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N.

13

Collana diretta da Claudio Bonvecchio e Pierre Dalla


Vigna

COMITATO SCIENTIFICO
Paolo Bellini (Università “Insubria”, Varese)
Claudio Bonvecchio (Università “Insubria”, Varese)
Pierre Dalla Vigna (Università “Insubria”, Varese)
Giuliana Parotto (Università degli Studi di Trieste)
Jean-Jacques Wunenburger (Université Jean-Moulin
Lyon 3)
CARMELO MUSCATO

LǁENIGMA DELLA SCELTA


Un approccio cognitivo e
ÀlosoÀco-politico
Prefazione di
Armando Plebe

MIMESIS
Il caffè dei ÀlosoÀ
© 2011 – MIMESIS EDIZIONI (Milano – Udine)
Collana: Il caffè dei filosofi, n. 13
www. mimesisedizioni. it / www. mimesisbookshop. com
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Telefono e fax: +39 02 89403935
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INDICE

PREFAZIONE
di Armando Plebe p. 11

INTRODUZIONE p. 13

I. SUCCESSI E LIMITI DELLA TEORIA


DELLA SCELTA RAZIONALE p. 21
1.1. La teoria della scelta razionale p. 21
1.2. Il primato dell’economia p. 32
1.3. La critica alla colonizzazione
delle scienze sociali p. 38

II. COGNIZIONE E DECISIONE p. 49


2.1. L’economia cognitiva p. 49
2.2. La teoria del prospetto
e le sue implicazioni etiche e politiche p. 60
2.3. Dai limiti cognitivi al paternalismo libertario p. 64

III. INSUFFICIENZA DELLA RAZIONALITÀ STRUMENTALE p. 71


3.1. L’impasse del paternalismo p. 71
3.1.1. Non esiste un paternalismo “morbido” p. 72
3.1.2. Wanting, liking e learning p. 74
3.1.3. Un approccio idiograÀco p. 79
3.2. I limiti della teoria del prospetto p. 84

IV. DECISIONE E NEUROBIOLOGIA p. 93


4.1. L’interpretazione biologica
della computazione p. 93
4.2. Il ruolo dell’apprendimento
e la dinamicità degli scopi p. 97
4.3. Scopi: Àni e obiettivi p. 112

V. DECISIONE E FILOSOFIA POLITICA p. 119


5.1. La connessione tra gli aspetti cognitivi
e gli aspetti politici della razionalità p. 119
5.2. La soluzione dell’impasse del paternalismo p. 127
5.3. Il primato dell’economia e la tirannia
della ragione p. 137

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI p. 147


Questo libro deve molto al Dottorato di Scienze Cognitive coordinato dal
Prof. Antonino Pennisi: le discussioni con il Collegio dei Docenti, i seminari
del Dottorato, il convegno annuale del CODISCO hanno costituito per me
un’insostituibile occasione di confronto con i cognitivisti più esperti a livel-
lo internazionale. In particolare sono grato a Ninni Pennisi, per l’entusia-
smo con cui ha stimolato il mio interesse per le scienze cognitive e con cui
ha incoraggiato la mia ricerca. Ringrazio inoltre Simona Morini che, pur
nelle poche chiacchierate che abbiamo avuto occasione di fare, ha saputo
fornirmi suggerimenti importanti per l’impostazione del mio lavoro.
Un grazie particolarmente affettuoso va al mio maestro Armando Plebe
per aver letto il manoscritto e per aver scritto la prefazione, ma soprattutto
per i preziosi insegnamenti che mi ha dato nel corso di molti anni.
InÀne sono consapevole di non poter ringraziare abbastanza Leonarda
Vaiana, senza il cui costante e liberale sostegno queste pagine non avreb-
bero visto la luce. Le sue attente critiche, le sue osservazioni puntuali, la
sua paziente revisione del testo hanno certamente reso migliore la forma
e il contenuto di questo libro. È superÁuo aggiungere che di ogni errore
presente nel testo sono l’unico responsabile.

Palermo, dicembre 2010


a Vita e Marsilio
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PREFAZIONE

Ecco un libro non inutile. Non perché siano mancati studi più o
meno poderosi sull’argomento, ma perché gli studi sinora esistenti
non escono dal limbo accademico e sono incapaci di farsi leggere e
di avvincere il lettore. Il libro di Muscato riesce invece a conciliare
l’esigenza di un approccio aggiornato e specialistico sul complesso
tema della decisione e al tempo stesso accessibile per chi non pos-
segga già una preparazione speciÀca in questo settore di studi, adot-
tando una prospettiva interdisciplinare che mira a far convergere i
risultati più recenti delle scienze cognitive con una riÁessione teori-
ca sui presupposti ÀlosoÀci del tema della decisione e della scelta.
Poiché l’attenzione per lo sviluppo delle scienze è un atteggia-
mento che ho sempre ritenuto importante per la ÀlosoÀa, ho guar-
dato con simpatia allo sviluppo delle scienze cognitive. Tuttavia è
stata una simpatia mista a scetticismo: può veramente la scienza
cognitiva sostituirsi alla ÀlosoÀa? È veramente possibile una spie-
gazione dell’uomo che possa fare a meno di quanto hanno detto
Platone e Aristotele e secoli di riÁessione ÀlosoÀca? E soprattutto,
è possibile che l’indagine empirica esaurisca l’indagine sulla realtà,
facendo a meno di un pensiero tipicamente ÀlosoÀco?
Ecco perché sono lieto di premettere poche righe al libro di Mu-
scato, in quanto esso, a prescindere dalle tesi sostenute da cui si
può anche dissentire, presenta un’impostazione che condivido: ac-
cogliere la spinta innovativa delle scienze cognitive senza esauto-
rare la ÀlosoÀa. Questa impostazione si rivela feconda sia per le
scienze cognitive sia per la ÀlosoÀa, in particolare per la ÀlosoÀa
politica. Da un lato le scienze cognitive costituiscono il paradigma
dominante nell’ambito delle scienze umane e sociali. Ma esse tra-
scurano, ritenendoli problemi irrilevanti e irrisolvibili, quegli aspet-
12 Lǁenigma della scelta

ti del tema della decisione che hanno a che fare con domande del
tipo: che cosa vuol dire operare delle scelte o possedere preferenze?
vi è differenza tra preferenze individuali, scelte economiche, scelte
politiche? c’è una relazione tra scelte e Àni, e qual è? Dall’altro è
la ÀlosoÀa politica che si è sempre occupata di queste domande,
ma nell’ambito del pensiero politico tradizionale tali domande sono
state affrontate attraverso un approccio teorico non suffragato da
evidenze empiriche.
La convergenza fra le due prospettive è invece particolarmente
indicata per analizzare i due nodi cruciali del tema della scelta af-
frontati in questo libro: la crisi della teoria della scelta razionale e
l’insufÀcienza della razionalità strumentale. Ritengo pertanto che
il futuro degli studi sull’argomento dovrà tenere conto di questa
impostazione critica del tema della scelta razionale.

Armando Plebe
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INTRODUZIONE

Quando circa dieci anni fa la Scuola di Scienze sociali del presti-


gioso Institute for Advanced Study di Princeton, in occasione del 25°
anniversario, invitava con un bando a presentare progetti di ricerca
su quale fosse il futuro delle scienze sociali per i prossimi 25 anni,
M. Turner aderì all’invito con un progetto incentrato sull’ipotesi che
le scienze sociali si stessero dirigendo verso una convergenza con
le scienze cognitive1. In effetti nell’ultimo decennio questa conver-
genza è diventata sempre più vigorosa e operante, per cui si sono
gradualmente affermati nuovi settori di ricerca come la political co-
gnition, la sociologia cognitiva, l’antropologia cognitiva, l’econo-
mia cognitiva, la neuroeconomia, la neuroetica. In questo panorama
in notevole fermento, può essere utile chiedersi se l’apporto delle
ricerche condotte nelle scienze cognitive, che è stato così fecondo
per le discipline precedentemente indicate, possa riguardare anche
la ÀlosoÀa politica. Infatti, se da un punto di vista pratico l’ambito
di ricerca delle scienze sociali da una parte e quello della ÀlosoÀa
politica dall’altra risultano strettamente intrecciati, dal punto di vista
teorico non solo è possibile ma è anche necessario mantenere distin-
te queste discipline.
Come è noto la distinzione fondamentale riguarda il fatto che
mentre le scienze sociali sono rivolte alla comprensione dei feno-
meni socio-politici così come essi risultano dall’indagine empirica,
la ÀlosoÀa politica non si limita a una spiegazione della realtà come

1 I risultati di quella ricerca conÁuirono nel 2001 nella pubblicazione di un


libro, Cognitive Dimensions of Social Science che, individuando nell’inte-
grazione concettuale (conceptual blending) una base cognitiva comune nello
studio dell’antropologia, del diritto, della politica e dell’economia, costitui-
sce una tappa importante nello sviluppo delle scienze sociali.
14 Lǁenigma della scelta

essa è ma si interroga su come dovrebbe essere. Così, il Àlone deno-


minato political cognition, nato dall’approccio cognitivo nell’am-
bito della scienza politica, ha apportato un contributo decisivo
alla comprensione dei meccanismi cognitivi che regolano alcuni
comportamenti politici. Per esempio qualche anno fa D. Baldassar-
ri (2005) ha messo a fuoco il ruolo delle euristiche o “scorciatoie
cognitive” nelle scelte di voto degli italiani. O ancora D. Westen
(2007) ha fornito una spiegazione del successo della strategia co-
municativa dei repubblicani, più emozionale rispetto a quella dei
democratici, sulle basi dell’architettura del nostro cervello, soste-
nendo che quando si veriÀca un conÁitto fra processi razionali ed
emozionali, sono questi ultimi ad avere la meglio. Ma se numerosi
studi mirano a mettere in relazione i risultati in ambito cognitivo
con le scienze sociali, non altrettanto accade per quel che riguarda
l’altro versante, ossia quello della ÀlosoÀa politica.
Ciò è comprensibile poiché, se le scienze sociali sono rivolte alla
spiegazione dei comportamenti umani, di questa spiegazione una
parte importante è costituita proprio dalla comprensione dei mecca-
nismi cognitivi che presiedono a tali comportamenti. D’altra parte
anche una disciplina essenzialmente ÀlosoÀca e normativa come
l’etica ha aperto le porte alla scienza cognitiva. Perciò, se da un lato
è vero che la ÀlosoÀa politica, più che una spiegazione dei compor-
tamenti e della realtà come essi sono, comprende le teorie su come
essi dovrebbero essere, dall’altro è pure plausibile che la teoria po-
litica non possa prescindere da un confronto con le indagini empiri-
che e quindi anche con i risultati conseguiti dalle scienze cognitive.
Naturalmente non si vuole, in questo studio meramente esplorati-
vo, inaugurare un eventuale nuovo ambito di ricerca, che al pari di
quanto è avvenuto negli altri settori di cui si è parlato, assomigli a
qualcosa come la “ÀlosoÀa politica cognitiva” o la “neuroÀlosoÀa
politica”. Si tratta più semplicemente della possibilità di accogliere
all’interno del dibattito ÀlosoÀco politico anche i più recenti risul-
tati delle indagini condotte in ambito neurocognitivo.
Il tema privilegiato per un tale confronto, che è stato ampiamente
affrontato dalle scienze cognitive e che nello stesso tempo è cen-
trale nella riÁessione politica, è certamente quello della decisione.
Consideriamo per esempio il dibattito sulla teoria democratica. Sin
dall’antichità è stata generalmente avanzata la critica secondo cui
Introduzione 15

la democrazia comporta il rischio della degenerazione demagogica.


Se le ricerche empiriche condotte all’interno dell’approccio cogni-
tivo in questi ultimi decenni sui processi decisionali si trovano a
fare luce sulle possibilità di manipolazione delle opinioni, allora
è legittimo ritenere che queste ricerche forniscano un contributo
importante al dibattito sulla teoria democratica.
Proprio perché l’idea di una cooperazione tra scienze cognitive
e ÀlosoÀa politica è nuova, non c’è una vasta letteratura sul tema,
anche se in alcuni lavori il problema è stato almeno sÀorato. Ad
esempio S. Rosenberg (2003, 2007) mette in luce l’inadeguatezza
della teoria della democrazia deliberativa, che secondo lui sottova-
luta i limiti cognitivi degli individui, tende a equiparare le abilità
cognitive di tutti gli individui e trascura la relazione tra cognizione
e comunicazione.
Si tratta dunque di un punto di vista che riporta sul piano della
teoria politica il dibattito sul decision making innescato dalla cosid-
detta ‘rivoluzione cognitiva’ negli anni Cinquanta del secolo scor-
so con la pionieristica opera di H. Simon (1957). Quest’ultimo, a
partire dagli esperimenti condotti dalla nascente scienza cognitiva,
ha sviluppato una teoria della “razionalità limitata” (bounded ra-
tionality) secondo cui i processi decisionali non si conformano al
principio della massimizzazione – come sosteneva la teoria della
scelta razionale, che costituiva il consolidato modello di decisione
della scienza economica del tempo – ma a criteri di plausibilità o li-
velli accettabili di soddisfazione (satisfacing). Ciò è dovuto al fatto
che, secondo Simon, lungi dal disporre di una razionalità perfetta
come quella postulata dalla teoria della scelta razionale, le decisioni
concrete degli individui sono vincolate a una serie di limiti cogniti-
vi, quali la difÀcoltà di analizzare problemi complessi, la mancata
disponibilità di informazioni complete, la limitata capacità di ela-
borare informazioni, i limiti di tempo in cui decidere e il fatto che
le preferenze del decisore possono riguardare obiettivi contrastanti.
In Italia questa problematica è stata affrontata alcuni anni fa da
C. Castelfranchi, R. Conte e M. Diani (1994). Gli autori, prenden-
do spunto dall’osservazione che nella teoria democratica i cittadini
sono concepiti come attori capaci di riconoscere i propri interessi
e di perseguirli come “attori cognitivi”, giungevano alla conclu-
sione che i limiti cognitivi, come quelli evidenziati da H. Simon
16 Lǁenigma della scelta

con la sua teoria della “razionalità limitata”, implicherebbero una


limitata capacità di riconoscere i propri interessi sul piano politico.
Quindi, secondo gli autori, in condizioni di “razionalità limitata”,
un ordinamento politico come quello democratico produrrebbe di-
suguaglianza e agirebbe paradossalmente in modo antidemocratico.
Ad esempio sarebbe avvantaggiato chi avesse più razionalità (in-
tendendo quest’ultima come maggiore conoscenza dei propri inte-
ressi e delle proprie preferenze) rispetto a chi ne avesse meno. Ne
conseguirebbe che la libera contrattazione che caratterizza l’ordina-
mento democratico sarebbe destinata ad accrescere e a legittimare
l’ineguaglianza.
Tuttavia, anche se i lavori di S. Rosenberg e di Castelfranchi et
al. sollevano per la prima volta problemi importanti, essi contengo-
no soltanto un accenno al tema dei rapporti tra ÀlosoÀa politica e
scienze cognitive, poiché non comprendono uno studio sistematico
del problema della decisione come è stato ed è tuttora affrontato
nelle scienze cognitive. Per esempio essi non tengono conto del
fatto che l’iniziale portata rivoluzionaria dell’opera di Simon è sta-
ta successivamente ridimensionata perché la sua concezione della
razionalità limitata in deÀnitiva è sempre una forma di razionalità
strumentale che non si discosta dal principio di massimizzazione,
che è il cuore della teoria della scelta razionale. Pertanto, anche
se gli agenti si accontentano di risultati soddisfacenti anziché ot-
timali, ciò non cambia il fatto che essi sono sempre motivati dal
desiderio di soddisfare al massimo le loro istanze. In questo senso
i problemi evidenziati sul piano della teoria politica a partire dalla
razionalità limitata risulterebbero veri ma marginali, diversamente
da quanto invece accadrebbe se risultassero infondate le basi stesse
della teoria della scelta razionale che della teoria democratica è il
presupposto.
In effetti il successivo sviluppo della scienza cognitiva ha mosso
delle critiche alla teoria della scelta razionale più ampie, che hanno
avuto anche delle ripercussioni sul dibattito politico. In particolare,
a partire dagli anni Ottanta, gli psicologi Daniel Kahneman e Amos
Tversky, attraverso una lunga serie di esperimenti, hanno mostrato
la presenza di errori sistematici nel modo in cui i soggetti valutano
le probabilità in condizioni di incertezza e, quindi, l’inÁuenza sulle
scelte individuali di alcuni fattori psicologici legati alla percezione,
Introduzione 17

alla formazione delle credenze e alla costruzione di modelli menta-


li. L’ingente quantità di dati empirici raccolti da Kahneman e Tver-
sky mira a dimostrare che le violazioni della razionalità postulata
dalla teoria della scelta razionale non sono solo abbondanti, diffuse
e importanti, ma soprattutto che sono sistematiche. In altri termi-
ni tali violazioni, più che da errori fortuiti, sarebbero determinate
da strategie cognitive o euristiche decisionali che si discostano dal
principio della massimizzazione dell’utilità attesa.
Questi errori sistematici o anomalie del giudizio hanno anche
delle implicazioni dirette riguardo alla scelta politica. Consideria-
mo il cosiddetto framing effect o “effetto cornice”, secondo cui le
persone scelgono differentemente a seconda di come le scelte ven-
gono presentate o “incorniciate”. Per esempio la stessa opzione di
scelta tra due candidati può essere presentata in due modi diversi, o
chiedendo “per quale candidato voteresti?” oppure “per quale can-
didato non voteresti?”. Mentre per l’assioma dell’invarianza delle
preferenze, posto dalla teoria della scelta razionale, dovrebbe essere
indifferente formulare la domanda nella prima o nella seconda ver-
sione, è stato largamente dimostrato che il modo in cui l’alternativa
viene “incorniciata” inÁuenza signiÀcativamente la scelta2.
In particolare le ripercussioni in sede di teoria politica delle inda-
gini di Kahneman e Tversky sono state evidenziate all’interno del
dibattito intorno al cosiddetto “paternalismo libertario”, sostenuto
in questi ultimi anni da Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein3. I due
studiosi americani, partendo da ricerche sul decision making come
quelle di Kahneman e Tversky, e in particolare da quelle riguardanti
il framing effect, hanno sostenuto l’opportunità che il governo in-
tervenga con consigli e suggerimenti (nudges) riguardo ad alcune
questioni di interesse pubblico su cui i cittadini sono chiamati a sce-
gliere. Con il termine inglese “nudge”, letteralmente “spinta genti-
le” o “spintarella”, Thaler e Sunstein si riferiscono alla possibilità
di un intervento che “aiuti” a scegliere, senza tuttavia costituire una
costrizione o un condizionamento tale da vaniÀcare la libertà del-
la scelta. Quindi formulare l’opzione di scelta nel senso ritenuto
“politicamente” più vantaggioso, “spingerebbe gentilmente” a sce-

2 A. Tversky e D. Kahneman (1981, 1986).


3 C.R. Sunstein e R.H. Thaler (2003); R.H. Thaler e C.R. Sunstein (2008).
18 Lǁenigma della scelta

gliere in una determinata direzione, senza tuttavia togliere la libertà


di scegliere in modo diverso. Thaler e Sunstein, deÀnendo questa
posizione soft paternalism in contrapposizione a hard paternalism,
concernente il tipo di interventi governativi nelle scelte dei cittadini
sotto forma di divieti o tasse, sostengono che la loro versione sia
compatibile con una concezione liberale della politica.
R. Casati (2008), in occasione della pubblicazione del volume
Nudge di Thaler e Sunstein, ha scritto che il paternalismo libertario
costituisce una proposta «che fa uscire le scienze cognitive dal pia-
no puramente descrittivo, formulando misure concrete che tengono
conto dei limiti speciÀci della mente umana. In questo senso la pro-
posta va oltre molti testi contemporanei che si limitano a descrivere
questi limiti, auspicando miglioramenti individuali del tipo ‘i limiti:
se li conosci, li eviti’». Tuttavia anche in questo caso si può affer-
mare che si tratta di un approccio “immediato” al problema delle
ripercussioni delle scienze cognitive sulla ÀlosoÀa politica. Anche
in questo caso nel dibattito sulla teoria politica vengono introdotti
interessanti dati raccolti dalle indagini cognitive, senza però che
risultino decisivi come mostrano le critiche al paternalismo liber-
tario. E. Glaeser (2006) ha confutato le tesi di Thaler e Sunstein,
mostrandone alcune incongruenze (per esempio, se i cittadini sono
vittime dei limiti cognitivi perché non dovrebbero esserlo i gover-
nanti?) e sostenendo che in deÀnitiva il rimedio che essi propongo-
no sia peggiore del male che intendono curare, poiché il paternali-
smo “morbido” o libertario, anche se meno odioso, è più subdolo e
più difÀcile da controllare rispetto al paternalismo “duro”.
D’altra parte proprio perché le tesi di Thaler e Sunstein non risul-
tano convincenti, mi sembra che ancora di più si ponga la necessità
di indagare il sentiero delle possibili conseguenze che gli studi sulla
cognizione possono avere sul piano della teoria politica. Infatti la
critica di Glaeser mostra che la soluzione del paternalismo liberta-
rio è insoddisfacente ma non nega che le questioni da esso sollevate
siano importanti.
Pertanto sia le discussioni che ho prima citato sulla relazione tra
i limiti cognitivi e la teoria democratica, sia quelle sul paternalismo
libertario sollevano un problema effettivo senza tuttavia offrirne
una soluzione soddisfacente. Più in generale sembra che il modo
sin qui adottato per introdurre nel dibattito della teoria politica i
Introduzione 19

risultati delle indagini cognitive presentano il difetto di basarsi su


ragionamento del tipo: “siccome si registrano dei limiti cognitivi
cerchiamo di trovare un rimedio”, mentre a mio avviso può esserci
un modo diverso e più proÀcuo di affrontare il problema.
L’abituale distinzione tra teoria normativa e teoria descrittiva per
segnare il conÀne tra la teoria della scelta razionale e l’approccio
cognitivo lascia intendere che quest’ultimo, nonostante la ricchez-
za di dati empirici su cui si fonda, soffre di una debolezza teorica.
D’altra parte anche la teoria della scelta razionale, in quanto aspira
a essere una teoria predittiva, non può permettersi di essere solo
normativa. Pertanto, anziché limitarsi a registrare i limiti della teo-
ria della scelta razionale, occorrerebbe avanzare una teoria alter-
nativa. Del resto, come è noto sin dai tempi di Galilei, ogni esperi-
mento esige sempre una teoria selettiva, per cui gli esperimenti, per
quanto abbondanti, possono bensì mettere in crisi una teoria, ma da
soli non bastano a superarla. Per quanto il rapporto tenda a essere
circolare, per cui le teorie guidano gli esperimenti e gli esperimenti
confermano le teorie, c’è sempre una priorità logica della prima sui
secondi. Le ricerche di Simon e Kahneman continuano però a muo-
versi all’interno dell’orizzonte della teoria che intendono criticare:
il loro punto di riferimento è sempre la teoria della scelta razionale
e gli errori e le violazioni della razionalità che essi registrano sono
considerati tali a partire dalla speciÀca concezione della razionalità
di questa teoria. Essi in deÀnitiva sembrano interessati a una corre-
zione degli errori riscontrati piuttosto che allo sviluppo di una teoria
della decisione realmente alternativa.
A mio avviso una teoria alternativa non può prescindere da
un’analisi del percorso storico della speciÀca concezione della ra-
zionalità che si è andata affermando a partire dall’inizio dell’età
moderna e che ha prodotto come esito Ànale la teoria della scelta
razionale. Solo in tal modo è possibile mettere a nudo i conÀni e
i limiti di tale teoria, al di là dell’immagine di compiutezza che
essa ostenta nella sua piena formulazione. Ma lo sviluppo di questa
speciÀca concezione della razionalità è strettamente intrecciato con
una determinata visione politica. Non a caso uno dei primi autori
a cui comunemente si fa risalire la concezione strumentale della
razionalità che sta alla base della teoria della scelta razionale è pro-
prio Th. Hobbes, il quale è anche l’iniziatore di un nuovo pensiero
20 Lǁenigma della scelta

politico. Pertanto il dibattito sulle conseguenze politiche delle ri-


cerche cognitive volte a criticare la teoria della scelta razionale do-
vrebbe tenere conto sin dall’inizio della impostazione generale del
problema della razionalità, a partire dai suoi presupposti ÀlosoÀco-
politici, piuttosto che limitarsi a riformare alcuni aspetti particolari
della teoria politica.
D’altra parte un approccio interdisciplinare che tenga conto degli
aspetti cognitivi e di quelli ÀlosoÀco-politici della decisione po-
trebbe rivelarsi utile non solo per il dibattito sulla teoria politica ma
anche per lo sviluppo della stessa scienza cognitiva. Di fatto l’epi-
stemologia classica o individualista sta ormai cedendo il passo ad
una nuova forma di epistemologia “sociale”, in quanto l’approccio
iniziale in cui la cognizione era considerata un fenomeno essenzial-
mente individuale e interno alla mente, è stato progressivamente
abbandonato a favore dei concetti di situated cognition e distribu-
ted cognition. In questa nuova prospettiva, in cui sempre più vanno
acquisendo importanza i temi della Àducia e della cooperazione,
anziché considerare il rapporto tra scienze cognitive e ÀlosoÀa po-
litica in senso unidirezionale, cioè prendendo i dati dall’una e ap-
plicandoli sull’altra, sembra auspicabile prendere in considerazione
anche la via inversa, che consiste nel tentare un’interpretazione dei
dati emersi dalle ricerche condotte in ambito cognitivo attraverso
un’analisi dei presupposti ÀlosoÀci e politici della razionalità.
21

I.
SUCCESSI E LIMITI DELLA TEORIA
DELLA SCELTA RAZIONALE

1.1. La teoria della scelta razionale

Come affermano D. Kahneman e A. Tversky, «prendere decisio-


ni è come il comune parlare, gli individui lo fanno tutto il tempo,
consapevolmente o inconsapevolmente»1. Tuttavia, il prendere de-
cisioni, pur essendo una capacità istintiva degli individui, è anche
un fenomeno interessante, sebbene tutt’altro che facile da analizza-
re, proprio perché pervasivo sia nell’ambito della vita privata dei
singoli individui, sia nell’ambito della vita associata e pubblica. Nel
secolo scorso si è deÀnita unǁarea di ricerca che studia come vengo-
no prese le decisioni, quali errori si possono commettere e perché,
e anche come sia possibile evitarne alcuni. Si tratta di un ambito
scientiÀco interdisciplinare, che comprende diverse discipline tra
cui la ÀlosoÀa, la logica, l’economia, la statistica, la psicologia e,
più recentemente, la neuroscienza.
In questo contesto interdisciplinare il peso e l’importanza delle
varie discipline dipende dallo speciÀco approccio allo studio della
decisione. Da un lato le varie discipline studiano i particolari ambiti
in cui vengono prese le decisioni: l’economia studia le decisioni
concernenti gli acquisti, la scienza politica le scelte di voto, la psi-
cologia i processi cognitivi che sottendono le decisioni. Dall’altro
il predominio di una speciÀca disciplina comporta il prevalere di un
particolare approccio metodologico e di una speciÀca interpretazio-
ne del problema del decision making. Tuttavia, nonostante la varietà
di questi presupposti è venuto emergendo un paradigma di concetti
e di temi che nel tempo sono conÁuiti nell’elaborazione di un vero

1 D. Kahneman e A. Tversky (2000), p. 1.


22 Lǁenigma della scelta

e proprio modello formale, quello della teoria della scelta razionale


(TSR) di cui mi sembra opportuno esporre il nucleo fondamentale
per poter successivamente evidenziarne i limiti.
DeÀnire la TSR non è semplice per un duplice motivo: anzitutto
di essa ci sono molteplici formulazioni, a volte anche abbastanza di-
verse fra loro, inoltre essa è il risultato di un percorso storico che ha
fatto sì che su alcuni dei concetti centrali della teoria si sedimentas-
sero varie stratiÀcazioni semantiche, non sempre immediatamente
evidenti, che sarà opportuno ricostruire storicamente, facendo rife-
rimento ad autori classici che hanno posto le basi di questa teoria.
La TSR è un modello che fornisce una rappresentazione dei com-
portamenti umani, in base al quale la scelta è l’esito di un calcolo
logico volto a ottimizzare i mezzi disponibili in vista di determinati
scopi e dove i mezzi sono le azioni che è possibile intraprendere e gli
scopi le preferenze dell’agente. Quindi la TSR suppone che l’agente
sia in grado di rappresentarsi tutte le conseguenze rilevanti di ciascu-
na azione e di ordinare tali conseguenze dalla migliore alla peggiore,
sulla base delle proprie preferenze. Caratteristica di questo modello
è quella di offrire una formalizzazione astratta delle relazioni tra le
preferenze che, mediante l’impiego di alcuni assiomi logici, consen-
te di determinare una “funzione di utilità”, ossia un ordinamento del-
le preferenze relativo a ciascuna opzione di scelta. Tre fondamentali
assiomi sono quello di “transitività”, quello di “asimmetria” e quello
di “completezza”. Indicando con P la relazione di preferenza e con
I la relazione di indifferenza, e con le lettere x, y e z le opzioni di
scelta, questi assiomi possono essere così espressi:
Se xPy, allora non yPx (asimmetria)
Ossia: se si preferisce la mela alla pera, allora non si può anche
preferire la pera alla mela.
Se xPy e yPz, allora xPz (transitività)
Ossia: se si preferisce la mela alla pera, e si preferisce la pera alla
banana, allora si preferisce anche la mela alla banana.
xPy o yPx o xIy (completezza)
Ossia: di fronte alle due alternative di scelta, mele o pere, o si
preferiscono le mele alle pere, o le pere alle mele oppure si è indif-
ferenti tra le mele e le pere.
Sulla base di questi assiomi logici è possibile poi ricavare una
rappresentazione matematica della funzione di utilità. Per esempio,
Successi e limiti della teoria della scelta razionale 23

indicando con u(x) l’utilità di x, si ricava che u(x)>u(y) se e solo se


xPy, ossia che l’utilità di x è maggiore di quella di y.
Questo è il nucleo originario della TSR in condizioni di certezza,
deÀnita anche “teoria dell’utilità ordinale”, in cui ad ogni opzione
è legata una sola conseguenza come, per esempio, nel caso dell’ac-
quisto di un oggetto in cui si deve scegliere tra due o più prodotti
simili con caratteristiche e costi diversi. Poiché tuttavia l’esito della
maggior parte delle nostre decisioni è incerto, John von Neumann
e Oskar Morgenstern, nella celebre opera The Theory of Games
and Economic Behavior (1944), hanno offerto una formulazione
completa di questo modello estendendolo ai processi decisionali in
condizioni di incertezza, in cui ad ogni scelta possono essere as-
sociate più conseguenze. Essi hanno così formulato la cosiddetta
teoria dell’utilità attesa o prevista, secondo cui il decisore razionale
è in grado di elaborare l’informazione a disposizione combinando il
calcolo dell’utilità delle conseguenze con il calcolo della probabili-
tà del veriÀcarsi delle conseguenze stesse. Quindi se, in generale, la
scelta razionale è quella che massimizza l’utilità, la scelta razionale
in condizioni di incertezza è quella che massimizza l’utilità attesa2.
Occorre però anche considerare che il modello della scelta razio-
nale, sebbene sia stato formalizzato soltanto intorno alla metà del
Novecento, ha radici lontane nella storia del pensiero moderno in
quanto una sua prima applicazione ante litteram può essere indivi-
duata nella teoria del contratto sociale di Thomas Hobbes. Com’è
noto, secondo la spiegazione della nascita dello Stato nel Leviata-
no, nel cosiddetto stato di natura gli uomini più di tutto desiderano
commettere ingiustizia. Ma poiché la condizione in cui ognuno è
libero di commettere ingiustizia implica che anche gli altri siano
liberi di fare lo stesso nei suoi confronti, tale condizione risulta non
desiderabile, per cui ognuno sceglie di rinunciare alla propria li-
bertà di commettere ingiustizia a patto che anche gli altri facciano
lo stesso. Pertanto la teoria di Hobbes presuppone un ordinamento
di stati desiderabili: 1. commettere ingiustizia, 2. non commettere

2 Una prima formulazione della nozione dell’utilità attesa era stata fornita da
Daniel Bernoulli, il quale nell’enunciazione del cosiddetto Paradosso di San
Pietroburgo, distingueva il valore atteso di un risultato, cioè il suo valore
oggettivo, dalla speranza morale, ossia il suo valore soggettivo, che si può
far corrispondere al concetto di utilità attesa. Cfr. S. Morini (2003).
24 Lǁenigma della scelta

e non subire ingiustizia, 3. subire ingiustizia. Sulla base di questo


ordinamento è razionale scegliere l’opzione 2, poiché una conse-
guenza di 1 è 3, che è l’opzione più indesiderabile3.
Già in Hobbes perciò emerge la speciÀca concezione della ra-
zionalità strumentale, che caratterizza la TSR, per cui la ragione è
intesa come la capacità di utilizzare i mezzi nel modo migliore in
vista di un determinato Àne, prescindendo dalla valutazione del Àne
stesso. Con le parole di Hobbes, che mi sembra opportuno riportare
estesamente, ragionare equivale essenzialmente a calcolare:

quando si ragiona, non si fa altro che concepire una somma totale


dall’addizione di particelle, o concepire un resto dalla sottrazione di
una somma dall’altra […]. Queste operazioni non si riscontrano solo
nei numeri, ma in tutte le specie di cose che si possono addizionare
insieme l’una con l’altra e togliere l’una dall’altra. Infatti come gli
aritmetici insegnano ad addizionare e sottrarre nel campo dei numeri,
così i geometri insegnano le stesse cose nel campo delle linee, delle
Àgure […]. Gli scrittori di politica addizionano insieme le pattuizioni
per trovare i doveri degli uomini, e i giuristi le leggi e i fatti per tro-
vare ciò che è cosa retta e ciò che è torto nelle azioni dei privati […].
La ragione, in questo senso non è che il calcolo (cioè l’addizione e la
sottrazione) delle conseguenze dei nomi generali su cui c’è accordo per
contrassegnare e signiÀcare i nostri pensieri4.

Dopo Hobbes, gran parte del pensiero moderno manifesta lo stes-


so orientamento, secondo cui la ragione viene intesa essenzialmente
come strumento per soddisfare le passioni, piuttosto che come fa-
coltà deputata a guidare le passioni stesse e a orientare la volontà.
Scrive Hume:

Poiché la ragione da sola non può mai produrre un’azione o suscita-


re una volizione, ne inferisco che la stessa facoltà è ugualmente incapa-
ce di ostacolare una volizione, o di contendere la preferenza a qualche
passione o emozione. […] La ragione è, e deve essere, schiava delle
passioni e non può rivendicare in nessun caso una funzione diversa da
quella di servire e obbedire a esse5.

3 Th. Hobbes (1651), pp. 124-125.


4 Ivi, pp. 40-41.
5 D. Hume (1740), pp. 435-436.
Successi e limiti della teoria della scelta razionale 25

Se dunque la ragione non può entrare nel merito del contenuto


della volontà, poiché questa è determinata dalle passioni, allora il
suo compito non può essere altro che quello di accertare la cor-
rettezza formale di una decisione. È esemplare a questo proposito
una pagina di Benjamin Franklin il quale, rispondendo a un amico
che gli chiedeva un consiglio sulle decisioni da prendere, scriveva:
«In questioni di così grande importanza per te, sulle quali chiedi il
mio consiglio, per mancanza di sufÀcienti informazioni, non posso
consigliarti cosa decidere ma se ti piace ti dirò come». La modalità
per compiere delle scelte accurate che Franklin consigliava all’ami-
co era piuttosto semplice: dividere un foglio in due colonne, sopra
una colonna scrivere pro e sopra l’altra contro e poi, facendo delle
considerazioni intorno alla questione da decidere, collocarle sotto
ciascuna etichetta, in modo da poterne valutare il peso a favore o
contro una determinata scelta. «Sebbene il peso delle ragioni non
possa essere stabilito con la precisione delle quantità algebriche –
scriveva Franklin – quando ognuna viene considerata così, separa-
tamente e comparativamente […], penso di poter meglio giudicare
e di essere meno propenso a fare passi sconsiderati»6. Dunque in
quest’ottica scegliere in modo razionale signiÀca essenzialmente
ponderare servendosi di un calcolo o, con le parole di Franklin, di
“un’algebra morale o prudenziale”.
Questa concezione della scelta come calcolo dei vantaggi e de-
gli svantaggi ha avuto un vigoroso sviluppo tra la Àne del XVIII e
l’inizio del XIX secolo con la dottrina ÀlosoÀca dell’utilitarismo.
Secondo la classica formulazione di Jeramy Bentham,

Per utilità si intende quella proprietà di ogni oggetto per mezzo del-
la quale esso tende a produrre beneÀcio, vantaggio, piacere, bene o
felicità (in questo contesto tutte queste cose si equivalgono) oppure ad
evitare che si veriÀchi quel danno, dolore, male o infelicità (di nuovo
tutte queste cose si equivalgono)7.

6 B. Franklin (1772), p. 46.


7 J. Bentham (1789), pp. 90-91. Occorre notare quanto strettamente la teoria di
Bentham sia collegata alla concezione strumentale della ragione che abbiamo
visto in Hobbes e Hume. Innanzitutto Bentham, con espressioni che richia-
mano da vicino quelle impiegate qualche anno prima da Hume, afferma: «la
natura ha posto il genere umano sotto il dominio di due supremi padroni: il
dolore e il piacere […]. Dolore e piacere ci dominano in tutto quel che fac-
26 Lǁenigma della scelta

Il contributo fondamentale dell’utilitarismo di Bentham in que-


sto ambito è stato quello di aver fornito una risposta al problema
evidenziato da Franklin, quando questi scriveva che il peso delle
ragioni, ossia delle considerazioni pro e contro, “non può essere
stabilito con la precisione delle quantità algebriche”. In effetti la
scelta, per esempio, tra l’acquisto di mele o di pere non presen-
ta particolari problemi, perché è possibile stabilire l’ordinamento
delle proprie preferenze confrontando direttamente la desidera-
bilità dei due tipi di frutta sulla base dei propri gusti. In manie-
ra analoga non presenta particolari problemi scegliere quale tra
due partite del campionato che si svolgono contemporaneamente
guardare, poiché anche qui è possibile un confronto diretto e si
può scegliere la partita per la quale si prova un maggior interes-
se. Ma se si deve scegliere tra andare a una cena o andare a ve-
dere una partita, non è possibile stabilire un ordinamento delle
proprie preferenze sommando algebricamente caviale e campioni
sportivi. Con il concetto di “utilità”, invece, Bentham ritiene di
aver introdotto un’unica unità di misura che consente di operare
confronti nel variegato dominio dei bisogni e dei desideri umani.
Come lascia intendere la sua precisazione tra parentesi, “in que-
sto contesto tutte queste cose si equivalgono”, l’utilità è concepi-
ta come l’unità di misura della soddisfazione che qualsiasi bene,
attività o situazione è capace di procurare all’agente. Si tratta
perciò di un’astrazione o di un’unità di misura immaginaria, che
consente all’individuo di misurare l’utilità generata da ciascuna
azione. Pertanto, per Bentham, compiere scelte razionali signiÀca
saper valutare le diverse opzioni e, attribuendo a ciascuna opzione
un valore di utilità, scegliere quella con maggiore utilità, ossia
massimizzare l’utilità. In questo modo egli giunge a una parziale
formulazione della TSR che, come si è detto, nella sua compiuta
formulazione contenuta nell’opera di Neumann e Morgenstern del
1944, deÀnisce razionale la scelta determinata dalla massimizza-
zione dell’utilità attesa.

ciamo, in tutto quel che diciamo, in tutto quel che pensiamo» (p. 89). Quindi
aggiunge: «il principio di utilità riconosce tale soggezione e la assume a
fondamento di quel sistema il cui obiettivo è innalzare l’ediÀcio della felicità
per mezzo della ragione e della legge» (pp. 89-90).
Successi e limiti della teoria della scelta razionale 27

Tuttavia la differenza più rilevante tra l’utilitarismo di Bentham


e la teoria dell’utilità attesa di Neumann e Morgenster non è tan-
to l’aggiunta dell’attributo “attesa”, che serve a includere anche le
scelte in condizioni di incertezza, quanto la diversa accezione del
termine “utilità”. L’utilitarismo che, come è noto, è originariamente
una dottrina etica Ànalizzata alla ricerca della felicità, presto co-
stituì l’orientamento dominante della nascente scienza economica.
Esso sembrò costituire l’approccio più promettente per una trat-
tazione scientiÀca dello studio della scelta, poiché riconduce tut-
te le motivazioni umane a un unico principio, appunto il principio
dell’utilità, intendendolo come un valore calcolabile matematica-
mente. Con il concetto di utilità, Bentham, da un lato identiÀca ogni
forma di esperienza desiderabile o assimilabile al piacere, dall’altro
sostiene che sia possibile misurare il piacere stesso. Nel capitolo
IV dell’Introduzione ai principi della morale e della legislazione,
intitolato “Valore di una porzione di piacere o dolore, come deve
essere misurato”, propone anche un metodo per la quantiÀcazione
dei piacere, basato su sette circostanze: «l’intensità, la durata, la
certezza o incertezza, la vicinanza o lontananza, la fecondità, la pu-
rezza, l’estensione»8.
Nonostante questi vantaggi, però, la dottrina dell’utilità di Ben-
tham non tardò a mostrare una serie di problemi che dipendevano
dalla sua matrice ÀlosoÀca ed etica e che gli economisti successivi
cercarono gradualmente di eliminare. Innanzitutto essa presentava
un problema di ordine morale, poiché assumendo che l’agente ricer-
chi sempre e comunque la propria utilità, intesa in senso edonistico,
implicitamente ammetteva che è razionale essere egoisti. Inoltre,
se l’utilità è una proprietà oggettiva delle cose, allora si pone il
problema ÀlosoÀco di stabilire ciò che è veramente utile. Come si è
visto Bentham tende ad assimilare ogni forma di utilità al piacere,
sulla base di una considerazione esclusivamente quantitativa. Ma
già alcuni decenni dopo un altro sostenitore dell’utilitarismo, John
Stuart Mill, criticò l’idea che fosse sufÀciente una considerazione
esclusivamente quantitativa del piacere, negando che tutti i piaceri
potessero essere considerati dello stesso valore:

8 J. Bentham (1789), p. 97.


28 Lǁenigma della scelta

Gli esseri umani hanno facoltà più elevate che non i semplici ap-
petiti animali, e una volta che essi ne abbiano preso coscienza non
considerano che possa chiamarsi felicità una condizione in cui quelle
facoltà non vengano soddisfatte. […] Riconoscere che alcune specie
di piacere sono più desiderabili e hanno maggior valore che altre, è
perfettamente conciliabile con il principio di utilità. Sarebbe assurdo
se, mentre nella valutazione delle altre cose le considerazioni qualita-
tive hanno il loro posto accanto alle considerazioni quantitative, nella
valutazione dei piaceri si dovesse dipendere unicamente dalle conside-
razioni quantitative9.

Da qui la celebre affermazione che è “meglio un Socrate insoddi-


sfatto che un porco soddisfatto”10. E in generale, a dispetto del meti-
coloso metodo proposto da Bentham, risultava molto problematico
stabilire quanta utilità abbia un oggetto. In particolare il concetto
di utilità di Bentham non riusciva a rendere ragione del valore di
scambio, come era già stato mostrato da Adam Smith attraverso il
celebre paradosso dell’acqua e dei diamanti: l’acqua, al contrario dei
diamanti, possiede un’alta utilità ma un basso valore di scambio11.
In un certo senso, anziché affrontare tali problemi, l’economia
successiva imboccò la strada della loro pura e semplice esclusione.
Ciò fu realizzato in due tappe, prima attraverso la cosiddetta rivo-
luzione “marginalista” e poi con la svolta “ordinalista”, che costi-
tuiscono i due pilastri della cosiddetta economia neoclassica, ossia
l’impostazione standard dell’economia del ‘900, che per quel che
riguarda il problema della scelta coincide con la TSR.
La rivoluzione marginalista fu segnata dalla pubblicazione di tre
opere, nate in contesti indipendenti ma pressoché contemporanee

9 J.S. Mill (1863), p. 59.


10 Ivi, p. 61. Mi sembra opportuno riportare per esteso il passo in cui è contenuta
questa nota sentenza di Mill: «È meglio essere un essere umano insoddi-
sfatto che un porco soddisfatto; meglio essere Socrate insoddisfatto che un
imbecille soddisfatto. E se l’imbecille o il porco sono d’opinione diversa,
questo è dovuto al fatto che essi conoscono della questione soltanto l’aspetto
che li riguarda. L’altra parte del nostro paragone conosce entrambi i lati del
problema».
11 A. Smith (1776), pp. 82: «Nulla è più utile dell’acqua, ma difÀcilmente con
essa si comprerà qualcosa, difÀcilmente se ne può avere qualcosa in cambio.
Un diamante, al contrario, ha difÀcilmente qualche valore d’uso, ma in cam-
bio di esso si può ottenere una grandissima quantità di altri beni».
Successi e limiti della teoria della scelta razionale 29

e cioè: The Theory of Political Economy (1871) dell’inglese Wil-


liam Stanley Jevons; Grundsätze der Volkswirtschaftslehre (1871)
dell’austriaco Carl Menger e Eléments d’économie politique pure
(1874) del francese Léon Walras. Il suo nucleo teorico fondamen-
tale risiede nel riconoscere che l’utilità è decrescente “al margine”,
ossia che l’utilità che si ricava dal consumo di un bene non è sem-
pre costante ma varia al variare della quantità del bene consumato.
Ad esempio, per una persona assetata l’utilità del primo bicchiere
d’acqua, ossia la soddisfazione da esso procurata, è elevata, ma se
si continua a bere l’utilità dei successivi bicchieri tenderà a dimi-
nuire sino a diventare minima nell’ultimo bicchiere. L’utilità “mar-
ginale”, quindi, è decrescente poiché al diminuire di un bisogno
diminuisce anche progressivamente il piacere ricavabile dalle dosi
successive di un bene. In questo modo veniva risolto, tra l’altro, il
“paradosso dell’acqua e dei diamanti”.
Ma se l’utilità di un bene dipende dall’intensità del bisogno da
soddisfare, questo signiÀca che il concetto di utilità cessa di essere
una proprietà intrinseca di un oggetto e viene ricondotta a fattori
esclusivamente soggettivi. Così Jevons parte da premesse molto si-
mili a quelle di Bentham, affermando che «l’utilità è l’argomento
principe dell’economia dall’inizio alla Àne perché oggetto dell’eco-
nomia è la massimizzazione della felicità mediante l’acquisizione
di piacere al più basso costo della pena»12. Ma successivamente egli
precisa: «non vi può essere alcun dubbio sul fatto che piacere, dolo-
re, lavoro, utilità, valore, ricchezza, denaro, capitale ecc., sono tutte
nozioni che possono essere trattate quantitativamente. […] Ma seb-
bene ammiri notevolmente le chiare e precise nozioni di Bentham,
non so dove questi dati numerici possano essere trovati» 13.
Ciò che rende il problema di difÀcile trattazione – spiega Je-
vons – è soprattutto la mancanza di metodo e completezza. L’errore
metodologico riguarda il fatto che quello che occorre indagare è
l’impatto soggettivo di queste cose e non concepire, come faceva
Bentham, l’utilità come proprietà oggettiva delle cose: «[…] è la
quantità di questi sentimenti che continuamente ci spinge a com-
prare e vendere, prestare e chiedere in prestito, lavorare e riposare,

12 W.S. Jevons (1871), p. 6.


13 Ivi, pp. 11-12.
30 Lǁenigma della scelta

produrre e consumare»14. E se non possiamo direttamente indaga-


re l’animo umano15, tuttavia possiamo misurare gli effetti di questi
sentimenti, così come facciamo con la gravità, che, non riuscendo a
misurare direttamente, misuriamo attraverso l’oscillazione del pen-
dolo: «La volontà è il nostro pendolo, e le sue oscillazioni vengono
minutamente registrate in tutte le liste di prezzi del mercato»16.
Tuttavia anche questa impostazione non era esente da difÀcoltà
poiché l’utilità, pur cessando di essere una proprietà oggettiva, con-
tinuava a essere considerata una quantità misurabile. In particolare
risultava difÀcile da affrontare la seguente questione: come è possi-
bile misurare in senso cardinale un fattore soggettivo qual è l’utilità
dei marginalisti? Il fare ciò comporterebbe poter dire, per esempio,
che per un agente l’utilità delle mele è il doppio o il triplo di quella
delle pere, ovvero che l’utilità di una mela equivale a quella di due
o tre pere.
Questo problema fu aggirato con la concezione ordinale dell’uti-
lità, di cui uno dei contributi più importanti è contenuto nel Manua-
le di Economia Politica di Vilfredo Pareto, che fornendo un mo-
dello puramente logico-matematico, consentiva di interpretare la
scelta prescindendo da ogni considerazione di carattere ÀlosoÀco,
etico e psicologico.
Anche secondo Pareto, come per i primi marginalisti, l’utilità
non è una proprietà Àsica dei beni ma una grandezza soggettiva.
Tuttavia, a differenza dei marginalisti, egli ritiene che non sia pos-
sibile misurare tale grandezza soggettiva, ma anche che non sia ne-
cessario farlo. Secondo Pareto il problema può essere aggirato spo-
stando il piano dellǁanalisi dalla misurazione cardinale dellǁutilità
allǁordinamento delle preferenze. Per fare ciò egli si servì della cur-
va di indifferenza, che è la rappresentazione delle combinazioni di
beni che procurano all’agente lo stesso livello di utilità.

14 Ivi, p. 12.
15 Anticipando la tendenza dell’economia successiva di prescindere da ogni
considerazione di carattere psicologico, Jevons si affretta a precisare: «Lungi
da me il dire che avremo mai i mezzi per misurare direttamente i sentimenti
dell’animo umano» (p. 12).
16 W.S. Jevons (1871), pp. 13-14.
Successi e limiti della teoria della scelta razionale 31

Supponiamo – scrive Pareto – che un uomo si lasci guidare unica-


mente dai suoi gusti e che egli abbia 1 kg. di pane e 1 kg. di vino. Egli,
sempre secondo i suoi gusti, è disposto ad avere un poco meno di pane,
purché abbia un poco più di vino, o viceversa. Egli cioè, consente, per
esempio, ad avere solo 0,9 kg. di pane purché abbia 1.2 di vino. In altri
termini vuol dire che quelle due combinazioni, cioè 1 kg. di pane e 1
kg. di vino; 0,9 kg. di pane 1.20 kg. di vino per lui tornano lo stesso;
egli non preferisce la seconda alla prima, né la prima alla seconda; non
saprebbe quale delle due scegliere, gli è indifferente godere dell’una o
dell’altra17.

In questo modo, è possibile costruire su un sistema di assi carte-


siani una curva che rappresenta tutte le possibili combinazioni dei
due beni che forniscono lo stesso livello di utilità, in cui la diminu-
zione di un bene viene compensata dallǁaumentare dellǁaltro. Una
volta tracciata questa curva è possibile stabilire lǁordine delle pre-
ferenze, per cui il luogo di tutti i punti al di sopra della curva, cioè
più distanti dall’origine degli assi, è preferito a quello di tutti i punti
al di sotto della curva. Pertanto, secondo la teoria ordinale, l’utilità
è solo l’espressione delle preferenze dell’agente. In altre parole, per
stabilire se l’utilità derivante dal consumo di un bene è maggiore o
minore di quella derivante dal consumo di un altro bene, non è im-
portante che l’agente sappia quantiÀcare il livello di utilità che gli
deriva dal consumo di ciascun bene, ma solo che sappia affermare
con precisione se un bene è preferito ad un altro.
Quindi la funzione di utilità ordinale risolve la difÀcoltà della mi-
surazione legata alle precedenti interpretazioni dell’utilità, in quan-
to essa non misura una quantità assoluta di soddisfazione ma solo il
valore relativo di una scelta rispetto alle altre possibili opzioni. Essa
inoltre consente di tralasciare ogni considerazione etica della scelta,
in quanto basta trattare i desideri o le preferenze dell’agente solo da
un punto di vista formale, e cioè in modo da accertarne la coerenza
logica, prescindendo dal valutare se tali desideri siano buoni o cat-
tivi, ovvero egoistici o altruistici e così via.
Una variante della teoria dell’utilità ordinale è quella proposta da
Paul Samuelson con la sua celebre teoria delle “preferenze rivela-
te”, secondo cui l’unico dato empirico su cui si può contare per in-

17 V. Pareto (1906), pp. 164-165.


32 Lǁenigma della scelta

dagare le scelte è il comportamento osservabile degli agenti, per cui


sono le scelte che “rivelano” le preferenze. Così se il consumatore
acquista il paniere o complesso di beni A (1 kg di pane, 1 litro di
latte e 100 gr di cioccolato) piuttosto che il paniere B (1 hamburger
e 100 gr di patate fritte) e se il paniere A ha un costo superiore o
comunque non inferiore del paniere B, allora il consumatore rivela
che preferisce il paniere A. Pur avendo abbastanza denaro per com-
perare il paniere B non lo ha fatto18.
Ma in deÀnitiva i due approcci non sono che varianti di una me-
desima impostazione fondata sull’ordinamento logico delle prefe-
renze. Il primo approccio è volto a spiegare come le azioni possono
essere ricavate deduttivamente da un sistema di preferenze dato,
mentre il secondo parte dalla scelta per risalire al sistema di prefe-
renze dell’agente, assumendo che la scelta soddisÀ le condizioni di
coerenza previste dagli assiomi logici.

1.2. Il primato dell’economia

Si può dire che sin dalle sue origini storiche il più importante
campo di applicazione della TSR sia stata l’economia, in quanto
dopo Hume, il cui utilitarismo era una ÀlosoÀa prettamente morale,
i concetti di utilità e preferenza hanno un signiÀcato strettamen-
te economico. Dal momento che l’economia riguarda i comporta-
menti e le decisioni attraverso cui l’agente utilizza le risorse per
soddisfare i bisogni, e poiché le risorse sono limitate e i bisogni
potenzialmente illimitati, il nucleo di questo approccio consiste
perciò nell’interpretare la scelta come un processo volto alla massi-
mizzazione dei beneÀci e minimizzazione dei costi. In tal modo si
è venuto delineando il paradigma concettuale, che viene anche de-
nominato dell’Homo oeconomicus, in cui lo studio della decisione
è stato dominato dall’approccio economico. Secondo questo mo-
dello il decisore è caratterizzato dalla “razionalità”, intesa nel senso
prettamente “pratico”, in quanto Ànalizzata alla scelta dell’azione,
e “strumentale”, ossia come capacità di calcolare e di utilizzare i
mezzi nel modo migliore in vista di un determinato Àne.

18 P. Samuelson (1948), p. 244.


Successi e limiti della teoria della scelta razionale 33

Il modello economico della scelta è probabilmente la più impor-


tante teoria normativa dell’azione del Novecento, almeno sino agli
anni Ottanta. Da essa derivano molte teorie delle scienze sociali.
Oltre alla “teoria del consumatore” (Consumer Choice Theory), che
è la teoria della scelta propriamente economica, da questo modello
deriva anche la “teoria dello scambio” (Exchange Theory), che è la
sua applicazione alle interazioni sociali, secondo cui gli esseri uma-
ni intraprendono delle relazioni sociali sulla base di una valutazione
di costi e beneÀci. Secondo questa teoria un agente intraprende un
rapporto con un suo simile quando stima che i vantaggi che possono
derivare da esso sono maggiori dei costi, e viceversa interrompe
tale rapporto quando si accorge che il costo supera i vantaggi. Dal
modello dell’Homo oeconomicus deriva pure la “teoria delle scel-
te sociali”, che riguarda lo studio formale dell’aggregazione delle
scelte individuali, ossia delle relazioni fra le preferenze degli indi-
vidui e la scelta collettiva. Ancora esso è alla base di una delle più
importanti teorie della giustizia del Novecento, ossia quella di John
Rawls (1971), come espressamente riconosce il suo autore19.
Il successo del modello della scelta adottato dall’economia
neoclassica ha fatto sì che all’interno delle scienze sociali l’econo-
mia assumesse gradualmente una posizione di predominio. Questo
orientamento nelle scienze sociali, denominato “economic appro-
ach”, è stato sostenuto soprattutto dalla cosiddetta Scuola di Chi-
cago. Esemplare a questo proposito è l’opera di Anthony Downs
(1957) dal signiÀcativo titolo An Economic Theory of Democracy,
in cui il modello della scelta elaborato in economia viene esteso al
contesto politico. Secondo Downs tanto i partiti politici che gli elet-
tori si comporterebbero come agenti razionali, attuando le loro scel-
te sulla base dell’ordinamento delle proprie preferenze. Escludendo
quindi ogni motivazione di carattere ideologico, Downs afferma:

Poiché i membri dei partiti sono motivati dal desiderio di ottene-


re i vantaggi connessi alle cariche pubbliche, essi elaborano proposte

19 «Il merito della terminologia contrattualistica è di esprimere l’idea che i


principi di giustizia possono essere concepiti come principi che verrebbero
scelti da persone razionali, e che le concezioni della giustizia possono essere
spiegate e giustiÀcate in questo modo. La teoria della giustizia è una parte,
forse la più signiÀcativa, della teoria della scelta razionale» (p. 31).
34 Lǁenigma della scelta

politiche in vista delle cariche piuttosto che ricercare le cariche per


realizzare politiche precedentemente formulate20.

In altri termini la scelta di determinate politiche da parte dei par-


titi, secondo questa teoria, sarebbe determinata non tanto da un’in-
trinseca convinzione sulle questioni affrontate quanto dal fatto che
essa viene stimata come la scelta massimizzante in vista della pre-
ferenza propria dei partiti, che è quella di conquistare cariche di
governo. In maniera analoga, riguardo alle scelte di voto, gli elettori
si comporterebbero secondo il principio di massimizzazione, sce-
gliendo il candidato o il partito che secondo loro possono meglio
proteggere i loro interessi.
Ma l’autore che ha sostenuto la più radicale generalizzazione
del modello economico della scelta è stato Gary Becker, un altro
esponente di primo piano della stessa Scuola di Chicago e Nobel
per l’Economia nel 1992. Come chiarisce il titolo della sua opera
principale, The Economic Approach to Human Behaviour, Becker
concepisce l’economia in una forma nuova, non più come un campo
di studio ma come un metodo di analisi che può essere applicato a
ogni aspetto della vita umana. Con le sue stesse parole:

ho raggiunto la conclusione che un approccio economico possa es-


sere applicato con successo a qualunque comportamento umano, che
riguardi prezzi reali o prezzi virtuali (shadow prices), decisioni ripe-
tute o infrequenti, motivazioni emotive o razionali, ricchi o poveri,
uomini o donne, adulti o bambini, persone brillanti o stupide, pazienti
o dottori, uomini politici o d’affari, professori o studenti21.

L’originalità di Becker risiede essenzialmente nel fatto di aver


trasferito concetti provenienti dalla teoria dell’impresa allo studio
di attività comunemente considerate molto distanti dalla logica di
mercato. Egli, infatti, amplia il presupposto della teoria della scelta
razionale, secondo cui il principio della massimizzazione è rivolto
solo a beni e servizi acquistati nel mercato strettamente economico-
monetario, introducendo altri tipi di mercati regolati dai “prezzi
ombra” come il tempo o i costi psichici. Per esempio per conoscere

20 A. Downs (1957), p. 334.


21 G.S. Becker (1976), p. 8.
Successi e limiti della teoria della scelta razionale 35

i costi di una cena in casa, secondo Becker, non occorre considerare


solo il prezzo degli ingredienti impiegati per la preparazione, ma
occorre considerare il tempo impiegato nell’acquisto degli ingre-
dienti, la fatica necessaria alla loro preparazione ecc.
La teoria di Becker costituisce, inoltre, una variante della TSR
soprattutto per quanto riguarda il problema della formazione delle
preferenze. Nella sua formulazione standard, secondo la TSR tre
cose determinano la scelta: il reddito, i prezzi e le preferenze. Se-
condo Becker, il difetto principale di questa teoria è la dipendenza
dalle differenze di preferenze per spiegare differenze della scelta.
Così il fatto che in alcune circostanze delle opportunità di proÀtto
non venissero sfruttate, o costituiva un fallimento della teoria am-
mettendo l’irrazionalità dell’agente, oppure la teoria veniva salva-
guardata ricorrendo all’ipotesi ausiliaria della variazione delle pre-
ferenze. Secondo Becker questo limite è dovuto al fatto che la TSR
nella sua precedente versione è stata formulata nei termini di prezzi
monetari e redditi monetari, mostrandosi incapace di spiegare i mu-
tamenti di preferenze e limitando la sua attrattiva agli occhi degli
altri scienziati sociali. Egli invece ritiene di poter spiegare come le
medesime preferenze possano determinare scelte diverse grazie al
suo ampliamento della nozione di mercato. Ad esempio, nel caso di
due individui che, di fronte allo stesso prezzo monetario di un bene
e disponendo dello stesso reddito, compiano scelte diverse, non c’è
bisogno di ricorrere a preferenze esogene, intorno alle quali non
sappiamo nulla. Si può invece trovare la spiegazione con il fatto che
un individuo può disporre di una maggiore risorsa di tempo per pro-
durre da sé un bene o un servizio, piuttosto che acquistarlo. Oppure
si possono considerare i costi psichici, che possono rendere note-
volmente incompleta l’informazione intorno ai processi produttivi,
impedendo in tal modo di cogliere le opportunità di proÀtto22.
In questo modo Becker (1977) giunge alla sua nota interpretazio-
ne, secondo cui il motto ‘de gustibus non est disputandum’ non si-
gniÀca che la ricerca si debba arrestare come di fronte alle colonne
d’Ercole delle preferenze individuali, ma semplicemente che non
esistono reali differenze di preferenze tra gli individui o variazioni
temporali di preferenze nello stesso individuo. Pertanto, quando os-

22 Ivi, p. 7.
36 Lǁenigma della scelta

serviamo un cambiamento di preferenze, signiÀca semplicemente


che sono mutate le condizioni relative al rapporto costo-beneÀci o
prezzi-reddito, rapporto che non deve essere inteso solo in senso
monetario ma deve essere ampliato sino ad includere ogni aspetto
del comportamento umano. E mentre gli economisti normalmente
arrestano la propria indagine di fronte al dato delle preferenze, per
Becker l’indagine economica sulla decisione deve proseguire sino
a considerare faticosamente tutte le altre condizioni inizialmente
non considerate. Pertanto egli afferma: «nella nostra prospettiva,
si ricerca, spesso a lungo e in modo frustrante, la forma sottile
che costi e redditi assumono nello spiegare le differenze personali
e temporali»23. Così, se un agente inizialmente preferiva un’auto
sportiva e adesso preferisce un’utilitaria, non è necessario dire che
ha cambiato le sue preferenze, ma che sono cambiate le condizioni
inizialmente considerate. Può essere accaduta una diminuzione del
reddito oppure può essere intervenuto un aumento dei costi, senza
che ciò debba essere inteso in senso esclusivamente economico: per
esempio quel soggetto prima frequentava una compagnia che ap-
prezzava la spider, ora invece frequenta una compagnia che ritiene
che le macchine sportive siano inquinanti, per cui per lui possedere
una spider ha subito un aumento del “costo morale”, che la rende
antieconomica.
Un aspetto della teoria di Becker che è stato molto apprezzato
riguarda il concetto di “capitale umano”24, inteso come l’insieme di
conoscenze e competenze acquisite da un individuo e Ànalizzate al
raggiungimento di obiettivi sociali ed economici. Mentre sino agli
anni Settanta del secolo scorso la causa principale della povertà di
un paese e quindi la sua debole crescita economica erano attribuite
quasi esclusivamente alla scarsa dotazione di capitale Àsico, gene-
ralmente associata all’arretratezza tecnologica, oggi è sempre più
riconosciuta l’intuizione di Becker del capitale umano come fattore
determinate per la crescita economica.

23 G.S. Becker (1977), p. 76.


24 Su questo punto Becker (1976) si rifà alla pioneristica opera in quest’area
di ricerca di Theodore W. Schultz, altro economista di Chicago, a cui tra
l’altro dedica il libro. L’argomento è ampiamente ripreso anche nella “Nobel
Lecture” (december 9, 1992), The Economic Way of Looking at Life.
Successi e limiti della teoria della scelta razionale 37

Se la teoria di Becker ha incontrato un notevole successo riguar-


do al capitale umano, non altrettanto può dirsi per altri aspetti, qua-
li l’analisi del crimine e soprattutto della famiglia, contenute nella
stessa opera del 1976. Infatti, applicando il suo metodo di analisi
economica alla famiglia, Becker sostiene l’esistenza di un mercato
matrimoniale, dove gli individui competono per ottenere il com-
pagno migliore, per cui la decisione di sposarsi viene interpretata
come una scelta economica: l’individuo si sposa se l’utilità sperata
è maggiore dell’utilità che ha restando celibe. In questo mercato gli
individui scambiano beni, tempo e qualità personali come la bellez-
za, l’intelligenza, l’educazione. Il tempo di ricerca del compagno è
un investimento in vista di un’utilità futura rappresentata dal matri-
monio. Anche i bambini sono considerati come beni che producono
proÀtti, psichici e monetari, ma comportano anche costi come l’ali-
mentazione, e sopratutto il tempo dedicato dai genitori25.
Anche se pochi altri autori condividono la Àducia di Becker nel-
la universalità dell’applicazione della TSR, è comunque opinione
abbastanza diffusa che tale teoria possa essere applicata al di fuori
dei conÀni dell’ambito economico in cui è stata originariamente
concepita. In questo senso, si è andato determinando quello che è
stato deÀnito l’“imperialismo economico” nel dominio delle scien-
ze sociali. L’espressione ‘imperialismo economico’, divenuta suc-
cessivamente il titolo di un libro26, è di Jack Hirshleifer (1985).
Quest’ultimo, partendo dalla celebre deÀnizione di Lionel Robbins,
«l’economia è la scienza che studia il comportamento umano come
relazione tra Àni e mezzi scarsi che presentano usi alternativi»27,
afferma che, dal momento che i Àni che gli uomini si propongono
di realizzare includono «non solo pane e burro, ma anche reputa-
zione, avventura, sesso, salvezza eterna», allora l’economia deve
riguardare anche l’ambito di tutti questi Àni, essendo anche i mezzi
per raggiungerli spesso scarsi. Da ciò Hirshleifer ne conclude che

25 Becker (1976) ammette che «può sembrare una forzatura artiÀciosa e im-
morale classiÀcare insieme bambini e automobili, case e macchinari», ma
secondo lui ciò è del tutto irrilevante per il successo descrittivo della sua
teoria (p. 172).
26 G. Radnitzky e P. Bernholz (1987). Cfr. anche E.P. Lazear (2000).
27 L. Robbins (1932), p. 16.
38 Lǁenigma della scelta

Vi è una sola scienza sociale. Ciò che conferisce all’economia il


suo invasivo potere imperialistico è che le nostre categorie analitiche
– scarsità, costi, preferenze, opportunità, ecc. – sono veramente univer-
sali nelle loro applicazioni. Persino più importante è la nostra organiz-
zazione strutturata di questi concetti nei distinti ma intrecciati processi
di ottimizzazione a livello di decisione individuale e di equilibrio al
livello di analisi sociale. Ne consegue che l’economia costituisce real-
mente la grammatica universale della scienza sociale28.

Queste affermazioni, come quelle analoghe di Becker, costitui-


scono naturalmente le posizioni più estreme al riguardo, ma il prima-
to dell’economia nelle scienze sociali è stato un fenomeno diffuso.
Come ha scritto il sociologo John Scott, il successo dell’economia

ha portato molti altri scienziati sociali a guardare con invidia in que-


sta direzione. Essi hanno pensato che solo se avessero potuto seguire i
metodi dell’economia avrebbero potuto raggiungere successi analoghi
nei propri studi. Questi sociologi e politologi hanno cercato di costru-
ire teorie intorno all’idea che ogni azione è fondamentalmente ‘razio-
nale’ nel carattere e che la gente calcola i costi e i beneÀci presumibili
di ogni azione prima di decidere cosa fare29.

1.3. La critica alla colonizzazione delle scienze sociali

Nonostante l’approccio economico della scelta abbia avuto que-


sto notevole successo, esso è stato anche oggetto di severe critiche
che si sono sviluppate in due direzioni principali. Da un lato sono
emerse una serie di obiezioni esplicitamente rivolte dagli scienzia-
ti sociali contro il tentativo da parte dell’economia di colonizzare
gli altri ambiti sociali, anche perché nelle ricerche sociali vige un
modello alternativo a quello dell’Homo eoconomicus, cioè quello
dell’Homo sociologicus, la cui esistenza costituisce già una criti-
ca implicita alla pretesa di universalità della TSR. Dall’altro, pro-
prio negli anni in cui la TSR cominciava ad affermarsi nell’ambi-
to dell’economia30, una critica dal suo interno è stata avanzata da

28 J. Hirshleifer (1985), p. 53, corsivo originale.


29 J. Scott (2000), p. 126.
30 Cfr. M. Friedman e L.J. Savage 1948 e 1952.
Successi e limiti della teoria della scelta razionale 39

Maurice Allais (1953) il quale, attraverso il noto paradosso che ha


preso il suo nome, metteva in discussione la fondatezza di questa
teoria per spiegare le stesse scelte economiche.
Riguardo al primo aspetto, poco dopo la pubblicazione del libro
di Becker, che è l’opera più rappresentativa del tentativo di appli-
care la teoria economica della scelta a tutti gli ambiti dell’azione
umana, sulla rivista “Philosophy of the Social Sciences” è apparso
un lungo articolo di Alexander Rosenberg (1979) dal signiÀcativo
titolo Can Economic Theory Explain Everything? Al di là degli esiti
paradossali riguardanti il matrimonio e la famiglia, a cui si è accen-
nato, in questo articolo sono stati duramente criticati i presupposti
metodologici della teoria di Becker. A. Rosenberg comincia con il
mettere a fuoco le implicazioni del suo nuovo approccio, notando
che ciò che contraddistingue l’opera di Becker non è solo il fatto di
aver esteso la teoria della scelta economica agli altri ambiti delle
scienze sociali, cosa che in parte anche altri esponenti delle Scuola
di Chicago avevano già fatto, anche se non in modo così sistemati-
co, quanto il fatto che egli impieghi tale teoria in un modo nuovo.
La novità risiede nel fatto che in Becker la TSR rappresenta il tenta-
tivo dell’impiego esclusivo del modello della scelta razionale nella
spiegazione dell’azione dei singoli individui. Infatti, secondo Ro-
senberg, originariamente la TSR aspirava a spiegare i meccanismi
di mercato e a fare predizioni adeguate, ammettendo esplicitamente
di non basarsi su assunzioni realistiche circa i concreti ed effettivi
processi decisionali. Quindi il fatto che la visione dell’uomo come
pronto calcolatore non fosse realistica, non costituiva di per sé un
difetto della teoria economica della massimizzazione dell’utilità at-
tesa, poiché – come aveva precisato Milton Friedman (1953) – la
teoria non era in realtà interessata a spiegare le azioni dei singoli
individui in quanto lo studio della scelta individuale era solo un
mezzo per lo studio della domanda di mercato. Secondo Rosenberg
la teoria di Becker intende invece spiegare proprio le azioni dei sin-
goli individui e le scelte concrete che determinano queste azioni31.
La critica di Rosenberg si concentra pertanto sull’aspetto che Be-
cker considera la peculiarità del suo approccio alla teoria economica
e cioè quello della formazione delle preferenze. Ricordiamo che per

31 A. Rosenberg (1979), p. 509.


40 Lǁenigma della scelta

Becker le preferenze non cambiano sostanzialmente in riferimento


al tempo, né sono molto differenti tra persone ricche e povere, o tra
persone di diverse società e culture. Per lui i mutamenti di prefe-
renze devono essere intesi come l’effetto di fattori diversi da quelli
strettamente monetari, che pur non essendo esplicitamente conside-
rati, sono comunque sempre riconducibili a un’analisi costi-beneÀci.
Secondo Rosenberg, però, la pretesa di Becker che l’economia possa
spiegare in questo modo ogni aspetto del comportamento umano fal-
lisce nel mostrare cosa c’è di peculiarmente economico in un qual-
che senso veramente importante, e in deÀnitiva «riesce a spiegare
tutto nel suo presunto dominio a costo di non spiegare niente»32.
Becker, nota Rosenberg, non dice nulla riguardo alla cruciale que-
stione delle variabili ambientali che determinano i “prezzi ombra”,
per cui la mera moltiplicazione di variabili non fa altro che spostare
il problema delle preferenze, rinviando sempre a qualche fattore ag-
giuntivo, senza tuttavia spiegarne l’origine e la natura.
Oltre a questa speciÀca critica di carattere metodologico, un’al-
tra più generale è stata rivolta alla pretesa di estendere la teoria
della scelta economica agli altri ambiti delle scienze sociali, a par-
tire dalla convinzione che sia impossibile ridurre ogni altro aspet-
to sociale all’economia. Soprattutto nell’ambito della sociologia, e
all’interno del cosiddetto modello dell’Homo sociologicus, è stata
contestata la possibilità che i fenomeni sociali possano essere spie-
gati esclusivamente a partire da azioni razionalmente individuali.
La differenza fondamentale tra il modello dell’Homo sociologicus
e quello dell’Homo eoconomicus è che, mentre per quest’ultimo
sono le preferenze individuali a determinare l’azione, per il primo
è determinante il concetto di norma sociale. Ne deriva che secondo
l’approccio economico la spiegazione della scelta è del tipo: “ho
agito così perché questa azione si accorda razionalmente con le mie
preferenze”, invece secondo l’approccio sociologico l’origine di
molti comportamenti sociali è determinata da norme e ruoli: “ho
fatto questo perché è giusto o è ciò che gli altri si aspettano da chi si
trova nella mia situazione”. In un certo senso si tratta di due modelli
che offrono due interpretazioni parallele dei medesimi fenomeni.
Per esempio il crimine, secondo l’approccio sociologico, viene in-

32 Ivi, p. 511.
Successi e limiti della teoria della scelta razionale 41

terpretato come una devianza dalle norme sociali, mentre secondo


la TSR viene interpretato come un comportamento da cui l’autore
del crimine ritiene di trarre un qualche tipo di beneÀcio33.
Tuttavia c’è almeno un aspetto della teoria sociale che costitu-
isce uno scoglio difÀcilmente superabile dalla TSR, e cioè quel-
lo dell’azione collettiva. Infatti non è facile spiegare, a partire dal
principio della massimizzazione dell’utilità individuale, la coope-
razione di individui in gruppi, associazioni o altre forme di azioni
collettive. A questo proposito, si fa riferimento al cosiddetto proble-
ma del “free rider”, letteralmente “battitore libero”, con cui nella
lingua inglese si indica colui che beneÀcia di beni o servizi prodotti
dalla comunità senza pagarne il costo. Questo può essere il caso di
chi sale sui mezzi pubblici senza pagare il biglietto, oppure di chi
non aderisce allo sciopero non rinunciando alla retribuzione della
giornata, ma sperando di beneÀciare di eventuali conquiste che sa-
ranno riconosciute in seguito a tutti i lavoratori. Secondo il princi-
pio della massimizzazione dell’utilità l’individuo razionale, di fron-
te a un’azione collettiva come quella dei trasporti pubblici o dello
sciopero, ogni volta che ne ha la possibilità, dovrebbe lasciare che
siano gli altri a pagare i costi di beneÀci di cui lui usufruirà comun-
que. Tuttavia, se così fosse, nessuno dovrebbe pagare il biglietto del
tram o fare lo sciopero e invece non è così.
A questi rilievi i sostenitori della TSR hanno risposto che alla
base dell’osservanza delle norme sociali c’è sempre una forma di
razionalità strumentale, per cui il passeggero che paga il biglietto
lo fa sapendo che per lui è più vantaggioso pagare che dover rinun-
ciare al servizio di trasporto nel caso questo fallisse perché nessuno
paga il biglietto. In altre parole – come ha scritto A. Weale – dentro
ogni Homo sociologicus si nasconderebbe un Homunculus oecono-
micus34. D’altra parte il tentativo di adattare alla TSR alcuni com-
portamenti sociali, come l’importanza attribuita alla reputazione, si
rivela palesemente insufÀciente. Per esempio, secondo il principio
della massimizzazione, nelle transazioni economiche gli individui

33 Di fatto nell’ambito della criminologia è stata sviluppata una Teoria della


Scelta Razionale applicata al crimine. Vedi. D. Cornish e R.V. Clarke (1986
e 1987).
34 A. Weale (1992a), p. 95.
42 Lǁenigma della scelta

o le imprese dovrebbero sempre perseguire comportamenti oppor-


tunistici, magari non rispettando qualche clausola del contratto,
piuttosto che mantenere un comportamento leale. I sostenitori della
TSR affermano che comportamenti leali e che si preoccupano del-
la reputazione possono essere spiegati col fatto che, se nel breve
periodo l’opportunismo può essere vantaggioso, nel lungo periodo
risulta economicamente più vantaggioso avere una buona reputa-
zione. Ma questa spiegazione è poco convincente, poiché ciò signi-
Àcherebbe ridurre una virtù come la lealtà al puro e cinico calcolo
del proprio vantaggio, così come è difÀcile pensare che la reputa-
zione e l’afÀdabilità di un individuo possano essere costruite solo
sulla base di comportamenti che egli adotta con il preciso scopo di
farsi una buona reputazione.
In deÀnitiva, dunque, il tentativo di spiegare il rispetto delle nor-
me sociali sulla base di un mero calcolo utilitaristico segue la scia
della storica teoria hobbesiana del contratto sociale. Come abbiamo
visto, secondo Hobbes gli individui, pur perseguendo l’interesse
personale, imparano che la cooperazione piuttosto che il mero egoi-
smo è la strategia ottimale per cui, scegliendo di rinunciare al pro-
prio desiderio di commettere ingiustizia, alla Àne ricavano un mag-
gior vantaggio. Ma già T. Parsons (1937) aveva confutato l’idea
hobbesiana secondo cui attori razionalmente autointeressati potes-
sero generare un ordine sociale stabile su basi puramente economi-
che, così come non sarebbe possibile creare un ordine politico stabi-
le su basi puramente coercitive. Lo stesso J. Elster (1989) tentando
un’integrazione dei modelli dell’Homo oeconomicus e dell’Homo
sociologicus con la sua “teoria delle norme sociali”, secondo cui
scelta razionale e impegno normativo concorrono in maniera com-
plementare alla formazione dell’azione sociale, ha riconosciuto che
le norme sociali possono funzionare solo perché vengono “interna-
lizzate”, acquisendo così un carattere vincolante che non può essere
spiegato in termini puramente razionali.
Veniamo ora al secondo Àlone di studi, quello che ha messo in di-
scussione la validità della TSR anche per quel che riguarda le stesse
scelte economiche. Il primo ad avanzare questo genere di critiche
è stato M. Allais in relazione al tema delle scelta in condizioni di
rischio. La premessa del suo ragionamento si basa sulla considera-
zione che la valutazione del rischio è condizionata da fattori psi-
Successi e limiti della teoria della scelta razionale 43

cologici anziché su un calcolo puramente logico. Secondo Allais,


«l’esperienza mostra come persone molto prudenti e che l’opinione
comune considera razionali, possano preferire avere con certezza
40 franchi a una probabilità su due di vincere 100 franchi» nono-
stante che secondo la teoria dell’utilità attesa, la probabilità al 50%
di vincere 100 costituisce un’utilità superiore alla certezza di avere
40. Tale considerazione sulla base dell’esperienza comune – dice
Allais – è incontestabile e non si vede come da un punto di vista
razionale si potrebbe criticare chi ha una preferenza marcata per
la certezza35. Tale comportamento comune, secondo Allais, “met-
te in scacco” la posizione fondamentale della TSR, che egli – con
riferimento a Milton Fridman e Leonard Savage – identiÀca con
“la scuola americana”. In particolare Allais ipotizza l’infondatezza
del “principio di indipendenza” di Savage, secondo cui la scelta tra
due alternative dovrebbe essere inÁuenzata unicamente dai fattori
che portano a risultati diversi, mentre quelli comuni possono esse-
re ignorati. Egli pertanto ha formulato il seguente problema, noto
come “il paradosso di Allais”, costituito da due coppie di scelta,
ciascuna con due opzioni36:

(1) Preferite la situazione A alla situazione B?


SITUAZIONE A certezza di ricevere 100 milioni

10 probabilità su 100 di vincere 500 milioni


SITUAZIONE B 89 probabilità su 100 di vincere 100 milioni
1 probabilità su 100 di non vincere nulla

(2) Preferite la situazione C alla situazione D?


11 probabilità su 100 di vincere 100 milioni
SITUAZIONE C
89 probabilità su 100 di non vincere nulla

10 probabilità su 100 di vincere 500 milioni


SITUAZIONE D
90 probabilità su 100 di non vincere nulla

35 M. Allais (1953), p. 525.


36 Ivi, p. 527.
44 Lǁenigma della scelta

In questo problema di scelta, se fosse vero il “principio di indi-


pendenza” di Savage, preferire A a B dovrebbe implicare preferire
C a D. Infatti dal punto di vista della TSR, secondo cui l’utilità at-
tesa di una lotteria è data dal prodotto del valore della vincita per la
probabilità di occorrenza della stessa, la situazione A è la situazione
C presentano lo stesso proÀlo, e precisamente un’utilità attesa in-
feriore ma anche un rischio di non vincere nulla inferiore, poiché
sia B che D contengono una probabilità su 100 di non vincere nulla
in più rispetto a A e B, ma anche 10 probabilità su cento di vincere
500 milioni che A e B non contengono. Invece secondo Allais tale
implicazione non sussiste perché è ragionevole supporre che la mag-
gior parte delle persone prudenti, e che l’opinione comune giudica
razionali, sceglierebbe A ma non C. Ciò è dovuto al fatto che, come
si è detto, per Allais, la valutazione del rischio nelle scelte concrete
non si basa solo sul calcolo matematico – come ipotizza la teoria
dell’utilità attesa – ma è determinato da fattori psicologici che co-
munque, sottolinea più volte Allais, non possono essere considerati
irrazionali. Se pertanto sulla base del calcolo puramente matematico
la probabilità di non ricevere nulla nella situazione A è identica a
quella nella situazione C, dal punto di vista psicologico la differenza
è decisiva perché nel primo caso l’aumento del rischio di non vin-
cere nulla da 0 a 0,1 è stimato inferiore alla speranza di vincere la
somma più alta, diversamente dal secondo caso in cui l’aumento del
rischio va da 8,9 a 9. Quindi la variazione del rischio, che dal punto
di vista matematico si presenta identica, ossia un aumento di 0,1, dal
punto di vista psicologico, invece, rappresenta due situazioni piutto-
sto diverse, poiché nel primo caso signiÀca la rinuncia alla certezza,
mentre nel secondo caso non ha un signiÀcato così decisivo.
Sempre intorno agli anni Cinquanta Herbert Simon, con la sua
pionieristica opera sulla razionalità limitata (1957), inaugurò il
dibattito sul decision making nell’ambito della scienza cognitiva,
proponendo un modello di scelta che criticava la razionalità per-
fetta o, come lui la deÀnì, “olimpica”, della TSR e dell’economia
neoclassica.
Simon sviluppò la sua teoria inizialmente nell’ambito degli studi
sulle organizzazioni, nell’opera Administrative Behavior37, in cui

37 H. Simon (1947).
Successi e limiti della teoria della scelta razionale 45

criticava le teorie esistenti sulla pubblica amministrazione. Parec-


chi anni dopo egli racconterà come l’idea della razionalità limitata
gli fosse venuta dalla sua concreta esperienza nell’osservazione di
come si fa il bilancio, contrapponendo alla modalità deduttiva allo-
ra adottata negli studi economici, il metodo dell’osservazione em-
pirica e inaugurando in tal modo l’approccio della cosiddetta “eco-
nomia comportamentale”. In particolare, raccontando che all’inizio
della sua carriera, nel 1935, su invito di J. Kerwin, trascorreva un
periodo nella sua città nativa di Milwaukee per osservare le proce-
dure di bilancio comunale, egli scrive:

La mia formazione economica mi aveva mostrato come si fa razio-


nalmente un bilancio. Semplicemente comparando l’utilità marginale
di un preventivo di spesa con il costo marginale, e approvandolo solo
se l’utilità eccede i costi. Tuttavia quello che io osservavo a Milwaukee
non sembrava un’applicazione di questa regola. Ho osservato un sac-
co di contrattazione in riferimento al bilancio dell’anno precedente, e
cambiamenti incrementali di esso. Ammesso che la parola ‘marginale’
sia mai stata pronunciata, me la sono persa. […] Potevo vedere una
chiara connessione tra le posizioni della gente in materia di bilancio e
i valori e le credenze che prevalevano nelle loro sub-organizzazioni38.

La teoria della “razionalità limitata” (bounded rationality) con


la quale Simon sÀdava le assunzioni di “razionalità olimpica”
dell’economia neoclassica, sostiene che i processi decisionali non
si conformano al principio della massimizzazione, ma a criteri di
plausibilità o livelli accettabili di soddisfazione (satisfacing). Ciò
è dovuto al fatto che, secondo Simon, le decisioni degli individui
concreti sono vincolate a una serie di limiti cognitivi. Simon con-
sidera anzitutto la limitata capacità dell’organismo a pianiÀcare se-
quenze di comportamento a lungo termine, una limitazione imposta
sia dalla limitata abilità cognitiva dell’organismo sia dalla comples-
sità dell’ambiente in cui egli opera. In secondo luogo la tendenza
a stabilire livelli di aspirazione per ognuno dei molteplici obiettivi
che l’organismo affronta. In terzo luogo la tendenza a operare su
obiettivi sequenziali piuttosto che simultanei a causa del cosiddet-
to “collo di bottiglia” della memoria a breve termine. Un’ulteriore

38 H. Simon (1999), p. 112.


46 Lǁenigma della scelta

limitazione si ha in quanto, pur disponendo di tutte le informazioni


rilevanti, a causa dei limiti computazionali della mente, non è pos-
sibile svolgere tutti i calcoli previsti dalla teoria dell’utilità attesa e
prevedere tutti i possibili risultati di ogni alternativa di scelta e le
corrispondenti utilità39. InÀne c’è un’incompletezza insita nel pro-
cesso d’immaginazione, che deve intervenire per colmare l’assenza
di esperienza al Àne di attribuire un valore alle conseguenze che
riguardano il futuro e che sono note nel presente solo come eventi
attesi. Tali valori sono prevedibili solo in modo approssimativo40.
Dunque Simon rileva come caratteristiche fondamentali della ra-
zionalità umana, la difÀcoltà di analizzare problemi complessi, la
disponibilità di informazioni incomplete e la limitata capacità di
elaborare informazioni, i limiti di tempo in cui decidere e il fatto
che le preferenze del decisore possono riguardare obiettivi contra-
stanti. Per esempio la carenza di informazioni, che si veriÀca quan-
do di fronte ad un problema decisionale si conoscono solo alcu-
ne delle alternative possibili, comporta una valutazione imprecisa
dell’utilità complessiva della scelta. Ecco perché Simon conclude:

Poiché gli organismi del mondo reale non hanno né i sensi né l’inge-
gno per scoprire un percorso ‘ottimale’ – supponendo fra l’altro che il
concetto di ottimale possa essere deÀnito chiaramente – siamo interes-
sati solo a trovare un meccanismo di scelta che lo condurrà a persegui-
re un percorso ‘soddisfacente’ che, ad un qualche determinato livello,
consentirà la soddisfazione dei suoi bisogni41.

Pertanto i decisori di Simon, diversamente dai decisori “ottimiz-


zanti” o massimizzatori dell’utilità attesa, perseguono comporta-
menti “soddisfacenti piuttosto che ottimizzanti”.
Tuttavia, tanto le critiche dell’approccio sociologico all’imperia-
lismo del modello dell’Homo oeconomicus quanto quelle di Allais
e di Simon sulle assunzioni di razionalità della teoria dell’utilità
attesa, nonostante riguardassero aspetti cruciali, non hanno demoli-
to l’impostazione dell’economia neoclassica e il suo primato nelle
scienze sociali. L’anno successivo alla pubblicazione dell’articolo

39 H. Simon (1955).
40 H. Simon (1958).
41 H. Simon (1957), pp. 270-271.
Successi e limiti della teoria della scelta razionale 47

di Allais, apparve un saggio di Friedman (1953), che costituì la base


argomentativa e il punto di riferimento per respingere le critiche
di irrealismo che venivano mosse a partire dalla discrepanza tra le
assunzioni della teoria e le osservazioni empiriche dei concreti pro-
cessi decisionali.
Il nucleo della posizione di Friedman muove dalla distinzione
tra aspetti normativi e aspetti descrittivi della teoria. Egli, citando
Keynes, osserva che la confusione tra scienza positiva riguardante
“ciò che è” e scienza normativa o regolativa riguardante “ciò che
dovrebbe essere” è fonte di subdoli errori metodologici. Per Fried-
man una teoria non può essere completamente realistica nell’imme-
diato senso descrittivo assegnato a questo termine, anzi, per essere
importante, un’ipotesi deve essere descrittivamente falsa nelle sue
assunzioni. Con le sue parole,

Un’ipotesi è importante se spiega molto con poco, cioè se astrae gli


elementi comuni e cruciali dall’insieme delle complesse e dettagliate
circostanze che circondano i fenomeni che devono essere spiegati e
consente di effettuare previsioni valide sulla base di tali elementi sol-
tanto42.

Pertanto, secondo Friedman, il realismo delle assunzioni teoriche


non è un indice rilevante della validità di una teoria, né al contrario
l’irrealismo è indice dell’infondatezza della teoria. La validità di
una teoria deve essere giudicata solo in base al suo potere predittivo
per la classe di fenomeni che essa intende spiegare. Sebbene gli
individui possano essere mossi da numerose altre motivazioni, essi
si comportano “come se” stessero massimizzando la propria utilità,
per cui, anche se irrealistica sul piano delle decisioni individuali, la
teoria della scelta razionale è in grado di spiegare e predire molto a
livello macroeconomico, per esempio costruendo curve di domanda
e offerta, capaci di fornire predizioni di mercato sufÀcientemente
accurate.
Tuttavia negli ultimi decenni questa situazione è mutata in se-
guito al vasto sviluppo della ricerca in ambito cognitivo, che ha
determinato la nascita di una nuova area di ricerca, la behavioral

42 M. Friedman (1953), p. 14.


48 Lǁenigma della scelta

economics, o economia cognitiva, che è opportuno a questo punto


prendere in considerazione.
49

II.
COGNIZIONE E DECISIONE

2.1. L’economia cognitiva

Prima di prendere in considerazione il dibattito sul decision ma-


king inaugurato nelle scienze cognitive, vorrei cominciare con il
riÁettere su un’apparente incongruenza terminologica tra le espres-
sioni “behavioral economics” e”cognitive economics” spesso usa-
te come sinonimi. Tale incongruenza si origina perché nell’ambito
della scienza cognitiva behaviorismo e cognitivismo sono approcci
antitetici alla spiegazione dei processi mentali. Tuttavia nell’ambi-
to dell’economia la behavioral economics è essenzialmente un ap-
proccio che integra economia e psicologia e quindi non comporta,
come potrebbe sembrare, un’adesione al behaviorismo, bensì l’esi-
genza di tenere conto di quella che è una nuova entità nell’ambito
dell’economia, e cioè il comportamento reale degli agenti, piuttosto
che una sua astratta modellizzazione logico-matematica come avve-
niva nell’economia neoclassica. E questo cambiamento di prospet-
tiva nell’economia è stato determinato principalmente proprio dalla
rivoluzione cognitiva che, attraverso l’analisi dei processi cognitivi
che presiedono alle decisioni, ha reso possibile lo studio dell’effet-
tivo comportamento economico e delle scelte concrete, mostrando
in questo modo l’insufÀcienza della spiegazione tradizionale, basa-
ta sul modello logico-deduttivo.
Il dibattito sul decision making inaugurato nelle scienze cogniti-
ve dall’opera di Simon è stato ripreso negli anni Settanta soprattutto
con l’avvio del programma di ricerca denominato heuristics and
biases guidato da Daniel Kahneman e Amos Tversky. Attraverso
una lunga serie di esperimenti è stata fornita una descrizione dei
processi decisionali che si discosta sensibilmente dalla visione della
50 Lǁenigma della scelta

teoria dell’utilità attesa e che pertanto è opportuno prendere in con-


siderazione per tentare di pervenire a una visione più ampia dei pro-
blemi da essa sollevati. L’ingente quantità di dati empirici raccolti
da Kahneman, Tversky e dagli altri ricercatori mira a dimostrare
che nelle scelte in condizioni di incertezza le violazioni della razio-
nalità postulata dal modello dell’Homo oeconomicus non sono solo
abbondanti, diffuse e importanti, ma soprattutto sono sistematiche.
In altri termini, tali violazioni più che errori fortuiti, costituiscono
strategie cognitive o euristiche decisionali che si discostano dalle
assunzioni dell’utilità attesa.
In uno dei primi articoli in cui presentano le loro ricerche, Kah-
neman e Tversky (1974) si chiedono: cosa determina le credenze
riguardo al rischio di eventi incerti come i risultati delle elezioni o
l’andamento del dollaro? Come valutano le persone la probabilità
di un evento incerto? Mentre secondo la teoria dell’utilità attesa ciò
avviene sulla base del calcolo bayesiano delle probabilità, e quindi
su basi puramente logiche e razionali, Kahneman e Tversky mostra-
no che le persone si basano su un numero limitato di principi euri-
stici che trasformano il complesso compito di calcolare le probabi-
lità e prevedere valori in operazioni di giudizio più semplici. Tale
valutazione soggettiva delle probabilità, notano gli autori, è simile
alla valutazione soggettiva delle quantità Àsiche come la distanza
o la grandezza e quindi è soggetta agli stessi limiti di validità. Per
esempio, accade che si valuti la distanza sulla base della maggiore o
minore chiarezza: più un oggetto è visto distintamente, più è stima-
to vicino. Tale regola si basa sull’esperienza che oggetti vicini sono
visti più distintamente degli oggetti lontani. Tuttavia l’applicazione
di questa regola, o scorciatoia cognitiva (heuristics), può condurre
ad errori di giudizio (biases) come quando, per esempio, a causa dei
contorni sfocati dell’oggetto la distanza viene sovrastimata. Nell’ar-
ticolo del 1974 Kahneman e Tversky descrivono tre euristiche che
conducono ad errori sistematici nella valutazione delle probabilità:
la rappresentatività, la disponibilità e l’ancoraggio.
Rappresentatività. La prima euristica dice che le persone stimano
l’appartenenza di un oggetto A a una classe B sulla base della regola
che A è rappresentativo di B, trascurando altri dati più rilevanti.
Ai soggetti di un esperimento viene detto che Steve, un individuo
preso a caso dalla popolazione, è molto timido e schivo, di tempe-
Cognizione e decisione 51

ramento mite, ha un bisogno di ordine e una passione per i dettagli.


Quindi viene chiesto di valutare quale, fra le occupazioni elenca-
te (contadino, commerciante, pilota di volo, bibliotecario, Àsico)
più probabilmente appartenga a Steve. Dagli esperimenti risulta
che la maggior parte delle persone a cui viene rivolto tale quesi-
to, risponde che è più probabile che la persona di cui sono forniti
quei tratti sia un bibliotecario. Ciò è determinato dall’euristica della
rappresentatività, cioè la descrizione di Steve lo rende rappresen-
tativo dello stereotipo del bibliotecario. Tale valutazione tuttavia è
scorretta dal punto di vista della logica bayesiana, poiché conduce a
trascurare alcuni fattori determinanti come, per esempio, la proba-
bilità a priori, e cioè il fatto che nella popolazione ci sono molti più
commercianti che bibliotecari, per cui è più probabile che Steve sia
un commerciante che non un bibliotecario.
Disponibilità. La seconda euristica viene utilizzata quando si
giudica la frequenza di particolari eventi o la probabilità della loro
occorrenza sulla base della facilità con cui l’evento è disponibile
alla mente. Tale euristica si basa sulla “regola” che una classe più
numerosa di eventi è quella che viene più facilmente ricordata. Tut-
tavia la disponibilità è determinata anche da altri fattori che non la
frequenza e la probabilità. Per esempio la maggior parte delle per-
sone tende a sovrastimare il numero delle vittime di incidenti aerei,
ritenendo che sia più grande di quello delle vittime di incidenti au-
tomobilistici. Ciò dipende dal fatto che gli incidenti di aerei, avendo
ampio spazio sui mass media, rimangono più impressi nella mente e
sono più facili da ricordare, mentre nella realtà è più alto il numero
delle vittime di incidenti stradali.
Ancoraggio. Questa euristica, chiamata anche ancoraggio e ag-
giustamento, è la tendenza a dare delle stime a partire da un valore
iniziale che viene poi aggiustato per fornire la valutazione Ànale. Il
valore iniziale, o punto d’inizio, può essere suggerito dalla formu-
lazione di un problema o può essere il frutto di un calcolo parziale.
Pertanto differenti punti d’inizio daranno luogo a stime diverse, che
graviteranno intorno al valore iniziale, in quanto il giudizio “si àn-
cora” ai punti di riferimento iniziali. Per esempio si è chiesto a due
gruppi di soggetti di stimare quanti paesi africani ci sono all’interno
delle Nazioni Unite, formulando la domanda in due modi diversi.
Il primo gruppo, a cui veniva chiesto se la percentuale dei paesi
52 Lǁenigma della scelta

africani fosse maggiore o minore del 65%, ha fornito risposte medie


intorno al 45%, mentre il secondo gruppo a cui veniva dato come
punto di inizio il 10%, ha fornito risposte medie intorno al 25%.
In altri studi Kahneman e Tversky hanno esplorato diverse altre
forme di euristiche tra cui è opportuno ricordare la fallacia dei pic-
coli numeri e la fallacia della congiunzione. La prima riguarda la
tendenza a ritenere statisticamente vero per le piccole serie quello
che è solo approssimativamente vero per serie molto lunghe. Per
esempio se si considerano 100 lanci di una moneta gli esiti di testa
e croce tendono ad equilibrarsi; ma se si lancia la moneta per 10
volte potrebbe uscire uno dei due lati per tutti o quasi i lanci1. Da
questo tipo di errore dipende anche la fallacia dello scommettitore,
ossia la tendenza a credere che se dopo alcuni lanci di una moneta
è uscito sempre testa sia più probabile che al prossimo lancio esca
croce, mentre in realtà, trattandosi di un meccanismo legato al caso,
ad ogni lancio la probabilità che esca testa o croce è sempre 0,5;
oppure che in un’estrazione casuale di numeri sia più probabile che
venga estratto il numero non estratto in precedenza, o ancora, nel
caso della roulette, che se nei primi giri è uscito il nero sia più pro-
babile che nel giro seguente esca il rosso2.
La fallacia della congiunzione si presenta quando si assume che
la probabilità che si veriÀchino congiuntamente due eventi sia mag-
giore della probabilità che si veriÀchi uno solo dei due. Tversky
e Kahneman (1983) in una serie di esperimenti hanno constatato
che le persone spesso percepiscono le situazioni in modo da in-
correre in questa fallacia. Ad esempio: Linda ha 31 anni, è single,
intraprendente e molto intelligente. Si è laureata in FilosoÀa. Come
studentessa era molto interessata agli argomenti di discriminazione
e di giustizia sociale, ed ha anche partecipato a una dimostrazione
anti-nucleare. Quale delle due evenienze è più probabile?
1. Linda è la rappresentante di una banca.
2. Linda è la rappresentante di una banca ed è attiva nel movi-
mento femminista.
L’85% degli studenti dell’ University of British Columbia a cui
è stato sottoposto il test e chiesto di scegliere tra le due opzioni, ha

1 D. Kahneman e A. Tversky (1971).


2 Ibidem.
Cognizione e decisione 53

scelto come più probabile la seconda, il che è appunto logicamente


scorretto.
A questo punto possiamo avanzare alcune considerazioni per
collegare le ricerche sulle euristiche di Kahneman e Tversky con
l’opera di Simon, in quanto esse si collocano sulla stessa scia della
razionalità limitata. Infatti tali ricerche intendono mostrare come
l’effettivo comportamento dei decisori sia condizionato dalla spe-
ciÀca struttura cognitiva che, per valutare gli eventi in condizioni
di rischio, mette in atto delle strategie che consentono di formula-
re giudizi secondo un procedimento più sempliÀcato rispetto alla
complessità del calcolo delle probabilità previsto dalla TSR.
Ma le ricerche di Kahneman e Tversky, oltre a mostrare l’infon-
datezza dell’assunto della TSR, secondo cui le valutazioni di esiti
in condizioni di rischio sono basate sul calcolo delle probabilità,
comprendono anche un altro aspetto e cioè le cosiddette “anomalie
di scelta”, che costituiscono una critica più radicale di tale teoria.
Se la parte dedicata alle euristiche può essere interpretata come uno
sviluppo e un approfondimento dell’opera di Simon, quella relativa
alle anomalie riprende l’altra critica mossa negli anni Cinquanta
alla TSR, quella di Allais. Il paradosso di Allais aveva mostrato
l’eventualità di due scelte incongruenti rispetto agli assiomi della
teoria dell’utilità attesa, senza che nessuna delle due scelte potesse
essere considerata irrazionale. La riproposizione del problema da
parte di Kahneman e Tversky aggiunge all’argomento di Allais una
cogenza dimostrativa che esso non aveva nella sua formulazione
originaria. Infatti, mentre i paradossi di Allais si basavano su una
congettura, cioè su ipotesi di scelte, la tesi di Kahneman e Tversky
si basa su diversi esperimenti di laboratorio. In uno di questi a 72
persone era stato sottoposto un prospetto analogo a quello ideato
da Allais, ma con effettive vincite monetarie espresse in sterline
israeliane. Il risultato dell’esperimento è stato che l’82% dei sog-
getti ha scelto la lotteria B nel primo problema e la lotteria C nel
secondo problema, mentre per il principio di indipendenza della
teoria dell’utilità attesa, un decisore razionale che avesse scelto B
nel primo problema avrebbe dovuto scegliere D nel secondo3. Kah-
neman e Tversky denominano questa anomalia “effetto certezza”

3 D. Kahneman e A. Tversky (1979), pp. 64-65.


54 Lǁenigma della scelta

in quanto, diversamente da quanto previsto dalla teoria dell’utilità


attesa, l’utilità dei payoff non viene ponderata con le loro probabi-
lità in quanto i decisori attribuiscono un peso maggiore ai risultati
considerati certi rispetto a quelli considerati solo probabili.
Un’altra anomalia descritta in Kahneman et al. (1991), riguarda
“l’effetto dotazione”, che è un fenomeno che contraddice l’assunzio-
ne di invarianza delle preferenze rispetto al corrente livello di con-
sumo o alla corrente dotazione di un consumatore. In altri termini,
secondo le assunzioni della TSR, alla Àne di una contrattazione si
dovrebbe raggiungere un prezzo di equilibrio, in base al quale un
agente dovrebbe essere disposto a vendere o a comprare un bene. Per
esempio se sulla base delle sue preferenze un agente ritiene che un
oggetto valga di più rispetto al prezzo di equilibrio dovrebbe essere
disposto a comprarlo, se invece ritiene che valga di meno dovrebbe
essere disposto a venderlo. In un esperimento una classe di un corso
avanzato di economia alla Cornell University è stata divisa a caso
in due gruppi e ad un gruppo è stata assegnata una tazza da caffè
con il logo dell’Università. Quindi è stata condotta un’asta al Àne
di veriÀcare il prezzo che i possessori della tazza avrebbero chiesto
per separarsi da essa e il prezzo che gli altri studenti sarebbero stati
disposti a pagare per averne una. Secondo la TSR, alla Àne dell’asta,
quando si fosse raggiunto il prezzo di equilibrio, le tazze sarebbero
dovute essere acquistate dai soggetti che attribuiscono a esse un mag-
gior valore. Chiamando questi soggetti “amanti delle tazze” e gli altri
“odiatori delle tazze” ed essendo state assegnate le tazze in maniera
casuale, si suppone che in media metà degli amanti delle tazze si
trovi nel gruppo di coloro che hanno ricevuto la tazza e l’altra metà
nel gruppo di quelli che non l’hanno ricevuta. Pertanto secondo l’as-
sunzione iniziale, ci si aspetterebbe che dovrebbero essere scambiate
circa la metà delle tazze. Invece il risultato è stato un numero molto
basso di scambi, dovuto al fatto che i possessori delle tazze erano
disposti a vendere mediamente a un prezzo di 5,25 dollari, mentre
gli studenti senza tazza erano disposti a comprarla mediamente a un
prezzo di 2,75 dollari. La spiegazione di Kahneman e Tversky è che
gli individui, per cedere un oggetto, in genere pretendono di più di
quanto non siano disposti a pagare per acquistarlo, a causa appunto
dell’“effetto dotazione” che fa sì che il dispiacere che si prova nel
separarsi da un oggetto che si possiede (anche se da poco tempo)
Cognizione e decisione 55

è maggiore del piacere che si prova nell’acquisire lo stesso oggetto


quando non lo si possiede.
L’effetto dotazione è connesso con un’altra anomalia della scelta
presentata nello stesso articolo e denominata “avversione alle per-
dite”, secondo cui nelle scelte in condizioni di rischio i cambiamen-
ti che rendono la situazione peggiore, cioè le perdite, hanno un peso
maggiore rispetto ai miglioramenti di pari entità che rendono mi-
gliore la situazione, cioè i guadagni (ossia la disutilità delle perdite
è maggiore dell’utilità di una vincita di pari dimensioni)4. Quindi,
contrariamente a quanto previsto dalla TSR, la stessa differenza tra
due opzioni avrà un peso maggiore quando è vista come differenza
tra due svantaggi piuttosto che tra due vantaggi. Lo studio più noto
riguardo all’avversione alle perdite è quello sui tassisti di New York
di Colin Camerer et al. (1997), in cui viene mostrato come i tassisti
stabiliscano il numero delle ore di lavoro in modo diverso da quanto
è previsto dalla teoria dell’utilità attesa. I tassisti di New York si
trovano in una situazione di brusche variazioni della domanda, cau-
sate da fattori diversi come le variazioni meteorologiche o l’inter-
ruzione della metropolitana, per cui nelle ore di massima domanda
essi spendono un tempo sensibilmente inferiore per avere un dato
numero di clienti, guadagnando perciò una tariffa oraria più alta.
Secondo la teoria dell’utilità attesa un aumento temporaneo delle
tariffe dovrebbe indurre gli individui a scegliere di lavorare per un
numero maggiore di ore: adottando una sostituzione intertempora-
le, i tassisti dovrebbero scegliere di lavorare di più nei giorni di
massima domanda e consumare più tempo libero nei giorni in cui
la tariffa oraria è inferiore. In questo modo, lavorando quando la re-
tribuzione oraria è più alta e consumando più tempo libero quando
questo è meno costoso massimizzerebbero la loro utilità. Invece i
tassisti si comportano esattamente nel modo opposto, lavorando più
ore quando la retribuzione oraria è più bassa e smettendo di lavorare
quando la retribuzione è più alta. Di tale comportamento i tassisti
hanno fornito una spiegazione molto semplice ai ricercatori dichia-
rando di avere un obiettivo monetario giornaliero, ossia la somma
di denaro che intendono guadagnare nella giornata, per cui una vol-
ta raggiunto tale obiettivo decidono di “smontare”. E siccome nelle

4 Kahneman et al. (1991), pp. 138-142.


56 Lǁenigma della scelta

giornate in cui la retribuzione oraria è più alta raggiungono prima


il loro obiettivo, essi lavorano di meno proprio quando potrebbero
guadagnare di più. Tale spiegazione dimostra l’esistenza dell’effet-
to “avversione alle perdite”, che fa sì che perdite e guadagni della
stessa entità non siano intercambiabili. Il fallimento nel raggiungere
l’obiettivo preÀssato è percepito dal tassista come una perdita che
non viene compensata dall’eventualità del superamento dell’obiet-
tivo, percepito come una vincita5.
InÀne un’altra importante anomalia riguarda il cosiddetto framing
effect, o “effetto incorniciamento”, cioè l’inÁuenza sulla scelta del
contesto e del modo in cui i quesiti decisionali vengono formulati.
Kahneman e Tversky (1981) descrivono diversi esempi di problemi
decisionali in cui vengono violate sistematicamente le assunzioni
di coerenza delle preferenze della TSR, a causa dell’interferenza
di fattori psicologici legati a questo tipo di anomalia. Il più noto di
questi esperimenti è quello condotto con studenti dell’Università
di Stanford e della British Columbia, a cui Kahneman e Tversky
hanno posto il seguente problema decisionale: il sistema sanitario
degli Stati Uniti si prepara ad affrontare l’epidemia di un’insolita
inÁuenza asiatica che si prevede farà circa 600 vittime. Per combat-
tere l’epidemia sono stati prodotti due programmi alternativi:
Se si adotta il programma A saranno salavate 200 persone.
Se si adotta il programma B c’è 1/3 di probabilità di salvare 600
persone e 2/3 di probabilità di non salvare nessuno.
Quale dei due programmi adotteresti? La maggior parte degli
intervistati (72%) ha scelto il programma A. Lo stesso problema
decisionale è stato proposto a un altro gruppo di studenti ma con
una formulazione diversa riguardo alla descrizione dei programmi:
Se si adotta il programma C 400 persone moriranno.
Se si adotta il programma D c’è 1/3 di probabilità che nessuno
muoia e 2/3 di probabilità che 600 persone muoiano.

5 In realtà per spiegare il comportamento dei tassisti di New York, oltre che
all’avversione alle perdite, occorre fare riferimento anche al fenomeno molto
studiato del bracketing, ossia messa tra parentesi, che consiste nel sempli-
Àcare le scelte isolandole dal più ampio Áusso decisionale in cui esse sono
inserite. Così il fatto di avere Àssato un orizzonte giornaliero, impedisce la
sostituzione intertemporale tra guadagni di diverse giornate. Cfr. Camerer et
al. (1997) p. 205.
Cognizione e decisione 57

In questa seconda formulazione la maggior parte degli intervistati


(78%) ha scelto il programma D. In realtà tutti è quattro i program-
mi presentano lo stesso valore atteso, ciò che cambia è che nella
prima formulazione il programma A costituisce una scelta avversa
al rischio, poiché in essa l’esito viene descritto in termini positivi
di vite salvate. Invece nella seconda formulazione il programma D
costituisce una scelta favorevole al rischio, poiché l’esito questa
volta viene descritto in termini negativi di vite perse. Quindi questo
signiÀcativo cambio di preferenze è determinato dal modo in cui è
stato formulato lo stesso problema decisionale.
Tutta questa ingente mole di dati raccolti dalle indagini cognitive
sulla decisione di Kahneman e Tversky mostra l’insufÀcienza dell’im-
postazione neoclassica, che aveva dominato a lungo l’economia, se-
condo cui la scelta può essere spiegata sulla base di una modelliz-
zazione formale e deduttiva, prescindendo da ogni considerazione di
tipo psicologico. Negli anni Cinquanta J.A. Schumpeter scriveva:

una volta riconosciuto il carattere puramente formale del concetto di


utilità del teorico, siamo naturalmente portati a mettere in dubbio le re-
lazioni tra la teoria del valore basata sull’utilità e la psicologia. Alcuni
tra i primi esponenti della scuola austriaca sembrano aver creduto che
la loro teoria avesse le radici nella psicologia e anche che essi stessero
sviluppando ciò che in sostanza era una branca della ‘psicologia appli-
cata’. Ma tanto gli austriaci che gli altri compresero ben presto che la
loro ‘psicologia’ era un errore: la teoria del valore basata sull’utilità ha
molto più diritto a essere chiamata una logica che non una psicologia
dei valori6.

Ora, invece, il principio di tenere separata l’economia dalla psico-


logia appare non più sostenibile. Se consideriamo per esempio l’ef-
fetto dotazione, la teoria dell’utilità attesa non dice che al prezzo di
equilibrio è razionale vendere o acquistare, dice solo che non si può
non volere né vendere né acquistare una volta raggiunto il prezzo di
equilibrio. Ma se l’idea di scambio e di mercato presuppone che lo
stesso bene possa essere maggiormente desiderato dai compratori che
dai venditori sulla base di fattori soggettivi, allora affermare che “non
trovare attraente acquistare un oggetto” sia connesso logicamente a

6 J.A. Schumpeter (1954), p. 595.


58 Lǁenigma della scelta

“trovare attraente venderlo” signiÀca pretendere che dei fattori psico-


logici e soggettivi debbano conformarsi a uno schema logico. Pertan-
to tale impostazione si rivela contraddittoria, dal momento che essa
da un lato afferma di voler prescindere da una considerazione psico-
logica ma dall’altro implicitamente pretende di dire qualcosa sulla
natura della mente del decisore, assumendo che essa sia regolata in
modo logico, così da considerare il desiderio di acquisire un oggetto e
il desiderio di cederlo complementari e quindi logicamente disgiunti.
Pertanto l’approccio cognitivo di Kahneman e Tversky, afferman-
do la necessità di un realismo psicologico, è risultato decisivo nell’in-
crinare un’impostazione che aveva dominato l’economia per quasi
un secolo, mostrando una falla insanabile nel modello dell’Homo oe-
conomicus. Come si è accennato, già l’approccio della razionalità li-
mitata di Simon e i paradossi di Allais introducevano una prospettiva
critica nei confronti dell’approccio puramente logico previsto dalla
TSR. Senonché, due decenni dopo Simon e Allais, lo sviluppo delle
ricerche sul decision making di Kahneman e Tversky, grazie anche
al perfezionamento delle procedure di laboratorio, ha consentito di
realizzare una più profonda comprensione dei processi cognitivi che
ha messo in crisi la TSR in un modo in cui le osservazioni di Simon
e di Allais negli anni Cinquanta non erano riuscite a fare.
Una delle difese della TSR contro le critiche di irrealismo era
stata quella di Fridman con l’argomento del “come se”: la teoria
non intende affermare che gli individui scelgono applicando effet-
tivamente gli assiomi della teoria dell’utilità attesa ma solo che si
comportano “come se” lo facessero. Essa costituisce un modello
capace di catturare i comportamenti di scelta nella misura in cui tali
comportamenti possono essere spiegati sulla base delle assunzioni
della teoria, a livello generale e prescindendo dalle reali motivazio-
ni e dai meccanismi che agiscono nella mente dei concreti decisori.
Fridman, perciò, riteneva impossibile e inutile uno studio di ciò che
avviene nella mente di chi compie le scelte e che fosse sufÀciente la
veriÀcabilità delle scelte a livello generale, sulla base di un metodo
statistico e della costruzione di curve di utilità, assumendo che gli
individui in media si comportassero come la teoria suggeriva7.

7 M. Friedman (1953), p. 41.


Cognizione e decisione 59

Tuttavia questa soluzione poteva sembrare adeguata in un’epoca


in cui non si disponeva di una conoscenza diretta dei processi co-
gnitivi e in cui, pertanto, l’unico modo per fare previsioni era quel-
lo di una modellizzazione e di una spiegazione deduttiva. Ē vero
anche che l’economia si basava e si basa su ciò che è misurabile,
ma la scienza cognitiva ha esteso il campo di ciò che può essere mi-
surato. Pertanto, di fronte alla ingente quantità di dati empirici che
attestano violazioni sistematiche rispetto alle procedure di giudizio
previste dal modello della TSR, e che quindi consentono di fare
delle previsioni puntuali circa concreti comportamenti che si disco-
stano da tale modello8, l’argomento di Friedman risulta inadeguato
e l’ideale di una teoria della scelta puramente logico-deduttiva non
più difendibile. A questo proposito M. Rabin ha scritto:

Questo fermento per un maggiore realismo sta dando ora dei risul-
tati. Comunemente denominata ‘economia comportamentale’, questi
sforzi volti a incorporare all’interno dell’economia nozioni più rea-
listiche della natura umana si sono espansi enormemente nell’ultimo
decennio. Mentre è ancora in una fase controversa, l’economia com-
portamentale è sul punto di diventare ‘mainstream’, specialmente nei
migliori dipartimenti americani. Il numero di recenti contratti, incari-
chi d’insegnamento, conferenze ecc., basati sulle ricerche di economia
comportamentale sono state accolte come un promettente sviluppo ai
più alti livelli della professione9.

Ci sono almeno due fatti notevoli che testimoniano che la TSR


e il modello dell’Homo oeconomicus sono entrati deÀnitivamen-
te in crisi. Il primo è il Nobel per l’economia assegnato a Daniel
Kahneman nel 2002, che insieme ad Amos Tversky ha guidato il
più importante programma di ricerca sul decision making in ambito
cognitivo. Il secondo fatto riguarda i molteplici tentativi, registrati
negli ultimi anni, di riformare l’economia dall’interno, che hanno
visto il sorgere di “economie” alternative10. Il sorgere dell’econo-
mia cognitiva, dell’economia sperimentale, della neuroeconomia,
dell’economia civile, dell’economia evolutiva, dell’economia eco-

8 A. Tversky e D. Kahneman (1981), p. 453.


9 M. Rabin (2002), p. 657.
10 Cfr. R. Viale (a cura di) (2005).
60 Lǁenigma della scelta

logica, ecc. è un chiaro segnale che ormai l’impostazione dell’eco-


nomia neoclassica, che ha costituito il mainstream dell’economia
del Novecento, è deÀnitivamente entrato in crisi.
Si potrebbe anche prospettare tale signiÀcativo mutamento nell’ot-
tica della teoria delle rivoluzioni scientiÀche di T. Kuhn (1970) che,
come è noto, prevede l’alternarsi di periodi di “scienza normale” e
di “scienza straordinaria”. Si è visto come l’impostazione neoclassi-
ca abbia dominato l’economia per circa un secolo, nonostante che a
essa fossero state mosse critiche rilevanti già negli anni Cinquanta,
all’indomani della compiuta formulazione della TSR. Se tali criti-
che non hanno avuto un impatto decisivo, presumibilmente è per
il fatto che esse arrivavano in un periodo di “scienza normale”, ca-
ratterizzato dal predominio indiscusso del paradigma, e i maggiori
sforzi intellettuali erano dedicati a risolvere le “anomalie”, cioè le
discrepanze tra il modello teorico e le osservazioni empiriche, ora
sminuendone il valore ora tentando di spiegarle, reinterpretando e
allargando il modello al Àne di includere tali osservazioni. Invece
le critiche che sono state mosse dalle ricerche in ambito cognitivo
al paradigma dell’Homo oeconomicus negli anni Settanta e Ottanta
non hanno riguardato più aspetti circoscritti, ma hanno messo in
evidenza una tale abbondanza di “anomalie” da costituire un punto
di rottura del paradigma, aprendo la fase di “scienza straordinaria”,
quella fase cioè in cui, come sostiene Kuhn, vengono messi in dub-
bio gli assunti fondamentali, le tecniche e i metodi di un modello
teorico e nello stesso tempo vengono proposti nuovi paradigmi al-
ternativi Ànché uno di questi non si impone su tutti.

2.2. La teoria del prospetto e le sue implicazioni etiche e poli-


tiche

La svolta impressa dalle ricerche di Kahneman e Tversky può


essere ricondotta a due ordini di ragioni. Da un lato essa è stata resa
possibile dall’abbondanza e dalla sistematicità dei risultati empirici
riguardanti gli effettivi comportamenti e le scelte concrete che vio-
lano le previsioni della teoria della scelta. Dall’altro è stato deter-
minante il fatto che tali ricerche siano state accompagnate dall’ela-
borazione di una teoria alternativa che consenta di spiegare queste
Cognizione e decisione 61

violazioni. Tale teoria, su cui è ora opportuno fare alcune riÁessioni,


è stata formulata per la prima volta nel 1979 ed è stata denominata
“teoria del prospetto”11.
Si tratta sostanzialmente di un tentativo di integrare gli aspetti
normativi della teoria dell’utilità attesa con gli aspetti descrittivi
che emergono dall’indagine cognitiva e comportamentale della
scelta. In particolare Kahneman e Tversky distinguono due fasi nel-
la teoria: una prima di elaborazione e una seconda di valutazione.
La fase di elaborazione consiste in una riformulazione delle opzioni
di scelta in cui i risultati e le probabilità vengono trasformati in
“pesi” decisionali. La fase successiva di valutazione, denominata
“funzione di ponderazione”, è simile alla funzione di utilità della
teoria dell’utilità attesa, con la differenza che i decisori massimizza-
no la propria utilità attesa sostituendo i pesi decisionali alle proba-
bilità12. Nel caso del cosiddetto “effetto certezza”, come aveva già
sottolineato Allais, la stessa probabilità 0,1 ha un peso decisionale
più signiÀcativo quando riguarda l’aumento del rischio di non vin-
cere nulla da 0 a 0,1 rispetto a quando l’aumento del rischio passa
da 8,9 a 9.
Pertanto la teoria del prospetto si caratterizza per il suo tener con-
to non solo degli aspetti logici della decisione ma anche di quelli
psicologici, come quelli legati alla percezione. Infatti – affermano
Kahneman e Tversky – il nostro sistema percettivo è «sintonizza-
to sulla valutazione delle variazioni piuttosto che sulla valutazione
di grandezze assolute», per cui il valore è associato alle variazio-
ni di ricchezza o benessere, piuttosto che agli stati Ànali13. Da ciò
dipende il fatto che l’esito di una scommessa, più che in termini
di ricchezza assoluta venga percepito in termini di cambiamenti
(guadagni o perdite) in riferimento a una data posizione, che è il
proprio status quo (anche se ci sono casi in cui guadagni e perdite
sono codiÀcati in relazione a un livello di aspettativa o di aspirazio-
ne piuttosto che con lo status quo14). Di conseguenza la funzione-
valore, diversamente dalla funzione di utilità della TSR, che ha un

11 D. Kahneman e A. Tversky (1979).


12 Ivi, p. 75.
13 Ibidem.
14 Ivi, p. 90.
62 Lǁenigma della scelta

andamento lineare (uniformemente concava), assume la forma di


una “S”. Essa quindi:
1) è deÀnita su deviazioni dal punto di riferimento;
2) è generalmente concava (cioè avversa al rischio) per la valu-
tazione dei guadagni e comunemente convessa (cioè propensa al
rischio) per la valutazione delle perdite;
3) è più ripida per le perdite che per i guadagni, ossia è più sensi-
bile alle piccole perdite di quanto non lo sia per le piccole vincite15.
Un ultimo aspetto che occorre sottolineare della critica di Kahne-
man e Tversky è quello per cui essa mette in evidenza come la TSR
si basi su un presupposto ÀlosoÀco alquanto discusso all’interno
del dibattito epistemologico contemporaneo, ossia il dualismo car-
tesiano tra res cogitans e res extensa. Infatti, attribuire ai decisori,
come fa la TSR, la capacità di decidere sulla base di considerazioni
esclusivamente logico-razionali, presuppone che la sfera logico-ra-
zionale sia scissa da quella sensoriale-emotiva e che la prima possa
svolgere le sue funzioni senza interferenze della seconda. Come è
noto, si tratta di un problema a lungo discusso nella storia della
ÀlosoÀa contemporanea, deÀnitivamente stigmatizzato nell’ambi-
to delle neuroscienze come “l’errore di Cartesio” da A. Damasio
(1994).
A questo punto possiamo chiederci: quali implicazione ha sul
piano prettamente politico la nuova teoria della decisione che sca-
turisce dal tramonto del modello dell’Homo oeconomicus? Un
aspetto della ricerche di Kahneman e Tversky da cui si evincono in
modo immediato delle conseguenze sul piano della ÀlosoÀa politica
è quello riguardante il cosiddetto framing effect. Se la costruzione
della cornice decisionale e il modo in cui i quesiti vengono formu-
lati inÁuenzano le scelte, è chiaro che le scelte pubbliche possono
essere manipolate da chi è preposto alla formulazione dei problemi
o da chi ha il potere di modiÀcare il contesto decisionale. Non è un
caso che fra i tanti esperimenti che sono stati dedicati al framing
effect, E. ShaÀr (1993) ne abbia condotto uno che ha come oggetto
proprio le scelte di voto. Nell’esperimento è stato posto a studenti
dell’Università di Princeton, pagati per la loro partecipazione, il se-
guente problema decisionale: immagina di dover scegliere tra i due

15 Ivi, p. 82.
Cognizione e decisione 63

candidati arrivati al ballottaggio nelle elezioni a sindaco della tua


città. Sei indeciso e un tuo amico che è molto addentro nelle que-
stioni della politica locale ti dà le seguenti informazioni:
– il candidato A ama il campeggio e le attività all’aperto; è un pic-
colo imprenditore; al liceo è stato eletto “Mister entusiasmo”; è
padre di due bambini che frequentano la scuola elementare del
paese; ha una laurea in storia.
– Il candidato B è stato vice-presidente del Consiglio nell’ultima
legislatura; ha organizzato una raccolta di fondi per il locale
ospedale pediatrico, è stato eletto “miglior look” al liceo, più
volte divorziato, ha Àgli di donne diverse; nonostante le ripetute
richieste si è riÀutato di rendere pubblica la propria dichiarazione
dei redditi.
Il quesito è stato rivolto a due gruppi di soggetti: al primo ve-
niva chiesto di scegliere, all’altro di riÀutare e quindi, trattandosi
di scelta di voto, a un gruppo veniva chiesto: “per quale candidato
voteresti?” e all’altro: “per quale candidato non voteresti?”. Dai ri-
sultati è emerso che nel gruppo a cui veniva chiesto “per quale non
voteresti?”, il 92% ha scelto di non votare il candidato B e l’8% ha
scelto di non votare il candidato A. Invece nell’altro gruppo, a cui
veniva chiesto “per quale voteresti?” il 79% ha scelto di votare il
candidato A mentre il 21% ha scelto di votare per il candidato B16.
Pertanto, mentre il sistema delle consultazioni elettorali presuppone
che ci sia una volontà oggettiva degli elettori che si manifesta con
le elezioni, secondo ShaÀr l’esperimento mostra che le preferenze
non sono meramente rivelate ma vengono costruite durante la loro
elicitazione17. Considerando questo caso come esempio di una deci-
sione democratica, dovremmo dire che la scelta dei cittadini cambia
in base al frame. Del resto questo tipo di conseguenze dovevano es-
sere presenti nella mente di Kahneman e Tversky Àn dall’inizio del
loro studio sul framing effect, poiché essi concludevano in questo
modo il loro primo lavoro su questa anomalia: «quando la cornice
inÁuenza l’esperienza delle conseguenze, l’adozione di un frame di
decisione è un atto eticamente rilevante»18.

16 E. ShaÀr (1993), p. 552.


17 Ivi, p. 546.
18 A. Tversky e D. Kahneman (1981), p. 458.
64 Lǁenigma della scelta

2.3. Dai limiti cognitivi al paternalismo libertario

I risultati delle ricerche di Kahneman e Tversky contengono im-


plicitamente conseguenze teoriche anche per l’analisi politica del
concetto di decisione. Ma esse sono state esplicitate recentemen-
te nel dibattito sul cosiddetto “paternalismo” da altri studiosi che
hanno collaborato allo stesso programma di ricerca di Kahneman e
Tversky, in particolare da C.R. Sunstein e R. Thaler. Con il termi-
ne “paternalismo” si intende una forma di governo in cui vengono
messe in atto delle limitazioni della libertà dei cittadini Ànalizzate
al benessere dei cittadini stessi. L’origine storica del termine risale
non a caso all’epoca in cui si affermavano le concezioni assolu-
tistiche del potere. Fu Robert Filmer verso la Àne del ‘600, nella
sua opera intitolata il Patriarca, a sostenere l’analogia del potere
dei padri sui propri Àgli con quello del monarca sui sudditi, sulla
base della concezione patriarcale della Bibbia. Questa concezione
acquisì una certa notorietà per il fatto che contro di essa polemizzò
a lungo John Locke nei Due Trattati sul governo. Dopo aver con-
futato nel primo trattato l’idea di Filmer secondo cui l’uomo non
nasce libero in quanto alla nascita è già assoggettato all’autorità
paterna, nel secondo Locke distingue tre forme di governo: quello
paterno, quello politico e quello dispotico, con l’intento di mostrare
che l’unico autentico potere politico è quello liberale. In particolare
egli scrive: «non v’è, come ho dimostrato, ragione di pensare che si
estenda mai alla vita e alla morte dei Àgli più che di qualsiasi altro,
né può esservi motivo per cui questo potere dei genitori tenga il À-
glio, quando sia diventato adulto, soggetto alla volontà dei genitori
[...]. Così, è vero, sì, che quello dei genitori è un governo naturale,
ma esso non si estende affatto ai Àni e alla giurisdizione del governo
politico»19.
La recente ripresa del paternalismo si inserisce nel paradigma
degli studi cognitivi basandosi sulla seguente considerazione di
ordine generale: se gli individui commettono errori cognitivi pre-
vedibili allora essi dovrebbero essere protetti con interventi pater-
nalistici dalle conseguenze di questi probabili errori. Inizialmente
questa idea è stata formulata in forma negativa, non sostenendo un

19 J. Locke (1690), pp. 357-358.


Cognizione e decisione 65

paternalismo esplicito, ma mettendo in discussione l’antipaternali-


smo. In un lungo articolo del 1998 C. Jolls, C.R. Sunstein e R.H.
Thaler scrivono:

Nel suo orientamento normativo, il diritto e l’economia sono spesso


fortemente antipaternalistici. L’idea della ‘sovranità del consumatore’
gioca un ruolo forte; partendo dal presupposto che i cittadini abbaino
un accesso ragionevolmente adeguato all’informazione, si ritiene che
essi siano i migliori giudici per valutare ciò che può promuovere il
loro benessere. Tuttavia molti esempi di razionalità limitata preceden-
temente discussi mettono in questione quest’idea. […] In tal modo la
razionalità limitata spinge verso una forma di anti-antipaternalismo –
uno scetticismo sull’antipaternalismo, sebbene non una difesa positiva
del paternalismo20.

In questi ultimi anni il dibattito sul paternalismo si è intensiÀca-


to21 e Camerer et al. (2003) hanno ripreso questa idea, aggiungendo
che, Àntantoché la questione se gli individui compiono scelte che
conseguono il loro miglior interesse rimane nell’ambito assiomati-
co, il dibattito scientiÀco sarà improduttivo. Essi quindi, dicendosi
ottimisti sul fatto che tale questione possa essere risolta sulla base
dell’evidenza empirica, ritengono che sia possibile andare oltre
l’anti-antipaternalismo e sostenere una difesa positiva di politiche
paternalistiche, anche se limitatamente a quelle “asimmetricamente
paternalistiche”. Con l’espressione “paternalismo asimmetrico” gli
autori intendono quelle politiche che impongono costi minimali nei
casi in cui hanno ragione gli economisti tradizionali, cioè quando i
decisori sono in grado di perseguire il loro miglior interesse, mentre
producono beneÀci massimali nei casi in cui i decisori sono inÁuen-
zati dai limiti cognitivi, come sostengono gli economisti comporta-
mentali22.
Ciò è possibile, secondo Camerer et al., sulla base dell’analogia
con quanto avviene nell’ambito della medicina e della nutrizione,
in cui i cittadini in media richiedono informazioni, “pungoli” (nel

20 C. Jolls, C.R. Sunstein e R.H. Thaler (1998), p. 1541.


21 Camerer et al. (gennaio 2003), T. O’Donoghue e M. Rabin (maggio 2003),
C.R. Sunstein e R.H. Thaler (autunno 2003), J.J. Rachlinsky (2006) e E. Gla-
eser (2006).
22 Camerer et al. (2003), p. 1222.
66 Lǁenigma della scelta

senso delle imposizioni e dei divieti da parte del medico) e in ge-


nerale di regolazioni al Àne di migliorare la propria salute. È così
infatti che sono nate alcune politiche paternalistiche: quelle relative
alle etichette degli ingredienti dei cibi, alle avvertenze sui pacchetti
di sigarette e alle campagne pubblicitarie contro il tabacco. Gli au-
tori pertanto prospettano un sistema in cui la concezione secondo la
quale l’agente economico è il miglior giudice del proprio interesse
viene sostituita da una concezione basata su un mix di informazio-
ne, persuasione e regolazione23.
Una posizione analoga è ripresa da T. O’Donoghue e M. Rabin
(2003), i quali sostengono che l’economia dovrebbe indagare quali
politiche paternalistiche consentono di raggiungere risultati ottima-
li. Essi riconoscono che spesso gli adulti compiono scelte migliori
per se stessi di quanto non farebbero altri per loro e che il paterna-
lismo spesso fa più danno che bene, per cui un attento studio del
paternalismo sicuramente rinforzerà molti dei tradizionali argomenti
contro il paternalismo. Tuttavia questa conclusione non deve essere
un’assunzione a priori, ma il frutto di una analisi diretta dei costi e
beneÀci del paternalismo che consenta di discriminare, nelle con-
crete situazioni, quando e come gli individui perseguano o meno
il loro miglior interesse. Secondo gli autori, infatti, gli economisti
Àniranno con l’essere ignorati se continueranno a insistere in modo
assiomatico che investimenti rischiosi, indebitamenti eccessivi, di-
pendenza da eroina devono essere ritenuti il miglior interesse degli
agenti semplicemente sulla base del fatto che essi l’hanno scelto24.
Perciò la tesi di O’Donoghue e Rabin è che l’economia dovrebbe
riguardare, come dice il titolo dell’articolo, “lo studio ottimale del
paternalismo”, ossia analizzare costi e beneÀci di eventuali provve-
dimenti paternalistici, al Àne di minimizzare i primi e massimizzare
i secondi. Ciò è possibile, secondo loro, discriminando tra interventi
paternalistici pesanti (heavy-handed policy interventions) e inter-
venti non-intrusivi (less-intrusive interventions), tenendo conto del
fatto che spesso i primi, come per esempio i divieti assoluti, possono
causare un danno signiÀcativo a coloro il cui comportamento è ra-
zionale.

23 Ivi, p. 1223.
24 T. O’Donoghue e M. Rabin (2003), p.186.
Cognizione e decisione 67

Queste proposte costituiscono un tentativo di soddisfare una du-


plice esigenza: proteggere dai limiti razionali senza danneggiare chi
non è affetto da tali limiti. Si tratta in realtà di due esigenze opposte,
come mostra ancora più chiaramente la tesi di Sunstein e Thaler
(2003), denominata “paternalismo libertario”, che si colloca nello
stesso Àlone di studi. I due studiosi americani sono consapevoli del
fatto che il paternalismo, Àn dai primordi lockiani del problema,
è ritenuto inaccettabile nell’ottica di una concezione liberal-liber-
taria, all’interno della quale anche essi intendono rimanere. Tutta-
via essi ritengono che sia possibile conciliare libertà della scelta e
benessere paternalisticamente raggiunto, attraverso la loro variante
del paternalismo. Benché l’espressione “paternalismo libertario”
possa suonare come un ossimoro, Sunstein e Thaler sono convinti
di poter dimostrare che non sia così, come recita il titolo del loro
saggio, Libertarian Paternalism is not an Oxymoron.
Il punto da cui Sunstein e Thaler prendono le mosse è costituito
dai dati sulle anomalie della scelta rilevati da Kahneman e Tversky:

Vogliamo mettere a fuoco il fatto che in molti ambiti le persone non


hanno preferenze stabili, chiare e ben ordinate. Ciò che esse scelgo-
no è fortemente inÁuenzata da dettagli del contesto in cui esse fanno
le loro scelte, per esempio regole di default, effetto framing (cioè la
formulazione delle possibili opzioni) e punti di partenza. Queste in-
Áuenze contestuali rendono non chiaro il signiÀcato stesso del termine
‘preferenze’25.

Questi dati, secondo Sunstein e Thaler, dimostrano l’infondatez-


za di quello che essi chiamano l’antipaternalismo dogmatico, ossia
l’esclusione indiscriminata di ogni forma di intervento paternali-
stico nelle scelte pubbliche, che secondo loro si basa su una falsa
assunzione e su due fraintendimenti fondamentali. La falsa assun-
zione è che «quasi tutti gli individui facciano quasi sempre scelte
che siano nel loro migliore interesse» o almeno che, essi sostengo-
no, «sono migliori delle scelte che sarebbero fatte da terzi»26. Ma
l’affermazione tautologica e apparentemente non falsiÀcabile che
gli individui siano i migliori giudici del proprio interesse, secondo

25 C.R. Sunstein e R.H. Thaler (2003), p. 1161.


26 Ivi, p. 1163.
68 Lǁenigma della scelta

Sunstein e Thaler, è falsiÀcata dall’esperienza. In linea generale è


ragionevole supporre che gli individui facciano scelte migliori in
contesti in cui hanno esperienza e sono ben informati da quelle fatte
in contesti in cui non hanno esperienza e non sono ben informati.
Il primo fraintendimento deriva dal trascurare che spesso una
forma di paternalismo è inevitabile, a causa dei possibili condizio-
namenti delle regole di default, dell’effetto incorniciamento e dei
‘punti di partenza’. In molte situazioni, sia pubbliche che private,
«un’organizzazione o un agente deve fare delle scelte che condizio-
neranno le scelte di qualche altro individuo» 27. Dal funzionamento
di una macchinetta del caffè alle norme che regolano le scelte dei
lavoratori, risulta determinante il modo in cui è preposto il set di
scelta. Per esempio la macchinetta del caffè può erogare diversi tipi
di bevande con diversi ingredienti e chi gestisce la macchinetta sce-
gliendo l’ordine del menù di scelta può inÁuenzare la scelta della
bevanda, poiché i consumatori tendono a scegliere di più gli articoli
presentati per primi. Nel caso in cui, poi, l’assetto decisionale pre-
veda una scelta di default, allora il condizionamento è anche più
determinante, come avviene in alcune scelte di maggior rilevanza.
Ad esempio qualche anno fa in America è cambiata la legge Àscale,
per cui i dipendenti potevano scegliere di pagare il parcheggio al
datore di lavoro come trattenuta dallo stipendio prima che venissero
applicate le imposte, mentre prima dovevano pagarlo al netto delle
imposte. Alcuni datori di lavoro, tra cui l’Università di Chicago, a
cui appartengono gli autori, hanno adottato il seguente provvedi-
mento: a meno che il dipendente non avesse notiÀcato all’ufÀcio
stipendi una diversa volontà, le trattenute per il parcheggio sareb-
bero state applicate sullo stipendio al lordo delle imposte. In altri
termini l’Università ha stabilito una scelta per default piuttosto che
una scelta attiva, per esempio chiedendo ai dipendenti di esprimere
la propria volontà attraverso una loro comunicazione28. Chiaramen-
te la politica adottata dall’Università, scrivono Sunstein e Thaler,

27 Ivi, p. 1164.
28 Ivi, p. 1171. Questo caso a cui fanno riferimento gli autori ha un signiÀcato
esemplare, poiché la politica così adottata dall’Università di Chicago risulta
in netto contrasto con il presunto antipaternalismo della concezione econo-
mica della scelta, di cui la stessa Università è considerata la roccaforte. Infatti
all’Università di Chicago hanno insegnato Fridman, Savage, Becker, cioè i
Cognizione e decisione 69

ha consentito ai dipendenti un notevole risparmio, consentendo la


possibilità di sottrarre l’ingente costo del parcheggio (circa 1200
dollari l’anno) dallo stipendio lordo. Se, anziché limitarsi a fare la
comunicazione, l’amministrazione avesse richiesto una scelta atti-
va, trasmettendo un modello in cui i dipendenti avrebbero dovuto
esprimere la volontà di mantenere le vecchie condizioni di paga-
mento del parcheggio o invece scegliere la nuova opzione dispo-
nibile, la cosa più probabile sarebbe stata che quel modulo sarebbe
rimasto sepolto sotto qualche montagna di carte. In ogni caso l’as-
setto di scelta preposto dall’amministrazione sarebbe stato determi-
nante per la maggior parte dei dipendenti.
Il secondo fraintendimento dell’antipaternalismo dogmatico con-
siste nel ritenere che ogni forma di paternalismo sia ugualmente
nociva. Invece secondo Sunstein e Thaler è possibile distinguere
tra paternalismo “coercitivo” e paternalismo “libertario”, quest’ul-
timo caratterizzato da interventi morbidi e non intrusivi, ossia che
lasciano la libertà di scegliere in modo diverso29. Il provvedimento
dell’Università di Chicago relativo al pagamento del parcheggio è
un intervento paternalistico di questo tipo, poiché paternalistica-
mente esso ha favorito la scelta che è presumibilmente migliore
per quasi tutti i dipendenti, senza tuttavia negare la possibilità di
una scelta diversa. Pertanto Sunstein e Thaler sostengono che la
loro concezione del “paternalismo libertario” sia compatibile con il
principi della libertà della scelta.
Recentemente Thaler e Sunstein (2008) hanno riproposto la loro
versione libertaria del paternalismo, introducendo il concetto di
“nudge”, che letteralmente signiÀca “spinta gentile” o “spintarella”.
Formulare l’opzione di scelta secondo i principi del paternalismo
libertario, “spingerebbe gentilmente” a scegliere in una determinata
direzione, senza tuttavia togliere la libertà di scegliere in modo di-
verso. Ad esempio, nel caso della donazione degli organi, la scelta
dei cittadini presenta signiÀcative differenze a seconda di come vie-
ne formulata l’opzione di scelta: se donare viene considerata l’op-
zione per default, per cui per donare è sufÀciente non fare niente,

maggiori sostenitori del modello dell’Homo oeconomicus, a volte chiamato


anche modello dell’Uomo di Chicago.
29 Ivi, p. 1162.
70 Lǁenigma della scelta

allora i cittadini risulteranno in maggioranza donatori; viceversa,


se per donare occorre un esplicito atto di assenso, e non facendo
nulla si è considerati non donatori, allora i cittadini risulteranno in
maggioranza non donatori30.

30 R.H. Thaler e R.C. Sunstein (2008), p. 124.


71

III.
INSUFFICIENZA DELLA RAZIONALITÀ
STRUMENTALE

3.1. L’impasse del paternalismo

Si può a questo punto avanzare la seguente questione: il pater-


nalismo libertario riesce veramente a conciliare le due opposte esi-
genze di salvaguardare il benessere dei decisori (che a causa dei
limiti cognitivi sono esposti alla possibilità di scelte non vantaggio-
se) senza tuttavia rinunciare all’esigenza libertarista prevista dalla
teoria democratica?
In effetti la teoria democratica è strettamente connessa con il
principio generale della teoria economica della scelta, secondo cui
ogni agente è il miglior giudice del proprio benessere. Per questo
uno dei principi fondamentali della teoria democratica è che la de-
mocrazia non debba essere solo un governo nell’interesse dei citta-
dini ma deve essere anche un governo che agisca secondo la volon-
tà dei cittadini. Come scrive A. Weale, «la democrazia è qualcosa di
più di un governo nell’interesse della collettività, implica anche che
il governo agisca in accordo con i desideri del popolo stesso. Forme
di autoritarismo benevolo possono agire con successo nell’interesse
del popolo, ma difettano negli strumenti che assicurano che le deci-
sioni rispettino la volontà popolare»1.
Per questo motivo, nonostante i diversi tentativi esaminati nel
capitolo precedente, sembra un’impresa piuttosto difÀcile concilia-
re le due esigenze opposte del libertarismo e del paternalismo. Nel
2006 la “University of Chicago Law Review” ha dedicato al tema
del paternalismo un intero numero in cui è contenuta una dura criti-
ca rivolta da E. Glaeser, un economista di Harvard, al paternalismo

1 A.Weale (1992b), p. 284.


72 Lǁenigma della scelta

libertario di Thaler e Sunstein. Altri due contributi apparsi sullo


stesso numero di questa rivista, di C. Camerer e di J.J. Rachlinski,
pur favorevoli al paternalismo, mettono in luce quanto sia proble-
matica l’idea di conciliare libertà della scelta e protezione dalle
conseguenze indesiderate. Occorre perciò ora esaminare questi di-
versi punti di vista in quanto essi forniscono un ulteriore spunto per
la tesi che intendo sostenere circa la necessità di una rielaborazione
del problema cognitivo-politico su basi nuove.

3.1.1. Non esiste un paternalismo “morbido”.

Glaeser riconosce con Sunstein e Thaler che il paternalismo


“morbido” in alcuni casi è meno dannoso del paternalismo “duro”
e anche che in molti casi una qualche forma di paternalismo sia
inevitabile. Quello su cui invece non è d’accordo è che questo tipo
di paternalismo «dovrebbe essere accettabile anche ai più ardenti
libertariani», poiché esso non è né innocuo né benigno2.
Egli parte dalla considerazione che se i limiti cognitivi inÁuenza-
no le decisioni private allora per la stessa ragione, e in misura mag-
giore, condizioneranno le decisioni pubbliche3 e che gli errori co-
gnitivi saranno più rilevanti quando è lo Stato a decidere piuttosto
che quando a decidere sono i privati cittadini4. Ma il nucleo della
confutazione della teoria di Sunstein e Thaler riguarda il fatto che in
molte circostanze il paternalismo morbido è più dannoso del pater-
nalismo autoritario. Tra i molteplici argomenti che Glaeser porta a
sostegno di questa tesi tre mi sembrano particolarmente importanti.
Il primo riguarda il fatto che il controllo del paternalismo morbido
è più difÀcile che non il controllo del paternalismo autoritario, poi-
ché quest’ultimo adotta provvedimenti che per loro natura devono
essere chiari e non equivoci. Pertanto tali provvedimenti hanno una
dimensione misurabile e di conseguenza facilmente individuabile:
è possibile stimare la grandezza delle tasse o delle pene inÁitte nei
confronti di comportamenti non accettati; oppure è possibile vedere
quali attività vengono dichiarate fuori legge. Al contrario i provve-

2 E. Glaeser (2006), p. 135.


3 Ivi, p. 134.
4 Ivi, p. 148.
InsufÀcienza della razionalità strumentale 73

dimenti del paternalismo morbido devono fare ricorso per principio


a un linguaggio non esplicito e creativo. Ciò fa sì che questa forma
di paternalismo, anche se meno odiosa, risulti più subdola e più dif-
Àcile da controllare rispetto al paternalismo autoritario5.
Il secondo argomento contro il paternalismo morbido riguar-
da il fatto che esso può accrescere la discriminazione e l’odio nei
confronti di sottogruppi della popolazione in quanto, per essere
efÀcace, deve trasmettere il messaggio che un determinato com-
portamento è cattivo o riÁette una debolezza di chi lo compie. Così
combattere il fumo, l’obesità e altri comportamenti ritenuti indesi-
derabili, comporta la conseguenza che quei cittadini che non sono
vittime di questi problemi e che sono esposti ai messaggi governa-
tivi sono portati a giudicare e a discriminare chi invece è colpito
da questi problemi6.
InÀne il terzo argomento riguarda il fatto che il paternalismo
morbido conduce al paternalismo autoritario. Il successo dei prov-
vedimenti che Sunstein e Thaler chiamano non intrusivi e non lesivi
della libertà di scelta, in quanto tende a creare avversione verso cer-
ti comportamenti, secondo Glaeser fa sì che il paternalismo autori-
tario diventi un’opzione gradualmente più attraente per l’elettorato.
Così, inducendo negli elettori la convinzione che un comportamento
sia socialmente pericoloso, si determina un sostegno pubblico verso
una maggiore regolamentazione di quel tipo di comportamento, con
l’adozione di provvedimenti restrittivi altrimenti inaccettabili7.
In deÀnitiva, secondo Glaeser, poiché la persuasione è al centro
di gran parte del paternalismo morbido, sostenere questa forma di
paternalismo condurrà i governi a investire in infrastrutture in grado
di supportare la persuasione e a diventare più abili a convincere gli
elettori. Ma ciò implica il rischio che i governi abusino di queste
infrastrutture connesse alla persuasione e a usarle per i propri in-
teressi, ossia per mantenersi al potere. La conclusione di Glaeser
è che il rimedio che Sunstein e Thaler propongono è peggiore del
male che intendono curare. Per lui «i difetti nella cognizione umana

5 Ivi, p. 151.
6 Ivi, pp. 152-153.
7 Ivi, pp. 153-154.
74 Lǁenigma della scelta

dovrebbero spingerci a essere più difÀdenti, anziché meno difÀden-


ti, riguardo alle decisioni del governo»8.

3.1.2. Wanting, liking e learning.

Consideriamo ora il contributo di Camerer, il quale fonda la sua


richiesta di paternalismo sul fatto che la spiegazione della teoria
delle preferenze rivelate riguardo alle conseguenze indesiderate
dell’agente risulta poco convincente alla luce delle ricerche in am-
bito neurocognitivo. Infatti la teoria delle preferenze rivelate pre-
suppone una corrispondenza tra scelta e utilità dell’agente, per cui
la scelta compiuta da un soggetto indica che una data azione intra-
presa procura una utilità intesa edonicamente come soddisfazione o
benessere. Invece la distinzione tra wanting e liking, emersa negli
studi neuroscientiÀci, che ricalca a livello neurale la distinzione che
Kahneman ha osservato a livello comportamentale tra utilità espe-
rita e utilità decisionale9, mostra che ciò che si desidera e quindi si
sceglie (wanting) può essere dissociato da ciò che realmente produ-
ce piacere o utilità per l’agente (liking)10.
Questa distinzione risale all’ipotesi di K.C. Berridge e T.E. Ro-
binson (1998), secondo cui ci sono tre distinti sistemi neurali ri-
levanti per la scelta: un sistema edonico che registra il benessere
sperimentato (liking), un sistema che guida la scelta sulla base di
ciò che si desidera (wanting) e un sistema di apprendimento (lear-
ning) che collega le informazioni immagazzinate negli altri sistemi,
afÀnché le scelte, ossia ciò che si desidera, siano dirette a ciò che
effettivamente procura benessere11. L’ipotesi di tre sistemi distinti è

8 Ivi, pp. 133-135.


9 Vedi sotto, paragrafo 3.2.
10 C. Camerer (2006), pp. 90-91.
11 La distinzione tra wanting, liking e learning è emersa con chiarezza dallo stu-
dio sulla funzione della dopamina nel meccanismo della ricompensa. Infatti
il meccanismo della ricompensa si basa sulla gratiÀcazione o sul piacere che
uno stimolo è in grado di produrre, per cui si è discusso a lungo se alla do-
pamina, che è un neurotrasmettitore, potesse essere attribuita o meno il ruolo
di mediatore del piacere. In quest’ambito è stata a lungo dominante l’ipotesi
“edonica” formulata negli anni Ottanta da Roy Wise (1980), secondo cui la
dopamina sarebbe essenzialmente un neurotrasmettitore del piacere dell’area
cerebrale denominata nucleo accumbens. Questa ipotesi si basava sull’osser-
InsufÀcienza della razionalità strumentale 75

sorretta da evidenze empiriche che dimostrano che non sempre c’è


una corrispondenza tra wanting e liking. In particolare Camerer cita
gli esperimenti di Susana Peciña et al. (2003), che hanno mostra-
to come un aumento della dopamina attraverso una modiÀcazione
genetica induce i topi a mangiare circa il doppio rispetto alle nor-
mali condizioni. Inoltre, in un compito in cui vengono addestrati a
compiere un percorso per raggiungere un box contenente del cibo, i
topi con tale modiÀcazione iperdopaminergica raggiungono l’obiet-
tivo molto più velocemente rispetto ai topi di controllo. A fronte
di questo aumento nei sistemi wanting e learning, gli esperimenti
hanno mostrato anche che i topi non manifestano un corrispondente
aumento del liking (misurato attraverso i movimenti delle labbra e
gli altri muscoli con cui vengono misurate le sensazioni di piacere
e dolore). Un’analoga dissociazione tra wanting e liking è stata re-
gistrata anche negli esseri umani. Per esempio recettori antagonisti
della dopamina sembrano sopprimere il desiderio di fumare senza
tuttavia diminuire il piacere della sigaretta.

vazione che molte ricompense legate al piacere che vanno dal cibo, sesso e
droghe alle ricompense sociali e cognitive, attivano i sistemi dopaminici del
mesolimbico, dove appunto si trova il nucleo accumbens. A questa ipotesi
era correlata quella della cosiddetta “anedonia”, ossia l’incapacità di provare
piacere, dovuta alla disfunzione della dopamina. Infatti Wise (1982) notava
che la soppressione dei neurotrasmettitori di dopamina fa deteriorare o scom-
parire l’abilità di un animale a motivare comportamenti volti ad acquisire
ricompense. K.C. Berridge e T.E. Robinson (1998) hanno mostrato l’infon-
datezza di questa ipotesi. Essi infatti, dopo aver inibito il sistema dopaminer-
gico attraverso lesioni provocate farmacologicamente, hanno mostrato che
in ratti con una lesione massiva che aveva distrutto il 99% della dopamina
sia nell’accumbens sia nel neo striato, non si registra alcun effetto rilevabile
sull’impatto edonico del gusto. Pertanto gli autori ne conclusero che la do-
pamina non era necessaria per le normali reazioni di piacere alla dolcezza.
Anche nell’uomo non vale l’equazione dopamina = piacere. Infatti pazienti
con il morbo di Parkinson, che presentano un deterioramento della dopami-
na, hanno mostrato di avere un capacità di provare piacere per ricompense
di cibo dolce che rientra nella norma (Kent C. Berridge 2007). Per questa
ragione Berridge e Robinson hanno formulato una teoria alternativa a quella
dell’anedonia di Wise, che attribuisce alla dopamina una funzione nella ri-
compensa, legata essenzialmente a fasi anticipatorie, appetitive o d’approc-
cio del comportamento motivato. Più precisamente questa teoria attribuisce
alla dopamina mesocorticolimbica un peculiare ruolo nell’ambito del sistema
della ricompensa e, cioè, la mediazione della “salienza motivazionale” (o
dell’incentivo).
76 Lǁenigma della scelta

Tutto ciò comporta delle conseguenze nel campo dell’econo-


mia, poiché è possibile spiegare molte scelte economiche non
razionali non come fa la TSR, e cioè interpretandole semplice-
mente come errori che è possibile correggere, ma come l’esito di
un complesso sistema di meccanismi che non è governato dalla
semplice volontà dell’agente. Ciò pertanto potrebbe richiedere e
giustiÀcare interventi di tipo paternalistico, che aiutino il soggetto
a stabilire il giusto rapporto tra wanting e liking. Infatti, mentre
nelle scelte più facili il sistema biologico del learning si rivela
sufÀciente, per cui il soggetto impara a desiderare ciò che effetti-
vamente gli procura piacere o benessere, in molti altri casi ciò è
insufÀciente. Ciò accade specialmente nella moderna economia in
cui l’acquisto di molti beni richiede un procedimento complesso
di valutazione, o nelle scelte che si compiono una sola volta, in
cui è impossibile un apprendimento per tentativi ed errori. Per
questo – secondo Camerer – è verosimile che altri meccanismi
sostituiscano l’apprendimento diretto, per esempio, imitazione,
pubblicità, consulenti personali ecc., con l’evidente rischio di es-
sere vulnerabili allo sfruttamento delle aziende interessate a mas-
simizzare i proÀtti.
Per Camerer i casi più frequenti di dissociazione tra wanting e
liking sono di due tipi: uno legato ai disturbi ossessivo-compulsi-
vi, l’altro alla mancata integrazione tra wanting e liking nel tem-
po. Nel primo caso il disturbo è caratterizzato da pensieri ossessi-
vi e azioni compulsive come pulire, controllare, ordinare ecc. Per
esempio si può avere un’intensa sensazione che le proprie mani
non siano pulite e per ridurre questa sensazione è necessario la-
varle più e più volte. Secondo la teoria delle preferenze rivelate, si
dovrebbe inferire che questi “pulitori compulsivi” abbiano un’alta
utilità nel pulire le mani, dal momento che essi passano molto
tempo a fare ciò. Inoltre, se tali pulitori assumono un inibitorio
della serotonina come il Prozac, i sintomi diminuiscono per cui,
nel linguaggio della teoria delle preferenze rivelate, si direbbe che
lo stato di utilità è stato alterato dal farmaco. Ma il fatto che i
pazienti attivamente cercano il farmaco per cambiare le loro pre-
ferenze mostra che è necessario ammettere una “metapreferenza”
secondo cui i “pulitori” preferiscono essere liberi dal desiderio di
pulire piuttosto che compiere le azioni compulsive. Come giusta-
InsufÀcienza della razionalità strumentale 77

mente rileva Camerer, il punto di forza della teoria delle prefe-


renze rivelate è la sua semplicità, ma una volta introdotti concetti
come gli stati di dipendenza e le metapreferenze, la teoria perde
tale punto di forza. Invece la dissociazione tra wanting e liking
sarebbe davvero una spiegazione più semplice: i pazienti vogliono
pulire (wanting) anche se ciò non procura loro utilità o piacere
(liking), ma il farmaco riduce il wanting.
Un altro esempio rilevante dal punto di vista economico è quello
dello shopping compulsivo, in cui si veriÀca una dissociazione tra
il momentaneo piacere di acquistare beni e il piacere successivo
del loro effettivo consumo; si può per esempio provare piacere nel
comprare scarpe anche se poi non verranno mai indossate. Anche
se queste forme estreme di dissociazione tra wanting e liking sono
patologiche, alcune forme più lievi di dissociazione, come fa notare
Camerer, sono presenti in ciascuno di noi: per esempio la maggior
parte delle persone ha almeno una categoria di oggetti o servizi, che
di fatto non ha il tempo di consumare, ma per la quale prova piacere
nel comprarle (come accade per chi ha piacere di comprare tanti
libri, anche se non ha il tempo di leggerli).
Riguardo al secondo tipo di dissociazione tra wanting e liking,
quello relativo all’integrazione temporale, per la maggior parte di
beni e servizi (come istruzione, beni durevoli, utilizzo della carta
di credito) costi e beneÀci sono distribuiti nel tempo. Per esempio
frequentare l’università o anche un corso di windsurf può essere
molto faticoso, ma riserva grandi beneÀci per il futuro. Quindi il
sistema wanting deve integrare piacere e dispiacere nel tempo per
determinare il piacere complessivo. Viceversa si può spendere trop-
po con la carta di credito, soprattutto acquistando in internet, sem-
plicemente perché, a fronte del “piacere” di comprare, il sistema
non anticipa correttamente il “dispiacere” di pagare quando arriverà
l’estratto conto. A questo proposito le aziende potrebbero sfruttare
con proÀtto il piacere dello shopping, facendo in modo che i sog-
getti sentano molto facilmente il godimento di comprare, anche nel
caso di beni che in futuro rimarranno inutilizzati.
In realtà, fa notare Camerer, politiche paternalistiche sono già
operative regolando l’età minima del matrimonio e del consenso
sessuale, il giudizio dell’idoneità mentale o la proibizione o tassa-
zione di comportamenti ritenuti moralmente nocivi come l’utilizzo
78 Lǁenigma della scelta

di droga e alcool12. Il sistema wanting-learning-liking «fornisce un


modo potenziale di parlare scientiÀcamente di come restrizioni o
imposizioni nelle scelte potrebbero migliorare – paternalisticamen-
te – il benessere»13. Infatti se il sistema wanting non produce ciò che
è apprezzato dal sistema liking, potrebbe essere giustiÀcato, in vista
del benessere di una persona, un intervento paternalistico capace di
creare più liking, ossia benessere. Questo tipo di paternalismo – se-
condo Camerer – sarebbe “libertario” e “asimmetrico”14, nel senso
che si è visto nel capitolo precedente. Egli conclude elencando una
serie di possibili modi in cui i governi potrebbero intervenire pater-
nalisticamente per colmare il gap tra wanting e liking:
– Concessione di autorizzazioni, attraverso controlli – sul modello
degli esami per la patente di guida – per veriÀcare che una per-
sona disponga di credenze informate che inÁuenzano il piacere
atteso, per esempio attraverso un test per l’uso della carta di cre-
dito.
– Drammatizzazione, cioè rendere vividi nel presente le conse-
guenze future delle scelte.
– Calibrazione, veriÀcare se il wanting e il liking di una persona
sono sincronizzati.
– Delega della scelta, consentendo a un esperto, che può fare pre-
visioni del liking, di fare o limitare una scelta.
– Promozione dell’apprendimento, prevenendo il mancato wanting
di beni che le persone effettivamente apprezzerebbero, costrin-
gendo a farne esperienza15.
Camerer, tuttavia, precisa di non sentirsi un paternalista smanio-
so. Anzi dichiara di non essere affatto interessato al paternalismo in
se stesso, ma che la sua trattazione è un tentativo di comprendere il
paternalismo comunemente praticato e come esso potrebbe cambia-
re nel tempo. Egli inoltre aggiunge che al momento le basi neuro-
scientiÀche per ogni pratica di paternalismo sono fragili e che d’al-
tra parte c’è il pericolo reale di un “pendio scivoloso” che può fare
spostare il paternalismo, concepito per essere ineccepibile (ossia

12 C. Camerer (2006), p. 110.


13 Ivi, p. 92.
14 Ivi, pp. 101-102.
15 Ivi, pp. 109-110.
InsufÀcienza della razionalità strumentale 79

aiutare alcuni senza danneggiare altri), verso forme di paternalismo


deprecabili, invadenti e sbagliate. InÀne a suo avviso la possibilità
che politiche economiche possano catturare speciali gruppi di inte-
resse dovrebbe renderci difÀdenti, poiché aprendo le porte anche al
più mite paternalismo, esso potrebbe alla Àne sfuggirci di mano16.

3.1.3. Un approccio idiograÀco.

L’altra proposta a sostengo della tesi paternalistica, ma che evi-


denzia molti problemi del paternalismo, è quella di Rachlinski, un
giurista della Cornell University. Secondo Rachlinski l’impostazio-
ne del problema di Thaler e Sunstein, e di altre simili formulazioni
di misure paternalistiche come rimedio a limiti cognitivi, comporta
il difetto di adottare un approccio “nomotetico”, ossia generaliz-
zante, considerando i soggetti come se fossero indistintamente af-
fetti dagli stessi limiti cognitivi e ignorando le diversità individuali,
come invece dovrebbe fare l’approccio “idiograÀco” da lui soste-
nuto17. Questo difetto, secondo Rachlinski, non è imputabile tanto
agli studi che propongono interventi legislativi paternalistici come
rimedio ai fenomeni delle euristiche o delle anomalie della scelta,
quanto agli studi originari di economia cognitiva che documentano
tali fenomeni. Ma a sua volta gli studi di economia cognitiva ere-
ditano tale difetto dalla stessa TSR che essi intendono confutare.
La stessa TSR è una teoria nomotetica, in quanto assume che cia-
scun agente economico è razionale e che persegue sempre il proprio
interesse18. Ē importante fra l’altro sottolineare, dal mio punto di
vista, che questa osservazione è di estremo interesse, al di là della
speciÀca conclusione della proposta del paternalismo basato su un
approccio idiograÀco, poiché mostra come le critiche alla TSR si
muovano nello stesso orizzonte epistemologico della stessa TSR.
Rachlinski prende in considerazione il celebre esperimento sul
framing effect di Kahneman e Tversky, denominato della ‘malattia
asiatica’ secondo cui, quando il quesito di scelta viene formulato
in termini di guadagni, il 72% dei soggetti fa una scelta avversa

16 Ivi, p. 93.
17 J.J. Rachlinski (2006), p. 208.
18 Ivi, pp. 209-210.
80 Lǁenigma della scelta

al rischio mentre, quando lo stesso quesito è formulato in termini


di perdite, il 78% esprime una scelta favorevole al rischio. Se-
condo Rachlinski, concludere – come fanno Kahneman e Tversky
– che l’esperimento mostra che le persone sono inÁuenzate dal
framing, signiÀca adottare un approccio nomotetico, trascurando
il fatto che l’esperimento mostra anche che una parte conside-
revole dei soggetti non è inÁuenzata dal framing. Invero, come
fa notare Rachlinski, i risultati dell’esperimento dicono che, se
circa una metà dei soggetti è inÁuenzata dal modo in cui il quesito
viene “incorniciato”, l’altra metà non ne è inÁuenzata. Ciò pone
la necessità di individuare qualche parametro idiograÀco, come
l’avere o meno una forte esperienza nelle decisioni pubbliche, che
consenta di discriminare tra quanti sono inÁuenzati dal framing
e quanti non ne sono inÁuenzati. Per Rachlinski quindi «il mo-
dello nomotetico dovrebbe essere respinto» poiché «una proposta
politica fondata sui dati sul framing raccolti tra persone comuni
ma rivolta agli esperti risulterebbe fuorviante»19. Pertanto se dalla
premessa dei limiti cognitivi si volesse concludere la necessità di
interventi paternalistici, bisognerebbe tenere conto che eventuali
provvedimenti legislativi paternalistici costituirebbero un vantag-
gio per i decisori che effettivamente risulterebbero condizionati
da tali limiti cognitivi, ma anche un danno per quelli che invece
non apparirebbero soggetti a essi.
Pertanto il paternalismo di Rachlinski tiene conto delle differen-
ze individuali sulla base di tre parametri che, tuttavia, devono esse-
re integrati gli uni con gli altri in quanto presi isolatamente sareb-
bero insufÀcienti: le abilità cognitive, l’esperienza e la formazione,
e le variabili demograÀche20. Consideriamo il caso che rientra nel
primo parametro, quello di persone che, avendo una robusta abilità
cognitiva, hanno una minore probabilità di incorrere nella fallacia
della congiunzione. Il criterio delle abilità cognitive da solo non è
sufÀciente a garantire delle buone decisioni, poiché prendere delle
buone decisioni dipende anche dalla capacità di riÁettere obiettiva-
mente su di esse ed eventualmente metterle in discussione. Anzi,
proprio il fatto di disporre di notevoli abilità cognitive può costitui-

19 Ivi, p. 215.
20 Ivi, p. 216.
InsufÀcienza della razionalità strumentale 81

re un ostacolo, dal momento che esso genera una sopravvalutazione


della bontà delle proprie decisioni: dopo aver preso una decisione,
le persone tendono a giustiÀcare la propria decisione. Ora, le per-
sone con una memoria più robusta o che sono in grado di elaborare
informazioni in modo più rapido, sono “più brave” a giustiÀcare le
proprie decisioni, e dunque meno capaci di metterle in discussione e
riÁettere su di esse. Quindi disporre di buone capacità cognitive non
equivale ad avere la saggezza di riconoscere che le proprie mag-
giori abilità cognitive possano essere state messe al servizio di uno
stile difettoso di decisione e in ciò precisamente consiste il limite
intrinseco di tale parametro21.
L’esperienza e la formazione costituiscono un secondo parame-
tro per discriminare tra i decisori. Le ricerche sul giudizio e la scelta
hanno sempre incluso un numero considerevole di studi sugli aiuti
decisionali e sulle tecniche di debiasing. Alcuni errori di giudizio
possono essere eliminati addestrando le persone a identiÀcare i pun-
ti deboli nei loro argomenti, così come immaginare gli esiti alterna-
tivi delle scelte compiute aiuta a riconoscere l’euristica del “senno
di poi”. Tuttavia l’esperienza non produce decisioni uniformemente
valide, poiché il costo degli errori cognitivi è spesso basso mentre le
procedure di debiasing sono generalmente invasive e solo in parte
conducono al successo, per cui spesso rinunciare a una procedura
di debiasing è economicamente vantaggioso22. Di fatto la letteratura
sulle decisioni degli esperti mostra una lunga serie di cattive deci-
sioni, spesso causate proprio da una sopravvalutazione del proprio
expertise23.
Un terzo parametro per l’approccio idiograÀco è costituito da
fattori demograÀci come razza, sesso ed età. Molti studi mostrano
come le donne siano più avverse al rischio degli uomini o che per-
sone appartenenti a una cultura collettivista hanno una maggiore
propensione verso il gioco d’azzardo. O ancora, la cultura indivi-
dualistica occidentale induce le persone a spiegare erroneamente
le circostanze sociali come prodotte da disposizioni individuali,
mentre le persone appartenenti a società collettiviste evitano ampia-

21 Ivi, p. 218.
22 Ivi, p. 221.
23 Vedi R. Rumiati e N. Bonini (1996).
82 Lǁenigma della scelta

mente questo tipo di errore. Questi fattori costituirebbero dunque


una diversa vulnerabilità nei confronti di certi errori cognitivi, che
pertanto richiede un programma di interventi paternalistici diffe-
renziato. La diversa esposizione al rischio può, ad esempio, essere
sfruttata dagli operatori di marketing, che di fatto con molta cura
indirizzano speciÀche strategie a speciÀci segmenti demograÀci24.
Tuttavia, sebbene le differenze individuali siano chiare ed evi-
denti, non è agevole individuare le singole circostanze in cui tali
differenze sono effettivamente operanti ed è questa la ragione
per cui, secondo Rachlinski, le proposte del paternalismo si ba-
sano sulla convinzione che l’approccio nomotetico sia comunque
sufÀcientemente accurato e dovrebbe essere accettato come una
ragionevole approssimazione. Egli fa inÀne notare come parados-
salmente «si tratta di una riposta che assomiglia molto da vicino a
quella offerta dai sostenitori della TSR per respingere l’evidenza
di errori cognitivi nel giudizio, secondo cui questi sarebbero irre-
golari, non identiÀcabili e sufÀcientemente piccoli da poter essere
trascurati»25.
Dall’insieme di tutte queste osservazioni risulta che il pater-
nalismo come rimedio ai limiti cognitivi dei decisori costituisce
una soluzione politica difÀcilmente praticabile e piena di insidie.
Di fatto Camerer dichiara che il suo è un “saggio altamente spe-
culativo”, ossia non tanto una proposta da seguire praticamente
quanto una provocazione teorica per affrontare un problema spi-
noso. A suo avviso «può essere utile avviare un dibattito puramen-
te accademico su come in futuro il paternalismo limitato potrebbe
essere condotto scientiÀcamente, sottoponendolo al ragionevole
consenso di scienziati, giuristi e cittadini»26. Il suo intento princi-
pale non è quindi quello di sostenere una forma di paternalismo,
ma di mostrare l’importanza delle ricerche neuroscientiÀche nel
caso di interventi paternalistici, considerato che in un certa misu-
ra è impossibile fare a meno di tali interventi. Egli d’altra parte
non solo ritiene che allo stato attuale delle ricerche non ci siano
le condizioni per tale paternalismo scientiÀco, ma è anche consa-

24 J.J. Rachlinski (2006), pp. 222-223.


25 Ivi, p. 224.
26 C. Camerer (2006), p. 93.
InsufÀcienza della razionalità strumentale 83

pevole che quello del paternalismo costituisce un pendio scivolo-


so. In maniera non molto diversa da Glaeser, Camerer sottolinea
il rischio per cui interventi paternalistici «rivolti a pazienti con
disturbi ossessivi-compulsivi potrebbero rendere politicamente
e legalmente più facile una maggiore interferenza in comporta-
menti simili che non sono scientiÀcamente inquadrabili come
patologie»27. Anche l’articolo di Rachlinski mette in evidenza la
problematicità di una soluzione paternalistica. Nonostante il suo
intento sia quello di sostenere una forma di paternalismo basato su
un approccio idiograÀco, il suo contributo, da un lato, costituisce
una critica del paternalismo basato su un approccio nomotetico e,
dall’altro, sostenendo un approccio come quello idiograÀco che è
difÀcilmente realizzabile, implicitamente contribuisce a demoli-
re sostanzialmente il paternalismo. Inoltre Rachlinski, come del
resto Camerer, ribadisce più volte la necessità di proteggere quei
gruppi di decisori che presentano limiti cognitivi dalla possibilità
che aziende e operatori di mercato sfruttino questa vulnerabilità.
Vorrei però sottolineare, al proposito, che è molto più facile per gli
operatori di mercato trovare il modo di sfruttare i limiti cognitivi
di quanto non sia per il legislatore trovare i rimedi adeguati e che
proprio lo studio volto a identiÀcare tali limiti costituisce un’op-
portunità per chi è interessato alla massimizzazione di proÀtti, of-
frendogli una conoscenza utile a tale scopo.
In deÀnitiva lo stato attuale del dibattito sui condizionamenti
cognitivi della decisione conduce a un’impasse: esso solleva un
problema reale che difÀcilmente può essere ignorato, ma le cui
soluzioni sin qui proposte appaiono poco accettabili. Ciò mi spin-
ge a pensare che le questioni politiche sollevate dalle ricerche co-
gnitive non possano trovare una adeguata trattazione se si rimane
nell’ottica di un dibattito esclusivamente cognitivo e che sia invece
necessario affrontare il problema in un’ottica che consenta di far
emergere in primo piano questioni e concetti di teoria politica. In
particolare ritengo sia necessario una critica più radicale della TSR
che, attraverso un’analisi ÀlosoÀco-politica, consenta di mettere in
discussione i presupposti del concetto razionalità come sino ad ora
le ricerche cognitive non hanno fatto.

27 Ivi, p. 102, nota 40.


84 Lǁenigma della scelta

3.2. I limiti della teoria del prospetto

Il modo in cui sono state affrontate le conseguenze delle ricerche


cognitive sul piano della teoria politica sembra risentire di un’in-
congruenza di fondo: da un lato la necessità di interventi paterna-
listici è fondata sulle critiche mosse dall’economia cognitiva alla
TSR; dall’altro l’esigenza di libertà è riconducibile alla teoria de-
mocratica – intesa in senso lato come teoria fondata sulla libertà
della scelta – di cui però la TSR è un presupposto fondamentale. Si
può ipotizzare, perciò, che le difÀcoltà emerse nel paragrafo pre-
cedente circa il tentativo di conciliare paternalismo e libertà siano
tutt’altro che casuali, anzi che esse siano l’esito inevitabile di questa
contraddizione di fondo. La soluzione paternalistica sembra essere
debole perché propone un rimedio ad hoc, con interventi che di vol-
ta in volta tengono conto dei limiti cognitivi emersi, senza preoc-
cuparsi di affrontare il problema generale della concezione politica
fondata su quella nozione di scelta libera e autodeterminata, di cui
le ricerche cognitive hanno messo in evidenza la problematicità.
Inoltre la strada sin qui battuta Ànisce col dare ragione ai critici del
paternalismo, poiché la nozione di libertà che sta alla base della
teoria democratica non ammette limitazioni. Ogni limitazione, per
quanto ragionevole è sempre suscettibile di diventare eccessiva per
cui, partendo da queste premesse, anche qualora si escogitino forme
soft o limitate di interventi condizionanti, il paternalismo risulterà
sempre inaccettabile.
A mio avviso una via per superare tale situazione di stallo esi-
ge una soluzione più radicale di quelle sin qui considerate. Si
tratta di riconsiderare il problema sul piano teorico tenendo con-
to della stretta connessione tra aspetti cognitivi e aspetti politici.
In quest’ottica l’incongruenza di fondo del paternalismo libertario
potrebbe essere considerata come la spia del suo limite intrinse-
co: la critica della TSR mossa a partire dalle ricerche sul decision
making non è sufÀcientemente radicale da metterne in discussione
i presupposti ÀlosoÀco-politici. Partendo da tale ipotesi, cercherò
anzitutto di mostrare come le ricerche cognitive sulla decisione, che
sono il presupposto del paternalismo, si muovano all’interno della
stessa concezione della razionalità della teoria dell’utilità attesa che
si propongono di criticare e, dopo di ciò, nel capitolo conclusivo,
InsufÀcienza della razionalità strumentale 85

proverò a proporre non certo una teoria alternativa compiutamente


delineata, ma una serie di spunti teorici che possono sia essere ri-
pensati alla luce delle ricerche empiriche nell’ambito cognitivo, sia
essere fra loro integrati in vista di una nuova impostazione del pro-
blema della scelta che non può non comportare delle conseguenze
anche sul piano delle ricerche empiriche.
Comincerò col notare che la discrepanza tra l’analisi comporta-
mentale e le previsioni della teoria può essere interpretata in due
modi. Nel caso in cui le scelte concrete in disaccordo con le pre-
visioni della TSR siano considerate come errori e violazioni della
razionalità dovuti ai limiti cognitivi, ciò che viene messo in discus-
sione è il valore descrittivo della TSR ma non quello normativo. Se
invece esse sono considerate come dimostrazione dell’infondatezza
degli assiomi della teoria, allora in questo caso la teoria risulta in-
fondata anche dal punto di vista normativo. Secondo la prima in-
terpretazione le decisioni idealmente razionali presuppongono una
perfetta informazione che sarebbe troppo “costosa” per il nostro
sistema cognitivo, per cui da un punto di vista pratico risulta più
conveniente un compromesso tra precisione e costi cognitivi. In
questo caso, almeno in linea di principio, nell’ipotesi di perfetta
informazione, le previsioni della TSR rimarrebbero valide, anche se
da un punto di vista pratico risultano poco attendibili: le anomalie
e gli errori di giudizio determinati dalle euristiche possono essere
considerati semplicemente alla stregua di errori che è desiderabile
correggere, mentre il fatto che le concrete decisioni si discostano
dal modello ribadisce la validità del modello stesso come criterio
per correggere l’errore o comunque per discriminare tra una scelta
razionale e una scelta condizionata da fattori psicologici.
Tuttavia se questa interpretazione è plausibile riguardo alle stime
degli eventi determinate dalle euristiche28, è più problematico con-

28 Occorre comunque tenere presente – come più volte ribadiscono Kahneman


e Tversky (1974) – che le euristiche e i conseguenti errori di giudizio, come
l’insensibilità alla probabilità a priori, non riguardano solo profani ma anche
esperti ricercatori e individui con una formazione statistica. Inoltre tali errori
si veriÀcano anche nel caso in cui i dati sulla probabilità vengono esplicita-
mente comunicati e i soggetti vengono invitati a rispondere in maniera accu-
rata, anche attraverso la promessa di ricompense per le risposte corrette. Que-
sto tipo di considerazioni lascia, quindi, aperto il problema di comprendere
86 Lǁenigma della scelta

siderare errori anche le cosiddette ‘anomalie’ della scelta. Già Allais


aveva sostenuto che non c’è niente di irrazionale in un comporta-
mento di scelta del tipo che Kahneman e Tversky qualche decennio
dopo chiameranno effetto certezza. Anzi egli aveva presentato il suo
dilemma come un paradosso, proprio partendo dalla convinzione
che la scelta congiunta delle due opzioni, pur violando l’assioma
richiesto dalla TSR, potesse essere considerata un esempio di scel-
ta razionale29. Queste considerazioni pongono dunque un problema
più complesso per la TSR, che R. Sudgen illustra così:

Supponete di essere sottoposti ai due problemi di Allais e di sce-


gliere, in prima istanza, le opzioni B e C […]. Successivamente vi
vengono spiegate le ragioni per le quali tale scelta contravviene all’as-
sioma di indipendenza, nonché i motivi che giustiÀcano tale assioma
come principio di razionalità. Se tali argomentazioni vi convincono,
l’impostazione normativa della teoria è salva in quanto vi rendente
conto del vostro errore. Supponiamo invece che questo non succeda
e la vostra scelta non venga modiÀcata, sentendovi in grado di forni-
re un’adeguata giustiÀcazione alla vostra decisione. In questo caso è
forse l’assioma di indipendenza, e non le vostre scelte, ad essere in er-
rore; forse l’argomento che è irrazionale contravvenire all’assioma ha
sottovalutato alcuni fattori, presenti nel paradosso di Allais, che sono
realmente rilevanti per le deliberazioni di un agente razionale. In questi
casi, osservazioni sperimentali possono essere portate ad esempio per

il senso di questi errori sistematici e limitarsi a proporre una loro correzione


potrebbe risultare insufÀciente.
29 Si racconta – cfr. A. Renda (2005) e M. Motterlini e F. Guala (2005) – che in
una dimostrazione pubblica, Allais riuscì a far compiere scelte in disaccordo
con le previsioni della TSR ad alcuni illustri matematici ed economisti fra
i quali lo stesso Savage, che era uno dei maggiori autori di tale teoria. Di
fronte a una dimostrazione di questo tipo la risposta di Savage, il quale ov-
viamente rimase fedele alla teoria, fu che il disaccordo tra gli assiomi logici
della TSR e le concrete scelte non implica che tali assiomi dovrebbero essere
modiÀcati ma che le scelte dovrebbero essere corrette, come sembra abbia
fatto lui stesso riconoscendo di avere commesso un errore. L’interpretazione
di Allais invece era opposta. Egli infatti partiva dal presupposto che scegliere
B e C fosse del tutto razionale, per cui ci si poteva aspettare che un soggetto
che avesse compiuto tale scelta e a cui fosse stato spiegato che essa viola
l’assioma di indipendenza avrebbe tranquillamente continuato a ritenere che
quella fosse la scelta migliore.
InsufÀcienza della razionalità strumentale 87

mettere in dubbio la validità della teoria dell’utilità attesa, quand’an-


che si interpreti tale teoria come puramente normativa30.

Anche se le dimostrazioni di Allais si basavano solo su esperi-


menti mentali, successive dimostrazioni empiriche hanno confer-
mato le sue intuizioni. Per esempio nel caso dell’esperimento con i
tassisti di New York sull’avversione delle perdite, precedentemente
esaminato, si potrebbe pensare che la scelta dei tassisti sia irrazio-
nale e che essi commettano un errore a lavorare di più nelle gior-
nate in cui la retribuzione oraria è inferiore. Tuttavia, se si consi-
dera che si tratta di un comportamento consapevole e ripetuto, ciò
implicherebbe una nozione di razionalità molto problematica, dal
momento che tale comportamento si scontra con ciò che, in con-
dizioni ‘normali’, è giudicato razionale dal soggetto. Ma possiamo
anche prendere in considerazione l’effetto dotazione, da cui emerge
la violazione della TSR secondo cui ad un dato prezzo non si può
allo stesso tempo non volere né vendere né acquistare un bene. Esa-
miniamo il seguente caso presentato da R. Thaler: «Mr. R verso
la Àne degli anni Cinquanta ha comprato una cassa di buon vino
per circa 5 dollari a bottiglia. Alcuni anni dopo il mercante che gli
ha venduto il vino gli propone di riacquistare il vino a 100 dollari
a bottiglia. Mr. R si riÀuta sebbene egli non abbia mai pagato più
di 35 dollari per una bottiglia di vino»31. L’esempio dimostra che
Mr. R, verosimilmente un amante del vino, non ha alcuna voglia di
vendere le sue bottiglie, ma non è nemmeno disposto ad acquistarne
altre al prezzo che nel frattempo è lievitato. Anche in questo caso si
potrebbe interpretare questo tipo di scelta come un errore, in quanto
Mr. R così facendo perde un’occasione di guadagno. Ma tale scelta
si potrebbe anche interpretare diversamente, immaginando che il
ragionamento dell’amante del vino sia di questo tipo: “lo so che ci
guadagnerei a vendere a 100 dollari le bottiglie che ho acquistato
a 5 ma preferisco ugualmente tenerle”, ossia nel senso che la sua
motivazione non è quella di trarre guadagni dal vino acquistato, ma
quella di apprezzarne il possesso. In questo caso il suo approccio al
vino non sarebbe determinato dalla massimizzazione del proÀtto e

30 R. Sudgen (1992), p. 72.


31 R.H. Thaler (1980), p. 43.
88 Lǁenigma della scelta

ciò dimostrerebbe l’infondatezza della TSR. Infatti la scelta di Mr.


R di non comprare e non vendere il vino sarebbe irrazionale solo
se si assume che la sua preferenza, più o meno consapevolmente,
sia quella di massimizzare il proÀtto economico. Ma tale assunzio-
ne uscirebbe dai conÀni imposti dalla concezione strumentale della
razionalità propria della TSR, in quanto pretende di dirci qualcosa
non solo riguardo alla relazione mezzi-Àne ma anche su quale sia
il Àne stesso della scelta. Ma un’interpretazione di questo tipo, che
metterebbe in discussione anche l’aspetto normativo della TSR,
non è quella adottata da Kahneman, Tversky e i loro collaboratori.
Infatti l’obiettivo della teoria del prospetto è principalmente quello
di integrare gli aspetti normativi della TSR con quelli descrittivi
emersi dalle indagini empiriche sul decision making. Per questo
Thaler apre l’articolo in cui presenta il caso di Mr. R (apparso appe-
na un anno dopo la prima formulazione della teoria del prospetto),
lamentando il fatto che «gli economisti raramente distinguono ade-
guatamente tra modelli normativi della scelta e modelli descrittivi
o positivi»; ragione per cui essi ritengono che la TSR non si limiti a
dire cosa un consumatore dovrebbe fare ma serva anche altrettanto
bene a prevedere cosa effettivamente fa32. Secondo Thaler, tuttavia,
nelle decisioni più complesse la TSR non è in grado di fare previ-
sioni adeguate: il caso di Mr. R rappresenta a suo avviso un esem-
pio di comportamento che la TSR non è capace di spiegare, mentre
può farlo la teoria del prospetto, sulla base del fatto che il denaro
pagato per una bottiglia acquistata è visto come una perdita mentre
il denaro ricavato dalla vendita sarebbe visto come un guadagno.
E poiché – come abbiamo visto dagli esperimenti sull’avversione
alle perdite precedentemente esaminati – dal punto di vista psico-
logico il “peso” decisionale di una perdita è maggiore di quello del
corrispondente guadagno, ciò mostrerebbe che comprare e vendere
non sono equivalenti. In deÀnitiva, quindi, nell’interpretazione di
questo caso non viene messo in discussione l’assetto di fondo della
TSR, basato sulla massimizzazione dell’utilità, ma più semplice-
mente viene sostituita un’utilità con un’altra. In questo modo però
la teoria del prospetto risulta essere nient’altro che una variante del-
la teoria dell’utilità attesa, in cui il procedimento massimizzante è

32 Ivi, p. 39.
InsufÀcienza della razionalità strumentale 89

determinato sulla base di pesi decisionali di tipo psicologico, anzi-


ché esclusivamente su una valutazione di tipo logico.
Ciò emerge con chiarezza dall’articolo di Kahneman et al.
(1997), dal signiÀcativo titolo Back to Bentham? Explorations of
Experienced Utility, in cui gli autori, distinguendo fra ‘utilità espe-
rita’ e ‘utilità decisionale’, propongono un ritorno alla concezio-
ne edonistica dell’utilità. Secondo Kahneman il concetto di utilità
esperita è quello che aveva in mente Bentham, quando parlava dei
due “supremi padroni”, cioè il piacere e il dolore, come fattori moti-
vazionali determinanti. Ma in seguito agli sviluppi successivi della
TSR e in particolare della svolta ordinalista33, questa concezione
dell’utilità era stata espulsa dall’economia e sostituita dal concetto
di utilità di decisione che, prescindendo da ogni riferimento psico-
logico, ha preteso di dedurre l’utilità semplicemente dalla scelta.
Il riÀuto della concezione edonistica dell’utilità – scrivono Kahne-
man et al. – è stato determinato sostanzialmente sulla base di due
argomenti: 1) la concezione edonistica e soggettiva dell’utilità non
può essere misurata; 2) le scelte forniscono tutte le informazioni
necessarie intorno all’utilità dei risultati, poiché gli agenti razio-
nali scelgono in modo da massimizzare la loro esperienza edonica.
Invece, secondo Kahneman, le indagini cognitive sulla decisione
avrebbero mostrato che entrambi questi argomenti sono infondati, e
quindi che l’utilità esperita è empiricamente misurabile e che l’uti-
lità di decisione, ossia le scelte concrete, differiscono dall’utilità
effettivamente esperita34.
Kahneman et al. spiegano la distinzione tra utilità decisionale e
utilità esperita con il seguente esempio: un paziente affetto da una
grave forma di amnesia ha due tostapane in cucina: quello di destra
funziona normalmente, quello di sinistra rilascia una scarica elet-
trica al momento di estrarre il toast. Quando il paziente utilizza il
tostapane di sinistra emette un gemito e ritira velocemente la mano,
manifestando chiari segni che l’esperienza della scarica elettrica è
dolorosa. Poiché il soggetto non ricorda questa esperienza, egli il
giorno successivo non anticipa la scarica elettrica e conseguente-
mente è indifferente rispetto all’utilizzo dei due tostapane. Quindi

33 Vedi paragrafo 1.1.


34 Kahneman et al. (1997), pp. 375-376.
90 Lǁenigma della scelta

per questo paziente l’utilità di decisione tra i due tostapane è uguale


ma la sua utilità esperita è alquanto differente e scegliendo quel-
lo di sinistra egli non massimizzerà l’utilità nel senso di Bentham.
Secondo gli autori, questa discrepanza tra utilità di decisione e uti-
lità esperita non è limitata solo ai casi patologici poiché è possibile
osservare errate valutazioni dell’utilità di eventi passati e decisioni
che non massimizzano la futura utilità esperita anche in molti casi
di funzionamento cognitivo ritenuto normale35. Poiché piacere e
dolore sono proprietà che è possibile attribuire a singoli momen-
ti o istanti, l’utilità esperita è costituita dalla somma dell’utilità di
singoli istanti (instant utility), la cui durata – diranno Kahneman
e Riis (2005) – può ragionevolmente essere considerata di circa 3
secondi. Tuttavia le valutazioni dell’utilità esperita sono estese nel
tempo, per cui normalmente abbiamo accesso all’utilità esperita
sotto forma di utilità ricordata (remembered utility). Ciò fa sì che,
anche soggetti con una normale memoria, siano inÁuenzati dalla
condizione psicologica del momento in cui “ricordano” la propria
esperienza. Pertanto gli autori pongono il problema di un’indagine
volta a deÀnire l’utilità oggettiva, poiché «le decisioni non mas-
simizzano l’utilità esperita, sebbene essi [gli agenti] possano aver
massimizzato l’utilità ricordata»36.
La distinzione tra utilità esperita e utilità ricordata viene ripresa
da Kahneman e Riis, attraverso la distinzione tra due sé: il sé che
compie l’esperienza e il sé che ricorda. Il primo è il sé che vive nei
singoli istanti e dunque il sé che realmente ha accesso all’utilità
sperimentata. Tuttavia questo sé sparisce non appena passa l’istante
per cui, quando un soggetto valuta la propria utilità, non è il sé che
ne ha fatto esperienza a rispondere ma il sé che valuta e ricorda.
Quest’ultimo tuttavia non sempre è attendibile, poiché il ricordo
e la valutazione avvengono sulla base di momenti rappresentati-
vi, che spesso coincidono con i sentimenti provati al termine degli
episodi ricordati o alla media tra il momento Ànale e i momenti più
rappresentativi: tutto il processo è stato denominato regola del pic-
co/Àne37. In uno studio condotto da Kahneman et al. (1993), alcuni

35 Ivi, p. 376.
36 Ivi, p. 377.
37 D. Kahneman e J. Riis (2005), pp. 60-62.
InsufÀcienza della razionalità strumentale 91

soggetti sono stati sottoposti a un esperimento termico, in cui dove-


vano compiere un’esperienza lievemente dolorosa, immergendo la
mano nell’acqua fredda. I soggetti avvertivano in due differenti fasi
un cambio di temperatura e in seguito potevano decidere quale dei
due episodi ripetere in un terzo test. Nell’episodio ‘breve’ si chie-
deva ai soggetti di immergere la mano per 60 secondi in un catino
di acqua a 14°C; essi avvertivano un sensibile dolore. L’episodio
‘lungo’ invece ha la durata di 90 secondi di cui i primi 60 secondi
si svolgono nelle medesime condizioni del primo episodio; nei re-
stanti 30 secondi invece la temperatura viene gradualmente portata
a 15°C, provocando una sensazione di sollievo, per cui la maggior
parte dei soggetti sceglieva di ripetere questa seconda prova. Dal
punto di vista del sé che sperimenta, la prova più lunga è la peg-
giore. Ma per il sé che ricorda vale il contrario, in quanto la regola
del picco-Àne fa sì che il periodo addizionale di 30 secondi, in cui il
dolore gradualmente diminuisce, rende l’esperimento più lungo in
qualche modo meno negativo. Secondo gli autori, quindi, la scelta
di ripetere il secondo esperimento riÁette il disorientamento nelle
preferenze del sé che ricorda38.
Da queste considerazioni si può concludere che l’intento di Kah-
neman e collaboratori non è quello di criticare in maniera radicale
la TSR ma quello di metterne in discussione gli sviluppi postbent-
hamiani (in particolare la svolta ordinalista), volti a sbarazzarsi del
problema della misurabilità dell’utilità attraverso un’impostazione
di tipo esclusivamente logico. In questo modo la teoria del prospet-
to lascia intatto l’approccio massimizzante della TSR, ossia l’idea
di poter spiegare la scelta sulla base di una nozione strumentale di
razionalità, come calcolo mezzi-Àni. La portata delle critiche che
le ricerche cognitive svolte nell’ambito della teoria del prospetto
muovono alla TSR risulta dunque molto circoscritta, limitandosi
semplicemente a ridimensionare il concetto di razionalità logica,
con la correzione secondo cui la massimizzazione dell’utilità non è
determinata solo da valutazioni di tipo logico ma anche da una pon-
derazione di tipo psicologico. Come ha scritto R. Viale, il modello
di Kahneman e Tversky rimane comunque troppo legato ai canoni a

38 Ivi, p. 62.
92 Lǁenigma della scelta

priori della razionalità illimitata per formulare una teoria adeguata


del giudizio e della scelta:

nello studio empirico del ragionamento umano, viene utilizzata la


comparazione con i canoni classici della razionalità, cioè le regole del
calcolo delle probabilità della logica e della decisione bayesiana. Così
facendo si Ànisce per trattare come irrazionale molta parte dell’attività
inferenziale umana, senza preoccuparsi, invece, del successo o meno
delle inferenze nella soluzione dei problemi e nel dare risposte adattive
al contesto ambientale in cui vengono generate39.

In effetti le ricerche sul decision making hanno tentato la via


empirica attraverso l’approccio della scienze cognitive, demolendo
la nozione di razionalità che dominava l’approccio alla decisione
tra Ottocento e Novecento. Tuttavia dopo la teoria del prospetto, i
cui limiti sono stati evidenziati, c’è un’ultima tappa da considerare
nell’ambito delle ricerche empiriche. Si tratta dello studio neurale
dei processi decisionali, un approccio che, a differenza della teoria
del prospetto, propone un concetto di cognizione che può avere pro-
Àcue implicazioni anche nell’ambito della teoria politica, in quanto
fornisce evidenze a favore di una nozione non solo strumentale ma
anche Ànalistica della razionalità. E questa potrebbe essere la via
per risolvere l’impasse del paternalismo libertario.
Pertanto una teoria soddisfacente della scelta deve spiegare come
nascono gli scopi o le preferenze nella mente umana.

39 R. Viale (2005), p. 240. Sul fatto che la teoria del prospetto sia allineata alla
TSR vedi anche G. Bellantuono (2001).
93

IV.
DECISIONE E NEUROBIOLOGIA

4.1. L’interpretazione biologica della computazione.

Il ridimensionamento della portata logica della razionalità ope-


rato dalla teoria del prospetto poggia su un’ambiguità di fondo: pur
includendo gli aspetti emotivi e psicologici in genere nel contenuto
della scelta, essa continua di fatto a trattare tale contenuto attraver-
so una procedura di calcolo, e il calcolo non può che essere sem-
pre logico. Il superamento della nozione strumentale di razionalità,
per essere veramente tale, dovrebbe allora situarsi al livello stesso
delle procedure della scelta, seguendo l’ipotesi secondo cui queste
possano essere concepite in termini diversi da quelli tradizionali
del puro calcolo logico. Nell’ottica strumentale continua a essere
decisiva la dimensione logica che tratta i mezzi e i Àni come sem-
plice oggetto di calcolo. Per uscir fuori da questo schema non basta
ampliare l’oggetto del calcolo, ma occorre invece introdurre quello
che sempre più le stesse ricerche cognitive hanno ultimamente rive-
lato come una componente determinante delle procedure di calcolo
nell’ambito della sfera biologica, e cioè il concetto di scopo.
Come nascono gli scopi nella mente? Le spiegazioni più attuali
fanno riferimento, rielaborandoli, a due modelli scientiÀci fonda-
mentali: il modello computazionale di Touring e l’evoluzionismo
darwiniano.
La teoria tradizionale della scelta presuppone più o meno impli-
citamente il modello di Touring, riproducendone i limiti: così come
la teoria computazionale classica della mente funziona a prescin-
dere dagli scopi, il modello massimizzante della scelta computa i
mezzi in vista di uno scopo senza interrogarsi sul come quello sco-
po sia determinato. Secondo il modello di Touring, gli scopi sono
94 Lǁenigma della scelta

esterni alla macchina, per cui è possibile scindere concettualmente


il calcolo dallo scopo e considerare quello a prescindere da questo.
Tuttavia, benché questo tipo di computazione si sia rivelato insuf-
Àciente per spiegare il comportamento indirizzato allo scopo (goal
directed) della mente umana, ciò non signiÀca che sia da rigettare il
concetto stesso di computazione. Si è pensato invece di rielaborare
tale concetto in modo da inglobare lo scopo. Gli sviluppi più recenti
della teoria computazionale sono infatti supportati da un approccio
neurobiologico che ha cercato di superare i limiti imputati al model-
lo computazionale classico.
Tale approccio biologico allo studio dell’intelligenza si preÀg-
ge di interpretare in termini computazionali qualsiasi attività del
cervello, per cui gli aspetti neurobiologici vengono scomposti in
termini di elaborazione di informazioni, ma le computazioni bio-
logiche hanno la caratteristica fondamentale di inglobare in sé dei
Àni1. Questo nuovo approccio nasce, cioè, dal riconoscimento che
la computazione senza ulteriori speciÀcazioni non basta a dar conto
di come il nostro cervello generi le operazioni che step by step ven-
gono svolte dalla nostra mente. È necessario invece il concetto di
valutazione, ossia la capacità di assegnare valori e perseguire scopi
basati su quei valori. Pertanto, come scrive R. Montague, la teoria
computazionale classica della mente costituisce un’idea plausibile
in quanto offre una spiegazione Àsica della mente senza ridurre la
mente al cervello, ma è incompleta in quanto non dà conto di tutte
le nostre esperienze, non comprende il signiÀcato dei calcoli, non
spiega i sentimenti, la Àducia, ecc.2
Invece l’idea di computazione biologica può rendere conto di
tutto ciò. Vediamo come. Innanzitutto, la macchina di Touring è
una macchina ideale, ossia una procedura di calcolo, un algoritmo,
che può essere eseguito indipendentemente dal supporto materiale
in cui è implementato. Ma nel caso di una “macchina vivente”, la
stessa struttura materiale della macchina è un algoritmo in quanto i
sistemi biologici possiedono molteplici strati di struttura: le cellule

1 I principali centri di ricerca che hanno adottato questo nuovo approccio sono
il Center for Biological and Computational Learning del MIT, il Caltech Cen-
ter for Advanced Computing Research e il Computational Neurobiology Lab.
2 R. Montague (2006), p. 8.
Decisione e neurobiologia 95

ospitano il DNA, il DNA ospita i geni, i geni ospitano le proteine,


e ognuno di essi costituisce un livello di informazione. Ogni loro
piccola parte è un tipo di computazione la cui funzione è diretta alla
realizzazione di uno scopo. Con le parole di Montague, si tratta di
«istruzioni in base a cui costruire macchine che possono leggere le
istruzioni»3.
Oltre ad applicare l’idea di Touring alle cellule viventi, e quindi a
concepire le proprietà Àsiche come informazioni, l’interpretazione
biologica della computazione inserisce l’idea di evoluzione all’in-
terno del modello. La teoria evoluzionistica ci dice che sopravvive-
re è una cosa difÀcile e l’esistenza è una lotta, secondo quanto recita
il celebre terzo capitolo dell’Origine della specie di Darwin4. Se
sopravvivere signiÀca lottare, allora è necessario che i meccanismi
vitali abbiano costantemente impresso negli organismi un criterio di
efÀcienza. Pertanto le computazioni biologiche non devono essere
semplicemente esatte ma devono essere anche efÀcienti.
Anche una considerazione superÀciale può bastare a spiegare la
differenza tra i calcoli del computer e quelli dell’intelligenza biolo-
gica, sotto l’aspetto dell’efÀcienza: mentre un cervello in funzione
si riscalda appena, un processore in funzione è tremendamente e
inutilmente caldo, tanto che per lavorare ha bisogno di un appo-
sito sistema di dissipazione del calore. Ciò è dovuto al fatto che il
processore calcola a oltranza, cioè anche quando non è necessario,
senza preoccuparsi del consumo di energia e della produzione di ca-
lore. Al contrario le computazioni biologiche, poiché devono essere
efÀcienti, si devono preoccupare del consumo di energia da esse
impiegato e quindi sapere quando arrestarsi.
A tal scopo le cellule nervose, su cui sono implementate le com-
putazioni biologiche, possono comunicare fra loro attraverso una
modalità fondamentale costituita da codiÀcazioni di impulsi elet-
trici che viaggiano lungo le componenti della cellule nervosa: gli
assoni e i dendriti. Tali impulsi sono chiamati “potenziale d’azione”
in quanto operano inversioni di voltaggio lungo la membrana neu-
ronale procedendo come un “singulto” improvviso in un tubo di
irrigazione: ciò avviene a partire dall’assone sino all’estremità della

3 Ivi, p. 13.
4 C. Darwin (1859), Capitolo III, Lotta per l’esistenza.
96 Lǁenigma della scelta

sinapsi. Tali singulti neurali forniscono una robusta evidenza a fa-


vore della cosiddetta “computazione lenta e morbida”: si muovono
lentamente, hanno lunga durata e vengono prodotti a basso ritmo.
Ma qual è la funzione di questa computazione “lenta” che è tipica
dei processi nervosi?
Per comprendere questo aspetto dobbiamo considerare che la cor-
teccia opera con una velocità di trasmissione che va da uno a trenta
metri al secondo lungo l’assone, mentre lungo i dendriti è di circa
trentatré centimetri al secondo. Un computer invece opera con una
velocità di trasmissione di circa trenta milioni di volte superiore. Ma
in virtù di questa manifesta lentezza delle computazioni biologiche,
che sembrerebbe il loro limite, esse possiedono invece una netta su-
periorità rispetto alle computazioni artiÀciali, perché è proprio que-
sta caratteristica che conferisce loro “Áessibilità” ed “efÀcienza”.
Le computazioni eseguite dalle cellule del sistema nervoso sono
accompagnate da una serie di operazioni complementari eseguite dal-
le stesse cellule che, anzitutto, come tutte le altre cellule, contengono
una copia completa di tutti i geni che formano un essere vivente, e
sono in grado di processare l’energia libera, rimpiazzare o sostituire
eventuali loro parti non funzionanti. Inoltre il cervello attraverso il
Áusso sanguigno viene rifornito di ossigeno, glucosio e altre sostanze
nutritive per cui le cellule possono segnalare le sostanze di cui hanno
bisogno e riceverle attraverso i vasi sanguigni. Com’è noto, invece,
ci sono ben pochi processori in grado di autoripararsi o di chiedere e
ottenere attraverso una speciÀca modalità di comunicazione l’ener-
gia di cui hanno bisogno e che, per di più, inglobino in sé un modello
capace in linea di principio di ricostituire l’intera macchina.
In altre parole le computazioni biologiche sono computazioni ef-
Àcienti perché non solo calcolano ma contemporaneamente si pre-
occupano dello scopo del calcolo, della energia impiegata e della
congruenza tra questa e quello. Esse sono collegate ai meccanismi
psicologici che consentono loro di arrestarsi a un certo punto anzi-
ché calcolare ad oltranza. Quindi le computazioni biologiche non
sono semplici calcoli ma contengono un “di più”. Con le parole di
Montague,

c’è la computazione più ‘qualcos’altro’, e tale qualcos’altro è la mi-


sura del valore di tale computazione per il successo generale dell’or-
Decisione e neurobiologia 97

ganismo, il suo grado di adattamento complessivo. È come se ogni


computazione fosse accoppiata con una valutazione di quale sarà, sul
lungo periodo, il nostro guadagno probabile nel caso in cui l’organi-
smo dovesse scegliere di eseguire proprio tale computazione5.

Mentre nella teoria computazionale della mente le computazio-


ni sono Áussi di simboli sprovvisti di signiÀcato, le computazioni
biologiche sono coppie simbolo-valore che includono il signiÀcato:
sono calcoli “che si preoccupano”.
Alla luce di questa prospettiva, il limite della TSR non risulta
tanto nel presupporre una razionalità olimpica mentre gli studi em-
pirici sulla decisione ci mostrano una razionalità “contaminata” da
fattori psicologici ed empirici, quanto nel considerare calcoli “che
non si preoccupano”. Quindi dall’approccio biologico emerge non
solo l’infondatezza della TSR ma anche della spiegazione à la Kah-
neman, per il fatto che esse trattano il calcolo volto a determinare
la massimizzazione dell’utilità senza tener conto della sua natura
intrinsecamente Ànalistica.
Questa svista, operando una disgiunzione concettuale tra il cal-
colo e il Àne in vista di cui si calcola, risulta fuorviante in quanto
il tipo di calcolo che prescinde dagli scopi è cosa diversa da quello
che include gli scopi e le valutazioni. Il primo è quello tipico dei
sistemi puramente meccanici e artiÀciali, il secondo invece è quello
delle computazioni biologiche. È precisamente a questo secondo
tipo che dovrebbe fare riferimento una teoria che voglia spiegare le
decisioni umane in un modo aderente all’esperienza concreta.

4.2. Il ruolo dell’apprendimento e la dinamicità degli scopi

Se accettiamo la tesi secondo cui le computazioni biologiche


comprendono al loro interno la componente “scopo”, occorre ora
chiedersi: come si formano gli scopi? Quali eventi biologici acca-
dono nel nostro cervello quando determiniamo degli scopi?
Cominciamo dall’osservazione generale che tutti gli esseri vi-
venti, dal più microscopico batterio sino a homo sapiens, perseguo-

5 R. Montague (2006), p. 20.


98 Lǁenigma della scelta

no due Ànalità biologiche fondamentali: la propria sopravvivenza e


la conservazione della specie. Quindi per gli esseri viventi costitui-
scono scopi gli stati che contribuiscono a realizzare queste Ànalità.
Il conseguimento degli scopi è garantito dal fatto che l’organismo
è geneticamente predisposto ad interpretare certi stimoli come pia-
cevoli in quanto utili alla sopravvivenza del singolo e della specie.
Da questo punto di vista, come scrive G. Di Chiara, «il piacere si
può vedere come un dispositivo biologico frutto della selezione na-
turale e come tale volto a favorire la sopravvivenza e l’adattamento
all’ambiente»6. Così:

la capacità di provare piacere in risposta al gusto dello zucchero è


innata perché il suo consumo produce equivalenti calorici; la capacità
di provare piacere attraverso l’accoppiamento è innata perché questo
comportamento è essenziale alla conservazione della specie; la repul-
sione (avversione) al gusto del chinino e degli alcaloidi in generale è
innata perché queste sostanze naturali sono tossiche7.

Se dunque cibo, acqua e sesso costituiscono scopi biologicamen-


te predeterminati, non tutti gli scopi però sono di questo tipo. In
particolare, per quel che riguarda gli esseri umani, molti scopi pre-
sentano una tale complessità che rende irriconoscibile il loro col-
legamento con le Ànalità biologiche. Ciò dipende dal fatto che le
proprietà motivazionali degli stimoli primari, benché innate, non
sono immutabili. Infatti l’apprendimento consente di trasferire le
proprietà motivazionali di uno stimolo primario agli stimoli secon-
dari più diversi. In questo modo, come afferma ancora Di Chiara,

il piacere fornisce, attraverso le sue proprietà motivazionali, uno


strumento Áessibile per adattare il comportamento alle necessità di un
ambiente in continuo divenire. Per esempio, è evidente che nella so-
cietà di quel primate evoluto che è l’uomo le proprietà motivaziona-
li del piacere sono state reindirizzate verso attività diverse da quelle
primordiali dei primati meno evoluti dai quali l’uomo verosimilmente
discende. Tuttavia è sempre il piacere a conferire proprietà gratiÀcanti
a quegli stimoli, risposte o situazioni cui l’uomo attribuisce valore es-
senziale per la sopravvivenza in quell’ambiente del tutto nuovo e pecu-

6 G. Di Chiara (2005), p. 1.
7 Ibidem.
Decisione e neurobiologia 99

liare, la Società degli Uomini, che egli stesso si è dato. Dunque, il pia-
cere non è un optional ma uno strumento fondamentale di adattamento
delle specie all’ambiente e dell’efÀcienza degli organismi biologici8.

Queste considerazioni, sebbene concettualmente abbastanza line-


ari e plausibili, non spiegano però ancora il concreto procedimento
della formazione degli scopi. In particolare è necessario chiarire il
seguente problema: come fa una Ànalità astratta a tradursi in speci-
Àci scopi che possono determinare le concrete decisioni? L’esempio
dello zucchero e del chinino, a cui accenna Di Chiara, ci dice che
gli animali hanno una capacità innata di risposta a queste sostanze,
convergente con le Ànalità biologiche. Affermare che gli esseri vi-
venti abbiano un’innata capacità di apprezzare il cibo non presen-
ta problemi, ma il fatto che essi siano anche capaci di compiere le
azioni più svariate necessarie per procurarsi il cibo richiede invece
una spiegazione. Se il cibo e gli altri mezzi per soddisfare i bisogni
primari fossero sempre disponibili, per cui l’organismo non dovreb-
be fare altro che mangiare il cibo che ha a disposizione, sarebbe
sufÀciente pensare che l’organismo sia programmato per assumere
le sostanze necessarie alla sopravvivenza, come se nascesse con lo
scopo “assumi sali minerali, proteine”, ecc. Ma poiché per gli ani-
mali in genere il cibo non è facilmente né sempre disponibile, allora
si rende necessaria una spiegazione di come un imperativo biologi-
co, per esempio “nutriti”, si traduca negli scopi speciÀci che dirigo-
no le azioni più svariate attraverso cui gli animali concretamente si
nutrono, per esempio “vai a caccia, afferra questa preda”, ecc.
L’approccio neurocomputazionale spiega questo problema ap-
plicando a livello neurale la teoria dell’apprendimento per rinfor-
zo, elaborata da Kaelbling et al. (1996) a livello comportamentale.
L’apprendimento per rinforzo è il problema affrontato da un agente
che apprende un comportamento interagendo per tentativi ed erro-
ri con un ambiente dinamico. Questa teoria differisce dalla conce-
zione classica dell’apprendimento per rinforzo principalmente nel
signiÀcato del termine ‘rinforzo’ e per la centralità del concetto di
‘ricompensa ritardata’ (delayed reinforcement). Gli autori, infatti,
impiegando l’espressione “Exploitation versus Exploration”, so-

8 Ivi, p. 4.
100 Lǁenigma della scelta

stengono che nell’apprendimento per rinforzo «le azioni dell’agen-


te determinano non soltanto la ricompensa immediata ma anche il
successivo – almeno probabile – stato dell’ambiente»9, ossia il rin-
forzo è costituito oltre che dalla ricompensa immediata anche dalle
informazioni sull’ambiente, che costituiscono pertanto una ricom-
pensa “ritardata”.
Ciò viene spiegato con l’impiego del cosiddetto “k-armed bandit
problem”, che è il più semplice modello di apprendimento per rin-
forzo, ampiamente studiato nella letteratura della statistica e della
matematica applicata10. Un giocatore si trova in una stanza con una
slot machine chiamata nell’inglese colloquiale “one-armed bandit”,
sfruttando il doppio senso dell’espressione “one-armed-bandit”
(“bandito armato” e “bandito con un braccio”), per denominare la
leva della slot machine. In questo caso la slot machine ha una serie k
bracci, ciascuno dei quali dà una sconosciuta, diversa distribuzione
dei payoff. Il giocatore quindi non sa quale braccio dia il rendi-
mento più elevato della media, ma giocando sui vari bracci può
ottenere informazioni su quale sia il braccio migliore. È consentito
un numero deÀnito di giocate, in cui può essere tirato un qualsiasi
e un solo braccio. La slot machine non richiede alcun deposito per
giocare e l’unico costo è quello di sprecare un tiro giocando una
scelta sub-ottimale. Il giocatore potrebbe credere che un particolare
braccio abbia un’alta probabilità di vincita, tuttavia ciò non signi-
Àca che egli dovrebbe scegliere sempre quel braccio. Per esempio,
non è bene tirare sempre il braccio che si è rivelato migliore in
passato, perché può darsi che si sia stati solo sfortunati con il brac-
cio migliore. Quindi, a seconda del numero delle giocate a dispo-
sizione, destinarne alcune all’esplorazione costituisce una forma di
investimento per migliorare il guadagno medio delle giocate. Più
numerose saranno le giocate e più il giocatore dovrebbe esplorare,
in quanto sarebbero peggiori le conseguenze di una prematura con-
vergenza su un braccio sub-ottimale. Di solito in questo problema la
strategia migliore è quella di avvicendare una fase volta a ottenere
informazioni, seguita da una fase volta a restringere i bracci, seguita

9 Kaelbling et al. (1996) p. 247.


10 Vedi D.A. Berry e B. Fristedt (1985).
Decisione e neurobiologia 101

inÀne da una fase di “presa di proÀtto”, giocando il braccio che si


ritiene essere il migliore.
Questo problema illustra il fondamentale compromesso tra gua-
dagno ed esplorazione (exploitation and exploration), ossia tra otte-
nere vincite e ottenere informazioni, in quanto anche queste ultime
costituiscono delle ricompense. In questa teoria dell’apprendimen-
to, dunque, il rinforzo non solo attesta la ricompensa immediata ma
combina due tipi di informazioni: l’informazione circa ricompense
immediate (feedback a partire da “che esperienza sto avendo ades-
so?”) e giudizi su ricompense future (“che esperienza è probabile
io abbia nel futuro a lungo termine?”). Pertanto, mentre il concetto
tradizionale di rinforzo è rigidamente prescrittivo, ossia può gui-
dare l’azione solo attraverso una deÀnizione esplicita degli scopi:
“fai questo, evita quello, ecc.”, in questa teoria il rinforzo, anziché
prescrivere cosa fare in ogni circostanza guida l’azione attraverso
segnali critici, che mettono il soggetto che apprende nelle condizio-
ni di imparare, a partire dallo stato presente, il valore delle azioni
successive. La funzione del rinforzo, con le parole di Montague, è
«una sorta di segnale di errore ‘accorto’ (smart), guidato dal presen-
te, informato dal passato e orientato al futuro probabile»11.
Ciò che è importante per il nostro discorso sulla razionalità è che
questa impostazione prospetta un’integrazione tra massimizzazione
e apprendimento che mette in crisi l’idea di una razionalità pura-
mente strumentale, volta semplicemente alla massimizzazione in
vista di uno scopo predeterminato. Infatti, nonostante la motivazio-
ne principale del giocatore sia rivolta alla massimizzazione dell’uti-
lità attesa, il k-armed bandit problem mostra che non è possibile che
tutte le singole scelte siano compiute in vista della massimizzazio-
ne, in quanto la vincita migliore è perseguita non solo abbassando
il braccio migliore ma anche attraverso una serie di azioni volte a
esplorare l’ambiente.
Applicando questo modello dell’apprendimento per rinforzo a
livello biologico, Montague (2006) offre una risposta al quesito che
abbiamo posto sopra, cioè: come fanno le Ànalità astratte della bio-
logia a tradursi in scopi concreti che determinano le singole azioni?
Egli infatti sostiene che, benché gli organismi siano geneticamente

11 R. Montague (2006), p.102.


102 Lǁenigma della scelta

predisposti ad avere scopi, questi non vengono speciÀcati diretta-


mente ma scaturiscono da un processo di valutazione basato su se-
gnali critici prodotti dal sistema nervoso e che svolgono una funzio-
ne analoga a quella del rinforzo nel modello di apprendimento che
abbiamo esaminato. In altri termini, secondo Montague, il sistema
nervoso non contiene scopi predeÀniti per intraprendere speciÀche
azioni ma un dispositivo che, a partire da questi segnali critici che
egli chiama anche “norme locali orientamento”, consente all’orga-
nismo di formarsi scopi speciÀci, capaci di fargli intraprendere le
concrete azioni necessarie per soddisfare i bisogni biologici12.
A livello neurale il funzionamento del meccanismo che porta
alla deÀnizione degli scopi attraverso i segnali di orientamento è
stato studiato, nella seconda metà degli anni Novanta, soprattutto
da W. Schultz il quale ha compiuto una serie di esperimenti volti
a registrare gli impulsi elettrici emessi dai neuroni dopaminici13 nel
cervello di macachi, mentre questi eseguivano compiti di apprendi-
mento con ricompensa, come un sorso di succo di frutta o un morso
a una mela14. Il primo dato di questi esperimenti riguarda il fatto che
i neuroni dopaminici modiÀcano la loro attività quando capitano
eventi importanti. Così, nel momento in cui avveniva la ricompensa
i neuroni dopaminici producevano un burst, ossia una scarica di
impulsi elettrici che vengono distribuiti per tutto il cervello. A tutta
prima questo dato potrebbe far credere che la scarica di dopami-
na attesti uno stato “piacevole”, ossia che codiÀchi la ricompensa.
Schultz, invece, adottando la teoria dell’apprendimento per rinfor-
zo, anziché seguire l’equazione: “dopamina = piacere”, distingue il
concetto di ricompensa dal segnale di apprendimento dipendente
dalla ricompensa. Infatti, nel seguito dell’esperimento Schultz e
collaboratori fecero precedere l’arrivo di un sorso di succo di frutta

12 R. Montague (2006), p. 48.


13 I neuroni dopaminici fanno parte di un insieme di sistemi neurali chiamati
“neuromodulatori”, ossia quelle sostanze naturalmente secrete dal cervello,
che hanno il compito di modiÀcare le proprietà delle sinapsi e l’eccitabilità
dei neuroni. Ci sono altri sistemi neuromodulatori quali la serotimina, l’ace-
tilcolina, l’istamina e altre sostanze, ma la dopamina ha ricevuto una speciale
attenzione dagli studiosi in quanto consente di spiegare come le idee possano
divenire scopi speciÀci, instanziati biologicamente.
14 Schultz et al. (1997).
Decisione e neurobiologia 103

da un segnale luminoso. Inizialmente, l’accensione della luce non


faceva registrare alcuna variazione nell’attività dei neuroni dopa-
minici, mentre l’arrivo del succo un po’ di tempo dopo produceva
un burst di attività di neuroni dopaminici. Tuttavia, somministrando
ripetutamente coppie luce-succo, gli autori notarono due cambia-
menti notevoli. Il primo fu che, mentre in un primo tempo all’ac-
censione della luce non si registrava alcuna variazione nell’attività
dei neuroni dopaminici, dopo la ripetizione delle coppie luce-succo,
all’accensione della luce si veriÀca un burst. Il secondo cambiamen-
to fu che nel momento della somministrazione del succo l’attività
dei neuroni dopaminici non faceva registrare più alcuna variazione.
Una situazione analoga si veriÀcava se la luce era preceduta da un
suono, per cui inizialmente all’emissione del suono non si registra-
va alcuna variazione dell’attività dei neuroni dopaminici. Ma quan-
do il suono ripetutamente precedeva la luce, che precedeva l’eroga-
zione del succo, si registrava una scarica di dopamina all’emissione
del suono, e nessuna variazione dell’attività dei neuroni dopaminici
all’accensione della luce né all’erogazione del succo. La spiegazio-
ne di questi cambiamenti è che il sistema dopaminico, attraverso
la ripetuta associazione della ricompensa con un altro stimolo, “ha
imparato” ad aspettarsi l’erogazione del succo e per questo motivo
non modiÀca più la propria attività. Quindi tanto l’erogazione quan-
to la luce e il suono attestano al sistema una ricompensa, ma poiché
sarebbe antieconomico mandare tre segnali, ne viene delegato solo
uno, e precisamente il primo, poiché in questo modo il sistema ha
più tempo per preparare le proprie azioni.
Benché a prima vista sembra riproporre il classico schema com-
portamentistico stimolo-rinforzo, questo approccio va oltre tale
schema, in quanto interpreta le scariche di dopamina non diretta-
mente come ricompensa ma come segnale critico che attesta “l’er-
rore nella previsione della ricompensa”, ossia la differenza tra la
previsione di ricompensa e la ricompensa effettiva. In particolare le
scariche signiÀcano “la ricompensa supera le aspettative”, le pause
“la ricompensa è inferiore”, l’assenza di variazioni “la ricompensa
equivale a quanto ci si aspettava”15.

15 Ivi, p. 1594.
104 Lǁenigma della scelta

Quindi la differenza tra il comportamentismo e la teoria dell’ap-


prendimento basata sui segnali critici è che quest’ultima dà conto
dei processi cognitivi che intervengono tra lo stimolo e la risposta,
consentendo di distinguere la ricompensa dal processo di valuta-
zione:

La ricompensa riferisce l’immediato vantaggio maturato dall’esito


di una decisione (per esempio cibo, sesso o acqua). Al contrario il va-
lore di una scelta è una stima di quanta ricompensa (o punizione) sca-
turirà da una decisione, sia nel presente che in futuro. Dunque il valore
comprende le ricompense previste di una decisione sia nell’immediato
che nel lungo termine. Quindi la ricompensa è più simile a un feedback
immediato mentre il valore è più simile a un giudizio intorno a ciò che
ci si aspetta16.

In particolare, secondo il modello di apprendimento per rinforzo,


il processo di valutazione presenta questa sequenza: 1) un organi-
smo è nello stato x e riceve informazione di ricompensa; 2) l’organi-
smo richiede il valore immagazzinato dello stato x; 3) l’organismo
aggiorna il valore immagazzinato dello stato x sulla base della cor-
rente informazione di ricompensa; 4) l’organismo seleziona l’azio-
ne sulla base della “linea di condotta” (policy) immagazzinata; e 5)
l’organismo passa allo stato y e riceve informazione di ricompen-
sa17. In altri termini il processo di valutazione inizia confrontando
lo stato presente con i valori immagazzinati, in quanto ogni sistema
di apprendimento per tentativi ed errori per essere efÀciente non

16 R. Montague et al. (2006), p. 419. Vedi anche R. Montague et al. (2004, p.


760): «Nonostante il suo nome, l’apprendimento per rinforzo non è sempli-
cemente una riproposizione dell’apprendimento stimolo-risposta, familiare
nella letteratura sul condizionamento classico e strumentale. Il tradizionale
modello stimolo-risposta focalizza come associazioni dirette possano essere
apprese tra stimoli e risposte, tralasciando la possibilità che numerosi stati
interni intervengano tra lo stimolo e la risposta associata. Tuttavia, gli ani-
mali chiaramente hanno stati interni non manifesti che inÁuenzano manifesti
comportamenti misurabili. La teoria dell’apprendimento per rinforzo mo-
della esplicitamente tali stati che intervengono, assume che alcuni sono più
desiderabili di altri, e chiede come gli animali apprendono a conseguire stati
desiderati ed evitare quelli indesiderabili in maniera più efÀciente possibile.
La risposta a tale domanda mostra come i segnali di rinforzo deÀniscano gli
scopi di un agente».
17 R. Montague et al. (2004), p. 760.
Decisione e neurobiologia 105

può partire da zero e di fatto ogni organismo vivente nasce con


dei valori immagazzinati, che al livello più astratto corrispondono
alle Ànalità biologiche. Se da questo confronto lo stato presente ri-
sulta desiderabile, esso diventa uno scopo, per cui viene intrapresa
un’azione; ma a sua volta l’azione intrapresa fornisce ulteriori in-
formazioni che contribuiscono ad aggiornare i valori immagazzina-
ti. È solo grazie al continuo arricchimento che le informazioni, di
cui l’organismo è dotato alla nascita ma che sono necessariamente
astratte (per esempio “nutriti”), si possono tradurre gradualmente
in scopi capaci di orientare l’azione in contesti speciÀci. Ma questo
accrescimento delle informazioni non deve essere inteso statica-
mente come un accumulo di istruzioni (che richiederebbe impen-
sabili risorse di memoria illimitate) ma, dinamicamente, come ag-
giornamento di “norme locali”, ossia come collegamento tra questa
azione e la successiva. Quindi non si deve pensare al segnale critico
come alla semplice differenza tra ricompensa prevista e ricompensa
effettiva in senso astratto (e quindi tale da poter essere trattato da un
calcolo a priori), ma come la differenza legata a uno speciÀco mo-
mento in uno speciÀco contesto. Come scrive ancora Montague, «i
neuroni dopaminici imparano dall’esperienza: correggono il ritmo
al quale emettono impulsi elettrici a seconda della storia dell’espe-
rienza di ricompense che l’organismo ha alle spalle»18.
Ciò fa sì che il valore complessivo di uno stato non è solo quel-
lo attribuito nella fase iniziale della scelta ma quello comprensi-
vo delle informazioni apportate dallo stato successivo. Come dire
non scelgo “questo” perché mi interessa solo “questo”, ma anche
per il valore aggiuntivo, una sorta di bonus informativo che questo
stato contiene. Ciò è spiegato da Montague facendo riferimento al
modello di apprendimento per rinforzo di R.S Sutton (1998), de-
nominato “apprendimento per differenza temporale”, secondo cui
la funzione di errore rappresentata dal segnale critico «non è una
semplice differenza tra ricompensa ricevuta e ricompensa prevista;
essa incorpora invece l’informazione riguardo alla predizione suc-
cessiva fatta dal sistema di predizione di ricompensa»19.

18 R. Montague (2006), p. 109.


19 R. Montague et. al. (2004), p. 760.
106 Lǁenigma della scelta

Si potrebbe dire che quando si sceglie, ossia quando nella mente


si forma uno scopo, non è del tutto noto il valore di ciò che si sta
scegliendo, ma la scelta non è determinata solo dal valore noto ben-
sì anche dall’interesse a conoscere il valore nascosto. Per questo
Montague dice che le “linee di condotta”, ossia gli scopi che guida-
no le azioni, sono tipicamente stocastiche, in quanto esse «assegna-
no una probabilità a ogni possibile azione che può essere intrapresa
nello stato corrente, con la probabilità ponderata dal valore del suc-
cessivo stato prodotto da tale azione»20.
Ai Àni del problema fondamentale della nostra analisi, la distin-
zione tra ricompensa e valutazione comporta delle conseguenze im-
portanti circa la deÀnizione stessa del concetto di scopo. Mentre la
ricompensa intesa in senso comportamentistico può essere oggetto
di calcolo secondo il principio della massimizzazione dell’utilità,
quello che attesta il segnale critico è un valore dinamico, o meglio
una differenza di valori, la cui entità è destinata a mutare nel pro-
cesso stesso dell’apprendimento, e dunque non può essere calco-
lata a priori. Il sistema non valuta direttamente il contenuto della
ricompensa, attribuendogli un valore statico, ma più semplicemente
segnala la differenza di valore tra due stati ed è sulla base di questo
valore differenziale che deÀnisce gli scopi e orienta l’azione.
Alla luce di queste considerazioni si può comprendere come il
concetto di preferenza o di volontà presupposto dalla concezione
strumentale della razionalità sia irrealistico, poiché l’analisi empiri-
ca del procedimento attraverso cui viene deÀnito lo scopo evidenzia
che questo non è l’espressione di una volontà predeterminata (come
viene intesa la preferenza), ma è la risposta al segnale del momento.
Questa risposta risale a qualcosa che può essere considerata una
volontà stabile – la Ànalità biologica – ma non è determinata da essa
in maniera diretta e lineare, per questo “le linee di condotta sono
tipicamente stocastiche”. A questo proposito Montague usa anche
la seguente immagine:

Queste critiche […] dirigono le nostre scelte in una sorta di gioco ‘Fuo-
co, Fuochino, Acqua’. […] Nel gioco ‘Fuoco, Fuochino, Acqua’ un certo
oggetto, diciamo una moneta da un euro, viene nascosto in una stanza da

20 Ivi, p. 761.
Decisione e neurobiologia 107

un bambino (la guida), mentre un altro bambino (chi deve decidere) viene
diretto a questo oggetto seguendo le critiche ‘Fuoco, Fuochino, Acqua’
fornite dalla guida. Se il bambino si avvicina al nascondiglio, la guida dà
il segnale ‘Fuoco’, ‘Fuochino’se tale approssimarsi è piuttosto blando;
invece se si allontana dall’obbiettivo la guida dice ‘Acqua’21.

In altre parole il giochino non ti dice dove si trova l’oggetto na-


scosto, ma ti dà dei segnali di orientamento, cioè ti segnala se ti stai
avvicinando o allontanando dall’oggetto nascosto, nel nostro caso
la ricompensa. È interessante qui la distinzione tra il bambino che
dà le direzioni (perché sa dove si trova l’oggetto) e il bambino che
decide (che cerca l’oggetto): ossia la distinzione tra una facoltà di
giudizio (che “sa” giudicare se un determinato movimento avvicina
o allontana dalla meta, ossia se lo stato che si presenta di volta in
volta è in accordo o meno con le Ànalità biologiche) e una facoltà
che sceglie sulla base delle indicazioni “acqua, fuochino, fuoco”.
Questa distinzione implica che accordare la scelta al giudizio non
è un atto immediato e automatico come presuppone la concezione
della razionalità strumentale. Nel calcolo massimizzante scelta e
giudizio costituiscono un tutt’uno, mentre da questo esame risulta
che il processo decisionale è esposto al rischio e alla precarietà di
questa connessione. C’è a monte una motivazione stabile e prede-
Ànita che si realizza attraverso un processo di valutazione che non
è un atto logico e immediato ma un percorso accidentato, che com-
porta necessariamente il rischio di errori: è una procedura per ten-
tativi ed errori. E tali errori non possono essere eliminati nemmeno
pensando a una perfetta capacità di calcolo, poiché per evitare tutti
gli errori sarebbe necessario includere il costo e il beneÀcio dell’ap-
prendimento-informazione, che invece si rivela solo a posteriori.
Pertanto l’ideale di una scelta basata sulla perfetta computazione
e sulle capacità di calcolo illimitate come quelle del demone di La-
place, non è solo difÀcile da realizzare, ma è anche concettualmente
infondato. A questo proposito S.H. Heap fa notare che la struttura
informativa delle decisioni determina una difÀcoltà teorica che la
razionalità strumentale è incapace di superare. Per essere razionali
le credenze del decisore devono essere informate, ma a sua volta

21 R. Montague (2006), pp. 100-101.


108 Lǁenigma della scelta

acquisire nuove informazioni costituisce una scelta: su che basi de-


cidere se acquisire o meno nuove informazioni? Apparentemente
la teoria bayesiana sembra fornire una risposta a tale questione, in
quanto prevede che anche questa scelta possa essere trattata secon-
do il solito schema utilitaristico, cioè applicando la regola di acqui-
sire nuove informazioni Àno al punto in cui il beneÀcio marginale
delle nuove scoperte viene a coincidere con il costo sostenuto per
acquisirle. Ma, scrive Heap, «questo tipo di approccio sembra sfug-
gire alla vera domanda: come è dato all’individuo di sapere quali
sono i beneÀci marginali dell’ulteriore informazione senza essere a
conoscenza dell’intero spettro delle possibilità?». Giustamente, con
un’efÀcace metafora, egli conclude:

Dopo tutto, da un punto appena sotto la sommità di una collina po-


trebbe sembrare assai poco vantaggioso procedere oltre; tuttavia una
fotograÀa aerea potrebbe rivelare che le cime delle montagne visibili
dalla cima della collina offrono un panorama incommensurabilmente
migliore rispetto a quello visibile da una posizione inferiore22.

La concezione della scelta che emerge da questo esame, dun-


que, mostra l’infondatezza della TSR e in generale della conce-
zione strumentale della razionalità, secondo cui il problema della
decisione può essere risolto con la massimizzazione dell’utilità, a
prescindere dal Àne della massimizzazione stessa. Tale approccio
massimizzante interpreta la scelta come volta a soddisfare una pre-
ferenza ‘x’, ma senza alcuna speciÀcazione circa la sua natura. Ciò,
da un lato, consente di disinteressarsi dell’origine della preferenza,
dall’altro, proprio in quanto la considera in un senso formale, im-
plicitamente attribuisce a essa due caratteristiche: quella di essere
preÀssata e predeÀnita rispetto alla scelta e quella di essere immu-
tabile e sempre identica nel tempo. In questo modo la concezione
strumentale può concepire la relazione tra preferenze e scelte se-
condo un modello deduttivo in cui lo scopo-preferenza determina la
scelta dei mezzi-opzioni in modo lineare e unidirezionale. Dall’ap-
proccio neurale risulta invece che la scelta è guidata da un segnale
critico di orientamento, per cui il sistema non sa cosa vuole, sa solo

22 S.H. Heap (1992), p. 32.


Decisione e neurobiologia 109

come imparare cosa volere, attribuendo di volta in volta un valore


allo stato presente attraverso un processo dinamico e circolare che,
lungi dall’essere lineare e unidirezionale, è costituito da tentativi ed
errori, ritardi e passi indietro: sulla base di quello che si sceglie si
conosce e sulla base di quello che si conosce si sceglie.
In conclusione, si può affermare che i processi decisionali integra-
no e intrecciano massimizzazione e conoscenza, per cui il piacere a
cui guarda l’utilitarismo nella classica formulazione di Bentham, ma
anche l’utilità di Kahneman, e in generale la concezione strumentale
della razionalità basata sul principio della massimizzazione dell’uti-
lità, risultano essere una sempliÀcazione di ciò che accade nella no-
stra mente quando scegliamo. Dal punto di vista biologico, è corretto
dire che il perseguimento delle Ànalità è assicurato dal meccanismo
del piacere, e quindi è corretto interpretare la scelta come “guidata”
dalla ricerca del piacere, ma ciò non nel senso inteso dalla tradizio-
ne ÀlosoÀca da Hobbes a Bentham e oltre, secondo cui la ragione è
schiava del piacere e quindi l’agente ha sempre una preferenza che
gli “piacerebbe” soddisfare. In realtà, il piacere o l’utilità a cui guarda
la concezione della razionalità strumentale, alla luce di tali indagini
biologiche, si rivela come una Ànzione teorica: si assume che esista
uno stato stabile con queste caratteristiche di desiderabilità, mentre
l’esperienza ci dice che quello che chiamiamo piacere è un segnale
critico. In effetti la scarica di dopamina può essere scambiata come la
manifestazione di uno stato piacevole, ma a una considerazione più
approfondita risulta essere una comunicazione che serve a orientare
l’azione futura non meno di quanto sia un segnale di piacere dello
stato presente. Con le parole di Montague,

Una Áuttuazione di dopamina non codiÀca il piacere né direttamen-


te il volere. […] Le variazioni di dopamina riÁettono un volere diffe-
renziale fra due scelte alternative. Sicché non sono i voleri a essere
misurati direttamente dal segnale dopaminico, bensì le differenze tra
voleri. […] I voleri di per sé sono funzioni di valori interiorizzate23.

Pertanto alla luce di queste considerazioni, anche lo sforzo di


Kahneman, volto a correggere la valutazione del sé che ricorda sul-

23 R. Montague (2006), pp. 153-153.


110 Lǁenigma della scelta

la base di una misurazione oggettiva del piacere o dolore del sé


che fa l’esperienza, sembra infondato. Kahneman avrebbe ragione
se il piacere fosse lo stato che il soggetto desidera e non anche un
mezzo per orientare l’esperienza. Se i soggetti dell’esperimento ter-
mico esprimono una preferenza per la seconda esperienza, la più
lunga24, “oggettivamente” più dolorosa della prima, ciò non è un
errore privo di senso, poiché tale espressione non è solo il rispec-
chiamento dello stato del presente ma è anche un segnale che indica
la direzione futura. Non ci sarebbe niente di errato se il bambino
del gioco “acqua, fuochino, fuoco” dicesse “fuochino” di una posi-
zione più lontana rispetto a un’altra più vicina che denomina “ac-
qua”, se nel primo caso la posizione indica anche un avvicinamento
e nel secondo caso un allontanamento dalla meta. Si direbbe che
Kahneman confonda il piacere con il senso del piacere, trascurando
che quest’ultimo comporta un processo di valutazione. E del resto
alcuni punti della sua impostazione sembrano paradossali anche in-
dipendentemente dai risultati di queste indagini neurobiologiche,
come mostra il seguente esempio, che egli fa per spiegare la diffe-
renza tra utilità ricordata e utilità esperita:

Si pensi a un amante di musica classica che ascolta ad alto volume


una lunga sinfonia; al termine di essa, a causa di un grafÀo sull’estre-
mità del disco, viene prodotto un fastidioso e forte rumore. Un inci-
dente di tale genere è spesso descritto dalla affermazione di come la
conclusione difettosa ‘abbia rovinato l’intera esperienza’. Di fatto non
è l’intera esperienza a essere stata rovinata ma solo la memoria di essa.
L’esperienza dell’ascolto della sinfonia è quasi interamente perfetta e
il Ànale, seppur danneggiato dal difetto del disco, non ha inÀciato la
qualità di ciò che è stato ascoltato nella precedente mezz’ora25.

Se ciò è vero dal punto di vista oggettivo, tuttavia negare che


il momento Ànale dell’esperienza possa condizionare il valore
dell’esperienza precedente, porta a confondere l’esperienza con il
senso dell’esperienza, trascurando una componente importante dei

24 Che ricordiamo dura 90 secondi, di cui i primi 60 secondi si svolgono nelle


medesime condizioni della prima esperienza; nei restanti 30 secondi invece
la temperatura viene innalzata di un grado.
25 D. Kahneman e J. Riis (2005), p. 61.
Decisione e neurobiologia 111

processi decisionali. Sarebbe strano se una madre, dovendo decide-


re se avere un secondo Àglio, valutasse la cosa sulla base della valu-
tazione oggettiva del dolore del primo parto. D’altra parte sappiamo
come per tutte le mamme il dolore intenso del travaglio sembra sva-
nire quando abbracciano il loro bambino, lasciando il posto a una
sensazione di intimità e al desiderio di dedizione. Ma questo “vuoto
di memoria”, lungi dall’essere un errore soggettivo di valutazione,
è in un certo senso un espediente della vita stessa, dal momento
che, come ormai è noto, la vista del proprio bambino – così come
anche altre esperienze particolarmente signiÀcative – determina il
picco massimo dell’ormone dell’ossitocina, responsabile di questa
“negligenza” di calcolo oggettivo.
L’indagine neurobiologica mostra, dunque, che quelli che solita-
mente vengono interpretati come limiti cognitivi costituiscono pro-
cedure che hanno un senso e una ragione. Come si è visto, la lentez-
za delle computazioni biologiche anziché un limite è un criterio di
efÀcienza, in quanto è indice di computazioni che si preoccupano.
Nella visione razionalistica, come scrive Montague «la velocità di
calcolo ha goduto di un privilegio sovrano»26. Ma la velocità, come
anche la precisione e in generale ogni altra caratteristica che pos-
siamo attribuire a un calcolo puramente logico e disincarnato, sen-
za un criterio di efÀcienza biologica risulterebbero del tutto inutili.
Pertanto, dal punto di vista biologico è corretto interpretare la scelta
come guidata dalla ricerca del piacere, ma se tale ricerca avvenisse
realmente secondo quanto prevede il principio della massimizza-
zione della teoria economica, sarebbe un calcolo che “non si pre-
occupa” e che, come quello dei computer, non ingloba lo scopo
del calcolo stesso. Paradossalmente si potrebbe dire che per essere
efÀciente il calcolo massimizzante deve guardare anche ad altro ri-
spetto alla massimizzazione, per raggiungere il più alto guadagno
non deve pensare solo al guadagno, per ottenere di più non deve
guardare solo ad ottenere di più. Non è un massimizzare ad ogni
costo, ma un massimizzare tenendo conto di qualcos’altro, e questo
qualcos’altro è ciò che il processo di apprendimento di volta in vol-
ta rivela, attraverso un procedimento che comporta l’errore.

26 R. Montague (2006), p. 47.


112 Lǁenigma della scelta

In linea con queste considerazioni, l’interpretazione evolutiva


delle dinamiche socio-economiche ci dice che se i comportamenti
sub-ottimali hanno riÁessi negativi sull’individuo e sulla società,
tuttavia a volte essi «introducono soluzioni e comportamenti nuovi
che possono avere una capacità di adattamento»27. Come scrive G.
Dosi,

[…] c’è sempre un margine innovativo inesplorato. Proprio perché


niente garantisce l’ottimalità di qualsiasi pattern comportamentale, esi-
stono sempre opportunità inesplorate di scoperta e innovazione (cioè
nell’analogia biologica, di ‘mutazioni’). Detto in altra maniera, le fon-
dazioni comportamentali delle teorie evolutive si basano su processi di
apprendimento che implicano a) imperfetto adattamento (e imperfetta
routinizzazione dei comportamenti) e b) persistenti procedure di esplo-
razione e innovazione, seppur piene di errori e distorsioni cognitive
sistematiche28.

Così una deÀnizione diretta degli scopi eviterebbe gli incon-


venienti del procedimento basato sui segnali critici, che richiede
un procedimento per tentativi ed errori, ma sarebbe terribilmente
inefÀciente: una ipotetica situazione di questo tipo (per quanto dif-
Àcile da immaginare), avrebbe consentito all’organismo di avere
solo scopi convergenti con le Ànalità biologiche e non anche scopi
che l’apprendimento e l’esperienza successiva potrebbero rilevare
errati. Ma ciò chiaramente avrebbe anche comportato una forte li-
mitazione: un organismo di questo tipo sarebbe paragonabile a un
computer dotato di un programma che, pur non commettendo erro-
ri, al massimo può garantire la sua sopravvivenza in un ambiente
costante, mentre i “computer biologici” riescono a sopravvivere ed
evolversi in contesti estremamente variabili e imprevedibili.

4.3. Scopi: Àni e obiettivi.

Se, come si è visto sin qui, il fatto che nelle computazioni bio-
logiche il calcolo non è mai disgiunto dallo scopo e il fatto che gli

27 R.Viale (2005), p. 3.
28 G. Dosi (2005), p. 24.
Decisione e neurobiologia 113

scopi sono dinamici mettono in crisi l’interpretazione della scelta


come esito di un calcolo massimizzante, è tuttavia a questo punto
possibile avanzare un’ulteriore critica di tale interpretazione, attra-
verso una distinzione concettuale tra Àni e obiettivi che in Monta-
gue rimane nell’ombra, pur se implicitamente presente.
In effetti le argomentazioni di Montague non sono apprezzabili
appieno a causa di una certa mancanza di chiarezza terminologica.
Egli utilizza quasi sempre il termine “goal”, che il traduttore ita-
liano rende con scopo, dandone un deÀnizione generica: «lo scopo
(goal) è uno stato che si desidera raggiungere»29. Ma non distingue
tra “ciò che si desidera in vista di qualcos’altro”, che potremmo più
adeguatamente deÀnire “obiettivo” (aim), e ciò che si desidera per
se stesso, che potremmo più appropriatamente indicare come “Àne”
(end), come risulta dal passo seguente:

senza scopi un sistema di computazione non può essere efÀciente


per la semplice ragione che non ha alcun metro di misura con cui va-
lutare le prestazioni durante il suo funzionamento. Il bisogno di sco-
pi è un requisito essenziale in un sistema di computazione efÀciente,
giacché gli scopi forniscono informazioni di feedback cruciali sul ri-
sparmio energetico. Intuitivamente sappiamo bene cosa siano gli scopi
[goals]: sono i ‘Àni’ [ends], gli ‘obiettivi’ [aims], lo ‘stato che si deside-
ra’. Compaiono in una molteplicità di forme, dimensioni e contesti: il
pallone da calcio messo in rete, un aumento di stipendio […] un nuovo
Àdanzato30.

Qui Montague, assimilando il “goal” al “Àne”, sembra confon-


dere concetti abbastanza diversi trascurando, per esempio, la distin-
zione tra il pallone messo in rete e ciò in vista di cui si desidera
fare goal. Infatti il pallone messo in rete non è uno stato di per sé
desiderabile ma lo è in vista del Àne di vincere la partita31. Sebbene
egli qui dica che l’assimilazione tra goal, aim ed end corrisponde
a una visione intuitiva, nel resto del testo non fornisce alcuna pre-

29 R. Montague (2006) p. 53.


30 Ivi, pp. 47-48, corsivo mio.
31 Un’ulteriore confusione nell’edizione italiana è data dal fatto che a volte il
traduttore utilizza il termine obiettivo per tradurre l’inglese “target”, (per
esempio a p. 42 della traduzione italiana), mentre nella pagina appena citata
lo utilizza per tradurre il termine “aim”.
114 Lǁenigma della scelta

cisazione che consenta di assegnare a questi termini un signiÀcato


più accurato. Solo dopo aver esaurito la trattazione di come sorgano
gli scopi, Montague solleva il problema del signiÀcato del termine
“goal” in questi termini:

[Il dizionario] Merriam-Webster lo deÀnisce ‘il Àne a cui uno sforzo


è diretto’, ovvero un intento o un proposito. Tuttavia, una volta scar-
niÀcato il concetto di scopo, ci si imbatte in alcune ambiguità, giacché
gli scopi sussistono a molti livelli e si differenziano a seconda dei punti
di vista. […] Gli scopi prossimi [proximate goals] sono quelli che eser-
citano inÁusso diretto sulla sopravvivenza immediata. Gli scopi ultimi
[utlimate goals] si riferiscono al grado di adattamento [Àtness] di una
specie, dove tale grado indica la probabilità relativa di sopravvivenza.
Gli scopi ultimi non si limitano ai bisogni prossimi di un particolare
individuo, ma comprendono più individui in altre generazioni e in altre
specie. Sono qualcosa che l’economista Adam Smith sarebbe disposto
ad ammettere: sono la ‘mano invisibile’ dell’adattamento e non si pre-
occupano affatto degli individui32.

Questa distinzione tra scopi prossimi e scopi ultimi può essere


intesa in due modi diversi: o come la distinzione concettuale che ho
posto sopra tra obiettivo, ciò a cui tende l’azione qui e ora, e il Àne
ultimo di quell’azione, oppure in un senso puramente descrittivo,
come l’individuazione di una stratiÀcazione degli obiettivi, fra un
obiettivo di primo livello e un obiettivo di secondo livello, ossia
l’obiettivo dell’obiettivo. Ma a questo riguardo Montague è piutto-
sto ambiguo e il riferimento al dizionario mostra che egli continua
ad assimilare il concetto di goal a quello di Àne, trascurando la di-
stinzione che ho sottolineato sopra tra obiettivi e Àni. D’altra parte
il Merriam-Webster alla voce “goal” presenta diverse deÀnizioni,
tutte legate all’obiettivo in un gioco, tranne quella che riporta Mon-
tague, che ha un signiÀcato più astratto e che è presentata come
sinonimo di aim (“the end toward which effort is directed: aim”).
Di fatto quando Montague afferma che gli scopi ultimi “com-
prendono più individui in altre generazioni e in altre specie” sembra
che egli stia parlando di qualcosa che potrebbe essere inteso come
la Ànalità biologica generale in quanto, come la cosiddetta “mano

32 R. Montague (2006), p. 168.


Decisione e neurobiologia 115

invisibile”, dirige gli individui non solo in diverse generazioni


entro una specie ma anche in tutte le specie. E anche l’impiego
dell’espressione “ultimate goal” lascerebbe intendere che egli stia
parlando di Àni, in quanto questi ultimi si caratterizzano proprio
per l’accezione ultimativa. Dall’altro lato però sembra anche che
la distinzione tra scopi prossimi e scopi ultimi si riferisca solo a un
ordinamento gerarchico che può sussistere tra un obiettivo imme-
diato e un obiettivo differito. In particolare egli afferma: «gli scopi
prossimi hanno per oggetto i bisogni immediati di un individuo; per
esempio mangiare e bere a sufÀcienza, evitare i pericoli» e, poco
più sotto, aggiunge: «nessuno scopo prossimo è più importante del-
la sopravvivenza ‘un giorno di più’». Qualsiasi altro scopo è per-
tanto “subordinato”, per esempio «se hai fame procurati del cibo»,
cede il passo all’imperativo «rimani in vita Àno a domani!»33. Tale
distinzione non corrisponde dunque a quella obiettivi-Àni, perché la
sopravvivenza a sua volta si rivela essere non un Àne ma la via per
realizzare uno scopo successivo, ossia la conservazione della spe-
cie. Infatti sempre nella stessa pagina Montague afferma che «gli
scopi ultimi inÁuenzano l’adattamento complessivo di una specie».
Queste precisazioni di Montague, lasciando tutt’al più distingue-
re tra scopi subordinati e scopi superordinati eludono la distinzione
scopo-Àne. Tuttavia questa mancata distinzione è del tutto giustiÀ-
cabile, poiché Montague si pone il problema della spiegazione dei
processi neurali che stanno dietro la decisione e non quello di una
spiegazione ÀlosoÀca del concetto di scopo. Del resto quella tra
obiettivi e Àni è una distinzione sottile, e a prima vista potrebbe
sembrare sufÀciente il signiÀcato che a entrambi assegna Monta-
gue. Infatti, dal punto di vista puramente descrittivo, obiettivo e
Àne si equivalgono, in quanto l’obiettivo si comporta “come se”
fosse un Àne, e solo la successiva indagine rivela che l’obiettivo
presente poggia su un Àne diverso o anche su un altro obiettivo. Ma
il problema di una distinzione concettuale, pur rimanendo latente
nella concezione di Montague, non è affatto irrilevante o superÁuo,
dal momento che gli scopi non vengono deÀniti direttamente ma in-
direttamente attraverso i segnali critici di orientamento. Ciò su cui
Montague non sembra riÁettere è che un sistema che, come abbia-

33 Ivi, pp. 168-169.


116 Lǁenigma della scelta

mo visto, deÀnisce dinamicamente gli scopi, può funzionare solo


in quanto è guidato da qualcosa di stabile, che appunto possiamo
indicare come il Àne della scelta. In altri termini, se gli obiettivi
che dirigono di volta in volta l’azione sono dinamici, essi possono,
o forse devono, essere qualcosa di diverso di un semplice saltel-
lare di qua e di là, in quanto a loro volta sono diretti da qualcosa
di stabile. Un obiettivo dinamico può anche essere guidato da un
altro obiettivo dinamico, il quale a sua volta può essere guidato da
un altro obiettivo e così via. Poiché questa catena non può essere
inÀnita è necessario presupporre un Àne ultimo e stabile, che non
abbia bisogno di altro per essere deÀnito, come invece avviene per
gli obiettivi. A questo proposito mi sembra utile fare un salto nel
passato per riprendere alcune riÁessioni di colui che per primo ha
intuito l’importanza ÀlosoÀca del concetto di Àne, e cioè Aristotele:

Se poi vi è un Àne delle nostre azioni che noi vogliamo di per se


stesso, mentre gli altri li vogliamo solo in vista di quello, e non desi-
deriamo ogni cosa in vista di un’altra cosa singola (così infatti si an-
drebbe all’inÀnito, cosicché la nostra tendenza sarebbe vuota e inutile),
in tal caso è chiaro che questo dev’essere il bene e il bene supremo. E
non è forse vero che per la vita la conoscenza del bene ha una grande
importanza e che possedendola, come arcieri che sanno il loro scopo,
meglio possiamo scoprire ciò che si deve?34.

Naturalmente individuare il Àne della scelta è problematico in


quanto, come si è detto, ciò che a un determinato livello di analisi
risulta essere il Àne a cui tende l’azione, a un successivo livello può
rivelarsi essere semplicemente un obiettivo attraverso cui perseguire
un Àne ulteriore. Il Àne, in un certo senso, è paragonabile alla “cosa
in sé” di Kant, che non può essere conosciuta direttamente e quindi
scientiÀcamente ma al tempo stesso è il fondamento di tutto l’edi-
Àcio della conoscenza scientiÀca. In maniera analoga si può non
sapere se il Àne ultimo sia proprio lo scopo che si sta considerando
in un determinato momento o meno e ciò nonostante sapere che co-
munque un Àne ultimo deve esserci. D’altra parte non tenere conto
di questa distinzione concettuale, può indurre involontariamente a
scambiare un obiettivo, magari fra quelli superordinati, per un Àne

34 Aristotele, Etica Nicomachea, I, 1094a, 18-25.


Decisione e neurobiologia 117

ultimo, generando delle valutazioni errate. Mi sembra che ciò capiti


allo stesso Montague quando, volendo distinguere gli esseri umani
da tutte le altre specie, per cui solo i primi sarebbero capaci di ave-
re degli scopi arbitrari (capacità che lui chiama “superpotere”), fa
l’esempio dei cani che sacriÀcano la propria vita a favore di quella
dei propri cuccioli, affermando che se anche questo comportamento
viola l’istinto di sopravvivenza esso tuttavia non può essere assi-
milato all’arbitrarietà che caratterizza alcuni comportamenti degli
esseri umani, che non possono essere spiegati biologicamente. Il
comportamento dei cani secondo Montague può invece essere spie-
gato biologicamente in quanto sottoposto agli imperativi genetici
che ordinano di scambiare una vita adesso con una nuova vita, con
relativi geni, nella prossima generazione35. Ciò corrisponde perciò
a spostare l’istinto di sopravvivenza dal livello individuale a quello
genetico36, per cui se a una prima considerazione la sopravvivenza
poteva essere interpretato come “il Àne”, alla luce di queste consi-
derazioni, risulta che il Àne non è la sopravvivenza dell’individuo
ma la conservazione della specie.
Ma a questo proposito si potrebbe obiettare che il punto di vista
di Montague, riconoscendo solo agli esseri umani la capacità di for-
mulare scopi “arbitrari”, risenta di un pregiudizio umanistico che
pone una netta distinzione tra i processi cognitivi umani e quelli
animali e non tiene conto di comportamenti di animali che non tro-
vano alcuna spiegazione né sulla base dello scopo biologico della
sopravvivenza né sulla base di quello della conservazione della spe-
cie. È questo il caso, per esempio, di cani che possono sacriÀcare la
loro vita per difendere non solo quella dei loro cuccioli ma anche
quella del loro padrone, o anche quello interessante di un macaco
che ha adottato un gattino disperso nella foresta indonesiana, ri-

35 R. Montague (2006), p. 89.


36 Da questo punto di vista, è stata proposta una variante biologica della TRS,
in cui il principio della selezione naturale, che presiederebbe alla massimiz-
zazione dell’utilità, è interpretato alla luce della competizione non tanto tra
individui quanto tra geni. In questo modo, secondo Oliver Curry (2004), «gli
organismi individuali non calcolano come per massimizzare il loro successo
riproduttivo, piuttosto essi sono stati biologicamente programmati per com-
portarsi in modo che tendano ad avere come conseguenza una replicazione
genetica» (p. 3).
118 Lǁenigma della scelta

portato da Travel & Nature37. Pertanto si direbbe che l’errore di


Montague sia dovuto al fatto di aver considerato un po’ “frettolo-
samente” la conservazione della specie come l’unico tipo di “Àne”
possibile, mentre, anche se esso è, perlopiù, il Àne biologico che
guida il comportamento degli animali, non è l’unico tipo di Àne e
non sempre è un Àne ultimo.
A questo punto mi sembra necessaria una duplice precisazione.
Innanzitutto tenere conto della speciÀca natura dei Àni non signiÀca
necessariamente impegnarsi in una trattazione metaÀsica sul Àne
ultimo della vita. SigniÀca invece tenere conto della problematicità
di ogni affermazione riguardo agli scopi della scelta, considerando
che da un lato le azioni presuppongono un Àne ma dall’altro l’in-
dividuazione del Àne è provvisoria e mai deÀnitiva, poiché in linea
di principio l’esperienza potrebbe sempre rivelarci un Àne ulteriore
rispetto a quello precedentemente considerato, che in questo caso
non sarebbe più un Àne. In secondo luogo, l’aver individuato il li-
mite teorico dell’impostazione Ànalistica di Montague non sminui-
sce tuttavia la rilevanza empirica dei suoi risultati sperimentali che
forniscono un nuovo stimolo per la riÁessione politica sul concetto
di Àne. Ē precisamente su questo terreno che scienze cognitive e
ÀlosoÀa politica trovano un punto di incontro.
Da qui in poi, e ciò sarà l’argomento dell’ultimo capitolo, occor-
rerà riÁettere sul fatto che i Àni, proprio in virtù della loro natura
ideale, non possono essere perseguiti adeguatamente in un orizzon-
te politico che, come quello moderno, è fondato su un approccio
preferenzialista, ossia sulla nozione di preferenze stabili e predeter-
minate. Ciò chiarisce ulteriormente le ragioni della inadeguatezza
della concezione strumentale della razionalità in quanto essa può
essere ricondotta, in ultima analisi, all’inadeguatezza della conce-
zione politica della razionalità formale che si inaugura nel pensiero
politico moderno.

37 L’articolo, pubblicato il 25 agosto 2010, si trova alla pagina web http://www.


treehugger.com/Àles/2010/08/monkey-adopts-kitten-in-indonesian-forest.
php.
119

V.
DECISIONE E FILOSOFIA POLITICA

5.1. La connessione tra gli aspetti cognitivi e gli aspetti politici


della razionalità

A. Weale ha scritto che «dietro al concetto di paternalismo si


nascondono molti rompicapo politici e ÀlosoÀci»1. Di fatto for-
me di paternalismo sembrano indispensabili nella nostra società,
come dimostrano le tante misure paternalistiche comunemente ac-
cettate, come l’uso delle cinture di sicurezza o l’obbligatorietà di
varie forme assicurative. Tuttavia, come ho mostrato nel paragrafo
3.1, da un punto di vista teorico la giustiÀcazione del paternalismo
presenta delle difÀcoltà insormontabili. Per questo Weale conclude
con un rassegnato scetticismo affermando che «sino ad ora, i pro-
blemi ÀlosoÀci di questo tipo si sono dimostrati pressoché intratta-
bili, lasciando così le discussioni politiche a cui sono legati tuttora
irrisolte»2.
Ma il punto da superare è proprio questo: prospettare possibili
interventi politici per far fronte ai limiti cognitivi, rimanendo però
all’interno di una visione politica che presuppone sempre la stessa
concezione della razionalità, solo ampliata con fattori psicologici,
conduce in deÀnitiva a quel vicolo cieco che ho deÀnito “l’impasse
del paternalismo”. Una soluzione dell’impasse invece, a mio avviso,
c’è, ma richiede una nuova impostazione del problema. Mi ricolle-
go a questo punto all’ipotesi, avanzata precedentemente (paragrafo
3.2), che l’impasse del paternalismo possa essere superata tenendo
conto sin dall’inizio della connessione tra aspetti cognitivi e aspetti
politici anziché considerare separatamente prima il problema dei

1 A. Weale (1992c), p. 437.


2 Ivi, p. 438.
120 Lǁenigma della scelta

limiti cognitivi e successivamente cercare dei rimedi politici a tali


limiti, per ribadire tale ipotesi alla luce della riÁessione politica.
Esaminando le origini storiche della TSR (paragrafo 1.1) ho
sottolineato che la teoria della scelta basata sulla massimizzazione
dell’utilità si può far risalire alla teoria del contratto sociale di Th.
Hobbes. Occorre a questo punto soffermarsi più a fondo sulla teoria
hobbesiana, che costituisce il punto di riferimento di molta parte
del pensiero politico moderno e contemporaneo, al Àne di mettere a
fuoco la connessione tra aspetti cognitivi e politici della razionalità
strumentale. In particolare occorre esaminare quali novità rispetto
al pensiero precedente introduce la visione di Hobbes e, attraverso
un confronto con la tradizione precedente, deÀnire i conÀni storici
dell’orizzonte epistemico in cui si colloca la concezione strumen-
tale della razionalità e della politica, in modo da circoscrivere la
validità di tale concezione, che invece implicitamente rivendica un
carattere di universalità e atemporalità logica.
Secondo G. Duso il nuovo modo di intendere la ragione all’inizio
dell’età moderna ha determinato una situazione abbastanza insidio-
sa in virtù della quale quella che è una concezione tipicamente mo-
derna, a causa della sua preminenza logica e del suo presunto status
atemporale, si presenta come l’unica e incontrovertibile nozione di
ragione e di scienza. Ciò secondo Duso è testimoniato dalla convin-
zione diffusa secondo cui è possibile attribuire ai concetti politici,
come quelli di uguaglianza, potere, democrazia, ecc., un signiÀcato
universale e astorico, che consente di parlare, per esempio, del po-
tere antico e del potere moderno come semplici modiÀcazioni di un
medesimo concetto, il cui nucleo permarrebbe identico. Ma, sempre
secondo Duso, questa idea di concetto o, si potrebbe dire, questo
“concetto di concetto” nasce solo in età moderna in seguito a un
cambiamento rivoluzionario nel modo di intendere la razionalità.
Secondo la sua espressione «l’epoca dei concetti è quella moderna:
ci sono solo i concetti moderni» e non tenere conto di ciò porta
al rischio «di ascrivere al pensiero in quanto tale una concezione
moderna del concetto, ipostatizzandolo, dunque, con il risultato di
fraintendere il passato»3. Nel caso speciÀco del concetto di potere,
il fraintendimento consiste nel considerare il moderno concetto di

3 G. Duso (2005), p. 190.


Decisione e ÀlosoÀa politica 121

potere e la nozione premoderna di governo come se si trattasse di


due varianti di un medesimo concetto, con il risultato di perdere di
vista la radicale alterità che c’è tra governo e potere, che occorre
invece distinguere attentamente.
È interessante anche osservare, per il nostro tema, come questo
cambiamento epocale sul piano strettamente cognitivo si veriÀchi
in concomitanza con la nascita di una nuova concezione del pen-
siero politico, in quanto questi due cambiamenti sono interdipen-
denti. Come scrive ancora Duso, il discorso sul concetto «che può
sembrare troppo ampio e generico, prende contorni più determinati
e precisi se lo riferiamo al pensiero politico e cerchiamo di com-
prendere la speciÀcità, in relazione al pensiero precedente, di quella
scienza politica moderna che cerca di risolvere, mediante appunto
una proposta scientiÀca da tutti accettabile, il problema della pace e
dell’ordine mediante la soluzione della domanda di ciò che è giusto
per e nella società»4.
La novità principale di tale “proposta scientiÀca” che dovrebbe
essere da tutti accettata, ossia la teoria del contratto sociale di Hob-
bes, risiede nel modo di concepire lo stato di natura. Mentre nella
concezione premoderna la dimensione sociale era considerata una
condizione naturale, secondo il noto punto di vista di Aristotele, per
il quale “l’uomo è un animale politico” e chi per natura non vive in
una polis “o è una bestia o è un dio”5, ora lo stato di natura è inteso
come bellum omnium contra omnes6, per cui l’ordine politico vie-
ne concepito come una costruzione posteriore e artiÀciale, frutto di
una scelta individuale, appunto quella del “patto sociale”. In realtà
questa idea dello stato di natura come una condizione asociale è più
che altro una Ànzione teorica, la necessaria premessa per poter pen-
sare alla creazione di un potere assoluto come unica via per stabilire
l’ordine in uno stato di totale ingiustizia7.

4 Ibidem.
5 Aristotele, Politica, I, 1253a, 3-29.
6 Th. Hobbes (1651), p. 120.
7 Invero Hobbes, in linea con il suo orientamento ÀlosoÀco di fondo, tende a
giustiÀcare la teoria dello stato di natura presentandola come un dato empiri-
co, come lasciano intendere queste sue affermazioni: «Si può per avventura
pensare che non vi sia mai stato un tempo e una condizione di guerra come
questa, ed io credo che non ci sia mai stata generalmente in tutto il mondo,
122 Lǁenigma della scelta

Con la nuova scienza politica, dunque, cambia radicalmente il


signiÀcato stesso del concetto di politica, che ora viene a coinci-
dere essenzialmente con quello di potere. Infatti il problema della
giustizia, che prima era pensato come un problema etico e politico
a un tempo, e dunque come un problema di ÀlosoÀa pratica che ri-
chiede l’esercizio della virtù, ora viene pensato come un problema
essenzialmente teorico, per cui ciò che è giusto viene determinato
da una procedura formale: giusto è il comando del sovrano, a pre-
scindere dai contenuti speciÀci di tale comando. Questo mutamento
nel modo di intendere la politica viene deÀnito da Duso come «Àne
del governo e nascita del potere»8.
Occorre distinguere governo e potere, in quanto il primo richie-
de una pluralità di parti che hanno funzioni diverse per cui, in un
tutto naturalmente strutturato, la parte che ne ha le speciÀche qua-
lità svolge la funzione di guida e di comando. Il concetto di potere
invece presuppone una uguaglianza formale, secondo cui il corpo
politico è costituito da elementi essenzialmente uguali. Poiché tra
individui uguali sarebbe inaccettabile che alcuni debbano coman-
dare su altri, l’unico modo per concepire un comando legittimo è
quello di costituire un potere da tutti voluto e da tutti riconosciuto.
Di fatto nella concezione premoderna la naturalità della dimen-
sione politica implica che la comunità politica sia anteriore ai sin-
goli individui che la compongono, per cui, dice Aristotele, è im-
possibile considerare gli individui isolatamente, ossia sciolti dal
legame con il tutto:

Per natura lo stato (polis) dev’essere necessariamente anteriore alla


parte: infatti, soppresso il tutto non ci sarà più né piede né mano se non
per analogia verbale, come se si dicesse una mano di pietra (tale sarà
senz’altro una volta distrutta): ora, tutte le cose sono deÀnite dalla loro

ma ci sono parecchi luoghi ove attualmente si vive così. Infatti in parecchi


luoghi dell’America, i selvaggi, se si eccettua il governo di piccole famiglie
la cui concordia dipende dalla concupiscenza naturale, non hanno affatto un
governo, e vivono oggigiorno in quella maniera brutale che ho detto prima»
(p. 121). Tuttavia si deve ovviamente obiettare che si tratta in questo caso più
che altro di un’esperienza “interpretata” e poco attendibile, in quanto fondata
su un atteggiamento pregiudiziale nei confronti delle “selvagge” popolazioni
americane.
8 G. Duso (1999), p. 55.
Decisione e ÀlosoÀa politica 123

funzione e capacità, sicché quando non sono più tali, non si deve dire
che sono le stesse, bensì che hanno il medesimo nome9.

Dunque Aristotele considera la polis come un tutto originario e


strutturato al pari di un essere vivente, e ciò implica che essa non sia
una semplice giustapposizione di elementi uguali e indistinti, ma
un intero costituito da parti che hanno funzioni diverse. Per questo
egli afferma anche che «uno stato (polis) non consiste solo d’una
massa di uomini, bensì di uomini speciÀcatamente diversi, perché
non si costituisce uno stato di elementi uguali»10; e ancora che «lo
stato risulta di elementi differenti, come il vivente, ad es. d’anima e
di corpo, e l’anima di ragione e d’appetito, e la famiglia di uomo e
donna, e la proprietà di padrone e schiavo: allo stesso modo anche
lo stato è formato da tutti questi elementi»11. Ma in tutte le cose che
risultano di una pluralità di parti e formano un’unica entità comu-
ne vige un rapporto di comandante e comandato, e in particolare
negli esseri viventi, in quanto composti di anima e corpo, poiché
«la prima comanda per natura l’altro è comandato»12. Inoltre anche
nell’anima «c’è per natura una parte che comanda, un’altra che è
comandata» e in generale lo stesso si veriÀca per le altre cose, «sic-
ché per natura, nel maggior numero dei casi, ci sono elementi che
comandano e elementi che sono comandati»13. In maniera analoga,
prima di Aristotele, Platone afferma che la polis è un’anima scritta
a grandi lettere14, e come l’anima è costituita da tre principi distinti
(razionale, irascibile e concupiscibile) così la polis risulta costituta
da tre ordini sociali e si regge proprio sulla separazione delle fun-
zioni di tali ordini sociali, per cui alla parte razionale viene ricono-
sciuta la funzione di guida e di governo15.
Invece la teoria del contratto sociale di Hobbes presuppone una
situazione originaria in cui gli individui sono separati e tutti uguali.

9 Aristotele, Politica I, 1253a, 18-25.


10 Ivi, II, 1261a, 23-25.
11 Ivi, III, 1277a, 6-10.
12 Ivi, I, 1254a, 29-36.
13 Ivi, I, 1260a, 8-9.
14 Platone, Repubblica, 368c-d.
15 Ivi, III-IV. Sulla radicale diversità tra la moderna concezione del potere e la
visione platonica vedi C. Muscato (2005).
124 Lǁenigma della scelta

Si tratta di un’uguaglianza formale, che deriva dal fatto che tutti gli
individui vengono considerati indistinti. Non è un caso che Hobbes
apra il capitolo dedicato alla stato di natura come bellum omnium
contra omnes con le seguenti parole:

La natura ha fatto gli uomini così uguali nelle facoltà del corpo e
della mente che, sebbene si trovi talvolta un uomo manifestamente più
forte Àsicamente o di mente più pronta di un altro, pure quando si cal-
cola tutto insieme, la differenza tra uomo e uomo non è così conside-
revole, che un uomo possa di conseguenza reclamare per sé qualche
beneÀcio che un altro non possa pretendere, tanto quanto lui16.

Pertanto mentre nell’ottica del governo il giusto e il bene costi-


tuiscono un problema e una domanda che deve orientare l’azione,
nella nuova scienza politica ciò che è giusto non è più una questio-
ne su cui riÁettere e argomentare, ma è l’esito di una procedura
formale e dunque qualcosa di affatto deÀnito, appunto un concetto
nella sua speciÀca accezione moderna: è giusto obbedire a chi de-
tiene legittimamente il potere, ossia è giusto ciò che ordina il sovra-
no. La portata rivoluzionaria di questa impostazione del problema
politico, che costituisce la nascita della “nuova scienza politica”,
consiste dunque nell’aver spostato su un piano teorico, inteso come
costruzione di un modello normativo, quello che nella tradizione
precedente era considerato un problema legato alla ÀlosoÀa pratica,
ossia l’agire in conformità alla virtù come qualcosa che è soggetto
alla complessità e alle irregolarità dell’esperienza. Ma tale cambia-
mento di prospettiva nell’impostazione del problema politico è reso
possibile dall’altro cambiamento intervenuto sul piano strettamente
cognitivo, quello cioè di intendere la ragione in senso strumentale
come mero calcolo.
Se torniamo alla pagina del Leviatano citata sopra (p. 24) a pro-
posito delle origini della concezione strumentale della razionalità,
da cui emerge il nuovo modo di intendere la razionalità come cal-
colo logico: “quando si ragiona, non si fa altro che concepire una
somma totale dall’addizione di particelle, o concepire un resto dalla
sottrazione di una somma dall’altra”, appare chiaro come questa

16 Th. Hobbes (1651), p. 117.


Decisione e ÀlosoÀa politica 125

tesi sia sostenuta da Hobbes in vista del problema politico. Infatti


egli assimila l’attività degli scrittori di politica a quella logica degli
aritmetici e dei geometri (“come gli aritmetici insegnano ad addi-
zionare e sottrarre nel campo dei numeri, così i geometri insegnano
le stesse cose nel campo delle linee, delle Àgure […] Gli scrittori di
politica addizionano insieme le pattuizioni per trovare i doveri degli
uomini, e i giuristi le leggi e i fatti per trovare ciò che è cosa retta
e ciò che è torto nelle azioni dei privati”). Ma intendere la ragione
come puro calcolo, determina una nuova concezione di scienza, in-
tesa come sapere condizionale, che lega le conclusioni alle premes-
se, rendendo possibile un procedere puramente formale:

Vi sono due generi di conoscenza: uno, la conoscenza di fatto; l’al-


tro la conoscenza della conseguenza che si ha tra un’affermazione e
un’altra. La prima non è altro che senso e memoria, ed è conoscenza
assoluta, come quando vediamo compiersi un fatto, o ricordiamo che
si è compiuto; è questa la conoscenza che si richiede a un testimone. La
seconda è chiamata scienza ed è condizionale, come quando sappiamo
che, se la Àgura data è un circolo, allora ogni linea retta che passa per
il centro, la dividerà in due parti uguali; è questa la conoscenza che si
richiede in un Àlosofo, vale a dire in chi pretende di ragionare17.

In questo modo si afferma con Hobbes una concezione logicistica


della razionalità che: a) parte dalla determinatezza e univocità delle
deÀnizioni, b) astrae dalla complessità e irregolarità dell’esperienza
e c) imitando il procedimento geometrico, consente un’impostazio-
ne del problema politico basato, come esige la nuova concezione
del potere, su risoluzioni che devono essere accettate da tutti. Que-
sta impostazione, in deÀnitiva, rende possibile la costruzione di una
teoria politica in cui il problema del giusto può essere sottratto al
rischio del conÁitto di opinioni, attraverso una soluzione formale.
Come scrive Duso:

Se si osserva la costruzione teorica che si dipana dallo stato di na-


tura, attraverso le leggi naturali, Àno al patto sociale, si può notare la
funzione che i concetti svolgono, nel legame che hanno tra loro, al Àne
di costruire quello che abbiamo chiamato il dispositivo logico attra-

17 Ivi, p. 80.
126 Lǁenigma della scelta

verso il quale si pensa la politica. Tale dispositivo è connotato da una


razionalità formale, che rende pensabile l’ordine al di là delle concrete
situazioni e di determinazioni di Àni, bene e giustizia che eccedano
tale forma18.

Il fattore cruciale della svolta, quindi, consiste nell’introduzione


di questo “dispositivo logico”, che Duso illustra nel modo seguente:

la svolta radicale nel pensare l’uomo, la società e lo stesso sapere,


all’interno della quale nascono i principali concetti politici, ha il suo
inizio già a partire dalla metà del Seicento, nell’ambito del cosiddet-
to ‘giusnaturalismo’, in particolare delle dottrine del contratto sociale.
Questi concetti non sono isolabili tra loro, ma nascono insieme e si
determinano vicendevolmente in quello che si presenta come un vero e
proprio dispositivo logico, che serve a pensare – e poi servirà ad orga-
nizzare – lo spazio politico.19

Pertanto la contrapposizione tra l’antico principio del governo


e il moderno concetto di potere riÁette la contrapposizione di due
modi di intendere la razionalità e dunque la scelta. Nel mondo pre-
moderno essere razionali signiÀcava conformarsi a un ordine natu-
rale, per cui in quel contesto la scelta è considerata razionale nella
misura in cui persegue il bene, che a sua volta ha un fondamento
oggettivo nella natura delle cose. Agire secondo ragione, quindi, si-
gniÀcava perseguire il Àne della felicità, inteso come realizzazione
della propria natura. Per questo Platone dice:

Produrre sanità signiÀca disporre gli elementi del corpo in un siste-


ma di dominanti e di dominati conforme alla natura; produrre malattia
disporli in un sistema di governanti e governati contrario alla natura.
- Sì, è così. - D’altra parte, dissi, produrre la giustizia non signiÀca
disporre gli elementi dell’anima in un sistema di dominanti e dominati
conforme alla natura? e produrre l’ingiustizia disporli in un sistema di
governanti e di governati contrario alla natura?20

18 G. Duso (2005), pp. 190-191.


19 Ivi, p. 163.
20 Platone, Repubblica, 444d.
Decisione e ÀlosoÀa politica 127

Invece in Hobbes c’è un azzeramento delle precondizioni della


razionalità, ossia di un ordine naturale o di un’idea del bene og-
gettivo. In deÀnitiva, se prima la nozione di razionalità riguardava
il contenuto e il Àne dell’azione, ora la razionalità indica solo una
procedura logico-formale, riguardante il collegamento logico tra
premesse e conclusioni. Prescindendo da una visione in cui il bene
dipende dal conformarsi all’ordine naturale, la ragione non può es-
sere intesa altrimenti che come lo strumento per soddisfare le pas-
sioni. Per questo, come si è visto nel paragrafo 1.1, la concezione
strumentale della razionalità è sempre preceduta da una concezione
antropologica, secondo cui l’uomo è un essere dominato dalle pas-
sioni: secondo Hobbes lo stato di natura è homo hominis lupus; per
Hume “la ragione è schiava delle passioni” e per Bentham “piacere
e dolore sono i padroni sovrani dell’uomo”.
Il bene, quindi, secondo questa nuova concezione della razionali-
tà non può che avere una dimensione formale, che conduce all’im-
postazione preferenzialista della scelta: bene è “ciò che si vuole”.
La preferenza o la volontà individuale denota il bene non tanto per
il suo contenuto ma per l’accezione puramente formale di essere
“ciò che si vuole”. Da qui l’origine del concetto moderno di utilità
e la teoria della scelta come massimizzazione dell’utilità che va di
pari passo con l’origine della scienza politica moderna: se il bene è
l’utilità e la ragione è lo strumento per conseguirla, allora la politica
non è nient’altro che un sistema per conseguire più agevolmente
ed efÀcacemente l’utilità. E poiché il piacere così inteso è un fatto
privato, la questione del bene diventa un fatto privato, per cui la
politica non ha più quella dimensione di scienza suprema, intesa
come via principe di autorealizzazione e perseguimento del bene
supremo e di ricerca del Àne inteso in senso proprio e non solo
come Àne apparente.

5.2. La soluzione dell’impasse del paternalismo

Nel paragrafo precedente si è visto come ai due modi di inten-


dere la razionalità nel pensiero antico e in quello moderno siano
connesse due impostazioni differenti del problema politico, l’una
fondata sul principio del governo e l’altra sul concetto di potere.
128 Lǁenigma della scelta

Questa distinzione comporta un diverso modo di intendere la razio-


nalità della scelta: mentre per Platone e Aristotele essere razionali
signiÀca guidare la propria volontà, facendo ordine nelle proprie
passioni, per cui la ragione è un criterio per individuare cosa volere,
per Hobbes invece il punto di partenza, l’atto originario della scelta
è una volontà data e la razionalità consiste nel calcolo dei mezzi atti
a soddisfare tale volontà.
Inoltre la concezione antica, in quanto pone il problema del bene,
inteso non come soddisfacimento di una preferenza o volontà indi-
viduale ma come realizzazione di un ordine naturale, interpreta la
scelta come orientata al Àne-bene ultimo. Come scrive Aristotele, il
bene può essere diverso da un’azione all’altra o da un’arte all’altra
e analogamente il Àne che coincide con esso. Ma allora, poiché

i Àni appaiono esser numerosi, e noi scegliamo alcuni di essi solo


in vista d’altri, come ad esempio la ricchezza, i Áauti e in genere gli
strumenti, è evidente che non tutti sono Àni perfetti mentre il sommo
bene dev’essere qualcosa di perfetto. Cosicché, se vi è un solo Àne
perfetto, questo è ciò che cerchiamo, se ve ne sono di più esso sarà il
più perfetto di essi. Noi diciamo dunque che è più perfetto il Àne che
si persegue di per se stesso che non quello che si persegue per un altro
motivo e che ciò che non è scelto mai in vista d’altro è più perfetto dei
beni scelti contemporaneamente per se stessi e per queste altre cose, e
insomma il bene perfetto è ciò che deve esser sempre scelto di per sé e
mai per qualcosa d’altro21.

Invece nella concezione della razionalità strumentale, in quanto


la preferenza viene considerata una volontà dell’agente che pre-
scinde dall’idea di un bene preesistente la scelta individuale, non
è possibile tenere conto del problema del Àne, ossia di un principio
stabile che orienti l’azione e che consenta una spiegazione unitaria
e complessiva, al di là delle singole scelte. Venendo a mancare un
tale principio stabile, il rischio è che venga a mancare un criterio
sicuro per stabilire quando una scelta è razionale o meno.
Consideriamo il caso del paradosso di Allais, esaminato nel para-
grafo 3.1. Anche ammettendo che il principio di indipendenza della
teoria dell’utilità attesa fosse fondato, per cui sarebbe irrazionale in

21 Aristotele, Etica Nicomachea, I, 1097a, 26-36.


Decisione e ÀlosoÀa politica 129

quella scelta congiunta scegliere prima l’opzione B e poi l’opzione


C, rimarrebbe ugualmente una questione insoluta se è razionale sce-
gliere B e non C o invece scegliere C e non B. Pertanto una rispo-
sta positiva e non semplicemente formale al problema della scelta
necessita di una considerazione della razionalità della preferenza
e non solo dei mezzi messi in atto per soddisfare tale preferenza.
A questo punto della mia indagine, mi sembra perciò che sia pos-
sibile risolvere quello che Weale ha deÀnito un “rompicapo politico
e ÀlosoÀco” e che io ho indicato come “l’impasse del paternali-
smo”, ossia il fatto che dal punto di vista pratico molte misure pa-
ternalistiche sembrano inevitabili mentre non sembra sia possibile
una loro giustiÀcazione teorica soddisfacente. Alla luce delle consi-
derazioni avanzate negli ultimi paragraÀ riguardo ai concetti di Àne
e bene, libertà e potere, l’incongruenza insita nel paternalismo ora
appare più chiara. Questa teoria ha ragion d’essere solo in quanto
si pone il problema del Àne della scelta: voler proteggere l’agente
da eventuali conseguenze che egli stesso non desidera, può avere
un senso solo attribuendo all’agente una volontà “più vera” rispetto
alla sua espressione immediata, ossia assumendo che, pur avendo
scelto “questo”, non è proprio questo ciò che vuole. Ma la possibi-
lità di interpretare la volontà del decisore, anziché limitarsi al suo
dato immediato, è legata alla possibilità di individuare il Àne della
scelta. Si potrebbe obiettare che, pur rimanendo nella concezione
strumentale, ossia prescindendo da una considerazione del Àne, sia
possibile un intervento paternalistico che aiuti a soddisfare più ef-
Àcacemente la volontà dell’agente. Per esempio si potrebbe dire:
“io non mi chiedo il Àne per cui hai scelto di andare da Palermo a
Roma, ma avendolo scelto posso ‘consigliarti’ o darti una ‘spinta-
rella’, afÀnché tu scelga un mezzo più conveniente rispetto a quello
che sceglieresti senza il mio intervento. Infatti, tu potresti scegliere
di prendere il treno ignorando che l’aereo è diventato un mezzo più
economico del treno”.
Tuttavia dalle ricerche neurobiologiche considerate è emerso che
gli obiettivi, ossia gli scopi che muovono le scelte singole e con-
crete, non sono stabili e preÀssati ma sono dinamici e seguono un
procedimento stocastico. PredeÀnito e immutabile non è l’obiettivo
che di volta in volta determina l’azione bensì la Ànalità biologica,
ma questa non ci dice una volta per tutte come si comporterà il si-
130 Lǁenigma della scelta

stema, ossia quale speciÀca azione desidererà intraprendere, perché


una stessa Ànalità può essere perseguita attraverso obiettivi diversi,
allo stesso modo in cui un traguardo può essere raggiunto per vie
diverse e secondo tappe intermedie diverse. Tornando all’esempio,
potrebbe accadere che la scelta di salire sul treno per Roma sia fun-
zionale all’obiettivo successivo, che si manifesterà solo durante il
tragitto, di fermarti a Cosenza. A questo punto la “spintarella” a
favore dell’aereo potrebbe rivelarsi un danno.
Pertanto non è possibile concepire un intervento esterno che aiu-
ti a realizzare più efÀcacemente la volontà del decisore senza una
considerazione del Àne della decisione. Ma la considerazione del
Àne è proprio ciò che la concezione della libertà fondata sulla im-
postazione strumentale della razionalità non consente di affrontare.
Anche in questo caso la svolta logicistica della razionalità moderna,
che è una svolta a un tempo cognitiva e ÀlosoÀco-politica, fa sì che
la libertà diventi un concetto formale, essendo deÀnita come “as-
senza di ostacoli in vista del conseguimento della propria volontà”.
Non è un caso che Hobbes, dopo aver descritto l’origine dello Stato
dal contratto sociale, si soffermi sul concetto di libertà, deÀnendolo
in questi termini:

Libertà signiÀca propriamente assenza di opposizione (per oppo-


sizione voglio dire impedimenti esterni al movimento) e può essere
applicata non meno alle creature irrazionali e inanimate che a quelle
razionali. Infatti tutto ciò che è legato o racchiuso in modo da non po-
tersi muovere se non entro un certo spazio, spazio determinato dall’op-
posizione di qualche corpo esterno, noi diciamo che non ha libertà di
andare lontano. […] Ma quando l’impedimento al moto è nella costitu-
zione della cosa stessa, non siamo soliti dire che manca di libertà, bensì
del potere di muoversi, come quando una pietra sta ferma, o un uomo
è costretto a letto da una malattia. Secondo questo signiÀcato della
parola, proprio e accolto generalmente, un uomo libero che in quelle
cose che con la sua forza e il suo ingegno è in grado di fare, non viene
ostacolato nel fare quanto ha la volontà di fare. Ma quando le parole
libero e libertà sono applicate a delle cose che non sono corpi, sono
usate in modo abusivo, poiché ciò che non è soggetto al movimento
non è soggetto a impedimento22.

22 Th. Hobbes (1651), pp. 205-206.


Decisione e ÀlosoÀa politica 131

Quindi il concetto di libertà, inteso in senso formale come “as-


senza di ostacoli nel fare quanto si ha volontà di fare”, è un ulterio-
re tassello di quell’impianto epistemologico generale che istituisce
una concezione strumentale della razionalità e un concetto di potere
fondato assiologicamente. Come scrive Duso, «il concetto di pote-
re nasce, sulla base dell’assolutizzazione della volontà individuale
e del nuovo concetto di libertà proprio per eliminare quell’antico
modo di intendere l’uomo e i rapporti tra gli uomini che implicava
di necessità la dimensione del governo»23, ossia quella dimensione
in cui al contrario era ritenuto razionale formare i propri desideri e
le proprie azioni in vista di un Àne e di un bene24.
E in effetti, Sunstein e Thaler, sebbene non si soffermino sul
concetto di libertà e non vi dedichino particolare attenzione, in de-
Ànitiva con il termine “libertario” si riferiscono proprio a un tale
concetto di libertà. Più precisamente, essi sostengono che sia possi-
bile coniugare il paternalismo con l’assenza di coercizione, in quan-
to la variante del paternalismo da loro proposta è basata non sulla
prescrizione ma sulla “spintarella” che, sebbene inÁuenzi la scelta,
tuttavia lascerebbe liberi di decidere diversamente. In deÀnitiva si
tratta sempre di una nozione formale di libertà, secondo cui ciò che
conta non è il contenuto della volontà ma il fatto che, qualunque sia
tale contenuto, la volontà del decisore venga preservata.
Ma all’interno di questa impostazione della razionalità, del pote-
re e della libertà, in cui il punto di partenza originario e irrinuncia-
bile è la volontà individuale, ogni forma di paternalismo non può
che risultare inaccettabile. Infatti sostenere come fanno gli antipa-
ternalisti che l’individuo sia il miglior giudice del proprio interesse,
non equivale necessariamente a dire che egli sia anche un giudice
perfetto del proprio interesse. L’individuo potrà anche sbagliare,
ma è sempre preferibile sbagliare con la propria testa, piuttosto che
conseguire uno stato ritenuto più vantaggioso ma a costo di interfe-
renze esterne sulla propria volontà. È bensì vero che i destinatari di
eventuali interventi paternalistici libertari conserverebbero la liber-
tà di non seguire il “suggerimento”, ma ciò non è un’assicurazione
sufÀciente a garantire la libertà così intesa. Come afferma Weale:

23 G. Duso (2003), p. 68.


24 Aristotele, Etica Nicomachea, I, 1095a, 9-11.
132 Lǁenigma della scelta

«Supponiamo di approvare la giustiÀcazione alla base di una prati-


ca paternalistica cui prima si era contrari: perché non considerarlo
un semplice ‘lavaggio del cervello’?»25. Dunque non sono tanto i
contenuti dei suoi eventuali provvedimenti che rendono inaccetta-
bile il paternalismo quanto la forma stessa di tali provvedimenti.
Per risolvere l’impasse del paternalismo non basta mostrare che
il paternalismo è infondato, ma è necessario spiegare anche come
mai, nonostante sia impossibile fornirne una giustiÀcazione teorica
soddisfacente, nella pratica molte misure paternalistiche vengono
comunemente accettate. Una tale spiegazione è in un certo senso
abbastanza semplice: evidentemente gli interventi governativi e
le altre misure volte a proteggere i decisori dalle eventuali conse-
guenze non ottimali delle proprie scelte vengono accettate a partire
da una base teorica implicita che è diversa da quella sulla quale si
muove il dibattito. Da questo punto di vista occorre rivedere l’im-
postazione di fondo del dibattito sul paternalismo e dei termini in
cui esso è stato Ànora formulato. Una tale riformulazione richiede
che siano messe in campo tutte le implicazioni che il paternalismo
libertario porta con sé. In particolare occorre tenere presente che
porre il problema delle conseguenze indesiderate della scelta signi-
Àca implicitamente assumere una concezione della libertà e del po-
tere diversa da quella presupposta dalla TSR ma anche dalla teoria
del prospetto, sulle cui basi è fondata la proposta del paternalismo
libertario.
Nella concezione antica, poiché la polis era fondata su un’idea
di bene che precede la volontà degli individui, la politica poteva
riguardare la questione del bene e della scelta buona dal punto di
vista non solo formale, in quanto si disponeva di un criterio comune
per valutare le singole azioni. Per questo Aristotele poteva dire, fra
l’altro in una delle sue opere di etica: «Il trattare del piacere e del
dolore è cosa propria di chi studia ÀlosoÀcamente la politica. Costui
infatti stabilisce come un architetto il Àne, guardando al quale dicia-
mo in senso assoluto una cosa buona e l’altra cattiva»26. Invece la
moderna concezione del potere comporta, per così dire, l’espulsio-
ne di ogni problematica del bene dalla dimensione politica. Proprio

25 A. Weale (1992c), p. 438.


26 Aristotele, Etica Nicomachea, VII, 1152b, 1-4.
Decisione e ÀlosoÀa politica 133

perché la dimensione politica è pensata come la soluzione a una


situazione originaria di conÁitto, viene a mancare un’idea condivisa
di ciò che è il bene, per cui non rimane che «lasciare che ognuno
persegua il suo bene e la sua fede per suo conto, privatamente»27.
Anzi si può dire che nella concezione moderna il problema del bene
è ritenuto la causa del conÁitto e la nascita del potere politico è pen-
sata proprio come soluzione di tale conÁitto, ossia facendo sì che
ciascuno possa perseguire il bene senza l’interferenza degli altri.
Ma l’impostazione del problema politico che prescinde da ogni
considerazione del bene che non sia quella puramente formale, non
solo fa sì che il paternalismo non possa essere giustiÀcato dal pun-
to di vista teorico bensì lo rende anche insidioso e deprecabile dal
punto di vista pratico. Infatti nella concezione premoderna il gover-
no non aveva il carattere di un comando incontrovertibile e di un
potere assoluto, proprio in quanto era fondato su un’idea di bene
anteriore alla volontà di governanti e cittadini. Questa idea di bene,
costituita dal patrimonio di principi e valori condivisi dalla comu-
nità politica, vincolava anche la volontà e l’operato dei governanti,
per cui la forma politica del governo comportava la possibilità di
controllo da parte dei governati e prevedeva un loro diritto di resi-
stenza nei confronti dei governanti, qualora si mostrasse che il loro
operato si discostava dall’idea di bene posta a fondamento della co-
munità politica28. Inoltre, la forma del governo non poteva costitui-
re un potere assoluto, in quanto l’idea di bene non costituiva un cor-
po dottrinario positivo da cui dedurre normativamente le scelte e le
azioni deÀnite buone. Il governo era piuttosto la funzione di guida
ispirata all’idea di bene come a un principio di orientamento, esem-
pliÀcato dalla nota metafora impiegata spesso dai pensatori politici
dell’antichità, secondo cui il governo della città era paragonato al
governo della nave. L’afÀdabilità del nocchiero, pur richiedendo
un sistema di conoscenze e norme di navigazione, non si identiÀca
immediatamente con il possesso di tali conoscenze. Essa piuttosto
consiste nella virtù del nocchiero, ossia nella sua abilità pratica di
riconoscere la singola speciÀca situazione e di individuare a quale
parte del suo bagaglio di esperienza attingere per far fronte a tale

27 G. Duso (2003), p. 77.


28 Ivi, p. 79.
134 Lǁenigma della scelta

situazione. E per quanto fosse bravo il nocchiero, il governo della


nave era sempre esposto al rischio dell’accidentalità e imprevedibi-
lità dell’esperienza. Pertanto il perseguimento del bene così inteso
non può essere oggetto di provvedimenti rigidamente prescrittivi
come avviene nella concezione formale del potere, dove il comando
ha una natura coercitiva, ma piuttosto la funzione di governo è un
orientare e un guidare dal punto di vista pratico, soggetto quindi
ai vincoli tipici dell’irregolarità dell’esperienza, e perciò non può
rivendicare un carattere rigidamente prescrittivo. Per questo se-
condo Aristotele la trattazione del bene politico comporta non il
metodo assiologico e la precisione tipica della matematica ma un
procedimento più approssimativo capace di calarsi nella irregolarità
dell’esperienza:

A queste cose mira dunque il nostro trattato, che è un trattato di


politica; sarà sufÀciente che esso tratti chiaramente intorno alla ma-
teria proposta. Infatti non bisogna cercare in tutti i trattati una egual
precisione come neppure nelle professioni manuali. Infatti il bello e il
giusto, a cui si rivolge la scienza politica, presentano tali divergenze e
possibilità d’errore che sembrano esser solo in virtù della legge, non
per natura. Una tale possibilità d’errore posseggono anche i differenti
beni per il fatto che a molte persone derivano danni da essi: infatti
alcuni furono rovinati per la ricchezza, altri per il coraggio. Ci si deve
accontentare quindi che coloro che parlano di queste cose e da esse
argomentano mostrino la verità in maniera sommaria e approssimati-
va, e che quelli che parlano di cose generali e da esse argomentano ne
traggano conclusioni pure generali29.

Nella concezione moderna invece, in quanto discende da una


procedura logica esatta, il potere risulta essere assoluto e insin-
dacabile, e il diritto di resistenza al sovrano scompare, in quanto
l’azzeramento delle precondizioni della razionalità fa sì che la vo-
lontà del sovrano sia giusta per deÀnizione, a prescindere dai suoi
atti e dai suoi contenuti. Ora la volontà del sovrano, al pari del
procedimento logico su cui è costruita, non ammette ambiguità e
contraddizioni, non ammette cioè di essere messa in discussione.
Per questo Hobbes dice che il sovrano non può mai essere accu-

29 Aristotele, Etica Nicomachea, I, 1094b, 11-23.


Decisione e ÀlosoÀa politica 135

sato dai sudditi. Ma quello che è più interessante è la premessa di


questa affermazione: «poiché ogni suddito è per questa istituzione
autore di tutte le azioni e di tutti i giudizi del sovrano istituito, ne
segue che qualunque cosa egli faccia non può ingiuriare alcuno
dei suoi sudditi né deve essere accusato di ingiustizia da alcuno
di essi», infatti «per questa istituzione dello stato ogni particolare
[cioè ogni individuo] è autore di ciò che il sovrano fa, e per con-
seguenza chi si lamenta di un’ingiuria ricevuta dal suo sovrano,
si lamenta di ciò di cui egli stesso è autore. […] È vero che colo-
ro che hanno il potere sovrano possono commettere iniquità, ma
non ingiustamente o ingiurie in senso proprio. […] Nessuno che
abbia il potere sovrano può giustamente essere mandato a morte
o punito in qualsiasi altro modo dai suoi sudditi. Infatti dato che
ogni suddito è autore delle azioni del suo sovrano, egli punisce un
altro per le azioni commesse da lui stesso»30. Il senso di queste
affermazioni appare chiaro se si considera la celebre pagina del
capitolo precedente, dove Hobbes sancisce la nascita dello Stato:
«La sola via per erigere un potere comune che possa essere in
grado di difendere gli uomini dall’aggressione straniera e dalle
ingiurie reciproche, e con ciò di assicurarli in modo tale che con la
propria industria e con i frutti della terra possano nutrirsi e vivere
soddisfatti, è quella di conferire tutti i loro poteri e tutta la loro
forza ad un uomo o ad un’assemblea di uomini che possa ridurre
tutte le loro volontà, per mezzo della pluralità delle voci, ad una
volontà sola» da cui segue la formula: «io autorizzo e cedo il mio
diritto di governare me stesso, a quest’uomo, o a questa assemblea
di uomini a questa condizione, che tu gli ceda il tuo diritto, e auto-
rizzi tutte le sue azioni in maniera simile»31. La nascita dello Stato
dunque da un lato si fonda sul fatto di conferire tutto il potere al
sovrano e dall’altro implica un procedimento di autorizzazione,
secondo cui il sovrano diventa l’attore di una azione il cui autore
è proprio la volontà dei cittadini. Pertanto accusare il sovrano di-
venta un atto illogico e dunque impossibile, perché signiÀchereb-
be accusare se stessi.

30 Th. Hobbes (1651), p. 173.


31 Ivi, p. 167.
136 Lǁenigma della scelta

Pertanto, tornando alla questione del paternalismo, quando il


potere assume la forma assoluta e incontrovertibile, come accade
nella concezione moderna, gli interventi paternalistici non solo
sono infondati ma costituiscono anche un pericoloso sistema di
oppressione. Infatti tali interventi, anche nel caso in cui assumono
la forma delle “spintarelle gentili” ipotizzate dal paternalismo li-
bertario, non ammettono discussione e dunque sono svincolati da
ogni procedura di controllo e di eventuale correzione. Se si vuole
spiegare il dato che certe misure volte a proteggere i decisori dalle
eventuali conseguenze non desiderate delle proprie scelte sembra-
no irrinunciabili e comunque sono comunemente accettate, occor-
re considerare che ciò è possibile solo in quanto così facendo ci
si riferisce a un diverso concetto di libertà e potere da quello pre-
supposto dalla concezione strumentale della razionalità. Ma d’al-
tra parte considerate in un’ottica diversa, come può essere quella
del governo, tali misure non possono più deÀnirsi paternalistiche.
Infatti il concetto di paternalismo presuppone una relazione asim-
metrica, in cui la volontà più illuminata inÁuenza la volontà più
debole, e non è possibile pensare che quest’ultima possa essere
in grado di giudicare l’altra e dunque di opporsi razionalmente a
essa. Al contrario la funzione di governo della concezione premo-
derna, in quanto fondata su un’idea originaria di bene, determina
una relazione tra governanti e governati che a certi livelli implica
una reciprocità. Infatti governanti e governati sono tutti tenuti a
conformarsi a quell’idea che costituisce un riconoscimento comu-
ne e di questa conformità devono rispondere reciprocamente gli
uni agli altri, per cui sotto certi aspetti anche i governanti sono
sottoposti al giudizio dei governati. Ciò è ben diverso dal proces-
so di autorizzazione del potere moderno: anche nelle democrazie
i governanti sono sottoposti al giudizio elettorale del governati,
tuttavia in questo caso si tratta sempre di una procedura formale,
che non può entrare nel merito delle questioni.
In deÀnitiva la soluzione del rompicapo del paternalismo può es-
sere così sintetizzata: il paternalismo è sempre inaccettabile, e se
nella prassi ci sono provvedimenti paternalistici, essi a rigore non
dovrebbero deÀnirsi tali, in quanto implicitamente presuppongono
una concezione del potere e della volontà diversa da quella a partire
dalla quale si può parlare di paternalismo in senso proprio.
Decisione e ÀlosoÀa politica 137

5.3. Il primato dell’economia e la tirannia della ragione

Avviandomi alla conclusione ritengo opportuno riprendere la


questione del primato dell’economia, introdotta nel primo capito-
lo, alla luce delle ultime riÁessioni maturate sul terreno ÀlosoÀco-
politico.
L’approccio economico ha costituito una speciÀca interpretazio-
ne della scelta, che ha dominato a lungo lo studio della decisione,
determinando quello che è stato deÀnito “l’imperialismo economi-
co” nelle scienze sociali. A questo punto, dopo aver esaminato le
implicazioni sul piano della ÀlosoÀa politica del modo di intendere
la decisione secondo una razionalità puramente strumentale, che
potremmo deÀnire economicistica, ritengo necessario approfondire
il signiÀcato teorico generale, ossia oltre che politico, antropologi-
co e ÀlosoÀco del primato dell’economia. D’altra parte l’impiego
dell’espressione “Homo oeconomicus”, per indicare questo approc-
cio alla decisione, lascia intendere che si tratta di un modello che
aspira a fornire una visione complessiva dell’essere umano: politi-
ca, antropologica e ÀlosoÀca.
Cominciamo osservando che, in un certo senso, riguardo all’eco-
nomia si veriÀca una dissociazione tra teoria e prassi analoga a
quella osservata a proposito del paternalismo. Si è visto come ciò
che rende il paternalismo un rompicapo sia il fatto che esso dal
punto di vista pratico sembra indispensabile e almeno in parte ac-
cettabile, nonostante che una sua giustiÀcazione teorica soddisfa-
cente sembri del tutto fuori portata. Anche nel caso dell’economia
si veriÀca una situazione analoga, che D. Parisi ha deÀnito il “para-
dosso dell’economia”, consistente nel fatto che da un lato da diversi
decenni vengono espresse molte e radicali critiche nei confronti del
paradigma teorico dominante della disciplina, dall’altro l’imposta-
zione secondo cui la disciplina viene insegnata nelle università e
che informa la maggior parte delle ricerche sembra ignorare del
tutto tali critiche, per cui:

Nonostante che i critici del paradigma dominante sostengano di fare


dei progressi e di conquistare spazi, nonostante tutte le nuove ‘eco-
nomie’ che vengono proposte (evoluzionistica, comportamentale, spe-
rimentale, ecologica, ecc.), non si proÀla un paradigma alternativo e
138 Lǁenigma della scelta

realmente competitivo della disciplina, una nuova scienza economica,


un nuovo modo di insegnarla, un nuovo modo di praticarla nella ricer-
ca e nella società32.

Come per il paternalismo, anche qui si veriÀca una situazione per


cui l’impostazione di un problema, in questo caso un’intera disci-
plina, che dal punto di vista teorico si è rivelata infondata, continua
a prevalere nella prassi. Pertanto occorre esaminare se, così come
nel caso del paternalismo, dietro questa situazione paradossale non
si nascondano dei presupposti teorici inconfessati.
Parisi individua tre ragioni che spiegano il paradosso dell’eco-
nomia: la prima è che le critiche che sinora sono state mosse al
paradigma dominante della scienza economica non sono sufÀcien-
temente radicali. La seconda ragione è che Ànora non è stata pro-
posta un’alternativa realmente praticabile al paradigma dominante
della scienza economica, che comprenda «una nuova metodologia
di ricerca che consenta di mettere in pratica, nella ricerca effettiva
e nei casi concreti, le nuove assunzioni teoriche». La terza ragione,
è che «il paradigma che domina nella scienza economica è omoge-
neo al tipo di sistema economico che caratterizza le attuali società
occidentali ed è quello appropriato come supporto di tale sistema
economico»33.

32 D. Parisi (2003), pp. 185-186. L’osservazione di Parisi è stata ripresa qual-


che anno dopo da R. Viale, il quale afferma che «spira un vento nuovo»
che sta scuotendo alle radici la Àducia degli economisti nei confronti degli
strumenti tradizionali della disciplina. Tuttavia «pur in presenza di questa
regressività come programma di ricerca scientiÀco, l’economia neoclassica
continua a essere la teoria prevalente nell’insegnamento universitario, come
nella formazione e promozione di ricercatori e professori, nella selezione di
pubblicazioni, nei Ànanziamenti pubblici» (2005, pp. 1-2). Da questo punto
di vista sembrano eccessivamente trionfali le affermazioni di Rabin citate
sopra (p. 59) secondo cui l’economia cognitiva si sta avviando a diventare il
mainstream del paradigma economico. Piuttosto possiamo dire che le inda-
gini cognitive sul decision making sono state sufÀcienti a far entrare in crisi
la TSR senza tuttavia riuscire a imporsi come teoria realmente alternativa
della scelta. Infatti se da un lato l’integrazione tra psicologia ed economia
(propugnata dall’economia cognitiva) ormai è un dato ampiamente accettato,
tuttavia la concreta situazione dello studio e dell’insegnamento dell’econo-
mia “stranamente” vede ancora il predominio dell’impostazione neoclassica
e del modello dell’Homo oeconomicus.
33 D. Parisi, (2003), p. 186.
Decisione e ÀlosoÀa politica 139

Questa terza ragione viene solo accennata da Parisi quando rileva


che se il sistema economico delle società occidentali presenta molti
vantaggi, esso presenta anche numerosi difetti e problemi, per cui si
dovrebbe voler modiÀcare tale sistema e quindi anche il corrispon-
dente modello teorico. Dal mio punto di vista invece mi sembra che
sia opportuno soffermarsi anzitutto proprio su questa terza ragione,
sulla base dell’ipotesi che il difetto della scienza economica non
sia casuale ma sia l’esito inevitabile di quella impostazione com-
plessiva esaminata nei paragraÀ precedenti, che è a un tempo epi-
stemologica e politica. In secondo luogo se, come ritengo, il difetto
della scienza economica non è casuale, una critica del sistema eco-
nomico delle società occidentali e del corrispondente modello teo-
rico dovrebbe tenere conto non solo degli svantaggi di tale sistema,
ma dovrebbe riguardare anche una discussione ÀlosoÀca sul ruolo
dell’economia nella società e della scienza economica all’interno
delle scienze sociali, giungendo a mettere in discussione il primato
dell’economia.
A questo proposito ci si può servire di una critica che lo stesso
Parisi indirizza alla scienza economica, ma traendone conclusio-
ni diverse dalle sue. Tale critica riguarda la questione dell’origine
dei bisogni. Parisi nota cioè che la scienza economica, secondo la
“classica” deÀnizione di L. Robbins, «è lo studio di come gli indi-
vidui usino le loro risorse, considerate scarse, per raggiungere i loro
scopi»34, e in questo senso ha a suo fondamento un modello del
comportamento umano secondo cui un essere umano si comporta
in modo da soddisfare nel modo migliore i suoi bisogni. Tuttavia,
nonostante si occupi di come soddisfare i bisogni, l’economia non
affronta il problema dell’origine dei bisogni:

I bisogni di un individuo sono considerati dalla scienza economi-


ca come un dato, qualcosa di cui si assume l’esistenza per spiegare
il comportamento dell’individuo ma di cui la scienza economica non
si preoccupa di conoscere l’origine, le cause, il loro possibile cam-
biare nel tempo, le cause di questi cambiamenti. Alla voce ‘Econo-
mia’ dell’International Encyclopedia of Social Sciences (Sill 1968, p.
472) si legge che la scienza economica, essendo scienza positiva e non
un’etica o una politica, ‘non si occupa dei bisogni che gli esseri umani

34 Ivi, p 194.
140 Lǁenigma della scelta

dovrebbero avere ma unicamente degli scopi che di fatto hanno’. Que-


sto va bene. Ma il problema, occultato da questa distinzione tra essere
e dover essere, è che la scienza economica non si occupa neppure del
perché gli esseri umani hanno gli scopi che di fatto hanno.35

Quindi, secondo Parisi, pur essendo legittimo che l’economia,


prescindendo dall’etica e dalla politica, non si occupi della questio-
ne di quali bisogni dovrebbero avere gli individui, non è giustiÀcato
il fatto che essa tralasci anche il problema di come sorgono i biso-
gni. Sottolineando l’ambiguità del termine economia, per cui esso in
italiano indica sia l’insieme dei cosiddetti fenomeni economici sia
la scienza che studia tali fenomeni, Parisi fa notare la discrepanza
tra i due signiÀcati in quanto, mentre la scienza economica ritiene
di poter trascurare l’origine dei bisogni, dal punto di vista pratico
una parte considerevole dei fenomeni economici riguarda proprio la
modiÀcazione dei bisogni. Infatti, come è noto, l’economia non ri-
guarda solo la produzione e la vendita di beni volti a soddisfare certi
bisogni, poiché una parte considerevole delle risorse economiche, e
in misura sempre più crescente nelle società occidentali, viene de-
stinata al marketing, alla pubblicità, al marchio e all’immagine del
prodotto, ossia proprio allo studio e alla modiÀcazione dei bisogni36.
Da queste considerazioni Parisi conclude che una scienza eco-
nomica che non si preoccupi di spiegare l’origine e la formazione
dei bisogni è una cattiva scienza, in quanto spiega solo una parte
dei fenomeni che la riguardano. Secondo Parisi una scienza econo-
mica capace di una reale spiegazione dei fenomeni economici deve
innanzitutto mettere da parte il pregiudizio razionalistico, secondo
cui gli esseri umani si comportano in modo razionale. Più in gene-
rale essa deve abbandonare l’idea che sia possibile far rientrare le
scelte umane all’interno di un unico modello, sia esso di raziona-
lità perfetta o di razionalità limitata. In secondo luogo una scienza
economica in grado di fornire una spiegazione soddisfacente dei
fenomeni economici deve tenere conto delle basi biologiche del
comportamento umano, sia a livello evoluzionistico, in quanto gli
esseri umani sono il risultato di un lungo processo di evoluzione

35 Ivi, p. 191.
36 Ivi, p. 196.
Decisione e ÀlosoÀa politica 141

biologica, sia a livello neurale, studiando il ruolo e il funzionamen-


to del sistema nervoso nel comportamento umano37.
Si può essere d’accordo con Parisi sul fatto che l’impostazio-
ne dell’economia neoclassica, che è tuttora prevalente nello studio
dei fenomeni economici, sia inadeguata, in quanto non consente di
affrontare il problema dell’origine e della formazione dei bisogni,
o preferenze. Così come si può ammettere che una via più promet-
tente per spiegare il comportamento umano sia quella di mettere da
parte l’impostazione razionalistica e tenere conto delle basi biologi-
che. Ma ritengo che anche un tale cambiamento di rotta non sia suf-
Àciente per una spiegazione esaustiva della questione dell’origine e
del senso delle preferenze.
Come ho mostrato nel precedente capitolo, è possibile spiegare
la formazione degli scopi solo a partire da certe Ànalità stabili, per
cui una spiegazione soddisfacente della scelta non può non tenere
conto dei Àni della scelta. Ma occuparsi dei Àni della scelta signiÀca
riconoscere che non si può separare l’economia dall’etica e dalla
politica: se, come ammette lo stesso Parisi, una parte considerevole
delle risorse economiche sono volte a modiÀcare i bisogni, non è
necessario un criterio esterno alla dinamica puramente economica
che si occupi del problema della direzione e dei limiti di tale mo-
diÀcazione dei bisogni? Infatti la realizzazione di un obiettivo che
può essere inteso come il soddisfacimento di un bisogno, non ha un
senso in se stessa ma solo in relazione al Àne. E poiché la relazione
tra Àni e obiettivi non è diretta e lineare, è necessario che la scienza
che si occupa della realizzazione degli obiettivi sia subordinata alla
scienza dei Àni.
Ma questa impostazione ci conduce a una prospettiva episte-
mologica molto diversa da quella economicistica che, oltretutto,
dovrebbe assumere anche uno sfondo ÀlosoÀco diverso da quello
della ÀlosoÀa politica moderna, hobbesiana. Mi riferisco alla epi-
stemologia premoderna, all’interno della quale tutte le scienze sono

37 Ciò secondo Parisi è possibile servendosi di modelli teorici del comportamen-


to ispirati alla struttura Àsica e al funzionamento del sistema nervoso, quali le
reti neurali artiÀciali, e di simulazioni al computer, capaci di riprodurre sia la
struttura interna degli agenti sia l’ambiente in cui gli agenti operano.
142 Lǁenigma della scelta

legate in un rapporto di subordinazione alla scienza del bene supre-


mo. Come scrive Aristotele:

Ogni arte e ogni ricerca, e similmente ogni azione e ogni proposito


sembrano mirare a qualche bene; perciò a ragione deÀnirono il bene:
ciò a cui ogni cosa tende. [...] E poiché vi sono molte azioni e arti e
scienze, vi sono anche molti Àni: infatti il Àne della medicina è la sa-
lute, quello della costruzione navale il navigare, quello della strategia
la vittoria, quello dell’economia la ricchezza. Quante ve ne sono di tal
genere, tutte sono subordinate ad una sola capacità: come la fabbrica-
zione delle briglie all’ippica e così pure tutto ciò che concerne l’equi-
paggiamento del cavaliere; la stessa azione militare è subordinata alla
strategia; e nello stesso modo le altre sono rispettivamente subordinate
ad un’altra capacità. Ma, in tutte, i Àni delle scienze architettoniche
sono più importanti dei Àni di quelle subordinate. Infatti solo in fun-
zione di quelli si seguono anche questi38.

Inoltre Aristotele, richiamando da vicino il discorso di Platone


nel Politico (305 d-e) identiÀca la scienza del bene supremo con
la scienza politica, in quanto è essa che «stabilisce quali scienze è
necessario coltivare nelle città, e quali ciascuna classe di cittadini
deve apprendere, e Àno a che punto» per cui anche le più apprezzate
capacità, come, per esempio, «la strategia, l’economia, la retorica»,
sono subordinate ad essa39.
Pertanto la tesi di Parisi, secondo cui il modello teorico dominante
nella scienza economica è funzionale al sistema economico delle so-
cietà occidentali, deve essere rielaborata considerando che il modello
economicistico non solo comporta gli svantaggi pratici da lui rilevati,
ma tali svantaggi sono anche da considerare come il sintomo di una
discutibile impostazione epistemologica generale. Da questo pun-
to di vista l’interpretazione economicistica della scelta e il primato
dell’economia nelle scienze sociali hanno un signiÀcato ÀlosoÀco po-
litico, in quanto costituiscono il tentativo di una assolutizzazione della
ragione che, negando la dimensione dell’ordine naturale e di un prin-
cipio di razionalità trascendente, pretende di fondare l’ordine politico

38 Aristotele, Etica Nicomachea, I, 1094a, 1-16.


39 Ivi, I, 1094b, 1-3. Sulla particolare Àsionomia che in Platone il concetto di
tecnica e in particolare della tecnica politica assume in virtù del ruolo deter-
minante del concetto di “Bene” vedi L. Vaiana (2010).
Decisione e ÀlosoÀa politica 143

e la convivenza civile sulle basi della razionalità strumentale. Ma una


tale pretesa è legittima? A questo proposito, scrive G.M. Chiodi:

Quando la ragione viene assunta a criterio generale di determina-


zione degli ordini di convivenza – come per esempio sostengono te-
orie che si deÀniscono delle scelte razionali (già il termine ‘scelta’ è
ingenuamente indicativo!) – se non si pone al servizio di un’ideologia,
cioè di una ‘scelta’ fondamentalmente arbitraria, rimane circoscritta al
vuoto (o al nulla) della propria autoreferenzialità, affermando soltanto
che è razionale essere razionali40.

Una posizione sostanzialmente analoga è sostenuta da C. Bon-


vecchio, secondo il quale con la modernità si veriÀca una rottura
dell’unione che nell’età precedente «legava indissolubilmente l’uo-
mo, Dio, la natura, il cosmo» e che il pensiero cartesiano invece
separa nel regno della natura (res extensa) e quello dello spirito
(res cogitans), sottoposti rispettivamentea leggi diverse. A causa di
questa rottura, avendo perso l’unità con il tutto, l’uomo ha necessità
di crearsi una totalità, ma questa totalità costituita dall’io razionale,
è «una totalità solo apparente», per cui la coscienza prima integrata
con il tutto ora «tende a essere completamente sbilanciata sul fronte
della ragione»41. In questo modo l’uomo si viene a trovare in una si-
tuazione critica, per cui si pensa come una totalità autonoma, senza
però esserlo, essendo questa razionalità incapace di rendere conto
dell’aspetto concreto, materiale, “ctonio” che è parte costitutiva e
irrinunciabile del suo essere. Conseguenza di ciò è che

L’età moderna e soprattutto quella post moderna o contemporanea


è contrassegnata, prevalentemente, dalla scomparsa di ogni forma del
Sacro e di ogni anelito alla trascendenza. In sua vece ha sviluppato, in
maniera abnorme, il proprio aspetto coscienziale, facendo del proprio
Io il feticcio di una razionalità esasperata. Una razionalità che si pensa
come dominante su tutto e su tutti. In tale contesto, l’uomo ha perduto
il contatto con il cosmo, con la natura e con se stesso, optando per un
rapporto logico astratto – di tipo esclusivamente scientiÀco – con la
realtà42.

40 G. M. Chiodi (2006), p. 12.


41 C. Bonvecchio (2002), p. 33.
42 Ivi, p. 36.
144 Lǁenigma della scelta

È interessante per il nostro discorso osservare come l’assolutiz-


zazione della ragione possa essere messa in relazione con il primato
dell’economia. Infatti, avendo abdicato al suo principio trascenden-
te ed essendosi autoproclamata autonoma, la ragione tende a inter-
pretare ogni aspetto della vita in termini di mero calcolo logico, per
cui vengono assolutizzati e divinizzati i principi razionali del mer-
cato diventato, come afferma Bonvecchio, «il vero, unico e incon-
trastato Dio». Così l’industria e l’agricoltura vengono sottoposti a
un processo di razionalizzazione e persino la religione «non sarà più
una via mistica per giungere all’ineffabile, ma una sorta di ottimiz-
zazione benthamiana dello spirituale, atta a produrre plusvalore»43.
Del resto già M. Heidegger aveva fornito un’immagine della tec-
nica occidentale come sistema di produzione e di sfruttamento su-
perpervasivo, individuando nell’esasperazione della razionalità un
comune denominatore fra «l’agricoltura diventata industria mecca-
nizzata dell’alimentazione» e «la produzione industriale di cadaveri
nelle camere a gas e nei campi di sterminio» 44.
Dunque da un inizio apparentemente neutrale e sostenuto dalle
virtù razionali di un io concepito come centro della coscienza, e
cioè la tolleranza, la conoscenza, la padronanza di sé, il progresso, il
cosmopolitismo, si sviluppa una sorta di perverso automatismo che
«in un breve volgere di decenni, costituirà su basi razionali qualco-
sa che razionale certamente non è»45.
Sulla base di queste considerazioni si può dunque affermare che
il primato dell’economia non sia un fatto casuale, ma la conseguen-
za dell’assolutizzazione della ragione che, negando ogni valore tra-
scendente, conduce a una visione dell’uomo e del mondo incentrata

43 Ivi, p. 46.
44 Queste due frasi sono contenute nel testo manoscritto di una conferenza te-
nuta a Brema nel 1949, su cui si basa il saggio Die Frage nach der Technik
pubblicato nel 1953. Ma di esse solo la prima viene riportata nel testo pub-
blicato – Heidegger (1953), p. 11 – mentre la seconda è stata eliminata. Più
precisamente a pag. 4 dell’originale dattiloscritto si legge: «l’agricoltura è
diventata industria meccanizzata dell’alimentazione, essenzialmente la stessa
cosa della produzione industriale di cadaveri nelle camere a gas e nei campi
di sterminio, la stessa cosa del blocco e l’affamamento di paesi [era l’anno
del blocco di Berlino], la stessa cosa della produzione di bombe all’idroge-
no», citato in R. J. Bernstein (1991) p. 125.
45 C. Bonvecchio (2002), p. 59.
Decisione e ÀlosoÀa politica 145

sulla sopravvalutazione dei beni immanenti. InÀne concepire l’or-


dine politico su basi esclusivamente razionali, ritenendo che il pote-
re possa essere fondato dal basso e facendo a meno di un principio
trascendente, lungi dall’essere un’operazione concettualmente neu-
trale, secondo l’immagine che la razionalità strumentale vuole dare
di sé, determina invece una tirannia della ragione logico-formale
che esclude come irrilevante o non esistente tutto ciò che non può
essere compreso all’interno delle sue procedure.
147

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

I riferimenti nel testo sono indicati dall’anno di pubblicazione,


eccetto che per le opere di Platone e Aristotele che vengono indicate
con il titolo. Per le opere straniere di cui è disponibile l’edizione ita-
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IL CAFFÉ DEI FILOSOFI
collana diretta da Claudio Bonvecchio e Pierre Dalla Vigna

– Claudio Bonvecchio (a cura di), La ÀlosoÀa del Signore degli anelli


– Claudio Bonvecchio, I viaggi dei ÀlosoÀ. Percorsi iniziatici del sapere tra
spazio e tempo
– Sandro Nannini, La nottola di Minerva. Storie e dialoghi fantastici sulla
ÀlosoÀa della mente
– Eleonora De Conciliis, Pensami, stupido!
– Maurizio Elettrico, L’Infante Demiurgo. Manifesto estetico dell’artiÀciale
biologico
– Roberto Manzocco, Twin Peaks, David Lynch e la ÀlosoÀa
– Giulio M. Facchetti, Erika Notti (a cura di), Atlantide. Luogo geograÀco,
luogo dello spirito
– Roberto Manzocco, Pensare Lost. L’enigma della vita e i segreti dell’isola
– Marcello Ghilardi, FilosoÀa nei manga. Estetica e immaginario nel
Giappone contemporaneo
– Claudio Bonvecchio, Lάeclissi della sovranità
– Claudio Bonvecchio, La magia e il sacro
– Frances A. Yates, L’illuminismo dei Rosa-croce