Sei sulla pagina 1di 3

Imparare dal nostro lato oscuro

di Redazione Eurosalus
04 Novembre 2003

L’intervista è tratta da “Il piccolo libro dell’Ombra”(Edizioni Red, Novara, € 7,00), sotto il titolo “Onorare
l’Ombra”.

Nella psicologia junghiana, l’Ombra è l’archetipo relativo alla parte oscura, rigettata e minacciosa del
Sé. Lo psicanalista svizzero C. G. Jung la chiamava ‘ciò che una persona non desidera essere’ e può essere
vista come il deposito degli istinti incontrollabili, compresi gli impulsi distruttivi, come pure di tutte le
caratteristiche personali considerate inferiori e indesiderabili (da C. Feltham, W. Dryden, Dizionario di
counseling, Sovera, € 18,08).

Robert Bly la descrive come una sorta di ‘sacco’, che ciascuno porta sulle spalle e in cui ripone tutti gli
aspetti della propria personalità che non gli piacciono.

Nei capitoli de “Il piccolo libro dell’Ombra”, Bly delinea gli itinerari che permettono di ‘svuotare’ questo
sacco, di guardarsi dentro e di fare pace con la parte più nascosta di se stessi.

Da “Onorare l’Ombra”, un'intervista con William Booth

Bly: …Jung dice che una persona che ha represso efficacemente la propria Ombra ha difficoltà a comunicare
agli altri i propri sentimenti… Nella nostra cultura, per effetto delle teorie permissive sull’educazione dei
bambini, gli insegnanti di scuola materna, o perlomeno alcuni di loro, pensano ancora che sia bene che il
bambino esprima la rabbia, che ‘butti fuori l’aggressività’, come spesso si dice. Da noi, alcuni bambini
vengono incoraggiati a esprimere la rabbia. Perciò quel lato della loro Ombra diventa visibile, appare alla
luce del giorno.

Booth: Questo sembrerebbe un antidoto al problema di cacciare le cose nel sacco.

Bly: L’intenzione è quella, ma non funziona molto bene. E credo che neppure l’espressione del materiale
sessuale nei giovani funzioni molto bene. Il problema è questo: quando nella scuola materna un bambino
esprime rabbia e violenza e l’agisce, è come se l’impulso elettrico creasse nel cervello un percorso
lungo il quale la rabbia scorrerà più facilmente la prossima volta. Ma un’esplosione di rabbia è
spesso vissuta dal’Io come una sconfitta. Il compito dell’Io è quello di fare di noi degli esseri sociali. Se la
rabbia del bambino innesca quella di un adulto, l’Io del bambino può venire danneggiato da quello che
succede. E quando il bambino che ha ricevuto un’educazione permissiva avrà quaranta o cinquant’anni,
esprimerà ancora la rabbia come faceva alla scuola materna, perché l’elettricità continua a percorrere lo
stesso vecchio solco nel cervello. La persona non viene rafforzata, bensì umiliata da queste esplosioni di
rabbia.

Booth: Perciò il bambino deve avere libertà di espressione, ma anche rafforzare l’Io.

Bly: Beh, è un po’ come se l’Io e l’Ombra giocassero fra loro una partita. Quando l’educatore
permissivo interviene e dice al bambino di esprimere la rabbia è come dare all’Ombra quindici palle
e alla struttura nessuna. La teoria permissiva sottovaluta la serietà di quella partita.
Nel suo libro The End of Sex (La fine del sesso), George Leonard dice di essere stato negli anni Sessanta un
entusiastico sostenitore della completa espressione della sessualità. Oggi sente che quell’espressione alla
fine porta a un’umiliazione dell’Io e che di conseguenza la psiche perde in parte il suo interesse per la
sessualità, perde parte del suo eros. La nostra cultura ha in sé una nostalgia dei modi di espressione primitivi
come antidoto alla repressione.

I gruppi giovanili nazisti proponevano una sorta di ritorno alla natura, di primitivismo. Il nazismo,
naturalmente, conteneva una follia di stato, mentre non tutti i movimenti per il ritorno alla natura sono
folli; la maggior parte di essi è essenzialmente sana. E tuttavia attraverso l’esperienza di Kurtz in Cuore di
tenebra possiamo capire il pericolo che la nostalgia occidentale del primitivo rappresenta per la psiche.
Accerchiato dagli impulsi primitivi, l’Io perde la capacità di difendere il proprio terreno e scompare
nei movimenti di massa, si scioglie come lo zucchero nell’acqua.

(...) Possiamo distinguere le due figure (il selvaggio-naturale e il selvaggio-brutale, NdR) osservando vari
dettagli. Il selvaggio-naturale è spontaneo ed è in contatto sia con il proprio lato femminile sia con la
propria sessualità maschile positiva. Nessuna di queste qualità implica la violenza o il dominio sugli altri.
Per me l’uomo in fondo allo stagno (Giovanni di ferro, dalla fiaba dei fratelli Grimm, NdR) assomiglia più a
un maestro Zen che a un primitivo, il quale, nell’immagine che ne abbiamo noi, grugnisce soltanto.

L’immagine del selvaggio-naturale corrisponde a uno stato dell’anima che consente al materiale
ombra di ritornare pian piano, in modo da non danneggiare l’Io. Sembra che il racconto dei Grimm
voglia ricordarci gli antichi riti d’iniziazione nell’Europa settentrionale. I maschi anziani insegnavano ai
maschi più giovani ad affrontare il materiale Ombra in modo tale che non schiacciasse l’Io o la personalità.
Insegnavano a fare di quell’incontro più un gioco che una lotta.

Quando l’Ombra viene assorbita, l’essere umano perde gran parte della sua oscurità e diviene
luminoso, leggero e giocoso in modo nuovo. L’Ombra non assorbita crea un alone scuro intorno alla
persona…

Booth: Sono confuso dal modo in cui parli di luminosità in questo contesto, dicendo che una persona che
assorbe l’Ombra non diventa scura, ma luminosa, leggera e giocosa. In passato, a volte hai usato la parola
‘luce’ in senso negativo. Hai anche detto che Bertrand Russell aveva troppa luce nella sua personalità e che
volevi un leader politico che fosse un corvo e non una colomba o una rondine.

Bly: D’accordo, allora ritiro la parola ‘luminoso’. Marie-Louise von Franz ha detto da qualche parte che una
persona che ha lavorato con l’Ombra o che ha integrato l’Ombra dà la sensazione di essere
condensata. Gli altri le riconoscono facilmente una certa autorità nelle questioni morali. Ha detto
che se un insegnante ha lavorato con la propria Ombra, gli studenti, per quanto giovani possano essere, lo
sentono. Per lui mantenere la disciplina in aula è facile, perché gli studenti percepiscono che ha con sé il suo
corvo. Altri insegnanti che non hanno ancora lavorato con la propria Ombra possono parlare di disciplina
tutto il giorno senza però ottenerla. Mi piace l’idea che il lavoro sull’Ombra dia luogo a una
condensazione, a un ispessimento o addensamento della psiche che è immediatamente evidente e
genera un naturale senso di autorità. Senza che l’autorità venga richiesta. (pagg. 73-78)

…la persona che ha mangiato la propria Ombra diffonde calma intorno a sé ed esprime più dolore
che rabbia. Se è vero, come gli antichi sostenevano, che l’oscurità contiene intelligenza, nutrimento e
perfino informazione, allora la persona che si è nutrita della propria Ombra possiede più energia, oltre che
più intelligenza. Perciò possiamo domandarci: “Come si fa a mangiare l’Ombra o a riappropriarsi di una
proiezione, in pratica?”
Suggerimenti per la vita quotidiana potrebbero essere: acuire i sensi dell’odorato, del gusto, del tatto e
dell’udito, creare dei vuoti nelle proprie abitudini, visitare tribù primitive, fare musica, modellare nella creta
figure spaventose, suonare uno strumento a percussione, stare da soli per un mese. Una donna può provare a
fare il patriarca nei suoi momenti liberi e vedere se le piace; ma deve farlo giocosamente.

Un uomo può provare a fare la strega nei suoi momenti liberi e vedere se gli piace, ma deve farlo
giocosamente. Può imparare a fare la risata della strega, per esempio, e raccontare favole. La donna può
imparare a fare la risata del gigante e raccontare favole. (da pagg. 64-65)
Robert Bly, tratto da “Il piccolo libro dell’ombra” (Edizioni Red). Tra gli altri libri di Robert Bly pubblicati in
Italia segnaliamo anche “Per diventare uomini” (Mondadori) e “La società degli eterni adolescenti” (edizioni
Red).