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ETRSUCOLOGIA

(28.09.2009)
Antonio Minto fonda nel 1925 il Comitato permanente per l’Etruria a Firenze, cui seguì nel 1926 il
I Convegno Nazionale Etrusco. Nel 1927 viene fondata la rivista di studi etruschi, che si avvalse da
subito non solo del lavoro di archeologi, ma anche di altri specialisti. Nel 1928 c’è il I Congresso
Internazione di Etruscologia, a Firenze.

(29.09.2009)
Gli Etruschi hanno avuto a sfavore la perdita della loro letteratura: infatti, tutte le fonti di prima
mano sono andate perdute. Non possediamo queste fonti primarie a causa di una sorta di “genocidio
culturale” da parte dei Romani, che hanno cercato di cancellare la presenza etrusca dopo la
conquista dell’Etruria. Mancando le fonti letterarie, gli Etruschi, una volta scomparsi, scomparvero
nel ricordo della gente, anche se non del tutto: un vago ricordo di questo popolo era sopravvissuto
anche secoli dopo la sua scomparsa. Nel Medioevo di avevano idee molto vaghe sugli Etruschi, al
contrario delle conoscenze possedute dai Romani: appunto, non esisteva una letteratura etrusca. Una
vaga percezione si è mantenuta nel corso del tempo agli occhi di chi ha continuato ad abitare in
quella regione che ad oggi è più o meno la Toscana. Ci sono vari esempi tangibili, come a Solcana,
vicino ad Arezzo, dove c’è una struttura che sta dietro l’abside di una basilica cristiana: riscoperta
dagli archeologi alla fine degli anni ’70, essa è un’ara, che stava davanti ad un tempio di cui si vede
una parte della scalinata, sovrastata dalla basilica cristiana. Nell’antichità (Grecia ed Etruria),
l’altare stava fuori dal tempio, che era adibito solo ad ospitare la statua (o le statue) della divinità,
ed eventualmente un tesoro. Su questo tempio etrusco è sorta una chiesa cristiana che ricalca la
pianta del tempio (anche se è orientata al contrario). I templi etruschi avevano le fondamenta fatte
in pietra, ma l’alzato era composto, normalmente, da materiale deperibile (mattoni crudi,
cannicciata, ecc.). Ecco perché rimane solo il basamento di pietra. Chi ha costruito la chiesa ha
probabilmente riconosciuto la sacralità del luogo, costruendo sopra al tempio pagano una struttura
cristiana. L’altare è costruito con blocchi della stessa misura/livello, cioè isotomi: questo è il tipico
altare etrusco, caratterizzato da una sagomatura particolare.
Anche a Montalcino nell’abbazia di Sant’Antimo ci sono delle tracce etrusche. Qui, sopra una porta
laterale, quella dei catecumeni, c’erano due nicchie, incastonati c’erano due cippi di diorite, che
dovevano aver richiesto molto tempo di lavorazione. Noi li conosciamo da una serie di esempi
soprattutto attorno al lago di Bolzena. Forse venivano utilizzati per qualche luogo di culto, ed erano
dedicati a Tinia, la massima divinità del pantheon etrusco, assimilabile a Zeus/Giove. Infatti a Tinia
erano dedicati nei santuari, talvolta, cippi di questo genere, che presentano nella parte superiore un
rilievo con due fulmini, che stanno a simboleggiare il Giove saettante. Questi oggetti venivano
levigati fino ad un certo punto: avevano un’appendice che stava nel terreno e stavano nei santuari
dedicati a Tinia, di cui abbiamo una decina di esempi in Etruria. Quando sono arrivati nel
Medioevo, i costruttori dell’abbazia hanno visto il luogo di culto e anche i cippi, e vi costruirono
sopra l’abbazia, incastonando i due cippi sopra la porta dei catecumeni, che recuperarono il loro
significato sacro, o cui fu conferito un significato sacro particolare: la chiesa è infatti costruita in
travertino, quindi anche la porta dei catecumeni è bianca, e sopra (fino al 1870) c’erano questi cippi
neri, uno dei quali è andato perduto (infatti il Ministero decise di restaurare l’abbazia e togliere i
cippi). Questi oggetti neri risaltavano sul bianco, e il nero doveva forse dare l’idea dell’atmosfera di
peccato: attraversando la porta si passa dalla condizione di peccatori ad una condizione salvifica,
evidenziata dal bianco del travertino. I due cippi pesano intorno ai 50 Kg.

In un certo periodo della civiltà etrusca, nell’area settentrionale che gravita soprattutto attorno a
Pisa e dintorni, nel V secolo a.C., si afferma un certo tipo di contenitore per le ceneri, fatto come un
cratere. Siamo vicini alle Alpi Apuane, quindi vicini alle cave di marmo utilizzate anche dagli
Etruschi e da cui hanno ricavato anche dei grandi crateri. Il cratere era il vaso più importante del
banchetto, il cui momento terminale era il simposio, durante il quale si consumava ancor più vino.
Al consumo del vino allude il cratere, e il vino, con la sua ebbrezza, mette in contatto con la
divinità, facendo perdere i contatti con la realtà → connotazione funeraria. Non ci deve quindi
sorprendere trovare dei crateri nelle tombe, e tra l’altro i vasi di queste dimensioni erano prodotti
appositamente per l’uso funerario. Il cratere nella tomba può diventare il contenitore delle ceneri.
Troviamo anche un cratere in marmo (di cui manca la diapositiva!) che è stato scalpellato e
riutilizzato con una iscrizione in latino che allude al defunto: siamo nel XII-XIII secolo d.C., e un
personaggio ha recuperato uno dei crateri etruschi che probabilmente si trovavano in questa zona
perché era una zona cimiteriale anche per gli Etruschi, e lo “cristianizza” con un’iscrizione
appropriata. → recupero dell’antico.
A Castellina in Chianti, nel 1509, fu scoperta una tomba monumentale che coronava la cima di una
grande collina, o cumulo. Fu una scoperta che fece sensazione e si scavò con i metodi rudimentali
dell’epoca, mettendo in luce la pianta di questo grande tumulo e scavando anche le tombe interne a
camera, che con un sistema a croce si aprivano sul tamburo. La notizia di questa scoperta,
evidentemente, fu diffusa e colpì anche l’interesse di Leonardo da Vinci, che in quel momento si
trovava a Firenze: egli venne a conoscenza di questa tomba e forse la visitò, o forse ne vide delle
riproduzioni. Fatto sta che in quel periodo gli fu commissionato il progetto di un mausoleo per un
personaggio a noi ignoto, e lui lo fece: nell’immagine attribuita a Leonardo, conservata al Louvre, si
vede una collina coronata da un grande tumulo, con un tamburo, in cui si aprono in senso radiale le
camere sepolcrali, proprio come nella tomba di Castellina in Chianti. C’è un dromos e due celle
laterali, e una più grande in fondo. Nel disegno di Leonardo le stanze sono 6, mentre nella tomba di
Castellina sono 4. Ad ogni modo, sembra improbabile che la netta somiglianza tra le due tombe sia
casuale → interesse specifico di Leonardo che riconosceva la tomba, sempre con idee molto vaghe,
come un prodotto etrusco. Le analogie sono evidenti anche per l’alzato. Le camerette le ha
concepite a massi, cioè blocchi sporgenti verso l’asse centrale, via via aggettanti: è la falsa volta,
che non ha bisogno di centine per costruirla, come invece avviene per la volta vera. È una tecnica
molto primitiva, comune in tutto il Mediterraneo. E anche Leonardo, stranamente, fa uso della falsa
volta: è un atto di riconoscimento dell’apprezzamento dell’artista per il mondo antico: Leonardo
voleva rivitalizzare gli elementi struttivi di un monumento che veniva, pur nella nebbia della
conoscenza, attribuito agli Etruschi.
Un tempo era normale, arando un campo o costruendo nelle città, fare scoperete fortuite di
testimonianze di livelli più antichi, e si comincia ad avere un certo interesse per questi documenti,
di cui si sapeva la non appartenenza al mondo romano, molto più conosciuto: si facevano attribuire
pur vagamente agli Etruschi, grazie agli elementi stilistici e ad altre caratteristiche.
Agli Uffizi è conservato un disegno di Simone Martini che presenta delle figure di armati in una
scena di combattimento, dove c’è chi sovrasta e chi soccombe. Evidentemente ha ritratto una delle
scene riprodotte in una delle tante urne cinerarie chiusine: le armature infatti non sono del
Rinascimento!
Tarquinia è una città etrusca nella campagna di Roma, nota per le sue tombe dipinte. La pittura
greca è scomparsa quasi totalmente, ci rimane invece il ricchissimo patrimonio di pittura etrusca,
conservatasi perché le tombe venivano scavate facilmente nel tufo, che poteva ospitare, lavorando
con gli intonaci, delle pitture che talvolta si sono conservate intatte. Queste tombe sono spesso state
in vista, altre volte nascoste: a volte sono sempre state aperte ed utilizzate da pastori e contadini.
Probabilmente è rimasta sempre in vista la Tomba dell’Orco, chiamata così perché all’ingresso ci
sono due personaggi demoniaci: questa tomba era tutta dipinta, oggi della pittura restano solo
alcune parti. C’è una scena di banchetto, di cui è rimasta conservata solo una scena con un
personaggio femminile, Velca della famiglia Spurinna, famiglia cui era dedicata la tomba, citata in
varie epigrafi: la fanciulla è tutta agghindata con una corona d’oro, una collana e un paio di
orecchini a grappolo. Le ombre oscure sul fondo rappresentano i Campi Elisi: il banchetto è tra i
defunti. Tra le altre pitture c’è una scena con questi personaggi Ate e Persifona (Hades e Persefone),
le due divinità dell’Oltretomba: Hades, barbuto, ha un copricapo particolare in cui vi si riconosce la
testa di un lupo a fauci spalancate. Questa tomba deve essere stata sempre in vista, e deve esserci
passato Michelangelo, che lavorava a Roma nella Cappella Sistina: fra i suoi disegni ce ne è uno
che rappresenta un personaggio barbuto con un copricapo a testa di lupo, del tutto simile all’Hades
della Tomba dell’Orco. Anche questo, come per Leonardo, non può essere un fatto casuale: le
analogie sono talmente evidenti che Michelangelo deve aver visitato il luogo, essendo interessato
all’antichità. Forse gli è servito da spunto per qualche opera.
Nel 1553 viene trovata la Chimera d’Arezzo durante la costruzione delle fortificazione medicee
nella periferia di Arezzo, fuori da Porta San Lorentino, e subito reclamata dal granduca di Toscana
Cosimo I de’Medici per la sua collezione. La Chimera è un leone con una testa di capra sul dorso
(in greco chimaira significa letteralmente “capra”) e con la coda serpentina: esso era il mostro vinto
da Bellerofonte. Il bronzo faceva parte di un gruppo in un santuario (essi erano posti sulle strade di
accesso alle città). La creatura è ferita: si vedono le gocce di sangue colare da un fianco. Il bronzo si
data alla fine del V secolo a.C., e si pensa che provenga dall’Etruria settentrionale; infine, esso
presenta un’iscrizione “TINSCVIL”, che significa “donata al dio Tinia”.
Nel 1566 (sempre sotto Cosimo I) fu trovato tra il Lago Trasimeno e Perugia un bronzo del II
secolo a.C., l’arringatore. Esso venne portato a Firenze e Cosimo ne riconobbe subito l’importanza:
la stessa cosa non era avvenuta per la Chimera che, posta nello studiolo del granduca, era stata
scambiata per un leone, visto che inizialmente non aveva la coda; essa venne poi restaurata da
Benvenuto Cellini. Insieme alla Chimera vennero trovati anche dei bronzetti che rappresentano
l’offerente o l’animale offerto (anche questi furono messi nello studiolo a Palazzo Vecchio). Nel
‘700 il Corridori (?) completa la statua con la coda di serpente: esso morde un corno della capra (era
un escamotage per farla stare in piedi, ma in realtà il serpente doveva rivolgersi contro
Bellerofonte). Dal 1897 sia la Chimera (n. inventario 1) sia l’Arringatore (n. inventario 2) sono al
Museo Archeologico Nazionale di Firenze.
Cosimo capisce l’importanza politica ed ideologica dei ritrovamenti e nel 1569 diventa Magnus
Dux Etruriae: l’emblema è composto da Bellerofonte che affronta la Chimera (principe civilizzatore
che combatte le fiere).
Thomas Dempster (storico scozzese) scrisse De Etruria Regali dove vengono riportati i risultati dei
suoi viaggi in Etruria: scritto nel ‘600, venne pubblicato un secolo dopo con la dedica a Cosimo.
Mausoleo di Porsenna, re di Chiusi e Volsinii: egli andò a Roma subentrando a Tarquinio il
Superbo, divenendo re di Roma, Gli storici latini parlano di un mausoleo con sotto un labirinto a
Chiusi (forse questa “labirinticità” è dovuta al gran numero di cunicoli nel tufo): Varrone parla del
mausoleo (notizie riportate da Plinio) come fatto da piramidi, una centrale ed altre angolari…
Il XIX secolo è il grande secolo della scoperta degli Etruschi: ci sono grandi campagne di scavo →
Luciano Bonaparte: fratello minore del più celebre Napoleone, un po’ dissidente, che lo fece
relegare a Canino, nella campagna romana sotto lo Stato Pontificio (corrispondeva a Vulci→
diventa principe di Canino). Nel periodo invernale impiegava i contadini nello scavo di tombe
(protuberanze): gli scavi erano fatti per la ricerca di tesori, non di testimonianze, per cui molti pezzi
vengono venduti→ concentrazione di vasi greci (a Vulci arrivavano le navi: essa era la porta
d’ingresso per l’Etruria interna).

(6.10.2009)
Dionigi di Alicarnasso parla di autoctonia della civiltà etrusca. Questo principio di autoctonia
andrebbe contrapposto all’origine greca dei Romani: così si spiega tutta la teoria dionigiana.
Nei primi del ‘900 lo studioso Pigorini sostiene una provenienza settentrionale del popolo etrusco,
teoria poi smentita: essa era nata dal fraintendimento di un passo di Tacito.
La lingua etrusca non è indoeuropea, come non lo sono i sardo, il ligure e nemmeno la parlata
picena (per quel poco che si conosce), e così il basco. Qualcuno ha provato a collegarla all’ittita o al
luvio, entrambi lingue indoeuropee. Qualcuno ha supposto che si tratti di una lingua residua
mediterranea, precedente alla calata degli indoeuropei. Difficilmente può essere stata imposta da un
piccolo gruppo visto la sua diffusione, tuttavia tale teoria ha una sua validità. Infatti le prime
iscrizioni etrusche risalgono ai primi anni del VII secolo a.C., mentre la civiltà etrusca si fa risalire
attorno al XII-XI secolo a.C.: quindi c’è stato tutto il tempo necessario perché un piccolo gruppo
possa aver imposto la sua lingua. Archeologicamente, la civiltà etrusca non ha niente a che fare con
le civiltà dell’area egea ed anatolica: lo testimonia, ad esempio, l’assoluta assenza di un tipo di
fibula dai territori etruschi, la fibula asiatica, comunissima invece nei territori anatolici. Allo stato
attuale ha forse ragione Massimo Pallottino, che parla di formazione della civiltà etrusca: essa è
nata da vari elementi (autoctoni, nuovi ed esterni). Può darsi che di questi elementi, tipo la lingua,
qualcuno sia stato imposto da un piccolo gruppo. Certo non si può parlare di traslazione di popoli.

L’Età del bronzo è suddivisa in: bronzo medio (XV-XIII secc.), bronzo recente (XII sec.) e bronzo
finale (XI-X secc.). In Italia nel bronzo medio abbiamo la cultura appenninica, costituita da
popolazioni che vivevano in alto, con una produzione ceramica caratterizzata da vasi biconici di
impasto a mano libera, decorati dalla metà in su; ciotola carenata, chiamata così perché il profilo
ricorda la carena di una nave; i villaggi erano a carattere stagionale a causa della transumanza. Il
bronzo finale si può anche chiamare in Etruria periodo protovillanoviano.
Da Luni sul Mugnone proviene un vaso biconico di impasto grezzo, la cui decorazione (che si
intravede male) è limitata alla parte superiore. In questo periodo viene introdotta l’incinerazione, e
le ceneri vengono poste in un vaso biconico coperto da una ciotola carenata e monoansata, messa a
mo di coperchio sulla bocca del vaso: questa usanza viene forse del Veneto e quindi dall’Europa
centrale. Da Luni sul Mugnone vengono i pochi frustuli micenei in Etruria: si tratta di ceramica
eseguita al tornio e poi dipinta.
Periodo villanoviano (IX-VIII secolo a.C.). Il nome viene dal luogo dove si fecero le prime
scoperte di questo periodo, cioè Villanova (vicino Bologna). L’archeologo Gozzantini (?) nel 1853-
4 fece dei ritrovamenti in una necropoli. Tombe a pozzetto, a cassetta: protette da 6 lastre,
circondate da terra e da pietrame. Nella cassetta veniva riposta l’urna con il suo piccolo corredo.
Vasi di impasto grezzo fatti a mano libera.
Dopo l’unità d’Italia si fecero grandi scavi nell’Etruria propria, e si notò che i vasi usati per le
ceneri erano uguali ovunque. Il villanoviano è spesso preceduto dal più diffuso proto villanoviano
(?): per questo si può far iniziare il cammino della compagine etrusca dall’XI secolo.

L’Etruria meridionale, costituita da un plateau di tufo scavato dai fiumi, è caratterizzata da


numerosi speroni, facilmente difendibili e, grazie ai fiumi, senza problemi di approvvigionamento
dell’acqua. Per le necropoli si sceglievano luoghi che non interferissero con l’attività agricola (basta
osservare la pianta della zona di Tarquinia per capirlo). Le città in Etruria erano spesso poste sulle
prime alture vicine al mare, ad un massimo di 10-15 km dalla linea di costa: solo Populonia è molto
più vicina al mare essendo stata costruita su di un promontorio di 300 metri a picco sul mare. Si
faceva attenzione anche alla presenza di giacimenti minerari, che influenzavano la scelta del luogo
in cui insediarsi.

Tomba a pozzetto: generalmente larga in alto, con uno scalino e poi un pozzetto più stretto, che
ospitava il vaso cinerario e il corredo. Per evitare che i vasi di impasto grezzo di raggrumassero al
contatto con l’umidità del tufo, si usava mettere una pietra sotto al vaso, così che non toccasse la
superficie ultima del tufo. La tomba veniva in qualche modo segnalate, ma non sappiamo bene
come, visto che i lavori agricoli e il dilavamento naturale hanno portato via i segnacoli. Visto che
talvolta sono stati trovati dei ciottoli di fiume, si è pensato che si usasse quelli come segnacolo, o
forse si usavano dei tumuli di pietre o forse un palo di legno.
→ disegno di un pozzetto a Chiusi (scavi dell’800): esso è rivestito da una “custodia” di pietre.
Spesso al posto di questa “camicia” si usava un orcio, dentro al quale si metteva il tutto, per poi
sigillarlo con una lastra di pietra. Ziro è il nome dell’orcio dato ad esso nella Val di Chiana e nella
Valle Tiberina. Una soluzione più raffinata prevedeva che nel fossetto fosse posta una custodia di
tufo. Nell’Etruria meridionale e settentrionale si faceva una custodia litica per i pozzetti: a Volterra
troviamo un contenitore, uno ziro, un’urna cineraria e il corredo. Il vasi biconico è il
cinerario/ossuario per antonomasia. La decorazione è eseguita a mano libera. Si sceglieva qiuesta
tipologia di vaso perché era quello per l’acqua (vedi diapositiva 12: Vetulonia, Circolo delle
Pellicce. Vaso biconico e statuetta di porta-acqua, terminale di un reggi - vasi), simbolo della vita, e
auspicio per il defunto di una vita eterna nell’aldilà.
Per il trattamento dell’argilla si usava il pietrisco per “smagrare” essa + limo depurato. La
decorazione veniva impressa o incisa sulla superficie del vaso (esempi di vasi a striature multiple).

(13.10.2009)
Le anatre in cima alle capanne simboleggiavano/richiamavano la barca solare: anche nelle urne
aveva un significato particolare, visto che vi si mettevano le ceneri del defunto e un po’ di fumo
doveva uscire, come dalle aperture delle case. Poi, le anatre dovevano costituire quasi una specie di
protezione per la parte più fragile delle case, il tetto. → immagini di barca solare e un corredo (dis).

Inizialmente la civiltà villanoviana era abbastanza chiusa, caratterizzata da una economia


autarchica. Col tempo essa cambiò, grazie anche alla vicinanza con il mare, grande via di
comunicazione.
→ Corredo dalla necropoli di Cavalupo a Vulci. Questo corredo venne trovato dai tombaroli e
sequestrato dalla guardia di finanza. Vaso cinerario biconico decorato: le decorazioni bianche sono
quanto resta di lamelle di piombo attaccate con un collante (forse la stessa argilla) al vaso. Esso
presenta poi una catenina in bronzo sul collo: si tratta di una antropomorfizzazione del vaso
cinerario, per cui si restituisce una qualche identità fisica al vaso cinerario e al defunto, passato per
il processo di disgregazione della cremazione, resuscitandolo in una qualche maniera; e forse il vaso
aveva anche un vestito, visto che sono stati trovati dei frammenti di tessuto. Il corredo è femminile
(vedi gli spilloni, gli aghi crinali, ecc.); di questo fanno parte anche due piccoli bronzi, una cesta di
vimini e uno sgabello: la prima trova confronti immediati nella Sardegna dell’età nuragica. Essendo
questo l’unico esempio in Etruria, deve essere venuto dalla Sardegna, come lo sgabello. La cesta,
custodia delle cose domestiche, allude alla donna. Del corredo fa parte anche un figurino di bronzo,
sicuramente anch’esso sardo: porta su un braccio un oggetto, forse uno scudo; il braccio destro, al
cui polso è appeso un vasetto, è portato in avanti; il sesso del personaggio non è definito. (Cfr. con i
bronzetti dalla Sardegna). La cronologia rimanda al IX secolo. L’interpretazione prevalente
riguardo al personaggio cui appartiene il corredo è quella che si tratti di una donna sarda andata in
sposa ad uno dei Vulcii: dopo la morte ella venne sepolta con alcuni degli oggetti che si era portata.
Comunque questo corredo conferma una certa apertura economica degli Etruschi nei confronti dei
popoli di oltremare. L’apertura si registra anche nei confronti dell’Europa: qui (diapositiva 27) c’è
una fibula a sanguisuga, fatta con una base in bronzo e ricoperta con strisce d’oro e di ambra, che
viene dalle regioni del Nord Europa. Almeno all’inizio, l’arrivo di questi materiali segna l’arrivo di
maestranze straniere, visto che gli artigiani locali non sapevano subito come lavorare i nuovi
materiali.

Nel corso del villanoviano si recupera un vecchio rito funebre, l’inumazione (circa VIII secolo
a.C.). → (diapositiva 32) Necropoli del Sorbo, Caere. I circoletti sono le tombe a pozzetto
(incinerazione), mentre quelle rettangolari sono le tombe a fosse, dove i defunti venivano inumati.
Si nota una certa confusione: essa è però voluta, infatti le tombe che si sovrappongo o che sono una
accanto all’altra indicano probabilmente dei legami di parentela. Questo è un periodo di transizione
tra incinerazione ed inumazione, scelte, o l’una o l’altra, per gusto o per attaccamento alle
tradizioni. L’inumazione, naturalmente, comporta una tomba più grande, fatta per contenere un
corpo intero: la grandezza della tomba consente poi di aumentare il corredo (basta vedere quello
della “Tomba del Guerriero” di Monterozzi).
Tutto questo ci dice che nel corso del villanoviano (oramai nella seconda parte di questo periodo),
la società etrusca tende a differenziarsi, stratificandosi in diversi livelli sociali.
Quando possiamo far finire il villanoviano? C’è una tomba che viene utilizzata per stabilire una
cronologia assoluta, la cd. “Tomba di Bocchoris”: è una tomba a camera a Tarquinia, trovata
nell’800 e di cui oggi se ne sono perse le tracce. Ne abbiamo una immagine ricostruita grazie alla
descrizione che ne venne fatta. In questa tomba è stato trovato un vasetto in faience (ceramica
smaltata), tecnica sconosciuta agli Etruschi, molto familiare invece agli Egiziani: è importante per il
cartiglio del faraone che riporta, Wahkara Bakenrenef (VIII sec. a.C. – 715 a.C. ca.), citato anche da
Erodoto (?) con il nome di Bocchoris. La presenza di questo vaso con cartiglio ci consente di datare
quella tomba più o meno al periodo di regno del faraone (è difficile capire quando sia stato messo
nella tomba). In questo periodo (fine dell’VIII secolo a.C.) si passa dalla tomba a fossa a quella a
cameretta, e si passa dalla fase villanoviana alla fase orientalizzante. Grosse trasformazioni si
hanno sul piano dell’artigianato. Nel campo della bronzistica si fanno enormi passi avanti: i bronzi
erano lamine martellate ed assemblate (non si conosceva la saldatura). Comincia poi a cambiare la
tecnica, adottando quella della fusione a cera persa. Di questi tipo di tecnica esisteva una variante
indiretta, che consentiva di risparmiare parte del lavoro usando una matrice composta da due valve,
così che il figurino si replicava tutte le volte che si voleva. Ad impedire il formarsi di bolle d’aria
c’era la presenza di canali di sfiato. Queste acquisizioni avvengono durante il villanoviano evoluto.

(14.10.2009)
Urna cineraria da Bisenzio (è un piccolo sito etrusco, vicino al Lago di Bolzena), decorata sul
coperchio e sulla spalla da due figurini, che somigliano a figure danzanti. Sono figurini nudi: alcuni
indossano il polos, altri portano delle armi. Danzano attorno ad un animale, forse un orso: può darsi
che sia una caccia all’orso, cui partecipa l’intera comunità di un villaggio (in epoca etrusca, l’orso
c’era in queste zone). (non c’è diapositiva).
Nel giro di pochi decenni gli artigiani bronzisti maturano notevolmente la tecnica per la lavorazione
del bronzo, e forse ciò è dovuto all’insegnamento della Sardegna.
Carrello brucia profumi da Bisenzio (diapositive 29-30). Ha un telaio che regge il bacile, sul
quale ci sono tante figurine umane ed animali; dal bacile, appese su delle catenelle, ci sono anatrelle
e scimmiette (quindi sono mobili). Questo oggetto non è di origine etrusca: basta vedere i tripodi di
bronzo provenienti dall’area di Cipro, isola ricca di giacimenti di rame, lavorati come quello di
Bisenzio e con anelli su cui sono appesi degli oggetti mobili. Molti di questi tripodi sono arrivati in
Sardegna e quindi, dati i contatti tra Etruschi e Sardi, è possibile che i primi li abbiano conosciuti
tramite i secondi. Le scene nel telaio rappresentano vari soggetti: quello della caccia (uomo con
arco e vari animali; cacciatore con la lancia e un animale da richiamo al guinzaglio, forse una cerva
senza corna); ci sono scene che riguardano anche la vita del villaggio, con gli aratori, una serie di
figure umane (uomo, donna e bambino; uomo e donna); due combattenti su di una ruota girevole. Ci
sono come due livelli: in alto, la natura selvaggia (uccelli, scimmie); in basso, la natura sottoposta
all’opera dell’uomo (caccia e aratura). Nel figurino di uomo e donna, il primo è armato di tutto
punto, affiancato da una figura femminile che tiene una ciotola nella mano destra e con la sinistra
regge un vaso (è una idrofora); l’uomo e la donna sono rappresentati nella loro condizione sociale.
Nel gruppo familiare la donna porta un vaso sulla testa, la figura maschile indossa un elmo e ha un
giavellotto, e la figurina più piccola ha uno scudo in mano: per questo si tende a pensare che siano
madre, padre e figlio, il quale eredita il mestiere del secondo; l’uomo ha un braccio sul seno della
donna, mentre le porta la mano sull’organo genitale dell’uomo (→ fecondità). Ci sono infine anche
due combattenti su una ruota girevole: essa doveva essere collegata con dei fili all’asse delle ruote
del carrello, così che si muovesse con loro.

Periodo orientalizzante. La cultura etrusca è aperta all’Oriente (al bacino orientale del
Mediterraneo), e in particolar modo alla cultura egiziana e a quella assira. Si passa dalle tombe a
fossa e a pozzetto a quelle con deposizioni plurime. Oramai si usa quasi esclusivamente
l’inumazione. → tomba circolare a Marsigliana d’Albegna (diapositiva 34): circoli di pietre infisse
verticalmente sul terreno; al centro della sepoltura ci sono tre persone inumate in una fossa, anche
con un carro. In una foro di scavi dell’800 si vedono le pietre, che sono oblique: forse sopra di esse
c’era un tumulo, poi appiattito dai contadini per lavorare il terreno con l’aratro → le tombe
cominciano ad essere monumentali; i corredi diventano talmente grandi che si comincia a fare fosse
solo per quelli.

Cerveteri (Caere) era un po’ l’Atene dell’Etruria, e Pyrgi era il suo porto: città molto ricca ed
evoluta grazie al contatto con altri popoli tramite il mare, essa era la porta d’ingresso per l’Etruria.
Nella necropoli di Caere ci sono grandi tombe scavate nel tufo e coperte da un tumulo (diapositiva
35): la grandezza di un tumulo sottolineava l’importanza di una famiglia; ogni tumulo può ospitare
più tombe, e di queste le più semplici sono, generalmente, le più antiche, mentre quelle più
articolate e complesse sono le più recenti.
Nell’Etruria settentrionale, dove manca il tufo, le tombe si costruiscono con muri a secco sul
terreno. → “Tomba della montagnola”, Quinto Fiorentino (diapositiva 36): è una tomba a tholos,
tipica dell’Etruria settentrionale; il pilastro centrale non è portante, ma vuole ricordare il palo
centrale delle capanne degli antenati (oramai gli Etruschi non vivono più nelle capanne). A
dimostrare che il palo centrale non è portante è anche la “Tomba della mula”, sempre a Quinto
Fiorentino, usata come cantina e priva di pilastro centrale.
→ “Tomba della Capanna”, Cerveteri (no diapositiva): la camera è composta da due stanze che
sono fatte proprio come una capanna (c’è un trave maestro, ma che serve solo a far immaginare la
capanna).
→ “Tomba delle Cinque Sedie” (chiamata così per la presenza di cinque sedie scavate nel tufo e
dotate di suppedale; diapositiva 45): la stanza ha alte pareti verticali, ha un trave maestro e vari travi
su di esso che fanno presupporre la presenza di un tetto in laterizio. Troni e sedie dovrebbero
richiamare la presenza di antenati, la quale si doveva materializzare in figurini di terracotta posti
sulle sedie; sui veri e propri troni, in un posto di assoluto rilievo, dovevano stare i capostipiti della
gens. Una statuetta femminile (una di quelle sulle sedie) è ai Musei Vaticani, gli altri figurini sono
al British Museum.
→ “Tomba degli Scudi e delle Sedie” (no diapositiva): questi oggetti forse ricordano l’arredo reale
delle case; ai lati della porta d’ingresso della camera funeraria principale ci sono due troni,
probabilmente sui quali erano posti gli antenati.

L’Etruria si apre anche a paesi molto lontani: vedi il lebete di bronzo con protomi animalesche,
proveniente dalla zona attorno al lago di Van, dove c’era la cultura uro altea (diapositiva 37?). Di
questo tipo ne sono stati trovati in Grecia, in luoghi pubblici, come i grandi santuari; in Etruria
invece li troviamo nelle tombe di aristocratici e magnatizi. Questi oggetti vengono subito imitati
dagli Etruschi, più o meno fedelmente (lebete con protomi di leone, no diapositiva): in un lebete
etrusco, liberamente ispirato al mondo orientale, delle figurine umane si affacciano verso l’interno
del vaso; i leoni sono sostituiti da cani → in questo caso non siamo davanti ad una contraffazione di
un lebete, ma ad un’opera riconoscibilmente etrusca.

(20.10.2009)
Dai contatti con il mondo orientale arrivano sia mercanzie sia artigiani, che portano avanti l’arte
etrusca. All’improvviso si passa ad elaborati oggetti, come questa (immagine non disponibile)
fibula d’oro dalla tomba Regolini Galassi, a Cerveteri (venne trovata inviolata): questa fibula è
decorata a sbalzo (le decorazioni sono ottenute tramite una matrice), e su di essa è stata usata anche
la tecnica della granulazione; il repertorio di immagini è orientale, visto che sono rappresentati dei
leoni. Sempre dalla stessa tomba proviene un pettorale (immagine non disponibile): le figurine,
tratte anche queste dal repertorio del Vicino Oriente (leoni, grifoni, ecc.) sono ottenute con la
matrice (o punzone). C’è anche un bracciale (immagine non disponibile), dove si osserva l’uso della
tecnica della filigrana, che consiste nel saldare un filo ondulato tra due lamine.
La tecnica introdotta più affascinante è certamente quella della granulazione: questo esempio
(i.n.d.) viene dalle Cicladi; la tecnica nasce forse nel mondo egeo; per saldare le sferette si usava il
borace.
→ Da una tomba principesca di Preneste (l’odierna Palestrina), affibbiaio (i.n.d.): è una fibbia per
mantello, posta sulla spalla, dove in questo caso è raffigurata una teoria di leoni e forse ci sono
anche due sfingi; ogni creatura è composta da due metà saldate insieme, mentre i dettagli sono
ottenuti con la granulazione; sono 124 animali.
Tornando alla tomba Regolini Galassi, da qui provengono anche due bracciali in cui si vede l’uso
della tecnica dello sbalzo e della granulazione; la decorazione è orientalizzante, forse fenicia o
siriana, ed è rappresentata una potnia Theron con due grifoni.
→ Statua in argilla (diapositiva 45) dalla tomba delle Cinque Sedie: dagli orecchini che indossa si
evince che è una figura femminile, che porta una fibbia sul mantello. È una delle immagine
maiorum.
Oltre alla tecnica della granulazione esiste anche quella del pulviscolo, che comporta l’uso di sfere
ancora più minute: essa si usa per dare una silhouette a delle immagini, e non per i dettagli, come la
granulazione. → fibula dalla tomba del Littore a Vetulonia (i.n.d.): la staffa allungata è tipica
orientale.
Una delle grandi novità di questo periodo è il bucchero (il termine è di origine spagnola): è una
ceramica nera, che richiama il colore del bronzo, tipica ma non esclusiva dell’arte etrusca, che nasce
nella prima fase orientalizzante.
→ Oinochoe con bocca leonina (i.n.d.): è caratterizzata da un lungo collo e dal corpo ovoide; il
repertorio è sirio-fenicio. Vaso d’argento e d’oro (diap. 46): la palmetta sull’ansa è d’oro; la forma
di questo vaso circola abbondantemente nell’Occidente (anche in Spagna, ad esempio).
I buccheri possono essere considerati delle “versioni economiche” dei vasi di bronzo. → anforetta
in bucchero (diap. 46?): è decorata con incisioni a falsa cordicella; il collo è tronco conico, corpo
panciuto e anse sottili a nastro, che prolungano il labbro (laminari). Il bucchero richiama modelli
metallici, con cui ha una stretta relazione, e lo si vede, ad esempio, anche nell’anforetta d’argento
della tomba Regolini Galassi (diap. 46?). Anche il bucchero raggiunge in tempi rapidissimi i più alti
livelli qualitativi: ciò avviene all’inizio di questa produzione ceramica, forse perché gli artigiani, per
affermarsi, sfoderano quanto di meglio riescono a produrre e così, dopo che si è aperto il mercato, il
livello qualitativo può abbassarsi, e ciò si osserva tanto per le oreficerie quanto per i buccheri.
→ Kyathos da Caere (i.n.d.): è un vaso potorio, una sorta di bicchiere con un manico alto, verticale,
che rimanda subito a modelli metallici.
→ Figurina in bucchero ed oro, da Vulci (i.n.d.): è una figurina femminile nel gesto del compianto
funebre (si tira i capelli). Aveva la funzione di cariatide, ed assieme ad altre doveva reggere un vaso
sopra la testa, sulla quale ha una corona d’oro: stretta relazione tra bucchero e metallo (ce ne sono
molti esempi).
→ Figurina in bucchero ed oro da Vulci (i.n.d.): questa, simile alla precedente, ha conservato la
copertura/mantello d’oro.
→ Vaso gemino da Cerveteri (i.n.d.): ha un diaframma nel mezzo per separare i liquidi. I tappi sono
i fiori di loto sulle teste degli animali. Rappresenta un auriga con i due cavalli e il carro: ci sono
delle decorazioni che alludono alle ruote del carro.
→ Coppa dalla tomba dei Leoni Dipinti, Cerveteri: è in bucchero sottile (sottigliezza che vuole
imitare quella del metallo), decorato a sbalzo, con tutta una serie di testine fatte a matrice; si
impugnava tramite l’omphalos centrale. L’interno della coppa è decorato con baccellature e tre
ranocchie. Questa coppa ha dei filtri laterali, forse per il vino.
→ Incensiere dalla tomba dei Boschetti di Comeana (forse era una lucerna, diap. 47): è di
bucchero, ma nella forma e nella decorazione rimanda a modelli metallici. Al centro c’è una
imbarcazione; alcune parti sono mobili. La base è traforata a giorno. Inizialmente si pensava che il
bucchero fosse una produzione per le necropoli; questo perché nei primi secoli di scavi si scavavano
solo tombe, perché più redditizio; inoltre il colore nero ha facilitato questa assimilazione. Tuttavia,
quando si è cominciato a scavare nei santuari e, nel dopoguerra, nelle abitazioni, si scoprì che il
bucchero era usatissimo, soprattutto per sostituire il bronzo. Ciò non toglie che alcuni buccheri
fossero prodotti esclusivamente per le tombe, come i foculi, tipici di Chiusi: essi sono riproduzioni
di tutti gli oggetti da mettere nelle tombe, non sono vasi funzionali. Anche l’oinochoe a testa di toro
da Chiusi (i.n.d.) probabilmente era fatta per una tomba e non per l’utilizzo. Siamo nel campo del
bucchero pesante (quello sottile è il primo bucchero); il colore è meno lucente. Prima metà del VI
secolo a.C.).
→ Bucchero grigio (idria, i.n.d.): si è persa la nozione tecnica per produrre vasi di un nero lucente.
Questo bucchero era dipinto. Il bucchero grigio è tipico della fase più avanzata. Siamo in pieno VI
secolo a.C.
(spesso, per essere venduti, in passato si verniciavano molti buccheri non molto neri o venuti …
Pulendoli sono spesso state scoperte delle cromature; anche il bucchero sottile veniva talvolta
dipinto).

L’Edificio di Murlo (diap. 48). Qui gli archeologi americani hanno trovato i resti di un palazzo.
Philips, il direttore degli scavi, lo aveva interpretato come un santuario, viste le dimensioni e i
reperti ritrovati. L’archeologo Cristofani invece pensava fosse un palazzo: a questa teoria
concordano quasi tutti gli archeologi, anche se forse era un palazzo con funzioni religiose. Sotto a
questo edificio, post-orientalizzante, c’era un edificio più antico (570-530 a.C.) la cui pianta è
uguale a quella del più recente. L’antico edificio venne distrutto da un incendio: accanto al palazzo
hanno scavato una trincea dove hanno gettato tutte le terrecotte, poi coperta da un dosso (agger);
questo era un rituale di abbandono (contrapposto a quello di fondazione). Dai muri più consistenti
di un’ala del palazzo, si pensa che lì dovessero esserci due piani. Vari sono i reperti da Murlo, tra
cui una sfinge ed un personaggio barbato con cappello su trono, che stava sul culmine, rivolto verso
l’interno del cortile: è una delle imagine maiorum; le mani chiuse tenevano qualcosa, forse
un’insegna di potere.

(21.10.2009)
Manca l’inizio.
→ Scena di banchetto (tipo di banchetto orientale, che prevede la kline; diap. 50): le aristocrazie
assorbono velocemente le usanze straniere e le ostentano. Ci sono un suonatore di cetra ed uno di
flauto. Attorno ai personaggi distesi ci sono gli inservienti, con brocche, ecc. I cani sotto ai tavoli
ripulivano il pavimento. Accanto alle klinai ci sono delle trapezai apparecchiate. Il tutto era dipinto.
→ Scena di corsa di cavalieri (i.n.d.): ci sono tre cavalieri che stanno correndo e probabilmente
gareggiando, vista la presenza del lebete che rappresentava la meta, e attorno a cui si girava se si
dovevano fare più giri.
→ Spaccato del tetto con trabeazione (i.n.d.): dalle bocche di leone usciva l’acqua, mentre le testine
di uomo servivano a coprire i buchi dei coppi.
→ Scena con processione (diap. 50): c’è un carro trainato da due cavalli, condotto da due giovani,
dei quali uno ha un frustino. Sul carro ci sono due personaggi femminili con un ombrello da sole,
mentre dietro al carro ci sono due figurini femminili che nella mano destra portano un ventaglio e
nella sinistra delle situle: ombrello e ventaglio sono insegne di dignità. Sulla testa della prima donna
c’è un cesto, su quello della seconda uno sgabello: questi oggetti qualificano una sposa che va verso
il matrimonio in pompa magna, e nelle figura femminile accanto alla sposa dovremmo riconoscerci
la madre.
(Nell’Etruria settentrionale permangono alcuni aspetti del villanoviano)
La scrittura etrusca viene dall’alfabeto euboico: gli Euboici si erano trasferiti a Pitechusa, l’attuale
Ischia. L’introduzione della scrittura si fa risalire alla fine dell’VIII – inizi del VII secolo a.C. Le
iscrizioni sono quasi tutte piuttosto brevi. Esisteva sicuramente una letteratura etrusca, di cui
sappiamo la certa esistenza da Varrone (Tuscae Storiae); l’imperatore Claudio scrisse le Tirrenikà,
dove parlava dei “Tusci auctores”: nonostante la letteratura sia andata perduta, sappiamo che essa è
esistita. La letteratura si è perduta a causa della conquista romana e dell’imposizione della lingua
latina; inoltre, se fosse sopravvissuto qualcosa, difficilmente un amanuense, dopo la caduta
dell’impero, avrebbe potuto capirci qualcosa e copiare un testo etrusco. Sappiamo comunque che gli
Etruschi avevano il teatro, e conosciamo anche il nome del tragediografo Volnio: quindi dei testi
c’erano sicuramente.

Tomba degli Aùguri (Tarquinia, diap. 59): chiamata così perché sembrava ci fosse un
personaggio che leggeva il volo degli uccelli; tuttavia si è poi chiarito che esso era l’arbitro di una
gara di lotta, rappresentata lì vicino. Vicino ad uno dei due lottatori c’è un personaggio con
corpetto, barba e copricapo a punta, e che indossa una maschera (si vede dal colore diverso): esso
tiene dei lacci che trattengono un cane, il quale sta mordendo la gamba ad un uomo con la testa
coperta da un sacco e che in mano ha solo un bastone. Il personaggio mascherato, ripetuto anche
sull’altra parete, sappiamo che si chiama phersu che, attraverso il latino (in cui significa “attore”) è
diventato “persona” in italiano. Ci sono altri personaggi identificati come istru, cioè istrione.
Tomba della Cuccumella (Vulci, i.n.d.): ha davanti un’area scoperta a gradini, probabilmente
degli spalti. L’esistenza di teatri/arene ce lo testimonia anche un esempio tardo (II secolo a.C.),
nella collina di Castelsecco, vicino ad Arezzo: si vede bene un teatro, con la sua cavea e le quinte.

Sulla letteratura religiosa abbiamo un miglior panorama, grazie alle citazioni latine. Sappiamo
dell’esistenza dei libri augurales, evidentemente molto importanti, visto che i Romani li tradussero;
i libri fulgorales; i libri rituales, che dettavano tutta una serie di regole precise su un po’ tutti i
campi della vita; i libri acherontes, ecc.
Le modalità scrittorie erano varie → tavoletta d’avorio da Marsigliana, tomba del Circolo degli
Avori, datata alla metà dell’VIII secolo a.C. Su un lato ha due teste di leone contrapposte, una delle
quali molto rovinata; lì c’erano dei fori perché era fatta per essere appesa. Sul piano della tavoletta
ci sono delle righe fatte volutamente perché essa doveva ospitare della cera, su cui si scriveva.
Inciso su di un lato c’è l’alfabeto, visto che probabilmente, anche per i più acculturati, era difficile
apprendere la scrittura.
→ Tavoletta d’avorio dal palazzo di Nimrud (i.n.d.): sono tre pagine con una cerniera, e qui si
vedono bene le incisioni per far aderire la cera.
→ Particolare di urnetta d’alabastro da Volterra (i.n.d.): la figura esibisce una tavoletta per scrivere
composta da due parti.
→ Tavoletta di legno da una nave nel mare dell’Isola del Giglio (i.n.d.): si è conservata
miracolosamente nel mare perché coperta dalla sabbia.
Comunque gli Etruschi usavano anche altri supporti: ad esempio c’è una fibula da Chiusi (i.n.d.),
con una lunga staffa (periodo orientalizzante) su cui porta una iscrizione a granulazione, da leggersi
da sinistra verso destra.
Più comuni sono le iscrizioni su materiale lapideo, come ad esempio questo cippo lapideo da
Perugia (i.n.d.): è un testo a carattere giuridico che riguarda i confini di alcuni terreni. Sulla pietra
sono anche incise le iscrizioni nelle tombe. Nella necropoli del Crocefisso (?) ad Orvieto sulla
trabeazione delle tombe c’è il nome di chi vi è seppellito.
→ Galletto in bucchero dall’area di Viterbo (i.n.d.): ha un alfabeto inciso di lato. La forma è
grossomodo quella di un aryballos, atta ad ospitare dei profumi; da alcuni è visto come un
calamaio.
→ La cd. “Tegola di Capua” (i.n.d.): non era nata come tegola, ma doveva far parte dell’arredo di
un santuario. La scrittura ha un andamento particolare, detto bustrofedico (gli Etruschi scrivevano
generalmente da destra verso sinistra). Il testo, in parte decifrato, è un calendario religioso, con una
serie di prescrizioni per scandire il tempo. L’andamento bustrofedico si ricollega a quello
dell’aratro: arare un campo era un gesto sacro, usato anche nella fondazione delle città, e l’aratro era
trainato da una mucca e da un bue. V secolo a.C.
(26.10.2009)
→ Mummia di Zagabria (i.n.d.): fu trovata da un mercante croato intorno al 1840 in Egitto, che la
fece portare in Europa. Quando fu liberata dalle bende in lino che la avvolgevano, si vide che su di
esse era stato scritto un testo in etrusco, con inchiostro nero e rosso: si tratta di un calendario
religioso. Siamo nel II secolo d.C. Ciò testimonia la presenza degli Etruschi anche al di fuori
dell’Etruria, o addirittura la presenza di una comunità etrusca nel caso avesse una serie di festività
religiose da rispettare. Quello di Zagabria è un codex, chiuso a fisarmonica (le linee nere e rosse
facevano vedere dove si doveva piegare), e non un volumen, come spesso è stato chiamato (non è,
infatti, un rotolo). Cfr. con l’urna di Laris/Lars Pulena. Un codex si può vedere nella tomba dei
Rilievi a Cerveteri, dove sono rappresentati mobili e oggetti di vario genere che una casa poteva
avere.
→ Lamine auree di Pyrgi (il porto di Caere, i.n.d.): fecero molto clamore perché si pensò di aver
trovato una scritta bilingue. Le tavolette stavano inchiodate in una qualche parte lignea di un tempio
a Pyrgi, poi demolito, e messe dentro una cassetta di pietra assieme ai loro chiodi. Esse presentano
scritte in etrusco e in punico: tuttavia i due testi non costituiscono una reciproca traduzione nelle
due lingue, anche se l’idea che esprimono è la stessa. V secolo a.C.
→ Piastra di piombo da Pech Maho (i.n.d.): il testo è scritto sia in greco-ionico (460-430 a.C.) sia in
etrusco (prima metà del secolo V a.C.). Quello greco ci parla dell’acquisto di una imbarcazione,
quello etrusco di un argomento giuridico. Nelle due tavole si parla talvolta di cose in comune, per
cui questa testimonianza in parte ci aiuta nella comprensione della lingua etrusca.
→ Rilievo chiusino con giochi funebri (i.n.d.): si vede l’attività dello scrittore, vicino agli arbitri dei
giochi che stanno avvenendo accanto. È l’unico documento che abbiamo dell’attività degli scrittori:
probabilmente esistevano degli scribi ufficiali.
Luoghi preposti alla scrittura dovevano essere, si presuppone, i santuari, come avveniva per la
civiltà veneta, molto vicina a quella etrusca → tavoletta alfabetica (santuario di Retia) e oggetti per
scrivere (i.n.d.). Forse c’erano anche degli istruttori privati; un ruolo importante nella diffusione
della scrittura lo ebbe forse la donna, a causa della sua funzione educativa: lo si è pensato perché i
pesi dei telai, usati appunto dalle donne, portano delle lettere, per cui questa possibilità non è da
escludere.
→ Urna volterrana in alabastro (età ellenistica; i.n.d.): le urnette ci aiutano a chiarire l’esistenza di
attività teatrali. In questa sembra proprio di essere in un teatro mentre viene rappresentata una
scena.
Sappiamo che fu dai Greci che gli Etruschi impararono a scrivere. → Coppa di Nestore, da
Pitechusa (diap. 41): è una coppa protocorinzia con una iscrizione in caratteri euboici; forse è la più
antica testimonianza della lingua greca in Occidente. La scritta recita:«Io sono la coppa di Nestore.
Chi beve subito il piacere della coronata Afrodite avrà!»
L’alfabeto modello è quello di Marsigliana. Molte caratteristiche ci fanno apprendere che l’alfabeto
etrusco deriva da quello greco; tuttavia alcune lettere non sono conosciute: la omicron, ad esempio,
ma solo nella scrittura (basta vedere la presenza della o nel termine Lucomone e nel nome
Porsenna), e non si trovano mai nemmeno la delta e la beta; gli Etruschi avevano, infine, diverse
forme di sibilanti, ma non si sa a che suono corrispondessero.
Dunque un modo per interpretare l’Etrusco è stato il confronto bilingue in contesti simili e con
scritte, ovviamente, affini, che però son difficili da avere.
→ Calice di bucchero dall’Agro Falisco (i.n.d.): questo luogo era zona di cerniera tra cultura etrusca
e cultura latina, e qui si parlava la lingua falisca, molto simile al latino, mentre la cultura falisca era
molto simile a quella etrusca. C’è un’iscrizione eko lartos, da confrontarsi con l’iscrizione mi
larthia: entrambe significano «Io sono di Lart», ma la prima contiene ego (io). Queste iscrizioni
sono dette “parlanti” perché così gli oggetti scritti parlano a nome dell’offerente.
Esiste anche un altro criterio d’indagine dell’ermeneutica etrusca, quello etimologico.
→Piatto (diap. 42): mi spanti nuzinaia. In questo caso bisogna scomodare l’umbro, che va sotto
all’indoeuropeo, dove la parola spanti significa “altare”, quindi superficie piatta, per cui la
traduzione della scritta è:«Io sono il piatto di Nuzina (-ia è il genitivo)».
→ Coppa o calice (i.n.d.): mi nemie thafna, cioè «Io sono il calice di Nemie (-s è un’altra forma di
genitivo)»-
→ uchus thafna (?)-
→ Mi karkana spanti, cioè «Io sono il piatto di Karkana».
→ Iscrizione sopra una tomba di Cerveteri (?, i.n.d.): mi aveles sipanas, cioè «Io (sono la tomba -
suthi -) di Avele Sipana». Qui abbiamo nome e cognome: il secondo nome indica una gens,
l’appartenenza ad un “clan”; la formula onomastica bimembre viene introdotta nel periodo
orientalizzante.
→ mini usile muluvanice (diap. 42). È sempre una iscrizione parlante, però in forma oggettiva
(mini): la terza parola è frequentissima nelle tombe e nei santuari, ed usile è il nome della persona.
La traduzione è:«Usile mi ha donato».
→ Anforetta in bucchero (i.n.d.): qui la scritta mi aranth ramuthasi festirikinala muluvanike va
letta da sinistra verso destra:«Aranth mi (anche se è mi e non mini) ha donato a Ramuta
Festirikina».
→ mini muluvanice mamarce: a. puniee venala (i.n.d.): qui ci sono delle interruzioni che servono
ad accentuare la lettura di vocali o consonanti in posizione forte; le interpunzioni cominciano a
comparire dal VII secolo a.C.. La traduzione è: «Mi ha donato Mamarke a Punie Venala».
→ Sarcofago di età ellenistica (i.n.d.): c’è un personaggio su una kline e una scritta da leggersi da
destra verso sinistra: larth sentinates kaesa. Questa è una forma onomastica trimembre, che si
afferma in epoca ellenistica. Le formule gentilizie ci sono quando si espande la società. (es.
Arathena “Siamo della gente di Arath”). Il terzo nome viene spesso da un requisito fisico; a volte,
soprattutto per le donne, il terzo nome è gamonimico.

(02.11.2009)
Sulla tradizione della scultura in pietra, tutte le testimonianze che possediamo provengono
dall’ambito funerario.
→ Statua in pietra da Casalmarittimo (i.n.d.): forse è la raffigurazione di un antenato; risale al VII
secolo a.C.
→ Scultura in tufo da Vulci (VII sec. a.C.; i.n.d.): è un centauro, posto a difesa della tomba, in cui è
evidente l’influenza subita dall’arte dedalica greca.
→ Sfinge in tufo da Vulci (i.n.d.): appartiene all’arte orientalizzante; anch’essa era posta davanti
alla tomba come guardiana dei sepolcri. Dedalico (?)
→ Figurina xoanica (i.n.d.): figurina cilindrica, appunto simile ad un tronco d’albero che, lavorato,
poteva rappresentare il prototipo di questa tipologia di statue. Il gesto che compie sembra quello
proprio delle prefiche. Anche in questa statua sono presenti i caratteri dello stile dedalico.

Nel periodo orientalizzante nascono le prime rappresentazioni dipinte su pareti (megalografie):


tuttavia si pensa che anche le pareti delle capanne fossero dipinte.
→ Tomba delle Anatre, Veio (diap. 51): risale alla prima metà del VII secolo a.C. Cfr. con Olla con
decorazione sub geometrica (diap. 51): ci sono degli aironi, uccelli marini o anatre: forse a lavorare
belle tombe dipinte c’erano le stesse maestranze che decoravano la ceramica.
→ Tomba Campana, Veio (diap. 51): risale alla fine del VII secolo a.C. Purtroppo la decorazione
possiamo ammirarla solo negli acquarelli dell’800 poiché, essendo stata esposte agli agenti
atmosferici, le pitture sono scomparse completamente. Siamo nel pieno gusto orientalizzante, e si
vede anche dall’horror vacui nella pittura. C’è la presenza di elementi aristocratici, come i cavalli, e
di elementi tipici orientali, come i felini, le sfingi, ecc.
È nel periodo orientalizzante che si passa dall’idea di villaggio a quella di città. Gradualmente si
passa ad avere vere e proprie abitazioni in senso moderno: vengono abbandonate le case a pianta
ellittica per passare a quelle con pareti dritte, così che si possono addensare le abitazioni e disporle
in maniera geometrica; inoltre si possono aggiungere nuovi moduli a quelli di base. Le stanze
cominciano ad avere ognuna una loro specifica funzione. Queste case sono dette “a sviluppo
laterale”. Si abbandona gradualmente anche il materiale deperibile e si comincia ad usare il tufo (nel
sito di Acquarossa si trova una composizione mista). Si inizia ad usare la copertura del tetto
costituita da tegole e coppi, recepiti grazie al contatto con il mondo greco. Si adotta anche il
mattone crudo, cioè mattoni di fango essiccati al sole. Le pietre squadrate si potevano utilizzare non
solo per il basamento ma anche, sovrapponendole, per costruire i muri. A Roselle si trovano pareti
con pietre legato con il fango, mentre il pavimento è costituito da terra battuta pressata
artificialmente. Esisteva inoltre anche una tecnica mista, per cui l’interno delle pareti era in mattoni
di fango mentre l’esterno era rivestito in pietra. (diap. 52).
→ Necropoli di Peschiera (diap. 53): c’è una tomba che ci da un’idea di come si configurassero le
abitazioni. La tomba, in tufo, è a sviluppo laterale e ha il tetto a doppio spiovente.
→ Tomba nella necropoli della Banditaccia, Cerveteri (diap. 53): è scavata nel tufo, e ricalca
l’interno delle abitazioni.
Lentamente si entra nell’età arcaica (VI secolo a.C.): gli spazi delle abitazioni sono sempre più
grandi e il soffitto è piano; si registra la presenza di una intercapedine tra le stanze e il tetto. E
proprio nel periodo arcaico si cominciano ad avere le prime testimonianza di templi (diap. 56):
infatti con la nascita delle città nascono anche i servizi, compresi quelli religiosi come il tempio. La
triade più venerata era quella di Tinia (Zeus), Uni (Hera) e…: per queste ragioni il tempio era
spesso tripartito, come l’Ara della Regina (i.n.d.) [vd. Il tempio di Giove Capitolino, il cui acroterio
doveva esser stato eseguito dal coroplasta etrusco Vulca, chiamato apposta da Veio].
Dalla religione cosmica del villanoviano si passa, grazie al contatto con i Greci,
all’antropomorfizzazione delle divinità. Vedi la Kylix di Ortos/Oltos da Tarquinia con Zeus e
Ganimede (diap. 57).
→ Specchio (i.n.d.): nella superficie non specchiante gli specchi erano decorati, e in questo caso
abbiamo la raffigurazione di Tinia e di Turms, il corrispettivo etrusco di Hermes.
→ Specchio dalla regione di Civita Castellana (i.n.d.): ci sono Ercole, Minerva ed altre divinità
minori. Ci sono sia divinità etrusche sia divinità del pantheon greco con nomi etruschi, come Ercole
– Hercle, Dioniso – Fuflum ed Afrodite – Turan. Si regsitra quindi una grande apertura del mondo
etrusco a quello greco-ionico (metà del VI secolo a.C.), testimoniata anche dalla celebra scultura
dell’Apollo di Veio (diap. 58).

Grazie alle tombe ipogee abbiamo molti dipinti conservati.


→ Tomba delle Leonesse (diap. 59-60): tema del banchetto. → Tomba della Caccia e della Pesca,
Tarquinia (diap. 61). → Tomba dei Tori (i.n.d.): l’unica con un tema mitologico, cioè Troilo. →
Tomba del Triclinio (i.n.d.). → Tomba delle Olimpiadi (i.n.d.): così chiamata perché scoperta nel
periodo delle Olimpiadi di Roma del 1960, dove sono rappresentati dei giochi funebri. → Tomba
del Cacciatore (i.n.d.): qui la tomba è intesa come una tenda, quella del cacciatore e quella allestita
nella necropoli per il funerale. → Sarcofago degli sposi, da Cerveteri (diap. 62).

Si adottano la rotativa e gli stampigli per una maggiore produzione ceramica (diap. 64).
Alla fine del periodo arcaico cominciano a declinare le aristocrazie e si afferma una sorta di “ceto
medio” e lo dimostrano le tombe: si passa infatti dai tumuli alle tombe, tutte uguali, allineate l’una
accanto all’altra, secondo un criterio isognomico (diap. 55). Tutto questo avviene nel corso del VI
secolo a.C.

(03.11.2009)
Casa dell’impluvio, Roselle, età arcaica (diapp. 65-74): è posta vicino ad un anfiteatro, di epoca
romana, su un pianoro di travertino e calcare. Nella casa c’è una cavità, probabilmente per l’acqua
piovana, dove sono stati trovati dei materiali edilizi relativi ad una capanna. Nella casa è stato
trovato anche un vaso biconico, che conferma anche il suo uso nella quotidianità, per portare
dell’acqua. La casa, composta da due vani, aveva davanti un pozzo. Il tetto era di tegole, che sono
state rinvenute nel sito. Anche questa casa era stata distrutta, visto che il materiale della casa è stato
trovato nel pozzo, profonde 10 metri. È stato trovato anche un “orcio” senza fondo (diap. 67): ha
quattro manici, e forse era messo su un panciale di assi posto per chiudere il pozzo, costituendo così
la “vera” o “spalletta” del pozzo. Sono stati rinvenuti molti frammenti di bucchero, usato anche
nelle case. I materiali ci permettono di datare la casa dalla seconda metà del VII secolo alla prima
metà del VI secolo a.C. Sono stati trovati anche dei fornelli, modellati su esempi greci (vd. Quelli
dell’Agorà di Atene).
Alla metà del VI secolo a.C. la casa viene distrutta (materiale nel pozzo, rito, ecc…): viene poi
costruita una casa più grande, che occupa l’intera terrazza, recuperando anche la casa precedente.
La pianta è tendenzialmente quadrata. La casa ha davanti un piccolo porticato di cui sono rimasti
sul terreno i segni dei pali. Sulla soglia, che era lignea, sono stati trovati nell’interno a sinistra dei
frammenti di bucchero che, ricostruiti, si sono rivelati essere dei kyathoi di 3 cm di diametro (diap.
69): il terreno qui è oleoso, grasso, con molte sostanze organiche; forse si trattava di un piccolo
luogo di culto. C’è anche una stanza che sembra un tablinum, cioè una stanza aperta su un lato,
quello dell’atrio: era la sala che ospitava l’archivio di famiglia e dove si tenevano le imagines
maiorum. La casa, visto che è posta su un declivio, faceva da diga all’acqua, così gli abitanti
scavarono un canale per l’acqua coperto da lastre di fillade (?). Una delle piccole stanze doveva
essere il thalamos, essendoci un focolare e forse un letto, sostenuto da un palo (si ipotizza tutto con
il confronto con il mondo romano); la stanza adiacente doveva essere utilizzata dai servi
cubiculari/pedissequi e dalle ancillae, visto che secondo le fonti essi dormivano nella stanza accanto
a quella dei padroni, dormendo su giacigli arrangiati, pronti a servirli. Una stanza molto piccola si
affaccia sul talamo: probabilmente è una stanza per le esigenze igieniche (cfr. ritrovamenti di
Marzabotto, dove, tra l’altro, durante gli scavi dell’800, in un muro maestro che dava sulla strada, è
stata scoperta una tubatura in terracotta che scorre per tutto il suo spessore, piegata a curva, forse
collegata a seggette per i servizi igienici, come in Grecia ad Olinthos). Le stanze VII ed VIII sono
quelle recuperate dalla vecchia casa. La stanza VII era un po’ particolare, visto che era un po’
rialzata e aveva dei pali, a mo di scena teatrale, che passavano vicino all’impluvium: qui sono stati
trovati degli oggetti per mangiare, per cui forse questa stanza di circa 5 metri e mezzo era la sala del
banchetto. In Grecia queste sale erano costruite per ospitare sette klinai con davanti la trapeza.
Nella stanza VIII, cui si accede solo dalla VII, è stato trovato un focolare centrale e una pietra da
mola: era la cucina. La cucina è stata trovata coperta da uno spesso strato di cenere, per cui si pensa
che possa essere partito da qui l’incendio che ha distrutto la casa. Tegole → opaion. Il tetto sopra
l’impluvium era costruito a compluvium, grazie al quale le acque andavano nella cavità sottostante, e
poi nella cisterna protetta da un’edicoletta all’esterno della casa: questa è la prima casa con
impluvium etrusca rinevnuta. La cisterna dava una grande disponibilità di acqua, visto che poteva
ospitare fino a 7 metri quadrati di acqua.
Il pozzo della vecchia casa era stato riempito fino a 2 metri dalla cima: sono stati trovati dei semi
che servivano per la farina di cereali. Accanto è stato scavato un pozzo di due metri: queste due
cavità erano una sorta di granai (?). Questa casa nasce nel momento in cui Roselle si dota di mura
ciclopiche e si sviluppa come città: tuttavia essa rimase isolata, rimanendo come una fattoria,
circondata da campi. Quand’è che le casa è andata distrutta? Dei frammenti di kylikes trovati vicino
all’impluvium ci danno una traccia: uno dei frammenti è attribuibile ad Onesimos, quindi risalgono
al 490-480 a.C. Dopo la distruzione della casa il terreno venne abbandonato e poi utilizzato come
terreno agricolo.
474 a.C.: a Cuma gli Etruschi vengono sconfitti sul mare dai Greci di Siracusa. Gli Etruschi
tagliano i contatti con il mondo greco e decadono (V e IV secolo a.C.): solo in epoca ellenistica ci
sarà una ripresa.