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ECONOMIA

DELLA BANCA E GESTIONE DEI RISCHI



1. Un inquadramento generale sui rischi e sulla gestione bancaria

1.1 Rischio e gestione d’impresa
Prima di affrontare il tema del rischio nell’ambito della gestione d’impresa, è opportuno che ci si
soffermi su alcuni aspetti generali che hanno segnato il dibattito culturale in argomento:
1- concetto di “alea”: perché si possa parlare di rischio deve esistere una alea sugli esiti attesi
da un evento, una decisione, una azione intrapresa o da intraprendere (economica e
giuridica)
2- distinzione critica fra rischio e incertezza
3- segno economico dell’impatto atteso dall’evento (rischio puro vs rischio speculativo).
4- collegamento fra rischio che si è disposti a sopportare e obiettivi
5- orizzonte temporale in cui può concretizzarsi il rischio

È ormai generalmente acquisito che si parla di rischio come di una influenza producibile da
un evento futuro e incerto, essendo tale influenza valutabile in termini di distribuzione
probabilistica conosciuta nei suoi parametri. Per contro vi è incertezza quando i parametri
della distribuzione non sono definibili a priori.

1.2 Definizione di rischio
- In sintesi si può definire rischio la distribuzione dei possibili scostamenti dai risultati attesi
per effetto di eventi di incerta manifestazione interni o esterni all’impresa. Tale
distribuzione può essere più o meno ampia in funzione della sensibilità delle variabili
“chiave” del business model all’influsso dei fattori di rischio.
- La capacità di identificare, selezionare, misurare e gestire i rischi diventa una fonte di
vantaggio competitivo, perché attraverso essa l’impresa si mette nelle condizioni di poter
cogliere tutte le opportunità di business compatibili con il profilo di rischio prescelto e
concordato dagli organi di governo con gli stakeholder.

La valutazione e il controllo dei rischi deve divenire patrimonio e strumento di gestione da
parte dei manager. Un fattore che sembra ostativo al riguardo fa riferimento alla complessità
delle tecniche sulle quali poggiano la misurazione e la valutazione dei rischi.
In effetti, per la natura e la complessità degli argomenti affrontati, diviene necessario
l’impiego di idonee metodologie di rilevazione e di analisi quantitativa, anche se va rilevato
che, per favorire la diffusione di una cultura del rischio nell’ambito del management, ci si
trova spesso nella necessità di rinunciare ai modelli più sofisticati che comportano
complicazioni difficilmente gestibili nella realtà aziendale.
Le metodologie finalizzate alla identificazione e alla valutazione dei rischi hanno tratto
impulso dall’accresciuto dinamismo dei mercati, dai cambiamenti di contesto esterno, dal
più elevato livello di rischiosità delle scelte aziendali verificatosi soprattutto negli ultimi anni.
In passato la gestione del rischio avveniva all’interno di sistemi aziendali relativamente
semplici, governati in logica accentrata, in un ambiente organizzativo a struttura gerarchico
– funzionale, come nel caso delle banche italiane degli anni ’70 e ’80 operanti in regime di
quasi monopolio o delle imprese a gestione familiare.
La gestione del rischio, pur indirizzata su specifici comparti di attività e priva di un disegno
generale d’impresa, poteva peraltro supplire in modo adeguato, sia per la scarsa
perturbabilità dei mercati, sia per la posizione chiave in logica accentrata di coloro che
adottavano le decisioni aziendali.

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L’incrementata competizione che l’evoluzione tecnologica ha sollecitato, ha indotto il
management a cercare nuovi vantaggi competitivi, spesso abbandonando le strategie
difensive nel campo delle tecnologie, dei mercati e della clientela tradizionale, a favore
dell’ingresso in nuove arene competitive caratterizzate da più elevati tassi di crescita, ma
anche da maggiore incidenza di rischio.

1.3 Rischio e Business
- In un contesto di maggiore complessità, con strutture organizzative articolate e
caratterizzate da elevato grado di autonomia in logica divisionale decentrata, tale approccio
tradizionale non si è più rivelato efficace: il rischio ha richiesto dunque di essere non solo
misurato stand alone, ma anche integrato nei processi gestionali del management, per il
tramite di metodologie formalizzate chiare e condivise e avvalendosi di adeguate soluzioni
organizzative.

In un ambiente sempre più competitivo nel quale la sopravvivenza dell’impresa è sempre
più legata alla ragionata assunzione di rischi connessi allo sfruttamento di opportunità, la
ricerca sistematica di soluzioni prive di rischio determina inevitabilmente la paralisi e il
regresso aziendale.

- Il rischio deve essere visto come una componente del business, la cui sistematica
eliminazione ricercata attraverso politiche di gestione di tipo meramente reattivo (in logica
di insurance management) comporta una inevitabile perdita di iniziativa imprenditoriale e di
capacità di stare sul mercato.
- La vera sfida che il management deve affrontare non consiste quindi nella eliminazione del
rischio, quanto nella identificazione, valutazione e gestione differenziata dei rischi in
un’ottica integrata e in coerenza con le politiche negoziate con gli stakeholder.

1.4 Il processo di gestione del rischio
Il processo di gestione del rischio si sviluppa attraverso i seguenti passi logici, i quali richiedono di
essere calati nella specifica realtà aziendale, in coerenza con la formula imprenditoriale adottata e
con le caratteristiche del business model:
1- definizione delle finalità attribuite al sistema di risk management;
2- identificazione dei rischi;
3- valutazione (assessment) dei rischi;
4- definizione e implementazione dei modelli di misurazione e di valutazione dei rischi;
5- implementazione dei programmi e delle procedure atti a gestire i rischi;
6- valutazione in logica di feedback dei risultati ottenuti e identificazione delle linee di
intervento che si rendano necessarie.
Deve trattarsi di un processo che opera ex ante e in modo integrato, il quale è finalizzato alla
identificazione dei fattori di rischio prima che essi si concretizzino e all’orientamento delle scelte
aziendali verso l’assunzione di rischi governabili, piuttosto che all’acritico rigetto delle opportunità
di business in logica di minimizzazione del carico dei rischi che gravano sui singoli business.

1.5 Rischio e gestione bancaria
- La gestione della banca consiste nella assunzione e nel controllo dei rischi collegati con il
carattere monetario delle attività/passività da essa create/offerte al mercato e con il diverso
orizzonte temporale che caratterizza i loro flussi di cassa
- da questo mismatching temporale nasce l’incertezza legata alla situazione delle imprese
finanziate, alle condizioni dei mercati finanziari, all’andamento economico generale.

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Anche se i fattori di rischio legati ai vari ambiti della gestione bancaria possono essere
considerati a se stanti, in funzione delle loro peculiarità e della complessità dei metodi e
delle procedure attraverso i quali la banca è in grado di misurare, valutare e gestire i rischi,
negli anni più recenti si sta imponendo una visione unitaria del problema. Da ciò è derivata
la costituzione di unità di risk management che hanno il compito di valutare e monitorare
l’insieme dei rischi.
I rischi bancari sono definiti come gli impatti negativi sulla redditività/profittabilità della banca
derivanti da varie fonti di incertezza.
La misurazione del rischio richiede che sia identificata la fonte dell’incertezza e la
dimensione quantitativa del suo effetto negativo potenziale sulla profittabilità, espressa sia
in termini contabili, sia attraverso misure di mercato.
Con il termine gestione dei rischi nella banca si fa riferimento all’intero set di procedure e di
modelli che consentono alla banca di impostare e realizzare politiche gestiona li basate sul
rischio, ivi compresi gli strumenti e le tecniche di gestione necessari al fine della
misurazione, della valutazione e del controllo dei rischi.
L’obiettivo è quello di migliorare il profilo rischio – reddito del portafoglio della banca.
La principale innovazione in questa area consiste nella graduale estensione delle misure di
quantificazione del rischio a tutte le categorie di rischio, in aggiunta agli indicatori qualitativi.
I rischi attuali sono le perdite potenziali per il futuro.
Il problema consiste nel fatto che i rischi non sono visibili come i costi e i ricavi e quindi la
misurazione del rischio rappresenta di per sé una sfida sia pratica che concettuale, il che
spiega perché nella gestione dei rischi vi sia una mancanza di misure sufficientemente
condivise e credibili.
Nei tempi più recenti è rilevabile nell’industria bancaria una intensificazione delle pratiche
basate sul rischio, le quali non riguardano più solamente le grandi banche.
A ciò si è giunti principalmente in conseguenza degli accadimenti seguenti:
- sono sempre più forti gli incentivi a procedere in questa direzione derivanti dai mercati;
- la regolamentazione esterna alle banche ha sviluppato linee guida per la misurazione dei
rischi e per la copertura dei medesimi attraverso una adeguata dotazione di capitale;
- ormai per tutte le categorie di rischio lo strumentario si è arricchito in modo considerevole
e si è integrato nell’ambito dei processi gestionali della banca.
Visibilità e sensibilità al rischio sono particolarmente importanti per la gestione bancaria,
perché le banche sono “risk machines”: esse assumono i rischi, li trasformano, li incorporano
nei loro prodotti/servizi.
Le procedure/pratiche operative bancarie basate sul rischio utilizzano misure quantitative di
rischio e il loro ambito va dalla decisione di assumere rischio in un’ottica ex ante al
monitoraggio del rischio, fino al controllo ex post del rischio assunto.
Le ragioni che portano alla implementazione di procedure basate sul rischio fanno
riferimento alla esigenza di:
- bilanciare rischio e rendimento dal punto di vista del management;
- sviluppare vantaggi competitivi diversamente mantenuti solo a livello potenziale;
- osservare la regolamentazione esterna imposta dalle Autorità di vigilanza.

Un esempio di “nuova” pratica bancaria basata sul rischio è fornito dalla implementazione
di misure di redditività aggiustate per il rischio, le quali rendono comparabili i profili di rischio
– rendimento delle varie operazioni bancarie fra di loro, delle diverse business units o dei
diversi portafogli di attività della banca.
In un contesto competitivo come l’attuale diventa necessario essere in grado di valutare la
clientela e di applicare alla medesima condizioni di prezzo coerenti con il contributo che
essa fornisce al profilo di rischio – rendimento della banca.

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Politiche di prezzo non collegate con la misurazione dei rischi operano una selezione
avversa dal punto di vista del portafoglio di attività detenuto dalla banca.
In un’ottica di tipo manageriale, senza una visione equilibrata dei rischi e dei redditi attesi,
la banca assume un punto di vista “miope” nei riguardi delle conseguenze derivanti dalle
proprie politiche di business in termini di perdite future, per il fatto che è più agevole misurare
il reddito che “catturare” i rischi che sottostanno al medesimo.
Le linee guida della regolamentazione prodotta dalle Autorità di vigilanza sono sempre più
stringenti e comportano la necessità di procedere a misure quantitative del rischio.

La quantificazione del rischio costituisce ancora una sfida


La quantifica zione dei rischi bancari rimane la sfida principale, che è stata affrontata in
epoca abbastanza recente, eccezione fatta per quelli collegati con la struttura e la dinamica
dei mercati dei capitali.
Mentre sul piano della ricerca si è assistito a uno sviluppo significativo nella modellistica
finalizzata alla misurazione dei rischi di mercato e dei rischi di credito, rimangono ancora
carenti sul piano applicativo gli strumenti posti a disposizione di coloro che devono decidere,
in termini di bilancio rischio - reddito in una prospettiva stand alone, ma ancor più in un’ottica
di portafoglio.
I rischi rimangono invisibili e intangibili fino a quando si materializzano in perdite.
Le soluzioni semplicistiche al riguardo non sono di aiuto. Ad esempio, l’ammontare della
esposizione al rischio di credito derivante da un prestito non esaurisce il rischio in sé. Il
rischio dipende infatti dalla probabilità di perdita e dal grado di recupero, oltre che
dall’ampiezza del finanziamento.
Analogamente, l’analisi dell’andamento delle perdite verificatesi nel tempo dal lato dei
prestiti può essere utile, ma è sfortunatamente insufficiente. In effetti le perdite riscontrate
non indicano all’analista se esse sono il risultato della applicazione di limiti di autonomia
inadeguati, della sottovalutazione del vero e proprio rischio di credito, della presenza di
garanzie inadeguate, oppure di una eccessiva concentrazione e correlazione fra i prestiti
componenti il portafoglio della banca. Senza un collegamento con strumenti adeguati di
controllo del rischio, forniti da modelli che collegano i drivers dei rischi, alle perdite attese e
alla loro variabilità, le serie storiche in quanto tali sono scarsamente utili per porre in essere
eventuali azioni correttive.
Mercati finanziari e istituzioni finanziarie
L’attenzione della finanza si è orientata principalmente verso i mercati finanziari e solo in
secondo tempo verso gli intermediari finanziari, con lo sviluppo di modelli quantitativi che
hanno interessato comunque specifiche aree di attività collegate con i mercati, quali l’asset
management.
La finanza quantitativa è un ambito scientifico di ricerca molto ampio e promettente, come
è messo in evidenza dai numerosi premi Nobel che esso ha saputo esprimere.
I contributi finalizzati al pricing degli strumenti finanziari di mercato e dei derivatives solo in
epoca recente hanno trovato applicazione gestionale nelle banche e negli intermediari
finanziari, determinando ripercussioni importanti dal punto di vista delle loro politiche di
offerta di prodotti/servizi, composizione e gestione del portafoglio.
Ritardi si riscontrano invece nell’ambito dell’analisi delle altre attività/passività non di
mercato. Nell’ambito degli intermediari finanziari e della banca in particolare è possibile
pervenire a un utilizzo gestionale dei modelli di misurazione e di valutazione dei rischi (e
quindi a un vero e proprio sistema di risk management), solo se opera in modo sistematico
il collegamento fra i rischi e le variabili che li determinano nell’ottica del controllo di gestione.


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1.6 Business Lines e aree di attività della banca
- Prima di affrontare l’analisi dei rischi che incidono sulla gestione della banca è opportuno un
sintetico richiamo alle caratteristiche principali dell’attività bancaria e delle businesses lines
(aree d’affari) che in essa si esprimono.

Non va infatti dimenticato che la gestione del rischio deve essere analizzata nell’ottica
dell’economia della banca e non può quindi prescindere dalle caratteristiche che in essa
assume la matrice prodotti – mercati.
L’analisi dei vari rischi bancari è propedeutica alla definizione e alla implementazione di un
sistema di risk management, il quale va considerato come l’insieme dei modelli, dei processi
e delle scelte organizzative concernenti il rischio.
L’industria bancaria annovera varie modalità di fare banca e quindi anche varie
macrostrutture, nell’ambito delle quali si sviluppano diverse aree strategiche d’affari.

- I processi e le procedure di risk management si differenziano a seconda dei vari tipi di attività
svolta dalla banca, pur sulla base di uno strumentario di analisi e valutazione che rimane
ampiamente comune
- sia a livello delle singole businesses lines, sia a livello dell’intera gestione della banca,
l’obiettivo al quale è finalizzato il risk management consiste comunque nel miglioramento
del rapporto rischio – reddito.

Nel retail banking il mercato di riferimento è di massa e l’orientamento al business da parte


della banca è di tipo industriale in funzione dell’elevato numero di transazioni. L’attività di
prestito si basa pesantemente su tecniche statistiche e il reporting dell’attività richiede una
aggregazione delle transazioni per tipo di cliente, famiglia di prodotto, periodo di riferimento.
Nel corporate middle market e ancor più nel large corporate le decisioni di finanziamento
hanno un contenuto più individuale a base soggettiva, in quanto l’approccio meccanicistico
con l’applicazione di regole predeterminate non si rivela in grado di gestire la complessità
delle caratteristiche dell’impresa cliente. Prevale quindi un approccio relazionale basato
sulla conoscenza reciproca, sufficientemente stabile e destinato ad accompagnare lo
sviluppo dell’impresa.
L’investment banking è il dominio delle transazioni importanti che si delineano adattandosi
alle esigenze della clientela costituita dalle grandi imprese o dalle altre istituzioni finanziarie.
La finanza che ne deriva è specializzata e strutturata attraverso l’utilizzo di una integrazione
fra prodotti finanziari, prodotti derivati e clausole contrattuali di controllo del rischio.
L’attività di trading, svolta in proprio o per conto della clientela, riguarda i titoli a reddito fisso,
le azioni e i derivati.
Il private banking, l’asset management e le altre attività di servizio svolte dalla banca non
generano i rischi tradizionali dell’attività bancaria, mentre producono rischi di carattere
operativo.
Un altro modo di rappresentare i vari ambiti di intervento della banca è illustrato nella figura
seguente, per il tramite della matrice prodotti - mercati.

1.7 I profili gestionali dell’intermediazione bancaria


- L’esame della struttura dell’intermediazione finanziaria attuata dalla banca consente di
individuare i percorsi gestionali attraverso i quali il management si propone di realizzare
l’obiettivo di creare valore per gli azionisti
- l’analisi dei prodotti di raccolta, di impiego e di investimento e dei mercati ai quali essi si
indirizzano dà senso e contenuto concreto al modo di fare banca

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- a seconda delle varie scelte effettuate e della interpretazione che in termini gestionali si
attribuisce al mestiere di fare banca, variano anche le configurazioni di reddito, i livelli di
redditività e le incidenze di rischio alle quali la banca stessa va incontro, sia in termini di rischi
direttamente misurabili (rischio di liquidità, rischio di interesse, rischio di mercato e rischio
di credito), sia nei riguardi di rischi non misurabili direttamente, quali i rischi operativi.

Per questa ragione e prima di procedere all’esame delle singole componenti di rischio che
incidono sulla gestione bancaria è necessario soffermarsi, seppure in modo sintetico, a
considerare come attraverso le scelte gestionali attuate dalla banca si articola e si
caratterizza l’intermediazione finanziaria da essa attuata.
Dalla attività di intermediazione conseguono tipicamente costi e ricavi che alimentano il
conto economico nella loro configurazione di interessi passivi e interessi attivi, diversamente
da quanto avviene per l’attività di prestazione di servizi di regolamento, di investimento e di
asset management, dai quali conseguono componenti di reddito allocati fra i ricavi da
servizi.
L’esame degli ambiti operativi verso i quali si indirizza l’attività di inter mediazione della
banca, della loro composizione, della correlazione che esiste fra attivo e passivo, della
struttura per scadenza e del suo andamento nel corso del tempo è propedeutico alla
comprensione del tipo di banca che si ha di fronte, delle componenti di rischio che in via
prioritaria debbono esse identificate, misura te e valutate, al fine di giungere a un giudizio di
sintesi sulle performance realizzate dalla banca stessa.
Il percorso di analisi concernenti l’intermediazione creditizia attuata dalla banca sono
affrontati nell’ambito del Corso di Economia delle aziende di credito, al quale si rinvia.
In questa sede ci si limita a richiamare un approccio sintetico e semplificato che in via
prioritaria fa riferimento alla distinzione fra intermediazione in euro e intermediazione in
valuta e ancora alla distinzione fra clientela ordinaria e clientela bancaria.
L’intermediazione in euro con clientela ordinaria costituisce ancora il settore prevalente,
ancorché tradizionale, dell’attività bancaria dal quale derivano i principali elementi di
rischiosità e di redditività.
- Prendendo come punto di partenza il totale del passivo della banca (TP) è necessario
considerare la sua ripartizione nelle componenti principali rappresentate dalla raccolta da
clientela ordinaria (DEP), dalla emissione di titoli di debito (OBBL), dalle passività
interbancarie (INTRP), dal patrimonio (PATR) e dalle altre passività (AP).
Il peso relativo di tali componenti consente di disporre di un quadro sintetico ma esplicativo
dell’origine delle risorse finanziarie utilizzate dalla banca e quindi delle fonti di finanziamento
alle quali la medesima ricorre per l’effettuazione dei propri investimenti.
Le caratteristiche di onerosità e di durata di tali fonti di finanziamento sono poste in
correlazione con gli analoghi caratteri dell’attivo al fine di evidenziare la presenza o meno
di equilibri di struttura finanziaria (ad esempio in termini di capitale circolante netto, quale
confronto fra attività fruttifere e passività onerose).
La crucialità della raccolta da clientela ordinaria nell’ambito della composizione del passivo
della banca richiede che si ponga particolare attenzione all’aggregato che la rappresenta, il
quale viene seguito con cadenza quantomeno decadale e mensile, in linea con le
segnalazioni che devono essere trasmesse alla Autorità di vigilanza, pur non essendo
infrequente un orizzonte temporale di analisi più ridotto, per giungere a una rilevazione
giornaliera della dinamica della raccolta.
Ai volumi della raccolta si collega anche l’analisi dei tassi applicati in un’ottica comparativa
che opera non solo nel tempo ma fa riferimento anche a un confronto con i maggiori
competitors o con l’intero sistema.

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Analogamente a quanto sintetizzato con riferimento alla struttura del passivo, anche con
riguardo al totale dell’attivo (TA) è necessario considerarne la suddivisione nelle componenti
principali rappresentate dai crediti verso la clientela ordinaria (IMP), dai titoli (TIT), dai crediti
verso le banche (INTRA), da partecipazioni e azioni (PART), da immobilizzazioni materiali
e immateriali (IMM) e da altre attività (AA).
Anche in questo caso il peso relativo di ciascuna componente rispetto al TA consente di
conoscere in sintesi alcune delle principali caratteristiche dell’attivo, quali la potenziale
rischiosità, il grado di immobilizzo, la ripartizione fra le fonti di redditività.
Come è noto le due principali direzioni di impiego delle risorse finanziarie della banca sono
rappresentate dai prestiti concessi alla clientela e dai titoli che costituiscono il portafoglio di
proprietà della banca. Due forme di impiego dei fondi che comportano diverso grado di
rischio, diversa redditività e diversa incidenza dei costi operativi.
Anche nei riguardi dei crediti verso la clientela ordinaria (IMP), che generalmente
rappresentano ancora la voce più rilevante dell’attivo bancario, se ne segue l’andamento e
si effettuano confronti interaziendali e a livello di sistema utilizzando i dati della Matrice dei
conti e della Centrale dei rischi.

Ai crediti verso la clientela è dedicata anche una analisi di composizione che assume come
variabili rilevanti i settori di appartenenza della clientela e le forme tecniche attraverso le
quali la banca procede alla concessione dei prestiti.

L’attività della banca in titoli fa riferimento alla effettuazione di operazioni di investimento e


di trading svolte per conto proprio o nell’interesse della clientela nell’ambito di una offerta di
servizi di asset management, investimento del risparmio, gestione di patrimoni mobiliari,
previdenza complementare e integrativa.
Anche in questo caso, peso, rilevanza e incidenza delle varie componenti del portafoglio
titoli sono indicativi di scelte gestionali che la banca adotta in funzione degli obiettivi
strategici che il soggetto economico intende raggiungere, tenuto conto delle caratteristiche
competitive dei mercati sui quali essa opera e del tipo di clientela che a essa si rivolge.
L’intermediazione interbancaria, sia per rapporti che vedono la banca offerente di fondi
(INTRA), sia per quelli che determinano un accesso al mercato in logica di funding (INTRP),
va collegata con le altre componenti dell’attivo e del passivo della banca ed è l’espressione
di sintesi delle caratteristiche dimensionali e di posizionamento della medesima sul mercato
dell’intermediazione finanziaria tradizionale.

1.8 Business della banca
- Le transazioni attraverso le quali si sviluppa
l’intermediazione finanziaria tradizionale alimentano il
cosiddetto banking book che include quindi la raccolta
e gli impieghi, in contrapposizione con il trading book
che riguarda solo le transazioni che alimentano il
mercato finanziario.

L’approccio semplificato sopra esposto non può né deve
fare dimenticare la complessità delle interrelazioni che
collegano fra loro il nucleo centrale dell’attività bancaria
(attività di intermediazione creditizia, interventi sui mercati
finanziari e offerta di servizi alla clientela), l’ambiente
operativo esterno (mercato monetario, mercati finanziario,
sistemi di pagamento, politica monetaria e
regolamentazione di vigilanza), gli strumenti di
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informazione economico – finanziaria e di analisi dei rischi ( pianificazione, programmazione
e controllo di gestione, budget, bilancio, segnalazioni di vigilanza, sistema dei controlli
interni, rischi operativi, rischi finanziari e rischi di credito) e i profili gene rali di ana lisi
(rischiosità, liquidità, redditività, adeguatezza patrimoniale, adeguatezza organizzativa,
efficienza e produttività).

Nei prossimi capitoli, dopo avere posto la distinzione fra i processi di gestione dei rischi
attraverso i quali si svolge l’attività della banca e i modelli di risk management che trovano
applicazione in detti processi, ci esaminano i principali rischi bancari, mettendone in
evidenza le caratteristiche di manifestazione e i riflessi che essi sono in grado di produrre
sulla gestione della banca e dal punto di vista regolamentare.
Si fa riferimento al rischio di tasso di interesse, al rischio di liquidità, ai rischi di mercato, al
rischio operativo e al rischio di credito.
A quest’ultimo è riservata una particolare attenzione in ragione del rilievo che esso assume
nell’ambito della intermediazione operata dalle banche italiane, le quali hanno
principalmente adottato il modello gestionale originate to hold.
Quando la banca costruisce le proprie prospettive di sviluppo su relazioni di clientela
destinate a durare nel tempo, diventa infatti essenziale la sua capacità di selezionare le
informazioni disponibili, pubbliche e private, al fine di valutare l’affidabilità delle imprese che
richiedono credito.

1.9 Rischi tipici dell’attività bancaria


Le diverse aree di business della banca sono esposte a differenti fonti di rischio:
- Rischi speculativi (di credito, di tasso di interesse, di mercato, di liquidità,
di tasso di cambio)
- Rischi puri (operativo)

1.10 Rischio e gestione efficiente del capitale della banca
La gestione efficiente del capitale, nell’ambito di un’attività esposta a rischi, è soggetta a:
- Alle crescenti professioni competitive alle quali la banca è sottoposta
- Alla necessità di soddisfare adeguatamente le esigenze dei propri azionisti

In estrema sintesi si tratta di rispondere alle domande:
- Come misurare i rischi assunti dalla banca nel suo complesso al fine di valutarne
l’adeguatezza patrimoniale?
- Come determinare l’assorbimento di capitale per le diverse unità di business al fine di
giudicare più compiutamente la loro performance?
- Come allocare dinamicamente nel modo più efficiente il capitale fra le varie attività svolte
dalla banca?

Il problema del rapporto fra rischi assunti, redditività desiderata e dotazione del capitale va
affrontato tenendo presente che:
- Una maggiore dotazione di capitale consente di fronteggiare i possibili effetti derivanti dal
concretizzarsi delle varie configurazioni di rischio cui la banca è esposta
MA
- Una dotazione di capitale proprio troppo elevata può deprimere la redditività media della
banca e rendere difficile soddisfare le attese di rendimento degli azionisti

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2. I processi e i modelli di gestione dei rischi bancari

La pratica bancaria tradizionale procede all’individuazione dei limiti di rischio entro i quali
devono essere ricomprese le scelte di gestione, attraverso valutazioni prevalentemente
qualitative, che solo indirettamente considerano la variabilità dei risultati economici prodotti
dalle singole aree di business.
Nelle best practice che caratterizzano i moderni approcci di risk management nell’ambito
della banca, detti limiti sono invece collegati con l’individuazione, valutazione e misurazione
dei rischi e vengono determinati in modo tale da assicurare i migliori risultati aggiustati per
il rischio. In entrambi i casi l’obiettivo è quello di migliorare il profilo di rischio-reddito delle
singole transazioni o dell’intero portafoglio della banca.
Le nuove best practice sono peraltro maggiormente risk-sensitive e ciò deriva dal fatto che
i rischi non sono solo qualitativamente individuati, ma risultano anche quantificati e misurati.
La differenza fondamentale infatti fra approccio tradizionale e approccio moderno alla
gestione dei rischi bancari consiste nell’implementazione di misure quantitative di rischio.
La caratterizzazione del profilo rischio-rendimento delle singole transazioni o del
complessivo portafoglio è centrale nel sistema e nei processi di risk management.

- i processi di gestione del rischio (risk management), sono il complesso delle azioni/decisioni
collegate con le scelte di gestione e con i controlli interni (sulle medesime), dalle quali deriva
il profilo di rischio-reddito delle singole transazioni, dei sub-portafoglio delle varie aree
strategiche d’affari o dell’intero portafoglio della banca, possono essere orizzontali o
verticali
- I modelli di analisi e misurazione del rischio (risk model) forniscono la base dei dati che
entrano come input nei processi di risk management.

2.1 I processi di risk management di tipo verticale (risk management)
- Nei processi verticali top-down, una volta formalizzati gli obiettivi di reddito e di limitazione
del rischio a livello dell’intera banca, gli stessi sono convertiti in indicazioni specifiche a livello
di singole businesses units o di singoli operatori in termini di performance da raggiungere e
rischio/capitale allocato. Senza l’operatività di questi processi, gli obiettivi generali elaborati
dal top management della banca rimarrebbero pure affermazioni teoriche, perdendo di
effettività.
- Nei processi verticali bottom-up si realizza il monitoraggio del rischio e il suo reporting,
partendo dalle singole transazioni per
arrivare sino al consolidamento generale, a
livello di business unit e dell’intera banca, dei
rischi, del reddito e del volume dell’attività
svolta. Questa aggregazione è necessaria
ogniqualvolta si voglia effettuare una
supervisione e si intendano confrontare, a
tutti i livelli del processo decisionale, gli
obiettivi perseguiti rispetto ai risultati
effettivamente raggiunti.

La figura 1 illustra i due tipi di processi verticali. Dal lato destro, ogni livello della piramide
rappresenta una dimensione di rischio e, per effetto della diversificazione che si ottiene
muovendosi verso l’alto (considerando riferimenti sempre più ampi), il rischio complessivo
che grava sulla gestione della banca è inferiore rispetto alla somma dei rischi generati a

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livello di singole transazioni, business unit, aree di
attività. Il rischio complessivo post-diversificazione che
grava sull’intera banca deve essere allocato attraverso
un processo top-down (lato sinistro della piramide).

2.2 Processi orizzontali (risk management)
I processi di risk management di tipo orizzontale affrontano a
livello di singola business line, di singolo prodotto/segmento
o singolo operatore i seguenti ambiti di azione che devono
essere tra loro integrati:
1. fissazione delle linee guida (guideline) in termini di limiti di rischio, autonomia operativa e
obiettivi di reddito;
2. assunzione delle decisioni concernenti le attività di prestito e di investimento, le passività,
il loro bilanciamento e le operazioni di copertura;
3. monitoraggio della coerenza fra i profili di rischio-rendimento delle singole operazioni o sub-
portafogli rispetto alle linee guida, reporting e conseguenti azioni correttive.

È essenziale che vi sia un’integrazione fra le tre fasi sopra rappresentate. Il risk
management diviene efficace e ha successo se si sviluppa fino a uno stadio nel quale la
fissazione delle linee guida interagisce con la fase della assunzione delle decisioni e con il
monitoraggio.
Se si integrano i due tipi di processi verticali e orizzontali si ottiene una rappresentazione
analoga a quella della figura 3.

Affinché l’ottimizzazione del binomio rischio-reddito si concretizzi a livello di transazioni, di


business unit e di portafoglio della banca, è necessario tenere conto della dimensione
prodotti/mercati che caratterizza le scelte nell’ambito della politica degli impieghi attuata
dalla medesima.
Riprendendo la matrice già presentata (Dispensa 1, fig. 2), al fine di giungere a decisioni
che abbiano un significato economico, il profilo di rischio-rendimento deve essere tracciato
tenendo conto delle specifiche caratteristiche di ciascuna delle celle risultanti dall’incontro
tra uno specifico segmento di mercato e uno specifico tipo di impiego.

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2.2.1 Un approfondimento sui processi di gestione del rischio di tipo orizzontale
1) La fissazione di linee guida in termini di rischio/rendimento
Il riferimento è ai limiti di rischio e ai benchmark di performance. Nel caso del rischio di
credito i limiti si determinano a livello del singolo debitore, settore di appartenenza,
segmento di mercato e tengono conto sia della forma tecnica di finanziamento sia del livello
di collocazione gerarchica di colui che deve decidere circa l’affidamento e le relative
condizioni di finanziamento.
Tenuto conto del carattere tradizionale dell’intermediazione creditizia, sono consolidate le
procedure che fissano limiti al rischio di credito e che si propongono di evitare eccessive
concentrazioni di rischio, mantenere determinati rapporti massimi fra indebitamento del
cliente e ammontare del capitale di rischio del medesimo, oppure che fanno riferimento al
patrimonio della banca.
La logica che è sottostante alla fissazione di limiti di carattere para-assicurativo
all’assunzione del rischio di credito collide con quella che porterebbe invece la banca a
rafforzare i rapporti di clientela, operando per linee interne con l’ampliamento del volume
dei finanziamenti concessi ai clienti già conosciuti, nei riguardi dei quali si è sviluppata una
logica relazionale basata sulla conoscenza e la fiducia reciproca. Dal punto di vista del
rischio invece una concentrazione di esposizione verso il singolo cliente, impresa o gruppo,
va evitata.
Come affermato precedentemente, nella fissazione dei limiti di rischio la banca dovrà tenere
conto delle specifiche caratteristiche di prodotto/mercato per evitare di ottenere un
peggioramento del profilo rischio-reddito, rispetto a un innalzamento atteso del medesimo.
Per quanto concerne i rischi di mercato, la banca fissa limiti in termini di sensibilità
(variazioni di valore) delle attività finanziarie che alimentano il trading book, rispetto alle
variazioni dei parametri di mercato rappresentati dai tassi di interesse, dagli indici azionari
e dai tassi di cambio. Questi limiti comportano anche una limitazione dei volumi di attività,
salvo che sia possibile procedere a operazioni di copertura stipulate a condizioni non
eccessivamente onerose.
La fissazione di benchmark di redditività si indirizza in particolare ai centri di profitto della
banca rappresentati dalle businesses units. Le componenti di tale redditività si basano
prevalentemente sul margine di interesse per il banking book e sulla differenza di valore fra
prezzi di acquisto/vendita per il trading book. Tali elementi debbono essere considerati in
una prospettiva rischio-reddito e ciò comporta una differenziazione basata sul rischio, il
quale deve quindi essere definito e misurato a livello della singola transazione, di business
unit o dell’intero portafoglio della banca. Ciò può concretamente avvenire solo se risultano
sistematicamente operanti i processi verticali top-down di:
- capital allocation, attraverso la quale si attribuiscono i rischi ai vari livelli decisionali e
di responsabilità della banca e conseguentemente si alloca il capitale economico;
- determinazione del prezzo dei fondi trasferiti all’interno della banca (Funds Transfer
Pricing, FTP), con conseguente allocazione di costi/ricavi fra le varie businesses
units o fra i vari operatori.
I sistemi di pricing dei fondi e di allocazione del capitale consentono l’interazione fra la
gestione del rischio della banca a livello globale e quella a livello di sub-portafogli o di
business lines

2) L’assunzione delle decisioni


La prospettiva nella quale si colloca l’assunzione delle decisioni deve essere ex ante: ciò
vale per la valutazione del rischio e la fissazione delle condizioni alle quali si svolgono le
nuove transazioni, le operazioni di copertura, il ribilanciamento del portafoglio. Le decisioni
possono riguardare innanzitutto gli elementi dell’attivo di bilancio. Si tratta in questo caso di
rispondere principalmente alle due domande seguenti:
11
- i redditi attesi dallo sviluppo delle attività già in essere o dalle nuove attività sono in
linea con i rischi?
- quale sarà l’impatto delle operazioni in esame sul livello di rischio della banca?
Non è sufficiente considerare unicamente gli spread o le commissioni che possono essere
forniti dalla nuova operazione. Se si effettuano prestiti a debitori rischiosi è agevole generare
margini, ma è altrettanto semplice incorrere in rischi addizionali non coperti adeguatamente
dal reddito. Se non si dispone di misure di rischio-reddito il dilemma legato al reddito/volume
delle transazioni non può che essere affrontato su un piano intuitivo, come avviene
tradizionalmente. Non è corretto ritenere che esplicitando il rischio connesso con le varie
attività si freni la propensione al rischio e quindi lo stesso sviluppo della banca.
La misurazione e il monitoraggio dei rischi favoriscono invece la consapevole assunzione
dei medesimi. In effetti un’inadeguata conoscenza dei rischi potrebbe comportare il
prevalere di un atteggiamento risk-preventer di prudenza non giustificata, rispetto a un
profilo di rischio compatibile con la prospettiva di reddito.
Nell’ambito delle decisioni che riguardano le attività di bilancio, va fatto riferimento alla
gestione del rischio di credito in logica di portafoglio (portfolio credit risk management) che
costituisce uno dei nuovi campi di applicazione del risk management nella banca. In effetti,
mentre per le attività di mercato la gestione del rischio di portafoglio è ampiamente applicata,
perché sono facilmente valutabili gli effetti di diversificazione, utilizzabili con flessibilità le
operazioni di copertura e complessivamente agevole la quantificazione del rischio, nell’area
del credito l’enfasi è posta a livello della singola transazione, piuttosto che a quello del
portafoglio ed è soggetta ai limiti di autonomia fissati dalle unità centrali.
Sono venuti comunque sviluppandosi vari incentivi che hanno spinto verso l’applicazione di
scelte operanti anche a livello di rischio del portafoglio prestiti e verso l’implementazione di
modelli di misurazione della diversificazione. Si fa riferimento in particolare allo sviluppo dei
credit derivative, delle operazioni di cartolarizzazione e dei mercati che hanno per oggetto i
prestiti bancari. La politica di gestione del rischio di credito a livello di portafoglio richiede
adeguati gradi di libertà da parte della banca (in termini di spostamento di peso tra i vari
componenti del portafoglio stesso e quindi di diversa composizione del medesimo), il che
può collidere con l’esigenza di mantenere e sviluppare rapporti di clientela già in essere.
La separazione fra la fase dello screening, nell’ambito della quale si decide il prestito, e
quella della gestione di portafoglio del rischio di credito è netta dal punto di vista della
prospettiva nella quale esse si collocano (specifica la prima, di carattere globale la seconda).
Sul piano gestionale, organizzativo e di mercato questa differenza è meno marcata e si
devono affrontare vari ostacoli e difficoltà. Si pongono al riguardo una serie di domande:
- quale dovrebbe essere il ruolo di una unità di gestione del rischio di credito a livello
di portafoglio prestiti?
- quali dovrebbero essere i prezzi interni per il trasferimento tra l’unità di screening
(che dà origine al prestito) e quella che effettua il portfolio management?
- come impostare il confronto fra la riduzione del rischio che è modellizzata
(quantificata attraverso i modelli di diversificazione), ma non concretamente
sperimentata, e l’ottenimento dei redditi conseguiti mediante i prestiti che sono
espliciti e contabilizzati?
Le decisioni possono fare riferimento anche a elementi che sono off-balance e che
principalmente riguardano operazioni di copertura. L’ALM ha il compito di gestire il rischio
di liquidità, il rischio di tasso ed è responsabile dei programmi di hedging. I trader utilizzano
gli strumenti fuori bilancio per bilanciare esposizioni, allorché ciò è ritenuto necessario o
profittevole. L’hedging fa un uso esteso dei prodotti derivati. Anche nei riguardi dell’area
prestiti, nell’ottica della gestione di portafoglio interagiscono operazioni di hedging
attraverso contratti derivati (credit derivative) e coperture assicurative. Tutte le operazioni in
derivati modellano i profili di rischio-rendimento della banca o delle businesses units della
12
medesima attraverso il costo che esse generano e il reddito che sono in grado di produrre
in collegamento con l’andamento dei parametri di mercato o il rendimento derivante dagli
asset.

3) Il monitoraggio del profilo rischio-reddito in una prospettiva ex post


Il monitoraggio e la revisione periodica dei rischi rientrano nel sistema dei controlli interni
operante nella banca. Si tratta di confermare o di modificare le linee guida esistenti.
Nel caso del rischio di credito il monitoraggio esiste e opera da sempre e cioè da quando la
banca ha iniziato la propria attività di concessione di finanziamenti. Esso si giova di
strumenti vari di analisi e sistemi di warning, il più tempestivo dei quali consiste nell’analisi
andamentale dei rapporti che il cliente finanziato intrattiene con la banca. Il controllo riferito
a specifiche categorie di imprese finanziate, settori di appartenenza e aree geografiche e di
mercato consente di rilevare anomalie di concentrazione dei rischi o specifiche aree di
possibili interventi migliorativi delle fasi di screening o ancora di modificare il peso delle
variabili poste alla base delle scelte che qualificano la politica dei prestiti della banca.
Processi analoghi di controllo si effettuano nell’area dei rischi di mercato e in quella
dell’ALM.
Il prerequisito per un monitoraggio del profilo rischio-reddito è comunque rappresentato
dalla disponibilità di modelli che misurino il rischio e non soltanto il reddito a tutti i livelli
rilevanti per l’analisi (globale, di business line e di transazione). Non ci si può accontentare
infatti di un approccio meramente qualitativo. Una volta implementati gli strumenti in grado
di determinare le performance aggiustate per il rischio, è possibile porre a confronto ex post
i redditi ottenuti con i rischi correnti o, in ottica ex ante, definire le politiche di prezzo coerenti
con gli obiettivi di reddito, tenuto conto dei rischi ai quali la banca va incontro.
La performance risk-based consente di:
- monitorare i profili di rischio attraverso le businesses units, i segmenti di mercato, la
clientela, le varie famiglie di prodotti e le transazioni individuali;
- rendere esplicito l’eventuale mispricing di sub-portafogli o specifiche transazioni, posto a
confronto con quello che avrebbe dovuto essere il prezzo in logiche risk-based;
- definire azioni correttive o di miglioramento del profilo rischio-reddito della banca.

2.3 I modelli di gestione dei rischi bancari (risk model)
I risk model hanno fornito nuovi strumenti di gestione a favore del management quali:
- la quantificazione della performance aggiustata per il rischio
- la valutazione degli effetti di riduzione del rischio in ipotesi di diversificazione del portafoglio
contribuendo per questa via a innalzare il profilo di rischio-rendimento della banca e a migliorare i
processi verticali e orizzontali.

I modelli di misurazione del rischio svolgono quindi un ruolo critico nei processi di gestione
del rischio di tipo orizzontale e verticale, consentendo sia di attribuire visibilità al rischio
insito nelle transazioni e a livello di business unit, sia di quantificare l’effetto diversificazione
che si ottiene procedendo verso il vertice della piramide aziendale.
Lo sviluppo dei modelli di gestione dei rischi bancari è stato particolarmente intenso negli
ultimi anni e ha preso avvio con i modelli di ALM (Asset Liability Management), seguiti poi
dai modelli VaR per i rischi di mercato e dallo sviluppo continuo dei modelli concernenti il
rischio di credito.
Si può parlare di un sistema di risk model i cui principi base si richiamano nei punti seguenti:
- l’obiettivo primario del risk management è quello di migliorare i profili di rischio-reddito
delle singole transazioni, dei subportafogli e del portafoglio della banca. A tale
miglioramento la banca cerca di pervenire attraverso i processi di risk management

13
che richiedono che i vari tipi di rischio siano misurati;
- le misure di rischio-reddito rappresentano lo scopo ultimo dei risk model, insiemi di
tecniche e di strumenti, la cui più importante innovazione è stata quella di consentire
di arrivare alla misurazione del rischio in termini quantitativi;
- i risk model si differenziano tra loro lungo due dimensioni: quella che fa riferimento
alla natura del rischio e ai driver che lo determinano (rischio di credito, di mercato, di
tasso di interesse, di liquidità); quella che riguarda la loro applicazione alla singola
transazione (stand alone) o all’intero portafoglio, in questo caso con l’esigenza di
misurare la diversificazione in aggiunta alla quantificazione del rischio singolo.
L’architettura del sistema di risk model si articola in quattro blocchi principali (figura 4).

I risk model possono avere per oggetto i quattro blocchi rappresentati nella figura 4 fanno
riferimento a questi contenuti:
I. i risk driver e il rischio specifico della singola transazione. I driver sono i fattori che
influenzano i rischi e rappresentano l’input necessario per la misurazione del rischio delle
transazioni individuali. In questo caso il rischio è considerato a sé stante come rischio singolo;
(logica stand alone facendo riferimento ai driver che li producono)
II. il rischio in logica di portafoglio. I modelli di portafoglio si propongono di determinare
l’effetto di diversificazione in conseguenza del quale il rischio di un portafoglio di transazioni

14
è inferiore alla somma dei rischi delle transazioni individuali (rischio in termini di variabilità
rispetto a un valore atteso). Essi determinano la misura del capitale a rischio o capitale
economico nell’ambito della metodologia VaR;
III. i collegamenti/legami verticali top-down e bottom-up di allocazione del capitale e la
definizione degli strumenti con cui operano. Questi collegamenti legano il rischio
complessivo della banca ai rischi dei sub-portafogli o ai rischi delle transazioni singole. Essi
trasformano il rischio globale e i target generali di reddito in limiti di rischio e in obiettivi di
reddito a livello delle businesses units (top-down) e consentono il monitoraggio e il reporting
nel collegamento bottom-up con una aggregazione che si rende necessaria per confrontare,
ai vari livelli nei quali si prendono decisioni, i risultati raggiunti con gli obiettivi fissati
(fissazione di prezzi-costo/prezzi-ricavo FTP e monitoraggio)
IV. la misurazione della performance aggiustata per il rischio delle singole transazioni e per
l’intero portafoglio della banca. Entrambi i profili rischio-reddito alimentano i processi di
gestione dei rischi che si articolano nella assunzione di decisioni, nella fissazione dei limiti di
rischio e nel monitoraggio.

La struttura illustrata nella figura può trovare applicazione nei riguardi della generalità dei
rischi bancari, tenendo presente che mentre il contenuto dei primi due blocchi è diverso a
seconda del tipo di rischio (rischi di mercato, di credito, di interesse, operativo), il terzo e il
quarto blocco sono comuni a tutti i rischi.
Ciascuno dei blocchi principali si articola poi in una serie di componenti fra loro collegate in
sequenza logica e operativa nel senso che l’output dell’uno, collocato a livello superiore,
opera come input di quello successivo, fino a pervenire alla fase finale della attribuzione del
profilo rischio-rendimento alle transazioni, ai sub-portafogli e al portafoglio complessivo
della banca.
La parte inferiore dell’illustrazione evidenzia il collegamento esistente fra i risk model e i
processi di gestione dei rischi, i quali utilizzano come input i profili di rischio-reddito ai quali
si perviene tramite l’uso dei modelli.

È opportuno comunque che ci si soffermi per un ulteriore approfondimento sui quattro


blocchi nei quali si articola l’architettura dei risk model sopra rappresentata.
I. Il primo blocco richiede che siano disponibili i dati di rischio relativi alla singola
transazione. I risk driver sono quelle variabili il cui andamento è in grado di
alterare i valori e quindi di influire sui redditi della banca. Nel caso dell’ALM i
maggiori risk driver sono i tassi d’interesse, che influiscono sul margine
d’interesse e quindi sul reddito della banca. Per i rischi di mercato i risk driver
sono tutti i parametri di mercato che comportano cambiamenti di valore nelle
posizioni e si differenziano a seconda del segmento di mercato (obbligazionario,
azionario, dei cambi). I risk driver per il rischio di credito sono rappresentati da
quei parametri che hanno influenza sulla qualità del credito alle controparti della
banca e che determinano perdite per la medesima allorché vi è un deterioramento
di tale qualità. Essi includono l’esposizione, la probabilità di insolvenza e di
migrazione fra vari livelli di merito creditizio e il grado di recupero del credito in
caso di insolvenza. I risk driver rappresentano un input per i risk model. In taluni
casi essi sono direttamente osservabili, come avviene per i tassi d’interesse, in
altri casi sono il risultato di un’attribuzione fatta sulla base di specifiche valutazioni
(come avviene per i rating nell’ambito del rischio di credito). Dal punto di vista del
controllo del rischio va posta la distinzione fra i risk driver che rappresentano la
fonte dell’incertezza e sono al di fuori del controllo da parte della banca e quelli
sui quali invece la banca può agire. L’esposizione quantifica il valore sul quale si

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determinano i cambiamenti che concretizzano il manifestarsi del rischio. Per i
rischi di mercato l’esposizione cambia continuamente con i movimenti di mercato,
in quanto la valutazione delle attività è effettuata mark-to-market, mentre
l’esposizione per il rischio di credito avviene a valori contabili (il cosiddetto book
value, che secondo lo IAS 39 riflette comunque una valutazione economica di fair
value). Nel caso dell’ALM si utilizzano sia valori contabili sia valori economici,
assumendo come base di partenza l’intero bilancio della banca, a differenza di
quanto accade nel rischio di credito e nel rischio di mercato. La valutazione di
rischio stand-alone avviene per il tramite del calcolo dei valori potenziali della
transazione a una data futura, dalla cui distribuzione sono derivate le perdite nelle
quali la banca può incorrere.
II. Il secondo blocco fa riferimento alla determinazione del profilo di rischio a livello
di portafoglio di attività, tenendo conto dell’effetto di diversificazione. Per questo
obiettivo è necessario che, accanto all’esposizione delle componenti singole del
portafoglio, si disponga anche della correlazione esistente fra i rischi che
influiscono su ciascuna di esse, alla quale si perviene attraverso i modelli.
All’opposto della diversificazione si pone la concentrazione, che evidenzia livelli
positivi di correlazione fra le componenti singole del portafoglio. Una volta
ottenute le correlazioni, il passo successivo è quello di tracciare il profilo di rischio-
reddito per il portafoglio. Poiché il portafoglio è assoggettato a vari livelli di perdita
(diminuzione di valore), il suo profilo di rischio si delinea attraverso la distribuzione
delle perdite che assegna una probabilità a ciascuno di detti livelli, dal lato del
downside risk. Le variabili statistiche principali utilizzabili al riguardo sono la
perdita attesa, la volatilità che rappresenta la dispersione attorno alla media e i
percentili di perdita ai vari livelli di confidenza per la misurazione del VaR e quindi
del capitale economico.
I modelli collocati nei primi due blocchi consentono di raggiunge l’importante risultato di
disporre del profilo di rischio-reddito a livello dell’intera banca. Se la banca si ferma a questo
stadio essa non è comunque in grado di implementare un sistema di risk management che
coinvolga anche le varie businesses units e che influenzi quindi i processi di gestione
orizzontali (guideline, assunzione di decisioni e monitoraggio).
III. Devono infatti essere resi operativi i processi verticali top down e bottom-up che
fanno parte del terzo blocco della illustrazione precedente. In particolare si fa
riferimento al sistema di funds transfer pricing e alla capital allocation, che
consentono di collegare fra loro gli obiettivi generali della banca e le politiche
commerciali attuate dalle businesses units. Il Funds Transfer Pricing (FTP) per la
determinazione dei Tassi Interni di Trasferimento. Il FTP, ormai presente in ogni
banca, determina i prezzi di trasferimento dei flussi di risorse finanziarie che
collegano fra loro le businesses units, i quali concorrono alla formazione delle
varie configurazioni di reddito a livello interno. Tali flussi sono prodotti da
transazioni che alimentano il banking book e il reddito che ne deriva è dato dalla
differenza tra il tasso di interesse applicato alla clientela e il tasso di trasferimento
che viene fissato a livello interno. I tassi di trasferimento costituiscono anche una
base sulla quale si innesta la politica dei prezzi da applicare alla clientela, tenendo
in considerazione altre variabili tra le quali il rischio. Senza il riferimento a questi
prezzi risulterebbe impossibile la determinazione delle performance a livello di
aggregazioni singole dell’attività bancaria (filiali, business unit e altri centri di
risultato). Diversamente da quanto avviene per i costi e i ricavi della banca, i rischi
non si sommano aritmeticamente per determinare il rischio di portafoglio, inteso
come volatilità delle perdite attorno al loro valore medio. Le conseguenze
derivanti dall’effetto diversificazione e dalla correlazione esistente tra i rischi
16
collegati con ciascuna delle transazioni componenti il portafoglio sono
determinate statisticamente. I modelli di risk portfolio analizzano il rischio
partendo da una distribuzione di diversi valori di perdita a ciascuno dei quali è
collegata una probabilità. Da questa distribuzione è possibile derivare la perdita
attesa, la variabilità della perdita e i percentili di perdita con i rispettivi livelli di
confidenza. Poiché i rischi che compongono il portafoglio non sono collegati in
somma aritmetica, non è immediatamente ovvio come procedere alla allocazione
del rischio complessivo ai vari sub- portafogli o alle singole transazioni. Per
giungere a questo obiettivo è necessario fare riferimento ai modelli di capital
allocation che effettuano la cosiddetta contribuzione al rischio assegnando a
ciascuna componente di portafoglio una frazione del rischio complessivo. Il
principio che sta alla base di tali modelli consiste nel tradurre le proprietà non
aritmetiche dei rischi in forme additive di risk contribution che danno luogo per
somma al complessivo rischio di portafoglio della banca.
IV. Il quarto blocco riguarda la definizione del profilo di rischio-reddito dell’intero
portafoglio della banca, di sub-portafogli, di singole transazioni, ai diversi livelli
quindi della gestione bancaria. Giunti a questo stadio si è in grado infatti di
determinare la performance aggiustata per il rischio (in generale il RAROC)
attraverso il collegamento fra il reddito (che deriva ad esempio dal sistema FTP)
e il capitale allocato (che quantifica il rischio) e di tenere conto di tale misura
nell’ambito dei processi orizzontali di gestione del rischio (linee guida, scelte di
gestione ex ante e ex post). La misura di performance aggiustata per il rischio è
utilizzata anche per analisi ex post in logica di confronto fra la redditività delle
singole transazioni/businesses units tra loro e nei confronti di quella complessiva
a livello dell’intera banca. La formazione di un prezzo basato sull’incidenza di
rischio fa invece riferimento alle scelte operate ex ante, le quali richiedono che
sia definito un target price tale da assicurare che il reddito derivante dalla
transazione sia in linea con il rischio e con gli obiettivi di reddito della banca.

2.4 Gli aspetti organizzativi del risk management


Lo sviluppo di una organizzazione del risk management a livello dell’intera banca è un processo
ancora in via di svolgimento.
L’organizzazione tradizionale della banca nei suoi rapporti con i mercati tendeva a essere di
carattere binomiale:
- da un lato l’area affari
- dall’altro l’area finanza

L’area affari per sua natura è maggiormente propensa a occuparsi dello sviluppo, con

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particolare attenzione ai volumi dell’attività svolta, a volte anche a scapito di una gestione
adeguata del rischio e quindi del profilo rischio-reddito.
L’area finanza ha gli strumenti per tenere sotto controllo le componenti di rischio-
rendimento, potendo operare con mercati nei quali si formano prezzi, si esprimono variazioni
di valore e sono quindi direttamente misurabili anche i rischi. Come si vedrà
successivamente affrontando il tema dei rischi operativi, la complessità delle strutture
tecnico-contrattuali di molte attività finanziarie, unitamente allo sviluppo dei mercati non
regolamentati sui quali esse si contrattano fa sì che l’area finanza possa rendersi
responsabile di elevate situazioni di rischio, dalle quali si generano gravi minacce nei
riguardi della solvibilità stessa della banca.

Il tradizionale approccio binomiale tende a essere superato come conseguenza della
formalizzazione a livello centrale di nuove funzioni di risk management della banca o della
capogruppo del gruppo bancario.
La centralizzazione del risk management è anche la risultante della diversificazione del portafoglio
la quale, se può derivare in parte dalle politiche commerciali attuate dalle businesses units sulla
base di linee guida formalizzate dalla direzione generale della banca, certamente richiede
comunque una serie di correttivi e di azioni poste in essere a livello accentrato dopo che i prestiti
sono stati erogati o gli investimenti in titoli sono entrati a fare parte del portafoglio di proprietà.
La gestione del rischio a livello dell’intera banca, oltre alla centralizzazione del risk management, ha
comportato anche una netta distinzione fra le unità che si dedicano agli affari
(clientela/prodotti/mercati) e le unità che si dedicano alla supervisione dei rischi.
Vi sono sia ragioni tecniche, sia ragioni organizzative che richiedono questa separazione,
sintetizzabili nella diversa cultura/mentalità degli addetti a tali unità.
Coloro che si occupano della supervisione dei rischi devono essere indipendenti dalle businesses
units, perché il controllo del rischio non può essere subordinato alle politiche commerciali. Questa
esigenza si pone ancor più allorché si tratta di fissare i limiti oltre i quali l’assunzione di rischi
incrementali potrebbe determinare una situazione di pericolo per la banca. L’esigenza di
separatezza fra l’assunzione dei rischi e il loro controllo, unitamente alla necessità di una visione
globale estesa all’intera banca, si sono espresse inizialmente con riferimento al rischio di tasso di
interesse e al rischio di liquidità, dando vita alla funzione di Asset Liability Management (ALM), e
successivamente hanno stimolato la formalizzazione di un risk department che ha raggruppato
anche i rischi di credito e i rischi di mercato.

2.5 L’asset-liability management
- L’ALM è l’unità che gestisce il rischio di interesse e il rischio di liquidità della banca e fa
riferimento principalmente alla tradizionale attività di intermediazione creditizia.
- L’obiettivo principale dell’ALM consiste nel fornire misure quantitative del rischio di tasso
e del rischio di liquidità derivanti dalla struttura di bilancio della banca e dalle operazioni da
essa compiute e nel mantenere detti rischi sotto controllo, alla luce delle previsioni e delle
attese riguardanti l’andamento dei tassi di interesse.
- Rientra nei compiti dell’ALM anche la definizione e l’operatività del sistema di prezzi di
trasferimento di fondi (FTP) che avvengono nell’ambito della stessa business unit o fra
diverse (di cui si è parlato).




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Le politiche di liquidità e di tasso di interesse sono interdipendenti, in quanto un gap di
liquidità previsto per un’epoca futura richiede di effettuare un’operazione di raccolta oppure
di impiego a condizioni di tasso che oggi non sono note, se non concordate in logica di
copertura.
L’ampiezza degli obiettivi dell’ALM varia a seconda della banca e nel tempo ha subito una
evoluzione che è messa in evidenza dalla figura 8.

La funzione di ALM è svolta attraverso un organo collegiale (Asset Liability Committee -


ALCO) al quale partecipano i responsabili delle varie funzioni centrali e delle varie
businesses units. A
questo comitato compete di indicare le linee guida e le politiche da seguire nei riguardi del
rischio di tasso e del rischio di liquidità collegati con il banking book, sulla base di analisi
condotte da una unità tecnica costituita ad hoc. L’ALCO discute le strategie finanziarie per
la copertura dei rischi e avanza raccomandazioni nei riguardi delle politiche commerciali.
Sia le scelte finanziarie, che includono il reperimento di risorse (funding), gli investimenti in
attività finanziarie e le operazioni di copertura (hedging), sia le scelte di business (politiche
commerciali e di sviluppo) devono mirare a un equilibrio fra le poste di bilancio della banca.
L’ALM interagisce anche con altre unità centrali, quali la tesoreria (che è incaricata di gestire
giorno per giorno i flussi di cassa), la contabilità generale, il controllo interno e l’auditing.

Le scelte organizzative adottate per dare concretezza e implementare la gestione del rischio variano
a seconda
- della banca che le adotta
- dei risk model e degli altri strumenti di gestione che sono a sua disposizione
- del grado di differenziazione raggiunto nella definizione delle funzioni centrali e
nell’attribuzione alle medesime di uno specifico perimetro di responsabilità
-
2.6 Funzioni centrali di gestione e controllo dei rischi bancari
- area crediti: rischio di credito
- area finanza: rischio di mercato
- ALM: rischio di interesse e liquidità
- Portfolio management
- Controllo
- Risk department

19
Un altro esempio di articolazione delle attività e delle funzioni svolte dalla banca a livello
accentrato è riportato nella figura 9.
Come è possibile notare, viene riportata anche l’operatività di un risk department nel quale
si affrontano le varie componenti di rischio in modo differenziato, ma con una visione
integrata dei medesimi a livello dell’intera banca. All’implementazione di un risk department
si giunge quando diventa indispensabile, sia per ragioni tecnico-organizzative sia per ragioni
gestionali, avere un quadro di riferimento generale e integrato nel quale collocare i rischi di
credito, di mercato, di tasso d’interesse e operativo.
Dal punto di vista tecnico-organizzativo detta integrazione favorisce lo sviluppo di una
cultura del rischio (e quindi di linguaggi, procedure e approcci) a livello aziendale e porta
alla armonizzazione fra i vari sistemi informativi.
In termini gestionali, l’approccio integrato al rischio evita che si sviluppino relazioni parziali
fra le singole unità di rischio e le varie businesses units, le quali possono rivelarsi non
coerenti con l’obiettivo di delineare una politica unitaria nei rapporti fra banca, clientela e

mercato.

2.7 La creazione di un risk department
- La realizzazione di un risk department nel quale si affrontano le varie componenti di rischio
in modo differenziato, ma con una visione integrata dei medesimi a livello di banca, deriva
dall’esigienza di avere un quadro di riferimento generale nel quale collocare i rischi di
credito, di mercato, di tasso di interesse, di liquidità e operativo.
- Nelle banche e nei gruppi bancari maggiori il risk department, a fronte delle tipologie di
rischio generate dalle varie businesses units, gestisce e controlla tali rischi partecipando
attivamente al processo decisionale dell’alta direzione (con la possibilità di imporre veti o
ristrutturazioni del portafoglio atte a ridurre il rischio complessivo gravante sulla banca).

Considerata l’ormai notevole complessità delle varie transazioni, dalla quale deriva una
pluralità di rischi in capo alla banca, diversamente da quanto apparirebbe secondo un
approccio semplificato che colleghi i rischi di credito unicamente all’attività di prestito, i rischi
di mercato a quella di negoziazione e il rischio di tasso alla gestione di tesoreria.
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Il processo di monitoraggio dei rischi guadagna in efficacia se la banca adotta scelte che

comportano una visione generale, pur articolata nelle varie componenti principali di rischio.

2.8 Il risk management della banca


- L’implementazione dei modelli di risk management ha consentito l’estensione della
gestione del rischio all’intera banca
- si rende necessario non solo utilizzare l’intero insieme delle tecniche e dei modelli a
disposizione, ma disporre di un framework consistente e unificato. La strada da percorre è
ancora lunga, alla ricerca di una comunanza che contrasta con la specificità dei singoli rischi
e delle procedure con le quali i medesimi sono analizzati, misurati e gestiti.

La cultura dei rischi di mercato non sembra avere molto in comune con quella del rischio di
credito. La prima è eminentemente quantitativa e si basa su modelli, mentre quella del
rischio di credito si basa sui fondamenti dell’impresa e sulla relazione che la collega con la
banca. Va poi considerato che, per le difficoltà inerenti la quantificazione del rischio di
credito, per lungo tempo in questo ambito si è proceduto per fasi di analisi qualitativa,
lontano dall’utilizzo di modelli quantitativi.
Nel mondo del mercato dei capitali i rischi legati al trading possono essere affrontati in modo
continuo perché esiste e funziona un mercato, mentre è diversa la filosofia che presiede alla
composizione del banking book, le cui attività obbediscono a una logica di acquisto e di
mantenimento in portafoglio.
L’ALM non ha particolari elementi in comune con il rischio di credito e con il rischio di
mercato, sia in termini di obiettivi, sia per quanto riguarda gli strumenti utilizzati e le
procedure seguite. Esso richiede strumenti dedicati e misure di rischio atte a definire in
modo adeguato le politiche di raccolta e di investimento e a controllare il rischio di tasso di
interesse al quale la banca è assoggettata.
Non è possibile immaginare che i vari modelli di risk management possano rispondere alle
istanze di tutte le businesses units negli stessi termini e con analoga efficacia.

Pur rimanendo le differenziazioni, va detto comunque che molte delle differenze fra rischi di credito
e rischi di mercato si vanno attenuando, mentre concetti comuni quali il VaR e i modelli di
portafoglio si stanno applicando a tutti i rischi. Si assiste quindi a una sempre maggiore integrazione
fra rischi e tecniche di risk management.

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