Sei sulla pagina 1di 13

LA PUTREFAZIONE DELL’ANIMA:

LA NIGREDO
ADM

Io son metallo e non ho forma alcuna


Anzi ho tutte le forme e son miniera
Traggo dal Sole in ciel l’origin vera
Mi alimenta sotterra ognor la Luna
Qui al centro dell’acqua ho la mia cuna
Là nel centro del fuoco è la mia sfera
Esco lucido spirito in veste nera
Nudo corpo son preso all’aria pura
Pietra son, ma se m’apri io volo in vento
Vento son, ma se chiuso in Piombo ho male
Vapor se fervo, se m’agghiaccio argento
Oh miracol dell’arte, ella se vuole
Io di Fuoco che son, Acqua divento
D’Acqua mi cangio in Sal, di Sale in Sole
(Francesco Maria Santinelli, Sonetti alchemici)

La trasformazione del vile metallo in oro le fasi alchemiche del processo di cot-
tura che finivano nella trasformazione della materia grezza in pietra filosofale e mer-
curiale, erano le premesse di cui si servivano gli alchimisti per sublimare la materia, la
physis, e infondere il Nous Primigenio.
La realizzazione dell’opus era per l’alchimista un percorso pregno di motivi sim-
bolici: in tali si narrava del combattimento con un pericoloso drago, metaforicamente
la prima materia da cui l’alchimista esploratore veniva ingoiato oppure aveva la meglio

7
su di esso ma non prima di venir morso
dal lupus o dal leone, averli combattuti,
ed aver condotto a nozze chimiche la
regina, antico simbolo della luna pas-
sionale ed incestuosa in regale coniun-
ctio con il fratello sole adolescente, re e
infante.
Tutto il processo di queste nozze
chimiche era la trasformazione dei me-
talli, un percorso psichico che avveniva
nell’adepto, il creator del processo. Se
poi l’ignis della nigredo veniva trasfor-
mato in argentum vivum, nello sfondo
dell’acqua permamens sgorgata dalla
fontana mercuriale, simbolo di trasfor-
mazione e rinnovamento, ma anche di
avvelenamento ed intossicazione, il
tutto stava a identificare questa trasfor-
mazione alchemica con la duplice natura del mercurio: evasivo, pericoloso, ma anche
panacea dei peccati della materia.
Il Sol niger, o Sole nero, lo stato inconscio della materia dovrà attraversare le fasi
alchemiche di putrefactio, decomposizione, imbiancamento ed albedo per poi trasfor-
marsi all’alba della rubedo o rosso porpora ed al tramonto nella fase della rebis, sposare
la luna-Regina nelle nuptiae chymicae e compiere alla fine di quest’avventura, quel Selbst
della totalità ermafrodita rappresentata da Re a due teste, il filuis regis.
Quel mercurio evasivo e pericoloso, quel drago Ouroboros della prima materia
non era altro che il lapis della luce mercuriale e volatile dello Spirito, lo spiritus il cervus
fugitivus. É per questo che gli alchimisti usano il motto: aurum nostrum non est aurum
vulgi. É chiaro che per “Oro” si intendesse la realizzazione di qualcosa di incorruttibile,
di immortale e di perennemente luminoso come, appunto, sono le
qualità dell’oro tra i metalli. Ma ciò che spesso ripetono gli alchimi-
sti, soventemente, è che l’origine di questo “Lapis Occultum” è sicu-
ramente di “misera” ed “infima” natura (“...la pietra che i costruttori
hanno scartato è diventata testata d’angolo...”).
Il lavoro alchemico è quindi basato tutto sulla purificazione e ret-
tificazione di questa materia, dissolvendone il “corpo” e materializ-
zandone lo “spirito”.
La materia si dissolve putrefacendosi e si realizza in tre fasi: Solu-
zione; Putrefazione; Distillazione.
L’adepto deve lottare contro la sua stessa natura, contro le leggi da
cui è composto, contro l’essenza stessa del suo istinto di sopravvi-
venza.
É la fase della scomposizione, la fase della morte, di tutto ciò che
è struttura, ditutto ciò che è identificazione e, apparentemente, in-
dividualità.
É una fase di abbandono, in cui l’apprendista si ritrova a dover
morire continuando a vivere.

8
É un processo che richiede Forza e Volontà.
Da qui il suo accostamento alla fase di “Putrefazione”, fase in cui la materia
perde la sua linfa vitale e marcisce nell’oscurità della fredda terra.
Il corpo è sciolto nel Mercurio e putrefatto da Saturno, divinità del tempo, per
finire poi distillato nel flusso di Giove.
“Nigredo”: è il volto nero di Iside (Nigra sum sed formosa), dea delle trasforma-
zioni, madre di Horus, il Dio (Oro) Luminoso, che testimonia la Vita poiché dalla
morte di Osiride, il dio nero (il cui corpo fu diviso in 13 pezzi, proprio
come il numero della tredicesima lama dei tarocchi: la Morte), Lei par-
torisce la Luce.
Nell’antico Egitto altro simbolo importante legato all’Opera al
Nero è lo scarabeo, simbolo anch’esso, come Osiride, di resurrezione.
C.G. Jung riconosce le dinamiche inconsce di proiezione psichica,
che gli alchimisti riproducevano macro cosmicamente come riflesso di
un retroscena psichico e di un dramma simbolico, percorso individuale
dell’alchimista stesso. Identificò quindi la vita simbolica dell’alchimia alla psicologia
dei processi inconsci, l’analisi del transfert e l’analisi dei sogni.
Si percorreva quindi la via della nigredo, che in termini junghiani corrisponde
alla ricerca dell’Ombra. La Nigredo… che è certamente l’aspetto più traducibile in ter-
mini psicologici del procedimento alchemico, in quanto corrisponde con esattezza alla
fenomenologia della depressione e del confronto con l’Ombra stessa. Proprio la condi-

9
10
zione d’estrema solitudine permette l’incontro con il
lato oscuro di noi stessi. L’incontro con il nero è la
prima scoperta di ciò che non ci piace. Durante il pro-
cesso del trattamento psichico bisogna per forza con-
frontarsi con la propria ombra, con quella parte
oscura dell’anima della quale ci si sbarazza di volta
in volta mediante le proiezioni. L’Ombra è il rovescio
oscuro e negativo che la coscienza dell’Io proietta
all’esterno di sé.
Nella nigredo troviamo uno scurirsi degli elementi
che richiede l’auto purificazione del’adepto. Tale fase
alchemica indica che la vita psichica ristagna essen-
doci una mescolanza di identità nell’inconscio. In
questo stadio la personalità si amplia, è l’io che si uni-
sce con successo con l’anima. Il nostro Io personale
muore lasciando spazio a una volontà superiore che
adesso opera attraverso di lui. E questo sarà il nostro nuovo vero Io.
Un “lutto” che bisogna celebrare per attingere successivamente alle gioie di una
vera e propria rinascita nella coscienza divina. Ancor più suggestiva è una delle tante
frasi che identificano l’Opera al Nero: “notte buia dell’anima”, una frase che racchiude

11
in sè un significato che non lascia dubbi su cosa un essere umano deve affrontare per
poter rinascere forte come un Dio. In questa fase siamo chia-
mati alla scoperta di tutte quelle forze che agiscono nella e
verso la materia. Prima di avventurarsi verso mete più elevate
dobbiamo partire dal livello inferiore di noi stessi, dobbiamo
imparare a riconoscere queste forze che agiscono in noi e che
sono necessarie come tutto il resto all’equilibrio dell’Universo.
L’Opera al nero corrisponde nel tempo in cui l’anima psi-
chica, “discende negli inferi”, di noi stessi, al fine di esplorare,
in forme individuali, le potenzialità del subconscio di resti-
tuire in forma emotiva, creativa e infine intellettiva gli esiti del contenimento del Drago
alchemico. É un viaggio di autoconoscenza che regala un effettivo potere di dominio
sulle pulsioni e una inaspettata capacità di creare “armonia, bellezza e verità” spinti
dal bisogno di comunicare il disagio, il conflitto e la sofferenza determinato dalla con-
sapevole relazione con la realtà.
Si parte scendendo nella materia, nel VITRIOL, si perde ogni punto di riferi-
mento e ci si trova a brancolare nel buio. Per questo è pericoloso, non si sa cosa si troverà
ma soprattutto non si sa se si potrà farne ritorno. Si iniziano dunque a riconoscere i
propri demoni sotterranei e piano piano ad usarli a proprio vantaggio invece di venirne
usati. Esclusa è la possibilità di eliminarli, perchè a quel punto l’equilibrio verrebbe
meno. É importante essere consapevoli che
non si uscirà mai dal Nero in questa realtà, la
tentazione sarà sempre presente e anzi, pro-
babilmente più avanzeremo nel nostro perso-
nale cammino, più le tentazioni e le prove che
dovremmo affrontare saranno maggiori. Ma
è anche vero che più saremo avanti nel cam-
mino e maggiore sarà anche la nostra capacità
di dominare e di usare a nostro vantaggio tali
forze, onde per cui l’equilibrio continuerà
sempre ad esistere.
Forze che tendono verso la materia: ciò significa che dobbiamo iniziare ad af-
frontare le nostre paure, l’odio, le nostre più profonde angosce. Ci sono, e sono forze
necessarie all’equilibrio della creazione; l’unico sistema è imparare a conoscerle e ad
usarle consapevolmente a proprio vantaggio “offrire ai demoni sotterranei” diceva Pita-
gora, vuol dire dare consapevolmente di cui nutrirsi a questi demoni quello che non ci
interessa, piuttosto che lasciarli liberi di prendersi quello che vogliono loro.
Se non impariamo a controllare
l’istinto e a bruciare simbolicamente l’anima
psichica sul fuoco della ragione, rischiamo di
rimanere prigionieri di meccanismi automa-
tici di risposta alle sollecitazioni esterne e allo
stress che condizionano pesantemente la li-
bertà di scelta e, di conseguenza, il libero ar-
bitrio.
La misura della bravura con cui dob-
biamo essere in grado di operare con la ma-

12
teria, dentro e fuori di noi, è data dal progressivo identificarsi con lo
stato di coscienza divino. Più ci si abbandona al Superiore più
Quello è libero di agire attraverso di noi e quindi di operare tra-
smutazioni sempre più elevate. L’Io e Dio saranno allora una
cosa sola: il massimo dell’annullamento coinciderà con il mas-
simo del Potere.
Dobbiamo lavorare sistematicamente tutti i giorni per
uccidere ciò che noi stessi siamo. La prima fase è infatti la più
ardua, lunga e delicata. L’Opera al Nero consiste in massima parte
nell’attenta e costante osservazione di sé condotta da noi stessi con
onestà e umiltà giorno dopo giorno. Un’osservazione distaccata, che non
è macchiata da alcun giudizio, né di compiacimento né di rifiuto nei confronti degli
aspetti del proprio carattere che inevitabilmente vengono alla luce.
Tutta questa prima lunga fase del Lavoro è conosciuta anche come
“dissociazione dei misti”, in quanto l’auto osservazione induce i
differenti Io a emergere allo scoperto ed è in questo momento
che dobbiamo prendere consapevolezza di essere una “legione”
e non un solo Io centrale.
Tutte le visioni astrali antecedenti questa fase riguardano
unicamente incursioni disordinate in un mondo nel quale noi
per il momento possiamo solo manifestare le stesse capacità di
percezione e discriminazione di un bimbo appena nato. Se non ci li-
beriamo dei legami mentali, emotivi e fisici della nostra natura inferiore
non potremo che vedere proiezioni astrali di tale natura, siano esse piacevoli o spiace-
voli, e mai una verità oggettiva appartenente al piano dell’anima.
Per arrivare al nostro fine, alla trasmutazione dell’Io, il si-
lenzio e la solitudine, la Maschera ed il Mantello, diventano gli
unici amici fraterni. In loro si osservano i difetti e vi si pone ri-
medio; le passioni si quietano e l’enfasi si appiattisce; si osserva
chi ci è attorno e si smette di giudicare. Cessa la smania di pre-
valere, cessa l’egoismo; tutto viene accettato e scusato.
Il dolore “muore”, ora la morte è la rinascita. Ora solo la
nostra interiorità ci guida e non più gli eventi esterni; ora la
MENTE non mente più; ora il seme si è corrotto e putrefatto nel-
l’oscurità della fredda e umida terra coperta di candida neve. Nasce la
luce che inizia ad alimentarsi silenziosamente. Tutto è salvato, e presto sorgerà la stella
del mattino a diradare le nubi più plumbee che pesano sul cuore.

“Crederai di sognare: É il Diavolo, ti verrà di pensare, tu sei Sa-


tana o la più leggiadra delle sue creature! Cosa vuoi da me? Sono stato
un solerte ricercatore dell’oro alchemico, ma ho trovato soltanto soli-
tudine e disperazione! Allora l’antico Figlio di Dio si manifesterà e
l’abisso scardinerà i suoi recinti. Sentendoti perso, griderai: Io sono
te!…Ed avverrà veramente: sarai trasmutato! Poi tutto si placherà e
tornerai un uomo comune. Ma non sarà che apparenza! Il grande men-
titore sarà sconfitto, l’Angelo detterà i suoi patti e le condizioni di resa sa-
ranno accettate senza pietà! Il discepolo sarà trasformato in Maestro, costruito

13
per se stesso e per diventare ancora in vita il pegno di
un Amore superiore” (Mario Krejis, Dialoghi).

L’anima nella morte: la morte dell’uomo,


anche secondo la Qabbalàh, non è che il suo pas-
saggio ad una nuova forma d’esistenza. L’uomo è
chiamato a ritornare finalmente nel seno di Dio,
ma questa riunione non gli è possibile nel suo
stato attuale, in ragione della materialità grosso-
lana del suo corpo; questo stato, come anche tutto
ciò che vi è di spirituale nell’uomo, deve dunque
subire una purificazione necessaria all’ottenimento del grado di spiritualità che la
nuova vita richiede. La Qabbalàh distingue due cause che possono recare la morte: la
prima consiste in ciò, che la Divinità diminuisce successivamente o sopprime brusca-
mente la propria influenza continua su Neshamàh e Rùach in modo che Nèfesh perde
la forza per mezzo della quale il corpo materiale è animato, e questo muore. Nel lin-
guaggio dello Zòhar, si potrebbe chiamare questo primo genere “la morte dall’alto, o dal
di dentro al di fuori”. In opposizione a questa, la seconda causa della morte è quella che
si potrebbe chiamare “la morte dal basso, o dal di fuori al di dentro”. Essa consiste in ciò,
che il corpo, forma d’esistenza inferiore ed esteriore, disorganizzandosi sotto l’influenza
di qualche disturbo o di qualche lesione, perde la doppia proprietà di ricevere dall’alto
l’influenza necessaria e di eccitare Nèfesh, Rùach e Neshamàh al fine di farle discendere
a lui. D’altronde, poiché ognuno dei tre gradi d’esistenza dell’uomo ha, nel corpo
umano, la sua sede particolare e la sua sfera d’attività corrispondente al grado della
sua spiritualità, e poiché si son trovati tutt’e tre legati a questo corpo in differenti periodi
della vita, è anche in momenti differenti, e secondo un ordine inverso, che essi abban-
donano il cadavere.

Se un uovo viene rotto


da una forza esterna,
la vita finisce

Se un uovo viene rotto


da una forza interna,
una nuova vita inizia

15
“Horridas nostrae mentis purga tenebras”
(purifica le orride tenebre della nostra mente):
è ormai chiaro che l’opera prende avvio dalla
più profonda oscurità. Una delle immagini
più emblematiche di questo momento è l’an-
negamento del sole nel mare mercuriale, in
seguito al quale sopraggiungono le tenebre.
Nello stato di annerimento esercita il
suo potere l’anima media natura, corrispon-
dente all’anima mundi platonica. Questa av-
volge la sfera del sole e la oscura col suo abbraccio (sol niger). Ma la sfera nera è anche
il caput mortuum, o la testa del moro. Nel Rosarium Philosophorum la morte della coppia
alchemica è descritta attraverso la dolorosa separazione dell’anima dal corpo, che Jung
interpreta come assoluta estinzione della coscienza.
É ormai chiaro che la Nigredo è una dolorosa esperienza di morte e di separa-
zione. Si ottiene mediante la separatio delle quattro radices o
elementi, ed il raggiungimento dello stato di Caos,
come parte essenziale e principio dell’opera. La
Nigredo significa mortificatio, putrefactio, solutio,
separatio, divisio ecc., dunque lo stato di dissolu-
zione e decomposizione che precede la sintesi.
L’esperienza della Nigredo è paragonabile
a quella della sepoltura, o della discesa sotto terra. A questo
punto sul fondo del vaso alchemico – simbolo dell’anima - si
deposita una massa oscura ed informe: “questa nerezza è
chiamata terra”. É la terra fertilissima che Adamo portò con
sé dal paradiso, “nera, più nera del nero” (“nigrum, nigrius, nigro”), chiamata anche
“antimonio”.
La Nigredo spesso viene paragonata ai tormenti dell’inferno: nel mito dell’eroe
questo stato corrisponde all’ingoiamento nel ventre della balena (o del drago): dove
regna di solito un calore tale che l’eroe perde i capelli, rinasce calvo, glabro, simile ad
un infante. Questo calore è l’ignis gehennalis, l’inferno nel quale è disceso anche Cristo
per trionfare della morte.
Da un lato nella fase al nero l’arte-
fice sperimentava la componente passiva
della materia: i corpi si disfacevano nel-
l’acqua mercuriale e con ciò se ne rive-
lava anche la “possibilità di non esistere”.
“Per tenebras ad lucem”: questo
può essere considerato un vero e pro-
prio comandamento della tradizione al-
chemica. La ricerca alchemica di una
illuminazione passa per il nero abisso
del Nulla. L’adepto non si rivolge tanto
alla luce della rivelazione, ovvero cerca
questa stessa luce nell’oscurità della na-
tura, quasi che questa fosse paradossal-

16
mente un’altra luce – lumen natu-
rae. Si potrebbe intendere tutta
l’alchimia come una “tecnica di
oscuramento”, per molti versi
analoga alla mistica... anzi, è
essa stessa una singolare
forma di misticismo.
Con la Nigredo era pro-
dotto un progressivo anne-
rimento della realtà attuale
della materia, per poi otte-
nere, ad un punto critico,
una subitanea illumina-
zione. Era una sorta di
“elastico negativo”: in ter-
mini psicologici potrem-
mo dire che nella assoluta
incoscienza dello stato al nero finiva per riflettersi una co-
scienza superiore o più ampia.
La Nigredo non è infatti soltanto una condizione
della materia, ma è allo stesso tempo uno stato mentale
dell’artefice: la melancholia o umor nero. L’oscuro stato di di-
sorientamento descritto dagli alchimisti è il parallelo della perdita dell’orientamento
psichico, e della caduta della tensione cosciente (“abbassement du niveau mental”). Lo
stato di disgregazione degli elementi è
il perfetto corrispondente della disso-
ciazione e dissoluzione della coscienza
dell’Io.
Si rinasce con la legge dell’Armonia -
Equilibrio degli Opposti spirito-natura
sotto il dominio dell’essere vero, chia-
mato Oro o Dio, in cui si concilia il
mondo interiore con quello esteriore, il
mondo soggettivo con quello oggettivo,
lo Spirito e la Materia, la Natura Natu-
rans e la Natura Naturata, l’Essere e il
Divenire. È questa la “pietra filosofale”
tanto cercata dall’alchimista.

“La putrefazione è così efficace che di-


strugge la vecchia natura e la vecchia forma
dei corpi in decomposizione, li trasmuta in
un nuovo stato dell’essere per dar loro un
frutto completamente nuovo. Tutto ciò che
vive, muore; tutto ciò che è morto si putrefà
e trova nuova vita”.
(Pernety, 1758) n

17
18
VIA MISTICA E VIA OPERATIVA
Anamji

Cristo diceva:
”chi berrà l’acqua ch’io largisco,
si disseterà alla fonte della vita eterna”.
Qui si nasconde la perla della Rigenerazione.
Il chicco di grano non dà germoglio
se non è affondato nella terra:
perché le cose fruttifichino,
occorre che rientrino nella madre
che le ha generate
(Jacob Bohme).

La via di evoluzione Martinista viene spesso de-


scritta attraverso una distinzione tra via mistica e via
operativa. In realtà nell’ambito del percorso di evolu-
zione spirituale di un singolo individuo, appare im-
possibile distinguere quanta attività vi sia di tipo
mistico, quanta di tipo teosofico e teurgico, anche con
riferimento a noti ed eminenti ricercatori, studiosi e spi-
ritualisti.
Dinanzi all’obiettivo di raggiungere la Reintegrazione, la
comunione definitiva con l’Uno, gli insegnamenti del Martinismo
spiegano chiaramente che la sapienza, l’aiuto, il vero Spirito di verità, sono da ricercare
all’interno di ogni essere: si tratta di tirare fuori e manifestare la vera vita.
Dio è in ogni vita esistente nell’Universo e si tratta di imparare a riconoscerlo in
ogni manifestazione, senza fermarsi alla superficie e penetrando l’essenza di ogni cosa.
Tutto ciò che è esterno rappresenta un’occasione, uno strumento per comprendere la

19