Sei sulla pagina 1di 36

Tutti i contributi, pubblicati nelle sezioni Storia presente, Saggi,

Questioni storiche, Storici e storici, Note e documenti, sono sottomessi


preventivamente al vaglio di due esperti anonimi esterni al Comitato
editoriale (double-blind peer review). Quelli che appaiono nella sezione
Interpretazioni e rassegne sono invece valutati da esperti interni al
Comitato editoriale. I saggi pubblicati su invito nei numeri mono-
grafici della rivista sono vagliati dal curatore del fascicolo, nominato
dal Comitato di direzione, che si avvarrà della collaborazione dei
membri del Comitato scientifico.
I Direttori e il Comitato di direzione si riservano la decisione
ultima sulla pubblicazione di tutti i contributi ricevuti.
Terminata la procedura di referaggio, a ciascun autore saranno
inoltrate le due schede di valutazione e un breve giudizio riassuntivo
sul suo lavoro.
I nomi dei revisori esterni sono pubblicati, a scadenza biennale,
sulla rivista e nella pagina web (http://www.nuovarivistastorica.it/).
Gli articoli pubblicati su «Nuova Rivista Storica» sono catalogati
e repertoriati nei seguenti indici:
Thomson Reuters, Web of Science, Arts and Humanities Cita-
tion Index (formerly ISI); Scopus Bibliographic Database; Scimago
Journal & Country Rank; ESF-ERIH (European Science Foundation);
AIDA (Articoli Italiani di Periodici Accademici); EBSCO Information
Services; JournalSeek; ESSPER; BSN, Bibliografia Storica Nazionale;
Catalogo italiano dei periodici (ACNP); Google Scholar.
I testi delle recensioni pubblicate su «Nuova Rivista Storica» sono
indicizzati e offerti in libera consultazione nel portale Recensio.net,
curato dalla Biblioteca Nazionale della Baviera e dalle Università di
Colonia e di Magonza.
L’Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione della Sistema Uni-
versitario e della Ricerca), ha collocato «Nuova Rivista Storica» in
Classe “A” per i settori scientifico-disciplinari 11/A1 (Storia Medie-
vale), 11/A2 (Storia Moderna); 11/A3 (Storia Contemporanea); 14/B2
(Storia delle relazioni internazionali delle Società e delle Istituzioni
extra-europee).
Anno XCIX Maggio-Agosto 2015 Fascicolo II

n u o va
r i v i s ta storica

Storia presente:
Luigi Musella, Giustino Fortunato il brigantaggio meridionale e la
difficile unità d’Italia................................................................................. Pag. 399

Saggi:
Alexander Kim - Kyounghyoun Min, The State of Bohai and its pro-
vincial government system (698 A.D. – 926 A.D.)........................... » 421
Niccolò Serri, Fascist Imperialism and the Italian Arms Trade to
nationalist China 1929-1937 .............................................................. » 435
Luciano Monzali, Pietro Quaroni e la questione delle colonie africane
dell’Italia: 1945-1949........................................................................... » 459

Questioni storiche: Ettore Cinnella - Giorgio Petracchi, Le Potenze


dell’Asse e l’Unione Sovietica, 1939-1945. A proposito di un recente
volume; – Eugenio Di Rienzo, «Lo Stato non è spirito assoluto».
Ancora sul Patto Molotov-Ribbentrop e sui Peace Feelers nazi-
sovietici durante il secondo conflitto mondiale ................................. » 499

Note e documenti: Rossella Cancila, Identificare, registrare, ricono-


scere tra Medioevo e prima Età moderna. Alcune riflessioni su
pratiche siciliane; – Andrea Franco, Gli Ucraini dell’Impero zari-
sta nell’Ottocento; – Andrea Beccaro, I conflitti del XXI secolo
tra passato e futuro............................................................................. » 581
iv Sommario

Interpretazioni e rassegne: Alfonso Tortora, Su di un libro di Carlo


Papini: Da vescovo di Roma a Sovrano del mondo; – Paolo L.
Bernardini, Hispanidades: The Usa as a Latin American Country.
Reading Felipe Fernández-Armesto’s Our America. A Hispanic
History of the United States; – Paolo L., Bernardini, Eliana
Augusti, Alberto Basciani, Storici e storie del Mediterraneo; –
Massimo Boffa, Giuseppe Bedeschi, Gianpiero Berti, Samir Hassan,
Michele Marsonet, Dino Messina, La crisi ucraina e il nuovo disor-
dine mondiale...................................................................................... Pag. 657

Recensioni: C. Tripodi, Gli Spini tra XIV e XV secolo. Il declino di un


antico casato fiorentino, (E. Scarton); – Commercial Networks and
European Cities, 1400-1800, edited by A. Caracausi-Ch. Jeggle (S.
Ciriacono); – P. Calcagno, Savona, Porto di Piemonte. L’economia
della città e del suo territorio dal Quattrocento alla Grande Guerra
(M. Rinaldi); – M. García-Arenal-G. Wiegers, L’uomo dei tre
mondi. Storia di Samuel Pallache, ebreo marocchino nell’Europa
del Seicento (P.L. Bernardini); – G. Caridi, Carlo III. Un grande re
riformatore a Napoli e in Spagna (A. Musi); – E. Zanette, Crimi-
nali, martiri, refrattari. Usi pubblici del passato dei comunardi (A.
Guerra); – I Romeni e la Grande Guerra: 1914 -2014. Mostra foto
- documentaria in occasione del centenario della Grande Guerra, a
cura di F. Guida - C. C. Ilie - A. V. Sima (F. Bego); – L. Riccardi,
L’ultima politica estera: l’Italia e il Medio Oriente alla fine della Prima
Repubblica (V. Bianchi); – F. Andreucci, Da Gramsci a Occhetto.
Nobiltà e miseria del Pci, 1921-1991 (D. Messina)............................ » 701
Note e documenti

IDENTIFICARE REGISTRARE RICONOSCERE


TRA MEDIOEVO E PRIMA ETÀ MODERNA.
ALCUNE RIFLESSIONI SU PRATICHE SICILIANE

Il tema dei metodi di identificazione personale utilizzati nel passato si è


imposto all’attenzione degli studiosi come oggetto di ricerca solo da alcuni anni,
e certamente il pioneristico lavoro di J. Torpey sull’invenzione del passaporto
pubblicato nel 2000 ha offerto un contributo notevole alla nascita di quello che
appare ormai un vero e proprio filone di studi legato principalmente al controllo
del movimento della popolazione (1). Alla sua diffusione ha indubbiamente
concorso anche il network accademico Identinet fondato nel 2008 da Jane Caplan
e Edward Higgs allo scopo «to tell the story of individual identification within a
long-term, international and comparative framework» (2). In questa direzione le
più note ricerche di Valentin Groebner, di Ilsen About e Vincent Denis hanno
mostrato una continuità nelle pratiche di identificazione delle persone dal
medioevo sino ai nostri giorni, evidenziando come tali operazioni rinviino a una
pluralità di scopi e di funzioni (3).

Il saggio si colloca nell’ambito del progetto FIRB 2012 «Frontiere marittime nel Mediterraneo:
quale permeabilità? scambi, controllo, respingimenti = XVI-XXI secolo» coordinato dalla dott.ssa
Valentina Favarò.
(1) J. Torpey, The Invention of the Passport: Surveillance, Citizenship and the State, Cambridge,
Cambridge University Press, 2000. Il volume in realtà era stato preceduto da un seminario svoltosi
in California nel 1998 e poi confluito in Documenting individual identity. The development of
state practices in the modern world, J. Caplan - J. Torpey (eds), Princeton and Oxford, Princeton
University Press, 2001. Si veda anche «Genèses», 30, 1998, dedicato a Emigrés, vagabonds,
passeports.
(2) http://identinet.org.uk: The Documentation of Individual Identity: Historical and
Comparative Perspectives since 1500.
(3) V. Groebner, Der Schein der Person. Steckbrief, Ausweis und Kontrolle im Mittelalter,
München, Verlag C. H. Beck oHG, 2004, trad. it. Storia dell’identità personale e della sua
certificazione. Scheda segnaletica, documento di identità e controllo nell’Europa moderna, Bellinzona,
Edizioni Casagrande, 2008; V. Denis, Une histoire de l’identité: France 1715-1815, Seyssel, Champ
Vallon, 2008; I. About - V. Denis, Histoire de l’identification des personnes, Paris, La Découverte,
582 Note e documenti

L’approccio privilegiato di questi studi è stato però generalmente quello


statale e il rapporto tra identificazione e sorveglianza è risultato dominante: si
tratta di una impostazione che deve molto da una parte alla lezione foucaultiana
sulla “governamentalità”, dall’altra all’interpretazione neo-weberiana del
“monopolio” dello stato (4). Solo recentemente Keith Breckenridge e Simon
Szreter hanno rilevato l’opportunità di superare il paradigma statalista,
evidenziando invece le ragioni e gli interessi dei soggetti identificati, ma anche la
molteplicità dei soggetti identificanti (5).
Il tema insomma non può essere affrontato solamente a partire dalla
necessità dello stato di controllare il territorio e la popolazione, oppure in
relazione alle procedure di rilascio del passaporto, ma riguarda altri ambiti
come quello della proprietà, delle testimonianze, della fiscalità, dei diritti, della
giustizia. Va considerata infatti anche l’esigenza da parte dei singoli di certificare
una condizione, assicurarsi un diritto o un privilegio, passando attraverso una
registrazione, che rappresenta di per sé un riconoscimento, una validazione
anche dell’identità di chi ne è oggetto. In questo senso gli aspetti “positivi” di
attribuzione di diritti o privilegi assumono una nuova evidenza rispetto a quelli
coercitivi, e le pratiche di registrazione appaiono più strettamente connesse
alle procedure di identificazione; mentre d’altra parte risulta evidente come tali
compiti non siano stati solo una prerogativa di agenti statali, ma abbiano attivato
una svariata gamma di soggetti e corpi laici ed ecclesiastici (6).
Nel riferirci a società del passato, che non avevano ancora elaborato
tecniche sofisticate e criteri ben definiti anche sul piano giuridico, è necessario

2010. Segnalo anche C. Judde de la Rivière, Du sceau au passeport. Genèse des pratiques médiévales
de l’identification, in L’identification. Genèse d’un travail d’État, a cura di G. Noiriel, Paris, Belin,
2007, pp. 57-78.
(4) Una compiuta riflessione su queste tematiche è stata recentemente condotta sul piano
metodologico da A. Buono, Identificazione e registrazione dell’identità. Una proposta metodologica,
in «Mediterranea-ricerche storiche», 30, 2014, pp. 107-120. Il saggio si rivela anche un’utile
rassegna storiografica sul tema. In Italia si è occupato del filone soprattutto il gruppo di Livio
Antonielli: si vedano gli atti del convegno di Messina del 2010 su Procedure, metodi, strumenti
per l’identificazione delle persone e per il controllo del territorio, a cura di L. Antonielli, Soveria
Mannelli, Rubbettino, 2014; e il recente volume di L. Di Fiore, Alla frontiera. Confini e documenti
di identità nel Mezzogiorno continentale preunitario, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013.
(5) S. Szreter - K. Breckenridge, Editors’ Introduction. Recognition and Registration: The
Infrastructure of Personhood in World History, in Registration and Recognition: Documenting the
Person in World History, a cura di Idd., Oxford, Oxford University Press/ British Academy, 2012.
Cfr. anche il successivo volume Identification and Registration Practices in Transnational Perspective:
People, Papers and Practices, a cura di I. About - J. Brown - G. Lonergan, Basingstoke, Palgrave
Macmillan, 2013.
(6) Cfr. A. Buono, Identificazione e registrazione dell’identità, cit., pp. 110-114.
Note e documenti 583

comunque attenuare il valore di categorie e di schemi che mal si adattano


a realtà situazioni esigenze indubbiamente diverse dalle nostre; e provare a
interpretare quelle procedure dal punto di vista di coloro che le attivavano. Si
trattava di operazioni volte non solo a controllare, ma anche ad attestare una
condizione, a includere o a escludere, a consentire, negare oppure assicurare
l’accesso a privilegi e risorse materiali e immateriali, magari su richiesta
degli stessi interessati, come nel caso della cittadinanza o dei trasferimenti di
proprietà. Esse insomma si dispiegano su una molteplicità di percorsi che vanno
contestualizzati di volta in volta e ci obbligano a chiederci chi le proponesse e
chi le attuasse, e con quali strumenti e procedure, per quali finalità, e come esse
poi fossero recepite e utilizzate. Questi processi ci rimandano infatti all’ampia
gamma di scopi e di funzioni per i quali si rendeva necessario procedere alla
registrazione o all’identificazione delle persone e al loro riconoscimento, spesso
in vista dell’attestazione di una condizione, nel quadro di rapporti sociali più o
meno complessi in contesti in cui l’oralità, la memoria, la publica fides giocavano
un ruolo preminente.
Come nel resto d’Europa, anche in Sicilia si svilupparono forme specifiche
di identificazione e registrazione delle persone documentate a partire dall’età
medievale e nella prima età moderna. Obiettivo di questo saggio è di focalizzare
alcune di queste operazioni, individuando dei percorsi di ricerca, sulla base della
ricca documentazione archivistica presente in Sicilia prodotta a diverso titolo in
un arco cronologico, che si è limitato deliberatamente al periodo compreso tra
l’età medievale e la prima età moderna, tralasciando le problematiche inerenti
all’uso del passaporto come strumento principale di identificazione e di controllo
della mobilità da parte dello stato.

1. L’attestazione notarile

L’attività notarile rappresenta un elemento interessante di riflessione in


considerazione del fatto che qualsiasi transazione economica, qualsiasi accordo
tra le parti, qualsiasi volontà passava attraverso la certificazione notarile. Il
documento redatto da un notaio nella sua qualità di pubblico ufficiale secondo
determinate formule assume infatti il carattere di prova legale del fatto, che il
notaio attesta come avvenuto alla sua presenza.
In Sicilia, secondo la normativa federiciana del 1232, il notaio pubblico,
nominato dal sovrano, non era investito di una piena facoltà certificativa,
ma condivideva la responsabilità documentaria con il giudice (“giudice ai
584 Note e documenti

contratti”(7): entrambi infatti sottoscrivevano obbligatoriamente il documento


privato e alle loro sottoscrizioni si aggiungevano quelle di due o tre testimoni
maggiorenni, i testes, che dovevano essere «bone et probate opinionis», «probate
fidei», e possibilmente anche «scientes litteras» (8). Anche il notaio del resto per
accedere all’esame e conseguire il titolo doveva produrre delle lictere testimoniales
rilasciate dagli ufficiali del luogo dove questi avrebbe dovuto esercitare, che ne
attestassero la fides e i mores, oltre che la sua conoscenza delle consuetudini
locali (9). Circostanza confermata in seguito anche da Alfonso il Magnanimo, che
prescrisse inoltre l’attestazione, da parte degli ufficiali del luogo di residenza,
della sua condizione di figlio legittimo (10).
Le consuetudini di Palermo, come anche di Catania e Messina, non ritenevano
però necessaria ai fini della validità dell’atto la presenza del giudice ai contratti,
se vi era pieno e reciproco accordo tra le parti che intervenivano nell’azione
giuridica (11). La tradizione consuetudinaria individuava così nella redazione del
documento da parte di un notaio pubblico e nella partecipazione al negozio di
testimoni credibili e preferibilmente alfabetizzati i due elementi imprescindibili
per conferire publica fides agli instrumenta, riservando all’intervento del giudice
ai contratti una funzione accessoria. Il che spiega anche l’importanza assegnata
alle sottoscrizioni dei testimoni, precedute dai signa manus, le firme a forma di
croce, spesso più semplici e incerte di quelle notarili, con cui si apriva la formula
di testimonianza (12).

(7) Cfr. anche P. Massa, Documenti, formule e persone nelle carte di Avellino (X-XII secolo), in
«Scrineum Rivista», 9, 2012, pp. 30-31.
(8) Cfr. M. Moscone, Notai e giudici cittadini dai documenti originali palermitani di età aragonese
(1282-1391), Quaderni, VI, Palermo, Archivio di Stato di Palermo, 2008. Sulla regolamentazione
normativa dell’attività notarile attuata da Alfonso il Magnanimo nel 1440, ultima tappa di un lungo
percorso, cfr. B. Pasciuta, Profili normativi e identità sociale: il notariato a Palermo nel XIV secolo,
in Il notaio e la città. Essere notaio: i tempi e i luoghi (secc. XII-XV). Atti del convegno di studi
storici (Genova, 9-10 novembre 2007), a cura di V. Piergiovanni, Milano, Giuffrè, 2009, pp. 115-
116. Sull’argomento, cfr. anche Ead., I notai a Palermo nel XIV secolo. Uno studio prosopografico,
Soveria Mannelli, Rubbettino, 1995, pp. 56-57.
(9) B. Pasciuta, I notai a Palermo nel XIV secolo, cit., p. 47.
(10) Ead., Profili normativi e identità sociale, cit., p. 119. Il cap. CCLV di Alfonso presciveva
che «Neminem posse notariae artis examen ingredi, nisi per prius nobis, aut Protonotario, per
litteras officialium loci, in quo habitat, si ex legitimo matrimonio natus est, tum etiam de ius vita,
et moribus constiterit».
(11) M. Moscone, Notai e giudici cittadini, cit., pp. 24 sgg.
(12) L’analisi paleografica della scrittura delle sottoscrizioni fornisce importanti informazioni
sul piano antropologico e culturale (L. Sciascia, Il seme nero. Storia e memoria in Sicilia, Messina,
Sicania, 1996, pp. 15-25); cfr. anche P. Sardina, Il labirinto della memoria. Clan familiari, potere
regio e amministrazione cittadina ad Agrigento tra Duecento e Quattrocento, Caltanissetta-Roma,
Salvatore Sciascia, 2011, pp. 131-137, e i molti esempi di sottoscrizione riprodotti (ivi, pp. 138-
Note e documenti 585

Nel documento scritto la firma indicava la presenza fisica del notaio (coram
nobis) e dei testimoni innanzi ai quali si concretizzava l’azione giuridica, ed era
necessaria perché questa fosse valida. Particolarmente importante era perciò il
signum tabellionis, che da iniziale segno di croce assunse sempre più un carattere
ornamentale, divenendo un segno distintivo del singolo notaio – di cui rivelava
l’identità e il ruolo – che la stessa normativa giuridica imponeva per trasformare
un documento scritto in un atto giuridico autentico (13). I signa rappresentavano
insomma la loro presenza in termini giuridicamente validi: assolvevano nei
documenti privati la stessa funzione di garanzia di autenticità che in quelli
pubblici avevano i sigilli, tanto che non potevano essere modificati senza
l’autorizzazione del sovrano (14). Talvolta essi erano costituiti dal monogramma
del nome del notaio: la lettera iniziale veniva decorata con molta cura quasi a
sottolineare il carattere autografo del segno e lo stretto legame con la persona (15).
In altri casi essi riproducevano graficamente il nome del notaio assumendo un
valore simbolico («signum parlante»): a Palermo, ad esempio, il notaio Andrea
de Belclaris, sacerdote, non usava il monogramma, ma un signum crucis a
forma di ostensorio sormontato da una croce più piccola, al quale aggiungeva
l’ornamentazione delle parole et ego (16).
Al segno di croce si accompagnava infatti la seconda componente della
formula, ossia il nome dello scrivente, di norma preceduto dal pronome personale
(ego). L’Ego iniziale poteva pure essere inglobato entro il segno della croce a forma
di monogramma. Nel caso dei notai in particolare esso ci consente di sapere se il
notaio era di nomina regia, apostolica o imperiale e la circoscrizione territoriale
nella quale era abilitato a rogare. Nella Sicilia orientale, ad esempio, prevaleva
l’uso di collocare il monogramma alla fine della sottoscrizione: a Catania esso

143). Per un primo studio dei segni manuali nella documentazione siciliana, in particolare di area
palermitana e messinese, si rinvia a Segni manuali e decorazioni nei documenti siciliani, a cura di D.
Ciccarelli, Officina di Studi Medievali, Palermo, 2002.
(13) B. Fraenkel, La Signature: genèse d’un signe, Paris, Gallimard, 1992.
(14) B. M. Bedos-Rezak, Medieval Identity: A Sign and a Concept, in «The American Historical
Review», CV, 2000, 5, pp. 1489-1533, a proposito dei sigilli ha sottolineato che il segno grafico
individuale rappresentava in termini giuridicamente validi la persona fisica, evidenziando
come questo legame sia da connettere ai dibattiti sulla presenza reale di Cristo nell’eucarestia e
all’affermazione di nuove forme di scrittura giuridica. Della stessa autrice, cfr. il più recente When
Ego Was Imago, Leiden, Brill, 2010.
(15) L’analisi dei signa e la loro comparazione ha reso possibile, ad esempio, l’identificazione
personale e professionale del poeta e notaio Mazzeo di Ricca, sul cui cognome e attività esistevano
molte incertezze (D. Ciccarelli, Teodoro il filosofo, Mazzeo di Ricco, Stefano di Protonotaro: nuovi
apporti documentari, in «Schede medievali», 6-7, 1984, pp. 99-110).
(16) L. Sciascia, Pergamene siciliane dell’Archivio della Corona d’Aragona (1188-1347),
Palermo, Società Siciliana per la Storia Patria, 1994, pp. 32-33.
586 Note e documenti

era circondato da una cornice, quasi a voler imitare l’impronta di un sigillo (17).
A volte il nome era seguito anche dalla qualifica di identificabilità, che spesso
fornisce importanti informazioni sulla famiglia di appartenenza, sul luogo di
origine o sull’attività professionale o mestiere del soggetto nel caso dei testimoni.
Il singolo era pur sempre connesso a un ordine che ne identificava il rango, la
parentela e la professione. Particolarmente interessante risulta la sottoscrizione
autografa in arabo apposta da un testimone in una pergamena vergata a mano
a Palermo dal notaio Goffredo il 15 ottobre 1201 e relativa alla vendita di una
domus: essa si apre e chiude con due segni di croce e riporta il nome del teste
seguito dal patronimico introdotto dall’espressione «figlio di», mentre la nisba,
che ne dichiara la provenienza, assume il ruolo del cognome toponimico (18).
La sottoscrizione, oltre che elemento di identificazione, si rivela così portatrice
di identità culturale. Il nome del testimone, ‘Abd al-Masih significa «Servo del
Messia», lascia trasparire l’identità di un cristiano arabo, così come cristiano
è il nome del padre, probabilmente un converso dall’Islam, mentre l’origine
nordafricana del toponimico potrebbe ricollegarsi alla politica di Ruggero II,
che accolse nella capitale normanna molti rifugiati arabi cristiani provenienti dal
nord Africa.
La formula di sottoscrizione si concludeva infine con la terza componente
essenziale, ossia la qualifica di testimonianza o di sottoscrizione (me subscripsi,
testis sum, etc.), nella quale lo scrivente specificava la propria funzione. La sequenza
delle subscriptiones poteva essere condizionata dalla cosiddetta «gerarchia di
posizione», «una sorta se non di regola certo di tendenza che voleva si rispettasse
di massima una priorità nell’ordine di posizione legata alla rilevanza sociale dei
singoli scriventi, espressa a volte con la qualifica di identificabilità»(19). Negli atti
generalmente non ci sono le sottoscrizioni dei contraenti, che invece dovevano
trovarsi nell’originale redatto per gli interessati (20).
In ogni caso queste firme più antiche, talora eleganti e ricercate, talora
incerte e impacciate, a distanza di secoli ci dicono qualcosa di coloro che l’hanno

(17) Ibidem, p. 32.


(18) Il caso è esaminato da G. Mandalà, La sottoscrizione araba di ‘Abd al-Masih (Palermo, 15
ottobre 1201), in «Quaderni di studi arabi», n.s. 3, 2008, 153-164.
(19) A. Petrucci - C. Romeo, “Scriptores in urbibus”. Alfabetismo e cultura scritta nell’Italia
altomedievale, Bologna, il Mulino, 1992, p. 159. Sull’argomento, cfr. anche M. Moscone, Un
modello di documento semipubblico nella Sicilia tardomedievale: la designatio syndicorum di Palermo
e Messina per l’ambasceria del 1338 a Benedetto XII, in «Mediterranea-ricerche storiche», 5, 2005,
pp. 495-520.
(20) Cfr. ad esempio M.S. Guccione, Le imbreviature del notaio Bartolomeo de Alamanna a
Palermo (1332-1333), Roma, Il Centro di ricerca, 1982.
Note e documenti 587

apposta, trasferendoci «una sottile emozione» – tanto più perché riferite a epoche
in cui il materiale iconografico è scarso – come nel «vedere la firma-ritratto di
Bartolomeo da Neocastro, o quella regolare del frate carmelitano Alberto
Abbate, poi canonizzato e diventato uno dei santi più venerati dell’ordine, o
ancora quella minuta e ordinata, da ragioniere, di Enrico Rosso, il più inquieto e
volubile dei grandi feudatari siciliani del XIV secolo» (21).
Ma come avveniva invece l’identificazione dei contraenti, attori dell’atto? Già
nei documenti più antichi erano indicati diversi elementi di identificazione delle
parti che intervenivano nel negozio, come il loro nome e cognome (patronimico),
la loro nazione o cittadinanza (22), eventuali relazioni di parentela, il mestiere.
L’età dei minori veniva invece verificata sulla base dell’aspetto fisico (ut apparet per
aspectum sui corporis) e solo in alcuni casi dalla metà del Cinquecento convalidata
dalla fede di battesimo (23). Specificata era anche l’identità religiosa per i non
cristiani, ad esempio i giudei. Le donne venivano generalmente identificate
in relazione al marito, al padre o al fratello. Si tratta insomma di una serie di
informazioni che consentivano di riconoscere una persona in quanto rimandano
in modo permanente a quella stessa persona: il dato identitario rimane immutato
una volta acquisito e viene riconosciuto da altri soggetti.
I contraenti non erano comunque tenuti a provare la loro identità. Solo in
documenti notarili più tardi è certificata con maggiore regolarità la formula mihi
notario cognitus, che rappresenta una attestazione esplicita di riconoscimento da
parte del notaio, che si assume la responsabilità dell’identificazione. Ci riferiamo
d’altronde a società che si fondavano su conoscenza e fiducia reciproche, in cui
ogni persona era concepita in rapporto a una rete in seno a una comunità o a un
gruppo del quale faceva parte e di cui la famiglia costituiva la cellula essenziale.
Un ruolo fondamentale avevano comunque – come si è detto – i testimoni oculari
dell’atto, che confermavano con la propria sottoscrizione la loro presenza e la loro

(21) L. Sciascia, Il seme nero, cit., p. 23.


(22) Negli anni Cinquanta del Trecento Genovesi e Liguri si identificavano facilmente grazie
al nome, anche perché questo è sempre accompagnato dall’esplicitazione ianuensis, oppure civis
Ianue; mentre invece i Toscani, in gran parte Pisani, vengono identificati essenzialmente dal
cognome, anche perché quasi tutti presenti ormai da almeno due generazioni.
(23) Si veda il caso di Ludovico Russo che nel 1587 aveva già compiuto il diciottesimo anno
di età, essendo stato battezzato il 29 luglio 1568 come documentava la sua fede di battesimo,
e poteva quindi donare al fratello Gian Giacomo (futuro notaio) i beni ereditati alla morte dei
genitori (Archivio di Stato di Termini Imerese, notaio Pietro Paolo Abruzzo di Castelbuono, b.
2194, 31 ottobre 1587, c. 127r). Alla metà del Settecento nei procedimenti penali l’età dei testimoni
è accertata sulla base della dichiarazione degli stessi e dell’aspetto fisico («ut ipse dixit et suo nobis
demonstravit aspectu»): cfr. Z. Russo e Diana, Pratica per la formazione de’ processi criminali,
Palermo, 1750, p. 126.
588 Note e documenti

identità: la memoria, l’evidenza, la fama, la reputazione, il possesso riconosciuto


costituiscono di per sé la base di ogni atto pubblico.
L’attenzione evidentemente si concentrava piuttosto sul bene oggetto del
negotium, di cui veniva indicato ove possibile qualche attributo di identificazione,
e di cui si doveva certificare ad esempio la proprietà. Si identificava il bestiame
venduto attraverso la riproduzione del marchio apposto sul corpo di ciascun
capo (24). Anche di schiavi e servi, considerati alla stregua di merci o cose,
venduti, ceduti in dote o manomessi, veniva indicato, oltre al nome, il colore
della pelle e anche la religione di appartenenza (25). Particolarmente interessante
appare la vendita di un servo «album christianum de genere sarracenorum»(26),
o il riferimento a una «ancilla nomine Asa, olim de genere Saracenorum
Nafusiensium orta, olivacia» (27), o del servo Matteo «nunc christianum, de
genere tamen saracenorum et gerbinorum» (28), espressioni che fanno riferimento
a una «natura» particolare di queste persone (29). Il termine generalmente usato

(24) Cfr. H. Bresch, Contributo ad una etnografia della Sicilia medievale: i marchi di bestiame,
in «Archeologia Medievale», 4, 1977, pp. 331-340; e anche M.S. Guccione, Le imbreviature del
notaio Bartholomeo de Alamanna, cit., p. XI.
(25) Così per l’«ancillam unam nigram christianam» di nome Venera (P. Burgarella, Le
imbreviature del notaio Adamo de Citella a Palermo (1° Registro: 1286-1287), Roma, Il Centro di
ricerca, 1982, atto n. 49, pp. 45-46) e per la serva «nigram sarracenam» di nome Fatima (ivi, atto,
n. 60, p. 52) o della serva «olivacciam sarracenam» di nome Maymona (ivi, atto n. 70, p. 57) o nel
caso di due servi «albi christiani» manomessi (ivi, atto n. 239, p. 147). Si trova anche l’espressione
«coloris olivi» (ivi, atto n. 350, p. 212) oppure «coloris olivacii» (L. Sciascia, Pergamene siciliane,
cit., atto n. 118, p. 302). La contrapposizione bianco/ nero non era ancora recepita (viene usato il
termine albus), e il nesso provenienza/ colore non era ancora ritenuto inevitabile. Sul colore della
pelle, si veda V. Groebner, Storia dell’identità personale, cit., p. 115.
(26) P. Gulotta, Le imbreviature del notaio Adamo de Citella a Palermo (2° Registro: 1298-
1299), Roma, Il Centro di ricerca, 1982, atto n. 232, p. 182.
(27) Il registro del notaio ericino Giovanni Maiorana (1297-1300), a cura di A. Sparti, Palermo,
Accademia di Scienze Lettere e Arti, 1982, 2 voll., I, atto n. 3, p. 17.
(28) Cfr. L. Sciascia, Il seme nero, cit., p. 82.
(29) Vedi anche P. Burgarella, Le imbreviature del notaio Adamo de Citella, cit., atto n. 350, p.
212 («ancillam furtivam nomine Bonettam coloris olivi babtizatam de genere sarracenorum»). Cfr.
V. Groebner, Storia dell’identità personale, cit., pp. 116-123, che richiama la dottrina medievale
della complessione con cui si spiegava sia la natura della specie sia quella dell’individuo, e anche il
diverso colore della pelle, sulla base della combinazione di quattro qualità: caldo, freddo, umido
e secco. La fisiognomica conobbe una certa fortuna presso la corte di Federico II, non solo in
relazione alla riscoperta di testi classici, ma anche alla elaborazione di contributi originali. A tale
contesto va ascritto il trattato di Michele Scoto sulla fisiognomica, composto tra il 1228 e il 1235
circa, che rappresenta il primo originale contributo medievale a questa disciplina prodotto in
Occidente. Si veda D. Jacquart, La Fisiognomica: il trattato di Michele Scoto, in Federico II e le
scienze, a cura di P. Toubert, A. Paravicini Bagliani, Palermo, Sellerio, 1994, pp. 338-353; J. Agrimi,
Ingeniosa scientia nature. Studi sulla fisiognomica medievale, Sismel edizioni del Galluzzo, Firenze,
2002; P. Morpurgo, Il concetto di natura in Michele Scoto, in «Clio», 22, 1986, pp. 5-21).
Note e documenti 589

dai notai siciliani per designare gli schiavi è infatti quello di servus (30). Anche la
diversità tra i termini utilizzati negli atti notarili lascia trasparire identità diverse:
il termine sclavus (o sclava), rispetto a servus, servula, ancilla sembra adoperato
con riferimento etnico per gli schiavi provenienti dai paesi balcanici (Romania,
Grecia, Dalmazia), come nel caso della «sclave de Sclavonia nomine Rade» in
un atto del notaio Citella del 1287 (31). Solo successivamente tra il 1300 e il
1350 però si determinò sul mercato siciliano un flusso più consistente di schiavi
cosiddetti «greci di Romania», razziati durante l’espansione feroce dei catalani,
e di religione ortodossa, dunque cristiani scismatici, che vengono indicati
genericamente col termine di servus, come nel caso della «servam unam grecam
de Romania nomine Maria», che il nome proprio identifica sicuramente come
cristiana (32).

2. Registri battesimali e onomastica

In ogni documento dunque erano trascritti dei nomi, che attestavano la


presenza della persona al negozio giuridico. Nelle più antiche imbreviature del
notaio Citella, come si è visto, compare generalmente anche il patronimico dei
contraenti, che poi si stabilizza come cognome (33). Ma furono soprattutto le

(30) Cfr. B. Pasciuta, “Homines aut liberi sunt aut servi”: riflessione giuridica e interventi
normativi sulla condizione servile fra medioevo ed età moderna, in Schiavitù religione e libertà nel
Mediterraneo tra medioevo ed età moderna, a cura di G. Fiume, Incontri Meridionali. Numero
monografico XVII, 2008, 1-2, pp. 48-60.
(31) Cfr. P. Burgarella, Il protocollo del notaio Adamo Citella dell’anno 1286-87, in «Archivio
Storico per la Sicilia Orientale», anno LXXV, 1979, p. 453.
(32) M. S. Guccione, Le imbreviature del notaio Bartholomeo de Alamanna, cit., atto n. 23,
p. 33. Sull’argomento, cfr. A. Giuffrida, La legislazione siciliana sulla schiavitù (1310-1812). Da
Arnaldo Villanova al consultore Troysi, in I francescani e la politica, a cura di A. Musco, Palermo,
Officina di Studi Medievali, 2007, p. 554. Henri Bresc rileva che dal 1250 al 1300 gli schiavi
presenti in Sicilia erano soprattutto saraceni di origine siciliana, iberica o maghrebina, tra il 1300 e
il 1350 erano prevalentemente greci della Romania bizantina, tra il 1350 e il 1400 tartari e del Mar
Nero immessi sul mercato dai genovesi. A seguito delle ultime pesti del Trecento furono sfruttati
soprattutto i neri africani (G. e H. Bresc, Lavoro agricolo e lavoro artigianale nella Sicilia medievale,
ora in Henri Bresc. Una stagione in Sicilia, a cura di M. Pacifico, Quaderni-Mediterranea ricerche
storiche, n. 11, Palermo, Associazione Mediterranea, 2010, pp. 485-486.
(33) Per un’analisi puntuale, rinvio a I. Mirazita, L’antroponimia nelle imbreviature del notaio
Adamo de Citella (1° registro: 1286-87), in «Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen-
Age, Temps modernes», CVII, 1995, 2, pp. 415-425. Sull’argomento, cfr. P. Beck - M. Bourin
- P. Chareille, Nommer au Moyen-Age: du surnom au patronyme, in Le patronyme. Histoire,
anthropologie, société, a cura di G. Brunet - P. Darlu - G. Zei, Paris, CNRS Éditions, 2001, pp.
590 Note e documenti

istituzioni ecclesiastiche a produrre le prime registrazioni di persone in atti di


battesimo, ma anche in elenchi finalizzati alla distribuzione del sacramento della
comunione in occasione della Pasqua, i cosiddetti «stati d’anime». Solo a partire
dal Concilio di Trento (1545-1563) fu però imposta ai parroci la registrazione
regolare dei registri di battesimo, matrimonio, morte e stati d’anime (34). Questi
a richiesta potevano rilasciare gli estratti della documentazione, che nei fatti
aveva valore giuridico: fedi di battesimo o di matrimonio attestavano, a tutti gli
effetti, l’età e lo stato civile delle persone, ma avevano valore anche ai fini della
cittadinanza. Appare evidente l’importanza di questo sistema di registrazione
controllato dalla Chiesa, che però le magistrature locali utilizzavano per
dimostrare l’identità di una persona, e che diviene ben presto la pietra angolare
delle pratiche di identificazione legale in Europa nel corso dell’età moderna (35).
Anche nel notarile – come si è visto – essa assume un ruolo importante come
forma di accertamento della proprietà di un bene e della sua trasmissione.
Le serie più antiche cominciano dunque dalla metà del Cinquecento e
arrivano sino ai nostri giorni (36). I più antichi registri della parrocchia di Santa
Croce a Palermo risalgono al 1522. Nei paesi delle Madonie che facevano parte
della diocesi di Messina le registrazioni iniziarono dall’1 giugno 1585 per ordine
dell’arcivescovo di Messina (37). A Castelbuono, ad esempio, la serie degli
atti è prodotta con continuità dal settembre 1585, ma già nel 1568 i battesimi
venivano registrati se le autorità ecclesiastiche a distanza di circa venti anni erano
in condizione di rilasciare delle fedi, che consentivano ai notai – come si è già

13-38. Sull’onomastica nelle società di cultura islamica (le «nom arabe»), cfr. I. Grangaud - N.
Michel, Introduction, in «Revue des mondes musulmans et de la Méditerranée», 127, 2010, pp.
13-27 (on line http://remmm.revues.org/6571).
(34) In Inghilterra la registrazione parrocchiale fu imposta nel 1538 da Enrico VIII allo scopo
di fornire titoli legali di proprietà e promuovere la sicurezza dei ceti proprietari, ma anche in
rapporto alla Poor Law per identificare i poveri e controllare i vagabondi al fine di mantenere
l’ordine sociale (cfr. S. Szreter, The Parish Register in Early Modern English History: Registration
from Above and Below, in Identification and Registration Practices in Transnational Perspective,
cit., pp. 113-131; Id., Registration of Identities in Early Modern English Parishes and amongst the
English Overseas, in Registration and Recognition, cit., pp. 67-92). Per l’Italia, cfr. il volume Le fonti
della demografia storica in Italia. Atti del Seminario di demografia storica, 1972-1973, Roma CISP,
1975, I, parti I e II.
(35) Cfr. I. About - V. Denis, Histoire de l’identification des personnes, cit., p. 33. In occasione
della peste di Messina nel 1743 le autorità centrali per verificare il numero dei morti a causa del
contagio controllavano i registri parrocchiali (Archivio di Stato di Palermo, Suprema deputazione
generale di salute pubblica, vol. 87, cc. n.n., 28 gennaio 1744).
(36) In molte tra le principali città italiane si trovano spesso serie continue anche a partire da
età più antiche (a Siena dal 1381, a Firenze dal 1428, a Bologna dal 1459).
(37) C. Trasselli, Ricerche sulla popolazione della Sicilia nel XV secolo, Atti dell’Accademia di
Scienze Lettere e Arti di Palermo, Serie IV, 1956, p. 262.
Note e documenti 591

visto – di verificare il raggiungimento della maggiore età da parte di un cliente.


Nei registri battesimali si annotavano il nome del nato, il nome e cognome del
padre, il nome della madre (raramente anche il cognome), il nome del sacerdote
che aveva impartito il battesimo, il nome dei padrini. Nei registri di battesimo di
Petralia Sottana, il più antico dei quali risale al 1522, era sempre indicato il nome
dell’ostetrica e frequenti erano anche gli “alias” o i nomignoli con cui erano
individuate le persone (38).
Alcune interessanti indicazioni sull’onomastica e sull’uso del cognome
come elemento di identificazione possono desumersi anche da uno studio sul
quartiere Cassaro di Palermo nella prima metà del XV secolo (1441) a partire
un quadernetto in cui erano annotati i nomi dei capifamiglia che abitavano nel
quartiere con l’indicazione dell’imposta che ciascuno di essi doveva pagare(39).
Le registrazioni erano generalmente organizzate attorno al nome anche in
analoghe rilevazioni successive (40). L’analisi onomastica rivela che nella
maggior parte dei casi non veniva ancora usato il cognome come elemento di
identificazione dell’individuo, tranne che per grandi casate o esponenti dell’élite
cittadina (41). Degli altri capifamiglia una piccola percentuale era identificato
con un secondo nome, che poi si stabilizzava come cognome, derivato da un
nome di città, probabilmente quella di origine, mentre i più erano individuati
risalendo al nome proprio del padre o col mestiere esercitato, ma anche con
un soprannome(42). Gli artigiani palermitani, ad esempio, assunsero una loro

(38) F. Figlia, Poteri e società in un comune feudale, Caltanissetta-Roma, Salvatore Sciascia


editore, 1990, pp. 401-402. A Bivona esiste un registro del 1545 (S. Agata) e poi la serie è più
regolare a partire dal 1549 (A. Marrone, Bivona città feudale, Caltanissetta-Roma, Salvatore
Sciascia editore, 1987, 2 voll., II, p. 676).
(39) A. Giuffrida, «Lu quartieri di lu Cassaru». Note sul quartiere del Cassaro a Palermo
nella prima metà del secolo XV, in «Mélanges de l’École française de Rome. Moyen-Age, Temps
modernes», LXXXIII, 1971, 2, pp. 439-482.
(40) Si vedano ad esempio le registrazioni degli abitanti di Buccheri nella “colta” del 1474 (A.
Marrone - B. De Marco Spata, Buccheri. Storia economia e società dal XII al XVI secolo, Provincia
Regionale di Siracusa, pp. 108-141), ma anche nei riveli effettuati a scopo fiscale, di cui abbiamo
ampia documentazione a partire dal 1548 (R. Cancila, Fisco ricchezza comunità nella Sicilia del
Cinquecento, Roma, Istituto Storico per l’età moderna e contemporanea, 2001, on line su www.
mediterranearicerchestoriche.it).
(41) Sull’uso del cognome e sulla sua trasmissione tra gli esponenti del patriziato urbano
palermitano nel periodo compreso tra il il 1274 e il 1350, cfr. I. Mirazita, Trasmissione del cognome
nell’aristocrazia urbana e nell’aristocrazia del denaro a Palermo fra XIII e XIV secolo, in «Mélanges
de l’Ecole française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes», CX, 1998, 1, pp. 103-112.
(42) A. Giuffrida, «Lu quartieri di lu Cassaru», cit., pp. 443-444. Gli studi di onomastica siciliana
hanno evidenziato la presenza in Sicilia di diversi cognomi di origine greca soprattutto nella parte
orientale (G. Caracausi, Dizionario onomastico della Sicilia, Palermo, 1994 e più recentemente D.
Macris, Cognomi di origine greca in Salento, Lucania, Calabria e Sicilia, in «Atti dell’Accademia
592 Note e documenti

identità sociale più precisa negli anni Ottanta del XIII secolo, negli anni cioé della
rivolta del Vespro, e si identificavano preferibilmente attraverso il mestiere o la
città di provenienza, come accadeva già per gli artigiani lombardi, che negli stessi
anni operavano a Palermo (43). Per le donne, così come anche nel notarile, era
usato accanto al proprio il nome del marito o del padre. Gli individui insomma
erano differenziati individuandone le caratteristiche principali, che ne definivano
generalmente le appartenenze, inserendoli in una filiazione e in una parentela,
ma ne enunciavano altresì la posizione all’interno della comunità rispetto, ad
esempio, all’attività lavorativa svolta (44).
Evidentemente l’uso del cognome, ormai consolidato tra le grandi e più
prestigiose casate, fu poi successivamente adottato anche dai ceti artigianali e
mercantili e recepito come utile per individuare, anche dopo diverse generazioni,
i proprietari di immobili. Così un campo era indicato dal nome di famiglia di colui
cui apparteneva e che poteva esercitare sul bene un potere diretto e immediato:
l’esercizio effettivo di un potere sulla res e il godimento del bene potevano essere
in tal modo riconosciuti socialmente ed economicamente.

3. «De quartiero in quarterio et de casa in casa»: domicilio e registrazione


del contribuente

Il censimento del Cassaro – come anche la registrazione battesimale legata


alla parrocchia di appartenenza – ci rimanda all’organizzazione della città per
quartieri e all’identificazione del quartiere con i suoi abitanti, ma anche degli

Peloritana dei Pericolanti, Classe di Lettere, Filosofia e Belle Arti», suppl. 1, LXXVI, 2000, pp.
183-190), come anche di forme arabe nei nomi di famiglia di parecchi ebrei siciliani: tra questi
ultimi si ritrovano molti nomi personali dei padri, divenuti poi in parte ereditari, ma anche nomi
di origine geografica, di mestiere o funzione che si stabilizzano tra Tre e Quattrocento (H. Bresc,
Arabi per lingua Ebrei per religione, Messina, Mesogea, 2001, p. 44). Cfr. anche R. L. Foti, Ego
Synibaldus. Per una storia della denominazione in Sicilia tra medioevo e eta moderna. Corleone
(1264-1593), in L’Italia dei cognomi. L’antroponimia italiana nel quadro mediterraneo, a cura di A.
Addobbati - R. Bizzocchi - G. Salinero, Pisa, University Press, 2012, pp. 231-304.
(43) I. Mirazita, Trasmissione del cognome nell’aristocrazia urbana, cit., p. 111, che registra
un’analoga tendenza anche nei notai. A Venezia, ad esempio, gli artigiani venivano designati
col nome proprio seguito dal mestiere, non perché non avessero cognome, ma perché l’autorità
incaricata della registrazione riteneva più utile l’indicazione dell’attività lavorativa svolta (J-F.
Chauvard, Come mai certi individui non hanno cognome? Pratiche di registrazione a Venezia attorno
al Concilio di Trento, in L’Italia dei cognomi, cit., pp. 345-364.
(44) Sottolinea, con particolare riferimento all’Italia meridionale, l’importanza della
discendenza maschile nella stabilizzazione del cognome G. Delille, Dal nome al cognome: la
metamorfosi dei gruppi di discendenza. L’esempio dell’Italia meridionale, ivi, pp. 365-378.
Note e documenti 593

abitanti con il loro quartiere. Elemento questo tanto più significativo se si


considera che – com’è noto – generalmente le diverse nationes o anche i diversi
mestieri tendevano a concentrarsi nella stessa zona o nella stessa strada. Questo
passaggio consente di trattare un altro elemento rilevante di identificazione e di
registrazione, quello cioè legato al domicilio.
La documentazione prodotta a fini fiscali si rivela un valido strumento di
analisi, anche perché rappresenta un importante passaggio istituzionale. Il livello
fiscale ci proietta infatti sul piano della registrazione di soggetti nella loro qualità
di contribuenti, operazione di cui si faceva carico l’amministrazione centrale con
giurisdizione estesa su tutto il territorio del Regno. Tale pratica, che si consolida
a partire dal Cinquecento, va distinta dall’identificazione degli individui in senso
stretto; ma è pur vero però che essa si dimostrò uno strumento di identificazione
della famiglia “contribuente” ancorata a un territorio e a un domicilio. Nel 1571
fu chiarito, ad esempio, che i beni mobili e le rendite sarebbero state calcolate là
dove i possessori avevano il loro domicilio. Inoltre, come anche per le registrazioni
parrocchiali va tenuto in debito conto la possibilità di uno sviluppo diverso da
quello iniziale per il quale si procedeva alla registrazione.
Relativamente alla Sicilia abbiamo notizia di conteggi dei fuochi sin dal 1277
e ancora nel 1282 (45); un censimento di fuochi fu fatto dal collettore pontificio
Bertrand du Manzel nel 1375 in conformità alle disposizioni della Moderatio
regia di Federico IV, in cui non furono censiti però gli ebrei, gli ecclesiastici, gli
schiavi tartari e i nullatenenti. Sappiamo di una numerazione di fuochi eseguita
da quattro commissari in occasione della riscossione nel 1404 in tutto il Regno
di una imposta per l’armamento di 12 galee (46). A partire da questa data e per
tutto il XV secolo si continuò a conteggiare – a scadenze periodiche, anche se
non regolari – il numero dei fuochi dell’isola (47). Solo dal 1505 disponiamo
però di dati seriali analitici centro per centro, e – soprattutto – delle modalità di
rilevamento stabilite a livello centrale su tutto il territorio, secondo procedure che
ora per la prima volta vengono messe a punto in modo organico, precisandosi e
perfezionandosi sempre più nel corso del secolo, sino a raggiungere una tipologia

(45) Cfr. H. Bresc, Un monde méditérranéen. Economie et societé en Sicile, 1300 - 1450,
Palermo, Accademia di Scienze Lettere e Arti di Palermo, 1986, pp. 59 sgg.
(46) R. Gregorio, Considerazioni sopra la storia di Sicilia dai tempi normanni sino ai presenti, a
cura di A. Saitta, Palermo, Edizioni della Regione Siciliana, 1972, 3 voll., II, p. 362. H. Bresc, Un
monde méditérranéen, cit., pp. 70-71.
(47) M. Aymard, La Sicilia - Profili demografici, in Storia della Sicilia, diretta da R. Romeo,
Palermo, Società Storia di Napoli del Mezzogiorno continentale e della Sicilia, 1978, VII, p. 220.
L’analisi dei dati è in H. Bresc, Un monde méditérranéen, cit., pp. 70-77.
594 Note e documenti

con caratteristiche che si mantennero per tutto l’antico regime (48). A ragione
possiamo dire che la storia della fiscalità nella Sicilia moderna inizia proprio
dopo questo momento.
Il censimento infatti non aveva uno scopo demografico, ma serviva a stabilire
la quota che ciascun centro abitato doveva al fisco, sulla base del numero dei
fuochi e della ricchezza privata (“facoltà”) accertata dai rilevatori o dichiarata
dai singoli. Attraverso queste procedure si procedeva intanto in prima istanza
a includere o a escludere coloro che erano tenuti al pagamento dell’imposta.
Più tardi il censimento costituì per i governi uno strumento potenzialmente
importante di conoscenza e di controllo della popolazione sul territorio: ogni
nucleo familiare poteva così essere registrato, identificato e raggiunto più
facilmente, soprattutto nel caso in cui si fosse fatto ricorso da parte dell’università
al pagamento per imposizione diretta. Non si trattava dunque di un’operazione
di semplice conteggio della popolazione.
Vale la pena di sottolineare che le istruzioni del 1505 rappresentano le prime
indicazioni precise sulla procedura utilizzata in Sicilia sia a livello centrale sia a
livello locale: esse segnano una tappa nella messa a punto progressiva delle regole
seguite nella realizzazione dei riveli, le dichiarazioni cioè dei capifa­miglia sulla
composizione familiare e la consistenza dei beni posseduti (49). I riveli riportano
infatti il nome e cognome del capofamiglia, il nome della moglie, i nomi dei figli
e le loro rispettive età (talvolta registrate con qualche incertezza) (50), rilevano
la presenza di servi e di schiavi, con le loro età, questi ultimi contabilizzati a
differenza dei servi tra i beni mobili e identificati oltre che dal nome anche dal
colore della pelle.
La direzione delle operazioni materiali di rilevamento dei dati venne
affidata a pochi «investigaturi» o «explo­raturi», i quali in base alle istruzioni
ricevute, appena giunti nelle città e terre demaniali, baronali ed ecclesiatiche
loro assegnate, avrebbero dovuto emanare un bando per ammonire che «ne la
cherca chi si havirà de fari per descrivere le capi de casa, numero de gente et

(48) Le istruzioni sono pubblicate in R. Cancila, Il Parlamento del 1505. Atti e documenti,
Catania, Bonanno, 1993, pp. 55-62.
(49) Sulle procedure seguite nella elaborazione di censimenti della popolazione in diverse
aree europee, cfr. M.-A. Arnould, Les relevés de feux, in «Typologie des sources du moyen âge
occidental», 18, 1976, pp. 42-45.
(50) Si veda a titolo di esempio il caso di Gerlando di Lomia di 30 anni «secundo li è stato
referuto per sua matri» e della moglie Francischella «di etati di anni 18 in dichinovi, oy pocu chui
oy pocu mancu», che invece dichiarano sicuri l’età della propria figlia (si tratta di riveli del 1548, i
primi a noi pervenuti). Cfr. R. Cancila, Fisco ricchezza comunità, cit., p. 398.
Note e documenti 595

valuta de loru substantia, nixuno digia commectere fraude, né li annotatore et


deputati affari la cherca digiano lassari alguno ad non scrivirselo, né li capi de casa
habiano occultare lu vero valore de loro substantie né augumentare lu numero de
le genti chi tenissiro in loru carricho» (51). Per la parte operativa, d’accordo con
i giurati e «altri persuni ydonei et vertuosi», avrebbero scelto un certo numero
di «facultosi, mediocri et poveri», ai quali – dopo averli fatti giurare – affidare il
compito di setacciare assieme ai giurati tutto l’abitato, di quartiere in quartiere,
di casa in casa («de quartiero in quarterio et de casa in casa»), per annotare in un
apposito quaderno il nome e cognome del capofamiglia, il numero di familiari
a suo carico e il valore dei suoi beni (rivelo). Essi dunque avevano il compito di
registrare ogni nucleo abitativo, certificandone di conseguenza la sua presenza
sul territorio, e identificandolo col nome del suo capofamiglia: il «capo di
casa» era il responsabile dell’unità di residenza fiscale e rispondeva perciò della
dichiarazione resa. Il suo nome figura al primo posto nell’elenco dei componenti
l’aggregato domestico, seguito da quello della moglie, dei figli e di eventuali altri
parenti coresidenti.
Nessuno – come si è detto – sarebbe dovuto essere tralasciato, neppure i
giurati, che solitamente erano esenti dal partecipare al pagamento del donativo,
o coloro che asserivano di esserlo: unica concessione a costoro era l’annotazione,
a margine del foglio, della ragione dell’asserita esenzione, che molto spesso era il
privilegio della cittadinanza in una città franca. Agli assenti si sarebbe concesso
attraverso i familiari un certo lasso di tempo per presentarsi «ad revelare» la
loro posizione; in caso di mancata presentazione dell’assente, le informazioni sul
numero delle persone e sul valore dei beni sarebbero state attinte presso terzi.
Particolare cura meritavano la descrizione «de li renditi et patrimonio chi hanno
alcuni chitatini et terri, maxime quilli chi pagano supra lo dicto patrimonio e non
per taxa particulari».
Per accertare la correttezza dei dati raccolti e la man­canza di frodi nel loro
rilevamento, i delegati avrebbero potuto far leggere pubblicamente i risultati
del censimento e, in caso di errori, provvedere alle correzioni sulla base delle
indicazioni della maggioranza dei presenti. Copia del quaderno contenente i dati
doveva essere consegnata al mastro notaro dell’università perché la conservasse
agli atti (52). Il controllo era dunque esercitato dall’intero corpo dei cittadini
con una procedura pubblica perché era interesse generale verificare la veridicità
delle dichiarazioni, in quanto l’eventuale abuso dei singoli non si perpetrava

(51) Ead., Il Parlamento del 1505, cit., p. 60.


(52) ASP, Protonotaro del regno, vol. 208, cc. 64v-65r.
596 Note e documenti

tanto ai danni dello stato quanto della comunità nel suo insieme. La quota da
pagare al regio erario era assegnata infatti dal centro proprio sulla base di quelle
dichiarazioni. È pur vero però – e va segnalato – che si configurava d’altra parte
un interesse collettivo a mentire, soprattutto in relazione alle dichiarazioni
relative alla ricchezza, proprio perché alle comunità che dichiaravano valori più
bassi era richiesto un gettito fiscale di minore entità. Ma questa consapevolezza
maturò solo più tardi.
Col secondo censimento, quello del 1548, il sistema rivela migliori e più
affinate capacità organizzative. Intanto, rispetto al 1505 cresceva a dismisura,
passando da sei a ventidue, il numero dei delegati preposti alla direzione del
rilevamento, ciascuno dei quali doveva essere coadiuvato nella sua azione da
«una persona religiosa» e da uno scrivano: sessantasei in tutto, «persone di
qualità, integri et virtuosi secondo lo negocio ricerca», nella cui «virtù, integrità et
sufficientia» è possibile confidare (53). Le stesse istruzioni inviate ai delegati regi,
incaricati di raccogliere le informazioni, si fanno inoltre ancor più dettagliate (54).
È meglio sottolineato che i riveli dovevano contenere informazioni precise sul
capo di casa e sul suo carico familiare (cargho de la famigla); inoltre, se «vi fossero
in una midesma casa diversi capi di famiglia dummodo non vivano in comuni»,
questi nuclei dovevano essere descritti separatamente; così come separatamente
dovevano essere annotate le «persone miserabile, vidoe povere et ecclesiastiche
persone», che generalmente erano poi escluse dal pagamento dell’imposta.
Nei riveli la famiglia è da intendere perciò come “famiglia contribuente”.
Due elementi emergono infatti da queste istruzioni: il capofamiglia è colui
che permette di identificare un gruppo familiare da lui dipendente (cargho de
la famigla); il vivere in comuni costituisce una condizione fondamentale per
individuare la famiglia, tant’ è che coloro che, pur abitando nella stessa casa,
non vivevano in comune, venivano rivelati separatamente. Vivere in comuni
significa insomma dividere lo stesso pane o, per utilizzare un’espressione
efficace e di buona fortuna storiografica, ad unum panem et unum vinum; essere
un gruppo di persone cioè che vivono dei frutti di uno stesso patrimonio, che
quindi condividono consumi quotidiani e funzioni produttive, e sono perciò
corresponsabili di fronte al fisco (55). Nella definizione di fuoco fiscale assume

(53) Ivi, vol. 291, cc. 373r; cc. 374v-375v.


(54) Ivi, cc. 373r-375v (9 aprile 1548).
(55) C. Klapisch - M. Demonet, «A uno pane e uno vino». La famille rurale toscane au début
du XVe siècle, in «Annales E.S.C.», n. 4-5, 1972, pp. 873-901; D. Herlihy - C. Klapisch-Zuber,
I toscani e le loro famiglie. Uno studio sul catasto fiorentino del 1427, Bologna, il Mulino, 1988, p.
639.
Note e documenti 597

quindi un ruolo fondamentale proprio la dichiarazione del patrimonio: in alcuni


casi, infatti, si fa riferimento a situazioni di coabitazione, ma per il fisco, per
costituire un unico fuoco, non basta abitare nella stessa casa, vivere sotto lo stesso
tetto, condividere uno stesso spazio vitale; occorre invece avere amministrazioni
domestiche congiunte, un unico bilancio familiare (56).
Le istruzioni del 1548 prescrivono perciò una de­scrizione dettagliata dei
beni, che non può più limitarsi a un’annotazione generica della «valuta de la
substantia del dictu capo de casa», come si leggeva nelle istruzioni del 1505: ora
i delegati, avvalendosi anche del­l’aiuto di personale tecnico addetto alla stima
dei beni in numero diverso a seconda della importanza della città, dovevano fare
«descriptione molto distincta et particularizata et con molta sagacità de li beni et
facultati tanto stabili como mobili et sese moventi et iura censualia (57) et etiam
de li arbitrati, denari et nomi de li debitori, et si campassero mercantinilmente
di loro mercantie, deducendoli li gravicii et debiti de li quali veridicamente vi
consterà, fando solmente nota in summa di quillo che ciascaduno teni di necto,
deductis oneribus» (58). Fu inoltre prevista la possibilità che ogni abitante
compilasse in proprio sotto giuramento un memoriale con l’indicazione di «tucti
soi beni, debiti et crediti cum la summa che veramenti valissiro et di quello che
divissiro dari et richipiri»; un’autocertificazione insomma al fine di rendere
più snelle le operazioni di stima dei beni, dal momento che «si fachia ancora
difficultà circa la extimacioni di li beni et circa lo revelari di li debiti per non si
potiri proptamenti exstimari et verificari quello che ogni persona teni et quello
che divi dari et richipiri, et chi si veniria ad interponiri multo tempo per la celeri
expedicioni» (59). Ancora più rigorosa la descrizione dei beni prevista dal bando
sul censimento del 1583, durante il viceregno di Marco Antonio Colonna, che
segnò la messa a punto definitiva del procedimento di rilevazione dei dati, che
da un lato ribadiva le istruzioni dei censimenti precedenti e dall’altro chiariva
meglio alcune situazioni particolari.

(56) Sulla definizione di aggregato domestico e sulla discussione che si è sviluppata, cfr. Forme
di famiglia nella storia europea, a cura di R. Wall - J. Robin - P. Laslett, Bologna, il Mulino, 1984, e
in particolare gli interventi di J. Hajnal, Due tipi di sistema di formazione dell’aggregato domestico
preindustriale, ivi, pp. 99-142; e di P. Laslett, La famiglia e l’aggregato domestico come gruppo di
lavoro e gruppo di parenti: aree dell’Europa tradizionale a confronto, ivi, pp. 253-306. Per Hajnal
l’aggregato domestico deve essere definito come «unità di economia domestica o di consumo», così
come nella maggioranza dei censimenti moderni (ivi, p. 137), mentre Laslett considera la residenza
come caratteristica distintiva del gruppo domestico (ivi, p. 254).
(57) Si tratta di canoni enfiteutici e censi bollali (mutui) considerati beni stabili.
(58) ASP, Protonotaro del regno, vol. 291, c. 373v.
(59) Cfr. R. Cancila, Fisco ricchezza comunità, cit., p. 80.
598 Note e documenti

Veramente nel corso del XVI secolo anche in Sicilia si elaborarono e


perfezionarono percorsi di registrazione di nomi, associati a dei beni materiali,
che offriranno un contributo fondamentale alla codificazione e legittimazione
di modalità di designazione dell’identità personale grazie all’elaborazione di
categorie che poi si manterranno come fondamentali. Matura inoltre il passaggio a
un controllo statale più accurato ed esteso su tutto il territorio del Regno. Al tempo
stesso occorre sottolineare come acquisti un ruolo specifico il tema dell’abitazione
nella sua connotazione di domicilio stabile dell’individuo e della sua famiglia,
elementi questi che in relazione al fisco, e dunque allo stato, venivano posti in
rapporto diretto. Si pagano le tasse dove si dimora stabilmente con la propria
famiglia. Un altro nesso identitario, ma anche di identificazione, era stato creato.

4. Il riconoscimento della cittadinanza

La permanenza continuativa e stabile all’interno del territorio cittadino era


anche requisito imprescindibile per il conseguimento della cittadinanza, mentre
invece in Sicilia – a differenza di altre realtà – la proprietà di un immobile non
ne rappresentava una condizione necessaria (60), sebbene il possesso in città di
beni mobili e stabili comportasse la partecipazione «in oneris et muneribus dicte
civis» (61).

(60) Così anche a Napoli, cfr. P. Ventura, Le ambiguità di un privilegio: la cittadinanza


napoletana tra Cinque e Seicento, in «Quaderni storici», LXXXIX, 1995, 2, pp. 394. Per le
condizioni poste a Milano, dove invece era necessaria una esplicita certificazione di possedere
beni immobili di un determinato valore, cfr. A. Terreni, «Sogliono tutti i forastieri, i quali vanno
a negotiare nelle città d’altri Dominii, essere favoriti et privilegiati». La concessione della «civilitas
mediolanensis» ai mercanti-banchieri genovesi nel XVI secolo, in Alle frontiere della Lombardia:
politica, guerra e religione nell’età moderna, a cura di C. Donati, Milano, Franco Angeli, 2006, p.
114. Anche a Torino tra i requisiti richiesti era previsto il possesso immobiliare, cfr. S. Cerutti,
Giustizia e località a Torino in età moderna: una ricerca in corso, in «Quaderni storici», 89, 1995,
2, p. 446. Per Venezia, cfr. A. Zannini, Burocrazia e burocrati a Venezia in età moderna: i cittadini
originari (sec. XVI-XVIII), Venezia, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, 1993, pp. 30-33,
61-68. Più in particolare, sul diritto di albinaggio, cfr. S. Cerutti, À qui appartiennent les biens
qui n’appartiennent à personne? Citoyenneté et doit d’aubaine à l’époque moderne, in «Annales.
Histoire, Sciences sociales», 2, 2007, pp. 355-383; e per Milano, G. Maifreda, I beni dello straniero.
Albinaggio, cittadinanza e diritti di proprietà nel ducato di Milano (1535-1796), in «Società e storia»,
129, 2010, pp. 489-530.
(61) F. Pollaci Nuccio, D. Gnoffo, Registri di lettere, gabelle e petizioni (1274-1321), in Acta
Curiae Felicis Urbis Panormi, Palermo, Assessorato Beni Culturali-Archivio Storico, 10 voll., I,
1982, p. 56. Sulle modalità di acquisizione della cittadinanza in altre realtà italiane ed europee, cfr.
M. Berengo, L’Europa delle città. Il volto della società urbana europea tra medioevo ed Età moderna,
Torino, Einaudi, 1999, pp. 187 sgg.
Note e documenti 599

In generale la cittadinanza era originaria (propria cioé dei nativi o oriundi,


anche se figli di stranieri), ma poteva essere acquisita «per ductionem uxoris
originariae» della città, o per privilegio «legitime facto», concesso a forestieri.
L’accesso ad alcune attività ma anche ad alcune risorse era riservato solo ai
cives, solo a essi erano accordati privilegi fiscali ed esenzioni doganali, solo
essi godevano di una personalità giuridica completa. Anche le cariche civiche
potevano essere ricoperte solamente da coloro che fossero cittadini (62). A
regolamentare l’accesso in questo caso erano le consuetudini locali (63): a Catania
come a Palermo bastavano cinque anni di continua permanenza in città con la
famiglia, termine che poi alla metà del XV secolo venne da Alfonso generalizzato
per tutto il Regno (cap. 501) (64). A Palermo persino alle cariche di quartiere
potevano essere eletti solo coloro che erano domiciliati nello stesso da almeno un
anno, segno dell’importanza che il domicilio rivestiva (65).
La mancata osservanza di queste condizioni provocava la revoca
dell’incarico, come recitava il capitolo di re Alfonso del 1448 (66). Negli anni
Novanta del Cinquecento l’allora presidente del Regno Giovanni III Ventimiglia
si scontrò duramente con il Senato di Palermo contrario alla nomina a pretore
del marchese di Francofonte Vincenzo Gravina, che non era palermitano, e
ordinò la carcerazione dei senatori sostituendoli con altri (67). Ancora a Palermo
nel 1742 fu eletto «factus buxulus» sindaco della città Pietro Alliata, ma la
sua elezione fu annullata perché contraria alle consuetudini della città: Alliata
infatti non era «civis natus huius praedictae urbis ut requiritur». Pertanto, il
Senato stabilì che nelle successive elezioni il sindaco pro tempore avrebbe dovuto

(62) Cfr. il privilegio concesso nel 1326 da Federico III alla città di Palermo (M. De Vio,
Felicis et fidelissime urbis Panormitanae selecta aliquot privilegia, Palermo, 1706, rist. anastatica a
cura dell’Accademia Nazionale di Scienze Lettere ed Arti, Palermo, 1991, p. 90). In genere, sulla
base di un capitolo di re Martino, tutti gli ufficiali tanto perpetui che annuali dovevano essere
cittadini e non esteri, perché si riteneva che questi conoscessero meglio le condizioni del paese e gli
abitanti: «quoniam siculi siculis, cathalani cathalanis magis conveniunt». Vari casi sono citati da L.
Genuardi, Il comune nel Medio Evo in Sicilia, Palermo, Fiorenza, 1921, pp. 219-221.
(63) V. La Mantia, Consuetudini delle città di Sicilia, Palermo, 1862, p. 96. I privilegi di Messina
furono estesi a Trapani nel 1331 (cfr. H. Bresc, Commune et citoyenneté dans la Sicile des derniers
siècles du Moyen Âge ora in Henri Bresc. Una stagione in Sicilia, cit., p. 219).
(64) M. Gaudioso, Natura giuridica delle autonomie cittadine nel “Regnum Siciliae”, Catania,
Casa del Libro, 1952, p. 117.
(65) M. De Vio, Felicis et fidelissime urbis Panormitanae, cit., p. 152, in un documento di
approvazione delle grazie proposte dall’università di Palermo nel 1339.
(66) Ivi, pp. 307-308.
(67) O. Cancila, Nascita di una città. Castelbuono nel secolo XVI, Quaderni-Mediterranea
ricerche storiche, n. 21, Palermo, Associazione Mediterranea, 2013, p. 410.
600 Note e documenti

esigere dai concorrenti la fede originale di battesimo e consegnarla al maestro


notaio, che nell’atto di elezione avrebbe poi annotato il giorno, il mese e l’anno
del battesimo e il nome della Parrocchia dell’eletto (68). Tale circostanza risulta
particolarmente importante perché costituisce una testimonianza di come
ancora nel Settecento il controllo sulle dichiarazioni personali era generalmente
improntato sulla base di un rapporto fiduciario e solidaristico. Ancora, come
nel caso delle testimonianze notarili, la pubblica fama, la notorietà, la memoria,
l’evidenza rappresentavano il modo più consueto per certificare una condizione
identitaria. I più accorti però preferivano ricorrere a delle certificazioni ufficiali,
anche al fine di prevenire eventuali situazioni di incertezza: i mercanti stranieri
nel Quattrocento si facevano rilasciare delle lettere testimoniali dagli uffici della
Secrezia in cui risultava, sulla base proprio di testimonianze giurate, la nascita a
Palermo dei propri figli per attestarne la condizione di civis ai fini dell’esenzione
doganale, come documentano i casi dei pisani Piero Gaetani e Antonio da
Settimo (69). In questo modo ne assicuravano identità di cittadini e i privilegi
fiscali a essa connessi.
Laddove la cittadinanza consentiva il godimento di immunità e privilegi
non solo fiscali, ma anche giudiziari come il privilegio di foro, cioé la possibilità
di essere giudicati dai tribunali della propria città, era compito delle corti
locali attestarla (70). Se a Messina il privilegio era di pertinenza della corte
stratigoziale, a Palermo, dove i casi sono meglio documentati, spettava al
pretore (o in epoche più antiche al baiulo) e ai giurati certificare la cittadinanza
con le lettere testimoniali (nel caso in cui la domanda fosse appoggiata a prove
testimoniali) oppure scripta iudicialia de civilitate sub sigillo universitatis (71),
rilasciate generalmente a istanza degli interessati – che potevano essere
anche cittadini oriundi –, confermandone il diritto a usufruire liberamente di
immunità e privilegi nella conduzione dei propri affari o in sede giudiziaria. Se
era invece il re a concedere la cittadinanza a un forestiero, era necessario un

(68) P. La Placa, Capitoli ed ordinazioni, Palermo 1760, parte I, p. 493 (atto del Senato del 9
novembre 1742).
(69) Cfr. G. Petralia, Banchieri e famiglie mercantili nel Mediterraneo aragonese. L’emigrazione
dei pisani in Sicilia nel Quattrocento, Pisa, Pacini editore, 1989, pp. 352-353.
(70) B. Pasciuta, Costruzione di una tradizione normativa: il privilegium fori dei cittadini di
Palermo e la sua utilizzazione nel secolo XIV, in «Rivista di Storia del Diritto Italiano», LXVI,
1993, pp. 257-259. Di tale privilegio godevano Palermo e Messina, ma fu poi ottenuto da altre
città, Siracusa nel 1362, Trapani nel 1403, Noto nel 1440 (H. Bresc, Commune et citoyenneté dans
la Sicile, cit., p. 218).
(71) M. De Vio, Felicis et fidelissime urbis Panormitanae, cit., p. 141; F. Pollaci Nuccio - D.
Gnoffo, Registri di lettere, gabelle e petizioni, cit., pp. LII, LXIV-LXV.
Note e documenti 601

solenne atto di accettazione da parte del pretore, giudici e giurati, come nel
caso di Guglielmo de Rosso, al quale re Federico III aveva concesso il «Regni
incolatum», a ulteriore prova di come la cittadinanza fosse una prerogativa
della città e non dello stato (72). In particolare per avvalersi del privilegio
di foro la corte pretoriana di Palermo, su richiesta della parte interessata,
inviava una lettera con cui attestava la cittadinanza del richiedente affinché
questi non fosse molestato o non si desse luogo a procedere o si rimettesse la
controversia a Palermo quale foro competente (73). Il liberto Giovanni Bruno,
fatto prigioniero dai pirati, portato in Calabria, e alla fine venduto e condotto
a Maiorca, nel 1326 presentò al pretore e ai giudici di Palermo uno scritto
giudiziale contrassegnato dal vicegiustiziere, attestante la sua cittadinanza e lo
stato di libertà, in base al quale il pretore scrisse al viceré di Maiorca perché
intervenisse per farlo trattare come cittadino palermitano, e intercedesse per la
sua liberazione (74).
Pur in mancanza di serie complete dedicate alla cittadinanza, i casi
documentati sono comunque diversi, e particolarmente interessanti sono le
lettere di cittadinanza dell’anno 1311-12, le più antiche di cui disponiamo, in cui
compare anche l’esplicito riferimento ai testimoni «per quos constitit de predicta
civilitate»: esaminati i documenti o uditi i testimoni, il baiulo (che dal 1320
assunse definitivamente la qualifica di pretore) e i giudici potevano riconoscere
la verità dell’asserzione («ut plene nobis constit») (75). Così, a titolo di esempio,
Binuchio de Ferrerio, che abitava a Palermo da circa quattro anni con la moglie e
vi aveva il proprio «incolatum», ottiene la certificazione della cittadinanza grazie
all’attestazione di tre testimoni, che dimoravano nel quartiere Albergheria di
Palermo (76). «Per testimonium legitimum aliorum civium dicte urbis» il baiulo
e i giudici di Palermo poterono attestare che da circa otto anni con continuità
Marco de Milianti dimorava in città, dove aveva «uxorem familiam bona mobilia
stabilia et proprium incolatum partecipando et contribuendo in oneribus et
moneribus (sic) ut civem cum civibus dicte urbis» (77). Come risulta anche da

(72) F. Pollaci Nuccio - D. Gnoffo, Registri di lettere, gabelle e petizioni, cit., pp. 81-83.
(73) Cfr. B. Pasciuta, Costruzione di una tradizione normativa, cit., pp. 283-284. Diversi casi
sono documentati anche in M.R. Lo Forte, Registro di lettere (1327-1328), in Acta Curiae Felicis
Urbis Panormi, cit., 1985, 4.
(74) L. Citarda, Registri di lettere (1321-1326). Frammenti, in Acta Curiae Felicis Urbis
Panormi, cit., 1984, 3, p. 176.
(75) F. Pollaci Nuccio - D. Gnoffo, Registri di lettere, gabelle e petizioni, cit., che riporta
diversi casi (vedi voce cittadinanza palermitana dell’indice).
(76) Ivi, p. 47.
(77) Ivi, pp. 67-68.
602 Note e documenti

altri atti, insomma gli stessi abitanti della comunità in molti casi riconoscevano
e rendevano pubblica con la loro testimonianza una condizione identitaria
personale. Appare dunque ancora una volta determinante il ruolo svolto dai
testimoni, che erano i veri agenti dell’identificazione, mentre agli ufficiali pubblici
non restava che il compito della certificazione.
Non si tratta allora di procedure che transitano dall’alto, ma sono i singoli
soggetti che con la loro richiesta in rapporto a un proprio scopo e a uno
specifico interesse mettono in moto il procedimento. L’attribuzione di privilegi,
l’accesso a risorse materiali e immateriali connessi all’inclusione all’interno
della comunità costituivano la molla fondamentale della loro iniziativa.
L’acquisizione della cittadinanza risulta insomma il frutto di una precisa
volontà dei singoli, che richiedevano la certificazione di un’appartenenza che
si pone come stato di fatto.
La discrezionalità di cui godevano nei fatti i giurati doveva rendere piuttosto
facile conseguire un privilegio di falsa cittadinanza, pratica che costituiva un
problema grave e di difficile soluzione, che si manifestò in tutta la sua gravità
successivamente al censimento del 1548 con il nuovo piano di redistribuzione
del donativo. Per non pagare le imposte loro assegnate dalle autorità dei centri
dove avevano domicilio e ricchezza, molti infatti riuscivano a procurarsi «in
fraudem» privilegi di cittadinanza delle città franche, che consentivano a
chi ne era in possesso l’esenzione dal pagamento anche in altre località del
Regno. (78) La frode non era a danno dello stato, al quale in ogni caso le
comunità erano tenute a versare le quote loro attribuite in sede di ripartizione
dell’imposizione, bensì a danno esclusivo degli altri abitanti della località in cui
essi possedevano beni e magari risiedevano «cum domo et famigla», quando
addirittura non vi ricoprivano anche cariche pubbliche riservate soltanto
ai locali. Abitanti costretti ad accollarsi il pagamento allo stato anche delle
imposte degli evasori. Ciò spiega il controllo esercitato tra gli stessi cittadini
delle comunità interessate, e il ricorso come si è visto alla pubblica lettura dei
dati del censimento in un’operazione di trasparenza che coinvolgeva tutta la
comunità: e che evidentemente funzionava, come testimoniano i diversi casi
emersi all’attenzione dell’amministrazione centrale.

(78) Sui vantaggi fiscali e giurisdizionali che attribuiva il possesso della cittadinanza napoletana,
cfr. P. Ventura, Le ambiguità di un privilegio, cit., pp. 385-415; per i privilegi di cui godevano i
cittadini di Torino in età moderna, cfr. S. Cerutti, Giustizia e località a Torino in età moderna, cit.,
pp. 445-486.
Note e documenti 603

Ai margini di questa variegata realtà stavano vagabondi e mendicanti,


oggetto delle preoccupazioni dei governanti che cercavano di porre sotto il loro
controllo tutte quelle forme di vita considerate foriere di pericolosità sociale (79).
Un bando emanato nel 1530 dal viceré Pignatelli li identificava in coloro «che non
tenino patri oi matri, frati o ciani o altro parente, li quali li alimentassiro in li loro
casi o li donassiro di viviri», o che «non esercitino alcuna arti oy arbitriu oy cum
alcuna industria licita cum la quali si substenta oy che non stassiro in continuo
serviciu di alcuno che li duna ordinariamenti et di continuo da viviri» (80). Le
discriminanti sono rappresentate ancora una volta dai legami parentali, ma
anche dal lavoro stabile e continuativo considerato alla base del sostentamento.
In verità il loro statuto non appare legato in sé alla loro provenienza geografica
o alla extraterritorialità, comunque all’essere straniero, almeno in questa fase;
semmai a una condizione di estraneità «qui pouvait être expérimentée par tous
et chachun» (81). Senza appartenenze, senza una rete familiare di riferimento,
senza un mestiere che ne garantisse il sostentamento, per loro l’unica amara
prospettiva era l’espulsione o la condanna al remo, «esseri deportati oy mandati
in exilio oy galera». A fine Settecento la loro condizione, equiparata a quella
d’inquisiti e criminali, sarà avvertita come un problema di ordine pubblico: per
evitarne le sempre più frequenti «fraudolente emigrazioni» si prescriverà un uso
più regolare del passaporto ai passeggeri sulle navi e un controllo più accurato
delle loro identità (82).

(79) Sul tema del vagabondaggio e sulle implicazioni giuridiche segnalo l’ampio saggio di D.
Luongo, Vagabondi e “miserabiles personae”: strategie di esclusione e di integrazione nella Napoli
d’Antico Regime, in Ai margini della civitas. Figure giuridiche dell’altro tra medioevo e futuro, a cura
di A. A. Cassi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013, pp. 161-244. Sui miserabili cfr. in particolare
S. Cerutti, Étrangers. Étude d’une condition d’incertitude dans une société d’Ancien Régime,
Montrouge Bayard, 2012, pp. 232 sgg.
(80) Archivio Storico del Comune di Palermo, Atti Bandi e Provviste, a. 1530-31, f. 13r-v, cit.
in V. Vigiano, L’esercizio della politica. La città di Palermo nel Cinquecento, Roma, Viella, 2005, p.
186. Cfr. le due prammatiche di Carlo V nel 1527 e di Juan De Vega nel 1553. Nel Regno di Napoli
fu emanata un’analoga prammatica nel 1559, De vagabundis, in cui veniva stabilita l’eguaglianza
estero-vagabando e introdotto il concetto di “lavoro stabile” per consentire allo straniero di non
essere perseguito come vagabondo e ozioso. Nelle successive del 1565 e del 1580 nella categoria
vennero inclusi anche i napoletani e i regnicoli particolarmente pericolosi (cfr. P. Avallone, Il
controllo dei “forestieri” a Napoli tra XVI e XVIII secolo. Prime note, in «Mediterranea-ricerche
storiche», 6, 2006, pp. 169-170).
(81) S. Cerutti, Étrangers, cit., p. 24.
(82) Si ritiene in questa sede opportuno tralasciare questo argomento, che sarà oggetto di
un apposito studio. Segnalo il lavoro di R. Alibrandi, In salute e in malattia. Le leggi sanitarie
borboniche fra Sette e Ottocento, Milano, Franco Angeli, 2012.
604 Note e documenti

5. Registrare per riconoscere: condannati al remo, schiavi, captivi

Vagabondi e mendicanti erano puniti con quattro anni di galera nel caso
di prima condanna, con otto se si fosse trattato della seconda e a vita se fosse
stata la terza (83): l’espediente giuridico serviva a supplire alla cronica carenza
di remieri nelle ciurme fattasi particolarmente urgente nel corso del XVI secolo
coll’imperversare della guerra nel Mediterraneo. I delitti punibili con l’obbligo
del remo, in modo variabile sulla base della gravità del reato commesso, erano
sostanzialmente di tre tipi: contro Dio (blasfemi, spergiuri, bigami, omosessuali)
condannati generalmente a dieci anni; contro il diritto comune (per un furto
si potevano scontare cinque anni come tutta la vita); e lesa maestà (ribelli,
rivoltosi, corrotti, ma anche i vagabondi) puniti – come si è detto – sulla base
della recidiva dai quattro anni sino a tutta la vita (84). Tra i condannati al remo
ben presto si aggiunsero anche coloro che ottenevano in prestito denaro al gioco,
impegnandosi in caso di perdita a servire nelle galere per un numero di anni
variabile, ma generalmente mai inferiore a cinque. Le ciurme erano – com’è noto
– composte oltre che dai forzati, anche da buonavoglia (volontari retribuiti) e da
schiavi, talvolta catturati e oggetto di bottino, talvolta acquistati da altre squadre
proprio allo scopo di provvedere alla carenza di remieri o di ridurre la spesa
affrontata per i buonavoglia (85).
Particolarmente interessanti ai fini del nostro percorso risultano proprio
gli elenchi nominativi dei forzati, che per la Sicilia sono documentati già dalla
seconda metà del Cinquecento (86). In essi veniva rilevata l’età e la provenienza
dei remieri e nelle liste più complete, oltre alla motivazione della pena e la data
della cattura e del rilascio, si trova una breve descrizione fisica del condannato o
anche dello schiavo, particolarmente importante per il riconoscimento in caso di

(83) Cfr. V. Favarò, La modernizzazione militare nella Sicilia di Filippo II, Quaderni-
Mediterranea ricerche storiche, n. 10, Palermo, Associazione Mediterranea, 2009, p. 138.
(84) Cfr. F. J. Guillamón Alvarez - J. Pérez Hervás, Los forzados de galeras en Cartagena
durante el primer tercio del siglo XVIII, in «Revista de historia naval», 19, 1987, pp. 63-76.
(85) V. Favarò, La modernizzazione militare, cit., p. 143. Sulla composizione delle ciurme e
la leva marittima in ambito mediterraneo, cfr. L. Lo Basso, Uomini da remo. Galee e galeotti del
Mediterraneo in età moderna, Milano, Selene edizioni, 2003.
(86) Si veda ad esempio l’elenco dei forzati del contador Gaspare Bonifacio negli anni 1582-
1586, Archivo General de Simancas, Visitas de Italia, leg. 381, f. 1, cc. 756 sgg., cit. in V. Favarò,
La modernizzazione militare, cit., p. 139; o le descrizioni tratte dal libro degli schiavi compilato da
Joan Antonio Delledo, contador delle galere del Regno di Sicilia, (AGS, Visitas de Italia, leg. 381,
f. 1, c. 701, cit. ivi, pp. 144-145).
Note e documenti 605

fuga o di morte. Eccone qualche esempio tratto dal libro degli schiavi compilato
da Joan Antonio Delledo, contador delle galere del Regno di Sicilia (87):

Soliman Mero de Meliana, hijo de Abtia, 36 años, iusta estatura, blanco,


con un señal de herida nel carrillo sinistro que llega al hojo, que un pedaço de
la oreja drecha meno. Es de los esclavos que en 17 de julio 1579 se compraron
de la dos galeras de Francisco Grimaldo.
Galifamero de Tremezen, hijo de Amudar, 28 años, pequeño de cuerpo,
con dos pedaços de las orejas menos, con una herida en cima de la cabeça.
Es de los esclavos que en 17 de julio 1579 se compraron de la dos galeras de
Francisco Grimaldo.

Non si tratta dunque di una registrazione effettuata solamente allo scopo di


disporre di elenchi analitici magari ai fini del reclutamento o del pagamento del
soldo – come si faceva anche per il tercio di fanteria e le milizie di terra – (88), ma
di un vero e proprio procedimento di identificazione, che nel momento stesso in
cui veniva posto in essere rispondeva a una finalità ben precisa di riconoscimento
su base individuale (89). Anche dei soldati presenti nelle compagnie di fanteria
spagnola è riportata la descrizione fisica: di essi si specificava principalmente la
statura, la corporatura e l’eventuale presenza di ferite o segni particolari, come ad
esempio «iusta estatura, barba castana, herida sobre el labrio, junto a la ventana
de la nariz», «pequeño de corpo», «buen cuerpo, moreno, barba nera, herida
a la larga en cima la ceja izquierda», «medio, negrestino, señal de herida en la
mano izquierda, señal en el dedo pulgar, ojos pequeños» (90). Evidentemente la

(87) Cit. ivi, p. 145.


(88) Un’analisi accurata degli apparati militari presenti in Sicilia nell’età di Filippo II è curata
da V. Favarò, La modernizzazione militare, cit., pp. 73 sgg.). Sull’argomento, cfr. anche C. Belloso
Martin, La antemuralla de la Monarquía. Los Tercios españoles en el Reino de Sicilia en el siglo
XVI, Madrid, Ministerio de Defensa, 2010. Segnalo per la parte relativa al reclutamento della
nuova milizia nel Cinquecento anche il saggio di A. Giuffrida, La fortezza indifesa e il progetto
del Vega per una ristrutturazione del sistema difensivo siciliano, in Mediterraneo in armi (secc. XV-
XVIII), a cura di R. Cancila, Quaderni-Mediterranea ricerche storiche, n. 4, Palermo, Associazione
Mediterranea, 2007, pp. 265-285.
(89) Al conservador e al veedor spettavano il controllo della composizione delle ciurme e
la compilazione delle liste di forzati, schiavi e buonavoglia, ma esisteva sin dal XVI secolo una
struttura amministrativa ben organizzata preposta al mantenimento di ogni ciurma, al pagamento
del soldo ai buonavoglia e al rifornimento di vettovaglie e munizioni (V. Favarò, La modernizzazione
militare, cit., pp. 143, 160).
(90) Cfr. la Listas de soldados de infanteria spagnola y sus pagas, (a. 1580-1581), AGS, Visitas de
Italia, leg. 194, cit. ivi, p. 75. Una elaborazione schematica dei contenuti del documento è riprodotta
in Appendice (ivi, pp. 245-256). Si veda A. Corvisier, Les controles de troupes de l’Ancien Régime,
606 Note e documenti

descrizione è finalizzata al controllo delle truppe e all’identificazione in caso di


diserzione.
Di grande interesse si rivela l’analisi di un registro di condannati al remo nel
periodo fra il 1665 e il 1679 compilato a cura della corte straticoziale di Messina
e conservato presso l’Archivio di Stato di Palermo (91), in cui sono elencati circa
500 individui con l’indicazione analitica (oltre che del reato commesso e dei
tempi della detenzione) del nome e cognome, e in alcuni casi del soprannome,
provenienza, nome dei genitori (oppure non conosce padre/ non conosce madre),
età (compresa in un intervallo tra i 20 e i 72 anni), descrizione fisica. Relativamente
a quest’ultimo parametro, la cui necessità si giustifica – come si è detto – per
rendere più agevole il riconoscimento in caso di fuga, i caratteri che vengono
presi in considerazione a scopo identificativo erano la statura (bassa, mediocre,
modesta, media, menzana, buona, alta), segni particolari e distintivi e loro
localizzazione (cicatrice sul volto, “marco”, ferita, neo) (92). Una certa rilevanza
numerica assumeva la segnalazione di «valori», ovvero le tracce indelebili lasciate
dal vaiolo. In mancanza di questi dati più significativi veniva indicata la presenza
di baffi o barba, il colore del viso o dei capelli, o particolari difetti fisici come
“senza naso” o “mano destra più piccola della mano sinistra” o “con un solo
occhio”, “zoppo del piede destro”, ecc.
La registrazione dei tratti somatici assumeva in questo caso un chiaro
significato identificativo: registrare dunque non solo per redigere delle liste, ma
anche per identificare, e identificare allo scopo di riconoscere. È un passaggio in

t. I: Une source d’histoire sociale. Étude des recherches, Paris, Publication du service historique de
l’État-Major de l’Armée de Terre, 1968, che affronta il tema della registrazione delle truppe in
Francia dove il sistema è generalizzato a partire dal 1716: ciascun registro era stato predisposto
per controllare l’aspetto fisico e l’identità di ogni soldato. Il sistema rappresenta il passaggio dal
«rôle de signal» alle «montres signalétiques» e infine al «contrôles de corps» (ivi, pp. 4-6). Sulla
descrizione fisica, cfr. ivi, pp. 81-85.
(91) ASP, Conservatoria di registro, vol. 2461.
(92) Vale la pena ricordare che già nel 1582 il celebre Giovanni Filippo Ingrassia, protomedico
del Regno di Sicilia, aveva proceduto a uso di medici e di giudici alla classificazione delle cicatrici
in cinque specie. Alla sua opera era seguita sull’argomento anche la riflessione del suo allievo
Fortunato Fedeli sulla “quantificazione” delle cicatrici come deturpazione dell’originaria bellezza
corporea e la loro valutazione in relazione alla pena da infliggere (R. Alibrandi, Ut sepulta surgat
veritas. Giovan Filippo Ingrassia e Fortunato Fedeli sulla novella strada della medicina legale, in
«Historia et ius», www.historiaetius.eu, 2/2012, paper 7). Il tema era già stato affrontato in età
medievale (A. Campitelli, Il Tractatus de cicatricibus di Francesco Albergotti attribuito a Bartolo
da Sassoferrato, in «Annali di Storia del Diritto», 8, 1964, pp. 269-288). Sull’argomento, cfr. le
considerazioni di Valentin Groebner, che però sottolinea come questi segni avessero efficacia solo
se collegati a un documento da esibire all’occorrenza (V. Groebner, Storia dell’identità personale,
cit., pp. 149, 172-173).
Note e documenti 607

più rispetto all’identificazione nominale fin qui analizzata: s’identifica l’individuo


per il suo aspetto, perché questo è un elemento che ne certificava l’identità reale,
fisica. Lo stesso trattamento era riservato anche agli schiavi in transito alla dogana.
Considerati alla stregua di merci da immettere nel mercato, ne venivano indicate
le caratteristiche peculiari in modo da renderli ben riconoscibili: nome, età,
colore della pelle, religione professata, struttura corporea, tratti somatici sono le
caratteristiche individuali con cui erano classificati nei registri della Secrezia di
Palermo e di cui abbiamo testimonianza documentaria alla metà del Seicento(93).
È indubbiamente un modo di porre sotto controllo categorie ai margini per i quali
poteva essere necessario un riconoscimento da parte delle pubbliche autorità (94).
Nel 1743 in occasione della peste che aveva colpito Messina, il Senato di Palermo
deliberò di inviare in quella città 88 carcerati condannati alla galera per occuparsi
della raccolta dei cadaveri, ma per evitare che questi potessero poi scappare,
mettendo in serio pericolo la pubblica salute a causa del contagio, «si fecero tutte
segnare sovra la mano in mezzo il police el indice, alcuni nella destra altri nella
sinistra, quale segno fu un’aquiletta di color nero» (95).
Diverso invece il caso dei captivi, cristiani catturati e fatti schiavi, prigionieri
nelle mani dei musulmani, che venivano riscattati attraverso complesse
procedure che richiedevano il pagamento di cospicue somme in denaro da parte
dell’Arciconfraternita per la redenzione dei cattivi, istituita a Palermo nel 1595. In
un elenco nominativo di prigionieri da riscattare compilato per ordine del viceré nel
1618, compare quasi sempre un riferimento somatico (statura, colore dei capelli o
della barba, segni particolari), che ne rendesse inequivocabile il riconoscimento ai
fini del pagamento del riscatto e della liberazione: in questo modo si evitava che si
avvantaggiasse del riscatto qualche altro prigioniero, sventando eventuali possibili
scambi di identità (96). Le procedure erano rigorose: un bando promulgato nel

(93) ASP, Responsali della secrezia di Palermo, a. 1659-1660.


(94) Si veda, ad esempio, la descrizione di un beccamorto fuggito da Castelvetrano nel
contesto della peste del 1624 dopo aver «manigiato tutte le persone infette del laczaretto»: di
nome Antonino di Peri, di circa 35 anni, «poco barba et poco mustaczo, biondo, facci pallida, di
forma affilato, gambe grosse, lunghe et immagine di alta statura ... con rascone rosso vicino lochio
destro et partecipa alla maxilla, con postema alla coscia sinistra» (cit. in I. Navarra, Il terrore della
peste a Sciacca nel 1626 con riferimento alle città di Trapani e Palermo: documenti inediti, Foggia,
Bastogi, 1986, p. 16).
(95) ASP, Suprema deputazione generale di salute pubblica, vol. 228, c. 92v (9 luglio 1743).
(96) La lista fu redatta sulla base della documentazione conservata negli archivi della
Redenzione dei Cattivi del Regno (ASP, Redenzione dei cattivi, vol. 567, Palermo 17 luglio 1618).
Segue altro elenco analogo del 25 agosto 1618. Ringrazio Antonino Giuffrida per l’indicazione dei
documenti.
608 Note e documenti

1660 imponeva «che ogni persona che havesse padre, madre, figli, figlie, fratelli,
sorelle, parenti e amici o conoscenti, schiavi dei Turchi habbi da fare revelo subito
al mastro notaro, fecendo scrivere nomi cognomi di tali schiavi, dove sono nati,
di che età siano, quanto tempo che sono cattivi, dove al presente si trovano e che
professione o arte facevano, se sono maritati e di che età è la moglie, e se hanno
figli e quanti, e di che età, e che facoltà habbiano e li facciano registrare e mandino
l’elenco entro 30 giorni dopo fatti gli atti del mastro notaro».
Attorno alla redenzione si muovevano flussi di denaro di notevole entità anche
per iniziativa privata, prima ancora che pubblica, e figure di mediatori “a contratto”,
generalmente mercanti già muniti di salvacondotto, in grado di portare a buon fine
la trattativa (97): a essi si rivolgevano le famiglie più benestanti, che grazie alla propria
capacità economica potevano muoversi autonomamente senza aspettare la missione
redentrice ufficiale collettiva, nel tentativo di riscattare più rapidamente il proprio
congiunto. Erano i notai in questi casi a stipulare i contratti e a farsi garanti dei legati
in denaro, ma anche delle diverse aspettative dei contraenti: la formula più usata
era quella del «promitto ut facias», rappresentato dalla liberazione del prigioniero,
che poteva essere documentata da una prova dell’esistenza in vita, come una lettera
scritta di pugno dell’interessato, magari accompagnata dall’attestato del Console
siciliano di Tunisi (98). Nel caso invece che non si trovasse o non si potesse redimere
l’interessato, sarebbe stato restituito dal mediatore quanto ricevuto in acconto; ma
qualora il captivo fosse morto in viaggio, fatta la prova documentata, sarebbe stato
ugualmente corrisposto il saldo pattuito (99). Si comprende allora l’importanza di
una descrizione il più possibile accurata e dettagliata.

6. Riconoscere ladri e refurtiva


Il problema dell’identificazione era particolarmente importante in sede
processuale (100). Una delle prime fasi di ogni procedimento era quella relativa
alla raccolta delle informazioni a cura del giudice, e in particolare la citazione

(97) C. Carosi, Redimere captivos. Appunti sugli atti notarili di riscatto (sec. XVI), in Corsari
e riscatto dei captivi. Garanzia Notarile tra le sponde del Mediterraneo, a cura di V. Piergiovanni,
Milano, Giuffrè editore, 2010, p. 56.
(98) Archivio di Stato di Trapani, Notaio Giacomo de Maria, atto del 6 novembre 1598, cit. in
A. Buscaino, La istituzione de “La Confraternita per la redenzione dei captivi di Trapani”, in «Lumie
di Sicilia», 47, 2003, p. 9.
(99) ASTP, Notaio Francesco Amelia, atto del 19 gennaio 1574, cit. ivi, p. 10.
(100) Particolarmente ricco di spunti è il saggio di C. Cuénod, Une signalétique accusatoire: les
pratiques d’identification judiciaire au XVIIIe siècle, in «Crime, Histoire & Sociétés/ Crime, History
& Societies», XII, 2008, 2, on line sul link http://chs.revues.org/355.
Note e documenti 609

del reo. Vale la pena a questo punto ricordare come anche questa procedura
fosse fortemente legata al domicilio: se il reo non era già detenuto nelle carceri
della città – caso in cui la citazione sarebbe stata notificata personalmente –,
ma risultava latitante o fuggiasco, veniva infatti citato «per affissione alla porta
della casa della sua solita ultima abitazione», dopo averne verificato l’assenza per
«sommaria perquisizione» nella casa e nel vicinato (101). E nel caso in cui «il reo
non abbia la sua abitazione, seu domicilio in quel luogo ove compilar si deve il
processo informativo», si sarebbe proceduto a un pubblico bando. Conoscere
il domicilio di una persona aveva dunque un risvolto sociale di fondamentale
importanza: certo non si è ancora pervenuti alla deliberazione di assegnare un
numero alle abitazioni, ma certamente la funzione di sorveglianza gioca già un
ruolo decisivo (102). Si è già visto nelle pagine precedenti come la cittadinanza
fosse legata all’«incolatum» e come la rilevazione fiscale fosse fatta proprio a
partire dalle abitazioni, almeno alle origini cinquecentesche. L’abitazione
è indice di una fissa dimora e in questo senso sul piano della sicurezza e del
controllo sociale rappresenta un elemento di stabilità, e dunque di affidabilità.
Non per niente vagabondi, zingari e mendicanti ne erano privi. In un certo
senso può considerarsi un elemento di riconoscibilità, di identità, e perciò di
identificazione: a partire dall’abitazione l’amministrazione infatti può contare,
tassare, identificare, classificare e sorvegliare la popolazione urbana.
Le istruzioni trasmesse dal principe di Butera Carlo Maria Carafa Branciforte
agli ufficiali di giustizia delle sue terre, pubblicate nel 1686, ci consentono invece
qualche riflessione interessante sul piano del riconoscimento individuale in sede
giudiziaria (103). Egli raccomandava che nella raccolta delle informazioni «si

(101) Z. Russo e Diana, Pratica per la formazione de’ processi criminali, cit., pp. 110-112. Sulla
citazione con particolare riferimento alla prassi in uso presso la Corte Pretoriana di Palermo, cfr.
B. Pasciuta, In regia curia civiliter convenire, cit., pp. 255-258.
(102) Sull’uso della numerazione nelle abitazioni nelle città europee e nordamericane a partire
dalla metà del Settecento, cfr. R. Rose-Redwood - A. Tantner, Introduction: governmentality,
house numbering and the spatial history of the modern city, in «Urban History», XXXIX, 2012, 4,
pp. 607-613. A Palermo in occasione della peste del 1624 le autorità cittadine «fecero numerare
tutte l’isole e case» di ogni quartiere, «segnandole con li numeri (tanto isole quanto case) di rosso;
e per ogni isola ci fecero un custode, il carrico del quale era di numerare tutte le persone di nomi
e cognomi e capi di casa della sua isola» (Relazione della maniera che osservò la città nell’anno
1624, che fu travagliata da nostro signore Iddio, per li peccati di quella, del mal contaggioso di peste
in Diari della città di Palermo, a cura di G. Di Marzo, Biblioteca Storica e Letteraria di Sicilia, vol.
II, Palermo 1869, p. 132).
(103) Ordini, Pandette e Costitutioni d’osservarsi nelli Stati di Butera, Mazzarino, Niscemi,
Barrafranca, Occhialà, Militello etc. per la retta amministrazione della giustizia, Palermo, 1686, pp.
3-4 (disponibile presso la Biblioteca Comunale di Caltanissetta, n. 316, fasc. 6).
610 Note e documenti

provi prima d’ogn’altra cosa il corpo del delitto» (furto, morte o ferite), e siccome
i delitti più frequentemente commessi erano «li furti che si fanno in campagna et
a passi e strade pubbliche d’essa, li quali per lo più sono di difficile prova», in tal
caso i capitani «di subito habbiano d’uscire o mandare persona confidente con li
compagni ordinarii, procurando avere per li mani li ladri», ma anche «li derubati,
acciò che essi diano il loro detto e depositione di quali, s’haveranno conosciuto
li ladri, quando questi siano state persone cognite, o li derubati havessero in
cognitione li loro nomi, nella loro depositione li dichiareranno col loro nome
proprio». Nell’ipotesi invece che i derubati non ne conoscessero il nome, allora
«in tal caso non è necessario farsi riconoscenza, se non che domandarsi al
medesimo delinquente il nome» (104), ma se questi non vorrà fornirlo, ai fini del
riconoscimento («riconoscenza») il principe prescriveva che si mettesse

in assenza delli derubati, il pretenso delinquente, uno o più secondo


saranno, senza che si muti d’habito, né di vestito, né di barba, né di capellatura,
e si metteranno a filera in mezzo di dieci o dodeci altri huomini, che siano simili
al delinquente, quanto più sia possibile; e staranno così a filera in alcuna stanza
o cortile, e stando in ordine del modo suddetto, entreranno in detta stanza
o cortile li derubati d’uno in uno. Se li domanderà, se nel mezzo di quegli
huomini, che s’espongono alla sua vista, vi è alcuno o più di quelle persone
che li derubaro. E conoscendo il derubato uno o più delli ladri, lo toccherà
e li domanderà come si chiama e di dove è, e se il delinquente glielo dirà, si
stenderà la depositione del maestro notaro (105).

Un vero e proprio confronto di identità in cui il presunto colpevole veniva


confuso tra altri individui per essere riconosciuto dalla vittima del reato: un
documento la cui modernità appare straordinaria per l’epoca. Si procedeva in
modo analogo anche per il riconoscimento della refurtiva: poiché infatti «molte
volte occorre, che si trovano in potere di ladri o nelle loro case, o d’altro modo,
tutte o parte delle robbe derubate, le quali venendo in potere della giustizia, è
bene di farli la riconoscenza», previa dichiarazione da parte dei derubati circa la
qualità e quantità degli oggetti rubati. Per i beni si procedeva alla loro esposizione
alla vista dei testimoni «per riconoscerle, e verificare l’identità di quelle» (106).

(104) Ivi, pp. 11-12.


(105) Ivi, pp. 12-13. In caso di verificata omissione da parte dei testimoni («benché conosceano
bene il prosecuto, dicono di non conoscerlo, né essere nel mezzo di quelli»), si sarebbe dovuto
procedere alla loro carcerazione.
(106) Ivi, p. 14.
Note e documenti 611

Più dettagliate, ma ormai a metà Settecento, le istruzioni rilasciate in merito da


Zenobio Russo, che puntualizzava come si sarebbero dovute esibire «le robbe
ritrovate sospette, o in potere delli ladri, o nelle loro case, mescolandole con altre
robbe simili e dissimili; e quelle riconosciute, se li derubati troveranno esservi
o in tutto o porzione delle robbe che gli furono derubate, allora lo diranno alla
presenza della Corte, e nella loro deposizione» (107).
Particolarmente rilevante appare però la successiva istruzione del principe.
Qualora il delinquente non fosse stato invece catturato, «per farsi riconoscenza»
si sarebbe proceduto da parte del testimone derubato a una sorta di identikit («si
farà dire e significare»), ossia alla descrizione di «com’era la faccia e le fattezze
della persona delinquente», e tali informazioni sarebbero state trascritte a cura
del maestro notaro (108). Si tratta di una vera e propria pratica segnaletica di
particolare interesse perché stabilisce un percorso nuovo rispetto alle registrazioni
sin qui considerate: l’agente della descrizione non è in questo caso un pubblico
ufficiale, che annota le caratteristiche fisiche di un individuo a lui presente; ma
un testimone, che sulla base della sua esperienza e delle sue impressioni enuncia
i tratti somatici del presunto criminale e li comunica a un pubblico ufficiale, il cui
compito è ora solo quello di prenderne atto. È un’operazione in cui gli elementi
di soggettività assumono un significato preminente: il ricordo dei testimoni non
può infatti essere verificato (109). È la descrizione di un’assenza, che transita
attraverso il gioco della memoria, e si fissa su un foglio. Solo qualche secolo più
tardi diventerà immagine.

Rossella Cancila
Università degli Studi di Palermo

(107) Z. Russo e Diana, Pratica per la formazione de’ processi criminali, cit., p. 128.
(108) Ordini, Pandette e Costitutioni, cit., pp. 13-14.
(109) Forti elementi di soggettività emergono anche nella descrizione del barone Alessandro
Recupero, ricercato dalle autorità: «La statura mezzana, gracile e macilenta. Capelli neri, lisci e
lunghi. La faccia lunga con qualche forame di vajolo. La fronte con nel mezzo e fine de’ capegli
acuminata. Le ciglia grossi e neri. Gli occhi moscati di colore, grossi, rotondi e concavi. Il naso
grassissimo, lunghissimo, torto cioè che versa alla guancia sinistra e forato dal vajolo. La bocca
grande, labri grossi e denti bianchi. Le guancie secche e nel mezzo incavate. Il mento piuttosto
lungo e nel mezzo una picciola fossetta. Il colore di tutta la faccia nero vergente al verde. Il collo
lungo, ritto e secco, colle spalle secche ed un po’ curve. Il petto e ventre secchissimi, le coscie
mezzane e secche, le gambe lunghe mezzanamente sottili ed il pie’ lungo e secco. La voce grossa,
oscura ed infelice nel proferir le parole. Insomma tutta la fisionomia cagnesca» (ASP, Correria, vol.
112, 6 ottobre 1776).
612 Note e documenti

Specific practices for the identification and the registration of people, not
necessarily related to the State control of migration flows, were recorded in Sicily
as well as in the rest of Europe in the Middle Ages and in the Early Modern Age.
We should consider the need of individuals to establish their condition or to assure
themselves certain rights and privileges through some form of registration providing
recognition of identity. The matter extends then to other areas such as those of
property, testimony, rights and law.
Taking advantage of the considerable amount of archival records produced in
Sicily in the aforementioned period, the present essay aims to focus on some of the
identification practices thus suggesting possible paths of further research.

ke ywords
Identification
Registration
Recognition of identity