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LA CERAMICA ETRUSCO-CORINZIA

i.n.d. = immagine non disponibile


(04.11.2009)
Lo studio a cui si fa sempre riferimento è Ceramica etrusco-corinzia figurata di János György
Szilágyi,. La ceramica etrusco-corinzia è un tipo ceramico molto numeroso. Ci occuperemo in
particolar modo della ceramica figurata, essendoci anche una classe non figurativa vastissima. Nei
corredi tombali questo tipo di ceramica viene dopo quella comune il bucchero: rispetto a
quest’ultimo è più significativo per ottenere una datazione, offrendoci una griglia cronologica di 25
anni grazie agli studi fatti su di essa (i.n.d. di buccheri e ceramica etrusco corinzia: ci sono sei pezzi
a decorazione lineare e no solo figurato). La ceramica che qui studiamo è modellata sulla ceramica
di Corinto.
→ Olpe etrusco-corinzia (i.n.d.): è una brocca per vino con bocca tonda (l’oinochoe ha la bocca
trilobata ed altre caratteristiche); il collo è diviso dal corpo con un listello e la decorazione è a fasce
di animali e fioroni.
→ Parte del corredo di una tomba ceretana (i.n.d.): pissidi ed aryballoi corinzi. La forma
dell’aryballos è inventata dagli artigiani corinzi. Le decorazioni degli aryballoi sono molto fini. Il
tappo era in sostanza organica, tipo legno, visto che non ne sono mai stati trovati. I vasetti centrali
sono della serie etrusco-corinzia, che in parte imita la produzione corinzia, in parte si sbizzarrisce
con nuove forme.
N.B. L’alabastron si differenzia dall’aryballos per il corpo ad uovo rovesciato, ma ha la stessa
funzione.
Nel 1931 l’archeologo Humfry Payne pubblica la sua opera Necrocorinthia: a study of Corinthian
art in the archaic period: offre un quadro complessivo ed esaustivo della produzione corinzia,
prima attribuita a Sicione. La ceramica corinzia è caratterizzata da argilla giallo chiara e con
decorazione a figure nere, e infine con l’uso di una vernice lucente: inoltre le figure nere hanno
spesso dei ritocchi paonazzo, per i particolari. I dettagli sono resi ad incisione (con il bulino).
Queste sono le caratteristiche generali della produzione ceramica corinzia.
→ Kotyle corinzio (i.n.d.): è un bicchiere rialzato con i manici orizzontali.
→ Oinochoe corinzia (i.n.d.): …
Nel corso del tempo si elaborano altre forme, più grandi, come l’anfora. Molto avanti nella
produzione, nel corso del tempo, le forme tendono ad ingrandirsi, e si arriva all’ hydria (dotata di
due manici orizzontali ed uno verticale), al cratere (probabilmente nato a Corinto) e alla pisside
(scrigno per la toilette).
La tradizione ceramica nasce a Corinto alla fine dell’VIII secolo a.C. Il primo periodo è detto
protocorinzio (700-650 a.C.): negli aryballoi prevale l’elemento geometrico e non si conosce o
non si usa il bicromatismo. Tra la fine dell’VIII secolo e la prima metà del VII a Corinto governa la
famiglia dei Bacchiadi, sotto il potere della quale c’è una crisi demografica (troppa gente) e si da il
via alla fondazione di colonie, che animano il mercato interno. Alla metà del VII secolo la famiglia
dei Bacchiadi decade e viene sostituita dai Cipselidi e Demarato, ricco mercante corinzio della
famiglia dei Bacchiadi, si trasferisce a Tarquinia, dove sposa una donna etrusca e genera il futuro re
di Roma Tarquinio Prisco (nato con il nome di Lucumone) e, secondo Tacito, porta anche la
scrittura. Demarato porta con sé anche tre artisti, Eucheir, Eugrammos e Diopos, che insegnano le
arti della scultura, pittura ed architettura agli Etruschi: inizia così l’ellenizzazione dell’arte etrusca,
anche se la storia è una leggenda. A Corinto, sotto la tirannia dei Cipselidi, la situazione non
cambia: permane l’eccesso demografico e vengono ancora fondate nuove colonie: a questa famiglia
vengono attribuite innovazioni, come le trireme e il sistema oplitico (diap. 6: Olpe Chigi, 640-630
a.C.). È loro invenzione, tra l’altro, la megalografia, e si parla anche di tre artisti: Aridikes, Cleantes
ed Ekfantos, che promossero la grande pittura, che si riflette nelle pinakes. Celebri sono le pinakes
di Pendeskoùfia (prima metà del VI sec. a.C.) o la pinax di Pitsà (560 a.C. ca.): esse sono solo delle
debolissime eco di quella che doveva essere la grande pittura, essendo delle produzioni di piccolo
artigianato.
Corinto individua nell’Etruria un mercato molto promettente su cui puntare. Per affermarsi, i
Corinzi mandano agli Etruschi i loro migliori prodotti, per poi vivere di conserva. Comunemente
considerato il capolavoro dell’arte ceramica corinzia è l’Olpe Chigi, trovata a Veio, e già citata. C’è
anche una produzione particolare, il Black Plychrome Style (BPS): il vaso viene completamente
verniciato di nero e le figure sono campite su questo fondo scuro e , in questo esempio (i.n.d.) c’è
un cervo rosso ed ocra su fondo nero. Questa produzione ha una certa importanza per gli Etruschi,
che la imitano: i due capolavori di questa produzione di nicchia vengono da Veio. In seguito si entra
in una fase di transizione detta fase transazionale (650-625 a.C.): a cavallo tra protocorinzio e
corinzio, caratterizzata da fregi zoomorfi, fini, e a carattere miniaturistico; le figure sono spaziate e
campeggiano su un fondo essenzialmente neutro, salvo la connotazione ambientale costituita da
rosette a puntini, uniti talvolta con della vernice rossa diluita. Si arriva poi al corinzio arcaico (625-
600 a.C.), dove si registra una tendenza a decorare i vasi con creature più grosse e corpose, con
dettagli più particolareggiati.

(10.11.2009)
→ Olpe BPS (i.n.d.): le figure sono incise su di un fondo completamente verniciato, quindi si
distinguono poco.
Gruppo di vasi eseguiti con la stessa tecnica usata a Corinto, con un’area di diffusione limitata
all’Etruria meridionale costiera, tra la valle del Fiora, Tarquinia e Cerveteri.
Il gruppo di Monte Abatone (a Caere) si chiama così perché alcuni pezzi di questo gruppo
policromo sono stati trovati nella necropoli di Monte Abatone. I vasi attribuiti al maestro del Monte
Abatone sono una quindicina, tutte anfore. La policromia è stata spesso slavata a causa del tempo,
per cui la leggibilità è scarsa. La forma di quest’anfora (i.n.d.) è un po’ particolare, perché le anse (a
nastro) sono attaccate al labbro del vaso; il basso piede è strombato. Questa forma ha una lunga
tradizione, risalente agli inizi del VII sec. a.C., e richiama i vecchi modelli metallici (cfr. con
anforetta a spirali dal corredo della tomba Regolini-Galassi), imitati poi anche dal bucchero.
Grazie ad alcuni vasi importati, il corredo della tomba Casaletti di Ceri (?) è databile al primo
quarto del VII secolo a.C.: è importante perché in questo corredo si trova la prima produzione in
bucchero (i prodotti importati sono un kotyle protocorinzio e due aryballoi rodi). Con il tempo la
forma si allunga in altezza e il piede si solleva.
→ Anfora del Pittore di Monte Abatone (i.n.d.): nella decorazione si nota subito l’enormità degli
animali: sulla superficie decorativa sono sempre 3 o 4 al massimo). Le figure degli animali sono
ricavate con l’incisione e campite, per sottolinearne i particolari, con il rosso e il bianco. Tutte le
figure sono unidirezionali. Qui c’è un cervo pascente la cui composizione è un po’ geometrizzante.
Si nota che la…del cervo è percorsa per buona parte da una striscia decorata a puntini (cfr.
particolare di un vaso in bronzo sbalzato con grifone dove si ritrova lo stesso motivo decorativo). I
puntini bianchi ricordano lo stile corinzio detto White Dot Style (diap. 10).
→ Vaso del Pittore di Monte Abatone (i.n.d.): la decorazione è fatta di getto, e così si nota dalle
molte linee che si sovrappongono. Qui c’è una teoria di cervi, con alcuni animali di difficile
identificazione. I colori, anche negli altri vasi, sono piuttosto slavati, mal conservati, perché essi
sono mal cotti. Il fondo di questi vasi è generalmente neutro; talvolta si trovano grandi fiori, come
connotazione ambientale. In un vaso troviamo un leone con un corpo decorato a spina di pesce, e
nello stesso vaso c’è un cavallo con un collo inusualmente lungo, con il corpo a squame di pesce.
La figura del cigno è spesso messa sotto agli animali, in questo caso sotto ad un cervo. C’è anche un
leone con una prospettiva piuttosto stravolta a causa degli occhi messi sullo stesso piano, un po’
picassiani.
L’anfora è il tipo più usato per questa produzione. Le provenienze del Maestro di Monte Abatone
sono da Tarquinia, dall’area vulcente, ecc; al Monte Abatone ne sono stati trovati due. In questo
caso i numeri non sono parlanti.
L’anfora nastriforme si sviluppa a Caere, dove si trova anche la produzione del bucchero graffito
(vd. Brocca a bocca di leone degli inizi del VII secolo a.C.): viene usato il doppio graffito per alcuni
elementi, come nelle anfore del Pittore di Monte Abatone. → anforette ad anse nastriformi, un po’
più antiche, ma ricordano l’opera del Pittore di Monte Abatone, con animali incisi divisi per
partizioni, ecc. (i.n.d.). Ci sono degli elementi di contatto.
Tutti questi elementi ci fanno pensare all’esistenza di una bottega a Caere (teoria sostenuta in
maniera piuttosto convinta dallo Szylagyi).
Nonostante il tutto venga dalla tradizione corinzia, i fiori sulla spalla delle anfore sembrano più di
ispirazione greco-orientale (vedi il grosso punto centrale. Ceramica greco-orientale del Capro
Selvaggio, diap. 12).
Le tombe da cui provengono i vasi sono le tombe a camera, quindi che ospitano una famiglia,
utilizzate anche per 5 o 6 generazioni, per cui la datazione è un po’ complicata. La forma
dell’anfora è degli inizi del VII secolo, il BPS è a Corinto dal 640 a.C. e lo stile del Capro
Selvaggio è dell’ultimo trentennio del VII secolo a.C. Quindi il Pittore del Monte Abatone dovrebbe
aver operato nell’ultimo trentennio del VII secolo a.C.
Al Pittore dei Cappi vengono attribuiti pochi vasi, più o meno quattro. La forma dell’anfora è la
solita, in questo caso la decorazione sulla spalla è diversa (teoria di volatili a silhouette). La
decorazione, don grandi figure, è nella parte mediana del vaso. Questo vaso viene da Tarquinia.
Uno degli animali, con il muso che guarda verso di noi, potrebbe essere un toro. Come per il Pittore
di Monte Abatone i contorni sono sottolineati da una linea doppia, e qui anche gli arti. Le figure
vengono direttamente incise, senza l’aggiunta di colori. Si chiama “Pittore dei Cappi” per la
decorazione che ricorda dei cappi, incisi sulla fronte del toro (i.n.d.). Sotto al toro c’è una figura
umana (con una sola gamba). Ci sono anche dei volatili. Dall’altro lato c’è quello che sembra un
cavallo, anche se le lingua pendula ricorda un leone e la coda termina con un uccello dal lungo
becco.

(11.11.2009)
Le anfore sono tra i 40 e i 50 cm, che non sono pochi. Rispetto al Pittore di Monte Abatone il
disegno è più continuo, sinuoso e fluido. La decorazione è anche più naturalistica, con motivi
fantastici vari: il toro con zampe di felino e criniera, ad esempio. La decorazione sulla spalla è di
tutt’altro tipo, eseguita nella tecnica delle figure nere: generalmente, silhouette nera sul fondo
dell’argilla bianca.
A questo pittore è attribuito anche un altro vaso: è un’anfora analoga alla precedente (vengono dalla
stessa tomba, i.n.d.). Le caratteristiche morfologiche sono come quelle del precedente. Il fregio è
piuttosto particolare: vi si riconosce una pantera bicorpore. Anche in questa figura vi si ritrova il
motivo dei cappi. Lo stile fluido e la doppia linea di contorno ci confermano che si tratta della
stessa mano. Sul retro del vaso c’è un cavallo pascente, questa volta riconoscibile. Sotto alla pantera
c’è un altro animale con zampe feline e coda ad uccello: forse è un leone, estremamente
stravagante, o una pantera, visto che nel precedente vaso la coda di quel tipo era attributo del leone
o comunque dei felini. A destra c’è una figura umana, anche qui con busto di prospetto, il volto di
profilo ed una sola gamba. Sotto al fregio ci sono degli archetti che si intrecciano, realizzati con
l’ausilio di un compasso (si vede anche il punto da dove parte il compasso): questo motivo ha anche
dato il nome ad una classe di vasi, quelli con gli archetti intrecciati appunto (anche quelli dove è
solo presente questa decorazione). Tale motivo è ripreso, ingigantito, dalla decorazione a squame
policrome di matrice corinzia. Questo stile si colloca nell’ultimo trentennio del VII secolo a.C.
Antonio Giuliano ha attribuito a questo pittore anche quest’anfora, da una collezione privata (i.n.d.):
ritorna l’idea della pantera bicorpore gigantesca che avvolge buona parte del vaso; anche qui si
trova il doppio tratto per la silhouette del corpo; la pantera ha anche qui i cerchietti, tuttavia qui la
policromia è più che evidente. Una delle code delle pantere ha una infiorescenza e dalla parte
posteriore di una delle pantere esce una sfinge dalla testa femminile, dal cui petto sembra uscire una
sorta di cigno (come quelle che lì spuntano dal terreno): è un unico animale, un continuum che va
quasi a chiudere il vaso.
Se non ad egli, almeno ad un mano a lui vicina può essere attribuito questo stamnos (o anfora ad
anse orizzontali e la bocca più larga dell’anfora normale). Anche qui c’è una pantera eseguita
essenzialmente in maniera simile agli altri vasi; il corpo è scandito da bande policrome del tutto
innaturali, e dalla bocca esce una gamba. Andando avanti nel fregio troviamo un animale metà
pesce e metà cavallo, con una vivace policromia: è un ippocampo. Sotto c’è una teoria di animali in
corsa, dei cani: c’è una classe di vasi, a Corinto, che riproducono questi animali, i canni correnti,
che nasce come stile nei motivi di caccia della ceramica protocorinzia; i cani sono realizzati a
silhouette nera su fondo bianco. In Etruria è stato trovato un gran numero di vasi, dalle anfore agli
alabstra, con questo motivo, unico elemento naturalistico: per cui molti di questi potrebbero essere
attribuiti alle botteghe che poi producono vasi di maggiore qualità e specializzate nei vasi
policromi.
A Cerveteri c’è tutta una classe di vasi che cominciamo a conoscere più approfonditamente in
questi anni. → Pithos in stile White on Red (i.n.d.): lo stile si attesta soprattutto a Cerveteri. I vasi
sono monumentali, gli animali nel fregio sono più naturalistici e vicini al gusto dell’arte fenicia. Si
ritrova anche qui la doppia linea continua, qui anche puntinata. La sinuosità della schiena è forte, le
figure sono esili e gli arti sottili: tutto dovuto all’influenza dell’arte fenicia (terzo quarto del VII
secolo a.C.).
Nella tomba a camera di Tarquinia delle anfore del Pittore dei Cappi sono stati trovati due tipi di
coppa, di tipo A1 (vasca profonda; 640-600 a.C.) e di tipo A2 (620-580 a.C.): si tratta di scansioni
forzate, dove esistono passaggi intermedi. Quelle trovate a Tarqinia sono di tipologia mediana.
La terza personalità di questo gruppo è il Pittore di Marsiliana. → Anfora frammentaria (i.n.d.):
tecnica policroma (grande banda verniciata dove sono ricavate in policromia le figure, prima
incise). Il legame col pittore precedente è dato da alcuni elementi: l’esaltazione forzata degli arti
posteriori (segno di slancio), ad esempio. Il senso della linea è fluido. Gli animali pascenti sono
unidirezionali, e anche qui il felino ha una coda a protome di uccello. In questa seconda anfora
(i.n.d.) si ritrova un cervo pascente, una sfinge, una pantera enorme, ecc. In un’altra anfora si vede
un centauro munito di bastone e porta nell’altra mano un animale.
Il motivo del leone dalla cui bocca esce una gamba viene dall’Oriente. Cfr. con la Coppa di
Praeneste (i.n.d.) dove c’è anche la lotta dell’uomo con il leone. Nell’arte del Vicino Oriente il
leone è sì la rappresentazione della ferocia, ma l’uomo virtuoso è capace di dominare e di prevalere
sul leone (e sulla natura). Cfr. con Avorio dal Palazzo reale di Nimrud (i.n.d.): se l’uomo soccombe
è perché non è un personaggio di un certo rango. Questo motivo circola abbondantemente nel
mondo antico → dal lago di Van (cultura uro altea), dettaglio di un tripode, dove c’è una
semplificazione della lotta tra uomo e leone: c’è una protome di leone da cui fuoriesce una zampa di
cavallo. Questo motivo è amatissimo dagli Etruschi.
Il Pittore di Marsiliana quando rappresenta un volatile lo fa sdoppiandolo. In un disegno dello
Szylagi c’è un centauro che porta un leprotto e davanti ha un felino dalla lingua pendula e sotto ad
esso una figura umana su letto con le mani legate, con pizzo, che sta agitandosi. Forse questi vasi
raccontavano qualcosa che era noto a chi lo guardava (riti, tradizioni popolari, ecc.). La
rappresentazione del letto è la più antica nell’arte etrusca (cfr. con il letto ritrovato nella tomba
Regolini-Galassi).
→ Frammento di oinochoe (i.n.d.): viene da un abitato ad Acquarossa. È uno dei pochi pezzi
etrusco-corinzi che non sono stati trovati in una tomba: significa che una parte di questa produzione
poteva essere utilizzata in ambito domestico (anche qui c’è la pantera con l’arto, che simboleggia la
morte, ma che evidentemente faceva parte della loro cultura). → Frammento di vaso (i.n.d.) (in
verticale, si vede dalle linee del tornio) con un cervo pascente, proveniente da una abitazione a
Roselle (trovato dal Donati).

(16.11.2009)
Letto in ferro dalla Tomba degli Avori (Marsigliana, i.n.d.): probabilmente aveva un poggiatesta
(vedi il rialzo sulla testata).
Il Pittore di Marsigliana è stato così chiamato per un vaso trovato a Marsigliana; i vasi provengono
da Tarquinia e da Vulci, ma non da Cerveteri: forse operava a Vulci, ma collegato all’area di
Cerveteri.
Il gruppo del Monte Abatone non si conclude con queste tre personalità, che sono le principali:
infatti di essi fanno parte un gran numero di personaggi, cui sono attribuiti anche solo due vasi,
oppure che non sono ancora ben definiti ma che comunque operano nello stile del Monte Abatone.
→ Anfora policroma con incisioni (i.n.d.): i rosoni a compasso sono forse da collegarsi a quelli
greco-orientali (da collezione privata).
Sempre nell’ambito della ceramica policroma c’è una figura che si distingue da quella del Monte
Abatone, che ama i vasi piccoli, di conseguenza dipinti con stile miniaturistico: è il Pittore
Castellani (dal nome di un collezionista).
→ Tre aryballoi dalla Tomba delle Quaranta rubbie, Veio (i.n.d.): qui è molto insistita l’incisione,
con la quale si scansiona le figure. Gli animali appartengono al repertorio corinzio. Il tipo piriforme
si afferma nel corinzio transizionale.
→ Aryballos (Berlino, i.n.d.): qui l’esecuzione è un po’ disattenta, un poco imprecisa; vedi quando
rappresenta la gamba che esce dalla bocca del felino, che sembra uscire da un secondo piano.
Il volto dei leoni è scandito da un naso angolato.
→ Oinochoe dal Satrium (ora a Villa Giulia, i.n.d.): sul corpo l’animale ha delle S, forse per
sottolineare le costole; il leone ha sul dorso le lingue di fiamma. È l’unico complesso che abbiamo
con le figure umane. Ci sono figure “inedite”, tra cui una sfinge con elmo corinzio: forse era un
racconto mitologico che a noi resta però sconosciuto. Da ricordarsi che, a parte qualche eccezione, i
fregi sono unidirezionali, invece a Corinto si tende a far convergere le figure.
→ Vaso (i.n.d.): c’è la preda con le gambe accoppiate (?) e il solito leone con gamba umana uscente
dalla bocca e col corpo scandito con un riquadro a spina di pesce.
→ Tomba Campana, Veio (fine VI sec. a.C., i.n.d.): è una tomba a due camere coassiali. Si pensa
che il Pittore Castellani operasse a Veio (lo ipotizza lo Szylagi): tre aryballoi sono stati trovati lì, ma
è come se fosse uno, visto che erano nello stesso lotto, tuttavia ce ne è un altro, ora conservato ad
Oslo, che proverrebbe da Veio. Inoltre, a parte quello del Satrium, i vasi non hanno una
provenienza. Infine, il suo stile somiglia molto a quello delle pitture della Tomba Campana, l’unica,
tra l’altro, dipinta in stile policromo, e dove prevale il decorativismo.
La Tomba delle Quaranta rubbie presenta nel suo corredo alcuni vasi, tra cui un’olpe BPS,
attribuita al Pittore dei Cani, e risalente al tardo protocorinzio (640 a.C.). Sempre un’altra olpe,
nello stesso stile, con una decorazione sulla spalla + olpe con cani correnti e squame + oinochoe
con un cane corrente (ad imitazione dei vasi corinzi). Questi vasi si datano approssimativamente
all’ultimo trentennio del VII secolo a.C. Sempre da questa tomba provengono alcuni buccheri, tra
cui kylikes in bucchero sottile e con labbro distinto. È un bucchero che gli Etruschi imitano nella
forma da quello corinzio (vedi kylix corinzia con raggiera sul fondo), 640-630 a.C.
→ Anfore del tipo SOS (i.n.d.): sono anforoni vinari attici, caratterizzati da labbro echino, un corpo
ovoide allungato su basso piede tronco conico ed anse a bastoncello schiacciato. Queste erano
impreziosite dalla decorazione, verniciate di nero tranne che sul collo, dove c’è un motivo a cerchi
concentrici e zig-zag (da qui la denominazione a “SOS”). Si addentrano fino alla metà del VI secolo
a.C., cambiando un po’ morfologia. 630 a.C.
Quindi la tomba delle Quaranta rubbie (vedi anche l’anforetta, i.n.d.) è risalente all’ultimo
trentennio del VII secolo a.C.

Questa serie è molto vasta, ma molti vasi sono anonimi. Sono 100 esemplari, con decorazioni
essenzialmente zoomorfe, e sono chiamati anforoni squamati: sono alti anche 70 cm o più, e
squamati perché nella parte buona del vaso la decorazione è composta da squame, con una certa
meticolosità. È una produzione che possiamo riportare a Caere. Agli inizi la forma è vicina a quella
delle anfore ad SOS attiche, con labbro echino, collo stretto, corpo ovoide, piede più o meno alto
tronco conico ed anse a bastoncello schiacciato. I fregi zoomorfi stanno all’inizio di questa serie: in
questo caso abbiamo due fregi, unidirezionali: uno sinistrorso, l’altro destrorso. Ci sono poi
elementi riempitivi, cioè delle rosette a puntini. Le dimensioni sono comunque miniaturistiche:
gusto del corinzio transizionale. Anche se è quasi del tutto scomparsa, la policromia era ricca (color
argilla, nero, paonazzo ed ocra, quest’ultimo per le squame) → Oinochoe del corinzio transizionale
(640-625 a.C., i.n.d.): c’è un certo gusto miniaturistico, e sono presenti le squame, eseguite a
compasso, policrome. Questi vasi hanno anche la guillosce, che richiama il mondo greco-orientale.
Le figure miniaturistiche richiamano il gusto corinzio dell’epoca.
In uno dei vasi della serie miniaturistica c’è un centauro con gonnellino.
In un’anfora conservata al Louvre sono rappresentate delle imbarcazioni con accanto degli uccelli
acquatici.
Nel corso del tempo le figure tendono ad allungarsi: si arriva così alla fine dello stile miniaturistico
per entrare in quello allungato.
Pittore di Le Havre: le figure tendono ad ingrandirsi e ad allungarsi. Il pittore di Le Havre ama gli
uccellini che usa come riempitivi, praticamente al posto delle rosette, messi a mezz’aria (non
volanti): somigliano a delle civette; è un suo carattere distintivo. Si arriva quindi allo stile allungato.
Nei vasi tutto, animali e squame, tende ad ingrandirsi, e gli animali perdono la loro organicità. I
riempitivi sono composti dalle rosette a puntini. Nel corso del tempo la qualità si abbassa, e gli
anforoni diventano meno alti o slanciati.
Pittore della Fiasca da Pellegrino: questa fiasca (al Charlottenburg di Berlino, i.n.d.) ha da un lato
degli uccelli rapaci (becco adunco) danzanti attorno ad una spirale e dall’altro una coppia di comasti
attorno ad un cratere con le anse a volute, e la scena è chiusa in una guillosce: allude all’uso del
vino.

(17.11.2009)
La fiasca ha i passanti per una tracolla. La forma del vaso è molto antica: essa è attestata nel Vicino
Oriente già dalla metà del II millennio. Spesso i vasi orientali (ciprioti, egiziani, ecc.) sono in
ceramica invetriata. Anche in Etruria questa forma si attesta abbastanza presto, già nell’VIII secolo
a.C., e gli esemplari sono in bronzo (vd. la borraccia a doppio corpo) ed anche in bucchero. Il tema
del simposio lo si ritrova nel gruppo dei vasi corinzi dei “danzatori panciuti”, chiamati “panciuti” a
causa della schiena inarcata.
Allo stesso pittore sono attribuiti altri vasi “squamati”: un dinos (i.n.d.) (è l’equivalente del cratere,
molto diffuso nella Grecia Orientale). Siamo nella fase dello stile allungato. I riempitivi sono
costituiti da rosette a puntini e rosette incise (periodo transizionale). Sul labbro c’è il motivo a
clessidra, e sotto al fregio si ritrovano la guillosce (ma che si scriverà così?) e le squame. Ci sono
anche altri dinoi (i.n.d.), di cui uno con una scena di caccia: si nota che il vaso è un po’ storto, forse
perché è stato fatto essiccare male o cotto senza attenzione (evidentemente è stato comunque
venduto, visto che si trovava in una tomba, anche se non sappiamo quale).
→ Anforoni squamati in stile pesante, i.n.d. (stile anche nella ceramica corinzia): le figure
acquistano corpulenza, sono corpi pesanti. In quest’ultima fase le anfore diminuiscono in altezza,
sono meno monumentali, e tutta la decorazione è più corsiva. Il fregio zoomorfo è ridotto a pochi
animali abbastanza grandi, e i riempitivi sono costituiti da rose a petali. Gli ultimi vasi prodotti sono
caratterizzati da fregi ridottissimi e grandi squame. Questi vasi si trovano in corredi che vanno dal
630 al 580 a.C., quindi si tratta di una produzione che interessa almeno due generazioni di
decoratori; l’ambito resta praticamente solo quello ceretano.
→ Oinochoe Tragliatella, i.n.d. (ultimi decenni del VII sec. a.C.): siamo in ambito ceretano, dove è
stata trovata questa particolare oinochoe. Forse questo vaso o non è stato cotto bene o è stata cattiva
la sua giacitura, per cui è più facile leggere la decorazione tramite le incisioni. Sull’ansa è inciso un
serpente, motivo che si ritrova anche nella ceramica greca. Ha un fregio dipinto sul collo. In fondo
ci sono delle bande orizzontali, e non la solita raggiera, che è invece sulla spalla: su ogni triangolo
di essa ci sono invisi degli animali, forse dei bucrani. Il fregio sul corpo è continuo, in stile
policromo; c’è nel fregio una linea verticale quasi in asse con il becco dell’oinochoe. In basso c’è
un piccolo fregio con un cane che caccia una lepre.
Nel fregio piccolo c sono un capro ed una nave, poi una scena con un uomo (capelli lunghi e
perizoma) ed una donna (capelli più corti e vestito lungo), che forse si salutano; infine ci sono due
uccelli che stanno litigando ed un uomo nudo che tiene legato un capro.
Nel fregio sul corpo, a partire dalla linea verticale, ci si presenta questa scena: ci sono dei
personaggi su letti ed un motivo decorativo labirintico (a spirale?) con l’iscrizione Truia; ci sono
poi due cavalieri con scudo e il disegno di un volatile al loro interno, il primo con una lancia (da
sinistra) ed il secondo senza lancia ma con una scimmietta che porta in sella al cavallo; c’è poi una
teoria di armati, un uomo nudo con bastone e sette personaggi con scudo decorato con un cinghiale
e tre lance ciascuno; c’è poi di nuovo un uomo con perizoma ed una donna cui l’uomo porge una
sfera ad una donna, la quale a sua volta porge a lui un oggetto sferico più grande, e sotto a loro c’è
una bambina. Ci sono anche delle scritte incise, Miammarke, cioè “Io sono Ammarke” (forse era
mamarke, cfr. oinochoe di Veio) e Mivelelia, cioè “Io sono Velelia” (accanto alla bambina, sulla
quale l’uomo poggia affettuosamente la mano), e anche la donna con il pomo è accompagnata da
una iscrizione Mithesathei, cioè “Io sono Thesathei”. Tutto il fregio è chiuso da un personaggio
femminile con una mano sul fianco e una protesa, accanto a due oggetti che emergono dal terreno
(Forse somiglia un po’ allo stile del Pittore di Marsiliana???).
→ Tintinnabulo in bronzo da Bologna (Tomba degli Ori, i.n.d.): era una campanina. C’è una scena
di filatura su un lato, dall’altro c’è un arcolaio ed una scena di tessitura con il telaio. Questo vaso è
importante per vedere i vestiti dell’epoca (femminili). Per quelli maschili vedi il bronzetto di
offerente da Volterra, che è tutto nudo salvo che per il perizoma.
Come si può spiegare il fregio dell’oinochoe? Dopo le scene erotiche, che comunque gli antichi non
intendevano così, c’è la spirale, che richiama il labirinto di Creta: allora i personaggi sul collo
potrebbero essere Teseo ed Arianna e il fregio una scena che si riferisce al ritorno di Teseo ad
Atene. Oppure il labirinto potrebbe rappresentare il Lusus Troiae, di cui ci parla Virgilio nel V libro
dell’Eneide. Una studiosa americana ha ipotizzato che si tratti di scene di commiato e che il
labirinto alluda ai giochi funebri che le aristocrazie di potevano concedere. Quindi gli elementi alla
fine del vaso potrebbero essere delle lapidi cui la donna porge il proprio saluto.

(18.11.2009)
A Vulci si stabiliscono più atelier che ancorano questa corrente ceramica allo stile corinzio: ciò
avverrà in tre generazioni. Vulci ha la leadership in questo settore, e la sua produzione verrà molto
esportata. In Etruria si era aperto un mercato dei più richiesti dalle botteghe operanti nell’Egeo.
Queste botteghe, non del tutto localizzate, erano spinte verso Occidente dalla pressione assira; era
caduto il porto di Al-Mina sulla foce dell’Oronte, in Siria: perdono una sacca d’espansione dei loro
commerci. In Etruria giungono prodotti sia corinzi sia greco-orientali. Dall’Etruria vengono diversi
vasi (vd. lo stile del Capro Selvaggio) → oinochoe e brocca con bocca tonda → dinos da Caere
nello stile del Capro Selvaggio di mezzo → oinochoe Levy (diap. 14), trovata a Caere → (Vulci) →
testimonia la qualità dei prodotti inviati dall’Ellade all’Etruria.
Bottega del Pittore delle Rondini (diapp. 17-27) (vedi la rivista “Prospettiva”, articolo di Antonio
Giuliano sul Pittore delle Rondini), cui si attribuiscono una dozzina di vasi, a Vulci. All’inizio della
sua produzione si colloca una oinochoe a bocca trilobata senza l’occhio dipinto sul becco: ha un
raggiera sul fondo, che non c’è nella ceramica greca. La decorazione sulla spalla ci rimanda allo
stile del Capro Selvaggio antico: in esso ci sono degli stambecchi pascenti unidirezionali. Si nota un
po’ l’incertezza di questo pittore: non calcolando bene gli spazi, alla fine dipinge un palmipede un
po’ tozzo, con il collo rivolto dall’altra parte. Gli stambecchi non poggiano tutti gli zoccoli sul
terreno, e sono un po’ sproporzionati. Tutto ci porta alla ceramica greco-orientale: non è prevista
l’incisione! Le partizioni anatomiche si distinguono tra zone riempite e zone a risparmio. I motivi
sono sia greco-orientali sia corinzi (rosette a puntini): questa commisi onte si può capire solo in un
ambiente coloniale; il Pittore delle Rondini userà poi sempre questi riempitivi. Se è un greco-
orientale, questo artigiano non è molto dotato, non ha una personalità né un’arte troppo forti, quindi
quando arriva in Etruria si “imbarbarisce”: non si impone, ma piuttosto si fa imporre il gusto locale.
Questa ipotesi (di Antonio Giuliano) non è però accettata da tutti: ad indebolirla è il fatto che negli
scavi egei non è mai stato trovato qualcosa di attribuibile a questa personalità, anche se forse
potrebbe aver iniziato la sua attività in Etruria o magari un giorno gli scavi ci daranno qualcosa di
suo. → Oinochoe trilobata (Villa Giulia, diap. 17): sul collo c’è una guillosce, poi una linea di
linguette e tre fregi zoomorfi (stile Capro Selvaggio di mezzo); la raggiera in basso rimanda alla
produzione corinzia, mentre la guillosce e i fregi all’arte greco-orientale. I riempitivi sono, nei due
fregi più bassi, rosette a puntini, e greco-orientali e rosette a puntini nel fregio sulla spalla, dove
evidentemente i riempitivi greco-orientali erano stati dipinti prima (vedi la falcata dello stambecco).
→ Oinochoe di Christchurch (diap. 18): c’è l’occhio sul becco della brocca, sulla spalla un fregio di
palmipedi, in quello di mezzo stambecchi, e in quello di fondo una commistione dei due animali. Il
pittore ha evidentemente preso dimestichezza con i vasi, per cui il fregio non è più incerto. I
riempitivi sono le rosette a puntini corinzie. Anche qui gli stambecchi camminano sugli zoccoli.
→ Grande coppa (40 cm di diametro, diapp. 23-24), Vulci: forse non era utilizzata come coppa ma
come cratere. Stravaganze di questo tipo erano comuni anche in Grecia (basta confrontare una
coppa di ordinarie dimensioni e una coppa ionica, i.n.d., gigantesca). Questa coppa a labbro distinto
è del tipo A1 (640-600 a.C.). Il gusto che impronta questo vaso è agli antipodi rispetto alla
semplicità dei vasi greci: infatti è tutto decorato. Sul labbro c’è la guillosce, sotto delle linguette e
poi il fregio, sotto al quale c’è una decorazione a scacchi. Nel fregio c’è una sfinge, poi una sirena
retrospicente, un cavaliere ed un grifo. La sirena guarda verso un elemento a spirale, un virgulto, su
cui sono posati degli animaletti, delle rondini appunto. Il pittore accoglie comunque temi del gusto
locale, come il cavaliere. Il tema della rondine su virgulto l’ha presa dalla ceramica greco-orientale
(vedi vaso con un grifone sulla cui coda c’è un rapace; vd. frammento da Mileto con grifo e virgulto
a voluta sul quale si posa la rondine). Continuando il fregio si vede una scena di partenza di un
carro, tema frequente tra gli Etruschi: è una quadriga con auriga, dietro al quale c’è una donna con
in mano una corona lo saluta. Poi c’è un grande uccello, una palma ed un soldato che combatte
contro questo volatile (forse l’artista fa dell’ironia). → Anforone da vino, Louvre (diap. 21): la
forma è quella delle anfore greco-orientali (molto simile alla forma di quelle di Mileto e
Clazomene, per il labbro distino ed il collo ad echino abbastanza spesso). Sul collo ci sono i “denti
di lupo”, e sulla spalla e sul corpo tre fregi, il primo con fiori di loto aperti, gli altri con volatili ed
animali mitologici. Le figure sono molto grandi a causa delle dimensioni del vaso. Per i riempitivi si
nota il solito ibridismo. Lo stimolo ad eseguire un’opera di questo genere è forse venuto dalla
scultura: a Vulci nasce infatti, sul finire del VII secolo a.C., una scuola di scultura. Il pittore si
cimenta nella monumentalità. → Olpe, Bochum (diap. 19): l’olpe è una forma corinzia. La
decorazione è su tre fregi, con stambecchi in punta di zoccolo, e su quello in alto la decorazione
accessoria ha condizionato la posizione degli stambecchi di sopra; anche qui il pittore ha avuto
difficoltà a calibrare lo spazio, mettendo alla fine un palmipede con il corpo contratto. Nei
riempitivi si nota l’oramai tipico ibridismo, che lo spinge ad “oltraggiare” un’altra forma
caratteristica corinzia, l’alabstron (Tarquinia, diap. 20): è l’unico trovato fuori da Vulci. C’è un
rosone con accanto una sfinge gozzuta e un grifo con il becco agitato e i riempitivi misti. La sua arte
termina alla fase finale, in cui si può porre questa oinochoe (Villa Giulia, i.n.d.): la qualità della
vernice è pessima; ci sono due fregi con stambecchi e i soliti riempitivi. Antonio Giuliano lo colloca
alla fine della sua produzione per la bassa qualità del vaso (il pittore vive di rendita); Giuliano
inoltre attribuisce anche a lui una coppa da Vulci, o comunque a qualcuno a lui vicino.
Nel 1981 è stata trovata una tomba (del Pittore delle Rondini e corredo, diapp. 25-27) a Vulci con
una oinochoe attribuibile al Pittore delle Rondini. Nel fregio si ritrova un virgulto su cui sono
posate delle rondini. Nel corredo della tomba si trova anche un calice in bucchero con decorazioni a
punta di diamante sulla carena (ultimi decenni del VII secolo a.C.), e ha il piede a tromba. C’è
anche una oinochoe corinzia: si differenzia da quelle rodie per la mancanza di rotelle e degli occhi
apotropaici; la decorazione a squame rimanda al corinzio transizionale (640-625 a.C.). → Coppa a
vasca emisferica (diap. 28?) ed ansette proprio sotto l’orlo, a decorazione lineare; però i pezzi più
raffinati sono decorati: c’è un uccello dentro una metopa. Questo tipo di coppa è detto “ad uccelli”
(diap. 28 a), tipico delle coste greco-orientali (ultimo trentennio del VII secolo a.C.). Sempre nel
corredo ci sono le coppe ioniche del tipo A1 (640-600 a.C.): la coppa ha un piede sagomato e la
decorazione è costituita da una raggiera (corpo-base) ed una scacchiera (labbro). Si tratta di una
coppa laconica (diap. 28 d). Di questo corredo fanno parte anche vasi più recenti, del Pittore dei
Rosoni (olpe e kylix), appartenente al periodo più tardo: ed infatti la tomba è a camera, quindi vi
venivano seppellite più generazioni di persone, tuttavia bisogna tenere in conto i vasi più antichi. La
tomba aveva originariamente come chiusura un lastrone a scala in tufo, tipici di Tarquinia: hanno
generalmente tre bande verticali, alternata a scala, e riquadri vuoti e pieni, questi ultimi decorati.

(23.11.2009)
Nella tomba 1981 ci sono materiali che abbassano la cronologia, come gli aryballoy e gli alabastra:
i riempitivi sono rosette a petali incisi, tipiche del corinzio antico, e le figure sono nello Whithe Dot
Style. L’ampio raggio della cronologia (625-600 a.C.) è giustificata dal fatto che le tombe a camera
vengono usate per più generazioni, anche per 50 anni.
Il Pittore della Sfinge barbuta opera a Vulci e, se sono giuste le attribuzioni, è stato un pittore
particolarmente prolifico, con una produzione comprendente più di 100 vasi (diapp. 29-36), i quali,
quando se ne conosce la provenienza, rimandano a Vulci o dintorni, almeno per la prima parte della
sua produzione. È così chiamato perché ama particolarmente questo animale, che è una presenza
quasi costante nei suoi vasi. Lo stile è caratterizzato all’inizio da figure miniaturistiche, abbastanza
leggere nella loro configurazione anatomica. I riempitivi sono le rosette a puntini, del corinzio
transizionale. Oltre alla sfinge, ci sono altri animali, come il leone, la pantera, il/la cervo/a. La
sfinge può essere alata, seduta o in piedi: l’unica costante è il polos sulla testa. Quando gli animali
sono seduti, risparmia una delle zampe posteriori, e talvolta anche una anteriore. I colori sono quelli
utilizzati in ambito corinzio (nero, rosso). Tutto fa guardare al corinzio, soprattutto transizionale:
per questo ci si è chiesti se questo pittore fosse un corinzio emigrato che, non avendo trovato
successo in patria a causa delle sue scarse capacità, si trasferisce in Etruria. Durante la sua vita,
cambia anche il modo di disegnare le stesse figure: basta vedere il muso della pantera, anche se le
orecchie rimangono cuoriformi, o il profilo della testa di leone (diap. 29).
→ Oinochoe senza collo e bocca: fa parte della sua prima produzione. Ci sono quattro registri con
teorie di animali, tra cui l’immancabile sfinge barbuta. I riempitivi sono quelli del corinzio
transizionale, e gli animali sono dipinti in stile miniaturistico. Talvolta troviamo animali allungati e
altre volte un po’ contratti, e spesso formano una catena di animali.
→ Olpe ed oinochoe: si vedono ancora alcuni caratteri di discontinuità, cioè animali dilatati ed
animali contratti, figure alate gradienti e figure alate aptere. Anche qui c’è la sfinge barbuta.
→ Olpai: anche qui la sfinge barbuta, ma si comincia a notare qualcosa di nuovo. Nella prima olpe
infatti gli animali sono incisi e dipinti a figure nere, ma anche resi solo con la pittura nera (greco-
orientale); la seconda olpe è corinzia.
→ Olpe di Malibu: il muso della pantera è solo dipinto, mentre il corpo è alla maniera corinzia; lo
stesso succede per un uccello acquatico: c’è una sorta di ibridismo (siamo in ambiente coloniale).
In questo pittore è rarissima la rappresentazione della figura umana.
→ Olpe Basilea (diap. 31): qui di diverso c’è la parte superiore, verniciata di nero, con le figure
ricavate ad incisione (Black Polychrime Style), mentre sotto c’è la tecnica a figure nere.
→ Altra olpe da Basilea: qui non c’è più la policromia, ma c’è l’adozione di una outline (tecnica
greco-orientale). Anche qui si ritrova la sfinge ed il dito dritto nelle zampe degli animali. Una
novità in questo vaso è l’uccello rapace in volo sul registro più alto.
→ Olpe (diap. 31): i riempitivi, al centro, sono delle clessidre dipinte di nero, usate anche dal
Pittore della Fiasca da Pellegrino.
→ Olpe da Heidelberg: procedendo nel tempo, si infittiscono i riempitivi a puntini, tanto da creare
una sorta di tappeto.
→ Oinochoe: sul collo c’è una teoria di sfingi, una col braccio che afferra la coda di un’altra sfinge.
Nel corso della sua carriera il pittore cambia il suo gusto, orientandosi verso uno stile più
monumentale.
→ Olpe Zurigo (diap 33): c’è una sola pantera che afferra un animale; l’immagine occupa tutto il
vaso.
Si nota poi una tendenza all’allungamento delle figure e al largo utilizzo di riempitivi (horror
vacui). La quantità dei vasi e della pittura non è molto alta.
→ Oinochoai: la prima ha un solo registro, la seconda tre. Comunque il pittore forse non era un
ceramista, e anzi probabilmente si serviva di più ceramisti.
In questa fase si trova molto lo stile greco-orientale, probabilmente anche a causa della concorrenza
con il Pittore delle Rondini (in un’anfora si trovano sfingi praticamente solo esclusivamente ad
outline, ma si vede il segno di stile grazie al polos e al dito eretto sulle zampe; e anche i riempitivi
sono ibridati).
→ Oinochoe: ha delle squame, le rosette a puntini e le clessidre, ed anche il cerchio. Tutto ciò,
accompagnato allo stile miniaturistico, richiama al corinzio transizionale.
→ Olpe: …
→ Anfora di tipo corinzio: corinzio per via della sagomatura del labbro; è decorata su due registri,
in tecnica sfacciatamente ibrida.
→ Anfora dalla Tomba del Pittore della Sfinge barbuta (diap. 34): è una delle due anfore lì trovate
(tomba a camera). Ha un labbro scandito alla maniera corinzia, e rimanda alle anfore vinarie
corinzie (che non sono decorate). Le linguette policrome rimandano al mondo greco-orientale. Ci
sono tre registri, tutti zoomorfi, dove ricorre la solita sfinge barbuta. La tomba si chiama così perché
sono state trovate queste due anfore del Pittore della Sfinge barbuta. Il campo bianco è disseminato
di rosette a puntini. È tutto dipinto, non c’è alcuna incisione (forma corinzia e tecnica greco-
orientale). L’aspetto monumentale è ricollegato alla nascita dello stile monumentale a Vulci. La 2°
anfora (diap. 35) è circa la metà della precedente, con due soli registri zoomorfi, eseguiti con
l’outline. C’è un minor uso dei riempitivi, o forse sono scomparsi (ci sono solo le rosette a disco).
Dalla tomba provengono anche altri vasi, tra cui tre oinochoai del Pittore di Boehlau (della II
generazione). Sempre nel corredo della tomba troviamo opere del Pittore di Pescia Romana (kylix)
e del Pittore di Feoli (piatto). Dalla tomba proviene anche una oinochoe del corinzio antico. La
decorazione è in uno stile un po’ pesante.
→ Kantharos di bucchero (diap. 40): la decorazione è grafita, e sulla carena ci sono punte di
diamante, e nella vasca in basso dei ventagli etti (ultimi decenni del VII secolo a.C.). Lo stile
somiglia un po’ a quello del Pittore Castellani. La tomba è stata poi utilizzata ancora (fine VII -
inizi VI sec. a.C.). → Sfinge in tufo (diap. 40): era a guardia del dromos di una tomba. È agli inizi
della tradizione scultorea funeraria e della scultura in generale (cfr. con centauro in stile dedalico).
La sfinge è invece redatta nello stile ionico, con passaggi di piani più dolci e graduali (seconda metà
del VI sec. a.C.). Essa presenta un gap cronologico con il corredo della tomba: ma questo è
momentaneo, visto che non è stato pubblicato tutto il materiale della tomba.

(24.11.2009)
Con la fase tarda del Pittore della Sfinge barbuta si entra nel VI secolo a.C., per una decina di anni.
Continua il carattere monumentale delle figure. → alabastra: in entrambi i vasi c’è un grifo alato; le
figure hanno acquisito delle dimensioni rispettabili, come nel corinzio arcaico. → altri vasi: si
vedono un po’ i caratteri della sua arte; adotta nuove figure come il galletto, tuttavia resta
affezionato alla figura della sfinge barbuta. → oinochoe (Vaticano): c’è una sfinge barbuta
gradiente ed un galletto, molto simile a quello dell’alabastron precedente.
Ritorniamo agli anforoni squamati (localizzabili a Caere). → Due anfore (Leningrado): sono in stile
allungato. Ci sono degli anforoni, del genere degli squamati, che nei fregi presentano dei caratteri
simili a quelli del Pittore della Sfinge barbuta. → anfora: due pantere monocefale e due sfingi
barbute affrontate. → anforone, Lerici (Roma): questo non ha le squame, ma le clessidre distese
orizzontali; e anche qui ci sono figure che, secondo lo Szylagi, sono state dipinte dal Pittore della
Sfinge barbuta. + altro con clessidre + anforone squamato. Questi anforoni squamati sono circa 1/3
della produzione attribuita al Pittore della Sfinge barbuta, che viene da Caere. Secondo lo Szylagi il
pittore, arrivato alla fase degli anforoni, vede la fortuna della sua arte decadere a Vulci, per cui si
trasferisce a Caere, dove da inizio allo stile allungato. Il Donati non ne è del tutto convinto: il
percorso è un po’ complesso e contradditorio; infatti, come mai, ad esempio, torna ai riempitivi a
rosette a puntini che aveva invece abbandonato? → olpe (1 fase avanzata; stile allungato); → olpe
(2 fase): si può riconoscere la mano del Pittore (stambecco, pantera). Si arriva poi alle opere tarde,
secondo lo Szylagi. → olpe: le figure perdono consistenza, ma sono proprio della stessa mano? Lo
stile è allungato, ma i caratteri miniaturistici sono della 1° fase.
Ci si chiede inoltre a cosa servissero questi vasi, perché sono molto instabili, forse non erano fatti
per essere esposti, tipo ai banchetti…
→ Olpe (frammento): anche questa del Pittore della Sfinge barbuta, presenta una processione di
cavalieri.
→ Oinochoe (Biblioteca Nazionale di Parigi, diapp. 44-45): attacco dell’ansa a palmetta rilevata (?,
cfr. vasi di bronzo, ad es. oinochoe rodia di bronzo). È un vaso scandito nelle sue parti. La
decorazione presenta rosette a puntini, dipinte di rosso sul fondo nero del collo, e sul basso da una
catena di fiori di loto neri su fondo chiaro. Il fregio basso è zoomorfo. Il fregio sulla spalla è invece
caratteristico: c’è una struttura a blocchi regolari di tre filari, sormontata da altre strutture, e dalla
quale si affacciano tre figure; dalla struttura si allontanano delle persone, mentre sulla sinistra si
allontanano altre figure, su cavallo, carro e tutta una serie di armati che vanno verso altri armati ed
un grosso cavallo, sotto al quale ci sono due guerrieri, che tengono in mano un cimiero ciascuno;
ma sopra al cavallo spunta una figura tirata per i capelli: è una scena del cavallo di Troia. Il
collegamento al Pittore delle Sfinge barbuta è dato dal modo in cui sono eseguiti i cavalli.
Comunque il Pittore della Sfinge barbuta è una personalità centrale nella ceramica etrusco-corinzia,
perché va ancora a Vulci (?); l’esperienza greco-orientale del Pittore delle Rondini si esaurisce
invece dopo di lui.
Si passa poi alla II generazione dei Pittori etrusco-corinzi. Il Pittore di Boehlau (diapp. 53-58) è la
prima figura di questa seconda generazione e gli si attribuiscono una dozzina di vasi, quasi tutti
oinochoai piriformi e con un piede molto piccolo (forma vulcense). Questo pittore è molto originale
e facilmente riconoscibile. Le figure sono molto grandi e non c’è decorazione accessoria.
Rimandano al corinzio antico, ma i riempitivi sono diversi: egli ama le infiorescenze e usa anche le
rosette a disco quadripartite (unico elemento greco-orientale). Le incisioni scandiscono l’anatomia
(vedi il Pittore Castellani), tuttavia esse sono astratte, non rappresentano vere parti anatomiche. Le
grandi figure si vedono del tutto solo ruotando il vaso. (altre oinochoai). Fra i suoi pezzi,
l’acquisizione più recente è una oinochoe (Viterbo, S. Maria della Quercia, diap. 58): c’è un caduto
che da una parte è aggredito da un leone, dall’altra da un rapace. → Olpe, Wurzburg (diapp. 55-56):
si riconosce la mano del pittore. È decorata su quattro registri, e la decorazione accessoria è
costituita solo da bande orizzontali. Le ali sono poste un po’ come gli pare. Egli lavora d’istinto: le
figure escono in parte dai registri. → Olpe, Civitavecchia (diap. 57 e Toronto): la vernice è slavata,
nei fregi c’è un’imbarcazione a testa di pesce, dove dentro c’è un pesce enorme; c’è pure un
serpente, dal corpo raccorciato. Personalità molto marcata e forte, caratteristica dei primi
rappresentanti della II generazione dei pittori etrusco-corinzi.
Il Pittore di Pescia Romana (diapp. 46-52) si chiama così due dei suoi vasi sono stati trovati a
Pescia Romana nell’800, e sono nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Si torna alla tecnica
policroma: sul fondo dipinto sono ricavate ad incisione le figure, poi vivificate con colori: grandi
fregi zoomorfi unidirezionali (consueto repertorio). Riconoscibile è l’uso dell’incisione, spesso
ripetuta nella spalla, e la pantera ha un muso geometrizzato, e alterna bianco e bruno nelle gambe.
Le figure sono tutte ben spaziate e raramente si toccano fra loro. In un particolare di una sfinge si
nota che essa ha un occhio sulla fronte e l’occipite è incavato (?). Anche lui usa le file di puntini
bianchi, lo White Dot Style del corinzio antico. Il leone non è molto riconoscibile, ha qualcosa di
cinghialesco → olpe, collezione privata svizzera (diap. 47): come il Pittore di Feoli usa pochi
riempitivi vegetali.