Sei sulla pagina 1di 47

Sandrino Alessandri

La mia guerra

A cura di Nicola Spinosi


“Questo riflesso che ognuno di noi ha nell'anima, di un antenato che forse
abbiamo mai conosciuto, deve essere ravvivato modificato e corretto ...”
S. Alessandri

Ho trovato nella casa appartenuta ai miei nel 2004 un quaderno contenente


scritti di mio nonno (da parte di madre). Non lo avevo mai visto prima:
composto da Alessandro (Sandrino) Alessandri per la (futura) moglie, Nella,
subito dopo la Grande Guerra, era restato al sicuro, aveva superato la prova di
un trasloco (1954) e, cinquanta anni dopo, in occasione di un ulteriore
trasloco, mi è capitato tra le mani. Lessi in fretta le pagine facilmente leggibili
rimandando a più tardi la lettura di altre pagine, sciupate dal tempo e
comunque non ricopiate in bella dal nonno.
Sandrino, morto trentanovenne nel 1934, credo che abbia avuto come sua
esperienza centrale la partecipazione da volontario alla Grande Guerra, dove
ottenne la Croce al Merito e riportò una seria ferita, se non, come usava
deprecare la Nella, quei danni alla salute che, padre di due bambine, lo
avrebbero portato alla morte per ciò che probabilmente fu una grave nefrite.
In effetti i testi più interessanti del quaderno (nero, di una novantina di
facciate, taglio rosso, del tipo assai comune fino a non molti decenni or sono)
mi sembrano i due che trattano della guerra (“Un appello sotto le granate”; e
“Confronti”).
L'appello cui accenna il primo titolo, che ho posto, non credo troppo
arbitrariamente, in apertura, narra l'espediente escogitato da un capitano degli
“Esploratori” allo scopo di frenare la rabbia sconsiderata dei suoi uomini, tra
cui Sandrino, inferociti a causa delle granate nemiche sparate loro addosso e
intenzionati a buttarsi contro il nemico a dispetto della tremenda pericolosità
dell'iniziativa. Il capitano ordina a un subalterno di fare l'appello, ciò che dà
luogo a una frenata direi procedurale degli spiriti bollenti degli Esploratori.
I confronti del secondo testo bellico, il penultimo della raccolta, sono in realtà
un raffronto tra come vanno le cose a Sandrino nel Giugno del 1916, dopo che
è riuscito a liberarsi della schiavitù della trincea passando agli Esploratori, e
come vanno un anno esatto più tardi, quando, tornato in licenza a Firenze,
esce riposato di casa e va a trovare la Nella, la quale stenta a riconoscerlo.
“Pareva un ecce homo”, lei avrebbe detto più volte, a proposito di questo
reincontro.

Una cosa si deve dichiarare: a parte l'accenno alla ripugnanza della vita in
trincea, Sandrino non scrive una sola parola contro la guerra in genere.

Mentre ammetto che il titolo della raccolta è mio, gli altri testi sono: una
dissertazione sul ruolo delle ferrovie nello sviluppo della modernità, in effetti
un po' strana da dedicare alla fidanzata, comunque illuminante in merito al
progressismo di Sandrino - con ogni probabilità scritta per un concorso cui lui
aveva partecipato con buon esito nel 1913 allo scopo di entrare da “applicato”
nelle ferrovie. Ciò ci porta a un altro dei testi raccolti nel quaderno, una lettera
scritta a un amico, Luigi. In essa lo scrivente comunica la sua soddisfazione per
il successo ottenuto e insieme paventa il certo trasferimento da Firenze in altra
e magari lontana sede, il distacco dalla famiglia e dall'amico.
Abbiamo poi l'unico testo narrativo, intitolato “Sorrisi e lacrime”: un giovane
che ha perso tutto viaggia in treno verso Genova, dove prenderà una nave per
l'Argentina. Dentro uno scompartimento scorge una ragazza impegnata dal
calore del suo compagno di viaggio, ciò che precipita il partente nello
sgomento, perché la sua sfortuna gli è costata anche la forzata rinuncia a una
certa fanciulla. Stavolta il treno non è una presenza tanto positiva.
Dopo la lettera a Luigi troviamo la “cronaca” di uno sfratto effettuato in una
delle viuzze tra piazza S. Firenze e piazza S. Croce vedi caso sotto gli occhi di
Sandrino, che si commuove alla vista della donna sfrattata e dei suoi due
bambini. Il racconto fatto dalla donna gli consente di esprimere con forza idee
di equità sociale.
Segue una dissertazione, focosa, sull'importanza dei Grandi del lontano
passato, Arnaldo da Brescia, Giordano Bruno, e del recente passato, Victor
Hugo, in rapporto alla lotta tra oscurantismo e luce del progresso, della scienza
e non solo. Anticlericale. Interessante un accenno polemico ai Futuristi, che ai
tempi imperversavano o avevano imperversato in modo alquanto radicalmente
distruttivo in rapporto al passato. Chiuderebbe la raccolta “Confronti”, di cui ho
già detto l'essenziale, senonché proprio in coda troviamo un brevissimo e forse
incompiuto testo sull'amore, che idealizza l'oggetto in nome della sua asserita
distanza dall'animalità.

Nel copiare il quaderno, scritto da chi ho visto soltanto in alcune foto, ho


pensato a Zola, a Leon Bloy, a De Amicis. E ho trovato qualche errore, che
indico con un <sic>; non potevo lasciar correre, né correggere e snaturare: ho
preferito far l'antipatico. Sandrino, lettore, diplomato, sa all'incirca tenere la
penna in mano come un giovane non incolto del suo tempo; lessico a parte,
egli usa in modo che oggi pare strambo il punto e virgola (ma si veda un
grande come Federigo Tozzi, in proposito) e, venendo a un ambito abbastanza
soggettivo com'è quello delle virgole, a me pare che ne metta un po' troppe.
Non sono intervenuto su tale vezzo.

5 Dicembre 2017.

Nicola Spinosi
Avellino, 16.1 <o 7>.17

A te piccina mia adorata, che mi ami tanto tanto e soprattutto


<ami> l'anima mia; io che contraccambio, lo sai, questo tuo amore
con una vera religione
Ti offro questi sprazzi ingenui e dell'anima mia quando ancora era
buia, quando ancora aspirava alla vita che oggi le hai data, e
cominciava appena a dischiudersi. Allora ero sempre fanciullo ora
sono il tuo ragazzo che ti adora tanto.
Sandrino
Un appello sotto le granate

M.te <illeggibile> 28 Settembre 1915

I – E' passato da allora molto tempo; fatti e azioni guerresche,


giorni fausti e dolorosi si son successi <sic> nella mia vita di
combattente, ma quest'episodio; forse minimo e nullo in confronto
a tanti altri; è rimasto <illeggibile> nella mia mente e soprattutto
nell'anima mia più profondamente, in maniera indelebile perché il
primo dopo che da appena tre mesi avevo lasciato la mia famiglia e
la vita calma della città per raggiungere i confini sotto l'umile
spoglia del fantaccino.
Ero soldato all'84° Regg.to fanteria 15° Campo. Dopo avere per
qualche tempo tenuto le nostre linee di Val Grigno, Forcelle
Brentanesi venne l'ordine di avanzare verso la Valsugana, impresa
senza grandi difficoltà <illeggibile> Castel di Vano <illeggibile> e
altri luoghi della florida e pittoresca vallata del Brenta superiore.
S'impose allora, prima di procedere verso i capisaldi e gli
<illeggibile> occupati di Trento (<illeggibile> appoggiati a destra e
a sinistra con le opere del Carbonile e del <illeggibile>) la necessità
di porre piede nei baluardi montani che dominavano le nostre
nuove conquiste e una bella notte di luna, il reggimento; bene
equipaggiato (armi, bagagli e misure di sicurezza); si avviò per
l'erta mulattiera d'oltre Maso. Ogni battaglione aveva il suo compito
il suo obbiettivo il suo itinerario – Il quarto, il mio, prese su su per
boschi cedui e poi per foreste di larici e abeti fin sulla rotabile che
da Borgo va a Pontarso in Val Calamento, oltrepassando su questa
la <illeggibile> austriaca e poi su nuovamente per la sassosa
mulattiera da salire ripidamente. Fu faticosa la marcia: soffrimmo
sete e fame, perché acqua era severamente proibito berne alle
sorgenti sospette di inquinamento, e perché male ero avvezzo a
sgranocchiare galletta. Ben presto la strada divenne dura, i piedi
non mi portavano più, erano <illeggibile> dalle grandissime scarpe
e lo zaino che mi tirava giù giù le spalle mi faceva mozzare il
respiro (povero coscritto, soffrii assai ed ora mi faccio
compassione). Vedemmo spuntare il sole e lo rivedemmo sparire
dietro l'immane montagna; cupa di abeti piena di mistero e forse
d'agguati del nemico invisibile ma certo; e ancora si saliva si saliva
… Gli ufficiali parlavano tra loro sottovoce e ci dicevano di star
preparati a tutto, infatti già due o tre ponti che avevamo trovati
distrutti sulla rotabile e diversi altri indizi come fuochi spenti oggetti
abbandonati dicevano chiaro che il nemico non era lontano. In fatti
finalmente <illeggibile> e quando ci rimettemmo in marcia
cambiammo formazione; alle fila <illeggibile> era successa <sic>
la catena sottile. Finalmente fra i tronchi allineati dei grandi alberi si
cominciò a scorgere la cima del monte ampia e tondeggiante, senza
un albero, la luna la illuminava chiaramente e si poteva scorgere
una linea scura, sul fondo, che seguiva la quota di vetta; quella era
la trincea nemica silenziosa e tranquilla che sembrava
abbandonata. Il battaglione si fermò; la mia compagnia proprio
sull'orlo del bosco ebbe ordine di stendersi e mettersi pancia a terra
a lavorar di vaghetta <sic> per farci un po' di riparo.
Lavorammo in silenzio, alacremente. Quei piccoli ripari individuali,
fatti uno di seguito all'altro a poco a poco man mano che si
costruivano e si approfondivano si univano e formavano quella
trincea rudimentale chiamata di combattimento. Fu la mia prima
trincea.
Finito il lavoro, ci acculammo <sic> nel nostro buco attenti
silenziosi, col fucile in posizione sull'esiguo parapetto, in attesa del
momento solenne.
Lassù in cima: la luna chiara che illuminava e nessun segno di vita;
quà <sic> silenzio pieno di vita e di palpiti; forse il solo rumore era
il battito dei nostri cuori sospesi e ansiosi.
Ad un tratto, una scarica prolungata, rabbiosa, petulante; una
raffica <illeggibile> passò sulle nostre teste e andò a flagellare la
vetta silenziosa. Bruscamente tutti gli echi delle convalli si
svegliarono riempiendo l'aria di un fracasso infernale che si ripeteva
all'infinito in tutti i toni.
Era una nostra batteria da montagna; piazzata poche decine di
metri dietro di noi, fra i lunghi tenebrosi filari di abeti; che
preparava il nostro sbalzo <sic> in avanti. Cessato il fuoco della
batteria; una voce circolò fra noi; e la lunga catena di uomini a
terra, come spinta da una molla, si sollevò e curva di corsa fece un
balzo in avanti. Poi a terra ancora e ancora avanti, fin che
gl'intervalli si strinsero, fin che la linea scura che seguiva la quota
di vetta non fu che a poche decine di metri.
Il terreno muschioso era tutto flagellato dai nostri colpi e anche
quella scura striscia non era più unita e nitida, ma spezzata e
contorta e al di là non era più silenzio, si sentivano voci concitate e
lamenti … poi si <illeggibile> e ad un tratto crepitò di spari …
Savoia!...
Corsi avanti con lo zaino in spalla, che non mi pesava più, col fucile
basso in cima al quale brillava la mia baionetta e in cima ancora
anelava tutta l'anima mia. Fui trasportato come da una
fantasmagoria , chiusi gli occhi e li riaprii in una specie di fossato
profondo, ingombro di materiali d'ogni sorta, di stracci di corpi
insanguinati e di cattivo odore, di un odore strano mai sentito
quello che poi fu chiamato puzzo di trincea.
Calmata un po' l'emozione avvertii un bruciore alla spalla sinistra …
Ero ferito? Ferito al primo assalto? No no, solo da ridere, un po' di
pelle lacerata e un po' di sangue nella camicia . Una goccia di
tintura di iodio e non se ne parlò più.

II. Cosa esorbitante, per chi non ha fatto la guerra nel 15 e nella
prima parte del 16, fu ordinato di far le tende, ma tanta era la
stanchezza che ci opprimeva che ognuno si contentò della sua
coperta e si dispose a dormire all'addiaccio. Intanto la batteria da
montagna si era portata in cresta e aprì il fuoco su Cima
C<illeggibile> ove passando per una sella profonda si era rifugiato
il presidio di Cima S<illeggibile> da noi occupata.
Povera batteria non l'avesse mai fatto! Un lontano colpo di cannone
echeggiò; risquotendoci <sic>; poi un sibilo acuto che pareva
sfiorare la terra ci fece correre uno strano brivido nelle reni, e uno
scoppio lontano, giù giù dalla parte che eravamo saliti <sic> ci
rassicurò, ma un altro colpo seguì e poi un altro a distanza di un
minuto: colpo, sibilo e scoppio <illeggibile> più ravvicinati fin che la
vetta fu colpita.
Era il <nome illeggibile> il flagellatore di <nome illeggibile>,
l'incubo di Borgo <illeggibile> che sotto il tormento sanguinoso
della batteria di S.Osvaldo, continuava la sua vita; di Borgo
impavida e fiera, popolata solo di donne, che fra i reticolati e i
sacchi a terra, non ristavano dai loro mestieri, e di bimbi che
strisciando lungo i muri e sostando, al sibilo sinistro, non
tralasciavano la scuola … Era il <nome illeggibile> che voleva
punire l'audace batteria nostra e ridurla al silenzio. Dopo fatto
<illeggibile> e aggiustato il tiro, ci fulminò con le salve, con le
raffiche, tremende, delle sue potenti batterie.
Noi poveri fanti; rimanemmo sbigottiti, non conoscevamo ancora
simili tempeste; ma lo sbigottimento presto si trasformò in ira, in
rabbia di vederci impotenti a reagire, e nelle nostre menti
annebbiate passò la stessa idea, strana, folle, tragica … fummo un
sol uomo, fu un sol gesto un sol grido, quello che prima ci aveva
eccitati fu la nostra vittoria, e fucile in pugno stavamo per
slanciarci, superare la cresta e gettarci giù giù per la sella verso
l'altra cima ove era riparato il nemico e su lui sfogarci e vendicarci:
sarebbe stata la rovina, la rotta perché tutta la sella era battuta da
un tiro di sbarramento e non uno di noi si sarebbe salvato … per
fortuna su noi vegliava <illeggibile> un ufficiale il comandante la
nostra compagnia il Cap. Giovacchino De Silva coadiuvato dai suoi
tre bravi subalterni Ten. Frangini Ten. Chiari e S.Ten. Landini. Esso
ci conosceva, uno per uno, e ci amava come figli e noi lo amavamo
come un padre; lesse nei nostri occhi la nostra follia e la prevenne
col suo coraggio, col suo sangue freddo con la sua calma
ammirevoli: fece squillare l'attenti e poi con voce tuonante, quella
voce cara e famigliare, che subito nei nostri cuori fece <illeggibile>
alla voce della morte di ferro e di fuoco, ordinò l'appello come se
fossimo stati in piazza d'armi.
Rimanemmo soggiogati da tanta presenza di spirito da sì
ammirevole energia, e non uno di noi si mosse più. Quella figura
alta, quella fronte, quegli occhi che non battevano, in mezzo a
tanta <illeggibile>, a quel caos fantastico che sembrava tutti
travolgerci, c'inchiodò e ci rese la calma e ci dimostrò la tragica
imprudenza che stava per perderci tutti.
I caporali i sergenti ruolino alla mano chiamarono i loro uomini, che
uno a uno risposero, e il bombardamento infuriava, le granate
arrivavano quattro a quattro fischianti laceranti micidiali,
troncavano fusti immani, che si rovesciavano con scricchiolii sinistri
con gemiti acuti che si univano a quelli dei disgraziati che venivano
schiacciati infranti dilaniati dalle scheggie <sic>, dai sassi che
volavano sibilando formando tanti proiettili; e fumo e polvere e
lampi sinistri; la voce dei capi squadra non si udiva più e nemmeno
quella dei soldati … l'appello era finito, nessuno era mancato, ma
non tutti avevan risposto; molti giacevano col petto, con le membra
straziate al loro posto col fucile ancora stretto in mano con
l'attrezzo, in atteggiamento di lavoro angoscioso per farsi un buco,
un riparo … ma contro la tremenda bufera nulla valeva, una cosa
sola, la fermezza il sangue freddo lo spirito di sacrificio.
Il tenero fresco musco, di un bel verde tenero era ora rosso, rosso
e cosparso di cadaveri.
La montagna era stata redenta.

---------

La compagnia fu citata all'ordine del giorno per ammirevole


contegno sotto il primo <illeggibile> bombardamento.

<nome di luogo illeggibile> 2.5.1919


L'utilità delle ferrovie in riguardo ai rapporti internazionali

Le diverse nazioni che popolano l'Europa (dico l'Europa perché


essendo la culla dell'attuale civiltà la prendo per esempio)
progredirono fino ad una certa età e fino ad un certo grado,
indipendentemente l'una dall'altra; ma quando il vero progresso
cominciò la sua opera grandiosa di evoluzione, fu molto imparziale
a distribuire i suoi fasci di luce su queste diverse popolazioni,
perché era la mano incerta della natura che dirigeva questa face e
dalla quale era nata. Conseguentemente molte di queste nazioni
rimasero nelle tenebre mentre poche altre favorite furono
rischiarate.
La causa prima di questa imparzialità erano le frontiere naturali che
tenevano le nazioni in un continuo isolamento. Vietando così la
civilizzazione delle più barbare.
Nei freddi e sterili paesi del settentrione, ove uniche risorse per gli
abitanti erano la caccia e la pesca, non poteva il progresso scaturire
spontaneo da una natura così ingrata, ma vi doveva essere
importato, perché anche presso le nazioni più civili mancavano i
mezzi di trasporto e di comunicazione, e solamente più tardi fu la
forza materiale che tentò l'espansione della civiltà senza però
riuscirci.
Più al S. nell'odierna Germania Meridionale e nelle Gallie fra i picchi
aspri della Selva Nera del Giura e delle Alpi Settentrionali, in mezzo
alle sconfinate foreste di abeti di querci e di faggi, un'altra razza si
era specializzata, forte, bella, fantastica e battagliera la cui barbara
civiltà patriarcale e poetica, con le sacre querci druidiche
trasformate in altari sui quali le bionde walkirie appendevano le
ascie <sic> di guerra e le arpe dei bardi, mostrava un gran rigoglio
d'intelligenza e di attitudini squisite specialmente alla melodia; che
fatalmente, al solito, la natura selvaggia della regione; teneva sotto
il suo dominio di macigni e di nevi eterne.
Un dolce paese favorito da tutti i benefici della fortuna e della
natura giaceva al dilà <sic> delle masse impervie che imprigionava
nelle loro foreste i galli e i germani.
Questa contrada, era fertile e produceva anche incolta i più squisiti
frutti e i fiori più belli. Era bella e pittoresca, e l'incanto maestoso
nei suoi monti nevosi dei piani verdi e dei colli fioriti si rifletteva nei
tratti scultorei e intelligenti dei suoi figli.
Essi potevano, grazie alla ricchezza della loro terra, e dell'azzurro
mare sviluppare e progredire senza sforzo, tutto era loro
favorevole, e i primitivi istinti furono ben presto trasformati in arti
squisite e in mestieri ingegnosi. Rapidamente furono ricchi e
potenti, ma la potenza e la ricchezza acquistata quasi senza fatica e
loro offerta spontaneamente dalla natura ammollì i loro costumi e li
trascinò allo sfacelo.
La civiltà Romana, insomma, vi germogliò, vi fiorì, e malgrado il
mare e le Alpi inaccessibili s'impose agli altri popoli Galli, Germani,
Iberici ecc, ma furono la violenza, la guerra, la strage, che le fece
varcare la frontiera, fino allora insuperata, e fu respinta con
altrettanta violenza, fu inseguita sui sentieri che aveva percorso e
distrutta fin dentro i suoi confini. Allora sulle sue imponenti rovine,
una selva di piante parassite strisciò e rampicò, costituendo il fosco
Medioevo che imperò con i suoi dogmi e pregiudizi fino al sorgere di
una novella civiltà, la civiltà moderna che riedificò i suoi grandiosi
edifici sui ruderi dell'antica, e più belli e più solidi perché ormai il
progresso, spezzati i legami che lo tenevano schiavo della natura
bruta, era il prodotto della scienza, cioè di se medesimo.
Questo nuovo soffio di vita, tentò, con sforzi inauditi, di espandersi
ma non vi riuscì che in parte con i deboli mezzi che allora si
disponevano <sic>. Le scienze facevano passi da gigante, tutti i
traffici della vita umana erano ravvivati, ma le comunicazioni
commerciali politiche erano scarse, lente e pericolose, rendendo
sterili tutti i ritrovati, tutte le industrie che non avevano mezzi
garantiti per lo sfogo delle produzioni.
Invano si perfezionava e si attivava il servizio postale con le
monumentali pittoresche berline dai cavalli risuonanti di bubboli; lo
sviluppo delle strade provinciali e nazionali era grandioso, ma tutto
questo miglioramento, costoso e difficile non approdava che ad uno
scarsissimo resultato. Gl'inconvenienti e i pericoli non si
eliminavano, ed i giornali e le cronache del tempo non cessavano di
annunziare accidenti e disastri di ogni genere. Spesso un uragano
aveva impedito la marcia della diligenza costringendola a fermarsi
al primo ricambio, causando ritardi di parecchie ore e talvolta di
qualche giorno. All'ordine del giorno si verificava il caso che nel
cuor della notte, una banda di malfattori assalisse di sorpresa la
carrozza, mettendo a sacco i bagagli le merci, la cassa delle
corrispondenze, svaligiando i viaggiatori, che colti così
all'improvviso erano obbligati a gettare i loro averi senza opporre la
minima resistenza, sotto pena di essere uccisi. Non era raro che la
pesante vettura fosse sorpresa dal ciclone sul culmine di un passo
alpino, avvolta nelle sue spire e trascinata nel fondo di un abisso
ove tutto trovava la morte.
Con una simile maniera di viaggiare, le comunicazioni erano
disorganizzate e scarse, e tutta la vita febbrile a cui veniva rifiutato
<sic> una regolare e attiva circolazione minacciava di atrofizzarsi
lentamente. La fredda materia opponeva ancora una resistenza
accanita, che solo la scienza, sempre attiva, poté vincere col
grandioso coeficente <sic> che più tardi offrì all'umanità con la
scoperta <sic> della locomotiva a vapore.
Questa scoperta grandiosa rese coraggio all'umanità avvilita che
vedeva tutti i suoi ritrovati scientifici e industriali, vegetare sul
luogo di nascita, vivere di una vita quasi inutile e finire senza aver
potuto diffondersi e perfezionarsi in contatto di quelli analoghi nelle
altre contrade. Riprese lena e dette inizio all'opera ciclopica che
doveva sconvolgere radicalmente l'andamento dell'esistenza
umana. In un periodo di tempo relativamente breve, i continenti
furono arricchiti da una rete intricata di binari che sviluppandosi
attraverso, piani, monti e città, scavalcando i fiumi muggenti sui
ponti d'acciaio, trasvolando sugli orridi baratri delle vallate alpestri
per mezzo di arditi viadotti e traversando le montagne forando le
ossature secolari granitiche, con delle lunghe tenebrose gallerie <la
frase non si conclude>.
Su queste strade di ferro su questi ponti frementi d'acciaio su
questi viadotti, che sembrano sfidare l'aspra natura fino allora ostile
dominatrice, scorre sibilando la vaporiera; notte e giorno, o con
pioggia o con neve, nel caldo estivo o nel gelo invernale. Metodico,
striscia ma rapido come una meteora, il mostro sbuffante con gli
occhi sanguigni, che trasporta come in un sogno, alla luce del
giorno o nelle viscere della terra nelle tenebre, una lunga fila di
carri e vetture ampli come magazzini, comode come appartamenti,
i primi, carichi di merci d'ogni specie, le altre affollate di viaggiatori
di tutti i paesi, che diffonde e spande su tutto il globo.
La grande evoluzione che si sperava operare con l'impianto delle
ferrovie, è avvenuta ed ha coronato col più immenso dei successi la
più grande delle invenzioni umane moderne.
Tutto ciò che era embrione senza forma definita, ben presto
assunse carattere e tipo <nota evoluzionistica>, la traccia indecisa
divenne rapidamente sentiero sicuro.
I commercianti, gl'industriali, gli scienziati, tutte le persone di affari
in genere, non avendo più bisogno di far testamento per andare da
un paese all'altro, intrapresero viaggi, stabilirono comunicazioni,
impiantarono agenzie, rappresentanze ecc. regolando così uno
scambio rapido di idee e di prodotti. Anche l'istruzione ha d'allora
acquistato un perfetto e dilettevole sistema sperimentale per
confermare le cognizioni ricavate dallo studio come pure le relazioni
politiche delle varie potenze hanno anche un tramite sicuro per gli
scambi delle convenzioni, dei trattati relativi al governo dei popoli e
alla buona armonia internazionale.
La ferrovia sta all'umanità, come le vene e l'arterie, stanno al corpo
umano; e senza queste indispensabili azioni tanto nell'una che
nell'altro la vita non potrebbe aver corso, quella vita operosa e
febbrile che si solleva e diffonde in ogni parte, anche nel più remoto
cantuccio della terra, portandovi idee nuove, nuovi sistemi e civiltà.
Sorrisi e lacrime

La natura a poco a poco si scioglieva dal gelido amplesso letargico


dell'inverno andato, e sorridente con le sue gemme in fiore, con i
prati di un tenero verde, aveva l'aria di stirarsi le membra
intorpidite con i tortuosi rami degli alberi sui quali già sbocciavano i
delicati fiorellini graziosi, e somigliava al roseo destarsi di una
giovinetta dopo i sogni dorati della notte.
Anche il sole sembrava più limpido e i suoi tepidi raggi, davano a
tutto l'insieme armonioso di vita nascente, un'aurea sfumatura che
ravvivava i pallidi colori faceva fremere le giovani foglioline e
rendeva più fragranti gli effluvi della natura in germoglio.
La primavera, la Dea primavera, col suo celo <sic> di smeraldo col
suo sorriso benigno di luce e di fiori era tornata fra gli uomini, e con
i suoi incanti misteriosi loro apportava qualche ora di felicità
qualche momento di tripudio nell'aspra marcia attraverso la loro
vita tempestosa.
Tutta la valle era invasa da quella luce, rallegrata da quel sorriso, e
un leggero zeffiretto ondulando l'erba fresca e molle di rugiada e
agitando il fogliame della collina dava un fremito a tutte quelle cose
che sembravano animate dal brivido fecondo della vita novella.
Davvero tutto questo spettacolo nell'insieme e nei suoi minuti
particolari: la pallida pratolina occhieggiante nell'erba, il delicato
boccio, la purpurea rosa con la variopinta farfalla che le tremava
intorno, il canto lontano della pastora, il gorgheggio degli augelli,
l'azzurro del cielo, il murmure sommesso e ritmico del torrentello
che rimbalza di roccia in roccia e scorre sul muschio o fra l'erba;
tutto questo complesso di rumori sommessi e misteriosi formano
quell'armonia che incanta l'osservatore lo rapisce alla realtà, lo
inebria, lo isola dal mondo, gli fa dimenticare le cure affannose
della sua esistenza. E' il sorriso della natura, che lo avvince, seduce
un istante offrendogli il calice di un'effimera felicità, che afferra
<a> due mani per sorseggiarne avidamente il contenuto senza mai
riuscire a vuotarlo completamente.
Proprio così! Un solitario cavaliere, che traversava quel paradiso,
era veramente in preda ai sentimenti che ho descritti, e dimentico
di tutto abbandonate le redini sul collo del suo bel morello
procedeva lentamente assorto nella contemplazione della
campagna e penetrato di poesia. Ad un tratto un fischio acutissimo
trinciò la calma atmosfera, ed un fracasso precipitoso lo scosse
riconducendolo nel mondo reale. Il treno quel mostro nero di ferro
e di fuoco dagli occhi di bragia usciva di sotto il colle, come un
lungo serpe dal suo buco e si slanciava nella vallata verso la piccola
stazione che s'intravedeva dietro una cortina di fronde allo svolto
della via.
Quel cavaliere alla vista del diretto, impallidì, sembrò asciugarsi una
lacrima col dorso della mano, spronò e disparve in un nuvolo di
polvere verso la stazione. Dieci minuti più tardi anche lui veniva
trasportato a gran velocità, da quel mostro, attraverso il suo dolce
paese toscano che divorava con lo sguardo velato dal pianto a
stento trattenuto.
Il treno correva veloce, ora fra le piante, ora fra le nude roccie
<sic>, ora scorrendo sopra un ponte metallico, talvolta cacciandosi
fischiando nelle viscere della terra, per riuscire all'aria aperta sopra
un abisso profondo o in una verde pianura. La natura ovunque era
sorridente di luce e di verde, e quel fuggente immenso sorriso
faceva lacrimare gli occhi cupi e pensosi del solitario viaggiatore.
Chi era? Era un giovane dall'aspetto distinto e severo con i segni
del dolore impressi sulla sua pallida faccia di vent'anni. Suo padre
era un ricco possidente di campagna che si era rovinato in una falsa
speculazione. Morto in seguito alla catastrofe, aveva trascinato
nella tomba anche la moglie già malata da tempo. Era rimasto solo
nell'immensa casa che serviva prima di <sic> fattoria, già tanto
piena di movimento ed ora si <sic> muta e vuota; l'unica sua
ricchezza consisteva nel suo ingegno e nella sua completa
istruzione di agricoltore moderno.
Quella casa aveva per lui troppo dolorosi ricordi, con le sue stanze
vuote, i suoi magazzini deserti e pieni di polvere e di ragnatele.
Si decise a venderla, e quella bella mattina di primavera, sellando il
suo bel morello, l'ultimo amico che gli restava, fatto il bagaglio
delle sue poche robe, e con una sommetta che sola si era salvata al
naufragio unita a quella ricavata dalla vendita della casa; prese la
via della valle, fra il suo paese e la stazione, diretto a Genova per
imbarsi <sic> per l'Argentina.
Durante il tragitto, la bellezza del paese che l'aveva visto fanciullo,
lo commosse e il fascino della natura ridestata aveva fatto vibrare
in lui quei sentimenti di poeta e di sognatore.
Quei prati, quegli alberi, davanti ai quali era passato indifferente
ora gli sembravano tanti amici cari, che col loro stormire sommesso
sembrava che lo chiamassero per nome e gli dicessero addio. E così
sempre più fantasticando, si era illuso di far parte di loro, a loro
parlava: parlava ai cespugli, al ruscello, alla fontana, all'uccellino
che nascoso <sic> cinguettava la sua canzone, e gli sembrava di
riconoscerlo, quel cantore pennuto, e la sua voce gli suonava dolce
come quella di un domestico amico.
A poco, a poco si era lasciato penetrare dall'incanto misterioso della
musica silvestre e la corda poetica che celava in cuore vibrava note
di ebbrezza e di oblio, cullando il suo letargo pieno di sogni, che per
un istante stese un roseo velo sui suoi affanni e i suoi dolori.
Come fu svegliato, da quel suo dormiveglia, lo sappiamo, e la realtà
gli apparve più squallida. Allora in cospetto all'immenso sorriso
della natura, due lacrime silenziose, quelle che vedemmo tergersi
con la mano; gli colarono per le guance.
Seduto nel vagone era in preda a dolorosi pensieri, e non si
stancava di tener gli occhi fissi fuori del finestrino. Per distrarsi si
alzò e cominciò a passeggiare da un vagone all'altro. Qualche
militare dormiva o fumava tranquillamente, alcuni commercianti
erano occupati a leggere o a scarabocchiare note e calcoli sui
taccuini, e solamente una brigata allegra di giovinotti eleganti
rompeva la monotonia del treno veloce che metteva la malinconia
con quel suo ritmico rumore metallico. Il nostro giovane guardò
seccato quei suoi coetanei spensierati che mangiavano e
scherzavano parlando della loro gita. Passò oltre e traversò altri
compartimenti che accoglievano dei forestieri composti e assorti
nella lettura; stava per mettere il piede nel successivo riservato alle
signore <?>, ma si arrestò interdetto spalancando gli occhi avido di
vedere e di ricevere l'impressione di ciò che vedeva, restò là
sospeso col respiro trattenuto e la portiera scostata.
Il turbamento, l'ammirazione, l'angoscia dipinsero successivamente
la loro impressione sul volto del povero giovane.
Il compartimento al dilà della portiera era di 2° classe; una luce
molto mitigata dalle persiane dapprima non lasciava scorgere che
una confusione di oggetti che gradamente <sic>, che l'occhio si
accostumava a quel chiaroscuro, prendevano la forma snella e
graziosa di una donna giovane e bella vestita elegantemente. Il suo
viso veramente angelico; soffuso di una tinta rosea, era lo specchio
ove si rifletteva tutta l'immensa felicità che le rallegrava il cuore;
posseduto dal giovane elegante che le si scorgeva accanto
tenendola allacciata per la vita e mormorandole chi sa mai quali
dolci espressioni.
E ben divinamente amorose dovevano essere quelle frasi a
giudicarne l'effetto, sul visino, della sua adorabile compagna, che si
faceva di fuoco; dall'ineffabile sorriso che scopriva la sua bella
dentatura, e dagli sguardi languidi e modesti che contraccambiava
alle <sic> occhiate di fuoco e scintillanti di voluttà nelle quali il
giovane l'avvolgeva.
Ad un tratto questi, trasportato dalla passione irrompente si era
gettato in ginocchio, ai piedi della sua regina, poi le aveva
circondato il collo con le sue braccia frementi e le sue labbra ne
incontrarono altre due che avidamente desideravano quel contatto.
I due giovani nella penombra dell'appartato compartimento, soli
nella quiete pacifica di quel ridotto elegante, come in un antico
tempio di Cupidone <sic> - (l'antico Dio dell'Amore) – celebrarono
con quell'amplesso e quel bacio, l'istante della loro solitudine beata,
che segnava l'apice della loro felicità; ancor più dolce e poetica
della sfarzosa e allegra cerimonia in città fra gli amici e i parenti.
Quanta poesia, quanta armonia in quelle due figure d'innamorati
che hanno realizzato il sogno vagheggiato per tanto tempo; qual
dolcezza infinita in quello slancio giovanile di due anime gemelle,
qual musica divina i palpiti di quei due cuori posseduti l'un
dall'altro, qual delizioso e sacro suggello alla loro unione, quel bacio
ardente e casto nel quale si compendiano tanti affetti; e che, per
dire come un gentile poeta francese; “è una promessa che si
afferma un giuramento fatto più d'accosto, un secreto che prende la
bocca per orecchio, un istante d'infinito che fa il rumore di un'ape
una comunione che ha il profumo di un fiore, una maniera di
respirarsi il cuore, e di assaporarsi, un poco, a fior di labbra
l'anima. Infine un roseo apostrofo che si mette alla parola t'amo.”
<Edmond Rostand, Cyrano>
Questo adorabile quadretto vivente produsse nell'animo del nostro
povero amico quelle tre impressioni: Il turbamento di trovarsi
testimone involontario di questo dolce idillio, l'ammirazione della
squisitezza dei due protagonisti, infine l'angoscia di un doloroso
confronto provocato, da questa scena, fra lui e quella coppia felice.
Quando il dolce mormorio del bacio, colpì il suo udito, gli si velò lo
sguardo, le gambe gli tremarono, e come assalito da una
rimembranza si abbatté sopra un divano singhiozzando
sommessamente.
Perché questo confronto? Perché la disperazione che ne era
derivata?
Perché anche lui, nel suo dolce paesello, fra i castagneti e i prati
paterni, aveva incontrato la fata dei suoi sogni, perché anche lui
aveva provato l'amore con le sue ansie, le sue dolcezze e la sua
poesia: Anch'egli aveva baciato una giovane e rosea boccuccia;
aveva pur gustato la musica deliziosa della voce amata e aveva
risposto con passione con la dolce parola t'amo. Tutto questo aveva
provato il suo giovane cuore, e ora tutto il bel sogno dorato era
svanito come la nebbia al soffio del vento; non era più che un
ricordo, un doloroso ricordo che temeva di evocare.
Come tutto era finito tragicamente!
La rovina del babbo piombò come una valanga che tutto travolge e
trascina nel suo corso precipitato. La cara fanciulla che aveva
prescelto e con la quale aveva fatto tanti sogni e tanti progetti per
l'avvenire, le <sic> fu strappata da fianco dai di lei genitori che non
volevano sposarla ad uno spiantato.
Povera diletta Margherita! dal giorno della morte di suo padre, non
la rivide più, solo più tardi seppe che era morta. Morta di dolore
come sarebbe morto volentieri lui. Ma il suo crudele destino, non gli
concesse di riunirsi a lei neppure nell'etere, e lo condannò a gemere
oppresso da nuovi lutti, quello di sua madre e di un fratello perito in
guerra in lontane contrade.
Così tramontò presto la primavera della sua vita e seguì precoce
l'inverno che offuscò il suo bel sole ormai volto per sempre
all'occaso.
La sofferenza segnò col suo dito implacabile le profonde rughe sulla
sua fronte imprimendo alla <sic> sua bella faccia una straziante
espressione di amarezza che faceva maggior effetto indovinandovi
la giovinezza nel suo pieno rigoglio.
Il treno correva in riva al mare azzurro ove il sole si tuffava con
mille scintille di fuoco. Quello spettacolo sorrideva di vita e di
gaiezza, a questo si aggiunse una sonora risata della gioconda
compagnia, e un argentino scoppiettio che veniva di dietro la
portiera del compartimento di 2a classe. Tutto l'insieme che
sorrideva, uomini o cose sembrava che si burlassero di lui e del suo
dolore, e lo comprendeva e ne riconosceva il contrasto crudele.
Tutto era per lui beffardo e motteggiatore, anche il mare turchino,
la terra, il celo <sic>, la coppia felice degli sposi novelli.
Tutto! L'universo intero!
Lettera ad un amico

Firenze, 22/V/1913

Caro Luigi,

Già t'annunziai nella mia ultima che avevo intenzione di prender


parte al primo concorso, che fosse bandito a posti di aiuto applicato
nelle ferrovie; mi sembra anzi averti scritto che avevo cominciato a
prendere disposizioni in merito; riguardo, tanto ai documenti
necessari, quanto alla preparazione d'esame.
Il concorso ha già avuto luogo e son uscito idoneo, con un resultato
assai soddisfacente essendo classificato il decimo sugli ottanta
candidati messi in graduatoria.
Non puoi credere quale la mia contentezza e quella dei miei parenti,
di esser giunto a iniziare la carriera da percorrere d'ora in avanti,
con la speranza di poter consolidarmi nella sicura posizione che mi
si offre.
Siamo tutti destinati al servizio di stazione, e so che dovrò lasciare
Firenze. Credi caro Luigi, questo è il primo passo amaro della mia
vita, lasciare la famiglia, la città natale, per un paese od un'altra
città ove bisognerà vivere in una casa che non è la mia fra gente
che mi sarà sconosciuta; sarò solo, isolato, responsabile di me
stesso, dovrò avere cervello per quattro e pensiero per tutte quelle
cosette a cui fino ad ora provvedeva la mamma.
Bisognerà dimenticare la buona compagnia degli amici della prima
giovinezza, le dolci abitudini domestiche; la Domenica dovrò andar
solo a passeggio mentre fin'ora, le mie sorelle, hanno occupato
quasi tutti i miei giorni festivi che si passavano riunendoci insieme.
Insomma dovrò dire addio a tutte quelle piccolezze quei nunnulla
<sic>, che ci sembrano davvero un nulla, finché ne godiamo e li
possediamo, ma di cui sentiamo l'importanza soltanto quando ne
siamo privi, e quanto vuoto ci lasciano nel cuore. Ma! Coraggio e
avanti, bisogna pure uniformarsi all'esigenza del momento, e
affrontare il destino con fronte serena; del resto queste prime
contrarietà questi primi dispiaceri, sono quelli che temprano il
carattere e formano l'uomo dal giovinetto spensierato di un tempo.
Cercherò dunque con tutte le forze della mia volontà di approfittare
dell'occasione.
Come dicevo dovrò andare in una stazione, ove nel primo anno
apprenderò la telegrafia e la gestione biglietti, e nei due anni
successivi la gestione bagagli e merci. Dopo questo triennio di
noviziato, dovrò sostenere un nuovo esame per prendere la nomina
di applicato ed entrare a ruolo. Questo esame bisogna superarlo
alla prima sotto pena di essere espulsi dall'amministrazione.
Immaginerai se farò il possibile per mettermi in grado di riuscire,
tanto più che tal cosa, non richiede che delle buona volontà, a
quanto mi è stato detto da mio padre e mio zio tutti e due agenti
ferroviari.
Quando avrò conquistato la qualifica di applicato e il mio posto
stabile, potrò allora fare dei passi per tornare a Firenze.
Attendo di giorno in giorno l'annunzio della destinazione e l'avviso
di partenza; nel frattempo mi occupo a preparare il mio bagaglio
aiutato dalle mie sorelle che sono da una settimana in faccende per
me, e dalla mamma, che mentre piega e stira la mia biancheria
lascia andare di tratto in tratto dei lunghi sospiri che mi turbano e
mi mettono addosso una tal malinconia che scancella perfino la
gran gioia di aver vinto il concorso. Anche il babbo pover'uomo, mi
consacra tutte le sue ore di libertà, dandomi consigli e avvertimenti
ai quali fa eco la voce tremante della mamma. Queste scene mi
dimostrano quanta sia l'affezione che mi portano, e come grande
l'inquietudine di vedermi lanciato nella vita senza altro sostegno
che me stesso. Io faccio il forte, ma sono invaso mio malgrado dal
cattivo umore e pavento il momento della partenza perché
certamente dovrò piangere come un bambino.
Quanto mi pento, ora, dei piccoli dispiaceri e dell'indifferenza con i
quali ho spesso, bisogna pur che lo confessi, contraccambiato tutta
la serie continua di cure e di affetto immutabili di cui sono stato
l'oggetto! Purtroppo è sempre al momento di perderle, anche
momentaneamente, che si apprezzano le cose e le persone care.
Ora è venuto il tempo, di agire con serietà da uomo, e credi caro
Luigi, farò tutto quello che dipenderà da me per far felici, con la mia
stessa felicità i miei genitori.
Ti lascio, perché devo mettere a sesto <sic> i miei libri e la mia
cancelleria, inviandoti un bacio e mille saluti che vorrai partecipare
anche ai tuoi familiari.

Credimi sempre tuo


caro amico
Alessandro
Lo sgombero di una famiglia povera

In uno dei più popolari e poveri quartieri della vecchia Firenze, fui
casuale testimone di una scena degna di nota, che mi costrinse a
fare una sequela di riflessioni dolorose, sulla cupa miseria e la
profonda indigenza che incombe sulla maggior parte della nostra
classe operaia.
Questa scena che mi ha tanto impressionato, è uno sgombero, cosa
banale apparentemente e che di solito, da <sic> luogo a dei curiosi
incidenti; ma questa volta, non si trattava di uno di questi
sgomberi; che come dice il nostro <nome illeggibile>, sono il
carnevale della mobilia; ma era la triste e fosca mostra,
dell'interiore dolorante di una famiglia avvinta e succhiata dal
crudele vampiro che si chiama – Miseria … L'orologio di Palazzo
Vecchio aveva suonato da poco le sette pomeridiane di una fredda
e piovigginosa giornata di novembre; quando io con passo
frettoloso m'ingolfavo, per far più presto, in quel dedalo di
straducce e di vicoli che si trova il Palazzo della Signoria, e va da S.
Firenze fino quasi al Lungarno delle Grazie.
Percorrevo un'angusta via ottusa e scura, a causa dell'ora tarda e
dell'altezza delle case antiche i cui tetti si perdevano nel buio e
nella caligine di quella brutta serata.
Camminavo celermente per uscire al più presto da quel luogo ove il
respiro mi veniva meno e mi riempiva di una vaga tristezza; ma
quasi ad ogni passo minacciavo di cadere sopra quel lastrico viscido
e sdrucciolevole. La calma era perfetta, poiché quelle nere bicocche
<cancellato e sostituito a lapis con “casucce”> sembravano
disabitate, da quanto erano mute e silenziose; ma ad un tratto
quella pace sepolcrale fu rotta da un fracasso che somigliava a
quello di casse vuote lasciate cadere dall'alto, misto allo strucinio
<gergo fiorentino> di oggetti fragili, poi da questo rumore emerse
un grido straziante seguito da un pianto di bambini che solo si
prolungò nel silenzio generale.
Pensai che qualcuno avesse bisogno di aiuto, staccai la corsa e
giunsi all'angolo che faceva la strada con un vicolo trasversale; vi
gettai lo sguardo ansioso di scoprire la causa del rumore e del
grido. Il gruppo indistinto che si offerse ai miei sguardi era proprio
degno di pietà. La prima cosa che si staccò dal fondo scuro del
quadro furono due poveri bambini che dovevano essere gemelli, di
forse cinque anni, sterili come due pianticelle mal nutrite e
trascurate; questi due piccini erano invasi dal terrore e chiamavano
disperatamente mamma! guardando e accennandomi un mucchio di
vecchie materasse scucite che lasciavano sfuggire il ripieno, di
mobili sgangherati che parte giacevano sul lastrico parte erano
ancora sopra una carretta semirovesciata dalla rottura di una ruota.
Con un rapido colpo d'occhio mi resi conto dell'accaduto, mi slanciai
sopra un armadio antico <cancellato e sostituito a lapis con
“vecchio”> e sconnesso che era rotolato rovesciando la disgraziata
conduttrice del barroccio.
Con l'aiuto di un passante sollevai il mobile e alzai la povera donna
che fortunatamente se l'era cavata con poco.
Appena in piedi si dette a frugolare fra le sue robe cercando di
rimettere un po' d'ordine, ma qual fu la sua desolazione quando
ebbe constatato i danni della malaugurata caduta! L'armadio
ruzzolando si era aperto, lasciando sfuggire qualche capo di
biancheria che s'era tutto imbrattato di fango, ad una tavoluccia si
era troncato un piede e una vetrina già in cattivo stato ebbe rotti i
vetri, di più i pochi oggetti di stoviglieria, uscendo da una cassa
senza coperchio erano andati a frantumarsi sul lastrico. Non un
capo del misero mobilio era rimasto illeso, tutto era o rotto o
guastato.
La vista di tanta rovina strappo <sic> di fondo alle viscere della
disgraziata un grido straziante, che ebbe un eco <sic> doloroso nel
mio cuore e che mi sembra sentirmelo ancora riperquotersi <sic>
nei timpani. Si sciolse in lacrime, che versava in copia sulle bionde
testoline dei due piccini che piangevano vedendola piangere. Non
m'era possibile trovare una parola di conforto a quella grande
sventura, che certo, doveva nascondersi sotto quel tragico
sgombero, e muto ne ascoltai la storia, che nello slancio della
disperazione mi narrò: rotta dai singulti e da una tosse
intermittente che vi aggiungeva maggiore squallore se ciò era
possibile.
Aveva il marito, operaio, malato da mesi e all'Ospedale; rimasta
sola con i piccoli figlioli, si era strapazzata con un lavoro faticoso
che pur occupandola dall'alba al crepuscolo non le dava che un
magrissimo guadagno insufficiente ai loro bisogni <le ultime tre
parole sono cancellate a lapis blu>. Il male di nuovo bussò alla loro
porta e la povera madre <le ultime quattro parole sono aggiunte a
lapis> dové starsene in letto lunghe settimane tormentata dalla
tosse che ancora non l'aveva lasciata, e dalla passione dei poveri
fanciulli. Sarebbe lei morta della malattia e loro di fame senza il
pietoso soccorso di una famiglia di operai amici che fecero molto,
molto più che non potessero.
Finalmente poté alzarsi ma il lavoro non c'era più, e il bisogno e la
fame di giorno in giorno sempre maggiormente li stringeva nel suo
pugno di ferro. L'epoca della pigione intanto era giunta, e lo spettro
nero del padron di casa, sotto forma di un ebreo arcigno e di
marmo, si era drizzato minaccioso innanzi ai tre derelitti, ma nulla
era valso a commuoverlo, né i pianti, né le preghiere, neppure la
loro reale e manifesta povertà; tutto ciò anzi non riuscì altro che a
farlo montare in furia, e con piglio minaccioso gl'ingiunse <sic> di
sgomberare nella giornata sotto pena di ricorrere agli usceri <sic>
Arrivata a questo punto della sua dolorosa epopea, la voce
dell'infelice si fece sì rauca e cupa, che le parole che disse mi son
rimaste come impresse a fuoco nella mente e nel cuore, e mi fecero
comprendere quanto immenso doveva essere lo strazio di vedersi
cacciata, come una cagna con i cagnotti, nel fango della via, nel
cuore della brutta stagione senza pane né speranza. Avevano una
forza sì tragica, e un accento così strano quelle ultime frasi che
meritano di essere trascritte tal quali le ho intese:
…. si fosse trattato di me sola! - ella diceva – ma sono questi –
(accennava i due bambini) – che mi mettono alla tortura, a loro
bisogna un po' di fuoco e un po' di nutrimento … o gran Dio perché
me lo neghi? E così dicendo lanciava nello spazio un gesto
furibondo di minaccia.
Sono stata fuori di me a forza di pensare e di torturarmi la mente
per trovare una via di uscita, ma invano, tutte per me erano
sbarrate non mi restava più che prendere ciò che, quel Dio che
dicono, mi mandava. Il tempo fuggiva e mi son ben dovuta
decidere, a notte in ogni modo bisognava lasciare la nostra
stanzaccia, un vecchio magazzino, e gettarsi sul lastrico col freddo
addosso e la disperazione in cuore, gettarsi nel vano di una porta o
sulla panchina di una piazza oppure … (e qui mise nella voce una
nota sì lugubre e disperata che mi fece rabbrividire) Ma sì m'era
venuta la brutta idea di por fine alla mia vita insieme a questi due
innocenti, nel fondo dell'Arno sotto il Ponte alle Grazie, e Dio solo
sa se avrei avuto il sangue freddo di farlo; ma la fatalità (non osava
dire la fortuna) mi ha porto proprio in tempo una mano per
sottrarmi al mio disegno. Uno stalliere di via dell'Acqua si è offerto
di darmi un cantuccio della sua rimessa per ricovero momentaneo.
Ho accettato, ho dovuto accettare, però penso quanto derisorio sia
questo soccorso, che questo Dio che c'insegnano a venerare, mi
porgeva e quanto potrò durare a vivere insieme ai cavalli e carri.
Lo stalliere le aveva prestato quella carretta, e quando la
disgraziata stava per giungere a quest'altra stazione del suo
doloroso Calvario, così come a Cristo, il primo uomo che portò nel
mondo il soffio dell'uguaglianza, quella tragica caduta, compì lo
sfacelo della sua sventurata famiglia.
Terminata la sua storia lacrimevole si chiuse nel silenzio e come un
atoma <sic> si dette attorno a raccogliere i frantumi del suo
focolare divelto e infranto dal turbine delle tristi vicende umane.
(Quest'accidente era l'ultimo colpo di scena di una delle tante
tragedie domestiche-sociali che tutti i giorni in tutti i paesi vengono
rappresentate nel fosco palcoscenico della civiltà.
Ho avuto campo ed agio di riflettere quale deve essere la
condizione di un'immensità di esseri umani reietti e diseredati dalla
fortuna e oppressi soprappiù dall'altra moltitudine di favoriti, che
non si degnano abbassare i loro occhi per vedere cosa calpestano;
oppure non osano farlo nel timore di commuoversi e rivoltarsi alla
vista della poltiglia umana gemente sotto il peso della loro potenza
e della loro ricchezza, da essi acquistata, che come un'immensa
macina tale li riduce.
Poveri infelici, condannati dai propri simili, al lavoro senza tregua e
senza compenso proporzionato, alla miseria e all'ignoranza!
In una sola parola, il tragico gruppo, che abbiamo intravisto
nell'ombra; della carretta rovesciata, delle suppellettili sparse e
infrante, della madre desolata, dei bimbi derelitti morenti di fame e
di freddo, del padre inerme e infermo all'Ospedale, il tutto
avviluppato nell'oscurità caliginosa della notte invernale e limitato
dalle alte e mute facciate delle antiche case, le quali come per
ironia aprono in faccia a quei disgraziati le finestre e le porte che
pertanto rimangono chiuse per loro, non è la vera, viva e palpitante
incarnazione della grande massa popolare stratta <sic> dai
pregiudizi dalle superstizioni come da una tanaglia frutto
dell'ignoranza impostagli <sic> dalla società opprimente e
sfruttatrice?)
A egregie cose l'animo accendono l'urne dei forti
<Ugo Foscolo, Dei sepolcri)

Cerchiamo nelle tombe la regola della vita. La venerazione dei morti


è una religione il cui culto è un dovere per ogni uomo, e questa
consiste nel tenerseli vivi nel cuore e nella mente.
L'atavismo <concetto evoluzionistico> per legge psicologica,
comunica e riflette nel nipote l'anima dell'avo, ma questo atavismo
non sempre trasmette direttamente, ma quasi sempre ad un
intervallo di qualche generazione, con i difetti e vizi che sono
inevitabili.
L'atavismo è la prova naturale, dell'influenza che hanno coloro che
non son più su coloro che sono; è simile ad una gemma vegetale, e
come questa deve essere accuratamente innestato con un
germoglio muovo, fresco e sano; senza di che, come quella
crescerebbe sterile, mal nutrito dalla vecchia linfa un po' corrotta.
Questo riflesso che ognuno di noi ha nell'anima, di un antenato che
forse abbiamo mai conosciuto deve essere ravvivato modificato e
corretto, nelle sue parti difettose, procurando di aggiungervi anche,
nuovi fasci di luce purificatrice.
Ma come fare questo?
Con l'educazione morale e l'istruzione, le quali oggi hanno
raggiunto un bel grado di progresso verso la perfezione.
Come hanno potuto migliorarsi in tal guisa?
Gettando le loro fondamenta, sulle dottrine degli antichi filosofi
greci e romani. Attingendo esperienza, saggezza, verità di principi,
là sulla via Appia, nell'Antica Roma, presso i tumuli, di Virgilio, di
Cesare, dei Gracchi e del savio Seneca; fra le rovine della gentile
Atene ove sorgono ogni notte per chi sa guardare, le ombre
immortali di Eschilo, di Socrate, e di Omero, ove quella del Grande
Leonida con i suoi trecento Spartani, stanno vagando altere,
insegnandoci il sacrificio e l'amore per la patria. E' da queste urne
sacrosante che è traspirato il soffio benefico, di pensieri e di azioni,
che sfidando i secoli ha tracciato il sentiero alle generazioni e lo
traccerà a quelle future, riservate al trionfo e alla perfezione. E'
questo soffio, che noi uomini del secolo ventesimo, dobbiamo
respirare, imbevercene come di un balsamo; ci renderà più forti,
più validi alle lotte che dobbiamo combattere.
Immaginiamo che tutto questo passato, morto materialmente ma
non moralmente, fosse da una potenza soprannaturale cancellato
dalla mente dei contemporanei; cosa succederebbe? Una grande
evoluzione retrograda, che ricondurrebbe l'umanità allo stato delle
epoche preistoriche; perché il genio umano e l'intelligenza, hanno
progredito lentamente in principio, quando le menti primitive
dovevano lavorare sole senza potersi inspirare nel lavoro di quelle
anteriori, col solo aiuto della natura e dell'istinto. Mano a mano gli
uomini si sono serviti di ciò che servì a quelli avanti, studiandovi
sopra per impulso naturale e per istinto di osservazione; sono giunti
al risveglio dell'intelligenza che ha portato gradatamente delle
modificazioni, tramandate di secolo in secolo sempre più perfette
fino ad oggi.
Con questo è chiaro che il passato non si può distruggere, ma
solamente modificare, migliorare, tagliando i suoi rami putridi e
curando i buoni.
Nel mondo due ordini diversi d'idee esercitano da secoli, due
influenze differenti sugli uomini e gli ha <sic> divisi in due fazioni
delle quali, una la più grande è stata sopraffatta dalla più piccola
più potente.
Questa classe opprimente è governata da principi di superiorità e
intese e intende asservire l'altra, non con la forza che sarebbe
impossibile essendo più piccola, ma con l'astuzia, la perfidia e la
superstizione; con questo mezzo riuscì a mettere le catene ai
fratelli, i quali però benché gementi nell'ignoranza hanno capito la
violenza e l'abuso di cui sono stati vittime ed hanno reagito e si
sono ribellati.
La lotta che ne resultò dura anche ai nostri giorni sempre aspra e
accanita; e per giungere al trionfo bisogna conoscere il passato,
bisogna nuovamente ricorrere al consiglio dei grandi apostoli
dell'uguaglianza della libertà e della fratellanza. Nuovamente
occorre inspirarci da codeste larve antiche conoscere la loro opera,
le battaglie di cui sono stati promotori e duci immortali. Tutta
questa storia bisogna che ci sia nota dal primo di quest'invitti
cospiratori contro la tirannide, che ebbe fama immensa ed un
successo inaudito con migliaia di seguaci e di emuli (questo primo
rivoluzionario è Gesù Cristo).
Purtroppo questo rinnovatore col suo splendido trionfo, mise in
guardia i nemici, i quali con perfidia infernale riuscirono ad
arrestarlo per mezzo di un traditore, lo uccisero e avvilupparono la
sua memoria, con bugie, false leggende soprannaturali, lo
presentarono in una luce, di falsa divinità equivoca, all'ingenua
umanità di quel tempo, che piegò al fascino malefico, nuovamente
vinta dal terrore superstizioso che li <sic> rigettò nella polvere ai
piedi dei malvagi e potenti impostori.
Non si accorsero i miserabili che le Dottrine del loro Maestro erano
state alterate, che il vangelo come lo chiamavano, era stato
trasformato in un codice infame di ignobili leggi che servirono alla
loro condanna. Non si accorsero che l'avversario li aveva giuocati,
traendo a suo profitto una idea usata per il suo danno.
Vorrei ora domandare ai signori futuristi (che si vantano di aborrire
le superstizioni e i pregiudizi) come farebbero con la loro dottrina,
nuova di zecca, a falciare queste male erbe? Essi mi
risponderebbero subito: Facendo tavola rasa del passato. Ma io
farei loro osservare che non sono punto della loro opinione, ma
sono invece del parere di Victor Hugo (come vedete cari Sigg.
futuristi, mi rivolgo ad una grande anima, che vive ancora, ad un
cuore generoso ed appassionato che non palpita più, mi rivolgo
nuovamente al mondo dei morti che tanto disprezzate). Victor Hugo
diceva così:
“Veneriamo il passato a condizione che acconsenta ad esser morto”.
Con questo si rivolgeva solamente ad una parte del passato, a
quella tenebrosa, che è la più ostinata a voler vivere ancora in
pieno secolo ventesimo.
La tua opera è finita, bisogna dirle, se pure una volta puoi essere
stata utile agli uomini quando erano primitivi e selvaggi, ora non ti
resta che chiuderti nell'avello il quale aperto ammorba l'umanità e
disfà quello che forse avrai potuto fare.
Per mettere in fuga questo lurido fantasma (le idee sociali basate
sulla religione che governavano l'umanità e che vorrebbero ancora
governarla) dei tempi andati che si vuole imporre come una cosa
viva; bisogna studiare l'influenza che ha esercitato quando era nel
possesso delle sue facoltà vitali, per questo ritornare al sempiterno
passato e da questo studio resulta:
che ha potuto istruire, portare un certo grado di civiltà, ma civiltà
effimera, perché basata sull'asservimento dei simili, ai quali non
s'impartiva l'istruzione per timore di risvegliare le loro intelligenze
assopite per tenerle meglio salde nelle catene morali fatte
d'ignoranza e di pregiudizi d'ogni sorta.
Anche in questo bassofondo, ove hanno brulicato come vermi,
milioni e milioni di uomini, anche in questa poltiglia sono sorti,
malgrado tutto, degli astri risplendenti che hanno reagito contro il
dominio delle tenebre.
Ma come hanno fatto poiché il pane della scienza veniva loro
rifiutato?
Hanno penetrato i segreti i dogmi della setta a loro opposta,
associandovisi, per poi dichiarare e divulgare ai fratelli tutta la
putredine che hanno trovato la <sic> dentro. Sono stati martiri,
vittime del pensiero e dell'audacia, ma il loro sangue fu fecondo di
continuatori che dettero inizio all'aspra lotta fra la verità e
l'impostura, la luce <vera cancellato> e <la luce falsa cancellato>
le tenebre.
Dunque invochiamo i grandi scomparsi, che tanto lottarono contro
l'inafferrabile spettro con tutti i mezzi: l'arte, la scienza, le lettere,
la filosofia. Traiamo coraggio per continuare, dai successi che essi
hanno riportato sull'inimico. Coltivando le loro scenze <sic>
giungeremo alla vittoria completa, senza violenza, senza aver l'aria
di distruggere, poiche <sic> si tratta semplicemente di dissipare
una falsa credenza, divenuta ormai per la maggior parte dei suoi
seguaci, un dubbio, un'incertezza; e per questo basta solamente
l'evidenza della verità, come l'aurora basta a fugare il notturno
pipistrello.
Bisogna fortificarsi, cingere la nostra idea con una corona
scintillante di gemme, le più fulgide del progresso, e non le
troveremo che nei sepolcri dei nostri grandi predecessori.
Invochiamo l'Arnaldo <da Brescia, riformatore religioso e martire –
vissuto tra il secolo xi e il xii>, il Bruno, imitiamo e studiamo le loro
azioni, meditiamo sulla loro morte ignominiosa, e vedremo che se
le loro spoglie sono state consumate dal fuoco, i loro principi hanno
<sic> sussistito e anche oggi dopo molte centinaia di anni eccitano
alla riscossa. Glorifichiamo il grande Galileo che con la sua lente
scrutò il gran dominio celeste, a dispetto di coloro che lo volevano
pieno di mistero e campo delle loro baggianate. Fu lui che rinfacciò
agl'inquisitori del Santo Ufficio l'immobilità della terra, la sua
negata rotondità e i movimenti del Sole e con la sua Scienza lo
provò, ma siccome i depositari onorevoli del nome di Cristo,
sapevano che ammettendo tutto ciò andava in dissoluzione una
bella filza delle loro fandonie, lo negarono e lo condannarono alla
tortura più atroce che lo rese cieco, sempre nel S.S, nome di Dio.
Un altro grande però come per provare ciò che Galileo affermava un
giorno partì su tre navicelle la Nina, la Pinta, e la S. Maria, girò
intorno al mondo scoprendo nuovi continenti tornando al punto di
partenza dalla parte opposta <errore>. Tutti sanno chi fu e chi
furono i suoi seguaci: Vespucci, Magellano ed altri. Con questi e
molti argomenti evidenti, già molte fortezze nemiche sono state
smantellate, mettendolo <”l'inafferrabile spettro” di cui sopra> in
fuga dietro gli ultimi bastioni da dove ancora oppone un'accanita
resistenza.
Onoriamo e seguiamo le orme di altri morti recenti, modernissimi
martiri, che perirono appunto sfidando l'azzurro con ali più rapide di
quelle dell'aquila, provando che non è fatto solamente per i serafini.
Da questa folla di forti ereditiamo, lo sdegno, il disgusto, la
ribellione al giogo odioso della menzogna. Evochiamo nuovamente
Victor Hugo con la sua retta filosofia resa grata dalla maniera
poetica e avvincente, con i drammatici capitoli dei suoi Immortali
Miserabili; nei quali basta leggere le pagine, ove chiama lebbra
schifosa il monachesimo e la claustrazione, per rendersi conto di
quanto questo grand'uomo odiasse le vecchie e false tradizioni che
hanno avviluppato ed oscurato il gran sole di verità e di redenzione
che sorse in Palestina.
Confronti

25 Giugno 1916

Ero stanco, sporco di polvere e di sudore, anche un po'


demoralizzato.
Dopo l'offensiva austriaca avevo lasciato la mia vecchia compagnia
ormai ridotta a 60 uomini dopo il disastro di S.Osvaldo ed ero
passato di mia volontà alla compagnia esploratori.
Proprio questo giorno la mia nuova compagnia si trovava in marcia
verso le posizioni di M. Lefre l'occhio nostro della Valsugana. Ero
triste o per meglio dire non avevo nessun pensiero ben
determinato, camminavo lentamente dietro al mio compagno curvo
sotto il peso dello zaino e dei tanti oggetti di cui è carico il soldato
che va in trincea. Camminavo silenzioso per l'erto sentiero
ascoltando con una specie di tenerezza il suono flebile e triste della
cornamusa di un camerata. Già da 10 giorni ero esploratore e
guardavo quasi con terrore la stella nera a sei punte cucita sul
braccio sinistro, (era il distintivo nostro) non per me ma per i miei
cari ai quali non avevo osato ancora comunicare il mio passaggio.
Ero sicuro di far loro dispiacere, perché la parola “esploratore” fa
fremere credo anche un profano, avessero saputo poi che tutti
chiamavano la nostra centuria “compagnia della morte”!
Che m' importava di morire cosa importava ai miei compagni?
Eravamo tutti fiorentini quasi tutti i volontari dell'84° e ci eravamo
riuniti ci amavamo più che come fratelli. Ormai 12 lunghi mesi di
disagi di pericoli ci aveva accomunati come membri di una famiglia,
e non ci preoccupava più la prospettiva d'imprese pazze ove su 100
probabilità 99 sono di lasciarci la pelle – Un miraggio solo era
bastato ad attirarci, il miraggio di non rimanere in trincea
continuamente. Quella vita maledetta di talpa l'abominavamo tutti,
quel dover star nascosti ci ripugnava altamente; mai in 12 mesi
avevamo potuto adattarci ad attendere coricati nel fango di quelle
fosse putride. E' tanto bello il sole è tanto immensa grandiosa la
montagna la valle con i suoi dirupi la selva, i torrenti muggenti
<sic>. Che importava a noi che là fra quei dirupi vegliassero celati
occhi acuti di nemici con l'arme alla feritoia – Questo si disprezzava
e volentieri affrontavamo a cielo scoperto alla luce del sole
schiaffeggiati dal vento e magari dalla tormenta ogni pericolo
nascosto ogni insidia tesa ai temerari.
Ogni giorno forse saremmo usciti dalla linea a frugare il terreno, a
scoprire la linea avversaria per assumerne informazioni per
molestare magari il nemico stesso e per ritirarci a riferire al
comando <ciò fanno gli “esploratori”>. Ma poi il plotone sarebbe
rientrato non nella trincea maledetta ma un po' indietro, non molto
ve', ma insomma in qualche malga abbandonata in qualche
casolare deserto e là avrebbe goduto un riposo relativo ma un
riposo di un giorno o due. Questo era bello questo ci aveva sedotti
e ci faceva dimenticare che ogni volta che tornavamo, o dal taglio
di un reticolato o dal brillamento di tubi esplosivi, sempre qualcuno
mancava all'appello anzi una volta di 30 tornammo in 16 e fu
davanti a Scurelle, delizioso villaggio di Valsugana ora arso e
distrutto dalla rabbia nemica, fu una mitragliatrice sola ben celata
che stese al suolo i compagni e ci mise in fuga terrorizzati senza
neppur aver il tempo di <illeggibile> l'appostamento fatale.
Io dunque riflettevo, marciando, a tutto questo e vagheggiavo quei
riposi quelle soste vicino al fuoco fumando le sigarette, la pipa a
volte pensavo che avrei avuto più comodità per scrivere a casa e in
fondo mi sentivo contento.
Finalmente giungemmo deponemmo gli zaini e ci lasciammo cadere
… come corpo morto cade. Passò quel giorno ed attendemmo di
esser guidati alla malga deserta al casolare disabitato, ma non c'era
che abeti intorno, abeti abeti e abeti, la sera era venuta il freddo
cominciava a penetrarci nell'ossa rotte dalla stanchezza e il
comandante ci disse: Ragazzi bisogna star qui sotto questo bosco
domani vi daremo i teli e farete le tende. Questo voleva dire che
per quella notte bisognava dormire all'addiaccio – Non un lamento
non una protesta <illeggibile> alla mano ogniuno <sic> si pose a
spianarsi il terreno a farsi una cuccetta di frasche odorose di abete;
dopo un quarto d'ora tutti i cento fanti esploratori eran coricati a
terra avvolti nelle coperte da campo le teste stanche posate sullo
zaino fedele abbracciando come un fratello il fucile sempre carico.
Era uno spettacolo strano e io lo osservai perché mi ricordo che le
prime due ore dovetti montare di guardia al bivacco, e con l'elmetto
in testa la baionetta <oggetti che il sottoscritto nipote e curatore
possiede ancora> inastata gironzolavo intorno guardando
osservando. Meno male il tempo era bello le stelle occhieggiavano
vivide nel cielo e ci guardavano sorridendo, ci guardavano
incoraggiandoci, io guardai loro alla mia volta fissai la bianca luna
pensando che forse le mie sorelline la guardavano anche e provavo
un conforto un benessere. Finalmente venne il cambio ed io pure mi
coricai nella mia buchetta profumata di frasche di abete e mi
addormentai profondamente.
26 Giugno 1916 – Mi svegliai, sentii le ossa rotte, ero più stanco
della sera mi sentivo compenetrato di un torpore umido e pure non
avevo coraggio di aprire gli occhi di sollevare la mantella che mi
copriva la testa, avrei voluto che fosse notte ancora avrei voluto
dormire avrei desiderato di esser morto. Finalmente sentii
chiamarmi forte, era la voce del Tenente Merlin; mi alzai di scatto,
mi affibbiai le giberne misi l'elmetto e corsi dal mio comandante. La
notte era piovuto e quel torpore quel dolore all'ossa era l'umido
assorbito il sudore raffreddato, pure mi scossi non ascoltai più
nulla all'infuori degli ordini del mio comandante. Ero soldato allora
<Sandrino sarebbe poi divenuto sotto tenente>, ma comandavo
una squadra, 16 uomini; in un batter d'occhio li svegliai tutti,
distribuii loro il caffè fumante che era giunto allora, poi dopo cinque
minuti ci trovammo pronti con altre due squadre per la partenza:
mantella arrotolata a tracolla tascapane pieno di bombe e cartucce
elmetto occhiali e maschera e partimmo col tenente in testa la mia
squadra la prima.
In una esplorazione lunga faticosa giungemmo sotto i reticolati di
Castelnuovo e rimanemmo là a terra stesi osservando spiando
celati in un vigneto. Rientriamo dopo due giorni stanchi finiti con
cinque feriti e uno ne lasciammo nel cimitero di Strigno.

25 Giugno 1917.

Son passati 365 giorni molte cose son cambiate intorno a me e


dentro di me. Non più il piccolo soldatino, ma ufficiale già ferito già
guarito già tornato a reggimento. Sono al deposito, conduco una
vita noiosa monotona, da un mese che son tornato da casa. Come
son cambiato in un anno, ma che <sic> in un anno in due mesi:
quella ferita che maledii sul campo che mi ha fatto soffrir tanto oggi
la benedico perché mi ha fatto provar la vita la vita vera palpitante,
mi ha insegnato l'amore.
Sempre sempre in questi due lunghi anni di guerra ho pensato
tante volte ai placidi giorni della mia fanciullezza agli amici cari che
le furono compagni, e tu Nella sempre ho ricordato con piacere
anche con tenerezza perché già ti avevo amato benché non lo
avessi saputo benché infantilmente. Benedetta quella pallottola che
mi ha guidato a te che pure mi hai sempre voluto bene che mi hai
riveduto volentieri e mi hai poi amato tanto tanto tanto. Oggi pure
come un anno fa, sono in marcia, ma non stanco perché sono in
treno, non sporco perché vengo da una città non demoralizzato
perché vengo a te Vita mia, vengo a prendere nelle tue braccia il
suggello di un amore grande puro sconfinato che mi è tanto più
dolce più soave più divino perché viene dopo tante bufere dopo
tante procelle.

26 Giugno 1917

Quando mi svegliai ero a casa mia ove ero giunto tre ore prima.
Nessuno mi aspettava ero arrivato improvvisamente senza dir
nulla.
Come ero contento, avevo il cuore esultante assaporavo quella
gioia estrema con una voluttà, una voluttà indescrivibile.
Che differenza dal 26 Giugno dell'anno avanti, a quest'ora ero fuori
in esplorazione mentre ora vestito in borghese me ne uscivo di casa
per andare dove?
Chi sa dove; dove il cuore mi portava, ed io mi lasciavo condurre da
lui.
Giunsi, giunsi finalmente in quella piazza tanto sognata, vidi quelle
finestre tanto amate e vidi una bianca figura che riconobbi che non
poteva riconoscermi <corsivo del curatore>. Salii quelle scale a me
tanto familiari; e all'ultima scala dovetti fermarmi, l'emozione mi
serrava la gola mi faceva piegare le gambe. Un nome solo dissi –
Nella mia, un moto solo feci, me la serrai sul petto e ricevetti e
detti, un bacio; il primo, lungo lungo soave divino che lo sento
ancora e sempre lo sentirò.
La salimmo insieme quell'ultima scala abbracciati, uniti; ormai uno
solo eravamo quel bacio quell'amplesso ci avevano fusi.
Quanto, quanto, avevo sospirato quell'istante divino, quel luminoso
momento. Quanti sospiri di desiderio di amore, di passione.
Finalmente i miei i tuoi <illeggibile> che ormai quasi disperavamo
di vedere esaudito <sic>, lo erano improvvisamente quando meno
ce lo aspettavamo. E che giorni furono i seguenti che giorni felici
radiosi indimenticabili. Quei giorni li benedico perché mi daranno la
forza il coraggio di passarne tanti altri tristi, lontano da te che
ormai sei tutta la mia vita, tutto il mio bene.
Se l'amore non esistesse a cosa sarebbe rivolta la vita? Sarebbe
rivolta al solissimo strisciare di vermi sulla terra. E l'uomo cosa
sarebbe? Un bruto qualunque animato solo dai suoi bisogni di
animale con i suoi ciechi istinti.
E' qui la differenza che passa tra l'uomo e la bestia.
Per la bestia l'amore è una cosa puramente naturale è una funzione
imposta dalle leggi della natura, e ci si assoggetta
inconscentemente <sic> ciecamente, disordinatamente senza
saperne lo scopo il fine. L'uomo, invece; ma intendiamoci; l'uomo
che è degno di chiamarsi tale; non uno qualunque preso a caso
nella massa che ne conta tanti tanti più bruti più bestie delle stesse
bestie, perché intendono come esse l'amore, pur avendo la
coscienza la ragione quella scintilla divina che manca ad esse.
L'uomo, dunque, che sente col cuore soprattutto, e per subordinare
i suoi naturali istinti alle leggi sempre naturali della morale prova
l'amore in un modo divino, è per lui il maggior bene che la vita gli
possa offrire, è il massimo della felicità. Quale è lo scopo unico al
quale un uomo deve tendere con i suoi sforzi con tutte le sue
energie? A rendersi migliore a fare sempre una nuova tappa sulla
via della perfezione, e siccome la vita di un uomo è troppo breve,
ristretta per compiere la sua <opera> migliore deve prolungarla e
insieme <deve prolungare> la sua opera nei suoi figli che sono la
continuazione naturale divina che l'amore gli offre <il testo si ferma
qui>