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La pratica dei principi dell’agricoltura naturale

di Anna C. Satta

A prima vista l’agricoltura naturale può sembrare piuttosto caotica, così profondamente
diversa dall’agricoltura industriale alla quale siamo abituati. L’assenza di lavorazioni del
suolo, la copertura permanente della terra, le colture molto fitte e fortemente consociate e la
presenza costante di piante spontanee danno la sensazione di un abbandono e di una
casualità che sembrano confermare l’opinione poco lusinghiera che si tratti proprio di
un’agricoltura per “perdigiorno”.
Eppure la tendenza dell’agricoltura mondiale, da almeno quarant’anni a questa parte,
riprende molti dei principi dell’agricoltura naturale e li applica con tecniche attuali e
sofisticate: l’agricoltura biologica, le cover crops, le coltivazioni su sodo, sono solo alcune
delle tecniche che anche in Italia stanno finalmente trovando diffusione e supporto economico
da parte della comunità europea.

Ma in cosa consiste l’agricoltura naturale?


Il pioniere di tale approccio alla coltivazione, il microbiologo giapponese Masanobu Fukuoka,
la indicava effettivamente come l’“agricoltura del non fare”, ma lui non intendeva
l’agricoltura del “non fare nulla”. Infatti Fukuoka non ha mai detto di abbandonare le
coltivazioni a se stesse e lasciare semplicemente fare alla natura, in realtà Fukuoka intendeva
l’“agricoltura del non fare danni”.
Il suo punto di vista lo si può riassumere così: non essendo un agronomo, ma un
microbiologo, lui vedeva le piante, il suolo, i microrganismi, la microfauna come un unico
sistema biologico complesso che tende all’equilibrio ed in grado di autogestirsi. Prendendo
come esempio un bosco naturale, Fukuoka notava come la terra fosse molto fertile e porosa
senza che nessuno la fertilizzasse e nessuno la arasse. Notò anche come le malattie ed i
parassiti, nel bosco, non causavano danni particolarmente gravi. Sono sempre presenti ma in
modeste quantità e vengono gestiti dall’ecosistema grazie alla robustezza delle piante e alla
presenza di antagonisti capaci di tenere sotto controllo i parassiti, il tutto in perfetto
equilibrio, senza intervento umano.
Allora Fukuoka si domandò come mai nelle pratiche agricole convenzionali si avessero invece
così tanti problemi legati ai parassiti, al calo della fertilità, alla gestione dell’acqua,
all’aratura.
Per rispondere a tali quesiti, sfruttando le sue conoscenze in microbiologia e grazie
all’osservazione scientifica dei processi naturali non perturbati dall’azione umana, decise di
rileggere l’agricoltura partendo da zero, senza tenere in considerazione le pratiche agricole
esistenti, reinventando la coltivazione delle piante commestibili come fosse, diciamo, il primo
contadino dell’umanità.
Fu così che cominciò a rendersi conto di come i problemi dell’agricoltura convenzionale
derivavano dal fatto che la coltivazione non venisse intesa come la gestione vantaggiosa di
un sistema ecologico complesso, ma, epoca dopo epoca, era stata invece semplificata in modo
estremo e resa un’abitudine da una generazione di contadini dopo l’altra. Fukuoka constatò
che per ottenere i raccolti si spendevano davvero moltissime energie, si applicavano delle
tecniche esageratamente potenti e costose (sia dal punto di vista economico che rispetto
all’impatto ambientale) per ottenere infine dei risultati che, se paragonati all’impegno
profuso, risultavano decisamente modesti. Notò che le pratiche agricole comuni ripetevano
continuamente alcuni errori sostanziali che poi richiedevano venisse posto rimedio con altre
pratiche agricole altrettanto dannose, il tutto senza che nessuno si domandasse più il perché
fare una cosa piuttosto che un’altra, ripetendosi solo “si è sempre fatto così”. Tale
atteggiamento aveva portato, da una parte, a delle condizioni di vita molto dure per i
contadini e, dall’altra, ad un allontanamento dai sistemi di coltivazione che avrebbero
permesso di avere molto raccolto con poco sforzo e senza danneggiare l’ambiente, ovvero
come doveva essere stata l’agricoltura ai suoi primordi.
Fukuoka si rese conto che per i contadini non era facile prendersi dei rischi “provando”
pratiche agricole delle quali non avessero certezza dei risultati, per questo continuavano a
ripetere gli stessi gesti dei padri e cambiavano qualcosa solo quando incentivati
economicamente dal governo.
E si rese anche conto di essere la persona giusta per iniziare a sperimentare qualcosa di
diverso, qualcosa che facesse tornare l’agricoltura vicina alla natura e vicina ai contadini.
Per oltre sessant’anni Fukuoka ha coltivato la sua azienda agricola ottenendo raccolti
abbondanti e reddito, senza usare mai trattori, senza spendere nulla in fertilizzanti,
diserbanti, antiparassitari.
Ha dimostrato che l'agricoltura, la programmazione delle colture, può essere praticata
rispettando la dinamica degli organismi viventi che si trovano naturalmente nel suolo.

Fukuoka ha sintetizzato il suo lavoro enunciando dei principi che, a ben guardare, non sono
altro che indicazioni per evitare i principali errori dell’agricoltura convenzionale.
In pratica non esiste un solo modo di fare agricoltura naturale, ma esistono degli obiettivi da
raggiungere, dei principi da tenere sempre in considerazione quando si coltiva in modo
naturale. Domandandosi costantemente se tali principi sono rispettati, è possibile operare
delle scelte oculate e decidere come coltivare in base al proprio clima, alle condizioni del
proprio terreno, alle colture scelte, ecc. con un evidente vantaggio di costi e benefici.
Ma vediamo nel dettaglio tali pilastri, partendo dalle parole dello stesso Fukuoka.

- “Nessuna lavorazione, cioè niente aratura, né capovolgimento del terreno. Per secoli,
i contadini hanno creduto che l'aratro fosse indispensabile per incrementare i raccolti. Eppure
non lavorare la terra è di fondamentale importanza per l'agricoltura naturale. La terra si
lavora da sé grazie all'azione di penetrazione delle radici e all'attività dei microrganismi e
della microfauna del suolo.”
Immaginare un’agricoltura senza trattori, senza aratri, frese, erpici, senza nemmeno una
motozappa, per molti può sembrare un’utopia al limite dal ridicolo, perché per molti
coltivare consiste proprio nelle lavorazioni del suolo. Eppure l’aratura, dal punto di vista
microbiologico, è un danno enorme che, decennio dopo decennio, ha portato via dal suolo
moltissima sostanza organica, struttura e quindi fertilità. E non l’ha capito solo Fukuoka,
infatti è da almeno quarant’anni che nelle immense coltivazioni degli stati uniti, del Canada
e da alcuni anni anche in Italia, si pratica l’agricoltura “su sodo”, ovvero senza nessuna
aratura. Ci sono diverse tecniche, basta scegliere quella che meglio si adatta alla proprio
clima e terreno, si va dal non disturbare mai più il suolo, nemmeno superficialmente, come
nell’Agricoltura Sinergica, fino all’uso di macchinari appositi (alcuni effettuano solo la
solcatura con semina e rincalzatura nello stesso passaggio, altri sono particolari seminatrici da
sodo con punte specifiche per porre il seme alla giusta profondità).

- “Nessun concime chimico o compost. Ottuse pratiche agricole impoveriscono il suolo


delle sue sostanze nutritive essenziali causando un progressivo esaurimento della fertilità
naturale. Lasciato a se stesso, il suolo conserva naturalmente la propria fertilità, in accordo
con il ciclo naturale della vita vegetale e animale.”
Nell’agricoltura convenzionale, ai danni causati dalle arature, si deve supplire con le
fertilizzazioni. Queste a loro volta inficiano sull’equilibrio naturale del suolo impoverendolo
ulteriormente perché bloccano di fatto l’attività microbica e non consentono il normale
rapporto simbiotico con le radici delle piante. E’ importante ricordare la differenza
fondamentale tra fertilità del suolo e fertilizzazioni: la fertilità, ovvero la quantità di sostanza
organica presente, è una caratteristica dei suoli in buona salute, non disturbati, che li rende
soffici e si produce da sola grazie alla decomposizione di materia organica e all’azione
simbiotica delle radici e dei microrganismi che rendono disponibili gli oligoelementi
normalmente presenti nel suolo; invece le fertilizzazioni (chimiche o naturali che siano)
immettono sostanze immediatamente disponibili alle piante in modo artificiale, creando
un’indigestione alle stesse e con in più grande dispendio di mezzi, energia e soldi.
La fertilità di un suolo è una caratteristica che in natura tende ad aumentare con il tempo e
viene fortemente compromessa dall’aratura, anche superficiale, perché tale pratica immette
nel suolo moltissimo ossigeno che letteralmente “brucia” la sostanza organica. Aggiungere
fertilizzanti dopo l’aratura sembra compensare tale danno, ma l’effetto è momentaneo e anzi
in seguito peggiora la situazione perché le piante si adeguano alla fertilizzazione artificiale,
senza quindi cercare di stimolare l’attività microbica che di conseguenza diminuisce sempre
di più. Vedremo in questo articolo delle tecniche per gestire la fertilità senza aggiungere
nessun fertilizzante.

- “Né diserbanti, né erpici. Le piante spontanee hanno un ruolo specifico nella fertilità del
suolo e nell'equilibrio dell'ecosistema. Come norma fondamentale dovrebbero essere
controllate (per esempio con una pacciamatura di paglia o la copertura con trifoglio bianco),
non eliminate del tutto.”
In agricoltura esiste il “falso mito” che incolpa le piante di assorbire tutti i nutrienti dalla
terra, ma si tratta di una interpretazione semplicistica e fondamentalmente errata. La
biologia, infatti, insegna che le piante sono “autotrofe”, ovvero si generano da sole, a
differenza di noi e di tutti gli altri animali del pianeta che siamo “eterotrofi”, abbiamo cioè
bisogno di mangiare per vivere e infatti “siamo quello che mangiamo”. Solo le piante
possiedono una funzione straordinaria che si chiama “fotosintesi clorofilliana”, ovvero quel
processo chimico grazie al quale le piante, grazie all’energia che riescono a catturare dal
sole, producono materia a partire dall’anidride carbonica che prendono dall’aria e dall’acqua.
Una pianta è composta in media per il 75% d’acqua (molte orticole anche molto di più,
come i cetrioli, che contengono il 96% d’acqua). Del circa 25% di materia secca che rimane,
il 20% è prodotto grazie alla fotosintesi clorofilliana e solo il 5% della massa totale della
pianta viene dal suolo. Di questo 5%, la metà è azoto. L’azoto è un elemento che può essere
ottenuto liberamente dall'atmosfera in un modo continuo e simbiotico, associando la coltura
desiderata con piante che fissano l'azoto (come le Leguminose); solo il 2,5% della materia
secca che rimane di una pianta è composto di minerali (provenienti dal substrato di roccia e
presenti in forma solubile) che le piante prendono dal suolo. Il nostro pianeta è una massa di
minerali coperti da un strato finissimo di "suolo", costituito dai residui vivi e morti di
piante, animali (microscopici e macroscopici) e funghi. Prima che vengano usati tutti i
minerali naturalmente già a nostra disposizione, si sarà esaurito il processo di combustione
del sole, non serve aggiungerli!
Se ne deduce, quindi, che non è assolutamente vero che le piante spontanee possano
“rubare” nutrienti alle piante coltivate. Anzi pratiche come l’“inerbimento” sono ormai
comuni negli orti biologici, nei vigneti, uliveti e frutteti, dove la presenza della flora
spontanea, sicuramente più rustica e adatta al suolo rispetto alle piante coltivate, aumenta la
biodiversità con enormi vantaggi per i contadini che la possono sfruttare per:
• favorire la formazione di essudati radicali a favore dei microrganismi del suolo;
• rallentare il dilavamento delle sostanze oligominerali;
• mantenere l'umidità;
• arieggiare il terreno;
• aumentare la struttura del suolo;
• aumentare il consolidamento del terreno;
• distogliere alcuni parassiti dalle colture e attirare molti insetti utili (pronubi, antagonisti,
ecc.);
• metabolizzare le sostanze inquinanti (fitorimediazione);
• le erbe infestanti poco temibili fanno concorrenza alle specie più infestanti e più difficili da
contenere;
• se lasciate nel suolo, le erbe fertilizzano il terreno con la loro decomposizione a fine ciclo.

- “Nessun impiego di prodotti chimici. Dall'epoca in cui si svilupparono piante deboli per
effetto di pratiche innaturali come l'aratura e la concimazione, le malattie e gli squilibri fra
insetti divennero un grande problema in agricoltura. La natura, lascia fare, è in equilibrio
perfetto. Insetti nocivi e agenti patogeni sono sempre presenti, ma non prendono mai il
sopravvento fino al punto da rendere necessario l'uso di prodotti chimici. L'atteggiamento più
sensato per il controllo delle malattie e degli insetti è avere delle colture vigorose in un
ambiente sano.”
Tale principio risulta perfettamente applicato nella pratica dell’agricoltura biologica che, già
dagli anni ‘70, si sta diffondendo ampiamente anche in Italia.

Per praticare l’agricoltura naturale nell’areale mediterraneo negli anni ‘90 è stata messa a
punto l’Agricoltura Sinergica, ideata dalla contadina e permacultrice spagnola Emilia Hazelip.
Tale agricoltura permette di rispettare tutti i pilastri enunciati da Fukuoka, ma in più Emilia
Hazelip ha evidenziato degli altri principi che risultano anch’essi indispensabili per evitare di
ripetere i più comuni errori dell’agricoltura convenzionale.
Il primo è senz’altro: “Nessuna pressione del suolo”.
Dalle parole di Emilia Hazelip: “Forse la condizione più difficile da rispettare in questo
nuovo tipo di agricoltura è l'assenza di compattazione... nelle pratiche agricole tradizionali si
ha l'abitudine di compattare il suolo senza prestarvi attenzione, sia durante la raccolta che
nel corso di altre attività colturali, dato che si utilizza poi l’aratura prima della semina per
riportare aria nel suolo (pagandola a caro prezzo, ecologicamente parlando). Ma poiché noi
non vogliamo più disturbare il suolo, dobbiamo fare molta attenzione a come raccogliamo e
a come effettuiamo le altre operazioni colturali nel campo. Per la semina, faremo attenzione
ad entrare nel campo solo se non è troppo bagnato e questa regola è valida per qualsiasi
altra attività. Se si compatta il suolo, si provoca la fuoriuscita dell'aria da esso e le piante
non riusciranno a crescervi, dato che la micro-flora e la micro-fauna non avranno più micro-
siti in cui vivere, moltiplicarsi e morire. I batteri del suolo e tutte le altre creature che ci
vivono sono i nostri partners nel mantenere il suolo fertile, pensiamo alle loro necessità, non
dimentichiamo che ci sono, anche se sono invisibili... la loro presenza si manifesta nella
salute delle piante, delle colture in crescita e determina la salute del suolo nel suo
complesso. Evitando la compattazione, si evitano molto lavoro e molta distruzione, e allo
stesso tempo si rende possibile lo svolgimento del ciclo ossigeno-etilene, cioè si permette al
suolo di respirare.”

Il secondo fondamentale principio enunciato da Emilia Hazelip: “Fertilizzazione continua


del suolo tramite una copertura organica permanente (evitare di lasciare il suolo esposto
agli agenti atmosferici).
La scelta delle colture e delle coperture vegetali varia a seconda dell'area geografica, ma il
sistema è sempre lo stesso. Per le colture in pieno campo, in ambienti siccitosi, si prepara il
suolo stabilendovi una copertura vegetale permanente di piante azoto-fissatrici a portamento
basso, con massima copertura del suolo, resistenti alla siccità e che si mantengano in vita
durante la stagione secca, come il trifoglio etiopico
(Trifolium cryptopodium) o specie sud-africane: Desmodium triflorum e Indigofera spicata.
Per cominciare, si semina la specie di copertura in tutto il campo e questa operazione può
richiedere un'aratura… sarà l'ultima volta che si disturba il suolo.
Una volta stabilitasi la copertura vegetale, le colture verranno seminate e raccolte senza
disturbare il suolo.”
Nella coltivazione di ortaggi, Emilia Hazelip consiglia una pacciamatura organica di paglia (di
grano, riso, avena, orzo, quello che si trova più facilmente) assieme agli sfalci delle
spontanee (prima che vadano in fiore) e di tutti i residui colturali, senza interrare mai nulla.
I materiali organici in decomposizione nel suolo sono essenziali per mantenerlo fertile. In
natura, il processo avviene come segue: il suolo digerisce tutto quello che cade sulla sua
superficie e tutto quello che muore al suo interno. Quando noi apriamo il suolo per
incorporarvi compost, letame, concime verde o qualsiasi altro fertilizzante, disturbiamo
l'equilibrio che esiste in questo organismo complesso e sebbene le piante utilizzino quanto noi
immettiamo nel terreno, il suolo ne soffre, non solo per la morte violenta dei suoi abitanti,
bruciati dall'eccesso di ossigeno quando si trovano esposti all'aria, ma anche a causa di
“indigestione" per tutto quello che gli abbiamo fatto ingerire per forza, e questo si traduce
nello sviluppo di svariate patologie vegetali.
L’agricoltura su sodo, ad esempio, prevede che i suoli siano costantemente lavorati e
arricchiti delle cosiddette “cover crops”, ovvero coltivazioni da copertura. Le “cover crops”
sono piante rustiche, annuali o perenni (tra le più usate ci sono le Graminacee come orzo,
segale e avena, le Leguminose, come veccia, trifoglio incarnato, e trifoglio subterraneo,
favino e le Brassicacee come colza, brassica carinata e la senape), che arano naturalmente il
suolo grazie al lavoro delle loro robuste radici, lo tengono umido e lo arricchiscono. Le
“cover crops” possono essere gestite come colture intercalare, ma sono molto più efficaci se
usate come copertura permanente del suolo, gestendo le semine in contemporanea.

Il terzo importantissimo principio dell’Agricoltura Sinergica: “Coltivazione di specie annuali


in associazione a colture complementari, con l'integrazione di alberi azoto-fissatori
(evitare le monocolture).
Le pratiche agricole non monoculturali implicano la presenza simultanea nel campo di più di
una specie da raccogliere. Se si vuole coltivare mais, esso si seminerà a distanza maggiore
rispetto alle colture tradizionali, per permettere alla luce del sole di raggiungere la copertura
verde. Quest'ultima deve mantenersi rigogliosa per proteggere il suolo dalle spaccature e dalla
compattazione, ed anche per liberare azoto ammoniacale che potrà venire utilizzato dalla
nostra coltura.
Spazieremo il mais ad 1 m di inter-pianta e 1,5 m di inter-fila.
Si possono piantare fagioli lungo la fila del mais, a 30 cm fra loro, in alternanza con le
piante di mais. Negli spazi lasciati per il passaggio fra i letti di coltura, si può piantare una
fila di zucche o meloni. Alberi azoto-fissatori (come la robinia o la mimosa) vengono piantati
tutto intorno al campo, nelle siepi di contorno, a circa 5 m fra loro. Insieme agli alberi e
agli arbusti che formano le siepi, si piantano calendule, nasturzi, tageti, ricino, aglio, erba
cedrina, tanaceto, lavanda, basilico ecc. Queste piante hanno azione insetticida, e più ce ne
sono meglio è; infatti con la loro presenza risultano benefiche alle colture proteggendole dai
nematodi e da altri insetti nocivi, e sono inoltre utilizzabili per usi culinari e per la
preparazione di insetticidi biologici, da usare se necessario.”
Nella coltivazione di ortaggi, Emilia Hazelip consiglia delle strette consociazione di famiglie,
abbondando sempre con le liliacee che aiutano nel controllo dei parassiti e le fabacee che
arricchiscono il terreno di azoto disponibile.
Oltre alla stretta consociazione fra ortaggi, fiori e perenni, che per alcuni è già un modo
assolutamente originale di coltivare, uno degli aspetti più innovativi (o più antichi, dipende
dai punti di vista) introdotti da Emilia Hazelip è la presenza degli alberi. Siamo abituati a
campi sterminati esposti impietosamente ai raggi solari, arriviamo a pensare che sia il giusto
modo di coltivare, abbiamo scordato che l’eliminazione degli alberi è una pratica a solo a
vantaggio delle manovre dei trattori meccanici, addirittura ci preoccupiamo se il nostro
orticello non risulta in pieno sole. La realtà microbiologica del terreno, invece, trae molto
giovamento da un certo numero di ore di ombreggiamento (come nel bosco), specie nei mesi
più caldi, per garantire fertilità e risparmio idrico.
Un ulteriore principio che potremmo aggiungere noi oggi, non enunciato esplicitamente da
Emilia Hazelip o da Fukuoka, ma che comunque risulta una pratica costantemente
incoraggiata da entrambe, è: “riproduci e scambia liberamente i tuoi semi”.
Tale principio per evidenziare uno dei più preoccupanti errori dell’agricoltura convenzionale
attuale, ovvero il controllo del materiale genetico delle semenze, denunciato sopratutto da
una delle più influenti attiviste per la biodiversità a livello mondiale: Vandana Shiva.
In altre parole significa mettere in pratica il principio di adattabilità genetica che permette
alle coltivazioni di adattarsi, generazione dopo generazione, alle specifiche condizioni pedo-
climatiche del luogo, invece che adeguare tutto il proprio modo di coltivare per ottenere
frutti copiosi da semi “alieni”, ovvero completamente estranei a quel luogo.
Ormai abbiamo la percezione che sia indispensabile acquistare i semi da case sementiere che
garantiscono uniformità genetica per tutti i semi, ma il problema è che richiedono un enorme
input energetico (concimazioni, irrigazione aggiuntiva, lavorazioni del suolo, trattamenti
antiparassitari, ecc.) per far sì che producano i frutti che promettono.
Invece coltivare con i principi dell’agricoltura naturale e conservare i semi dei frutti meglio
riusciti per poterli riseminare l’anno dopo, è una soluzione gratuita e molto vantaggiosa che
consente di migliorare anno dopo anno la produzione, diminuendo costantemente le cure e
aumentando la resa.

Per concludere, è importante ribadire che l’agricoltura naturale non è semplicemente una
tecnica, non esiste un modo univoco di praticarla ma, tenendo presenti i principi enunciati,
ovvero tenendo sempre presenti gli errori più comuni dell’agricoltura convenzionale, è
possibile ottenere abbondanti raccolti sani, gustosi, senza inquinare l’ambiente, solo con una
buona progettazione e con pochissimo dispendio di risorse energetiche ed economiche.