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La Gioconda, nota anche come Monna Lisa, è un dipinto a olio su tavola di pioppo (77 cm×53 cm)

di Leonardo da Vinci, databile al 1503-1506 circa, e conservata nel Museo del Louvre di Parigi.
Opera emblematica ed enigmatica, si tratta sicuramente del ritratto più celebre del mondo, nonché
di una delle opere d'arte più note in assoluto, oggetto di infiniti omaggi come anche di parodie e
sberleffi.

Il sorriso impercettibile della Gioconda, col suo alone di mistero, ha ispirato tantissime pagine di
critica, di letteratura, di opere di immaginazione, di studi anche psicoanalitici. Sfuggente, ironica e
sensuale, la Monna Lisa è stata di volta in volta amata, idolatrata, ma anche derisa o aggredita. Vera
e propria icona della pittura, è vista ogni giorno da migliaia di persone, tanto che nella grande sala
in cui è esposta un cordone deve tenere a notevole distanza i visitatori: nella lunga storia del dipinto
non sono mancati i tentativi di vandalismo, nonché un furto rocambolesco che in un certo senso ne
ha alimentato la leggenda.

Storia
L'inizio a Firenze e l'identificazione del soggetto

L'opera rappresenta tradizionalmente Lisa Gherardini, cioè "Monna" Lisa (un diminutivo di
"Madonna" che oggi avrebbe lo stesso significato di "Signora"), moglie di Francesco del Giocondo
(quindi la "Gioconda"). Leonardo dopotutto, in quel periodo del suo terzo soggiorno fiorentino,
abitava nelle case accanto a Palazzo Gondi (oggi distrutte) a pochi passi da piazza della Signoria,
che erano proprio di un ramo della famiglia Gherardini di Montagliari.

Questa, apparentemente di facile identificazione, in realtà molto dibattuta dalla storiografia artistica,
ha come fonti antiche un documento del 1525 in cui vengono elencati alcuni dipinti che si trovano
tra i beni di Gian Giacomo Caprotti detto "Salaì", allievo di Leonardo che seguì il maestro in
Francia, dove l'opera è menzionata per la prima volta "la Joconda";[3] lo stesso Vasari scrisse che
"Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Monna Lisa sua moglie, e quattro
anni penatovi lo lasciò imperfetto, la quale opera oggi è appresso il re Francesco di Francia in
Fontanableò", dilungandosi poi in una serie di lodi del dipinto, in realtà piuttosto generiche.

Alcuni dubbi sono sorti a partire dalla descrizione di Vasari, che parla della peluria delle
sopracciglia magnificamente dipinta (ma la Gioconda non ne ha) e che esalta le fossette sulle
guance (pure assenti). Ciò è comunque spiegabile con la particolare storia del dipinto, che seguì
Leonardo fino alla sua morte in Francia e che venne ritoccata per anni e anni dall'artista. Vasari
infatti potrebbe aver attinto la sua descrizione da una memoria dell'opera com'era visibile a Firenze
fino al 1508, quando il pittore lasciò la città: analisi ai raggi X hanno mostrato che ci sono tre
versioni della Monna Lisa, nascoste sotto quella attuale.

A sostegno delle testimonianze del Vasari, nel 2005 Veit Probst, storico e direttore della Biblioteca
di Heidelberg in Germania, ha pubblicato un altro appunto del cancelliere fiorentino Agostino
Vespucci, datato 1503, che conferma l'esistenza di un ritratto di Lisa del Giocondo: « (Come) il
pittore Apelle. Così fa Leonardo da Vinci in tutti i suoi dipinti, ad esempio per la testa di Lisa del
Giocondo e di Anna, la madre della Vergine. Vedremo cosa ha intenzione di fare per quanto riguarda
la grande sala del Consiglio, di cui ha appena siglato un accordo con il gonfaloniere. Ottobre 1503»
(Agostino Vespucci)

Altre identificazioni proposte, nel tempo, sono state Caterina Sforza,[5] o la sorellastra Bianca o la
madre stessa di Leonardo, Caterina Buti del Vacca.[7][8] Ancora, recente, è quella con Isabella
d'Aragona, duchessa di Milano nell'anno 1489; si è supposto inoltre che, la nobildonna ritratta,
appartenesse al casato degli Imperiali. Altri farebbero risalire l'identità a Bianca Giovanna Sforza,
figlia legittimata di Ludovico il Moro.

Nel 1517 Leonardo partì alla volta della corte di Francesco I, re di Francia appunto, e si portò
appresso il quadro; fu proprio re Francesco I ad acquistare il dipinto, sborsando 4000 ducati d’oro.
In seguito lo fece diventare parte delle collezioni reali della Francia. A Bologna, dove ebbe modo di
conoscere direttamente Francesco I di Francia. L'ultima notizia del suo periodo romano data
all'agosto 1516, quando misurava le dimensioni della basilica di San Paolo fuori le mura, dopodiché
dovette accettare gli inviti del re di Francia. Nel 1517 Leonardo partì per la Francia, dove arrivò nel
mese di maggio, insieme a Francesco Melzi e il servitore Battista de Vilanis, venendo alloggiato dal
re nel castello di Clos-Lucé, vicino ad Amboise, e onorato del titolo di premier peintre, architecte, et
mecanicien du roi, con una pensione di 5.000 scudi. Francesco I era un sovrano colto e raffinato,
amante dell'arte soprattutto italiana, come dimostrò anche negli anni successivi accogliendo con
onori altri artisti (Francesco Primaticcio, Rosso Fiorentino, Andrea del Sarto e Benvenuto Cellini).
Gli ultimi tre anni passati in Francia furono sicuramente il periodo più sereno della sua vita,
assistito dai due fedeli allievi e, sebbene indebolito dalla vecchiaia e da una probabile trombosi
cerebrale che gli paralizzò la mano destra, poté continuare con passione e dedizione i propri studi e
le ricerche scientifiche. Leonardo morì di lì a poco, il 2 maggio. Francesco I, a Saint-Germain-en-
Laye dove si trovava, apprese la notizia della scomparsa direttamente dal Melzi e si lasciò andare a
un pianto sconsolato.
Il dipinto, quindi, si trova in Francia fin dal 1517. Lo sappiamo anche da uno scritto del canonico
Antonio de Beatis, segretario del cardinale Luigi d'Aragona: Antonio de Beatis aveva viaggiato in
Francia al seguito del cardinale e, nel suo "diario di viaggio", annotava l'incontro tra Leonardo da
Vinci e Luigi d'Aragona: "el signore (Luigi d'Aragona, nda) con noi altri andò ad videre messer
Lunardo Vinci firentino, vecchio de più de LXX anni, pictore in la età nostra excellentissimo, quale
mostrò ad sua Signoria Illustrissima tre quatri, uno di certa donna firentina, facto di naturale, ad
instantia del quondam magnifico Iuliano de Medici, l'altro di san Iohanne Baptista giovane, et uno
de la Madonna et del figliolo che stan posti in gremmo de sancta Anna, tucti perfectissimi".
L'annotazione è del 10 ottobre 1517 e i dipinti, partendo dall'ultimo, sono la Madonna col Bambino
e sant'Anna, il San Giovanni Battista, mentre la prima è probabilmente la Gioconda, dipinto che
comunque figura nelle collezioni di Francesco I di Francia già a partire dall'anno successivo, il
1518: è ipotizzabile che l'opera, insieme ad altri dipinti che Leonardo aveva portato con sé in
Francia dall'Italia, fosse stata venduta al re da Gian Giacomo Caprotti detto il Salaì, uno degli
allievi di Leonardo. È comunque sicuro e incontrovertibile il fatto che il re di Francia abbia
acquistato alcuni dipinti, tra cui la Gioconda, nel 1518: pertanto, tali dipinti appartengono
legittimamente alla Francia

Si sa che un secolo dopo, nel 1625, un ritratto chiamato "la Gioconda" fu descritto da Cassiano dal
Pozzo tra le opere delle collezioni reali francesi. Altri indizi fanno pensare che fin dal 1542 si
trovasse tra le decorazioni della Salle du bain del castello di Fontainebleau.

Più tardi Luigi XIV fece trasferire il dipinto a Versailles, ma dopo la rivoluzione francese venne
spostato al Louvre. Napoleone Bonaparte lo fece mettere nella sua camera da letto, ma nel 1804
tornò al Louvre. Durante la guerra Franco-Prussiana del 1870-1871 fu messo al riparo in un sito
nascosto.
Il furto (1911)
Il furto della Gioconda avvenne la notte tra domenica 20 e lunedì 21 agosto 1911, prima di un
giorno di chiusura del museo; della sottrazione si accorse lunedì stesso un copista, Louis Béroud,
che aveva avuto il permesso per riprodurre l'opera a porte chiuse. La notizia del furto fu
ufficializzata solo il giorno dopo, anche perché all'epoca non era infrequente che le opere venissero
temporaneamente rimosse per essere fotografate.
Era la prima volta che un dipinto veniva rubato da un museo, per di più dell'importanza del Louvre,
e a lungo la polizia brancolò nel buio. Fu sospettato il poeta francese Guillaume Apollinaire che
venne arrestato (aveva dichiarato di voler distruggere i capolavori di tutti i musei per far posto
all'arte nuova) e condotto in prigione il 7 settembre: il suo arresto si basava su una calunnia (una
vera e propria ripicca) da parte dell'amante Honoré Géri Pieret, che lo accusò di aver ricettato
alcune statuette antiche rubate dal museo. Anche Pablo Picasso venne interrogato in merito, ma,
come Apollinaire, fu in seguito rilasciato Sospetti caddero anche sull'Impero tedesco, nemico della
Francia, ipotizzando un furto di Stato. Mentre crescevano sospetti e polemiche (si scoprì che le
uniche misure di sicurezza adottate dal museo consistevano nell'aver addestrato al judo un gruppo
di guardie), si iniziò a ritenere il capolavoro perso per sempre: Franz Kafka vide una cornice vuota e
dopo un po' il posto lasciato dalla Gioconda sulla parete fu preso dal Ritratto di Baldassarre
Castiglione di Raffaello.

In realtà, un ex-impiegato del Louvre, Vincenzo Peruggia, originario di Dumenza, cittadina nei
pressi di Luino, convinto che il dipinto appartenesse all'Italia e non dovesse quindi restare in
Francia, lo aveva rubato, rinchiudendosi nottetempo in uno sgabuzzino e, trascorsavi la notte,
uscendo dal museo a piedi con il quadro sotto il cappotto: egli stesso ne aveva montato la teca in
vetro, quindi sapeva come sottrarlo. Uscì in tutta calma: chiese anche a un idraulico un aiuto per
uscire dal museo, essendo sparita la maniglia del portone d'ingresso, e all'uscita sbagliò tram,
optando poi per un più comodo taxi Messa l'opera in una valigia, posta sotto il letto di una pensione
di Parigi, la custodì per ventotto mesi e successivamente la portò nel suo paese d'origine, a Luino,
con l'intenzione di "regalarlo all'Italia", ottenendo da qualcuno delle garanzie che il quadro sarebbe
rimasto nel suo paese: riteneva infatti, erroneamente, che l'opera fosse stata rubata durante le
spoliazioni napoleoniche.
Ingenuamente, nel 1913 si recò a Firenze per rivendere l'opera per pochi spiccioli: Si rivolse
all'antiquario fiorentino Alfredo Geri, che ricevette una lettera firmata "Leonardo" in cui era scritto
che «Il quadro è nelle mie mani, appartiene all'Italia perché Leonardo è italiano» con una proposta
di restituzione a fronte di un riscatto di 500 000 lire «per le spese». Incuriosito, l'11 dicembre 1913,
l'antiquario fissò un appuntamento nella sua stanza numero 20 al terzo piano dell'Hotel Tripoli, in
via de' Cerretani (albergo che poi cambiò il nome proprio in Hotel Gioconda), accompagnato
dall'allora direttore degli Uffizi Giovanni Poggi. I due si accorsero che l'opera non era uno dei tanti
falsi in circolazione, ma l'originale e se la fecero consegnare per "verificarne l'autenticità".
Nell'attesa il Peruggia se ne andò a spasso per la città, ma venne rintracciato e arrestato. Il ladro,
processato, venne definito "mentalmente minorato" e condannato ad una pena di un anno e quindici
giorni di prigione, poi ridotti a sette mesi e quindici giorni. La sua difesa si basò tutta sul
patriottismo e suscitò qualche simpatia (si parlò di "peruggismo"). Egli stesso dichiarò di aver
passato due anni "romantici" con la Gioconda appesa sul suo tavolo di cucina.

Approfittando del clima amichevole che allora regnava nei rapporti tra Italia e Francia, il dipinto
recuperato venne esibito in tutta Italia: prima agli Uffizi a Firenze, poi all'ambasciata di Francia di
Palazzo Farnese a Roma, infine alla Galleria Borghese (in occasione del Natale), prima del suo
definitivo rientro al Louvre. La Monna Lisa arrivò in Francia a Modane, su un vagone speciale delle
ferrovie italiane, accolta in pompa magna dalle autorità francesi, per poi giungere a Parigi dove, nel
Salon Carré, l'attendevano il presidente della repubblica francese e tutto il governo.
Sicuramente il furto contribuì alla nascita e alimentazione del mito della Gioconda: dalla cultura più
alta, per pochi eletti, la sua immagine entrò decisamente nell'immaginario collettivo
Spazio vuoto sulla parete del Louvre in seguito al furto del 1911

La Gioconda in mostra nella Galleria degli Uffizi di Firenze, anno 1913. Il direttore del Museo
Giovanni Poggi (a destra) controlla il dipinto