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IL TAGLIO

(Elementi non armati a taglio)

Nelle strutture reali la sollecitazione di flessione è accompagnata da una sollecitazione di


taglio. A volte può accadere che la trave pervenga a rottura prima che venga raggiunto il valore ultimo
della resistenza a flessione perché interviene la crisi per taglio. In questo caso si parlerà di “rottura
per taglio”, anche se vedremo che la resistenza a taglio è governata anche dal comportamento a
flessione. Comunque sia, parleremo di “rottura per taglio” quando la crisi per taglio sopraggiunge
prima che venga raggiunto il valore ultimo della resistenza a flessione pura.
La rottura di taglio è una rottura di tipo fragile poiché impegna il cls in compressione ed in
trazione, senza impegnare gli elementi di armatura in grandi allungamenti. Come sappiamo, la
duttilità di un elemento è sempre legata alla possibilità che hanno gli elementi di armatura di
deformarsi e quindi anche di dare un segno premonitore. Essa, inoltre, è da evitare perché riduce la
capacità ultima della sezione, in quanto prima che la trave abbia utilizzato tutte le sue risorse
flessionali, ridimensionandone in tal modo la duttilità. Tale crisi si evita dando una maggiore
resistenza agli elementi che possono collassare per taglio, in modo che la crisi pervenga prima per
flessione, in accordo col concetto della gerarchia delle resistenze: sovradimensioniamo le resistenze
dei meccanismi fragili, quindi rendiamo più resistenti a taglio gli elementi coinvolti, favorendo la crisi
secondo i meccanismi duttili.

Consideriamo una trave appoggiata-appoggiata, soggetta ad un carico distribuito, il quale


produrrà una sollecitazione di flessione M e di taglio V (vedi diagrammi sulla slide). Immaginiamo di
dover studiare lo stato tensionale in un punto di questa trave: isoliamo un tronco di trave di larghezza
dx compreso tra due sezioni S e S’: per la teoria di Jourawsky sappiamo che su di esse si genereranno
delle tensioni tangenziali la cui risultante è pari al valor medio zx,r = (V Sr)/(Jy b), (il cui verso è
rappresentato in slide), in virtù dell’equilibri alla traslazione orizzontale e verticale dell’elementino
stesso (CC’ e TT’). L’andamento delle tensioni normali sulle due facce S e S’ è il classico andamento
a farfalla. Se vogliamo considerare lo stato tensionale nel suo complesso, dobbiamo studiare il cerchio
di Mohr su un punto P ed un suo intorno infinitesimo, ad esempio al di sotto dell’asse neutro. Su
questo elementino agiranno delle tensioni di trazione (in quanto siamo sotto l’asse neutro) e ci
saranno anche delle tensioni tangenziali: ne deriva uno stato tensionale biassiale e grazie alle
espressioni riportate in slide (dalla teoria di Mohr) possiamo valutare le tensioni principali di trazione
e di compressione σI e σII. Sempre dallo studio del cerchio di Mohr è possibile ricavare (relazione
evidenziata in rosso) l’inclinazione α che queste tensioni principali formano con l’asse della sezione.
In questo modo è possibile tracciare le isostatiche di trazione e compressioni, ortogonali tra loro in
ogni punto, che altro non sono che il luogo dei punti che godono della proprietà di avere le tensioni
principali tangenti alle curve per essi.
Se invece andassimo a prendere un punto ed un suo intorno a livello dell’asse neutro,
chiaramente in questo caso non avremo più la σx nella formula di σI e σII, poiché la tensione normale
sappiamo essere nulla a livello dell’asse neutro, ma avremo solo le τ; quindi quando andiamo a
valutare le tensioni principali di trazione e compressione a livello dell’asse neutro troviamo queste
relazioni:

Troviamo, quindi, che le tensioni principali di trazione e di compressione sono uguali, in valore
assoluto, alla tensione tangenziale media ed inoltre troviamo che l’inclinazione delle isostatiche di
compressione rispetto all’asse della trave è proprio pari a 45°.
Nell'immagine riportata in slide, vediamo una rappresentazione sintetica del cerchio di Mohr
e dell’intorno di P considerato, sul quale, trovandosi sull’asse neutro, agiranno solo tensioni tangenziali
sulle quattro facce, cioè agiranno solo le zx e le reciproche. Immaginiamo come si deforma questo
elementino per effetto di queste tensioni tangenziali: l’elementino prismatico, a deformazione
avvenuta, assumerà la configurazione in tratteggio e risulta allora immediato capire le direzioni in cui
agiscono le isostatiche di trazione e quelle di compressione.
Confrontiamo adesso il comportamento di una trave in materiale isotropo e omogeneo (b),
nella quale a livello dell’asse neutro troviamo una inclinazione delle isostatiche di 45°, ed il
comportamento di una trave in cemento armato (c), nella quale vediamo che ciò che per la trave in
materiale isotropo ed omogeneo accadeva solamente in corrispondenza dell’asse neutro, avviene in
tutti i punti al di sotto dell’asse neutro.
Questo perché per la trave in cemento armato la sezione sottostante l’asse neutro non
reagisce (poiché il materiale non reagisce a trazione). Quindi per tutti i punti al di sotto dell’asse neutro
accade che la σI e la σII sono proprio pari, in valore assoluto, alla xz e quindi per tutti i punti al di sotto
dell’asse neutro le isostatiche di compressione e di trazione sono inclinate di 45°. Allora la presenza
della sola  fa si che le isostatiche di trazione e di compressione siano inclinate al di sotto dell’asse
neutro di 45°.
Osservando la slide sopra, nel caso del materiale isotropo ed omogeneo possiamo
immaginare di dividere la trave in tre parti: la prima e la seconda parte, formate rispettivamente dal
lembo superiore e dal lembo inferiore, nelle quali le isostatiche hanno un andamento pressoché
orizzontale; la terza zona, centrale, nella quale le isostatiche hanno un’inclinazione all’incirca di 45°.
Quindi possiamo immaginare che ci siano i due lembi esterni che resistono a flessione e la parte
centrale che contribuisce principalmente alla resistenza a taglio.
Per quanto riguarda la trave in cemento armato l’andamento delle isostatiche è più o meno
lo stesso al di sopra dell’asse neutro, mentre è sostanzialmente diverso al di sotto, dove abbiamo
visto che le isostatiche di trazione e compressione sono inclinate di 45° sino all’armatura inferiore. E’
importante conoscere l’andamento delle isostatiche perché quando vengono superati i valori della
resistenza a trazione, ad esempio lungo le bielle tese, si aprono delle fessure lungo la direzione delle
isostatiche di compressione. Quindi le isostatiche di compressione saranno le linee lungo le quali
andremo a leggere le fessure quando il valore della resistenza a trazione sarà stato superato. Allora
questo studio delle isostatiche è stato importante perché ci ha permesso di capire qual è l’andamento
delle fessure nella trave in cemento armato dopo che i valori di resistenza sono stati superati.
Abbiamo già detto che la presenza di tensioni tangenziali prodotte dal taglio fa nascere delle
tensioni principali di trazione inclinate a 45°. Immaginando di sezionare con un piano a 45° il generico
elementino, in nero vediamo rappresentate le tensioni τ agenti, ricavate in base alla teoria del taglio,
che agiscono sulla faccia inferiore e di destra. Possiamo prendere queste componenti e le possiamo
scomporre secondo due altre direzioni (in rosso e in blu); è chiaro che le due componenti in blu sono
uguali ed opposte, questo vuol dire che le τnν che troviamo sulla faccia inclinata a 45° si elidono a
vicenda. Le due componenti in rosso, invece, sono equilibrate dalla tensione σn sulla faccia inclinata
a 45°, che altro non è che la tensione principale di trazione. Questa è un’ennesima maniera per
dimostrare che la faccia inclinata a 45° ci definisce un piano principale, in quanto se facciamo un taglio
su quel piano vediamo che le τ̅ sono nulle, ed inoltre vediamo che agirà la tensione principale di
trazione σn.
Lo stesso possiamo fare andando a sezionare secondo l’altro piano inclinato di 45°. In questo
caso, facendo gli stessi equilibri andiamo a ricavare la tensione principale di compressione σν, quindi
andiamo a ricavare il piano principale sul quale agisce, ortogonalmente, soltanto la tensione di
compressione.
La teoria di Jourawsky, estesa alle travi in cemento armato, però, ci fornisce dei risultati che
non sono in accordo con le risultanze sperimentali, ma di contro risulta molto utile per studiare
l’andamento delle isostatiche di trazione e di compressione, e quindi dell’evoluzione del quadro
fessurativo del materiale. L’andamento delle fessure, però, è influenzato dal comportamento della
trave, che a sua volta varia a seconda che la trave sia snella o tozza. Nel primo caso, si innesca il
meccanismo a traliccio, nel secondo caso, invece, si innesca il meccanismo ad arco, il quale vede
confluire il carico, tramite quelle che noi chiamiamo “bielle compresse”, direttamente sull’appoggio.
Quindi è chiaro che il quadro fessurativo per taglio varia al variare di tanti fattori.
Il meccanismo a traliccio vede la presenza di due correnti, uno superiore compresso ed uno
inferiore teso, ai quali è demandata la funzione di resistere a flessione, ed una parte centrale in cui
sono presenti degli elementi compressi e degli elementi tesi ai quali è demandata la resistenza a taglio.
Questa è una prima approssimazione di un modello che, in realtà, è più appropriato nel caso
di elementi armati a taglio, in quanto, nel caso di elementi non armati a taglio, mancano le bielle tese
che invece nel caso della presenza di armatura a taglio sono rappresentate proprio dalle staffe.
Studieremo quindi questa zona centrale, in maniera differente a seconda che faccia parte di
elementi armati a taglio e non.
Solitamente, quando si studia il taglio, si fa riferimento ad una trave appoggiata-appoggiata,
soggetta a due carichi concentrati P, simmetrici rispetto alla mezzeria, perché in questa maniera si
riesce a dividere la zona in cui agisce la flessione pura, che sarebbe quella centrale in cui il taglio è
nullo (il momento in quella zona è costante e quindi il taglio è nullo), dalla zona in cui agisce il taglio.
Andando a guardare il quadro fessurativo di questa trave, ci accorgiamo che nella parte
centrale di trave, nella quale agisce solo la flessione e non c’è il taglio, le fessure sono verticali (lungo
le isostatiche di compressione). Nella generica trave caricata a taglio le fessure prima erano verticali
e poi diventavano inclinate di 45° per effetto del taglio, in questo caso, invece, in cui isoliamo l’effetto
del taglio da quello della flessione, troviamo le fessure verticali nella zona centrale. Mentre nelle zone
laterali in cui sono presenti sia taglio che flessione le fessure hanno andamento orientato all’incirca
a 45° (ma non proprio, data la concomitanza delle due sollecitazioni), mentre sono proprio a 45° in
prossimità dell’appoggio dove c’è solamente il taglio e non c’è la flessione.

Nel primo caso parleremo di meccanismo resistente a pettine e diremo che la trave ha un
funzionamento a taglio-scorrimento, proprio perché il taglio è garantito dalla trasmissione dello sforzo
di scorrimento, il dQ, all’armatura (dT), tramite l’aderenza.
Quindi il taglio è assicurato dalla presenza di una variazione di sforzo nell’armatura e questa
variazione di sforzo è trasmessa dal calcestruzzo tramite l’aderenza. Allora lo sforzo di scorrimento a
livello dell’asse neutro è trasmesso all’armatura tramite l’aderenza ed è questa variazione di sforzo
nell’armatura, garantita dall’aderenza, che ci assicura la trasmissione del taglio.

Il secondo contributo caratterizza la zona in prossimità degli appoggi nelle travi tozze, dove si
viene a creare il puntone compresso che scarica direttamente all’appoggio e che produce una
variazione del braccio della coppia interna che ci assicura la trasmissione del taglio. Ovviamente il
braccio della coppia interna varia di pari passo con la variazione del momento. Sarà la variazione del
braccio della coppia interna che, tramite il meccanismo ad arco, ci permetterà la presenza e
l’equilibrio del taglio.
Quindi la trasmissione del taglio è possibile grazie a due contributi: taglio-scorrimento e ad arco,
ognuno di questi si innesca in certe zone della trave. Sicuramente (tenendo sempre a mente la trave
appoggiata-appoggiata caricata con due carichi concentrati simmetrici) nella parte centrale abbiamo
flessione pura, quindi C, T e taglio, ed abbiamo il meccanismo a pettine perché il braccio della coppia
interna è costante ed il taglio è trasmesso tramite una variazione dello sforzo nell’armatura dT,
mentre in prossimità degli appoggi abbiamo il meccanismo ad arco e qui il taglio è trasmesso tramite
la variazione del braccio della coppia interna.

Adesso non ci resta che studiare finalmente il meccanismo a pettine, che è quello principale
che garantisce la resistenza a taglio di elementi privi di armatura a taglio. Ripetiamo infatti che il
meccanismo resistente è diverso nel caso in cui l’elemento sia o meno armato a taglio, in questo caso
non lo è e faremo poi una diversa trattazione nel caso di elementi armati a taglio.
Dobbiamo vedere quali siano tutte le forze in gioco quando si innesca il meccanismo a pettine.
Innanzitutto, perché si innesca un meccanismo a pettine? Abbiamo detto perché noi possiamo
immaginare la trave, al di sotto dall'asse neutro, come formata da tanti conci compresi tra due fessure
consecutive. Vedremo che la resistenza a taglio è legata alla resistenza di questi conci che si
comporteranno come delle mensole incastrate al corrente compresso. Quindi la resistenza a taglio
degli elementi privi di armatura a taglio è legata alla resistenza di questi denti (proprio per questo si
chiama meccanismo a pettine).
Le forze in gioco sono schematizzate in questa slide:

Consideriamo una porzione di trave in c.a. compresa tra l’appoggio di sinistra e una sezione verticale,
nella quale è presente la sola armatura longitudinale, ed immaginiamo, per semplicità, di prenderla
in una regione a taglio costante.
Vediamo quali sono le forze in gioco su questa porzione di trave, delimitata dalla fessura in figura,
inclinata di θ (per adesso noi sappiamo che esso vale 45°, ma vedremo che l’inclinazione delle bielle
compresse non sarà sempre 45° ma sarà un valore θ che dovrà rispettare certi limiti da NTC).
Quindi studiamo l’equilibrio della parte di trave compresa tra la sezione di sinistra ed una fessura
inclinata di θ, che è una delle fessure che si generano per effetto del taglio quando viene superata la
resistenza a trazione legata alla presenza della tensione principale di trazione.
Come forze orizzontali avremo:
 la risultante di compressione,C, agente sul corrente compresso (perché se immaginiamo che
la fessura si genera al di sotto dell’asse neutro allora tutta la parte al di sopra della fessura per
noi è il corrente compresso), applicata su una sezione posta a distanza x dall’appoggio.
 la risultante di trazione,T, che agisce in una sezione a distanza [x-(ζdcotθ)] dall’appoggio,
questo perché la fessura è inclinata, quindi nell’equilibrio dovremo tenere conto di questo
sfalsamento.

Come forze verticali, e saranno queste che daranno equilibrio al taglio, invece avremo:
 un contributo Vc che agisce nella zona compressa. Infatti è chiaro che se ci sono delle τ̅xz, ci
saranno anche le reciproche, e la risultante sarà questa componente di taglio Vc lungo la zona
compressa, come se fosse una trave in materiale isotropo ed omogeneo. Ricordiamo che nella
parte non fessurata abbiamo delle τ̅xz, ci saranno le reciproche verticali la cui risultante ci darà
la componente di taglio assorbito in quella zona.
 un contributo Vd legato all'effetto spinotto, derivante dall’impegno flessionale delle armature
poste in zona tesa (l’effetto spinotto lo studieremo, adesso stiamo solo guardando tutte le
forze in gioco). Vd è una componente di taglio assorbita dall’armatura longitudinale.
L’armatura si deformerà ed avendo una propria minima rigidezza flessionale assorbirà
un’aliquota di taglio, quindi l’armatura contribuisce alla resistenza al taglio con l’effetto
spinotto.
 un contributo Vi legato all'effetto ingranamento. L’effetto ingranamento è dovuto all’attrito
che si genera tra i denti che scorrono lungo la fessura. Immaginiamo di considerare G come
la risultante di questa forza legata all’attrito, essa avrà una componente verticale che sarà la
Vi.

Ricapitolando allora queste sono tutte le forze in gioco: trazione nell’armatura, compressione nel
corrente compresso e le varie componenti verticali che equilibreranno il taglio V, vale a dire la
componente nella zona compressa, Vc, la componente dovuta all’effetto spinotto, Vd, e la componente
dovuta all’ingranamento, Vi.
Studiamo più nel dettaglio il meccanismo a pettine:

La presenza delle fessure a 45° fa sì che possiamo immaginare la trave formata da tanti conci
assimilabili a delle mensole incastrate al corrente compresso e attraversate inferiormente
dall’armatura longitudinale. Quindi vediamo varie fessure ed i conci compresi tra due fessure
consecutive (denti).
In questa figura è rappresentato lo schema utilizzato per valutare gli effetti prodotti sul singolo
dente dalla sola aliquota Vc. Prendiamo il singolo concio compreso tra due fessure ed incastrato al
corrente compresso e studiamone l’equilibrio. Abbiamo ipotizzato una situazione di carico per la
quale il taglio V è costante lungo il dente: questo vuol dire che il momento flettente, per ragioni di
equilibrio, varia da M (faccia di sinistra) ad M+ΔM (faccia di destra), con ΔM=VΔx.
Ne consegue che lo sforzo nel corrente compresso varia da C a C+ΔC e quello nell’armatura
inferiore, grazie all’aderenza tra acciaio e cls ipotizzata attiva tra le due fessure consecutive, varia da
T a T+ΔT. Studiamo l’equilibrio di questo dente del pettine: osserviamo che T a destra e T a sinistra si
fanno equilibrio e quindi quello che dobbiamo considerare è l’effetto di resistenza del pettine per
effetto del ΔT. Dobbiamo quindi sfruttare le equazioni di equilibrio per studiare la resistenza del
dente, il quale si comporta come una mensola incastrata soggetta alla forza ΔT.

La forza ΔT produce un momento flettente nella sezione di attacco della mensola al corrente
compresso (è proprio come se stessimo andando a verificare la resistenza di una mensola incastrata
al corrente). La mensola è soggetta ad un momento flettente, quindi se ΔT è lo sforzo di trazione, il
momento flettente M0 nella sezione di incastro del dente (sez.A-B) sarà M0= ΔT (d-x). [Da evidenze
sperimentali si nota che Δx=d e che la profondità del corrente compresso è 0.3d]
Chiaramente questo momento M0 ci darà delle tensioni di trazione e di compressione sulla
sezione A-B: quando le tensioni di trazione raggiungeranno il valore limite della resistenza a trazione
del conglomerato il dente si romperà e diremo che abbiamo raggiunto la resistenza a taglio del
singolo dente che compone il pettine.
Dobbiamo fare certe valutazioni per calcolare questa tensione σA che agisce al lembo teso
della mensola (appunto il lembo del lato A, vale a dire le fibre inferiori della mensola) e per farlo
dovremo prima fare delle considerazioni di equilibrio per vedere quanto vale il momento flettente.
Innanzitutto abbiamo che ΔTz=ΔM, cioè se a sinistra abbiamo M e a destra M+ΔM è chiaro che la
variazione di sforzo ΔT equilibra il momento ΔM, quindi se z è il braccio della coppia interna, ΔTz
sarà proprio pari a ΔM. Però noi sappiamo che taglio e momento sono legati dalla relazione
V=ΔM/Δx

e quindi avremo che


ΔTz=ΔM=VΔx

Da questa relazione possiamo esplicitare quanto vale il ΔT:

ΔT=(V Δx)/z

A questo punto, conosciamo ΔT e quindi possiamo conoscere il momento M0 che sollecita la


sezione del dente all’attacco del corrente compresso (sezione rettangolare orizzontale di area Δx*b,
dove b è la larghezza della trave). Questa sezione è soggetta a flessione e presenterà quindi un
diagramma delle tensioni a farfalla, con una tensione di trazione al lembo inferiore A ed una
tensione di compressione al lembo superiore B. Chiamiamo la tensione di trazione σA ed essendo
legata al momento flettente, la possiamo semplicemente calcolare con la formula che ci dà la
tensione massima in una sezione inflessa, quindi la σA sarà pari al momento flettente diviso il
modulo di resistenza della sezione:
σA=M0/W

(Da scienza delle costruzioni) W=(bΔx2)/6.

A questo punto, sostituendo il valore di M0, pari a [ΔT(d-x)], e di ΔT, pari a [(VΔx)/z], ipotizzando x=0.3d
e z=0.9d, possiamo ricavare il valore della tensione di trazione σA, nel lembo teso della sezione di
attacco del dente del pettine al corrente compresso.
La crisi si avrà quando il valore di questa tensione raggiungerà il valore limite, cioè fcfd, la
resistenza di calcolo (“d”) a flessione (“f”) del calcestruzzo (“c”), perché chiaramente in questo caso
stiamo parlando del dente del pettine che è inflesso. Quando il valore della tensione raggiunge questo
valore limite possiamo dire che il taglio V che compare nella relazione ha raggiunto il valore limite di
resistenza. Allora nella relazione quando σA=fcfd, il taglio V che compare sarà proprio il taglio resistente
di calcolo del calcestruzzo, VRd,c. Da questa relazione isoliamo VRd,c.
A questo punto basterà fare la sostituzione che ci dà la normativa, cioè esprimere la resistenza
di calcolo a flessione in funzione della resistenza di calcolo a trazione (fcfd=1.2fctd), per trovare la
resistenza di calcolo a taglio del dente(portata dall’effetto pettine) VRd,c=0.25fctdbd, che ripetiamo, si
raggiunge quando si rompe il dente del pettine all’attacco con il corrente compresso perché la
tensione di trazione, prodotta dal momento flettente legato alla variazione di sforzo ΔT, raggiunge il
valore limite. Abbiamo in tal modo ricavato il primo termine, Vc, della relazione V=Vc+Vd+Vi.
Bisogna dire che questa relazione è stata trovata immaginando che il dente fosse soggetto soltanto
ad una sollecitazione di flessione, ma in realtà se nella trave agisce anche una forza di compressione
succede che l’asse neutro si abbassa. Abbassandosi l’asse neutro, esso non avrà più la profondità
ipotizzata prima (0.3d), ma diventa ovviamente più profondo. Diventando più profondo l’asse neutro,
il dente diventa più tozzo e pertanto avrà una resistenza flessionale maggiore. Di questo effetto se
ne tiene conto in maniera empirica attraverso l’aggiunta di un secondo termine,
VRd,c=0.25fctdbd+cσcpbd , dove σcp è la tensione media di compressione (N/A) nella sezione di
geometria bd e c è una sorta di coefficiente di attrito dato da NTC.
Semplicemente abbiamo aggiunto il contributo legato all’effetto benefico che la presenza della
compressione ha sul comportamento a pettine dell’elemento privo di armatura a taglio.
Confrontando però l’espressione così trovata con le evidenze sperimentali, si osserva che questa è
una espressione che sottovaluta la resistenza effettiva. Questo vuol dire che ci sono altri contributi,
quindi altri effetti, che contribuiscono ad incrementare la resistenza a taglio negli elementi privi di
armatura: l’effetto ingranamento degli inerti e l’effetto spinotto.

Dopo la comparsa delle fessure, si avrà uno scorrimento tra i lembi delle stesse e questo
scorrimento impegna in maniera flessionale le armature longitudinali che attraversano la fessura; se
l’armatura si deforma in risposta a questo impegno, significa che essa assorbe una certa aliquota di
taglio, detta “effetto spinotto”. Affinché l’armatura possa portare questo contributo al taglio è
necessario che sia sostenuta dalla staffa, infatti se non ci fosse armatura trasversale questo effetto
spinotto si avrebbe sino a quando si opporrebbe ad esso la resistenza del copriferro. Infatti, quando
l’armatura longitudinale si deforma, esercita sul copriferro delle spinte che tenderanno ad espellerlo
(fenomeno dello sfondellamento). Sino a quando il copriferro resiste a questo fenomeno, allora
osserveremo l’effetto spinotto: il limite a questo effetto è dato proprio dalla resistenza allo
sfondellamento del copriferro. Ipotizzando l’azione di sfondellamento estesa per una lunghezza pari
a r volte il diametro  prevalente dell’armatura longitudinale, e ipotizzando un interferro minimo pari
allo stesso diametro si ottiene:

L’effetto spinotto aumenta con l’aumentare dell’armatura, ma grossi quantitativi di ferro


possono dar luogo a distacchi del copriferro.
Le normative limitano l’effetto spinotto imponendo   2.
Nella formula finale celeste abbiamo il termine fctd (resistenza di calcolo a trazione del cls); a
questo punto la formula viene un po’ manipolata solo per metterla a confronto con la formula che ci
propone oggi la normativa; quella in blu è la formula proposta dalla vecchia normativa per il calcolo
della resistenza a taglio degli elementi privi di armatura. Dalla riflessione fatta sopra, seguendo i
passaggi scritti, si ottiene grosso modo nella nuova formula la stessa relazione.
In definitiva se volessimo esprimere il nostro VRd in maniera adimensionale, basta dividere per
bd (in questo caso compare bw perché sta ad indicare la dimensione dell’anima, la quale rientra nella
valutazione del taglio).
Infine, per tenere conto dell’effetto benefico della presenza della compressione sul
comportamento a pettine degli elementi privi dell’armatura a taglio, si somma il termine cσcpbd come
fatto con l’espressione precedente.
Abbiamo visto che, sulla sezione lungo la fessura, il taglio è portato da una componente Vc sul
corrente compresso, dalla componente all’ingranamento degli inerti lungo la fessura e dall’effetto
spinotto. Valutiamo il momento M(x) nella sezione distante x. L’M(x) non sarà altro che (Vx) se facciamo
l’equilibrio con le forze esterne, mentre sarà pari alla forza T, valutata nella sezione (x-ζdcotθ), per il
braccio che è ζd, più il contributo Vd avente braccio ζdcotθ, se facciamo l’equilibrio alle forze interne.
Quello che è importante vedere è che il momento in x è legato allo sforzo di trazione nella
sezione [x-(ζdcotθ)], o meglio possiamo dire che lo sforzo di trazione in questa sezione è legato al
momento flettente in una sezione traslata. Questo vuol dire che per valutare l’armatura dovremo
traslare il diagramma di M (è come se lo sforzo di trazione avesse un ritardo rispetto alla variazione
del momento flettente). Allora, se volessimo calcolare lo sforzo di trazione nella sezione x-x dobbiamo
considerare il momento flettente agente nella sezione x’-x’; la distanza tra le due sezioni la chiamiamo
al ed è pari a (ζdcotθ). Nel caso in cui facciamo l’ipotesi di fessure inclinate a 45° la traslazione è
proprio a (ζd) poiché cot45°=1, noi (ζd) lo chiamiamo z, cioè il braccio della coppia interna.
Quindi, quando abbiamo il diagramma del momento flettente dobbiamo traslarlo di una
quantità proprio pari al braccio della coppia interna e con quel momento calcolare e verificare
l’armatura.
L’espressione che la NTC propone è, invece, la seguente:

Questa è, in realtà, simile a quella da noi trovata, perché contiene gli stessi contributi.
Quello tra parentesi è un taglio resistente adimensionale vRd.
Vediamo adesso quanto valgono per la normativa i vari coefficienti:

La normativa impone di verificare che il taglio resistente sia comunque maggiore di un valore
minimo, pari a (vmin + 0.15 σcp)bwd nel quale il legislatore ha posto c=0.15.
Allora calcoliamo il taglio resistente, calcoliamo il valore minimo come scritto sopra, e alla fine
prenderemo il massimo tra questi due valori. Cioè se il valore calcolato ci viene minore di quello
minimo, allora prenderemo il valore VRdmin.
Ricordando che abbiamo detto che deve essere β≤2, e questo viene garantito dalla
normativa imponendo che la percentuale di armatura tesa da considerare ai fini dell’effetto spinotto
non deve essere maggiore del 2%, cioè anche se abbiamo ρl=4% ai fini dell’effetto spinotto andiamo
al massimo a considerare il 2%, proprio per evitare di andare ad incrementare troppo questo
contributo.