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Andromeda era alla guida l’ultimo giorno, quando dovevano mancare ormai poche

ore alla meta. Gordon dormiva nel sedile del passeggero, Cinders era dietro che
controllava la cartina. Si era legato i capelli biondo cenere sulla testa, per cui ora la
fronte aggrottata e concentrata si vedeva ancora meglio, assieme alla mascella
squadrata.
“Ormai dovremmo esserci. Gira a destra appena arriviamo all’incrocio, da lì in poi
dovrebbe essere tutta dritta. Come siamo messi a benzina?”
“Un quarto di serbatoio. Appena troviamo un posto ci fermiamo”
Era già il quarto pieno che facevano. Era un lavoraccio, perché o rubavano carburante
alle altre macchine aspirandolo con un pezzo di tubo da innaffiare, oppure cercavano
di forzare direttamente le pompe di benzina ed entrare nel grande serbatoio.
Dopodiché, bisognava riempire tanica per tanica.
All’improvviso, Andy sentì una mano calda sulla spalla destra. Cinders si stava
protendendo verso di lei per parlarle vicino all’orecchio.
“Grazie, Führer” e lo disse in modo talmente leggero che Andy sentì sciogliersi dalla
felicità. Era felice, sì… felice che lui si stesse perdonando.
Lei staccò una mano dal volante per appoggiarla a sua volta su quella di lui. La sentì
ruvida e calda.
“Mi sei mancato”
Lui sorrise. Lo fece davvero. Sorrise.
Andy sentì una morsa di dolce dolore allo stomaco. Stava per commuoversi. Cinders
stava tornando.
“Avrei voluto conoscerti in circostanze diverse – sussurrò, e Andy lo avvertì come il
suono mistico di una preghiera – non avremmo avuto tutti questi problemi. Ti
prometto che da ora in poi darò il meglio che posso. Per… noi due?”
Andy sospirò, tirando su col naso. Stava riuscendo a non piangere, proprio quando in
realtà avrebbe voluto farlo. Non aveva mai versato lacrime di gioia; e farlo ora, in
un’era senza gioia, e per una persona che non fosse sé stessa, le sembrava un ottimo
punto positivo sul suo curriculum vitae per l’oltretomba.
“Noi due… cosa siamo noi due?” chiese. Ma non voleva davvero saperlo.
Lui alzò le spalle.
“Due sfigati che si vogliono un bene dell’anima”
Andy si ritrovò a concordare. Erano solo due persone. Fidanzati, amanti, compagni,
amici… che importava, in fondo? Erano solo persone, non esisteva categoria più
ampia. Due persone che si volevano un bene dell’anima.
Ma il destino ha un suo modo crudele di colorare le situazioni di nera ironia. Proprio
quando tutto pareva essersi sistemato, era pronto a buttare sul banco la carta
fatidica. E così Andy quasi non se ne accorse quando accadde.
Sentì che passava sopra qualcosa con le ruote. Degli scoppi, e l’auto divenne
ingovernabile
Capì di sfuggita che Gordie si era svegliato e ora, come Cinders, si aggrappava dove
poteva. Uno dei due chiamò il nome di Andy, ma a malapena lo sentì, mentre cercava
di controsterzare a sinistra per non finire nel fosso.
Le gomme stridettero e Andy capì che erano già troppo inclinati. In meno di un
secondo, perse del tutto il controllo e il volante le sfuggì di mano. L’auto si ribaltò sulla
destra e iniziò a rotolare.
Mentre Andy sentiva Gordie gridare lì vicino, alzava le mani sopra la testa e provava
a proteggersi, mentre a tratti, a una velocità spropositata, dove una volta c’era il
finestrino passava l’asfalto e il cielo plumbeo, poi di nuovo l’asfalto e il cielo. Tutto
girava. Volavano vetri, le membra colpivano il metallo. E il rumore era assordante,
bucava i timpani, il cervello come una lama fredda.
Tutto finì all’improvviso, come era cominciato.
Andy si sentiva debole. Riuscì a capire solo confusamente e in un tempo troppo lungo
che si erano fermati a testa in giù. Il cranio le esplodeva di freddo e le braccia le
cadevano verso il basso, mentre il resto del corpo rimaneva appeso al sedile grazie alla
cintura.
“Andy? Andy? Stai bene?”
Era Gordie, ma lo sentiva lontano. Non lo vedeva. Non vedeva niente.
Provò a muovere le labbra ma ne uscì solo un flebile soffio.
“Andy? Rispondimi!”
La voce di Gordie era disperata. Avrebbe voluto accontentarlo, davvero, ma non ce la
faceva.
“Cinders?” chiamò Gordie.
Cinders! Lui non aveva la cintura, dietro non c’era.
Provò a muovere la testa e le fece male. Vide solo con la coda dell’occhio che lui era a
terra, steso sul tettuccio della Jeep ormai accartocciata. Aveva gli occhi chiusi, non si
muoveva. Aveva qualcosa nel fianco… un pezzo di metallo. Lo trapassava da parte a
parte.
Provò ad allungare una mano verso di lui, mentre una lacrima le scendeva lungo la
tempia, al contrario. Era l’ultima volta che lo vedeva, se lo sentiva.
Con le dita riuscì solo a sfiorargli la caviglia. Poi fu tutto nero.
Grace socchiuse gli occhi, svogliatamente. Con una mano tastò l’altro lato del letto,
ma non trovò nessuno. Solo allora si decise a guardare l’ora.
8:03 am, 7 giun.
Non era così tardi come si sarebbe immaginata.
“DON? – chiamò a gran voce – DON, CI SEI?”
Nessuna risposta. Al che Grace decise che era giunto il momento di alzarsi.
Si tirò in piedi, sentendosi pesante come un piombo. Si massaggiò le tempie ed infilò
i piedi nelle pantofole. Erano rosa, avevano un che di infantile, ma erano comode.
Si alzò, non ancora del tutto presente. Si diresse in bagno e si sedette sulla tazza del
water. Afferrò una rivista orribile che parlava quasi sempre di moda, a volte di sesso,
quando capitava anche di gossip. Insomma, non che fosse una lettura troppo
interessante. Ma per il bagno andava bene.
Dopodiché venne il momento della toelettatura minima del mattino. Consisteva in
buona sostanza nel trasformare un mostro della palude appena emerso dal letto in
una donna socialmente accettabile. Quando ebbe finito, Grace si vide decisamente
più passabile: la pelle più fresca e pulita, i denti bianchi, gli occhi più vispi e i riccioli
biondi decisamente più ordinati. Comunque niente trucco per ora, nemmeno niente
vestiti. Sarebbe dovuta andare al lavoro solo un paio d’ore più tardi.
Si spostò verso la cucina e subito sul vetro che dava in strada apparve il meteo, la
temperatura esterna, minima e massima. Era una giornata particolarmente piacevole.
Solo in quel momento Grace notò un post-it sul frigorifero.
“Oggi avevo il turno di mattina. So che te lo sei dimenticato. Ti amo”
Grace scosse la testa e rise di sé stessa.
Non me lo ero dimenticata. Ovviamente mentiva.
Decise allora di adeguarsi alla mattinata solitaria e si preparò una tazza di latte ai
cereali. Mentre mangiava, scorreva i vari quotidiani sul display incorporato al piano di
marmo del tavolo. Andavano molto di moda, da quando erano usciti nel 2018: si
chiamavano Interfacce, potevi leggere libri, giornali, programmare il tuo calendario
mentre eri comodamente seduto a fare colazione. Purtroppo a volte i rapporti umani
ne risentivano. Per questo Grace, che era sempre stata piuttosto avversa alla
tecnologia, aveva preferito comprare il giornale cartaceo, almeno fino a quando
avevano del tutto smesso di stamparne delle copie. Lo stesso ovviamente era capitato
per le riviste e tutti i periodici da edicola. Le poche riviste cartacee superstiti della casa
erano quelle in bagno o sul tavolino del soggiorno. Il luogo dipendeva dallo stato di
decomposizione e da quanto gli articoli all’interno risultavano stimolanti. Quindi in
linea di massima, moda e gossip erano in bagno, attualità, politica e cinema in
soggiorno. Quasi tutte le riviste erano datate 2019, le più fortunate 2020, quando
anche l’ultima casa editrice dedita alla stampa cartacea diede forfait. Erano pertanto
quasi due anni che Grace era costretta a sfogliare pagine digitali. Tranne per i libri:
loro, malgrado tutto, resistevano. Non erano ancora stati soppiantati dalle loro
versioni digitali. Probabilmente il loro pubblico era talmente conservatore da non
accettare il troppo repentino cambiamento. Detto questo, comunque, Grace sapeva
che prima o poi anche loro avrebbero perso la loro battaglia. Un po’ come era capitato
anche per il cinema. Era bastato meno di un decennio a soppiantare quella che si
soleva chiamare Recitazione Umana. Roba ormai obsoleta, al pubblico non piaceva
più.
Grace sospirò, continuando a scorrere le notizie. La breaking news del giorno era la
guerra in Polinesia. Altri morti, ovviamente. In secondo luogo la campagna elettorale
per le elezioni politiche. Nella cronaca, un nuovo omicidio-suicidio. Per ultima arrivava
una presentatrice televisiva che, in vista della nuova moda, aveva deciso di minorare
il suo seno maggiorato nel lontano 2015. Niente di nuovo, insomma.
Grace finì i cereali e andò a vestirsi. Controllò le sue e-mail, sperando di avere qualche
buona notizia, ma trovò solamente una gran catasta di spam.

Una volta truccatasi, uscì di casa con l’umore di chi sta andando al macello. Prese la
metropolitana, e questo contribuì ad abbattere il suo morale: erano tutti tristi, tutti
assorti tra i loro affari... Persino l’omino animato raffigurato sul vetro della porta,
quello che avvertiva di stare attenti al gradino nel momento di scendere, sembrava
stanco di muoversi su e giù, inciampando ogni santissima volta.
Quando arrivò alla sua fermata scese controvoglia. Salì le scale, attraversò i tornelli,
salì altre scale e si trovò nel luogo che odiava più di tutti: la via dei teatri. Era
mortalmente deserta, e non solo per l’orario privo di programmazioni, ma anche
perché da un po’ di anni i teatri erano snobbati. Pochi erano ancora i cultori del vero,
vecchio Teatro, quello con la maiuscola, e si trattava spesso si vecchi veterani del
mestiere o fulgidi appassionati. Il grande pubblico se ne era completamente
allontanato. Infatti non era per niente una novità vedere un altro teatro con le porte
chiuse, le insegne spente, e nessuna locandina sull’espositore. Un altro fallito.
Grace camminò giusto per un paio di minuti, svoltando alla fine verso destra. Infine si
trovò davanti alla sua nemesi: Terranova II.
Terranova II era probabilmente il teatro più malmesso di quella zona. Era anche il più
nascosto, il più piccolo e il più triste di tutti. Il “II” era stato aggiunto dopo la
ricostruzione; il teatro Terranova infatti, nell’ormai lontano 2005, era andato a fuoco
ed era rinato due anni più tardi con quel nome. Non che avesse migliorato di molto la
sua situazione, comunque.
Grace, suo malgrado, lavorava lì.
Non si trovava per nulla bene tra quella gente. I suoi colleghi erano tutti attori di
teatro, lo erano sempre stati. Lei era l’unica tra loro ad essere un’ex attrice
cinematografica. E non c’era nulla di più diverso tra un attore di teatro e un attore di
cinema. I primi erano generalmente conservatori, imparavano a memoria interi
drammi e commedie e recitavano sempre quelli. Spesso il loro era uno stile classico,
stantio quasi; non brutto, ma semplicemente superato, e amato dal pubblico teatrale
proprio per questo motivo: Shakespeare, su tutti. Ma anche autori latini, Sofocle,
Seneca ed Eschilo. Oppure gli Italiani, Goldoni, Alfieri, Ariosto.
Grace, invece, era un’attrice di cinema. Completamente diversa da loro. Non c’era
mai un film uguale all’altro, un personaggio simile al precedente. E poi lo stile era
completamente diverso: le scene erano ben divise le une dalle altre, non si era
costretti ad avere lo stesso background per lunghi ed interminabili atti. Spesso si
girava in esterna, anche se negli ultimi tempi capitava sempre più di rado, e non si era
sempre costretti a rimanere nel solito palcoscenico cadente. E poi, non si provava, si
agiva! E qualche volta capitavano i buona la prima, che Grace prendeva come
soddisfazioni personali.
Probabilmente era a causa di questa divergenza di idee che Grace si sentiva
emarginata dagli altri. Nessuno era mai venuto ad insultarla, e lei mai era andata a
infastidire alcuno, lungi da tutto ciò. Però si accorgeva delle occhiate che le lanciavano
durante le prove se per caso si azzardava ad osare di più di quanto previsto. Oppure
quando, come dicevano loro, non sentiva la poesia.
No, doveva essere sincera, Grace la poesia non l’aveva quasi mai sentita. Era una
persona diversa da loro, non ci poteva fare nulla. Forse nemmeno aiutava sé stessa
ad apprezzare la nuova situazione, ma a dirla tutta, ora come ora la passione era finita.
Lo faceva solo per soldi, triste ma vero. Non aveva mai più provato il piacere di recitare
da quando l’ultima cinepresa si era spenta di fronte ai suoi occhi. Nulla poteva ridarle
quella sensazione. Meno che mai un sipario.

Quando entrò fu accolta dalla tenue luce del palco. Molti erano già pronti a provare.
Quella settimana si faceva niente di meno che Shakespeare, Re Lear. Grace
interpretava Cordelia, una delle figlie del Re.
“Muoviti, non abbiamo tempo da perdere!”
Grace corse sul palco.
“Hai imparato la tua parte?”
“Ovvio che sì”
Glielo chiedevano tutte le sante volte. Ma non si rendevano conto che c’era in effetti
un motivo per cui era diventata famosa nel mondo del cinema: riusciva ad imparare
a memoria le battute semplicemente leggendole, anche una sola volta, e nella sua
mente rimanevano impresse per sempre, stampate a lettere di fuoco. Questo andava
a discapito della sua memoria a breve termine, ma Grace conviveva felicemente con
le sue stranezze. Anche a Don andavano bene: in fondo, bastava lasciarle un post-it
sul frigo in caso di mutamenti della normale routine.
“Va bene, non perdiamo altro tempo – proferì il regista, distaccato come al solito –
cominciamo ancora una volta col primo atto. Inizia Kent con mi pareva che il Re
prediligesse eccetera, eccetera. Via!”
Il Conte di Kent fece un passo avanti, a testa ben alzata.
“Mi pareva che il Re prediligesse il Duca d’Albania al Cornovaglia”
Poi entrò il Conte di Gloucester:
“Così anche a noi; sennonché ora, nella spartizione che vuol fare del regno, non appare
quale dei duchi ei voglia prediligere; son sì ben bilanciate le lor parti, ch’anche il più
minuzioso scrutatore non saprebbe indicare quale scegliere”
Grace se ne stette da una parte, in silenzio. Non prestava in realtà molta attenzione,
semplicemente teneva il conto delle battute per non fare figuracce una volta giunto
il momento della sua parte. Le sembrava vagamente di partecipare ad una messa.
Finalmente, ad un certo punto parlò Goneril. Dopo sarebbe toccato a Cordelia, a
Grace.
“… v’amo d’un amore che la mia lingua è povera e impotente a dire: v’amo oltre ogni
misura” terminò Goneril. Allora Grace fece un passo avanti e, mettendoci quanta più
enfasi possibile, pronunciò la sua prima battuta:
“Che potrà dir Cornelia? Tacere, solo, ed amare in silenzio”
Fece un altro passo indietro. Evidentemente era andata bene, altrimenti il regista
avrebbe già fermato tutto.
Continuarono tutti gli altri attori e, di nuovo, fu il suo turno:
“Ah, povera Cordelia! Anzi, non povera, perché il mio amore, sono sicura, è ricco, assai
più ricco…”
“NO!”
Il regista. Cosa era successo stavolta?
“Ma quanto hai intenzione di gesticolare, Grace?”
“Mi sono… mi sono solo lasciata prendere”
“Non devi lasciarti prendere! Non in quel modo! Quando un attore teatrale si lascia
prendere sente la poesia del dramma. Lo vuoi capire che non siamo qui per vendere
blockbuster? Questo è Shakespeare, dannazione!”
Grace abbassò lo sguardo. Si era sempre reputata una donna forte, e le prime volte
aveva sostenuto le sue opinioni apertamente. Ma ormai da troppo tempo deridevano
il suo stile in quel modo, e chissà, forse anche a ragione. Aveva perso la grinta.
“Io non so cosa fare con te. Davvero, dimmelo, spiegamelo! Posso trovare ovunque
un’altra Cordelia che sappia fare meglio di te!”
Grace alzò lo sguardo, gli occhi iracondi e le labbra serrate. Ecco, questo non avrebbe
potuto sopportarlo. Era sì una persona diversa, che amava più il cinema del teatro,
forse anche più ignorante di loro, ma di certo non era un’attrice da quattro soldi. Di
questo era certa.
“Bene, allora sai che ti dico? Trovatela, un’altra Cordelia!”
Grace scese con un balzo dal palco, una cosa poco elegante che i colleghi non
gradivano, e iniziò a raccogliere la sua roba.
“Mi sono stufata di essere trattata come una pivellina. Sulle mie spalle ho dei kolossal,
lo volete capire? Nella mia carriera sono stata un’astronauta, una poliziotta, un
medico, una dea greca e anche Elena di Troia. Io ho guadagnato in un mese più di
quello che voi tutti messi insieme potreste avere in un intero decennio! Sono entrata
nei sogni di milioni di persone, nei cinema, ho fatto emozionare e gioire! Cosa volete
saperne voi? Certo, sarete più poetici di me, sarete più acculturati di me, ma di certo
non siete più abili di me! Tenetevi la vostra stupida Cordelia, io mi licenzio! Meglio
lavorare come impiegata e dire addio alla recitazione piuttosto che venire derisa tutti
i giorni da gente pomposa e stantia che odora di muffa!”
Afferrò la borsetta e il soprabito. Poi, senza dire più una parola, si diresse a grandi
falcate verso l’uscita, il rumore dei tacchi sul legno decrepito.
“Il tuo cinema è morto, Grace. Fattene una ragione. Non tornerà mai più”
Grace si fermò sulla porta.
“In caso non te ne fossi accorto, anche il tuo teatro sta morendo”
“Shakespeare è immortale”
In quel momento a Grace salì una rabbia indescrivibile. Non aveva proprio nulla
contro quel sant’uomo di Shakespeare, anzi, le piaceva quasi, quando non era lei a
doverlo recitare. In quel momento però, che Shakespeare la perdonasse, solo una
parola le fuoriuscì dalle labbra, una cosa che da tempo sognava di dire e che la fece
sentire subito meglio:
“Fottiti!”.

Uscì di corsa e imboccò subito la metro, decisa a mettere tra lei e il Terranova II quanti
più chilometri possibile. Andò a finire che si ritrovò in un bar, a ingurgitare litri su litri
di caffè, con sguardo perso e vuoto.
“Si sente bene?” chiese dolcemente la cameriera, poggiandole una mano sulla spalla.
“A dire il vero sono un po’ ipertesa – fece Grace con tono spento, senza guardarla
negli occhi – ma credo che questo sia dovuto al caffè. Me ne porti ancora, grazie”
“Come… come desidera…” disse la cameriera, indecisa se mostrarsi accondiscendente
o meno. Alla fine però si allontanò, tornando poco dopo con altro caffè.
“Non dovrebbe esagerare, sa?”
“In questo momento invece è proprio quello che mi serve”
La cameriera la guardò un altro istante, un tantino preoccupata, ma alla fine se ne
andò.
Poco dopo, squillò l’auricolare. Grace premette un tasto e aprì la conversazione.
“Ciao bella!”
Era Don.
“Ciao Don”
Aveva scelto lo stesso tono che si usa agli incontri di alcolisti anonimi per accogliere
un nuovo arrivato.
“Stai bene?” chiese subito lui, allarmato dal timbro di voce della compagna.
“Come puoi pensare il contrario?”
“Va bene, sei diventata sarcastica. Che è successo?”
Grace bevve altro caffè.
“Non ho più il lavoro”
Una pausa. Don stava elaborando la notizia. Eppure, pensò Grace, non avrebbe
dovuto esserne così sorpreso. Era al corrente di quanto si trovasse male al Terranova
II.
“Don? Sei stramazzato a terra?”
“No, sono qui”
“Allora?”
“Niente. Se stavi così male… ma ti hanno buttato fuori?”
“No, mi sono buttata fuori. Li ho mandati a farsi fottere”
“Ah…”
Un’altra pausa.
“Lo so – riprese Grace – divento volgare quando mi arrabbio”
“Va bene, ne parleremo stasera. Non preoccuparti e smetti di bere caffè”
“Non sto bevendo caffè”
Un sospiro all’altro capo del telefono.
“Grace, smettila e torna a casa. O meglio, vai un po’ in giro per conto tuo, ti compri
qualcosa di carino e stasera ti porto a cena fuori, va bene?”
“Ci sto – rispose Grace, sempre con quel tono vuoto e depresso – ma perché avevi
chiamato?”
“Niente, volevo sapere un numero di telefono, ma se non sei a casa fa lo stesso”
“D’accordo. A stasera”
“A stasera topina. E stai su col morale”
Don riagganciò. Grace, senza nemmeno rendersene conto, allargò un flebile sorriso.
Le faceva sempre bene parlare con Don, anche se per poco. Per questo non vedeva
l’ora che le chiedesse di sposarlo.
Grace si volse verso la cameriera.
“Basta caffè, ne ho bevuto fin troppo. Mi porti il conto”.
Presto disponibile in ebook!
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giulia.calligola.scrittrice@gmail.com

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