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LE VOSTRE STORIE DAI GRUPPI

AULA TO 05DL

STORIA 1: LA MIA PRIMA SELEZIONE DI GRUPPO!


Sono passati quasi 6 anni dalla mia prima selezione di gruppo, ed ancora ricordo con
esattezza ogni istante di quella giornata.
Il luogo era molto accogliente, silenzioso, caldo vista la fredda temperatura esterna e ben
organizzato perché oltre ad un video proiettore, ciascuno di noi aveva la possibilità di
utilizzare il proprio block notes con la penna da loro fornita.
Dopo il classico giro di tavolo per la nostra presentazione, l’impiegato addetto alla nostra
valutazione e selezione ha iniziato a proporci dei piccoli lavori di gruppo fino ad arrivare
alla suddivisione in gruppi più piccoli, in modo da poterci valutare nel lavoro di squadra e
valutare l’abilità di ciascuno di sapersi esprimere.
Ricordo che in una prova avevamo avuto difficoltà sul metodo di lavoro da utilizzare, forse
perché essendo verso la fine alcuni dei partecipanti stavano perdendo interesse.
Comunque l’esercizio chiedeva di portare delle soluzioni ad una questione da risolvere
riguardo alla suddivisione dell’eredità lasciata da una vecchietta. Ci venne richiesto a tutti
di esprimere la nostra opinione, analizzare i pro e i contro ed infine di formulare una logica
soluzione del compito utilizzando le proposte di ciascuno. Il risultato? Un caos, alcuni dei
partecipanti si imposero sul fatto che alcune proposte erano assurde e ridicole, altri
scartarono idee provenienti da altri partecipanti senza menzionarli come richiesto nella
relazione che dovevamo produrre, e per finire avevamo terminato al pelo l’esercitazione
perché avevamo perso tempo senza aver riletto la relazione prima della consegna.
Penso sia stato il peggior compito che abbia sostenuto, non mi capacito ancora di come
quella prova sia stata un buco nell’acqua.

STORIA 2: ERRORI IN SERIE

Nel portare la mia esperienza circa situazioni di lavoro in cui è importante il lavoro in
gruppo vorrei citare il caso che mi è successo qualche anno fa’.
All’interno della filiale era presente un direttore che “dettava legge”. Dopo aver studiato il
capitolo del manuale ho capito subito gli errori che aveva fatto quel direttore e il cattivo
esempio che mi ha fornito mi tornerà utile nel proseguo della mia carriera lavorativa.
Purtroppo non era capace di gestire un gruppo, imponeva le sue decisioni senza renderle
condivise con i collaboratori. Non faceva crescere i followers attraverso una vision
condivisa, ma attraverso una continua minaccia circa il futuro lavorativo e portava le
persone a seguirlo per paura di ritorsioni. Era il leader direttivo anche con colleghi che
necessitavano di maggior fiducia e delega.
Non era leader, ma non era neanche manager in quanto all’interno della filiale regnava la
disorganizzazione e ciò influenzava notevolmente il lavoro all’interno del gruppo.
Le persone con meno personalità erano portate, in quanto timorose, a seguire i diktat del
direttore senza condividerli. Chi provava a condividere delle opinioni e presentare delle
proposte alternative non veniva considerato.
Questo veniva fuori in modo particolare nelle riunioni, ove andava in scena il one man
show del direttore. Era un soliloquio di solito molto lungo (2 ore circa) che si teneva ogni
settimana. Ovviamente questo faceva perdere tutta la spinta motivazionale e innovativa
data a queste riunioni.
All’interno delle stesse l’intervento era esclusiva del direttore, che trattava principalmente i
temi legati agli obiettivi della filiale, supportati sempre dalle conseguenze per il personale
nel caso in cui gli obiettivi non venissero raggiunti. Ogni tentativo di proposta alternativa o
semplice rimostranza era denigrato davanti agli altri colleghi.
Riprendendo le storie proposte ad esempio, la mia storia riporta caratteristiche negative
della gestione del gruppo sia riguardo l’aspetto degli obiettivi, in quanto venivano
perseguiti attraverso uno stile autoritario e non partecipativo, sia a livello di coordinamento
in quanto la disorganizzazione legata alla mancanza totale di delega provocava problemi
nell’operatività quotidiana, che non venivano poi ascoltati in fase di riunione.

STORIA 3: LAVORARE IN UN CALL CENTER

Da quando è cambiata la direzione, l’obiettivo è subito risultato chiaro a tutti i componenti


della filiale. La nuova direttrice ha esplicitato in sede di riunione, senza troppi giri di parole,
tutte le attività da svolgere e la suddivisione dei compiti, al fine di raggiungere l’obiettivo: il
BUDGET.
Così ha ridotto il numero delle casse, portandolo da tre e una, per convogliare tutte le altre
risorse nella parte commerciale. In questo modo, dopo un periodo iniziale difficile, dedicato
a “educare” la clientela, nel senso di trasmettere loro il messaggio di non recarsi
“inutilmente” agli sportelli per fare operazioni che potrebbero fare comodamente da casa,
utilizzando l’internet banking, i risultati di questa suddivisione delle attività si sono presto
presentati.
Il problema è che la direttrice non intende effettuare alcuna modifica al suo piano di
coordinamento delle risorse e delle attività, in quanto ha notato che, in questo modo, è
possibile raggiungere l’obiettivo.
Infatti, inizialmente, per un breve periodo di tempo, mi aveva affidato il compito di
contattare telefonicamente i clienti per promuovere i nostri prodotti e fissare appuntamenti.
Questa attività l’avremmo dovuta svolgere tutti, a turno, perché è noiosa, in quanto dalle
10 del mattino alle 5 del pomeriggio si effettuano solo telefonate alla clientela.
Ora, invece di far svolgere questo compito a un altro collega, in modo che io possa
dedicarmi ad altre mansioni per “crescere” e imparare cose nuove, desidera che continui
io a trascorrere le mie giornate al telefono a “convincere” i clienti ad acquistare determinati
prodotti, perché “ho un certo talento nel fare le chiamate, ho una buona dialettica e il mio
modo di fare risulta, nei confronti del cliente, fiducioso e convincente”.
Allora mi domando: lavoro in una banca o in un call center?

STORIA 4: SULLA LUNA

Gli aneddoti da raccontare sarebbero in due, che in ogni caso mi portano alla stessa
conclusione: ci sono persone con cui lavoro che, spesso, sembra vivano sulla luna, non a
un metro da me.
Primo episodio. Vengo convocata dal nostro capo mercato ad una riunione-focus sulla
previdenza complementare: ciò diventa l’argomento di discussione di tutta la giornata. Una
collega mi dà qualche consiglio su cosa domandare alla riunione, un’altra collega invece
mi aggiorna sui prodotti di cui si parlerà, visto che ha più esperienza di me in questo
ambito. Il direttore invece si raccomanda di cogliere tutto il possibile per poter far fruttare al
meglio la mattinata in aula. Il giorno seguente mi reco alla riunione, torno nel pomeriggio.
La prima frase che mi sento dire dal mio collega, con lavoro tutto il giorno visto che lo
affianco in cassa, è questa: “Ma dov’eri stamattina? Pensavo avessi preso ferie!”.
Secondo episodio. Da qualche settimana stiamo compilando i questionari di conoscenza
della clientela, in rispetto del dlgs antiriciclaggio del 2007: questo vuol dire una procedura
a tappeto su tutti i nostri clienti. Cominciano quindi giorni in cui il 70% della clientela che
entra in filiale ci viene per la compilazione di questi questionari: ne consegue un’ondata di
lavoro e burocrazia in più che intasa letteralmente il normale lavoro almeno del mio parto
(quello dei “privati”), influenzando a cascata tutta la filiale, almeno così credevo. Nel pieno
di tutto questo caos la mia collega che segue le aziende (con la quale pensavo di
collaborare!) ci chiede: “Ma tutta questa gente che viene in questo periodo, è tutta per il
questionario antiriciclaggio?”
Come dicevo, appunto, sulla luna.
La cosa, oltre a farmi un po’ sorridere all’inizio, in realtà riflettendoci mi dà da pensare non
poco: quel è il problema? Mancanza di un leader capace di “legare” i colleghi in un’unica
squadra? I problemi che ne conseguono si sentono, eccome: quando due su sei membri di
una squadra non collaborano, aumentano gli sforzi per ottenere obiettivi minori. Come se
un’auto con 200 cavalli ne utilizzasse solo 140 per ottenere le stesse prestazioni. Il
metodo ed il coordinamento ci sarebbero anche, ma si limitano a solo una parte dei
colleghi: in realtà è come se non ci fossero affatto.

STORIA 5: CONFRONTO

Il mio ex direttore organizzava ogni settimana, al massimo ogni 15 giorni, una riunione con
tutti i gestori family, personal e cassieri. Avvertiva la mattina stessa che alla chiusura delle
16,15 dava tempo ai cassieri di quadrare e ci si trovava nel “salone” tutti quanti per
comunicarci i dati comunicati ai direttori sui budget. L’argomento più interessante era il
confronto proposto ai colleghi sui prodotti. Il direttore cercava di capire il punto di vista di
ciascuno di noi affrontando un prodotto, dopo di che cercava di toglierci i dubbi e darci
consigli per proporre meglio il prodotto.
Era l’unico momento che avevamo per parlare di lavoro, ma non lamentandoci del budget
o delle richieste fatte dai superiori, ma era un momento di confronto, portando anche
esempi di colloqui con i clienti per affrontare il problema e avere una soluzione.
Cambiando direttore, i metodi di comunicazione sono cambiati, e queste “riunioni” non si
fanno più; manca il confronto, il rapporto con i colleghi sull’affrontare il problema su un
prodotto e manca soprattutto la soluzione.

STORIA 6: ATTESA DELUDENTE.

Le riunioni nella mia filiale vengono indette in media 15 giorni prima che vengano
effettuate.
Dalla notizia del direttore sul giorno prescelto per l’evento non si fa altro che ricordarsi a
vicenda tra colleghi che da li a breve dovremo incontrarci per confrontarci.
Il direttore si presenta al massimo del suo sfarzo, assume pose a dir poco faraoniche
quando sedie al tavolo, si accompagna con papiri per poter sostenere il suo discorso di
apertura, ogni accorgimento sembra essere stato preso.
Tra i partecipanti le aspettative salgono, c’è chi spera di poter esprimere dubbi, chi vuole
diffondere i risultati del suo operato, chi vuole stringere accordi tra colleghi; tutti si
aspettano di poter esprimere la propria opinione sui diversi argomenti oggetto di riunione.
Finalmente ci siamo, tutti hanno avuto il tempo di riflettere sull’intervento che effettueranno
in riunione.
Un momento prima dell’incontro gli animi sono agitati, la lunga attesa è finita.
Fin dall’inizio della riunione si intuisce chiaramente che l’unico vero motivo per cui ci si
siede attorno al tavolo è quella di assorbire le pressioni e le indicazioni che dai livelli
gerarchici più alti vengono impartiti al direttore.
Tutti i buoni propositi lasciano il posto a delusione e noia; i partecipanti vengono sommersi
da dati e statistiche, non viene lasciato alcun spazio per riflessioni personali.
Anche i migliori si limitano ad annuire di riflesso a qualsiasi input verbale ricevano.
Alla fine della riunione la frase di rito:<< Raggiungeremo gli obiettivi, noi siamo una
squadra>>.
Riunioni di questo tipo alienano i singoli e fanno perdere ogni carisma al direttore,
basterebbe interessarsi al vero pensiero del gruppo per migliorare decisamente i rapporti
relazionali tra “capo” e collaboratori.

STORIA 7: FINCHÈ LA BARCA VA LASCIALA ANDARE

Fin dal primo giorno in cui ho messo piede in quella filiale mi sono accorta che non c’era
metodo tra i colleghi, mancava completamente la relazione che sta alla base di un gruppo.
Sin da subito si percepiva un clima in cui nessuno aveva chiaro l’obbiettivo,nessuno aveva
un compito per raggiungere un obbiettivo, perché fondamentalmente un obbiettivo da
raggiungere non c’era….o meglio non era stato definito e non essendoci l’obbiettivo non
c’era nemmeno un metodo per poterlo raggiungere.
Mentre passavano i giorni mi resi conto, che ogni collega vagava da solo, la squadra non
esisteva e a qualche collega stava anche bene perché in questo modo lo sforzo era ridotto
al minimo. Le riunioni erano un optional, il rapporto tra i colleghi era già logoro al mio
arrivo, per cui mi sono interrogata su come un’entità così potesse sopravvivere a lungo. Io
che ero abituata a riunioni continue per fare il punto della situazione su tutto, per definire
gli obbiettivi da raggiungere, per esprimere le proprie opinioni su come raggiungere meglio
gli obbiettivi, mi sono ritrovata in mare senza il salvagente. In una squadra le relazioni tra i
componenti sono importantissime!
Ho cercato più volte di far presente che in quella realtà mancava qualcosa, ma mi è stato
risposto che andava bene che ognuno facesse il suo senza interagire con gli altri….allora
mi sono chiesta dov’era la squadra. La filiale non era una squadra bensì una somma di
individui che vagavano senza una meta: da soli.
Il motto che probabilmente avevano era “finché la barca va, lasciala andare; quando poi la
barca andrà a sbattere da qualche parte allora ci penseremo”
Tutto questo clima ha portato a vivere il lavoro come un peso dal quale mi voglio sottrarre
perché ogni giorno mi schiaccia sempre di più. Con alcuni colleghi siamo addirittura
arrivati a fare delle riunioni in gran segreto per confrontarci, come se fossimo dei ladri.
L’assenza di un metodo che ci permette di confrontarci influisce molto sul risultato perché
non essendoci relazioni, non parlandoci è difficile che il puzzle si componga.

STORIA 8: IL NON HELP-DESK

Per il nostro lavoro operativo, come risorsa, l’azienda ci ha messo a disposizione un help-
desk. In passato esso consisteva in un call center telefonico dove, teoricamente,
potevamo trovare colleghi esperti in una determinata materia e in grado di rispondere a
problematiche tecniche, contrattuali o di normativa, che nascevano in filiale. Già quando il
servizio era sotto forma di call center i problemi erano all’ordine del giorno in quanto ci
capitava spesso che le soluzioni proposte si rivelassero errate e di trovare al telefono
persone non preparate sugli argomenti. Da qualche tempo a questa parte la situazione è
ulteriormente peggiorata in quanto è stato abolito il call center e ora le richieste devono
essere formulate per iscritto attraverso una piattaforma comune. Accade dunque che la
risposta ad un’eventuale problematica non possa essere repentinamente fornita al cliente
perché dobbiamo rispettare i tempi di risposta dei colleghi e ancor peggio accade che le
risposte fornite risultino spesso poco esaustive o vengano date vere e proprie “risposte in
codice” facendo riferimento a varie guide operative che noi dovremmo andare a leggere
per recuperare le informazioni necessarie. Oppure capita che ci venga richiesta una
quantità di documentazione allegata in quanto i colleghi del servizio non hanno accesso
diretto alle nostre banche dati. Ne deriva che anziché essere un aiuto che dovrebbe
semplificare il lavoro, il nuovo help-desk diventa una perdita di tempo che rallenta il lavoro
e rende scontento il cliente perché lo costringe ad attese per veder risolti i propri problemi.
Tuttavia a livello centrale tale problematica, più volte sottolineata, non è mai stata risolta in
quanto spesso i vertici si concentrano sui risultati commerciali non considerando che il
tempo sottratto alla risoluzione di problemi operativi e quotidiani toglie inevitabilmente
tempo ad altre attività più produttive.

STORIA 9: “… SEGUITE IL CAPO …”

Le mie esperienze di gruppo penso coincidano con quelle di ognuno.


Penso quindi al gruppo di amici, al gruppo di colleghi di lavoro, al gruppo sportivo, alla
famiglia.
In ognuno di questi ambiti, gli elementi che fanno di in insieme di individui un gruppo sono
un obiettivo comune, un metodo condiviso, delle risorse, e un coordinamento.
Quello che ho imparato quando mi sono ritrovato a far parte di un gruppo è che ognuno di
questi elementi è fondamentale, e la buona riuscita di un qualunque lavoro di squadra
prevede la compresenza e l’equilibrio di questi quattro fattori.
In ambito lavorativo ho notato che la mancanza di un forte coordinamento, per lo più
all’interno di un gruppo di lavoro fatto di collaboratori poco motivati, pregiudica gravemente
il risultato finale.
La presenza di un membro capace di dirigere il lavoro di tutti, organizzare le idee, definire
gli obiettivi, proporre un metodo di lavoro favorendo anche l’emergere di iniziative originali
da parte di tutti, sfruttare al meglio le risorse disponibili, è garanzia di ottimi risultati.

STORIA 10: LA SEMPLICE ASSENZA

La cosa più spiacevole delle nostre riunioni, è che non ci sono riunioni…
Le abbiamo chieste insistentemente.
La risposta ‘’lo so…lo so… lo so che ci tenete alle riunioni… allora organizzerò una
riunione anche per parlare delle riunioni’’.
Gelo.
Alla fine abbiamo ottenuto, per gentile concessione tramite editto papale, una riunione a
settimana, per coordinarci e discutere delle criticità.
In una squadra sembra il minimo.
Prima riunione: non tutti sono autorizzati a partecipare.
La filiale ha uno sportello distaccato, dove lavoro io e dove le cose viaggiano come un
meccanismo perfetto: collaborazione, sostegno reciproco e clima sereno…creatosi grazie
a noi e non certo a chi sta più in alto… che non si vede mai.
Per questo motivo alcuni hanno dovuto rimanere ai loro posti per garantire il servizio nelle
due sedi.
Ogni settimana, ovviamente, sempre gli stessi a partecipare alla riunione e sempre gli a
rimanerne esclusi.
Così si è sancito con molta chiarezza chi appartiene alla serie A e chi alla serie B.
La cosa non è durata molto: le prime tre settimane è filato tutto più o meno liscio, a parte il
fatto che poi la serie A doveva ragguagliare la B su ciò che si era detto.
Poi si è cominciato coi posticipi, i ritardi e con e le cancellazioni. La Malpensa.
Alla fine la cosa è naufragata silenziosamente, senza che qualcuno ufficializzasse nulla.
D’altro canto non ce n’era bisogno… se chi dovrebbe promuovere ogni forma di
integrazione e di motivazione parla a monologo, senza possibilità di intervento, e ha la
faccia scocciata di chi ti sta facendo un favore, e di malavoglia per giunta… non resta che
l’autogestione.

STORIA 11: LA BUSSOLA DIFETTOSA

Nel nostro lavoro, il gruppo, più che chiamato ad unirsi per risolvere uno specifico
problema o raggiungere un risultato particolare, è un’entità meno interconnessa. La natura
del nostro lavoro, principalmente, sta nel rapporto del gestore con i propri clienti. La
necessità del gruppo sta nel potersi aiutare a risolvere questioni, collaborare
reciprocamente per continuare ad offrire un generale servizio di qualità e collaborare negli
adempimenti amministrativi. L’unione fisica del gruppo si verifica effettivamente quando c’è
da portare a termine un comune obiettivo commerciale. Si fanno quindi delle riunioni, dove
il direttore o il referente del campo che riguarda l’obiettivo, espongono le novità, la sintesi
della riunione a cui hanno partecipato precedentemente con i responsabili dell’iniziativa
commerciale, gli obiettivi numerici e infine il metodo da attuare per raggiungere il risultato.
Il problema si verifica sempre in una fase successiva, perché nonostante i colleghi
condividano l’obiettivo, vi sono sempre altre iniziative da portare a termine e con risultati
soddisfacenti. Si presenta sempre un problema di priorità, in quanto i colleghi trovano
difficoltà ad investire il tempo adeguato per la nuova iniziativa commerciale, dato che sono
impegnati a ottenere risultati con le iniziative precedenti.
I gestori sono impegnati a portare a termine le pratiche e i contratti per cui hanno investito
precedentemente, i cassieri devono proporre polizze auto, aggiornamento dei dati
personali, piani di accumulo … però se si propone tutto insieme non si conclude nessun
contratto! Dove ci si deve concentrare?
La questione potrebbe essere risolta con un efficace monitoraggio che motivi i colleghi a
concentrarsi su una iniziativa particolare piuttosto che su un’altra. Ma il monitoraggio non
riesce ad essere così specifico, quindi ognuno naviga verso la direzione più agevole per il
collega in particolare, perdendo di vista la meta comune, sperando che l’obiettivo venga
raggiunto grazie a qualcun altro che, per preferenze, conoscenze particolari, o per ruolo, si
senta più responsabile verso l’iniziativa nuova. Trovo naturale un atteggiamento del
genere, che comunque porta a dei risultati in quanto ognuno ha delle competenze
professionali e attitudini che lo spingono ad essere adatto per una iniziativa su un prodotto
particolare.
Ma l’eccellenza si raggiunge solo con una condivisione da parte di tutti, e l’unico modo per
ottenerla è la presenza di una guida costante che non faccia perdere la direzione comune
per mettere effettivamente in atto i metodi che si erano decisi.

STORIA 12: “SE QUESTO è UN TEAM…”

Lavoro in Isp da 3 anni ed in questo tempo ho partecipato a 3 riunioni.


Già questo dato mi sembra, di per sé, molto significativo.
Le riunioni si sono svolte più o meno secondo la stessa modalità:
- senza formale convocazione (Tizio: “ah, ma tu lo sapevi che oggi c’è la riunione?” Caio:
“no! Ma sei sicuro? Chi te l’ha detto?”)
- In pausa pranzo (Caio: “ecco, lo sapevo, la solita perdita di tempo. Era meglio andare a
casa a far andare una lavatrice”. Tizio: “forse hanno portato pane e salame da mangiare”)
- seduti in cerchio in una saletta libera della filiale (accanto agli scatoloni dei fogli A4
impilati…)
- la parola unicamente al direttore (che è anche l’unico ad avere una scaletta degli
argomenti in mano).
L’impressione (poi confermatami dai colleghi) è che queste riunioni siano in realtà solo una
modalità di comunicazione formale alla filiale di quanto già deciso in altre pre-riunioni fatte
da 2/3 persone, con ruoli strategici all’interno della filiale (es. capo area e direttore, poi
direttore e collega personal, poi direttore e collega family più simpatica).
Solitamente non interviene nessuno, anche perché l’intervento – per quanto giusto
potrebbe essere – non avrebbe il potere di influire sulla decisione finale, che è stata –
appunto – già presa.
Come gli altri, anche io mi limito ad ascoltare. Non perché pensi di non avere nulla di
interessante da dire, ma perché credo che valga più la pena risparmiare ossigeno nella già
angusta saletta dove siamo riuniti.
Al termine della riunione non viene chiesto alcun feed back ai partecipanti, semplicemente
ciascuno prosegue a fare le cose che avrebbe dovuto fare nella propria pausa pranzo.
La cosa più singolare, però, è che nonostante quello che ci si è detti in riunione , il lavoro
nei giorni seguenti prosegue comunque come era sempre andato, riconfermando
l’impressione della totale perdita di tempo.
Nessuno coordina il gruppo e soprattutto nessuno controlla. Personalmente mi va anche
bene, perché sono autosufficiente e coscienziosa nello svolgere i miei compiti, ma questo
atteggiamento fa da spalla ai colleghi più pigri, che lavorano solo se regolarmente
“punzecchiati”….
A conclusione , riporto un esilarante episodio al quale ho di recente assistito.
Era stata programmata una riunione in pausa pranzo; una collega X (avvisata la mattina
stessa per caso da un altro collega Y) aveva dovuto rimandare un impegno preso e
avvisare a scuola che non sarebbe passata a prendere la figlia per impegni di lavoro.
All’ora della riunione il direttore inforca giacca e cappello ed esce.
Collega X : “ma direttore, non c’era la riunione?”
Direttore: “si ma ho cambiato idea perché ho troppa fame e vado a mangiare, la facciamo
un’altra volta”
E da allora nulla si è più saputo….SE QUESTO è UN TEAM…..!!!!!

STORIA 13: CHI LA FA, L'ASPETTI

Il termine 'lavoro di gruppo'è speso tantissimo all'interno della mia filiale, ma credo che il
significato non sia noto a tutti... o meglio, non ne si conosce il fine ultimo, ossia quello di
apportare il proprio lavoro per raggiungere, insieme a quello di tutti gli altri, l'obiettivo che
ci si era prefissati.
Tanto per fare un esempio....
L'ultima riunione tra colleghi è stata fatta proprio qualche giorno fa, sui prodotti
previdenziali.
Come da copione mail del direttore per convocarci tutti ad una determinata ora e via tonici
per organizzarci al meglio su come piazzare questi nuovi prodotti.
Prende la parola il referente che ha partecipato alle riunioni con i colleghi delle altre filiali
che ci distribuisce fotocopie dove sono esplicate le caratteristiche dei prodotti, dopo di ché
iniziamo a seppellirla di domande per chiarirci alcuni concetti. Ma lei più che stampare file
trovati sul portare non aveva fatto... quindi chi avrebbe dovuto 'illuminarci', non è stata in
grado di farlo.
Va beh, passiamo oltre... La situazione al massimo potrà solo migliorare, mi rassicuro.
Iniziano a venir fuori idee, alcune anche molto brillanti, su come individuare clienti a cui
proporre tali prodotti, ma ecco che a questo punto salta fuori il personaggio presente in
tutte le filiali: quello che organizza tutto il lavoro meticolosamente, nulla è lasciato al caso
con lui... Peccato che si tratti del lavoro degli altri!
Analizzate le varie idee, quella che aveva riscosso il maggior numero di consensi era
quella pensata dalla sottoscritta. Peccato che nell'arco di qualche istante, quell'idea non
fosse più mia, ma del personaggio organizzatore, che per di più se ne prende il merito
davanti al direttore! Vi lascio immaginare la mia faccia!
Mentre io e un paio di colleghi, ancora sbalorditi sull'accaduto, ci guardiamo quasi
increduli, gli altri presenti cercano di dare un possibile iter alla cosa.. Si dovrà creare una
lista di clienti da contattare, dividerli in base al collega che li gestisce, controllare se
magari hanno nipotini e magari nel frattempo capire anche che cosa gli si sta proponendo
di sottoscrivere...
Dopo qualche istante di caos dove ognuno dice quello che pensa, ci si ritrova tutti
d'accordo nel creare una lista di propri clienti: qui l'organizzatore decide che questa lista
dovrà essere consegnata alla vera autrice dell'idea, che si preoccuperà di contattarli
telefonicamente per invitarli in filiale, il tutto entro la fine della settimana seguente.
Così nel momento in cui tutti sono bellamente orgogliosi di essere riusciti a scaricare il
lavoro su qualcun'altro (ecco cosa intendevo quando sostenevo che il significato di lavoro
di gruppo non è ben chiaro), interrompo il mio silenzio, noto per non essere un buon
segno, dicendo: ' Non per rovinare i programmi, ma vi informo che la prossima settimana
la sottoscritta è in ferie'. Ora vi lascio immaginare la loro faccia!
La vita è bella anche per momenti come questi!!!
Conclusione della riunione? Verrà stilata una lista di clienti, ma non si è deciso né come
lavorarla, né chi dovrà lavorarla né tantomeno entro quando il tutto dovrà esser fatto.

STORIA 14: “L’ABBANDONO DEL PROPRIO FIGLIO”

Ho usato questo titolo assai forte per raccontare la mia esperienza più toccante dal punto
di vista della creazione di un gruppo.
Premetto che io da anni frequento gruppi di studio, associazioni, movimenti politici e
spesso mi sono trovato ad essere tra i promotori di tali incontri.
E’, infatti, proprio quando ho voluto far nascere un’iniziativa con molta forza, volontà,
impegno organizzativo che mi sono trovato a dover abbandonare dopo 2 anni la “mia
creatura”.
Ci siamo ritrovati per studiare insieme alcuni testi di Steiner che presuppongono un certo
percorso individuale.
Immediatamente ho notato come l’obiettivo, che forse sarebbe stato necessario chiarire,
non era lo stesso per tutti, dato che alcuni vivevano lo studio come semplice studio ed altri
come uno spunto per capire la vita di tutti i giorni, altri ancora come una ricerca interiore.
Trovare il metodo è stato molto complicato perché ognuno portava il suo apporto a
seconda di quale motivazione l’aveva spinto ad aderire al gruppo.
Per cui, taluni preferivano la lettura del testo insieme, altri lo studio a casa e poi un lavoro
individuale riassuntivo da portare all’ incontro etc… il fatto che avesse prevalso una linea
diversa dalla mia aveva già portato in me una perdita di entusiasmo rispetto all’idea
iniziale.
Ciò che è avvenuto in maniera forte è stata la divisione del gruppo praticamente a metà,
dove alcune forze che avevano il mio stesso punto di vista si contrapponevano ad altre
che avevano un modo di pensare e di operare diametralmente opposto.
Ciò che mi ha portato avanti per 2 anni è stata la speranza che la situazione potesse
migliorare, ma il tempo, per quanto possa essere una risorsa non è una soluzione ai
problemi.
Il coordinamento era tipo ossessivo compulsivo, tutto veniva diretto dalla maggioranza in
particolare da una persona di questa maggioranza, la quale ha conquistato il “potere” con
gli attacchi agli altri giustificando il suo comportamento con vizi di tipo formale spesso
consoni al teatro dell’assurdo, ai quali non rispondevamo per educazione.
Avevamo deciso ad esempio di usare le mail solo per mere necessità organizzative che
puntualmente sono diventate ossessive ed il ciò che IO FACCIO ha preso il sopravvento
sul ciò che IO SONO, insomma la forma ha divorato la sostanza, infatti uscivo dagli
incontri, vuoto e pieno di sconforto.
Così con molta sofferenza, il progetto per me era in un certo senso “mio figlio”, ho deciso
di abbandonarlo con la certezza che sarebbe stata la soluzione migliore rispetto al vederlo
autodistruggersi e per me avrebbe sicuramente avuto più senso pensare ad altre iniziative.
Come immaginavo nell’anno in cui sono stato lontano il progetto è morto, non perché non
ci fossi io, ma piuttosto perché era il suo destino, perché non c’era un obiettivo comune.
Ora ne è nato uno nuovo lontano dalla mia idea iniziale, ma vicina al mio sentire attuale, al
quale partecipo con voglia ed entusiasmo perché ritengo sia un valido progetto, attento
agli errori commessi.

STORIA 15: TEMPESTA DENTRO E FUORI

Le storie degli esempi mi hanno fatto tornare alla mente un episodio verificatosi durante
uno dei corsi del nostro piano formativo di apprendistato.
Stavamo facendo un gioco e le istruzioni erano chiare:
Contesto di fantasia. Ci trovavamo su un'imbarcazione insieme ad Ulisse e alla sua ciurma
(di cui facevamo parte) avevamo appena superato Scilla e Cariddi ma a causa di questi
mostri la nave aveva subito danni e avevamo perso alcuni compagni.
In particolare quattro di noi sono stati scelti per interpretare gli ufficiali dei vari settori che
avrebbero dovuto stabilire cosa fare/far fare alla squadra per poter proseguire il viaggio.
Appena dato il via al dibattito ognuno ha cominciato a parlare esponendo idee che, per
quanto valide, hanno creato un momento un po' di confusione.
Alla fine eravamo certi di aver fatto un buon lavoro ma, col senno di poi, se ci fossimo
ASCOLTATI davvero avremmo lavorato meglio.

STORIA 16: SIAMO UNA SQUADRA

Da pochi mesi sono passata dalla cassa al ruolo di gestore, quindi nuovo un nuovo inizio!
Nella mia filiale ho la fortuna di lavorare con 2 colleghi molto preparati che sono anche
coetanei , quindi mi risulta più facile dividere gioie e dolori con qualcuno che capisce e
vive le mie stesse ansie…
Ansie che trovano il loro culmine durante le riunioni settimanali che si svolgono in piena
austerità!
Tutto l’organico si accomoda a semicerchio nell’ufficio del direttore e a turno veniamo
interpellati sui dati fatti, si passa poi alla visione collettiva di quali sarebbero stati i
traguardi da raggiungere, per finire con una “lavata di capo” per non essersi avvicinati
all’obiettivo prefissato..
Ovviamente nessuno dei presenti data la situazione proferisce parola… anche se viene
naturale chiedersi: “perché vengono dati gli strumenti ma non vengono mai spiegati in
modo chiaro i passaggi per arrivare ad ottenere i risultati?”
Per ovviare a questo problema e soprattutto per sopportare il senso di disagio che ci
accompagna , noi 3 colleghi abbiamo deciso di crearci uno spazio nel dopo lavoro dove
studiare i nuovi prodotti, confrontarci sui dubbi e provare a creare una strategia di
“divisione del lavoro” …
In questa fase di caos il nostro spazio ci permette di liberarci dell’ansia , ci da la possibilità
di fissare un obiettivo e di lavorare in modo sistematico per cercare di raggiungerlo …
Questa per me è la sintesi di Squadra!

STORIA 17: “NIENTE DOMANDE,FATE.”

Con il nuovo anno è stata necessaria una riorganizzazione dei metodi di lavoro per far
fronte alle esigenze aziendali.
Durante la riunione di presentazione delle nuove responsabilità e degli obiettivi da
raggiungere non c’è stato alcun spazio per la discussione, non è stato possibile presentare
ai capi le perplessità e le criticità date dall’applicazione di un regolamento generale ai casi
particolari di concreta attuazione.
L’obiettivo era chiaro ma non era affatto stabilito il metodo attraverso il quale tale obiettivo
si sarebbe dovuto declinare, considerando le differenze di capacità e risorse.
Per questo la riunione si è conclusa senza aver definito un percorso di lavoro ed è quindi
emersa una situazione di confusione generale seguita dall’ansia di fare per non deludere
le aspettative.
Il risultato è stato che il gruppo non è mai nato perché in mancanza di metodo non si è
creata una relazione tra i componenti e ciascuno ha preferito quindi lavorare da solo.

STORIA 18: AVANTI POPOLO…MA TU NO!!!

Qualche mese fa partecipai ad una riunione sindacale di rilevante importanza (da come si
evinceva dalle mail di convocazione),in quanto si doveva discutere sullo sciopero indetto
dalle organizzazioni sindacali in maniera unitaria. Arrivati lì,i rappresentanti sindacali
iniziarono ad invitarci ad aderire allo sciopero perché solo un’adesione di massa avrebbe
consentito una certa efficacia. Ma quando si iniziò a chiedere i motivi di questo sciopero,
se effettivamente esso avrebbe portato a qualche risultato e in quali termini,il caos prese il
sopravvento: dopo un brevissimo elenco di motivi (ovvero la non concessione di alcuni
privilegi di cui godevamo fino a quel momento),l’assemblea virò sui soliti discorsi che i
sindacalisti fanno ai dipendenti relativamente a comportamenti professionali (di natura
prettamente tecnica) da tenere onde evitare provvedimenti disciplinari,esponendo una
serie di episodi accaduti a colleghi di recente. In pratica,all’assemblea sindacale sfuggì
quello che era il vero obiettivo, cioè illustrare,motivare le cause dello sciopero e discuterne
apertamente. Fu palese che a loro non interessava dialogare sul perché,ma interessava
solo una partecipazione massiva. Poi,dopo un intervento di un collega che spostò
l’attenzione sull’argomento centrale,anche mediante un dovuto richiamo,mi venne
consigliato dal rappresentante sindacale di non partecipare allo sciopero vista la natura del
mio contratto (di apprendistato),poiché avrei potuto essere oggetto di ricatti da parte
dell’azienda. Insomma,un garante dei diritti mi consigliava di rinunciare ad un mio
sacrosanto diritto al fine di evitare un presunto abuso,per il quale, ammetteva
implicitamente, non si può opporre alcuna resistenza…
E il sindacato cosa ci sta a fare?

STORIA 19: IL CERCHIO

Nella mia esperienza lavorativa ho riscontrato la forte difficoltà, se non la sensazione di


impossibilità, per quanto riguarda l’evoluzione e lo sviluppo di determinate circostanze.
Faccio riferimento in particolare a quella classica situazione in cui arrivano “dall’alto”
nuove regole o disposizioni su come affrontare il lavoro, il cliente, a cosa dare maggiore
importanza tra i prodotti commercializzati.
Inizialmente la novità viene presa con entusiasmo o meno, ma si ha comunque la
sensazione che qualcosa cambierà nel proprio lavoro, magari anche proprio come ruolo o
mansione, ma dopo un breve momento di “esaltazione”, torniamo ad una visione più cinica
e disincantata della realtà: nonostante la volontà ed anche l’interesse dei superiori o
dell’azienda per darti la possibilità di lavorare in modo diverso e nuovo, la quotidianità, con
la sue abitudini ed usanze schiaccianti, non te lo permette.
Il titolo “il cerchio” rappresenta per me la metafora di una sensazione che alle volte provo e
condivido anche con i colleghi, ovvero il fatto di ripercorrere i medesimi passi, senza
riuscire ad “uscirne”, come se - anziché procedere su di una linea retta con vari
cambiamenti, ci sia solo l’ illusione di ciò, ma in realtà si giri attorno scavando quasi un
cerchio, senza progredire in cambiamenti.

STORIA 20: “UNO PER TUTTI E OGNUNO PER SÈ”

…nonostante fossimo solo sei persone in ufficio e l’ufficio non superasse i 70 mq; per
comunicare il giorno e l’ora nella quale avremmo dovuto riunirci il direttore ci mandava una
mail in cui citava :”domani ore 13.40 riunione”, non era specificato l’ordine del giorno e non
vi era preavviso. Le riunioni erano svolte in pausa pranzo e non potendo disporre di una
sala riunioni o ancor meno di un ufficio sufficientemente capiente, il direttore le
organizzava in filiale; potendo usufruire solo dell’appoggio su una scrivania (quella più
sgombra). Le sedie per noi colleghi erano disposte attorno. Il direttore rimaneva in piedi,
non faceva domande esponeva “solo numeri” e risultati da raggiungere senza
preoccuparsi minimamente del “come raggiungere l’obiettivo” generando dubbi e
perplessità che nessuno manifestava pubblicamente… trattandosi poi di pause pranzo
spesso durante le riunioni si pranzava, generando disordine e caos…
Nessuno aveva compiti specifici anche se le competenze erano molto diverse; a seconda
dell’obiettivo da raggiungere tutti si dovevano impegnare dando il proprio contributo, il
metodo era lasciato al caso, l’importante era non rimanere indietro, in questo clima di
pseudo terrore tutti con ansia affrontavano il compito mettendosi al riparo da possibili
rimproveri o critiche… non ci si confrontava e ognuno lavorava per sé.