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Daniela Lombardi

Storia del matrimonio


Dal Medioevo ad oggi

Introduzione.

Negli ultimi quarant'anni del XX secolo la famiglia europea si è profondamente modificata. Sono cambiate le relazioni tra i
sessi e, ancor più, tra generazioni, con ripercussioni importanti sul diritto che ha abolito sia la potestà maritale che la
patria potestà.
Il primo mito da sfatare è quello che considera il celibato e il nubilato fenomeni caratteristici dei nostri tempi, pochissimo
diffusi nei secoli precedenti. Sappiamo invece che nell'età medievale e moderna una buona parte della popolazione
dell'Europa occidentale non convolava a nozze. Anche nelle società di antico regime i percorsi matrimoniali erano
sovente segnati da discontinuità, rotture e ricomposizioni. A rendere instabile la vita di coppia non era il divorzio, bensì la
morte e l'emigrazione (in misura minore, la separazione). Per parlare di stabilità bisogna attendere i decenni centrali del
20º secolo.
Tra otto e novecento si assiste a un drastico ridimensionamento della famiglia come unità produttiva, a una maggiore
autonomia della coppia coniugale dal gruppo parentale allargato, a una consapevole programmazione delle nascite
grazie la diffusione dei metodi contraccettivi, a una privatizzazione del matrimonio.
Nel tardo medioevo il matrimonio non era un atto istantaneo, ma un percorso più o meno lungo a seconda delle esigenze
di chi si sposava. Fu solo dal 500 che protestanti e cattolici imposero una celebrazione pubblica del matrimonio come
condizione di validità e la registrazione in appositi libri della data della cerimonia nuziale, facilitando l'identificazione del
matrimonio con un evento puntuale. Il matrimonio, non è mai stato considerato un fatto privato di esclusiva pertinenza
della coppia. A stabilire le regole erano poteri ecclesiastici o secolari ma anche le famiglie e le comunità. Il ripiegarsi delle
relazioni coniugali sul privato è un elemento di forte discontinuità con il passato.
La subalternità della donna e la sua segregazione nei confini del ruolo domestico hanno origini antiche. A partire dal tardo
settecento ci furono delle novità, si tese a motivare l'esclusione delle donne dagli spazi pubblici sulla base non tanto della
loro inferiorità, quanto della loro virtù. La "naturale" vocazione alla maternità, fino allora identificata con l'atto procreativo,
si arricchisce della dimensione educativa, che diventa compito primario della madre anziché del padre. Per la prima volta
purezza, moralità, spiritualità sono attributi specificatamente femminili giustificano la segregazione delle donne negli spazi
domestici, dove possono dedicarsi all'educazione dei figli e alla moralizzazione dei costumi dei mariti. Cambiano i ruoli
all'interno della famiglia. La tradizionale diffidenza verso le donne continuerò a colpire le nubili. L'aver riconosciuto al
genere femminile una specifica attitudine al compito educativo, oltreché procreativo, non ha dunque cancellato antiche
discriminazioni. Ha aperto tuttavia nuove e contraddizioni. È stato osservato che la valorizzazione del ruolo domestico e
materno ha consentito alle donne di città di conquistarsi uno spazio tutto femminile, dal quale gli uomini restavano
esclusi. Proprio l'esaltazione della maternità a escluso le donne dalle occupazioni manuali più faticose e pericolose (non
nelle campagne, rimaste estranee a questi mutamenti) e aperto loro nuovi mestieri di cura e di educazione fino ad allora
inaccessibili. Bisogna attendere gli anni 60 e 70 del 20º secolo e l'esplosione dei movimenti giovanili e femminili per
giungere a mutamenti profondi nelle relazioni tra uomini e donne e alla loro codificazione giuridica.

Primo capitolo: dedicato ai matrimoni cristiani, vale a dire i matrimoni del periodo precedente alla rottura dell'unità
religiosa in Europa, avvenuta nel 16º secolo. Si apre con la descrizione dei riti che accompagnavano la formazione del
matrimonio nel tardo medioevo. Il diritto canonico richiedeva come requisito di validità esclusivamente il consenso degli
sposi.
Secondo capitolo: messa a confronto dei paesi protestanti e dei paesi cattolici nel periodo compreso tra la riforma
luterana e il 18º secolo. Essi si trovarono a condividere un identico progetto di controllo e disciplina dei comportamenti
matrimoniali e sessuali, pur se perseguiti con strumenti diversi, che incontrò analoghe resistenze da parte dei fedeli. Alla
fine del settecento la secolarizzazione della società si radicalizza. Vi fu l'esigenza di rafforzare l'autorità paterna, a
cominciare dal momento della scelta matrimoniale, che aveva rappresentato uno dei maggiori punti di frizione con le
chiese protestanti. L'ottocento si apre infatti con la riaffermazione dell'autorità paterna e maritale.
Terzo capitolo: mettere in collegamento i mutamenti tardo settecenteschi con i caratteri peculiari che tenderà ad
assumere la famiglia contemporanea. La valorizzazione della maternità induce ad accentuare la dimensione privata,
intima e affettiva delle relazioni familiari, a partire dal rapporto tra madre e neonato. Tendenza al controllo del corpo della
donna.

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Capitolo primo: Matrimoni cristiani.
1. Riti nuziali d'élite.
Tra il Trecento e il Quattrocento sposarsi implicava una sequenza di atti dilatati nel tempo che potevano durare anni e
coinvolgevano via via un numero sempre più elevato di parenti e amici. I tempi lunghi consentivano di trattare per
raggiungere un accordo sugli aspetti economici e garantivano una graduale pubblicizzazione della formazione di una
nuova coppia.
I primi passi erano generalmente affidati a dei professionisti, i sensali. Spettava loro valutare le opportunità offerte dal
mercato matrimoniale e far circolare le informazioni tra chi era interessato a combinare un matrimonio. Il matrimonio
comportava uno scambio di beni tra i gruppi familiari: le fanciulle da marito erano la "merce" che veniva ceduta da un
gruppo all'altro. C'erano scambi patrimoniali, di cui la dote d'origine romana che la famiglia della sposa doveva sborsare il
futuro marito rappresentava un peso non di rado particolarmente gravoso. Fu a partire dal 12º secolo che la dote si
impose in molte parti d'Europa perché si rivelò uno strumento efficace per costruire alleanze in una società percorsa da
recentissimi fenomeni di mobilità e competitività.
Ai sondaggi condotti con grande discrezione da sensali o da conoscenti fidati, seguiva la fase forse più delicata dell'intera
trattativa, in cui si cercava di entrare in contatto con la famiglia prescelta, senza però scoprire troppo le carte, per evitare
di subire l'onta di un rifiuto, oltre che per lasciare aperte altre possibilità di scelta. In questa fase ci si affidava ad amici
comuni o a persone autorevoli del mondo cittadino, che facevano da mediatori tra le due famiglie ed erano chiamati
"mezzani". Una volta raggiunto l'accordo, i parenti più stretti dei futuri sposi si incontravano per confermarlo con una
stretta di mano ("impalmamento") e metterlo per iscritto in una "scritta" privata in cui si precisava l'entità della dote. Già
questo accordo, anche se non era stato ancora reso pubblico, era considerato un impegno vincolante per le parti.
L'accordo matrimoniale era ormai stabilito, e difficilmente si sarebbe potuto rompere senza provocare gravi inimicizie.
Basti pensare che fu proprio il rifiuto di onorare una promessa di matrimonio a dare origine alla lotta tra guelfi e ghibellini
nella Firenze di Dante. La cerimonia successiva, al cospetto del maggior numero possibile di parenti e amici, lo
trasformava in un atto solenne ("le giure") , in cui lo sposo e il padre della sposa davano pubblicamente il loro assenso
per le nozze e un notaio redigeva l'atto. La sposa non vi partecipava, aspettava in casa che il partner l'andasse a trovare.
Pochi giorni separavano il rito solenne da quello più informale, probabilmente perché tra l'uno e l'altra non c'erano grandi
differenze, se non sul piano della forma. Poteva anche accadere che avvenissero nello stesso giorno. Il luogo era di
frequente una chiesa, uno spazio pubblico e neutrale, che consentiva alle due famiglie di trovarsi in una posizione di
assoluta parità. Seguiva in genere un banchetto pubblico.
Molto più tempo, talvolta addirittura anni, passavano tra le giure e il dì dell'anello, quando finalmente appariva la sposa:
entrambi i partner esprimevano il proprio consenso al matrimonio e lo sposo infilava l'anello al dito anulare della mano
destra della sposa. Per la prima volta, la coppia diventava protagonista della scena nuziale. Seguirà un pranzo offerto
dalla famiglia della sposa. Il rito dell'inanellamento era diventato il rito specifico del matrimonio. Fu a partire dal 13º secolo
che l'anello della promessa lasciò il posto all'anello nuziale. Il dì dell'anello era una cerimonia privata, celebrata in casa,
non in chiesa, e di solito senza l'intervento di un sacerdote. Era il corteo nuziale a conferire una dimensione decisamente
pubblica al contratto matrimoniale, coinvolgendo l'intera comunità. Nei giorni successivi la sposa veniva solennemente
trasferita nella casa del marito. Sontuosamente abbigliata, in sella un cavallo, la sposa apriva il corteo nuziale che
attraversava le vie principali della città per dare alla nuova unione il massimo della pubblicità. I servitori al suo seguito,
che portavano i cassoni dove era contenuto il corredo e i doni ricevuti dallo sposo, erano un segno di ostentazione del
proprio rango sociale. Nella nuova dimora era accolta da banchetti e festeggiamenti che si svolgevano spesso all'aperto.
Doni ricchi e preziosi accompagnavano il passaggio della donna dalla casa paterna alla casa maritale. Già dopo il
giuramento, lo sposo inviava alla sua promessa uno scrigno pieno di gioielli. Da quel momento in poi, sia prima che dopo
le nozze il marito forniva alla moglie un vero e proprio guardaroba. Con questi doni si compiva il rito di vestizione della
sposa, che segnava l'ingresso della donna nel nuovo gruppo familiare. Il corteo nuziale e i festeggiamenti nella casa del
marito non segnavano ancora la conclusione del matrimonio. Entro una settimana la sposa doveva far ritorno nella casa
del padre: rito che sottolineava la persistenza dei legami delle donne con la propria famiglia e annunciava il ritorno delle
vedove che abbandonavano il tetto coniugale. Il rituale enfatizzava quindi il carattere provvisorio dell'alleanza
matrimoniale. La ritornata era accompagnata da altri festeggiamenti, in casa della sposa.
Le spese erano considerevoli ma le nozze erano un'occasione di ostentazione cui era difficile rinunciare. Esisteva però
un espediente, per limitarne i costi. Non erano solo gli abiti e gioielli della sposa che potevano essere presi in prestito;
anche gli arredi lussuosi con cui si abbellivano le case e le tavole erano talvolta noleggiati per l'occasione. Terminati i
festeggiamenti per la ritornata, solo a questo punto il matrimonio si poteva considerare concluso. La coppia poteva
iniziare la vita coniugale.
Non dobbiamo però credere che quello finora descritto fosse un percorso obbligato: nella successione delle tappe e nella
loro durata potevano intervenire molteplici variabili, che facevano della formazione della coppia un processo complesso e
niente affatto omogeneo.

2. Riti nuziali popolari.


Se spostiamo l'attenzione sui ceti popolari, ancor più restiamo colpiti dalla variabilità dei rituali nuziali, che potevano
essere condensati o dilatati nel tempo a seconda delle esigenze della coppia e delle loro famiglie. Possiamo servirci dei

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fascicoli processuali dei tribunali ecclesiastici, cui ricorrevano donne e uomini di questi ceti per risolvere i loro conflitti
matrimoniali. Da queste carte e appare che ci si poteva sposare ovunque: in casa della coppia, nei campi, in bottega e
perfino a letto, se la coppia stata colta in flagrante e bisognava subito approntare un matrimonio riparatore; da soli, o alla
presenza di amici e parenti; suggellando l'accordo con un anello oppure con un bacio e la rottura del bicchiere con cui si
era brindato insieme. Ci si poteva sposare in pochi giorni (anche all'istante, se necessario) oppure in più anni, per avere il
tempo di sistemare le questioni economiche o perché bisognava dare la precedenza al matrimonio di fratelli o sorelle o,
ancora, per aspettare la morte del genitore contrario le nozze. Il matrimonio non era considerato un singolo atto, ma un
processo che iniziava e si concludeva in un certo periodo di tempo. Iniziava con delle trattative, affidate forse più
frequentemente ad amici e parenti. Anche per i ceti popolari le trattative implicavano un accordo sulla dote e sul corredo
che la sposa avrebbe portato al marito. Questo accordo poteva essere messo per iscritto, non era però sempre il notaio
redigere l'atto, ma spesso i diretti interessati che gestivano lo scambio dei beni, alla presenza di due testimoni. Talvolta a
redigere la "scritta di parentado" era chiamato il prete locale. A ricorrere al prete-notaio erano probabilmente coloro che
non sapevano scrivere, oppure chi si serviva di lui come testimone e poi gli affidava anche la redazione del testo. Era il
gesto di stringersi la mano a confermare i patti. Il tocco della mano era il rito caratteristico della promessa in molti Stati
italiani (e anche europei) del tardo Medioevo e della prima età moderna. Una volta resa pubblica la conclusione di un
nuovo parentado, tutta la comunità era chiamata a parteciparvi.
Altri gesti accompagnavano il rito della promessa. Il tocco della mano la frequentemente associato al bacio tra i partner e
al bere insieme da uno stesso bicchiere che, in alcuni luoghi, veniva rotto. Il bacio non era un gesto di affetto, ma un
segno di pace, di accordo libero e volontario. Aveva anche un altro importante significato simbolico: era una sorta di
anticipazione dei rapporti sessuali che avrebbero reso irrevocabile il patto nuziale. Tanto che bastava baciare
violentemente la donna amata, sulla piazza o sul sagrato della chiesa, sotto gli occhi di tutti, cogliendo alla sprovvista lei,
ma soprattutto i suoi parenti che si opponevano alle nozze, per rivendicare dei diritti e ottenere la donna in moglie.
Anche gli uomini appartenenti ai ceti medio-bassi facevano doni alle future spose. Raramente regalavano gioielli ma più
spesso stoffe, abiti e accessori come nastri e cinture, erano i segni visibili del legame che univa i partner, del nodo che li
stringeva indissolubilmente; ma anche generi alimentari di tutti i tipi. Era frequente che l'uomo donasse scarpe. Tra i
contadini, che le scarpe le usavano raramente (nei giorni di festa o quando faceva molto freddo), era un bene di valore,
un regalo costoso. Era meno frequente che le ragazze offrissero a loro volta dei regali. In tal caso si trattava spesso di
fazzoletti da naso, perlomeno dal '500 in poi, quando il loro uso cominciò a diffondersi anche nelle campagne.
Comunque a offrire il dono era, anche tra i ceti popolari, lo sposo. La donna che lo accettava esprimeva la sua volontà di
unirsi in matrimonio con il donatore, pur non proferendo parola. Se invece lo lasciava lì, sul tavolo, senza prenderlo,
significava che non era "contenta" del partner scelto dalla famiglia. Il dissenso era possibile e si esprimeva anche
attraverso il rifiuto del dono.
I rituali non consentivano sempre distinguere tra promessa e matrimonio, tra il consenso espresso per verba de futuro e il
consenso per verba de praesenti, secondo la formulazione data dal diritto canonico. Il consenso scambiato tra i partner,
senza che nessuno fosse presente, era considerato vincolante di fronte a Dio e alla propria coscienza (ritenuto valido
dalla Chiesa), non lo era però di fronte al "resto del mondo". Perciò era necessario ripetere il rito in pubblico, affinché la
nuova unione fosse riconosciuta dalla comunità e gli effetti giuridici del vincolo venissero garantiti. La vita coniugale non
aveva inizio se la sposa non si trasferiva in casa del marito. Il corteo aveva lo scopo di informare la comunità della
costituzione di una nuova coppia. Non a caso era spesso accompagnato da schiamazzi suoni, rumori, che ne
enfatizzavano la funzione di pubblicità. Della ritornata, invece, non sembrano restare tracce.

3. Riti e relazioni di genere.


I riti popolari, pur essendo ovviamente meno protratti e sfarzosi di quelli in uso tra le élite, erano anch'essi diluiti nel
tempo e nello spazio, non concentrati in un'unica cerimonia. Per dirla con Arnold Van Gennep, noto studioso del folklore
francese, il matrimonio doveva essere una costruzione lenta, graduale, per consentire alla comunità di accettare un
cambiamento così radicale qual era quello di trasferimento di donne e di beni da una famiglia all'altra.
Con altrettanta chiarezza i riti ci dicono che le relazioni tra uomini e donne erano fortemente asimmetriche. Ruoli maschili
e ruoli femminili erano segnati da differenze profonde dalle radici antichissime. Era l'uomo che conduceva in matrimonio
una donna nella propria casa: la donna che, un'altra figura maschile, il padre di lei, gli "dava". Si trattava di un affare tra
uomini. Anche sul piano della costruzione dell'identità maschile e femminile le differenze erano rilevanti. Per una donna il
matrimonio rappresentava il rito di passaggio fondamentale all'età adulta. Per l'uomo, invece, era l'ultimo di una serie di
riti di iniziazione che accompagnavano le varie fasi della sua maturazione, dal taglio di capelli, che lo contrassegnata
fisicamente, fino alla partecipazione a bande di giovani, che esercitavano anche una funzione di controllo sui matrimoni
della comunità di appartenenza. Il destino di una ragazza era quello di divenire sposa: sposa di un uomo o, in alternativa,
sposa di Cristo. Condizioni diverse da quella coniugale o monacale non davano alla donna nessun riconoscimento
sociale. Anche alla professione religiosa si accedeva attraverso il rito della vestizione: qui non era però significativo il
mutamento di abito, quanto l'abbandono delle vesti preziose del proprio ceto sociale, sostituito da un indumento povero e
privo di colori, segno di povertà e rinuncia. Le analogie nel rituale non devono però farci dimenticare che per molte
ragazze, soprattutto se appartenevano ai ceti elevati, la monacazione rappresentava un ripiego, una rinuncia, che poteva
essere vissuta drammaticamente. Dal momento che le doti per essere ammessi in convento erano inferiori a quelle

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necessarie per sposarsi, le famiglie dell'élite tendevano a limitare i matrimoni delle figlie, imponendo a molte di loro la vita
del convento. Per molte altre, è bene ricordarlo, la monacazione era una scelta consapevole, vissuta talvolta in
opposizione alla volontà dei genitori. La vita religiosa poteva essere preferita quella coniugale: per vocazione, certo, ma
forse anche per sfuggire a un pesante destino, quello di una buona moglie.

4. Il diritto canonico e le consuetudini locali.


Ci si può giustamente stupire del fatto che i riti nuziali appena descritti non prevedessero nessuna cerimonia religiosa.
Non era necessario sposarsi in chiesa né alla. presenza di un sacerdote. Eppure, già dall'11º secolo il matrimonio venne
considerato il simbolo dell'unione di Cristo con la Chiesa. Da allora fu sottoposto alla giurisdizione della Chiesa, cui
spettava dettare le regole e giudicare le trasgressioni in materia di sacramenti. La via scelta dalla Chiesa per sottrarre il
matrimonio ai poteri familiari feudali fu di porre l'accento sulla libera volontà degli individui. È questa scelta a spiegare
l'assenza di cerimonie religiose.
Perché il matrimonio fosse valido, difatti, bastava il libero consenso degli sposi. La questione era stata ampiamente
dibattuta da teologi e canonisti, tra il 1000 e il 12º secolo. Stabilire quale fosse il momento in cui si formava il vincolo
matrimoniale era però di grande importanza. Due posizioni si trovarono a fronteggiarsi: una sosteneva che bastasse il
consenso, riprendendo la tradizione romana; l'altra (maggiormente influenzata dei diritti germanici che si erano radicati in
gran parte d'Europa dopo la caduta dell'impero romano) riteneva necessario che il consenso fosse perfezionato dalla
consumazione. Prevalse la teoria consensualista, nell'elaborazione che ne fu data alla metà del 12º secolo da Pietro
Lombardo, professore di teologia all'Università di Parigi, che introdusse la distinzione tra consenso de futuro e consenso
de praesenti: se il consenso era espresso per verba de futuro (io ti prenderò per moglie/marito) istituiva la promessa,
scioglibile in determinate circostanze; se per verba de praesenti (io ti prendo per moglie/marito) costituiva il matrimonio
indissolubile.
Non erano quindi necessarie forme solenni e pubbliche di celebrazione. Non era richiesta la presenza di un sacerdote né
quella di testimoni. Non c'era bisogno del consenso dei genitori o dei signori feudali. Un uomo e una donna che avessero
raggiunto, rispettivamente, l'età di 14 e 12 anni potevano unirsi in matrimonio da soli, in qualsiasi luogo, in qualsiasi
momento: era sufficiente il loro consenso de praesenti. Né era necessaria la consumazione per rendere il vincolo
indissolubile. Queste regole (insieme alla monogamia e all'indissolubilità) si affermarono rapidamente in tutti paesi
dell'Europa occidentale e restarono immutate fino al 16º secolo, quando la riforma protestante e il concilio di Trento
imposero, per la prima volta, una forma pubblica e solenne della cerimonia come condizione di validità del vincolo.
È infatti evidente che i matrimoni contratti senza alcuna forma di pubblicità non solo erano difficili da giudicare in sede
processuale, ma potevano turbare la pace sociale, provocando inimicizie e dissidi tra le famiglie coinvolte. Perciò le
autorità ecclesiastiche emanarono ripetutamente delle misure a favore della pubblicizzazione delle nozze. Il concilio
lateranense IV (1215), stabilì che le coppie dovessero annunciare pubblicamente, in chiesa, la loro intenzione di sposarsi,
in modo che il prete potesse essere informato dai fedeli di eventuali impedimenti al matrimonio. La pubblicazione dei
bandi aveva lo scopo di evitare le unioni tra stretti consanguinei, non di rendere pubblica la cerimonia; ma era comunque
un modo di far partecipare l'intera comunità ad un progetto matrimoniale.
In conclusione, una molteplicità di riti caratterizzava il matrimonio europeo; riti diversi a seconda delle consuetudini locali
e del ceto sociale degli sposi, ma anche per influsso degli interventi dei poteri ecclesiastici e secolari; riti flessibili e
adattabili alle diverse esigenze della coppia e delle loro famiglie. La Chiesa riuscì comunque, in alcune zone d'Europa, a
diffondere una nuova forma religiosa e pubblica di celebrazione, ancor prima di imporre, tramite decreti tridentini, i propri
riti come condizione di validità del vincolo.
Non bisogna dimenticare che, anche laddove il prete era presente, la sua funzione non era celebrare o somministrare un
sacramento, ma semplicemente assistere allo svolgimento di una cerimonia che era sacramentale anche senza la sua
presenza. Perfino il ricorso al prete per far benedire l'anello, il letto e la camera nuziale prima della consumazione del
matrimonio poteva avere tutt'altro scopo: quello di scongiurare eventuali interventi diabolici, tenuti in particolare per il loro
potere di impedire la capacità di procreazione della coppia. In ogni caso, in qualunque modo venisse celebrato, da parte
dei fedeli il matrimonio era vissuto come un evento profondamente religioso.
L'atto sessuale, se preceduto da una promessa, costituiva una presunzione inconfutabile del consenso al presente e
quindi trasformava la promessa in matrimonio. La teoria del matrimonio presunto ebbe grande fortuna e fu ampiamente
utilizzata per esigere dai tribunali ecclesiastici il riconoscimento del vincolo su richiesta di uno dei partner. Anche alla
promessa fu attribuito un ruolo importante. Il rapporto tra promessa matrimonio diventava, in qualche modo, vincolante,
probabilmente per influsso dei diritti germanici, che li consideravano due tappe dello stesso processo, di cui la prima
costituiva già un vero e proprio impegno matrimoniale. In caso di rottura unilaterale della promessa, il partner
abbandonato poteva ricorrere al tribunale ecclesiastico per ottenerne l'adempimento. Non sempre, tuttavia, il giudice
imponeva l'obbligo del matrimonio, perché doveva, allo stesso tempo, salvaguardare il principio della libera scelta. Sugli
strumenti di cui poteva servirsi per persuadere (non costringere) il partner reticente alle nozze, le opinioni erano
discordanti: si andava dalla multa fino alla scomunica e perfino al carcere, che rappresentava certo un potente mezzo
coercitivo.

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5. Matrimoni clandestini.
Questa complessa elaborazione dottrinale rendeva in realtà difficile il riconoscimento del vincolo è finiva inevitabilmente
con favorire i matrimoni clandestini. Dal momento che bastava il consenso, i matrimoni contratti in privato, senza alcuna
forma di pubblicità, erano validi a tutti gli effetti. Ma in assenza di testimoni e di qualsiasi forma esteriore di celebrazione
che potesse costituire un elemento di prova, era difficile in sede giudiziaria giudicarne la validità o la nullità in caso di
contestazione da parte di uno degli sposi. Parenti, amici e vicini avevano quindi un ruolo cruciale nei conflitti familiari
perché, anche se non erano stati presenti al presunto scambio del consenso, la loro testimonianza era indispensabile se
si voleva dimostrare di avere intrattenuto un rapporto matrimoniale col proprio partner. In caso positivo, il giudice ordinava
alla coppia di "solennizzare" il matrimonio con una pubblica cerimonia e di riprendere la convivenza; altrimenti dichiarava
nullo il vincolo. Se poi entrambi i coniugi erano d'accordo, non sarebbe stato difficile sciogliere un'unione che era stata
contratta senza alcuna pubblicità. I matrimoni clandestini mettevano quindi a rischio il principio dell'indissolubilità
recentemente imposto dalla Chiesa e rendevano più facili le situazioni di bigamia.
Gran parte dei casi giudicati dai tribunali ecclesiastici nel tardo medioevo riguardavano le unioni clandestine. Era più
frequente che si chiedesse il riconoscimento del matrimonio, piuttosto che il suo annullamento. Erano in prevalenza le
donne a ricorrere al foro ecclesiastico per chiedere la conferma del vincolo coniugale. Si può ipotizzare che la più
accentuata mobilità maschile abbia favorito l'abbandono del tetto coniugale da parte dei mariti più frequentemente che la
parte delle mogli.
In conclusione, la maggior parte dei processi si risolveva con una dichiarazione di nullità che interrompeva
definitivamente la convivenza di una coppia oppure non obbligava i partner alla vita coniugale. A complicare ulteriormente
le cose, nelle aule dei tribunali, era anche la difficoltà di distinguere una promessa da un matrimonio. La distinzione
basata sull'uso dei verbi al tempo futuro o al tempo presente stentò ad affermarsi tra i fedeli. I gesti erano più importanti
delle parole. Il tocco della mano e gli altri gesti che lo accompagnavano erano il segno del consenso dato reciprocamente
dalla coppia. Inoltre, non erano necessarie delle parole specifiche per esprimere il consenso. Spesso gli sposi
rispondevano semplicemente "Messer sì" a colui che faceva "le parole de vero matrimonio". Non era però indispensabile
che qualcuno interrogasse gli sposi. Potevano essere loro stessi a pronunciare le parole del consenso: in tal caso le
parole erano le più diverse e ancora più difficile distinguerle dalle parole di un eventuale promessa. Quindi, nonostante la
forza vincolante delle parole, nelle aule di giustizia esse si rivelavano sfuggenti. In assenza di atti scritti, più diffusi tra i
ceti medio-alti, i gesti avevano un valore probatorio in sede processuale. Ma se quei gesti attraverso i quali si esprimeva il
consenso non erano stati visti da nessun testimone, allora bisognava ricorrere alle "presunzioni": convivere per molti anni,
comportarsi come marito e moglie, essere riconosciuti come coppia dalla comunità; che soprattutto se cumulate insieme
nei casi più difficili consentivano ai giureconsulti pratici di riconoscere la legittimità di un'unione.
In conclusione, proprio per la difficoltà di accertare l'esistenza del vincolo in assenza di testimoni, i matrimoni clandestini
creavano situazioni di grave incertezza. Non dobbiamo dimenticare che erano in gioco la legittimità dei figli e la
trasmissione dell'eredità. Inoltre, essi consentivano ai giovani di sfuggire al controllo familiare e di scegliere
autonomamente e con chi sposarsi. C'era poi un altro motivo di ostilità. I matrimoni clandestini entravano in collisione con
la concezione, allora diffusa nel mondo cristiano, secondo cui il fine del matrimonio era stabilire una nuova alleanza tra
due famiglie, conciliare le fazioni in lotta, portare la pace laddove c'era la guerra. Chi si sposava clandestinamente,
sottraendosi alle strategie familiari delle rispettive famiglie, scatenava odi e risentimenti, più che rapporti di amicizia.
La legge della carità imponeva ai cristiani di stringere alleanze matrimoniali con chi non era legato a loro da vincoli di
parentela, per poter entrare in comunicazione con vicini che non appartenessero allo stesso sangue ed estendere il più
possibile i legami di affetto e di amicizia. Intorno al matrimonio fu quindi costruita una fitta rete di impedimenti, che non si
limitava i consanguinei (coloro che avevano legami di sangue), ma si allargava gli affini (imparentati dal vincolo
matrimoniale) e ai parenti spirituali (legati dal vincolo di padrinaggio). Contro queste proibizioni così estese, che
limitavano fortemente la libertà di scelta, si scaglierà Martin Lutero.

6. Statuti e leggi dei principi.


Anche i poteri secolari intervennero per circoscrivere il fenomeno dei matrimoni clandestini, che tanta ostilità suscitava
nella società laica. Non era possibile, evidentemente, eliminarlo alla radice, perché la teoria del consenso aveva sancito
la piena validità di quelle unioni. Ma fu soprattutto la teoria del consenso paterno al matrimonio a essere al centro
dell'attenzione. Molti statuti delle città comunali tra il XIII e il XV secolo comminarono pene severe a chi si sposava senza
l'approvazione del padre. Erano in particolare i matrimoni delle figlie a essere posti sotto un controllo familiare
rigorosissimo. Lo sposo clandestino evocava l'immagine del rapitore che sottraeva violentemente una fanciulla dalla casa
paterna; la figlia che acconsentiva a farsi sposare offendeva il padre e meritava di essere privata della dote, al pari di chi
si lasciava rapire. Entrambi erano considerati reati contro l'ordine sociale.
Dall'inizio del Cinquecento si ricorse alla diseredazione per dissuadere i figli (in questo caso solo maschi) a sottrarsi alla
volontà paterna. Sul controllo dei comportamenti matrimoniali e sessuali irregolari, i tribunali secolari potevano entrare in
concorrenza con quelli ecclesiastici, i quali esercitavano anch'essi una giurisdizione criminale nei confronti dei laici, oltre
che dei chierici. Proprio perché entrambi i fori reclamavano la propria competenza, questi reati erano definiti di "misto
foro".

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Gli Stati italiani, gli statuti delle città centrosettentrionali testimoniano il crescente interesse degli organi di governo per per
la repressione degli illeciti sessuali e matrimoniali fin dal XIV-XV secolo. La giurisdizione ecclesiastica sul matrimonio non
era esclusiva, dato che anche ai poteri secolari erano attribuite competenze sulle questioni matrimoniali e sessuali. Non
dobbiamo poi dimenticare che famiglie e comunità esercitavano un ferreo controllo sul matrimonio, dal momento della
sua formazione fino ad un'eventuale rottura.

7. I tempi del matrimonio e il valore della promessa.


La promessa occupava un posto importante in questo complesso iter matrimoniale. Da quel momento i partner si
consideravano marito e moglie. Da quel momento la donna non poteva frequentare altri uomini (ma non viceversa: solo
per il sesso femminile il rapporto coniugale era esclusivo). Da quel momento alla coppia era consentito comportarsi con
familiarità e intimità. Da quel momento parenti, amici e vicini riconoscevano la legittimità dell'unione. Le tappe successive
(i doni, la dazione dell'anello, il banchetto nuziale, la coabitazione) non facevano che confermare e perfezionare quello
che la promessa aveva avviato. In quest'ottica, la distinzione tra promessa e matrimonio era difficile da recepire. In
questo contesto non può stupire che la sessualità prematrimoniale fosse ampiamente tollerata. Innanzitutto la promessa
legittimava l'assidua frequentazione della coppia in casa della donna. Proprio perché costitutiva del vincolo, la promessa
attribuiva dei diritti sul corpo della propria donna. Baciare, toccare il seno, in "mettere le mani sotto i panni" erano
comportamenti consentiti al promesso sposo. Di qui al rapporto sessuale completo il passo sembra essere breve, ma non
ineluttabile. Non è da escludere che i toccamenti di cui parlano i giovani toscani coinvolti in liti processuali avessero molto
a che fare con le usanze popolari rilevate, anche se in epoca più tarda, in alcune regioni francesi, in Inghilterra, o in
Olanda, o ancora nella Svizzera di lingua francese e tedesca, che consentivano ai giovani di avere esperienze sessuali,
autorizzate dai genitori e regolamentate dalla comunità, prima del matrimonio, a patto che si rispettasse la verginità della
ragazza. Le possiamo considerare una necessaria valvola di sfogo in una società in cui l'età il matrimonio, soprattutto per
il sesso maschile, era abbastanza elevata. I tempi di costruzione di un matrimonio, come abbiamo visto, erano spesso
assai lunghi. Tra la promessa e la coabitazione potevano trascorrere anni. Un'attesa estenuante, sofferta, a quanto pare
soprattutto dalla ragazza. Erano difatti in genere gli uomini a muoversi e assentarsi per lunghi periodi, per i motivi più
diversi. Si partiva per la guerra, per sottrarsi ai debitori, per sfuggire alla giustizia, perché condannati alla pena del bando
(esilio); ma il motivo più frequente era senz'altro la ricerca del lavoro. Degli uomini talvolta si perdevano le tracce.
Potevano stabilirsi altrove mettere su una nuova famiglia. Si può quindi capire come le partenze dei promessi sposi
fossero motivo di gran inquietudine per chi restava.

8. Seduzioni.
Le lunghe attese non facilitavano il contenimento dei desideri sessuali. Può darsi che nella maggior parte dei casi ci si
accontentasse di "toccamenti" e "maneggiamenti", anche per mettersi al riparo dalle conseguenze irreversibili che l'atto
sessuale poteva avere sulla vita di uomini e donne. Il partner abbandonato poteva ricorrere in tribunale per far
riconoscere, in virtù della promessa e della copula, la validità del vincolo e costringere quindi l'altro alla coabitazione.
Perciò poteva essere preferibile che l'intimità tra promessi sposi non oltrepassasse certi limiti (oppure fosse sottoposta a
pratiche anticoncezionali, perché era la gravidanza a svelare che quei limiti erano stati oltrepassati). Ma accadeva anche
(non sappiamo quanto frequentemente) che quei limiti venissero oltrepassati. Dalle carte processuali veniamo a
conoscenza solo di quelle vicende che hanno dato avvio alla lite giudiziaria, perché è uno dei partner aveva interrotto il
consueto iter matrimoniale senza giungere alla traductio (trasferimento in casa del marito) della sposa. In tribunale,
responsabile della rottura era in genere il partner maschile: non sarebbe stato difatti credibile un uomo che avesse
dichiarato di essere stato lasciato dalla promessa sposa dopo aver avuto rapporti sessuali con lei. Nella dottrina della
Chiesa si presumeva difatti che una donna di buoni costumi rinunciasse alla sua verginità solo se aveva la certezza
dell'esito matrimoniale: nel momento in cui faceva dono del suo corpo stipulava, per così dire, una sorta di tacito contratto
in virtù del quale si garantiva il matrimonio. Si può presumere che la scritta di parentado abbia avuto un ruolo
determinante nel favorire il passaggio all'atto sessuale completo. Se quindi la promessa era considerata l'atto costitutivo
del vincolo, è evidente che rapporto sessuale fosse percepito come un evento che poteva facilmente capitare tra due
innamorati al corso del lungo iter matrimoniale, senza creare nessuno scandalo. Una sorta di libertà sessuale era dunque
consentita anche alle ragazze, a patto che si giungesse alle nozze. Ci riferiamo, però, esclusivamente alle ragazze di
ceto popolare, più libere di frequentare i loro coetanei nei luoghi di lavoro e nelle occasioni festive.
Cosa accadeva, invece, se non si concludeva il matrimonio perché uno dei due si rifiutava di formalizzare il legame e
convivere sotto lo stesso tetto? Parenti, amici e vicini esercitavano un ferreo controllo affinché la cosa non fosse tirata
troppo per le lunghe e si arrivasse alla conclusione. Il vicinato aveva quindi la funzione di sorvegliare che il percorso
matrimoniale, una volta avviato e sancito dalla promessa, giungesse a compimento, tanto più se si sospettava che i
giovani avessero avuto rapporti sessuali. Se i tentativi di giungere a un accordo fallivano, la ragazza poteva rivolgersi alla
giustizia per denunciare il partner seduttore. La seduzione di una nobile vergine o di una vedova casta, anche se
consenzienti, era definita, richiamandosi al diritto romano, "stupro" (se la donna era sposata si configurava il reato di
adulterio). Stupro, dunque, non aveva il significato odierno di violenza carnale. La qualità della vittima era invece un
elemento costitutivo del reato, perché soltanto la donna "onesta" aveva diritto ad una tutela giuridica. In assenza di prove
contrarie, si presumeva comunque la sua onestà. I canonisti concordavano nel ritenere che, se c'era stata una promessa,

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il seduttore doveva essere obbligato a mantenerla; altrimenti poteva scegliere se sposarla o dotarla. L'obiettivo era
comunque favorire il matrimonio della sedotta, con un seduttore o con un altro grazie alla dote ricevuta dal primo. A
partire dalla metà del 16º secolo la giustizia secolare cominciò ad adeguarsi al diritto canonico e a sostituire le pene
pecuniarie con l'obbligo di sposare o dotare la donna sedotta o a introdurlo accanto ad esse. Perché le nozze si
potessero celebrare si richiedeva però, oltre al requisito dell'onestà della donna, anche la parità di condizione sociale tra i
partner. Virtù femminile e onore familiare erano valori strettamente connessi. I processi per stupro preceduto da
promessa rivelano dunque che ai giovani era consentito di sperimentare rapporti sessuali durante il lungo iter
matrimoniale, perché già la promessa era considerato un atto vincolante. A patto che la vicenda si concludesse con le
nozze. In caso contrario il seduttore era costretto a subire le pressioni della comunità, del parroco, del giudice o di altre
persone autorevoli affinché si decidesse a sposare la donna.

9. Convivenze.
La sessualità poteva essere consentita anche al di fuori del lungo e accidentato percorso matrimoniale. Quello che dagli
uomini di Chiesa era definito "concubinato" non era in realtà un legame fondato sul rifiuto e sul disprezzo del sacramento
del matrimonio, ma un vincolo di solidarietà tra un uomo e una donna che si trovavano in una situazione di bisogno. Si
trattava spesso di donne che a un certo punto della loro vita coniugale si erano ritrovate sole, senza il sostegno del
marito. Agli occhi della comunità ma anche del basso clero, partecipe della sensibilità dei fedeli, l'assenza della figura
maschile legittimava il comportamento della moglie, costretta a cercare altrove, in un altro partner, l'aiuto che il marito non
era più in grado di darle.

10. Mercati matrimoniali stretti.


Metter su una nuova famiglia significava innanzitutto romperne due vecchie. Allontanare un membro dalla famiglia perché
andasse a vivere altrove col partner oppure accogliere in casa la nuova coppia, implicava una rottura degli equilibri
precedenti. Non dobbiamo dimenticare che, oltre a offrire la possibilità di costruire una nuova alleanza, i matrimoni
rappresentavano anche un rischio di impoverimento per le famiglie d'origine. Per tutti il matrimonio era possibile solo
quando sia l'uomo che la donna erano in grado di apportare risorse economiche alla convivenza familiare senza
impoverire le famiglie di appartenenza. Bisogna quindi esaminare le condizioni che rendevano possibile la formazione di
una nuova coppia. I demografi storici hanno individuato, per i secoli tra cinque e settecento, due modelli di matrimonio
europeo, uno prevalente nell'Europa nord-occidentale, l'altro nel Europa orientale e meridionale. Nel primo ci si sposava
tardi, perché prima del matrimonio i giovani di entrambi i sessi andavano a lavorare presso altre famiglie, come garzoni o
servi, in modo da poter mettere su casa per proprio conto non appena avessero raggiunto una certa autonomia dalla
famiglia d'origine. Nel secondo, in cui è compresa l'Italia, i giovani potevano sposarsi presto, evitando di andare a
servizio, perché le nuove coppie si stabilivano in casa dei genitori di uno degli sposi. Un dato che sembrava accomunare
la maggior parte dei paesi europei è il costante aumento dell'età al matrimonio delle donne, dal tardo medioevo fino a
tutto il 18º secolo, quando si registra un ulteriore rialzo. Nei sistemi di formazione delle famiglie esistevano differenze
enormi, difficilmente riconducibili a modelli unici. L'età il matrimonio, il tipo di residenza (neolocale o patrilocale), la
dimensione della famiglia variavano a seconda del ceto sociale di appartenenza, del contesto geografico (città o
campagna), del tipo di organizzazione produttiva, delle forme di trasmissione della proprietà. Anche nel mondo artigiano
ci si sposava tardi, dopo aver concluso l'apprendistato. Mettere su bottega e famiglia erano spesso eventi strettamente
collegati, anche perché il lavoro e la dote della moglie potevano essere decisivi per dare avvio a un'attività autonoma.
Nel caso delle élite, erano soprattutto le forme di trasmissione della proprietà a incidere sulle possibilità di accesso al
matrimonio e sulla dimensione della famiglia. Se il patrimonio veniva diviso tra tutti i figli maschi (fino alla Rivoluzione
francese le figlie furono comunque escluse dalla successione), era più facile che tutti mettessero su famiglia per conto
proprio; se invece doveva restare indivisa per privilegiare un unico figlio, allora solo l'erede convolava a nozze, restando
nella casa paterna insieme ai fratelli e alle sorelle destinati al celibato. In realtà, il modello successorio divisibile fu
applicato raramente. Nel 16º secolo, per evitare la dispersione dei patrimoni, che non riuscivano più a crescere con il
ritmo dell'inizio del secolo, le famiglie aristocratiche dovettero limitare e ritardare drasticamente i matrimoni dei figli.
Celibato e nubilato erano fenomeni diffusi: non sempre per scelta individuale, ma per garantire la conservazione del
casato, evitare la polverizzazione della proprietà terriera e, più in generale, per mancanza di risorse. Per una donna
avere la dote era un requisito essenziale per progettare il matrimonio. Per la ragazza rimasta fuori dalle strategie
matrimoniali della famiglia era già molto che potesse contare su una dote inferiore che le consiste consentisse di entrare
in convento. Anche i figli cadetti, in molte situazioni, dovevano rinunciare al matrimonio e scegliere tra la carriera religiosa
e quella, forse più avventurosa, delle armi. Il fenomeno interessava tutti ceti sociali.
Un'altra regola fondamentale per la scelta del partner era quella dell'omogamia: ci si sposava con chi apparteneva allo
stesso ceto sociale. Lo status di una persona era fissato fin dalla nascita e determinava la sua posizione in un ordine
sociale rigido e prestabilito. Non si trattava di un'ideologia esclusivamente nobiliare, ma si estendeva alla maggior parte
della società, sia urbana che rurale. Ciò non significava che non esistessero fenomeni di mobilità, ma che del mutamento
si aveva una percezione prevalentemente negativa. Evitare i matrimoni male assortiti, era una preoccupazione comune a
nobili, mercanti, artigiani e contadini. La dote rappresentava uno strumento importante di questa strategia di
conservazione: solo se era adeguata al ceto sociale della giovane consentiva di trovare un marito di pari rango.

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11. La scelta del partner.
In questo contesto era possibile parlare di libertà di scelta? Quali margini di iniziativa potevano avere i giovani di fronte a
tante limitazioni che rendevano così "stretto" il mercato matrimoniale? Ma, soprattutto, se il matrimonio è un affare di
famiglia, che ruolo avevano i figli e le figlie? Era possibile che una ragazza rifiutasse il partner imposto della famiglia?
È stato detto che a decidere un matrimonio era l'accordo "amorevole" tra le famiglie, non l'amore tra i due sposi, che anzi
era visto come un elemento di disordine e scandalo. Per secoli si è contrapposta la passione alla ragione: la passione
caratteristica dell'età giovanile, che spingeva verso obiettivi sbagliati, di contro alla ragione degli adulti che, grazie
all'esperienza, guidava scelte consapevoli e quindi libere. Era necessario che i giovani si sottomettessero al giudizio
saggio e ponderato dei genitori. La riflessione degli umanisti aveva insistito sull'opportunità di conciliare le inclinazioni del
singolo con i suoi doveri verso la famiglia. Gli uomini del tempo erano consapevoli del fatto che bisognasse evitare di
imporre ai figli scelte di vita in contrasto con la propria indole. Era però inevitabile che, se le inclinazioni personali
confliggevano con le esigenze familiari, erano questi ultime a prevalere. Nella maggior parte dei casi genitori e figli
condividevano la concezione del matrimonio come alleanza, che necessariamente trascendeva le esigenze dei singoli.
La scelta del partner è un affare che coinvolgeva l'intera famiglia, oltre ai parenti, agli amici e ai vicini, che si davano da
fare per mettere insieme giovani e ragazze in età da marito e per inserire rapidamente nel mercato matrimoniale vedovi e
vedove ancora in giovane età. Le donne, che in genere non comparivano nella fase delle trattative, affidata interamente
agli uomini, svolgevano in realtà un ruolo importante nell'individuazione di possibili pretendenti, grazie alla loro capacità di
passarsi la voce e far circolare le informazioni momento giusto.
A questo punto, raccolte tutte le informazioni necessarie, cosa ci si aspettava dai propri figli? Dobbiamo innanzitutto
distinguere tra maschi e femmine. I figli maschi avevano il diritto di esprimere il loro parere. Dalle figlie, invece, ci si
attendeva una piena sottomissione alle decisioni familiari, al punto da non nominarle neppure. Alla distinzione di genere
dobbiamo aggiungere quella di ceto. Le figlie dell'élite erano rigidamente segregate in casa e avevano pochissime
opportunità di incontrare i giovani coetanei. Le ragazze di ceto medio-basso, invece, erano abituate a star fuori dalle
mura domestiche: per lavoro, innanzitutto, ma anche per poter partecipare alle veglie e alle feste. Allora era consentito
"amoreggiare", "fare all'amore" (nel significato di conversare insieme, avviare i primi approcci) prima che le famiglie
venissero coinvolte ufficialmente al momento dello scambio della promessa e della definizione degli accordi patrimoniali.
Non in luoghi segreti, ma sotto gli occhi di tutti. L'importante era che questa fase preliminare di conoscenza non
oltrepassasse i limiti consentiti.
Ma una volta avviati i primi approcci, cosa accadeva? Gli uomini potevano prendere l'iniziativa di andare a parlare col
padre dell'innamorata e proporre una trattativa matrimoniale. Normalmente, però, si preoccupavano di avere prima il
consenso dei propri parenti. Se invece già sapevano che il consenso non c'era, cercavano di mantenere segreto
l'accordo raggiunto, finché non fossero riusciti a vincere le resistenze familiari. Talvolta era necessario aspettare la morte
del genitore non consenziente. È bene ricordare che i padri esercitavano il diritto di correzione sui propri figli, che si
estendeva fino alla carcerazione nelle carceri pubbliche. La minaccia della diseredazione era un'altra arma assai efficace
per piegare eventuali ribellioni ai voleri familiari. Era quindi comunque inevitabile che anche i maschi condividessero con i
parenti la scelta della sposa. Il matrimonio implicava un accordo, un'armonia tra padri e figli prim'ancora che tra i partner.
Anche nei matrimoni combinati ci si aspettava un rapporto d'affetto tra i partner.
La condizione delle ragazze era molto diversa da quella dei loro fratelli. Spettava ai padri, ai fratelli, agli zii accettare o
meno la proposta di matrimonio fatta dal pretendente sposo e discutere con lui gli aspetti patrimoniali e i tempi della
celebrazione delle nozze. Solo dopo che le trattative erano concluse, e le ragazze venivano interpellate per dare il loro
consenso. La dottrina consensualista della Chiesa era stata concepita e rielaborata dai ceti sociali più bassi, in modo da
farla coesistere con una visione del matrimonio che privilegiava il ruolo della famiglia, tanto più forte quando si trattava di
giovani ragazze. Alle ragazze restava comunque una possibilità: la ribellione. La loro opposizione alla scelta del partner
imposto dalla famiglia si esprimeva secondo un rituale preciso. Anche in questo caso delle parole si poteva fare a meno:
bastavano i gesti. Innanzitutto il pianto; oppure, meno platealmente, lo starsene triste e melanconica e non partecipare
all'allegria dei festeggiamenti, ritrarsi al tocco della mano e volgere il capo per non essere baciata. Infine, non accettare i
doni che venivano offerti dal partner sgradito.
Molti parroci e confessori condividevano gli stili di vita dei loro fedeli e non mettevano facilmente in discussione l'autorità
dei padri. Contro queste pretese eccessive da parte delle famiglie e dei poteri secolari che li appoggiavano, la chiesa si
mobilitò, anche perché entravano in gioco altre questioni. Non dobbiamo dimenticare che l'accento posto dal diritto
canonico sulla libertà di scelta mirava soprattutto a salvaguardare le vocazioni religiose, non sempre gradite alle famiglie.
In molti casi poteva essere più utile servirsi delle figlie per stringere alleanze vantaggiose. Perciò la Chiesa si era fatta
paladina della libertà di scelta. Il diritto canonico aveva esplicitamente previsto che, qualora si sospettasse una
coercizione familiare, la ragazza dovesse essere trasferita in un luogo sicuro per essere interrogata sulla sua effettiva
volontà. Su iniziativa del giudice, le ragazze venivano allontanate dalla famiglia e ospitate generalmente in un monastero
e lì, dopo alcuni giorni di riflessione solitaria, erano sottoposte ad interrogatori stringenti, al fine di far affiorare le loro vere
intenzioni riguardo alla scelta del partner. La scelta del partner era una faccenda che coinvolgeva i parenti vicini di casa,
oltre eventualmente ad altre autorità (il signore feudale, il proprietario terriero, il padrone di bottega è così via). Ma anche

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la comunità nel suo insieme esercitava un controllo importante sulle decisioni matrimoniali dei propri membri. Interveniva
essenzialmente per ripristinare l'ordine, riaggiustare equilibri rotti e denunciare comportamenti trasgressivi.

Conclusione.
Matrimonio che non si esaurisce in un solo atto ma si dispiega in una sequenza non necessariamente uguale per tutti,
con tappe più o meno ravvicinate nel tempo: comincia con lo scambio della promessa e termina con la coabitazione.
La formazione di una coppia seguiva quindi percorsi differenziati (a seconda dei luoghi, dei ceti sociali, delle situazioni).
Scambio del consenso de praesenti: condizione di validità del vincolo era di fatto contraddetto dall'importanza attribuita,
in tutti i ceti sociali, al momento in cui i partner e le loro famiglie si impegnavano a rispettare la promessa di unirsi in
matrimonio e il trasferimento dei beni (la dote, innanzitutto) che tale impegno comportava. L'aspetto contrattuale, tuttavia,
non cancellava le implicazioni individualistiche contenute nella dottrina del consenso. Matrimonio vissuto come un fatto
profondamente religioso in cui lo scambio del consenso impegnava la coppia prima di tutto davanti a Dio e alla propria
coscienza. Un evento religioso, non ecclesiastico: perché non era necessario che si svolgesse né davanti a un prete né
in un luogo sacro. Proprio perché si trattava di un processo diluito nel tempo che nella promessa riconosceva già l'atto
costitutivo del vincolo, l'intimità, la familiarità, la sessualità tra un uomo e una donna che si erano reciprocamente
promessi erano considerate comportamenti legittimi. Sotto il controllo di una comunità vigile, alla promessa sarebbero
seguite le nozze. I matrimoni "iniziati" potevano interrompersi per il sopraggiungere di elementi nuovi. Ci si rivolgeva ai
giudici per obbligare il partner a compiere il passo finale, quello della coabitazione, oppure, meno di frequente, per
rompere definitivamente, dichiarando di non aver mai contratto il vincolo.
Le élite riuscivano a cautelarsi meglio da eventuali contestazioni, che avrebbero provocato effetti dirompenti sul piano
sociale e politico, ricorrendo alle puntuali e minuziose scritture dei notai e a riti nuziali particolarmente elaborati. Ma ai
notai si rivolgevano anche individui di tutti gli strati sociali. Anche le rotture di promessa potevano essere decise di
comune accordo dai partner (e dalle loro famiglie) e registrate dai notai alla presenza di testimoni.
I matrimoni si facevano e disfacevano anche senza l'intervento della Chiesa, cui spettava comunque la competenza in
questa materia. Le coppie si formavano per mettere insieme le proprie risorse, condividere il letto e la tavola, aiutarsi
reciprocamente. Le convivenze erano vissute come unioni legittime, al pari dei matrimoni, se basate su rapporti di
solidarietà. Erano preferite, non per mancanza di rispetto del sacramento, ma per motivi di tutt'altro genere: molte volte
perché non si aveva né tempo né denaro per organizzare anche la più semplice cerimonia nuziale. Se la solidarietà
veniva a mancare, restare sotto lo stesso tetto non era indispensabile. Anche la lunga assenza del partner era
considerata un morivo legittimo per rifarsi una famiglia. Il matrimonio era si monogamico, ma non indissolubile. Era
considerato lecito risposarsi dopo aver avuto la probabils certitudo della morte del partner, che in genere era il marito, dal
momento che la mobilità era un fenomeno prevalentemente maschile. Se però il marito ricompariva, la donna doveva
tornare a vivere con lui. La convivenza sotto lo stesso tetto era un evento raro.
La separazione di fatto sembra essere un fenomeno abbastanza diffuso, anche se ha lasciato poche tracce nei
documenti. Si trattava in molti casi di separazioni temporanee, originate dalle fughe delle mogli, che in tal modo
cercavano di far pressione sul coniuge per riequilibrare il rapporto a proprio vantaggio. Spesso, con lo scopo di tenere a
freno un marito troppo violento. Il ricorso alla giustizia aveva più lo scopo di contrattare che di giungere alla punizione del
colpevole. Tutti avevano interesse a ricomporre il dissidio ed evitare qualsiasi scandalo nella comunità. I conflitti familiari
erano ben lontani dall'essere rinchiusi tra le pareti domestiche. Le famiglie erano molto presenti, risulta quindi difficile
distinguere tra la volontà individuale e familiare. Fin dall'infanzia, i figli apprendevano quali erano le regole che
organizzavano gli scambi matrimoniali. Le ribellioni, comunque, erano possibili.
Che i matrimoni fossero prima di tutto un'alleanza tra famiglie non significava che dalla vita coniugale non ci si aspettasse
anche un appagamento sul piano affettivo. Il fatto che i figli condividessero con i genitori, o altri parenti, il momento della
scelta del partner, probabilmente rendeva il matrimonio meno traumatico, meno carico di aspettative e maggiormente
ancorato a criteri razionali di tipo economico, sociale ed eventualmente politico.
Aggiungiamo che la vita coniugale non durava a lungo: non solo per la diffusa mobilità ma anche per gli elevati tassi di
mortalità. Era facile restare senza coniuge in un'età ancora giovane, per questo i secondi o addirittura in terzi matrimoni
erano assai frequenti. Rivalità tra figli di primo e di secondo letto poteva diventare drammatica in anni di carestie o al
momento della divisione dei beni.
Per definire la famiglia possiamo ricorrere a termini quali: adattabilità, flessibilità, fluidità, instabilità.

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Capitolo secondo: Matrimoni protestanti e matrimoni cattolici.
1. Celibi e coniugati.
A partire dal '500 si verificò una profonda trasformazione, destinata a segnare la religiosità dei secoli successivi: il
passaggio da un cristianesimo tradizionale con una forte connotazione sociale, i cui riti servivano per mantenere la pace
sanare i conflitti di una società violenta, a un cristianesimo che privilegia, sia tra i protestanti sia tra i cattolici, la
dimensione individuale del rapporto con il sacro. Nonostante la rigida contrapposizione sul piano dogmatico, che emerse
con forza nel corso del concilio di Trento, le convergenze tra protestanti e cattolici non mancarono. Una battaglia comune
fu condotta, partire dal 500, per sradicare credenze e pratiche tradizionali, e sostituirle con le nuove norme che avrebbero
dovuto imporre una maggiore disciplina dei comportamenti matrimoniali e sessuali. Trasformazioni radicali si
accompagnarono a forti resistenze, su cui cercheremo di porre l'attenzione. Non trascureremo, comunque, di far
emergere anche le divergenze tra protestanti e cattolici. Cominciamo da queste ultime.
Lutero non si limitò a negare il carattere di sacramento del matrimonio e a sottoporlo alla giurisdizione secolare; fece
molto di più: capovolse la gerarchia degli Stati, che fino allora avevano collocato il celibato al di sopra dello stato
matrimoniale. Il suo profondo pessimismo lo indusse a ritenere impraticabile la via della castità e della continenza. Il
principio del sacerdozio universale, in base al quale tutti credenti potevano comunicare direttamente con Dio, senza
l'intermediazione di un sacerdote, imponeva che non ci fossero distinzioni tra chierici e laici. Già Erasmo da Rotterdam si
era pronunciato contro il celibato e a favore del matrimonio, considerato lo stato della perfezione e il luogo privilegiato
della formazione morale e religiosa. Il concubinato, incluso quello dei preti, aveva molto in comune con il matrimonio
legittimo. Perciò anche la reputazione delle donne concubine, a patto che fossero fedeli, non era necessariamente
macchiata dal disonore. La loro condizione diventò molto più difficile nei paesi cattolici, quando il concilio di Trento
impose la moralizzazione dei costumi del clero, a cominciare dal diffusissimo fenomeno del concubinato, ed allora venne
perseguito criminalmente con maggior vigore. Nei paesi protestanti, invece, fu la chiusura dei monasteri e dei bordelli,
che si verificò nello stesso periodo, tra gli anni 30 e 40 del '500, a produrre effetti drammatici sulla condizione di quelle
donne che non disponevano di una dote sufficiente per sposarsi. La valorizzazione dello Stato coniugale operata dai
protestanti scardinò molte certezze.

2. Gerarchie tra i sessi.


Non è facile capire se per le donne l'abolizione della vita conventuale rappresentasse una maggiore libertà, perché non
erano più costrette a prendere i voti per accondiscendere alle strategie familiari, oppure una perdita di libertà. Molti studi
hanno recentemente posto l'attenzione sulle opportunità di affermazione personale offerte a chi sceglieva di farsi monaca:
poche di loro potevano sperare di far carriera ed esercitare un certo potere nell'ambito del convento e nei rapporti con le
autorità cittadine; molte, comunque, godevano di spazi di autonomia e vita individuale. Fin dal cristianesimo antico alla
condizione di monaca era stato attribuito un significato di libertà, in contrapposizione con lo stato di dipendenza e
subordinazione all'autorità maschile della vita coniugale. Ma basterebbe dare un'occhiata al manoscritto secentesco di
suor Arcangela Tarabotti, intitolato, non a caso, Inferno monacale, per farci un'idea completamente diversa della
condizione di una monaca quando, come sovente accadeva, era stata costretta dal padre per motivi familiari a prendere i
voti. In quel convento-carcere, dove era entrata appena undicenne, riuscì comunque a diventare una nota e abilissima
scrittrice, capace di autopromuoversi nel difficile mondo maschile delle accademie letterarie.
Quel che appare chiaro è che la critica protestante del celibato ecclesiastico contribuì a diffondere un'interpretazione
meno fortemente asimmetrica dei rapporti tra uomini e donne: da un lato attribuendo ad entrambi i sessi, e non più
esclusivamente a quello femminile, l'incapacità di disciplinare i propri impulsi sessuali; dall'altro conferendo una maggiore
dignità alla donna, dal momento che la considerava degna di divenire sposa di un ministro di Dio. Non abolì tuttavia la
diseguaglianza e la subordinazione le donne. Molti riformatori misero l'accento sui valori di amicizia e solidarietà
nell'ambito della vita coniugale ma la soggezione delle mogli nei confronti dei mariti non fu mai messa in discussione.
Un'altra conseguenza dell'abolizione del celibato ecclesiastico fu difatti l'esaltazione della casa come ambito privilegiato
della devozione dell'istruzione religiosa. L'autorità dei padri ne risultò cresciuta. Ma anche la loro responsabilità nei
confronti della famiglia aumentò.
Fu dunque nell'ambito della vita domestica, in quanto moglie e madre di casa esemplare, che la figura della donna
acquisì una maggiore dignità, pur se in una posizione subordinata al marito. Amare, crescere, educare i figli
rappresentavano la perfetta realizzazione del modello di vita cristiana cui uomini e donne potevano aspirare. Anche se i
protestanti diedero un grande impulso alla diffusione delle scuole primarie, per favorire l'alfabetizzazione e la lettura
diretta della Bibbia, la famiglia continuava e rappresentare un momento fondamentale dell'educazione alla fede. Secondo
Calvino, invece, l'insegnamento del catechismo era compito primario delle scuole, più che delle famiglie. Proprio per le
scuole scrisse il primo catechismo informa di domande e risposte, che facilitava l'apprendimento dei più piccoli. Al
contrario i cattolici ne affidarono il compito principalmente alle scuole di dottrina cristiana che dopo il concilio di Trento si
estesero in gran parte dell'Italia settentrionale, grazie al sostegno del clero parrocchiale. Le responsabilità del padre di
famiglia cattolico (di gran lunga accresciute, non diversamente da quanto proponevano i protestanti) vennero subordinate
all'autorità del clero.
La stessa valorizzazione della figura femminile in quanto veicolo di cristianizzazione della vita familiare si fonda su un
rapporto privilegiato con il clero, il quale faceva da guida e da protettore nel cammino della donna verso la virtù cristiana.

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L'obbedienza al prete era determinante per il percorso spirituale della donna, grazie al quale poteva esserle affidato il
compito di convertire un marito recalcitrante agli obblighi religiosi. L'intromissione del prete tra la donna e il marito
preoccupò seriamente i padri di famiglia e gli uomini di governo.

3. Divorzi e separazioni.
Ci si domanda se la reintroduzione del divorzio (nelle società antiche era di fatti presente) abbia rappresentato un
effettivo elemento di frattura tra protestanti e cattolici. Il cristianesimo ammetteva, in determinate circostanze
(prevalentemente per adulterio e sevizie) e previo giudizio dell'autorità ecclesiastica, la separazione dei coniugi, ma non
la possibilità di risposarsi. L'annullamento consentiva invece la formazione di un nuovo matrimonio, in quanto il primo
veniva giudicato nullo fin dall'inizio a causa di impedimenti di consanguineità o affinità, impotenza, vizio di consenso o
difetto di età e altre ragioni ancora, che inficiavano la validità del vincolo dal momento della sua formazione, senza però
mettere in discussione la legittimità dei figli e il loro diritto al mantenimento da parte dei genitori. Il rifiuto di considerare il
matrimonio è un sacramento consentì ai protestanti di rompere con il principio dell'indissolubilità. Vi fu comunque un
consenso generale nel limitare il più possibile la concessione del divorzio e nel concedere la possibilità di risposarsi solo
al coniuge innocente. In Germania e in Svizzera la maggior parte delle nuove leggi sul matrimonio (diverse da città a
città) riconobbe l'adulterio e l'abbandono del tetto coniugale come motivi validi per ottenere il divorzio. In Inghilterra, che
rappresenta un caso peculiare nel panorama dei paesi protestanti, il divorzio non venne introdotto. Si poteva, è vero,
divorziare per decreto del parlamento; ma si trattava di una procedura lunga e molto costosa, di cui si servirono solo
alcune famiglie d'Elite. Il divorzio non ebbe insomma grandi ripercussioni sulla stabilità matrimoniale. Poche furono le
coppie cui fu concesso. È stato perfino ipotizzato che, se si mettessero a confronto i divorzi protestanti con gli
annullamenti cattolici, questi ultimi risulterebbero forse più numerosi. Nonostante la volontà iniziale dei riformatori di
imporre un'unica morale sessuale per entrambi i sessi è significativo che le domande di divorzio per adulterio
provenissero prevalentemente dei mariti, a conferma del fatto che l'adulterio femminile continuava essere considerato
ben più grave di quello maschile. Va anche considerato che la violenza (sevitiae, in latino), che nei paesi cattolici continuò
a essere ampiamente utilizzata dalle mogli per ottenere la separazione da mariti crudeli, non fu ritenuta un motivo
sufficiente per divorziare né da Lutero né da Calvino. Anche se sovente disatteso, l'obbligo di restituire la dote alla moglie
(innocente a te) una volta ottenuta la separazione poteva rappresentare un efficace strumento di dissuasione e
moderazione di mariti bellicosi. La violenza brutale non era tollerata né dalla comunità né dalle istituzioni ma ben poco
sappiamo delle piccole violenze quotidiane, facilmente con confuse con quel diritto-dovere maschile alla correzione,
riconosciuto dalle norme sia civili che ecclesiastiche. I dissidi coniugali portano alla luce un mondo femminile molto meno
passivo di quanto la trattatistica e la precettistica non lasciano trapelare.
La casa non era considerata uno spazio privato e di conseguenza le liti di una coppia interessavano l'intera comunità,
dalle rispettive famiglie d'origine fino al vicinato, che a vario titolo intervenivano per ristabilire l'ordine. Infine bisogna
tenere conto che per tutte le coppie in crisi, protestanti e cattoliche, esisteva un'alternativa: la separazione di fatto, di cui è
impossibile valutare la diffusione perché ha lasciato ben poche tracce documentarie.

4. Clandestinità e pubblicità.
I matrimoni cristiani, erano spesso fonte di incertezza e confusione, scandali e instabilità sociale. I poteri secolari
premevano perché fossero maggiormente garantite le strategie matrimoniali dei padri di famiglia. Nel 16º secolo il clima
era ormai favorevole ad una riforma del matrimonio che lo sottoponesse a regole, controlli, registrazioni ed eliminasse
l'abuso della clandestinità. L'esigenza di imporre una forma pubblica di celebrazione accomunò protestanti e cattolici.
Per i protestanti, il matrimonio clandestino era in anzitutto quello contratto all'insaputa dei genitori, in opposizione alla
volontà familiare. Di conseguenza imposero ai figli minorenni il consenso dei genitori, oltre alla pubblicità della cerimonia.
Sono state fatte diverse ipotesi per spiegare il successo che i matrimoni clandestini riscossero tra gli inglesi. Innanzitutto
esprimevano il bisogno di una cerimonia il più possibile sottratta al controllo dei parenti e degli amici e libera da eccessive
formalità. In conclusione, l'Inghilterra resta fedele al diritto canonico medievale più lungo di tutti gli altri paesi europei,
compresi quelli cattolici.

5. Riti nuovi, riti antichi.


Nel corso del cinquecento il matrimonio diventò una cerimonia pubblica e solenne svolta alla presenza di testimoni,
celebrata da un uomo di Chiesa in uno spazio sacro, preceduta dalla pubblicazione dei bandi per tre giorni festivi e infine
registrata negli appositi libri parrocchiali. Il consenso degli sposi, dunque, non bastava più. -> Regolamentazione dall'alto
che imponeva comportamenti uguali per tutti. A differenza del mondo cattolico, dove il concilio di Trento impose ovunque
le stesse regole, le città e i territori che passarono alla Riforma si mossero autonomamente, in tempi diversi, seguendo le
idee e i programmi dei vari riformatori. Comunque alcuni caratteri comuni emergono con chiarezza.
In Germania la cerimonia sul sagrato della chiesa alla presenza del pastore era già diffusa. Ma per garantire una più
efficace pubblicità molti riformatori imposero che, per essere valido, il matrimonio doveva essere celebrato in presenza di
testimoni, oltre che del pastore, e previo consenso dei genitori nel caso in cui gli sposi fossero minorenni. Un altro
strumento utile per assicurare la certezza del vincolo era la registrazione dei matrimoni in appositi libri, affidata al pastore.
Il pastore doveva anche accertare che non vi fossero impedimenti. I compiti del pastore non finivano qui. Lutero, pur

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riconoscendo la varietà dei rituali nuziali, regolati dalle consuetudini locali, su cui non intendeva intromettersi, scrisse un
opuscolo sul modo di celebrare i matrimoni, indirizzato quei pastori che non erano in grado di adattare da soli l'antica
liturgia alle novità della dottrina riformata. Lutero suggeriva una cerimonia religiosa da svolgersi in due fasi, l'una
successiva all'altra. Davanti alla chiesa il pastore rivolgeva agli sposi le consuete domande sulla volontà reciproca di
prendersi come moglie e marito, assisteva allo scambio degli anelli e al congiungimento delle mani destre, recitando delle
formule. Ma la novità principale stava nella cerimonia all'interno della Chiesa, accanto all'altare, quando il pastore recitava
alcuni passi biblici che istituivano gli sposi sui ruoli loro assegnati nella vita di coppia. La separazione dei ruoli maschili e
femminili ne risultò rafforzata, con un'enfasi particolare sulla necessaria sottomissione delle mogli. I riformatori si
preoccuparono di inculcare nei fedeli il rispetto dei ruoli loro assegnati.
Nei paesi cattolici fu il concilio di Trento (apertosi a Bologna nel 1545 e conclusosi, dopo una lunga interruzione, a Trento
nel 1563) a imporre come condizione di validità del matrimonio è una forma specifica di celebrazione. La cerimonia
cattolica si distingue da poco da quella protestante. Entrambe erano di fatto e caratterizzate dalla volontà di trasformare il
matrimonio in un evento pubblico e sacro. L'attribuzione al parroco di un ruolo di primo piano nello svolgimento della
cerimonia nuziale fu una novità cui i padri riuniti al concilio di Trento giunsero solo dopo innumerevoli discussioni.
Dal momento che i ministri del matrimonio erano gli sposi stessi, e non il parroco, la presenza di quest'ultimo era sì
necessaria, ma non erano necessarie le parole che avrebbe dovuto pronunciare alla fine della cerimonia. Perciò le coppie
che si presentava all'improvviso in chiesa o in sacrestia di fronte a un parroco ignaro in tutta fretta, alla presenza di un
paio di persone, si scambiano le parole del loro reciproco consenso, contraevano matrimoni a tutti gli effetti validi, anche
se peccavano e potevano essere puniti per aver trasgredito gli ordini della Chiesa. Erano i cosiddetti "matrimoni di
sorpresa". Ad essere colto di sorpresa era ovviamente il parroco, che poteva anche turarsi le orecchie e chiudere gli
occhi, per non sentire non vedere, ma la cui presenza, assieme a quella dei testimoni bastava per assicurare la validità
del matrimonio. Comunque i matrimoni clandestini diminuirono drasticamente, anche se non scomparvero del tutto. Il
parroco diventa la figura centrale della cerimonia nuziale. Uomini e donne acquisirono presto la consapevolezza che, per
sposarsi, era a lui che bisognava rivolgersi. La registrazione dei battesimi, dei matrimoni e dei decessi diventa uno
strumento straordinario di conoscenza dei fedeli e assicurò la presenza della Chiesa nei momenti fondamentali della vita
di ogni giorno. La presenza del parroco trasformò la scena del matrimonio in una cerimonia sacra e solenne. Ma non
bastò, fu necessario sradicare tutti quei rituali profani considerati sconvenienti in uno spazio sacro. Vennero imposti
comportamenti sobri e austeri e al momento della celebrazione nuziale, proibendo a tutti, sposi e invitati, di arrivare in
ritardo, ridere e scherzare, cantare e ballare, brindare e rompere il bicchiere…
Su un altro aspetto le resistenze dei fedeli furono forti. L'accento posto da protestanti e cattolici sulla celebrazione
religiosa del matrimonio ebbe anche delle conseguenze importanti sul modo di concepire rapporti tra promessa e
matrimonio, che diventarono due istituti nettamente distinti. La promessa cominciò a perdere quel carattere di
legittimazione dei rapporti sessuali che aveva le sue radici nei diritti consuetudinari, oltre che nell'antico diritto canonico.
La promessa continuò a lungo a rappresentare un impegno vincolante, soprattutto se accompagnata dal rapporto
sessuale. Le donne continuarono a rivolgersi ai tribunali per chiedere il mantenimento della promessa, mentre gli uomini
non smisero di servirsi di false promesse promesse per ottenere il cedimento della partner. La bigamia non scomparve,
nonostante l'obbligo di registrazione dell'atto matrimoniale nei libri parrocchiali e nonostante fosse perseguita, a partire
dagli anni 80 del 16º secolo, dal tribunale del Sant'Uffizio, in quanto profanazione del sacramento del matrimonio.
Attraverso documenti falsi e testimonianze menzognere di amici e vicini, i bigami riuscivano talvolta farsi beffe delle
misure di controllo sempre più sofisticate della burocrazia ecclesiastica, dimostrando astuzia e determinazione nel
perseguire l'obiettivo di una nuova vita matrimoniale.

6. Tra sacro e profano.


Le pagine precedenti hanno messo in luce lo sforzo condotto dai protestanti, non meno che dai cattolici, per
spiritualizzare e sacralizzare il matrimonio, epurandolo da tutti gli elementi profani che lo caratterizzavano e valorizzando
il momento della cerimonia in chiesa alla presenza il pastore. Eppure avevamo detto che, da Lutero in poi, il matrimonio
non fu più considerato un sacramento e, di conseguenza, venne sottoposto alla giurisdizione secolare. Come spiegare
questa che, ai nostri occhi, può apparire una contraddizione?
La differenza, rispetto agli unici due sacramenti riconosciuti da Lutero perché presenti delle sacre scritture, il battesimo e
l'eucarestia, stava nel fatto che il matrimonio non conferiva la grazia. Ma se non assicurava la salvezza, consentiva
comunque di tenere lontani i peccati della carne e di apprendere le virtù dell'amore, della cooperazione, dell'altruismo. La
giurisdizione sul matrimonio passò nelle mani dei poteri secolari, i cosiddetti "tribunali del matrimonio", che furono
composti sia da magistrati laici che da pastori. Comunque, i magistrati laici giudicavano secondo la legge di Dio,
imponendo il rispetto dei precetti biblici. Perciò il matrimonio continuava essere soggetto alla sfera religiosa, pur se
amministrato da un magistrato civile.
Fu soprattutto in Olanda che il matrimonio civile si impose in forma duratura, anche se non esclusiva, ben prima che la
Rivoluzione lo introducesse in Francia e di lì lo esportasse in molti paesi europei. Non si trattava di un obbligo: si poteva
scegliere se celebrare il rito di fronte a un rappresentante dello Stato oppure a un ministro calvinista, dal momento che il
calvinismo pur non essendo religione di Stato godeva di molti privilegi da parte delle autorità di governo. L'introduzione
del matrimonio civile in Olanda, due secoli prima che altrove, è molto probabilmente da mettere in relazione con la

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politica di tolleranza che proprio in quel paese si affermò assai precocemente. La difesa della libertà di coscienza
rappresenta un pilastro dello sviluppo economico e culturale del nuovo Stato.
Grazie all'editto di Nantes (1598), in Francia fu consentito alle minoranze protestanti, gli ugonotti, l'esercizio del culto
pubblico in determinati luoghi (quello privato era permesso ovunque). Vi era incluso il diritto di essere uniti matrimonio dai
propri ministri, secondo i propri riti e di essere giudicati dei propri tribunali, i concistori. Ciò implicava il riconoscimento di
un altro credo religioso, seppur limitatamente ad alcune zone della Francia. Si trattava però di una soluzione provvisoria,
in attesa che la ricostruzione del potere monarchico consentisse il ritorno ad un'unica fede, quella cattolica. Difatti fu Luigi
XIV, simbolo del trionfo della monarchia assoluta, a condurre una dura lotta contro i protestanti finché, nel 1685, giunse a
revocare l'editto di Nantes. Un secolo dopo, fu emanato l'editto del 17 novembre 1789 con cui venne introdotto il
matrimonio civile, in questo caso per i non cattolici (ugonotti ma anche ebrei), i quali potevano scegliere di sposarsi di
fronte a un ministro civile.
I concistori e i presbiteri (congregazione di anziani e pastori), rappresentavano una particolare istituzione del mondo
calvinista, si trattava di una sorta di tribunali che risolvevano conflitti ma istruivano anche i fedeli sui nuovi obblighi
religiosi imposti dalla Riforma. Svolgevano un'attività di controllo e disciplina dei comportamenti matrimoniali, così come
di ogni aspetto della vita religiosa e morale.
Che differenze possiamo cogliere con la situazione dei paesi cattolici? Qui il concilio di Trento aveva riaffermato
l'esclusiva giurisdizione ecclesiastica sulle questioni matrimoniali. La Chiesa cattolica aveva a disposizione un efficace
strumento di repressione penale (il tribunale diocesano) che perseguiva i crimini commessi da chierici e laici contro la
Chiesa, la fede e i sacramenti. Contro i quali si poteva procedere per via inquisitoria, vale a dire su iniziativa del giudice
anziché della parte lesa. La repressione dei delitti non veniva più lasciata all'iniziativa privata, ma era diventata compito
dell'autorità, tenuta a perseguire tutti i reati di qualche rilevanza. I decreti tridentini si preoccuparono soprattutto di
inasprire le pene nei confronti dei concubini, non però allo stesso modo per uomini e donne. Non dobbiamo poi
dimenticare che un altro tribunale, quello dell'inquisizione, si occupò di reati sessuali. A partire dal tardo 500, vinta la
battaglia contro l'eresia, i tribunali inquisitoriali cominciarono a volgere la loro attenzione verso le "cose piccole" (la
superstizione, le magie, gli abusi dei sacramenti), tra le quali era inevitabile che ricadessero anche alcuni comportamenti
sessuali irregolari.
La giurisdizione criminale della Chiesa cattolica non fu certo inattaccabile. Anzi, essa rappresenta un terreno di conflitto
con i poteri secolari, anche in virtù del fatto che molti crimini erano di misto foro, cioè perseguibili sia dal foro ecclesiastico
sia da quello secolare. Il confine tra potestà penale statale ed ecclesiastica era dunque mobile, a seconda dei rapporti di
forza tra i due poteri. La chiesa continuò di fatti a risolvere le controversie relative alla validità del matrimonio e alla vita
coniugale, in cui si trattava prevalentemente di svolgere un compito pastorale, quello della salvezza del peccatore;
mentre la punizione delle trasgressioni diventa di competenza dello Stato. Fu questa la divisione dei poteri che si affermò
pienamente e diffusamente sullo scorcio del settecento. Le dottrine giurisdizionaliste attribuivano alla chiesa un potere
esclusivamente spirituale, finalizzato alla salvezza delle anime. Di conseguenza negavano ogni potere coattivo che
esulasse dall'ambito delle censure ecclesiastiche. I tribunali ecclesiastici potevano imporre solo pene di carattere
spirituale, intervenivano sull'anima, non sul corpo. Il tradizionale dualismo del cristianesimo occidentale, che fin dall'11º
secolo aveva consentito una certa autonomia e indipendenza tra sacro e profano, ne risultò rafforzato.

7. Sessualità illecita.
Circoscrivere la sessualità legittima nei confini del vincolo matrimoniale funun altro obiettivo condiviso da protestanti e
cattolici. Estirpare quelle consuetudini di frequentazioni giovanili che consentivano alle giovani coppie di avere una certa
intimità sessuale prima della conclusione del matrimonio. La Riforma da un lato e il concilio di Trento dall'altro
condannarono come illegittimi gli approcci sessuali tra promessi sposi e tentarono di imporre una rigida moralizzazione
dei costumi giovanili. Si scatenò così una dura battaglia, il cui obiettivo erano gli amoreggiamenti tra giovani, che non
significava avere rapporti sessuali completi, ma semplicemente conversare insieme con familiarità e intimità per
conoscersi meglio. Un forte rigorismo sociale che, tra Sei e Settecento, produsse un'attenzione ossessiva verso i peccati
della carne, anche le innocenti chiacchiere tra giovani di sesso diverso potevano essere considerate pericolosissime
insidie alla castità e istigazioni alla lussuria.
Feste e balli erano occasioni di divertimento, e di corteggiamento, che per lo più si svolgevano all'aperto, in concomitanza
con le feste religiose, e coinvolgevano l'intera comunità. Il ballo viene sovraccaricato di significati sessuali e diventò luogo
privilegiato dei peccati dei sensi.
In area protestante furono invece i poteri secolari a svolgere in prima persona il compito di reprimere il ballo, o perlomeno
contenerlo entro limiti accettabili. Le motivazioni comunque erano le stesse che troviamo tra i cattolici.
Gli amoreggiamenti giovanili e le danze popolari certo non scomparvero, si trasformarono però in peccati della carne. Sia
nei paesi cattolici che in quelli protestanti, il modo di percepire i rapporti sessuali tra uomini e donne prima del matrimonio
cominciò a modificarsi. Lo strumento con cui la chiesa cattolica cercò di reprimere e controllare la vita sessuale dei fedeli:
la confessione, che proprio dallo scorcio dei XVI secolo si stava trasformando da obbligo da assolvere solo al momento
della Pasqua in esperienza di introspezione da ripetere frequentemente. Furono soprattutto le donne ad accostarsi ai
nuovi confessionali e ad avvertire il bisogno di intrattenere rapporti stabili e profondi con preti di loro conoscenza.
Esigenza di confidare ansie e inquietudini indotte dall'introduzione di una nuova normativa e dal maggior controllo

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ecclesiastico su di loro a spiegare il frequente ricorso al confessore, unico interlocutore in grado di aiutarle a colmare il
divario tra le norme imposte e le esperienze vissute. In tal modo la confessione cominciava a diventare strumento di
disciplina della sessualità, in particolare di quella femminile. La sessualità prematrimoniale, pur essendo ormai sempre
più percepita come un peccato, non lasciava tracce se la storia si concludeva con le nozze. D'altronde neppure in caso di
gravidanze impreviste le coppie che non avevano ancora regolarizzato la loro situazione percepivano come irrimediabile
il peccato in cui erano cadute. Bastava affidare temporaneamente il frutto della colpa a un ospedale per esposti, in attesa
di contrarre il matrimonio e riprendersi il bambino.
Anche nei paesi protestanti le antiche consuetudini persistettero a lungo, eppure la sessualità prematrimoniale fu
severamente perseguita, ricorrendo, a differenza dei paesi cattolici, alla giustizia dei tribunali. In primo luogo, tuttavia,
l'attività repressiva dei tribunali protestanti ebbe di mira prevalentemente i matrimoni clandestini. Fu solo
successivamente, a mano a mano che la pubblicità, il consenso paterno e la cerimonia religiosa davanti al pastore
acquisivano importanza nell'iter matrimoniale dei protestanti, che la repressione si volse ai rapporti sessuali tra partner
che si erano regolarmente scambiato il consenso in pubblico, ma che non avevano ancora celebrato il matrimonio in
chiesa. La campagna contro la sessualità prematrimoniale prende slancio fino a raggiungere un'ampia diffusione nel
corso del Seicento. I procedimenti giudiziari su istanza delle parti, in netta prevalenza nella prima metà del Cinquecento
diminuiscono drasticamente mentre aumentano quelli su inquisizione dei giudici.
In conclusione, la battaglia condotta contro la sessualità prematrimoniale non riuscì, per tutta l'età moderna, a ottenere
grandi successi. A ostacolarla fu il forte radicamento delle idee tradizionali sulla sessualità, che costrinse le autorità
secolari ed ecclesiastiche a un atteggiamento di tolleranza. In caso di gravidanza, percorsi diversi attendevano le donne
nubili a seconda se erano cattoliche e protestanti. Nei paesi cattolici, dove fin dal Quattro-Cinquecento esistevano
ospedali per gli esposti, il frutto del peccato era destinato ad esservi accolto, al riparo da sguardi indiscreti e lontano dalla
madre, che avrebbe così potuto reintegrarsi nella comunità. In quelli protestanti, dove la pratica dell'abbandono era in
genere vietata, erano le parrocchie a farsi carico dei bambini abbandonati. Di qui l'interesse a individuare il padre per
accollargli le spese di mantenimento del bambino, altrimenti a carico della comunità. Non era inconsueto che le levatrici
o, più raramente, i giudici avessero il compito di far dichiarare il nome del seduttore alle donne che stavano per partorire,
obbligandole a giurare nel momento cruciale delle doglie, quando le loro resistenze erano più deboli.
Ogni bambino abbandonato comportava un gran carico di responsabilità e spese non indifferenti che gravavano sulla
parrocchia e sui suoi ministri. È vero che anche nelle città cattoliche i brefotrofi erano costretti a mettersi alla ricerca dei
genitori per farli contribuire alle spese. Ovunque, la preoccupazione maggiore fu assicurare che il parto giungesse a
termine. La nascita rappresentò la nuova frontiera dell'intervento pubblico: proteggere e tutelare i corpi, ma soprattutto le
anime, di nati e non nati cominciò a diventare oggetto di specifiche misure legislative. L'infanticidio diventò il crimine
specifico delle donne nubili: su di loro ricadeva una presunzione di colpevolezza alla quale era molto difficile sottrarsi.
Sull'esempio francese, che cominciò a tradursi in pratica solo a partire dagli ultimi decenni del XVII secolo, tra Sei e
Settecento altri stati europei (Inghilterra, Scozia, Svezia, Danimarca, Toscana) diedero avvio a politiche di controllo delle
nascite illegittime. Le dichiarazioni di gravidanza, quindi, oltre a sottoporre i corpi delle donne nubili ad ispezioni
periodiche al fine di individuare eventuali gravidanze o parti illegittimi, potevano essere utilizzate, dalle stesse donne, per
attribuire ai padri la responsabilità del figlio. In Francia le vie offerte alle gravide nubili erano due, una amministrativa e
una giudiziaria, e avevano effetti diversi. Una donna poteva servirsi della dichiarazione di gravidanza per ottenere che il
padre pagasse semplicemente le spese del parto e delle prime necessità del bambino, oppure poteva intentare un
processo per obbligare l'uomo ad assumersi una maggiore responsabilità nei confronti del figlio, vale a dire occuparsi del
suo mantenimento finché non fosse stato autonomo. In tal modo però si rendevano pubblici comportamenti che le
istituzioni stesse avrebbero voluto mantenere segreti per evitare lo scandalo e tutelare l'onore delle persone coinvolte, in
primo luogo la donna.
Nel mondo cattolico post-tridentino si moltiplicarono gli istituti di assistenza per le nubili povere che rispondevano a
bisogni diversi: salvaguardare l'onore (sessuale) delle più giovani, recuperare quello perduto di chi aveva già avuto
esperienze di vita peccaminose, fornire doti per potersi sposare, offrire segretezza per sgravarsi di un parto illegittimo. La
reclusione era comunque finalizzata al recupero della vita matrimoniale e familiare o, in alternativa, conventuale.

8. Matrimoni obbligati, matrimoni proibiti.


La pena prevista dal diritto canonico favoriva il matrimonio della donna sedotta: col seduttore o con un altro partner. Nei
paesi cattolici, nonostante il concilio di Trento avesse eretto rigidi steccati tra sessualità lecita e illecita, cancellando
l'istituto del matrimonio presunto, questa normativa continuava di fatto a basarsi sull'idea tradizionale che la promessa
seguita da rapporto sessuale era una via per giungere alle nozze. Non a caso le donne (e le loro famiglie) continuarono a
servirsi della querela per stupro per convincere fidanzati recalcitranti a convolare a nozze o, in alternativa a pagare una
dote -> trovare uno sbocco ad una situazione di stallo con il partner. Era necessario però che la relazione fosse nota alla
comunità, che si potesse provare la promessa attraverso presunzioni e indizi e se, come accadeva in genere non si
disponeva di testimoni, che la deflorazione fosse certa (e difatti le ragazze che sporgevano denuncia erano quasi tutte
gravide) e soprattutto che non ci fossero dubbi sulla moralità della querelante.

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Nel corso del XVIII secolo la normativa sulla stupro fu oggetto di durissime critiche. Non che precedentemente non si
fossero levate voci contrarie a imporre il matrimonio come pena; ma è nel secolo dei Lumi che che si percepisce
chiaramente un mutamento di clima, che in alcuni Stati si tradurrà in un piano organico di riforma.
Cambia l'immagine della donna: abile seduttrice di giovani di buona famiglia, che cerca di circuire per accaparrarsi una
dote o addirittura farsi sposare. Un'altra preoccupazione era quella che il matrimonio dei figli veniva sottratto dall'autorità
paterna. L'obbligo di sposare o dotare entrava in conflitto, più che col principio di libertà al matrimonio, con quello
dell'autorità del pater familias. Bisognava evitare che il matrimonio fosse l'esito di un rapporto sessuale consumato al di
fuori delle strategie familiari e quindi sottratto al potere dei padri di famiglia. Editti reali e tribunali d'appello giunsero a
dichiarare nulli i matrimoni contratti senza l'approvazione paterna. La sessualità, insomma, non doveva essere una via
per giungere al matrimonio: non tanto per motivi religiosi, come invece veniva sostenuto, quanto per ragioni sociali di
difesa delle strategie familiari. La promessa aveva perso quel carattere di "via" al sacramento del matrimonio che ne
giustificava la competenza ecclesiastica ed era ormai assimilata ad un qualsiasi contratto di natura civile. Di conseguenza
diventava più facile scioglierla. Orientamento che testimoniava del clima di diffidenza, se non addirittura di aperta ostilità,
nei confronti della donna nubile che si lasciava sedurre. Si può presumere che, se non c'erano disuguaglianze di ceto tra i
partner (in tal caso si condannava ad un risarcimento) e la reputazione della donna era irreprensibile, l'esito matrimoniale
continuasse a essere considerato la soluzione migliore, per motivi di ordine e stabilità sociale, soprattutto se c'erano figli
in arrivo. Molte delle donne che sporgevano querela per stupro erano in stato di gravidanza. Per timore che le donne
abusassero di queste querele allo scopo di trovarsi un marito, la gravidanza era diventata essenziale per dimostrare
l'avvenuta deflorazione. Ma se per le donne sedute era diventato più difficile ottenere dalla giustizia un matrimonio
riparatore, non per questo il ricorso in tribunale era inutile. Chi si rivolgeva alla giustizia non si proponeva
necessariamente di ottenere la punizione della parte avversa, ma poteva usare lo strumento giudiziario per far pressione
e indurla a giungere a patti, senza aspettare la conclusione del processo. Un buon numero di casi giudiziari si
interrompeva prima di arrivare alla sentenza. Ciò significa che il matrimonio poteva essere l'esito delle composizioni
private più che delle sentenze emanate dal giudice. In alternativa, c'era pur sempre la possibilità di ottenere un
risarcimento economico, offerto in cambio della rinuncia della querelante a proseguire il processo.
La promessa, dunque, poteva essere più facilmente sciolta, anche senza l'intervento ecclesiastico. Si può presumere che
la possibilità di cambiare idea, a patto che la donna non fosse gravida, costituisse una tappa necessaria per giungere ad
attribuire maggiore importanza al linguaggio dei sentimenti e delle emozioni nella formazione di una coppia.
L'idea di una corresponsabilità della donna al reato cominciò ad affermarsi nel '500 e il principio di presunzione di
seduzione non fu più unanimemente accettato. Il passo successivo fu l'emanazione, già nei primi decenni del secolo, di
leggi che scoraggiavano il matrimonio tra seduttore e sedotta.
Se la coppia veniva perseguita per fornicazione, il matrimonio, scelto da entrambi i partner, assumeva il significato di
espiazione della colpa commessa, tanto che sovente le pene erano diminuite. Non si poteva invece permettere che fosse
la donna, la cui responsabilità nei comportamenti sessuali cominciava essere giudicata equivalente a quella maschile, a
pretendere un matrimonio riparatore senza subire alcuna punizione. I padri erano più disponibili ad accettare di
riconoscere il figlio che a convolare a nozze con la donna che avevano sedotto e le autorità erano maggiormente
interessante ad assicurare la legittimità dei bambini che il matrimonio della coppia.
Tra le èlite di molti paesi europei cominciò a circolare una nuova immagine della donna come soggetto pienamente
responsabile della propria vita sessuale: non più vittima succube della volontà maschile, un abile tessitrice di strategie
seduttive utilizzate per trovarsi marito di buona condizione sociale.
Fin dal Medioevo erano state promulgate leggi per impedire che le donne si sposassero con forestieri, per evitare che,
mediante la dote, i beni femminili venissero portati altrove. Nei secoli successivi, dal '500 in poi, questi divieti
cominciarono a estendersi fino a comprendere una fascia ben più ampia di popolazione, definita in termini economici: tutti
coloro che non avevano di che sostentarsi. Difatti furono soprattutto le città in cui era la collettività ad accollarsi le spese
assistenziali a proibire il matrimonio a chi non disponeva di entrare di entrate sufficienti a mantenere una famiglia. Il
rischio che i bambini nati in famiglie troppo povere finissero per dover essere assistiti dalla comunità sollecitava le
autorità locali a impedire la formazione di nuove coppie senza adeguati mezzi di sostentamento.
La crescita demografica doveva essere guidata e controllata, per evitare un eccessivo aumento dei gruppi sociali più
poveri, considerati una minaccia per la stabilità sociale.

9. Autorità paterna e libertà dei figli.


Gli ostacoli al matrimonio erano molti e non provenivano solo dalle famiglie di appartenenza o degli impedimenti del diritto
canonico. Non possiamo dimenticare che i divieti imposti dalle famiglie rappresentarono una costante nella storia del
matrimonio europeo. Resta da domandarsi se il concilio di Trento abbia avuto conseguenze sui rapporti tra genitori e figli.
Il dibattito conciliare aveva fatto emergere posizioni radicalmente contrastanti. I fautori del consenso paterno erano stati
aspramente criticati da coloro che avevano denunciato con toni assai duri la "tirannia" dei padri di famiglia, colpevoli di
combinare allora piacimento il matrimonio dei figli, e avevano reclamato l'urgenza di salvaguardare la libertà di scelta.
Ma l'accento posto con tanto vigore da molti padri conciliari sulla libertà del matrimonio riuscì a incidere sulle concrete
possibilità di scelta dei figli e figlie? Ai parroci fu effettivamente affidato il compito di interrogare i promessi sposi prima
delle celebrazioni in chiesa, per accertarsi della loro libera scelta ed evitare che contraessero un matrimonio forzato. Ma,

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ancora sullo scorcio del Cinquecento, i parroci erano spesso complici delle famiglie, al punto che le gerarchie
ecclesiastiche dovettero ricorrere alla sospensione a divinis di coloro che celebravano matrimoni combinati senza
verificare né il consenso né l'età degli sposi. Spettò ai vicari, che svolgevano anche la funzione di giudici, di intervenire,
nelle aule dei tribunali, a difesa delle figlie d dei figli soggiogati dalla tirannia paterna. In sede processuale la questione
della prova era particolarmente complessa e l'accertamento dell'esistenza o meno del libero consenso molto laborioso.
La libertà di scelta, per una donna, restava circoscritta alla condizione di sposa o monaca. L'impegno con cui i giudici
incalzavano delle giovani donne a scrutarsi nell'animo per capire i propri sentimenti ed esprimerli liberamente, lontano
dalle costrizioni esterne. In altri casi, invece, i giudici non riuscirono a scalfire la certezza che il consenso della figlia
valeva ben poco in confronto la volontà paterna. Il sostegno da parte della giustizia ecclesiastica si rivelò determinante
per riuscire a svincolarle dalle oppressive strategie familiari. In un periodo in cui la Chiesa si proponeva di estendere il
suo controllo sui comportamenti individuali e familiari, il modello di donna succube dell'autorità paterna non era più
accettabile. L'obiettivo era ottenere una loro maggiore subordinazione al corpo ecclesiastico, indebolendo l'autorità
paterna. Il rapporto privilegiato tra giudici e donne tende a rarefarsi a partire dal seicento. Come spiegare la maggiore
cautela della Chiesa e intromettersi nelle strategie matrimoniali delle famiglie? Probabilmente la piena affermazione della
egemonia ecclesiastica sullo svolgimento del matrimonio aveva ridotto i motivi di conflittualità tra Chiesa e famiglie.
Diversi indizi ci dicono che l'atteggiamento della Chiesa nei confronti del difficile equilibrio tra il principio della libertà del
matrimonio e l'obbligo dell'obbedienza ai genitori stava cambiando. Negli anni 20 e 30 del Settecento la Congregazione
del concilio in risposta ad alcuni quesiti posti da vescovi dichiarò che il dissenso paterno era da considerarsi un giusto
motivo di scioglimento della promessa di matrimonio. In altre parole, veniva riconosciuto il diritto dei genitori di reclamare
la nullità degli sponsali contratti senza il loro consenso. È anche significativo che i conflitti tra genitori e figli, che nei secoli
precedenti si esprimevano prevalentemente attraverso le istanze dei giovani ribelli all'autorità familiare, a partire dal
Seicento giungono in tribunale grazie alle denunce dei genitori che rivendicano la loro autorità sulle scelte matrimoniali
dei figli minorenni. La distinzione fra contratto e sacramento permetteva di sottrarre il matrimonio, in quanto contratto,
all'esclusiva giurisdizione ecclesiastica. Il primo passo fu rivendicare la competenza secolare sugli sponsali pur con
alcune limitazioni. Era un passo necessario per poter giungere ad abolire il carattere vincolante degli sponsali: in altre
parole per impedire che i figli, in virtù della promessa data, fossero obbligati a contrarre matrimonio nonostante
l'opposizione dei padri.

Conclusione.
Questo secondo capitolo dedicato ai matrimoni protestanti e cattolici si è chiuso con l'esigenza, avvertita con una
particolare preoccupazione nel mondo cattolico, di rafforzare l'autorità paterna sul matrimonio. Siamo agli inizi del 18º
secolo, ormai a due secoli di distanza dal concilio di Trento, che proprio sulla questione del consenso paterno aveva
voluto porre una linea di demarcazione rispetto ai protestanti, preferendo intervenire sulle forme di celebrazione del
matrimonio, senza mettere in discussione il principio del libero consenso della coppia. Nel corso del settecento la
distanza tra protestanti e cattolici tende dunque a ridursi ulteriormente. La battaglia contro la clandestinità era stata una
battaglia comune, scandita dall'imposizione di una cerimonia sacra, solenne e pubblica, epurata da quegli elementi
profani così diffusi nei rituali nuziali europei. Tuttavia i vecchi riti non scomparvero, ma rimasero vitali all'interno delle
case, dove i festeggiamenti continuarono ad essere chiassosi e gioiosi e, proprio per questo, frequentati ben più della
compita celebrazione religiosa. Il matrimonio dei protestanti, pur non essendo più riconosciuto come sacramento,
continua essere un fatto religioso che veniva giudicato secondo la legge di Dio, anche se era sottoposto alla giurisdizione
secolare. Solo in Olanda fu introdotto il matrimonio civile.
Neppure la reintroduzione del divorzio nei paesi protestanti costituì un motivo di forte differenziazione. L'indissolubilità
della coppia fu un obiettivo tenacemente perseguito dalle autorità cattoliche come da quelle protestanti, che solo in casi
eccezionali concedevano il divorzio e solo al partner innocente davano la possibilità di risposarsi.
Per Lutero e i suoi seguaci l'abolizione del celibato ecclesiastico aveva comportato la rivalutazione del matrimonio e della
famiglia, l'esaltazione della casa come luogo di devozione e di educazione religiosa. Mentre per i cattolici la distinzione
tra chierici e laici, enfatizzata dal concilio di Trento, aveva finito per subordinare la famiglia all'autorità di un clero più
preparato e consapevole dei propri compiti pastorali. Un'altra conseguenza dell'abolizione del celibato ecclesiastico era
stata l'acquisizione di una maggiore dignità della donna nell'ambito della casa, in quanto moglie e madre, che
condivideva con il marito la responsabilità dell'educazione dei figli. La donna era anche diventata degna di essere moglie
di un ministro di Dio. Dignità non significa, tuttavia, uguaglianza. Le qualità di una buona moglie rimasero, per i
riformatori, quelle consuete di sottomissione, umiltà, pazienza, laboriosità.
Una battaglia comune fu condotta anche per reprimere la sessualità al di fuori del matrimonio, in particolare prima delle
nozze. Consuetudini antiche e diffuse in molti paesi dell'Europa occidentale, fino allora tollerate in virtù della concezione
del matrimonio come processo di lunga durata che aveva inizio al momento della promessa, diventarono gravi peccati
della carne. Perfino i balli, le feste, le veglie e tutto ciò che facilitava la promiscuità tra i giovani furono considerati
"occasione di peccato". Nei paesi protestanti la repressione dei rapporti sessuali prematrimoniali venne principalmente
affidata alla via giudiziaria, vi erano pene severe che colpivano anche le donne, ritenute responsabili al pari dei partner.
Il termine fornicazione, con cui si definivano i rapporti tra un celibe e una meretrice nubile, finì per comprendere anche la
sessualità tra promessi sposi, perché è considerata altrettanto grave. Nel mondo cattolico si ricorse invece alla

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confessione, che proprio allora andava trasformandosi in una pratica sacramentale più frequente e maggiormente rivolta
all'introspezione individuale, in particolare nel caso delle donne penitenti, con le quali la Chiesa stava cercando di
costruire un rapporto privilegiato. A fare uso della giustizia furono comunque le donne, che continuarono a sporgere
querela per ottenere dal fidanzato recalcitrante di essere sposate o dotate, secondo quanto prevede il reato di stupro
preceduto da promessa. Questa battaglia non fu vinta. Numerosi indizi ci dicono che i comportamenti sessuali giovanili
non si fecero disciplinare facilmente. La concezione secondo la quale la promessa legittimava il rapporto sessuale
persistette a lungo. Nonostante i tentativi di rendere più difficile la prova della promessa e di ridimensionarne il carattere
vincolante, per evitare che i seduttori fossero obbligati a convolare a nozze, il matrimonio continuò ad essere l'obiettivo
perseguito e raggiunto, anche attraverso composizioni private, dalle donne sedotte (e gravide). I tribunali luterani e
calvinisti furono i primi a introdurre il risarcimento per danni, sovente accompagnato dagli alimenti per il figlio, in
sostituzione dell'obbligo di sposare o dotare la donna sedotta. Non sembra neppure che il comportamento sessuale
irregolare di una donna abbia influito troppo pesantemente sulle sue opportunità matrimoniali. Tutt'al più poteva ritardare
la conclusione delle nozze o costringere ad accettare un partner meno interessante. Ma nella maggior parte dei casi la
nascita di un bambino illegittimo non impediva alla madre di convolare a nozze con un altro uomo.
Era comunque la gravidanza a svelare comportamenti sessuali che altrimenti sarebbero rimasti nascosti e a spingere le
donne a ricorrere alla giustizia. Solo le madri illegittime che non riuscirono ad identificare il padre del loro bambino, o non
vollero, furono trattate con maggiore severità e talvolta sottoposte a pene infamanti che ne compromettevano la
reputazione. Anzi, nei loro confronti si scatenò una campagna di repressione che fu particolarmente attiva nei paesi
protestanti, dove da un lato si voleva evitare che il peso dei bambini illegittimi ricadesse sulla comunità, dall'altro si
tendeva a sollecitare il senso di responsabilità nei confronti dei figli, che nel mondo cattolico potevano invece essere
abbandonati negli ospedali degli esposti, offrendo così alle madri l'opportunità di riacquistare l'onore. Ne possiamo
concludere in primo luogo che l'onore non era un carattere specifico del mondo mediterraneo, ma apparteneva anche ai
paesi dell'Europa del Nord; e in secondo luogo che non si trattava di un concetto statico e immobile, ma flessibile e
negoziabile, utilizzabile in modi diversi nelle diverse situazioni. Di fronte a uno nascita illegittima, nel mondo cattolico
l'abbandono del bambino era considerato il sistema più efficace per difendere l'onore della donna e della sua famiglia;
mentre per i protestanti dolore stava nel riconoscimento di paternità.
Sia nel protestantesimo che nel cattolicesimo del cinque e seicento furono raggiunte delle conquiste, compensate tuttavia
da alcune perdite. La dignità accordata alle protestanti all'interno della vita familiare non deve farci dimenticare la dura
repressione della maternità illegittima e della sessualità prematrimoniale; le protezioni di cui godevano ancora le
cattoliche nubili coesistevano con la subordinazione delle donne non solo al capofamiglia ma anche al clero. La
repressione della sessualità prematrimoniale sembra essere stata più efficace nei paesi protestanti, dove fu perseguita
criminalmente, mentre in area cattolica venne affidata perlopiù i confessori.
Anche per quanto riguarda i rapporti tra genitori e figli fu nel corso del settecento che si verificarono alcune significative
convergenze. Dopo una prima fase caratterizzata da una forte enfasi sul principio della libertà di scelta matrimoniale, nel
mondo cattolico si andarono affermando posizioni favorevoli a una maggiore autorità dei padri sui figli, in un contesto
culturale di rigida difesa delle gerarchie sociali. Il fallimento della battaglia contro la sessualità prima del matrimonio
spinse i poteri secolari a intervenire per impedire che la promessa seguita dalla copula continuasse a trasformarsi
matrimonio al di fuori di ogni controllo familiare. Erano questi i matrimoni "forzati" che si voleva abolire: non per garantire
una maggiore libertà nella scelta del partner, ma al contrario per imporre un pianificato e efficace controllo paterno. Perciò
si rese più difficile l'accertamento della promessa. In molte leggi si motiva il principio del consenso paterno con la
necessità di tenere a freno le passioni giovanili. Il rafforzamento dell'autorità paterna passa anche attraverso l'educazione
dei giovani alla virtù, all'obbedienza e alla moderazione. La cultura alta e propone l'ideale dell'amore amicizia: un amore
regolato, fondato sulla solidarietà e la stima reciproca, lontano dagli eccessi delle passioni; di conseguenza sottoposto al
giudizio maturo dei genitori.
Il frequente ricorso, da parte di giovani di buona famiglia, al matrimonio segreto clandestino con donne di ceto inferiore;
l'ostentazione con cui venivano vissute le relazioni d'amore che i nobili li intrattenevano con ragazze del popolo;
l'aumento delle domande di separazione e di annullamento; la diffusione di una litigiosità che avvelenava i rapporti tra
padre e figli, mariti e mogli, fratelli e sorelle; la trasgressione dei divieti e delle limitazioni imposte alla libertà di
movimento, di abbigliamento di relazione con persone appartenenti ad un diverso ceto sociale: sono tutti segnali di un
profondo malessere e di una diffusa insofferenza verso il principio di autorità.

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Capitolo terzo: matrimoni borghesi.
1. La cura dell'infanzia: nuovi saperi e nuove paternità.
Sei sullo scorcio del settecento si comincia a percepire, nella costruzione del matrimonio e delle relazioni familiari, una
sensibilità nuova per le forme di espressione dei sentimenti, una diffusa aspirazione alla felicità individuale, una certa
insofferenza per le gerarchie, quel che colpisce maggiormente, di questi mutamenti, è la tensione tutta nuova che alcuni
genitori rivolgono alla cura dei corpi infantili. È un fenomeno che resta circoscritto agli ambienti dell'Elite, ai ceti colti che
leggevano, discutevano e cercavano di sperimentare personalmente le nazioni teoriche di un incipiente pediatria. Dalla
metà del secolo si moltiplicarono infatti le pubblicazioni e le traduzioni di opere di medici che trattavano specificatamente
la salute dei bambini. Jean-Jacques Rousseau pubblicò nel 1762 l'Emilio o dell'educazione. Quali erano, in sintesi, questi
nuovi metodi? Dopo secoli di costrizioni artificiali, di fasce e corsetti che immobilizzavano i corpi, di bretelle e girelli che
dovevano accellerare l'assunzione di una posizione eretta e aiutare a camminare, basati sul concetto di corpo passivo e
malleabile, ci si proponeva di allevare i bambini secondo le leggi della "natura", vale a dire lasciandoli agire liberamente
senza alcuna forzatura e manipolazione. Libertà è un termine che ritorna di frequente nell'Emilio. Vi era una profonda
consapevolezza dell'infanzia come periodo a sé, come età della vita da riconoscere nella sua specificità, non come una
semplice fase di preparazione alla vita adulta. Non va inoltre dimenticato che già sullo scorcio del 17º secolo, ben prima
di Rousseau quindi, John Lock aveva riconosciuto ai bambini, fin dei primi anni di vita, dei diritti specifici che gli adulti
erano tenuti a rispettare: in particolare il diritto alle cure e al sostegno da parte dei genitori finché non diventavano
autonomi.
L'allattamento materno era l'altro punto qualificante del nuovo progetto educativo rousssseauiano. Neppure questa era
una novità, perché anche nei secoli precedenti si erano periodicamente levate voci contrarie al sistema, così diffuso, di
mettere i figli appena nati a balia: grazie alla funzione inibitoria sulla fecondità esercitata dalla prolattina, un ormone la cui
secrezione è favorita dalla suzione del lattante, il baliatico consentiva alle donne dell'Elite di essere disponibili per nuove
gravidanze (oltre che per la vita sociale) e alle donne del popolo che facevano da balia di contenere i propri tassi di
fecondità (oltre che di ricavarne una fonte di guadagno). Ma le critiche all'allattamento mercenario si erano fino allora
basate essenzialmente su motivazioni morali: si credeva che attraverso il latte si trasmettessero vizi e virtù di chi
allattava. Rousseau aveva insistito sul dovere dei padri di seguire personalmente l'educazione dei figli, senza affidarla a
precettori. Il senso della paternità non si riduceva tuttavia alla funzione propriamente educativa, ma coinvolgeva
profondamente la sfera delle emozioni dei sentimenti. L'espressione dei sentimenti stava conquistando l'ambito delle
relazioni familiari. Fu un altro il modello destinato ad affermarsi nel secolo successivo: quello della madre educatrice
tenera, affettuosa, regina dell'intimità domestica. Non dobbiamo però credere che i rapporti tra genitori e figli fossero
mutati radicalmente. Le dimostrazioni di affetto, che i padri illuministi non cercavano più di nascondere, erano riservate ai
bambini piccoli, nei primi anni di vita. Persisteva una concezione pedagogica che diffidava dell'eccessiva familiarità e
confidenza e propugnava al contrario disciplina e rigore, indispensabili per forgiare il carattere di ragazzi e fanciulle.

2. Le delizie della maternità.


Tra settecento e primo novecento il ruolo materno si modifica profondamente. Dalle molteplici funzioni materne assolte da
persone diverse (la madre, la balia, la governante, il precettore) e in luoghi diversi, si passa verso la metà dell'ottocento
all'affermazione della figura della madre biologica all'interno dello spazio domestico. Il riconoscimento della sua funzione
educatrice si coniuga come vedremo con esaltazione del suo primato morale. I discorsi medici e filosofici dell'età dei Lumi
hanno contribuito fortemente alla valorizzazione del ruolo materno. Il distacco dai metodi tradizionali contribuiva
ovviamente a far crescere l'ansia e l'insicurezza nel momento stesso in cui si attribuivano alle madri maggiori
responsabilità. Non è possibile valutare quale sia stata la diffusione dell'allattamento materno tra i ceti medio-alti. Quel
che è certo è che nell'arte, nella letteratura e nella trattatistica la maternità assurge, in questa seconda metà del secolo, a
valore dominante della vita familiare. Alla madre si attribuisce non solo il compito di nutrire il bimbo con il proprio latte nei
primi anni di vita, ma anche una funzione educatrice negli anni successivi, perché l'istinto e il sentimento materno
costituiscono la migliore guida per un sano e armonioso sviluppo. Per alcune donne la maternità stava invece assumendo
una dimensione totalizzante, destinata a segnare profondamente l'identità femminile. La valorizzazione del ruolo materno
finì col confinare le donne nell'ambito della famiglia, una famiglia più affettiva e meno dispotica, ma pur sempre soggetta
ad una forte autorità del pater familias. Viene imposta una rappresentazione idilliaca della famiglia. Nel corso
dell'ottocento le trasformazioni nella manifattura del commercio, l'ampliamento degli affar, la complessità delle operazioni
commerciali comportarono per il ceto medio una maggiore divisione del lavoro e la progressiva esclusione delle donne
dal mondo degli affari. Gli effetti tuttavia furono contraddittori, non riducibili all'emarginazione delle donne dalla vita
pubblica, che fu comunque il prezzo più alto che le donne di ceto medio furono costrette a pagare. Secondo Anna Bravo
la valorizzazione del ruolo domestico e materno, l'enfasi sulla centralità del bambino nella vita familiare e, allo stesso
tempo, la scarsa presenza dei padri in casa, impegnati tutto il giorno sul posto di lavoro, che non coincideva più con
l'ambiente domestico, contribuirono ad aumentare il prestigio della figura materna. Nonostante i codici ottocenteschi
continuassero ad attribuire al padre ogni potere sui figli, è significativo che alcuni paesi si introducesse l'uso di affidare
alle madri la custodia dei figli in caso di separazione.

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3. Virtù femminili e vizi maschili: una nuova gerarchia dei sessi.
La valorizzazione della maternità ebbe una ricaduta importante sulla rappresentazione delle relazioni tra i sessi. Attribuire
alla donna compiti educativi oltreché nutritivi nei confronti dei figli implicava un riconoscimento delle sue qualità morali.
Un'immagine che della donna valorizzava la virtù, la purezza, la moralità, il sentimento. Di contro, la virilità viene
percepita come istintualità e sessualità, desiderio e potere. La desessualizzazione nella figura femminile era il
presupposto per l'affermazione della sua superiorità morale. La donna dunque cominciò ad essere rappresentata come
madre, anzi come madre spirituale cui spettava non solo l'educazione dei figli ma anche la moralizzazione dei costumi del
marito. La cultura cattolica non è stata da meno nel favorire questo processo di idealizzazione. Soprattutto in Italia, il culto
della Madonna domina incontrastato. L'esaltazione della virtù femminile e la valorizzazione del ruolo materno, presenti
nel mondo protestante come quello cattolico, ratificarono l'esclusione delle donne dalla sfera pubblica.
Neppure la rivoluzione francese riconobbe loro il diritto di essere cittadine. Le costituzioni del 1791, 1793 e del 1795 non
lasciano invece alcun dubbio sull'esclusione delle donne, insieme ai domestici e agli stranieri, da ogni partecipazione,
anche delegata, alle elezioni dei rappresentanti. Furono proprio le loro rivendicazioni esplicite di partecipazione al potere
a scatenare le reazioni e le paure maschili, perché rappresentavano una seria minaccia di sovversione dell'ordine delle
relazioni tra i sessi. La divisione dei sessi si arricchisce della dimensione materna per confermare l'alterità dei compiti cui
sono destinati uomini e donne. La valorizzazione del ruolo materno, che pure presuppone una nuova enfasi sulle qualità
morali e spirituali della donna, non riesce a cancellare gli antichi stereotipi sulla fragilità e debolezza del sesso femminile,
che continuarono essere utilizzati per giustificare l'esclusione dalla vita pubblica. Ma se le donne non hanno diritto di
cittadinanza, sono però chiamate a essere madre di cittadini: a loro spetta educare i figli ai principi di libertà e
uguaglianza per farne dei buoni cittadini. La figura della madre repubblicana è il nuovo modello proposto alle donne dalle
rivoluzioni di fine settecento. Il ruolo femminile non riesce a valicare le mura domestiche, ma al suo interno la donna
acquisisce importanti responsabilità che la rendono comunque partecipe nel processo di costruzione della nazione.

4. La secolarizzazione del matrimonio e la legislazione sulla patria potestà.


Di matrimonio civile vero e proprio si può parlare solo dopo il 1789. Le precedenti esperienze, compresa quella assai
precoce dell'Olanda, si erano proposte di offrire ad alcune minoranze religiose, non a tutte, la possibilità di congiungersi
matrimonio di fronte a un pubblico ufficiale anziché al cospetto del rappresentante della religione dominante. Fu solo con
la rivoluzione francese che si giunse alla completa separazione tra matrimonio civile e matrimonio religioso.
Il matrimonio resta la base dell'ordine sociale, la cui importanza politica non è assolutamente messa in discussione dai
rivoluzionari. Anzi, il matrimonio viene valorizzato e incoraggiato: l'aumento dei tassi di nuzialità ne è un segno eloquente.
La questione del matrimonio venne dunque affrontata nel quadro della riforma dello stato civile. Una legge di riforma
stabilì anche la forma civile della celebrazione nuziale, che doveva svolgersi alla presenza di un pubblico ufficiale e
quattro testimoni ed essere preceduta dalle pubblicazioni (ridotte a una sola) da affiggere nella sede del Comune.
Introduceva l'obbligo del consenso dei genitori per i minori di 21 anni. Stato civile e matrimonio vennero così sottratti alla
giurisdizione ecclesiastica, che perdeva due importanti strumenti di controllo sulla vita privata dei fedeli.
Ma fu soprattutto il divorzio a dare il segno della rottura rivoluzionaria con la tradizione precedente. Metteva radicalmente
in discussione il modello familiare di antico regime. Fu difatti consentito divorziare non solo per gli specifici motivi previsti
dalla legge, ma anche per mutuo consenso e incompatibilità di carattere, cioè per una libera scelta dei coniugi. Il
matrimonio cessava di essere un patto di famiglia indissolubile per divenire un contratto fondato sull'amore e la felicità
della coppia. La possibilità di divorziare contribuì a diffondere una nuova immagine del matrimonio, in cui le relazioni tra i
coniugi potevano essere meno asimmetriche e i rapporti con le rispettive famiglie d'origine meno coercitivi, dal momento
che la decisione di divorziare spettava in ultima analisi alla coppia. La ricerca della felicità individuale diventa un obiettivo
da perseguire anche attraverso il matrimonio. Nella visione dei rivoluzionari il divorzio, lungi dal mettere in crisi la famiglia,
avrebbe contribuito alla moralizzazione dei costumi riducendo considerevolmente il ricorso all'adulterio. Il divorzio fu un
fenomeno prevalentemente urbano, diffuso in particolare nell'ambiente dell'artigianato e del piccolo commercio, dove le
donne avevano maggiori opportunità di guadagno e potevano contare sulle proprie risorse per vivere indipendentemente.
Ma perché erano soprattutto le mogli a rivolgersi al tribunale per interrompere la vita coniugale? Senza dubbio i mariti
avevano a disposizione diversi strumenti, formali e informali, per esercitare la propria autorità sulla partner e ristabilire
equilibri di coppia per loro più vantaggiosi, senza bisogno di ricorrere alle vie legali. Inoltre, godevano di una certa libertà
di intrattenere relazioni extra coniugali che alleggerivano il peso di una vita di coppia poco felice.
L'enorme sforzo legislativo compiuto dai rivoluzionari interessò anche i rapporti tra genitori e figli. Il bambino acquisisce
una posizione centrale all'interno della famiglia. Fare figli continuò essere considerato l'obiettivo del matrimonio: non per
la continuità del nome e del patrimonio, come nei secoli precedenti, bensì per amarli, educarli e proteggerli finché non
avessero raggiunto l'autonomia. Col decreto del 28 agosto 1792 la potestà paterna viene abolita e sostituita dalla tutela
esercitata da entrambi i genitori nell'interesse dei figli, non più nell'interesse del padre: dunque fino alla maggiore età dei
figli, fissata a 21 anni. Si era passati al dovere di cura, da parte sia dei padri che delle madri, solo per il tempo necessario
alla crescita e all'indipendenza del figlio. Il potere permanente del padre era stato sostituito dalla tutela temporanea dei
genitori. I padri non persero solo il diritto di diseredare, ma anche la libertà di fare testamento per privilegiare alcuni figli a
scapito degli altri. L'uguaglianza ereditaria era un corollario fondamentale per assicurare l'uguaglianza dei diritti
proclamata nel 1789. Un'uguaglianza che comprendeva anche i nati al di fuori del matrimonio, che dai rivoluzionari

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vennero definiti "naturali". Solo i figli nati da un adulterio non vennero equiparati ai legittimi: il matrimonio rivoluzionario,
proprio perché fondato sulla libera scelta e sull'amore, rendeva ancora più intollerabile l'adulterio. Privato dei suoi poteri
dispotici, il ruolo paterno poteva finalmente trasformarsi in amore puro e disinteressato. Perciò la paternità, che a
differenza della maternità è sempre incerta, non poteva essere imposta dalla legge ma doveva essere una libera scelta,
frutto della volontà dell'uomo che si riconosceva padre. Nuova concezione della paternità. I bambini abbandonati rimasti
orfani, gli illegittimi, gli adulterini il incestuosi potevano essere accolto in famiglia grazie all'adozione; così come le coppie
sterili o perfino uomini e donne single potevano soddisfare il loro desiderio di avere figli ricorrendo all'adozione ma le
domande di adozione furono poche. In conclusione nel diritto rivoluzionario il matrimonio, pur essendo riconosciuto come
la base di una società nuova, non era l'unica fonte dei diritti e dei doveri dei genitori. Dentro e fuori il matrimonio, padri e
madri avevano il dovere di amare e proteggere i figli indipendentemente dalla nascita, dal sesso e dall'età.
Il colpo di stato del 18 brumaio dell'anno VIII (9 novembre 1799) sancì l'ascesa al potere di Napoleone Bonaparte. Il
desiderio di ordine e di autorità era assai diffuso nella società francese dopo un decennio di instabilità. Si tradusse quindi
nella volontà di ripristinare un maggior controllo sul matrimonio e rafforzando la patria potestà. Il divorzio non sparì dal
codice, ma venne fortemente limitato e complicato, tanto che fu reintrodotta la separazione legale per poter consentire a
molte coppie di vivere separate. Il divorzio per incompatibilità di carattere, considerato troppo facile da ottenere, non fu
più ammesso. Quello per mutuo consenso viene sottoposto a una serie di condizioni che lo resero poco praticabile.
Anche il divorzio per cause determinate subì delle limitazioni, quest'ultime furono ridotte a tre.
La patria potestà che la rivoluzione aveva drasticamente ridimensionato venne in parte ripristinata. Restituire autorità ai
padri di famiglia era considerata una condizione indispensabile per assicurare l'ordine sociale e politico dopo il caos
rivoluzionario. Anche se si stabiliva che l'autorità sui figli spettava sia il padre che alla madre, si precisava che solo il
padre la poteva esercitare. Nei confronti della libertà di scelta matrimoniale il codice interveniva in senso pesantemente
restrittivo, ispirandosi alla legislazione monarchica di antico regime. Il consenso dei genitori al matrimonio venne richiesto
fino a 25 anni per i figli maschi (dunque oltre la maggiore età) e fino a 21 per le figlie. Queste e altre complesse formalità
garantivano il perpetuo rispetto dei figli, anche maggiorenni, nei confronti dei padri in una materia, qual era la scelta
matrimoniale, gravida di conseguenze sugli assetti prematrimoniali e la reputazione sociale delle famiglie. Fu mantenuto il
principio dell'uguaglianza successoria dei figli, maschi e femmine, anche se ristretta nei confini della famiglia legittima e
limitata dal ripristino della libertà di lasciare una parte dei beni per testamento.

5. I diritti delle nubili e i doveri delle coniugate.


Dal codice emerse una profonda divaricazione della condizione giuridica della donna coniugata da quella nubile. Si venne
a creare una situazione paradossale per cui le ragazze maggiorenni esercitavano diritti che una volta sposate perdevano
irrimediabilmente. Le mogli furono di fatti nuovamente soggette ai mariti, mentre le nubili, in virtù della limitazione della
patria potestà al raggiungimento della maggiore età, una volta compiuti 21 anni acquisivano la quasi totalità dei diritti
civili. Le figlie maggiorenni godevano insomma di maggiori diritti delle madri. Nell'antico regime le ragazze erano invece
oggetto di tutela giuridica non diversamente dalle coniugate, perché erano sottoposte all'autorità del padre fino alla sua
morte e poi a quella di un uomo adulto della famiglia. Tutto invece, senza distinzione alcuna, continuarono essere escluse
dai diritti politici. Solo con l'autorizzazione del marito le donne sposate potevano dunque stare in giudizio e compiere atti
patrimoniali. Erano esonerate dall'obbligo di sottostare all'autorità maritale unicamente le donne che esercitavano
un'attività commerciale, ma solo per le questioni che avevano a che fare con i loro affari.
Per quanto riguardava le donne non sposate dei ceti popolari, si può presumere che la libertà d'azione e di movimento
offerta dal codice rispondesse meglio alle nuove esigenze del mercato del lavoro. Le fabbriche avevano bisogno di una
manodopera più mobile e disponibile. E non è un caso che "nella prima industrializzazione furono soprattutto le nubili ad
entrare negli opifici e furono unicamente esse a dar vita a quei flussi di migrazione di sole donne che dalla campagna si
trasferivano nei luoghi dove si offriva occupazione". In conclusione, le diverse spinte sociali contribuirono a rendere
complesso e talvolta contraddittorio lo statuto giuridico della donna.
Ci si è soffermati a lungo sui contenuti del codice Napoleone perché la sua influenza si estese ben aldilà dei confini della
Francia. In Italia, un altro fondamentale principio rivoluzionario, che la Restaurazione post napoleonica aveva tentato di
cancellare, venne accolto: l'uguaglianza di tutti figli, maschi e femmine, nella successione legittima. Ma anche coloro che
avevano appena acquisito il diritto all'eredità potevano contribuire alla conservazione dei modelli tradizionali di
trasmissione del patrimonio. Le rinunce delle figlie all'eredità paterna finivano con l'annullare gli effetti della riforma del
diritto ereditario, ma esprimevano anche la preoccupazione di conservare l'unità del patrimonio familiare.
La famiglia gerarchica trova la sua giustificazione nella "naturale" subordinazione al capofamiglia, cui spettava di
provvedere al sostentamento e alla protezione della moglie. Tuttavia, a differenza del codice Napoleone, la
disuguaglianza dei sessi all'interno della coppia venne parzialmente mitigata dall'attribuzione della patria potestà alla
moglie rimasta vedova, che fino allora aveva avuto diritto solo alla tutela. Il controllo istituzionale della gravidanza, che
nell'antico regime aveva interessato prevalentemente le donne nubili, si rivolgeva ora alle vedove.
In Germania la subordinazione della moglie il potere mari tale risultò ancora più marcata. Venne riconosciuto al marito il
diritto di gestire le proprietà della moglie, a esclusione però (e questo era un riconoscimento importante del lavoro
femminile, anche se puramente teorico data l'esiguità dei salari femminili) delle proprietà acquistate con i proventi del
lavoro personale della moglie. Anche l'autorità sui figli, se pur affidata entrambi genitori, doveva essere gestita

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esclusivamente dal padre. La madre vedova non subentrava al marito ma acquisiva solo il diritto di tutela, esercitato sotto
il controllo di un assistente nominato dal tribunale e destinato a essere revocato in caso di seconde nozze.
Il caso inglese ci presenta una situazione del tutto diversa dei rapporti giuridici tra marito e moglie. Alcune leggi
parlamentari riconobbero alla donna sposata la capacità di possedere un patrimonio separato e di compiere atti giuridici
relativamente a esso, garantendone di fatto l'autonomia rispetto al marito. La novità più rilevante stava però
nell'attenzione posta la custodia e alla cura dei figli, sollecitata da un lato dalla consapevolezza del ruolo educativo che
competeva alla madre, dall'altro dalla preoccupazione per le condizioni di disagio e maltrattamento dei bambini. I
tribunali, nel decidere l'affidamento dei figli in caso di separazione o divorzio, cominciarono a porre al centro della
questione l'interesse dei figli anziché quello dei genitori, fino a giungere ad attribuire alla madre, nel 1873, il diritto di
reclamare la custodia dei minori di 16 anni, indipendentemente dall'eventuale colpa della separazione. Sempre
nell'interesse di costoro, si impose ai genitori l'obbligo di assicurare i figli un'istruzione.
Comunque, all'acquisizione di nuovi diritti diede un importante contributo il movimento delle donne.

6. Una nuova stabilità e un nuovo ordine?


Tra Sette e Ottocento il diritto di famiglia subì alcune trasformazioni comuni a diversi paesi europei. La secolarizzazione
del matrimonio fu sicuramente il mutamento più significativo. Il divorzio, non ebbe invece la stessa accoglienza del
matrimonio civile: i paesi cattolici come l'Italia, la Spagna, il Portogallo lo respinsero; altri, sia cattolici che protestanti, lo
ammisero insieme alla separazione (Inghilterra, Belgio, Olanda, Polonia russa, Austria, dove però solo i non cattolici
potevano divorziare) mentre i paesi protestanti di più antica data (Danimarca, Norvegia, Svezia, Germania, Svizzera)
ammisero esclusivamente il divorzio. In molti Stati l'autorità paterna viene mitigata e i figli furono avantaggiati dal
ugualitarismo successorio che cancellava discriminazioni odiose perlomeno in linea di principio. La subordinazione della
moglie al marito, a eccezione dell'Inghilterra, resistette invece ancora lungo. Difatti in Inghilterra alle donne sposate
vennero riconosciuti diritti analoghi a quelli delle nubili. Inoltre ai figli fu assicurata la protezione dello Stato affinché
fossero trattati bene e istruiti adeguatamente da parte dei loro genitori. L'obiettivo delle codificazioni ottocentesche era
ristabilire l'ordine a partire dalla famiglia, ridefinire una rigida demarcazione tra famiglia legittima e famiglia illegittima,
concedere maggiore autonomia ai figli maggiorenni, maschi e femmine, anche per rispondere alle mutate esigenze del
mercato del lavoro, ma mantenere l'autorità del padre di famiglia. Il modello di famiglia coniugale che stava emergendo,
anche in seguito alle trasformazioni culturali di cui si è detto, continuava a basarsi sul principio di autorità.
Quali furono le conseguenze di queste trasformazioni sulla vita, le relazioni, i sentimenti degli uomini e delle donne che
ne furono coinvolti? È molto difficile rispondere. Qui possiamo solo mettere a fuoco alcuni aspetti della tensione tra
ugualitarismo e autoritarismo, spinte individualistiche e senso di appartenenza familiare, che caratterizzò l'ottocento
europeo. Soffermiamoci sulla scelta matrimoniale, che è strettamente connessa ai meccanismi di trasmissione del
patrimonio. In linea di principio tutti figli maschi (e non più solo uno, destinato sia alla successione che al matrimonio)
potevano sposarsi. I cadetti, di cui avevamo intravisto i fermenti di ribellione sullo scorcio del settecento, potevano ormai
sottrarsi all'imperativo, non di rado interiorizzato, di salvaguardare lignaggio sacrificandosi alla carriera ecclesiastica o
militare. Nel conflitto tra inclinazioni individuali e pressioni sociali, tra desiderio e realtà, a restare ferite sono soprattutto le
donne, per le quali il matrimonio resta l'unico orizzonte di vita, l'unica forma di appagamento identitario. Sono soprattutto
loro a sognare il matrimonio d'amore e a soffrire intensamente di fronte al fallimento del desiderio. A differenza dei
romanzi inglesi settecenteschi, dove la conciliazione tra amore e matrimonio è possibile grazie all'identificazione
dell'amore con il sentimento pacato dell'amicizia, di matrice puritana, ma anche a differenza delle opere di Jane Austen,
in cui l'amore non assume le caratteristiche della passione violenta, bensì quelle della ragione che guida il soggetto,
lucido e padrone di sé, verso la risoluzione più giusta e socialmente approvata, il Romanticismo elabora una concezione
dell'amore "come unicità, come sintesi di tutte le aspirazioni dell'individuo", in cui coesistono per la prima volta amore
passione e amore coniugale, sessualità e amicizia. La scelta matrimoniale appare come l'esito di una riflessione che,
anche se dà grande spazio agli aspetti materiali, parte da un desiderio di felicità individuale. La ricerca di un rapporto di
coppia armonioso e affettivo viene esplicitamente espressa: il linguaggio dei sentimenti acquista visibilità.
La pianificazione non escludeva le passioni d'amore, ma certo le indirizzavano all'interno di contesti ben delimitati.
Impediva unioni che non avevano basi solide. Tra giovani e ragazze delle classi medio-basse era comunque consueto
prendersi e lasciarsi, amoreggiare e "disgustarsi": gli amoreggiamenti potevano durare mesi o anni e interrompersi non
appena i sentimenti, o i progetti, mutavano. Non diversamente dei secoli precedenti, una volta presa la decisione di
sposarsi con il coinvolgimento delle rispettive famiglie, il rapporto diventata molto più formalizzato e si irrigidiva in confini
difficilmente valicabili. A favorire le convivenze era anche la difficoltà, per le coppie povere, di giungere alle nozze.
Difficoltà e costi erano cresciuti nel tempo. Tanto che nella Roma della prima metà dell'ottocento, dove il concubinato, pur
se tra un celibe e una nubile, era perseguito penalmente, erano talvolta le stesse coppie di conviventi a farsi cogliere in
flagrante dalle guardie del tribunale criminale pontificio per evitare appunto la trafila dei certificati da presentare. Difatti
una volta che le coppie venivano arrestate il giudice faceva celebrare il matrimonio in carcere, senza bisogno di fedi né di
certificati, e poi le rilasciava. L'introduzione del matrimonio civile non semplificò le cose. In Francia il codice Napoleone,
oltre ai consueti certificati matrimoniali, richiedeva il consenso dei genitori per i minorenni e gli atti rispettosi nel caso in
cui figli fossero maggiorenni. Se i genitori non potevano essere presenti alla cerimonia, era necessario un documento
notarile del loro consenso. Se erano deceduti, bisogna presentare i certificati di morte e un'autorizzazione da parte di altri

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parenti o del tutore. Ovviamente per gli immigranti che dovevano procurarsi i documenti nei loro luoghi di origine tutto era
più complicato e costoso.
Per tutto il 19º secolo l'età al matrimonio continuava a mantenersi alta. I cambiamenti economici non produssero un
abbassamento dell'età in cui ci si sposava. Gli impedimenti di diversa natura al matrimonio, in particolare a quello dei
poveri, avranno certamente rallentato i tempi. Ma dobbiamo probabilmente attribuire alla lunga durata di mentalità e
consuetudini il persistere di certi comportamenti matrimoniali. In ogni caso, non diversamente dei secoli precedenti,
l'elevata età al matrimonio non poteva che favorire la sessualità prematrimoniale. Dalla fine del 18º secolo la promessa
cominciò ad essere considerata meno vincolante. I codici ottocenteschi cancellarono l'obbligazione legale che
costringeva i promessi sposi a convolare a nozze. La promessa venne considerata niente di più che un "progetto". Di
conseguenza poteva solo dare luogo al risarcimento dei danni. Era una rottura con secoli di normativa canonica e prassi
giudiziaria, che nella promessa vedevano l'atto fondante del percorso matrimoniale. Per la Chiesa cattolica i tempi furono
ancora più lunghi: bisogna attendere la promulgazione di un codice, nel 1917, perché il diritto canonico elaborasse una
nuova definizione della promessa, che escludesse qualsiasi intervento esterno finalizzato al suo adempimento o
scioglimento. Cambia il significato stesso di promessa: non più obbligo di contrarre un futuro matrimonio, ma garanzia
contro i danni conseguenti al fallimento del progetto matrimoniale. In Italia la promessa non obbligava più
all'adempimento neppure in presenza di seduzione e di gravidanza.
L'interessante e che venivano riproposte immagini rappresentazioni della seduzione caratteristiche dell'antico regime.
Ricompariva difatti la promessa come strumento di seduzione: "nessuna donna cede se non ha almeno la scusa di un
aspirato futuro matrimonio"; la promessa vince la naturale ritrosia e l'onesto pudore della donna, e le rapisce quanto di più
caro ha al mondo, l'onore", e fa della donna la vittima delle "turpi arti del seduttore". Ritroviamo questo stesso linguaggio
del codice Rocco del 1930, il codice penale del fascismo, che con l'articolo 526 recuperò il reato di seduzione con
promessa di matrimonio, pur se limitato alla seduzione commessa da un uomo sposato ai danni di una minorenne. La
sua ricomparsa era giustificata dall'ideale di Stato etico propugnato dal regime fascista, in cui i comportamenti morali
erano assimilati ai reati penali, riproponendo quell'identificazione tra peccato e reato che affondava le radici nella chiesa
medievale.

7. Lo Stato interventista.
Il modello di uno Stato interventista in materia di famiglia e matrimonio è strettamente connesso alla volontà delle élite di
governo ottocentesche di affermare il principio della separazione tra Stato e Chiesa e quindi la laicità dello Stato. Il
presupposto è il rispetto, da parte dello Stato, di ogni appartenenza religiosa, che resta un fatto di coscienza individuale
in cui i poteri secolari non devono interferire. Ciò consente ai poteri secolari di estendere le proprie competenze su
molteplici aspetti della vita familiare. Oltre al matrimonio, la nascita rappresentò l'altro terreno cruciale di ingerenza statale
in un ambito tradizionalmente regolato dalla Chiesa. L'interesse della chiesa medievale per il parto era motivata dalla
volontà di preservare la vita umana della dannazione eterna. Era il battesimo a strappare le anime della morte eterna e,
al tempo stesso, di introdurre nel mondo degli uomini, grazie all'attribuzione del nome e dei diritti civili elementari. Era
necessario assicurare il battesimo anche in caso di emergenza, perciò la Chiesa si preoccupò di istruire le levatrici, le
uniche sempre presenti al momento del parto, affinché fossero in grado di pronunciare la formula battesimale con serietà
e precisione. Mentre la Chiesa cattolica e quella anglicana continuarono a lungo a dettare regole sul momento del parto,
nei paesi luterani calvinisti il controllo sulle levatrici passo rapidamente nelle mani dei poteri secolari, con il risultato di
sottrarre la nascita all'ambito esclusivamente religioso.
Nell'Olanda calvinista il mestiere di levatrice, sottoposto interamente alla giurisdizione statale, perse ogni
caratterizzazione religiosa. L'aver sottratto alle levatrici ogni responsabilità religiosa implica una più rapida
professionalizzazione del mestiere e una precoce laicizzazione delle pratiche della nascita. L'attenzione si spostò dalla
salvezza delle anime alla salvezza dei corpi. Dalla levatrice ci si aspettava che si desse da fare per assicurare il
benessere fisico della madre e del neonato.
Nei paesi cattolici l'intervento dello Stato a favore della professionalizzazione del mestiere data solo dalla metà del
settecento. Furono organizzati corsi e scuole per levatrici, istituiti cattedre di ostetricia per chirurghi ostetrici nelle facoltà
mediche dell'università. La nuova ostetricia sancì la supremazia del chirurgo ostetrico sulla levatrice, della scienza e sulla
superstizione, delle competenze maschili su quelle femminili. L'istruzione fornita alla levatrice la confinava in realtà
nell'ambito limitato del parto naturale, mentre in caso di complicazioni era il chirurgo essere l'unico competente. Ai saperi
femminili si contrapposero i saperi delle scienze mediche, destinati a monopolizzare il controllo dei corpi gravidi.
Non bisogna tuttavia esagerare le dimensioni del conflitto. Il numero degli ostetrici era del tutto insufficiente a coprire le
esigenze della popolazione, in particolare nelle campagne, oltre al fatto che le famiglie delle donne incinte erano in
genere troppo povere per pagare gli onorari dei medici. Le partorienti continuavano a rivolgersi alle vecchie comari, in cui
avevano fiducia e con le quali condividevano cultura e sensibilità.
Anche il clero si impegnò a propagandare i corsi per le levatrici. Per tutto il settecento negli stati italiani fu richiesto
l'attestato del parroco per potersi iscrivere ai corsi di ostetricia. Di fronte all'avanzata del sapere scientifico, la Chiesa
stava ormai perdendo l'egemonia sul governo della nascita. E nel corso dell'800 che i progressi della medicina
consentirono concretamente di porre la salute della donna non più come scopo secondario rispetto alla salvezza eterna

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dell'anima del feto. Ma l'alternativa che si poneva tra donna e feto assunse ben presto la dimensione di una
competizione, periodicamente esplosa in aperto conflitto.
Il corpo gravido era ormai oggetto di tutela: non più affare di donne, ma questione di interesse pubblico, morale, politico e
scientifico. Può apparire paradossale che in un periodo in cui si afferma il principio della non interferenza dei poteri
pubblici nella sfera privata e si valorizza la libertà individuale, gli Stati ottocenteschi invadano con tanta pertinacia l'ambito
della maternità e della cura dei bambini. In realtà è proprio l'esclusione delle donne dai diritti politici a mantenere intatta la
percezione della condizione femminile come condizione di vulnerabilità e subordinazione: di conseguenza bisognosa di
protezione. È con questo spirito che nascono le leggi di tutela delle lavoratrici salariate. Non è un caso che in queste leggi
le donne siano assimilate ai fanciulli: entrambi soggetti deboli, per il sesso e per l'età, che hanno bisogno di essere
protetti. Scopo di queste leggi è porre dei limiti allo sfruttamento, all'orario alle mansioni cui le operaie erano destinate,
per salvaguardarne la capacità di procreazione. La priorità, per il sesso femminile, resta la famiglia. Perciò maternità e
lavoro in fabbrica appaiono inconciliabili agli uomini di governo. Per la prima volta la donna lavoratrice viene percepita
come un problema che va risolto: perciò nel 19º secolo è osservata, descritta e documentata con un'attenzione senza
precedenti. È la sua visibilità il dato nuovo dell'epoca dell'industrializzazione. La fabbrica non ha creato la figura della
lavoratrice, ma l'ha portata alla ribalta, l'ha posta sotto lo sguardo indagatore di esperti interessati a tutelare la salute del
suo corpo in quanto destinato a divenire fecondo. La sua vocazione alla maternità va protetta da condizioni di lavoro
troppo dure e pericolose. Se per le donne di antico regime il lavoro rappresentava una priorità, affrontata mandando a
balia o affidando ad altri i figli, nella convinzione che la loro sopravvivenza dipendesse comunque dalla volontà divina, le
donne dell'età contemporanea devono invece (con l'aiuto di medici e legislatori, di un sapere scientifico e razionale)
dedicarsi innanzitutto alla cura dei loro bambini. Il lavoro femminile continua così a essere discontinuo e fluttuante, quindi
mal pagato. Ma la sua subalternità ha ora una diversa giustificazione ideologica che non si basa più sull'inferiorità del
sesso femminile, bensì sul primato del ruolo materno e domestico. Perciò la legislazione di tutela si preoccupa di porre
dei limiti all'orario di lavoro femminile e di vietare il lavoro notturno, perché lo scopo è contenere gli effetti negativi che il
lavoro ha sui corpi delle donne, rendendoli inadatti al generare e allevare i bambini sani. Proprio per queste ambiguità i
movimenti femministi dei diversi paesi europei si mostrano divisi e incerti tra l'approvazione e rifiuto delle limitazioni al
lavoro delle donne. Rappresenta invece una novità importante, voluta e appoggiata da tutti i movimenti femministi,
l'istituzione del congedo di maternità, che vietava di impiegare le puerpere alla lavoro se non dopo un certo periodo di
tempo dal parto. Le donne delle campagne invece restarono escluse da ogni misura di protezione. La valorizzazione del
ruolo materno contribuì a giustificare l'occupazione, da parte di una minoranza di donne, di nuovi percorsi lavorativi Che
si presentavano come una proiezione esterna alla famiglia della figura materna o si caratterizzavano per la loro
rispettabilità: basti pensare alle insegnanti, alle infermiere o alle impiegate delle Poste.
Anche gli interventi per promuovere la natalità caratterizzarono le politiche statali a favore della famiglia tra tardo
ottocento e primo novecento. In Francia prima che altrove il calo demografico diventa un problema politico che venne
affrontato con l'erogazione di incentivi finanziari per i padri. È significativo che quasi ovunque, sull'onda delle retoriche
nazionaliste e imperialiste, i provvedimenti a favore della natalità rafforzarono il culto della paternità e della virilità:
l'aumento della popolazione era considerato un segno della "virilità nazionale", oltre che una vocazione femminile alla
maternità. In Italia fu il regime fascista a introdurre misure tese a incoraggiare l'aumento demografico attraverso sgravi
fiscali, assegni familiari, prestiti e premi di nuzialità: tutti destinati ai padri in quanto capifamiglia. In conclusione il
fascismo si caratterizzò per una politica di esclusione delle donne dal lavoro, che fu attuata prevalentemente attraverso
misure di protezione e di incoraggiamento della maternità destinate soprattutto ai padri, sancendo in tal modo il ruolo
domestico del sesso femminile.
Nella Germania nazista una politica demografica fu pesantemente condizionata dalla questione razziale. In un contesto in
cui la "cura della razza e dei caratteri ereditari "era divenuta il nucleo centrale della politica nazista, l'obiettivo non poteva
essere la promozione della natalità indiscriminata. Per "migliorare la specie" bisognava incoraggiare solo le nascite nelle
"famiglie tedesche con caratteri ereditari sani".
La tendenza che si avverte chiaramente te lo scorcio del 19º e l'inizio del 20º secolo è quella di favorire la libertà di scelta
del partner, abolendo ogni tipo di restrizione imposta nei secoli precedenti, dalle questioni di status a quelle economiche,
fino a eliminare il controllo esercitato dalla famiglia sui figli dopo la maggiore età matrimoniale. Sono rimasti solo i vincoli
di parentela e l'esistenza di un precedente matrimonio a limitare la scelta del partner.
Tra i paesi cattolici fu per prima la Francia a reintrodurre, nel 1884, il divorzio. Allo stesso tempo si andava
ridimensionando il modello di famiglia autoritaria scaturito dal codice Napoleone.
Pur se per un periodo di tempo limitato, la Russia rivoluzionaria degli anni '20 del novecento rappresenta un esempio
interessante di liberalizzazione dei comportamenti matrimoniali e sessuali e di alleggerimento dell'intervento dello Stato
nell'ambito della sfera privata. Il matrimonio il divorzio furono sottratti alla competenza della Chiesa ortodossa russa, le
unioni di fatto furono equiparate ai matrimoni registrati, venne proclamata l'uguaglianza tra uomini e donne e abolita
qualsiasi discriminazione tra figli legittimi e illegittimi, l'aborto fu depenalizzato. Ma la realizzazione di questo modello di
incontrò molteplici difficoltà. La guerra, la carestia, la mobilità, la collettivizzazione delle terre, la cronica mancanza di
risorse economiche sconvolsero gli equilibri demografici e le strutture familiari. Alla legislazione rivoluzionaria segui, negli
anni del regime di Stalin, l'inversione di rotta che introdusse restrizioni al divorzio e attribuiva effetti giuridici solo al

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matrimonio registrato, allo scopo di rafforzare la nuova famiglia socialista, riportandola nella sfera di competenza
normativa dello Stato.

8. La degiuridicizzazione del matrimonio e della famiglia.


Il 20º secolo vide l'affermarsi di un processo che ormai accomuna Europa occidentale e orientale: la degiuridicizzazione e
deistituzionalizzazione delle relazioni private e familiari. È la tendenza che si contrappone radicalmente a quella dei secoli
precedenti in cui dapprima le chiese e in seguito gli Stati avevano cercato di imporre una regolamentazione della vita
privata dei fedeli/sudditi. Le recenti legislazioni sulla famiglia si muovono difatti nell'ottica di favorire l'autonomia
individuale evitando di interferire nelle scelte dei singoli, a patto che siano rispettati alcuni principi fondamentali:
l'uguaglianza, la solidarietà e soprattutto l'interesse dei minori.
Tra il secondo dopo guerra e gli anni 70 le varie forme di protezione sociale istituite nei decenni precedenti hanno
raggiunto una sistemazione più organica e hanno dato vita a quel che viene definito il periodo d'oro del Welfare State:
dall'indennità di disoccupazione e malattia alle pensioni di vecchiaia, dagli assegni familiari alle pensioni di reversibilità.
Qui ci interessa sottolineare come l'accesso alla maggior parte dei diritti sociali abbia continuato a basarsi
essenzialmente sullo status di lavoratore, e in particolare del lavoratore maschio capofamiglia, procacciatore di risorse
non solo per sé ma anche per i familiari a carico. Questo presuppone da un lato la piena occupazione maschile, dall'altro
la stabilità del matrimonio che consente di estendere i diritti sociali ai componenti della famiglia anche oltre la morte del
capofamiglia.
L'inquietante fenomeno del declino della fecondità che interessa soprattutto alcuni paesi mediterranei e in primo luogo
l'Italia, accompagnato dal continuo allungamento della durata della vita, ha nuovamente posto la nascita al centro
dell'attenzione dell'intervento pubblico. Quello che è interessante notare è che la fecondità è più elevata là dove i
sostegni al costo dei figli e le politiche di conciliazione sono più sviluppate, nonostante gli alti tassi di occupazione
femminile e la diffusa instabilità coniugale: vale a dire prevalentemente nei paesi del Nord Europa e in Francia. Anche sul
piano giuridico l'interesse del minore ha acquisito una centralità mai avuta in precedenza. Innanzitutto la regolazione dei
rapporti tra genitori e figli non pone l'accento sui diritti dei genitori, bensì sui loro doveri di cura e di educazione nei
confronti dei figli. L'espressione patria potestà è stata sostituita dall'autorità parentale o responsabilità genitoriale, a
conferma del definitivo tramonto dell'autoritarismo paterno, cui ha dato un contributo decisivo il movimento del '68. Non
c'è dubbio che la necessità di tutelare i diritti dell'infanzia abbia ampliato la sfera di influenza dello Stato nelle relazioni tra
genitori e figli. Proprio in conseguenza del processo di individualizzazione delle relazioni familiari è aumentata, in questo
ambito, la responsabilità del giudice, il quale è chiamato a conciliare i diversi diritti dei singoli componenti e in primo luogo
dei figli. Per quanto riguarda le relazioni tra marito e moglie si avverte invece una tendenza alla degiuridicizzazione
decisamente più marcata. Una volta affermato il principio di piena uguaglianza che attribuisce ai coniugi gli stessi diritti e
doveri, cancellando ogni discriminazione nei confronti della moglie, in molti paesi europei il diritto di famiglia tende a
lasciare ampio spazio all'autoregolamentazione dei conflitti coniugali. Il divorzio, ormai accolto in tutti i paesi europei ha
cambiato radicalmente fisionomia. L'attenzione si è spostata dall'accertamento delle cause di divorzio alla gestione delle
sue conseguenze, in particolare l'affidamento dei figli e il mantenimento del coniuge più debole.
Un'altra rottura radicale con il passato è il riconoscimento di una maggiore uguaglianza economica e patrimoniale tra i
coniugi, anche se le singole legislazioni si differenziano notevolmente. In particolare per quanto riguarda il diritto di
successione, nella maggior parte dei paesi europei si riconosce al coniuge superstite il diritto a ereditare, anche in
presenza di figli, una quota in piena proprietà e non solo in usufrutto. La coppia come nucleo relativamente autonomo è
una realtà molto recente, continuamente messa in discussione Dalle difficoltà della vita coniugale che reclamano l'aiuto e
la collaborazione dei parenti.
Le famiglie di fatto, sono considerevolmente aumentate. Nel passato, come abbiamo visto, erano le difficoltà
economiche, l'esistenza di un precedente matrimonio, l'eccessiva differenza di status tra i partner, le costose pratiche
burocratiche per ottenere la licenza di matrimonio, i motivi più frequenti all'origine dei concubinato, che peraltro si
distinguevano a fatica dalle unioni legali e proprio per questo erano ampiamente tollerati nonostante fossero proibiti. Era
molto raro che si trattasse di una scelta. Oggi le convivenze sono frutto di una scelta, sia che siano finalizzate al
matrimonio sia che non lo siano. Le convivenze prematrimoniali, aumentate soprattutto negli anni '70 e '80, sono
espressione di un desiderio di sperimentare il rapporto di coppia prima di assumersi una responsabilità familiare che,
nonostante il divorzio, viene considerata molto impegnativa.
Ma le unioni che rompono radicalmente col passato sono senza dubbio quelle omosessuali. Più frequenti nelle grandi
città e tra la borghesia e la classe media, in molti casi queste coppie desiderano avere figli. È stata per prima la
Danimarca a riconoscere, nel 1989, le coppie di omosessuali conviventi e ad attribuire loro, al pari di quelle eterosessuali
unite in matrimonio, doveri di cura, assistenza, fedeltà reciproca, e diritti relativi ai rapporti patrimoniali, ai contratti di
affitto, alle tasse di successione. Il diritto di famiglia è dunque chiamato a riconoscere nuove realtà d'amore (convivenze
etero e omosessuali) sino a poco fa nascoste e proibito, che sono usciti allo scoperto reclamano, significativamente, un
riconoscimento giuridico. Il processo di degiuridicizzazione e privatizzazione non è in contraddizione con l'ampliamento
della domanda di diritti civili e sociali.

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Conclusione.
In questo terzo capitolo si è detto poco sul matrimonio, molto su altri ambiti della vita familiare. Dopo le codificazioni
ottocentesche il matrimonio non ha perso quella centralità che aveva fino allora avuto nella regolazione giuridica della
famiglia. Stabilire "chi può sposarsi, chi sposare e come sposarsi" non è più l'obiettivo prioritario dell'intervento pubblico.
Recentemente il matrimonio ha perso di centralità anche nelle esperienze di vita di donne e uomini: non è necessario
sposarsi per vivere in coppia, avere rapporti sessuali e avere figli. Le nozze non rappresentano più quel rito di passaggio
all'età adulta che aveva caratterizzato la formazione delle coppie per lunghi secoli. Per le donne, in particolare, la meta
matrimoniale non si configura come l'unica dimensione identitaria su cui convogliare tutte le proprie aspettative. Tuttavia
la coppia continua a rappresentare il principale modello di riferimento. È senz'altro cambiato il modo di costruirla.
Innanzitutto dobbiamo ricordare che nel 18º e 19º secolo si è modificato il rapporto tra promessa e matrimonio. La
promessa è divenuta gradualmente meno vincolante, fino a non obbligare più la coppia convolare a nozze, ma solo a
risarcire il partner abbandonato del danno subìto. Tra ottocento e primo novecento la promessa rappresenta un momento
ben distinto dalla formazione del matrimonio, in cui fidanzati si scelgono, si frequentano e si preparano al grande passo
sotto gli occhi vigili della parentela. Pur non sfuggendo al controllo parentale, il fidanzamento diventa il luogo dell'intimità
e degli affetti; si irrigidiscono i confini tra spazio pubblico sfera privata; la scelta del partner si autorappresenta come
esclusiva scelta d'amore, al punto di offuscare quegli elementi di calcolo e razionalità sempre presenti nel momento della
scelta. È il matrimonio d'amore, un mito che conquista rapidamente tutti ceti sociali attraverso la letteratura, il teatro, la
canzone, il romanzo d'appendice. Un mito la cui realizzazione, ammesso che ci sia stata, sembra aver avuto vita breve:
appena una cinquantina d'anni, tra il 1910 e il 1960, ci dicono i sociologi. Dopodiché le contraddizioni esplodono, il
conflitto generazionale si radicalizza, il movimento delle donne mette in crisi la gerarchia tra i sessi, la formazione della
coppia si chiude in privato, mostrando tutte la difficoltà di tenere insieme amore e matrimonio. I matrimoni non durano, le
separazioni e i divorzi aumentano incessantemente.
Sul piano giuridico l'attenzione si sposta dalle relazioni tra marito e moglie, sempre più regolata interno della coppia,
privatamente, alle relazioni tra genitori e figli che, in virtù del riconoscimento dei diritti dei minori, richiedono l'impegno di
legislatori, uomini di governo, esperti ed operatori sociali che ne garantiscano l'applicazione. Questo slittamento ha radici
storiche, che possiamo collocare nella seconda metà del 18º secolo, quando le riflessioni di medici e filosofi sui sistemi di
cura e di educazione dei bambini nei primi anni di età si sono coniugate con gli interessi dei governi illuminati per
l'aumento, la salute e il benessere della popolazione nazionale. La cultura rinascimentale, in particolare quella italiana del
quattrocento, aveva proposto un'idea nuova di educazione del bambino basata sul potenziamento delle attitudini
individuali, che rivela evidentemente un'attenzione per la specificità dell'infanzia. Nel secolo dei Lumi il bambino comincia
ad assumere un'importanza peculiare nell'ambito della famiglia e dello Stato. Le preoccupazioni demografiche sollecitano
i poteri secolari ad intervenire sulla scena del parto e della nascita per assicurare la procreazione di nuovi cittadini dello
Stato. Nelle famiglie cresce l'attenzione per nuovi sistemi di accudimento dei bambini: dapprima in gruppi ristretti dell'élite
intellettuali, che avevano cultura, tempo e denaro per dedicarsi alla cura dei figli appena nati; successivamente, nel corso
dell'800, anche tra i ceti medi. Questo processo favorisce l'affermarsi di un nuovo modo di intendere la maternità, non più
esclusivamente come funzione riproduttiva e nutritiva, bensì come ruolo educativo fondato sulla dimensione affettiva e
sentimentale del rapporto col figlio.
Dobbiamo probabilmente tener conto anche dei fenomeni demografici per spiegare la centralità assunta dall'infanzia nella
storia della famiglia europea. Per il settecento non possiamo ancora parlare di declino della mortalità infantile, bisogna
attendere la scoperta di Pasteur sull'origine microbica delle malattie infettive, negli anni 80 del 19º secolo, perché
aumentano le possibilità di sopravvivenza dei bambini; né di una riduzione della mortalità complessiva; ma possiamo
prendere in prestito dai demografi la definizione di "stabilizzazione" della mortalità. Si può supporre che la minore
frequenza di catastrofi demografiche abbia contribuito ad attenuare il profondo senso di precarietà dei legami familiari, a
cominciare da quelli tra genitori e figli, consentendo di esprimere quelle relazioni anche con il linguaggio dei sentimenti.
Senza dubbio il principio di uguaglianza scaturito dalla Rivoluzione francese ha inciso profondamente sui rapporti tra
genitori e figli; molto meno su quelli tra mariti e mogli. Il principio di autorità maritare è stato pesantemente ribadito dai
codici ottocenteschi, preoccupati di ristabilire l'ordine a partire dalla famiglia legittima: una famiglia coniugale, svincolata
dalla dipendenza dal lignaggio, affettiva e sentimentale, ma al tempo stesso autoritaria.
I diritti dei figli hanno avuto riconoscimenti importanti ben prima di quelli delle donne coniugate, che sono rimasti soggetti
ai diritti maritali, con poche eccezioni, fino al 20º secolo. È significativo che i principali mutamenti intervenuti nel diritto di
famiglia tra sette e ottocento (la secolarizzazione del matrimonio, l'abolizione del carattere vincolante della promessa, la
limitazione dell'autorità paterna e l'ugualitarismo successorio) siano stati comuni a diversi paesi dell'Europa occidentale.
Solo il divorzio continuare a segnare una demarcazione tra l'area protestante e quella cattolica. La Francia è stato il primo
stato cattolico a reintrodurlo, nel 1884. Ma la tendenza, dalla fine del 19º secolo, è chiaramente quella di intervenire in
materia di matrimonio e famiglia non più prevalentemente attraverso lo strumento giuridico, bensì tramite la legislazione
sociale. La famiglia diventa oggetto delle politiche sociali.
Le prime forme di legislazione sociale sono indirizzate ai lavoratori "deboli", donne e bambini occupati prevalentemente
nelle fabbriche. Le leggi di tutela delle lavoratrici salariate che si diffondono sullo scorcio dell'ottocento hanno difatti come
obiettivo non la protezione del lavoro delle donne, bensì la salvaguardia della loro vocazione alla maternità. Si muovono
in un'ottica di difesa della funzione riproduttiva dei corpi femminili. Paradossalmente è proprio la valorizzazione del ruolo

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materno ad aprire alle donne, tra fine ottocento e inizio novecento, l'accesso alle nuove professioni di educazione e di
cura che si vanno sviluppando nel terziario e nel pubblico impiego. La distanza dalle donne di campagna diventa
incolmabile.
La vita coniugale familiare degli anni 50-60 e profondamente diversa: negli aspetti materiali prima che in quelli relazionali.
In città la famiglia è diventata più piccola e più ricca, dispone di più tempo libero, vive in un ambiente più sano, pulito e
ordinato, in cui l'introduzione degli elettrodomestici alleggerisce i lavori di casa ma al tempo stesso alza gli standard di
pulizia richiesti. Sulle donne pesa enormemente il modello della casalinga perfetta e appagata, che anche la pubblicità
tende a inculcare. Dagli anni 60-70, complici i movimenti giovanili e il nuovo femminismo, cambiano le relazioni tra i sessi
e, ancor più, tra le generazioni; cambiano le aspettative nei confronti del matrimonio; cambia l'atteggiamento verso la
sessualità. I mutamenti avvenuti negli ultimi decenni del 20º secolo rendono più simili le esperienze familiari vissute dai
cittadini e dalle cittadine dei diversi paesi europei. Ovunque ci si sposa di meno e più tardi, si convive di più, si fanno
meno figli, ci si separa e si divorzia con maggiore frequenza. Ovunque è riconosciuta la piena uguaglianza giuridica tra i
coniugi e la loro comune responsabilità nell'educazione dei figli.
L'instabilità coniugale è considerata da molti una minaccia alla sopravvivenza della famiglia. La prospettiva storica può
aiutarci a ridimensionare la drammaticità di questa immagine. Innanzitutto va tenuto conto che l'allungamento della durata
della vita, straordinario negli ultimi decenni, è sicuramente un incentivo non trascurabile all'instabilità. I matrimoni
indissolubili del passato duravano ben poco: basti pensare che nell'Italia tra il '500 e la prima metà del '700 è stata
calcolata una durata media di vita tra i 25 e 28 anni. Negli anni 80 dell'ottocento solo il 55% delle coppie arrivava
celebrare le nozze d'argento. In secondo luogo duravano poco non solo per l'elevata mortalità che colpiva tutti ceti sociali,
ma anche per gli alti tassi di mobilità della maggior parte della popolazione. Si deduce indirettamente che gli
allontanamenti dalla famiglia e le separazioni di fatto non fossero affatto rari. Le unioni di fatto dunque esistevano anche
nel passato e le separazioni legali, pur se lasciavano intatto il vincolo coniugale, erano utilizzate per rompere legami non
più tollerabili. L'ipotesi di una famiglia tradizionale stabile è difficilmente accreditabile.
Proprio perché si tratta di un fenomeno di lunga durata, l'instabilità coniugale non può essere considerata un indizio
convincente del prossimo crollo dell'istituzione matrimoniale. La differenza, rispetto alle famiglie ricostituite del passato
che si formavano in seguito alla morte di uno dei due genitori, sta nel fatto che oggi i nuovi legami si cumulano con quelli
precedenti, mentre ieri li sostituivano. Le coppie omosessuali chiedono di partecipare ai reciproci doveri e diritti che
legano le coppie eterosessuali, di consolidare il loro rapporto anche sul piano giuridico. È una domanda di assunzione di
responsabilità, che va in senso opposto ai processi di instabilità di cui molti si lamentano. Nei confronti delle coppie
omosessuali si registrano forti differenze, anche in conseguenza dell'ostilità della Chiesa cattolica al riconoscimento di
unioni che non siano quelle eterosessuali sancite dal matrimonio.
Quello che dovrebbe preoccupare seriamente e sollecitare risposte adeguate da parte delle autorità politiche è il
processo di invecchiamento della popolazione: si intende un cambiamento nella struttura per età della popolazione che
porta all'aumento della quota delle persone con oltre 65 anni. Esso dipende da due fattori: la diminuzione della fecondità
e l'allungamento della durata della vita. Il lavoro non impedisce le donne dell'Europa del nord e di fare figli, mentre redditi
monofamiliari prevalenti nell'area mediterranea rendono impossibile il mantenimento di famiglie numerose.
La nascita è dunque, ancora oggi, un terreno su cui si misurano le capacità dei governi. Il problema non è più
incrementare genericamente la popolazione, ma offrire alle coppie, e innanzitutto le donne, la possibilità di fare i figli che
desiderano. L'invecchiamento della popolazione, la precarietà del lavoro, la diminuzione delle risorse disponibili per le
politiche sociali pongono nuovi contraddittori problemi. Che accentuano la conflittualità non solo tra uomini e donne ma
anche tra giovani e vecchi, costringendo a ripensare politiche sociali che finora hanno prestato ben poche attenzioni alle
giovani generazioni.

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