismi consentono
l’identificazione precoce di alcune
proprietà degli oggetti. Si creano
pattern spontanei che preparano
l’analisi del mondo visivo27. La
forma, il colore, la luminosità, il
movimento sono a propria volta
assemblaggi particolari
(correlazioni spaziotemporali) di
segnali e non componenti primarie.
Ci sarebbe dunque una tendenza
permanente a formare composizioni
sempre più complesse
(composizioni di composizioni)28.
Il problema essenziale sarebbe
dunque che non tutte le
composizioni, tutti gli assemblaggi
di segnali, possono essere
analizzati. Ci sarebbero, per
esempio, più configurazioni in
un’immagine in bianco e nero di 16
x 16 pixel che particelle
nell’universo! Si capisce bene che
non abbiamo ancora scoperto come
il cervello dia agli oggetti del
mondo (e al nostro corpo, che
consideriamo come un oggetto) la
loro unità. Per risolvere questo
problema dobbiamo capire a che
cosa servono i nostri sensi e quali
meccanismi semplessi permettono
loro di comprendere il mondo. È
quello che ci accingiamo a fare.
Capitolo 6

A che cosa servono i


nostri sensi?

Codificare il continuo attraverso


il discreto

Una proprietà importante del


sistema nervoso consiste nella
codifica dei fenomeni continui
attraverso impulsi, cioè segnali
discreti. La contrazione di un
muscolo, per esempio, è codificata
da una frequenza di impulsi
scaricata dai recettori chiamati fusi
neuromuscolari presenti nei
muscoli. La rotazione della testa è
codificata mediante una variazione
di frequenza di scarica nei neuroni
che individuano le accelerazioni
grazie ai recettori vestibolari.
Questa deviazione attraverso la
codifica discreta permette di
trasformare un’incredibile
complessità di processi in una
risposta semplice, comune a tutti i
recettori. Il codice comune, il
linguaggio comune, semplifica il
lavoro del cervello.
Inoltre, in molti casi, questo
passaggio alla codifica discreta è
accompagnato da una
spazializzazione. Nell’orecchio,
per esempio, il recettore (la
coclea) codifica le vibrazioni aeree
prodotte dai suoni sotto forma di
vibrazioni di una membrana, la
membrana basilare. Tale membrana
si comporta come un filtro spaziale
di frequenza poiché, lungo il suo
asse, le porzioni successive della
membrana basilare vibrano con
frequenze differenti. Come se
diversi cantanti si disponessero su
una linea e cantassero suoni sempre
più acuti. Da un estremo all’altro
della spirale della coclea i
recettori che captano i movimenti
della membrana basilare
codificano frequenze crescenti.
L’utilizzo dello spazio per
classificare le frequenze lungo una
membrana è una soluzione molto
elegante, che elimina totalmente la
necessità di un calcolo neuronale
complesso.

Il caso controllato

Il caso è presente a tutti i livelli


del funzionamento cerebrale, dalla
sinapsi fino all’integrazione
multisensoriale, e anche nei
processi cognitivi di decisione. Ma
il caso ha qualità semplesse,
poiché dietro l’apparente
confusione che introduce si
nascondono grandi vantaggi.
Vediamone alcuni.
Alla nozione di codifica discreta
si aggiunge, come abbiamo visto,
quella di probabilità. I neuroni del
cervello emettono potenziali
d’azione fino a quando l’equilibrio
ionico su ogni lato del loro
involucro (la loro membrana)
supera un certo valore, cioè la
soglia di potenziale. A quel punto
si produce una piccola tempesta di
ioni, che provoca la partenza del
potenziale propagato nell’assone
del neurone, il quale informa
dell’evento i neuroni successivi.
Ma questa scarica del neurone,
base della codifica discreta, è
probabilistica, cioè risponde in
ampia misura alle leggi del caso.
Durante le registrazioni
dell’attività neuronale si osservano
fluttuazioni dalle caratteristiche
aleatorie che sembrano introdurre
del rumore. Questo rumore ha una
proprietà interessante, quella di
precisare ciò che il recettore
sensoriale segnala e di migliorare
l’affidabilità dell’individuazione
dello stimolo, tenendo conto delle
informazioni antecedenti ed
effettuando una previsione sullo
stato futuro del recettore. È una
sorta di processo bayesiano, dal
momento che descrive la
probabilità dello stato di un
sistema tenendo conto sia del suo
passato sia di una stima del suo
stato futuro1 (si veda il Capitolo 2).
Più in generale, la sinapsi,
collegamento tra l’assone di un
neurone e il neurone seguente, è la
sede di processi estremamente
complessi, probabilmente
semplificati da leggi ancora
sconosciute, che assicurano la
trasmissione del segnale da un
neurone all’altro non mediante
un’onda elettrica, ma per mezzo di
elementi chimici
(neurotrasmettitori) che agiscono
sui recettori. Per molto tempo si è
pensato che questo meccanismo
fosse relativamente stabile. Infatti
la liberazione dei
neurotrasmettitori obbedisce a
leggi probabilistiche e i movimenti
dei recettori nella membrana
plasmatica dei neuroni sono di tipo
browniano, dal momento che i
recettori in questione sono in
permanente agitazione. Questi
possono anche muoversi,
probabilmente grazie all’agitazione
aleatoria, ed esplorare ambiti di
diversi micrometri quadrati in
pochi minuti. Tali fasi di
movimento rapido sono separate da
periodi durante i quali i recettori
sono confinati, quasi immobilizzati,
con una diffusione ridotta di diversi
ordini di grandezza. La stabilità
della sinapsi e dei suoi scambi
fisiologici non risulta dunque da
una stabilità molecolare ma, al
contrario, dalla stabilità dinamica
di assemblaggi molecolari
complessi2. È il risultato di un
equilibrio dinamico (statistico)
dove le molecole sono in
movimento continuo all’interno di
“microdomini”. Si evidenzia un
fatto notevole: i movimenti sono
regolati da processi fisiologici
precisi, che utilizzano il caso per
modificare lo stato della sinapsi in
funzione del contesto. Il caso serve
così alla flessibilità del
dispositivo. Come si vede da
questo esempio, il caso non
introduce il disordine nel mondo
degli organismi viventi; quello che
definisco caso controllato apporta
nuove proprietà che sarebbe stato
complesso mettere in atto con
sistemi non probabilistici. Questa
deviazione attraverso il caso,
apparente complessità che
semplifica o accresce le possibilità
di un sistema, corrisponde
pienamente alla nostra definizione
della semplessità.
La specializzazione e la
modularità

Una proprietà semplessa degli


organismi viventi è la
specializzazione, la modularità. Si
deve a Gall la creazione di una
frenologia della corteccia
cerebrale, cioè l’attribuzione di una
funzione particolare a ogni area
della corteccia. Questo approccio è
stato criticato alla fine del xx
secolo a causa della separazione
netta delle funzioni. In realtà ogni
funzione è assicurata da reti di aree
interconnesse, anche se alcune in
particolare sono cruciali. Facciamo
un esempio: il linguaggio non
coinvolge soltanto l’area di Broca,
che però è fondamentale, dal
momento che una lesione in questa
zona annulla la capacità di parlare.
Più in generale, una stessa area del
cervello, o le sue parti, può essere
coinvolta in diverse reti,
probabilmente perché è la sede di
specifiche operazioni neuronali.
Di fronte alla complessità gli
organismi viventi hanno scelto la
specializzazione, la modularità, la
separazione delle funzioni, la
divisione del lavoro, la
categorizzazione, la distinzione. Il
cervello è come un alveare, un
formicaio, un termitaio, un esercito,
una fabbrica, la società stessa: è la
sede di una specializzazione
estrema che dà vita a un’apparente
complessità ma che, in realtà,
semplifica l’elaborazione delle
informazioni sul mondo e, in più,
consente di controllare meglio
l’azione. Alcuni esempi
permetteranno di illustrare questa
varietà straordinaria prodotta dal
cervello prima di ricreare l’unità
della percezione e dell’azione.
Per misurare i movimenti della
testa, i recettori vestibolari
dell’orecchio interno scompongono
il movimento in rotazioni grazie ai
canali semicircolari su tre piani
che compongono un sistema di
riferimento euclideo, e in
traslazioni secondo due piani che
corrispondono ai piani dei canali.
Questa organizzazione geometrica
si ritrova a livello delle aree
sottocorticali (il sistema ottico
accessorio) che analizzano il
movimento visivo. La matematica
euclidea ha conservato la
distinzione tra rotazione e
traslazione, semplificando
notevolmente la descrizione
cinematica di un movimento.
Il sistema visivo è un altro
bell’esempio di modularità. Si
sono identificate più di dieci aree
nella corteccia visiva che
codificano i diversi attributi del
mondo visivo3, escludendo così la
possibilità di parlare di vista al
singolare. Ma molte di queste aree
si rivelano sedi di convergenza
multisensoriale, pur essendo
organizzate in modo da
semplificare tale convergenza.
Ecco di seguito alcune delle vie
visive il cui studio conferma che
nel corso dell’evoluzione sono
state effettuate delle scelte per
modularizzare l’analisi del mondo
visivo in relazione all’azione o alla
funzione.

– Un analizzatore
retinocollicolare specializzato
nell’individuazione del
movimento, che controlla i
movimenti di orientamento
dello sguardo e del corpo. Si
tende a sottovalutare il ruolo del
collicolo nella percezione,
mentre l’attenzione dei
ricercatori si focalizza sulla
corteccia visiva. In effetti, però,
il collicolo ha un ruolo
fondamentale nella percezione
non cosciente del movimento, e
probabilmente anche delle
forme. In Il senso del movimento
ho citato il caso dei bambini
ciechi del liceo di Montgeron,
che giocavano a pingpong o a
pallacanestro. Erano considerati
“ciechi”, ma senza dubbio in
loro la visione del movimento
tramite il collicolo era intatta. Se
il collicolo non ha meccanismi
che gli consentono di analizzare i
dettagli del mondo visivo come
fa la corteccia, in compenso può
indurre molto rapidamente
comportamenti adattati, in
particolare quando si tratta di
oggetti in movimento (l’abbiamo
dimostrato con Alexey
4
Grantyn ). La semplessità è
anche questo.
– Un analizzatore che dalla
retina trasmette le immagini
all’amigdala per
l’identificazione rapida del
valore positivo o negativo delle
cose viste (si veda il Capitolo
3). Questa via fa parte del
cervello delle emozioni, o
cervello limbico, ed è in grado
di innescare una reazione
corporea adatta in meno di 100
millisecondi (paura, gioia, fuga,
immobilizzazione).
– Un analizzatore che
corrisponde a una via detta
dorsale, specializzata
nell’elaborazione della
localizzazione spaziale degli
oggetti (via del “dove?”). Dalla
corteccia parietale questa via
conduce le informazioni verso la
corteccia frontale, dove sono
situati, per esempio, il campo
oculomotorio frontale5, che
guida i movimenti dello sguardo,
e l’area oculomotoria
supplementare, che prepara i
movimenti dello sguardo quando
vogliamo indirizzare la nostra
attenzione su un oggetto. Altre
aree nella corteccia prefrontale
sono coinvolte
nell’apprendimento di nuove
sequenze del movimento dello
sguardo6 o all’interno della
memoria di lavoro.
– Un analizzatore che
corrisponde a una via detta
ventrale (via del “che cosa?”),
specializzata
nell’identificazione delle forme
degli oggetti e delle creature
viventi. Nella corteccia parietale
insiemi di neuroni sono in grado
di identificare le forme; un’area
della corteccia visiva
extrastriata è anche specializzata
nell’identificazione delle forme
del corpo7 (area eba,
Extrastriate Body Area). Le
informazioni sono poi trasmesse
dalla corteccia parietale verso il
lobo temporale. Lungo questa via
i campi recettivi – le finestre
attraverso le quali i neuroni
possono vedere il mondo – sono
inizialmente piccole, per farsi
sempre più grandi a mano a
mano che si procede lungo le vie
visive fino alle stazioni della
corteccia temporale, dove
avviene il riconoscimento dei
volti, degli oggetti o
dell’ambiente. Gli
assembramenti di neuroni nel
lobo temporale hanno proprietà
che permettono loro di
rispondere in modo selettivo a
un repertorio, innato e appreso,
di forme visive elementari8. A
volte è il movimento che
permette di identificare una
forma, un oggetto o una creatura
vivente.

Questo esempio mostra come nel


corpo umano la modularità possa
spingersi molto lontano. Il nostro
cervello dispone anche di moduli
specializzati nell’identificazione di
categorie particolari di forme: una
parte del giro fusiforme è
specializzata nell’analisi delle
forme naturali animali o umane,
un’altra nell’identificazione delle
parole, mentre il paraippocampo
identifica le forme che
9
caratterizzano l’ambiente . Penso
che questa modularità, questa
specializzazione permetta di
costruire previsioni, anticipazioni.
Dopodiché il cervello ricombina, in
particolare nella corteccia frontale
e prefrontale, le informazioni delle
due vie dorsale e ventrale,
inserendo dati cha appartengono al
contesto, alla memoria, alla
motivazione e all’emozione.
Koechlin10 ha proposto di recente
un modello interessante di questi
processi, che descrive grazie a un
esempio. Tre parti della corteccia
frontale e prefrontale sono
coinvolte nella decisione di
prendere una mela. Una dice: “Vedo
la mela”; l’altra dice: “Mi piace la
mela” (desiderio); la terza dice:
“Prendo la mela”, mentre un
controllo centrifugo (top-down) su
ciascuna di queste componenti è
esercitato dalla corteccia
prefrontale.
I processi attenzionali
focalizzano l’attenzione su alcuni
aspetti piuttosto che su altri (forme,
colore), modificando la misura dei
campi recettivi. Tuttavia è chiaro
che i sensi scompongono il reale in
componenti o attributi – la forma e
il movimento nel sistema visivo (in
realtà i neuroni del sistema visivo
si specializzano in bande di
frequenza diverse), le rotazioni e le
traslazioni nel sistema vestibolare,
le frequenze nel sistema acustico –
ed è chiaro anche che la tazza di tè
posata sul mio tavolo esiste senza
di me e che, se muoio, continuerà a
essere lì. È la percezione di questa
tazza che dipende dall’attività del
mio cervello. I sistemi sensoriali
combinano segnali originati dagli
oggetti diversamente, in modo che
queste combinazioni siano
significative per noi e in rapporto
con il fine che perseguiamo a
seconda che siamo una preda, un
predatore, un partner sessuale o che
ci limitiamo a contemplare il
mondo in meditazione. È proprio la
definizione dell’Umwelt di von
Uexküll.

La rapidità

Un’altra esigenza essenziale per la


sopravvivenza è la rapidità.
Seguire, sfuggire a un predatore o
catturare una preda è una questione
di 25 millisecondi per una
cavalletta, e di un intervallo che va
dai 50 ai 100 millisecondi per
molti animali. Ma, così come
rapidità e precisione sono spesso
incompatibili, rapidità e
complessità non vanno molto
d’accordo quando si tratta dei
processi di elaborazione
dell’informazione o delle reazioni
motorie di un organismo come il
corpo umano. Quindi quali sono i
meccanismi biologici che
assicurano la rapidità in un
contesto del genere?
Ho detto in precedenza che,
nelle aree visive primarie, i
neuroni vedono il mondo
esclusivamente attraverso
piccolissime finestre chiamate
campi recettivi, che abbracciano
circa un grado di ampiezza.
Contrariamente a quanto si
pensava, questi campi recettivi non
sono fissi: l’evoluzione ha
conferito loro proprietà
stupefacenti, che migliorano la
rapidità dell’elaborazione grazie a
una grande flessibilità delle loro
proprietà. Un neurone detto
complesso, nel senso in cui lo
intendono Hubel e Wiesel, può così
trasformarsi in neurone semplice,
sempre secondo questi ricercatori,
se si modifica la quantità di rumore
visivo: la sua risposta diviene
allora legata in modo più lineare
allo stimolo visivo. Si parla di
sistemi non lineari quando esiste
una relazione complessa tra uno
stimolo e una risposta. Nel nostro
gergo tecnico spesso semplificare
significa linearizzare11.
Il cervello dispone, del resto, di
processi specializzati che
individuano molto rapidamente gli
aspetti globali e importanti di una
scena visiva e solo in seguito i
dettagli. Come abbiamo detto, il
ruolo dell’amigdala nel segnalare
velocemente un eventuale pericolo
è proprio questo. È l’amigdala che
in 80 millisecondi individua la
presenza di un serpente e ci fa
reagire. Solo in seguito il lobo
temporale analizzerà la forma del
serpente. L’amigdala è anche la
struttura che individua nel volto
altrui un’intenzione aggressiva.
Quando incontriamo qualcuno per
la prima volta abbiamo una prima
impressione immediata: questa
persona mi è simpatica o mi
intimorisce. La prima impressione
è dovuta all’analisi dell’amigdala,
che attribuisce istantaneamente un
valore al volto altrui. Si tratta
senza dubbio di un meccanismo
molto antico di allerta.
L’impressione iniziale deve spesso
essere inibita, con l’intervento
della corteccia orbitofrontale. Il
vantaggio di quest’analisi molto
rapida dell’ambiente è di mettersi
in allerta rispetto a un pericolo o,
al contrario, alla presenza di un
agente desiderabile. E un’analisi di
questo tipo non è semplice, è
semplessa.
Un altro meccanismo molto
prezioso è quello che ci permette di
individuare con grande rapidità un
oggetto in movimento che si
avvicina a un’andatura sostenuta.
La soluzione trovata dal nostro
cervello per questo problema è
elegante: invece di imbarcarsi in
calcoli complessi della distanza, ci
basta valutare la superficie
apparente dell’oggetto e il suo
tasso di dilatazione, cioè il
rapporto tra la superficie apparente
sulla retina e la velocità con cui si
dilata l’immagine. Il rapporto tra
queste due grandezze, che sono
facilmente analizzabili dalla retina,
fornisce direttamente il tempo che
manca al contatto, se la velocità
dell’oggetto è costante12. Quando il
movimento è variabile utilizziamo,
come ho già detto, previsioni
generate dall’internalizzazione
delle leggi di Newton. Inoltre
possiamo contare sul collicolo
superiore, il cui ruolo consiste nel
prevedere la traiettoria degli
oggetti e nell’orientare lo sguardo
verso quelli che si presentano nel
campo visivo. Il collicolo
identifica la posizione, la velocità,
e soprattutto prevede la traiettoria
dell’oggetto; innesca i movimenti
necessari per orientarsi verso
l’oggetto in modo predittivo,
anticipatorio. Permette alla
lucertola di catturare una mosca, al
tennista di colpire la palla servita
dall’avversario – che si avvicina a
200 chilometri all’ora –, al portiere
di parare un rigore13.
Ovviamente può succedere che i
segnali che ci indicano un ostacolo,
un nemico o una possibile preda
non arrivino al cervello nello
stesso momento, come quando
siamo di fronte a una combinazione
di segnali visivi (l’immagine è
trasmessa alla velocità della luce)
e suono (che si muove alla velocità
di circa 30 metri al secondo). Che
cosa succede in questo caso? Per
compensare lo scarto temporale tra
l’arrivo del segnale visivo e di
quello acustico, alcuni meccanismi
neuronali (ancora misteriosi)
ritardano l’elaborazione dell’uno
perché si possa combinare con
l’altro, come se fossero
simultanei14. Siamo di fronte a una
magnifica semplificazione della
cooperazione tra i sensi.

Eliminare le ambiguità
Una delle difficoltà maggiori della
percezione consiste nell’eliminare
le ambiguità che risultano dai nostri
sensi, le cui proprietà
estremamente limitate rispetto alla
complessità del mondo sono fonte
di errore. Dal mio punto di vista
molte illusioni sono soluzioni
trovate dal cervello per risolvere
problemi di ambiguità percettiva.
Si tratta di vere e proprie decisioni
che semplificano la
neurocomputazione e permettono
l’azione.
Una prima ambiguità
fondamentale è data dal
cambiamento nell’aspetto di un
oggetto quando ci muoviamo. Il
cambiamento di aspetto è valutato
dal cervello in molti modi. Il più
importante sembra essere, come
aveva suggerito Poincaré,
l’informazione sul movimento
dell’osservatore. Se mentre
percepisco il cambiamento di
forma in un oggetto mi sto
muovendo, è probabile che questo
cambiamento sia dovuto al mio
movimento, e non a un
cambiamento nella forma
dell’oggetto. Questo implica
meccanismi di individuazione della
covariazione tra il mio movimento
e la deformazione degli oggetti.
Possiamo fare un altro esempio:
il nostro cervello tende a
simmetrizzare gli oggetti o lo
spazio e manifesta una preferenza
per la rigidità. Queste inclinazioni
permettono al cervello di eliminare
le ambiguità che contiene il flusso
ottico attraverso vere e proprie
decisioni percettive: siamo di
fronte a quella che chiamo tirannia
della percezione. Il nostro cervello
completa le informazioni di un
senso con quelle fornite dagli altri
sensi, propendendo, in caso di
conflitto, per la soluzione che
assicura la maggiore stabilità: visto
che gli otoliti dell’orecchio interno
non possono distinguere
l’accelerazione in un senso e la
decelerazione nell’altro, sarà
dunque la vista a dirci se il
movimento individuato dai
recettori è dovuto a una
decelerazione o a un’accelerazione.
Un meccanismo cerebrale molto
importante per semplificare la
percezione è quello che consente la
permanenza dell’oggetto. Piaget ha
studiato a lungo lo sviluppo della
capacità che nel bambino, a partire
da una certa età, permette di
continuare a percepire un oggetto
anche quando questo è sparito
dietro un schermo o è stato messo
in una scatola. Quando è molto
piccolo, il bambino pensa che
l’oggetto non esista più: quando
cresce, invece, capisce che
l’oggetto che riappare dall’altro
lato dello schermo o che si trova
nella scatola è lo stesso che ha
visto sparire. Questa facoltà,
avvicinabile alla causalità
fenomenica di Michotte, è fondata
sull’inferenza che abbiamo definito
come una proprietà fondamentale
della semplessità. Nell’uomo la
capacità di elaborare la
permanenza dell’oggetto si
accompagna alla capacità di
continuare il movimento di
inseguimento dell’oggetto in
assenza di segnali visivi: quando
un oggetto in movimento scompare
dietro uno schermo, il nostro
occhio continua a seguirlo anche
durante la sua scomparsa. Com’è
possibile? Grazie al segnale
extraretinico inviato alle aree
visive, senza dubbio a livello
dell’area mst del lobo temporale,
ma anche a livello della corteccia
visiva. Questo meccanismo
elegante che fa intervenire processi
complessi è, dal mio punto di vista,
tipicamente semplesso.

La separazione di contenuto e
contesto

Un modo interessante di
semplificare l’analisi del mondo
per guidare l’azione o le scelte che
il nostro cervello deve compiere è
quello di distinguere tra il
contenuto e il contesto. Ritorniamo
alle due vie visive di cui abbiamo
parlato in precedenza. Una analizza
il luogo in cui si trova un oggetto,
una persona, analizza il contesto: è
la via dorsale, che va dalla
corteccia visiva alla corteccia
frontale alla parte superiore del
cervello. L’altra analizza l’identità,
il contenuto (che cosa? chi?) lungo
la via detta ventrale, che porta fino
alla corteccia temporale. Inoltre
un’altra via, che analizza il valore
emozionale di una situazione
attraverso l’amigdala, può essere
considerata come una via
specializzata nel contesto.
Assegnare a un oggetto o a una
persona attributi come
“pericoloso” o “benefico”
significa, di fatto, contestualizzare
la percezione sensoriale. Allo
stesso modo si sa che cinque
circuiti collegano il talamo, i gangli
della base e la corteccia. Questi
circuiti selezionano e controllano
le azioni del corpo, degli occhi, ma
anche la memoria e l’emozione.
Ciascuno dei circuiti che
codificano il contenuto
sensomotorio potrebbe essere
doppiato da un altro circuito che
codifica il contesto15.
Se, come sostiene il
neurofisiologo Llinas, la coscienza
presuppone che contesto e
contenuto siano regolati mediante
meccanismi di sincronizzazione
delle oscillazioni, dove sarebbe la
semplificazione in questa ulteriore
complessità? Si può arrischiare
l’ipotesi seguente: separare
contesto e contenuto è importante
per individuare nel mondo una
serie di invarianti,
indipendentemente dalle
circostanze particolari della
percezione o dell’azione in corso.
Invece, la percezione di un oggetto
o di un evento che non tenesse
conto del contesto sarebbe inutile.
Questa separazione è essenziale e
senza dubbio permette anche di
dissociare l’apprendimento delle
relazioni con gli oggetti del mondo
sensibile e l’apprendimento dal
contesto dell’azione.

La forma e il prodotto di un
soggetto

Una volta che abbiamo isolato


determinati oggetti visivamente o
grazie a una esplorazione
multisensoriale, possiamo
desiderare di maneggiarli. Per
poterlo fare, bisogna valutarne le
proprietà di forma, di solidità e di
compliance. Nel cervello sono
messe in atto diverse soluzioni
semplesse per facilitare tali
processi.
Quando tocchiamo un oggetto
per conoscerne la forma, lo
soppesiamo, e quando
accarezziamo una persona per
sedurla, non mettiamo in gioco solo
il senso del tatto, grazie ai
molteplici recettori situati sotto la
nostra pelle16, ma attiviamo anche
recettori situati nei muscoli e nelle
articolazioni per la propriocezione
(percezione del nostro corpo), e vi
associamo il senso dello sforzo17
muscolare. Questo insieme
complesso presuppone
un’integrazione multisensoriale
complessa, denominata senso
aptico.
Il nostro cervello manifesta una
preferenza per le Gestalts18, le
forme prodotte da un soggetto19: lo
stelo di un fiore è una scala per
l’insetto che vi si inerpica, un
gambo per noi che lo cogliamo, un
ancoraggio per il ragno che vi
assicura la propria tela. Le basi
naturali di questa capacità di
percepire le forme non sono
semplici, fanno appello a
meccanismi che interessano le
nostre intenzioni. Per esempio la
codifica della forma degli oggetti
(o del corpo) non si realizza, come
si è pensato per molto tempo,
mediante la frequenza di scarica di
neuroni che codificano gli attributi
dell’oggetto (forma, colore,
luminosità, suoni): oggi si ritiene
che sia la sincronizzazione
temporale delle attività di diversi
recettori a produrre la percezione
dell’unità dell’oggetto. Sarebbe
così anche nel caso della semplice
percezione tattile della forma
propria di un oggetto con il dito: la
simultaneità della scarica dei
recettori eccitati contribuirebbe in
misura importante alla percezione
della forma dell’oggetto. Questa
distribuzione temporale e spaziale
dell’attività simultanea nel
momento preciso del contatto è, a
quanto sembra, interpretata
direttamente dal cervello come un
cerchio.
Del resto il nostro cervello
dispone di meccanismi anticipatori.
Per esempio, la corteccia
somatosensoriale (S1 e S2), a
lungo considerata un’area di
ricezione passiva delle
informazioni legate al nostro corpo,
presenta proprietà predittive in
materia di percezione tattile20, ma
questa previsione è facilitata
ulteriormente dalla cooperazione
tra la vista e la percezione aptica.
Siccome le aree attivate dal tatto
(S2) sono in parte le stesse che
vengono attivate dalla vista di un
contatto tattile21, le informazioni
tattili e quelle visive possono
interagire a livello della corteccia
parietale (solco intraparietale)22 e
la partecipazione aptica può
migliorare la percezione delle
rotazioni data dal flusso ottico23. A
livello del talamo determinati
segnali effettuano una serie di
previsioni. Come è noto, il ruolo
tradizionale attribuito al talamo
sensoriale è quello di trasmettere
passivamente l’informazione
corrente verso la corteccia.
Tuttavia, se si associa una
ricompensa allo stimolo sensoriale,
alcuni neuroni del talamo collegano
la sensazione alla ricompensa. Si
osserva allora una risposta
precoce, fasica, che sopraggiunge
molto presto dopo lo stimolo e
dipende dalla modalità sensoriale:
si tratta della codifica
retrospettiva. In seguito si produce
una risposta, più tardiva e
particolarmente interessante, che è
massima appena prima della
ricompensa. Questa seconda
risposta, indipendente dalla
modalità sensoriale e modulata dal
valore della ricompensa, prevede
la ricompensa futura: è una codifica
prospettica24.

La semplessità del senso aptico:


come non schiacciare un
lampone 25
Supponiamo che il lettore voglia
tenere un lampone tra due dita
senza schiacciarlo. La forza che
bisogna esercitare per non
schiacciare il lampone deve essere
regolata con grande precisione.
Deve adattarsi alla compliance del
lampone, cioè alla sua durezza (la
compliance è l’inverso della
rigidità). Dal momento che non è
possibile conoscerla a priori,
prima del contatto, il rischio di
schiacciare il frutto è grande, a
meno che il cervello non riesca a
prevedere il valore della
compliance26. Di fatto il cervello
dispone di un modello interno della
meccanica delle dita ed elabora un
modello interno della compliance
del lampone. La regolazione della
forza diventa allora una semplice
comparazione tra un valore stimato
(la compliance del lampone) e un
valore misurato nel momento in cui
si prende il frutto grazie alla
propriocezione, cioè alle proprietà
dei recettori di spostamento, di
pressione e di forza nella mano. La
capacità di prevedere una
compliance permette di non
schiacciare il frutto. Questo tipo di
anticipazione non è semplice, ma
permette una semplificazione.
Il nostro cervello ci può fornire
informazioni sulla forma di un
oggetto a partire dalla sola attività
motoria, oppure può estrarre
informazioni cinestesiche partendo
unicamente da informazioni
cutanee27, 28. Può anche percepire
la forma di un oggetto senza alcuna
informazione propriocettiva,
cinestesica o motoria. Infatti la
vista è in grado, da sola, di indurre
una percezione di forza aptica.
Facciamo un esempio: sullo
schermo di un computer si mostra
uno stantuffo virtuale con una
molla, e lo spettatore ha la
possibilità di schiacciare lo
stantuffo virtuale muovendo il
mouse. Se lo stantuffo si muove
sullo schermo come una molla che
si contrae, la persona che maneggia
il mouse avrà la sensazione di una
forza esercitata sul mouse. Questa
illusione, detta pseudoaptica, è
stata scoperta da Anatole Lécuyer.
La sola informazione visiva può
dunque indurre l’illusione di una
forza sulla mano: Merleau-Ponty
aveva ragione a dire che la vista è
una palpazione attraverso lo
sguardo.

Perché la punta delle dita è


rotonda?

Ogni principio biologico


semplificativo, per quanto
elementare, porta in sé idee forti
che possono essere applicate
eventualmente ad altri ambiti del
pensiero. Un collega, Vincent
Hayward, specialista della
percezione aptica, un giorno mi ha
chiesto perché la punta delle dita è
rotonda. La sua risposta è la
seguente: perché, grazie a questa
geometria particolare, ogni volta
che appoggiamo il dito su un
oggetto la superficie delimitata dal
contatto è di forma circolare. In
questo modo si facilita l’estrazione
delle variazioni di pressione sul
dito quando si tocca un oggetto. È
semplesso, ma era necessario
pensarlo e farlo!
Uno dei misteri dell’anatomia
della mano è la presenza di
delicate ondulazioni sulla pelle
delle dita, che possono essere usate
anche come segno di identità
personale. Di recente si è tentato di
spiegarne l’esistenza sottolineando
che il cervello è in grado di
procedere a un’analisi wavelet, un
tipo di analisi matematica che
estrae le caratteristiche dinamiche
di processi molto diversi. In
generale, la percezione del
movimento è un potente mezzo che
permette di identificare gli oggetti e
togliere ambiguità. Per esempio, la
percezione del movimento di un
oggetto che si sposta da solo sulla
nostra pelle viene attribuita con
tutta probabilità a un insetto, o
comunque a un animale, che
provvede alla propria locomozione
in modo autonomo e passeggia
sulla pelle. Lo psicologo Premack
proponeva come criterio di
identificazione della presenza di
organismi viventi l’autonomia del
movimento proprio.

L’individuazione degli odori: la


dimensionalità

Per molti animali l’olfatto è un


senso fondamentale, perché
permette di identificare le prede e i
predatori, aiuta la localizzazione
dei percorsi e favorisce la
navigazione spaziale. Nei
vertebrati gli odori, che sono
generalmente sottili combinazioni
di aromi primitivi, sono elaborati
da un insieme di neuroni
raggruppati nel bulbo olfattivo.
Questa architettura neuronale ne
assicura l’identificazione, la
categorizzazione e la
memorizzazione. I neuroni del
bulbo olfattivo, che costituiscono
questa rete straordinariamente
complessa, differiscono per le
proprietà eccitanti o inibitorie, le
forme e l’arborescenza dell’albero
dendritico. Questo insieme tende a
oscillare nel tempo, tra i 20 e i 30
cicli al secondo29, e tali
oscillazioni, quando sono
registrate, fanno scaturire soluzioni
di grande eleganza a un problema
complesso.
In presenza di un odore,
ciascuno dei neuroni del bulbo
olfattivo reagisce in modo diverso,
e compare una serie di fluttuazioni
dell’attività oscillatoria della rete.
Quando la rete oscilla a una
frequenza data, questo segnale
temporale è dominato da una forte
sinusoide fatta di linee concave
(parte negativa) e convesse (parte
positiva). Per un determinato odore
si attivano alcuni neuroni, che
producono un potenziale d’azione
in momenti precisi
dell’oscillazione della rete30.
L’analisi dettagliata della scarica
di questi neuroni mostra che il
bulbo olfattivo effettua una
classificazione31, che consente di
rintracciare la categoria
dell’odore. Questa rete opera anche
una multiplazione: trasporta
simultaneamente, in uno stesso
flusso di dati, diversi tipi di
informazione.
Secondo i matematici questo
tipo di rete opera una riduzione
della dimensionalità, cioè
semplifica lo spazio in cui è
rappresentata l’attività dell’insieme
complesso, riducendo il numero di
dimensioni. Nello spazio a tre
dimensioni l’elaborazione può
essere scomposta in una traiettoria
che comporta tre tappe: 1)
L’attività iniziale nulla (prima
dell’odore) è l’origine del sistema
di riferimento, cioè il punto con
coordinate 0,0,0; 2) Nella seconda
tappa, che segue la presentazione
dell’odore, la traiettoria raggiunge
la massima distanza rispetto
all’origine; 3) Quando l’odore è
ancora presente, la traiettoria si
stabilizza intorno a un punto
particolare, diverso dall’origine,
che si chiama punto fisso. Si
osserva che mentre le traiettorie
percorse sono diverse a seconda
degli odori, sono invece identiche
per un odore particolare. Questo
tipo di codifica riduce dunque la
quantità di informazioni
potenzialmente memorizzabile32.
La discriminazione massima tra
gli odori è raggiunta al punto
massimo della traiettoria. Questo
sistema si è evoluto per essere
efficace in condizioni ecologiche in
cui gli odori sono spesso presenti
solo per un breve intervallo di
tempo. È in tutto e per tutto un
sistema semplesso, perché
possiede proprietà complesse che
semplificano la
neurocomputazione.

Una presa di decisione semplessa


Un altro esempio di riduzione della
dimensionalità è fornito da uno dei
meccanismi cerebrali coinvolti
nella presa di decisioni.
Supponiamo che siate in giro per
commissioni e arriviate a un
incrocio. A destra c’è la posta,
dove dovete passare per spedire
una lettera urgente; a sinistra c’è la
pasticceria. Se andate prima a
sinistra potrete concedervi un
dolce, ma la posta rischia di
chiudere, perché è mezzogiorno.
Questo genere di processo
decisionale può essere riprodotto
con un ratto in un labirinto a forma
di T. A seconda della posizione
della luce che si accende, l’animale
deve scegliere tra uno dei due
bracci del labirinto, in fondo ai
quali si trova una possibile
ricompensa. Quando si registra
l’attività dei neuroni della sua
corteccia prefrontale, dove
vengono prese le decisioni, si
osserva che alcune popolazioni di
neuroni si attivano nello stesso
momento, sono cioè sincronizzate.
Questi insiemi si formano nel
momento in cui il ratto si aspetta di
ricevere con certezza una
ricompensa e decide di andare a
sinistra o a destra. In più, gli stessi
assemblaggi si riformano durante il
sonno che segue, permettendo il
consolidamento degli schemi di
attività neuronale che hanno portato
al comportamento più
performante33. Qui la semplessità
si incentra sulla modalità di
codifica, che riduce la dimensione
del problema attraverso la
sincronizzazione temporale
dell’attività. Il tempo è alleato
della semplessità, come vedremo
più in dettaglio nel Capitolo 10.
La riduzione della
dimensionalità e la
sincronizzazione temporale fanno
parte dei numerosi meccanismi che
semplificano la percezione,
imboccando strade che
corrispondono ai criteri definiti in
questa sede per individuare la
semplessità. Di fronte alla
complessità del mondo, gli
organismi viventi trovano soluzioni
di eccezionale eleganza, a costo di
apparenti deviazioni che
contengono a propria volta una
certa dose di complessità. A
dispetto di queste deviazioni, però,
tali soluzioni facilitano
l’elaborazione di una percezione
guidata dall’intenzione del
soggetto, anticipatoria,
modificabile, suscettibile
all’adattamento e rapida quando
bisogna reagire di fronte a un
evento imprevisto da cui, per
esempio, dipende la nostra
sopravvivenza. Così la
moltiplicazione delle modalità di
codifica permette,
paradossalmente, di aumentare
l’efficacia, semplificando i
processi di calcolo neuronale.
Ovviamente tutte queste qualità
hanno un costo; a volte, come nel
caso dei periodi critici, è
l’esistenza di un calendario molto
preciso, nel quale l’individuo ha
un’unica chance; altre volte è la
limitazione della percezione, ma
come dice un proverbio caro agli
americani, che testimonia il loro
pragmatismo, “non ci sono pasti
gratuiti”. La semplessità ha sempre
un prezzo, anche se il ritorno
sull’investimento è considerevole.
Parte II. Camminare sulla Luna
Capitolo 7

Le leggi del movimento


naturale

Avete mai visto un uomo senza la


pelle? Non mi riferisco a un uomo
in carne e ossa, ma a un’immagine
che rivela, sotto la pelle, la
straordinaria complessità della rete
delle fibre nervose che collega i
muscoli al midollo spinale e, di
conseguenza, al cervello. Uno dei
problemi posti da questa rete
complessa è quello del tempo di
trasmissione. Dal piede al
cervelletto, nel caso di un uomo, la
distanza si aggira intorno a 180
centimetri, mentre dal collo al
cervelletto è di appena 15
centimetri. Di conseguenza, se la
velocità di conduzione
dell’informazione attraverso il
sistema nervoso fosse uguale per il
piede e per il collo, il cervello non
verrebbe informato
simultaneamente degli avvenimenti
che si producono in queste due
regioni, e la sincronizzazione dei
movimenti di queste due parti del
corpo sarebbe molto difficile…
Anche in questo caso si è trovata
una soluzione: la velocità di
conduzione non è sempre uguale, ed
è più veloce nel caso del piede. Si
tratta di una soluzione semplessa,
perché implica una deviazione che
comporta una complessità
maggiore: la regolazione di
numerose velocità di conduzione a
seconda della distanza. Come
vedremo nelle pagine successive,
esistono altri principi
semplificativi nell’organizzazione
della motricità. Tali principi sono
strettamente legati all’esistenza di
invarianti caratteristiche della vita
sulla Terra. Tengono conto della
gravità, per esempio, che
costituisce sia un vincolo sia un
sistema di riferimento. Se un giorno
dovremo camminare e vivere sulla
Luna e su Marte, dovremo adattare
queste leggi del movimento
naturale…

Una semplificazione necessaria

In Il senso del movimento ho


parlato del problema della
riduzione dei gradi di libertà e
delle leggi semplificative del
movimento. Riprendiamo uno degli
esempi fatti nel libro, perché di
recente ci sono stati sviluppi
importanti. Supponiamo che con il
dito ben teso descriviate un
movimento ellittico. Potrete
constatare che la velocità varia
lungo la traiettoria; si tratta della
velocità tangenziale: procederete
più velocemente nel tratto in cui la
curva è ridotta. Una legge molto
precisa, detta legge della potenza
1/3, lega la velocità tangenziale al
raggio di curvatura. Si discute
ancora per sapere quale sia
l’origine di tale legge. È
sicuramente il risultato di un
principio di minimizzazione
dell’energia e del jerk (la velocità
di variazione dell’accelerazione di
un movimento) e di ottimizzazione
delle regole del suo controllo.
Oltre che il segno di processi
semplessi. La scoperta importante,
dovuta a Viviani e Stucchi, è che
questa legge è sottesa anche alla
percezione del movimento naturale.
In altre parole, se un gruppo di
roboticisti o di specialisti
dell’immagine digitale vuole
realizzare personaggi artificiali
(avatar o umanoidi) che siano
percepiti dallo spettatore come vivi
o, per lo meno, il più vicino
possibile alle creature viventi,
bisogna che i loro movimenti
ubbidiscano a questa legge.
7. Esempi di movimenti della mano in tre
dimensioni. Questi movimenti
ubbidiscono a una legge che lega la
velocità tangenziale lungo la traiettoria, la
curvatura e la torsione: v = α κ 1/3 . | τ |1/6,
dove v = velocità tangenziale, α =
coefficiente, κ = curvatura, τ = torsione
(da Maoz, Berthoz e Flash, 2009; si veda
anche Bennequin, Fuchs, Berthoz e Flash,
2009).

Ora, invece di compiere un


movimento piano ellittico, fate una
serie di movimenti complessi come
quelli illustrati nella figura 7.
Osserverete che la mano e il
braccio sono animati da movimenti
di torsione che rendono il
movimento complesso. Esiste un
legame molto stretto tra la velocità
lungo la traiettoria, la curvatura e
la torsione. La velocità dipende
dalla torsione con un fattore di
potenza 1/6. Questa legge deriva
senza dubbio dal fatto che il
cervello, in realtà, lavora secondo
una geometria non euclidea, affine
a quella ipotizzata da Jan
Koenderink e Olivier Faugeras.
Qui il limite di leggi semplici
rivela come il cervello utilizzi
processi multipli e diverse
geometrie.

Il segreto della botta Nevers

La locomozione, il controllo
posturale, la prensione e la cattura,
l’evitamento, la fuga e molti altri
comportamenti sono realizzati
mediante sinergie motorie innate,
specifiche per ogni specie, ma
anche universali. L’identificazione
di queste sinergie è stata oggetto, a
partire da Bernstein, di numerosi
lavori, grazie alla collaborazione
di fisiologi, ingegneri e matematici.
In particolare, oggi si cerca di
identificare quelli che vengono
definiti primitivi delle azioni
motorie complesse1. Queste
combinazioni di primitivi motori
appartengono a un repertorio
universale di movimenti ora innati,
ora acquisiti durante l’infanzia.
Basta guardare un ballerino per
capire immediatamente che il
repertorio delle sinergie è limitato,
ma che tali sinergie possono essere
apprese tramite l’allenamento. Il
carattere stereotipato delle sinergie
motorie e il fatto che, in ragione
dell’esistenza del sistema dei
neuroni specchio, simuliamo tanto
più facilmente i movimenti quanto
più li percepiamo come familiari2,
ci permettono anche di sorprendere
gli altri. Come la famosa botta di
Nevers, mossa di scherma
escogitata dal romanziere Paul
Féval nel romanzo di cappa e
spada Le Bossu, e portata sullo
schermo nel film Il cavaliere di
Lagardère: essa provocava la
morte dell’avversario di spada ed
era indubbiamente, all’epoca, un
movimento nuovo, impossibile da
prevedere per uno spadaccino non
esperto. Immagino che anche nelle
arti marziali una parte dei gesti
appartenga a un repertorio non
naturale, nato da una
ricombinazione originale di
sinergie o primitivi motori,
movimenti atipici acquisiti grazie
alla pratica intensiva che, forse,
crea nuove sinergie. Si sa, infatti,
che il cervello può riorganizzare le
proprie connessioni funzionali. Una
parte delle arti marziali orientali
utilizza sicuramente sapienti
combinazioni di movimenti che
appartengono al repertorio comune
di gesti e movimenti
“controintuitivi”. In un ambito
diverso, comici come Jacques Tati,
Buster Keaton e Charlie Chaplin
scatenavano il riso presentando di
sorpresa movimenti impossibili o
controintuitivi. Il filosofo Henri
Bergson, fra l’altro, ha analizzato
l’origine del riso in quest’ottica.
I metodi di identificazione dei
primitivi motori si rifanno a
concetti statici (l’analisi in
componenti principali, in
componenti indipendenti e così via)
il cui uso è, in realtà, molto
limitato. Consistono nel misurare la
cinematica di movimenti complessi
e, attraverso il gioco del calcolo
statistico, nell’estrarre invarianti. Il
principio di questa analisi statistica
è quello di analizzare le varianti
cinematiche (posizione, velocità
ecc.) dei segmenti degli arti durante
il movimento; si utilizza anche
l’attività dei muscoli del corpo. Si
scopre allora che le variazioni di
queste grandezze, apparentemente
complesse, sono in realtà la somma
di componenti più semplici, in
numero limitato, che si chiamano
componenti principali. Dietro
quest’analisi si annida l’idea che
tali componenti riflettano le
sinergie muscolari di base e i
primitivi che, combinati,
costruiscono il movimento. Così
sono state identificate quattro o
cinque componenti principali per la
locomozione o la manipolazione di
oggetti, e tre per l’espressione
delle emozioni.
Questo approccio tuttavia non
permette di comprendere davvero
quali siano gli elementi del
repertorio fisiologico. Todorov
scrive: «Esistono pochissimi dati
indipendenti che mostrano come la
componente principale corrisponda
a una qualunque cosa reale. La
funzione presunta dei primitivi
motori è quella di semplificare un
problema complesso di controllo
riducendo la dimensionalità dello
spazio in cui si cercano le
soluzioni. Quali supposizioni
solide possiamo fare per tutti i
compiti che devono essere
realizzati in futuro?»3. Ma il
modello di Todorov è un modello
non supervisionato che estrae una
serie di regolarità del sistema
muscoloscheletrico…
Quando l’anatomia assume la
geometria

Supponiamo che vogliate


fabbricare un robot umanoide e
animare i suoi occhi o i suoi arti,
come si fa con le marionette.
Decidete, per esempio, di dotare
l’occhio di un movimento obliquo.
Sul robot disponete due motori che
fanno fare all’occhio
rispettivamente un movimento
orizzontale e uno verticale. Per
avere un movimento obliquo,
bisognerà coordinare i due motori.
Non è affatto semplice! Nel
Capitolo 3 sullo sguardo abbiamo
visto che il problema della non
commutatività delle rotazioni viene
risolto mediante una soluzione
anatomica della configurazione dei
muscoli oculari che utilizza delle
“pulegge”, ma ci sono altre
proprietà semplesse che
contribuiscono a questo processo.
Per esempio anche nel cervello
abbiamo tre “motori” per produrre
le saccadi dell’occhio. Ci sono due
reti di neuroni situate
rispettivamente nella formazione
reticolare pontina e mesoencefalica
e denominate generatori di
saccadi. Fanno girare l’occhio su
tre piani (orizzontale, verticale e di
torsione). La semplificazione
considerevole messa in atto
dall’evoluzione risiede nel fatto
che una parte della coordinazione è
assicurata da alcuni neuroni di una
struttura subcorticale, il collicolo
superiore, che proiettano sui tre
generatori. L’astuzia, qui, è che la
“diramazione” dei neuroni, cioè la
proiezione dei loro assoni,
comanda la direzione della
saccade. Così un neurone che
proietta soltanto sul generatore
orizzontale darà una saccade
orizzontale, mentre un neurone che
proietta insieme sui generatori
orizzontale e verticale produrrà una
saccade obliqua. La sinergia è
determinata dall’anatomia, dal
momento che la geometria del
movimento è determinata dalla
diramazione assonale4.
La presa in carico della
geometria del movimento da parte
della diramazione assonale si
realizza anche, nel sistema nervoso,
nel caso dei movimenti degli arti.
Quando descriviamo un’ellisse con
il dito, mettiamo in gioco una
decina di muscoli del braccio, che
determinano la traiettoria delle dita
che reggono matita. Infatti il
cervello non controlla ogni
muscolo separatamente, ma gruppi
di muscoli, grazie a coattivazioni:
le sinergie. Queste sinergie sono
controllate da neuroni della
corteccia piramidale (la corteccia
motoria) i cui assoni proiettano su
gruppi di muscoli molto particolari,
ciascuno dei quali produce una
precisa sinergia (la rotazione del
pugno, l’estensione del braccio e
così via). Il cervello può così
semplificare il comando, perché è
sufficiente attivare un neurone
piramidale per ottenere una
rotazione del pugno. L’anatomia dei
neuroni canonici assicura in questo
modo la coordinazione e permette
di combinare e di orchestrare le
sinergie in movimenti più
complessi, riducendo la
dimensione dello spazio di
comando. È una forma elegante di
semplessità.
La presenza di modelli interni

Ho detto che i nostri pensieri, lo


sviluppo delle nostre funzioni
cognitive più elevate e anche più
astratte si fondano sul corpo in atto,
che il cervello si è sviluppato in
modo da poter anticipare le
conseguenze di un’azione,
proiettando sul mondo le proprie
prepercezioni, le proprie ipotesi e i
propri schemi interpretativi.
Facciamo un altro esempio. Se un
lettore vuole raggiungere
velocemente con la mano un
bicchiere di vino, il suo cervello
deve calcolare la posizione del
bicchiere in rapporto al tavolo su
cui questo è appoggiato. Deve
calcolare la posizione della mano
rispetto alla spalla, della spalla
rispetto alla sedia, della sedia
rispetto al tavolo. Dopo averlo
fatto può programmare il
movimento, calcolando la forza che
dovrà comunicare a ciascuno dei
venti o trenta muscoli coinvolti.
Nel momento in cui avrà afferrato
il bicchiere, dovrà ancora tenere
conto del suo peso e così via. Il
processo è molto complesso e i
roboticisti hanno immaginato
diverse soluzioni che semplificano
il compito, come una codifica del
movimento che tiene conto soltanto
della distanza relativa tra l’oggetto
da afferrare e la mano. Una simile
codifica, infatti, evita di calcolare i
cambiamenti di coordinate.
Tuttavia non è sempre sufficiente,
perché bisogna che la mano
raggiunga il bicchiere e bisogna
anche che la forma della mano
consenta di afferrare il bicchiere.
Per farlo esisterebbe una soluzione
semplice: la mano dovrebbe
attendere di toccare il bicchiere per
adottarne la forma. Ma come
metodo non è efficace, perché non
permette di afferrare il bicchiere
rapidamente. Se si vuole agire in
modo veloce, bisogna che la mano
abbia adottato la forma del
bicchiere prima del contatto.
Perché questo sia possibile
l’evoluzione ha escogitato una
soluzione, in cui la vista
dell’oggetto è elaborata nel
cervello da due vie separate: la via
dorsale, che codifica la posizione
del bicchiere nello spazio, e la via
temporale, che codifica la forma
del bicchiere, ne identifica la
natura e, nella corteccia frontale,
combina questa informazione con
l’uso che se ne vuole fare (si veda
il Capitolo 6). Può sembrare che
questa segregazione funzionale
complichi l’elaborazione, ma
presenta alcuni vantaggi. Dal
momento in cui la mano parte, la
vista – che nel circuito del lobo
temporale ha identificato la forma
dell’oggetto e il suo uso,
l’intenzione del gesto – permette
alla mano di assumere, in anticipo,
la forma dell’oggetto5: questa
anticipazione prepara l’atto di
afferrare. Così, a costo di una certa
“suddivisione del lavoro” e di una
seconda segregazione, questa volta
tra le vie di controllo del braccio e
le vie di controllo della mano, il
cervello riesce a effettuare
un’operazione semplessa.
Ma il compito di afferrare non è
sempre semplice. Se invece di
prendere un bicchiere dobbiamo
afferrare una bottiglia d’acqua che
sta cadendo, o prendere un oggetto
pesante, dobbiamo anche anticipare
il peso dell’oggetto o la forza
dell’impatto. Shepard ha formulato
per primo l’ipotesi che il sistema
nervoso internalizzasse le proprietà
fisiche del mondo e che questa
elaborazione vincolasse la nostra
percezione. Oggi abbiamo la prova
dell’internalizzazione delle leggi
del mondo fisico, in particolare
delle leggi di Newton
sull’accelerazione dei corpi per
effetto della gravità6: quando
afferriamo una palla che cade, il
nostro cervello anticipa la forza
dell’impatto della palla sulla mano,
il che presuppone
un’internalizzazione dell’effetto
dell’accelerazione sulla palla.
Più in generale, una soluzione
semplessa al problema del
controllo del movimento consiste
nel costruire nel cervello modelli
interni dei corpi o delle leggi
dell’ambiente fisico7. I modelli
interni sono reti di neuroni. In
modo schematico possiamo dire
che quando si invia all’entrata di
una di queste reti un segnale che
indica di spostare il braccio di 30
gradi, per esempio, si raccoglie
all’uscita un segnale che tiene
conto delle proprietà
biomeccaniche del braccio, come
se il comando fosse stato inviato al
braccio reale. Si è arrivati a
supporre che il cervelletto
possieda modelli interni della
dinamica degli arti, che permettono
al cervello di simulare la traiettoria
di un movimento prima di
eseguirlo8. Il cervelletto
parteciperebbe anche alla
costruzione di modelli interni delle
leggi del mondo fisico.
I modelli interni possono essere
modificati dall’apprendimento.
Nell’uomo, il neocervelletto,
comparso più tardi nel corso
dell’evoluzione, potrebbe a propria
volta contenere modelli interni di
oggetti presenti nel mondo.
L’ipotesi è stata oggetto di
sperimentazione9. Quando si
insegna a persone sottoposte a
risonanza magnetica funzionale
(rmf) a servirsi di un utensile
nuovo come un mouse con una
legge di trasformazione modificata
– quando si sposta il mouse da
sinistra a destra il bersaglio su uno
schermo si sposta dal basso verso
l’alto – si constata che nel cervello
vengono registrati due tipi di
attività: una, presente in tutto il
cervelletto, è proporzionale
all’errore motorio nel corso
dell’apprendimento; l’altra,
limitata alla fessura posteriore del
cervelletto, prosegue dopo
l’acquisizione dell’apprendimento.
È probabile che quest’ultima
attività corrisponda alla
costruzione di un modello interno
dello strumento, con le sue nuove
leggi di funzionamento. Precisiamo
tuttavia che il concetto del modello
interno è stato contestato di recente
dalla registrazione dell’attività
delle cellele di Purkinje del
cervelletto. I risultati, infatti, hanno
indicato che durante il movimento
questi neuroni codificavano la
cinematica del movimento e non,
come proponevano le teorie dei
roboticisti, un modello inverso del
movimento10. Il dibattito resta
aperto.
Cambiare variabile per vincere la
complessità

Una fonte importante di


complessità nella natura e per gli
organismi viventi è quella che
viene definita non linearità. In un
sistema non lineare il
comportamento non sarà legato in
modo semplice a una perturbazione
o all’applicazione di uno stimolo.
Per quanto concerne il movimento
le non linearità sono il risultato di
determinate proprietà complesse, o
del fatto che il cervello è
autorganizzato, cioè non dipende
unicamente dagli effetti
dell’ambiente, ma anche da forze,
energie o modifiche interne.
Che cosa si può fare di fronte a
questa non linearità? Una prima
possibilità è quella di elaborare i
dati cambiando variabile.
Supponiamo per esempio di voler
guidare un movimento della mano
per seguire un bersaglio: la
variabile da controllare è la
posizione. La risoluzione di questo
problema conduce a equazioni non
lineari, difficili da risolvere. Per
riuscirci, i roboticisti11 hanno
proposto alcune ipotesi. Bisogna
contare che il cervello potrebbe
utilizzare variabili composte, cioè
combinazioni di posizione, velocità
e accelerazione, per esempio. Se si
procede in questo modo il
problema, invece di complicarsi,
diventa lineare. Di fatto sono state
trovate attività neurali composte in
diverse strutture che controllano i
movimenti degli occhi e della
mano12.
C’è un’altra possibilità: il
sistema nervoso può semplificare i
calcoli trasformando operazioni
altamente non lineari in una
combinazione di non linearità
generiche, seguite da
un’operazione lineare. Tra le reti
formali che funzionano in questo
modo figurano le reti a funzioni di
base (rbf)13. Le funzioni non lineari
vi sono scomposte in somme
ponderate di funzioni non lineari
generiche (seno per la trasformata
di Fourier, gaussiana per le rbf). Un
simile approccio riduce
l’apprendimento a un problema
lineare. Basta quindi acquisire i
pesi della somma ponderata. Per
fare questo disponiamo di regole
semplici come la regola delta14,
una regola di aggiustamento dei
pesi in una rete artificiale di
neuroni di tipo percettrone.

Incertezza e probabilità:
scommettere invece di calcolare

L’integrazione delle informazioni


dei sensi, cioè l’integrazione
multisensoriale, è un esempio di
processo complesso che può essere
affrontato con metodi quantitativi
probabilistici, i quali fanno
appello, come abbiamo visto, alle
teorie dell’inferenza bayesiana15. È
necessaria qualche precisazione.
L’idea del ragionamento
probabilistico bayesiano si limita
all’essenziale, a ciò che il più delle
volte è vero. Per esempio una
piccola cosa allungata che si
muove con lentezza è
probabilmente un verme. Un
osservatore bayesiano interessato a
questi animali attribuirà una
probabilità assai elevata alla
proposizione: “Questo è un verme”,
associata alla configurazione di
indici: “piccola cosa allungata che
si muove con lentezza”. È
un’operazione più semplice
rispetto alla costruzione di un
elenco esaustivo di tutto ciò che
può assomigliare a un verme,
associato all’insieme di indici
indispensabili per determinare, a
colpo sicuro, di che cosa si tratta. I
modelli bayesiani consentono di
fare economia nei sistemi di
rappresentazione e nella ricerca di
configurazioni pertinenti di indici
per rappresentare una realtà
multisensoriale complessa16. Oltre
ai numerosi studi comportamentali
che confermano l’interesse
dell’approccio bayesiano, diversi
lavori rafforzano l’idea di una
valutazione delle probabilità da
parte del cervello17.
In generale i dati sensoriali si
presentano in forma tale che i
calcoli necessari per fonderli tra
loro sono non lineari. Ma si può
ridurre questo problema a
operazioni lineari, nella misura in
cui la distribuzione di probabilità
delle variabili provenienti dai
diversi recettori sensoriali è
parametrata secondo distribuzioni
le cui priorità statistiche siano
sufficientemente lineari. Questo
permette anche di effettuare stime
di massima verosimiglianza –
l’espressione si usa per indicare la
presenza di una grandezza che
rappresenta fedelmente ciò che si
vuole misurare – con reti ad
attrattori localmente lineari18. Tale
approccio riduce la presa di
decisione percettiva a semplici
operazioni lineari. Purtroppo non
tutte le inferenze bayesiane possono
essere ridotte a operazioni lineari;
non è possibile quando bisogna
implementare un filtro di Kalman19
oppure operare cambiamenti di
coordinate. Non è mai facile
misurare la semplicità di un
calcolo, per quanto si ammetta che
il cervello esegua calcoli20.
La contrattività

Una delle maggiori sfide poste oggi


alle neuroscienze viene dal fatto
che il cervello è composto da
migliaia di circuiti, che
costituiscono altrettanti anelli
funzionali21. Da tale
organizzazione risulta una
complessità immensa, ma la mia
ipotesi rimane invariata: l’esistenza
di principi semplessi che
permettono la cooperazione di
numerosi circuiti; la contrattività è
una delle proprietà che potrebbe
favorirne la coordinazione22.
In modo schematico, quasi
caricaturale, si dice che un sistema
è contrattivo se presenta le seguenti
proprietà: quando lo si distoglie
dalla sua traiettoria (una traiettoria
cinematica, come un gesto o un
cambiamento di stato) vi ritorna in
modo esponenziale,
indipendentemente dalle condizioni
iniziali. Tale contrattività
garantisce la stabilità di
funzionamento dei circuiti. In più,
un circuito contrattivo può essere
inserito in altri circuiti, contrattivi
a loro volta; l’insieme che ne
risulta sarà ugualmente contrattivo,
fatto che gli conferisce numerose
proprietà interessanti. Slotine23 ha
mostrato che basta un solo neurone
inibitore per arrestare le
oscillazioni in una rete contrattiva
che contiene numerosi circuiti ad
anello. Ma il cervello è composto
di molti circuiti ad anello che
devono essere attivati o disattivati
rapidamente. Abbiamo applicato
questa teoria ai circuiti di controllo
dei gangli della base. Ricordiamo
che cinque circuiti che collegano il
talamo, i gangli della base e la
corteccia cerebrale hanno ruoli
importanti in particolare nella
selezione dell’azione. Sono stati
modellizzati a sufficienza. Tuttavia,
grazie alle proprietà di
combinazione della contrattività,
abbiamo potuto mostrare che la
contractance aggiungeva proprietà
interessanti24.
Capitolo 8

Il gesto semplesso

Il gesto, animale e umano, è


insieme segno e organizzazione,
movimento e intenzione, vincolo
del corpo e superamento delle
possibilità del corpo. Non è né
semplice né complesso. È
semplesso, perché permette al
nostro cervello, in modo molto
sintetico e immediato, di afferrare
una realtà, un’intenzione, un
pensiero, una relazione sociale
complessa. In fondo il gesto è un
segno fondamentale di cultura. La
cultura e l’arte sono sempre
espressioni semplesse. Il gesto è
essenziale. Il disegno, la pittura, la
musica, il mimo, l’arte dell’attore,
il lavoro dello scultore, la danza si
esprimono sempre attraverso i
gesti. Per questa ragione non ci si
può accontentare di una fisiologia
(o di una filosofia) dell’azione, ma
è necessaria una fisiologia del
gesto, dell’espressione corporea e
della relazione intersoggettiva1.
La nozione di gesto

Cominciamo con il precisare la


nozione di gesto. Per i Greci, il
gesto (actio) è una delle
componenti fondamentali
dell’eloquenza. I testi di Aristotele,
di Cicerone o dei loro successori
medievali ne trattano in
abbondanza. L’actio deve
esprimere i movimenti dell’animo
nei tre registri: la fisionomia
(vultus), la voce (sonus) e il gesto
o movimento (gestus), cui bisogna
aggiungere l’incedere (incessus).
Penso che valga lo stesso per il
discorso. Le mie conferenze al
Collège de France, o in giro per il
mondo, mi hanno portato a lavorare
sull’eloquenza. Ne ho tratto la
meravigliosa impressione che
l’esposizione debba essere
associata al gesto: una conferenza è
una coreografia.
Il Medioevo è una miniera di
espressioni che non utilizzano
unicamente il linguaggio.
Baltrusaitis2 ha descritto bene
l’iconografia medievale, ma non ha
insistito su un aspetto
fondamentale: l’iconografia del
gesto. Lo studio della gestualità nel
Medioevo è edificante, risultato di
codici gestuali molto antichi. Il
gesto non è soltanto movimento3
(motus), ma fondamento del
rapporto con l’altro. Simula,
meglio della parola, un’azione, un
atto. Può essere gesto sospeso
(gestus); è segno, simbolo
(signus); è immediatamente
comprensibile; scatena un effetto
“specchio”; è anche una
componente dell’habitus . 4

Tra i diversi gesti possibili


rientra la gesticulatio, il gesto
inutile, ma ci sono anche forme
sottili di gesti sospesi, di arresto
sulle immagini, spesso
accompagnati da una postura
precisa. Uno degli esempi più noti
è dato dalla biomeccanica di
Vsevolod Meyerhold5. Gli esercizi
che il grande regista russo
proponeva ai propri attori
scomponevano le azioni, dare uno
schiaffo (si veda la figura 8) o
camminare, secondo regole molto
precise finalizzate al dominio del
corpo. Abbiamo avuto la fortuna di
poter registrare alcuni di questi
esercizi con uno dei suoi ultimi
allievi viventi, il regista Alexey
Levinski, a Mosca. La figura 9
mostra le registrazioni del lancio di
una pietra che può essere
scomposto in tre fasi: il movimento
chiamato stoïka; la fase detta otkaz
e la fase possil. Più precisamente,
stoïka rappresenta un “movimento
sospeso” o un “movimento
nell’immobilità” (l’immobilità è
importante, si ritrova l’istante in
cui tutto si arresta e tutto è detto nel
ma giapponese o nella pausa in
musica, di cui Glenn Gould è stato
un grande esperto), mentre otkaz e
possil sono associati a movimenti
attivi. In modo ancora più preciso,
otkaz rappresenta un movimento
opposto al possil seguente e ha
probabilmente come fine quello di
sottolineare il movimento contiguo.
8. Esercizio di scomposizione del
movimento: lo schiaffo secondo il regista
russo Vsevolod Meyerhold. Le foto sono
state scattate su un tetto di Mosca (archivi
di Béatrice Picon-Vallin, su sua
autorizzazione; si veda anche Meyerhold,
2009).
9. Scomposizione delle diverse fasi del
movimento di un attore che compie il
gesto di lanciare una pietra secondo la
biomeccanica di Meyerhold.
Registrazione tramite sistema di analisi
del movimento (VICON) di Alexey
Levinski, attore e regista di Mosca, su sua
autorizzazione. Il gesto è scomposto in tre
tipi di movimenti: il movimento
denominato stoïka, la fase detta otkaz e la
fase possil (Carvalho, Picon-Vallin,
Terekov e Berthoz, 2008, non pubblicato;
si veda anche la tesi di Yedda Carvalho su
V. Meyerhold, Università Paris-V).

Mi sembra che si possano


distinguere tre grandi categorie di
gesto. Il gesto può essere
innanzitutto un semplice
movimento: afferrare una tazza di tè
è fare un gesto semplice. Il gesto
può anche essere una modalità di
codifica semplificata, come il gesto
dei marinai che, prima dell’alfabeto
morse e della trasmissione a
distanza, comunicavano con le
bandiere, seguendo un codice molto
rigido. Lo stesso vale per il saluto
militare, i codici degli eserciti, i
gesti di un vigile a un incrocio: si
tratta di espressioni convenzionali
di regole gerarchiche. Infine il
gesto può essere segno di
un’emozione, di un’intenzione, di un
rimpianto; può anche avere un
senso astratto. Un amico
matematico, durante un mio corso al
Collège de France per il quale
teneva un seminario, sottolineava
che a volte un semplice gesto può
spiegare una nozione di geometria
molto meglio di un’equazione.
Infatti quest’ultima categoria di
gesti non è semplice, ma semplessa:
permette di comunicare sentimenti o
idee complesse per mezzo di una
scorciatoia notevole, con un
movimento della mano, delle dita e
del corpo. È la forza del linguaggio
dei gesti.
Ma c’è di più. Il fatto di
comunicare attraverso il gesto
implica l’altro nel suo stesso
corpo. Da uditore diventa agente,
da spettatore diventa attore. Il gesto
può essere immobile. Un esempio
magnifico di gesto codificato in
modo rigoroso e, allo stesso tempo,
fonte di variazioni infinite ci è
fornito dalle Annunciazioni nella
pittura rinascimentale6. In questi
dipinti Maria riceve il messaggio
portato da un bell’angelo, situato in
genere nella parte destra del
quadro; lo Spirito Santo,
rappresentato da una colomba,
domina la scena e una luce,
proveniente da Dio, in alto, penetra
all’interno del locale. Spesso una
colonna separa l’angelo dalla
Vergine, rappresentata nella sua
camera. Anche se la scena è molto
codificata, i pittori hanno la libertà
di dare alla Madonna
l’atteggiamento che desiderano e,
soprattutto, di scegliere un gesto
per esprimere sentimenti diversi: la
sorpresa, l’accettazione, la
sottomissione, l’esitazione. Ed è
questo gesto della Madonna che
conferisce al quadro il suo
significato. Qui la semplessità è
dovuta alla combinazione di regole
rigide nella composizione e di
variazioni infinite che rendono
particolare il messaggio del pittore
e l’interpretazione
dell’osservatore. Per lungo tempo
l’assenza totale di emozioni nella
pittura del Rinascimento italiano mi
ha molto colpito. I volti e i corpi
sfiorano una serenità che ho
attribuito al desiderio di creare, nei
fedeli, una “pace dell’anima”.
Tuttavia, quando si presta
attenzione ai gesti delle mani, alle
posture, vi si ritrovano le categorie
descritte da Pasquinelli7: ci sono
gesti espressivi, gesti di
disperazione, gesti osceni, rituali.
Si può dire che per molto tempo mi
è mancato il codice di decifrazione,
la chiave.
La semplessità presuppone, a
volte, che il cervello disponga di
informazioni – la parola è
insufficiente – per dare senso ai
gesti. L’informazione non può
venire unicamente dal mondo
esterno; presuppone una certa
risonanza tra la natura
dell’informazione e le leggi di
funzionamento e d’interpretazione
del nostro cervello. Come non
posso capire una lingua che non
conosco, non posso capire il teatro
Nō o Kabuki se non ho in testa gli
schemi mentali necessari. La
semplicità esige spesso
l’apprendimento. Se disponiamo di
un repertorio di forme codificate a
livello genetico nella nostra
amigdala per identificare un gesto
di minaccia o di aggressione, non
abbiamo bisogno di impararlo; in
compenso abbiamo bisogno di
imparare il senso di gesti che si
rapportano alle relazioni umane,
alle norme sociali o ai simboli
religiosi.
Unire il gesto alla parola

Si è molto insistito sul ruolo del


linguaggio nella comunicazione.
L’accesso al linguaggio ha
consentito una ricchezza di scambi
che fa dell’uomo una creatura a
parte; è incontestabile. In più, il
linguaggio fa parte dei meccanismi
della semplessità perché permette
di simulare la realtà sostituendole
una serie di segni, di simboli. Il
carattere universale delle leggi
sottese al linguaggio è ormai stato
stabilito, e tali regole semplificano
la comprensione dell’altro; allo
stesso tempo la diversità delle
lingue permette a ciascun popolo, a
ogni cultura, di esprimere i propri
aspetti originali. Tuttavia, sono
stati sottovalutati altri modi di
comunicare che hanno una
potenzialità straordinaria. Gli
uomini, così come gli animali,
possiedono una modalità di
comunicazione non verbale basata
sul gesto e sull’espressione
corporea. Anche qui si ritrova una
dualità tra la diversità dei linguaggi
gestuali e i loro tratti invarianti
nelle diverse culture. Il repertorio
dei gesti è vasto8 ed è sempre
accompagnato da posture9 o da
atteggiamenti. I gesti non sono solo
l’espressione di un corpo, ma di
una persona10, si collocano in un
contesto.
Oggi basta fermarsi un attimo
davanti a una scuola superiore
mentre gli allievi sono in attesa, o
guardare un politico in televisione,
un cantante, un medico, per
constatare che il repertorio dei
gesti è in costante rinnovamento e
che si adatta agli sconvolgimenti
nelle relazioni tra le persone. Una
delle più belle scene gestuali che si
possa vedere è quella offerta dalle
persone che parlano al cellulare
per strada. Ho fatto
quest’esperienza in Italia, dove la
gestualità è particolarmente
elaborata. Ero a Pisa e ho visto una
giovane donna che camminava su
un marciapiede nella piazza del
mercato, andava avanti e indietro
discutendo animatamente. L’ho
osservata senza avere la minima
idea del contenuto della sua
conversazione, e senza sentire
niente, perché era troppo lontana da
me. Ma sono rimasto
profondamente turbato da quello
che diceva con i gesti, dagli
atteggiamenti che accompagnavano
la parola. Ancora oggi provo una
viva emozione a ripensarci. Ecco
una favolosa dimostrazione del
fatto che il gesto accompagna il
pensiero, che lo scolpisce, che può
riassumere tutta la complessità di
una situazione. Il gesto è una
manifestazione della semplessità
perché è un riassunto
immediatamente comprensibile di
una realtà complessa. Contiene
l’essenziale di ciò che è un atto,
non soltanto un’azione. Riflette
l’intenzione, il contesto. Tiene
conto dello stato, dell’identità della
persona che lo compie. È anche
un’anticipazione di un’azione
futura. Di un gesto abbiamo una
percezione immediata. Una
sequenza di gesti ci trascina con sé
come una fragile canoa sulle
cascate di un torrente. Gli oratori e
i politici capaci lo sanno, visto che
usano i gesti e ne abusano. Questo
fatto è stato descritto in modo
notevole da Cicerone11. Nel gesto
c’è evidenza. La semplessità è
anche evidenza.

Il gesto del lavoro

Uno dei miei maestri diceva:


«Attraverso il lavoro, cancellare la
traccia del lavoro». Era il
professore di disegno al liceo
Saint-Louis, che ci costringeva a
tornare cento volte su un tratto che
evocava il labbro del volto che
stavamo disegnando. In tutti i
mestieri – chirurgo, costruttore,
liutaio, cuoco, sarto, parrucchiere,
manovratore, pilota, musicista –
dove il gesto è essenziale chi
lavora sa che l’apprendimento è
fondamentale. Chi ha praticato un
lavoro manuale per lungo tempo sa
che il gesto si affina, diviene più
rapido e più netto, che trova una
forma molto personale. Le prime
esitazioni, le deviazioni inutili, la
necessità di molteplici punti di
riferimento sono sostituite da una
sicurezza tranquilla, da
un’adattabilità elastica. Al gesto
inframmezzato di battute d’arresto
si sostituisce un gesto spesso unico,
che utilizza pochi punti di
riferimento, dove i movimenti sono
concatenati in una melodia. A
questo stadio il gesto è pensato in
funzione del suo fine ultimo, non in
tappe. Ed è pensato come un
“viaggio”, non come una serie di
tragitti e di azioni. Ho vissuto
questo genere di apprendistato
quando, per diversi anni, mi sono
dedicato alla chirurgia che
permette di spiegare la connettività
neuronale di tutti i muscoli degli
occhi. Le operazioni per isolare i
nervi degli occhi durano tra le sei e
le otto ore, e ho conosciuto un lento
apprendistato che mi ha permesso,
alla fine, di concatenare gesti
sottili, precisi, rapidi che, evitando
ogni inutile lesione, rivelavano la
meravigliosa anatomia
dell’apparato oculomotorio. Il
gesto sposava allora la bellezza
dell’organismo vivente, ne seguiva
le forme, ne rispettava i vasi
circolatori. In un certo senso
divenivo, attraverso
l’intermediazione del gesto
compiuto dalle mie dita e dalle mie
mani, ma anche attraverso la mia
postura e il mio sguardo, una parte
dell’organo che stavo studiando. A
quel punto la chirurgia mi è
apparsa semplice; di fatto, era
divenuta semplessa.
Da qui discende il piacere del
gesto, che da movimento diviene
danza. Da qui deriva la gioia che
procurano i tratti dei disegni fatti
da Leonardo da Vinci o da
Rembrandt. Ogni curva è un gesto,
ogni tratto che ombreggia le forme
dei corpi e dei volti evoca la curva
che traccerebbe il dito percorrendo
la pelle del personaggio con una
delicata carezza. Théodule Ribot,
filosofo e psicologo, insisteva sul
fatto che l’emozione è prima di
tutto “e-mozione”, cioè
movimento12. Il gesto rappresenta,
in fondo, l’essenza stessa della
semplessità degli organismi
viventi.

Il gesto sacro: Gesù e Buddha

Tutte le manifestazioni sacre umane


hanno utilizzato il gesto per creare
la condivisione di emozioni, di
concetti, di regole morali13. I gesti
sacri, così come vengono praticati
per esempio durante la messa
cattolica, illustrano bene il
concetto14. Questa funzione
religiosa è organizzata
tradizionalmente secondo quattro
costituenti: le persone, le cose, le
parole e le opere; queste ultime
consistono in atti, movimenti e
gesti. Per quanto concerne il gesto,
il prete compie tre grandi categorie
di gesti durante la funzione. Ci sono
i quattro movimenti (motus) (“da
sinistra a destra”, “da destra a
sinistra”, “dall’altare al banco”,
“dal banco all’altare”), i quattro
gesti (gestus) (“tendere le mani”,
extendo manus; “alzare gli occhi”,
elevando oculos; “chinare il capo”,
umiliando caput); infine c’è il
movimento del corpo (“inclinare il
corpo”, inclinando corpus). A
questo repertorio di gesti bisogna
aggiungere otto “azioni” (actus)
(“lavare”, “ricevere”, “disporre”,
“incensare”, “fare il segno della
croce”, “alzare”, “prendere”,
“rompere”). Ogni gesto è più di un
segno. È l’atto percepito,
concepito, vissuto. Dal momento
che, in ragione del sistema dei
neuroni specchio, ogni gesto visto
dal fedele è simulato nel suo
cervello, il gesto è, in fondo, molto
più efficace della parola, e i
religiosi hanno imparato a unire il
gesto alla parola per accrescerne la
potenza evocativa.
La posizione del corpo e il gesto
di Gesù sulla croce sono un altro
buon esempio della potenza
evocativa del gesto. Le braccia
aperte esprimono il peso del corpo
martoriato e sofferente, il dono di
sé, l’appello all’altro e la
tenerezza. Sono simili al gesto che
compiono insieme la madre e il
bambino quando il secondo cerca
le braccia tese della prima (questa
postura, quest’atteggiamento di
tenerezza e di accoglienza è stato
studiato dallo psichiatra infantile
Julián de Ajuriaguerra). In Gesù la
posizione del corpo esprime
insieme la disperazione e la
speranza. Il movimento della testa
reclinata, che accompagna il gesto
delle braccia, manifesta un misto di
sottomissione, di rassegnazione e
di tristezza; può anche evocare,
quando la testa è dritta, la volontà
di resistere, di lottare. La scultura
consente un repertorio
considerevole di posizioni del
corpo diverse per gli atteggiamenti
di Gesù, lasciando a ciascuno il
compito di trovare ciò che risuona
di più con i suoi sentimenti o ciò
che ognuno si aspetta dalla
comunione con questo personaggio
insieme mitico e straordinariamente
presente. Gesù sulla croce non è né
un logo né un’insegna che lascia
indifferenti; coinvolge
immediatamente in un dialogo
profondo con ciò che Ricœur
chiamava «sé come un altro»15.
Anche le statue del Buddha
sortiscono questo effetto di
contagio emozionale immediato,
ma con mezzi estetici diversi. La
testa e lo sguardo fanno appello
semplicemente alla serenità: il
nostro sguardo e la nostra emozione
sono condotti in modo discreto e
concentrati sui gesti. La sofferenza
e l’amore sono evidenziati, ma
all’interno. L’insieme è un appello
a contenere, dominare, provare, per
condividere. Gesù è tutto in
estensione, offerto, le braccia
aperte come il fucilato nel dipinto
di Goya Il 3 maggio 1808, come
quando un bambino vi corre
incontro e voi lo accogliete. Gesù è
protesta, si fa raggiungere, accoglie
con le braccia aperte, ed è
sofferenza, impotenza accettata; è
uccello che vola sopra il mondo.
Buddha, invece, è tutto in flessione,
in raccoglimento delle forze, come
Gandhi seduto che tesse. Tutto in
una tensione interiorizzata, in
concentrazione, in densità, egli è
l’universale che si esprime
attraverso il particolare, il
desiderio di pace e di regola che
suggerisce senza imporre. I
messaggi essenziali sono veicolati
dalla posizione delle dita e della
mano.

Le sinergie di espressione
corporea delle emozioni

Si deve a Bell, poi a Darwin16, la


descrizione della varietà per
quanto riguarda l’espressione
motoria delle emozioni. Ma che
cosa nasconde, in fondo, una simile
varietà? Il neurologo e specialista
delle emozioni Panksepp17, per
citarne solo uno, ha proposto di
distinguere quattro comportamenti
fondamentali: l’“esplorazione”
(seeking); la rabbia, che induce il
combattimento o l’attacco; la paura,
che produce l’“immobilizzazione”
(freezing); infine il panico, che può
portare all’isolamento così come
all’agitazione o alla ricerca di
contatti sociali. Questa riduzione è
limitata? Non c’è dubbio. Ma
bisogna ammettere che
condividiamo gran parte del nostro
repertorio con i primati e anche con
i cani… (è molto facile capire se la
nostra cagnetta Lola è triste o
allegra, arrabbiata o soddisfatta,
intimorita o all’erta). Secondo un
recente esperimento ci sarebbe una
grande somiglianza tra l’uomo e
l’animale nella percezione
dell’espressione posturale delle
emozioni18 e i tipi di
comportamento difensivi.
Oggi si conoscono meglio le
diverse reti cerebrali che
contribuiscono all’espressione
corporea delle emozioni19. Si sa
anche che alcune aree del cervello
contribuiscono all’organizzazione e
al controllo di un repertorio molto
preciso di posture legate
all’aggressione o alla difesa20. Ma
le aree della corteccia che
inducono la messa in atto di tali
posture difensive e aggressive sono
molto vicine alle regioni che
contengono i neuroni specchio, che
sono attivi sia quando si compie un
gesto sia quando si osserva un
gesto compiuto da altri. Le stesse
regioni sono dunque implicate
nell’assunzione di comportamenti e
nella percezione degli
atteggiamenti altrui. Esiste
evidentemente un potente
meccanismo di semplificazione.
Oggi si sa anche che a ciascun
elemento del repertorio
corrisponde una determinata
organizzazione sensoriale che
seleziona, predice, prepara una
configurazione di recettori
sensoriali, i quali non misureranno
soltanto i movimenti del corpo e le
sue relazioni con il mondo, ma
verificheranno anche se le
previsioni sono conformi alle
attese. Quindi, a ogni elemento del
repertorio motorio corrisponde
anche un repertorio di previsioni
dello stato in cui i recettori
sensoriali devono essere se
l’azione si svolge normalmente,
pronto a individuare l’errore o la
novità.
Questa organizzazione biologica
proiettiva e predittiva è una
semplificazione notevole, perché
evita all’animale e all’uomo di
costruire in ogni istante un nuovo
insieme di coordinamenti
sensomotori. Così il cervello può
svolgere pienamente il ruolo di
revisore, comparatore e decisore,
senza dover immaginare le migliori
soluzioni possibili di fronte
all’imprevisto. La possibilità di
liberarsi dall’azione in corso è
assicurata, evidentemente, da
un’automatizzazione e dalla delega
di responsabilità che la corteccia
cerebrale effettua nei confronti dei
centri inferiori situati nel midollo
spinale, nel tronco cerebrale, nei
gangli della base e nel cervelletto.
La semplessità del movimento non
si esprime soltanto nelle leggi di
control lo, che rappresentano la
gioia dei matematici, dei roboticisti
e dei fisiologi. Il repertorio di
mezzi che gli organismi viventi
utilizzano per farsi strada nei
meandri della complessità
comprende anche il linguaggio
naturale e culturale dei gesti. Il
maggiore apporto del gesto,
definito in tutta la sua ricchezza, è
quello di essere insieme
immediatamente accessibile alla
coscienza, per parafrasare Bergson,
ma anche all’inconscio. È azione
ma, soprattutto, è atto e, come
diceva Faust, «in principio era
l’atto».
Capitolo 9

Camminare, una sfida


alla complessità

In una sorprendente varietà di


contesti, di sistemi caratterizzati
da regole molto semplici
emergono strutture o
comportamenti chiaramente
complessi. Si dice che tali sistemi
sono auto-organizzati e che le loro
proprietà sono emergenti.
L’esempio più grandioso è
l’Universo stesso, la cui
complessità emerge da regole
semplici unite all’opera del caso.
Murray Gell-Mann

La capacità di camminare ha avuto


un ruolo fondamentale per tutte le
specie animali nel corso
dell’evoluzione. Quando si è
prodotto il passaggio dalla vita
acquatica a quella terrestre è stato
necessario risolvere tutta una serie
di problemi, a cominciare
dall’integrazione delle quattro
componenti della camminata: la
postura, il ritmo locomotorio, lo
sguardo e il gesto. Affinché il
lettore non pensi che affronteremo
una questione di fisiologia motoria
pura, cioè ben lungi dalle funzioni
cognitive, farò subito notare che la
postura non è altro che
«preparazione ad agire»1. Alcuni
clinici, del resto, propongono di
vedere nei disturbi posturali che
colpiscono le persone anziane un
segno che precede il declino
cognitivo. E che cosa facciamo
quando riflettiamo su un problema
complesso, se non adottare un
atteggiamento, un punto di vista, una
posizione?

La lampreda e la salamandra

Le basi fondamentali della


coordinazione motoria per la
camminata sono state studiate a
proposito del nuoto nella
2
lampreda . Questo animale, molto
antico (diversi milioni di anni) dal
punto di vista filogenetico, si
muove mediante movimenti
oscillatori prodotti da generatori
di pattern, cioè di combinazioni
particolari di contrazioni
muscolari, localizzati nel midollo
spinale, che conferiscono le
diverse cadenze dei movimenti
natatori e locomotori (figura 10).
10. Organizzazione neurale del nuoto nella
lampreda. Lo studio del nuoto nella
lampreda fornisce un modello
fondamentale per quanto riguarda
l’organizzazione dei meccanismi
locomotori in tutti i vertebrati. Il
diagramma riflette alcuni principi
organizzativi fondamentali. I cerchi
rappresentano i neuroni dei circuiti
motori e le loro proiezioni. Si può vedere
l’organizzazione gerarchica del nuoto: i
meccanismi di creazione di ritmi e di
coordinazione segmentari nel midollo
spinale; il controllo sovraspinale di questi
ultimi; infine i meccanismi di selezione a
livello dei gangli della base; bisognerebbe
aggiungere la guida di tutti questi circuiti
tramite controlli corticali. È menzionato
anche il ruolo importante di meccanismi
di neuromodulazione chimica tramite
serotonina, GABA e così via. Questo
schema di organizzazione sembra essersi
conservato nel corso dell’evoluzione con
modifiche che permettono, per esempio,
di passare dal nuoto alla camminata, alla
corsa, al salto e così via (riprodotto su
autorizzazione di S. Grillner. Si veda anche
Grillner, Wallén, Saitoh, Kozlow e
Robertson, 2008).

Sembra che nel corso della


filogenesi si sia mantenuta
un’organizzazione fondamentale,
gerarchizzata, per la produzione del
nuoto e della locomozione. È
probabile che siano avvenute
modifiche importanti negli animali
superiori, in particolare nel
momento del passaggio dal nuoto
alla locomozione terrestre o, al
contrario, come nel caso dei
cetacei, durante il passaggio dalla
locomozione terrestre quadrupede
al nuoto. Quest’organizzazione è
ben illustrata dal funzionamento del
controllo neuronale nell’apparato
locomotore della lampreda.
Schematicamente,
l’organizzazione è la seguente. Le
reti del midollo spinale producono
il ritmo locomotorio di base. La
frequenza e l’ampiezza del ritmo
sono regolati da interazioni tra
eccitazione e inibizione nelle reti,
ma sono influenzate anche da
neuromodulatori. Il ventaglio dei
diversi sottotipi di canali ionici
attivi nei vari neuroni ha
un’importanza cruciale per la
funzione di queste reti. Una
proprietà semplessa di tali sistemi
è, per esempio, la capacità di
riorganizzare l’anatomia
funzionale. Infatti la stessa rete può
essere utilizzata per produrre
diverse modalità di locomozione
(il passaggio dalla camminata alla
corsa nell’essere umano o dal trotto
al galoppo nel cavallo). Attività
neuromodulatorie provenienti dai
centri bulbari producono alcuni
mutamenti nelle connessioni
sinaptiche, sufficienti a cambiare il
tipo di locomozione (passo, corsa
ecc.). Questo principio di
economia è anche un principio di
semplificazione della
neurocomputazione.
La coordinazione tra i segmenti
del corpo è assicurata dalle reti di
neuroni, collocate sempre nel
midollo spinale, dotate di proprietà
oscillatorie che sincronizzano i
diversi segmenti e regolano i tempi
per avere una propulsione
armoniosa del corpo. L’innesco
dell’attività ritmica è prodotto da
un centro situato nel mesencefalo.
Dal momento che l’organizzazione
di base spetta al midollo spinale, i
centri superiori sono “liberati”, non
dovendosi occupare dei particolari
della coordinazione e possono
assicurare operazioni globali. I
gangli della base, e in particolare il
circuito ad anello che li collega al
talamo e alla corteccia, assicurano
la regolazione delle andature e,
indubbiamente, la coordinazione
con la postura, i movimenti
intenzionali e così via. La corteccia
prefrontale contribuisce alle
decisioni che tengono conto degli
aspetti motivazionali o emozionali.
Il cervelletto controlla la
coordinazione degli arti e della
postura, l’apprendimento e la
distribuzione temporale
dell’attività motoria. Ma interviene
anche in aspetti più cognitivi. È
coinvolto in circuiti ad anello
lunghi che lo collegano al talamo e
alla corteccia. Infine, strutture
come l’ippocampo contribuiscono
agli aspetti globali della
navigazione spaziale, cioè la
generazione della traiettoria, la
memoria spaziale ed episodica dei
tragitti e così via.
Un altro animale, la salamandra,
ha rappresentato a lungo una sfida
per i fisiologi. È in grado di
nuotare come una lampreda quando
è in acqua, ma quando mette piede
sulla terra, per esempio su una
spiaggia, si mette a camminare,
utilizzando le quattro zampe di cui
è dotata. Le zampe, che in acqua
non sono usate affatto, producono
movimenti organizzati, in
diagonale, e se il resto del corpo
della salamandra ondeggia non
ondeggia nello stesso modo quando
cammina e quando nuota. Come può
un animale passare dal nuoto
oscillatorio alla coordinazione
precisa necessaria per camminare?
Uno studio recente ha mostrato che
questo passaggio è innescato dal
semplice contatto delle zampe con
il suolo. Il contatto produce un
aumento dell’attività tonica nella
rete, che equivale a un semplice
effetto soglia; questo elementare
cambiamento farebbe passare la
rete da una modalità all’altra3.

La covariazione planare
Il controllo della coordinazione dei
segmenti degli arti è semplificato
dalla nozione di covariazione. Il
termine fu impiegato da Gibson per
indicare il fatto che il cervello
individua i dati dei sensi che
covariano; questo produce un aiuto
elegante all’identificazione di
invarianti nel mondo. In tale
contesto il termine non ha lo stesso
senso, anche se si basa su un
meccanismo di semplificazione
motoria. Di che cosa si tratta? Se il
lettore fa un movimento del braccio
per raggiungere un oggetto, la
misura degli angoli di elevazione
dei due segmenti del braccio e
dell’avambraccio (l’elevazione è
l’angolo formato dal segmento in
rapporto alla verticale gravitaria)
mostra che questi angoli covariano.
Sono legati da rapporti di fase
definiti rigidamente4. La stessa
covariazione si presenta negli
angoli formati dai segmenti delle
gambe durante la locomozione5, per
esempio negli angoli di elevazione
tra il piede, la gamba e la coscia.
Disegnando la traiettoria di un
punto le cui coordinate sono
tracciate in un sistema di
riferimento tridimensionale con tali
angoli come coordinate, si osserva
che la traiettoria del punto si situa
su un piano: da ciò deriva il nome
di covariazione planare dato a
questo rapporto. Tale legge viene
messa in pratica dai bambini
durante i primi anni di vita6, mentre
organizzano il controllo della
camminata.

La gravità, alleata della


semplessità

L’utilizzo della gravità da parte


degli organismi viventi è forse uno
dei più begli esempi di semplessità
che si possano trovare. Come è
noto, la gravità è una forza che ci
“incolla” a terra, tiene legati al
suolo gli animali coraggiosi che si
sono avventurati sulla terraferma, e
che quindi hanno dovuto mettere in
opera un controllo posturale
antigravità. Ci capita spesso di
lamentarci che un pacco è pesante o
di faticare per arrivare in cima a
una salita o a una scala. In altre
parole, nella vita dedichiamo una
parte della nostra energia a lottare
contro la gravità.
Ma, oltre a questi meccanismi
per lottare contro gli effetti nefasti
della gravità, gli organismi viventi
hanno trovato mezzi per utilizzare
la gravità e la forza che esercita sul
nostro corpo in modo da
risparmiare energia. A questo
proposito Gell-Mann scrive: «Un
esempio meraviglioso della
semplicità dei principi naturali che
sono alla base di tutti i fenomeni
che osserviamo è la legge di
gravitazione, e specificamente nella
forma della teoria della relatività
generale di Einstein (che, per
inciso, la maggior parte delle
persone considera tutt’altro che
semplice) […]. La nostra specie,
che almeno sotto qualche aspetto è
la più complessa evolutasi finora
sul pianeta, è riuscita a scoprire
gran parte della sottostante
semplicità, compresa la teoria
stessa della gravitazione»7.
In un momento che vede
l’energia diventare rara e i bisogni
aumentare senza sosta, oggi l’uomo
cerca di utilizzare, dopo l’energia
nucleare, il vento, le maree, le
differenze di temperatura e tutte le
forze fisiche che la natura produce.
Nel corso dell’evoluzione anche gli
organismi biologici hanno utilizzato
l’energia disponibile, per esempio
la luce del sole. La forza e
l’accelerazione di gravità sono
state usate per controllare il
movimento. Infatti, se è vero che
per sollevare un peso dobbiamo
lottare contro la gravità che
appesantisce l’oggetto in funzione
della massa, in compenso possiamo
contare sulla gravità anche per
diminuire questo peso. Lo
sapevano bene gli operai che
costruivano le piramidi o le
cattedrali, che hanno utilizzato a
lungo la gravità per sollevare i pesi
con dispositivi ingegnosi. Gli
ingegneri hanno incanalato i
torrenti e i fiumi per alimentare le
centrali elettriche, trasformando
l’energia potenziale in energia
cinetica e facendo girare le turbine
delle dighe.
Secondo una scuola molto attiva
di biomeccanica della
deambulazione il controllo della
camminata è assicurato in parte
dall’uso di forze dinamiche che
permettono di completare l’attività
muscolare in determinati stadi del
ciclo locomotorio8. I roboticisti
hanno mostrato che si può far
camminare con pochissima energia
un robot bipede senza testa né
tronco su un piano leggermente
inclinato e anche su un piano
orizzontale. Una scimmia artificiale
simulata al computer può saltare
sugli alberi utilizzando
semplicemente la dinamica
passiva, a condizione di lasciare al
momento giusto un ramo e
riafferrarne al momento giusto un
altro. Per farlo, non utilizza la
gravità. L’astuzia consiste nel fatto
che l’animale artificiale deve
attaccarsi ai rami o staccarsi
quando la sua velocità è nulla. La
teoria che spiega questa
semplificazione fa appello ai
concetti della stabilità dinamica.
L’idea è che un sistema può essere
stabile quando è immobile, ma può
esserlo anche in modo dinamico. I
roboticisti hanno proposto
soluzioni come la compensazione
di impedenza, che permetterebbe a
un sistema di apprendere dinamiche
instabili9.

Evitare la caduta

Il controllo della postura e


dell’equilibrio è un problema
molto complesso e presuppone una
lotta contro l’effetto della gravità:
senza l’attività svolta dai muscoli
estensori, che si oppongono a
questa forza equivalente a
un’accelerazione di 9,81 metri al
secondo (che equivale a passare in
un secondo dall’immobilità alla
velocità di 10 metri al secondo!), la
forza di gravità ci schiaccerebbe al
suolo. Il controllo posturale
presuppone anche la coordinazione
di alcuni muscoli che agiscono in
numerose direzioni dello spazio (si
dice che bisogna controllare
centinaia di gradi di libertà).
Nell’uomo la regolazione deve
essere molto veloce e molto
precisa, perché il poligono di
sostentamento – la superficie su cui
si proietta il nostro centro di
gravità al suolo in modo da non
cadere – è molto ridotto. Questo
controllo è facilitato da numerosi
meccanismi semplessi, come per
esempio l’anticipazione. Prima di
fare un movimento del braccio
verso l’alto, che porterebbe il
centro di gravità fuori dei limiti di
equilibrio, il cervello prepara un
meccanismo anticipatore. La
sinergia di Babinski produce un
leggerissimo movimento del corpo
all’indietro, che anticipa lo
spostamento in avanti e impedisce
la caduta10. Ma che cosa succede
quando il pavimento viene a
mancare, quando è scivoloso o
quando un ostacolo ci fa
inciampare? Bisogna reagire, e
farlo molto rapidamente. La nostra
risposta corporea di fronte a questo
genere di sconvolgimento può
essere spesso, anche se non
sempre, ridotta a una combinazione
di due movimenti11: uno è un
movimento dell’intero corpo
intorno alla caviglia, come se il
nostro corpo fosse un pendolo
capovolto; l’altro è un movimento
della parte alta del corpo intorno
all’anca. Il cervello non deve
dunque costruire una risposta ex
novo, può ricorrere a un repertorio
di comportamenti già pronti
all’interno del quale sceglie. La
sensazione che proviamo quando
rischiamo di cadere serve
essenzialmente come innesco di
risposte pronte, semplificando così
il controllo, poiché il cervello non
deve costruire una risposta
adattata: non ne avrebbe il tempo.
Anche questo è semplessità.
11. I diversi sistemi di riferimento scelti
dal cervello per controllare azioni
differenti. A) Per stringere con precisione
un oggetto che ha come riferimento R, è
necessaria una distanza virtuale tra l’indice
e il pollice. Per produrre la contrazione
muscolare adeguata vengono confrontate
la distanza reale Q e questa distanza di
riferimento. B) Il movimento della gamba
di un ballerino si produce per mezzo di
uno spostamento continuo del riferimento
nello spazio. C) Lo stesso avviene anche
nei movimenti dell’intero corpo. Per
raggiungere un bicchiere, il sistema di
riferimento sposta la mano verso una
posizione di riferimento in direzione del
bicchiere. I movimenti reali della mano
sono il risultato di una combinazione di
questo movimento e dei principi di
interazione minima tra le parti del corpo
(da Feldman, Goussev, Sangole e Levin,
2007).

Un’altra soluzione semplessa e


importante per assicurare il
controllo è fornita da quello che
chiamerei transfert di funzioni o
transfert di competenze.
Normalmente, quando si scompone
la postura e si ha una perdita di
equilibrio, le risposte riflesse per
riprendersi si manifestano nei
muscoli delle gambe. Tuttavia, se si
ha a portata di mano un corrimano
o un parapetto, si osserva che la
distribuzione dell’attività riflessa
viene completamente riorganizzata,
poiché la risposta di ripresa si
esprime nei muscoli delle
braccia12. Il cervello ha dunque
trasformato le braccia in gambe, ha
cambiato riferimento e “punto
d’appoggio”. Questo transfert
corrisponde anche a quello che
definisco cambiamento di sistema
di riferimento13. Vi è del resto una
legge generale: in funzione del
contesto ambientale, in funzione
delle proprietà del mondo esterno,
il nostro cervello può cambiare
punto di riferimento e riorganizzare
completamente e molto in fretta sia
nelle risposte motorie sia
nell’acquisizione di informazioni
sensoriali. È illustrato dalla figura
11, che rappresenta solo un
esempio scelto tra le diverse teorie
proposte oggi per descrivere l’idea
dei riferimenti relativi. Questa
flessibilità funzionale, questa
vicarianza, è una proprietà
fondamentale del nostro cervello.

Il controllo della locomozione a


partire dalla testa: una trovata
geniale

Ho già detto che la gravità fornisce


un sistema di riferimento notevole
per indicare una verticale ripartita
uniformemente sulla superficie
della Terra. Questo “filo a piombo”
gratuito è utilizzato dai recettori
dell’orecchio interno (otoliti), in
cooperazione con i recettori di
accelerazione angolare della testa
(canali semicircolari). In questo
modo il cervello può conoscere in
ogni momento l’inclinazione
assoluta della testa nello spazio,
dando vita a una vera e propria
centrale inerziale, simile a quelle
che si utilizzano a bordo degli aerei
e dei missili per stabilizzare la
posizione mentre si segue una
traiettoria. Abbiamo mostrato che
nell’uomo la locomozione non è
organizzata a partire dai piedi,
come avviene nella maggior parte
degli umanoidi. La mia teoria è che
la coordinazione dei numerosi
gradi di libertà degli arti durante la
locomozione sia organizzata a
partire dalla testa (figura 12), che
costituisce una piattaforma
stabilizzata in rotazione.
12. Un sistema di riferimento per il
controllo della camminata. La testa è
stabilizzata nella rotazione sul piano
sagittale e serve come referente mobile
per l’organizzazione della locomozione. In
questo modo il cervello può affrancarsi
dal suolo come riferimento. A)
Registrazione al computer dei movimenti
dei segmenti corporei durante la
camminata. Si nota la stabilizzazione della
testa in rotazione. B) Movimenti dei
segmenti testa e tronco durante la
camminata sul posto, la camminata, la
corsa, il salto sul posto. C) e D) Gli
schemi indicano che lo sguardo è
utilizzato per determinare l’angolo di
stabilizzazione della testa. La velocità
angolare della testa in gradi al secondo
(che costituisce una misura della sua
rotazione) è uguale con gli occhi aperti e
chiusi, quindi la vista non è necessaria per
la stabilizzazione, che è assicurata
principalmente dal sistema vestibolare. Il
complemento di stabilizzazione
dell’immagine del mondo visivo sulla
retina quando gli occhi sono aperti è
assicurato dal riflesso vestibolo-oculare.
L’incastro di meccanismi permette una
notevole semplificazione: a)
l’integrazione multisensoriale, e b) la
coordinazione sensomotoria di questi
movimenti complessi (Pozzo, Berthoz e
Lefort, 1990).

Di conseguenza la camminata è
assicurata mediante un controllo
top-down dalla testa, che
costituisce una sorta di riferimento
mobile e libera l’animale terrestre
dalla necessità di toccare il
suolo14; in matematica esiste una
teoria dei sistemi di riferimento
mobili elaborata da Élie Cartan, il
grande studioso di geometria
francese. Questo controllo top-
down permette allo scoiattolo di
saltare di ramo in ramo con
un’abilità eccezionale, o
all’uccello di volare e di piombare
sulla preda con estrema precisione,
anche in caso di vento forte. Aiuta
anche il surfista, il campione di sci,
gli acrobati e altri sportivi di tutte
le discipline nell’esecuzione di
figure particolarmente complesse.
Gli umanoidi costruiti oggi dai
roboticisti non cammineranno mai
bene come l’uomo, a meno di non
avere una centrale inerziale nella
testa e una guida per la
deambulazione che parte da una
testa stabilizzata nella rotazione
come quella degli animali.
Nell’uomo questo controllo
della postura e dell’equilibrio si
sviluppa durante l’infanzia. Il
bambino comincia a dondolare la
testa e organizza la locomozione
attraverso una serie di programmi
motori e di riflessi che prendono il
suolo come punto di riferimento e
ancoraggio. Ogni minima
variazione del suolo mette in
pericolo il bambino. Verso i tre-
cinque anni il piccolo uomo
acquisisce la capacità di correre e
di saltare, di fare i “fuoristrada”. È
il segno di una specie di
rivoluzione galileiana: la testa è
stabilizzata in rotazione, lo sguardo
guida il modo in cui si muove15: il
bambino si è affrancato dal punto
suolo come punto di riferimento ed
è diventato un uccello senza ali!
Per risolvere in modo elegante un
problema straordinariamente
complesso (affrancarsi dal suolo),
l’evoluzione ha trovato una
soluzione che non è affatto
semplice: far passare il controllo
dal piede alla testa grazie a un
sistema sensoriale molto
sofisticato.
È verosimile che anche il
sistema vestibolare contribuisca
alla capacità, comune a tutti gli
animali, di stabilire una coerenza
tra i diversi sensi. È un sistema di
riferimento fondamentale. Non
stupisce che la regione della
corteccia cerebrale che riceve le
informazioni vestibolari, la
corteccia vestibolare (figura 13),
situata alla giunzione della
corteccia parietale e temporale16,
sia così fondamentale nella
coerenza del sé17. Il neurologo di
Montréal Walter Penfield l’ha
confermato stimolando
elettricamente questa regione in
pazienti epilettici. Guidato da
un’intuizione geniale scaturita dalle
sue osservazioni, ha indicato tale
regione come sede cruciale per la
«coscienza del corpo e le relazioni
spaziali»18.

13. Un centro fondamentale per l’unità del


sé e le relazioni spaziali del corpo
proprio: la corteccia vestibolare. Le
informazioni multisensoriali di origine
propriocettiva, vestibolare e visiva sul
proprio corpo e il suo orientamento o sui
suoi movimenti sono trasmesse a una
regione situata intorno alla giunzione
temporo-parietale: la corteccia
vestibolare. È un’area importante perché è
coinvolta, come ha intuito il neurologo
Penfield, nella coscienza, ma anche
nell’unità del corpo (schema corporeo e
immagine del corpo) e nei rapporti tra
corpo e spazio. Conterrebbe, inoltre, un
modello interno della gravità. Infatti, tutta
la regione del solco temporale superiore
(STS), che abbiamo proposto di chiamare
corteccia vestibolare perisilviana, è
coinvolta nelle funzioni che mettono in
relazione il corpo con lo spazio, nei
rapporti sociali, nella percezione di azioni
altrui (il sistema specchio) e nell’empatia.
BA indica le aree di Brodmann (da Kahane,
Hoffmann, Minotti e Berthoz, 2003).

In altre parole, il sistema


vestibolare non è soltanto un
riferimento fondamentale per la
stabilizzazione della testa e la
coordinazione dei movimenti degli
arti, ma anche per la percezione
dello spazio nel suo complesso e la
costruzione del proprio corpo
situato nel mondo. Del resto,
affinché gli uccelli potessero
derivare da una famiglia
particolare di dinosauri, come
ormai sostengono i paleontologi,
era necessario che i dinosauri
presentassero un sistema
vestibolare in grado di sottrarsi al
bisogno di prendere come
riferimento il suolo. Era necessario
che il loro sistema vestibolare
avesse recettori con proprietà
geometriche e dinamiche molto
sofisticate19.

Apologia dello scheletro

Il xx secolo ha adottato un
atteggiamento paradossale riguardo
il corpo. Ne ha riscoperto la
bellezza, dimenticata dai tempi dei
Greci sotto l’influenza delle
religioni giudaico-cristiane, che ne
avevano fatto un oggetto di
passione: il corpo di Cristo è un
simbolo di dolore. Oggi si assiste a
una formidabile riabilitazione del
corpo, una vera e propria orgia di
corpo: c’è il corpo sensibile, il
corpo vestito o svestito, il corpo
commosso, il corpo percepito, il
corpo in atto, il corpo altrui, il
gioco dei corpi20. Oggi si cura il
proprio corpo, lo si agghinda, gli si
impedisce di invecchiare, lo si
rende muscoloso e lo si forgia, lo
si fotografa e lo si scolpisce, lo si
dipinge, lo si osserva trapassato
dai raggi. Il corpo è divenuto
oggetto di esposizione e di
misurazione. Lo si dota di protesi,
di ortesi, ci si occupa anche di
eventuali arti fantasma. Se ne
rinvigorisce la virilità, se ne
sostituiscono le vertebre, i denti,
gli occhi. La chirurgia prolifera.
Non ci sono mai state tante attività
volte alla rieducazione del corpo.
Non ci sono mai state tante
tecniche del corpo, per usare
l’espressione di Marcel Mauss. E
mai lo sport è stato più praticato e
spettacolarizzato.
C’è un’industria del corpo, con
migliaia di modelli di scarpe, di
vestiti, di ogni genere di zaino, di
cappello, di equipaggiamento per il
mare o la montagna. Il corpo
dell’uomo deve poter raggiungere
le vette più alte, i pianeti più
lontani, le grandi profondità. Jules
Verne rimarrebbe molto colpito
sapendo che oggi il capitano Nemo
potrebbe uscire dal suo sottomarino
e affrontare la piovra gigante
munito di attrezzature elettroniche e
di tute in grado di fungere da
rivestimento per l’esterno, come
quelle degli astronauti.
In questa orgia di corpo che cosa
ne è dello scheletro? Proprio lo
scheletro detiene alcune chiavi
della semplificazione delle azioni
che il nostro corpo permette. I
muscoli non potrebbero fare nulla
senza questa straordinaria struttura
che compone l’architettura della
nostra unità fisica, dei nostri
rapporti con la forza di gravità e
l’espressione del nostro repertorio
di comportamenti. Lo scheletro è
testimone del nostro Umwelt.
14. La meravigliosa architettura
semplessa dello scheletro del collo. Nel
corso dell’evoluzione l’architettura dello
scheletro del collo si è modificata per
assicurare la posizione orizzontale del
cranio durante la camminata normale.
Quest’architettura straordinaria e
complessa consente la stabilizzazione di
origine vestibolare della testa su un piano
orizzontale privilegiato. Ma ha anche altri
vantaggi: in particolare, consente la
creazione di un piano privilegiato di
movimento della testa sul piano
orizzontale; infatti nel tronco cerebrale
esiste una rete specializzata nei
movimenti orizzontali per i movimenti di
orientamento dello sguardo. La geometria
delle vertebre del collo consente di
dissociare i movimenti orizzontali,
verticali e di torsione, dando luogo a una
certa complessità, ma aumentando
considerevolmente l’efficacia e la
precisione del controllo: è semplessa (da
Vidal, Graf e Berthoz, 1986).

Ai nostri occhi lo scheletro


evoca la morte. A scuola è appeso
da qualche parte nell’aula di storia
naturale: non ci viene insegnato ad
ammirarlo. Ma chi va al museo di
storia naturale nel giardino
botanico di Parigi può cogliere il
messaggio fondamentale che i
migliaia di scheletri radunati ci
trasmettono, cioè la loro profonda
somiglianza. Guardate un
dinosauro, un uccello, un pesce,
uno scoiattolo, una giraffa. Gli
elementi fondamentali
dell’organizzazione sono gli stessi:
testa, occhi, colonna vertebrale,
sistema respiratorio, gambe. Gli
zoologi hanno passato anni a
sottolineare la diversità, ma si può
anche decidere di insistere sulla
profonda somiglianza.
Il fatto che la testa costituisca
una piattaforma stabilizzata che
rende possibile la coordinazione
degli arti ha costituito il
presupposto di un’architettura
specifica della colonna vertebrale
e, in particolare, del collo21. Nella
maggior parte dei quadrupedi e
degli uccelli ha una bellissima
forma a S, che garantisce la
creazione di un piano orizzontale
per la testa e colloca il sistema
vestibolare in una posizione molto
precisa rispetto alla gravità (figura
14). Il canale semicircolare
orizzontale e l’utricolo possono
posizionarsi su un piano orizzontale
o possono stabilizzarsi secondo un
angolo preciso sotto la guida dello
sguardo. Questa architettura del
collo è accompagnata da una
magnifica distribuzione dei
muscoli. Guardate un piccione o
una gazza che camminano: la testa
compie una serie di movimenti in
avanti e indietro (nistagmo della
testa). Quando il corpo avanza, la
testa indietreggia. Tale movimento
stabilizza l’immagine del mondo
sulla retina, perché gli occhi di
questi uccelli sono posizionati
lateralmente. La geometria a S del
corpo permette anche questa
straordinaria semplificazione. La
semplessità è anche questo.

Le leggi del movimento del


braccio e della deambulazione
sono le stesse?

Camminare non è semplice. Non


significa soltanto conservare
l’equilibrio o produrre una serie di
passi, ma anche andare da qualche
parte seguendo una strada, produrre
una traiettoria con il proprio corpo
come quella che descriviamo
disegnando con la mano. Io
suggerisco l’idea, semplessa, che
le leggi sottese ai movimenti della
mano siano uguali a quelle che
regolano la produzione di
traiettorie locomotorie.
15. La stereotipia delle traiettorie
locomotorie. Vista dall’alto di traiettorie
locomotorie del corpo umano per
compiere un tragitto da un punto di
partenza a un punto di arrivo. Il soggetto
deve portare a termine il tragitto
rispettando un vincolo: una direzione
imposta. In linea di principio il compito si
può svolgere in molti modi e qui abbiamo
indicato soltanto alcune delle traiettorie
possibili. In pratica si osserva però che i
soggetti imboccano una traiettoria molto
particolare e stereotipata. Modelli
matematici hanno mostrato che queste
traiettorie rispondono a principi di
ottimizzazione e sono anche il risultato
dell’utilizzo, da parte del cervello, di
geometrie diverse da quella euclidea,
affine ed equiaffine (Bennequin et al.,
2009) (da Pham et al., 2007).

Facciamo un esempio di
traiettoria della mano, un gesto
naturale. Se volete raggiungere un
bicchiere sul tavolo, il numero di
tragitti possibili è infinito, per lo
meno in teoria, così come avviene
se volete attraversare una camera
vuota e uscire dalla porta. In
entrambi i casi, però, le traiettorie
sono definite rigidamente: questa
stereotipia è determinata da leggi
precise22 (figura 15). Shepard
aveva già ipotizzato che per
compiere uno spostamento
imbocchiamo «la strada più
semplice».
Una parte del vincolo esercitato
sulla traiettoria è di ordine
biomeccanico: lo scheletro umano
impedisce alcuni movimenti del
braccio e, nel caso della
locomozione, non possiamo
muoverci con facilità come i
granchi, lateralmente.
Generalmente camminiamo in linea
retta, mettendo un piede davanti
all’altro, e solo di rado facciamo
un passo di lato. I roboticisti
dicono che siamo, in parte, non
olonomici. Un’automobile è
completamente non olonomica,
perché non può assolutamente
muoversi di lato. Ma una parte
delle leggi del movimento naturale
non è dovuta soltanto a fattori
biomeccanici, bensì al
funzionamento stesso del nostro
cervello. Le traiettorie dei
movimenti della mano, così come
le traiettorie locomotorie, sono il
risultato di processi neuronali che
ottimizzano le grandezze legate alla
cinematica – per esempio
minimizzano il jerk (la velocità di
variazione dell’accelerazione di un
movimento) – o che minimizzano
l’energia necessaria.
Oggi la maggior parte degli studi
verte sulla scoperta di queste leggi
di ottimizzazione. In un lavoro
recente abbiamo suggerito che le
traiettorie locomotorie che
adottiamo sono vicine a tratti di
clotoidi23. Altri studi suggeriscono
che per la mano si possa parlare di
tratti di parabole24 e, più
importante, che queste parabole
siano il risultato dell’impiego, da
parte del cervello, di geometrie
diverse25. Ricordiamo che, quando
disegniamo o scriviamo, la velocità
tangenziale e la curvatura della
traiettoria del dito sono legate da
una legge molto semplice, detta
legge della potenza 1/326, secondo
la quale procediamo più lentamente
quando la curvatura è maggiore.
Questa legge del movimento
naturale è importante perché
determina anche la nostra
percezione del movimento altrui27.
Se il movimento avviene nello
spazio e intervengono torsioni degli
arti, bisogna ovviamente
complicare un po’ la formula
matematica perché tenga conto
della torsione, ma la relazione
rimane semplice28. In un primo
momento questa legge è stata
individuata per i movimenti della
mano. Abbiamo mostrato che è
valida anche per le traiettorie
deambulatorie semplici come nel
caso di un’ellisse tracciata a terra29
(figura 16).
Ma se si chiede a qualcuno di
percorrere tragitti più complessi,
per esempio una traiettoria a forma
di 8, si osservano piccole
variazioni nel coefficiente, che non
è più 1/330. Spesso in ambito
scientifico piccole variazioni nei
valori numerici all’interno delle
leggi significano che si è descritto
più o meno bene un fenomeno, ma
che la teoria generale su cui si basa
il metodo d’osservazione non è
quella giusta. Perciò abbiamo
dedotto l’ipotesi che queste piccole
variazioni di coefficiente
rivelassero un fatto importante,
cioè che il cervello non utilizza
soltanto la geometria euclidea31…
16. I movimenti del braccio e la
generazione di traiettorie locomotorie
sono regolati dalle stesse leggi. La legge
della potenza 1/3, che lega la velocità
tangenziale e la curvatura di una
traiettoria, è valida anche per la
locomozione. A sinistra si vedono un
individuo che percorre un tragitto ellittico
e i movimenti della sua testa associati,
misurati da un sistema ottico collegato a
un computer. A destra è raffigurato il
rapporto lineare tra la velocità tangenziale
della testa lungo la traiettoria e la
curvatura dello spostamento della testa sul
piano orizzontale (da Vieilledent, Dalbera,
Kerlirzin, Berthoz, 2001).
Parte III. Gli spazi del pensiero
Capitolo 10

Lo spazio semplesso

L’estensione concreta e
qualitativa più o meno percepita
che tutte le nostre sensazioni
presentano costituisce la
sensazione primitiva di spazio, e
proprio a partire da questa
sensazione un lavoro incessante di
eliminazione e di selezione darà
adito, alla lunga, a tutte le nostre
conoscenze e rappresentazioni
ulteriori dello spazio.William
James

Ora vedremo molto rapidamente le


basi neurali dell’elaborazione dello
spazio. Ovviamente non si tratterà
di un corso di fisiologia, ma
cercheremo di mostrare come la
spazializzazione delle funzioni
della percezione e dell’azione,
della memoria e della decisione
diminuisca la complessità, a volte
attraverso deviazioni che, a propria
volta, generano semplessità.
Il cervello, una macchina
geometrica

Il cervello è una macchina


geometrica: questa teoria è stata
ripresa numerose volte da quando
Ramón y Cajal ha rivelato la
notevole differenziazione della
morfologia neuronale. Appare
evidente se si ricorda che il corpo
è rappresentato in mappe neuronali
ordinate secondo topie. È il caso
dell’homunculus nella corteccia
motoria (somato-topia). Si parla di
homunculus perché i neuroni
piramidali della corteccia motoria
che comandano i movimenti degli
arti sono disposti secondo una
mappa del corpo; questo è anche il
caso della corteccia visiva
primaria (retino-topia), dove si
trova una “mappa” della proiezione
del mondo sulla retina. Per
comprendere i fondamenti della
nozione di spazio è importante
notare che la spazializzazione è una
proprietà fondamentale
nell’organizzazione degli organismi
viventi. Come spiega Alain
Prochiantz1 in A cosa pensano i
calamari? Anatomia del pensiero,
i geni di sviluppo delle parti del
corpo sono disposti sul cromosoma
in modo ordinato, collineare
rispetto all’organizzazione spaziale
che avranno le parti del corpo: si
può dunque parlare anche di
homunculus genetico. I vincoli di
tempo e di spazio imposti
nell’espressione di geni omeotici
introducono nel genoma una
dimensione spaziotemporale. In più
l’organizzazione genetica del corpo
include una gerarchia di mappe
dalle forme diverse allineate dal
midollo spinale fino alla corteccia.
Nonostante la diversità di
sistemazione di queste mappe,
quindi, si ritrova a diversi livelli
del cervello una medesima
organizzazione fondamentale, che
semplifica la corrispondenza tra le
mappe.
Gli homunculi genetici di cui
abbiamo parlato nel Capitolo 1 non
sono unidimensionali, ma arricchiti
delle quattro dimensioni dello
spazio: «L’informazione spaziale è
primordiale» e la differenziazione
del cervello anteriore costituisce
una risposta alla necessità di legare
riflessi di ordine sensomotorio (il
cui codice è spaziale) ad altre
modalità sensoriali… la vista,
l’udito e l’olfatto. Si troverebbero
di conseguenza homunculi
deformati che hanno un rapporto
con l’homunculus genetico
rappresentato nel genoma, nel caso
dei vertebrati attraverso i quattro
complessi HOX.
Il diavolo a Parigi. Paris et les Parisiens.
Moeurs et coutumes, caractères et
portraits des habitants de Paris
(illustrazioni di Gavarni, pubblicato da J.
Hetzel, 1845).

Lo spazio: una modalità comune


di codifica del sensibile

Lo spazio è utilizzato per la


codifica dei dati sensibili. Nel
regno animale e nell’uomo, per
esempio, è importante estrarre
quelli pertinenti nell’immensa e
sottile varietà dei suoni affinché
ciascuno possa riconoscere i propri
consanguinei. Un pinguino, per
esempio, è in grado di riconoscere
il suo piccolo tra mille altri in base
al suono della voce. Nella coclea i
neuroni recettori, che assicurano la
trasduzione meccanico-neurale
delle vibrazioni sonore individuate
dal ciuffo ciliare, sono posizionati
secondo un ordine preciso sul
canale cocleare, una meravigliosa
scala di suoni. Così in questo caso
lo spazio sostituisce la frequenza
delle vibrazioni. La
specializzazione volta a ordinare
gli stimoli sensoriali è una grande
invenzione dell’evoluzione e si
ritrova in particolare nella codifica
degli odori attraverso il glomerulo
olfattivo. Torniamo quindi all’idea
che il cervello è una macchina in
cui la geometria svolge un ruolo
fondamentale. Lo stesso vale per i
recettori vestibolari, la cui
complessa geometria è adattata alla
percezione tridimensionale dei
movimenti della testa. Dal mio
punto di vista questa
spazializzazione è volta a
semplificare la neurocomputazione.
Dà al cervello un codice comune
già ai primi livelli della percezione
sensoriale, che sia visiva, uditiva,
olfattiva, tattile o vestibolare, e
questo “codice” o linguaggio
comune semplifica senza dubbio
l’elaborazione centrale. In un certo
modo gli uomini lo hanno scoperto
molto prima del computer, quando
hanno cominciato a utilizzare i
pallottolieri per contare. È anche,
in fondo, ciò che fa la scrittura, il
gesto nello spazio che spazializza
un’idea o un fatto materiale. È
anche il ruolo del simbolo e
dell’arte, che è sempre spaziale,
anche in musica, dal momento che
le note sono disposte sul
pentagramma. Una pagina di una
sinfonia è uno spazio semplesso,
come ha mostrato
meravigliosamente Pascal
Dusapin2.

Il problema della molteplicità


delle geometrie

Non ci deve stupire il fatto che


spesso siamo disorientati, in preda
alle vertigini, che dimentichiamo le
chiavi o la strada. Il cervello,
infatti, deve integrare le molteplici
informazioni fornite dai sensi e
sceglierle in funzione del nostro
fine, del nostro piacere o dei nostri
timori. Ma i recettori sensoriali
lavorano tutti nell’ambito di
sistemi di riferimento diversi:
codificano lo spazio secondo
geometrie diverse. Per esempio, il
senso del tatto codifica le
variazioni di pressione o lo
scivolamento di contatto sulle
superfici elastiche e mutevoli nella
pelle. I recettori dei muscoli (fusi
neuromuscolari) non sanno nulla
della superficie della pelle:
conoscono soltanto l’allungamento
delle fibre muscolari. I recettori
delle articolazioni misurano gli
angoli tra gli arti, ma non sanno
nulla della lunghezza dei muscoli. I
recettori vestibolari dell’orecchio
interno misurano i movimenti della
testa sui tre piani perpendicolari
dei canali e degli otoliti, che
formano un sistema di riferimento
euclideo (si può pensare che il
sistema di riferimento così formato
sia all’origine della geometria
euclidea).
La vista codifica l’immagine del
mondo sulla retina, che è sferica.
Questa codifica spaziale è
denominata retinotopica. Come
abbiamo detto, la retinotopia si
ritrova nella corteccia visiva
primaria (V1). Nella corteccia
visiva primaria dei mammiferi
superiori, per esempio, i neuroni
sono disposti secondo una mappa
d’orientamento – ben nota a partire
dai lavori di Hubel e Wiesel – ma
in più, all’interno di questa mappa,
i neuroni sono disposti secondo una
geometria a forma di ruota di carro
(pinwheel) in modo tale che
l’orientamento gira intorno a un
centro3. All’interno di questi
schemi di organizzazione i neuroni
sono altamente sensibili e selettivi
all’orientamento, anche al centro.
Le pinwheels non si limitano a
semplificare la neurocomputazione,
ma aiutano V1 a elaborare le
strutture geometriche. Infatti,
affinché le strutture geometriche,
per esempio i contorni virtuali,
possano essere identificate da una
rete di neuroni, bisogna che la rete
abbia un’architettura funzionale
estremamente precisa. Si pensa che
le pinwheels implementino
naturalmente quella che viene
definita, nell’ambito della
geometria differenziale, la
struttura di contatto delle curve
del piano, permettendo a V1 di
individuare i contorni4.
L’organizzazione delle vie visive fa
sì che i segnali siano elaborati
nell’ambito di sistemi di
riferimento diversi in funzione del
compito attribuito a ciascun modulo
degli analizzatori visivi cerebrali5.
Queste mappe a volte sono
deformate per svolgere funzioni
particolari. Per esempio nella
corteccia visiva l’ingrandimento
delle zone dedicate alla fovea
aumenta la capacità di analisi
visiva senza decuplicare il numero
delle cellule6.
Non si può che rimanere colpiti
di fronte alla diversità delle
geometrie dei neuroni, o da quella
della loro disposizione in colonne
nella corteccia visiva e nella
corteccia inferotemporale, dove è
elaborata la forma degli oggetti, e
nei raggruppamenti e domini
specializzati nel talamo o nei gangli
della base. Quando la disposizione
non è visibilmente “geometrica” si
trovano regole di prossimità
funzionale come nel caso dell’oliva
inferiore, dove l’appaiamento
elettrico tra neuroni presuppone la
prossimità. Infine l’organizzazione
delle ramificazioni degli assoni dei
neuroni sottende la geometria dei
movimenti e semplifica la
neurocomputazione. Nel cervelletto
la disposizione geometrica delle
cellule di Purkinje somiglia a un
allineamento di peri in un frutteto
ben tenuto. La rete di connessioni
delle afferenze delle fibre muscoidi
sulle cellule di Purkinje è un altro
spettacolare esempio
dell’organizzazione geometrica nel
nostro cervello. Si potrebbe
continuare l’elenco di questo
genere di disposizione per i gangli
della base e la sostanza nera, dove
disposizioni cartografiche precise
consentono il controllo di strutture
come il collicolo; compare di
nuovo la nozione di allineamento
di mappe cerebrali che semplifica
considerevolmente la
cooperazione, la gerarchia tra
diversi centri del cervello.

La strana geometria del collicolo


Un gran numero di animali non ha
una corteccia visiva sviluppata
come quella dei primati e
dell’uomo. Nel loro cervello
l’immagine del mondo esterno si
proietta su un’altra mappa, una
sorta di retina interna, chiamata
collicolo superiore. In tale struttura
si costruisce la reazione
dell’animale alla comparsa di un
bersaglio alla periferia del suo
campo visivo. Il collicolo
superiore permette di orientare
molto rapidamente lo sguardo, la
testa, il corpo stesso verso
l’oggetto che si avvicina e, in modo
anticipatorio, di catturarlo o di
evitarlo. Questa mappa perde la
semplicità della geometria sferica
della proiezione retinica: non è più
sferica.
Il mondo visivo è rappresentato
(figura 17) secondo una mappa a
coordinate logaritmiche
complesse. Perché? Forse, come ha
mostrato la nostra équipe7, questa
deformazione permette di
ottimizzare la trasformazione
sensomotoria. Siamo rimasti tutti
colpiti da questa disposizione
particolare e abbiamo mostrato
come la mappa dia luogo a una
combinazione di proprietà che
facilita il comando della saccade.
La trasformazione della geometria
di una rappresentazione centrale
per facilitare l’esecuzione di un
movimento molto veloce è un
bell’esempio di semplessità. Al
prezzo di una complicazione, la
trasformazione della geometria, il
cervello risolve in modo molto
elegante un problema difficile:
mettere in corrispondenza uno
spazio sensoriale con il comando
motorio in uno spazio complesso di
muscoli. È una trasformazione
semplessa, perché risolve un
problema nel modo più efficace,
introducendo una deformazione. In
più, la disposizione dei neuroni
della mappa collicolare varia a
seconda delle specie animali,
probabilmente per adattarsi ai
comportamenti del repertorio
proprio di ciascun animale e al suo
Umwelt.
17. La curiosa geometria del collicolo
superiore. I diagrammi ricordano che la
retina codifica le informazioni visive
secondo una geometria sferica, ma le
“immagini neuronali” della retina sugli
strati superficiali e profondi del collicolo
(che sono allineati) sono disposte
secondo un’altra geometria logaritmica
complessa. Schemi di corrispondenza tra
la geometria del collicolo e l’apparato
motorio di controllo dello sguardo nel
tronco encefalico. La geometria del
collicolo ottimizza e facilita la
trasformazione tra la vista e i muscoli
dell’occhio (da Tabareau, Bennequin,
Berthoz, Slotine e Girard, 2007).

La costruzione di una percezione


unica e coerente del nostro corpo è
dunque una proprietà notevole.
Bisogna ancora capire bene come
si realizzi quella che i roboticisti
chiamano fusione dei recettori. Ma
indubbiamente avviene grazie a
meccanismi semplessi.

Spazio vicino e spazio lontano:


una questione di incastri

Il problema del mettere in


corrispondenza gli spazi non si
riduce alla questione dei sensi.
Esiste anche una vera e propria
specializzazione delle reti del
cervello per i comportamenti nello
spazio. Guardiamo intorno a noi:
che ci troviamo in città o in
campagna, l’ambiente circostante è
incredibilmente complesso e
dobbiamo analizzare problemi
molto diversi a seconda
dell’azione, se ci allacciamo le
scarpe, se raccogliamo un oggetto
o, al di là dello spazio corporeo,
quando vogliamo raggiungere un
oggetto lontano, raccogliere un
frutto da un albero, camminare
verso un luogo vicino o percorrere
diversi chilometri per tornare a
casa.
L’evoluzione, di fronte alla
molteplicità degli spazi di vita, ha
risolto la complessità
scomponendo il problema. Il nostro
cervello non elabora nello stesso
modo l’azione nello spazio vicino
costituito dal nostro tavolo di
lavoro e in quello più lontano della
nostra camera8. Non attiva la stessa
rete quando pensiamo a un tragitto
per andare dalla sedia alla porta o
da casa all’ufficio. Perché questa
modularità? Forse ciascuno spazio
esige un tipo di elaborazione
diversa? Forse le geometrie in cui
queste reti lavorano non sono le
stesse (euclidee per alcune, affini
per altre e così via)9? Forse le tre
geometrie sono presenti in tutte
queste strutture? Lo sapremo in
futuro.
Questa differenziazione della
codifica spaziale semplifica senza
dubbio la neurocomputazione, ma
ha un costo: presuppone che siano
messe in corrispondenza aree
diverse, per attivarle in modo
successivo o anche
simultaneamente. In macchina,
guidando, ci capita di seguire un
GPS mentre guardiamo la strada.
Ritengo che in numerose malattie
psichiatriche o neurologiche, anche
in quelle che colpiscono i bambini
affetti da infermità motoria
cerebrale, sia compromessa
proprio la manipolazione di questi
sistemi di riferimento diversi, e che
questo produca sintomi
apparentemente “motori”.
Se la differenziazione delle
codifiche dello spazio introduce
una complessità, rappresenta anche
una soluzione per risolvere
rapidamente e semplicemente
problemi all’interno di ogni spazio
(personale, extrapersonale,
lontano). Questa modularità è
caratteristica della semplessità: là
dove esiste, la neurocomputazione
è semplificata. Dal mio punto di
vista la geometria è uno strumento
della semplessità10, anche se oggi è
ancora difficile provarlo. Sono
convinto che il futuro mostrerà
come l’uso della geometria e,
dunque, dello spazio per
organizzare l’attività neuronale,
porti a una serie di semplificazioni
notevoli per quanto riguarda
l’elaborazione, la flessibilità e
l’adattabilità cerebrale. Una delle
rivoluzioni dell’evoluzione è
quella di avere trasformato
l’organizzazione spaziale
estremamente rigida del sistema
nervoso, così com’è determinata
dai geni, in uno strumento
eccezionale che permette di
manipolare mentalmente lo spazio
e, soprattutto, di creare concetti. La
formula “si pensa con il proprio
corpo” non è sufficiente. Il cervello
crea mondi a partire dal corpo che
agisce nel mondo grazie alla
flessibilità e alla molteplicità dei
meccanismi di manipolazione dello
spazio.
La diversità delle mappe, dei
sistemi di riferimento e delle
modalità di codifica è uno dei
fondamenti della nostra capacità di
fare matematica, di ragionare e di
pensare. Uno dei grandi progressi
dell’evoluzione è stato quello di
utilizzare questi processori
specializzati, questa varietà
straordinaria di modalità di
codifica spaziale, consentendo di
organizzare il mondo esterno e
interno come una vera e propria
società di specialisti, combinando
le competenze e il linguaggio degli
uni e degli altri, dando libertà
integrale al funzionamento
cerebrale. L’estrema
specializzazione delle
rappresentazioni dello spazio
fornisce griglie di analisi rigorose,
che contribuiscono a quella che
chiamo semplessità.

Il cambiamento del punto di vista

La capacità di cambiare punto di


vista è una facoltà fondamentale del
cervello. Immaginate di trovarvi in
una città sconosciuta e di lasciare
l’hotel per recarvi a un museo.
All’uscita dal museo dovrete
capovolgere il punto di vista da cui
avete percepito i riferimenti e i
luoghi all’andata. Questo
cambiamento di prospettiva
presuppone una rotazione mentale
della scena. Ritengo che il
medesimo meccanismo sia
implicato nella comprensione
dell’altro, e per questo ho proposto
una teoria spaziale dell’empatia11,
fondata sulla capacità che abbiamo
di intervenire sul nostro punto di
vista. L’empatia è importante anche
nelle relazioni sociali e per
indovinare l’opinione altrui. Infine
è fondamentale per il pensiero
razionale, poiché permette di
esaminare i fatti e gli argomenti
provenienti da diversi punti di
vista. Questa operazione mentale
presuppone che si compia una sorta
di rotazione mentale su se stessi, in
rapporto all’ambiente o a un
oggetto dell’ambiente, mantenendo
una prospettiva principale
dell’ambiente in questione.
L’esistenza di un processo
mentale specifico per il
cambiamento di punto di vista è
attestata da diversi studi
nell’ambito della psicologia
sperimentale. Anche qui sembra
che siano possibili diverse
strategie cognitive per cambiare
punto di vista. Supponete, per
esempio, di essere seduti in
poltrona e di osservare un oggetto
presente nella stanza in cui vi
trovate, diciamo una sedia.
Localizzate bene la sedia e il suo
orientamento. Ora chiudete gli
occhi e alzatevi, fate qualche passo
nella stanza. Alla fine della vostra
piccola passeggiata, sempre con gli
occhi chiusi, cercate di ricordare in
che senso è orientata la sedia, per
esempio in rapporto alla finestra.
C’è solo un modo di farlo? No,
potete scegliere tra due strategie:
tenere a mente la sedia durante tutto
il tragitto – è una strategia di
riattualizzazione continua – o
dimenticare la sedia durante il
tragitto per concentrarvi
unicamente sui movimenti e, alla
fine del percorso, procedere a
un’operazione mentale di ritaratura.
Il nostro cervello dispone di
diverse soluzioni per risolvere uno
stesso problema. Può dunque
utilizzare tutti i moduli di cui
abbiamo parlato in precedenza,
tenendo conto del contesto, del
compito o dello stato in cui si
trova. Questa flessibilità e questa
ridondanza sono tra le proprietà
fondamentali della semplessità.
Una prova del coinvolgimento
della formazione ippocampale nei
meccanismi di cambiamento del
punto di vista è stata fornita da uno
studio incentrato su pazienti che
hanno subito resezioni
ippocampali .12 Il paradigma
consisteva nel mostrare al soggetto
una camera virtuale in cui c’era un
arlecchino virtuale in piedi. Gli
specialisti chiamano questi
personaggi virtuali avatar. Nella
camera c’era anche una lampada
posata a terra. La direzione dello
sguardo dell’avatar indicava il
punto di vista nuovo da cui la
camera sarebbe stata presentata
nell’immagine seguente. La
direzione dello sguardo dell’avatar
permetteva dunque al soggetto di
prevedere il punto di vista
successivo. Questa anticipazione
migliorava la performance nei
soggetti sani; al contrario, nelle
persone con lesioni
dell’ippocampo la differenza tra il
nuovo punto di vista e quello
vecchio non era rilevata.
L’anticipazione del nuovo punto di
vista rimaneva imprecisa e i
pazienti con lesioni sinistre non
avevano alcuna idea di ciò che
l’avatar “vedeva”. Penso che la
capacità di cambiare punto di vista
spaziale sia un aspetto essenziale
delle differenze tra i sessi.

Gli uomini e le donne utilizzano


gli stessi meccanismi per la
semplessità?

L’impatto di malattie psichiche


come la depressione, l’ansia
spaziale, l’agorafobia o l’autismo è
molto diverso a seconda dei sessi.
Oggi si sa per certo che queste
differenze sono legate a diversità
nelle performance, ma anche nei
processi mentali, in numerosi
compiti cognitivi che coinvolgono
lo spazio13. Gli uomini, per
esempio, sono migliori delle donne
in compiti di rotazione mentale, in
cui, cioè, bisogna cambiare punto
di vista. Hanno anche una migliore
memoria delle mappe e hanno
prestazioni migliori quando si tratta
di effettuare un passaggio dal
virtuale al reale. Le donne, invece,
risultano migliori nell’identificare
oggetti che si sono mossi, sono più
veloci nei compiti di
discriminazione, di comparazione e
nei compiti che implicano una
mediazione verbale. Sono migliori
anche quando si tratta di
memorizzare forme dotate di
significato e di nome.
Queste differenze hanno di
sicuro, tra le altre cause, una base
ormonale. Il ciclo mestruale incide
chiaramente sulle prestazioni di
navigazione spaziale. Tuttavia i
fattori ormonali sono responsabili
solo in parte, e anche se la pubertà
è importante per la distinzione
delle abilità spaziali tra i sessi, si
sa che alcune differenze appaiono
prima e anche molto presto durante
l’infanzia. All’origine di queste
differenze tra i sessi potrebbe
esserci un’asimmetria della
corteccia parietale. I due emisferi
sono asimmetrici, ed è possibile
che le asimmetrie siano regolate
dagli androgeni, che introducono
l’aumento di dimensione della
corteccia destra negli uomini. A
prescindere dalla spiegazione
ultima, un fatto è incontestabile: il
cervello degli uomini e quello
delle donne presentano differenze
anatomiche. Da qui deriva
l’interesse per una neuroscienza
cognitiva differenziata, capace di
rinnovare profondamente la
psichiatria, di orientarsi verso
nuovi metodi in quella che oggi
chiamiamo rimediazione cognitiva,
e anche di suggerire nuove
modalità educative che tengano
conto delle notevoli varietà di
funzionamento del cervello umano.

Molteplicità dei sistemi di


riferimento e strategie cognitive

Per ricordare la strada da casa


all’ufficio possiamo memorizzare il
tragitto grazie ai movimenti che
abbiamo fatto e ai luoghi che
abbiamo associato alle azioni
(“girare a sinistra alla
pasticceria”): è quella che
definisco strategia della strada
egocentrata e topocinestesica. Un
altro metodo consiste nel ricordare
il tragitto su una mappa mentale,
adottando una strategia
allocentrica (non prendiamo noi
stessi come riferimento) e
topografica (fa pensare a una
mappa o a un disegno). Ciascuna di
queste due strategie coinvolge
regioni distinte del cervello. Una
rete corticale parietofrontale
(principalmente a destra) è
specializzata nella percezione
egocentrata dei rapporti del corpo
e dello spazio, un’altra, che include
in parte la prima ma anche il lobo
temporale, si attiva nella
percezione allocentrica dello
spazio14, mentre la corteccia
retrospleniale è coinvolta in caso
di cambiamenti di punto di vista.
Facciamo un esperimento:
scegliete due oggetti sul vostro
tavolo o nella camera in cui
leggete. Prima domanda: quale dei
due oggetti è più vicino al vostro
corpo? Per rispondere dovete
svolgere un compito egocentrato,
perché dovrete rapportare l’oggetto
al vostro corpo, al vostro punto di
vista. Seconda domanda: quale dei
due oggetti che avete scelto è più
vicino facciata, che non vedete,
dell’edificio in cui siete? Questa
volta, per rispondere, svolgerete un
compito allocentrico, perché
dovrete ricostruire la totalità
dell’edificio senza coinvolgere voi
stessi: entra in gioco solo il
rapporto tra l’oggetto e la facciata.
La registrazione dell’attività
tramite imaging cerebrale mostra
che sono coinvolte reti diverse per
ciascuno dei due compiti15.
Nell’esperimento successivo si
mostra un palazzo virtuale ad
alcune persone poste in uno scanner
(rmf, imaging per risonanza
magnetica funzionale) e si
dispongono nel cortile del palazzo
tre oggetti, due cassonetti della
spazzatura e una palla. Si
sottopongono poi a ciascuno alcune
domande relative alla distanza
degli oggetti rispetto a quella
persona. Se si chiede: “Quale
cassonetto è più vicino a lei?”,
questo è un compito che definiamo
egocentrato, perché bisogna
riportare il posto della pattumiera
al proprio corpo (si veda figura 4).
Se si chiede: “Quale cassonetto è
più vicino alla facciata più grande
del palazzo?” si tratta di un
compito allocentrico, perché esige
che la persona immagini la totalità
del palazzo; è come domandare al
lettore di immaginare se la pagina
di questo libro sia parallela a una
strada o a un viale della città in cui
si trova. La figura 18 illustra il
risultato dell’esperimento.
18. Le diverse reti cerebrali attivate a
seconda della strategia cognitiva di
rappresentazione dello spazio (misura
dell’attività tramite risonanza magnetica
per immagini). A) Illustrazione del cortile
di un palazzo virtuale in cui sono disposti
tre oggetti, due cassonetti della spazzatura
e una palla. Si è fatto in modo che, prima
della registrazione, il soggetto prendesse
confidenza con l’architettura globale del
palazzo per mezzo di una navigazione
virtuale nel cortile. La persona ha quindi
una conoscenza globale del palazzo. Le si
chiede di svolgere tre compiti: 1) Un
compito visivo di controllo (quale
cassonetto è rovesciato?); 2) Un compito
di valutazione delle distanze egocentrato
(quale cassonetto è più vicino a lei?); 3)
Un compito che comporta una
manipolazione mentale dell’ambiente di
tipo allocentrico (quale cassonetto è più
vicino al muro più lungo del palazzo?). B)
Rappresentazione schematica (vista
laterale della corteccia cerebrale) di una
parte dell’attivazione nel compito
egocentrato. Si tratta di una rete
principalmente parietofrontale. C)
Rappresentazione schematica (vista
mediale della corteccia cerebrale)
dell’attivazione nel compito allocentrico.
È raffigurata una parte della rete
parietotemporale con, in particolare,
l’attivazione della corteccia retrospleniale
e del paraippocampo (da Committeri,
Galati, Paradis, Pizzamiglio, Berthoz e Le
Bihan, 2004).
Nell’immagine si vede come i
due compiti, che corrispondono a
operazioni mentali in sistemi di
riferimento spaziale diversi,
attivino reti differenti nel cervello.
Il compito egocentrato è svolto
grazie a una rete parietofrontale,
che è anche quella lesionata in
malattie come la negligenza
spaziale. I malati con lesioni nella
parte destra del cervello in questa
rete non percepiscono o non sono
in grado di immaginare altro se non
la metà destra del mondo visivo. Il
compito allocentrico, invece, attiva
una rete parietotemporale, oltre a
un’area importante, la corteccia
retrospleniale. Perché è
importante? Perché è implicata
senza dubbio nella trasformazione
della codifica egocentrata in
allocentrica. Il nostro cervello
scompone i problemi secondo
moduli specializzati. Non ci sono
dunque uno spazio assoluto e uno
relativo; esistono diversi spazi di
azione propri di ogni specie, che
utilizzano processi diversi.
Comprenderne le leggi e il
funzionamento è ancora una sfida.

I neuroni dello spazio

I matematici hanno elaborato


concetti molto precisi per
designare lo spazio. Scelgono
variabili come la posizione, la
direzione, la velocità,
l’accelerazione, il jerk. Si servono
di sistemi di riferimento molto
semplici, per esempio quello che
comprende due o tre direzioni
perpendicolari su cui si riportano
le coordinate cartesiane. Vengono
utilizzati comunemente altri sistemi
di riferimento, per esempio le
coordinate polari indicano un
punto per mezzo di un’ampiezza e
un angolo. La questione che si pone
è: il nostro cervello è a sua volta
organizzato in questo modo? Ed è
possibile trovare le codifiche dello
spazio che utilizzano le stesse
variabili? La risposta è
chiaramente sì, come mostreremo.
Ho già parlato dei recettori
vestibolari che scompongono il
movimento della testa in tre
componenti di rotazione e in due
componenti principali di
traslazione. Ma a livello della
corteccia cerebrale esiste un
sistema neuronale che codifica le
rotazioni e coinvolge la corteccia
vestibolare (giunzione
parietotemporale). Un altro sistema
neuronale svolge un ruolo
fondamentale nella codifica
dell’orientamento della testa16: si
tratta del sistema di head direction
cells (neuroni della direzione della
testa). Questi neuroni si attivano
solo quando la testa dell’animale è
posizionata in una determinata
direzione, a prescindere dal luogo.
Continuano a scaricare mentre la
testa è in quella direzione, anche al
buio. Sono ancorati allo spazio
visivo più vicino e possono
“saltare” da un sistema di
riferimento a un altro se cambiamo
lo spazio, per esempio quando
usciamo da una stanza e ci
troviamo in mezzo alla campagna.

L’ippocampo: una mappa


cognitiva?

A dispetto di quanto credeva un


giovane studente che una volta mi
venne a trovare, l’ippocampo non è
soltanto un animale marino. È
anche una struttura del cervello che
elabora lo spazio e la memoria dei
nostri tragitti, la navigazione, cioè
l’azione di spostarsi nel mondo, in
città e in campagna. L’ippocampo,
che possiede proprietà in grado di
semplificare la neurocomputazione
per la memoria dei tragitti, presenta
neuroni attivi quando ci si trova in
un luogo molto preciso, i quali
intervengono per stabilire la mappa
cognitiva allocentrica dei nostri
spostamenti, svolgendo un ruolo di
memoria topografica. Da qui la
definizione di place cells (neuroni
di luogo), data a queste cellule. La
loro precisione nella codifica del
luogo si affina con lo sviluppo del
bambino17. Ma nell’ippocampo non
ha sede soltanto questa codifica dei
luoghi: vi si trovano anche i
neuroni dei bordi, che sono attivi
quando l’animale si sposta, per
esempio, sul bordo di una
recinzione. Diverse funzioni sono
state attribuite all’ippocampo e
descriverle nel dettaglio trascende
i nostri fini. Accontentiamoci di
ricordare che si tratta di una
struttura fondamentale per
l’elaborazione dello spazio e che
gli è stato attribuito un ruolo di
mappa cognitiva, di individuatore
di novità e di conflitti (dunque di
attore dell’ansia). L’ippocampo è
inoltre legato alla memoria
episodica, cioè alla memoria degli
eventi, o episodi, avvenuti durante
il tragitto verso un determinato
luogo. Infine l’ippocampo sinistro,
forse in associazione con il
cervelletto, sarebbe coinvolto in
particolar modo nella memoria
topocinestesica, cioè nella
memoria della successione dei
movimenti che abbiamo compiuto
lungo la strada (andare dritto,
girare a destra), associati a questo
o a quell’avvenimento, a questo o a
quel punto di riferimento visivo.
Il globale e il locale, il racconto e
la mappa

Cercate di ricordare il tragitto che


fate per andare da casa al lavoro.
Sul percorso vi imbattete in una
serie di oggetti, vivete determinati
eventi: ricordate l’ordine in cui
avvengono tali incontri e si
concatenano gli eventi? Come può
il nostro cervello ricordarsi ed
elaborare due tipi di informazioni,
quelle egocentrate, che danno la
sequenza degli avvenimenti, e
quelle allocentriche, che
forniscono una vista di insieme del
tragitto? Come diavolo fa fronte a
questa complessità considerevole?
In automobile avete un GPS per
dissociare le due funzioni, ma il
cervello come fa?
La soluzione trovata
dall’evoluzione è la
lateralizzazione. La corteccia
cerebrale sinistra, infatti, è
implicata nell’elaborazione
egocentrata, in prima persona, dei
particolari che compongono una
scena; si occupa degli aspetti
categoriali, degli aspetti
sequenziali, del racconto del
tragitto (del genere “giro a destra
alla pasticceria, poi vado dritto e
giro a sinistra alla fontana”). La
corteccia destra sembra coinvolta
in misura maggiore
nell’elaborazione degli aspetti
allocentrici, globali, metrici dello
spazio. Questa distinzione potrebbe
essere dovuta a campi recettivi di
dimensioni differenti nelle due
cortecce. In realtà le diverse
stazioni corticali implicate
nell’elaborazione dei dati spaziali
in cooperazione con l’ippocampo
sono organizzate in rete. In altre
parole voi elaborate gli
avvenimenti successivi con il
cervello sinistro e gli aspetti
globali del tragitto con il cervello
destro.
Questa dicotomia, ovviamente
molto schematica, ci interessa in
modo particolare perché è
semplessa. Infatti bisogna che i due
cervelli lavorino insieme, che si
scambino informazioni grazie al
corpo calloso, una vera e propria
autostrada in cui i dati si muovono
da una corteccia all’altra. La mia
ipotesi, tuttavia, è che questa
modalità di funzionamento sia più
efficace e funzionale, anche se
questa “divisione del lavoro”
introduce una difficoltà
supplementare: lo scambio di
informazioni, infatti, presuppone
una codifica comune
dell’informazione o, per lo meno,
una compatibilità delle codifiche;
sul piano neurologico i deficit
indotti dalla mancanza di
trasferimento delle informazioni tra
i due cervelli sono ben noti.
Abbiamo realizzato un
esperimento di navigazione
spaziale in una città virtuale, con
un’équipe di neurologi
dell’Hospital de la Salpêtrière a
Parigi (figura 19). La nostra ipotesi
era che, nell’uomo, si fosse
prodotta una lateralizzazione che
portava a un coinvolgimento
dell’ippocampo, come del cervello
destro, negli aspetti globali,
allocentrici, della codifica dello
spazio e a un coinvolgimento
dell’ippocampo sinistro soprattutto
nella codifica degli aspetti
sequenziali, egocentrata, dei tragitti
e della memoria degli eventi
sopraggiunti durante il tragitto18.
L’ippocampo sinistro sarebbe
quindi coinvolto nella memoria
episodica e nella memoria della
successione degli eventi lungo un
tragitto, in modo analogo a quanto
si osserva nel linguaggio quando
descriviamo oralmente un tragitto:
ne descriviamo le fasi successive
(andare dritto, girare a destra e
così via), gli incontri (una
pasticceria, un amico) e i punti di
riferimento (una fontana). Di
recente abbiamo anche descritto
una terza strategia, sequenziale e
basata sul controllo continuo della
navigazione e dei movimenti del
corpo, che utilizza indici
ambientali; vi potrebbe essere
coinvolto il cervelletto19.
19. Dimostrazione della lateralizzazione
cerebrale per mezzo della realtà virtuale.
La figura illustra un paradigma
sperimentale che conferma la
lateralizzazione delle funzioni
dell’ippocampo nella memoria dei tragitti.
L’esercizio consiste nel muoversi in una
città virtuale molto semplificata, che
presenta soltanto le strade e un punto di
riferimento (oggetto) a ogni incrocio. Le
traslazioni sono imposte dal computer e le
rotazioni sono realizzate dalla persona
stessa, girando sulla sedia. Un rilevatore a
ultrasuoni misura le rotazioni e aggiorna
la scena virtuale. Si chiede alla persona,
dopo aver percorso la città, di descrivere
gli oggetti che ha visto a ogni incrocio
(memoria episodica). I risultati mostrano
che i pazienti con lesioni dell’ippocampo
sinistro presentano un deficit di memoria
per quanto riguarda l’ordine degli oggetti
incontrati e, soprattutto, nell’associazione
tra l’oggetto e il movimento di rotazione
del corpo (girare a sinistra o a destra).
Questo corrisponde tipicamente a una
funzione ippocampica. I risultati hanno
permesso di formulare l’ipotesi di una
specializzazione dell’ippocampo sinistro
nella memoria sequenziale degli eventi
lungo i tragitti (memoria episodica),
mentre l’ippocampo destro sarebbe
coinvolto maggiormente nell’aspetto
allocentrico, cartografico, della memoria
del tragitto globale (da Lambrey et al.,
2008).

Lo spazio è codificato secondo


una griglia

Una scoperta recente ha


rivoluzionato l’idea che si aveva
della codifica dei luoghi. Le grid
cells (cellule a griglia) della
corteccia entorinale hanno, infatti,
una proprietà particolare. Non si
attivano quando si è in unico luogo,
come i neuroni dell’ippocampo, ma
quando ci si posiziona in numerosi
luoghi di una camera. Nel caso di
un ratto che si sposta, i luoghi in
cui queste cellule si attivano
formano una “griglia” molto
regolare, dove i luoghi attivi sono
distribuiti secondo una rete formata
da triangoli equilateri di circa 30
centimetri di lato (figura 20).
20. La codifica dello spazio sotto forma
di griglia nella corteccia entorinale. La
figura illustra la regolarità notevole
dell’attività delle grid cells nella
corteccia entorinale. La prima colonna
mostra l’attività (in grigio) di tre neuroni
della corteccia entorinale quando un ratto
si muove in un’arena circolare di circa due
metri di diametro. Si vede che i neuroni si
attivano secondo una geometria molto
regolare (circa ogni 30 cm), che
costituisce una vera e propria griglia (il
cui modulo di base è costituito da un
triangolo equilatero) specifica per
ciascuno (da Hafting et al., 2005). A
destra lo schema indica il luogo strategico
della corteccia entorinale nei circuiti che
collegano le aree di elaborazione
dell’informazione (corteccia parietale,
temporale, prefrontale) e le aree della
formazione ippocampica (rappresentata
qui dalle sue diverse parti).

Tali neuroni individuano dunque la


geometria dello spazio secondo una
regola molto particolare20 e la loro
disposizione nella corteccia è
senza dubbio importante in questa
funzione.
Le grid cells potrebbero anche
funzionare come una codifica della
posizione (x, y) stimata
dell’animale, utilizzando un sistema
di numerazione fondato su un
modulo piuttosto che su una base
fissa. Il vantaggio semplificativo di
un simile sistema è la realizzazione
di operazioni aritmetiche in
parallelo in ciascun registro. La
codifica di numeri attraverso il
Residue Number System (rns)
consiste nel rappresentare un
numero x mediante un insieme di
simboli n+1 chi, che sono il resto
di divisioni intere di x per un
insieme di n+1 periodi lambda. Il
numero di elementi unici
rappresentati da tale codice è
uguale al minimo comune multiplo
dei periodi e può essere molto
grande. La mia ipotesi è che, in
tutte le strutture del cervello dove i
neuroni lavorano secondo
geometrie particolari,
l’organizzazione consenta
intrinsecamente l’elaborazione da
parte di ciascuna struttura di un
aspetto particolare dei segnali
provenienti dal mondo esterno o
dall’interno del cervello. Mi
domando anche se il piacere che dà
la contemplazione della
pavimentazione della strada non sia
il riflesso di questa codifica a
griglie…

La necessità di dormire per


memorizzare

Esiste ancora un grande mistero da


chiarire: come avviene la
ricomposizione dei segnali
elaborati in tutte queste strutture
specializzate? Un altro termine per
designare questo processo è
binding, e le teorie moderne
attribuiscono alla sincronizzazione
di oscillazioni un ruolo
fondamentale per risolvere questo
problema: il binding risulta dal
fatto che, in aree diverse del
cervello, i neuroni sono attivi nello
stesso istante, e la sincronizzazione
è assicurata dall’attività neuronale
portata da oscillazioni in fase.
Abbiamo già menzionato
l’importanza delle oscillazioni
nella costruzione della percezione.
Una delle proprietà fondamentali
dei neuroni è quella di essere sede
di attività oscillatorie. Si può
pensare che il cervello sia
costituito da oscillatori accoppiati.
Nel suo importante saggio I ritmi
del cervello Buzsáki suggerisce che
questi ritmi costituiscano un
sistema gerarchico nella corteccia
cerebrale. Li posiziona secondo
una scala di frequenza logaritmica
che rivela una proprietà
stupefacente: le frequenze di
oscillazione si ripartiscono nella
scala secondo intervalli regolari21.
Lo studioso suggerisce che
l’aumento di frequenza delle
oscillazioni nelle reti neuronali
corrisponda alla comparsa di
funzioni cerebrali sempre più
complesse, che esigono una
rapidità sempre maggiore di
elaborazione. Un bellissimo
esempio di intervento delle
oscillazioni nella codifica dello
spazio è dato da un’ipotesi
formulata recentemente secondo cui
le griglie presenti nella corteccia
entorinale sono dovute a processi
di interferenza22 (come le
interferenze visive) tra oscillazioni
che si incontrano nei dendriti dei
neuroni della corteccia entorinale.
21. Per memorizzare bisogna dormire.
Durante l’esplorazione (a sinistra), il ratto
attraversa in successione i campi di
attivazione delle place cells (neuroni di
luogo) dell’ippocampo. Le barre verticali
rappresentano i potenziali d’azione dei
neuroni che sono anche sede di un’attività
oscillatoria detta ritmo theta (frequenza di
oscillazione di circa 6-10 Hz). I potenziali
d’azione si producono in momenti precisi
del ciclo del ritmo theta, fornendo una
codifica temporale del tragitto. Dopo
l’esplorazione (a destra), durante il sonno
del ratto, con oscillazioni ad alta
frequenza (di 200 Hz o ripples) e di breve
durata (una frazione di secondo) le cellule
scaricano spontaneamente di nuovo nello
stesso ordine temporale, come se il ratto
“sognasse” l’esplorazione. L’informazione
è compressa come nelle
telecomunicazioni moderne. Questi burst
si ritrovano nello stesso momento nella
corteccia prefrontale, i cui neuroni sono
sincronizzati con quelli dell’ippocampo.
Si ritiene che tale meccanismo
contribuisca al trasferimento delle
memorie costituite nell’ippocampo verso
la corteccia prefrontale per la memoria a
lungo termine (da Peyrache et al., 2009).

Un altro esempio di intervento


della codifica temporale nelle
funzioni cognitive è dato dal
problema dello stoccaggio nella
memoria a lungo termine degli
eventi (o episodi). Come è
registrata, per esempio, la memoria
di un nostro tragitto nello spazio?
Numerosi esperimenti mostrano che
il lavoro di codifica dei luoghi è
svolto dalla corteccia entorinale e
dall’ippocampo. Ma l’ippocampo,
per parte sua, è la sede di
un’attività ritmica, il ritmo theta, la
cui frequenza è di circa 6/10 Hz. Si
è dimostrato che quando un ratto si
sposta, i luoghi successivi lungo la
traiettoria sono codificati dalle
place cells, attraverso un processo
chiamato processione di fase, che
si trova già nel sistema delle grid
cells. Tuttavia, i neuroni di luogo si
attivano in momenti precisi del
ciclo oscillatorio che modula il
loro potenziale di membrana, il
ritmo theta. Si dice che la fase
dell’istante in cui avviene la
scarica del neurone di luogo
codifichi il luogo e anche
l’episodio. Ecco una prima
relazione tra il tempo e il luogo.
Ma c’è qualcosa di ancora più
stupefacente. Secondo Buzsáki e i
suoi colleghi l’episodio viene
trasmesso alla corteccia frontale e
prefrontale per la memorizzazione
a lungo termine mediante burst
molto rapidi (a 200 Hz) di attività
(ripples) che si producono quando
un animale dorme o è a riposo. Se è
vero, quando impariamo qualcosa
dobbiamo riposare spesso per
poter fissare il ricordo nella
memoria a lungo termine! Durante
questi ripples l’attività di
popolazioni di neuroni della
corteccia prefrontale23 si
sincronizza ed è animata da ripples
“allineati” con quelli
dell’ippocampo (figura 21). Pur
non comprendendo tutti i
particolari di questi meccanismi, si
resta indubbiamente colpiti
dall’eleganza delle soluzioni:
talvolta il tempo viene in aiuto
della semplessità.
Capitolo 11

Spazio percepito, vissuto


e concepito

Nel capitolo precedente abbiamo


analizzato numerosi usi dello
spazio nel quadro del pensiero
semplesso, così come la
cooperazione dello spazio con il
tempo. Ora dobbiamo chiedere al
lettore di accompagnarci lungo una
strada più ardua per approfondire
il ruolo dello spazio nella
semplessità. Considereremo in
particolare i fondamenti della
geometria. Prima di tutto perché il
cervello, come abbiamo visto, è
strutturato secondo leggi
geometriche. In più perché sono
stati gli studiosi di geometria a
inventare il termine simplex.

La nozione di semplesso in
matematica

Quando ho coniato il termine


semplessità ignoravo la nozione di
simplesso1,2 utilizzata dagli
studiosi di geometria. La parola
simplesso (dall’inglese simplex) è
utilizzata in geometria per
designare forme a n dimensioni che
generalizzano il triangolo, il quale
rappresenta, con il cerchio, la
figura più semplice. Assemblando,
combinando pezzi o forme molto
elementari costituite dai simplessi
è possibile ottenere tutte le forme
geometriche. È importante l’idea di
scomposizione in elementi simili,
che hanno come caratteristica la
dimensionalità. Attenzione: qui la
dimensione non evoca l’ampiezza,
ma il numero di coordinate
necessarie. Infatti una forma esige
più informazioni rispetto a un
numero: richiede una struttura. Così
un segmento di retta avrà una
dimensione 1, un triangolo piano
una dimensione 2, un tetraedro
nello spazio una dimensione 3 e
così via3 (figura 22).
Per essere più precisi, il termine
simplesso4 appartiene alla
geometria affine. Poincaré fu il
primo a ricorrere a quelle che
ancora oggi si definiscono
scomposizioni simpliciali nella
topografia di dimensioni
qualunque, ma non utilizza il
termine simplesso: parla piuttosto
di poliedro. Ricordiamo che la
geometria affine ha proprietà molto
generali. È caratterizzata
dall’eliminazione delle relazioni di
distanza, per conservare solo le
proprietà di incidenza e il
parallelismo. Lo studio della
prospettiva aiuta a comprendere:
da un punto di vista affine, due
figure sono “le stesse” quando una
è la vista in prospettiva cavaliera
dell’altra; in qualche modo si tratta
della vista dall’infinito. In queste
condizioni un cerchio avrà la
“stessa figura” che ha un’ellisse5,
se è visto da una certa angolazione.
22. Forme geometrice simplesse. Alcuni
esempi di figure geometriche di ordine 1,
2, 3 eccetera.

Sembra che il primo a utilizzare


sistematicamente la parola
simplesso per designare queste
forme dalle dimensioni elevate che
generalizzano i triangoli sia stato
l’olandese Schoute, intorno al
19006. L’idea è quella di una forma
il più semplice possibile, ma con
accesso a n dimensioni. Più
precisamente, il primo ad avere
definito e utilizzato l’espressione
simpliziale komplexe è l’olandese
Brouwer, nelle sue dimostrazioni
dell’invarianza della dimensione7,
ed è indubbiamente colui che ha il
merito di avere introdotto il
termine simplex nella disciplina
che oggi si chiama topologia. A
questo punto abbiamo le parole e i
metodi della topologia
combinatoria, ma non ancora
l’espressione consapevole di una
disciplina separata, che si deve
all’americano Alexander8.

Il ruolo del corpo e


dell’esperienza sensibile

Domanda: i concetti della


geometria sono del tutto astratti o
sono legati all’organizzazione del
nostro cervello o del nostro corpo?
La semplificazione considerevole
apportata dalla geometria nella
comprensione del mondo potrebbe,
in effetti, riflettere principi che
caratterizzano gli stessi organismi
viventi. Filosofi come Granger9
hanno sostenuto il primato
dell’astrazione come fondamento
della matematica e, in particolare,
della geometria. La scuola
formalista del pensiero spaziale è
illustrata da Gärdenfors, che si
interessa alla metafora e scrive:
«La percezione produce
rappresentazioni di oggetti in uno
spazio concettuale. Queste
rappresentazioni possono essere
utilizzate per transfert metaforici
analogamente a quelli prodotti da
voci linguistiche»10. Con questa
riduzione della metafora a un
transfert di strutture geometriche si
avvicina a Hilbert, per il quale
«pensare è nominare». Ma nel
farlo, a mio parere, trascura
l’essenziale di ciò che la struttura
geometrica significa per un
soggetto agente: dal mio punto di
vista, infatti, una struttura
geometrica è sempre un atto.
Quando si evocano le grandi
teorie sullo spazio proposte da
matematici e filosofi, ci si
confronta con la contrapposizione
tra le nozioni di spazio assoluto e
di spazio relativo11. Newton le
separa facendo intervenire i
sensi12: «Lo spazio assoluto, per
sua natura senza relazione ad
alcunché di esterno, rimane sempre
uguale ed immobile»; all’inverso,
«lo spazio relativo è una
dimensione mobile o misura dello
spazio assoluto, che i nostri sensi
definiscono in relazione alla sua
posizione rispetto ai corpi, ed è
comunemente preso come lo spazio
immobile»; la percezione delle
forze è decisiva per stabilire la
nozione di spazio relativo. Il ruolo
del corpo sensibile è ugualmente
presente nel pensiero di Berkeley,
per il quale «l’esame filosofico del
movimento non implica l’esistenza
di uno spazio assoluto distinto da
quello percepito dai sensi e si
rapporta al corpo».
Il fisico Maxwell è stato tra i
primi a introdurre il ruolo
potenziale del corpo sensibile
nell’elaborazione della nozione di
spazio. Maxwell abbozza
un’epistemologia dello sforzo
muscolare13; a questo proposito
scrive: «Ci sono menti che possono
contemplare con soddisfazione
quantità pure presentate all’occhio
da simboli […] in una forma che
solo i matematici sono in grado di
concepire. Altre provano più
piacere a seguire forme
geometriche che disegnano su carta.
Altri ancora sono soddisfatti
unicamente quando riversano sulla
scena tutta la propria energia fisica.
Calcolano le forze con cui i corpi
celesti si attirano vicendevolmente
e sentono i propri muscoli che si
tendono nello sforzo. Per uomini
del genere il momento, l’energia, la
massa non sono semplici astrazioni
dei risultati della ricerca
scientifica. Sono parole di forza».
La posta in gioco per i nostri fini
è capire in che cosa la nozione di
spazio semplifichi i processi
mentali del ragionamento. I punti di
vista sono due. Il primo equivale a
dire: dal momento che lo spazio è
una nozione astratta, è anche uno
strumento importante per il
ragionamento logico o per la
memoria astratta; il secondo lo
vede come una nozione radicata nel
corpo agente: sarebbe dunque la
sua incarnazione nel corpo agente,
il suo aspetto inattivo, che darebbe
al ragionamento, in apparenza più
astratto, un carattere evidente. In
contrasto rispetto alle definizioni
puramente astratte della geometria,
alcuni grandissimi matematici
hanno suggerito che i fondamenti
cognitivi della geometria e della
nozione stessa di spazio siano
ancorati nell’esperienza sensibile
e nel corpo in atto.
Perché questo punto è importante
per la mia teoria della semplessità?
Perché l’azione è un dato
immediato della coscienza, e
l’ancoraggio delle nozioni di
spazio nell’azione elimina il solco
che separa l’astrazione dal reale.
Per intenderci: non nego la potenza
formidabile dell’astrazione e del
pensiero astratto, dico
semplicemente che, se esiste un
legame fondamentale tra l’astratto e
l’atto, considerati in generale,
allora tale forza riflessiva si
accompagna a un potenziale
maggiore di efficacia. Il dibattito è
dunque inquadrato tra due posizioni
estreme: l’una attribuisce un ruolo
essenziale all’esperienza,
all’azione del corpo sensibile,
agente; l’altra presuppone
l’esistenza di entità astratte,
indipendenti dai sensi. Segnaliamo
che di recente sono stati proposti
diversi tentativi di sintesi14 per
collegare schemi spaziali e
pensiero astratto15.
Poincaré ed Einstein si sono
sbilanciati fortemente a favore di
una considerazione dell’esperienza
sensibile e dell’azione nella genesi
della geometria. Poincaré collega i
concetti di spazio e di azione nello
spazio e attribuisce agli atti di
prensione, di cattura, di parata un
ruolo fondamentale in quelle che
definisce le evidenze di verità
geometriche. A suo parere16,
localizzare un oggetto nello spazio
equivale semplicemente a
rappresentarsi i movimenti che
sarebbero necessari per
raggiungerlo. Poincaré, del resto,
insiste sulle sensazioni muscolari
che li accompagnano. Questa idea,
sostenuta da Cavaillès e dagli
intuizionisti17 è condivisa anche da
Einstein18: «Poincaré ha ragione.
L’errore fatale per cui alla base
della geometria euclidea ci sarebbe
necessità mentale, precedente a
ogni esperienza, è dovuto al fatto
che il fondamento empirico su cui
si basa la costruzione assiomatica
della geometria euclidea è stato
dimenticato. La geometria deve
essere considerata come una
scienza fisica, la cui utilità
dev’essere giudicata a partire dalla
sua relazione con l’esperienza
sensibile». Ricordiamo, tuttavia,
che Poincaré ha sostenuto anche,
paradossalmente, che la geometria
è una convenzione, e che dunque è
distinta dallo spazio sensibile.
Quando discute sul modo in cui
si è costituita la nostra concezione
dello spazio, Einstein19 è ancora
una volta d’accordo con Poincaré
che, a suo parere, ha giustamente
insistito sul fatto che distinguiamo
due generi di cambiamento
nell’oggetto materiale:
cambiamenti di stato e
cambiamenti di posizione; questi
ultimi possono essere corretti da
movimenti arbitrari del nostro
corpo. Dal momento che procede a
una definizione dello spazio a
partire da due oggetti, come aveva
fatto Poincaré prima di lui, e che
insiste sul ruolo fondamentale dei
cambiamenti di posizione relativa
tra due oggetti nella costituzione
dello spazio, Einstein può definire
lo spazio come la quintessenza dei
prolungamenti praticamente rigidi
di un corpo, i quali costituirebbero
la base empirica della nostra
concezione dello spazio. Nel
pensiero prescientifico, dice
Einstein, la crosta solida della
Terra ricopre lo stesso ruolo che ha
il corpo umano, quello di
riferimento.
L’importanza dell’esperienza
sensibile per il fondamento della
geometria è stata suggerita più
recentemente dal logico Giuseppe
Longo20 in continuità con le idee
del matematico Hermann Weyl:
«L’analisi formale delle teorie
matematiche non è che un elemento
necessario per l’analisi funzionale:
non è assolutamente una condizione
sufficiente […]. Sono i significati,
costruiti a partire dai “nostri atti di
esperienze”, che permettono al
matematico di “comprendere” la
prova o di formulare congetture e
al logico di formulare le condizioni
sufficienti per la costituzione di un
sistema formale, punto di arrivo e
non punto di partenza di una pratica
concettuale».
Queste questioni sono state
riprese anche dallo studioso di
geometria Bernard Tessier, per il
quale il concetto di linea è tra i
fondamenti del pensiero dello
spazio, essendo la linea matematica
il risultato dell’identificazione tra
la linea visiva e la linea
vestibolare. Ecco in sintesi la sua
idea: la linea visiva è ciò che viene
percepito dalla vista su un foglio di
carta o nella natura. È geometrica,
ma sprovvista di movimento in sé:
è una semplice immagine statica.
Per percepirla come un movimento
lungo una linea, bisogna che un
altro senso apporti il proprio
contributo, e potrebbe essere il
sistema dei recettori vestibolari
dell’orecchio interno, che serve a
misurare i movimenti della testa.
L’intuizione di Tessier è che i
segnali provenienti da questi
recettori “parametrino” la linea
visiva con il tempo. Definisce
questa trasformazione isomorfismo
Poincaré-Berthoz, alludendo al
lavoro del nostro laboratorio sulla
percezione vestibolare delle
rotazioni e delle traslazioni21.
Oggi il matematico Daniel
Bennequin propone, come ho
accennato in precedenza, una teoria
più generale di combinazioni di
geometrie affini ed euclidee, valida
sia per la percezione sia per
diversi processi motori: il cervello
darebbe al mondo visivo statico un
movimento virtuale mediante la
proiezione sulle immagini
dell’attività di un sistema
sensoriale, il sistema vestibolare,
specializzato nel movimento, anche
in assenza di movimento! A
sostegno di questa idea l’imaging
cerebrale ha rivelato22 che la sola
visione di una linea curva disegnata
può attivare le aree della corteccia
cerebrale che codificano il
movimento visivo. Ma qual è
l’interesse di questi meccanismi
per la nostra teoria della
semplessità? È considerevole,
perché la cooperazione del sistema
visivo con il sistema vestibolare dà
al cervello una percezione a priori
del movimento potenziale contenuto
nelle forme del mondo fisico. Per
usare il linguaggio dei matematici,
il nostro cervello costruisce gruppi
di trasformazioni che lo rendono
particolarmente atto a elaborare il
movimento e gli aspetti dinamici
dell’interazione con il mondo
fisico, e anche con le altre creature
viventi.
Partendo dall’osservazione
dello sviluppo del bambino,
Piaget23 non ha esitato a criticare
Poincaré, che avrebbe costruito una
teoria convenzionalista,
presupponendo troppe attività
mentali sottili nei primi stadi
dell’elaborazione dell’intelligenza
spaziale. Ciò nonostante, e lo
precisa, «non esiteremmo a parlare
con Poincaré di gruppi per
designare le condotte del bambino,
dal momento che queste hanno una
reversibilità che permette di
tornare al punto di partenza». In
fondo Piaget rimprovera a Poincaré
di avere trascurato il fatto che
questi “gruppi” rimangono a lungo
allo stato pratico senza essere
davvero costruzioni mentali. A
propria volta Merleau-Ponty24
criticherà Piaget e gli rimprovererà
l’intellettualismo classico che lo
ha portato a tradurre la percezione
nel linguaggio delle operazioni
intellettuali, e a non cogliere la
ricchezza reale del mondo
percepito dal bambino.

Il concetto di affordance e le
teorie di Gibson25

È certo che il cervello sia una


macchina geometrica, ma il
problema della geometria o delle
geometrie che utilizza non è risolto.
Per esempio, piuttosto che
considerare che il cervello compia
computazioni geometriche
complesse, si può pensare che sia
capace di estrarre direttamente, nel
flusso delle informazioni visive o
sensoriali, invarianti utili per
realizzare un’azione. Gibson ha
battezzato queste invarianti
affordances, “fattibilità”.
Facciamo un esempio. Quando
ci troviamo di fronte a una porta,
disponiamo di una stima immediata
sulla possibilità di varcarla senza
dover tirare fuori il metro per
confrontare la larghezza delle
nostre spalle e quella della porta.
Allo stesso modo, di fronte a un
muro possiamo fare una stima
rapida della nostra capacità di
saltarlo. Inoltre non bisogna
dimenticare che per noi ogni
oggetto ha un significato funzionale:
una pantofola può divenire un caldo
rifugio per i piedi di un uomo, un
gioco per Lolita, la nostra
cagnolina, o un cibo delizioso per
una larva. Von Uexküll l’aveva
capito, perché un qualunque oggetto
ha diversi sensi possibili, in
funzione dei bisogni e delle
modalità di funzionamento di
questa o quella specie. Applicate ai
nostri fini queste idee permettono
di affermare che lo spazio non
esiste come entità calcolabile e
astratta, ma come supporto per
configurazioni di forme e oggetti,
utili e interpretabili da ciascuna
specie. In questo partecipa della
semplessità: lo spazio è
“decodificabile” in funzione delle
azioni.
Capitolo 12

I fondamenti spaziali del


pensiero razionale

Pollicino ha pensato una soluzione


decisamente semplessa al problema
più complesso che ci sia: ritrovare
la strada in un bosco che non si
conosce; si è munito di sassolini
che ha disseminato lungo la via.
Anche Arianna ha fornito una
soluzione semplessa a Teseo
quando è entrato nel labirinto per
affrontare il Minotauro: gli ha dato
una matassa di filo che l’uomo ha
srotolato dietro di sé e che gli ha
consentito di uscire. Nel corso
dell’evoluzione il problema di
trovare, o ritrovare, la strada ha
dato luogo a numerose soluzioni
biologiche. Le formiche del deserto
utilizzano la luce polarizzata del
sole; i roditori e molti altri animali
segnano i propri percorsi per
mezzo dell’odore; le api hanno
meccanismi straordinari; gli uccelli
migratori o i pesci, i pinguini che
percorrono lunghi tragitti sul
pianeta hanno fatto ricorso ad altre
soluzioni. Prima ancora di Arianna
e Pollicino l’uomo ha affrontato le
migrazioni; fin dai primordi della
sua storia ha attraversato i
continenti per andare a cacciare in
terre sconosciute, si è avventurato
nei mari, ma è anche dovuto
rientrare a casa. Per questo è stato
costretto a sviluppare molto presto
strategie cognitive di varia natura
volte a memorizzare una strada,
trovare una scorciatoia, orientarsi
nello spazio. Ha concepito
strumenti sempre più sofisticati,
dall’astrolabio dei marinai fino
agli strumenti elettronici per la
navigazione di cui oggi sono dotati
i dispositivi portatili (global
positioning systems, GPS), per
esempio.
La mia ipotesi a questo
proposito è duplice. La prima è che
gli strumenti mentali elaborati nel
corso dell’evoluzione per risolvere
i molteplici problemi che pone
l’avanzamento nello spazio1 siano
stati utilizzati anche per le funzioni
cognitive più elevate: la memoria e
il ragionamento, la relazione con
l’altro e anche la creatività. La
seconda ipotesi è che i meccanismi
mentali deputati all’elaborazione
spaziale permettano di semplificare
numerosi altri problemi posti agli
organismi viventi. Come abbiamo
visto a più riprese nei capitoli
precedenti, lo spazio serve in molti
modi per semplificare la
neurocomputazione, che si tratti
della geometria dei neuroni e delle
proteine più elementari,
dell’utilizzo dell’elica, non solo
per il genoma, ma per la
ripartizione delle cellule sensoriali
sulla coclea, della ripartizione dei
segnali in mappe neuronali o in
colonne, o ancora della modifica
della geometria delle mappe
neurali a seconda che la funzione
sia sensoriale o motoria.
A questo punto vorrei insistere
sull’utilizzo dello spazio per
semplificare alcuni processi
altamente cognitivi. Mi sembra,
infatti, che le basi neurali della
manipolazione mentale dei sistemi
di riferimento spaziali (egocentrati,
allocentrici, geocentrici,
eterocentrici, spazio vicino e
spazio lontano) costituiscano uno
dei fondamenti del nostro pensiero
razionale e, in particolare,
dell’attitudine umana alla
geometria, al ragionamento, al
cambiamento di punto di vista, al
trattamento simultaneo di diversi
punti di vista, alle ramificazioni
logiche.
Mi pare che queste basi neurali
rendano possibile, in cooperazione
con il cervello delle emozioni,
l’interazione con l’altro,
l’intersoggettività e anche
l’empatia2. Per esempio Frances
Yates3 e Mary Carruthers4 hanno
mostrato come, fin dai tempi dei
Greci, la codifica spaziale sia
utilizzata nella mnemotecnica per
riporre o ritrovare gli oggetti, i
luoghi, gli eventi, le parole, i
concetti, ma anche per individuare
combinazioni nuove, inventare
storie, creare associazioni.
L’architettura è un’altra
illustrazione del modo in cui lo
spazio ci serve per ordinare i
concetti, le idee. Il grande
specialista dell’antica Roma John
Scheid5 ha scoperto un manoscritto
romano in cui si menziona un
percorso nella città destinato a
educare le élite romane, e in
particolar modo gli stranieri, alle
usanze della vita sociale. Il
documento contiene massime e
raccomandazioni organizzate
secondo la mappa di un percorso
nella città di Roma. Ogni capitolo è
associato a un monumento o a un
luogo importante. Si può supporre
che questo metodo di presentazione
facilitasse agli allievi la
memorizzazione dei contenuti del
documento. In altre parole
possiamo dire che utilizzare lo
spazio non è solo un meccanismo
semplesso per i sensi, come ho
affermato in precedenza; ma è
anche uno strumento della
semplessità per il pensiero
razionale.

Il linguaggio spaziale è lo stesso


nelle diverse culture?

Gli antropologi hanno studiato le


differenze dei sistemi di
riferimento (che chiamiamo
referenziali) utilizzati dai diversi
popoli del mondo per orientarsi
nello spazio geografico. In alcune
isole, per esempio, gli abitanti si
orientano in rapporto a una
montagna; in altre con il sol
levante; in altre ancora usano una
combinazione di elementi che fanno
capo alla geografia, alla
cosmologia, a volte al corpo
dell’uomo o della donna. È il caso
dei miraña (figura 23) studiati da
Karadimas6.
23. Concetti e rappresentazioni legati allo
spazio utilizzati dai miraña dell’Amazzonia
per costruire la casa comune (maloca). La
casa comune dei miraña è costruita in base
a: a) una cosmogonia siderale; b) direzioni
regolate secondo punti di riferimento
geografici (fiumi, colline); c)
un’architettura sessuata ispirata alla
coppia. La linea di colmo simboleggia la
colonna vertebrale, i puntoni i lati,
l’entrata il sesso femminile. Qui il
pensiero architettonico nasconde una
grande ricchezza di referenti legati ai
diversi mondi (il corpo, la geografia, lo
spazio siderale) dietro una forma
apparentemente semplice. La casa dei
miraña è semplessa. Tale concezione
riflette, a mio parere, anche il
funzionamento del nostro cervello, che
crea mondi incastrati intorno al corpo in
atto (da Karadimas, 2005a).

Allo stesso modo, come ha


mostrato l’antropologo Lévi-
Strauss, il villaggio dei borro è
organizzato secondo una geometria
molto rigorosa. Le donne sono
padrone delle capanne disposte
secondo un piano circolare, mentre
gli uomini hanno una “casa
comune” al centro del cerchio. Il
cerchio è diviso a propria volta in
due metà, e gli uomini nati in una
delle due metà non possono
sposare le donne della stessa metà,
in modo da assicurare la variabilità
nei rapporti di parentela. Le regole
che fondano la vita sociale presso
questi popoli si possono definire
semplesse, perché diminuiscono la
complessità delle relazioni con la
creazione di strutture (da cui il
termine strutturalismo per
designare la ricerca sistematica di
tali regole).
Il sistema delle caste in India è
un altro esempio che va nella
medesima direzione. È basato su
una gerarchia molto rigida che
costituisce una semplificazione per
la mente umana e, più
precisamente, su una gerarchia
verticale, che utilizza lo spazio
come sistema di riferimento. Di
fatto questo sistema funziona
secondo meccanismi di relazione
complessi e integra un gran numero
di specializzazioni funzionali, di
gruppi etnici e di lingue in seno a
un sistema più generale. Gli attori
di questo sistema, uomini e animali,
sono insieme dipendenti e
indipendenti; le caste sono poi
divise in sottocaste e in lignaggi,
che riproducono lo schema globale.
Una simile organizzazione
nasconde una grande flessibilità
testimoniata, per esempio,
dall’inversione dell’ordine
gerarchico tra i bramini, che
dominano in linea di principio, e
gli aristocratici. Si osservano
anche inversioni riguardanti la
simbologia del corpo: l’alto è
legato al cielo e il basso alla terra,
ma si dà anche l’inverso7. Si noterà
che una gerarchia simile è presente
in Occidente nella grande scala
dell’essere di Plotino, che delinea
una gerarchia nel grado di
perfezione degli esseri del mondo.
In tutti questi casi sono messi in
opera processi semplessi, che
permettono a un determinato
popolo di risolvere la difficoltà,
notevole, costituita
dall’orientamento nello spazio,
dalla navigazione, dagli
spostamenti aleatori della caccia,
ma anche dal commercio, dalla
raccolta, dalla guerra. Questo non
significa che siano i referenti più
semplici, bensì i più comodi, come
avrebbe detto Poincaré.
Questa differenza di sistemi di
riferimento si riflette nel linguaggio
utilizzato per descrivere
verbalmente la localizzazione di
oggetti nello spazio. Nel mondo
sono utilizzati tre quadri di
riferimento principali: 1) il sistema
di riferimento relativo, che dipende
dal punto di vista, o referente
egocentrato (“La palla è alla mia
sinistra”); 2) il sistema di
riferimento intrinseco, riferito a un
oggetto (“La palla è a destra
dell’albero”); 3) il sistema di
riferimento assoluto, o allocentrico,
che utilizza punti di riferimento
cardinali (“La palla è a sud
dell’albero”).
Mentre nelle lingue europee le
costruzioni relative (egocentrate)
sono dominanti, le lingue indigene
(in Australia, Papuasia, Nuova
Guinea, Messico, Nepal) sono
dominate dalle costruzioni assolute
(allocentriche). Una buona
dimostrazione di questo si trova in
uno studio recente8, in cui si
mettono a confronto il sistema di
riferimento degli abitanti di un
villaggio dell’Olanda e quello di
un villaggio della Namibia.
L’esperimento verteva sul
riconoscimento della collocazione
di una serie di oggetti dopo un
cambiamento di punto di vista. Per
comprendere il paradigma in
questione, immaginate di trovarvi
di fronte a un tavolo su cui sono
disposti cinque bicchieri
rovesciati. Qualcuno nasconde un
oggetto sotto uno dei bicchieri,
mostrandovi dove è nascosto, poi
voi cambiate posto e il primo
tavolo viene nascosto da uno
schermo. Vi ritrovate davanti un
altro tavolo, simmetrico al primo
rispetto a voi. Su questo nuovo
tavolo ci sono cinque nuovi
bicchieri, identici ai precedenti. A
questo punto dovete trovare
l’oggetto nascosto. Ovviamente le
risposte sono tre, come sono tre le
strategie possibili a seconda che
voi abbiate codificato (e
memorizzato) la posizione
dell’oggetto sul primo tavolo
secondo uno dei tre sistemi di
riferimento menzionati in
precedenza: relativo (egocentrato),
intrinseco o assoluto (allocentrico).
L’olandese usa quello egocentrato;
il namibiano quello allocentrico.
In generale nell’essere umano si
constata una somiglianza nei
sistemi di riferimento usati nel
linguaggio e durante un compito
spaziale. Questo studio si rivela
interessante perché è stato condotto
anche con più specie di primati non
umani. Si è visto che le grandi
scimmie sottoposte all’esperimento
avevano preferito la codifica
ambientale (“allo” piuttosto che
“ego”). I ricercatori hanno
concluso che l’ipotesi kantiana di
una priorità della codifica e del
ragionamento egocentrato,
sostenuta anche dallo psicologo
Jean Piaget per lo sviluppo del
bambino, è contestabile:
nell’essere umano le preferenze
cognitive nella scelta dei sistemi di
riferimento variano in funzione
delle preferenze del linguaggio
naturale. Questa correlazione è
forte a partire dagli otto anni e
persiste nell’adulto. Per Levinson
l’acquisizione di una strategia
egocentrata ha un costo, cioè mette
in gioco processi più complessi.
Sarebbe questa la ragione per cui i
bambini acquisiscono la strategia
“allo” a partire dai quattro anni e la
stabilizzano a sette-otto anni,
mentre la strategia “ego” è
acquisita più tardi. Questi
esperimenti confermano l’esistenza
di alcune strategie comuni a tutte le
culture e ai primati non umani9.

Il labirinto e il giardino

Il labirinto e il giardino sono due


esempi universali
dell’organizzazione dello spazio;
riflettono l’importanza dello spazio
come strumento semplesso nel
pensiero dell’uomo. Sebbene
presso gli Egizi sia stato
identificato un edificio dall’uso
incerto, ma la cui struttura potrebbe
essere quella di un labirinto10,
comunemente si considera che la
forma e la realizzazione del
labirinto sia da far risalire ai
Greci, in particolare alla lotta tra
Teseo e il Minotauro. La storia è
nota, ma la ricordiamo ugualmente.
Per trovare il Minotauro e
ucciderlo, Teseo deve percorrere
una “strada” complessa. Vincere
questa sfida, superare questa prova,
tentare l’impossibile eleva Teseo al
rango di eroe. Una volta ottenuta la
vittoria, Teseo deve trovare la
strada del ritorno e cambiare punto
di vista. Ma ha solo una
conoscenza egocentrata del
labirinto, e la complessità dello
stesso rende impossibile per
chiunque l’atto di costruire una
mappa mentale durante l’andata. La
soluzione elegante, semplessa, gli
viene fornita da Arianna, che con
l’accorgimento del filo semplifica
il problema ed elimina ogni
necessità di memorizzare il tragitto.
Forse i monaci sono stati
affascinati dal percorso incerto e
complesso per arrivare a un fine,
quando hanno messo i labirinti
all’entrata delle chiese e delle
cattedrali. Prendiamo la cattedrale
di Chartres, per esempio. Il
problema sembra essere stato il
seguente11: come si può fare in
modo che i pellegrini, entrando
nell’edificio, prendano coscienza
del fatto che l’accesso al divino
merita di essere e deve essere il
frutto di un lungo cammino? Il
labirinto è la soluzione semplessa a
un problema del genere. Infatti il
pellegrino, per arrivare al centro,
prima segue una sorta di percorso
iniziatico che lo coinvolge in
un’operazione mentale di
decentramento, di manipolazione
dello spazio percepito, visto e
concepito, che lo rende disponibile
all’atmosfera mistica della
cattedrale.
Questo percorso iniziatico
all’entrata della chiesa mi ricorda
le “marce di avvicinamento” che
affrontavamo, quando ancora mi
dedicavo alle ascensioni sul
massiccio del Monte Bianco, per
arrivare al rifugio, dopo tre o
quattro ore di camminata.
L’indomani, alle due in punto del
mattino, cominciavamo la salita. A
quell’ora ci si rendeva conto che la
marcia di avvicinamento e la notte
in rifugio avevano completamente
modificato il nostro rapporto con la
realtà, rendendoci liberi nei
confronti della montagna, pronti a
riceverne le influenze, a leggerne i
misteri, a misurarci con la sua
forza, ad affrontare l’incertezza e il
pericolo: avevano fatto di noi
creature affrancate dalle nostre
spoglie di fango, come avrebbe
detto Ronsard. Il percorso del
labirinto all’entrata della chiesa
impone una prova di questo genere:
non presenta lo sforzo
dell’ascensione, ma sovverte senza
dubbio la percezione lineare,
egocentrata, e libera, sposta,
cambia i quadri di riferimento.
Il motivo del labirinto ha
attraversato le epoche. Gli sono
stati attribuiti numerosi significati
simbolici (pensiamo ai mandala
tibetani). Per me testimonia
l’importanza dello spazio come
elemento che struttura i grandi temi
della vita e il gioco sottile tra
complessità e semplessità,
fondamentale per gli organismi
viventi. In contrasto con la loro
universalità e la relativa uniformità
della geometria, i giardini, dove
spesso sono allestiti i labirinti,
testimoniano la differenza nei modi
di pensare delle culture. Il giardino
francese, tracciato in modo
regolare, tutto rigore geometrico, è
la testimonianza del pensiero
cartesiano, formale e normativo,
che domina in Francia. È il
giardino dell’uomo razionale.
Nasconde, dietro l’apparente
freddezza, il temperamento focoso
dei francesi, che non ammettono
cambiamenti se non per mezzo di
rivoluzioni. Il giardino all’inglese,
invece, è tutto variazioni, sorprese.
Lascia alla natura la responsabilità
di organizzarsi, di imporre il suo
slancio e le sue debolezze, le sue
ombre e le sue penombre, le sue
deviazioni e i suoi ritorni. È il
giardino dell’uomo sensibile. Ma
nasconde il rigore implacabile di
un popolo normato, gerarchico, che
non ama le rivoluzioni! Rimane da
citare, tra le grandi realizzazioni
paesaggistiche, il giardino
giapponese. Né semplice né
complesso, dispone qua e là, in un
ordine accuratamente composto ma
dissimulato dietro un’apparente
fantasia, pietre e fiumi, alberi e
fiori, come voci di un canto
polifonico destinato a dare
l’illusione della serenità, è un
modello di semplessità e un
notevole supporto alla meditazione.
Come nella pittura giapponese,
dove il vuoto riserva
all’immaginazione il compito di
completare i segni disposti
parsimoniosamente sulla tela, il
giardino giapponese aiuta lo spirito
a non perdersi nei meandri dei
particolari e nella semplicità
banale. Raggiunge il grado più
elevato della semplessità, quello
che non si accontenta di
semplificare, ma lascia grande
libertà al pensiero creativo
dell’osservatore.
Lo spazio dell’ecumene

Lo spazio non è solo quello che


percorriamo in un labirinto, un
giardino, quando viaggiamo
«intorno alla nostra camera»12 o
nella nostra città. Il cervello non
simula soltanto i tragitti concreti o
la mappa di una città con i nostri
percorsi mentali. Divide anche lo
spazio in molti modi diversi in
funzione alla nostra appartenenza a
molte comunità. Abitiamo un
immobile – una casa – ma anche
una città – un villaggio – ma anche
una provincia, una regione, un
paese, un continente. A Venezia e
nelle metropoli medievali i
mestieri erano spesso associati a
quartieri precisi della città. Le
suddivisioni, utili per
l’organizzazione sociale,
favorivano la semplessità: in
questo modo, invece di perdersi tra
diverse reti complesse, il cervello
compiva facilmente evoluzioni tra
le differenti identità legate alla
religione, alla storia, alla
professione o alla famiglia di un
individuo.
Un bel concetto, semplesso,
riassume la ricchezza dell’ambiente
umano e le sue varietà. È
l’ecumene, ben definita da Augustin
Berque, che scrive: «L’ecumene è
l’insieme e la condizione degli
ambienti umani in quello che hanno
di propriamente umano, ma non
meno di ecologico e di fisico. È la
“dimora” (oikos) dell’essere
umano. Prenderla in
considerazione, […] significa
opporsi alla filosofia che ha
preteso di localizzare la dimora
dell’essere nel linguaggio. Così
come opporsi alle scienze troppo
rigidamente umane che, a loro
modo, hanno sposato questo partito
e, facendolo, hanno privato la
cultura della natura […] pur non
potendo negare l’animalità del
nostro corpo! L’effetto di questa
contraddizione che divide
nuovamente l’essere dell’umano in
due, come il dualismo aveva già
diviso l’essere delle cose
dall’esistenza»13.
Il problema complesso che pone
il mondo di oggi si può enunciare
in questo modo: un tempo, un
individuo aveva relativamente
poche identità e le categorie che
componevano tali identità erano
perenni, spesso legate al luogo in
cui viveva, alla sua cultura, alle
sue tradizioni e alle sue credenze.
Si era dunque padre o madre in
casa, operaio in fabbrica, avvocato
in studio, professore a scuola e
cittadino nel proprio paese. Si
viaggiava poco e si ricreava
eventualmente il mondo attraverso i
libri. Una delle caratteristiche delle
società in cui viviamo oggi è la
rapidità con cui dobbiamo
cambiare identità spaziale. Siamo
spesso cittadini d’inverno e turisti
in estate, durante le peregrinazioni
che fanno di noi emigrati
provvisori. La percezione che
abbiamo della geografia del mondo
si ritrova così a essere legata ai
nostri molteplici universi di vita,
che si incastrano, si completano, si
oppongono, a volte. Questi universi
cambiano nel corso della nostra
esistenza, ma possono anche
cambiare nel corso di una sola
giornata, addirittura da un istante
all’altro, per esempio quando
siamo al telefono.
Oggi il nostro cervello deve
dunque simulare mondi
incredibilmente diversi, compresi i
mondi virtuali con il web e Second
Life: il raggio spaziale delle nostre
vite varia in modo colossale. Un
giorno, durante la visita di un
laboratorio a Singapore, notai la
diversità nei volti degli studenti
presenti nella grande sala studio in
cui mi trovavo e chiesi: «Ma da
dove vengono tutti questi
studenti?». Il mio collega mi
rispose senza capire: «Dalla
regione!». Insistei: «Ma fin dove
arriva questa “regione?”. Il mio
collega sorrise: «Cinque ore di
aereo, non di più…». Lo spazio era
codificato in ore di aereo; in
Francia è codificato, per lo meno
tra i giovani, in ore di treno ad alta
velocità (TGV): la scala non è la
stessa. Ciascuno trova la propria
scala semplessa, dal momento che
la scala è un’altra grande sfida per
gli organismi viventi.
Il rischio di una simile
situazione è quello di far
sprofondare nella disperazione una
buona parte dell’umanità, di
opporre coloro che sanno
“googlare” o orientarsi con il GPS,
navigare tra il reale e il virtuale,
cambiare identità e continente in
pochi secondi grazie al cellulare, e
gli altri, quelli che restano sui
binari del treno dei cambiamenti
tecnologici. Per evitare che i
secondi diventino schiavi dei primi
bisogna ripensare fin da subito le
categorie dell’identità, cosa non
semplice, poiché implica la
soppressione delle frontiere erette
nel xx secolo tra il linguaggio e il
vissuto, la ragione e l’emozione, il
locale e il globale. Altrimenti
rischieremo di vedere, come già
avviene, persone che si affidano ai
guru che offrono loro il rifugio
fittizio della setta, favorendo il
ritorno dell’oscurantismo, del
creazionismo e dei fanatismi.
Il disegno al servizio della
creazione letteraria

Lo spazio è dunque utilizzato per la


percezione e l’azione, la memoria e
l’identità, ma funge anche da guida
al pensiero creativo e alla finzione
narrativa mediante lo schema e il
disegno. Gli scrittori hanno
utilizzato lo spazio, il disegno
come supporto del pensiero
narrativo. La complessità di un
grande romanzo può essere
considerevole; si pensi a Guerra e
pace di Tolstoj, a I promessi sposi
di Manzoni o all’opera
monumentale di Proust, di cui è ben
noto il disegno. Lungo l’arduo
cammino della creazione letteraria
per fortuna si può contare su uno
strumento mentale semplesso e
utile: il disegno, prezioso per la
descrizione scritta di situazioni
sociali complesse o la
strutturazione di un romanzo14.
Così, la mappa è al servizio del
ricordo in La vita di Henry
Brulard di Stendhal15, il quale,
nell’opera, non esita a
rappresentarsi alla lavagna di
fronte al proprio maestro di scuola.
Volendo rendere conto del rapporto
tra questi due personaggi in quel
luogo, Stendhal ha sentito il
bisogno del disegno che, con un
solo «colpo d’occhio» dà al lettore
la possibilità di cogliere la
situazione meglio di quanto
farebbero cento parole.
Così come lo schema, il disegno
che “vale più di mille parole” aiuta
l’evoluzione del pensiero dello
scrittore. Si può osservare questa
funzione a proposito del banchetto
dei Rougon-Macquart, prima
grande cena dei Rougon-Macquart,
in cui Saccard riunisce gli attori
del suo piano diabolico finalizzato
ad assicurargli una fortuna
immediata grazie a una serie di
losche speculazioni. Zola all’inizio
disegna un tavolo intorno al quale
dispone i nomi degli invitati, come
si fa quando si pianifica
l’assegnazione dei posti per una
cena. Si nota, a questo stadio, che
lo schizzo attribuisce il posto atteso
agli invitati, secondo gli standard
abituali. Ma l’assegnazione dei
posti non rimane tale e quale: Zola
la modifica quando si presentano
nuovi ospiti senza invito. Da
ventotto persone si passa a
trentotto. Lo spazio si erotizza, la
tavola diventa l’arma fatale delle
seduttrici… Un altro esempio
famoso, sempre in Zola, è il
disegno che rappresenta la marcia
degli insorti. La genesi dello spazio
sostenuta dallo schizzo prova
chiaramente che la topografia del
romanzo trasforma la geografia
della regione. Zola modifica la
geografia delle città, le allinea sul
disegno. Dopodiché viene un nuovo
disegno che riguarda una famiglia a
un crocicchio: quella di Gervaise e
dei suoi figli. Si vedono gli uni e
gli altri imboccare vie che si
dipartono a raggiera e li portano al
loro destino: Nana va verso Ovest,
dove sedurrà gli uomini dei
boulevard; Étienne va a nord, dove
raggiungerà la fucina Gouget;
Gervaise si prostituirà dalla parte
di la Villette, dunque a est. Il piano
anticipa e velocizza il racconto del
fallimento familiare. Nello stesso
romanzo, il disegno sarà utilizzato
anche per costruire un testo in cui
dominano le passioni (figura 24).
In generale, lo spazio e il
disegno sono utili come strumento
mnemonico. Aiutano anche lo
scrittore a maneggiare i punti di
vista, quello che esprime il
cambiamento di prospettiva e
quello che rappresenta il
cambiamento di opinione, quando
deve tracciare l’evoluzione
complessa delle relazioni sociali.
Questo è particolarmente chiaro in
Flaubert, che in Erodiade utilizza il
disegno per costruire a poco a poco
la descrizione della disposizione
della fortezza di Machero. Si legge:
«La cittadella di Machero
s’innalzava ad oriente del Mar
Morto su un picco di basalto a
forma di cono. Quattro fonde valli
lo attorniavano: una dinnanzi, una
dietro, due ai lati. Alla sua base
case s’addossavano dentro la
cerchia d’un muro che saliva e
scendeva assecondando il
16
terreno» . Un primo disegno
mostra la vista dall’alto della
cittadella: è la messa in memoria
degli elementi del luogo. Altri
disegni situano la fortezza nel
contesto, nell’ambiente che la
circonda. Il disegno qui è utile
perché il testo esprima la potenza
del luogo non con le parole più
semplici, ma con le più giuste.
24. La deviazione tramite il disegno come
supporto al pensiero narrativo; qui “Le
Paradou o l’uminità ritrovata”. Nel ciclo I
Rougon-Macquart, Zola utilizza a più
riprese il disegno per semplificare la
descrizione di una situazione complessa.
Il giardino del Paradou, per esempio, è un
luogo mitico di perdizione e di piacere.
Ospita gli amori di Serge e Albine. Prima
di redigere il manoscritto, Zola ha
calibrato minuziosamente le gradazioni
del desiderio erotico. La fonte è spostata
a monte e in alto, come per aumentare la
forza del torrente. L’albero copre l’unione
carnale. Il Paradou diventa così la cornice
costruita rigorosamente di un racconto
iniziatico punteggiato di tappe (da
Lumbroso e Mitterand, 2002).

È anche possibile che l’uso


dello spazio nella scrittura
letteraria sia legato alle strategie
cognitive che gli scrittori
preferiscono. Alcuni sarebbero più
inclini al discorso narrativo vissuto
nella sua organizzazione temporale,
e preferirebbero dunque descrivere
la successione degli eventi o dei
luoghi secondo il posto che questi
occupano nella sequenza del tempo.
Si trova qui una proprietà
dominante del cervello sinistro, il
cervello del linguaggio, dei
particolari, della memoria degli
episodi successivi della nostra
vita17, delle viste locali. Altri
sarebbero più inclini a una veduta
d’insieme, topografica, degli
eventi, che è la proprietà dominante
del cervello destro, il cervello
delle proprietà metriche dello
spazio, degli aspetti globali, delle
emozioni. Ciascuno sceglierà,
insomma, la strategia che gli
permette una maggiore semplessità,
sia perché preferisce questa
modalità di racconto, sia perché
intuisce per esperienza, anche
senza conoscere il funzionamento
del cervello, che questa forma di
racconto sarà migliore per la
comprensione da parte del lettore.

Ritorno del reale

Arrivato al termine di questo


saggio, visto che ho osato proporre
un concetto nuovo, può essere utile
ricordarne le fonti nella storia del
pensiero. Una tale visione in
prospettiva è, ovviamente, fuori
della portata di un semplice
fisiologo come me. Lo potrebbero
fare i filosofi, gli storici della
scienza, gli storici delle idee; forse
giudicherebbero il mio tentativo
molto audace, per non dire
presuntuoso. Mi accontenterò
dunque, umilmente, di tracciare
alcune grandi linee, precisando
perché è importante, e utile,
contrapporre al concetto di
complessità quello di semplessità.
Michel Foucault18 ha descritto la
lenta evoluzione del pensiero
occidentale fino al xviii secolo. Il
mondo è visto allora come un’idea
astratta e dà luogo a una
molteplicità di interpretazioni.
Tuttavia, in mancanza di una
scienza sperimentale, gran parte
della riflessione sul mondo ha
come strumento principale il
linguaggio. Foucault, pensatore
moderno del xx secolo, insiste
sullo sviluppo teorico che si
produce alla fine del xviii secolo,
quando il pensiero classico e il
«linguaggio che nomina, ritaglia,
combina, annoda e scioglie le cose,
facendole vedere nella trasparenza
delle parole»19, assume il dominio
e prende piede l’idea astratta di
rappresentazione. Il linguaggio
classico aveva come vocazione
profonda quella di «fare quadro»,
gli si riconosceva «una consistenza
segreta» che «lo ispessiva in una
parola da decifrare» e lo
«collegava alle cose del mondo».
Da allora in poi possederà
un’esistenza multipla sulla quale ci
si interrogherà20.
In Bergson, che pure è un mago
del verbo, si trova una critica al
linguaggio, incapace di descrivere
la complessità, il flusso, la
profondità del reale che costituisce
l’uomo. Bergson vede nelle parole
del linguaggio21 una solidificazione
del vissuto vivente, una
frammentazione in cose. Scrive:
«Noi tendiamo istintivamente a
solidificare le nostre impressioni
per esprimerle con il linguaggio
[…]. Eccoci dunque in presenza
dell’ombra di noi stessi:
credevamo d’aver analizzato il
nostro sentimento, e gli abbiamo
sostituito, in realtà, una sfilza di
stati inerti, traducibili in parole»22.
Malgrado il suo dualismo, Bergson
deve oggi essere studiato per le sue
intuizioni e la sua riabilitazione
della nozione di atto e di
esperienza vissuta»23.
Ancora oggi si cerca di ritrovare
il reale e si riscopre, in qualche
modo, la sua complessità, poiché il
reale non si lascia normare né
nominare. Jacques Bouveresse,
filosofo specialista di Wittgenstein,
dichiara: «Mi sono riconciliato con
il reale»24. René Girard accusa gli
antropologi del fatto che, in nome
dello strutturalismo, hanno
dimenticato il reale, e in
particolare la violenza
fondamentale. Jean Thuillier25
chiede che la critica dell’arte
ritorni a una fenomenologia vicina
a quello che Jouvet avrebbe
chiamato il sentito,
nell’apprezzamento dell’opera
d’arte e che si allontani da teorie
formali. Anche nelle scienze
cognitive si assiste a un movimento
simile, con la riabilitazione del
corpo sensibile o del ruolo
dell’emozione nel ragionamento.
Ma il reale sfugge all’analisi e se
da una parte si constata
un’uniformazione, secondo un
principio di semplificazione,
dell’uomo e della donna, anche del
bambino, tutti consumatori di Coca-
Cola, tutti spettatori di partite
mondiali di rugby e di calcio, tutti
fan delle stesse star della canzone,
tutti collegati notte e giorno
attraverso il cellulare e il web, si
osserva dall’altra anche una
formidabile ondata di desiderio di
differenziarsi attraverso la
religione, le tradizioni, le lingue e
le etnie, fomentato da fanatismi di
ogni sorta. La complessità delle
relazioni tra le società e la natura
sembra fuori portata rispetto ai
mezzi di cui è dotato l’essere
umano, si pensi alla Dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo o
all’onu. La violenza che ne risulta è
facilitata dal commercio delle armi
e della droga. Il reale, la sua
violenza e le sue contraddizioni
rimettono in discussione il mondo
ideale, quello precedente al xviii
secolo, che descriveva Foucault.

La relazione tra particolare e


universale: il rasoio di Ockham

Il mondo non è dunque semplice,


non può essere normato, non c’è un
“dio creatore” che sta al di sopra
di una realtà immutabile, retta da
leggi vincolanti. Il concetto di
gerarchia è messo in discussione a
livello dello stato, della scuola,
delle imprese. La ragione ha
mostrato i suoi limiti; non a caso il
premio Nobel per l’economia è
stato assegnato a Kahneman, che ha
dimostrato come l’uomo non sia un
decisore razionale. Ormai la
probabilità e il caso fanno da
cornice allo studio scientifico sui
processi naturali degli organismi
viventi. L’uomo e il suo mondo, o
piuttosto i suoi mondi, sono
immersi nella complessità e
ricercano con accanimento la
semplicità. L’Occidente guarda con
interesse alla filosofia cinese, i cui
fondamenti risiedono nell’azione26.
Il buddhismo, religione senza dio in
cui ciascuno deve trovare la
propria via, attira pensatori e
scienziati occidentali. Si riabilita il
corpo in tutte le sue forme. L’idea
di autorganizzazione, di autonomia
che, nell’ambito del mondo
vivente, è stata promossa da
Maturana e Varela27 intorno al
concetto di autopoiesi, ispira la
robotica più avanzata.
Le teorie della complessità forse
sono nate, in parte, dalla delusione
storica di fronte a tutti i tentativi
volti a normare il mondo vivente e
la natura. Cercano di trovare un
nuovo modello di interazioni che
tenga conto dell’infinita varietà di
forme e di forze che costituiscono i
rapporti tra il mondo fisico e il
mondo vivente. Manifestano anche
l’importante scoperta della
relazione tra «il caso e la
necessità»28. La maturità del
concetto di probabilità si
materializza oggi, in biologia e
nelle neuroscienze cognitive, con
l’incredibile successo delle teorie
bayesiane. Non c’è più nulla di
certo. Tutto è probabile. Malgrado
il carattere letale del cancro, i
giovani giocano con la probabilità
e continuano a fumare le sigarette
sul cui pacchetto c’è scritto: «Il
fumo uccide».
La relazione tra semplice e
complesso è in parte la relazione
tra il singolare e l’universale. La
questione non è nuova; è stata
oggetto, fin dai Greci e dal
Medioevo, della famosa disputa
sugli universali29, ma continua a
suscitare le riflessioni dei filosofi
moderni. La posta in gioco consiste
nel sapere come la mente umana
possa passare dalla particolarità
dell’oggetto presente, nelle sue
molteplici e complesse apparenze e
funzioni, alla formulazione
intellettuale dell’universalità delle
categorie di oggetti. Così
nell’opera di Alain de Libera si
può trovare un’analisi del modo in
cui la mente umana procede per
identificare insieme la singolarità
delle cose del mondo e concepirne
il carattere universale; il cavallo
che vedo davanti a me appartiene
alla categoria universale “cavallo”.
De Libera analizza in particolare il
contributo di Duns Scoto, a mio
avviso essenziale, che ha rinnovato
il pensiero aristotelico mettendo al
centro i meccanismi mentali che
permettono insieme di cogliere e di
memorizzare l’oggetto concreto e la
sua astrazione universale mediante
l’atto di pensiero che fa passare
dall’uno all’altro: «Quando
supponeva che la sensazione è
rivolta all’“uomo e non all’uomo
Callia”, Aristotele si limitava a
rovesciare la tesi di Antistene
secondo la quale “Io vedo il
cavallo, non la cavallinità”. Con la
teoria della conoscenza intuitiva
degli atti di conoscenza astrattiva,
Scoto spiega allo stesso tempo
come io veda la cavallinità, come
veda il cavallo, e come veda di
vedere cavallinità e cavallo. La
teoria degli universali e la teoria
della percezione erano così
collegate in un’unica teoria degli
atti di conoscenza»30.
E la pluralità, in tutto questo?
Bisogna prenderla in
considerazione o tenere conto
soltanto dei tratti più semplici degli
aspetti del reale? Il principio del
rasoio di Ockham31, che si riduce
all’idea che la soluzione migliore
spesso è quella più semplice, è
noto. In realtà sembra che l’idea sia
da attribuire ad Aristotele32
(«Sarebbe inutile fare con un
numero più grande» di principi
«ciò che può essere fatto con
meno») e l’analogia con il rasoio
che elimina le proposizioni inutili a
Condillac, con un’ulteriore
promozione assicurata dal
matematico William Hamilton. Dal
mio punto di vista, il principio di
semplicità attribuito a Ockham è, in
realtà, un principio di semplessità.
Infatti la sua idea è sottile: le forme
astratte del pensiero – i concetti, le
intenzioni, le similitudini con il
mondo esterno, le intellezioni –
sono segni mentali che non c’è
ragione di distinguere dall’atto
stesso di intellegere33. Non è
dunque necessario supporre una
quantità soggettiva al di fuori
dell’atto: basta questo, e porta, in
fondo, a enunciare un principio di
economia che implica il primato
dell’atto e rende inutile la nozione
di rappresentazione come entità
indipendente. Come scrive Alferi:
«La rappresentazione
nell’immaginazione non è un
medium tra la mente e la cosa; è un
atto reale, l’immagine, che
modifica la mente stessa come una
qualità reale e la rinvia alla cosa,
in sua assenza, secondo uno dei
suoi aspetti sensibili. È, certo, un
atto orientato secondo questo
aspetto sensibile, ma, anche se tale
orientazione si può chiamare
rappresentazione, non è un oggetto
intermediario, un essere
intenzionale, ma il tenore di un
atto»34.
Epilogo

È arrivato il momento di
concludere.
L’esame del concetto di
semplessità applicato al mondo
vivente rivela l’eccezionale
ricchezza dei meccanismi
semplessi messi in opera nel corso
dell’evoluzione. Abbiamo ritrovato
molti principi che avevamo
proposto come base di una teoria
della semplessità: il ruolo
fondamentale dell’inibizione, la
specializzazione e la modularità,
l’anticipazione, la deviazione, la
cooperazione e la ridondanza. E ne
abbiamo previsti altri. Ma
chiaramente ci siamo limitati a
intravedere i meccanismi biologici
fondamentali che hanno permesso
alla semplessità di emergere nel
mondo vivente. Toccherà alla
scienza di domani comprenderli.
Da questa disamina scaturisce
una conclusione forte. Non
potremmo capire nulla della natura
del mondo vivente se ci
accontentassimo di studiarne gli
elementi, i mattoni. Dobbiamo
invece reintegrarli nel loro mondo,
nel loro Umwelt. Dobbiamo
riportare l’atto nel cuore della
molecola o del gene, ma non solo.
Bisogna fondare una sorta di
interazionismo in cui la spinta
dell’evoluzione per indurre
soluzioni semplesse viene
dall’integrazione degli organismi
viventi con il mondo fisico di cui
interiorizzano le proprietà, per
sopravvivere meglio. Il
rinnovamento dell’interesse per
l’epigenesi è una testimonianza di
questa necessità. Allo stesso modo
non si può comprendere l’individuo
senza capire le interazioni con
l’altro, cioè l’intersoggettività. Il
filosofo Paul Ricœur ha trovato una
bella formula: «sé come un altro»1.
Le regole e le leggi della vita
sociale sono fatte a immagine delle
leggi della percezione e
dell’azione, sono simili a quelle
del pensiero semplesso. Le norme,
le regole dell’etica, della
democrazia, sembrano complicare
il gioco; ma di fatto semplificano, o
per lo meno rendono possibile la
vita in società. Tentano, spesso
senza successo, di evitare i
massacri collettivi.
La ricerca della semplessità
nelle nostre società presenta
almeno due scogli enormi. Il primo
è illustrato dall’esempio delle
teorie economiche che, da cent’anni
a questa parte, pretendono di
semplificare la vita economica
regolandola secondo modelli
matematici: in fin dei conti sono
andate alla deriva, verso un
universo virtuale totalmente avulso
dalla realtà delle persone e dal
soggetto sensibile. Il secondo
scoglio consiste, all’opposto, nel
fatto di ridurre la semplessità a una
fenomenologia banale di ciò che si
vive, facendone una sorta di
compromesso tra la complessità
del mondo e soluzioni semplici
come quelle commercializzate su
certi siti web. La semplessità esige
molto di più. Richiede innovazione,
invenzione, deviazione feconda,
selezione, considerazione del
passato e anticipazione delle
conseguenze dell’azione futura.
Siamo consapevoli di esserci
limitati ad aprire un cantiere.
Permettetemi, alla fine di questo
libro in cui ho cercato di
combinare speculazioni, ipotesi e
fatti provati o approvati, secondo
la deontologia della scienza, di
arrischiarmi in una sortita al di là
delle frontiere della scienza.
Alcuni la giudicheranno futile,
dunque inutile; altri, più indulgenti,
la troveranno audace o, per lo
meno, e ne sarei contento,
piacevole. Perché la nozione di
semplessità, utilizzata nel
commercio, nell’arredamento o in
ingegneria, può tornare utile anche
in altri ambiti dell’attività umana.
Per esempio nell’architettura.

Apologia del tetto e della casa

L’abuso della semplicità si vede


nel trattamento che gli architetti
riservano ai tetti degli edifici. Il
tetto ha un fascino che oggi gli
architetti sembrano aver
dimenticato2. I costruttori ormai ci
impongono tetti piatti, più semplici
da progettare, disseminati di camini
orribili e strutture degli ascensori.
Non sono più abbastanza eleganti
da farne terrazze che
permetterebbero di sognare durante
le notti estive e di ammirare il
paesaggio della città. Non ho nulla
contro i tetti piatti, beninteso. Nelle
città orientali sono ovunque. Ma un
tetto deve essere dignitoso in
ragione della sua orizzontalità e
della sua condizione di segno
stabile. Che sia il richiamo di un
orizzonte che non si può percepire
dai meandri della città, il bordo di
una bella facciata e la transizione
verso il cielo, o che il sole al
tramonto lo trasformi in limite tra il
giorno e la notte, anche un tetto
piatto può essere esposto alle
variazioni del vento e della luce,
può evocare le terrazze di
Babilonia e i getti d’acqua
dell’Alhambra, può essere una
sfida alla tempesta, il punto
superiore di un’imbarcazione, un
immobile che naviga negli spazi
della galassia. Un tetto può essere
il rifugio per i giorni o dai conflitti
che sorgono tra gli appartamenti
della nave, divenuti troppo angusti,
quando si scatenano le dispute. Può
essere luogo di festa nel quale
regni la gioia e si spanda nella
città. Un tetto piatto è una linea
sull’orizzonte che sottolinea
l’elegante forma dell’immobile.
Rassicura e regala, con la sua
semplicità, un messaggio di fiducia,
perché è perpendicolare alla
gravità.
Da sempre, a seconda dei climi
del luogo in cui vivono, degli usi e
delle credenze, gli uomini hanno
variato la forma dei tetti che
coprono le loro case. In Giappone
sono sovrapposti, incastrati gli uni
negli altri. Il tetto inclinato
accoglie chi arriva sulla soglia
della casa come una mano tesa che
si inclina in segno di benvenuto. Il
tetto può essere corto come una
gonna che lascia intravedere un
paio di belle gambe oppure lungo,
nei paesi in cui la pioggia esige che
lo sia, e perché la neve vi scivoli
naturalmente. Il tetto può superare
generosamente il muro della casa
per procurare ombra. A volte il
tetto della dimora che ospita un
coltivatore è gonfio, come se
contenesse i granai pieni dei frutti
della mietitura o del raccolto. A
volte è bombato o incurvato, a
seconda dell’umore e del culto da
rispettare; in Asia, per esempio,
erge nel cielo la sua virgola. Il tetto
è come l’acconciatura delle donne.
Quale donna non cura la propria
pettinatura? Una pettinatura
conferisce un certo aspetto,
sottolinea il fascino e i ritmi, è il
legame con il cielo, colloca il volto
nel mondo trasformandone i tratti.
Il tetto è un cappello. Sottolinea
l’eleganza o la banalità. Si portano
i cappelli per proteggersi dal
freddo o dal sole, ma si usano
soprattutto come ornamenti. Alcune
persone devono ancora portarli
davanti al proprio dio; altri, al
contrario, se li tolgono, ma tutti ne
fanno un simbolo del proprio
rapporto con i poteri cosmici. Il
cappello non è soltanto parasole,
ombrello, paravento; è
rassicurante. Bisogna maneggiarlo
con gesti che sottolineano, a loro
volta, i rapporti sociali, toglierlo
davanti a una donna, o a un
superiore. Nel cappello, come nel
tetto, vi è un gesto semplesso.
L’uomo, nel corso della storia,
ha costruito anche le scale. Ce
n’erano a Babilonia; consentivano
di salire a cavallo ai castelli; erano
a chiocciola; portavano in cima
alla torre di Siena o conducevano,
con gradini giganteschi, sulle
piramidi degli Inca; avevano la
discrezione di porte nascoste o la
magnificenza dei luoghi di
rappresentanza. La presentazione
della Madonna al Tempio è quasi
sempre rappresentata su una scala;
la scalinata dell’Eliseo, che si sale
ancora oggi per raggiungere il
presidente francese, è un simbolo
dell’accesso al potere. Romantica
o destinata ai cavalieri, autoritaria
o delicata, la scala è sempre un
simbolo, un gesto che accompagna
e determina una postura, un ritmo,
una relazione. È la transizione tra il
mondo interiore e il mondo esterno.
Non è un caso se la salita dei
gradini è il grande momento del
Festival di Cannes. Eppure vedo la
scala di Cannes come l’emblema
della nostra mediocrità
semplicistica. Con il pretesto della
semplicità architettonica, il
complesso del Palazzo distrugge il
fascino del porto e anche della
baia, una delle più raffinate del
mondo: distrugge l’ecumene
provenzale. Allo stesso modo
penso all’orrore semplicistico del
Ministero delle Finanze francese,
sul quai de Bercy a Parigi, uno
sbarramento messo di traverso
rispetto alla linea della Senna.
Partendo dall’elegante chiesa di
Notre-Dame sarebbe stato bello,
lasciando il ponte d’Austerlitz per
uscire da Parigi, un gesto d’addio
che accompagna verso i territori
dello champagne, verso l’Alsazia o
la Germania. In senso contrario,
entrando a Parigi sarebbe stato
bello ricevere un gesto di
benvenuto che accogliesse e
suscitasse il desidero di conoscere
tutte le meraviglie che la città
racchiude. Invece questo edificio
senza tetto che assomiglia a un
casello autostradale sempre chiuso
dà l’impressione di dover passare
sotto le sue forche caudine. Posso
comprendere l’intento di
guadagnare superficie, ma ci sono
altri modi di scavalcare senza
scadere necessariamente nel
disastro della semplicità!
Uno dei piaceri di una
passeggiata a Parigi è la varietà dei
suoi tetti. Spesso bisogna
camminarci in agosto, quando la
calma delle vie consente di
ammirarli. Guardate in particolare i
tetti agli angoli delle strade. In
molti casi di forma abbastanza
fallica, ergono le loro cupole
disseminate di finestre, dove si
sogna di trascorrere un momento, di
vedere il sorgere del giorno. Torri
di guardia o rifugio di poeti,
prolungano gli angoli degli
immobili all’intersezione di due
strade, punteggiano le piazze dove
si incontrano diversi corsi. Si
ergono come personaggi che
vegliano sugli incroci dove si
giocano destini che vi si
intrecciano. Questo dialogo
immaginario è assente negli
immobili di oggi, dove l’angolo è
invariabilmente semplice.
Fantasia degli angoli di strada

Parliamo un po’ degli angoli.


L’angolo di una strada è un luogo
dove deve dominare la semplessità.
Per un architetto pigro l’angolo non
pone problemi. L’angolo
dell’immobile è dettato dal punto
di incrocio tra due strade e tale
sarà l’angolo dell’immobile, in
cemento, come risultato di un
principio di semplicità. Ma
l’angolo delle strade è altro.
Pensate a Parigi. Ammirate gli
angoli in cui si incontrano le vie.
Alcuni ospitano bistrot, altri
negozi, altri una fontana o
semplicemente una panchina.
Perché? Perché gli architetti di un
tempo avevano capito che l’angolo
è un luogo privilegiato. È il posto
in cui si cambia direzione quando
si cammina, e non deve essere
troppo brutale. Deve sposare la
forma naturale della traiettoria, che
somiglia a un segmento di clotoide.
Un angolo può essere tagliato,
permettendo allo sguardo, che
anticipa sempre il cambiamento di
direzione, di guidare il cammino, di
non ritrovarsi troppo bruscamente
di fronte a qualcun altro. Questa
gentilezza, questo riguardo per il
pedone è una cortesia elementare.
L’angolo è anche il luogo ideale
per un incontro a un incrocio. Può,
infine, essere un nonluogo poetico.
In ogni caso sarà testimone
dell’istante delicato in cui la vita
vira, a seconda che ci si ami, che ci
si ritrovi per affari, per ripartire
insieme, per separarsi. E bisogna
facilitare questo incontro.
Ovviamente l’angolo tagliato pone
all’architetto un problema per la
pianta dei piani, ma dà modo di
inserire balconi, occhi di bue per
dare l’impressione che l’immobile
guardi la strada. La finestra
d’angolo offre la libertà di vedere
sfuggendo all’allineamento della
strada. Guarda la strada e si vede
da lontano. Il suo balcone offre una
presenza possibile, vi si può
inserire un giardino. L’angolo è il
paradigma della semplessità
architettonica.

Musica e laterizzazione
cerebrale

Cambiamo disciplina e
dall’architettura passiamo alla
musica. È notevole il fatto che in
tutte le culture un numero molto
ristretto di note costituisca il
repertorio le cui combinazioni
producono la musica. Questa
convenzione, a mio parere, prova
una tendenza della mente umana,
portata a ricorrere alla semplessità.
I musicisti moderni hanno rotto con
la musica classica per proporre
dalla fine del xix secolo altri modi
di comporre, ma utilizzano ancora
il pentagramma. Alla complessità
delle combinazioni musicali è
sotteso un quadro di riferimento
molto semplice, e il nostro cervello
ha bisogno di semplessità.
È sorprendente che i musicisti
abbiano adottato tutti, per lo meno
nella musica classica, una doppia
costruzione: quella del tema
principale, suonata da uno
strumento o da un insieme di
strumenti che, in generale, suonano
nei registri alti, e quella del basso
continuo, che viene suonato nei
registri bassi. Mi sembra che il
doppio registro corrisponda al
trattamento lateralizzato dei dati
del nostro cervello, con il tema
elaborato dal cervello sinistro e il
basso dal cervello destro. Questa
divisione coinciderebbe
esattamente con la ripartizione
delle funzioni tra cervello sinistro e
cervello destro, visto che il sinistro
è specializzato nel linguaggio, nel
narrativo, nel sequenziale, mentre il
destro si rivolge al contesto, in
particolare al contesto spaziale e
all’emozione.
Se il cervello sinistro preferisse
i toni alti e il cervello destro i
suoni più bassi, questo potrebbe
trovare corrispondenza nel fatto
che, in natura, il contesto sonoro è
fatto di rumori che, in ragione della
loro distribuzione spaziale, sono
filtrati e, in generale, si situano
piuttosto nei registri bassi, mentre i
suoni significativi (canto degli
uccelli o guaiti dei cani) dipendono
da registri più alti dei suoni
naturali (cascate, pioggia, tuoni,
vento tra le foglie). Questa
lateralizzazione cerebrale potrebbe
allora spiegare il fatto che le voci
delle donne sono più alte di quelle
degli uomini. Tenuto conto della
corrispondenza che esiste tra
percezione e azione, le donne, che
fanno lavorare di più il cervello
sinistro, utilizzerebbero di
conseguenza i suoni alti, che questo
cervello preferisce. Per azzardare
un’altra ipotesi direi che, poiché le
alte frequenze sono filtrate
facilmente, sono più adatte a una
comunicazione sulla breve
distanza, mentre la voce dell’uomo,
più bassa, ha maggiori possibilità
di essere udita da lontano e
corrisponde all’attitudine maschile
a costruire spazi allocentrici. Si
potrebbe spiegare anche perché,
nella grande liturgia ortodossa,
momenti di grande calma seguono a
momenti di agitazione.
Quest’alternanza di calma e
agitazione corrisponde ai due modi
di funzionamento cerebrale che si
completano e che, a dispetto
dell’apparente contrasto dei due
umori che suscitano, danno unità al
racconto musicale. Qui la
semplessità è ottenuta attraverso la
successione armoniosa nel tempo
di due modi opposti, che si
accordano in modo meraviglioso.

La coscienza: una teoria


semplessa del reale

La base della nostra percezione del


mondo e di noi stessi non è soltanto
l’azione, ma l’atto; l’atto con la sua
intenzionalità, la sua memoria del
passato, la sua proiezione verso il
futuro, la specificazione di quello
che ci interessa nel mondo in
funzione del nostro Umwelt. La
parte essenziale dell’atto è
l’anticipazione, e il nostro cervello
è essenzialmente una macchina che
anticipa creando una serie di
probabilità, che simula la realtà
prima di agire nell’intervallo di
tempo brevissimo che precede
l’azione. È assurdo pensare l’atto
come un evento unico cui si può
assegnare un prima e un dopo. Ogni
atto è inscritto nel flusso
permanente della vita. È, come dice
Husserl, magnificamente inquadrato
tra protensione e ritensione.
L’identità del sé è anche un flusso
tra memoria autobiografica,
percezione di sé fenomenica in ogni
istante e previsione del futuro. Si
può pensare che il nostro cervello
costruisca un mondo virtuale, una
sorta di sogno vissuto dal suo
doppio, che permette la
simulazione permanente dell’atto e
la scelta delle soluzioni migliori o
l’inibizione di atti inutili.
Come ha suggerito Llinas, il
nostro cervello è una macchina
chiusa che sceglie i sistemi di
riferimento, gli effettori e tutto il
repertorio a disposizione della vita
per sopravvivere e adattarsi in
funzione del proprio Umwelt. Per
questo può produrre sogni e
allucinazioni, che sono la modalità
di funzionamento normale,
soggiacente alla nostra illusione di
razionalità. Un cervello umano è
creatore di mondi. Questi processi
soggiacenti sono la realtà del
cervello. Una tale modalità di
funzionamento è essenzialmente
semplessa, perché affranca la
macchina cerebrale dalla realtà
complessa del mondo,
permettendole di navigare
all’interno di questa simulazione
virtuale. Siamo coscienti quando
sogniamo, anche se addormentati,
anche se disconnessi dal mondo
esterno. La coscienza non è altro
che questa realtà interna rinnovata
senza posa per preparare, emulare,
simulare l’atto. È questo proiettore
della coscienza che rischiara, con
il suo fascio di luce3.
Ma non è un processo unico.
Senza dubbio ogni volta che il
nostro cervello anticipa un’azione
compare uno stato differente. E
come la percezione è sempre
simulazione di un’azione nel
mondo, la percezione cosciente è
sempre un’anticipazione di un
qualche evento che si produrrà nel
mondo, a prescindere dal fatto che
l’evento sia prodotto dal soggetto
percepente oppure no. La coscienza
non è la coscienza di quello che
facciamo, visto che abbiamo
coscienza dopo avere anticipato.
Sartre e Merleau-Ponty dicevano
che siamo sempre coscienti di
qualcosa. Io dico che siamo
coscienti di qualcosa che
anticipiamo. La coscienza è uno
degli strumenti inventati
dall’evoluzione per permetterci di
anticipare selezionando. In questo
vi è un meccanismo semplesso,
poiché corrisponde alla costruzione
coerente di una realtà di un istante,
che si accorda con il nostro
cervello in funzione di un fine e
dello stato interno ed esterno del
flusso della percezione4.

L’amore è una forma suprema di


semplessità?

Uno dei problemi fondamentali


dell’evoluzione è stato quello di
mantenere stabilità e invarianti: la
percezione dell’invarianza
dell’oggetto, la percezione
dell’unità del nostro corpo e della
nostra identità ne sono una
testimonianza. Ma gli organismi
viventi hanno anche dovuto
risolvere il problema della stabilità
nelle relazioni tra individui. Per
assicurare la sicurezza e il
benessere del bambino, la stabilità
parentale è fondamentale e
presuppone l’attaccamento. Esiste
un meccanismo innato che assicura
questo attaccamento: l’imprinting.
Ne abbiamo visto un esempio con
la storia della cammella che
piange. Ma questa soluzione non è
semplice, comporta una serie di
rischi. Il problema è ancora più
evidente nell’uomo, mosso da un
desiderio sessuale permanente.
Alcuni popoli ovviano alla
difficoltà mediante vincoli sociali
forti o per mezzo
dell’organizzazione spaziale degli
scambi. Oggi si sa che la sindrome
della personalità borderline, o stati
limite, che induce comportamenti
sociali e disturbi del
comportamento molto gravi, è
dovuta in parte a un deficit nella
stabilità parentale o nelle relazioni
precoci con i genitori5. L’amore è
l’invenzione più elegante per
assicurare la stabilità di un
rapporto che perdura al di là
dell’atto sessuale? Istituisce,
mediante l’unione degli innamorati,
un legame che, in fin dei conti,
risulta mille volte più forte di tutte
le norme sociali?

Piccolo pot-pourri per concludere

Potrebbe, un giorno, essere


divertente compilare un dizionario
della semplessità nei diversi ambiti
in cui si manifesta. Per quanto
riguarda il linguaggio, la
grammatica è chiaramente un
processo semplesso, che ci si
interessi alla sua diversità o al suo
carattere generativo e universale.
Non è estranea alla semplessità
nemmeno la metafora, meravigliosa
scorciatoia del linguaggio. Gli
slogan, i loghi, le sigle sono
manifestazioni del desiderio di
semplificare mantenendo il senso
della complessità. Quando dico “il
fulcro della conversazione”,
riassumo in poche parole numerose
azioni e percezioni che sarebbe
molto complesso spiegare. Questa
scorciatoia, che solo in apparenza
diminuisce la ricchezza
dell’informazione, dà in realtà
un’idea vivida della cosa o del
processo. Allo stesso modo il
concetto di mito, deviazione
attraverso l’immaginario, nasconde
realtà, relazioni complesse
sintetizzate6 nonostante la loro
apparente complessità. La favola è
un’altra meravigliosa semplessità.
La frase pronunciata dalla formica,
«Hai cantato? Bene… adesso
balla», vale di più di una qualsiasi
lunga lezione di morale rivolta alla
cicala.
La semplessità si ritrova in
personaggi simbolici come i sette
nani. Cucciolo non è sprovveduto
come sembra. È come il ravi, la
statuetta del presepe provenzale in
atteggiamento rapito, non lo scemo
del villaggio, ma il testimone e il
saggio, preda della meraviglia. La
nostra società moderna non ha
niente a che fare con i meravigliati?
La meraviglia è quindi, come ha
scritto Michael Edwards7, una
delle forme più alte della
semplessità. Meravigliarsi non
significa bearsi dello stupore, ma
entrare in uno stato di disponibilità
gioiosa che apre la mente a tutti i
possibili. I grandi scienziati e la
maggior parte dei ricercatori sono
tutti meravigliati.
Un personaggio semplesso può
essere, a volte, un’invenzione. È il
caso del Leprechaun degli
irlandesi, folletto maligno che
riunisce in sé tutta la complessità
delle cause del male. Allo stesso
modo, in Birmania, i fedeli, animati
da un fervore immenso, non
sognerebbero soltanto Buddha, ma
una sequela di piccoli personaggi, i
Nats, che rappresentano ognuno una
componente delle forze della natura
in atto. Il mio amico Eamon
Connolly mi ha fornito un
bell’esempio di spiegazione
semplessa inventata dai pescatori
nell’Irlanda dell’Ovest. Quando
sono andato a pescare con lui nel
Connemara, terra di fate e sirene,
mi ha detto, qualche miglio al
largo, in mare aperto, che c’erano
degli sgombri intorno alla nostra
barca. Gli ho chiesto come facesse
a saperlo e mi ha risposto che
gliel’aveva detto il suo gnach. La
pesca, tra l’altro, fu miracolosa. Lo
gnach per gli irlandesi è l’insieme
complesso degli indicatori –
presenza dei gabbiani, stato del
mare, stagione, ora del giorno,
altezza della marea o
localizzazione – che costituisce la
memoria collettiva e il sapere dei
marinai-pescatori di quel luogo. In
un certo senso è l’intuizione.
L’invenzione delle divinità
rappresenta per l’uomo un mezzo
eccezionale di semplessità nei suoi
rapporti con la natura. Ma mi fermo
qui, per non attirarmi l’accusa di
trovare tutto semplesso.

La semplessità è…

La semplessità è un modo di vivere


con il proprio mondo. È eleganza
piuttosto che sobrietà, intelligenza
piuttosto che fredda logica,
sottigliezza piuttosto che rigore,
diplomazia piuttosto che autorità.
La semplessità è raffinata, anticipa
più di quanto reagisca, impone le
proprie leggi e le proprie griglie
interpretative, è tollerante. È
adattamento piuttosto che normativa
o prescrittiva, probabilistica
piuttosto che deterministica. Tiene
conto del corpo commosso quanto
della coscienza lucida; tiene conto
del contesto. La semplessità è
intenzionale, rispetta l’energia ma,
a volte, ne consuma. Tiene conto
del tempo vissuto, parte dal
soggetto, permette il cambiamento
del punto di vista, la creazione,
autorizza la tolleranza che è
opinione padroneggiata. Ecco
insomma che cos’è per me la
semplessità; il giudizio, a questo
punto, spetta al lettore.
Ringraziamenti

Ringrazio prima di tutto Odile


Jacob e Bernard Gotlieb, cui è
piaciuta l’idea di un libro sul
concetto di semplessità. Entrambi
ci hanno dato, nel corso degli anni,
una possibilità eccezionale di
confronto intellettuale ed
epistemologico e ci incoraggiano a
correre il rischio di spingerci ai
confini tra le discipline. Ringrazio
la mia editor, Marie-Lorraine
Colas, per i suoi consigli accorti, il
suo lavoro sul testo, le idee e tutta
la squadra delle edizioni Odile
Jacob per l’infinita pazienza
dimostrata verso un autore che non
finisce mai definitivamente i suoi
libri!
Grazie a Vincent Laborey, che è
stato il primo a incoraggiare la
scrittura di questo libro. Grazie a
Maya Berthoz, che ha
accompagnato il libro con i suoi
consigli fecondi e pertinenti. Nei
momenti di dubbio che
un’avventura come questa provoca,
niente è più meraviglioso di
un’implacabile tenerezza. Grazie a
Robert Baker, Philippe Descola,
Claude Debru, Jacques Droulez,
Benôit Girard, Olivier Faugeras,
Jean-Paul Laumond, Giuseppe
Longo, Jean-Pierre Nadal, Jean
Petitot, Béatrice Picon-Valin, Alain
Prochiantz, Jean-Jacques Slotine,
Brian Stock e molti altri colleghi
che hanno voluto rileggere il testo e
fornirmi elementi per metterlo
insieme. Grazie ai giovani del
laboratorio che mi hanno aiutato
riguardo a contenuto, figure e
riferimenti.
Daniel Bennequin mi ha aiutato
con generosità per quanto riguarda
la nozione di semplessità in
matematica; per la sezione in
questione deve tutto a lui, come
pure molti altri sviluppi. Per me è
un privilegio poter beneficiare
della sua immensa cultura, che va
ben al di là dell’ambito
strettamente matematico.
Ringrazio in particolar modo
France Maloumian, la grafica del
laboratorio che, anche questa volta,
non si è limitata a realizzare le
illustrazioni, ma ha compilato,
trovato e dato forma ai riferimenti
bibliografici. Mi ha assistito anche
in modo decisivo
nell’organizzazione del libro.
Grazie anche a Hélène Leniston per
il suo lavoro sul testo. Ovviamente,
ogni errore presente in questo libro
è imputabile unicamente a me.
Ringrazio il Collège de France e
il cnrs che continuano a offrirmi un
ambiente unico, che permettere a un
ricercatore di sperimentare idee
nuove con un’eccezionale libertà.
Grazie a tutto il laboratorio e al suo
personale, che sa creare
un’atmosfera di scienza e fiducia
che mi lascia il tempo di riflettere.
Dedico questo libro ai miei sei
nipoti, e a quelli che arriveranno in
futuro, perché è scritto sotto il
segno del «non dimenticare di
osare».
Note

Introduzione

1 Gell-Mann, 1994.
2 Johnson, 2007, pp. 615-624.
3 In ambito economico, si veda
Gigerenzer, Todd e ABC Research
Group, 1999.
4 Gupta, Lee e Koshel, 2001, pp. 3640-
3648.
5 Klonowski, 1983, pp. 73-87.
6 In tedesco il termine ha conservato un
uso corrente per definire la radice di
una parola senza prefissi e suffissi; si
contrappone dunque alla parola
complex, che significa “composto”.
7 Gell-Mann, 1994, p. 47. Notiamo che
plic per “piega” e plex (da cui pless)
per “intreccio” derivano entrambi dalla
radice indeuropea plek, da cui
“piegare”.
8 Bellomo, 2008. Bellomo riprende,
citandole, le idee sviluppate in
Hartwell et al., 1999, pp. 47-52.
9 Anche Nicola Cusano (ca. 1401-1464)
ha riflettuto su questo problema.
Ispirato dal commento di Proclo sul
Parmenide di Platone, l’Institutio
geometrica di Boezio e il De
geometria speculativa di Thomas
Bradwardine, scrisse il De docta
ignorantia intorno al 1444 (edizione
critica Klibansky e Hoffmann, 1932),
in cui propone di risolvere il problema
semplicità/complessità attraverso
quella che chiama la coincidentia
oppositorum, la “coincidenza delle
forze o delle cose opposte”,
utilizzando come metodo due piramidi
a base quadrata in rapporto
all’arithmetica universalis di
Pitagora.
10 In generale, Leibniz parte da un’idea
cartesiana. Nella formula Nihil est in
intellectu quod prius non fuit in
sensu («Nell’intelletto vi è niente che
prima non fosse presente nei sensi»),
attribuita erroneamente da Duns Scoto
ad Aristotele, Leibniz aggiunge la frase
nisi ipse intellectus («se non lo stesso
intelletto»). Sostiene dunque il
contrario di Locke, affermando che
l’intelletto o il cervello contenga i
principi su cui si fondano idee diverse.
In continuità rispetto a questa
affermazione, Leibniz scrive Theoria
motus concreti, dove sviluppa l’idea
che l’etere sia una causa universale di
movimento e che spieghi
meccanicamente la diversità di
fenomeni nel mondo visibile e
sensibile. Questa nozione, ancora
essenzialmente cartesiana, è in
contrasto con l’atomismo fisico di
Bacon e di Gassendi. In entrambi i casi
Leibniz sostiene la nozione di
semplicità nella complessità, nozione
che, in questo autore come in
Descartes, dipende dalla matematica e
da leggi naturali non visibili
all’osservatore. Leibniz utilizza un
principio parallelo per spiegare
l’invenzione dell’alfabeto che, a suo
parere, permette alle verità della
ragione in qualunque ambito della
conoscenza di essere conosciute, per
lo meno approssimativamente, da un
calculus, come nell’aritmetica o
nell’algebra (Brain Stock,
comunicazione privata).

Capitolo 1 (La semplessità: una


proprietà fondamentale degli
organismi viventi)

1 Uexküll, von, 1909; Berthoz e


Christen, 2009.
2 Alon, 2007a, p. 497.
3 Alon, 2006; Ptashne e Gann, 2002;
Simon, 1996; Savageau, 1976.
4 Watts e Strogatz, 1998, pp. 440-442;
Mathias e Gopal, 2001; Wuchty, 2003,
pp. 1108-1117; Kourilsky, 2003, pp.
53-59.
5 Il matematico Thom ha suggerito una
via di riflessione interessante: ci si
focalizza su particolarità, biforcazioni
e altri elementi critici, e si semplifica
il più possibile tutto il resto.
6 Droulez e Berthoz, 1991, pp. 9653-
9657.
7 Berthoz, Grantyn e Droulez, 1986, pp.
289-294.
8 Llinas, 2001.

Capitolo 2 (Abbozzo di una teoria


della semplessità)

1 Diamond, 2009b, pp. 1-8; Diamond e


Amso, 2008, pp. 136-141; Diamond,
Kirkham e Amso, 2002, pp. 352-362;
Rennie, Bull e Diamond, 2004, pp.
423-443.
2 Leroux, Spiess, Zago et al., 2009, pp.
326-338; Leroux, Joliot, Dubal et al.,
2006, 498-509; Houdé e Tzourio-
Mazoyer, 2003, pp. 507-514.
3 Berthoz, 2003, p. 45.
4 Si veda Kveraga, Ghuman e Bar, 2007,
pp. 145-168, esaustiva esposizione su
anticipazione e previsione nel sistema
visivo.
5 Changeux, 2008.
6 Hanneton, Berthoz, Droulez e Slotine,
1997, pp. 381-393. Siciliano e
Slotine, 1991, pp. 1211-1216 hanno
proposto anche soluzioni di controllo
riferite al compito per robot
manipolatori che semplificano il
controllo di sistemi ridondanti.
7 Droulez e Darlot, 1989, pp. 495-526.
8 Il lettore non deve vedere in questo
un’allusione diretta alla teoria del
finalismo, come è stata sviluppata, per
esempio, da Ruyer, anche se, nello
scrivere quanto ho scritto, non posso
negare di averci pensato.

Capitolo 3 (Sguardo ed empatia)

1 Chomsky, 1968.
2 Hagège, 2008.
3 Llinas, 2001, p. 15.
4 A questo proposito si veda il mio
capitolo sullo sguardo in Berthoz,
Andres, Barthélemy, Massion e Rogé,
2005, pp. 250-294.
5 Ho affrontato questa questione in
Berthoz, 2003.
6 Listing, 1848.
7 Listing, 1862; Listing, 1999, pp. 909-
924.
8 Clark, Miller e Demer, 2000, pp.
3787-3797; Clark, Miller e Demer,
1997, pp. 227-240.
9 Grosbras, Leonards, Lobel et al.,
2001, pp. 936-945.
10 Buzsáki ha ipotizzato che il
trasferimento dei ricordi composti
nell’ippocampo avvenga per mezzo di
burst di oscillazione neuronale
(ripples) che trasmettono alla
corteccia prefrontale i dati necessari
per la memorizzazione durante il
sonno o il riposo: Buzsáki, 2006;
Zugaro, Mondoconduit e Buzsáki,
2005, pp. 67-71.
11 Acredolo, Adams e Goodwyn, 1984,
pp. 312-327.
12 Berthoz, 1988, pp. 411-420; Berthoz e
Melvill-Johnes, 1985; Berthoz, 1989,
pp. 513-526.
13 Rochat, 1995.
14 Farroni, Mansfield, Lai e Johnson,
2003, pp. 199-212.
15 Berthoz, 2004, pp. 251-275.
16 Alcuni malati psichiatrici hanno
l’impressione che lo sguardo sia nel
mondo circostante, come è descritto
in Dubois-Pulsen, Lairy e Rémond,
1971, pp. 363-368.
17 Wicker, Perret, Baron-Cohen e Decety,
2003, pp. 139-146; Keysers, Wicker,
Gazzola et al., 2004, pp. 335-346;
Allison, Puce e McCarthy, 2000, pp.
267-278.
18 A questo proposito si veda il mio
capitolo sullo sguardo in Berthoz,
Andres, Barthélemy et al., 2005.
19 Schumann e Amaral, 2009, pp. 362-
381.

Capitolo 4 (L’attenzione: “Scelgo,


dunque sono”)
1 Horn, 2004, pp. 108-120, dove si
mostra che i meccanismi
dell’imprinting dipendono anche da
fattori emozionali e motivazionali.
2 Moore e Wolfe, 2001, pp. 178-198.
3 Shallice, 1988.
4 In Husserl esiste la hyle sensoriale. Le
sintesi noetiche elaborano questi dati
e hanno come correlato oggetti e
proprietà oggettuali. I noemi sono
mire intenzionali, ma il loro
riempimento è sensoriale.
5 James, 1890, p. 21.
6 Helmholtz, 1896.
7 James, 1890, p. 304.
8 Pashler, 1998.
9 Mast, Berthoz e Kosslyn, 2001, pp.
945-957.
10 Paradis, Droulez, Cornilleau-Pérèz et
al., 2008, pp. 736-747; Peuskens,
Claeys, Todd et al., 2004, pp. 665-682.
11 Driver e Baylis, 1998.
12 Khonsari, Lobel, Milea et al., 2007,
pp. 1797-1800; Milea, Lobel,
Lehéricy et al., 2007, pp. 1221-1224;
Milea, Lehéricy, Rivaud-Péchoux et
al., 2003, pp. 283-287; Milea, Lobel,
Lehericy et al., 2002, pp. 1359-1364.
13 Shadlen e Newsome, 2001, pp. 1916-
1936.
14 Souto e Kerzel, 2009, pp. 531-540;
Possin, Filoteo, Song e Salmon, 2009,
pp. 1694-1700; Dai e Feng, 2009, pp
921-932.
15 Si può trovare un’esposizione
dettagliata e didattica in Hochstein e
Ahissar, 2002, pp. 791-804.
16 Moran e Desimone, 1985, pp. 782-
784.
17 Braun, 1998.
18 Negli ultimi tempi sono comparsi
molti articoli sul fenomeno
dell’attentional blink; i seguenti sono
alcuni dei più recenti: Adamo e Ferber,
2009, pp. 1600-1608; Craston, Wyble,
Chennu e Bowman, pp. 550-566; Hein,
Alink, Kleinschmidt e Muller, 2009,
pp. 197-206; Landau e Bentin, 2008,
pp. 818-830.
19 Chun e Potter, 1995, pp. 109-127.
20 Parasuraman, Warm e Judi, 1998.
21 Panksepp, 1998.
22 Gitelman, Nobre, Parrish et al.,1999,
pp. 1093-1106.
23 Bush, Luu e Posner, 2000, pp. 215-
222.
24 Uno dei limiti è quello di non tenere
conto del fatto che i campi recettivi
dei neuroni nelle regioni più alte delle
vie dorsale e ventrale sono
estremamente ampi, il che sembra
contraddire l’idea della focalizzazione
dell’attenzione su una piccola regione
del campo visivo.
25 Desimone e Duncan, 1995, pp. 193-
222; Chelazzi, Miller, Duncan e
Desimone, 2001, pp. 761-772.
26 Driver e Baylis, 1998. L’attenzione
visiva può modulare l’elaborazione
direttamente nelle aree visive primarie
come V1, e nelle aree che elaborano il
movimento visivo come M T e M ST .
27 Pylyshyn, 2001, pp. 159-177.
28 Treisman, 1998, pp. 1295-1306.
29 È chiaro che la corteccia parietale è
coinvolta nei processi attenzionali non
solo per quanto riguarda la vista, ma
anche nelle altre modalità. La
discriminazione dei suoni produce
un’attività importante nella corteccia
parietale inferiore, nella corteccia
parietale superiore e nella corteccia
frontale inferiore in condizioni di
ascolto dicotico. La coppia formata
dalla corteccia parietale inferiore e
dalla corteccia frontale inferiore si
attiva in altri compiti attenzionali di
individuazione multimodale
(vistaudito, vista-tatto). In particolare,
la giunzione parietotemporale si attiva
durante i cambiamenti di stimolo,
indipendentemente dalla natura dello
stimolo.
30 Kanwisher e Wojciulik, 2000, pp. 91-
100. Altre teorie mettono in
discussione un punto di vista troppo
empirista e cercano di risolvere il
problema dei conflitti tra attenzione
precoce e tardiva, seriale e parallela. Si
tratta delle teorie di Desimone e
Duncan (bias competitivo), di
Treisman (integrazione degli attributi)
e di Kanwhisher, che insiste sulla
necessità di rinnovare le teorie
combinando approcci top-down e
bottom-up, e distinguendo oggetto e
spazio. Driver e Baylis, 1989, pp. 448-
456 criticano la metafora del fascio
attenzionale di Crick.
31 Whalen e Phelps, 2009.
32 Mounoud, Duscherer, Moy e
Perraudin, 2007, pp. 836-852;
Gachoud, Mounoud, Hauert e Viviani,
1983, pp. 202-216.
33 Lubin et al., 2009, pp. 376-385;
Leroux, Spiess, Zago e Joliot, 2009,
pp. 498-509; Houdé e Tzourio-
Mazoyer, 2003, pp. 507-514; Houdé,
Zago, Mellet et al., 2000, pp. 721-
728.
34 Diamond, 2009a, pp. 130-138;
Diamond, 2009b, pp. 20-22 e 24-25;
Diamond, 2006, pp. 212-218;
Davidson, Amso, Anderson e Diamond,
2006, pp. 2037-2078.
35 Meltzoff e Moore, 1983, pp. 702-709;
Meltzoff e Moore, 1979, pp. 217-219.

Capitolo 5 (Il cervello emulatore


di mondi)

1 Si possono trovare precisazioni su


questo aspetto delle scoperte recenti
in importanti riviste incentrate sulle
scienze cognitive come “Trends in
Cognitive Science”, “Trends in
Neuroscience”, “Nature Reviews”,
“Brain and Behaviour Science”,
“Annals of Psychology” e “Annals of
Neuroscience”.
2 Michotte, 1941, pp. 290-328;
Michotte, 1946; Michotte et al.,
1962.
3 A proposito di nozioni di “fisica
intuitiva” si veda in particolare Hauser
(2001), pp. 440-441, review di Folk
Physics for Apes di Povinelli.
4 Michotte, 1946, p. 116.
5 Michotte, 1946, p. 117.
6 McIntyre, Zago, Berthoz e Lacquaniti,
2001, pp. 693-694.
7 Finke, Freyd e Shyi, 1986, pp. 175-
188; Finke e Freyd, 1985, pp. 780-
794; Ramachandran e Anstis, 1983, pp.
529-531.
8 Piéron citato in Uexküll, von, 1909.
9 Gibson, 1966.
10 Shepard, 1982; Shepard, 1984, pp.
417-447.
11 Koenderink, 2008, p. 87.
12 Mach, 1883.
13 Ganis, Schendan e Kosslyn, 2007, pp.
384-398.
14 Shepard, 1982.
15 Cattaneo e Rizzolatti, 2009, pp. 557-
560; Caggiano, Fogassi, Rizzolatti et
al., 2009, pp. 403-406; Rizzolatti,
Fadiga, Gallese e Fogassi, 1996, pp.
131-141; Gentilucci, Fogassi, Luppino
et al., 1989, pp. 118-121; Rizzolatti e
Sinigaglia, 2006.
16 Barlow, 2001, pp. 241-253.
17 Barlow, 2001, pp. 241-253.
18 Daniel e Koshland, 1993, p. 532.
19 Horn, 2004, pp. 108-120.
20 Walton et al., 1992, pp. 763-767.
21 Ho sviluppato questa idea nel libro
sulla pluralità interpretativa che sarà
pubblicato in Francia da Odile Jacob.
22 Documentario di Byambasuren Davaa e
Luigi Falorni, Die Geschichte vom
weinenden Kamel (La storia del
cammello che piange), Arp Films,
Germania 2003.
23 Una sintesi recente di questi
meccanismi si può trovare in Spiegel,
2007, pp. 742-743; Berardi,
Pizzorusso e Maffei, 2004, pp. 877-
888; Hofer, Mrsic-Floger, Bonhoeffer
e Hübener, 2006, pp. 2222-2226;
Philpot, Cho e Bear, 2007, pp. 495-
502.
24 Horn, 2004, pp. 108-120.
25 Hensch, Fagiolini, Mataga et al., 1998,
pp. 1504-1508; Sugiyama, Di Nardo,
Aizawa et al., 2008, pp. 508-520;
Pizzorusso, Medini, Berardi et al.,
2002, pp. 1248-1251. Gli studi citati
hanno fornito la prima prova della
necessità di una trasmissione con
l’intervento del gaba per la plasticità in
vivo. È la conferma che lo sviluppo
temporale del periodo critico può
essere controllato da interneuroni
inibitori.
26 Gibson, 1950; Gibson, 1966; Gibson,
1972; Gibson, 1977.
27 Kenet, Bibitchkov, Tsodyks et al.,
2003, pp. 954-956.
28 Droulez, comunicazione privata.

Capitolo 6 (A che cosa servono i


nostri sensi?)

1 Bessière, Laugier e Siegwart, 2008.


2 Triller e Choquet, 2008, pp. 359-374.
3 Durand, Peeters, Norman et al., 2009,
pp. 1114-1126; Georgieva, Todd,
Peeters e Orban, 2008, pp. 2416-
2438; Orban, 2008, pp. 58-59.
4 Klam, Petit, Grantyn e Berthoz, 2001,
pp. 233-247; Olivier, Grantyn, Chat e
Berthoz, 1993, pp. 35-39; Grantyn e
Berthoz, 1987, pp. 339-354.
5 Petit, Orssaud, Tzourio et al., 1993,
pp. 1009-1017.
6 Grosbras e Berthoz, 2003, pp. 269-
280; Grosbras, Lobel, Van de
Moortele et al., 1999, pp. 705-711.
7 Sull’area EBA si veda Spiridon, Fischl e
Kanwisher, 2006, pp. 77-89; Urgesi,
Calvo-Merino, Haggard e Aglioti,
2007, pp. 8023-8030.
8 Kiani, Esteky, Mirpour e Tanaka, 2007,
pp. 4296-4309.
9 Spiers e Maguire, 2008, pp. 232-249;
Summerfield, Hassabis e Maguire,
2009, pp. 1188-1200; Woollett,
Glensman e Maguire, 2008, pp. 981-
984; Baker, Hutchinson e Kanwisher,
2007, pp. 3-4; Vinckier, Dehaene,
Jobert et al., 2007, pp. 143-156.
10 Koechlin e Hyafil, 2007, pp. 594-598.
11 Ecco, per gli specialisti, una
spiegazione sul processo che permette
questa linearizzazione: il
bombardamento denso genererebbe
una inibizione da shunt divisiva che
normalizza e linearizza la risposta
corticale. Si può allora immaginare
che il feedback delle aree superiori
prepari le operazioni di integrazione
delle cortecce primarie posizionando
la rete in uno stato che linearizza le
risposte sensoriali, ne accorcia la
latenza e, dunque, ne aumenta la
rapidità.
12 Lee, 1976, pp. 437-459.
13 Si vedano la nota 4 di questo capitolo e
Grantyn, Ong-Meang, Jacques e
Berthoz, 1987, pp. 355-377; Berthoz,
Grantyn e Droulez, 1986, pp. 289-294.
14 Calvert, Spence e Stein, 2004, pp. 343-
356.
15 Llinas, 2001.
16 Johnson, 2001, pp. 455-461.
17 O scarica corollaria, che è una copia
indirizzata ai centri percettivi del
comando motorio. Ho analizzato
l’importanza di questo segnale e le sue
basi neurali in Berthoz, 1997.
18 Guillaume, 1937.
19 Uexküll, von, 1936/2001, pp. 107-110.
20 Ruben, Schwiemann, Deuchert et al.,
2001, pp. 463-473.
21 Keysers, Wicker, Gazzola et al., 2004,
pp. 335-346.
22 Saito, Okada, Morita et al., 2003, pp.
14-25.
23 Lécuyer, Vidal, Joly et al., 2004.
24 Komura, Tamura, Uwano et al., 2001,
pp. 546-549.
25 Ringrazio Vincent Haywards, che mi ha
aiutato a redigere le pagine sul senso
aptico. La sua immensa cultura teorica
e l’acutezza delle sue intuizioni
sperimentali hanno reso appassionanti
le nostre discussioni. In questa sede mi
limito a citare soltanto alcuni dei suoi
lavori.
26 Johansson e Flanagan, 2009, pp. 345-
359; Flanagan, Bowman e Johansson,
2006, pp. 650-659.
27 Edin e Johansson, 1995, pp. 243-251;
Robles-De-La-Torre e Hayward, 2001,
pp. 445-448.
28 Dostmohamed e Hayward, 2005, pp.
387-394.
29 L’Hertz (Hz) è l’inverso del tempo. Il
la di un diapason corrisponde a una
vibrazione del metallo di 440 volte al
secondo, ossia 440 Hz. Una sola
vibrazione dura poco più di 2
millisecondi (l’inverso di 440). Le
oscillazioni delle reti di neuroni nei
mammiferi, per esempio, possono
andare da 0,1 Hz (addirittura meno)
nella corteccia dei mammiferi che
stanno dormendo, fino a 200 Hz e più
in alcune strutture particolari.
30 L’attività di un neurone in generale è
misurata in numero di potenziali di
azione (PA) al secondo, cioè, ancora
una volta, in Hz. Per farlo, si divide il
tempo in piccoli intervalli, si conta il
numero di pa emessi in ciascuno di essi
e si fa una media su tutte le prove
disponibili; in questo caso tutte le
prove che corrispondono alla
presentazione di un particolare odore.
31 Ogni odore è simboleggiato da una
classe che occupa un certo volume
nello spazio delle classi in questione.
Una categoria è lo spazio occupato
all’interno da classi che sono
embricate le une nelle altre. Al
contrario, l’identità precisa di una
classe corrisponde alla differenza tra
questa classe e quelle che le sono
vicine (il volume di spazio di questa
classe non appartiene a nessun’altra).
32 Rabinovich, Volkovskii, Locanda et al.,
2001.
33 Peyrache, Khamassi, Benchenane et
al., 2009, pp. 919-926.

Capitolo 7 (Le leggi del


movimento naturale)

1 Cappellini, Ivanenko, Poppele e


Lacquaniti, 2006, pp. 3426-3437. Si
veda anche Ivanenko, Cappellini,
Dominici et al., 2007, pp. 11149-
11161.
2 Calvo-Merino, Grèzes, Glaser et al.,
2006, pp. 1905-1910.
3 Todorov e Ghahramani, 2003, pp.
1750-1753.
4 Questa organizzazione è descritta in
Berthoz, 1997 e in Berthoz, 2003.
5 Jeannerod, 1986, pp. 99-116.
6 McIntyre, Zago, Berthoz e Lacquaniti,
2001, pp. 693-694; Indovina, Maffei,
Bosco et al., 2005, pp. 416-419.
7 Il problema è accennato in Berthoz,
2003.
8 Franklin, Burdet, Tee et al., 2008, pp.
11165-11173; Burdet, Franklin, Osu et
al., 2004, pp. 4491-4494;
Schweighofer, Spoelstra, Arbib e
Kawato, 1998, pp. 95-105; Hanneton,
Berthoz, Droulez e Slotine, 1997, pp.
381-193.
9 Imamizu, Miyauchi, Tamada et al.,
2000, pp. 192-195.
10 Pasalar, Roitman, Durfee e Ebner,
2006, pp. 1404-1411.
11 Massaquoi e Slotine, 1996, pp. 60-64;
McIntyre e Slotine, 2008, pp. 712-
722.
12 Hanneton, Berthoz, Droulez e Slotine,
1997, pp. 381-393; Klam e Graf,
2003, pp. 995-1010; Klam, Petit,
Grantyn e Berthoz, 2001, pp. 233-247.
13 Modelli di questo genere sono stati
proposti da Alexandre Pouget: Denève,
Duhamel e Pouget, 2007, pp. 5744-
5756; Pouget, Denève e Duhamel,
2002, pp. 741-747.
14 Rescorla e Wagner, 1972, pp. 64-99.
15 Ernst e Banks, 2002, pp. 429-433;
Laurens e Droulez, 2007, pp. 389-404.
16 Barlow, 2001, pp. 241-253.
17 Shadlen e Newsome, 2001, pp. 1916-
1936; McCoy e Platt, 2005, pp. 201-
211.
18 Denève, Latham e Pouget, 2001, pp.
826-831; Denève, Latham e Pouget,
1999, pp. 740-745.
19 Il filtro di Kalman è un operatore che
predice e ottimizza l’elaborazione di
dati. È ampiamente utilizzato in
robotica ed è stato usato anche per
modellizzare l’elaborazione
sensoriale.
20 Riporto un commento di Faugeras,
matematico e modellizzatore, che ho
interpellato riguardo la semplicità: «Il
problema è quello di definire che cosa
si intende per “semplificare”. Si
sottointende che sia possibile
quantificare la complessità di un
calcolo, ed è qui che tutto si complica.
Per quanto ne so, Kolmogorov è il
solo ad aver tentato di rispondere a
questo quesito in modo formale, dando
origine al concetto di Kolmogorov
complexity. In breve, si tratta della
dimensione del programma minimo
che permette di effettuare un dato
calcolo. Il problema è che non esiste
un algoritmo per calcolare questa
dimensione in modo automatico.
D’altra parte, la nozione di “calcolo
semplice” dipende anche dal materiale
di cui si dispone. Una linea di codice è
sufficiente per programmare un
integratore su un computer, ma la cosa
si complica di molto con neuroni
come la rete di memoria dinamica di
Jacques Droulez (si veda Droulez e
Berthoz, 1991, pp. 9653-9657). Si
potrebbe pensare che sia sufficiente
chiedersi che cosa sia semplice per un
neurone, ma, anche in questo caso, la
risposta è ben lungi dall’essere chiara.
Con tutti i canali ionici e i
neurotrasmettitori conosciuti si può
implementare più o meno qualunque
calcolo. Tony Bell, Larry Abbott,
Bartlet Mel e altri dopo di loro l’hanno
dimostrato».
21 Si vedano i libri di Edelman, ed
Edelman e Tononi, 2000.
22 Slotine e Lohmiller, 2001, pp. 137-
145.
23 Wang e Slotine, 2005, pp. 38-53.
24 Girard, Tabareau, Slotine e Berthoz,
2005, pp. 69-76; Girard, Tabareau,
Berthoz e Slotine, 2006, pp. 30-33.

Capitolo 8 (Il gesto semplesso)

1 Abbiamo abbozzato questo progetto in


Berthoz e Petit, 2008.
2 Baltrusaitis, 1955.
3 Schmitt, 1990.
4 Ricordiamo che la nozione di habitus
è stata utilizzata da Pierre Bourdieu.
5 Meyerhold, 2009.
6 Sara Longo ha redatto a questo
proposito uno studio non ancora
pubblicato.
7 Pasquinelli, 2005.
8 Réau, 1955-1959.
9 Pasquinelli, 2005.
10 De Libera, 2008.
11 Nell’Orator, trattato epistolare
composto su richiesta del celebre
Bruto, Cicerone mette in luce le
diverse competenze oratorie attraverso
la figura dell’oratore ideale.
12 Ribot, 1896.
13 Recht, 1999.
14 Schmitt, 1990; Schmitt, 1981, pp. 377-
390.
15 Ricœur, 1990.
16 Darwin, 1872.
17 Panksepp, 1998.
18 Blanchard et al., 2001, pp. 761-770.
19 Pichon, de Gelder e Grèzes, 2009, pp.
1873-1883; Grèzes, Pichon e de
Gelder, 2007, pp. 959-967; De Gelder,
2006, pp. 242-249.
20 Graziano, Taylor e Moore, 2002, p.
921.

Capitolo 9 (Camminare, una sfida


alla complessità)

1 Berthoz e Petit, 2006.


2 Mentel, Cangiano, Grillner e
Büschges, 2008, pp. 868-879; Grillner
et al., 2007, pp. 221-234; Grillner et
al., 2008, pp. 2-12.
3 Ijspeert, Crespi, Ryczko e Cabelguen,
2007, pp. 1416-1420.
4 Soechting e Flanders, 1992, pp. 167-
191.
5 Ivanenko, Cappellini, Dominici et al.,
2007, pp. 11149-11161; Cappellini,
Ivanenko, Poppele e Lacquaniti, 2006,
pp. 3426-3437; Hicheur, Terekhov e
Berthoz, 2006, pp. 1416-1419;
Barliya, Omlor, Giese e Flash, 2009,
pp. 371-385.
6 Ivanenko, d’Avella, Poppele e
Lacquaniti, 2008, pp. 1890-1898.
7 Gell-Mann, 1994, p. 36.
8 Geyer, 2005; Geyer, Seyfarth e
Blickhan, 2006, pp. 2861-2867;
Collins, Ruina, Tedrake e Wisse, 2005,
pp. 1082-1085.
9 Burdet, Tee, Mareels et al., 2006, pp.
20-32.
10 Vernazza-Martin, Martin, Pellec-
Muller et al., 2006, pp. 62-78.
11 Nashner, 1976, pp. 59-72; Nashner e
Berthoz, 1978, pp. 403-407.
12 Sulla questione della flessibilità
dell’organizzazione dei movimenti
complessi si vedano: Cordo e
Gurfintrel, 2004, pp. 29-38; Cordo e
Nashner, 1982, pp. 287-302.
13 Berthoz, 1991, pp. 82-111.
14 Pozzo, Berthoz e Lefort, 1990, pp. 97-
106. Si veda anche la flessibilità dei
sistemi di riferimento nel controllo
posturale: Pozzo, Clement e Berthoz,
1988, pp. 649-651; Hollands,
Sorensen e Patla, 2001, pp. 223-233.
15 Grasso, Assaiante, Prévost e Berthoz,
199, pp. 533-539.
16 Lobel et al., 1998, pp. 269-270.
17 Kahane, Hoffmann, Minotti e Berthoz,
2003, pp. 615-624.
18 Penfield, 1975.
19 Quest’idea è al centro di una tesi di
Romani David, che attualmente
coopera con l’équipe dei professori
Taquet e Janvier del museo di storia
naturale di Parigi.
20 Corbin, Courtine e Vigarello, 2006.
21 Vidal, De Waele, Graf e Berthoz, 1988,
pp. 228-238; Vidal, Graf e Berthoz,
1986, pp. 549-559; Berthoz, Graf e
Vidal, 1991.
22 Pham, Hicheur, Arechavaleta et al.,
2007, pp. 2376-2390.
23 Arcechavaleta, Laumond, Hicheur e
Berthoz, 2008, pp. 25-35; Hicheur et
al., 2007, pp. 2376-2390; Hicheur,
Vielledent et al., 2005, pp. 145-154.
24 Polyakov et al., 2009, pp. 159-184.
25 Bennequin, Fusch, Berthoz e Flash,
2009.
26 Lacquaniti, Terzuolo e Viviani, 1983,
pp. 115-130; Viviani e Terzuolo, 1982,
pp. 431-437.
27 La scoperta iniziale della relazione tra
percezione e azione nel caso di questa
legge della potenza si deve a Viviani,
come ho ricordato in Il senso del
movimento: Viviani e Flash, 1995;
Dayan, Casile, Levit-Binnun, Giese,
Hendler e Flash, 2007, pp. 32-53.
28 Maoz, Berthoz e Flash, 2009, pp.
1002-1015.
29 Vieilledent, Dalbera, Kerlirzin e
Berthoz, 2001, pp. 65-69.
30 Hicheur, Vielledent et al., 2005.
31 Bennequin et al., 2009. Faugeras
(1994) ha suggerito l’impiego di
geometrie non euclidee per la vista.

Capitolo 10 (Lo spazio semplesso)

1 Prochiantz, 1997.
2 Dusapin, 2009.
3 Bartfeld e Grinvald, 1992, pp. 11905-
11909; Lee, Yahyaneajad e Kardar,
2003, pp. 437-359; Ohki, Chung, Kara,
Huberner, Bonhoeffer e Reid, 2006,
pp. 925-928.
4 Petitot, 2003, pp. 265-309.
5 Boussaoud e Bremmer, 1999, pp. 170-
180.
6 Nel collicolo del ratto è presente la
retinotopia, ma senza l’ingrandimento
logaritmico: la sua mappa è lineare.
Questa disposizione logaritmica della
mappa non si riscontra soltanto nel
collicolo.
7 Tabareau, Bennequin, Berthoz, Slotine
e Girard, 2007, pp. 279-292.
8 Weiss, Marshall, Wunderlinch et al.,
2000, pp. 2531-2541.
9 Bennequin, Fuchs, Berthoz e Flash,
2009.
10 A questo proposito si leggano le idee
di Weil sulle simmetrie e le riflessioni
di Longo e Bailly su questo argomento
(Bailly e Longo, 2006).
11 Berthoz e Jorland, 2004; Thirioux,
Jorland, Bret, Tramus e Berthoz, 2009,
pp. 191-200.
12 Lambrey, Amorim, Samson et al.,
2008, pp. 177-186.
13 Kimura, 1999, pp. 140-143; Hines,
2004; Lambrey e Berthoz, 2007, pp.
379-401; Cahill, 2006, pp. 477-484.
14 Ghaëm, Mellet, Crivello et al., 1997,
pp. 739-744; Vallar, Lobel, Galati et
al., 1999, pp. 156-164; Mellet,
Briscogne, Tzourio-Mazoyer et al.,
2000, pp. 588-600; Galati, Lobel,
Vallar et al., 2000, pp. 281-286;
Committeri, Galati, Paradis et al.,
2004, pp. 1517-1535.
15 Committeri, Galati, Paradis et al.,
2004, pp. 1517-1535.
16 In regioni come i corpi mammillari, il
talamo, il presubicolo, la corteccia
retrospinale. Wiener e Taube, 2005;
Hicheur, Glasauer, Vieilledent e
Berthoz, 2005, pp. 383-408; Zugaro,
Berthoz e Wiener, 2001, pp. 1-5.
17 Martin e Berthoz, 2002. La selettività
delle place cells nel giovane ratto si
affina quando l’animale non si limita
più a camminare, ma comincia a
navigare nello spazio.
18 Lambrey, Amorim, Samson et al.,
2008, pp. 523-534; Lambrey e
Berthoz, 2007, pp. 379-401; Lambrey
e Berthoz, 2003, pp. 101-115;
Lambrey, Viaud-Delmon e Berthoz,
2002, pp. 177-186.
19 Iglói, Zaoui, Berthoz e Rondi-Reig,
2009, pp. 1199-1211.
20 Hafting, Fyhn, Molden et al., 2005, pp.
801-806; Kjelstrup, Solstad, Brun et
al., 2008, pp. 140-143.
21 Buzsáki, 2006.
22 Burgess, 2008, pp. 1157-1174;
Jeewajee, Barry, O’Keefe e Burgess,
2008, pp. 1175-1185; Hafting, Fyhn,
Bonnevie et al., 2008, pp. 1248-1252.
23 Peyrace, Khalmassi, Benchenane,
Wiener e Battaglia, 2009, pp. 919-926.

Capitolo 11 (Spazio percepito,


vissuto e concepito)
1 Il mio collega Daniel Bennequin,
matematico, studioso di geometria, mi
ha introdotto alla storia di questo
concetto matematico, che riassumo
grazie a lui, prendendomi, ovviamente,
tutta la responsabilità di eventuali
errori.
2 Diversamente da quanto avviene in
francese, nella traduzione italiana
usiamo parole diverse per i riferimenti
alla semplessità, concetto di tipo
biologico introdotto da Berthoz, e i
concetti matematici che derivano dalla
parola inglese simplex [N.d.R.].
3 Schläfli è tra i pionieri in questo
ambito. Utilizzò il termine piramide,
ed è una buona scelta, perché la figura
è una piramide, la cui base è una
piramide, la cui base è una piramide e
così via (ripetere [n-2] volte e finire
sostituendo l’ultima piramide con un
triangolo). In modo indipendente
Poincaré utilizzò tetraedro
generalizzato, che si adattava
abbastanza bene alla sua volontà di
rappresentare il più possibile le cose
in dimensione 3.
4 Un punto ha dimensione 0, un
segmento dimensione 1, un triangolo
dimensione 2. A priori queste figure si
trovano su un piano o nello spazio, ma
è facile anche concepirle in se stesse
e spostarle mentalmente come si
sposta fisicamente un righello o una
squadra. Allo stesso modo, per ogni
numero intero naturale n, un simplesso
di dimensione n è la figura in se
stessa, più semplice possibile con
dimensione n, ha n+1 vertici, e facce
di tutte le dimensioni inferiori a n. Si
possono concepire i punti di un simile
simplesso come l’insieme di tutte le
leggi di probabilità sull’insieme dei
suoi vertici, le somme stesse
corrispondenti a certezza, gli spigoli a
esitazioni tra due vertici e così via, i
punti interni ai casi in cui tutti i vertici
sono probabili. Un complesso
simpliciale è un’aggregazione di
simplessi attaccati lungo le facce.
5 Nella geometria affine a n dimensioni
esiste un unico simplesso, cioè due
simplessi si deducono sempre l’uno
dall’altro mediante una trasformazione
affine (unica, in più). Nella geometria
euclidea questo è falso, per esempio
un triangolo rettangolo non è
isomorfo a un triangolo equilatero e
così via.
6 Schoute, 1901. L’articolo del 1901 è
scritto in francese, ma la parola
simplexe sembra venire dal tedesco.
7 Nel 1910, nel vol. 70 di
Mathematische Annalen. Avviene in
relazione alla categoria delle
applicazioni continue e non con quella,
molto più ristretta, delle applicazioni
analitiche a tratti, come nel caso di
Poincaré.
8 L’articolo di Alexander del 1926 si
intitola Combinatorial Analysis Situs,
il vocabolario è quello dei “simplessi”
(in inglese Simplicial Complexes). È
legittimo pensare che sia l’atto di
nascita del dominio della topologia
combinatoria, cui appartengono
naturalmente i simplessi e i complessi
simpliciali. Vi si trova anche la
nozione chiave di simplesso singolare.
J.W. Alexander è stato allievo di
Veblen a Princeton. Veblen, americano
di origine norvegese, ha cominciato a
lavorare nell’ambito della geometria,
in particolare la geometria proiettiva,
poi si è spostato verso la topologia.
Porta dunque nella culla della nascente
topologia gli oggetti della geometria
classica e le ardite invenzioni del XIX
secolo. A partire dal 1913 comincia
con Alexander a confermare
stabilmente i risultati di Poincaré,
estendendoli. Nel loro articolo su
“Annals of Maths” del 1913, intitolato
Manifolds of N Dimenions (che
riguarda soprattutto i numeri di Betti
modulo 2), si trova già la definizione
di n dimensional simplex e di n
dimensional cell e di complex più o
meno nel senso di nvarietà simpliciale
come in Brouwer. Nel 1922 Alexander
dimostra il suo teorema di dualità in
dimensione n che estende il teorema
per la dimensione 2 di Jordan e
Brouwer (si dovrebbe aggiungere
all’elenco Veblen perché, secondo
Lefschetz, la prima prova completa si
deve a lui). Infine è ancora Veblen a
pubblicare, nel 1921, il libro Analysis
Situs, che è il primo trattato
sistematico di topologia. Quest’opera
riprende le lezioni di Veblen tenute nel
1916; nell’edizione del 1931 la
terminologia è già quella che ci
interessa: simplexes, simplicial
complexes.
9 Granger, 1999.
10 Gärdenfors, 2004.
11 A questo proposito si veda l’importante
opera di Koyré, 1957.
12 Newton, 1687, p. 108.
13 Maxwell e Niven, 2003, pp. 215-229.
14 Gärdenfors, 2004.
15 Gattis cerca di seguire le orme di
Pinker compatibili con le teorie
costruttiviste di Piaget e le idee di
Poincaré.
16 Poincaré, 1908; Poincaré, 1902.
17 Sinaceur, 1994; Largeault, 1993.
18 Einstein, 1998.
19 Einstein, 1998.
20 Longo, Tazzioli, Bailly et al., 2004.
21 Come fa notare Bennequin, la “destra
visiva” nella neocorteccia è
verosimilmente più elaborata rispetto
al sistema visivo più antico, quello dei
nuclei preottici.
22 Matoussis e Zeki, 2006, pp. 574-579.
23 Piaget, 1948. Gia il filosofo Cassirer
aveva suggerito l’importanza della
nozione di gruppo (Cassirer, 1944, pp.
1-3).
24 Merleau-Ponty, 1998.
25 Gibson, 1977; Gibson, 1966.

Capitolo 12 (I fondamenti spaziali


del pensiero razionale)
1 Si veda Berthoz e Recht, 2005.
2 Si veda Berthoz, 2004, pp. 251-275.
3 Yates, 1974.
4 Carruthers, 2004.
5 Scheid, 2009a; Scheid, 2009b.
6 Karadimas, 2005a; Karadimas, 2005b.
7 Descola, 2005.
8 Haun, Rapold, Call, Janzen e Levinson,
2006, pp. 17568-17573.
9 Si può provare ad andare oltre e
cercare di sapere se l’uomo utilizzi
alcuni concetti fondamentali per
rappresentarsi lo spazio e agire sui
punti di vista. È ciò che è stato
suggerito da uno studio condotto
presso i munduruki dell’Amazzonia. Si
veda Dehaene, Izard, Pica e Spelke,
2006, pp. 381-384.
10 Seward, 2003, pp. 1919-1936.
11 Seward, 2003, pp. 1916-1936.
12 De Maistre, 1999.
13 Berque, 2000; si legga anche il suo
capitolo in Berthoz e Recht, 2005.
14 Gli esempi che seguono si rifanno a
Lumbroso e Mitterand, 2002.
15 Stendhal, 1890.
16 Flaubert, 1877, p. 87.
17 Landis, 2000, pp. 179-191.
18 Foucault, 1966, p. 325.
19 Foucault, 1966, p. 325.
20 Foucault, 1966. Le pagine del testo
sull’uomo e i suoi duplicati
contengono un’analisi profonda della
mutazione che oggi bisogna
necessariamente compiere, ripensano i
rapporti tra l’uomo e il mondo attorno
a quelli che Foucault definisce i
quattro segmenti teorici: la finitudine
dell’uomo, il suo carattere empirico-
trascendentale, l’impensato e
l’origine.
21 Ma anche in quella che chiama
l’“ossessione dello spazio”.
22 Bergson, 1889, pp. 108-110.
23 Berthoz, 2009, pp. 163-178.
24 Bouveresse, 1998.
25 Thuillier, 2003.
26 Cheng, 1997.
27 Varela, 1991.
28 Monod, 1970.
29 De Libera, 1996. Secondo de Libera
«la scoperta centrale di Scoto è che la
mente umana ha la possibilità di
ricordarsi tanto dei propri atti che
degli atti dei sensi, e che ciò implica la
possibilità di conoscere i propri atti e
quelli dei sensi» (p. 340). Allora «se
l’intelletto conosce intuitivamente gli
atti sensibili cha ha compiuto, deve
conoscere intuitivamente anche le
cose singolari su cui vertono questi
atti» (p. 340). Ci sarebbe dunque un
«atto di conoscenza intuitiva» che
richiederebbe la presenza di un
«fantasma» che consente la
riattivazione di tale atto intuitivo. È
dunque l’azione del passaggio dal
singolare all’universale che è
mantenuta, non soltanto gli oggetti di
conoscenza in sé (p. 342). Il neurologo
Penfield la chiama memoria o anche
allucinazione esperienziale, che può
essere indotta dalla stimolazione del
lobo temporale nell’uomo.
30 De Libera, 1996, p. 343.
31 Alferi, 1989.
32 Citato in de Libera, 1996, p. 385. «È
meglio assumere principi meno
numerosi e in numero limitato, come
fa Empedocle».
33 Ockham, 2005. In questo libro, in
particolare a p. 124 e seguenti, si
troverà l’analisi di Ockham sul
contributo dell’“atto di intellegere” o
l’“habitus” all’intelletto, e il rapporto
tra il singolare e l’universale.
34 Alferi, 1989.

Epilogo

1 Ricœur, 1990.
2 Dopo avere scritto il testo che riguarda
il tetto, ho trovato il bel libretto di
Paquot (Paquot, 2003).
3 Gell-Mann, 1994. L’autore conduce
un’analisi approfondita dell’impatto
della natura quantitativa dell’universo,
anche sul funzionamento del nostro
cervello e l’emergere della coscienza.
4 Come suggerisce Llinas (Llinas,
2001).
5 Mehran, 2006.
6 Si veda Descola, 2005.
7 Edwards, 2008.
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Aggiornare “L’origine delle specie”
Michio Kaku, Il cosmo di Einstein. Come
la visione di Einstein ha trasformato
la nostra comprensione dello spazio
e del tempo
Michio Kaku, Mondi paralleli. Un
viaggio attraverso la creazione, le
dimensioni superiori e il futuro del
cosmo
Michio Kaku, Fisica dell’impossibile.
Un’esplorazione scientifica nel
mondo dei phaser, dei campi di forza,
del teletrasporto e dei viaggi nel
tempo
Eric R. Kandel, Alla ricerca della
memoria. La storia di una nuova
scienza della mente
Stuart Kauffman, Reinventare il sacro
Kevin Kelly, Quello che vuole la
tecnologia
David Khayat, Speranza di domani.
Conoscere e combattere il cancro
Lawrence M. Krauss, Dietro lo specchio.
Il misterioso fascino delle dimensioni
addizionali, da Platone alla teoria
delle stringhe e oltre
Rosalind Krauss, Celibi
George Lakoff, La libertà di chi?
Charles Landry, City making. L’arte di
fare la città
Robert Laughlin, Un universo diverso.
Reinventare la fisica da cima a fondo
David Leavitt, L’uomo che sapeva troppo.
Alan Turing e l’invenzione del
computer
Jonah Lehrer, Proust era un
neuroscienziato
Jonah Lehrer, Come decidiamo
Daniel J. Levitin, Fatti di musica. La
scienza di un’ossessione umana
Daniel J. Levitin, Il mondo in sei canzoni.
Come il cervello musicale ha creato
la natura umana
Jean-Marc Lévy-Leblond, La velocità
dell’ombra. Ai limiti della scienza
Ignazio Licata, La logica aperta della
mente
Andrew Lih, La rivoluzione di Wikipedia
Elisabeth A. Lloyd, Il caso dell’orgasmo
femminile. Pregiudizio nella scienza
dell’evoluzione
Anna Maria Lombardi, Keplero. Una
biografia scientifica
Claudio Magris, Stefano Levi Della Torre,
Democrazia, legge e coscienza
Riccardo Manzotti, Vincenzo Tagliasco,
L’esperienza. Perché i neuroni non
spiegano tutto
Gary Marcus, La nascita della mente.
Come un piccolo numero di geni crea
la complessità del pensiero umano
Gary Marcus, Kluge. L’ingegneria
approssimativa della mente umana
Lella Mazzoli, Network effect. Quando la
rete diventa pop
Arthur I. Miller, L’impero delle stelle.
Amicizia, ossessione e tradimento
alla ricerca dei buchi neri
Daniela Minerva, Giancarlo Sturloni, Di
cosa parliamo quando parliamo di
medicina
Steven Mithen, Il canto degli antenati. Le
origini della musica, del linguaggio,
della mente e del corpo
Richard Muller, Fisica per i presidenti
del futuro. La scienza dietro i titoli
dei giornali
Gary Paul Nabhan, A qualcuno piace
piccante
Giorgio Napolitano, Gustavo Zagrebelsky,
L’esercizio della democrazia
Jayant Vishnu Narlikar, Le sette
meraviglie del cosmo
Aldo Naouri, Adulteri
Aryeh Neier, Alla conquista delle libertà
Henry Nicholls, George il Solitario
Helga Nowotny, Curiosità insaziabile.
L’innovazione in un futuro fragile
Sherwin B. Nuland, Il morbo dei dottori.
La strana storia di Ignác Semmelweis
Robert Oerter, La teoria del quasi tutto.
Il Modello Standard: il trionfo mai
celebrato della fisica moderna
Susie Orbach, Corpi
Domenico Parisi, Una nuova mente
Antonio Pascale, Luca Rastello,
Democrazia: cosa può fare uno
scrittore?
Marta Paterlini, Piccole visioni. La
grande storia di una molecola
Massimo Piattelli Palmarini, Psicologia
ed economia delle scelte
Norman Potter, Cos’è un designer
Franco Prattico, Eva nera
David Quammen, L’evoluzionista
riluttante. Il ritratto privato di
Charles Darwin e la nascita della
teoria dell’evoluzione
Richard Reeves, Una forza della natura.
Ernest Rutherfor, genio di frontiera
Peter J. Richerson, Robert Boyd, Non di
soli geni. Come la cultura ha
trasformato l’evoluzione umana
Matt Ridley, Francis Crick. Lo scopritore
del codice genetico
Paul Roberts, La fine del cibo
Steven Rose, Il cervello del ventunesimo
secolo. Spiegare, curare e
manipolare la mente
Sharman Apt Russell, Fame. Una storia
innaturale
Paul Seabright, In compagnia degli
estranei. Una storia naturale della
vita economica
Frank Schirrmacher, La libertà ritrovata.
Come (continuare a) pensare nell’era
digitale
Clay Shirky, Uno per uno, tutti per tutti.
Il potere di organizzare senza
organizzazione
Clay Shirky, Surplus cognitivo
Wole Soyinka, Clima di paura
Tom Standage, Una storia del mondo in
sei bicchieri
Tom Standage, Una storia commestibile
dell’umanità
Ian Stewart, La piccola bottega delle
curiosità matematiche del professor
Stewart
Mark C. Taylor, Il momento della
complessità. L’emergere di una
cultura a rete
Neil DeGrasse Tyson, Donald Goldsmith,
Origini. Quattordici miliardi di anni
di evoluzione cosmica
Nicla Vassallo, Donna m’apparve
Nicla Vassallo, Filosofia delle
conoscenze
Paolo Vineis, Equivoci bioetici
Paolo Vineis, Lost in translations
Edward O. Wilson, Il futuro della vita
Gabrielle Walker, Un oceano d’aria.
Perché il vento soffia e altri misteri
dell’atmosfera
Gabrielle Walker, Sir David King, Una
questione scottante. Cosa possiamo
fare contro il riscaldamento globale
Peter Woit, Neanche sbagliata. Il
fallimento della teoria delle stringhe
e la continua sfida all’unificazione
delle leggi della fisica
Lewis Wolpert, Sei cose impossibili
prima di colazione. Le origini
evolutive delle credenze
Charles Yang, Il dono infinito. Come i
bambini imparano e disimparano le
lingue del mondo
Semir Zeki, Splendori e miserie del
cervello
Codice edizioni Paperback

Chris Anderson, La coda lunga


Philip Ball, Elementi
Ken Binmore, Teoria dei giochi
Susan Blackmore, Coscienza
Tom Burns, Psichiatria
Luigi Luca Cavalli Sforza, L’evoluzione
della cultura
Michael Freeden, Ideologia
John Gribbin, Galassie
Jonathan Haidt, Felicità: un’ipotesi
Leofranc Holford-Strevens, Storia del
tempo
Leslie Iversen, Farmaci e sostanze
Gary Marcus, La nascita della mente
Mark Maslin, Riscaldamento globale
John Polkinghorne, Teoria dei quanti
Leonard A. Smith, Caos
Bernard Wood, Evoluzione umana