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Riassunto mango civiltà bizantina

occidentale. Verso la Chiesa alessandrina affluivano moltissime donazioni pie, e quindi non deve stupire che
la Chiesa di Alessandria si comportasse come banchiere dello stesso mondo degli affari.
Nel contempo, la Chiesa di Alessandria si occupava di mendicanti, monaci e prigionieri di guerra.
Gli altri 3 patriarcati orientali (Costantinopoli, Antiochia e Gerusalemme) godevano di risorse paragonabili a
quelle di Alessandria. Il patriarcato di Gerusalemme, in particolare, fu interessato da un proficuo mercato
immobiliare.
I vescovati di provincia erano meno ricchi ma comunque benestanti.
La ricchezza della Chiesa tra IV e VI secolo ci viene testimoniata da una serie di ritrovamenti archeologici di
sontuose basiliche lungo tutto il Mediterraneo. La costruzione di queste basiliche proseguì fino al VI secolo,
quando diminuì per poi arrestarsi del tutto. Le chiese venivano costruite continuamente non tanto per
esigenze religiose, quanto piuttosto per motivi di prestigio personale del costruttore e di acquisizione di
potere da parte del clero.
È indubbio comunque che la Chiesa svolgesse un’importante funzione sociale, redistribuendo le ricchezze
fra i bisognosi. Questa azione di redistribuzione era più facile per la Chiesa di quanto non lo fosse per il
potere pubblico, dato che la Chiesa poteva fare leva sui sentimenti dei donatori. Tuttavia, con questo
grande afflusso di denaro, la Chiesa fu interessata da due tendenze: l’arricchimento dell’establishment
ecclesiastico e l’espansione numerica del clero.
Il sistema monetario bizantino: la base di tutto era il solidus aureo (nomisma in greco), e 72 solidi
costituivano una libbra. Oltre al solidus erano in circolazione anche il mezzo solidus (semissis) e il terzo di
solidus (tremissis). Queste monete erano in bronzo. Con la riforma dell’imperatore Anastasio, furono messi
in circolazione anche valori più piccoli, detti nummi (5, 10, 20) o folles (40). Dal VII secolo vi furono anche
emissioni in argento. Il sistema monetario bizantino, ancorato allo standard dell’oro, tenne stabili salari e
prezzi fino all’XI secolo, quando il solidus cominciò ad adulterarsi.
Riguardo allo status economico della popolazione bizantina, sappiamo che:
- La disparità tra ricchi e poveri era enorme
- Gli incarichi di governo permettevano di accumulare grandi ricchezze
- Una grande quantità di persone viveva al livello della pura sussistenza
- Il prezzo dei manufatti (soprattutto nell’abbigliamento) era relativamente alto
La paga media di un semplice lavoratore si aggirava tra l’1/30 e l’1/20 di solidus al giorno, per un totale di
circa 10-20 solidi all’anno. 20 solidi era il prezzo di uno schiavo non specializzato. La somma dei prezzi
annuali dei generi di prima necessità era così elevata che un semplice lavoratore, anche a pieno impiego,
viveva appena al livello di sussistenza.
D’altra parte, personaggi di nobile famiglia quali il vescovo Porfirio di Gaza e l’armeno Harfat possedevano
ricchezze che ammontavano a migliaia di solidi, e magnati dell’Impero come il generale Belisario
possedevano centinaia di migliaia di solidi.
Un ufficiale intermedio dell’Impero, Giovanni Lido, autore di opere antiquarie, giunse a Costantinopoli per
fare carriera e riuscì, anche grazie agli aiuti di un magnate suo compatriota, il prefetto Zotico, ad entrare
nella cancelleria prefettizia, dove guadagnò mille solidi e più, restando in carica per circa 40 anni e
giungendo ai vertici del suo grado.
Per quanto riguarda la classe media urbana, pur non avendo molti dati a riguardo, si può ipotizzare che il
numero di bisognosi completamente dipendenti dalla carità fosse probabilmente inferiore al 5-10 per cento
della popolazione urbana, anche se la stragrande maggioranza della popolazione, dai manovali ai

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commercianti fino agli artigiani, non erano agiati, bensì abbastanza poveri, potendo permettersi, oltre ai
generi di prima necessità, poche altre cose che definivano il loro status sociale (schema).
Tra le occupazioni che potevano condurre a una certa ricchezza c’era quello di mercante. Le attività
commerciali, particolarmente floride nel Vicino Oriente, in Medio Oriente e in Nordafrica, rendevano ricche
le città coinvolte e ricchi i loro abitanti. Certamente il commercio con terre lontane era assai sviluppato nel
tardo Impero romano, ma tale attività non portò al costituirsi di grandi fortune, e quella del mercante non
fu mai una figura tipica della società bizantina (forse l’unico mercante ricordato dalla letteratura bizantina è
Cosma Indicopleuste, del VI secolo).
Fra le cause di questa scarsa importanza del commercio vi sono:
- Il basso potere d’acquisto del pubblico
- L’autosufficienza di molte regioni per i beni di prima necessità
- I rischi dei viaggi in terre lontane (soprattutto in inverno)
- Gli altissimi tassi d’interesse per i prestiti di tipo commerciale
- Il fatto che lo Stato, per l’approvvigionamento e la produzione di beni, si serviva di strutture
nazionalizzate (es. navicularii per il trasporto di prodotti, fabbriche di armi e tessuti, monopolio
dell’attività estrattiva), e non di intermediari privati come i mercanti.
La prima fonte della ricchezza nonché della tassazione era l’agricoltura, il cui sistema non si basava come si
crede su schiavi impiegati su grandi proprietà terriere, perché in realtà gli schiavi erano principalmente
impiegati in faccende domestiche e vivevano per la maggior parte in città, mentre le proprietà terriere non
erano enormi distese di terreno ma tanti appezzamenti diversi e frammentati posseduti da un medesimo
proprietario, in più province. Erano comunque presenti molti liberi proprietari di più modesta entità, spesso
raggruppati in comuni autonomi. Tenute grandi e piccole potevano coesistere, e, tra 4° e 6° secolo,
potevano svilupparsi, dalla frantumazione delle grandi proprietà, villaggi costituiti da agricoltori
indipendenti e relativamente agiati. Elemento importante del paesaggio rurale era il fittavolo (colonus), in
teoria libero ma in pratica legato al suo appezzamento di terreno, una condizione di “schiavitù della terra”
che era ereditaria; egli aveva alcune limitazioni ed era sottoposto all’arbitrio del padrone della terra, che
prelevava da lui le tasse.
La tassazione, marchio della vita bizantina, era in natura per i fittavoli e in denaro per mercanti e artigiani,
e, pur mirando all’equità, colpiva la popolazione agricola più di quella urbana e quella povera più di quella
ricca: i coloni, oltre a perdere un terzo del raccolto in tasse, doveva pure pagare l’affitto al proprietario
della terra. Il pesante carico fiscale spinse molti Bizantini a emigrare; la indictio, imposizione fiscale sulla
base di un ciclo quindicennale, divenne la più diffusa forma di computo cronologico nell’Impero bizantino.
Nel primo periodo dell’Impero bizantino ci furono insomma molte forme di coercizione interconnesse fra
loro. Nell’ultimo decennio del 3° secolo l’imperatore Diocleziano introdusse un sistema di economia
pianificata, che permise di avere un budget di Stato da impiegare per le ingenti spese statali, ma che
comportava un sistema razionalizzato di tassazione, quindi un censimento, e quindi un’espansione del ruolo
della burocrazia, con il risultato che nel 4° secolo il mondo romano era pieno di burocrati, e il numero di
beneficiari della tassazione superava quello dei paganti. A causa dell’aspra tassazione le superfici coltivate
decrebbero costantemente, e a fronte di tale diminuzione dell’introito fiscale i burocrati applicarono a tutti
misure più repressive.
Tuttavia c’era ampio spazio per frodi ed evasioni, ed emerse la figura del patrono, “colui che mette tutto a
posto”, l’uomo che conta, come il ciambellano di corte cui si rivolse un uomo d’affari defraudato da un
proprio mercante, di nome Giacobbe (7° secolo).

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C’erano molte vie per eludere questa rigidità socio-economica e riuscire a fare carriera grazie alla propria
intraprendenza.
Mezzi riconosciuti di ascesa sociale erano le carriere nell’esercito e nell’amministrazione, che portavano
ricchezza e ruoli di comando, che tendevano a rimanere nella stessa famiglia per molte generazioni (mentre
non c’era l’istituzione di un’aristocrazia ereditaria).
Ma c’erano anche altre vie di mobilità sociale, come dimostra la storia dell’eretico Aezio, uomo del IV
secolo che, dopo aver esercitato molti mestieri umili, si fece notare e divenne prima medico e poi teologo.
Dopo questa “rigidità temperata dal sotterfugio” del primo periodo bizantino, tra VII e IX secolo ci furono
profondi cambiamenti sociali (poco documentati). L’intero meccanismo del governo imperiale fu posto su
basi diverse: i grandi dicasteri dello Stato furono aboliti, e al loro posto si formarono molte più cariche di
prima, tutte direttamente sottoposte all’Imperatore e non disposte in piramide gerarchica. Ci fu quindi un
doppio cambiamento:
- dal principio di coordinamento a quello di subordinazione;
- da molto potere nelle mani di pochi a poco potere nelle mani di molti.
L’imperatore Eraclio avviò la ristrutturazione dell’amministrazione delle province, che vennero rimpiazzate
da grandi unità chiamate temi (“themata”, termine di etimologia incerta, denotava in primo luogo i vari
corpi militari e poi per estensione i distretti in cui essi erano di guarnigione), ciascuna governata da un
generale (strategos) le cui competenze comprendevano affari sia militari sia civili. Questa riforma fu
applicata prima in Asia Minore e poi in Europa; i temi più grandi furono poi suddivisi in temi più piccoli. Una
volta stabiliti i militari in un tema, che spesso prendeva il nome dalla guarnigione stessa, il reclutamento
successivo avveniva poi su base locale, cosicchè veniva a formarsi un esercito permanente indigeno,
secondo un processo simile a quello che avveniva con i limitanei dell’esercito imperiale più vecchio.
Questo sistema permise all’Impero di salvarsi nella lotta contro gli Arabi e ai soldati di ottenere elargizioni
di terre vincolate alla prestazione di servizio militare su base ereditaria: in questo modo si venne a creare
una generazione di validi soldati-contadini che fu contrapposta alla generazione sociale dissoluta dell’epoca
precedente. L’istituzione dei temi comportò una radicale militarizzazione dell’Impero; essa nei primi secoli
della propria esistenza venne ad accompagnarsi a una generale frammentazione delle grandi proprietà
terriere, tipiche del primo periodo bizantino, e quindi sarebbe venuta a crearsi una predominanza delle
piccole e medie proprietà terriere. Inoltre, con l’arrivo nell’Impero di grandi quantità di immigrati, si
dovettero trovare terre da dare loro, terre di provenienza incerta. In ogni caso, però, i latifondi, che forse
non erano stati neanche così dominanti in epoca precedente, non scomparvero del tutto, ma anzi ne
troviamo numerosi casi (San Filareto, San Teofane Confessore, Danelis di Patrasso).
La legge agraria: è un documento di fine VII - inizio VIII secolo, che regola in termini molto semplici le
dispute che nascono in una piccola comunità di villaggio. Essa dà una raffigurazione articolata
dell’agricoltore, che in base a status diversi dovrà rispondere al fisco in modi diversi. Viene descritta la
situazione dei vari tipi di terre e le contese che nascono a causa di queste, del bestiame e degli strumenti di
lavoro, e per i trasgressori questa legge prevedeva pene dure e barbare.
Non si sa se questa legge, che non nomina i coloni (al loro posto compaiono i paroikoi), nè il servizio
militare (con i suoi collegamenti all’agricoltura), valesse in generale o solo per realtà agricole particolari.
Così, a fronte di una continuità strutturale delle campagne, la vita urbana crollò, e l’Impero si ruralizzò.
- meno popolazione urbana
- più forza-lavoro nelle campagne
portarono ad una abbondanza di generi alimentari a basso prezzo (8° secolo)

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- stop al reclutamento massivo di mercenari barbari e diminuzione del costo dell’esercito
tutto ciò portò ad una semplificazione delle complesse costrizioni del primo periodo bizantino.
Il crollo delle città ebbe profonde ripercussioni anche sulla Chiesa. La dignità del vescovo bizantino era
decaduta, e un Concilio nell’869 cercò di risollevarla indicando ai vescovi di evitare comportamenti di
sottomissione nei confronti dei dignitari. A maggior ragione i vescovi mostravano totale acquiescenza nei
confronti dell’Imperatore. L’ambasciatore Liutprando nota, 100 anni dopo, che i vescovi vivevano in una
situazione di grande umiltà. L’investitura vescovile poteva essere acquistata a poco prezzo, anche in
confronto ai prezzi elevati delle cariche di corte.
Il declino delle Chiese fu dovuto anche a un altro fattore, e cioè che le donazioni venivano sempre più
dirette ai monasteri, che tendevano così ad acquisire uno status indipendente. Così ai vescovadi restavano
solo più le terre possedute (su cui dovevano pagare la tassa minima), le piccole imposte che potevano
esigere dai monasteri e tutti i vari incassi per le prestazioni liturgiche: erano e agivano quindi come
proprietari terrieri privati, trascurando la sfera della salute pubblica. Inoltre, rispetto agli svaghi di
Costantinopoli, la vita di una sede vescovile di provincia era molto noiosa, sicchè spesso molti vescovi
indugiavano a lungo in città e servivano pressioni per rimandarli in campagna.
Nel periodo medio bizantino abbiamo due tendenze di sviluppo sociale contraddittorie:
- da un lato la tendenza a una sorta di feudalesimo;
- dall’altro un moderato sviluppo di una borghesia urbana.
I sommovimenti dei secoli VII - VIII sembrano aver cancellato definitivamente le famiglie guida
(aristocratiche) del periodo precedente, che decaddero forse per ragioni economiche. Alcuni imperatori
perseguitarono deliberatamente le classi più elevate. Dall’VIII secolo troviamo invece, fra le figure eminenti,
“nuovi arrivati”, molti di origine straniera. Abbiamo molti esempi di famiglie eminenti emerse nei secoli VIII
- IX e sopravvissute poi per molto tempo (es. quelle di San Teofane Confessore, Rendakis, ecc.).
Più importanti, però, furono le grandi famiglie emerse nell’Asia Minore orientale nei secoli IX-X: i Phokades,
gli Skleroi, i Maleinoi, i Doukai, ecc. Queste famiglie, molte delle quali erano di origine armena, erano
strettamente interconnesse l’una all’altra attraverso vincoli matrimoniali e detenevano il quasi monopolio
degli alti comandi militari. Questi grandi clan furono portatori di un nuovo ideale aristocratico a Bisanzio,
fabbricandosi genealogie fittizie.
L'ascesa dei grandi proprietari terrieri è documentata in una raccolta di decreti imperiali del periodo 927-
996, e fu causata dalla grave carestia del 927-28, che costrinse molti agricoltori a vendere le loro terre a
prezzi molto bassi; questa situazione venne sfruttata dai potenti (dynatoi), che riuscirono a ottenere così i
possedimenti di contadini e soldati e a infiltrarsi nelle comunità indipendenti di villaggio. Questa tendenza,
che gli imperatori del decimo secolo cercarono invano di frenare, vedeva appunto come protagonisti i
"potenti", definiti non in termini economici ma in termini di influsso e rango: essi erano coloro che, forti di
un'importante carica civile o religiosa, riuscivano, direttamente o indirettamente, a terrorizzare o a
sottomettere i poveri venditori promettendo in cambio protezione.
I dipendenti pubblici di rango inferiore (sekretikoi) e i soldati della Guardia (scholarii) formavano la fascia
più alta della classe dei poveri; al di sotto di loro si situavano i soldati semplici (stratiotai) e coloro che non
erano impiegati nell'amministrazione.
Nella campagna bizantina dunque era presente questa gerarchia sociale, la cui scalata, seppur possibile, era
disapprovata, soprattutto dagli imperatori, che pretendevano che i poveri che riuscivano nell'ascesa sociale

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venissero riportati alla condizione d'origine (vedi il caso del povero Philokales), e che cercavano di
reprimere l'avidità dei potenti sia per ragioni militari sia per ragioni fiscali:
- per quanto riguarda le ragioni militari, essendo il servizio militare subordinato al possedimento di
proprietà terriere dal valore economico non inferiore a 4 libbre d'oro (poi 12), se gli agricoltori-soldato
fossero stati costretti a vendere le loro proprietà, l’esercito sarebbe rimasto completamente vuoto
- per quanto riguarda invece le ragioni fiscali, le terre annoverate nei registri di tassazione mantenevano lo
stesso status, indipendentemente dal fatto che i proprietari fossero poveri o potenti; tuttavia, mentre i
poveri pagavano le tasse, i potenti potevano evaderle, per esempio attraverso l’exkousseia (=diritto di
immunità fiscale), esistente già prima del decimo secolo e sempre più frequente nei secoli XI e XII, e
applicata anche a monasteri, istituti di carità e singoli cittadini meritevoli o raccomandati o ancora bravi a
corrompere ispettori e giudici, ben disposti all’oikonomia (=compromesso).
Nel decimo secolo dunque vediamo un‘aristocrazia terriera che aumenta sempre più la propria potenza e il
proprio prestigio (sottraendo i propri beni al controllo fiscale), ai danni dei piccoli proprietari terrieri che
diventano sempre più poveri. Pur essendo dunque lontani da un vero e proprio feudalesimo, assistiamo
comunque a una certa feudalizzazione della società bizantina di questo periodo.
Questa feudalizzazione ha il suo pieno sviluppo in età comnena e prosegue fino all’età paleologa; essa si
manifesta principalmente sotto due forme:
- la pronoia, corrispondente più o meno al beneficio degli Occidentali, ovvero la concessione a un
cavaliere di terre (con relativi schiavi, paroikoi), subordinata al servizio militare; essa non era
ereditaria e chi ne beneficiava era chiamato semplicemente soldato (stratiotes). Attestata durante
il regno di Alessio I, fu abusata, secondo Niceta Coniata, da Manuele I, che ricompensava i soldati
non con una paga ma con paroikoi, con il risultato che ci furono sempre più aspiranti soldati che,
contribuendo con un minimo, ricevevano in cambio diplomi imperiali che assegnavano loro terre e
schiavi, con conseguente risultato che soldati stranieri si appropriavano di terre e uomini bizantini.
- il seguito personale, forma già esistente nel tardo impero romano (vedi i buccellarii) e nella prima
parte della storia bizantina, che però ebbe uno sviluppo importante a partire dall’undicesimo
secolo, quando moltissime testimonianze ci parlano di seguiti di schiavi, parenti e armati e
dell’esistenza di vincoli di dipendenza tra grande e piccola nobiltà; esempi di questa forma di
feudalesimo sono incarnati dal figlio di Cecaumeno (che riceve dal padre tutta una serie di consigli
su come trattare il proprio signore o la propria signora o gli uomini del proprio seguito) ed Eustazio
Boilas (che ci racconta dei suoi quindici anni al servizio del Duca di Edessae dei suoi due figli).
Il feudalesimo bizantino tuttavia non venne mai formalizzato in legge e non acquisì mai un vocabolario
tecnico; i bizantini comunque conoscevano ed entrarono in relazione con il feudalesimo occidentale, e il
termine “lizios” (=uomo ligio) fu usato appunto per questi occidentali (che spesso giuravano fedeltà
all’imperatore bizantino), ed ebbe come equivalente bizantino il “servo e soggetto” (oiketes kai
hypocheirios); ma a Bisanzio non si sviluppò mai una struttura coerente di relazioni feudali, pur essendoci
comunque un sistema non formulato molto simile al feudalesimo.
Nel frattempo nel mondo bizantino si sviluppò una tendenza contraria: infatti la vita urbana, estintasi tra
settimo e ottavo secolo a causa di calamità, nei secoli successivi cominciò a risvegliarsi, e questo per le
seguenti cause:
- l’accresciuta sicurezza (minaccia musulmana in diminuzione)

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- l’apertura di nuove vie commerciali (attacchi e conquiste bizantine in Asia Minore, possibilità di
commercio con i nuovi russi dell’area del Mar Nero, sottomissione della Bulgaria, riapertura sicura
della navigazione del Mar Egeo con la riduzione della base araba di Creta)
Tutto ciò favorì il miglioramento delle condizioni per la rinascita di un’economia urbana.
Di fronte a tali nuove opportunità di sviluppo, il governo imperiale si mostrò dapprima diffidente e
conservatore, come dimostrano due documenti importanti del 900 circa connessi con l’attività economica:
- il primo è il testo di due trattati conclusi tra bizantini e vichinghi russi, in cui si apprende che a nord
di Costantinopoli si era stabilita una colonia commerciale russa e che l’autorità imperiale si
preoccupava non tanto di trarre profitto da questo contatto, quanto di tenere sotto stretta
sorveglianza i russi, imponendo loro tutta una serie di limitazioni (es. sugli ingressi in città) ma
anche di benefici (es. rifornimenti ed esenzioni fiscali); non sono attestate però iniziative
commerciali di parte bizantina in questa zona, segno della scarsa intraprendenza bizantina.
- il secondo è il Libro del Prefetto, risalente al regno di Leone VI (fine IX - inizio X secolo), che regola
le attività di tutte le corporazioni professionali controllate dal prefetto di Costantinopoli, attraverso
limitazioni di competenza, territorialità, profitto, esportazione, ecc. Esso ci fornisce un quadro
interessante della vita commerciale di Costantinopoli: le importazioni comprendevano sia materie
prime sia prodotti finiti, provenienti da molte località diverse; i mercanti erano confinati nei loro
mitata (=fondaci) e non potevano restare in città per più di tre mesi. Il Libro dedica ampio spazio al
commercio dei tessuti, distinguendo tra le diverse figure di mercanti impegnati nel campo tessile, e
indicando per ognuna di esse limitazioni riguardanti l’ambito professionale, le dichiarazioni fiscali,
le “merci proibite” da importare o esportare. Limitazioni analoghe erano imposte anche ad altre
professioni, come i macellai e i pescivendoli; per i trasgressori erano previste sanzioni molto severe.
Il sistema economico disegnato dal Libro sembra chiaramente concepito in modo tale da
scoraggiare l’iniziativa privata e l’accumulazione di ricchezza, pur giustificandosi con l’assunto del
disegno divino. Queste disposizioni stringenti, che forse portarono anche a un passivo economico,
furono probabilmente spesso aggirate: per esempio, alcuni membri dell’aristocrazia (cui era vietato
impegnarsi negli affari) investirono alcuni beni in negozi da cui potevano aspettarsi una certa
rendita (es. 5 % annuo).
Nel secolo undicesimo invece si assiste a un notevole sviluppo dell’iniziativa commerciale bizantina e alla
parallela crescita di una classe di professionisti. All’inizio di questo secolo l’Impero si era esteso al massimo
e a lungo non ci furono minacce lungo le frontiere, e così fu possibile un rinnovamento della società, che si
manifestò nelle seguenti forme:
- smantellamento dei temi e dei relativi eserciti
- crescente importanza delle magistrature civili nelle province
- centralizzazione del comando militare nelle mani di due Domestici delle Scuole (uno per l’Oriente e
uno per l’Occidente)
- eliminazione dell’abbinamento possesso terre-servizio militare, con l’obbligo di leva che fu
tramutato in una tassa, usata per arruolare mercenari stranieri
- leggera adulterazione dell’oro e accresciuta circolazione di argento e rame
- trasferimento di popolazione dalle campagne alle città
- commercianti e artigiani finalmente liberi dalle costrizioni precedenti e impegnati in ruoli
politicamente importanti: si assiste infatti all’ascesa di uomini nuovi, provenienti da Costantinopoli
o dalle città costiere dell’Egeo; molti imperatori di questo periodo erano “uomini nuovi”, saliti al

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potere grazie al sostegno di uomini appartenenti alle corporazioni, che furono a loro volta elevati a
ruoli importanti dagli imperatori stessi.
Tuttavia la crescita economica e sociale del secolo undicesimo subì un improvviso arresto (intorno al 1070)
prima del suo completamento. Ciò avvenne principalmente per cause politico-militari: l’invasione pecenega
dei balcani, la perdita improvvisa di molta Asia Minore a vantaggio dei Turchi selgiuchidi, la guerra contro i
Normanni, i danni originati dalle Crociate; la smilitarizzazione dei territori, l’espansione eccessiva
conseguita precedentemente dall’Impero (su popoli ostili a Costantinopoli).
L’imperatore chiamato a risollevare le sorti dell’Impero fu Alessio I Comneno, ma egli, proveniente da una
piccola famiglia terriera dell’Asia Minore e ostile alla nuova classe commerciale, commise l’errore di
concedere a Venezia e a molte altre città adriatiche e mediterranee grandi esenzioni doganali sui commerci
a Costantinopoli (anni 80 o 90), con il risultato che queste città riconducevano in Occidente la maggior
parte dei profitti.
Il centro di gravità dell’Impero quindi tornò a essere la terra, di cui ce n’era meno a disposizione e molta
della quale era nelle mani di pochi grandi proprietari.
Negli stessi anni ci fu un crollo monetario, con la precipitazione del valore della valuta bizantina.
Alessio I, per poter pagare i mercenari stranieri, fu costretto a confiscare i tesori delle Chiese (con
conseguente malcontento) e a usare il sistema della pronoia (con conseguente diminuzione della rendita
fiscale).
Si fece dunque sempre più strada, tra gli imperatori, l’idea di dividere l’Impero, cosa che divenne effettiva
alla fine del dodicesimo secolo con la secessione di alcuni territori, mentre gli stessi imperatori sostituirono
i vecchi aristocratici con i propri parenti, riempiendoli di titoli, terre ed esenzioni.
La riforma comnena fu l’ultima trasformazione significativa della società bizantina; i Paleologhi
continuarono a fare, su scala ridotta, ciò che avevano fatto i Comneni.

CAPITOLO SECONDO - SCOMPARSA E RINASCITA DELLE CITTA’


In epoca giustinianea, l’Impero si considerava un grande aggregato di città, che erano più di 1500. In età
antica il termine “città” (polis o civitas) designava un’unità dotata di propria amministrazione, un vero
centro abitato provvisto di un territorio rurale. La gran parte delle città del sesto secolo era di origine
antica: c’erano per esempio città romane, città ellenistiche e città ancora più antiche. Nel corso del primo
periodo bizantino si accrebbe l’area in cui il modello urbano prevalse; tuttavia, il numero delle città fondate
dagli imperatori cristiani era relativamente esiguo e nessuna delle città fondate da essi divenne mai un
centro importante. L’inizio dell’era bizantina, seppur caratterizzato da alcune trasformazioni graduali in
corso, non segnò alcun mutamento di vita nè per gli abitanti delle città nè per quelli delle campagne.
I resti archeologici di città bizantine sul Mediterraneo ci forniscono indicazioni circa il loro aspetto fisico nel
primo periodo bizantino:
- di norma erano cinte da mura, con fortificazioni risalenti a varie epoche
- all’interno l’assetto viario tendeva, per quanto possibile, a ripetersi, con la presenza di un cardo e di
un decumano, ovvero le due arterie principali che si incrociavano ad angolo retto per poi terminare
alle porte della città
- le strade (plateiai) erano piuttosto ampie, ed erano costeggiate da colonnati sotto cui trovavano
posto i negozi
- all’incrocio di cardo e decumano (o in altro luogo) c’era il Foro, circondato da vari edifici pubblici
(civili, religiosi, per lo svago, ecc.) raggruppati insieme

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- di norma c’era un teatro di epoca più antica, mentre più raro era l’anfiteatro, invenzione romana
poco diffusa in Oriente
- nelle città più grandi c’era un ippodromo
- le infrastrutture erano abbastanza sviluppate
- edifici pubblici e piazze potevano avere decorazioni più o meno sontuose (statue, dipinti, fontane,
ecc.)
- i monumenti erano motivo d’orgoglio per le città (es. il Faro per Alessandria)
Il passaggio dal paganesimo al Cristianesimo fu ovunque lento: molti templi pagani furono chiusi tra la fine
del 4° e l’inizio del 5° secolo, ma molti altri continuarono a funzionare anche oltre. La loro trasformazione in
chiese, quando si realizzò, non fu affatto repentina, anche perchè i cristiani consideravano questi templi
infestati dal demonio: i templi pagani di Atene, per esempio, furono trasformati in chiese solo nel settimo
secolo. La chiesa cristiana più importante veniva di solito costruita in un luogo lasciato intatto dalle vecchie
religioni, spesso lontano dalla città, e veniva circondata da un complesso di edifici residenziali e
amministrativi per i vescovi. Il numero delle chiese aumentò esponenzialmente con lo sviluppo del
Cristianesimo (come è evidente ad Atene), e in epoca giustinianea la manutenzione di questo altissimo
numero di chiese stava diventando un serio problema. Nel frattempo cominciarono le prime infiltrazioni in
città di movimenti monastici provenienti dalle campagne.
Altre caratteristiche dell’urbanesimo bizantino:
- abbandono degli antichi ginnasi
- al di fuori delle mura si estendevano ampi cimiteri (era vietato seppellire i morti dentro la città),
orti, ville e a volte i sobborghi ebraici
Le città del primo periodo bizantino, rispetto ai nostri standard, erano piuttosto piccole, comprese le
maggiori (Costantinopoli, Alessandria e Antiochia); tuttavia non si possono ricavare, a partire dalla
superficie delle città, dati sul numero dei loro abitanti (per esempio mancano certezze sul tipo e sulle
dimensioni di spazi ed edifici utilizzati all’epoca), e le cifre fornite dalle fonti non sono attendibili. Senza
dimenticare il fatto che durante i periodi di crisi gli abitanti delle campagne tendevano a cercare la
protezione offerta dalla città fortificata, si può comunque supporre che i numeri medi fossero i seguenti:
- capitale (Costantinopoli): più di 300.000 abitanti
- grande e importante città (es. Antiochia): circa 200.000 abitanti
- grande città di provincia (es. Laodicea): circa 50.000 abitanti
- normale città di provincia: 5.000-20.000 abitanti
Nella mentalità degli antichi era fondamentale la distinzione tra vita di città e vita di campagna. Come
testimonia anche ciò che ci dice Procopio sulla fondazione della città di Caputvada in Africa (cioè che, non
appena sorse la città, i villici cominciarono a vivere al modo della città), solo la città forniva le amenità
considerate essenziali per la vita civile e ambite da tutti. Fra queste amenità c’erano i bagni pubblici, che
prevedevano un vero e proprio rituale, svolto durante le ore lavorative; c’erano i teatri e l’ippodromo,
molto popolari e frequentati per molte ore nel corso della giornata; per i più colti c’erano le conferenze
pubbliche dei retori, che puntavano più sull’abilità retorica che sulla comunicazione di informazioni; infine
c’erano tutti gli altri piaceri della vita urbana.
L’invettiva ecclesiastica aveva come bersagli principali proprio queste fonti di piacere: Giovanni Crisostomo,
per esempio, si scaglia contro le rappresentazioni teatrali, di cui sappiamo poco, dato che non ne sono
rimaste: alcune erano tradizionali, con attori mascherati nei panni di personaggi immaginari; altre erano
pantomime, comprendenti danze, musiche e molte immagini di nudo. Crisostomo, oltre a criticare il fatto

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che queste rappresentazioni per l’altissimo affollamento di spettatori, condanna, per quanto riguarda
quelle tradizionali, l’impiego di persone volgari come attori, mentre, per quanto riguarda le pantomime si
scaglia contro l’ipocrisia degli spettatori che, pur aborrendo la nudità nel privato, la approvano e ne godono
volentieri nel pubblico, riversandosi nei teatri per ammirare le spogliarelliste e ridere delle battute volgari
degli attori, con il risultato di creare disordini civili, adulteri, stregonerie e disprezzo per la donna.
In questa condanna ecclesiastica della licenziosità delle rappresentazioni tardoantiche (innocue secondo gli
standard moderni), il punto fondamentale è che i religiosi scorgevano nel teatro un pericoloso concorrente,
che distoglieva dalle chiese il loro pubblico e che attirava denaro altrimenti destinato alle chiese stesse.
Le accuse di indecenza però non erano applicabili all’ippodromo, ancora più affollato e frequentato anche
dall’Imperatore; gli si poteva comunque obiettare che era occasione di disordine, di pratiche di stregoneria
e soprattutto di distrazione dalla formazione personale, come confessa parlando di sè Menandro
Protettore.
La Vita del santo Simeone il Folle, invece, ci fornisce un ritratto della città di Emesa (Siria) a metà sesto
secolo. Città provinciale appena ellenizzata, qui Simeone vive tra gli emarginati, ma ha come protettore un
agiato diacono di nome Giovanni; la popolazione di Emesa comprende inoltre numerose figure, fra cui un
ricco schiavista, un mercante, un vetraio ebreo, tavernieri e osti, pasticcieri, medici, fattucchiere, un
mulattiere e molti altri personaggi volgari che costituivano gli strati più bassi della popolazione.
Per quanto riguarda la condotta morale, i costumi erano piuttosto rilassati e licenziosi; bassi erano gli
standard igienici. C’erano comunque edifici pubblici importanti come scuole e terme pubbliche.
Mentre le donne rispettabili stavano in casa, la vita degli uomini si svolgeva in pubblico, dove gli abitanti di
un quartiere fra loro si conoscevano tutti; i giovani si davano ai piaceri e ai giochi sportivi. Emesa, essendo
priva di ippodromo, era forse anche priva della rivalità Verdi vs Azzurri, come era anche priva della contesa
fra religioni, sebbene la popolazione comprendesse cristiani ortodossi, giacobiti ed ebrei.
Nelle province orientali questo tipo di vita urbana proseguì fino ai secoli 6°-7°, pur con alcune variazioni tra
una regione e l’altra: le città dei Balcani, per esempio, nel V secolo furono devastate dall’arrivo di popoli
barbari quali Unni e Ostrogoti e, nonostante i parziali restauri successivi, furono spazzate via
definitivamente dalle invasioni di Avari e Slavi; in altre regioni invece non vi furono cambiamenti
importanti, e alcune città si espansero, altre invece persero importanza (es. Pergamo).
Le cause del declino di alcune città furono molteplici:
- in Siria, per esempio, è documentata una notevole crescita dell’attività artigianale nei villaggi
(attestata anche nella legislazione imperiale), sicchè i contadini non dovevano più recarsi in città
per vendere i loro prodotti o comprare le provviste loro necessarie
- ci fu una crescita dei monasteri, che assorbivano sia artigiani sia contadini
Verso l’anno 500 inoltre cominciano ad apparire alcuni segnali di disturbo:
- una notevole successione di calamità (es. siccità, terremoti, ecc.), con gravi danni all’agricoltura che
a loro volta causavano una mancanza di rifornimenti alle città, più lieve per quelle costiere, più
grave per quelle interne (essendo tra l’altro il trasporto stradale estremamente lento e costoso),
come dimostra il caso di Edessa: nel 500 questa città subì una serie di calamità che costrinsero i
contadini, ridotti in miseria, a vendere campi e bestiame a poco prezzo e a emigrare in città per
andare a vivere di elemosina; ci furono inoltre un brusco rialzo dei prezzi degli alimenti e un forte
aumento del numero dei morti per fame, con conseguente pestilenza (causata da scarse condizioni
igieniche) che aggravò ancor di più la situazione.

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Riassunto mango civiltà bizantina

- un altro sintomo di disintegrazione fu la violenza urbana (comunque già presente nei secoli
precedenti), in aumento a partire dal regno di Anastasio, e in particolare centrata sempre di più
sull’Ippodromo, dove le due fazioni principali, gli Azzurri e i Verdi, si scontravano regolarmente
giungendo alla fine ad appiccare incendi. Gravi disordini furono quello di Antiochia (507), dove un
terremoto nel 526, oltre a causare moltissime vittime, riconciliò temporaneamente le fazioni in
lotta; e quello di Costantinopoli, ovvero la famosa rivolta di Nika (532). Procopio ci dà una
descrizione agghiacciante dei frequentatori dell’Ippodromo, i quali erano autorizzati da Giustiniano
a compiere qualunque genere di misfatto; tuttavia il loro era solo un hooliganism senza senso,
perchè nè gli Azzurri nè i Verdi avevano obiettivi politici, non erano portatori di specifiche
rivendicazioni di classe nè avevano precisa identità religiosa.
- il fattore di decadenza maggiore fu tuttavia la peste bubbonica del 541-42 (la prima di questo tipo
attestata in tutta la storia): partita dall’Etiopia, essa si diffuse, attraverso le vie marittime, in tutto il
Mediterraneo. A Costantinopoli imperversò nei mesi primaverili del 542, causando, secondo il
racconto di Procopio (testimone oculare dei fatti) moltissime vittime (ci fu addirittura il problema
della sistemazione dei moltissimi cadaveri, che esalavano un forte odore in città); ad accompagnare
la peste bubbonica, inoltre, ci furono numerosi altri attacchi d’epidemie (di peste o di altri morbi),
che si susseguirono tra la seconda metà del 6° secolo e l’inizio del 7°. Antiochia, colpita dalla peste
bubbonica quattro volte in 60 anni circa, vide come vittima illustre lo storico Evagrio, il quale, dopo
aver contratto egli stesso il morbo da bambino, perse a causa di esso molti suoi familiari. Pur
essendo impossibile calcolare il numero delle vittime, si può ipotizzare che a Costantinopoli nel 542
sia morta un terzo o metà della popolazione; altre città rimasero deserte, mentre altre ancora
subirono danni minori. Questo morbo ebbe anche gravi ripercussioni sull’economia: interruzione di
tutte le normali attività, prezzi delle merci triplicati o quadruplicati, insorgenza di carestie, campi
lasciati deserti (con aggravio della tassazione per i contadini che invece restarono a lavorare le
proprie terre).
Tutti questi fattori furono, nel 6° secolo, determinanti per il crollo della vita urbana: molte città
mediterranee infatti subirono contrazioni per poi sparire, con temi diversi a seconda delle province, spesso
sotto l’immediato effetto di una facile invasione dall’esterno.
Le fonti scritte, che dopo il regno di Giustiniano tendono a diminuire, difficilmente ci rendono conto di
questo processo: ci si limita infatti a brevi relazioni sulle calamità e a vaghi richiami a un generale crollo
della legge e dell’ordine, da cui si può solo apprendere per esempio che all’inizio del 7° secolo ci furono
grandi tumulti in tutti i territori dell’Impero.
L’evidenza relativa al crollo delle città è invece soprattutto archeologica; essa ci suggerisce i seguenti
scenari:
- Balcani: qui la vita urbana fu severamente colpita a metà del 5° secolo; la ricostruzione della prima
metà del 6° secolo sopravvisse solo qualche decennio, ma molte città balcaniche, tra la fine del 6°
secolo e l’inizio del 7°, caddero in definitivo declino.
- Grecia: qui è visibile il medesimo panorama di abbandono: ad Atene l’Agorà cadde in declino tra la
fine del 5° secolo e la seconda metà del 7°, per poi essere abbandonata, con lo spostamento della
popolazione sull’Acropoli; per quanto riguarda Corinto, la popolazione si trasferì sull’isola di Egina o
nell’Acrocorinto; tutte le altre città del Peloponneso vennero cancellate; nella Grecia continentale
alcune città importanti (es. Tebe) caddero in declino tra 6° e 7° secolo. In tutta la Grecia non rimase
in piedi una sola chiesa paleocristiana, con un’assenza di attività edificatoria tra 6° e inizio 9°

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Riassunto mango civiltà bizantina

secolo; un’eccezione a questo scenario è Tessalonica, sede del prefetto dell’Illiria, che rimase in
mani bizantine durante tutti i secoli oscuri. Le sue mura cingevano una superficie territoriale molto
ampia, in cui si riversò una gran moltitudine di profughi, provenienti da molte zone dell’Impero, in
cerca di protezione. Pur essendo più volte assediata da Slavi e Avari e colpita da peste e carestia,
Tessalonica riuscì a sopravvivere come modesta enclave bizantina in mezzo a una popolazione
ostile, con grandi difficoltà di comunicazione via terra con Costantinopoli. In base alle poche fonti
scritte disponibili sulla città a quest’epoca, si può ipotizzare che i suoi abitanti fossero ridotti a
un’esistenza semi-rurale.
- Asia Minore: il geografo arabo Ibn-Khurdadhbih (840 circa) ci informa che all’epoca in Asia Minore
esistevano alcune città più grandi (come Efeso e Nicea) e poi un considerevole numero di fortezze;
altre città importanti, come Nicomedia e Cizico, caddero in rovina nel corso di questi secoli oscuri.
Grazie al resoconto di Ibn e alle abbondanti evidenze archeologiche, possiamo ricostruire lo
scenario dell’Asia Minore occidentale: Efeso sopravvisse, anche se su scala ridotta, con una nuova
ristrutturazione della sua pianta (centro abbandonato, nuove mura circondanti un territorio
limitato, piccola fortezza a est); alla fine dell’8° secolo per Efeso è documentato un notevole giro
d’affari, mentre minima era l’attività edificatoria. Molte altre città di quest’area (Sardi, Mileto,
Pergamo, Smirne) si ridussero, spesso nella loro parte alta, a piccole fortezze (rispetto
all’estensione che avevano in epoca antica). Dell’Asia Minore interna invece si sa molto meno:
centri importanti come Amorio (conquistata dagli Arabi nell’838) e Ancyra (saccheggiata dai
Persiani nel 622) si ridussero a piccole città fortificate.
Indizio del drammatico declino delle città bizantine è la brusca riduzione nel numero delle monete bronzee
circolanti, in molti centri abbondanti fino al 6°-7° secolo e poi scomparse fino a una nuova abbondanza a
partire dalla fine del decimo secolo; solo a Costantinopoli non ci fu un declino delle monete bronzee così
catastrofico. In molti centri bizantini, inoltre, cessò l’attività delle zecche locali. Nonostante il governo
centrale continuasse a emettere monete auree, argentee e bronzee, l’esercito, che continuava a essere
pagato in oro, veniva tuttavia pagato ogni tot anni, con gravi problemi economici per i soldati. In generale,
l’esistenza stessa di un’economia urbana non è concepibile senza un’adeguata scorta di monete di piccolo
taglio. E’ quindi possibile ipotizzare che le transazioni monetarie fossero ridotte al minimo e rimpiazzate
forse da qualche forma di baratto.
Se l’Impero bizantino del primo periodo era un aggregato di città, nel periodo medio esso può essere
definito come un aggregato di kastra (=fortezze), termine che nella lingua di ogni giorno andò a sostituire,
per indicare i centri urbani, il termine polis (sempre più limitato a Costantinopoli). Infatti, la maggior parte
delle città dell’Impero, costruite in antico intorno a una cittadella posta su una collina (il kastron appunto),
in questo periodo videro la propria popolazione insediarsi nel solo kastron, che divenne così la sede delle
autorità ecclesiastiche e amministrative, ma anche un luogo di rifugio provvisorio in caso di invasione
nemica, ma spesso era troppo angusto e inaccessibile per fornire una sede alla vita urbana. Le città ubicate
in pianura vennero in gran parte abbandonate, con alcune eccezioni (es. Nicea, lontana dal nemico);
Tessalonica non si ritirò nella cittadella e mantenne le estese antiche mura per non perdere il contatto con
il proprio porto.
A Costantinopoli, invece, la vita urbana continuò. Questa città, elogiata da molti uomini colti e sulla quale
c’è abbondanza di materiale non tanto archeologico quanto letterario, ebbe una fisionomia determinata sin
dall’atto della sua fondazione: Bisanzio esisteva già mille anni prima di Costantino, ma il suo passato greco
venne presto dimenticato (eccetto che nella mitologia) e al suo posto si affermarono gli interventi degli

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Riassunto mango civiltà bizantina

imperatori romani; nel 324 la città fu scelta da Costantino come residenza imperiale. Essa, il cui centro
cittadino si stringeva intorno a un’agorà (l’odierno spazio aperto davanti a Santa Sofia), era dotata di molti
elementi importanti, come l’ippodromo, vicino al quale fu costruito il palazzo imperiale (sede degli
imperatori bizantini), le pubbliche Terme di Zeuxippo, due porti fortificati, un teatro, un anfiteatro, molti
templi; una strada colonnata (Mese) diretta verso ovest (cioè verso le porte della città) e intervallata da
piazze pubbliche, come il Foro, contenente il palazzo del Senato, la statua di Costantino-Apollo Helios, archi
e fontane monumentali; statue a ornamento dei luoghi pubblici, un muro di cinta sul lato terra. Costantino
non pose molto accento, nell’ideazione del suo programma urbano, sulla religione cristiana, adottata da
poco, e poche chiese possono essergli attribuite (es. Sant’Irene, Sant’Acacio, Santi Apostoli).
La città, che nei primi secoli imperiali aveva un’estensione di circa 700 ettari, nei decenni che seguirono la
sua inaugurazione (330) conobbe una notevole espansione: fu interessata da un continuo afflusso di nuovi
abitanti, attratti dalle prospettive da essa offerte; nel 359 ottenne un prefetto urbano; accrebbe i propri
rifornimenti; con il completamento della Cattedrale di Santa Sofia nel 360, divenne una delle più importanti
sedi apostoliche. Teodosio e i suoi successori intrapresero nuove costruzioni urbane, come un nuovo
grande porto, nuovi depositi, due Fori e altri fastosi monumenti. Nel 413 il circuito fortificato fu
nuovamente ingrandito e raddoppiato, e Costantinopoli divenne una città inespugnabile; l’estensione
urbana intanto raggiunse i 1400 ettari circa e la popolazione salì a 300.000-400.000 abitanti. Costantinopoli
divenne dunque più grande di molte altre città importanti (Roma compresa).
Un breve documento in latino, la Notitia urbis Constantinopolitanae, ci fornisce dati statistici relativi alla
città nel secondo quarto del 5° secolo: tali dati, riguardanti edifici e cariche pubbliche, riguardano la città di
Costantinopoli, suddivisa in 14 regioni, più alcuni sobborghi, quali Sycae (Galata), la Quattordicesima
Regione e il Corno d’Oro; la zona tra la cinta muraria costantiniana e quella teodosiana (costruita non tanto
per un aumento della popolazione quanto per aumentare la capacità difensiva e idrica della città), non
considerata zona urbana e scarsamente popolata per tutto il medioevo, ospitava cimiteri e monasteri.
Tra 4° e 5° secolo la rapida crescita della capitale creò forse problemi di approvigionamento, tenendo conto
del fatto che nel mondo antico la produzione agricola non era strutturata in modo tale da fornire
velocemente un surplus sufficiente per una città come Costantinopoli; la Tracia produceva buoni prodotti
ma in poca quantità, e inoltre era spesso soggetta ad attacchi barbari (contro i quali il governo, nel 5°
secolo, costruì le Lunghe Mura); la costa ovest dell’Asia Minore nutriva già città molto popolose. Solo
l’Egitto poteva fornire un surplus a Costantinopoli: lo faceva già sotto Costantino (80.000 razioni), a danno
di Roma, per formare l’annona (=distribuzioni di pane gratis), e le razioni aumentarono esponenzialmente
sotto Giustiniano (8 milioni di artabae); tuttavia questo sistema era precario, poichè dipendeva dalla
riuscita del raccolto in Egitto, dai vari passaggi effettuati in loco e dal “felice trasporto” da Alessandria a
Costantinopoli (contro i rischi del viaggio furono costruiti granai per le riserve di grano nell’isola di Tenedo).
Se qualcosa andava storto bisognava attivare misure di emergenza: nel 409 (anno di carestia) fu
riorganizzato il sistema delle spedizioni, mentre in un’altra occasione furono imposte, in varie regioni,
requisizioni forzose di prodotti a carico dei produttori. In ogni caso l’approvigionamento di Costantinopoli
funzionò sempre in modo efficiente e controllato.
Intorno al 500 a Costantinopoli si toccò probabilmente il picco massimo di abitanti; nei decenni successivi
Giustiniano vi fece erigere soprattutto edifici ecclesiastici e imperiali. Poi per la città iniziò il declino, e nel
542 la peste fece precipitare il numero degli abitanti; pestilenze e calamità continuarono a ripresentarsi
anche nei decenni successivi. Nel 619 la conquista di Alessandria da parte dei Persiani privò Costantinopoli
del rifornimento di grano egiziano, e si potè importare grano in quantità minore da altre regioni solo perchè

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Riassunto mango civiltà bizantina

era diminuito il numero degli abitanti della città. In seguito, tra la prima metà del 7° secolo e la prima metà
dell’8°, Costantinopoli fu soggetta ad attacchi barbari (Avari, Arabi) e a varie pestilenze, che causarono
impoverimento di risorse e devastazione, fino a quando, nel 747, una gravissima pestilenza rese la città
quasi spopolata.
Nonostante questo profondo declino, nel corso del settimo secolo Costantinopoli mantenne comunque
qualche parvenza di vita urbana: ce lo testimoniano per esempio i Miracoli di sant’Artemio (poco dopo il
659), che parlando appunto di Artemio, santo guaritore del IV secolo specializzato sui tumori genitali, ci
parla del processo di guarigione dei clienti del santo presso la sua chiesa, soprattutto gente comune (fra cui
molti stranieri), assistiti anche da una associazione di membri laici; i Miracoli, elencando i vari clienti di
Sant’Artemio, costituiscono quindi un vero e proprio atlante delle professioni attive a quell’epoca nel
mondo bizantino (nulla invece è menzionato riguardo a ippodromi e teatri, probabilmente in declino),
dandoci quindi l’idea di una Costantinopoli ancora attiva sul piano commerciale e artigianale (a differenza
delle altre regioni dell’Impero, in declino).
La crisi per Costantinopoli si manifestò nella prima metà dell’8° secolo, come possiamo capire da alcuni
indicatori:
- 740: le mura danneggiate da un terremoto dovettero essere ricostruite da forza lavoro esterna
tramite una tassa speciale
- 747: dopo la peste Costantino V dovette ripopolare Costantinopoli con Greci
- 626-766: l’acquedotto di Valente (il principale di Costantinopoli), distrutto dagli Avari, rimane fuori
uso, e alla fine viene riparato da forza lavoro straniera, perchè la popolazione di Costantinopoli,
ridottasi sotto i 50.000 abitanti, era priva persino di operai non specializzati.
Un’opera intitolata Brevi note storiche, che vuole essere una sorta di guida alle vedute memorabili della
capitale, ci informa sulle condizioni di Costantinopoli intorno al 760, evocando un quadro di abbandono e
rovina: i monumenti antichi erano ormai distrutti, e quelli ancora in piedi avevano assunto connotazioni
nefaste, tanto che alcuni “filosofi” pretendevano di poter leggere nei rilievi monumentali le disgrazie
future.
A partire dal 755, però, Costantinopoli avviò un processo di graduale recupero che sarebbe continuato fino
all’epoca delle Crociate: nell’8° secolo vi furono solo opere di fortificazione e di riparazione, mentre dal 9°
secolo furono intraprese nuove imprese edilizie, non più di carattere ornamentale come nel primo periodo
bizantino, ma di carattere imperiale: secondo uno spirito di “rinnovamento” proprio dell’ambiente
imperiale (in particolare sotto Basilio I), furono rinnovati tutti gli edifici che erano andati in rovina (il palazzo
imperiale, le chiese cittadine, ecc.).
Nel 9° secolo iniziarono a riprendersi anche alcuni territori provinciali dell’Impero; il fenomeno di ripresa
acquistò importanza nel decimo secolo per giungere all’apice nell’undicesimo e nel dodicesimo. Tuttavia, le
nuove strutture cittadine non avevano nulla del carattere monumentale della tarda antichità, poichè gli
edifici erano costruiti poveramente e attaccati l’uno all’altro, magari incorporando vecchi edifici in rovina, e
solo poche chiese di quartiere furono rinnovate, mentre i monasteri urbani continuavano a essere
frequenti e floridi. La scarsa qualità di questi edifici, strettamente legati al lavoro agricolo, ne spiega la
successiva scomparsa.
Dato importante della vita del periodo medio bizantino è il suo carattere privato: scomparsi tutti i luoghi di
aggregazione sociale del primo periodo, ora si svolgeva tutto negli interni. Questo lo apprendiamo per
esempio dalla Vita di San Basilio il Giovane, che ci parla della Costantinopoli del decimo secolo: qui, a parte
l’ippodromo (che funzionava solo più per qualche giorno all’anno per i cerimoniali imperiali) e le fiere,

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Riassunto mango civiltà bizantina

come unici luoghi di aggregazione rimasero le chiese, mentre i ricchi si costruivano cappelle private per culti
di famiglia (pratica favorita in particolare da Leone VI). Il carattere privato della vita del periodo medio
bizantino trova espressione anche nello Strategicon di Cecaumeno (generale dell’XI secolo), che consiglia di
ridurre al minimo i contatti sociali.
La risorgenza delle città si accompagnò alla crescita di una piccola borghesia. Possiamo leggere questo dato
in un testo satirico di Teodoro Ptocoprodromo, chierico caduto in miseria al quale il padre consiglia di farsi
un’istruzione per acquisire agi e ricchezze, mostrandogli esempi di piccoli borghesi colti e agiati; Teodoro
però, dopo essersi fatto un’istruzione, si confronta con l’agiatezza di molti semplici lavoratori, patendo la
propria ricchezza fatta solo di conoscenza. Questo testo ci mostra lo status agiato delle professioni
costantinopolitane in epoca comnena.
Tuttavia a trarre profitto dallo sviluppo urbano bizantino non furono i Bizantini stessi, privi di iniziativa
commerciale, ma mercanti stranieri, come quelli veneziani, che nel XII secolo, privilegiati sotto Alessio I e
osteggiati invano da Giovanni II, ingrandirono il quartiere veneziano a Costantinopoli e aumentarono la loro
presenza in città fino a un picco di 20.000 veneziani; a poco a poco questi mercanti si svincolarono anche
dalla giurisdizione imperiale. Le varie concessioni latine occuparono i migliori terreni a uso commerciale
della città, e il numero degli occidentali residenti a Costantinopoli giunse a 40.000-50.000 su 200.000-
250.000.
All’epoca a Costantinopoli erano presenti molte lingue diverse, come ci mostra il simpatico quadretto di
Giovanni Tzetze, poeta del dodicesimo secolo, che per parte sua sapeva parlare diverse lingue.
La situazione di sfruttamento economico straniero della Costantinopoli comnena è paragonabile a quella
della Istanbul ottomana dei primi del Novecento, ma mentre quest’ultima riuscì alla fine a liberarsi della
componente straniera, la Costantinopoli comnena, nonostante le punizioni inflitte agli Occidentali, non
riuscì mai a risolvere il problema.
Costantinopoli si mostrò florida e potente fino al 1203, quando in città scoppiò un incendio devastante e
arrivarono i Crociati, che la conquistarono e la saccheggiarono per quasi un sessantennio, svuotandola dei
suoi abitanti e causandone la rovina.
Nei due secoli successivi Costantinopoli continuò a subire lo sfruttamento commerciale degli Occidentali, e
all’inizio del Quattrocento la città si presentava come un insieme di piccoli agglomerati abitati
inframmezzati da terreni agricoli dentro le mura, mentre rimanevano più popolosi le zone costiere e le
colonie degli Occidentali. Quando, nel 1453, cedette ai Turchi, il numero degli abitanti di Costantinopoli era
ben sotto i 50.000.
Nei secoli successivi Costantinopoli subì numerose trasformazioni urbane, e oggi la città appare quasi
totalmente diversa rispetto alla Costantinopoli medievale.

CAPITOLO QUARTO - I DISSENZIENTI


Un decreto imperiale del 380 (poi posto in apertura del Codice giustinianeo) stabilisce che tutti i sudditi
dell’Impero seguano i dogmi del Cattolicesimo, mentre prevede per i “dementi e folli” che non seguono
questi dogmi, l’accusa di infamia legata a dogmi eretici, per la quale sono previste due punizioni, una divina
e una imperiale (che segue il giudizio divino).
Il pensiero politico bizantino prevedeva infatti un solo Dio, un solo Impero e una sola religione: quest’ultima
era definita dai concili ecumenici ecclesiastici sulla base di testi sacri e patristici, ma era dovere
dell’imperatore (il suo più alto dovere) farne valere l’osservanza universale.

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Riassunto mango civiltà bizantina

In un’altra legge imperiale, in effetti, Giustiniano, riconoscendo la fondamentalità della religione come
sostegno dell’Impero, sostiene che, se ci si adopera per far rispettare le leggi civili concesse da Dio agli
uomini per la loro sicurezza terrena, tanto più è importante prodigarsi per far rispettare le leggi divine,
enunciate per la salvezza ultraterrena.
Il concetto di “ortodossia”, ovvero “retta dottrina”, consisteva anzitutto nel professare rettamente i dogmi
del Cattolicesimo, e chi si scostava anche minimamente da questi dogmi era definito eretico; tuttavia ci
furono periodi in cui interpretazioni del Cristianesimo diverse dall’Ortodossia si garantirono l’attivo
supporto del potere temporale:
- arianesimo: Costanzo II e Valente
- monofisiti: Anastasio I
- monotelismo: Eraclio
- iconoclastia: imperatori dei secoli 8° e 9°
- giulianesimo: Giustiniano
Fra queste diverse dottrine, sempre in lotta fra loro, c’era comunque un clima perenne di intolleranza
reciproca.
Tuttavia, non tutti i sudditi dell’Impero erano cristiani cattolici: il numero di eretici nel primo periodo
bizantino era estremamente alto tanto da costituire la maggioranza della popolazione; questo numero
decrebbe nel periodo medio per divenire minimo nel periodo tardo.
Fra i “dissenzienti” c’erano i seguenti gruppi religiosi:
- Pagani: sebbene la maggior parte dei centri urbani avesse accettato il Cristianesimo fin dal quarto
secolo (eccetto alcune città), la scomparsa del paganesimo fu un processo lento che andò dal
quarto secolo fino (in certi luoghi) alla fine del sesto. La vecchia religione si mantenne alle due
estremità opposte della scala sociale:
- da un lato presso l’aristocrazia municipale, per la quale il paganesimo era questione non
solo di tradizione ma anche di fedeltà all’Impero
- dall’altro nelle scuole e fra i contadini
La protratta oppressione e persecuzione dei pagani da parte di governo imperiale, vescovi e monaci
si protrasse in particolare tra quarto e sesto secolo e si compose di soppressioni di templi (391),
saccheggi di luoghi pagani (es. Serapeo di Alessandria), linciaggi di martiri pagani (es. Ipazia),
chiusure di scuole filosofiche, distruzioni di opere d’arte antiche e inquisizioni varie; tuttavia i
pagani continuarono ad esistere per lungo tempo, praticando il proprio culto in privato e sperando
di evitare denunce alle autorità.
Riguardo al paganesimo rurale (poco combattuto dal fiacco clero rurale), furono tipiche le attività
missionarie di importanti personalità ecclesiastiche come il monofisita Giovanni di Amida, vescovo
di Efeso in età giustinianea, che in trentacinque anni di attività convertì circa 80.000 abitanti di
diverse zone montane dell’Impero, battezzandoli in massa e sostituendo i loro templi con chiese e
monasteri; lo stesso Giovanni ci racconta la storia del monaco Simeone il Montanaro, anch’egli
monofisita, il quale, imbattutosi in un’area montana nei pressi di Melitene (Cappadocia), dove gli
abitanti si definivano cristiani pur non seguendo in realtà la religione cristiana, si sforzò di attuare,
nonostante l’opposizione locale, un’intensa attività di diffusione del culto cattolico, riuscendo dopo
ventisei anni di lavoro a rendere i locali buoni discepoli cristiani.
La frettolosa conversione di ampie fasce della popolazione non poteva però cambiare di colpo
consuetudini e convinzioni radicate: molte persone infatti continuarono a invocare le divinità

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Riassunto mango civiltà bizantina

pagane, e il Cristianesimo popolare ereditò e in parte razionalizzò un vasto corpus di superstizioni


pagane.
- Ebrei: presenti in Palestina per tutta la durata del primo periodo bizantino, erano comunque sparsi
per tutto l’Impero, soprattutto nelle città. In base alle leggi romane, gli ebrei godevano di uno
status particolare: l’esistenza della loro setta era consentita, le loro sinagoghe non erano soggette a
confisca e potevano designare il proprio clero e servirsi dei propri tribunali nelle cause civili;
tuttavia erano soggetti a restrizioni in tema di diffusione dell’ebraismo. Essi erano inoltre
considerati cittadini di seconda classe per loro stessa scelta, e in quanto tali erano esclusi dal
servizio in molte cariche pubbliche, ma nel contempo alcuni erano gravati da alcuni oneri (es. quelli
dei curiali). I documenti ufficiali, inoltre, fanno sempre riferimento agli ebrei in termini di
denigrazione e disprezzo.
Giustiniano cercò di far capire agli ebrei che il Cristianesimo conteneva le stesse verità annunciate
dai testi sacri ebraici, facendo loro leggere l’Antico Testamento e consentendo loro di utilizzare nei
loro riti la versione tradotta della Bibbia al posto della Bibbia ebraica, con il fine di limitare gli
inganni dei rabbini che, attraverso un linguaggio incomprensibile, presentavano interpretazioni
fuorvianti. I tentativi di Giustiniano, come quelli di autori antigiudaici, ebbero però scarso successo.
Il passaggio da una tolleranza instabile alla conversione e alla persecuzione forzata fu causato da
eventi di carattere politico, come gli atti sleali e sovversivi compiuti dagli ebrei nei confronti
dell’Impero:
- i fatti accaduti in Yemen (intorno al 520): qui sia l’Impero sia gli ebrei avevano interessi
economici mediati dal proselitismo, ma il sovrano Du-Nuwas prese le parti degli ebrei
contro i Bizantini cristiani, i quali, vedendosi applicato nei loro confronti un embargo
commerciale, scatenarono un conflitto contro il re yemenita, piegandolo e rendendo lo
Yemen un paese cristiano)
- le rivolte dei Samaritani (484-555), cui parteciparono anche gli ebrei, con l’obiettivo di
creare uno Stato indipendente
- lo schieramento degli ebrei a fianco degli invasori persiani, con loro sottomissione e
partecipazione attiva ai massacri compiuti nelle varie regioni dell’Impero (intorno agli anni
609-614)
- schieramento degli ebrei al fianco dei Samaritani nella devastazione dei monasteri
Quando fu restaurata l’autorità bizantina, furono adottate misure punitive contro queste
collaborazioni ebraiche con il nemico, come il bando da Gerusalemme e il battesimo forzato agli
ebrei voluto da Eraclio (634); contemporaneamente, comunque, il problema ebraico fu risolto
grazie alle conquiste arabe, il cui risultato fu che la grande maggioranza degli ebrei si ritrovò al di
fuori dell’Impero. Il battesimo forzato degli ebrei fu una misura usata anche in seguito da altri
imperatori (es. Leone III), ma fu un fallimento, come riconobbe il Concilio del 787, che non accettò
conversioni insincere, preferendo che gli ebrei continuassero a vivere secondo le loro consuetudini.
Un altro fallimento fu la misura adottata da Basilio I, che impose il battesimo forzato (in cambio di
privilegi) agli ebrei che nelle dispute teologiche non riuscivano a sostenere la veridicità del proprio
culto. Romano I tentò la via del battesimo forzato ma ottenne l’emigrazione di molti ebrei (che
tornarono tra la fine del decimo e l’undicesimo secolo), e da allora i pochi ebrei rimasti nell’Impero
furono lasciati vivere in tranquillità.

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Riassunto mango civiltà bizantina

La rinascita della vita urbana diede un grande impulso alle comunità ebraiche, che si diffusero in
tutte le regioni dell’Impero; a Costantinopoli però gli ebrei vivevano in un ghetto oltre il Corno
d’Oro ed erano costretti a subire violenze.
- Cristiani eretici: a differenza degli ebrei, essi erano assai numerosi. Vengono divisi in due gruppi:
- le sette, per lo più di origine pre-bizantina
- le eresie nobili (es. l’Arianesimo), divergenti dal Cattolicesimo solo per questioni inerenti
alla Trinità
Tale distinzione però era assente fra i Bizantini, che tendevano a inglobare sotto il nome di eresia
ogni falsa dottrina, a prescindere dalle origini. Il numero delle dottrine eretiche era altissimo, e gli
ecclesiastici cercarono di catalogarle e descriverle giungendo a identificarne i quattro ceppi
originari:
- barbarismo
- scitismo
- ellenismo
- giudaismo
Il governo imperiale agì contro tutte queste dottrine: il Codice Teodosiano, per esempio, contiene
numerose leggi e sanzioni contro gli eretici, come l’espulsione dalle città bizantine con bolla di
infamia e conseguente perdita dei diritti sulle proprie proprietà; c’erano inoltre forti incentivi per
gli eretici che si convertivano al Cattolicesimo. La legislazione imperiale, pur essendo impiegata
malamente, generava nella popolazione un sentimento di sospetto e diffidenza.
- Manichei: unici eterodossi a essere soggetti alla pena di morte, erano i più temuti perchè
considerati non solo portatori di dottrine pericolose ma anche agenti del nemico. Nato in Persia nel
terzo secolo con Mani, il Manicheismo fu perseguitato ovunque ma attirò moltissimi adepti, attratti
dal fondamento di questa dottrina (il reciproco avvicendamento dei principi antitetici del bene e
del male) e dai suoi corollari, che trovavano conferma nella realtà della vita quotidiana. Più radicale
del Cristianesimo (costretto alla mediazione con l’ebraismo), il Manicheismo era inoltre assai
vigoroso nelle sue attività missionarie, grazie alle quali nel quarto secolo si diffuse in tutte le terre
dell’Impero, raggiungendo un successo particolare in Asia centrale.
Tutte le sette illecite finivano per ritirarsi, in campagna, dove non erano soggette alle coercizioni urbane.
Altre sette invece nacquero in campagna e rimasero sempre associate a una determinata area geografica,
come ad esempio il Montanismo frigio (esistito fino all’8° secolo, quando, di fronte alle minacce di
battesimo forzato da parte di Leone III, i suoi adepti preferirono incenerirsi); riferimenti casuali ci danno
notizie su altre sette (es. i Quartodecimani, alla fine riammessi in un certo numero nella Chiesa dal patriarca
Fozio nell’867), ma è impossibile determinare la diffusione delle varie sette eretiche nelle campagne
bizantine.
Il più grande pericolo per il Cristianesimo fu però costituito dall’eresia nobile del Monofisismo, che costituì
un vero e proprio scisma. Prevalente in Egitto e Siria, esso, predicando l’unità del Cristo incarnato derivante
dalle sue due nature (umana e divina), si opponeva al Concilio di Calcedonia (451), che tendeva invece a
dividere la persona di Cristo in due nature. Lo storico Evagrio sosteneva che la prima posizione
presupponeva la seconda, riconoscendo però che la disputa era di carattere così primario che la gente
preferiva morire piuttosto che scendere a un accordo.
Il governo imperiale tentò più volte un’azione mediatrice:

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Riassunto mango civiltà bizantina

- Zenone promulgò l’Henotikon (Editto dell’Unione, 482), che si rivolgeva agli Egiziani e, facendo
appello alla loro fedeltà, ricordava loro che sia la vittoria sul nemico sia i doni divini dipendevano
dal concorde culto della divinità; Zenone poi fece affermazioni che si ponevano come mediazione
tra Calcedonia e monofisismo, ma il suo tentativo di dialogo cadde nel vuoto
- Anastasio sostenne i monofisiti, Giustino I invece li perseguitò
- Giustiniano alternò mediazione e persecuzione, Teodora invece sostenne i monofisiti
- Giustino II ed Eraclio tentarono la mediazione; a parte l’insuccesso di tutti questi tentativi imperiali,
Eraclio diede vita a una nuova eresia, il Monotelismo, sorta come formula di conciliazione.
All’inizio i monofisiti non intendevano creare una propria Chiesa e, a partire dall’epoca di Severo (patriarca
monofisitico di Antiochia tra 512 e 518), si servirono di una gerarchia di vescovi regolari; quindi il
Monofisismo si rafforzò nella diocesi di Antiochia e si diffuse in gran parte dell’Asia Minore. Dopo la
deposizione dei vescovi regolari (519) e la morte di Teodora (548) apparve necessaria ai monofisiti la
creazione di una propria Chiesa, costituita da vescovi titolari e nota poi come Chiesa giacobita (dal nome di
uno dei suoi fondatori, Giacomo Baradeo, i cui “vescovati-fantasma” si estendevano in molti centri
dell’Impero bizantino).
La controversia monofisitica facilitò la conquista delle province orientali, prima da parte dei Persiani e poi
degli Arabi, poichè le persecuzioni e le discriminazioni ai danni dei monofisiti mettevano sotto cattiva luce il
governo centrale, che si mostrava quindi come un prepotente e un estraneo che imponeva il culto
ortodosso; gli Arabi, al contrario, furono visti dai monifisiti (e da uno storico siriaco in particolare) come
liberatori inviati da Dio per liberarli dai Bizantini e garantire loro la libertà religiosa permettendo il
mantenimento dei luoghi sacri monofisitici esistenti (questo comunque non significa che i monofisiti
fossero nazionalisti o pro-invasori stranieri).
La crisi del settimo secolo mutò drasticamente la mappa del dissenso all’interno dell’Impero:
- i pagani si erano quasi del tutto estinti
- gran parte di ebrei e monofisiti si vennero a trovare sotto il dominio arabo; i secondi si erano diffusi
in varie zone dell’Asia (Siria, Tracia, Armenia, Turchia)
- cominciarono ad apparire i primi musulmani, come prigionieri di guerra, ai quali fu concesso
persino di avere una moschea a Costantinopoli
- venne a crearsi una cospicua componente di nuovi pagani (professanti un paganesimo primitivo),
costituita dagli Slavi e dagli Avari che avevano invaso quasi tutta la penisola balcanica; questa
componente probabilmente dominò per due-tre secoli in molte zone dell’Impero (es. in Grecia). Gli
Slavi furono poi gradualmente e lentamente evangelizzati. Il regno di Bulgaria invece si mantenne
pagano fino alla sua conversione nominale al Cristianesimo nell’864.
- si manifestò il fenomeno dell’iconoclastia, che fornisce un interessante esempio del ruolo decisivo
dell’imperatore nell’ambito religioso e condusse alla curiosa situazione in cui la maggioranza degli
abitanti dell’Impero si trovò a risultare dissenziente. La questione, che riguardava più l’osservanza
della religione che il dogma, verteva sulla liceità della venerazione delle immagini sacre, che
avevano acquisito un posto molto importante nella pietà popolare e che erano considerate
numinose (ovvero fornivano un luogo e uno strumento di mediazione ai santi che
rappresentavano), al contrario di quelle pagane che erano considerate demoniache. I disastri
militari del 7° secolo furono forse interpretati da molti come punizioni di Dio per qualche grave
mancanza nel modo di adorarlo. Non è chiaro invece il ruolo giocato dalle eresie all’interno
dell’iconoclastia. Dopo un certo sommovimento popolare, nel 730 Leone III decretò la distruzione

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Riassunto mango civiltà bizantina

delle immagini sacre, sostituendo il patriarca riluttante a obbedirgli e punendo chi gli manifestava
resistenza; l’imperatore infatti non sentiva la necessità di ottenere l’assenso ecclesiastico, ma
reputava che rientrasse nei suoi diritti quello di purificare la fede dei sudditi. Solo nel 754 il suo
successore, Costantino V, convocò un Concilio di tutti i vescovi dell’Impero, i quali accettarono la
posizione imperiale. L’iconoclastia comunque non ebbe mai molto sostegno popolare, e l’unica
componente sociale ad aderire apertamente ad essa fu l’esercito mobile (indottrinato e costretto
da Costantino V), che nel 786 impedì a Irene di convocare un Concilio per il ripristino delle icone.
Intorno al 770 a Costantinopoli la popolazione partecipò attivamente alla persecuzione dei monaci
iconofili (forse presentati come nemici di Costantino V, all’epoca imperatore molto popolare); per il
resto non ci furono altre dimostrazioni di massa sul tema dell’iconoclastia, che fu soppressa nel
787, reintrodotta nell’814 e definitivamente eliminata nell’843. Non ci furono mai pubbliche
persecuzioni su vasta scala (quella di Teofilo intorno all’840 fu di portata limitata). A parte i monaci
iconofili (che costituivano solo una parte dei monaci), il clero regolare si mantenne generalmente
sottomesso. Al momento dell’eliminazione definitiva dell’Iconoclastia, il patriarca Fozio si mostrò
sicuro del fatto che con la fine di questo fenomeno si fossero eliminate per sempre tutte le eresie e
si fosse definita completamente la dottrina religiosa, e il suo modo di vedere alla fine prevalse nella
Chiesa Ortodossa (Concilio dell’879-880) e nella testa di Leone VI.
Tuttavia continuarono a fiorire sette minori, come i Pauliciani (legati al culto di S. Paolo): forse
legati al Manicheismo, nacquero nel settimo secolo ed ebbero il loro centro in Armenia. La loro
dottrina si basava sull’opposizione tra Dio (uno e trino) e il malvagio Demiurgo creatore del mondo
materiale. Accettavano gran parte del Nuovo Testamento ma, come i manichei ortodossi,
rifiutavano il Vecchio Testamento; credevano nell’incarnazione di Cristo in cielo e disdegnavano
icone e culto dei santi; come i manichei non avevano clero o liturgia regolare ma solo una classe di
iniziati. Erano indifferenti alla somministrazione dei sacramenti, e perciò si mantenevano nascosti.
Dopo l’uccisione imperiale dei primi due leader pauliciani, essi non subirono altre gravi repressioni
fino a quando Michele I (811-813), su pressione del santo patriarca Niceforo, decretò la pena di
morte per i pauliciani, che, varcando il confine, cercarono la protezione dell’emiro arabo di
Melitene, il quale diede loro una base operativa cui appoggiarsi per le loro azioni ostili verso
l’Impero bizantino (questa ostilità nei confronti di Bisanzio distingueva i pauliciani dalle altre sette
eretiche). Due leader pauliciani, Karbeas e Chrysocheir (poi trasformati in capitani musulmani),
erano due militari che guidarono i loro seguaci alla fondazione di una città indipendente (Tefrice) e
al compimento di razzie in varie zone dell’Impero. Dopo lunghe campagne militari, i pauliciani
fuorono domati e Tefrice fu distrutta, ma i pauliciani continuarono a essere presenti tra Grecia e
Turchia ancora nel decimo secolo, pur avendo spostato il loro principale centro d’azione nei
Balcani, dove l’eterogeneità della popolazione e l’evangelizzazione incompleta offrirono terreno
fertile all’eresia: essa si trasformò in Bogomilismo (dal prete Bogomil, X secolo), movimento che
ebbe un rapido successo (tanto da preoccupare le autorità ecclesiastiche), e nel secolo successivo il
Bogomilismo fu esportato in Asia Mionere, dove i suoi seguaci presero il nome di Phoundagiagitai,
attivi anche a Costantinopoli. Il successo del Bogomilismo è testimoniato dal trattato (Slovo) del
prete Cosma (972), il quale rappresenta i bogomilisti come apparenti conformisti e puristi, ma in
realtà falsi, erranti in campo dogmatico e avversi a tutti gli aspetti della società civile (come fossero
“pacifici hippies” contro l’ordine costituito), e in verità, secondo Cosma, anche gli Ortodossi erano
favorevoli a trasgredire a molti doveri civili e morali. Tra 950 e 1050 ci fu un generale rilassamento

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Riassunto mango civiltà bizantina

della persecuzione contro i borgomili; ma in seguito, specialmente dopo la salita al potere della
dinastia comnena, la repressione si indurì, e ciò è avvertibile per esempio nel Synodicon
dell’Ortodossia, testo composto nell’843 come formula liturgica per la prima domenica di
Quaresima e contenente una condanna all’iconoclastia; al Synodicon però, a partire dal 1050,
furono aggiunte nuovi condanne e anatemi, rivolti contro molti personaggi portatori di dottrine
eretiche (anche se puramente accademiche). Inoltre nel 1114 Alessio I ebbe un confronto diretto a
Filippopoli con le sette eretiche, e finì per far convertire all’Ortodossia molti di questi eretici. A
Costantinopoli intanto il Borgomilismo prosperava, anche fra le migliori famiglie: qui Alessio I fece
bruciare su una pira (montata nell’Ippodromo) il leader eretico Basilio (restio a fare ammenda) e
fece incarcerare i suoi discepoli. Tuttavia il Borgomilismo sopravvisse anche ad Alessio I e anzi si
diffuse in molte zone dell’Impero.
Quasi tutto il dissenso bizantino prese forma di eresia religiosa; pochi sono i casi di eresia per i quali
è possibile pensare a cause di tipo nazionalistico/politico o sociale. La verità sull’argomento è che il
termine “eresia” copre fenomeni diversi che non sarebbero mai stati considerati insieme se non ci
fosse stata l’Ortodossia di Stato ad accomunarli: c’erano infatti sette (come le “eresie nobili”) i cui
costumi differivano in modo minimo dall’Ortodossia, ed erano quindi in realtà nel giusto; inoltre,
una volta che si era formata una Chiesa separata, aderire a essa diveniva questione di lealtà
ereditaria, e nessuno passava dall’Ortodossia a un’eresia per mostrare la propria ostilità allo Stato,
eccetto forse nel caso delle sette dualistiche (Procopio ci dice che i Samaritani, costretti da
Giustiniano ad abbracciare l’Ortodossia, si volsero per protesta al Manicheismo, cui aderirono
anche i soldati iconoclasti congedati da Irene nel 786), le quali attraevano gli scontenti da ogni
parte dell’Impero in quanto movimenti di riforma radicale in opposizione all’oscurantismo del clero
statale, visto come “vero cattivo” della storia, che imponeva uniformità di culto e di costumi
liturgici, non tollerando e anzi perseguitando i presunti eretici, i quali a loro volta acuivano la
propria ostilità verso lo Stato-Ortodossia.

CAPITOLO QUINTO - IL MONACHESIMO


Il monachesimo è l’aspetto della vita bizantina su cui possediamo più documentazione. Esso era un
movimento laico; era affine a o uno sviluppo di gruppi di cristiani (detti spoudaioi, “zelanti”, o philoponoi,
“industriosi”, o ancora, in Siria, “Figli dell’Alleanza”) che conducevano una vita particolarmente dedita
all’austerità senza per questo ritirarsi dal mondo. Non conosciamo la forma di organizzazione degli
spoudaioi, ma sappiamo che i loro precetti furono seguiti da Sant’Antonio, egiziano, considerato il padre
del monachesimo, per le sue imprese spirituali (iniziate intorno al 270). All’epoca in Egitto non erano
ancora diffusi i fenomeni del monachesimo regolare e dell’eremitismo, e chi voleva esercitarsi nella pratica
spirituale lo faceva poco fuori dal proprio villaggio; invece fin dal I sec. d.C. era diffuso il fenomeno
dell’anachoresis (=fuga) dal villaggio fra i poveri che, non potendo pagare le tasse, cercavano di sfuggire
così agli oneri della vita quotidiana. A questa pratica potrebbe collegarsi quella tipica del movimento
monastico intrapresa da Sant’Antonio, il quale, pur non avendo problemi economici, decise di allontanarsi
per raggiungere prima una tomba vuota e poi il deserto. Il monachesimo ebbe quindi un successo
immediato, e in breve tempo si diffuse così ampiamente che, a metà del 4° secolo (cui risalgono le fonti più
antiche in nostro possesso sul fenomeno del monachesimo), esso era presente in gran parte dell’Impero e
vantava decine di migliaia di seguaci.

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Riassunto mango civiltà bizantina

A uno stadio molto antico del suo sviluppo in Egitto, il monachesimo assunse le sue due forme classiche,
ovvero monachesimo eremitico e monachesimo cenobitico.
Sant’Antonio fu il modello per il monachesimo eremitico: la sua askesis consisteva in isolamento, preghiera,
digiuno, insonnia e astensione dal lavaggio del corpo, ma senza le penitenze dei periodi successivi.
Combattendo contro i propri demoni tentatori (tipici delle fantasie egiziane sul deserto), intorno al 306
Sant’Antonio emerse vittorioso dal suo eremitismo, forte di fermezza spirituale e di capacità curative;
persuase quindi molte persone a optare per la via eremitica, cosicchè si diffusero in breve monasteri sulle
montagne e monaci del deserto; poi visse fino alla morte (356) in pubblico, confrontandosi con e curando
anche personaggi eminenti (es. Costantino). Il monachesimo cenobitico, invece, fu fondato in nord Egitto
da Pacomio, poco più giovane di Sant’Antonio: egli coniugò il suo passato da soldato con gli insegnamenti
avuti come apprendista presso un eremita, per dare origine a un istituto monastico (con base a Tabennesi,
sul Nilo) in cui si seguiva un modello militare, con i monaci suddivisi in vari convitti, sottoposti a ufficiali
comandanti; la suddivisione si basava sui diversi mestieri dei monaci, e molto tempo era dedicato alle
attività manuali; le attività in comune erano il lavoro, la preghiera (non eccessiva) e il pasto (si facevano poi
alcuni digiuni). Fondamentale era l’obbedienza all’ufficiale del proprio convitto, a sua volta sottoposto
all’abate. Alla morte Pacomio era divenuto leader di molti monasteri & monaci sia maschili che femminili. Ci
è pervenuta una traduzione latina, fatta da San Gerolamo nel 404, di un documento copto, scritto su
bronzo, che riportava le regole del Signore dettate da un Angelo a Pacomio: in questo documento viene
tratteggiato un quadro della struttura di un tipico monastero cenobitico e della vita dei monaci, che appare
caratterizzata da divieti e costrizioni quasi militari. Tuttavia l’attrazione per questa vita era forte in molte
persone, e Pacomio, che cercava di crearsi un seguito il più ampio possibile, non aveva pretese eccessive
nei confronti di chi entrava nei suoi monasteri, e quindi fu così che offrì protezione e sicurezza anche a
criminali e malfattori.
Entrambe le forme di monachesimo, concepite come forme laiche di osservanza letterale degli
insegnamenti di Cristo e di ricerca della perfezione cristiana (cercata al di fuori della Chiesa, moralmente e
fisicamente lontano dalla sua presenza nel mondo e da ciò che era profano), costituivano una minaccia per
la Chiesa istituzionale: ciò risulta evidente, per esempio, nei Canoni del Concilio di Gangra (341 circa), che
dovette affrontare il problema del forte consenso sorto nel Ponto intorno al monaco Eustazio, il quale era
accusato dai vescovi di predicare pratiche e azioni sovversive nei confronti della Chiesa e dell’ordine sociale
e civile; tuttavia Eustazio non fu considerato eretico, ma anzi divenne poi vescovo ed esercitò la sua
influenza su San Basilio, pilastro della Chiesa. Entrambi sostennero poi l’impossibilità di conciliare
perfezione cristiana e vita nel secolo.
L’opposizione tra Chiesa e monachesimo fu appianata anche grazie al prestigio di Sant’Atanasio, vescovo di
Alessandria, il quale seppe ergersi quale pubblico campione del movimento monastico, manifestando però,
nella sua Vita di Sant’Antonio, il rispetto che Antonio nutriva nei confronti del clero secolare. Grazie
all’intervento di altri vescovi che agirono nello stesso spirito, si arrivò al compromesso delle “due vie”: il
monachesimo era la strada maestra per il cielo, ma la vita nel mondo, regolata dalla Chiesa, dava la
possibilità di giungere alla stessa meta, seppur in modo meno diretto; questo attraverso una askesis che era
più dura per i monaci e più leggera per i laici. Il monaco, secondo questa teoria, giungeva, attraverso le
rinunce, a uno stato di apatheia tale da avere grande familiarità (parrhesia) con Dio, cosa che rendeva le
sue preghiere particolarmente efficaci e quindi il suo ruolo assai benefico per tutti.

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Riassunto mango civiltà bizantina

Dopo Antonio e Pacomio, il monachesimo orientale si espanse geograficamente, adattandosi ai contesti


locali ed evolvendosi in modo inconscio; eremitismo e cenobitismo si combinarono in una grande varietà di
modi, dando vita a nuove forme di monachesimo:
- in Palestina, all’inizio del IV secolo, un discepolo di Antonio, Sant’Ilarione, introdusse il
monachesimo nella forma dei lavra, ovvero monasteri costituiti da un certo numero di celle
individuali, abitate da semi-eremiti, intorno a una casa comune, in cui essi si riunivano in alcune
occasioni liturgiche. Il prestigio della Terra Santa servì da stimolo per uno sviluppo monastico dalla
forte connotazione internazionale: monaci eminenti erano legati alla Palestina, e qui sorsero
almeno 140 monasteri.
- in Siria e in Mesopotamia, il monachesimo comparve per la prima volta durante il regno di
Costantino e prevalentemente in forma anacoretica (=ascetica, eremitica), giungendo presto a
eccessi di automortificazione da parte degli eremiti (famosi i boskoi, i dendriti e gli stiliti).
- nel 357 San Basilio intraprese un viaggio verso le diverse regioni dell’Impero per osservare i vari tipi
di askesis e scegliere il più adatto, pervenendo poi alla conclusione che l’anacoresi di Sant’Antonio
non permetteva di svolgere la carità fraterna, osservare tutti i Comandamenti e correggere il
proprio modello di vita grazie ai consigli altrui; Basilio quindi optò per il cenobitismo, ma,
considerando quello pacomiano troppo ampio per un’adeguata supervisione, adottò, per la sua
comunità di Annesi (nel Ponto) un modello di cenobitismo più ristretto, divenuto poi “normativo”
per tutta la storia bizantina successiva (pur non essendo mai esistito alcun “ordine basiliano”), a
partire dalla trattazione che egli fece nelle sue Regole.
- dalla Siria il monachesimo raggiunse Costantinopoli, grazie all’opera del siriaco Isacco, che intorno
al 382 fondò qui il suo monastero; negli anni seguenti altri personaggi di origine orientale
fondarono altri monasteri (da ricordare quello degli Insonni o Akoimetoi (420 circa), che officiavano
senza sosta; anch’esso fu di fondazione siriana). L’attrazione esercitata da Costantinopoli sui
monaci orientali è testimoniata per esempio dalla Vita di San Daniele Stilita, monaco di Samosata
che, avendo compreso, grazie all’esempio derivatogli da Simeone Stilita, tutti i vantaggi che
avrebbe potuto conseguire ricorrendo a questa forma di askesis, fece prima carriera in un
monastero vicino al suo villaggio natio, e poi lo abbandonò per recarsi a Costantinopoli, che egli
considerava la “seconda Gerusalemme”. Nei pressi della capitale quindi seppe attirare l’attenzione
e consolidare la propria reputazione di monaco miracoloso, e poi, con l’arrivo del monaco siriano
Sergio, tentò l’esperimento della colonna (seguendo il modello di Simeone), facendosi costruire
man mano colonne sempre più alte e attirando attenzione ed elogi di personaggi eminenti e della
famiglia imperiale. Attorno alla colonna venne poi realizzato un complesso monastico, in cui furono
traslate le reliquie di Simeone. Nonostante alcune difficoltà climatiche il modello stilita di Daniele
ottenne a Costantinopoli successo e consensi.
I primi monasteri costantinopolitani furono fondati fuori dalle mura cittadine (come avveniva anche
altrove) perchè una legge di Teodosio I proibiva ai monaci di risiedere in città e ingiungeva loro di vivere in
luoghi deserti. Questa legge fu poi abrogata, ma per i monaci continuò a non esserci spazio in città, dove
essi erano derisi; nelle campagne, invece, i monaci erano rispettati, essendo considerati figure familiari e
anche utili socialmente, per via della loro fama di stregoni disinfestatori/guaritori. Solo nel sesto secolo i
monaci poterono svolgere la loro askesis in città, a patto di nascondere la propria vera identità: venne così
a costituirsi una curiosa categoria di santi, ovvero i “santi folli”. La simulazione di follia, già presente nel
quarto secolo in contesto cenobitico, aveva come intento quello di accrescere le proprie umiliazioni in terra

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Riassunto mango civiltà bizantina

così da raccogliere una ricompensa maggiore in Paradiso. Il più famoso santo folle attivo in contesto
urbano, San Simeone di Emesa (metà sesto secolo), era invece motivato a vivere questa follia perchè volto
alla riforma spirituale e alla conversione dei più disprezzati e discriminati elementi della società: compiva
quindi atti indecorosi ma poi in segreto praticava l’askesis più rigorosa. Simeone non ebbe molto seguito,
ma il suo modello non si estinse e passò poi in Russia.
Il quinto e il sesto secolo segnano l’apice del movimento monastico in Oriente: i “nuovi filosofi cristiani”
ottenevano notorietà, consensi ed elogi importanti, e su di loro si venne a sviluppare, in tutte le regioni
dell’Impero, una florida letteratura fatta di aneddotica, Vite dei Santi monaci e Storie raccolte poi nei
Paterica (Libri dei Padri). Il complesso di Qalat Siman, costruito su iniziativa imperiale quale centro di
pellegrinaggio a Simeone Stilita, rappresenta la più grande testimonianza del prestigio del monachesimo.
Dalla loro originaria condizione di emarginati volontari della società, i monaci divennero popolari ed
eminenti. Essi dovettero però sottomettersi alle regole imposte dalle autorità ecclesiastiche, e già nel
quinto secolo troviamo i monaci di una diocesi sottoposti a un vescovo di villaggio (chorepiscopus) o un
ispettore (periodeutes) o un esarca. Giustiniano provò a imporre maggiori vincoli fondativi e gestionali ai
monasteri, ma essi vennero spesso elusi, poichè il monachesimo era diventato un fenomeno troppo fluido e
importante per sottostare a queste regole, e quindi nel prosieguo della storia bizantina esso seppe
mantenere la propria indipendenza davanti all’establishment ecclesiastico.
Nel settimo secolo, durante la crisi del primo Impero bizantino, un monaco della Cilicia di nome Giovanni
Mosco tracciò un importante quadro del monachesimo orientale, che egli, nei suoi aneddoti di viaggio
contenuti nei Paterica, chiamò Il Prato: esso all’epoca si era già dileguato, a causa dello scisma monofisita, e
permaneva solo in un’area ristretta dell’Impero; era tuttavia ricco di famosi asceti di vario tipo, in
competizione fra loro, anche se l’età dell’oro del monachesimo era ormai finita. Mosco, rappresentante
della componente internazionale del monachesimo ortodosso, si mostra talvolta intollerante nei confronti
della componente monastica monofisita, perseguitata ma ancora lievemente attiva e operante nelle stesse
modalità della prima componente.
A parte alcuni massacri e fughe, i monaci seppero più delle altre classi sociali resistere alla catastrofe del
settimo secolo, mantenendo anche sotto gli Arabi i propri insediamenti, per esempio quelli in Palestina
(dove vennero soppressi solo all’inizio del nono secolo).
Il colpo più duro fu invece inferto ai monaci all’interno dell’Impero, dove, quando gli imperatori isaurici
fecero dell’iconoclastia la dottrina ufficiale di Stato, furono proprio i monaci a organizzare un movimento di
resistenza, non per interessi personali o materiali, ma perchè la loro naturale autorità davanti al popolo li
rese campioni naturali della tradizionale osservanza religiosa; inoltre essi erano meno soggetti dei vescovi
alla pressioni del governo e potevano contare su una fitta rete di appoggi monastici (anche al di fuori
dell’Impero). Quindi, intorno all’870, si scatenò l’aperta persecuzione degli iconofili, e i monaci ne furono le
vittime principali. Particolarmente ostili ai monaci iconofili furono l’imperatore Costantino V e il
governatore dell’Asia Minore occidentale Michele Lachanodrakon, che effettuarono feroci persecuzioni
contro di loro.
Con la morte dell’ultimo imperatore isaurico, Leone IV (784) e la condanna dell’iconoclastia (787), il
monachesimo potè riprendersi; la ripresa durò una trentina d’anni, poi seguì un secondo periodo di
tribolazioni con la reintroduzione dell’iconoclastia (815-843), durante il quale i monaci guidarono ancora
una volta la resistenza: ora però erano meglio organizzati, soprattutto grazie all’infaticabile attività di San
Teodoro Studita, monaco di buona famiglia e istruzione e con forte senso della disciplina, il quale, volendo
riformare il monachesimo ridandogli gli antichi valori del duro lavoro, della povertà e dell’obbedienza (ed

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Riassunto mango civiltà bizantina

eliminando invece le abitudini volgari/secolari dei monaci di allora), istituì, come Pacomio, una
confederazione di monasteri organizzati secondo una gerarchia di comando; nei suoi monasteri era inoltre
previsto il carcere per i monaci rei. Teodoro incoraggiò poi la pratica della copiatura dei libri.
Il monachesimo riemerse assai rafforzato dalle vicende legate all’iconoclastia: aveva aumentato martiri e
confessori e si era imposta come la vera voce della coscienza religiosa (laddove i vescovi invece erano
dovuti scendere a compromessi teologici). A partire dal nono secolo, poi, aumentò il numero di fondazioni
monastiche e contemporaneamente furono ampliati quelli già esistenti, tanto da creare allarme nel
governo imperiale, che, attraverso diversi imperatori, nel decimo secolo, impose forti restrizioni al
monachesimo:
- 935: Romano I Lecapeno proibisce l’acquisizione di terre contadine da parte dei monasteri
- 947: Costantino VII idem
- 964: Niceforo Foca critica in un atto l’establishment monastico per l’opulenza del suo stile di vita e
vieta la fondazione di nuovi monasteri, ingiungendo la restaurazione di quelli in declino ma senza la
donazione di terre. Uniche scappatoie permesse erano monasteri privi di terre e celle /lavrai privi di
terre. L’obiettivo di Foca era rendere produttive le terre monastiche e arrestare l’erosione della
proprietà contadina.
- 996: Basilio II introduce nuovi regolamenti, in cui si regolavano i rapporti, giurisdizionali e
patrimoniali, fra monaci e vescovi nell’ambito delle comunità di villaggio.
Bisogna tenere a mente due concetti importanti:
- il monastero bizantino era un’azienda agricola che produceva un profitto, che andava ad
aggiungersi alle quote dei nuovi entranti e alle donazioni
- le proprietà di un monastero erano inalienabili per diritto sia civile sia canonico (quindi o
rimanevano quelle che erano o aumentavano)
- chi era proprietario di monasteri poteva appartenere a diversi corpi sociali (c’erani monasteri
imperiali, patriarcali/episcopali, privati, indipendenti). In ogni caso il proprietario tratteneva tutto il
surplus prodotto dal monastero ed era in una posizione tale da esercitare un influsso considerevole
sugli affari interni dell’istituto. Se quindi il monastero non era indipendente (autodespoton), i
monaci non ne erano i beneficiari principali, e, pur avendo un tenore di vita confortevole,
rimanevano sorveglianti a metà strada tra il proprietario e i lavoratori agricoli. Verso la fine del X
secolo comparve una nuova forma di amministrazione monastica: un convento infatti poteva
essere ceduto a un patrono laico (charistikarios) che acquisiva il completo controllo delle sue
proprietà e dei suoi proventi vita natural durante, potendo eventualmente trasmettere tutto ciò in
eredità (ma solo fino alla terza generazione); ciò dava origine a molti abusi, come il saccheggio del
monastero da parte del patrono. Tale sistema giunse all’apice nell’XI secolo, poi declinò restando
comunque in vigore fino alla fine dell’Impero, probabilmente per l’incapacità della Chiesa di gestire
un numero così elevato di monasteri.
Le informazioni documentarie e architettoniche sulle proprietà monastiche a partire dall’11° secolo in
nostro possesso sono moltissime. La struttura del monachesimo rimase invariata; a cambiare fu la
geografia, con la diffusione dei monaci in tutte le terre dell’Impero, comprese le città, e la creazione di
nuovi centri importanti (es. l’Olimpo e il Monte Athos). Tuttavia nell’XI secolo, ad accompagnare gli
importanti mutamenti della struttura sociale, ci fu una profonda riforma del monachesimo orientale. A
spiccare nei fermenti monastici è la figura di Simeone il Nuovo Teologo, mistico e non riformatore, ma
influente sotto due punti di vista:

31
Riassunto mango civiltà bizantina

- lottò contro il materialismo del monachesimo suo contemporaneo, asserendo che proposito della
vita spirituale doveva essere una trasformazione interiore che portasse a una visione diretta di Dio
- insistette sull’importanza della totale obbedienza a un mentore spirituale con autorità superiore a
qualunque altro sacerdote perchè proveniente da Dio, attaccando con ciò il clero istituzionale, reo
di aver perso, con la sua condotta immorale, il dono spirituale, ora passato ai monaci (non tutti),
soli veri cristiani
Simeone, avendo destato irritazione nelle autorità ecclesiastiche, fu bandito da Costantinopoli, ma grazie
alla sua appartenenza a una famiglia illustre e al periodo non intollerante, non subì conseguenze dure.
In realtà il monachesimo era divenuto inerte quanto il clero secolare, e subì quindi gli attacchi dei vescovi,
come quello di Eustazio di Tessalonica (fine XII secolo): egli, non asceta, ammetteva che i monaci avevano il
diritto di vivere bene, a patto che sapessero farlo con gusto; lodava quindi il fatto che essi avessero, nei
propri monasteri, cibi e bevande in abbondanza (come quelli offerti per il banchetto di Manuele I
Comneno), ma dei monaci criticava la rozzezza e l’avidità.
Clero e monaci si disprezzavano reciprocamente e si ritorcevano le loro accuse, ma la vita nei monasteri
continuava come prima. Esempi di questo modello di vita sono:
- Monastero di Machairas (Cipro): verso la metà del XII secolo un eremita palestinese di nome
Neofito si recò a Cipro, dove si stabilì con un discepolo, Ignazio, su un monte con una capanna. Alla
morte di Neofito, Ignazio e un nuovo compagno si recarono dall’Imperatore per presentargli un
progetto più ambizioso, e Manuele I garantì loro il necessario per la fondazione della nuova
comunità monastica. Nel 1172 entrò nella comunità Nilo, il quale fece carriera fino a diventare
abate, dopodichè richiese con successo donazioni da fedeli e riuscì a ingrandire il complesso
monastico, rivolgendosi poi al vescovo per consacrazione e investitura e agli imperatori per
concessioni ed esenzioni. Le proprietà monastiche si accumularono, e nel 1210 fu redatta la
versione definitiva del typikon (=l'ordinamento dato ad un monastero dal suo fondatore); lì vicino
fu fondato anche un convento femminile, dove arrivavano entrate ingenti dal monastero (1200
pezzi d’oro). Il typikon illustra dettagliatamente l’amministrazione della comunità monastica,
grande ma da non ingrandire, anche se era incentivata l’ammissione di personaggi eminenti
(periphaneis) dopo un noviziato di sei mesi (e non di tre anni com’era per le persone comuni), e le
donazioni non erano scoraggiate. Vengono poi disciplinate la gerarchia monastica sotto l’abate e la
gestione interna dei prodotti, molto efficiente. Poco viene detto sull’istruzione, che comunque non
era favorita.
- Monastero di San Neofito (Cipro): Neofito, di umili origini, dopo essere cresciuto (anche
intellettualmente) in un monastero di Nicosia e aver poi tentato invano l’eremitismo in Palestina, fu
arrestato a Pafo perchè sospetto di fuga. Qui, rimasto all’asciutto, ottenne il sostegno del vescovo
locale, Basilio Cinnamo, che lo ordinò presbitero e lo esortò a trovarsi una comunità; Neofito però,
a differenza di Nilo, preferì creare una comunità monastica di piccole dimensioni e restia ad
acquisire proprietà (solo con la conquista latina della fine del XII secolo dovette acquisire qualche
proprietà per far fronte ai bisogni crescenti della comunità). Neofito aveva un’istruzione modesta,
ma sviluppò comunque, nella sua grotta (enkleistra), una grande attività letteraria e
biblioteconomica, non molto apprezzata all’epoca e riscoperta solo nel 17° secolo. Il monastero di
San Neofito ha continuato a vivere fino a oggi, sviluppando nel tempo una certa prosperità (alla fine
del 15° secolo fu anche ingrandito); tuttavia non produsse mai figure spirituali o letterarie di spicco

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Riassunto mango civiltà bizantina

e non divenne mai, come voleva Neofito, centro di eremitismo o ascetismo, ma si trasformò in un
semplice cenobio simile a tutti gli altri.
Nel corso della sua storia, il monachesimo bizantino rimase sempre fedele alla sua matrice originaria.
Uniche possibilità di riforma monastica potevano essere visioni più integraliste o misticisitche, adottate poi
da qualche corrente monastica tarda (es. gli Esicasti del Monte Athos nel 14° secolo, che ripresero Simeone
il Nuovo Teologo). Testardi e abili economicamente, i monasteri (non tutti) sopravvissero bene anche sotto
la dominazione straniera successiva alla caduta dell’Impero bizantino, ottenendo benefici e vantaggi.

CAPITOLO SESTO - L’ISTRUZIONE


Nel quarto secolo in tutto l’Impero esisteva un modello di istruzione invariato fin dall’età ellenistica. Esso
era costituito da tre stadi di educazione:
- innanzitutto il livello elementare, gestito da un grammatistes (libero professionista senza qualifiche
formali, di basso status sociale) che insegnava a leggere, scrivere e a far di conto, con metodi anche
violenti. - Per alcuni poi c’era il livello secondario, gestito da un grammatikos (di livello più alto) che
insegnava un numero scelto di autori classici, principalmente poeti e soprattutto Omero, adottando un
metodo di insegnamento che prevedeva correzione (diorthosis), lettura ad alta voce (anagnosis),
spiegazione (exegesis) e critica (krisis); allo studio dei poeti si accompagnava quello della grammatica,
effettuato con l’ausilio della Techne Grammatike di Dionisio Trace (I sec. a.C.), che godette di enorme
prestigio nel corso di tutta la storia bizantina, e con la pratica di un certo numero di esercizi
(progymnasmata), fra i quali vi erano:
(a livello secondario)
- la favola
- il racconto (diegema)
- la massima pregnante (chreia) (più tipo parabola)
- il detto gnomico (gnome) (più tipo proverbio)
- la confutazione (anaskeue) o la confermazione (kataskeue)
(a livello superiore)
- il luogo comune (koinos topos) (tipo trattazione su una certa categoria di persone)
- la lode (enkomion) o l’invettiva (psogos)
- la comparazione (synkrisis)
- lo schizzo di carattere (ethopoiia) (tipo orazione caratterizzante l’oratore)
- la descrizione (ekphrasis)
- la discussione di un tema generale (thesis) (tipo saggio breve) (NO questioni scientifiche)
- La proposta di una legge o di un provvedimento (nomou eisphora)
Per tali esercizi, ben distinti l’uno dall’altro, erano stabiliti temi standard e predisposta una struttura
invariabile. Nell’istruzione secondaria erano preponderanti gli studi letterari, ma c’erano anche le quattro
materie scientifiche del quadrivium, e cioè aritmetica, geometria, astronomia e musica: tutto ciò a
costituire, almeno in linea di principio una enkyklios paideia (=istruzione generale o completa); tuttavia
sembra più plausibile che le materie scientifiche, già prima dell’età bizantina, fossero sempre più confinate
nell’istruzione superiore e quindi destinate soltanto a coloro che desideravano apprenderle.
- Infine c’era appunto il livello superiore, gestito, solo nelle grandi città, da un retore o sofista (es. Libanio di
Antiochia, seconda metà del 4° sec.), che poteva essere designato dal consiglio cittadino e quindi salariato
(e nella pratica anche omaggiato anche dagli allievi), oppure libero professionista e quindi sovvenzionato

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Riassunto mango civiltà bizantina

dalle rette degli allievi, il che scatenava una forte competizione fra docenti. L’istruzione superiore
cominciava a quindici anni e continuava per un tempo variabile, dai due tre-anni ai cinque. La maggior
parte degli studenti superiori proveniva da famiglie agiate; nei centri maggiori essi erano nell’ordine delle
centinaia. Il contenuto standard dell’istruzione superiore era costituito dalla retorica, ma si poteva
accedere anche ad alcune altre materie più tecniche, come la filosofia (comprendente anche ciò che noi
chiamiamo scienza), la medicina e gli studi di legge. Nel mondo antico però non c’era nulla che
corrispondesse a una moderna università (le Scuole di Alessandria e di Costantinopoli vi si avvicinavano di
più, ma le materie che offrivano erano assai limitate), e così lo studente, ultimata la scuola secondaria, era
costretto a viaggiare e a spostarsi in città più importanti per studiare presso retori particolarmente
eminenti; il tutto aveva costi enormi, poichè il giovane doveva mantenersi per anni nella città straniera e
pagare i suoi insegnanti. Alla mobilità degli studenti corrispondeva quella dei docenti.
Tale sistema era uguale sia per la parte Orientale dell’Impero sia per quella Occidentale, con l’unica
differenza che nella prima si usava il greco, mentre nella seconda si usava il latino.
Risulta paradossale, tuttavia, il fatto che un’istruzione così orientata verso l’arte oratoria fosse
predominante in un’epoca di estinzione della democrazia; difficilmente poi le discussioni pubbliche
dell’epoca richiedevano grandi abilità retoriche, insegnate tra l’altro in greco attico (lingua ormai morta).
Fra i molti studenti, solo una minima parte (ovvero quella costituita da coloro che divennero insegnanti)
impiegava a fini pratici la propria istruzione, mentre per tutti gli altri, impiegati in lavori diversi (burocrazia,
avvocatura, ecc.) si trattava solo di un allenamento intellettuale, di un comune repertorio di chlichès
costituenti la “cultura”. L’apparato burocratico costituito da Diocleziano ed elaborato dai suoi successori,
inoltre, creava la domanda di alcune competenze (conoscenza del latino in Oriente, capacità notarili quali
stenografia e contabilità) che l’istruzione liberale non era in grado di offrire; molti optavano quindi per studi
“illiberali” come gli studi di legge, per i quali era appunto indispensabile la conoscenza del latino, e che
davano competenze concrete. Contro questi studi e ruoli professionali “illiberali” (avvocatura, tirocinio
notarile, ecc.) si scaglia il retore Libanio, ma la realtà dei fatti mostrava che erano i “tecnocrati” ad
ascendere ai posti più alti dell’amministrazione statale.
La Scuola di Costantinopoli (425) ci mostra quali fossero i desideri del governo nel campo dell’istruzione: già
a partire da Costantino o da Costanzo II era stato possibile accedere all’istruzione superiore, che ricevette
da parte del governo imperiale grandi vantaggi, il che attrasse molti retori eminenti (es. Libanio, Temistio);
tutto ciò avviò Costantinopoli verso un futuro di “città universitaria”. Tuttavia dopo qualche tempo il
governo imperiale, insoddisfatto del modello di istruzione tradizionale, creò, nel 425, una Scuola statale, il
cui regolamento definisce in modo chiaro competenze di docenti privati e pubblici, composizione del corpo
insegnante, aree assegnate alla Scuola (il Campidoglio) e ricompense per professori meritevoli (es. titolo di
comes di 1^ classe). Questa scuola sorse quindi esplicitamente per formare funzionari dello Stato, come
dimostra la presenza di insegnamenti di latino e di legge; la gran parte dei docenti poi consisteva di
grammatikoi (docenti di scuola secondaria), e ciò faceva di questa Scuola un’istituzione a metà tra scuola
superiore e college sotto la diretta supervisione dello Stato. Vi insegnarono docenti importanti, come
Giovanni Lido (che nel VI secolo insegnava latino), ma non vi si segnala alcun fermento culturale
importante, tant’è che tra 4° e 6° secolo è difficile trovare studiosi costantinopolitani importanti.
Nel mondo antico l’istruzione aveva una prospettiva pagana e si basava sullo studio di autori pagani, i quali,
seppur interpolati nel corso dei secoli, erano ancora oggetto di critica da parte dei cristiani più rigidi, come
mostrano le Costituzioni apostoliche (4° secolo), che esortano ad evitare le opere pagane, belle ma
ingannevoli, e a leggere quelle cristiane, che conducevano alla salvezza. La Chiesa comunque non poteva

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Riassunto mango civiltà bizantina

giungere a un totale rifiuto dell’istruzione: ci sarebbe stata la possibilità di creare scuole specificamente
cristiane, mantenendo la struttura tradizionale dell’istruzione ma sostituendo testi cristiani ai testi pagani
(pur non essendoci ancora un adeguato corpus di letteratura cristiana per la formazione dei giovani, corpus
che si pensò quindi di allestire); tuttavia nel 362 Giuliano l’Apostata proibì ai cristiani di insegnare nelle
scuole pubbliche, perchè essi non dovevano professare ciò che non credevano. Allora il grammatikos
cristiano e il figlio suo omonimo trasposero i Testamenti in forme della classicità, ma questo tentativo fallì:
questo perchè in realtà i testi sacri non condannavano nè approvavano, nè insegnavano elementi tipici
della cultura ellenica come l’arte del ragionamento, indispensabile per difendere la vera fede, e quindi era
legittimo (o addirittura necessario) studiare i testi pagani e le loro tecniche di ragionamento per sconfiggere
il nemico con le sue stesse armi e progredire. San Giovanni Crisostomo, per esempio, pur essendo un rigido
moralista cristiano, considera normale/necessario che il ragazzo apprenda dai genitori gli episodi più
semplici dei testi sacri durante i suoi studi secolari, e, una volta cresciuto e acquisita la maturità necessaria
per comprendere i dogmi della fede, apprenda gli episodi più complessi solo dopo aver terminato gli studi
secolari. San Basilio, invece, rivolgendosi ai nipoti in procinto di iniziare i loro studi superiori, afferma che
dalla letteratura antica bisogna estrarre tutto ciò che conduce alla virtù e tralasciare ogni esempio di
licenza; i giovani cristiani, secondo Basilio, devono comunque trarre profitto da una cultura che non è
interamente aliena (come fece Mosè che si accostò prima alla sapienza egizia e poi alla Verità cristiana); il
presupposto a questa affermazione è il fatto che i testi cristiani sono inadatti per esercitare la mente e i
dogmi della fede sono troppo complessi per la mente dei giovani. In ogni caso Basilio apprezzava la bella
letteratura, e ciò è testimoniato dal suo scritto pieno di riferimenti alla letteratura classica.
Una volta che questi eminenti figure ebbero dato il loro consenso alla cultura pagana, il problema fu quindi
risolto, e la Chiesa non eliminò dal curriculum i testi pagani nè allestì un sistema di istruzione parallelo, e
per circa due secoli i giovani cristiani continuarono tranquillamente a seguire lo stesso piano di studi dei
loro colleghi pagani. Ciò che i giovani cristiani apprendevano dai docenti pagani, potevano poi trasmetterlo
ai propri allievi se diventavano a loro volta insegnanti; i cristiani inoltre misero a frutto gli insegnamenti
retorici appresi dai pagani applicandoli in una nuova forma retorica, cioè il sermone, tanto usato dai Padri
cappadoci e da San Giovanni Crisostomo.
Nell’opera di Zaccaria Retore, “Vita di Severo” (patriarca monofisita di Antiochia), possiamo apprendere
qualche dato sulla vita studentesca nel corso del primo periodo bizantino. Severo, proveniente da una
famiglia cristiana, fu mandato con i fratelli a studiare grammatica e retorica greche e latine ad Alessandria
(dove Severo incontrò Zaccaria), all’epoca il maggior centro universitario dell’Impero, dove erano presenti
diversi docenti di varie materie (grammatica, retorica, filosofia), che insegnavano nell’edificio scolastico o a
casa propria e che erano per la maggior parte pagani. Tra docenti pagani e studenti cristiani si venne quindi
a creare una certa tensione, e fra i cristiani c’erano attivisti facenti parte di associazioni di zeloti laici
(philoponoi) che si scagliavano contro il paganesimo e ne denunciavano il culto alle autorità (vedi ad es. lo
scontro tra lo studente cristiano Paralio e il docente pagano Horapollo). Severo e Zaccaria si spostarono poi
a Beirut per studiare legge, corso di studi di 4-5 anni (durante i quali gli studenti avevano comunque
opportunità di svago/divertimento). Qui le matricole (dupendii) erano molestate dagli studenti più grandi, e
anche qui gli attivisti cristiani si mettevano in evidenza, reclutando sempre più studenti tra i loro ranghi e
convincendoli a seguire i loro costumi; molti di essi, come lo stesso Severo, divennero monaci. La stessa
Beirut, pur essendo ricca di svaghi, era molto più cristiana di Alessandria; tuttavia c’erano anche qui alcuni
studenti pagani, provenienti da varie parti dell’Impero, contro i quali si manifestò la feroce persecuzione
degli attivisti cristiani (vedi ad es. lo scandalo dei maghi pagani).

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Riassunto mango civiltà bizantina

Nel sesto secolo, Giustiniano, decidendosi a imporre uniformità di credo (l’Ortodossia) a tutti i suoi sudditi,
impose nel 529 la chiusura dell’Accademia di Atene (che tuttavia continuò a funzionare, a livello ridotto,
per alcuni decenni), una legge (poco applicata) che vietava l’insegnamento a pagani, ebrei ed eretici e una
feroce persecuzione contro i pagani, applicata ancora nel 546; nel 562 poi ordinò il rogo di libri pagani. Il
mondo accademico, privato ormai dei sussidi statali, ne risentì fortemente, e alla fine del sesto secolo la
tradizione degli studi superiori era sopravvissuta solo a Costantinopoli, Alessandria e Beirut.
Il crollo definitivo del sistema educativo fu però dovuto alla scomparsa delle città: nelle province infatti
restarono solo sporadiche forme di insegnamento scolastico elementare, e in questa fase oscura si sviluppò
l’abitudine di usare il Salterio come primo libro di lettura del bambino, abitudine radicatasi e proseguita nel
periodo successivo, come dimostra la grande popolarità del testo di grammatica, basato sul Salterio, di
Giorgio Cherobosco (8° secolo), e presente anche a Costantinopoli. Solo qui rimasero studi secondari e
superiori, ma la Scuola universitaria scomparve probabilmente dopo l’Imperatore Eraclio (VII secolo).
All’epoca però continuavano a esistere studi di legge, i cui studenti erano tenuti a non seguire usanze
pagane e costumi volgari.
Nel 726, tuttavia, gli alti funzionari che compilarono la raccolta delle leggi di leone III e Costantino V
(l’Ecloga) ammisero che il significato della legislazione precedente era divenuto del tutto incomprensibile.
Per lo stesso anno, il cronista Teofane registra “l’estinzione delle scuole”.
L’autobiografia di Anania di Sirak (erudito armeno che introdusse alcune scienze nel suo paese) ci fornisce
un quadro del declino dell’istruzione superiore nel settimo secolo: Anania, infatti, in cerca di un insegnante
di filosofia, arrivò a Trebisonda dove studiò alcune discipline scientifiche e arricchì il proprio bagaglio
culturale sotto la guida di Tychikos, insegnante locale che, dopo aver studiato presso diversi centri
dell’Impero ed essersi fatto notare anche dall’Imperatore, aveva istituito nella sua Trebisonda una Scuola di
studi scientifici, che attirava moltissimi studenti provenienti da Costantinopoli; quest’ultima, dove Tychikos
fu anche invitato a stabilirsi dall’Imperatore, era ormai, come molti altri centri dell’Impero, povera di
docenti qualificati.
La tradizione delle belle lettere, invece, si affievolì drasticamente dopo il regno di Eraclio; Siria e Palestina,
pur essendo ormai sotto il dominio arabo, giunsero a mantenere un tasso di cultura greca maggiore di
quella di Costantinopoli, e tra 8° e 9° secolo diede la luce a eruditi importanti quali San Giovanni
Damasceno e Giorgio Sincello. La rinascita degli studi letterari a Costantinopoli cominciò assai lentamente
solo verso la fine dell’8° secolo, quando apparve un gruppo di persone (di alto grado, come i futuri
patriarchi Tarasio, Niceforo e Teodoro Studita) che, attraverso un’istruzione privata, avevano appreso
nozioni di retorica e di filosofia, nozioni che poi trasmisero sempre in via informale alla generazione
successiva. A Costantinopoli c’era poi comunque un piccolo numero di grammatikoi, come i futuri patriarchi
Antonio I Kassimatas e Giovanni VII. In questo ambiente, tra l’altro, venne introdotto un importante
sviluppo tecnico in ambito scrittorio, ovvero l’uso della scrittura minuscola corsiva al posto di quella
maiuscola onciale (meno compatta della corsiva) per la produzione libraria (uso che arrivò a Costantinopoli
intorno al 790 con circa 50 anni di ritardo rispetto all’Europa occidentale, anche se fino alla fine dell’8°
secolo non si presentò una grande domanda di libri); tale innovazione si rese necessaria soprattutto per la
scarsa disponibilità di materiale scrittorio (il papiro fu difficile da reperire con la presa araba di Alessandria
nel 642, mentre la pergamena era poca e costosa).
Il primo vero docente costantinopolitano della fase di rinascita degli studi è Leone il Matematico, il quale,
dopo aver compiuto gli studi secondari a Costantinopoli e quelli superiori nell’Isola di Andros, vagò sulla
stessa isola per apprendere in modo più approfondito le diverse scienze; dopodichè egli tornò a

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Riassunto mango civiltà bizantina

Costantinopoli dove fondò una Scuola in cui insegnava qualsiasi materia l’allievo scegliesse. In questo modo
egli formò studenti che in seguito raggiunsero il successo ognuno nel proprio campo. Quando un giovane
studente di geometria fu catturato dagli Arabi, il califfo Mamun, appassionato di geometria, dopo aver
ammirato le conoscenze del giovane, lo mandò a chiamare il maestro Leone per farlo venire al suo cospetto
e insegnargli la geometria in cambio di ricchezze; tuttavia Leone preferì segnalare questa comunicazione al
suo Ministro degli Esteri. Anche l’Imperatore Teofilo venne informato di questa cosa, e così Leone venne in
qualche modo riconosciuto, con una paga e una cattedra pubbliche. Dopo che il califfo ebbe rinnovato la
sua proposta e l’Imperatore ebbe rifiutato, Leone fu per qualche anno metropolita di Tessalonica,
dopodichè tornò a Costantinopoli dove divenne docente di filosofia in una Scuola di nuova fondazione (su
volere del reggente imperiale Barda), in cui alcuni altri docenti erano suoi ex allievi. Questa nuova
istituzione di insegnamento superiore finanziata dallo Stato, con sede alla magnaura (sito cerimoniale del
palazzo imperiale), aveva un corpo docenti più ridotto rispetto alla Scuola universitaria del 425, e il suo
insegnamento era decisamente più mirato sulle scienze, esclusi legge e latino (era quindi più una scuola per
tecnici che per funzionari statali). La scuola, forse in declino già verso la fine del 9° secolo, creò comunque
una certa tradizione di cultura.
Leone e i suoi ex allievi, inoltre, contribuirono, con alcune loro opere di edizione critica, alla vigorosa ripresa
della filologia del nono secolo, che però è difficile legare all’ambito scolastico. L’erudizione di quell’epoca,
infatti, risulta soprattutto legata a personalità anche importanti, quali ad esempio il patriarca di
Costantinopoli Fozio e l’arcivescovo di Cesarea Areta, che nulla avevano a che fare con il mondo
scolastico/accademico.
La cultura letteraria, dopo l’assenza dalla corte degli imperatori iconoclasti, tornò quindi a guadagnare
importanza presso le sfere alte: letterati/eruditi eminenti furono gli imperatori Leone VI e Costantino VII
Porfirogenito. Quest’ultimo, conscio del declino delle discipline culturali, nominò un certo numero di
eminenti professori (ma non eruditi di professione), si fece attento alle relazioni personali con gli studenti e
rese molti di questi studenti figure importanti in ambito giudiziario ed ecclesiastico.
L’epistolario di un anonimo maestro di scuola, invece, ci informa sullo stato dell’istruzione secondaria a
Costantinopoli nella prima metà del X secolo: egli aveva allievi di tutte le età e insegnava grammatica,
prosodia e retorica in greco antico, con lo scopo di formare futuri burocrati ed ecclesiastici; riceveva rette
non fisse e versate in modo irregolare, e la sua scuola, pur essendo indipendente, riceveva un sussidio dal
patriarca ed era soggetta a controlli ecclesiastici e municipali.
Intorno al 940, inoltre, sappiamo dell’esistenza di un “presidente delle scuole”, ovvero un maestro
professionista che svolgeva anche un compito di supervisione su altri istituti di insegnamento (un po’ sulò
modello delle corporazioni commerciali; questo ruolo denota forse un tentativo di riforma dell’istruzione
secondaria.
Delle sorti dell’istruzione bizantina nel periodo 940-1040 non sappiamo quasi nulla; questo nonostante il
fatto che in questo periodo furono compiute, per volere di Costantino VII Porfirogenito, alcune grandi
imprese enciclopediche (es. la Suda), che tuttavia non sono ricollegabili all’ambito accademico; l’accumulo
di tutte queste nozioni, inoltre, non servì neanche a nutrire le successive generazioni di studiosi, dato che
dopo Costantino VII il patrocinio imperiale agli studi svanì, per essere poi ripreso solo da Costantino IX.
Durante l’XI secolo, con l’intensificazione della vita urbana e la nascita di una nuova borghesia, si ebbe un
clima intellettuale più vivace, dominato da Michele Psello (“console dei filosofi”) e dal suo gruppo di eruditi
(fra cui c’era anche Niceta Coniata). Nel 1047 fu istituita una scuola di legge a patrocinio statale, presieduta
da Xifilino, e forse nel contempo fu istituita anche una scuola di filosofia presieduta da Michele Psello; le

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Riassunto mango civiltà bizantina

due scuole, tuttavia, non durarono a lungo. In questo secolo le scuole secondarie furono molte di più di
quelle del decimo secolo, e molte di esse erano collegate alle chiese e gestite dal patriarca, ma fornivano
comunque gli insegnamenti del grammatikos. L’originalità di questo periodo, tuttavia, sta nel fatto che
emersero intellettuali (Psello, Xifilino, ecc.) che erano in primo luogo insegnanti e che acquisirono grande
notorietà e posizioni di rilievo, a corte e nella Chiesa, grazie al loro insegnamento e alla loro erudizione;
tuttavia, il gruppo di questi intellettuali non durò più di 50 anni.
Michele Psello, pur non essendo un filosofo originale, fu un uomo assai curioso e si interessò a tantissimi
campi della conoscenza, e il suo insegnamento ricopriva un’area assai vasta di materie; arrivò persino a
interessarsi a dottrine legate all’occulto. Psello cominciò la sua ricerca filosofica prescindendo dal poco che
si diceva tra i suoi contemporanei e dedicandosi quindi allo studio dei filosofi greci più importanti (le sue
preferenze andarono a Platone e ai Neoplatonici); da qui pervenne allo studio della matematica, e da essa
poi giunse a studiare tutte le altre scienze, senza escludere la retorica. Si spinse quindi allo studio
dell’occulto e della mistica, affermando poi di aver raccolto la propria sapienza non da fonti già correnti, ma
ancora ostruite e da lui dissuggellate. Pur avendo sconfinato nel campo dell’occulto, però, Psello fu sempre
attento a “genuflettersi” dinanzi ai testi dei Padri cristiani, e non venne mai accusato di empietà o di
corruzione intellettuale dei suoi studenti.
Tali accuse furono invece mosse al suo successore, Giovanni Italo, il quale, giunto a Costantinopoli dall’Italia
meridionale intorno al 1050, studiò filosofia sotto la guida di Psello e poi insegnò a sua volta per alcuni anni,
succedendo infine al suo maestro come “console dei filosofi”. Giovanni, che ebbe grande seguito fra gli
studenti e che godette della protezione della potente famiglia dei Doukai, verso la fine dell’XI secolo fu
accusato per due volte di empietà, e la seconda volta gli fu intentato un vero e proprio processo, al
cospetto di autorità laiche ed ecclesiastiche, in cui si dichiarò, anche attraverso delazioni compromettenti,
insoddisfacente la sua professione di fede; dopo una dimostrazione spontanea del livore popolare nei suoi
confronti, egli ricevette l’anatema e un divieto di insegnamento, e alla fine fu relegato per sempre in un
monastero. Il processo intentato contro Giovanni, comunque, aveva ragioni politiche, e le accuse mosse
contro di lui erano inventate; tutto questo nonostante le alte sfere del clero nutrissero grande simpatia per
lui. Egli fu abbandonato anche da alcuni suoi studenti, che si dissociarono da lui per essere giudicati
innocenti. Le misure prese contro Italo danno quindi l’impressione di essere state prese solo ad personam.
Al Synodicon dell’Ortodossia, poi, fu aggiunto un capitolo speciale con l’anatema contro Giovanni, reo di
aver contaminato la fede cristiana con idee pagane e occulte. Il processo a Giovanni risulta importante
perchè era dall’epoca giustinianea che un intellettuale non subiva una condanna per il contenuto del
proprio insegnamento (diverso era per i leader religiosi). Giovanni, comunque, è dipinto dalle fonti (es.
Anna Comnena) come un uomo barbaro e rozzo, privo di competenze letterarie e retoriche, ma totalmente
immerso nella sua filosofia; un fenomeno nuovo, quindi, sulla scena intellettuale bizantina, giudicato
negativamente anche dai colleghi eruditi.
Dopo il caso di Giovanni Italo, la Chiesa di Costantinopoli assunse il diretto controllo dell’istruzione, e, se già
tra X e XI secolo la Chiesa partecipava in qualche modo al funzionamento dell’istruzione, a partire dal 1100
troviamo un sistema integrato di istruzione secolare e religiosa: esso era costituito da una rete formata da
sei scuole secondarie di Costantinopoli (tutte collegate a chiese) che culminava in un corso di esegesi biblica
condotto da tre docenti (rispettivamente per Salterio, Epistole e Vangelo, quest’ultimo insegnato dal
“Maestro Universale”, oikoumenikos didaskalos); erano contemplati anche studi di retorica. Gli insegnanti
di più alto livello, integrati nella gerarchia patriarcale, terminavano la propria carriera come vescovi in sedi
importanti (es. Eustazio vescovo di Tessalonica). La Scuola Patriarcale, che dominò la scena didattica di

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Riassunto mango civiltà bizantina

Costantinopoli fino al 1204, non contemplava lo studio della filosofia, che nel periodo tra Teodoro di Smirne
(allievo di Giovanni Italo) e il patriarca Michele (fine dodicesimo secolo) non ebbe un suo “console”.
Nel dodicesimo secolo il campo dell’istruzione fu scosso dal culmine di un antico conflitto, quello che
vedeva contrapporsi la Chiesa e l’insegnamento filosofico, il quale, per molto tempo intermittente ma poi
esploso nell’XI secolo come “nuova ricerca” (nea zetesis) dallo spirito secolare, dovette essere represso.
A partire dal settimo secolo, tra l’altro, era cominciata a sparire la distinzione tra studi secondari e studi
superiori, e i pochi tentativi imperiali di istituire Scuole universitarie aveva portato a scarsi risultati. Dunque
non vi fu una tradizione continua di studi superiori, ed è quindi eloquente il motivo ricorrente della
“riscoperta della cultura” (vedi le esperienze di Leone il Matematico e Michele Psello), accompagnato
spesso dal patrocinio imperiale. Le sole tradizioni continue, vive solo a Costantinopoli, furono quelle di
legge e di grammatica/retorica, queste ultime insegnate da grammatikoi che spesso si rivelavano
estremamente conservatori (vedi per es. Niceforo Basilace), fermi su esercizi di stile dai contenuti ormai
antichi e inutili. Tuttavia, essendo assai esiguo il numero di studenti che nei diversi secoli seguì
insegnamenti di grammatica/retorica, le competenze in ambito letterario/retorico definivano nettamente
una certa classe sociale, costituita da professionisti di buona famiglia che erano in grado di farsi notare
attraverso la propria abilità nell’uso delle lettere (e ciò potrebbe spiegare l’uso inveterato di contenuti
antichi e utili solo per farsi ammirare per la propria cultura).
L’istruzione monastica bizantina, invece, non andò mai oltre il livello elementare: si istruivano i giovani
novizi analfabeti attraverso l’uso dei testi sacri (imparati a memoria per ridurre il bisogno di familiarità con
la scrittura); l’istruzione dei “fanciulli laici” nei monasteri, invece, era considerata inopportuna e fu
scoraggiata per tutta l’età bizantina.

PARTE SECONDA - IL MONDO CONCETTUALE DI BISANZIO

CAPITOLO SETTIMO - IL MONDO INVISIBILE DEL BENE E DEL MALE


Per l’uomo bizantino il soprannaturale esisteva in modo molto reale e familiare. L’altro mondo, oltre a
venire in contatto continuo con la vita di ogni giorno, costituiva anche quella realtà superiore e atemporale
di cui l’esistenza terrena era solo un breve preludio. Nella visione cristiana dei Bizantini, Dio e il Regno dei
Cieli erano immaginati come una replica su grande scala della corte imperiale costantinopolitana, e
addirittura si arrivava a pensare che la corte imperiale fosse solo un debole riflesso della corte celeste; la
reciproca rassomiglianza era quindi data per scontata.
Alcuni testi ci forniscono informazioni su come veniva visualizzato il Regno dei Cieli: fra di essi troviamo la
“Prodigiosa ed edificante visione del monaco Cosma”, uomo del X secolo il quale, dopo essere stato
ciambellano imperiale, si ritirò a vita monastica in Asia Minore diventando poi abate; durante un periodo di
grave malattia, un giorno Cosma andò in stato di trance per sei ore, e il giorno dopo descrisse ai confratelli
la sua visione: egli aveva visto alla sua sinistra molti piccoli uomini dai volti anneriti e dai connotati orrendi
(=i demoni), i quali lo avevano trascinato su una rupe incombente sull’abisso del Tartaro; condotto poi
davanti a una grande porta, Cosma si era trovato di fronte un gigante dai connotati orribili, che lo avrebbe
afferrato se non fossero intervenuti due vegliardi, cioè gli apostoli Giovanni e Andrea: essi, dopo averlo
salvato, lo avevano accompagnato attraverso la porta e insieme erano passati per una città, poi per una
bella pianura in cui avevano trovato il vegliardo Abramo circondato da bimbi, infine per un grande uliveto
dove avevano trovato molte tende (=le “molte dimore della casa del Signore”) nelle quali giacevano molti
personaggi già morti che Cosma aveva conosciuto. Alla fine erano giunti in una città di bellezza inenarrabile,

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Riassunto mango civiltà bizantina

caratterizzata da mura ed edifici costruiti con materiali preziosi, da luce ignota e soave profumo e da
assenza di esseri viventi; quindi i tre erano saliti in vetta alla città, dove si trovava un mirabile palazzo, e una
volta entrati in esso avevano trovato un enorme salone in cui si estendeva una lunga tavolata ricca di ospiti:
qui due eunuchi avevano accolto Cosma e gli avevano offerto un posto a tavola, attorno alla quale egli
aveva riconosciuto molti personaggi di ambiente imperiale e monastico; poi gli eunuchi erano tornati e
avevano ordinato che Cosma fosse ricondotto indietro dai suoi confratelli (dato che l’Imperatore aveva
acconsentito a che egli tornasse alla vita monastica), passando però per un percorso diverso e portando al
suo posto un altro monaco. Quindi i tre avevano fatto ritorno alla grande porta, passando per sette laghi
dove molti peccatori erano sottoposti a supplizi, e riincontrando poi Abramo; infine alla porta il gigante gli
aveva promesso che avrebbe perseguitato lui e il suo monastero. Poi Cosma si era risvegliato.
Il fatto che Cosma sia stato ciambellano prima che monaco spiega la vividezza della descrizione del palazzo
celeste, che risulta in tutti i suoi elementi assai simile al palazzo imperiale (ma rispetto ad esso più grande e
più splendido). L’equivalenza palazzo imperiale = palazzo celeste è comunque un luogo comune del
pensiero bizantino: ciò è testimoniato per esempio dal componimento poetico encomiastico di Giovanni
Mauropode, letterato dell’XI secolo che, accolto alla corte di Michele IV, esprime in tale componimento il
desiderio di continuare a essere accolto con favore, simulando il timore che gli angeli alati dell’Imperatore
lo respingano alle porte del palazzo e che, una volta superato l’ostacolo e accostatosi al trono, i cherubini lo
colpiscano con le fiamme; tuttavia suggerisce che all’interno del palazzo si potrebbe trovare anche Cristo.
Il seguito di Dio era costituito innanzitutto da schiere di angeli stratificate e differenziate: gli angeli erano in
numero infinito e formavano un vero e proprio esercito di Dio con tanto di gerarchia; essi erano inoltre
emissari speciali e ciambellani di Dio, e sulla Terra svolgevano diverse funzioni a seconda del loro rango,
compresa la protezione di persone e beni. Tuttavia, i Bizantini non elaborarono mai un sistema angelologico
coerente e generalmente accettato. Essi avevano comunque una buona familiarità con gli angeli biblici, li
invocavano spesso nelle loro liturgie e li rappresentavano sovente nelle decorazioni delle chiese, pur
facendo confusione circa i loro tratti distintivi. Fra gli arcangeli Michele (archistrategos = comandante in
capo delle schiere celesti) e Gabriele erano i più venerati, mentre gli altri erano presenti specialmente nelle
liturgie legate all’occulto. La Chiesa delle origini si era fermamente opposta al culto degli angeli (vedi San
Paolo ai Colossesi, il Concilio di Laodicea del IV secolo, Teodoreto di Cirro nel V secolo), ma le condanne si
rivelarono di scarso profitto, poichè il culto di San Michele continuò e si sviluppò in tutto l’Impero. In merito
alla natura degli angeli c’erano due opinioni leggermente divergenti:
- la prima (più antica) sosteneva che gli angeli non fossero puro spirito ma consistessero di una
materia finissima visibile solo a uomini di particolare santità
- la seconda (più diffusa) sosteneva invece che gli angeli fossero immateriali ma capaci di assumere
forma corporea (e quindi adatti a essere rappresentati), solitamente quella di bellissimi giovinetti
eunuchi (vedi l’angelo custode di Santa Sofia, l’angelo descritto nella Vita di Sant’Andrea il Folle, le
descrizioni di Michele come capo-eunuco).
In effetti gli angeli, esseri asessuati che agivano come attendenti di Dio, avevano il loro più prossimo
corrispondente terreno negli eunuchi del palazzo imperiale, a capo dei quali vi era il praepositus sacri
cubiculi (omologo di San Michele); inoltre, per i Bizantini non c’era alcun problema se un eunuco occupava
la posizione di comandante militare, perchè questa era pratica comune (vedi Narsete, generale di
Giustiniano).
La corte di Dio, oltre agli angeli, comprendeva anche i santi e, a un livello privilegiato (paragonabile a quello
della famiglia dell’Imperatore), Maria Theotokos (=Madre di Dio) e San Giovanni Battista, i quali appaiono

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Riassunto mango civiltà bizantina

insieme a Cristo in uno dei più diffusi tipi di icona bizantina, la Deesis. La Vergine Maria, detentrice di un
primato nel pantheon cristiano, aveva un ruolo particolarmente importante per i Bizantini perchè era
patrona/protettrice di Costantinopoli, ruolo che aveva assunto in virtù dell’arrivo nella capitale di due
veneratissime reliquie:
- il Cinto (zone), portato da Giustiniano da Zela (Asia Minore) o da Arcadio da Gerusalemme,
conservato nella Basilica di Santa Maria al Mercato del Rame (Chalkoprateia)
- il Velo (maphorion), portato dai patrizi Galbio e Candido (V sec.) da Cafarnao, conservato nei pressi
della Basilica di Santa Maria delle Blacherne; i suoi poteri miracolosi si manifestarono nel
salvataggio di Costantinopoli durante alcuni dei più gravi attacchi della storia della capitale
A parte San Giovanni Battista (molto venerato a Costantinopoli), profeti, sacerdoti e patriarchi dell’Antico
Testamento ebbero un ruolo minore nella devozione bizantina. Tra i santi del Nuovo Testamento, invece, gli
apostoli, pur essendo al vertice della gerarchia e molto venerati, non erano i più popolari, quali erano
invece santi dalle figure vaghe e indistinte, che raggiunsero tale popolarità in virtù dell’espansione di un
loro culto locale (vedi per esempio San Nicola di Mira, personaggio semisconosciuto vissuto forse nel IV
secolo, che, avendo già un culto locale ben sviluppato, vide la sua fama espandersi nell’Impero (forse grazie
ai marinai bizantini) e che a partire dal sesto secolo fu oggetto di attribuzione di storie di salvataggi e di
poteri miracolosi, dedica di chiese e rappresentazione in mosaici, fino ad acquisire, nel nono secolo, lo
status di grande dottore della Chiesa Ortodossa; oppure San Demetrio di Tessalonica, figura anch’essa
indefinita, forse una vittima della persecuzione dioclezianea, il quale, originariamente venerato a Sirmio,
vide poi il proprio culto spostarsi a Tessalonica, nuova capitale della prefettura dell’Illirico, dove fu costruita
una basilica in suo onore e dove egli divenne santo militare, difensore della città; sia San Nicola sia San
Demetrio ottennero l’epiteto di myrobletes, ovvero detentori di un sepolcro che emetteva olio santo). La
mentalità medievale, infatti, non provava interesse per la storicità dei santi: ciò che contava era l’esistenza
di un culto locale che forniva al santo una “base di potere”; il carattere di vaghezza della figura del santo
non costituiva un ostacolo per il suo ruolo, ma era anzi un vantaggio, poichè in questo modo gli si potevano
attribuire tutte le virtù immaginabili (cosa che non sarebbe stata possibile se il santo avesse posseduto una
personalità storica ben definita). Il bizantino medio credeva che ciascun santo risiedesse innanzitutto nella
sua chiesa principale (e, in grado minore, nelle altre chiese a lui dedicate), nelle sue reliquie e nelle sue
icone, e da qui l’importanza dei pellegrinaggi (testimonianze di ciò ci vengono ad esempio da Giovanni
Mosco, che nel 600 circa ci parla di un anacoreta palestinese amante dei martiri a tal punto da fare lunghi
viaggi verso città lontane per andare “dai santi”, a incontrarli; e da Gregorio, biografo di San Basilio il
Giovane, che nel X secolo, dovendosi una volta recare nella sua tenuta tracia per il raccolto estivo, aveva
pregato Santo Stefano di proteggerlo durante il viaggio, ma arrivato a destinazione fu vittima di una strega
che lo fece cadere in coma, al che Santo Stefano, invocato nuovamente da Gregorio, gli rispose che aveva
dovuto visitare tutte le chiese a lui dedicate prima di potersi recare lì, e poi lo fece guarire attraverso una
preghiera). Fra i Bizantini aveva molta importanza il concetto di parrhesia, termine che in greco antico
aveva significato “libertà di parola” ma che in greco bizantino venne sempre di più a designare quella sorta
di familiarità o di “accesso” che il signore concedeva al cortigiano favorito: tale concetto, applicato in
ambito terreno all’istituto del patronato (in base al quale il patrono, personaggio influente, intercedeva per
conto dei propri protetti presso le persone autorevoli, facendo valere la propria importanza), era
applicabile anche in ambito celeste, poichè il santo protettore, sul modello del patrono “umano”, ricevuti e
apprezzati i “servizi” dei propri protetti (che divenivano così persone grate al santo), avendo accesso al
cospetto di Dio, poteva ottenere da Lui favori per i propri clienti. Il biografo Gregorio ci spiega bene questo

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Riassunto mango civiltà bizantina

meccanismo, osservando le analogie tra il sistema santi-Dio e quello patroni-Imperatore e insistendo quindi
sull’importanza di accattivarsi il favore di qualche santo attraverso ogni mezzo; d’altra parte, già nel VII
secolo troviamo testimonianze di persone che, affidatesi alla protezione di un santo (es. Sant’Artemio), si
lamentano deluse dell’assenza di sostegno da parte del santo nei momenti di bisogno (e lo stesso fece poi
nel X secolo lo stesso Gregorio).
Per quanto riguarda invece le forze delle tenebre, ovvero i demoni, per l’uomo bizantino essi non erano
solo una superstizione, ma una realtà concreta: egli infatti interpretava tutta la sua vita quale terreno di
battaglia tra forze del bene e forze del male (ciò vale in particolare per il monaco, abituato a usare una
fraseologia militare per quanto riguardava la lotta contro i demoni). Nella categoria dei demoni i Bizantini
comprendevano una grande varietà di spiriti, ciascuno dei quali aveva una funzione o un’ubicazione ben
precisa. Al livello più primitivo troviamo gli spiriti maligni della natura, all’apparenza di matrice pagana, che
potevano trovarsi dappertutto (soprattutto sottoterra) e che, una volta liberati, potevano impossessarsi di
chiunque; riferimenti a questi demoni sono presenti in una preghiera esorcistica falsamente attribuita a San
Basilio, che ne dà un’enumerazione, e in molte Vite dei Santi (nella Vita di San Nicola di Sion, santo alle
prese, nel VI secolo, con un cipresso abitato dal demonio; nella Vita di San Teodoro di Sicione, santo che
affrontò una variegata moltitudine di demoni, dalle belve demoniache incontrate in giovinezza agli spiriti
scacciati da villaggi vicini grazie alla sua presenza, dai demoni fuoriusciti da una collina scavata e
impossessatisi di abitanti e animali di un villaggio agli spiriti fuoriusciti da un fosso scavato da un ricco
signore, fino ai demoni fuoriusciti da tombe pagane profanate in diversi villaggi e impossessatisi degli
abitanti in forma di animali). In tali narrazioni emergono alcuni dati importanti: in primo luogo si può notare
come i demoni dimostrino un forte sentimento “locale”; in secondo luogo i demoni erano legati alle
reminiscenze del paganesimo antico (l’identificazione dei pagani = demoni è un luogo comune del pensiero
cristiano antico), ancora vive, per esempio, grazie alla sopravvivenza di rappresentazioni pagane su
sarcofagi marmorei reimpiegati. I demoni erano sempre pronti a penetrare nei corpi di umani e animali,
dove potevano vivere per molti anni comportandosi da parassiti e causando morbi e disturbi dei sensi; tali
morbi, che andavano oltre le competenze dei medici, potevano essere affrontati solo dall’esorcista, il quale
spesso era costretto a usare metodi di cura violenti, anche se poi, una volta che lo spirito demoniaco era
stato espulso dal corpo della vittima (lasciata alla fine priva di coscienza), la guarigione era completa. Oltre
ai demoni “di truppa” c’era anche la categoria degli ufficiali con funzioni specializzate (es. demoni della
fornicazione, della noia, dell’accidia, della sonnolenza, ecc.); alcuni di questi occupavano un rango militare
nella gerarchia infernale, stando a capo di truppe di demoni (es. il demone dell’Ippodromo). Il demone
bizantino era di solito ridotto piuttosto male, e assumeva di solito forme animali o umane; era codardo e
bugiardo, emanava cattivo odore e fra i suoi approcci di attacco c’erano il suggerire pensieri di varia natura
alla vittima, lo spaventare la vittima, la violenza fisica su di essa, l’avanzare predizioni. Più santo era un
uomo, più il diavolo cercava di insidiarlo; tuttavia il sant’uomo di solito possedeva il dono del
“discernimento degli spiriti”, e una volta fiutato il pericolo poteva mettere in fuga il demone con il segno
della croce o con la recitazione del Salmo 68. In ultima analisi, comunque, i demoni non avevano potere.
La vita sulla terra veniva dunque vissuta su due livelli, il visibile e l’invisibile (il più significativo). I comuni
mortali non erano consapevoli della disputa spirituale che si combatteva per la loro salvezza, perchè di ciò
erano consci solo i sant’uomini. L’atto finale di questa disputa avveniva con la morte della persona, quando
i demoni accorsi al capezzale del morente per appropriarsi della sua anima dovevano scontrarsi con
l’angelo custode individuale. L’anima, secondo una credenza forse di origine egiziana (e ripresa fra gli altri
dalla Vita di Sant’Antonio e da San Simeone il Folle), una volta staccatasi dal corpo, doveva viaggiare

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Riassunto mango civiltà bizantina

nell’aria e fermarsi presso 21 “posti di dogana” (telonia) gestiti da demoni, ognuno dei quali rappresentava
un peccato terreno; i demoni esaminavano l’operato terreno dell’anima e permettevano all’anima di
procedere solo dietro pagamento di una tassa calcolata in opere buone; altrimenti l’anima veniva catturata
all’istante. La gran parte delle anime veniva a cadere presso le dogane di fornicazione e adulterio. I demoni
gabellieri possedevano registri (kodikes) molto dettagliati in cui erano annotate tutte le specifiche
trasgressioni con relative date e nomi dei testimoni, e le voci venivano cancellate dal registro solo dietro
piena confessione ed espiazione del peccato terreno. Tale credenza sembra rispecchiare in pieno il sistema
burocratico bizantino della vita terrena. La Chiesa Ortodossa, comunque, non approvò mai la credenza dei
telonia, e la questione del destino dell’anima dopo la morte era rimasta in sospeso. Continuava intanto
l’abitudine di elargire preghiere e offerte per il defunto per modificarne/alleviarne il destino ultraterreno;
in alcune zone si riteneva che l’anima, dopo la morte, compiuto entro 40 giorni un tour dei propri luoghi
terreni e dei luoghi dell’oltretomba, e sottomessasi al Signore, ricevesse un sito in cui soggiornare; secondo
Gennadio Scolario (XV secolo), le anime dei giusti ascendevano direttamente al cielo, le anime dei peccatori
andavano direttamente all’inferno, mentre le anime “medie” avevano tre possibilità: la relegazione
temporanea nel paradiso terrestre, la permanenza in un purgatorio o la sequenza dei telonia (nella forma di
un lento soggiorno o di uno smistamento continuo utile all’anima per la sua purificazione dalle mancanze
avute in vita; questa terza opzione era considerata la più verosimile, essendo testimoniata tra l’altro da un
grande corpus di tradizione). Le anime, una volta divise in classi, attendevano il Giudizio Universale, che
non era proprio un giudizio ma una sorta di grande corteo imperiale durante il quale le sentenze già in
essere diventavano permanenti.

CAPITOLO OTTAVO - L’UNIVERSO FISICO


Seppure in alcuni periodi qualche intellettuale bizantino si dedicò allo studio della speculazione scientifica
(cosmologia, geografia, ecc.) degli antichi Greci, copiando e commentando opere di autori antichi, il
Bizantino medio, che pure si interessava al mondo che lo circondava, non interessava molto tale
speculazione antica, poichè per lui i problemi di scienza naturale rientravano nell’esegesi biblica e potevano
essere risolti dalle autorevoli discussioni incentrate sui Sei Giorni della Creazione (Hexaemeron), argomento
trattato con alcune difficoltà nel primo capitolo della Genesi, nel quale si legge che:
- il primo giorno Dio creò il cielo e la terra, le tenebre e la luce (il “giorno”)
- il secondo giorno Dio creò il firmamento (il “cielo”)
(qui si può rimanere perplessi, poichè non si spiegherebbe la presenza di mattina/sera e
luce/tenebre nei primi tre giorni in assenza di Sole e Luna, creati solo il quarto giorno); non si
capirebbero inoltre alcune differenze di termini usati, come abisso/acqua e cielo/firmamento, e la
presenza di acque sopra il firmamento)
- il terzo giorno Dio ordinò a tutte le acque sotto il cielo di riunirsi per permettere la formazione
dell’asciutto (le acque riunite furono chiamate “mari”, mentre l’asciutto fu chiamato “terra”)
(qui non si comprenderebbero l’attesa dell’acqua di un comando di Dio per ritirarsi, il riferirsi del
testo talvolta a un solo mare e talvolta invece a molti mari, la creazione di erba e alberi da frutto in
assenza del Sole)
- il quarto giorno Dio creò il Sole, la Luna e le stelle, mettendoli nel firmamento
- il quinto giorno Dio creò pesci e uccelli
- il sesto giorno Dio creò altri animali terrestri e l’uomo (creato a immagine e somiglianza... di Dio?)

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Riassunto mango civiltà bizantina

Ulteriori enigmi/dubbi, di natura geografica, permarrebbero sulla descrizione del paradiso terrestre nel
secondo capitolo della Genesi, laddove si legge che tale paradiso terrestre era posto in una regione
orientale e ne nascevano quattro fiumi, Fison, Ghihon (Nilo), Tigri ed Eufrate (non si comprenderebbe come
questi fiumi, notoriamente lontani fra loro, possano sorgere tutti dallo stesso luogo, e non si
comprenderebbero l’impossibilità di raggiungere il paradiso terrestre attraverso tali fiumi e l’impossibilità
di localizzarlo). Un’importante omissione del testo della Genesi, tra l’altro, riguarda il fatto che nulla viene
detto a proposito della creazione degli angeli (mentre in base al Libro di Giobbe essi sarebbero stati
presenti già il quarto giorno) e sulla caduta di Satana.
Il tentativo di riconciliare testo biblico e concezione del mondo generalmente accettata nell’antichità era
stato intrapreso già prima dell’inizio dell’età bizantina, con alcuni esegeti che fornirono risposte poi
divenute definitive:
- I sec. a.C.: Filone Alessandrino risolve l’enigma della creazione dell’erba e degli alberi prima della
creazione del Sole (essi furono creati prima perchè gli uomini non attribuissero la crescita della vegetazione
all’azione del Sole, e quindi per evitare l’idolatria); interpreta correttamente il passo in cui si direbbe che
alcuni corpi celesti, “distinguendo segni e stagioni”, annunciano i cambiamenti meteorologici e consentono
quindi agli uomini di avanzare utili predizioni (il passo, quindi, non giustificherebbe l’astrologia); interpreta
(senza favore) il primo giorno della creazione come riferimento a un mondo ideale illuminato da una luce
intellettuale
- II sec. d.C.: Teofilo di Antiochia sostiene che il cielo creato il primo giorno non sia quello a noi visibile ma
un altro più in alto di foggia simile a quella di una volta; interpreta la “terra” come base o fondamento,
l’”abisso” come moltitudine delle acque, metà delle quali furono elevate sopra il firmamento per fornire
piogge (teoria abbandonata), temporali, rugiade (teoria mantenuta), mentre l’altra metà fu lasciata sulla
terra per fiumi, mari e sorgenti; introduce alcune comparazioni simboliche divenute standard (luna calata-
rinata=uomo, grandi pesci/uccelli carnivori=persone avide e trasgressori delle leggi, quadrupedi=uomini
senza nozione di Dio); sostiene la partecipazione del Logos/Figlio alla creazione dell’uomo
- III sec.: Origene (interpretazioni rimaste marginali)
- IV sec.: San Basilio rifiuta tutte le teorie pagane sull’universo (da lui considerate inutili vanità), che, date le
contraddizioni reciproche, non hanno bisogno di essere confutate, perchè si eliminano da sole; si mostra
pienamente fiducioso, al contrario, delle certezze/verità fornite da Mosè (ritenuto autore della Genesi), il
quale, istruito da sapienti egiziani, potè vedere direttamente Dio nelle sue contemplazioni; sostiene che la
Bibbia deve essere intesa letteralmente e non allegoricamente, e che se essa tace su qualcosa è perchè
questo qualcosa non deve riguardarci; afferma che l’universo ha uno scopo morale, ovvero è una scuola
che istruisce le anime ragionevoli e le guida alla contemplazione dell’invisibile, e quindi lo studio del mondo
deve essere condotto da uno spirito purificato, libero e devoto; sostiene che il mondo non è eterno, ma ha
avuto un inizio (prima del quale c’era forse una sua condizione precedente illuminata da una luce spirituale
e atemporale) e una fine, con coincidenza tra creazione del tempo e creazione del cielo superiore (fumoso),
il quale è stato creato a mo’ di volta, e con basamento terrestre nelle mani di Dio; sostiene che il
firmamento, composto da una sostanza ferma e resistente, deve essere distinto dal cielo creato il primo
giorno, e che potrebbero esserci un terzo cielo o addirittura più cieli; afferma che le acque sopra il
firmamento possono non cadere perchè il sopra-volta potrebbe non essere convesso ma in piano; sostiene
che le acque sono un agente di raffreddamento fornito da Dio in quantità tale da controbilanciare l’azione
del fuoco, necessaria alla vita e destinata comunque a prevalere; afferma, in risposta al dubbio sull’attesa di
un comando a precipitare da parte dell’acqua, che essa poteva essere priva, prima del terzo giorno, della

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Riassunto mango civiltà bizantina

sua attuale proprietà di fluire verso il basso, e che potrebbe aver assunto tale proprietà proprio grazie al
comando divino; sostiene invece, riguardo al dubbio sulla quantità dei mari esistenti, l’esistenza di un unico
mare, con un proprio posto assegnato e con un’impetuosità controllata. Basilio, quindi, pur essendo
costantemente alla ricerca di certezze reperibili nella Bibbia, si accontenta di sorvolare su alcuni grandi
problemi della cosmologia e si rifugia in un indifferentismo dovuto forse all’impossibilità, per un uomo colto
come lui, di accettare le conclusioni ingenue che derivavano da un’interpretazione letterale del testo
biblico.
- IV sec.: San Giovanni Crisostomo (persegue un approccio di tipo allegorico su questi problemi ma non
riesce a soddisfare il pubblico)
- Scuola di Antiochia: scuola esegetica che costruì un sistema interamente biblico, attraverso maestri quali:
- (Teofilo di Antiochia)
- Diodoro di Tarso (IV sec.): (autore di Contro il fato, opera perduta ma analizzata dal patriarca
Fozio) rifiuta l’idea di un universo sferico sostenuta dai filosofi naturalisti, tacciata da Diodoro di
astrologia e paganesimo, e, con il proposito di sovvertire il sistema astrologico, concepì un’idea di
universo in base alla quale esistono due cieli, quello superiore invisibile, creato insieme alla terra,
con funzione di tetto, e quello inferiore visibile, contenuto da quello superiore di cui forma la base,
mentre la terra è una sola; lo spazio celeste, a forma di volta (forma spiegata con testimonianze di
tipo cosmologico e meteorologico), è stato assegnato alle potenze superiori, quello inferiore invece
agli esseri visibili
- Severiano di Gabala (IV sec.): autore di omelie sullo Hexaemeron, in cui egli paragona l’universo a
una casa a due piani, in cui il solaio che li separa è il cielo visibile (firmamento), composto da
ghiaccio, che sostiene le acque superiori e controbilancia il fuoco degli astri; parte delle acque
superiori ricade a terra sotto forma di rugiada, e le stesse acque superiori riflettono verso il basso la
luce solare e lunare. Paragona poi la struttura dell’universo a quella del corpo umano (cervello-
palato-resto). Per lui il fluire tardivo verso il basso delle acque è dovuto al fatto che la terra, creata
inizialmente piatta, ebbe montagne e avvallamenti solo dal terzo giorno, quando l’acqua potè
finalmente fluire verso il basso (ciò sarebbe provabile dall’osservazione della morfologia terrestre).
Sole e Luna, creati indipendentemente dal cielo, gli furono poi apposti, l’uno a oriente e l’altra a
occidente; il Sole, che non sorge sempre nello stesso posto, compie un viaggio di lunghezza
variabile (il che determina la durata variabile del giorno) e di notte attraversa le regioni
settentrionali, coperto da un muro e dalle acque; il ciclo lunare, invece, simboleggia la vita umana e
garantisce la possibilità della risurrezione. Per Severiano la creazione degli angeli non è menzionata
dal testo della Genesi perchè, essendo stato esso composto in un’epoca in cui gli Ebrei erano
ancora avvezzi all’idolatria, il Legislatore non voleva fornire un pretesto per un loro ritorno a tale
errore; il silenzio biblico circa i quattro elementi, invece, non deve sorprendere, perchè essi sono i
fondamenti per cielo e terra, e il fuoco della terra, in particolare, presenta nella sua natura analogie
con quello celeste e immateriale delle potenze superiori (analogie dimostrate dal fatto che
possiamo mutuare il fuoco dal Sole). Severiano, ricevendo dal proprio pubblico la critica di
insegnare fisiologia al posto della teologia, rispondeva che la fisiologia, praticata anche da profeti e
apostoli, forniva dopo la teologia il più sicuro fondamento teorico della religione.
- Pseudo-Cesario (autore anonimo del VI sec.) riprende nei suoi Dialoghi (summa di conoscenze
teologiche e scientifiche utili, in forma di domanda-risposta, che ebbe grande fortuna nei secoli
successivi) il sistema ideologico di Severiano (insieme a idee di altri autori), aggiungendovi però

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Riassunto mango civiltà bizantina

alcune idee proprie: osserva che il Fison è in realtà il Danubio, fiume che d’inverno si ricopre di uno
strato di ghiaccio molto resistente, che impedisce all’acqua che vi piove sopra di mescolarsi con
quella che vi scorre sotto; osserva poi che il firmamento non viene sciolto dal calore del Sole perchè
esso in confronto è piccolissimo; il Sole inoltre sarebbe in continuo movimento proprio per non
danneggiare il firmamento; a differenza di Severiano, che intende il Sole attaccato al firmamento,
Pseudo-Cesario lo vuole sospeso a mezz’aria per la leggerezza della sua sostanza; il vento non lo
smuoverebbe perchè soffia molto più giù, vicino alla superficie terrestre, e perchè non ha
comunque la forza di smuovere un corpo così grande; Sole e Luna, poi, se fossero veramente
attaccati al firmamento, graffierebbero con il loro movimento la superficie della volta celeste; di
notte il Sole, secondo Pseudo-Cesario, viene nascosto dalle alture del territorio asiatico, e più a
nord è schermato da acque e vegetazione e i suoi raggi vengono riflessi obliquamente dal
firmamento.
- Cosma Indicopleuste (VI sec.), mercante alessandrino autore della Topografia cristiana, testo in cui
egli sistematizza la gran parte delle idee dei suddetti autori arricchendo il tutto con grafici e ricordi
di esperienze personali (aveva infatti visitato molte delle terre conosciute, le quali furono da lui
descritte in una precedente opera geografica, unica nel suo genere in tutta l’età bizantina per il suo
basarsi sull’esperienza personale, ma andata perduta). Cosma immagina un universo a forma di
parallelepipedo con coperchio a volta (tipo baule per vestiti), con la Terra, di forma rettangolare, a
costituirne la base; la Terra sarebbe poi circondata da ogni lato dall’Oceano, non navigabile, al di là
del quale ci sarebbe un lembo di terra contenente il paradiso terrestre; tale lembo sarebbe il punto
di saldatura delle quattro pareti dell’universo, che sosterrebbero a metà della loro altezza il
soffitto-firmamento con le acque soprastanti e che si incurverebbero all’interno per cingere il
Regno dei Cieli. Il fatto che la Terra è inclinata da nord a sud sarebbe testimoniata dal fatto che se si
vuole andare verso nord bisogna affrontare salite; nel nord, inoltre, ci sarebbe una montagna che di
notte nasconde il Sole. Un postulato del sistema di Cosma è il fatto che l’universo era riprodotto
esattamente dal Tabernacolo di Mosè; la teoria di una terra rettangolare, inoltre, aveva
antecedenti nella scienza greca ed era confermata dall’esperienza dei viaggiatori antichi; il
rettangolo terrestre, secondo i calcoli di Cosma, avrebbe dimensioni 12.000 miglia (base) x 6.000
miglia (altezza). Il sistema di Cosma, nonostante alcune debolezze (es. sull’azionamento degli astri e
sul percorso dei fiumi del paradiso terrestre), risulta assai coerente e in grado di soddisfare
esigenze bibliche e simboliche ed esperienze dirette dei viaggiatori; la Topografia cristiana ebbe
grande diffusione e venne letta e tradotta per molti secoli dopo la sua redazione.
La concezione dell’universo di Cosma rifletteva le opinioni del Bizantino medio al riguardo: visioni di
santi e illustrazioni nei manoscritti che avevano come oggetto la rappresentazione dell’universo
seguivano proprio il modello prospettato da Cosma, e le chiese bizantine, in quanto copie
simboliche del kosmos, presupponevano un universo a forma di scatola.
Solo nell’XI secolo si fece un tentativo per diffondere nuovamente le dottrine cosmologiche degli
antichi: Michele Psello, ad esempio, nel De omnifaria doctrina, trattando la struttura dell’universo,
pur concedendo al Cristianesimo tradizionale la non eternità del mondo e l’impulso divino come
causa dei terremoti, si limitò a tornare all’universo sferico; il De omnifaria doctrina ebbe grande
popolarità negli ultimi secoli della storia bizantina, anche se si trattava di un’opera piuttosto
complessa e quindi di scarso impatto sulla coscienza del pubblico, che preferiva apprendere la
cosmologia attraverso i testi biblici e le rappresentazioni nelle chiese.

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