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La finanza pubblica del Regno di Napoli nella crisi di fine Settecento.

Il doppio binario della


contabilità di stato e la nascita del libro del debito pubblico borbonico.*

3. Politica del doppio binario finanziario e mutamento delle caratteristiche della Decima
Dal 1796, dopo gli editti quasi contemporanei del prelievo dei capitali vincolati depositati nei
banchi, poi ritirato, della Decima e quelli successivi della reluizione dei censi e della requisizione
dei metalli preziosi, la finanza pubblica napoletana corre su un doppio binario. La nuova
organizzazione serve all’amministrazione pubblica per superare i vincoli dell’arrendamento, relativi
sia alla proibizione a decretarne di nuovi, sia al ricorso ai vecchi, tenuti in portafoglio
dall’amministrazione pubblica. La nuova organizzazione serve per superare ostacoli di natura, per
così dire, “psicoburocratica”, che avrebbe consentito di adoperare un mezzo più efficiente e,
soprattutto, di mettere a disposizione del governo maggiori quantità di denaro per evitare di
contrarre debiti e anche, in un secondo momento, per pagare quelli già contratti.
Per questi motivi, il bilancio viene diviso in due sezioni senza alcun punto di contatto tra di
loro. La prima comprendeva le entrate delle vecchie imposizioni con le quali si sarebbero affrontati
la spesa ordinaria dello stato e i pagamenti dei debiti fin allora contratti. Con l’occasione si operò
anche una prima significativa riforma.
In effetti il bilancio che raggruppava le vecchie imposizioni svolgeva, a sua volta, due
funzioni. Con la prima, da sempre svolta dal bilancio dello stato, si affrontava la spesa corrente con
le entrate ordinarie. La Tesoreria Generale avrebbe continuato a stilare il suo bilancio, che
conteneva i soli residui non spesi nelle province dalle casse separate e dalla stessa Tesoreria, del
quale il governo avrebbe disposto per le spese di sua competenza. Nella seconda sarebbero state
contabilizzate le entrate di tutti gli arrendamenti rimasti in potere dello stato, da dedicare
esclusivamente al pagamento degli interessi del debito pubblico. Per questo motivo venne anche
costituita la Cassa degli Arrendamenti.1
Si tratta del primo tentativo di sistematizzazione del debito pubblico, che sarà seguito da altri
e che precede di oltre un decennio l‘adozione del regno di Napoli, durante il periodo francese, del
Gran Libro. Non è che manchino differenze, ed anche profonde, tra questo primo esperimento
borbonico e il definitivo assetto che i francesi daranno al debito pubblico napoletano. La prima, e
forse la più importante, è che per questi ultimi il debito era parte integrante del bilancio, garantito
da tutte le entrate dello stato. Nel 1796, invece, gli interessi dei debiti continuano ed essere garantiti
dagli arrendamenti, ma essendo tutti di proprietà o comunque gestiti dello stato, la loro riunione in
un’unica cassa formava un unico corpus, che dette finalmente l’idea immediata della spesa annua
che lo stato doveva affrontare per il suo indebitamento. Questa novità doveva, tuttavia, essere
metabolizzata. Non era ancora concepibile che in uno stesso bilancio andassero annotati spesa
corrente e interessi per debiti. Per questo motivo il più delle volte si evitava il pagamento degli
interessi e si preferiva saldare il debito cedendo un cespite dello stato. In alternativa, quando si
riteneva che il pagamento degli interessi sarebbe durato pochi anni, si cedeva una posta del bilancio,
definito “precipuo”, che il creditore aveva il privilegio di percepire prima che fosse destinata ad
altra spesa. Per evitare che tutto il bilancio corresse il rischio di partecipare al pagamento dei vecchi
debiti, fu creata una seconda sezione, che non poteva essere addetta al pagamento di alcun debito o
interesse. Questa rappresentava il secondo binario del bilancio statale.
Questa divisione tendeva a rendere più accettabile l’idea di pagare gli interessi dei debiti con
le entrate ordinarie del bilancio. Se si riflette alla prassi contabile del regno nei secoli precedenti, si
nota la continua tendenza a cercare di scorporare dal bilancio una quota consacrata alla spesa
corrente, che non poteva essere dedicata al pagamento degli interessi. La stessa Cassa Militare
obbedivano a questa logica. Era una costante nell’amministrazione pubblica del Mezzogiorno la
vendita delle entrate per pagare i debiti. L’unico modo per sfuggire a questa logica era separare una
parte del bilancio da non adibire al pagamento dei debiti. L’importante novità, costituita dalla
Decima, con tutti gli sviluppi innovativi che si noteranno, nasceva, quindi, all’interno di una logica
contabile più che collaudata.

* La prima parte di questo articolo è stata pubblicata nel numero precedente con il titolo “La finanza pubblica
napoletana nella crisi di fine Settecento. Dal Consiglio d’Azienda alla vigilia del fallimento dei banchi pubblici ”.
1
ASNa, Ministero delle Finanze, Relazione della Giunta su due memorie presentate al re, 22 gennaio 1800.
1
La sola Decima, quindi, correva sul secondo binario. La sua creazione era giustificata dalla
previsione che la spesa bellica stesse per divenire la più consistente. Con la divisione in due binari
del bilancio si mantenne l’abitudine di non considerare i debiti, che ormai rappresentavano se non
l’unica, la maggiore voce dell’altro tronco del bilancio statale.
Con gli introiti della Decima si doveva provvedere soltanto alla spesa corrente per lo sforzo
bellico, senza l’interferenza di alcun debito. Assolvendo su di un binario contabile ai pagamenti
bellici straordinari, una volta tornata la pace, che si preannunciava non vicina, si sperava che il
bilancio ordinario, sull’altro binario, sarebbe stato via via sgravato dagli interessi, convogliati nella
cassa degli Arrendamenti, e dai debiti, fin allora contratti. La Decima, tornata la pace, sarebbe stata
abrogata ed il suo binario abolito. Intanto, però, le entrate del bilancio statale, tornate uniche,
avrebbero avuto buone possibilità di far fronte alle spesa corrente, una volta che i debiti fossero stati
pagati e non occorreva far fronte alle enormi spese della guerra.
Ciò sarebbe avvenuto perché la maggior parte della spesa corrente, quella bellica, dirottata
sull’altro binario, grazie al gettito della Decima, sarebbe stata facilmente affrontata senza mettere in
crisi le finanze pubbliche. Gli interessi dei vecchi debiti, si è visto, sarebbero stati pagati con la
Cassa degli Arrendamenti. I vecchi debiti sarebbero stati pagati con i capitali che si ricavavano con
prestiti, i cui interessi si sarebbero pagati dalla Cassa degli Arrendamenti, man mano che le partite
si liberavano e potevano essere impegnate in nuovi pagamenti d’interessi. Nuovi debiti non
sarebbero stati contratti, perché la Decima, oltre a mettere a disposizione del governo quanto
serviva per pagare un maggior numero di soldati, le loro armi, un maggior numero di razioni
giornaliere di pasti per uomini ed animali, ecc., avrebbe procurato un discreto accantonamento di
fondi, che avrebbe consentito di ripartire sotto i migliori auspici, con il nuovo bilancio unico.
Insomma una previsione finanziaria tanto articolata, quanto ottimistica.
Per mantenere il nuovo assetto finanziario il governo si dotò di capitali per pagare i vecchi
debiti impegnando le partite libere della Cassa degli Arrendamenti, anche questo si è visto, con gli
interessi che doveva corrispondere per la requisizione dei metalli preziosi e per la reluizione. Decise
anche, per affrontare la spesa bellica che giornalmente si incrementava e per evitare, quindi, di
contrarre nuovi debiti, di ampliare la base impositiva della Decima, tassando le rendite da locazione
delle case di Napoli. I contribuenti sarebbero stati solo i proprietari, che riscuotevano l’affitto
dell’immobile, ma, in un primo momento, furono gli inquilini ad essere incaricati del pagamento,
sottraendo il denaro dal canone mensile2. Quasi contemporaneamente furono colpiti anche gli uffici
venduti o concessi3 e le pensioni sia di Napoli, sia di Sicilia4.
Queste decisioni, talvolta contraddittorie e spesso lesive dei diritti dei cittadini, erano, in parte
giustificate dalla straordinarietà dell’imposta, che si prevedeva avrebbe avuto vita più breve
possibile. La sua asprezza dipendeva, in definitiva, anche dal numero di coloro che sarebbero stati
colpiti dall’imposta. Più numerosi questi, maggiore la somma erogata dell’imposta, minore le
possibilità di ricorrere ad ulteriori inasprimenti fiscali per sostenere il peso della guerra. La stessa
considerazione, tuttavia, non poteva valere se, come sembrava, la Decima stesse cambiando la sua
funzione di procacciatrice di mezzi finanziari per le spese di guerra, per divenire un’imposta
ordinaria destinata a pagare i debiti dello stato.
Nel 1798, dopo appena due anni, in cui la suddivisione in due tronchi del bilancio statale fu
mantenuta, inasprendo ed ampliando i contributi sia del bilancio ordinario, sia della Decima, nuove
ed incessanti difficoltà spinsero il governo a dare diversa destinazione agli introiti della Decima e i
due binari, su cui per così breve tempo era transitato il bilancio dello stato, furono riuniti.
Questa decisione fu preceduta da inequivocabili avvisaglie. Già nel dicembre del 1797 Nicola
Vivenzio, Luogotenente della Sommaria, aveva definito la Decima, “imposta per soddisfare i debiti
contratti per li passati bisogni della guerra”5 e non un mezzo per procurare denaro ed affrontate le
spese belliche correnti, così come aveva affermato l’editto della sua istituzione. Un altro editto di

2
Dispaccio 5 luglio 1796. In un secondo momento fu stabilito che il pagamento dovesse essere effettuato direttamente
dal proprietario. Dispaccio 3 settembre 1796. ASNa, Ministero delle Finanze, F. 2792, Da Commissione per
determinare il dovuto per le fatiche straordinarie degli impiegati a Pietro De Petris Fraggianni Soprintendente della
Decima, 28 marzo 1798.
3
Ibidem.
4
Ibidem.
5
ASNa, Ministero delle finanze, F. 1671, f. 17, Da Vivenzio ad Acton 2 dicembre 1797.
2
marzo 17986, invitava coloro che avevano subito la requisizione dei metalli preziosi ad attendere la
pubblicazione di alcune tabelle per chiedere il pagamento degli interessi loro spettanti non più su di
un arrendamento della Cassa da poco istituita, bensì su tutti introiti dalla Tesoreria. In aprile si
definisce un diverso meccanismo amministrativo per ricondurre all’amministrazione della Decima
il pagamento delle annualità di alcuni debiti.7 Quindi sugli introiti della Decima non sarebbe gravata
più solo la spesa corrente per la guerra, bensì le annualità, ossia gli interessi dei debiti.
La prassi che si voleva inaugurare nel 1798 era relativa agli interessi da pagare a causa delle
operazioni fatte dal governo per procurare immediatamente capitali con cui pagare i debiti e cioè la
vendita dei fondi di regio patronato e di altri beni immobili a diposizione del re, la requisizione dei
metalli preziosi e le reluizioni. Si trattava di spese che sarebbero dovute transitare sul binario del
bilancio ordinario, di interessi da versare agli aventi causa che si dovevano pagare ciascun anno
dalla Cassa degli Arrendamenti. Non erano pagamenti per contratti di fornitura dell’esercito o,
comunque per cause belliche, le uniche spese che sarebbero dovute gravare sul bilancio della
Decima.
Anche le competenze degli uffici amministrativi, che erano state distribuite in funzione della
doppia contabilità, dovevano essere riorganizzate, segno che la politica del doppio binario era
effettivamente entrata in vigore.
Secondo la prassi degli ultimi due anni, trattandosi di materia inerente al primo binario del
bilancio, Nicola Vivenzio, all’epoca Luogotenente della Sommaria, avrebbe dovuto assicurare la
proprietà di coloro che avevano acquistato all’asta beni immobili, che lo stato aveva posto nella sua
disponibilità e poi venduto, e designare l’arrendamento della Cassa sul quale sarebbe ricaduto
l’onere degli interessi da pagare ogni anno a coloro che erano stati espropriati. Il caso più comune
era quello della reluizione dei censi, in forza della quale lo stato si era appropriato del controvalore
dei beni riscattati dai censuari, ma aveva dovuto anche accollarsi il pagamento annuo del canone
enfiteutico ai luoghi pii ed ora doveva individuare il cespite su cui far gravare questa spesa ogni
anno.
La politica del doppio binario imponeva che una spesa per interessi si sarebbe dovuta
iscrivere nel bilancio corrente e pagare dalla cassa degli Arrendamenti, i quali, però, non avevano
più capienza. Per farla transitare sul bilancio della Decima occorreva organizzare uno “scambio”
amministrativo. Nicola Vivenzio, nonostante dirigesse un organo come la Sommaria, incaricato di
supervisionare tutte le operazioni finanziarie dello stato, dovette, perciò, trasferire le somme
ricavate dalle vendite e dalla reluizione al marchese De Petris Fraggianni, amministratore della
Decima, che, avrebbe stabilito quale somma annua a titolo di interesse, da prelevare dall’introito
della imposta da lui amministrata, si sarebbe dovuta versare agli aventi diritto a seguito di ciascuna
operazione. Il repentino mutamento della prassi e del pagatore furono giustificati con una frase che
faceva intendere che la novità dovesse essere temporanea e che De Petris Fraggianni dovesse
accoglierla “con l’intelligenza che tal’assegnamento dovrà aver luogo finché non sarà costituito su
di partite di Arredamenti, o altri effetti, che S.M. sarà per destinare in appresso”.8 Insomma, a dire
di Vivenzio, si trattava di una temporanea eccezione, che non avrebbe modificato la prassi del
doppio binario inaugurata due anni prima.
E’ anche evidente che per Vivenzio, come per qualsiasi amministratore napoletano
dell’epoca, la vera eccezione era che una somma per interesse si pagasse con denaro che non
provenisse da un arrendamento. Era quasi una questione di reciprocità: l’interesse da versare per un
capitale di cui lo stato era debitore si doveva pagare con l’interesse di un capitale di cui lo stato era
in possesso. Sembra quasi che si pensasse che solo in questo modo lo stato non avrebbe subito un
reale danno. A primo vista questo è il significato di questa frase, ma, in realtà, potrebbe assumerne
altri.
Poteva anche significare che, siccome la Decima era un introito straordinario, si sarebbe
dovuto provvedere a designarne un altro, anche diverso, come si specifica, da una partita di
arrendamento, dopo la sua futura revoca. Ma, si badi bene, la Decima in questo periodo veniva

6
ASNa, R. Camera della Sommaria, Dispacci, 1796-1805, Da Presidente della Camera della Sommaria, Nicola Ajello,
ad Acton, decreto 27 marzo 1798
7
ASNa, R. Camera della Sommaria, Dispacci, 1796-1805, Bando, 7 aprile 1798.
8
ASNa, R. Camera della Sommaria, Dispacci, 1796-1805, Bando, 7 aprile 1798.
3
ancora considerata come un cespite da cui ricavare capitali occorrenti all’amministrazione statale
per la spesa corrente e non per pagare gli interessi di un debito già costituito.
Poteva avere, infine, un terzo significato. Si è già visto che nella concezione amministrativa
napoletana, prima delle riforme amministrative francesi, non era concepibile che esistesse nel
bilancio dello stato un fondo destinato a pagare gli interessi di un debito consolidato. Per un
amministratore pubblico napoletano dell’epoca sarebbe stato molto più conveniente – per non dire
ortodosso- vendere immediatamente il ricavato annuo della Decima, cioè rendere la Decima un
arrendamento, e procurarsi un capitale con il quale pagare il debito, invece che versare gli interessi
annui. Quindi l’affermazione poteva anche sottintendere che era nelle intenzioni
dell’amministrazione napoletana capitalizzare e vendere il gettito della Decima per pagare i vecchi
debiti e, pertanto, occorreva trovare un’altra posta di bilancio su cui dirottare il pagamento dei
nuovi, che si sarebbero contratti per le operazioni appena accennate, nel caso il capitale della
vendita fosse risultato insufficiente per tutti i pagamenti. La costituzione di un nuovo arrendamento
avrebbe contraddetto gli ordini reali, impartiti, però, troppi anni prima, e, quindi, di fronte alle
enormi difficoltà che stavano soffocando l’economia del regno, non è improbabile che si stesse
riconsiderando la possibilità di un ritorno a metodi di un passato in cui, comunque, erano state
superate situazioni ugualmente delicate.
La decisione che sarebbe stata presa nel merito avrebbe sanzionato il ripristino di un vecchio
tipo di amministrazione del debito pubblico, con al centro l’arrendamento o qualcosa di molto
simile, o l’adozione del nuovo sistema, inaugurato in Francia, verso il quale erano stati già mossi i
primi passi.
l vecchio sistema possedeva il pregio, se così si vuole chiamare, della semplificazione del
bilancio e della simmetrica reciprocità tra stato e privati. Il sistema ancor più vecchio consentiva al
governo di non pagare interessi, se non per un lasso di tempo breve, in attesa di organizzare la
restituzione con la capitalizzazione di un introito dello stato. Insomma, prima della proibizione di
Carlo e di Ferdinando, gli arrendamenti si vendevano, talvolta definitivamente in solutum e pro
soluto, ossia si versava un interesse annuo per pagare un capitale. L’adozione di questo sistema di
pagamento sembrava dettata da una sorta di esemplificazione amministrativa. Se non si riusciva a
restituire il capitale –la tecnica contabile non consentiva di disporre di informazioni necessarie per
conoscere l’entità dei debiti e gli interessi che occorreva pagare- per non tenere aperta una posta di
bilancio passiva, al solo scopo di pagare un debito, se ne vendeva una attiva, si pagava con essa
l’interesse e si “semplificava” il bilancio.
Dopo la proibizione di Carlo e di Ferdinando, non potendosi più decretare arrendamenti, si
utilizzavano quelli caduti in potere dello stato per pagare gli interessi di un debito. Anche questi
erano arrendamenti, ma facevano parte di una serie, che lo stato aveva ricomperato e che, per
utilizzarli alla bisogna, non ammortizzava, come avrebbe potuto.
Dinanzi alle difficoltà sempre maggiori, che avevano determinato l’indisponibilità di partite di
arrendamento, da impiegare per pagare interessi, tutte già impegnate, stava, quindi, mutando il
ruolo assegnato alla Decima e si stava abbandonando la politica finanziaria del doppio binario.
Questa, infatti, fu solo la prima volta in cui la Decima non fu più considerata un’imposta
straordinaria, dedicata, per il tempo necessario, al pagamento delle spese per la difesa dello stato. A
partire da questo episodio, nelle intenzioni degli amministratori napoletani, la Decima divenne essa
stessa una specie di macrocassa degli arrendamenti, pur non avendo alcun punto di contatto con gli
arrendamenti. Fino allora si era ricorso agli arrendamenti e alla loro Cassa, ora che la sua
disponibilità si era esaurita, si adoperavano quote di una medesima entrata, la Decima, per pagare le
annualità di alcuni debiti dello stato. La logica era la stessa. L’introito della Cassa degli
arrendamenti era costituito dall’esazione di alcune gabelle, quello della Decima da alcune imposte
dirette sulle rendite e su alcuni redditi dei cittadini, ambedue erano destinati al pagamento degli
interessi dei debiti dello stato. La Decima cominciava a svolgere la stessa funzione degli
arrendamenti solo che lo stato, invece di individuare volta per volta il gettito di uno di essi da
attribuire ad un privato come rendita di un capitale, che aveva ricevuto in prestito o che costituiva
un debito, utilizzava parte degli introiti della Decima, già in riscossione, per pagare gli interessi. La
Decima alimentava, così, una cassa, che finanziava il servizio del pagamento degli interessi del
debito pubblico. Questa prassi rappresentava un ulteriore passo innanzi, rispetto alla precedente
Cassa degli Arrendamenti, verso un sistema più fortemente ispirato alla Dette Publique francese.
4
Con la Decima, utilizzata in questo modo, il sistema degli arrendamenti per pagare i debiti, venne
abolito, di fatto, prima delle riforme francesi.9
Rispetto alla cassa degli Arrendamenti, il fondo della Decima non era frazionato in tanti debiti
quanti erano i creditori. Come specificherà appena due anni dopo l’editto sul ritiro delle carte
bancali,10 la scelta da parte del creditore del cespite della Decima su cui far gravare il suo credito,
costituito da un interesse annuo, non implicava l’individuazione da parte del creditore di uno
specifico introito dello stato su cui far gravare la spesa, come sarebbe avvenuto con un
arrendamento, ma era solo un’ulteriore facilitazione concessagli dal governo. In questo modo egli
stabiliva solo il locus facilioris exationis. In pratica si dichiarava a chiare lettere che la scelta del
cespite da cui prelevare il pagamento degli interessi non implicava una limitazione della
soddisfazione del suo credito a quella sola branca di introito, bensì serviva a facilitarlo nell’esazione
di quanto gli era dovuto. Ad esempio, un creditore residente a Bari, per gli interessi che gli erano
stati riconosciuti, avrebbe potuto scegliere, per percepire il suo credito, le entrate ricavate dalla
Decima sulle rendite dei beni burgensatici di Terra di Bari, al solo fine di effettuare la riscossione
presso il tesoriere e percettore della sua provincia, senza doversi recare a Napoli. Anche per lui,
come per tutti, avessero o no operato una scelta, tutte le entrate della Decima erano poste a garanzia
del suo credito.
Perché il debito pubblico borbonico e il Gran Libro del Debito Pubblico importato dai
francesi fossero perfettamente sovrapponibili mancava solo che la garanzia statale fosse estesa a
tutte le entrate dello stato e non solo a quelle della Decima. Da un punto di vista formale era una
differenza di non poco momento. Data la somma annua che erogava la Decima e gli interessi molto
minori da pagare, la differenza, si vedrà, non aveva, tuttavia, alcun rilievo.
Oltre questa differenza, si nota un altro particolare degno di nota. La Decima doveva creare
una nuova entrata per far fronte all’interesse dei debiti passati e futuri. Si era, in un certo senso,
anticipato il tempo del pagamento dell’interesse del debito. In questo modo se il sistema si fosse
mantenuto inalterato, i debiti sarebbero stati pagati dalla generazione che li contraeva o, addirittura,
prima e in luogo di quella che li avrebbe contratti successivamente. Oggi, come è noto, si grava, ed
anche pesantemente, sulle generazioni future. Naturalmente tutto ciò in linea teorica e se la Decima,
che, comunque, restava ancora un’imposta straordinaria, si fosse pagata per sempre, anche in
assenza di debiti, e se l’introito da essa derivante non si fosse impegnato in altre spese dello stato.
Altra novità rilevante consisteva nella natura della Decima, che era un’imposta diretta (non
una gabella, su cui gravavano gli arrendamenti, che avrebbe colpito tutti i consumatori e
particolarmente quelli più indigenti, se fissata su beni di largo consumo), destinata a colpire non
tutti indiscriminatamente, come avveniva con il testatico, bensì prevalentemente i percettori di
rendite e sarebbe stata pagata anche da chi fin allora era stato esente da qualsiasi pagamento di
imposta diretta. Aveva, insomma, tutte le caratteristiche della Fondiaria, introdotta dai Francesi al
loro arrivo a Napoli. Non a caso, per i primi anni, mentre si formavano i ruoli della Fondiaria, i
francesi ricorsero a quelli della Decima per il pagamento provvisorio della nuova imposta da loro
introdotta.11
La profonda influenza sulla finanza pubblica napoletana delle scelte operate in Francia è
dimostrata proprio dalla Decima che, al momento dell’esazione, era del tutto simile alla Fondiaria,
nella fase della spesa del denaro con essa raccolto, svolgeva le funzioni di un Gran Libro del Debito
Pubblico.

4. Il fallimento dei banchi pubblici


Prima del 1799, per proseguire nella politica del doppio binario finanziario, il costante deficit
di bilancio che si verificava sul primo, fu ripianato con introiti “che si facevano da diversi rami,
cioè dalle rendite di conto a parte del re, dal prodotto delle once immuni, dal donativo di Napoli, e
Sicilia, e dal cavallo montato”.12 Nei primissimi anni dopo la Repubblica, secondo Zurlo, si erano

9
P. Villani, Giuseppe Zurlo e la crisi dell’antico regime nel Regno di Napoli, in “Annuario dell’Istituto Storico per l’età
moderna e contemporanea, Roma, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, 1956, pag. 72.
10
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1848, Editto da Palermo del 25 aprile 1800.
11
Collezione degli editti, determinazioni, decreti, e leggi di S.M.da’15 febbraio a 31 dicembre 1806, Napoli, Spamperia
Simoniana, s.d., legge 8 agosto 1806.
12
ASNa, Ministero delle Finanze, Relazione della Giunta su due memorie presentate al re, 22 gennaio 1800.
5
recuperate, prima di tutto, le somme perse a causa dei disordini, e poi era stata adottata una pratica a
dir poco scorretta, oltre che pericolosa, molto più dell’appropriazione del denaro depositato nei
banchi. Gli avanzi di bilancio in moneta “nei primi tempi si sono cambiati coll’aggio. I residui di
tutti i cespiti fiscali si sono discussi; le carte, che nel principio vennero introitate, si sono cambiate
al pari. L’utile della R. Corte è stato immenso.”13 Lo stesso Zurlo mette in relazione la pratica
scorretta con cui si faceva fronte alla spesa pubblica, con l’impossibilità di provvedere
diversamente.14 In altre parole da una parte le imposte furono percepite velocemente, dall’altra ai
creditori dello stato furono date in pagamento carte bancali, che il governo si procurava su piazza in
cambio di denaro, guadagnando sull’aggio e aggravando così la crisi monetaria del regno. 15 Quando
non fu più possibile ricorrere a questo espediente, fu decretato il pagamento dei tributi solo in
contanti e il governo si fece spietato esattore dei molti residui. In questo modo si mantenne il deficit
del bilancio ordinario in limiti sopportabili. Poi la creazione della Cassa dsegli Arrendamenti portò
un primo sollievo.
La Decima, invece, era stata avviata con stento, aveva fruttato molto meno delle aspettative,
ma aveva contribuito alle spese di guerra, anche se solo in parte nella fase di rodaggio e non nella
totalità, come avrebbe imposto la politica del doppio binario finanziario. Di qui l’accumularsi di
nuovi debiti, che venivano scaricati sul binario del bilancio ordinario, sempre più
insopportabilmente gravato.16
Per Zurlo, quindi, la politica del doppio binario finanziario aveva mostrato delle inefficienze,
che, tuttavia, non avrebbero dovuto portare alla separazione della Decima da tutti gli altri tributi,
che, si è visto, apparteneva ad una logica ben collaudata nell’amministrazione finanziaria del regno.
Era, in effetti, del parere che bilancio ordinario e Decima fossero contabilizzati insieme. I due binari
dovevano confluire in uno solo per rendere disponibili le entrate della Decima per le necessità che
di volta in volta si manifestavano, senza correre il rischio di tenere denaro inutilizzato nelle casse,
perché non spendibile per le necessità cui era dedicato, mentre altre branche dell’amministrazione
soffrivano. La Decima, si vedrà anche dopo, una volta sopperito ai bisogni straordinari, doveva,
comunque, restare libera da gravami sia per le necessità straordinarie, sia per ammortizzare il debito
pubblico. Zurlo, in definitiva, chiedeva di superare il vetusto principio amministrativo che vedeva
qualsiasi introito dello stato soggetto al pagamento di debiti, a meno che non fosse stato separato in
qualche modo dagli altri.
Proprio per questo motivo temeva che il bilancio, una volta riunificato, avrebbe comunque
manifestato deficit crescenti nel tempo, se non si fossero limitate le spese di guerra. Questo
continuo bisogno di cassa, secondo Zurlo, era particolarmente dannoso per le finanze statali, perché
impediva un’organizzazione pianificata e maggiormente efficiente: “Non sempre possono prendersi
le migliori misure, perché le necessità ne impongono delle altre”.17
Occorreva, quindi, risolvere per prima cosa la crisi finanziaria, che era legata a quella dei
banchi, divenuta irreversibile.
Il governo, però, non poteva ammettere, anche se implicitamente lo riconobbe quando si
accollò l’intero onere del debito dei banchi, di aver fatto ricorso al denaro in essi depositato e, per
evitare che le fedi di credito fossero del tutto rifiutate, in un primo momento accreditò la tesi che i
Banchi fossero fondamentalmente sani, perché possedevano un capitale immobiliare superiore a
quello rappresentato dalle carte in circolazione.18
L’incremento dell’aggio, secondo questa teoria, dipendeva dalle difficoltà, che si
incontravano agli sportelli per liquidare le fedi di credito, ma non per una effettiva mancanza di
monete, bensì per la particolare situazione, tutt’altro che negativa, che viveva l’economia del regno
e soprattutto per l’imprudenza degli amministratori, che avevano impiegato nelle operazioni attive
dei banchi capitali maggiori di quelli depositati dai clienti, emettendo fedi di credito senza
copertura, nella speranza che la liquidità rimasta nelle casse, sebbene notevolmente assottigliata,

13
Ibidem.
14
Ibidem.
15
Ibidem.
16
Ibidem.
17
Ibidem.
18
ASNa Ministero delle finanze, F. 1854, Memoria 1 luglio 1797.
6
incrementata giornalmente dai depositi, avrebbe consentito di far fronte alla richiesta di denaro dei
depositanti.19
In effetti, sempre secondo la tesi filogovernativa, la situazione che si era creata, e le
gravissime conseguenze, erano il frutto di un’errata previsione. Il denaro depositato nei banchi non
era stato sperperato –si taceva delle appropriazioni statali- ma impiegato con profitto. Cosa, allora,
aveva determinato il deflusso di numerario dalle casse dei banchi e il successivo panico? I banchi
avrebbero incrementato le loro operazioni attive, spinti da un notevole incremento di domanda di
mezzi finanziari, che aveva fatto lievitare sì le fedi, ma anche la moneta circolante del regno. Il
denaro, quindi, restava in circolazione per un tempo maggiore di prima, perché impiegato in un
sistema economico che si stava sviluppando, grazie ad una serie continua di buoni raccolti agricoli e
a investimenti autonomi dello stato in opere pubbliche nel periodo 1776-1787, e non rientrava nei
forzieri dei banchi. Solo ciò determinava il rifiuto opposto a chi avrebbe voluto cambiare in moneta
una fede di credito allo sportello di un banco.20 La velocità di circolazione aveva sopperito a una
strutturale carenza di moneta d’argento e d’oro. Sarebbe stato necessario incrementare la quantità,
che, invece, dopo le prime difficoltà, era stata ridotta per la speculazione sull’aggio. Insomma la
massa monetaria si era mantenuta sufficiente solo grazie all’incremento continuo della velocità di
circolazione. Tale aumento di circolazione aveva sostenuto la massa monetaria, ma aveva anche
impedito il ritorno nei banchi della moneta, che era trattenuta nel circuito e, quindi, aveva causato di
per sé le prime difficoltà nel cambio delle fedi di credito, il ritiro artificioso della moneta da parte
degli aggiotatori e l’assottigliamento delle quantità di moneta al di sotto della soglia minima, che
non poteva essere sostituita da un aumento della circolazione.
Colpa dei banchi, quindi, i quali non solo non si erano limitati nella concessione dei mutui a
quanto la prudenza avrebbe suggerito, ma avevano anche incrementato il fondo dei pegni su merce
nuova, quelli maggiormente lucrosi, favorendo ancor più l’emorragia di denaro dalle loro casse.
Anzi, poiché non possedevano denaro sufficiente, anche per i pegni furono emanate fedi senza
copertura. Nonostante l’intervento della Delegazione del 1789, che, aveva ridotto l’interesse sui
pegni di merce nuova dal 6 al 4%, rendendoli meno lucrosi, questi, nonostante la crisi dei banchi,
nel 1797 avevano raggiunto un ammontare di 4 milioni, da considerarsi immobilizzati, perché non
si poteva sollecitarne la riscossione, né si poteva vendere la merce ricevuta in pegno, se non dopo le
scadenze programmate e con tutte le cautele che simili operazioni comportavano.21
Si erano, poi, verificati furti degli impiegati.22 Quelli scoperti erano stati denunciati e il
ricorso al tribunale aveva causato soltanto un’ulteriore, inutile spesa. Per finire il costo del numero
spropositato di ufficiali, amanuensi, delegati, governatori, avvocati, aiutanti, che pesavano sui loro
bilanci. Bastava “a taluno d’aver messo piede in un Banco, perché avesse assicurata la sua famiglia
d’un lauto mantenimento”.23
Questi, secondo le tesi filogovernative erano i veri motivi all’origine della crisi degli istituti
bancari e, quindi, del regno, che, tuttavia, non sarebbe deflagrata se la moneta, in un momento in
cui era necessaria più del solito, non fosse scomparsa dalla circolazione anche per altri motivi,
dipendenti da cause secondarie ed esterne, che avevano inciso forse ancor più.
La prima era stata l’esportazione della moneta dal regno, causata sia dalla bilancia
commerciale passiva, sia dall’incetta che ne avevano fatto le altre nazioni per la sua bontà. Veniva
acquistata a condizioni favorevoli, perchè non era stata rivalutata, nonostante l’alto contenuto di
intrinseco in essa contenuto.
Qui risiedeva il problema monetario del regno di Napoli. La sua moneta, sia quella di metallo
nobile, sia quella fiduciaria, era divenuta una merce e non assolveva più al suo compito principale.
Le monete d’oro e d’argento erano acquistate dalle zecche degli altri stati, perché conveniva
ricavare da essa il metallo prezioso, invece di acquistarlo presso i produttori a condizioni meno

19
Ibidem.
20
Ibidem.
21
Ibidem. Cfr. anche la memoria anonima in ASNa, Ministero delle Finanze, F. 2881, s.d. (ma 1798), che ribadisce gli
stessi concetti espressi nella precedente.
22
E. Tortora, Il Banco di Napoli. Raccolta di documenti storici e statistici, Napoli, 1883, pag. CCCXXVI.
23
ASNa Ministero delle finanze, F. 1854, Memoria 1 luglio 1797. Cfr. anche la memoria anonima in ASNa, Ministero
delle Finanze, F. 2881, s.d. (ma 1798), che ribadisce gli stessi concetti espressi nella precedente memoria.
7
favorevoli.24 In particolare lo stato pontificio, che aveva vissuto una crisi simile, se ne era
accaparrata in notevole quantità, ricorrendo al contrabbando, quando i confini del regno erano
rimasti sguarniti a seguito della ricollocazione dei soldati mandati a sedare i disordini, scoppiati con
la Repubblica Napoletana.
La mancanza di moneta avrebbe dovuto generare immediati effetti in tutta l’economia del
regno, ma, in un primo momento, essi erano stati mascherati da un iniziale surplus di numerario e,
soprattutto, dall’aumento della velocità di circolazione. Con le prime difficoltà era inevitabile che si
innestasse la diffidenza ed il discredito dei privati nei confronti dei banchi.
Sempre nell’interpretazione accreditata dal governo, questo stato di cose aveva generato
l’ultima conseguenza, che, a sua volta, ne aveva partorito infinite altre. Per la situazione che si stava
verificando, anche i cambiavalute napoletani avevano incominciato a considerare il denaro come
merce e non più come mezzo di pagamento. In questo caso, però, oltre alle monete anche le fedi di
credito. Acquistavano queste ultime, le rivendevano con un aggio minore, tesorizzavano parte delle
monete così ricavate, con il resto acquistavano altre carte con aggio, che intanto era cresciuto per il
ritiro da loro effettuato di ulteriore moneta dalla circolazione e così via. Il fenomeno era amplificato
dagli effetti moltiplicativi dell’azione concorde di quasi tutta la popolazione. Chi, infatti, doveva
effettuare un pagamento preferiva vendere il denaro in cambio di fedi di credito, con le quali
assolveva al suo obbligo e guadagnava l’aggio. I principali responsabili erano gli esattori degli
arrendamenti, i tesorieri e percettori, tutti i commercianti e, si è visto, lo stesso governo. I
commercianti, inoltre, guadagnavano sull’incremento dei prezzi, che dovevano contemplare la
svalutazione delle carte bancali, anche quando i pagamenti erano effettuati in contanti.
Nonostante sin dagli inizi degli anni ’90 squillassero i primi allarmi, solo nel 1797 si diffuse
la convinzione che l’aggio sulle carte bancali arrecava danni a tutti, ma specialmente alle finanze
pubbliche e che la crisi finanziaria del regno non poteva essere superata se non si risolveva quella
dei banchi. Il governo, infatti, dopo aver approfittato dell’aggio, non aveva più fatto ricorso
all’acquisto di carta su piazza, mentre non poteva rifiutare le fedi al loro valore facciale, da chi le
acquistava con aggio. Tutto ciò causava ulteriore svalutazione delle carte, accentuava la carenza di
monete in circolazione e decurtava gli introiti dello stato nella misura dell’aggio, che dal 1797
aveva superato il 50%.
Ancora per pochi mesi nel 1797-98 si cercò una soluzione valida o per la sola pubblica
amministrazione o interna ai banchi e, comunque, parziale, affrontando i problemi individuati dalla
Delegazione statale del 1789.
La salvezza dei banchi e del sistema finanziario nazionale ai più pervicaci assertori delle
convinzioni espresse dalla Delegazione, sembrava affidata all’abolizione dei monti di pegni, che
causavano una continua emorragia di denaro dalle casse dei banchi, e ad altre misure basate su di
un’improbabile coercizione. Gli amministratori degli arrendamenti e dei dazi dovevano essere
costretti a depositare nei banchi ogni settimana almeno il 20% delle loro esazioni e i negozianti un
minimo dei loro incassi. Tutti dovevano accettare le fedi di credito senza aggio. Come se non
bastasse, si sarebbe consentito ai Banchi di aprire una sottoscrizione per un prestito di un milione di
ducati almeno, con i quali pagare interamente le fedi fino a 10 ducati, ed anticipare il 20 per cento
di quelle da 10 a 40 ducati, il 10 per cento di quelle da 40 a 100 ducati, il 5 per cento di quelle da
100 a 500 ducati e 50 ducati per quelle da 500 ducati in poi25. Le fedi, si vedrà, avevano un
ammontare molto più cospicuo.
Nello stesso anno, un’altra memoria propose al governo di rastrellare denaro vendendo
rendita al tasso del 5%, concedendo il locus facilioris exationis, cioè la facoltà di scegliere
l’università o il feudo dove riscuotere il pagamento degli interessi, a patto, però, che si effettuasse
l’investimento in moneta.26
Nel 1798 il Cantalupo ribadisce un piano presentato, a suo dire, nel 1796. Concedere il 10%
d’interesse a chi versa e lascia il denaro in banca per almeno 1 anno e una penale del 10% a chi lo
ritira prima. In questo modo arrendatori, percettori e tesorieri e commercianti avrebbero di nuovo

24
Diodati L., Dello stato presente della moneta nel Regno di Napoli e della necessità di un alzamento, Napoli, 1794,
pag. 76 e segg.
25
ASNa Ministero delle finanze, F. 1854, Memoria 1 luglio 1797. Le contromisure illustrate nel documento furono
sintetizzate in ASNa, Ministero delle Finanze, F. 2881, Memoria non firmata.
26
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 2881, Da Vincenzo Ortolani a Acton, Novembre 1797.
8
versato il loro denaro in banca, eliminando la causa prima e il moltiplicatore dell’aggio. A suo
avviso una simile misura sarebbe costata non più di 100.000 ducati per ciascun banco.27
Il governo, d’altra parte, sperava ancora di raggiungere qualche risultato con interventi di
finanza straordinaria. Fu disposta, infatti, l’ulteriore vendita dei beni dei luoghi pii soppressi di
Capua e delle Badie di Termoli e di Mileto, che potevano essere acquistati con moneta e anche con
le fedi di credito, valutate il 10 per cento in più di quanto si sarebbe ricevuto cambiandole con
l’aggio corrente.28
Il biennio 1797-1798, quindi, fu caratterizzato dal mantenimento del doppio binario della
finanza pubblica e dall’incertezza su quale misura prendere per ripristinare una corretta circolazione
monetaria.
Dopo la Repubblica napoletana e la fuga del re con quanto restava nelle casse dei banchi, la
condizione di questi, ormai chiusi, senza contante e senza alcuna possibilità che i clienti
riprendessero a depositare denaro, era disperata. Non si poteva più nemmeno immaginare di poter
ricorrere a qualche misura straordinaria per risollevarne le sorti. Occorreva prendere atto che
l’aggio aveva quasi annullato il valore delle fedi di credito. Per prima cosa bisognava stabilire se i
banchi si dovessero salvare. In questo caso le fedi dovevano essere ritirate. Fino a quando lasciarle
in circolazione? Al momento del ritiro, si sarebbero cambiate al loro valore facciale o di mercato?
Appena un mese dopo la caduta della Repubblica, Zurlo presenta la bozza di un editto in
tredici punti, in cui il governo dichiara la sua responsabilità per il fallimento dei banchi e la volontà
di ripristinarli.29 Bisognava trovare un modo per risarcire i possessori delle carte bancali. Ma a
quanto ammontavano? 17 milioni di ducati erano stati prelevati dal governo, parte in denaro, parte
inducendo i banchi ad emettere fedi di credito a vuoto. Il totale previsto delle fedi in circolazione
era di 28 milioni. Lo stato le avrebbe ritirate tutte, salvo, poi farsi restituire dai banchi quanto di
loro competenza.30
Zurlo prevedeva di dare una doppia valutazione alle carte bancali in circolazione. Le fedi non
sarebbero mai state annullate o, come si diceva, “demonetate”. Avrebbero sempre avuto un valore.
Entro il termine massimo di due mesi, consegnandole al governo, sarebbe stato riconosciuto quello
facciale, poi avrebbero mantenuto quello di mercato. Le fedi consegnate sarebbero state annullate e
i possessori, in cambio, avrebbero percepito l’interesse del 3%, esente da Decima, fino a quando lo
stato non avesse restituito il capitale. In alternativa con le stesse fedi si sarebbero potuti acquistare
beni di alcuni luoghi pii o confiscati ai rei di stato per un valore totale non superiore a cinque
milioni di ducati.
La valutazione di questi immobili, però, era molto sfavorevole per il compratore. Il prezzo di
ciascun bene, infatti, era stabilito capitalizzando la rendita media degli ultimi tre anni all’1 per
cento, se posti in Napoli, nei casali e nel territorio di Aversa, al 2 negli altri luoghi di Terra di
Lavoro e al 2,5 in tutte le altre province del regno. Simili indici di capitalizzazione sembravano
scontare l’aggio delle carte con le quali era ammesso il loro pagamento, se si considera che, per
convenzione, la capitalizzazione avveniva al 5 per cento. Con quella all’1 per cento si quintuplicava
il valore del bene o, se si vuole, si considerava un aggio pari all’80 per cento del valore della fede,
in linea con quello all’epoca corrente.
Poco più di un anno prima, nel marzo del 1798, quando fu concessa la reluizione, per
riscattare un canone di un bene posto a Napoli, nei casali o nel territorio di Aversa si sarebbe dovuto
utilizzare come indice di capitalizzazione mediamente il 4 per cento, in Terra di Lavoro il 4,33 per
cento e nelle altre province del regno il 4,75 per cento. Con quelli proposti in questa occasione, le
fedi sarebbero state di fatto svalutate, rispetto a queste valutazioni, del 75 per cento, per chi avesse
acquistato un bene posto a Napoli, nei casali e ad Aversa, di poco più del 50 in Terra di Bari, e di
poco più del 45 per cento nelle altre province del regno. La rendita, inoltre, era ipervalutata, perché

27
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 2881, Da duca di Cantalupo a Acton, 6 maggio 1798.
28
ASNa, Camera della Sommaria, Dispacci, 1796-1805, Progetto di decreto, 3 luglio 1798.
29
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1847, Progetto di editto di Zurlo sulle carte bancali 10 agosto 1799.
30
ASNa, Ministero delle finanze, F. 1848, ( Zurlo?), Norme accessorie al decreto sulle carte bancali, s.d. ma maggio
1800.
9
riferita ad un periodo in cui era notevolmente lievitata per effetto della svalutazione delle carte, con
cui di solito era pagata,31 quando, per altro, i prezzi dei beni immobili erano decrescenti.
Acquistando un bene in cambio delle fedi non si sarebbe fatto un buon affare. Sarebbe stato
pessimo se l’immobile era nelle vicinanze di Napoli.
Anche l’interesse del 3 per cento, concesso a chi preferiva l’investimento mobiliare, era
inferiore rispetto a tante ipotesi precedenti, che avevano previsto il 5%.
Lo stesso Zurlo era consapevole della scarsa convenienza delle alternative proposte e non
ebbe remore a dichiarare che la logica sottesa a questi provvedimenti si basava su di una
considerazione non priva di un notevole cinismo. Secondo lui, i possessori delle fedi di credito
erano di tre tipi: piccoli, medi e grandi. I primi avrebbero mantenuto in portafoglio le loro carte,
sperando che i disordini finanziari finissero il più presto possibile e che si rivalutassero. I secondi
sarebbero stati ben contenti di investire al 3% o di acquistare beni immobili. Grandi erano solo
quelli che avevano acquistato le carte bancali grazie all’aggiotaggio. Questi avrebbero comunque
guadagnato, anche se meno di quanto sperato. Per tutti valeva la medesima considerazione
consolatoria: ciascuno doveva accusare perdite per tenere a bada un nemico, che avrebbe comunque
inevitabilmente depredato tutti. Solo questa considerazione, secondo Zurlo, rendeva l’editto non
ingiusto.32 Naturalmente non vi era un accenno su chi avesse dovuto addossarsi la responsabilità di
una simile situazione.
La proposta governativa era molto conveniente per lo stato. Consentiva, tuttavia, ai proprietari
di ricavare qualcosa dalle loro fedi di credito, dal momento che non sarebbero state mai annullate,
ossia “demonetate”, come molti temevano. L’unica condizione, che avrebbe potuto influire
negativamente, era il termine di due mesi concesso per cambiarle al loro valore facciale, che
appariva insufficiente per chi era lontano da Napoli, dove era indispensabile che si consegnassero.
Ma era anche convinzione diffusa che le carte circolassero solo nella capitale.
La demonetazione della carta, per la verità, era stata presa in considerazione ma poi
abbandonata da Zurlo, al quale era stato fatto notare che era un falso problema, specialmente se si
agitava lo spettro dei pagamenti allo stato in carta svalutata. La sicurezza nei pagamenti era fondata
su altri eventi, come le entrate e la giusta distribuzione dei pesi fiscali e sul fatto che fossero
sufficienti a sostenere la spesa dello stato.33 Ripiegò, quindi, sulla soluzione di compromesso di
concedere solo due mesi ai possessori per vedersi riconoscere il valore facciale del titolo,
nonostante questa limitazione temporale destasse qualche sospetto e fosse ritenuta quanto meno
ambigua dalla Giunta nominata per analizzare il suo piano. 34 Qualcuno mise in dubbio, infatti, la
sua buona fede e ventilò l’ipotesi di aver predisposto tutto per scongiurare il riconoscimento alle
fedi del loro valore facciale, lanciandogli l’accusa, allora molto utilizzata per rovinare
definitivamente un concorrente politico,35 di giacobinismo per voler fare ciò che “trovasi eseguito
in Europa in materia di assegnati, e di cui sono note le conseguenze”.36
Per la Giunta delle carte bancali la teoria di Zurlo sui vantaggi, che, in ogni caso, il decreto
assicurava ai possessori delle carte, grandi, piccoli o medi che fossero, non reggeva: “Qualunque sia
stato il profitto che una classe di persone abbia fatto su di un’altra per mezzo dell’aggio, è stato un
profitto figlio delle circostanze dei tempi, e delle vicende, che soffrono gl’interessi dei particolari
nelle turbolenze delle cose. Si debbono perciò gastigare i Possessori delle Carte con la perdita delle
medesime, e al danno che hanno sofferto aggiugnere un altro maggiore?”37 si chiedeva Simonetti,
che fu anche il primo a denunciare apertamente in 17 milioni di ducati il prelievo arbitrario dello

31
Zurlo era convinto che i gli acquirenti delle carte per assolvere ai propri impegni finanziari e, quindi, i maggiori
responsabili dell’incremento dell’aggio erano coloro che con esse pagavano gli affitti di terre, di molini, di osterie, ecc.
Ibidem.
32
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1847, Progetto di editto di Zurlo sulle carte bancali 10 agosto 1799.
33
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1852, Relazione della Giunta su due memorie presentate al re, 22 gennaio 1800.
34
Composta dal Cardinale Ruffo, Filippo Spinelli, Giovanni Antonio di Torrebruna, Emmanuele Parisi, Francesco
Migliorini, Marchese Simonetti, Monsignor Torrusio e Domenico Martucci. AS Na, R. Ministero delle Finanze, F.
1847, Deliberazione della Giunta di Governo sulle carte bancali dell’8 ottobre 1799
35
P. Pieri, Il regno di Napoli dal luglio 1799 al marzo 1806, in “Archivio Storico per le Province Napoletane, N.S. XII,
1926, passim.
36
ASNa, R. Ministero delle Finanze, F. 1847, Deliberazione della Giunta di Governo sulle carte bancali dell’8 ottobre
1799, Parere di Simonetti.
37
Ibidem.
10
stato a fronte di 28 milioni di fedi di credito in circolazione. E anche il primo a sistematizzare il
dibattito tra coloro che volevano che le fedi di credito fossero considerate secondo il loro valore
facciale e coloro che, invece, ritenevano che dovessero avere il valore di mercato.
La proposta di Zurlo gli appariva encomiabile, perché intendeva salvare i Banchi, senza i
quali l’economia del regno sarebbe precipitata nel nulla, ma in realtà mascherava la volontà di
lasciar trascorrere inutilmente i due mesi previsti e consentire così al governo di ritirare le carte al
loro valore di mercato. Fare pagare, insomma, ai privati le responsabilità della pubblica
amministrazione.38 A Simonetti non sembrava giusto che il debito dello stato, approfittando
dell’aggio, si riducesse a meno della metà. Non se ne poteva ammortizzarne una gran parte in
questo modo.
Non era solo una questione morale. L’attuazione del piano di Zurlo avrebbe messo a
repentaglio l’economia del regno. Se le fedi fossero state tutte consegnate, in due mesi o anche in
più tempo, sarebbero state tolte dalla circolazione causando il blocco delle attività economiche per
l’insufficienza della moneta in circolazione. “La rapida circolazione del rappresentante, sia di
qualunque natura, purché sia un credito, forma la ricchezza Nazionale. Nelle più ricche nazione
d’Europa vi è relativamente minor quantità di numerario effettivo. Quando si tolgano perciò in un
fiato dalla circolazione 28 milioni di rappresentante, la nazione va incontro al fallimento, e l’Erario
non potrà avere forza diversa, tanto più, che la grande abbondanza di moneta di rame agisce per
modo, che gli effetti della moneta nobile restino soffogati”.39 Per questo motivo le carte non
dovevano essere liquidate al valore di mercato. Per annullare l’effetto che si era creato, ossia
l’aggio, si doveva eliminare, con il corso forzoso, qualsiasi differenza tra contante e carta e “dare a
quella che resta un fondo sicuro per essere estinta”.40 Bisognava lasciare in circolazione le carte di
valore unitario inferiore a 100 ducati, che erano la maggioranza, per un totale di 16 milioni (Tabella
4). Le altre, ritirate al loro valore facciale, avrebbero costituito un debito per lo stato, che avrebbe
concesso ai proprietari il 3% d’interesse annuo. Una manovra simile a quella inaugurata in Francia
con gli assignat, ma effettuata a Napoli a vantaggio soltanto dei più ricchi, almeno a giudicare dal
taglio delle fedi di credito alle quali veniva garantito l’interesse annuo sul valore nominale.

Tabella 4 Circolazione cartacea nel regno di Napoli nel 1799

Partite di arrendamenti non ancora esatte dai possessori 950.000


Fedi di credito e polizze del valore fino a 100 ducati 16.000.000
Fedi di credito e polizze superiori a 100 ducati 8.050.000
Totale 25.000.000
Fonte: ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1852, Relazione della Giunta su
due memorie presentate al re, 22 gennaio 1800.

Vi erano altri motivi né economici, né morali, bensì logici, che consigliavano che almeno le
fedi di taglio maggiore conservassero il loro valore nominale e, comunque, non fossero mai
soppresse. Le fedi, infatti, dal momento in cui non furono più accettate dai banchi, non essendo
azioni, né producendo un interesse, avrebbero dovuto perdere qualsiasi valore. Invece con aggi ora
maggiori, ora minori avevano comunque mantenuto un loro valore ed anche resistito a tre
gravissime calamità come la dichiarazione di guerra, la partenza del re e la Rivoluzione. Se avevano
mantenuto un valore era solo perché non si poteva fare a meno di loro41. L’altezza dell’aggio era,
quindi, determinata dalla combinazione di due variabili: la distanza dal momento in cui si credeva
che si sarebbero potute cambiare in moneta e la possibilità che venissero dichiarate estinte senza
alcun rimborso. Così era deciso volta per volta il valore delle carte bancali su piazza. La decisione
governativa di assicurare loro in ogni caso un valore eliminava una delle due variabili. Dopo la
dichiarazione d’intenti del governo in tal senso l’aggio sarebbe dipeso soltanto dal tempo in cui si
sarebbe prevista la loro liquidazione. Se si diffondeva la convinzione che le carte non sarebbero
state mai liquidate esse non avrebbero avuto più alcun valore. Si doveva, quindi, rinforzare la

38
Ibidem.
39
Ibidem.
40
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1852, Relazione della Giunta su due memorie presentate al re, 22 gennaio 1800.
41
AS Na, R. Ministero delle Finanze, F. 1847, Deliberazione della Giunta di Governo sulle carte bancali dell’8 ottobre
1799
11
convinzione che di esse non si poteva fare a meno, adottando il corso forzoso in attesa che la
situazione si normalizzasse.
Ma anche ammesso per assurdo che “valore di mercato” avesse avuto un senso, chi e come ne
avrebbe deciso l’altezza nel momento in cui il possessore si fosse recato allo sportello per liquidare
una fede? Come si sarebbero fatte le liquidazioni in banco? Il valore delle carte al corso avrebbero
avuto lo stesso effetto della riduzione del circolante nel regno. Poteva l’economia di una nazione
sopportarla?
Se si fosse rigettata la valutazione delle carte al corso, il piano di Zurlo avrebbe perso ogni
validità. Anche la vendita degli immobili, trascorsi i due mesi, ma forse anche prima, non si sarebbe
effettuata, perché non conveniente in un momento in cui i prezzi erano già bassi.
Non mancava, però, chi insisteva che si lasciasse fluttuare il valore delle carte secondo le
indicazioni del mercato, l’unico modo sicuro per eliminare l’aggio, e allontanare ingiustizie e
speculazioni. Le carte sarebbero entrate in possesso dello stato perché utilizzate per i pagamenti e,
all’occorrenza, si sarebbero potute ammortizzare. Il corso si sarebbe fissato facilmente e si
sarebbero potuti fare regolamenti per allontanare le frodi. Le temute conseguenze negative sul
commercio non ci sarebbero state e, comunque non sarebbero state peggiori di quelle che si stavano
sperimentando con una circolazione ridotta alla sola moneta di rame. Questa soluzione aveva il
pregio di mettere il governo davanti alle sue responsabilità. Qualsiasi fosse stata l’altezza
dell’aggio, i privati sarebbero stati risarciti utilizzando le carte per i pagamenti alla regia corte.
Il dibattito sulle misure da prendere cessa il 25 aprile 1800 quando il re firma a Palermo il
decreto sul ritiro delle carte bancali, che verrà pubblicato a Napoli l’8 maggio.42
Rispetto alla prima stesura di Zurlo, l’editto presenta alcune novità, scaturite dal confronto
con la Giunta e con i numerosi redattori di memorie inviate a corte.
Innanzitutto la taccia di malafede fu evitata da Zurlo con la concessione di ben quattro mesi
per consegnare le carte al valore nominale e di un ulteriore mese a quello di mercato. A tutti era
concesso il 3% d’interesse annuo sul valore delle fedi. Il pagamento sarebbe stato eseguito sul ramo
della Decima, anche se si specificava che restavano obbligati per il pagamento tutti i beni della
corona. In questo modo si rompeva l’ultimo diaframma tra le caratteristiche del debito pubblico
borbonico e quello francese. Certo molti debiti erano assicurati da singoli arrendamenti ed altri non
sarebbero stati pagati con l’introito della Decima, ma ormai pochissime erano le differenze rimaste
con quello che sarà il Gran Libro del Debito Pubblico. Più formali che sostanziali.
Venne mantenuta anche l’alternativa all’investimento in beni immobili, fino alla concorrenza
di 5 milioni di ducati, scelti tra quelli dei rei di stato,43 quelli devoluti alla corte, di regio patronato e
dell’azienda di educazione. Gli indici di capitalizzazione furono modificati in favore degli
acquirenti, anche se non si adottarono quelli ancor più favorevoli della reluizione dei censi. Si operò
anche un’opportuna distinzione tra terreni e fabbricati. Per i primi fu adottato un indice di
capitalizzazione medio dell’ 1,5% per Napoli ed Aversa, 2% per tutti gli altri luoghi di Terra di
Lavoro e 2,5% in tutti gli altri paesi del regno. Essi potevano ancora compensare la svalutazione
delle carte ed è per questo motivo che Zurlo si rammaricava che, invece di offrire i beni dei
monasteri soppressi, il re aveva optato quasi esclusivamente per quelli dei rei di stato, poco
appetibili perché “sono perlopiù situati nelle province; mentre i possessori delle carte bancali sono
tutti in Napoli; quasi tutti sono soggetti di litigi per i fedecommessi, che vi si rappresentano”. 44
All’opposto i beni dei monasteri erano vicini a Napoli e non soggetti ad alcun vincolo.45 Le case,
meno richieste, si sarebbero vendute “nella maniera più utile e conveniente”.46
Gli oneri conseguenti alle vendite sarebbero ricaduti sui beni non venduti confiscati ai rei di
stato. Su essi sarebbero gravate sia le pensioni pagate con le rendite dei beni venduti, sia le stesse
rendite, che sarebbero state comunque assicurate a tutti gli ex proprietari, specialmente i luoghi pii,
che avevano subito le confische, esclusi, naturalmente, coloro che avevano tradito i Borbone.

42
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1848, Editto da Palermo del 25 aprile 1800.
43
Questi beni apparvero nella pubblicazione a stampa Nota dei beni confiscati ai rei di stato, Napoli, Stamperia Reale,
1800.
44
ASNa, Ministero delle Finanze, 1848, Minuta di lettera di Zurlo (ad Acton?), 3 maggio 1800.
45
Ibidem.
46
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1848, Editto da Palermo del 25 aprile 1800.
12
E’ noto che, dopo la pace di Firenze con Napoleone del 1801, Ferdinando IV dovette
restituire i beni confiscati ai rei di stato. Dopo qualche tergiversazione sulla loro entità, che era
notevolmente diversa se si consideravano le confisce o i sequestri, alla fine il governo dovette
restituirli tutti. Ci rimisero i compratori che attesero un risarcimento che, se ci fu, tardò, comunque,
molto ad arrivare.47
Le carte consegnate sarebbero state bollate e tolte dalla circolazione, per non confonderle con
quelle di nuova emissione, alle quali sarebbe stata garantita la liquidazione immediata a richiesta
del depositante. Per evitare la spiacevole esperienza già vissuta fu espressamente vietata l’emissione
di fedi senza deposito del controvalore in denaro.
Il prestito allo stato, generato dalla consegna delle carte bancali, non era irredimibile, come
quello del debito pubblico francese. Per la restituzione, tuttavia, si rimandava ad un successivo
editto.48
Zurlo, dopo la promulgazione, da esponente della nobiltà, anche se minore, non sfuggì ai
pregiudizi della sua classe e, forse anche per allontanare definitivamente da sé la taccia di
giacobino, riversò ogni responsabilità di quello che era accaduto su di un solo ceto, al quale cercò di
imporre per il futuro una prassi negli affari che, se non fosse stata dagli altri imitata, sarebbe stata
estremamente pregiudizievole. Si dichiarò convinto, infatti, che con l’editto sulle carte bancali si
sarebbe dato “moto a tutto quel denaro, che sottratto alla circolazione ristagna oggi nelle casse de’
fittajuoli, i quali niente possedendo del proprio hanno formato le proprie case, e rendite con
prendere gli affitti de’ maggiori possidenti, e vendendo presentemente tutti i generi in contante
pagano i loro estagli in fedi con fare un doppio, illecito guadagno sopra la vendita in contante”.49
Per rendere ancor più efficace l’editto e accelerare ancor più la circolazione del denaro intimò a tutti
coloro che avevano preso in affitto un bene (forni, molini, osterie) il pagamento del canone in
contanti “nella giusta considerazione che da questi è nato il mercimonio della vendita della moneta
per defraudare l’estaglio convenuto ai loro Proprietarj”.50 Tutti gli altri affitti, gli interessi e gli
assegnamenti si sarebbero pagati, dopo due mesi dalla data dell’editto, metà in contanti e metà in
fedi e, dopo quattro mesi, due terzi in contanti e un terzo in carte bancali. Successivamente tutti i
pagamenti sarebbero stati fatti in contanti.
In occasione della nomina dei componenti della Giunta, che avrebbe dovuto seguire tutte le
procedure avviate con l’editto, Zurlo dichiarò apertamente e, forse, imprudentemente, all’Acton
cosa pensasse, in generale, ed in alcuni casi riferendosi a singole persone, del ceto degli alti
amministratori pubblici, che coadiuvavano la corte. Innanzitutto raccomanda all’Acton la nomina di
se stesso “a capo della Giunta se no ne nascerebbero molti inconvenienti”.51
Gli altri componenti, a suo avviso, sarebbero potuti essere, come ministri della Giunta, il
Principe di Bisignano: “soggetto di reputazione che mi pare molto buona”, Giuseppe Vespoli,
marchese di Montegano: “soggetto ottimo e nel quale io fido moltissimo”, Bernardo Navarro
“buono ed accreditato nel quale concorrono le qualità necessarie a quest’affare”, Luca Savarese,
giudice dell’ammiragliato, “non ha molte cognizioni, ma è di una probità, di una esattezza, di una
onestà al miracolo. Essendo stato nella giunta delle polizze ha molte cognizioni che possono
servire”, il giudice della Gran Corte Luca Bavarese che “appartiene ad una famiglia che conosco
benissimo e per questo non avrei voluto nominarlo, ma mi serve moltissimo. Avrei nominato altri
ministri ma vi è poco da scegliere e ne avrei poco profitto”.52
Per avvocati Giuseppe Sanseverino “che gode opinione di molta probità, ed ha fatto governo
di banchi” e Giovanni Transo.53
In altra sede, anche se in pari data, Zurlo fa degli apprezzamenti su quest’ultimo e sugli
esponenti vicino alla corte veramente poco lusinghieri, che testimoniano di un carattere impulsivo,

47
P. Pieri, Il regno di Napoli dal luglio 1799 al marzo 1806, in “Archivio Storico per le Province Napoletane, N.S. XII,
1926, pag. 154.
48
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1848, Editto da Palermo del 25 aprile 1800.
49
ASNa, Ministero delle finanze, F. 1848, ( Zurlo?), Norme accessorie al decreto sulle carte bancali, s.d. ma maggio
1800.
50
Ibidem.
51
ASNa, Ministero delle Finanze, 1848, Minuta di lettera di Zurlo (ad Acton?), 3 maggio 1800.
52
Ibidem.
53
Ibidem.
13
che potrebbe aver determinato non poche delle sue successive vicende personali.54 Vale la pena di
riportarne qualcuno, che testimonia della vacuità di alcuni testimoni di tante vicende drammatiche.
Zurlo ritene Transo “per un panno d’arazzo, per un uomo di poco talento, ma infine potrebbe
passare in un paese dove ci è tanto poco da scegliere. Ha un difetto di esser fanfarone, e di dire delle
bugie per sostenere le sue fanfaronate. Specialmente ha una gran vanità di far conoscere a tutti, che
abbia l’onore di godere della considerazione dei Reali Padroni. Quando godevamo la felicità di
averli in Napoli, arrivava a fingere, che erano in discussioni e che lui era chiamato a conciliarli.
Fingeva un dialogo; infine concludeva, che li offerivano delle magistrature, ma che lui stava forte, e
dichiarava altamente, che non sarebbe accostato in Palazzo, se si continuavano queste minacce, che
lui era pronto a consigliare, ma che non voleva cariche.”55 Diceva di andare a caccia con il re,
prometteva la cacciagione a tutti, la comperava e la regalava. Per questo Zurlo non si meraviglia
che avesse partecipato a diffondere le maldicenze contro di lui ma poi, contraddicendosi, asserisce
anche che la Regina lo aveva raccomandato perché entrasse nella Giunta (quindi una qualche
influenza a corte doveva averla) e si manifesta d’accordo, anche se fosse stato messo in Giunta solo
per spiare. Se, infatti, mentirà, Zurlo avrà testimoni che affermeranno la verità, se dirà la verità, la
Regina saprà che la Giunta fa solo il bene del Paese. Per questi motivi Zurlo pregava l’Acton di non
ostacolare la sua nomina, perché il rigetto sarebbe potuto apparire come da lui ispirato,
principalmente perché quando aveva sentito il suo nome per la prima volta aveva mostrato qualche
dubbio. Infine un giudizio lapidario: “Tra i paglietti ha un talequale rango, ed è un vecchio
Governatore di Banco”.56
Come mercanti Zurlo raccomanda Pietro Paolo Tramontano, governatore di Banco, che gode
ottima reputazione, “nel paese al di sopra di tutti gli altri negozianti”,57 e Francesco Vetere “persona
molto onesta, e che io credo conducente al reale servizio”.58 Come impiegati Giuseppe Marciano,
un tal Grossi e Gaetano Barbetta “soggetti ottimi ed ai quali sarà da me assegnato il rispettivo
carico”.59
Zurlo non lesina apprezzamenti offensivi anche sul fiscale Martucci. Non deve assolutamente
far parte della Giunta, non deve essere messo al corrente degli affari di questa. “Martucci è un uomo
caldo, intrigante, vano, che dice tutto, che vuole estendere potenza, che insomma imbarazzerebbe
l’affare… Un uomo simile non conviene assolutamente a questa incombenza”.60 Può essere
utilizzato solo per le vendite. Poiché da solo non basterebbe per oltre cinque milioni di ducati di
appalti a lui andrebbe affiancato Avena.61
Zurlo fu accontentato. La Giunta fu da lui presieduta e di essa fecero parte le persone da lui
indicate, escluso il solo Avena.62 Fu sciolta il giorno stesso della scadenza dell’ultimo termine utile
per la consegna delle carte63.
Nell’ultimo mese concesso, in cui le carte avrebbero avuto il valore di mercato, non ne furono
consegnate, né si ebbe notizia di aggio. Segno che non ce n’erano più in circolazione.64 Così Zurlo
potette comunicare con orgoglio ad Acton la sua vera intenzione di togliere dalla circolazione le
vecchie fedi di credito, avendo mascherato il suo vero intento nella lunga disputa con la Giunta:
“Sono adunque per fatto, e di pieno diritto demonetate quelle carte, che forse rimasero non esibite
nel primo termine al valor nominale; ed io ho la compiacenza di veder verificato quanto ebbi
l’onore di rassegnare all’Ecc. in due mie rappresentazioni; cioè che le carte al valore del corso non
avrebbero affatto gravato l’Erario del re di un nuovo debito”.65 Ora, dopo mesi di sospetti e di

54
Ibidem.
55
Ibidem.
56
Ibidem.
57
Ibidem.
58
Ibidem.
59
Ibidem.
60
Ibidem.
61
Ibidem.
62
Ibidem.
63
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1854, Da Zurlo ad Acton, 11 ottobre 1800.
64
Secondo Bianchini “il tocco della campana della mezza notte del dì 8 settembre, che fu l’ultimo giorno, riescì di
tristissimo annunzio a coloro che non avevano presentati i loro titoli” . Cfr. L. Bianchini, Storia delle finanze del Regno
delle due Sicilie, Napoli, ESI, 1971, pag.399.
65
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1854, Da Zurlo ad Acton, 11 ottobre 1800.
14
ingiurie nei suoi confronti, tutti gioiscono. “Il popolo era così contento l’ultima sera, che molti
andarono a far dei spari e a dileggiare i cambiamonete, dicendo che il loro tempo era finito”.66 La
libera circolazione è stata ripristinata e alla mancanza di moneta, così temuta, non si pensa più. Gli
interessi sui prestiti sono rimasti alti ma ciò “è figlia solo della diffidenza, in cui tiene tutti l’attuale
posizione dell’Europa. Questi medesimi interessi esistevano ancora prima della operazione delle
polizze e nel modo medesimo.”67
L’ammontare complessivo delle carte consegnate fu di D. 23.897.702,11. Rispetto a quelle
indicate dai banchi in un’ultima contabilizzazione, circa 600 mila in meno. Ancora una volta Zurlo
aveva avuto ragione affermando che “i Fiscali di Camera hanno tentato inutilmente di indagarlo.
Ora colandosi tutto al fondo, quelle polizze, per cui non si presentano possessori, le acquisterà il
Fisco. O io mi inganno, o questo solo produrrà al Re qualche milione di utile.”68
In realtà Zurlo, al momento della promulgazione dell’editto pensava che l’ammontare delle
fedi in circolazione fosse di 27 milioni e di cui 3 disperse o abolite. La cifra di 600 mila ricavata dai
calcoli dei banchi gli sembrava, perciò, esigua, considerati gli smarrimenti nel corso dei secoli in
cui le polizze erano circolate e i piccoli residui mai esatti rimasti nelle madrefedi. E le polizze
abolite? E quelle che ancora esistevano nel regno?
Per di più non tutte le fedi ritirate erano da ascrivere a debito della Corte. Si dovevano
sottrarre le carte impiegate dai rami fiscali, che erano a credito del governo, le polizze che erano
state ricevute da chi le aveva depositate in banca, la cui liquidazione era condizionata ad alcuni
adempimenti, che non sempre si sarebbero verificati e che avrebbero causato il loro annullamento.
Non sarebbero state riconosciute valide alcune delle fedi depositate nei tribunali o presso i notai o
nei mandati di diversi arrendamenti o con vincoli e condizioni. Gli impieghi fatti con le polizze
contestate dalla corte sarebbero stati convalidati solo nel caso lo stato avesse perso in giudizio.
Anche molte polizze ricevute dai banchi in plaggeria avrebbero perso il loro valore. Zurlo valutava
l’ammontare di queste fedi in almeno un milione e, per evitare che i Banchi ne beneficiassero,
decretò che il loro ammontare fosse messo a disposizione della Corte.
Il credito dello stato nei confronti dei banchi per l’operazione di ritiro delle carte non era
facilmente misurabile, ma si poteva individuare oltre che nelle fedi non ritirate o che sarebbero state
annullate, anche dei depositi degli apodissari che non erano stati aggrediti negli anni precedenti dal
governo. Fatto il calcolo, secondo Zurlo, tutto il patrimonio dei banchi avrebbe a stento coperto il
loro debito. “Se il re prendesse la roba di questi stabilimenti, sarebbero perduti, e non potrebbero
supplire alle spese. E’ necessario dunque, che S.M. si aggreghi i beni ed i pesi, e dopo qualche altro
tempo, e cogliendo delle occasioni di non far rumore, questi Banchi per le esposte ragioni dovranno
dichiararsi Banchi Reali di assoluta pertinenza e proprietà del Fisco.”69 Zurlo raccomanda, infine, di
fare ciò che sarà eseguito solo due secoli dopo: al ritorno della pace, trasformare i banchi in società
per azioni.70
Il debito contratto con il ritiro delle carte bancali, calcolando il 3 per cento del loro valore, era
di 700 mila euro annui, riducibile a 500 mila, una volta accertato quello di pertinenza dei banchi. Se
non se ne fossero fatti altri, gli interessi del debito già esistente e di quello che lo stato stava per
accollarsi, si sarebbe pagato con gli introiti della Decima.
Zurlo capovolge completamente quanto era stato teorizzato con la politica del doppio binario.
Secondo lui la Decima non era stata creata per pagare la spesa corrente della guerra per essere poi
soppressa con l’arrivo della pace. La Decima, secondo Zurlo, era stata creata per pagare i debiti che
erano stati riversati sulla Tesoreria solo temporaneamente, per evitare il fallimento, “ma bisogna
che il governo si tolga dallo stato di far poi Bancarotta in un’altra occasione”.71
Per questo motivo inaugura una nuova politica del doppio binario, confermando le iniziative
che avevano di fatto importato a Napoli il sistema della Dette pubblique francese. Da gennaio 1803
i debiti sarebbero stati pagati solo con il denaro raccolto con la Decima, che non avrà altro impiego.
Il Direttore di Azienda avrebbe compilato uno stato di debiti e crediti per non sbilanciare. Le spese

66
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1853, Da Zurlo ad Acton, 9 settembre 1800.
67
Ibidem.
68
ASNa, Ministero delle Finanze, 1848, Lettera di Zurlo (ad Acton?), 8 maggio 1800.
69
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1853, Da Zurlo ad Acton, 9 settembre 1800.
70
Ibidem.
71
Ibidem.
15
di guerra non dovevano superare 200.000 ducati mensili. Finita la guerra e l’emergenza si sarebbe
compiuto un nuovo, decisivo passo verso la modernizzazione della contabilità di stato, compilando
finalmente bilanci preventivi comprensivi di tutte le entrate e di tutti gli esiti dello stato, la cui
mancanza aveva non poco contribuito a determinare la crisi.
Intanto per incrementare le entrate di bilancio Zurlo pensa, proseguendo nella politica
tributaria dell’ultimo quinquennio, di compilare un catasto e una descrizione delle Terre di Napoli e
dei dintorni simile a quella che fu fatta nel Piemonte. “Non è credibile quanto guadagno ne
risulta”.72
Il re accetta le proposte di Zurlo,73 il quale ritiene che le polizze eventualmente rimaste in
circolazione potrebbero innescare di nuovo il problema dell’aggio. Per questo motivo, a differenza
di quanto dichiarato fin allora, propone che quelle non presentate siano demonetate dopo l’ulteriore
mese da concedere per la loro consegna al valore di mercato.
In base a queste considerazioni Zurlo prepara un editto da pubblicare l’8 settembre “né prima,
né dopo”.74 In esso si conferma ciò che era stato pubblicato nell’editto di maggio. Che cioè il re non
ha mai avuto intenzione di prorogare il termine per la consegna delle fedi da valutare al valore
facciale e di concedere ancora un altro mese per la consegna delle fedi da valutare, questa volta, al
valore di mercato. Per stabilire il valore di queste fedi giorno per giorno viene nominata una
commissione. Trascorso questo ulteriore termine le vecchie fedi di credito sarebbero state
completamente abolite e rimpiazzate con le nuove.75
Secondo il decreto, successivamente firmato dal re, le vecchie fedi di credito, ancora rimaste
in circolazione dopo l’ulteriore mese concesso, avrebbero avuto il valore loro attribuito dal
mercato.76 Alla fine dell’anno, finalmente, si stabilì che l’ammontare delle carte bancali non esibite
sarebbe stato devoluto al fisco.77
Nel momento in cui gli introiti della Decima furono dedicati al pagamento degli interessi del
debito pubblico, si riapriva, però, il problema della disponibilità immediata di cassa per le esigenze
belliche, che fin allora erano state coperte con il gettito della nuova imposta. Si dovette, quindi,
cambiare completamente strategia fiscale. Prima, poiché la Cassa degli Arrendamenti non gestiva
un cospicuo fondo né esso si poteva incrementare con nuovi arrendamenti, si evitò di contrarre altri
debiti, facendo fronte con la Decima agli incrementi di spesa corrente, legati principalmente al
mantenimento dell’esercito di un paese in guerra. Si erano procurati capitali, nei modi descritti, da
restituire urgentemente, incrementando gli interessi, che pagava la Cassa degli Arrendamenti.
Queste ulteriori rate avevano, però, reso insufficiente il fondo e costretto il governo ad utilizzare, in
un primo momento in via del tutto straordinaria, si è visto, una parte delle entrate della Decima. La
cospicua cifra annualmente occorrente per pagare gli interessi ai proprietari delle carte bancali
versate al governo, aveva reso, infine, ordinaria l’utilizzazione della Decima per pagare gli interessi
del debito dello stato.
In questo modo si era finalmente forzata la logica contabile, che fin allora aveva impedito che
gli interessi di un debito si pagassero con gli introiti ordinari del bilancio. Gli introiti della Decima
erano ufficialmente destinati a pagare gli interessi del debito pubblico. Insomma a tutti gli effetti la
Decima diventa l’ente erogatore dei mezzi finanziari per pagare le rate del debito pubblico e solo
quelle e, quindi, la sua esazione non sarebbe potuta terminare con la guerra, ma continuare almeno
fino a quando lo stato avrebbe dovuto pagare i suoi debiti. Non fu facile, però, arrivare a questa
decisione.
Nel 1798 le difficoltà finanziarie potevano, forse, considerarsi contingenti e determinate da un
improvviso incremento della spesa per interessi, che doveva essere controllato nel suo transito sul
binario del bilancio ordinario. Tale incremento, infatti, era dovuto a quelle operazioni straordinarie,
come la reluizione e la confisca deli metalli preziosi, che erano state compiute per pagare debiti
dello stato non procrastinabili. Si poteva ancora credere, o, forse, fingere di credere, come aveva
fatto Nicola Vivenzio, che il re stesse per decidere su quale entrata del bilancio ordinario essi

72
Ibidem.
73
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1854, Da Prinmcipe del Cassero ad Acton, 26 settembre 1800.
74
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1853, Da Zurlo ad Acton, 20 agosto 1800.
75
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1850, Proposta di Zurlo di editto sulle carte bancali non ritirate, s.d.
76
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1854, Editto del 7 settembre 1800.
77
ASNa, Ministero delle Finanze, F. 1854, Editto del 4 dicembre 1800.
16
sarebbero dovuti gravare. Agli inizi del 1800, dopo la Repubblica e la fuga del re, una volta abolito
il Consiglio di Finanza e nominato Zurlo Soprintendente con poteri maggiori di prima,78 la politica
finanziaria del doppio binario ebbe un ulteriore scossone. Ai debiti, che si erano incrementati, si era
aggiunta una falla nel bilancio ordinario dello stato, dimostrata, finalmente con un preventivo,
anche se, come al solito, sulla base delle sole entrate della Tesoreria Generale (Tabella 2).

Tabella 2. Bilancio preventivo della Tesoreria Generale per il 1801


Introito Esito
Tesoreria generale* 3.755.000
Tesoreria siciliana** 545.000
Totale 4.300.000
4.549.334
Differenza -249.334
Risparmi previsti 720.000
Differenza 470.666
Maggiori spese -528.000
Differenza -57.334
Tesoreria siciliana*** -500.000
Differenza -557.334
Rendite del re**** 196.475
Differenza -360.859
Once immuni 202.074
Differenza -158.785
*Media approssimata degli introiti degli anni 1795, 3.792.186,25, 1796, 3.683.451,88,
1797, 3.744.299,89.
** Media approssimata degli introiti degli anni 1795, 442.861,94, 1796, 548.040,15,
1797, 604.362,47
*** La tesoreria siciliana non avrebbe più inviato il suo contributo a Napoli. Quindi si
tratta di un mancato introito medio.
**** Le rendite erano le seguenti: Corresponsione dei Certosini, 50.000, Dazio doganale
sopra i tabacchi, 42.000, Crociata di Napoli coacervata, 64.000, Deputazione frumentaria,
40.475.
Fonte ASNa, Ministero delle Finanze, Relazione della Giunta su due memorie presentate al re, 22 gennaio 1800.

Secondo Zurlo, che compilò un suo personale preventivo, a partire dal 1800 la Tesoreria
Generale avrebbe avuto a disposizione ogni anno introiti per 6,8 milioni di ducati circa. A questi
bisognava detrarre i pagamenti ai consegnatari degli arrendamenti per 650 mila ducati circa e altre
spese che avrebbero portato a poco più di 4,5 milioni di ducati la somma disponibile per la
Tesoreria,79 cioè circa 200.000 ducati in più di quanto previsto dalla Tabella 2.
Non era solo il deficit previsto a determinare l’impossibilità di pagare il debito con gli introiti
del bilancio ordinario. Il preventivo per il 1801, se avesse avuto qualche possibilità di essere
rispettato, nonostante il deficit e il pagamento degli interessi, procrastinabili, a coloro che avevano
consegnato le fedi di credito, non avrebbe impedito, che si continuasse sulla strada del doppio
binario, percorsa, pur con qualche eccezione, negli ultimi quattro anni. Invece già si sapeva che tale
preventivo non si sarebbe potuto rispettare.
Gli introiti dei tre Abruzzi, non esatti nel 1800, sarebbero mancati per molti anni ancora,
almeno fino a quando sarebbe durata l’occupazione delle truppe francesi. Lo stesso sarebbe
successo nelle Calabrie per le esenzioni concesse dal Cardinale Ruffo, quando aveva allestito
l’esercito di Santa Fede.80 In Terra d’Otranto, invece, non ci sarebbe stata esazione, perché il
visitatore economico non aveva effettuato la perizia. E poi in tutto il regno, per motivi
propagandistici, era stata concessa la franchigia del sale per il primo semestre del 1800. Tutti ne

78
P. Pieri, Il regno di Napoli dal luglio 1799 al marzo 1806, in “Archivio Storico per le Province Napoletane, N.S. XII,
1926, pag. 121.
79
ASNa, Archivio Borbone, carte Medici, F. 694, Memoria sullo stato delle finanze del Regno, riportata in P. Villani,
Giuseppe Zurlo e la crisi dell’antico regime nel Regno di Napoli, in “Annuario dell’Istituto Storico Italiano per l’età
moderna e contemporanea”, Vol. VII, Roma, Istituto Storico Italiano per l’età moderna e contemporanea, 1956, pag.
151.
80
“Riduce alla metà il focatico, diminuisce il testatico e modera i diritti baronali”. Cfr. P. Pieri, Il Regno di Napoli
…cit., pag. 9.
17
avevano approfittato e se ne erano accaparrati una tale quantità, che chissà per quanti anni ancora
non se sarebbe quasi venduto. La guerra e i disordini nelle province, infine, avevano consigliato il
concentramento della forza pubblica in pochi luoghi, lontani dai confini del regno e così il
contrabbando era esploso, causando una notevole diminuzione per l’introito delle dogane.81 La
povertà diffusa, infine, avrebbe inciso negativamente sugli introiti del lotto.82

Tabella 3. Classificazioni de luoghi pii laicali ed ecclesiastici e titolari in spoglio de volumi delle liquidazioni
ultimate per tutto aprile 1802, tanto per vendita sub hasta, che per diluizione di censi.
Annualità
dedotti i Totale
pesi
Commende,badie,benefici,cappellanie,rettorie e diaconie conferite
Per vendita sub asta 7.192,52
Per censi 1.853,84
9.046,36

Commende,badie,benefici,cappellanie,rettorie,diaconie vacanti e
Per esse ai Monti frumentari 3.955,56
Per vendita sub asta 40,03 3.995,59

Commende,badie,benefici,cappellanie,rettorie,diaconie o conferite o vacanti


Per censi 1.329,72 1.329,72

Seminari, Parrocchie, Ospedali, Case Sante dell'Annunziata, Incurabili


Per vendita sub asta 198,93
Per censi 798,49
Per argenti versati 2.591,21 3.588,63

Monasteri e certose
Per vendita sub asta 154,45
Per censi 4.142,15
Per argenti versati 19.737,47 24.034,07

Cappellanie,Chiese,Congregazioni,Monti,Mastranze,Cleri,Capitoli,
Ebdomadari,Canoniche,Collegi,Estaurite, Penitenzierie, Mense,
Conservatori, Ritiri, Fondo delle Scuole Normali, Arcivescovadi,
Oratori, Cancellerie, Comunerie, Curie Prevestali, Arcipreture
Per vendita sub asta 16.431,84
Per censi 3.467,14
Per argenti versati 24.592,49 44.491,47

Reale Azienda d'Educazione


Per vendita sub asta 1.760,00

Legati pii e Pie eredità


Per vendita sub asta 21,54
Per censi 5,8
Per argenti versati 159,37 186,71

Totale 88.432,55
Fonte: A.S.Na, Ministero delle Finanze, F. 1671,

81
ASNa, Ministero delle Finanze, Relazione della Giunta su due memorie presentate al re, 22 gennaio 1800
82
ASNa, Archivio Borbone, carte Medici, F. 694, Memoria sullo stato delle finanze del Regno, riportata in P. Villani,
Giuseppe Zurlo e la crisi dell’antico regime …cit., pag. 146.
18
Gli esiti, invece, erano lievitati per l’incremento del numero di soldati impiegati non solo
nell’esercito, ma anche nel servizio di ordine pubblico e per gli approvvigionamenti degli alleati
Russi, che avevano raddoppiato la spesa militare, rendendo così il deficit “enorme ed
incalcolabile”.83
Anche gli effetti delle operazioni finanziarie straordinarie erano stati poco lusinghieri. Con la
reluizione dei censi e la requisizione dei metalli preziosi si era raccolto un capitale che non era stato
impiegato, come si sarebbe dovuto, per smaltire debiti precedenti, ma per sostenere le spese di
guerra, in attesa che la Decima andasse a regime. Si era fallito, dunque, l’obiettivo. Gli interessi,
che ogni anno il governo doveva pagare per debiti, invece, si erano incrementati proprio a causa
delle stesse operazioni di finanza straordinaria. Da una parte, quindi, i debiti non erano stati pagati
con i capitali reperiti, dall’altra il deficit del bilancio ordinario, con il servizio del debito pubblico, a
causa dei nuovi interessi, si era incrementato e ancor più sarebbe cresciuto in futuro ogni anno,
facendo, di conseguenza, lievitare il debito e la spesa per interessi, con un ulteriore incremento. Se
non si fosse intervenuto si sarebbe aperta una spirale incontrollabile.
Anche per questo motivo la requisizione del denaro vincolato, depositato nei banchi, era stata,
si è visto, revocata pochi giorni dopo la sua adozione. Come le altre misure adottate nel triennio
1796-98 anche questa minacciava di essere scarsamente incisiva e molto onerosa.
Il riscatto dei censi non ebbe successo. Procurò circa 200.000 ducati e per essi lo stato doveva
pagare ogni anno circa 7.500 euro (Tabella 3).
Per indennizzare coloro che avevano subito la requisizione dei metalli preziosi, che aveva
fruttato, secondo Zurlo, quasi 2,5 milioni, bisognava pagare ogni anno 117.000 euro. Solo per
pagare questi interessi ogni anno il governo aveva dovuto gravare i bilanci futuri di una spesa non
inferiore a 125.000 ducati, che si aggiungevano al deficit.
Ancora nel 1802, presentando il bilancio preventivo, Zurlo, a conferma che la politica
finanziaria del doppio binario non era stato ancora abolita del tutto, riporta separatamente i dati del
vecchio bilancio e quelli della Decima. Nel primo, come al solito riferito ai soli avanzi che
pervenivano in Tesoreria, dichiara una cifra disponibile per tutte le spese di appena 4,7 milioni di
ducati. La Decima, che da sola fruttava circa 2 milioni di ducati, avrebbe lasciato disponibile,
insieme con i proventi della vendita della carta bollata, una volta pagati gli interessi ed altre spese,
1,200.000 ducati.84 Zurlo, quindi, rivolge al re la domanda: “Tutte le spese ordinarie debbono
fissarsi sull’intera rendita di cinque milioni, e novecentomila ducati circa, ovvero sulla prima
somma di quattro milioni e settecentomila ducati circa, riserbandosi la carta bollata, e gli avanzi
della Decima per togliere gli attrassi, per altre straordinarie gravezze, e finalmente per un fondo di
ammortizzazione?”85 e si dà anche una risposta molto articolata.
Innanzitutto crede che per vari motivi non si debbano coprire le spese della Tesoreria con ciò
che avanza dagli introiti della Decima e della carta bollata, confermando ancora la teoria del doppio
binario. Questa volta, però, gli introiti della Decima non dovevano andare a copertura della spesa
corrente per la guerra, perché “le circostanze passate hanno indotta la Tesoreria in molti attrassi.
Dopo aver soddisfatto le liberanze che esistono in Cassa, restano molte altre piaghe a saldarsi, e non
vi è altro mezzo da farlo, che mediante un fondo separato, che non sia soggetto a peso alcuno”86.
Qui è lo stesso Zurlo che conferma la visione che permeava l’amministrazione finanziaria del
regno.
Esistevano, quindi, motivi validi per non abbandonare il doppio binario. In questa prima
variante dalla stretta sua logica, la Decima non doveva fornire solo denaro per la spesa bellica, ma
anche per qualsiasi spesa straordinaria. In particolare con esso si doveva provvedere all’annona di
Napoli che “ha bisogno di grandi fondi” e che doveva essere particolarmente curata ora che il re era
tornato e i francesi erano stati soppiantati. La Decima doveva anche costituire una riserva di denaro.
“La Tesoreria è in questo caso supplice ai suoi bisogni cogl’introiti del momento. Ma questo è uno
stato di violenza: è uno stato dannoso all’Erario: bisogna tener sempre da parte una somma di

83
ASNa, Ministero delle Finanze, Relazione della Giunta su due memorie presentate al re, 22 gennaio 1800.
84
ASNa, Archivio Borbone, Carte Medici, fascio 694, Memoria sullo stato delle finanze del Regno, 27 luglio 1802,
interamente riportato in P. Villani, Giuseppe Zurlo e la crisi dell’antico regnime …cit., pagg. 145-161.
85
Ivi, pag. 158.
86
Ibidem.
19
danaio, e ciò non può farsi che coll’avere delle rendite esenti da pesi”87. Stava, inoltre, per
verificarsi un'altra svalutazione, forse più grave di quella già sperimentata con le carte bancali. “La
moneta di rame è in una quantità prodigiosa. Quattrocentomila ducati di rame bastano in tutto il
regno, e noi ne abbiamo cinque volte di più. Per maggior disgrazia una gran quantità di questa
moneta ha molti inconvenienti particolari. Sono noti gli inconvenienti che possano risultarne. Se un
agio immenso non si è stabilito sulla moneta di rame, ciò è dovuto alla Cassa di Corte, ed ai
regolamenti della Cassa medesima, coll’aiuto dei quali la moneta di rame si è messa in circolazione.
Ma ognuno vede che questo stato è precario. Il vero, ed il solo rimedio, è quello di richiamarne la
quantità che si crede soverchia. Questa operazione ha bisogno di molto denaio, e deve essere fatta
sollecitamente”88.
Per questi motivi le somme di cui lo stato dispone devono essere impiegate per pagare,
indifferentemente, spese, interessi e capitali, “ma più importanti considerazioni sforzano a farne
perpetuamente uso per diminuire il debito dell’Erario Reale.”89, perché il “Regno si trova nella
posizione di essere fuori dell’Erario le rendite più speciose, quasi tutti gli arrendamenti, gran parte
dei fiscali, tanti officii. A queste antiche distrazioni le ultime disgrazie hanno aggiunta l’alienazione
di una gran parte del fondo della Decima per le carte bancali, per gli argenti, per le altre vendite dei
Luoghi Pii”.90 In tempo di pace questa situazione poteva essere in qualche modo sostenuta, ma se si
fossero affacciate altre spese l’erario statale sarebbe gettato nella rovina dalla quale non sarebbe
mai più risorto. “La speranza sola del bene di questo Regno è fondata sopra un fondo di
ammortizzazione il quale tolga il debito. Questo fondo deve esser considerevole, altrimenti essendo
necessario lunghissimo tempo per estinzione del debito, delle circostanze sopravenienti, e difficili a
prevedersi, romperebbero ogni misura”.91
Era l’abbandono, Zurlo credeva temporaneo, di una rigorosa politica finanziaria del doppio
binario, perché, in altri tempi, Zurlo aveva raccomandato al re che non si facesse altro uso del
denaro della Decima “nemmeno a titolo di imprestito da ramo a ramo”92.
La politica del doppio binario fu dichiarata implicitamente fallita, per consentire che, con le
entrate di bilancio si pagassero gli interessi, non i debiti, per evitare che si capitalizzassero i cespiti
dello stato per pagare i capitali, cioè i debiti. Questa volta non fu la più volte citata proibizione dei
sovrani ad impedire che si ricorresse a queste misure con gli arrendamenti, ma il timore di creare
una situazione finanziaria simile a quella che aveva destato i moti di Masaniello nel XVII secolo o,
peggio, l’impossibilità di pagare in una soluzione gli enormi debiti che si andavano accumulando.
Bisognava ricorrere all’indebitamento dello stato. Pagare, con le entrate correnti, non i debiti, ma
gli interessi. Non fu facile giungere a questo risultato per un’amministrazione che aveva lasciato
immutata per oltre tre secoli la prassi della contabilità di stato.
Zurlo non divide più il bilancio in compartimenti stagni destinati a pagare spesa corrente,
interessi e capitali a seconda della loro collocazione in ideali casse. Come succederà con le riforme
amministrative francesi immagina già un solo fondo per le entrate ed uno per le spese
indipendentemente dalla loro motivazione. Si spinge anche a chiedere che si istituisse un fondo di
ammortizzazione del debito, che sarà attuato solo molto più tardi.
Anche la contabilità del regno di Napoli aveva percorso un bel tratto di strada verso la
modernizzazione prima dell’arrivo dei Francesi.

87
Ibidem.
88
Ibidem.
89
Ibidem.
90
Ibidem.
91
Ibidem.
92
Ibidem.
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