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Titolo originale Kriya Yoga Sutras of Patanjali and the Siddhas


I edizione eBook: 2010
Copertina Markus Doll (adatt.: Editing snc)
ISBN: 978-88-7507-998-7

© Macro Edizioni
via Bachelet 65
47522 Cesena (FC)
www.macroedizioni.it
ebook@gruppomacro.net

Copia dell’opera è stata depositata per la tutela del diritto d’autore,


a norma delle vigenti leggi.

Per ulteriori informazioni:


Associazione Kriya Yoga Sangam
Via F.lli Cervi 1/F – 24042 Capriate S.G. (BG)
Tel. 335.5239459 – att.ne Marco Simontacchi
www.babaji.ca e-mail info.it@babaji.ca
DEDICATO A BABAJI NAGARJ,
A PATANJALI E AGLI ALTRI MEMBRI DELLA
TRADIZIONE DEI 18 SIDDHA DEL KRIYA YOGA

iii

5
SOMMARIO

Ringraziamenti 7

Note relative alla traduzione dei versetti sanscriti 9

Prefazione 10

Un confronto tra gli Yoga Sutra e il Tirumandiram 13

Il Kriya Yoga di Patanjali: la pratica costante e il distacco 19

Capitolo 1°: Samadhi-Pada 29

Capitolo 2°: Sadhana-Pada 84

Capitolo 3°: Vibhuti-Pada 138

Capitolo 4°: Kaivalya-Pada 188

Traduzione continua dei 195 Sutra 222

Note all’introduzione e ai capitoli 235

Bibliografia 239

Indice dei Termini Sanscriti nei Sutra 241

Indice dei Kriya menzionati negli Yoga Sutra 271

L’Autore 273
R INGRAZIAMENTI
Desidero esprimere la mia gratitudine verso tutte le persone che mi hanno aiutato
a portare a termine questa opera. Vorrei ringraziare in particolare:
• Durga Ahlund per i suggerimenti riguardo le numerose “pratiche”indicate
nel commento, per gli stessi numerosi commenti, per il suo aiuto nella ricerca
delle citazioni di SriAurobindo e della Madre ugualmente per il lavoro impe-
gnativo di preparazione dell’indice dei termini sanscriti e dei termini inglesi
dei Sutra.
• Sujata Ghosh per la revisione e la correzione della traduzione dal sanscrito
per i numerosi competenti suggerimenti relativi al commento.
• Maureen Muller per la preparazione del documento “passato al setaccio” in
Word, per i suoi numerosi suggerimenti e soprattutto per il suo incoraggia-
mento.
• Uwe Haardt per aver ideato le pagine di copertina.
• Georg Feuerstein per la revisione del manoscritto e i suoi suggerimenti molto
utili.
• Vorrei nello stesso tempo esprimere la mia riconoscenza per la sua grande
erudizione e per la sua opera “Yoga - Sutra: A New Translation and
Commentary” che è il mio principale punto di riferimento.
• Bob Butera per i suoi commenti e i suggerimenti relativi al manoscritto, che
mi hanno aiutato a renderlo più completo e utile.
• Gaetane Annai Ouellet per il suo costante sostegno spirituale e fisico nei molti
anni che sono stati necessari per compiere questa opera.
• I tanti studiosi con i quali ho diviso questi commenti nel corso degli ultimi
dieci anni; per i loro commenti e per il sostegno finanziario per la pubblica-
zione dell’opera.
• Yogi Ramaiah che per primo mi ha presentato Patanjali, mi ha insegnato il
metodo per meditare sui Sutra e mi ha insegnato i 144 Kriya del Kriya Yoga
di Babaji.

7
R INGRAZIAMENTI

• Babaji Nagaraj per i suoi consigli nella preparazione di questa opera e per
aver offerto ai suoi discepoli il meraviglioso sistema dei 144 Kriya del suo
Kriya Yoga, riportati nel corso di questo commento.
• La mia ispirazione viene dalla Sua Grazia.
• Siddha Patanjali la cui opera magistrale mi ha ispirato per più di trenta anni.
• Tutti i Siddha dello Yoga per la loro elaborazione del Kriya Yoga. Il loro
esempio è per me una fonte di ispirazione quotidiana.
• Ringrazio tutti dal profondo del cuore e auguro che ciascuno di voi raggiunga
la realizzazione del Sé grazie al loro lavoro d’amore.

Marshall Govindan

8
NOTE RELATIVE ALLA TRADUZIONE
DEI VERSETTI SANSCRITI

L’autore ha posto par ticolare attenzione perché la traduzione dal sanscrito


dei versetti rifletta letteralmente e scrupolosamente il testo originale sanscrito.
Tuttavia, per qualche versetto per il quale la traduzione letterale non consen-
tiva una perfetta comprensione, l’autore si è autorizzato una traduzione che
dia una interpretazione più libera. La traduzione dei versetti sanscriti dà la
preferenza alla pr ecisione della traduzione piuttosto che alla facilità di
comprensione quando è necessario cer care un equilibrio tra le due. Una
maggiore comprensione può essere ottenuta studiando la traduzione par ola
per par ola per ogni versetto, che contiene il senso dei termini sanscriti
indicati nel riferimento standard e nelle altre traduzioni riconosciute deiSUTRA.
Il commento stesso sarà utile per colmare le lacune nella comprensione della
traduzione.

Tutte le parole che sono riportate tra parentesi sono in sanscrito a meno che
non siano altrimenti indicate. Per esempio (tam) indica che la parola è di
origine tamil.

9
PREFAZIONE
Di Georg Feuerstein, d.ph.

Oggi, decine di milioni di persone nel mondo praticano una forma o l’altra
di Yoga. Spesso quello che praticano somiglia appena alloYoga tradizionale così
come è stato praticato da più di 5000 anni in India. C’è dunque un bisogno reale
di voci sincere come quella di Marshall Govindan che presenta uno Yoga
autentico rivolto continuamente al grande ideale della trasformazione profonda e
della liberazione personale. Govindan, che preferisce essere chiamato così,
rappresenta la tradizione del Kriya Yoga (SCT. KRIYA YOGA) che fu insegnato
all’inizio dal maestro dell’Himalaya conosciuto col nome di Babaji, e che fu
trasmesso da generazione a generazione attraverso molte stirpi di insegnamento.
Govindan fu iniziato al Kriya Yoga da Yogi S.A.A. Ramaiah. Govindan ha
personalmente iniziato migliaia di persone dal 1988.
S.A.A. Ramaiah è un maestro del sud dell’India che asserisce di essere stato
iniziato direttamente da Babaji, uno dei maestri immortali del Siddha Yoga
rivelato al grande pubblico dal libro "L’autobiografia di uno yogi" di Paramahansa
Yogananda. Secondo l’opera di Govindan ‘Babaji e la tradizione del Kriya Yoga
dei 18 Siddha’ Yogi Ramaiah ha dato dettagli biografici di questo grande
maestro, particolarmente la sua data di nascita, il 30 novembre del 203 avanti
Cristo. Babaji era probabilmente un discepolo di POKANATHAR (tamil. pronuncia
BOGANATHAR) che dirigeva il tempio di KATIRGAMA (sct. KARTTIKEYAGRAMA) in una
foresta nel punto più meridionale di Sri Lanka. A un certo punto, Boganathar
inviò il suo discepolo al gran maestro Agastyar sotto la cui direzione Babaji
raggiunse la liberazione e l’immortalità.
Un altro grande maestro del Siddha Yoga del sud dell’India eraTirumular,
l’autore del celebre ‘Tirumandiram’ tamil. In questa opera Tirumular si presenta
come un discepolo diNandi che sembra abbia insegnato anche a un certo Patanjali.
In occidente pochi studenti dello Yoga hanno sentito parlare di Tirumular ma
conoscono Patanjali, il redattore dei celebri ‘Yoga-SUTRA’. Questi aforismi
indicano in modo magistrale la via yogica da un punto di vista filosofico e
psicologico.
La redazione degli ‘Yoga-SUTRA’ viene datata tra il 200 avanti Cristo e il
200 dopo Cristo. La prima data è indicata da chi identifica il redattore dei SUTRA

10
PREFAZIONE

col celebre grammatico Patanjali. Tuttavia un numero sempre maggiore di


eruditi preferisce la seconda data che tiene conto che gli ‘Yoga-SUTRA’ riflettono
il linguaggio e l’universo concettuale del buddismo Mahayana.
La tradizione riconosce molte altre persone sotto il nome di Patanjali, un
governante SANKHYA e l’autore di un’opera Sutrica sul rituale. Non si sa vera-
mente nulla riguardo questi personaggi e la loro collocazione temporale. La
citazione di Tirumular riguardo un compagno di nome Patanjali non fa che
rendere più oscuro il quadro storico.
La maggior parte degli eruditi data Tirumular tra il primo e il settimo
secolo dopo Cristo. Le idee e le pratiche contenute nel ‘Tirumandiram’ rappre-
sentano tuttavia uno stadio dello sviluppo del TANTRA che daterebbe tra il quinto
e il decimo secolo dopo Cristo. Se questo fosse esatto significherebbe che Patanjali,
il compagno di Tirumular, non fu il redattore degli ‘Yoga-SUTRA.’ Ma al di là
delle considerazioni degli eruditi, una comparazione tra gli ‘Yoga - SUTRA’ e il
‘Tirumandiram’ era necessaria e si aspettava da molto tempo.
Nel corso degli ultimi 35 anni, ho concentrato la mia ricerca nel campo
dello Yoga sulle opere in sanscrito. Ho conosciuto per la prima volta il
‘Tirumandiram,’ che è scritto in tamil, nel 1998, nella edizione ‘Ti rumandiram,
un classico dello Yoga e Tantra’ scritto e pubblicato da Govindan cinque anni
prima. Avevo certo sentito parlare del ‘Tirumandiram’ molto prima, perché io
stesso avevo ripubblicato nel 1993: ‘I Poeti dei Poteri’ del celebre erudito tamil
Kamel V. Zvelebil che ha descritto Tirumular come “il principale interprete dello
Yoga tamil.” Le brevi citazioni fatte da Zvelebil dall’opera di Tirumular, mi
hanno molto incuriosito e la traduzione inglese di B. Natarajan del
‘Tirumandiram’, pubblicata da Govindan, è stata per me un apporto prezioso.
Apprezzavo già enormemente la profondità della presentazione delloYoga fatta
da Tirumular e sono stato portato a pensare che tutti gli studiosi dello Yoga
dovrebbero studiare con molta attenzione il ‘Tirumandiram’ a completamento
degli ‘Yoga-SUTRA’ e della ‘Bhagavad Gita’.
La presente opera esamina gli ‘Yoga-SUTRA di Patanjali’ alla luce dei Siddha
dello Yoga del tamil Nadu. Govindan non ha risparmiato alcuno sforzo per
rendere gli aforismi accessibili a coloro che si interessano della pratica yogica. In
particolare gli studiosi del Kriya Yoga, sempre più numerosi in tutto il mondo, vi
troveranno una luce indispensabile, ma anche gli altri ne potranno ugualmente
approfittare.

11
PREFAZIONE

E’ piuttosto curioso constatare che Patanjali, il cui insegnamento è stato


associato allo Yoga a otto bracci,(ASTANGA-YOGA) ha chiamato la sua via, al PADA
2. 1, loYoga dell’azione (KRIYA YOGA). Come ho cercato di dimostrare nella mia
monografia ‘Lo Yoga-SUTRA: Un esercizio nella metodologia dell’Analisi
Testuale’, gli aforismi dello ‘Yoga-SUTRA’ che trattano speficicamente degli otto
bracci, sembrano essere stati aggiunti più tardi al testo. Non c’è una spiegazione
veramente soddisfacente dell’utilizzazione da parte di Patanjali del termine KRIYA-
YOGA per qualificare il suo insegnamento. Tuttavia se, come Govindan,
supponiamo che il redattore degli ‘Yoga-SUTRA’ fosse un discepolo di Tirumular,
abbiamo un legame diretto con l’eredità tantrica del sud dell’India, che utilizza il
termine kriya yoga per definire una attività rituale.
Lo studio (SVADHYAYA) ha sempre fatto parte integrante dello Yoga. Gli
studiosi occidentali dello Yoga devono, a mio avviso, prendere più seriamente
questa pratica yogica.A causa del loro carattere conciso e poiché vanno all’es-
senziale, gli ‘Yoga-SUTRA’ sono perfetti per studiare in profondità. Il loro approc-
cio è razionale, sistematico e filosofico. .Al contrario il ‘Tirumandiram’ è poetico,
pieno di estasi e abbonda in pepite di saggezza e di esperienza yogica. I due testi
si completano meravigliosamente e lo studiarli insieme illuminerà ed eleverà lo
studioso. L’opera di Govindan offre una base eccellente per questo studio. In
questo libro, Govindan condivide la sua lunga esperienza del Kriya Yoga, così
come il suo amore e il suo profondo rispetto per l’eredità dell Yoga.
Conosco Govindan solo da qualche anno, ma sono veramente impressiona-
to dalla sincerità che emana dalla sua pratica e dal suo insegnamento dello Yoga.
Govindan è infaticabile nel suo impegno verso gli insegnamenti del suo GURU,
Babaji, e verso i suoi numerosi studenti in tutto il mondo. La sua energia, la sua
modestia e la sua gentilezza sono una chiara indicazione della efficacia degli
insegnamenti che interpreta e trasmette agli altri.
Questa opera ‘I SUTRA del Kriya Yoga di Patanjali’ di Marshall Govindan è
un contributo prezioso alla studio delloYoga in generale e agli ‘Yoga-SUTRA’ in
particolare. Lo raccomando con tutto il cuore.

Georg Feuerstein, d.ph.


Yoga Research and Education Center (yrec.org)
9. settembre 2000

12
INTRODUZIONE
Un Confronto Tra Gli ‘Yoga Sutra’ E Il ‘Tirumandiram’
Si trovano molte traduzioni degli ‘Yoga-SUTRA di Patanjali.’ Gli studiosi
hanno tuttavia ignorato le molte similitudini tra i SUTRA e la più importante opera
sullo Yoga Il ‘Tirumandiram’ di Siddha Tirumular, un Siddha dello Yoga tamil.1
Queste sono due delle più antiche opere che trattano soprattutto dello Yoga.
Le due opere hanno molti punti di vista filosofico simili, riassunti nella tabella
riportata più avanti. Le due opere spiegano in profondità i SIDDHIS ossia i poteri
miracolosi che si raggiungono con la pratica dello Yoga. I due testi descrivono
metodi pratici dello Yoga e tralasciano molti dettagli importanti come fanno
generalmente gli yogi Siddha nei loro scritti. I Siddha hanno conservato gli aspetti
più importanti per le iniziazioni che hanno fatto personalmente ai loro studenti o
discepoli. I due autori figurano in cima alla maggior parte degli elenchi dei “18
Siddha dello Yoga tamil.”2
Molti indizi ci portano a credere che Patanjali e Tirumular abbiano vissuto
nella stessa epoca in questa cultura unica del sud dell’India. Per quanto sia diffi-
cile determinare la data di queste due opere, la maggior parte degli eruditi affer-
ma che i ‘SUTRA di Patanjali’ si possono collocare nel periodo tra il 2° e il 4°
secolo dopo Cristo, e il ‘Trumandiram’ tra il 4° e il 5° secolo dopo Cristo.
Comunque sia, Tirumular afferma che gli sono occorsi 3000 anni per scrivere il
‘Tirumandiram’ e menziona anche che Patanjali e lui ebbero entrambi Nandi
come GURU. Cita inoltre la visita di Patanjali a Chidambaram, dove egli stesso
ha vissuto. Molti dettagli sembrano indicare che Patanjali, così come Tirumular,
erano Siddha riconosciuti e che dividevano gli stessi punti di vista. Comprendere
così queste ramificazioni storiche aiuterà i praticanti delloYoga ad apprezzare
maggiormente gli obiettivi, la filosofia e la pratica dello Yoga.
Il fatto che gli eruditi non abbiano sottolineato le dottrine filosofiche e
teologiche comuni alle due opere, può essere spiegato con la differenza delle
lingue utilizzate, i SUTRA sono scritti solo in SANSCRITO e il ‘Tirumandiram’ in
tamil. Nessuno dei due è stato tradotto nell’altra lingua. La maggior parte degli
studiosi lavora generalmente in una sola delle due lingue. Gli eruditi moderni
hanno ignorato la letteratura tamil e più in particolare quella dei Siddha tamil.

13
Una traduzione inglese del ‘Tirumandiram’ è disponibile solo dal 1991 e di
conseguenza pochi ricercatori in occidente hanno gli strumenti necessari per un
confronto.
Tuttavia, dopo molti anni di preparazione è stato avviato un progetto di
ricerca importante ‘Il Progetto del Manoscritto dei Siddha dello Yoga tamil’
sotto il patrocinio dell’Ordine degli acharyas del Kriya Yoga di Babaji e del
Centro di Ricerca e l’insegnamento delloYoga (fondato da Georg Feuerstein)
con lo scopo di preservare, proteggere e valutare la possibilità di tradurre e
pubblicare le migliaia di manoscritti sparpagliati nelle diverse biblioteche del
sud dell’India. Questa opera deve dunque essere considerata come un primo sforzo,
per non dire un primo tentativo che cerca di riempire un grande vuoto nella
nostra comprensione delle origini delloYoga. Man mano che i risultati di questo
progetto saranno conosciuti, ci saranno senza dubbio delle revisioni.
La traduzione attuale e il commento dei SUTRA serviranno, alla luce di
questi due capolavori, a chiarire e rivelare ai lettori di lingua italiana i molti
argomenti misteriosi delloYoga classico e della filosofia dei Siddha dello Yoga
tamil, conosciuta col nome di Shiva Siddhanta. Questo commento parte dal
principio che, confrontando le due opere si potrà ottenere una comprensione più
profonda di entrambe.
A mio parere le precedenti traduzioni sono state troppo letterali, a tal punto
che solo con molta diffficoltà se ne afferra il senso, oppure erano così interpretate
che il significato reale è quasi completamente scomparso.A causa della natura
particolarmente tecnica del soggetto trattato e del fatto che il tema non è familia-
re alla maggior parte dei lettori, queste traduzioni, in gran parte hanno diluito il
ricco contenuto dei versi dei SUTRA. Questa nuova traduzione mira a rendere
l’opera il più possibile leggibile, pur rispettando il senso dei SUTRA. Nella elabo-
razione di questa nuova traduzione e di questo commento sono debitore verso gli
autori delle tre precedenti traduzioni, quelle di G. Feuerstein 3, di Swami
Satchitananda4 e di Swami Hariharananda Aranya.5
Questa traduzione e commento sono stati sviluppati negli ultimi dieci anni
per poter rispondere ai bisogni degli iniziati del Kriya Yoga di Babaji, la cui
stirpe nata da Nandi, Agastyar, Boganathar e Babaji è un ramo della stirpe dei
18 Siddha dello Yoga tamil. Si insegna agli iniziati come meditare sui versetti
dei Siddha come facevano Patanjali e Tirumular. Fino ad oggi gli iniziati pote-
vano utilizzare delle traduzioni non adatte ai loro bisogni.

14
Buona parte di questa nuova traduzione è già stata presentata loro, in parti-
colare il contenuto del primo PADA o libro, nel corso degli incontri dei gruppi di
meditazione che ho costituito dovunque nel mondo. Il Kriya Yoga di Babaji è
l’aspetto pratico della cristallizzazione del sistema filosofico chiamato ‘Shiva
Siddhantha’ che a sua volta è una sintesi degli insegnamenti della tradizione dei
18 Siddha tamil di cui Tirumular e Patanjali sono membri riconosciuti. In molti
commenti mi riferisco a pratiche specifiche del Kriya Yoga di Babaji con lo
scopo di aiutare gli studenti di questa tradizione ad apprezzare meglio l’impor -
tanza della loro pratica. La traduzione ed il commento possono essere apprezzati
da tutti i lettori interessati e più ancora dagli iniziati del Kriya Yoga di Babaji
che hanno fatto di persona l’esperienza di quello che Patanjali spiega.
Sono debitore a Babaji che ha trasmesso il metodo che ci permette di medi-
tare sui versetti e di coglierne il senso nascosto. Ogni versetto è come una chiave.
Una chiave è un pezzo di metallo inutile se non si sa come inserirlo in una serra-
tura e farlo girare.Tuttavia se si medita sul versetto, questa chiave ci permette di
entrare in un nuovo spazio, uno spazio dove il significato esoterico o nascosto
può essere rivelato. Se non si medita sul versetto, esso resterà inutile, come l’in-
chiostro sulla carta. Generalmente i Siddha meditavano un anno per comporre
un solo versetto. Il versetto non era che una chiave o una introduzione a un
significato nascosto più profondo. I Siddha nascondevano spesso il senso dei
loro versetti, per destinare il loro significato esoterico solo agli iniziati che, aven-
do anzitutto acquisito una esperienza, erano suf ficientemente avanzati per
coglierne il senso. E’ possibile trovare informazioni più ampie sulla tradizione
Siddha del continente indiano nel libro di David Gordon White6 e sui Siddha
dello Yoga tamil nell’opera di Zvelebil 7 e di Govindan.8
La tabella seguente riassume le numerose similitudini importanti tra queste
due opera:

YOGA SUTRA TIRUMANDIRAM


Purusha (il Sé)e Praktri (la Natura) e PRAKTRI sono entrambi reali
PURUSHA
sono entrambi reali
ISHWARA è il sommo Sé,il maestro ISHA o SHIVA è l’essere Supremo
dei maestri
SANKHYA, dualista teista ADVAITA-dualista: l’uno è diventato

15
multiplo; gli Agamas e i Vedas

PURUSHA è multiplo, al contrario dell’ JIVA (PASU) è multiplo e diviene SHIVA;


ATMAN unico del VEDANTA classificazione in tre aspetti.

L’ASHTANGA YOGA è una pratica L’ASHTANGA YOGA è discusso


preliminare
ISHWARA è il maestro diPatanjali e Nandi (SIVA) è il suo guru: Tirumular
questo è devoto a Lui gli è particolarmente devoto
Enfasi sul bisogno di abbandonarsi Enfasi sul bisogno di abbandonarsi
al Signore al Signore
Cinque afflizioni Cinque ostacoli, simili alle afflizioni
dei SUTRA
L’evoluzione all’interno della L’evoluzione all’interno della
creazione è reale e segue 24TATTVAS creazione è reale e segue 24 o 36 o
o principi anche 96 TATTVAS o principi
Rifiuto dei riti del tempio Rifiuto dei riti del tempio
Dottrina dei karma e della Identico
trasmigrazione
Etica della uguaglianza sociale Identico
Realtà tripla: Ishwara, Purusha, Identico
Praktri
Tre sorgenti di conoscenza Simile
Il metodo: il KryaYoga: il distacco, Il metodo: lo Yoga della Kundalini,
la pratica intensa, lo studio del sè che include il pranayama, i mantra,
gli yantra
PARINAMA: enfasi sula trasformazione: Simile; purificazione dalle impurità
un processo di purificazione dalle
afflizioni
Il SAMADHI o assorbimento cognitivo è: Analogo :
a) basato o no su ua forma materiale a) “essere in prossimità del Signore”
b) basato o no su una forma sottile b) “essere l’amico del Signore”
c) con o senza germe residuo c) “essere unito al Signore”

16
Parla dei 68 SIDDHIS o poteri, Parla dei 65 SIDDHIS o poteri
includendo la perfezione del corpo includendo l’immortalità fisica
Portata limitata allo Yoga, alla filosofia Portata più larga che include loYoga,
e a qualche punto di etica sociale la filosofia, il tantra e l’etica sociale
Questo confronto non è evidentemente completo. C’è molto da dire a questo
proposito. Cercando di fare una sintesi e confrontando i due, ho cercato di
incoraggiare il lettore ad andare al di là di quanto ho evidenziato. Accoglierò
. con
gioia tutti i commenti e i suggerimenti per le prossime edizioni.
Ci sono notevoli dif ferenze tra le due opere, eccone alcune:
YOGA SUTRA TIRUMANDIRAM
Scritto in terza persona, in uno stile Scritto in prima persona, con molta
arido e formale sensibilità
Scritto in sanscrito Scritto in tamil la lingua del popolo
senza nessun riguardo alla casta o allo
stato
195 aforismi 3047 versetti

Le similitudini prevalgono sulle differenze. La filosofia della letteratura del


Vedanta differisce molto di più da quella dei SUTRA e del ‘Tirumandiram,’ che
questi tra di loro. Per la redazione di questa opera, il mio scopo principale era
quello di suscitare un più grande apprezzamento e una migliore comprensione
dello Yoga, sia in India che in Occidente. Oggi si ignora quasi dovunque il signi-
ficato reale dello Yoga. Lo Yoga non è semplicemente una forma di esercizio
fisico, per quanto terapeutico o sano possa essere; lo Yoga offre alla umanità del
21° secolo delle soluzioni a qualcuno dei più grandi problemi sociali, così come
a quelli nel campo della filosofia, della psicologia, della teologia e anche della
ecologia. Esso mira nientemeno che alla piena espansione del potenziale di
ciascun essere umano per farne un essere divino: sul piano fisico, vitale, mentale,
intellettuale e spirituale. Il mondo si trova oggi di fronte a sfide senza precedenti,
conflitti sociali, distruzione ecologica, crescita e ripartizione economica o
nel campo della salute. La globalizzazione della cultura materialista non può
risolvere i problemi che trascendono i valori materiali. Solo un movimento
sociale molto esteso che permetta agli individui di superare le preoccupazioni

17
egoistiche limitate, può garantire la nostra sopravvivenza e la soluzione di questi
problemi, numerosi e complessi.
E’ con umiltà che suggerisco al lettore che una comprensione profonda
di queste due opere gli permetterà di diventare parte della soluzione piuttosto
che parte del problema che affligge la società e questo pianeta, oggi. Durante
questo studio, sfido il lettore a rimettere in questione i suoi valori, le sue
abitudini e le sue motivazioni, e quando necessario, di efffettuare dei cambia-
menti radicali. Per riprendere le parole di Sri Aurobindo “quello che occorre
è una rivoluzione contro la natura umana”. I SUTRA e il ‘Tirumandiram’ ci
daranno la visione e la comprensione per sapere come realizzare il nostro
potenziale. Sono come una carta stradale che ci indica le diverse destinazio-
ni, così come gli ostacoli e come superarli. Il Kriya Yoga di Babaji e dei
Siddha è come una automobile potente che ci può trasportare su grandi
distanze. La sua pratica ci richiede uno sforzo intenso e sostenuto. La sola
comprensione intellettuale non ci porterà mai alla illuminazione!Tuttavia la
pratica dello Yoga senza comprensione intellettuale è ugualmente incomple-
ta ed è questo che noi troviamo un po’ dappertutto nelle scuole di Yoga
contemporanee. I kriya e gli insegnamenti scritti hanno entrambi il loro
posto in un processo integrato. Non capire dove andiamo è come avere una
macchina senza carta stradale. Noi possediamo, grazie a queste due opere,
una carta universale.

18
IL KRIYA YOGA DI PATANJALI
LA PRATICA COSTANTE E IL DISTACCO
ABYASAH e VAIRAGYA
Un gran numero di versioni moderne delloYoga sono attualmente pro-
poste, soprattutto nei paesi occidentali, senza fare riferimento agli insegna-
menti classici. Come nel caso di un albero cui sono state tagliate le radici, vi
è grande pericolo che uno non possa proseguire nella propria pratica dello
Yoga a meno di continuare a cercare l’ispirazione alla sua fonte. I valori che
questo insegnamento ci of fre costituiscono un potente antidoto culturale con-
tro i valori alienanti del 21° secolo che troppo spesso si interessa solo alla
tecnologia e ai risultati rapidi, all’interno o all’esterno del campo dello Yoga.
Lo Yoga classico, così come è presentato da Siddha Patanjali verso il 2°
secolo della nostra era, descrive, al 2° capitolo o PADA dei suoi celebri SUTRA,
una via per la realizzazione del Sé. Potremo constatare che questo è ancora
più importante oggi che 2000 anni fa.
Nel versetto II.1, Patanjali parla del Kriya Yoga: “TAPAS SVADHYAYA-ISVARA-
PRANIDHANA Kriya Yoga:” “la pratica intensa, lo studio di se e la devozione
verso il Signore, costituiscono il Kriya Yoga.” Nei versetti dal I.12 al 16 del
primo capitolo, “la pratica costante”(ABYASAH) e “il distacco” (VAIRAGYA) sono
prescritti come i mezzi dello Yoga. Siccome poche persone sono portate a
“l’abyasah “e al “vairagya”nel secondo capitolo Patanjali prescrive delle
pratiche preliminari. Feuerstein 1 ha tuttavia sottolineato che lo Yoga di
Patanjali non era L’ASHTANGA o lo Yoga a 8 bracci descritto nei versetti dal
II.28 al III.8, come pensava generalmente la maggior parte dei traduttori.
Un’analisi del testo ha rivelato che questi versetti provengono semplicemen-
te da un’altra fonte sconosciuta.2 Noi parleremo prima di tutto della relazio-
ne fra questi mezzi o componenti del suo Kriya Yoga.
Feuerstein3 ha creato il seguente diagramma che mostra la relazione fra
i due bracci del suo Kriya Yoga:

19
KRIYA YOGA

ABHYASA VAIRAGYA
(la pratica costante) (il distacco)

TAPAS SVADHYAYA ISVARA-PRANIDHANA APARA-VAIRAGYA PARA-VAIRAGYA


(la pratica (lo studio (la devozione (preliminare) (superiore)
intensa) di sé) verso il Signore)

Questo schema illustra in modo sorprendente la relazione tra i due prin-


cipali strumenti del Kriya Yoga, “la pratica costante” e “il distacco” e le
componenti essenziali della pratica e con le forme preliminare e superiore di
distacco.
Nel versetto I.12 Patanjali af ferma “ ABHYASA-VAIRAGYABHYAM
TANNIRODHAH,” “grazie alla pratica costante e al distacco (emer ge) la cessa-
zione (dell’identificazione con) le fluttuazioni della coscienza.” Per “pratica
costante” egli intende concentrarsi su quello che si è realmente, il Sé, o negli
esercizi preparatori, sugli oggetti di concentrazione (perché è più facile
concentrarsi su un oggetto che possiede una forma che sull’Assoluto senza
forma). “Il distacco”significa lasciare la presa, o rilasciare quello che non si
è, i pensieri passeggeri, le emozioni, le sensazioni che vengono dai cinque
organi dei sensi. Si possono considerare “la pratica costante “e “il distacco”
come i due poli magnetici di tutte le discipline yogiche. Il primo rappresenta
lo sforzo di realizzare il sé con le tecniche di interiorizzazione e con l’espe-
rienza dell’unità; il secondo rappresenta l’atteggiamento corrispondente per
lasciare andare il desiderio del mondo esteriore della polarità.

ABHYASA (la pratica)


Al versetto I.13 Patanjali ci dice: “TATRA STHITAU YATNO’BHYASAH.” “In
questo contesto lo sforzo per restare (nella cessazione della identificazione
con le fluttuazioni della coscienza) è la pratica costante“. Lo sforzo per
restare in questo stato superiore di coscienza si manifesta con la pratica di
tecniche diverse tra cui leASANA, la respirazione, i mudra, la meditazione e i
mantra.
Ma come dobbiamo praticare? Egli prosegue al versetto I.14 descriven-
do i diversi tipi di pratiche necessarie: "SA TU DIRGHA-KALA-NAIRANT ARYA-

20
SATKARA-ASEVITO DRDHA-BHUMIH .” “Tuttavia questa (pratica diviene) forte-
mente stabile se è esercitata regolarmente e correttamente per un lungo
(periodo di tempo).”
Il mentale ha naturalmente tendenza a volgersi all’esterno, verso le espe-
rienze dei sensi. Lo scopo di questa pratica è di rendere stabile un’abitudine
inversa di interiorizzazione del mentale. Nella nostra cultura materialista
moderna, i media ci bombardano costantemente di cose per attirare la nostra
attenzione e noi passiamo così di fianco all’essenza, il Sé, la nostra sola fonte
di felicità durevole. Questo dovrebbe servire da avvertimento per tutti coloro
che cercano una via rapida e senza sforzo verso l’illuminazione o verso un
avvenire pieno di beatitudine. I novizi cercano così spesso la “facilità”e “la
via più rapida“. Nella maggior parte dei casi le nostre abitudini mentali ne-
gative sono troppo fermamente ancorate e consentono solo un processo lungo
e laborioso.
“Fortemente stabile” significa che abbiamo acquisito l’abitudine di
essere i testimoni delle esperienze passeggere, soggettive o oggettive della
nostra vita. Questo non si può produrre senza aver praticato per lungo tempo
e con devozione, conservando la fiducia nei risultati. Ciò significa integrare
la nostra vita spirituale alla nostra vita di tutti i giorni. Se dubitiamo dell’ef-
ficacia della pratica o se la pratichiamo senza applicarci veramente non pos-
siamo integrarla facilmente nella nostra vita quotidiana.
Questi versetti ci rendono chiaro il senso dei TAPAS, la pratica intensa e
indicano che non si riferiscono a tecniche precise, ma piuttosto a un modo di
praticare. TAPAS significa letteralmente “raddrizzare col fuoco”e la letteratu-
ra dello Yoga è piena di passi che descrivono come la pratica yogica intensa
ha portato chi la pratica a superare i propri limiti.
SVADHYAYA o “lo studio di sé” significa l’uso delle nostre facoltà superio-
ri tra cui l’intelletto con lo scopo di conoscerci. Ciò può includere lo studio
delle scritture sacre, la ripetizione dei mantra o l’osservazione dei movimen-
ti della psiche.Allora una’esperienza soggettiva può diventare oggettiva ed è
possibile distinguere più facilmente cosa è la personalità e cosa è il Sé. Que-
sto conduce alla padronanza del Sé.
ISHVARA PRANIDHANANI o l’abbandono all’Essere Supremo significa
coltivare un amore incondizionato per la bhakti o devozione e vedere dovun-
que il Signore. Si dimenticano i piccoli bisogni dell’Ego e si sviluppa un

21
amore universale. L’abbandono implica nello stesso modo di lasciar andare
quello che turba lo spirito. (Lasciare la presa e lasciar agire Dio). La forma
del divino che si sceglie è una faccenda personale. Non è un’ alternativa alla
pratica e al distacco ma ne fa piuttosto parte.

VAIRAGYA (Il distacco)


Nel versetto I. 2 all’inizio del suo testo ,Patanjali dà la definizione della
fase iniziale del processo dello Yoga come “ YOGA CHITTA VRITTI NIRODHA ,”
cioè “lo Yoga è la cessazione (del processo di identificazione con) le
fluttuazioni (che emergono nel) la coscienza. E questo ci dà una ragione per
coltivare il distacco.
La parola citta significa coscienza e il termine CITTAR (pronuncia siddhar)
è il nome tamil per chi è maestro di coscienza o “colui che è supremamente
cosciente.” E’ la manifestazione localizzata del cit o Coscienza Assoluta. Seb-
bene Patanjali non definisca il termine coscienzaCITTA, il suo senso si può
determinare partendo dal contesto nel quale appare nei SUTRA. Secondo il
versetto IV. 23, la coscienza è colorata dal Sé e dalle manifestazioni della
natura, dal Testimone (colui che vede, il soggetto) e da ciò che è visto (l’og-
getto). L’identificazione apparente ed erronea del Sé con le manifestazioni
della natura (ciò che è visto o l’oggetto) è la causa delle so f f erenze dell’esse-
re umano ed è il problema fondamentale della coscienza umana. Come i
SIDDHARS hanno affermato “Noi stiamo sognando con gli occhi aperti,” poi-
ché non ci identifichiamo con quello che siamo ma con quello che non siamo;
i nostri sogni. E’ un capovolgimento totale della vera relazione tra il Sé e le
fluttuazioni che emergono nella coscienza. Il Sé è il soggetto puro e assoluto
ed è percepito come “Io sono.” Ma nella coscienza umana ordinaria il sé è
diventato un oggetto:”me stesso” la personalità, insieme di pensieri, emozio-
ni, sensazioni, sotto il dominio dell’ego, che prende il ruolo di soggetto. "L'abi-
tudine a identificarci con i nostri pensieri, le nostre emozioni, le nostre sensa-
zioni, cioè l’egoismo, è la malattia quasi universale della coscienza umana.
Le fluttuazioni VRTTH che emergono nella coscienza, chePatanjali enumera
e definisce nei versetti dal I.5 al I.11 come il “mezzo per acquistare la vera
conoscenza,” i “falsi concetti,” “la concettualizzazione,” “il sonno” e “la
memoria,” devono essere mondati da ogni egoismo, dalla tenace abitudine di
considerare che “io sono questa emozione“, “io sono questo ricordo,” “io
sono questa sensazione,” praticando sistematicamente il distacco col quale si

22
realizza che : “io sono cosciente di questa emozione, di questo ricordo, di
questa sensazione e non sono questa emozione, questo ricordo , questa sensa-
zione.”
Non è eliminando le modificazioni nella coscienza che noi possiamo
arrivare alla realizzazione del sé e ritrovare la nostra propria identità. In que-
sto caso solo l’arresto finale di questi movimenti, cioè la morte, potrebbe
produrre la realizzazione del Sé. La realizzazione del Sé non sarebbe possibi-
le mentre siamo vivi. Ci saranno modificazioni finchè esisterà il mondo. Il
vero problema qui è l’abitudine di confondere “io sono”(il Sé) con “io
sono”(l’oggetto della coscienza, l’emozione, il ricordo, la sensazione). Quel-
lo che occorre realizzare è che si possono avere pensieri, emozioni, sensazio-
ni, il sonno ecc., ma che noi non siamo i pensieri, le emozioni, le sensazioni,
il sonno, ecc.
Cosa è la coscienza? Sebbene Patanjali non definisca il termine coscien-
za CITTA, il suo senso può essere determinato a partire dal contesto nel quale
il termine appare nella letteratura Siddha. Secondo il Siddha Tirumular, un
contemporaneo di Patanjali che scrive al versetto 119 del ‘Tirumandiram’ 4:
La nostra intelligenza, aggrovigliata ai sensi
Si ritrova in acque profonde,
Ma all’interno della nostra coscienza
Risiede una coscienza più profonda
Che la Grazia Suprema risveglia
E al versetto 122 :
Lo Sivayoga è conoscere cit-acit
E qualificarsi con l’ascesi dello yoga;
La luce del Sé che diviene il Sé,
Entrare senza deviare nel Suo campo divino
Questo è ciò che mi ha concesso Nandi dei Nove Yogas.
cit= la conoscenza di Sé della coscienza diSiva
acit =l’ignoranza di Jiva (l’anima o lo spirito individuale che anima
l’essere vivente.
(Patanjali è nominato due volte nel ‘Tirumandiram,’ al versetto 67 e al
2790, vedere il riferimento 4)

23
Lo yoga dei nostri giorni ha messo l’accento su diverse tecniche ma ha
troppo spesso ignorato la necessità del “distacco.” Nel peggiore dei casi, lo
Yoga contemporaneo dà peso alla “performance” o al “raggiungimento” dei
diversi stati, in modo particolare nelle scuole di Hatha Yoga. Possiamo gene-
ralmente attribuire questo fenomeno ai valori della nostra cultura moderna
materialista che incoraggia l’individualismo, la competizione e l’attaccamento
alle cose materiali o alle persone oggetto, (come nel “io ti amo”o “io ho
bisogno di te“).
Dunque, perché i moderni praticanti delloYoga dovrebbero riconoscere
valore agli insegnamenti di Patanjali sul distacco? Nel primo capitolo dei
SUTRA, Patanjali spiega come un individuo, dotato di coscienza umana nor -
male ed ordinaria, si identifica con i movimenti o le modificazioni mentali e
afferma che essi sono “afflitti”o “non afflitti“. Li identifica, nel versetto I.6
come: la giusta conoscenza, le false opinioni, l’illusione, il sonno, il ricordo.
“Lo yoga è la cessazione (del processo di identificazione con) le fluttuazioni
(che emergono nel) la coscienza“, versetto I.2. Tale processo si conclude con
la realizzazione del Sé. “Il Testimone (Colui che vede, il Sé) resta nella sua
propria forma o nella sua vera natura”(versetto I.3).
Nei versetti I.15 e I.16, Patanjali distingue tra le forme preliminari e
superiori di distacco.
I.15 “ DRSTA-ANUSRAVIKA-VISAYA-VITRSNASYA VASIKARA-SAMJNA
VAIRAGYAM,” “Il distacco è un segno di maestria per colui che
vede o sente parlare di un oggetto senza desiderarlo.”
Il distacco implica di staccarsi non dagli oggetti che fanno parte del
nostro mondo ma dal desiderio insaziabile di possederli, dal nostro bisogno
di loro. Per ignoranza noi confondiamo la nostra sorgente di felicità, il nostro
Sé, con questi oggetti e ignoriamo la nostra vera sor gente interiore di gioia
incondizionata. Desiderare insaziabilmente è immaginare che la felicità sia
procurata dal possesso di qualcosa. Queste illusioni colorano le nostre perce-
zioni: ciascuno vede quello che desidera e non la realtà, nello stesso modo in
cui chi guarda dentro uno specchio coperto di polvere non riesce a vedere la
realtà.
Nella tappa preliminare del distacco, occorre ricordarsi di lasciare la
presa, di lasciare andare il desiderio insaziabile. Anche la pratica delle

24
posizioni Yoga era stata ideata originariamente con questo scopo: per disten-
dersi, per rilasciare la tensione, la malattia e il disagio del corpo fisico. Ci
sono numerose tecniche per aiutarci a ricordare, tra cui le tecniche di medita-
zione e i mantra.Patanjali evidenzia due tipi di oggetti da cui bisogna stac-
carsi, gli oggetti del mondo esterno e gli oggetti “rivelati “o “di cui si è sen-
tito parlare “che sono descritti nei testi sacri come stati celesti. “Il segno di
padronanza “implica un distacco fortemente stabile e integrato in ogni aspet-
to della nostra vita; non si fugge il mondo, si sta nel mondo e lo si trascende;
si è continuamente coscienti di una Realtà superiore.
Al versetto I.16 “ TAT-PARAM PURUSA-KHYATER-GUNA-VAITRSNYAM,” “La
libertà guadagnata sulle forze costituenti (della natura) (che si raggiunge)
grazie alla realizzazione (del Sé) è suprema.”
La persona comune è implicata nei desideri, attivati dalle forze della
natura, con poco o nessun controllo e soltanto esperienze passeggere di feli-
cità. Tuttavia, quando realizziamo il Sé in permanenza, la gioia e la pace ci
colmano a tal punto che otteniamo automaticamente la discriminazione tra il
Sé e il non Sé. Questo ci fa perdere ogni desiderio di coinvolgimento coi
desideri, i ricordi e i fantasmi attivati dal subcosciente. Si tratta di un distac-
co che non è fondato sul controllo ma sulla coscienza spontanea e costante
del nostro più grande Sé, onnipresente ed eternamente gioioso.
Coltivare il distacco non vuol dire rifiutare le cose né incoraggiarle.
Durante la meditazione esso è caratterizzato da uno stato di calma che ci
permette di essere presenti a tutto quello che può emergere dal subcosciente.
Essere presenti a qualcosa implica la realizzazione di “Io sono” piuttosto che
l’identificazione con qualsiasi emozione, ricordo o percezione sensoriale che
invada improvvisamente la nostra coscienza. Ciò implica essere un testimo-
ne piuttosto che lasciare che la coscienza si faccia assorbire dall’oggetto di
attenzione.
Nel versetto I.30, Patanjali enumera nove dispersioni che impediscono
di coltivare la coscienza interiore del Sé.
“ YADHI-STYANA-SAMSAYA-PRAMADA-ALASYA-AVIRATI-BHRANTI-DARSANA-
ALABDHA-BHUMIKATVA- ANAVASTHITATVANI CITTA-VIKSEPAS-TE’NTARAYAH,”
“La malattia, l’apatia, il dubbio, la negligenza, l’indolenza, la com-
piacenza ai sensi, la falsa percezione, l’incapacità di trovare la pro-
pria via e l’instabilità - queste dispersioni della coscienza sono gli
ostacoli.”

25
Gli ostacoli alla coscienza interiore o all’attidudine del testimone sono
le distrazioni qui menzionate.Tuttavia esse non sono insormontabili. Posso-
no essere superate grazie alla ripetizione dei mantra e ad altre forme di
sadhana yogico.
I moderni praticanti dello yoga trovano troppo spesso scuse per non per-
severare o intensificare la loro pratica. Se non si riconoscono le distrazioni
sopra ricordate, come si possono evitare le loro conseguenze? O se non ci si
rende conto di cosa non siamo, come si può riconoscere quello che siamo? Il
nostro sadhana consiste nel fare questa distinzione costantemente, ad ogni
istante.
Al versetto I.31 Patanjali enumera quattro emozioni che accompagna-
no questi ostacoli:
“ DUHKHA DAURMANASY A-ANGAM-EJAYATVA SV ASA PRASA VASA VIKSEPA
SAHABHUVAH ,” “Accompagnano queste dispersioni i tremori nel
corpo, il respiro irregolare, la depressione e l’ansia.”
Le dispersioni mentali sono questi movimenti che trascinano il nostro
oblio o la nostra perdita di coscienza interiore. Quando siamo molto assorbiti
dai nostri pensieri e perdiamo il nostro equilibrio, si possono anche avere
effetti secondari nelle nostre emozioni, come la depressione, l’ansia, i tremiti
nel corpo fisico o assenza di calma e anche nella respirazione.Tali movimen-
ti che accompagnano le distrazioni mentali possono servire a ricordarsi che
abbiamo perso di vista il nostro vero Sé e aiutarci a ritrovarlo. Possiamo
ripetere dei mantra o fare buone azioni per cambiare le nostre emozioni o
respirare profondamente o praticare delle posture per calmare il mentale, le
emozioni e il corpo. I trattamenti psicologici sono in genere palliativi e sinto-
matici ma queste attività yogiche raggiungono la vera parte causale della
nostra natura. Nei tempi antichi si sapeva bene che il corpo e il mentale han-
no una volontà e una memoria che sono loro propri. Un approccio integrale
come lo Yoga eviterà che tali movimenti provochino malattie più gravi.
Prendendo regolarmente nota della presenza di queste dispersioni e dei
loro accompagnamenti emozionali nella nostra vita potremo distaccarcene
progressivamente e alla fine controllarli.Al versetto II.33 Patanjali racco-
manda “Se vi disturbano pensieri negativi, bisogna pensare a pensieri con-
trari (positivi).” Coltivando il loro contrario con l’autosuggestione e le affer-
mazioni, noi impegnamo il subcosciente in questo processo.

26
Egli indica nei versetti dal I.32 al 39 diversi metodi di concentrazione,
di meditazione, di controllo della respirazione, per sviluppare una calma
mentale incrollabile e per impedire l’emergere di questi ostacoli e dei loro
accompagnamenti.
Gli studenti del Kriya Yoga di Babaji possono facilmente riconoscere la
similitudine col Kriya Yoga di Patanjali. Questo non deve sorprendere dal
momento che essi vivevano nella stessa epoca e che hanno avuto lo stesso
PARAMGURU Nandi.

Dopo aver definito un gran numero di SIDDHIS o poteri yogici miracolo-


si che possono sopraggiungere a seguito della pratica intensa dello yoga,
Patanjali ci raccomanda, al versetto III.50 di distaccarcene allo stesso modo:
“TAD-VAIRAGYAD-API DOSA-BIJA-KSAYE KAIVALYAM.” “Distaccandosi anche (dai
SIDDHIS dell’onniscienza e dell’onnipotenza, con) la distruzione del seme di
questo ostacolo, arriva la libertà assoluta.”Troppo spesso noi ci confrontia-
mo con quello che si potrebbe chiamare “materialismo spirituale” cioè il potere
di fare cose straordinarie o miracolose, come la levitazione, la chiaroveggen-
za, i viaggi astrali, la materializzazione di oggetti.Patanjali ci avvisa sag-
giamente di non attaccarci mai a nessuno di questi risultati, nemmeno ai più
grandi poteri yogici perché solo l’assoluto ci soddisferà assolutamente. Per--
ché accettare di meno?
Per concludere, benchè Patanjali menzioni diverse pratiche specifiche
dello yoga, come ASANA, pranayama e meditazione, non insiste su tecniche in
particolare. Questo è conforme alla cultura dei Siddha, in cui gli insegna-
menti più elevati erano dati a voce di persona e non erano mai scritti. Gli
insegnamenti supremi erano cristallizzati in forma di KRIYA o “tecniche da
praticare rigorosamente” ed erano trasmessi solo in sedute di iniziazione.
Durante le sedute, i kriya sono rivelati e praticati sotto la supervisione del
maestro. I kriya non venivano scritti in modo che solo chi li praticava rego-
larmente potesse ricordarsene. Così la tradizione dei Siddha è stata trasmes-
sa fino ad oggi, da generazione a generazione, oralmente, attraverso una li-
nea continua di praticanti sinceri.Tutte queste tecniche hanno il loro posto in
un processo integrato. Patanjali ci avvisa degli ostacoli cioè le distrazioni
mentali e i loro accompagnamenti emozionali, e anche dell’aspetto seducen-
te dei poteri; anzitutto sottolinea tuttavia i mezzi per superarli : la pratica

27
costante e il distacco, ABHYASA e VAIRAGYA. Questo dovrebbe ricordarci di col-
tivare queste due attitudini essenziali non solo durante le nostre meditazioni
o durante le posture, ma in ogni momento!
Gli scritti dei Siddha sono tradizionalmente concisi e difficili da com-
prendere per chi non è iniziato. La loro comprensione è particolarmante
ardua per gli studenti occidentali di oggi dello Yoga, che non sono mai stati
in contatto con l’India, la Madre patria dello Yoga, con le sue ricche tradi-
zioni spirituali e filosofiche. Infatti gli scritti dei Siddha possono essere com-
presi a due livelli differenti: quello dei non iniziati e quello degli iniziati.
Nella stesura di questo commento, ho menzionato spesso dei Kriya specifici
che gli iniziati del Kriya Yoga di Babaji riconosceranno, per facilitare la loro
comprensione. Babaji ha attinto il suo Kriya Yoga negli insegnamenti della
tradizione dei 18 Siddha di cui Patanjali faceva parte. Il suo Kriya Yoga è
un sistema complesso che sintetizza i loro insegnamenti e li cristallizza. Io
credo che gli attuali studenti dello Yoga saranno in grado di apprezzare
meglio l’utilità delle tecniche se comprendono le fonti della filosofia del Kriya
Yoga di Babaji. Possa questo commento ispirare ognuno di voi a consacrarsi
in modo costante e intenso alla pratica delloYoga.

28
CAPITOLO 1: SAMADHI–PADA

Il primo capitolo ( PADA) presenta alcuni dei più importanti concetti del
metodo yoga e dei suoi risultati. Uno dei risultati è l’assorbimento cognitivo
(SAMADHI) e Patanjali ci porta a comprenderne chiaramente il significato verso
la fine di questo primo capitolo. Poiché loYoga è un’arte scientifica, un sistema
progressivo, Patanjali ce lo fa scoprire nello stesso modo col quale un architetto
presenta le caratteristiche del suo progetto. Sebbene non ci insegni come pratica-
re delle tecniche specifiche, il suo progetto indicherà in dettaglio come esse for-
mino un tutto e quale sarà la forma dei risultati. La forma succinta dei SUTRA,
simile a quella del progetto dell’architetto, non deve essere confusa con la realtà
che essi simbolizzano. In generale, gli autori indiani e in particolare gli yogi
realizzati (Siddha), come Patanjali e Tirumular, erano coscienti dei limiti del
linguaggio e utilizzavano le parole in modo suggestivo. Essi desideravano
mostrare una realtà più profonda che non poteva essere afferrata con le parole.
Le loro opere erano spesso scritte in modo da nascondere il vero senso ai non
iniziati. Una buona comprensione dei concetti di questo capitolo introduttivo
permetterà al lettore di capire i capitoli seguenti nei quali i metodi e i risultati
dello Yoga saranno descritti in modo più dettagliato.

1. ATHA-YOGA-ANUSASANAM
ATHA = ora
YOGA = l’unione
ANUSASANAM = l’esposizione

Ora (inizia) l’esposizione dello yoga.


Il termine atha o ora è una parola utilizzata per attirare l’attenzione dei lettori
all’inizio di questo importante trattato.

2. YOGAS-CITTA-VRTTI-NIRODHAH
YOGA = lo yoga
CITTA-VRITTIH = le fluttuazioni della coscienza
NIRODHAH = la cessazione.

29
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

Lo yoga è la cessazione (del processo di identificazione con) le fluttuazione


(che emergono nella) coscienza.
E’ il momento di spiegare all’inizio qualcuno dei più antichi concetti del pensie-
ro metafisico indiano: il termine natura (PRAKRTI) e il Sé (PURUSA) nei
versetti I.16, 24. PRAKRTI è tutto, escluso il Sé e comprende la totalità del cosmo,
dal campo materiale ai campi sottili. Contrariamente al Sé (Io sono…), che è
puramente soggettivo, PRAKRTI è la realtà oggettiva, la stessa che è osservata dal
Sé. Essa è reale, anche se può essere transitoria PURUSA
. , il Sé, è il soggetto puro,
situato nel centro della coscienza. Egli illumina la coscienza. Senza di lui il men-
tale e la psiche non avrebbero attività cosciente, proprio come una lampada non
potrebbe illuminare senza elettricità, benchè essa sia invisibile. PRAKRTI esiste
come natura nel suo stato trascendente e indefinito così come nelle sue manife-
stazioni multiformi e dif ferenziate. Occorre fare una distinzione tra il Sé e il sé
risultato della personalità limitata e del corpo. A volte ci si riferisce al vero Sé
come all’essere eterno nel centro di ognuno, L’ATMAN o JIVA, contrariamente al
piccolo sè, la persona o la personalità, la somma dei nostri ricordi, delle nostre
identificazioni limitate, mantenute dal nostro egoismo.
La parola CITTA significa coscienza e il termine CITTAR (pron. SIDDHAR) è il
nome tamil per chi è padrone della coscienza. E’ la manifestazione localizzata
della Coscienza Assoluta ( CIT). Sebbene Patanjali non definisca il termine
coscienza (CITTA), il suo senso può essere determinato a partire dal contesto nel
quale appare nei SUTRA. Secondo il versetto IV. 23 la coscienza è colorata dal Sé
e dalle manifestazioni della natura, dalTestimone (chi vede, il Soggetto) e da chi
è visto (l’Oggetto) 1. Questa identificazione apparente ed erronea del Sé, il Testi-
mone o il Soggetto, con le manifestazioni della Natura (ciò che è visto o l’Ogget-
to) è la causa delle sofferenze dell’essere umano e il problema fondamentale
della coscienza umana. Come i SIDDHARS (tamil) hanno affermato “Noi stiamo
sognando con gli occhi aperti, perché non ci identifichiamo con quello che sia-
mo, ma con quello che non siamo; i nostri sogni.” E’una inversione totale della
vera relazione tra il Sé e gli oggetti della coscienza. Il sé è divenuto un oggetto e
io stesso, questa personalità, insieme di pensieri, emozioni, sensazioni, sotto l’in-
fluenza dell’ego, ho usurpato il ruolo del soggetto. L’abitudine di identificarci
con i nostri pensieri, le nostre emozioni, le nostre sensazioni, cioè l’egoismo, è la
malattia della coscienza umana. Le fluttuazioni ( VRTTIH) che emergono nella
coscienza che Patanjali enumera e definisce nei versetti I.5 fino a I.11 come il
mezzo di acquistare la vera conoscenza, i falsi concetti, la concettualizzazione, il

30
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

sonno e la memoria, devono essere pulite da ogni egoismo, da questa abitudine


tenace di considerare che “io sono questa emozione,” “io sono questo ricordo,”
“io sono questa sensazione” praticando sistematicamente il distacco col quale si
realizza che “io sono cosciente di questa emozione, di questo ricordo, di questa
sensazione e non sono questa emozione, questo ricordo, questa sensazione.”
Nel Kriya Yoga di Babaji, la prima tecnica di meditazione, SHUDDI DYANA
KRIYA, ha lo scopo di cambiare questa prospettiva (un cambiamento nella
coscienza). Come tutte le abitudini, l’egoismo risiede al livello del subcosciente,
cioè nella parte del nostro spirito che è sotto la nostra coscienza di veglia ordina-
ria. Tuttavia è possibile accedere a questo livello grazie ai diversi metodi dello
Yoga.
Non è eliminando le modificazioni nella coscienza che si può arrivare alla
realizzazione del Sé e trovare la nostra identità. Ci saranno modificazioni finchè
il mondo esisterà. Il vero problema è l’abitudine a confondere “Io sono”(il Sé)
con “Io sono” (l’oggetto della coscienza, l’emozione, il ricordo, la sensazione).
Cosa è la coscienza? Il senso del termine coscienza (CITTA) può essere deter-
minato a partire dal contesto nel quale appare nella letteratura dei Siddhar .
Secondo Tirumular:
La nostra intelligenza aggrovigliata ai sensi
Si ritrova in acque profonde
Ma all’interno della nostra coscienza
Risiede una coscienza più profonda
Che la Grazia Suprema risveglia. (TM 119)
E al versetto 122
Lo uivayoga è conoscere cit –acit
E qualificarsi con l’ascesi dello yoga;
La luce del Sé che diviene il Sé,
Entrare senza deviare nel Suo regno divino
Questo è ciò che mi ha concesso Nandi dei Nove Y oga.

CIT = la conoscenza di Sé della coscienza di SIVA


ACIT = l’ignoranza di JIVA (l’anima o dello spirito individualizzato che
anima l’essere vivente)

31
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

PRATICA: Quando pensieri, emozioni o sensazioni dif ferenti vi disturbano fatevi


la domanda “posso lasciare la presa?” Coltivate il distacco nei loro confronti.
Nota 1 L’espressione inglese qui usata “the Seer and the Seen” è uno dei
concetti chiave del commento ma non ha equivalente in italiano. “the Seer”
significa chi vede. Questo termine inglese è basato sulla radice del verbo vedere
(to see) ed è usualmente tradotta dal saggio comprendendo che la saggezza
riposa sul fatto e l’azione di vedere la realtà. All’opposto
. “the Seen” significa ciò
che è visto nella forma del participio passato del verbo vedere. In questo contesto
tradurremo “Seer” come Testimone o Soggetto (colui che vede) e “Seen “con
Oggetto o ciò che èVisto.

3. TADA DRASTUH SVA-RUPE’VASTHANAM


TADA = allora
DRASTUH = il Testimone (il soggetto)
SVARUPE = nella sua forma
AVASTHANAM = dimora

Allora il testimone dimora nella sua vera forma.


“Allora” implica che quello che segue è una conseguenza del processo di
purificazione dall’abitudine di identificarsi con le fluttuazioni che emergono nel-
la coscienza, descritte nel versetto precedente. Ciò che segue è uno stato perma-
nente di realizzazione del Sé e non una esperienza temporanea che può essere
abbreviata dal flusso delle distrazioni mentali. Nello stato di coscienza fisica
ordinaria, si ha l’abitudine di identificarsi con le forme mentali e le emozioni.
Con la pratica delle tecniche di meditazione come SUDDHI DHYANA KRIYA, o con
quella dei MANTRA, è possibile sentire un profondo distacco. Il Testimone (sogget-
to) è il Sé. Alla fine del processo dello Yoga l’anima individuale (JIVA) realizza di
essere SIVA il Signore Supremo. L'anima individuale ( JIVA), per espansione,
riprende la sua vera natura o la sua vera forma (SIVA) e non si identifica più con
le forme fisiche mentali inferiori.
Secondo Tirumular
In questo stato di TURIYATITA JAGRAT,
Il Signore della Danza è unito a JIVA
Quando questa unione sopraggiunge, MAYA scompare
In quel giorno JIVA raggiunge la forma di SIVA. (TM 2277)

32
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

JAGRAT si riferisce allo stato di veglia, TURIYA è il quarto stato di coscienza,


oltre gli stati di veglia, sogno e sonno profondo. La sopracoscienza
(TURIYATITA) significa al di là di TURIYA.
PRATICA: Ripetete spesso come una forma di autosuggestione e in particolare pri-
ma di addormentarvi o subito dopo la meditazione “ora niente mi può disturbare.”

4. VRTTI-SARUPYAM-ITARATRA
VRTTI(H) = le fluttuazioni della coscienza
SARUPYAM = l’assimilazone, la conformità, l’identificazione
ITARATRA = altrimenti

Altrimenti c’è un’ identificazione (dell’anima individualizzata) con le


fluttuazioni (della coscienza).
Nello stato di coscienza ordinaria dell’essere umano, l’individuo si identifica
con le sue emozioni e con tutti i movimenti del suo mentale che per la maggior
parte emergono dal subcosciente. Se si domanda a qualcuno “Chi sei?” lui o lei
risponderà generalmente che è il signor x o la signora y , e parlerà della sua
professione, della sua religione, della sua famiglia o anche del suo datore di
lavoro o di quello che lui o lei ama di più al mondo. Ma tutte queste identificazioni
sono soltanto dei pensieri nati dalla memoria. In effetti è raro trovare qualcuno
che si identifichi con la sua vera essenza, il Sé, L’ATMAN come dicono gli yogi.
Nel Sé essenziale non c’è differenza tra voi e me. Praticando il SUDDHI DYANA
KRIYA ci si distacca progressivamente da queste false identificazioni.

“Altrimenti” suggerisce che il fatto di rammentarsi del Sé non è costante.


Quando si cessa di identificarsi con ciò che non si è, si hanno dei momenti in cui
si dimentica. Nella confusione ci si identifica con l’emozione che predomina in
quel momento, a volte con la collera o con una sensazione come la fatica, o
ancora con pensieri come il giudizio, o i ricordi. Noi dovremmo coltivare il
distacco e rimanere vigili per evitare che il mentale oscuri la Pura Coscienza del
Sé sottostante. La pratica di tutte le forme di Yoga può aiutarci a ricordarci della
realizzazione del Sé.
PRATICA: Ricordatevi del vostro Sé interiore che resta sempre in uno stato di
serenità, che soggiace a ogni esperienza come il filo di una collana che tiene tutte
le perle.

33
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

5. VRTTAYAH PANCATAYAH KLISTA-AKLISTAH


VRTTAYAH = le fluttuazioni che emergono nella coscienza
PANCA-TAYA = quintuplo
KLISTAH = afflitto
AKLISAH = non-af flitto

Ci sono cinque tipi di fluttuazioni (della coscienza), che sono o non sono
afflitte.
Non è sempre possibile all’inizio dimorare nella coscienza del Sé, poiché abbia-
mo l’abitudine di lasciare che la nostra coscienza sia totalmente coinvolta con gli
oggetti della nostra attenzione.
La discriminazione ( VIVEKA) è molto importante e deve essere esercitata
continuamente. Essa prepara il terreno alla meditazione (DHYANA) che è una
riflessione continua su un particolare oggetto e un assorbimento cognitivo
(SAMADHI).
Patanjali classifica le fluttuazioni della coscienza ( CITTA-VRTTIH) in due
categorie: afflitte e non afflitte, dolorose e piacevoli. Le modificazioni afflitte
comprendono l’ego, le false identificazioni, la contrazione della coscienza e l’ego-
ismo; i pensieri non afflitti comprendono l’altruismo, l’amore puro e l’espansio-
ne della coscienza, l’interiorizzazione e la realizzazione del Sé.
Ciascuno dei cinque tipi di fluttuazioni (VRTTIH) può essere afflitto o non
afflitto. Per esempio il sonno può essere afflitto quando ci identifichiamo coi
nostri sogni o col nostro corpo. Il sonno può essere non a f f litto come nella pratica
dello YOGA-NIDRA dove si resta coscienti anche quando il corpo riposa (questo
Yoga è insegnato durante l’iniziazione al secondo livello del Kriya Yoga di Babaji).
Noi siamo turbati dai pensieri e dalle emozioni quando non esercitiamo
alcuna discriminazione verso le fluttuazioni della coscienza ( CITTA VRTTIH) che
sono egoiste e ci fanno soffrire. E’ anche per questa ragione che attività benevole
(KARMA YOGA) ci aiutano a superare l’egoismo e di conseguenza le nostre sof fe-
renze.
I pensieri afflitti comprendono i desideri, la cui mancata soddisfazione crea
una frustrazione e la cui soddisfazione suscita la creazione di altri desideri e la
paura di perdere quello che si è ottenuto. Quando non siamo contenti di quello
che otteniamo (qualunque sia l’oggetto del desiderio), rincorrere desideri

34
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

chimerici, oggetti o situazioni, può diventare un circolo vizioso. Si fa l’errore di


associare il proprio benessere, che è uno stato interiore, con le cose e gli avveni-
menti esterni. Abbiamo paura di perdere qualcosa oppure di soffrire pensando a
ciò che può o non può arrivare. Spesso immaginiamo che soddisfacendo questo
desiderio troveremo la felicità. I pensieri non afflitti, per esempio ammirare un
tramonto, ci portano una sensazione di pace.
PRATICA: Durante la giornata, sorvegliate con attenzione i vostri pensieri. Potete
notare che i pensieri perpetuano i nostri attaccamenti e le nostre avversioni.
Prendete nota di tutti i pensieri af flitti che vi vengono. Prendetevi allora il tempo
di affermare ogni volta “Mentale mio, voglio che tu sia felice e sereno, lascia
andare coscientemente questi pensieri che turbano la tua pace.”
Ricordatevi che voi non siete quello che pensate (la pratica non è tanto rea-
lizzare questo, ma poterne restare coscienti continuamente).

6. PRMANA-VIPARYAYA-VIKALPA-NIDRA-SMRTAYAH
PRAMANAM = i mezzi per raggiungere la conoscenza
VIPARYAYA = le false opinioni
VIKALPA = la concettualizzazione, l’immaginazione
NIDRA = il sonno
SMRTI = le memorie, i ricordi

Questi cinque tipi sono: i mezzi per raggiungere la vera conoscenza, le


false opinioni, la concettualizzazione, il sonno e i ricordi.
Patanjali elenca qui i cinque tipi di VRTTIS (fluttuazioni della coscienza) e li
spiega uno dopo l’altro nei versetti seguenti.Patanjali distingue i dif ferenti tipi
per aiutarci a smettere di identificarci con loro.

7. PRATYAKSA-ANUMANA-AGAMAH PRAMANANI
PRATYAKSA = la percezione tramite i cinque sensi
ANUMANA = la deduzione, la riflessione
AGAMAH = i testi sacri
PRAMANANI = i mezzi per raggiungere la vera conoscenza

I mezzi per raggiungere la vera conoscenza sono: la percezione con i cinque


sensi, la deduzione e lo studio dei testi sacri.

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CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

Poiché è difficile sopprimere la falsa identificazione con tutti i tipi di fluttuazione


della coscienza, è più facile separarli e utilizzare i mezzi per raggiungere la
vera conoscenza ( PRAMANANI), con lo scopo di aiutarci a prendere coscienza
di altri tipi di fluttuazione della coscienza (CITTAVRTTIH), come la concett-
ualizzazione (VIKALPA), le false opinioni (VIPARYAYA), il sonno ( NIDRA) e i ricordi
(SMRTI).
La vera conoscenza dovrebbe aiutarci a fare “pulizia” nel nostro mentale.
Dobbiamo sopprimere l’egoismo per distaccarci dalla falsa identificazione con
l’idea che “io sono quello che vedo, quello che odo, quello che gusto, quello che
tocco, quello che sento, quello che deduco o quello di cui ho sentito parlare.
Dunque noi dovremmo conoscere i mezzi per ottenere la vera conoscenza
(PRAMANANI), e saperla riconoscere quando la si è trovata.
La percezione diretta o percezione con i cinque sensi (PRATYAKSA) è ciò che
possiamo confermare con la nostra personale esperienza. E’ per questo che si
raccomanda un approccio scientifico riguardo le tecniche dello yoga cui ci si
accosta come a delle ipotesi da provare nel laboratorio della nostra coscienza.
La deduzione (ANUMANA) è un’altra fonte di conoscenza. L' espressione “non
c’è fumo senza fuoco” ci dà un esempio di deduzione. La causa è dedotta dopo
gli effetti. Se si ha sollievo dalla costipazione dopo la pratica di posizioni che
massaggiano l’intestino, si deduce che le posizioni hanno potuto contribuire a
questo sollievo. Se dopo aver meditato ci si sente più sereni, si può concludere
che la meditazione è stata ben praticata.
Le testimonianze dei testi sacri (AGAMAH) costituiscono l’insegnamento dei
saggi e dei profeti che hanno colto laVerità e questo insegnamento è stato tra-
smesso dai tempi antichi attraverso le persone che li hanno trovati utili. Benchè
siano presentati in forme differenti, la loro essenza è la stessa. E’ importante
convalidare quello che voi credete, percepite o concludete dagli insegnamenti
dei testi sacri perché potrebbe avere a lungo termine degli ef fetti sorprendenti che
non avete percepito a breve termine. Non dovreste credere ciecamente a qualcu-
no o a qualcosa. Riferitevi a una autorità in materia. Se vi ritrovate gli stessi
insegnamenti, allora potete contare su questo metodo testato e approvato. Questo
è particolarmente importante oggi perché molti insegnano cose che essi hanno
creato a partire da esperienze limitate o che sono adattamenti o anche modificazioni
radicali dei metodi testati e approvati.

36
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

PRATICA: Praticate la percezione diretta attraverso i cinque sensi ( PRATYAKSA):


abbandonate i giudizi, le idee e le convinzioni su ogni soggetto. Datevi il permesso
di non avere alcuna opinione, alcuna conoscenza su un soggetto per un giorno.
Mangiate, bevete, guardate e leggete come se gustaste la vita per la prima volta.
Lasciate che la percezione diretta (PRATYAKSA) vi suggerisca le forme e i sapori di
cui fate esperienza. Lasciate che ogni cosa sia come è senza reagirvi in alcun
modo.
Pratica della deduzione (ANUMANA): lasciate che l’intelletto determini la con-
catenazione di causa ed effetto tra gli eventi.
A partire dai testi sacri (AGAMAH) dei saggi: leggete ogni giorno dei passaggi
di testi a vostra scelta a proposito della natura della realtà (SATYA), o a proposito
della metafisica e delle vie per liberarsi dalla sofferenza (DHARMA).

8. VIPAYAYO MITHYA-JNANAM-ATAD-RUPA-PRATISTHAM CONTROLLATO


VIPARYAYA = le false opinioni
MITHYA = falso
JNANA = la conoscenza
A-TADRUPA = che non è sotto questa forma
PRATISHAM = fondato su

Le false opinioni sono una conoscenza erronea che non è fondata sulla loro
forma reale.
Le false opinioni sono stimolate all’inizio da un obiettivo esterno. La maggior
parte delle nostre esperienze è tinta dai nostri desideri o dalle nostre paure: vedia-
mo qualcuno o facciamo l’esperienza di qualcosa e tiriamo delle conclusioni
illusorie a causa dei nostri pregiudizi o delle nostre attitudini. Se vogliamo
vedere le cose come sono, occorre abbandonare il nostro attaccamento alle false
opinioni come il razzismo, l’invidia, la gelosia, il desiderio sessuale, e tutte le
paure e desideri qualunque sia la loro intensità.
Si trovano esempi di false opinioni (VIPARYAYA) o di illusioni nei giudizi sul
colore della pelle, nella infatuazione per una bella donna o un bell’uomo, in un
miraggio a distanza, nel prendere una corda per un serpente, oppure credere di
riconoscere qualcuno che si conosce, nella folla.
A-TADRUPA si riferisce, al versetto I.3, alla realizzazione della propria vera
natura (SVARUPA), ciò che esiste realmente nella sua essenza. Quando ci formia-

37
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

mo i nostri giudizi partendo da quello che immaginiamo, temiamo o desideria-


mo, noi sof friamo per false opinioni.
PRATICA: Fate una lista dei vostri pregiudizi e dei vostri desideri. Siatene coscienti
per poterli vedere in modo diverso quando appaiono nella vostra vita. Notate con
quale frequenza continuano ad apparire e come avete finalmente cambiato il
vostro modo di vederli.

9. SABDA-JNANA-ANUPATI VAST-SUNYO VIKALPAH


SABDA = la comunicazione orale; il suono; il linguaggio
JNANA = la conoscenza
ANUPATI = seguente,la conseguenza
VASTU = l’oggetto; sostanza reale costante
SUNYA = il vuoto; senza, avere nessuno
VIKALPA = l’immaginazione, la concettualizzazione

La concettualizzazione è il risultato della conoscenza (raggiunta a partir


e)
dalla comunicazione orale, senza una sostanza reale costante.
La concettualizzazione (VIKALPA) comprende i pensieri e le idee che ci passano
per la mente durante le nostre fantasticherie o le nostre riflessioni. Non c’è biso-
gno di nessun oggetto esterno per stimolarla. E’ il commento incessante dello
spirito che parla a sé stesso e che proviene da ciò che può essere espresso con
parole. Il fatto che non smettiamo mai di pensare mentalmente a quello che stia-
mo per vivere, ci impedisce di fare esperienza della realtà come è. Questo non è
completamente inutile poiché può portarci a scoprire un mezzo per ridurre al
silenzio il mentale e di conseguenza fare esperienza del Sé trascendente.
Il nostro mentale ci dice qualcosa e noi ci crediamo. Questo non ha niente a
che vedere con la verità. Si viene presi da un pensiero e questo assume delle
dimensioni mostruose nel nostro spirito. Questo turba la nostra pace. Siamo
incapaci di fare esperienza di quello che succede realmente a causa di queste
creazioni nel nostro spirito. Occorre imparare a calmare il proprio mentale.
PRATICA: Praticate SHUDDI DHYANA KRIYA, restate nella pace del Sé. Riposate e
osservate i pensieri che arrivano dall’esterno, che passano nello spazio mentale e
se ne vanno senza lasciare traccia.
Sentite la Presenza Divina in voi. Lasciate che il Divino inghiotta i mostri
dei pensieri in un silenzio pieno di estasi.

38
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

10. ABHAVA-PRATYAYA-ALAMBANA-NIDRA
ABHAVA = il nulla, la non esistenza
PRATYAYA = il pensiero, la nozione, la credenza
ALAMBANA = è fondato su
VRTTIH = la fluttazione (della coscienza)
NIDRA = il sonno

La fluttuazione del sonno si fonda sulla credenza nella non esistenza.


Durante il sonno profondo non c’è che il pensiero del nulla. Se si hanno altri
pensieri si è nello stato di sogno. Ci sono quattro stati: la coscienza fisica, lo stato
di sogno (nelle fantasticherie o nel sonno), il sonno profondo senza sogni e il
quarto stato ( TURYA) che è pura coscienza, spogliata da ogni pensiero, anche
senza il pensiero del nulla, come nel sonno profondo. In TURYA la coscienza non si
ritira, ma trascende la dualità soggetto-oggetto presente negli altri tre stati. Nel
sonno (NIDRA) la coscienza si volge, all’inizio, verso l’interno, staccandosi dai
suoni e dalle sensazioni esterne, poi, progressivamente abbandona i pensieri e i
sogni. Al suo apogeo, si allontana da tutto tranne che dall'esperienza del nulla.
Dopo un sonno profondo, al risveglio, ci si ricorda di essere stati coscienti solo
del “nulla.”
P RATICA : Quando andate a dormire, prima di addormentarvi, pensate
semplicemente al Divino. Considerate il sonno come un momento per raggiungere
la Coscienza. Risvegliatevi il più frequentemente possibile senza utilizzare la
sveglia. Quando vi svegliate al mattino restate immobili. Non muovete nemmeno
la testa. Abituate il vostro corpo a restare senza muoversi, sospeso tra il sonno e
la veglia, con la tranquilla volontà di ricordarsi. Se talvolta vi ricordate di una
parola o di un gesto, di un colore o di un’ immagine, non lasciatelo e non
muovetevi. Costruirete un ponte tra queste due modificazioni mentali. Non abbiate
fretta di alzarvi. Pensate al Divino.
PRATICA: La pratica dello YOGA NIDRA insegnato durante il ritiro spirituale di ANTHAR
KRIYA YOGA porta all’esperienza di TURYA. La prima tecnica, SHUDDI DYANA KRIYA
ci aiuta ad eliminare l’impressione che “io sono quello che dorme” dal
subcosciente, preparandoci per l’esperienza di TURYA.

11. ANUBHUTA-VISAYA-ASAMPRAMOSAH SMRTIH


ANUBHUTA = di cui si è fatta esperienza

39
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

= l’oggetto
VISAYA(H)
ASAMPRAMOSAH = non dimenticato
SMRTIH = la memoria, i ricordi

La memoria è il fatto di non lasciar dipartire (dalla propria coscienza)


l’esperienza di un oggetto.
La memoria (SMRTIH) comprende il ricordo delle esperienze dei cinque sensi,
così come dei concetti e delle idee. La memoria è una funzione del desiderio.
Abbiamo tendenza a ricordare quello che ci piace e quello che ci dispiace. Ciò è
riflesso dal nostro modo di filtrare la nostra esperienza del momento e dal nostro
modo di creare associazioni tra la nostra esperienza e i nostri ricordi.
I ricordi appartengono generalmente a due categorie: quelli di cui ci si ricor
-
da volontariamente e quelli di cui ci si ricorda involontariamente. Questi ultimi
sono abitualmente stimolati da associazioni con le esperienze del momento e
alimentate da emozioni cariche di desiderio depositate nel subcosciente. I ricordi
e le emozioni-desiderio costituiscono i samskaras o tendenze del subcosciente
che ci governano. LoYoga consiste nel pulire la coscienza dalle impressioni sub-
coscienti (SAMSKARAS), attraverso il distacco ( VAIRAGYA) e vivendo sempre più
coscientemente nel momento presente. Grazie al distacco, tali desideri e impres-
sioni subconscie (SAMSKARAS) perdono le loro forze. I ricordi diventano sempre
più volontari, appartenenti alla prima categoria. Tutte le fasi e le tecniche del
Kriya Yoga contribuiscono a questa purificazione e all’accrescimento della co-
scienza.
PRATICA: Siate come un bambino. Guardate ogni cosa come se la vedeste per la
prima volta. Esercitatevi a essere coscienti delle vostre azioni in ogni momento.
Imparate e praticate il jnanbaha Kriya shangali korvai (tam), il kriya della
Catena dei Ricordi, presentato nella iniziazione del 3° livello di Kriya Yoga di
Babaji ed esplorate i ricordi di tutta la vostra vita e delle vite precedenti.

12. ABHYASA-VAIRAGYABHYAM TAN-NIRODHAH


ABYASA = con la pratica costante, regolare
VAIRAGYA = col distacco
TAM = quelli
NIRADHAH = smettere; qui smettere di identificarsi con (vedere il versetto
I.2)

40
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

Grazie alla pratica costante e al distacco (emerge) la cessazione (della)


identificazione con le fluttuazioni della coscienza.
Patanjali descrive qui il metodo più importante del Kriya Yoga (vedere ai verset-
ti I.2 e II.2) per eliminare l’egoismo che proviene dalla identificazione con le
fluttuazioni che emergono nella coscienza.
“Grazie alla pratica costante” (ABHYASA) si riferisce alla concentrazione su
quello che si è, il Sè, o in caso di esercizi preparatori, alla concentrazione su
oggetti (perché è più facile concentrarsi su un oggetto che sull’Assoluto senza
forma). Il distacco (VAIRAGYA) si riferisce alla cessazione della identificazione
con quello che non si è, i pensieri che passano, le emozioni che provengono dai
sensi o dai ricordi Man mano che il praticante abbandona questi movimenti
soffocati nel subconscio, che vengono soppressi con la pratica delle tecniche come
SHUDDI DHYANA KRIYA, o con la ripetizione di sillabe, radici sacre (BIJA MANTRAS),
non resta che la coscienza pura, cioè il Sé diventa manifesto. La pratica costante
può essere paragonata a una persona che toglie l’acqua da una barca che affonda.
Se si cessa di portare la propria attenzione su questo Sé puro e cosciente, si è
sommersi irresistibilmente dalla forza e dall’abitudine del proprio egoismo, come
si è sommersi dall’acqua che entra nella barca, se si smette di svuotarla. Pratica
costante significa che ci si ricorda dell’Assoluto supremo nel bel mezzo dello
spettacolo e dei cambiamenti in corso.
PRATICA: (1) Coltivate la prospettiva del Sé interiore che osserva tutto quello che
succede. Coltivate il Sé, la coscienza e la sensazione della Divinità interiore.
Installatevi in Lui.Apprezzate la sua bellezza che penetra ogni esperienza.
(2) Lasciate che i pensieri e le emozioni vadano e vengano senza cambiare
questa prospettiva. Lasciate la presa quando vi siete attaccati. (3) Imparate e
praticate shuddi dhyana kriya e gli altri dhyana kriya per aprire e chiudere le
Nove Aperture del corpo umano insegnate al terzo livello del Kriya Yoga di
Babaji.

13. TATRA STHITAU YATNO‘BHYASAH


TATRA = in queste circostanze
STHITAU = restando in o dimorando in
YATNA = l’impegno
ABHYASA = la pratica costante, regolare

41
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

In questo contesto l’impegno per r estare (nella cessazione della


identificazione con le fluttuazioni della coscienza) è la pratica costante.
La stabilità della mente è conquistata con la pratica dei diversi KRIYA che com-
prendono le posture yogiche (ASANAS), il controllo della respirazione (PRANAYAMA),
le posizioni delle mani (MUDRAS), la meditazione (DHYANA) e i MANTRA. Le prime
tecniche di meditazione del Kriya Yoga di Babaji sono particolarmente impor-
tanti perché il mentale non si smarrisca nei pensieri e non si perda nella identifi-
cazione con i sensi. Quando il testimone risiede costantemente nel centro di tutti
i cambiamenti, si può conservare continuamente il contatto col proprio autentico
Sé.
Generalmente il mentale non è stabile, ma salta continuamente da una cosa
all’altra, spesso in maniera caotica. E’ come un cane senza casa che vaga un po’
dappertutto. All’inizio resiste alle istruzioni del “padrone,” proprio come un cane
non addomesticato ignora o resiste alle istruzioni durante il primo giorno alla
scuola di addestramento. Imparare a stabilizzare il mentale è come insegnare a
un cane a obbedire in una scuola di addestramento. Non serve a niente picchiare
il cane o scoraggiarsi se non obbedisce subito. Quello che occorre è dare al cane
delle istruzioni chiare, ferme e sostenute, e molta pazienza. Progressivamente il
cane o il mentale comincerà a realizzare che ora ha un “padrone “e obbedirà.
Troppo spesso gli studenti che iniziano, non realizzano che occorre un’enorme
pazienza e si scoraggiano facilmente.Trattate il mentale o il cane con dolcezza
ma siate fermi ed ostinati.
Patanjali afferma che la pratica deve essere costante e non durare semplice-
mente qualche minuto ogni giorno. Durante i ritiri si imparano tecniche e un tipo
di vita che ci aiutano a conservare questa attenzione 24 ore al giorno, anche
durante il sonno e le attività della giornata. La pratica è la SADHANA (letteralmen-
te “i mezzi per raggiungere il risultato”) o il ricordo del Sé. La nostra gioia nella
vita è proporzionale alla quantità di SADHANA praticato.
PRATICA: Praticate tutti i KRIYA minuziosamente con tutta la vostra attenzione.
Svolgete le vostre attività con piena coscienza.

14. SA TU DIRGHA-KALA-NAIRANTARYA-SATKARA-ASEVITO DRDHA-BHUMIH


SA = quello
TU = ma
DIRGHA = lungo

42
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

KALA = il tempo
NAIRANTARYA = senza tagli, senza interruzione
SATKARA = pieno di riguardo, l’onore, la riverenza
ASEVITA = ben praticato
DRDHA = con fermezza
BHUMIH = stabile, ancorato, la terra

Tuttavia, questa (pratica diventa) fortemente stabile solo se essa viene


esercitata regolarmente e correttamente per un lungo (periodo di) tempo.
Il mentale ha la naturale tendenza a volgersi all’esterno, verso le esperienze dei
sensi. Qui Patanjali ci indica il modo di sviluppare l’abitudine inversa, che
consiste nel volgere l’attenzione verso l’interno (vedere il versetto I.29).
Fortemente stabile ( DRDHA BHUMIH ) significa che la coscienza yogica si
integra in tutte le parti del nostro essere, compresa la sua base, il subconscio,
quando la pratica è esercitata per lungo tempo, continuamente, con devozione e
fede nei risultati. Se si dubita della sua efficacia o se si pratica senza convinzione
non si possono raggiungere facilmente dei risultati.
Quante persone prendono la spiritualità come una scappatoia dalla realtà
della vita quotidiana? Quando l’attenzione yogica impregna le nostre abitudini
subcoscienti, essa ci supporta in tutte le nostre attività, anche durante i periodi di
stress e di difficoltà. Le tecniche insegnate durante l’iniziazione al 2° livello del
Kriya Yoga di Babaji, ci aiutano a sviluppare questa attenzione costante durante
le attività quotidiane e anche durante il riposo.
“La pratica (diventa) fortemente stabile”( SA (ABHYASAH)…DRDHA BHUMIH )
significa che in tutte le attività noi conserviamo la prospettiva del testimone, del
puro soggetto, distinto dagli oggetti dell’attenzione.
Poiché pochi possiedono inizialmente la motivazione o la capacità di prati-
care continuamente e con intensità, è preferibile cominciare a praticare ogni giorno
alla stessa ora e aumentare progressivamente la durata di ogni seduta. Rapida-
mente si sarà in grado di trovare il tempo di aumentare il numero delle sedute.
Arriverà il momento in cui si comincerà a integrare la pratica alle attività della
vita quotidiana. Bisogna conservare un’attitudine di riverenza (SATKARA) verso
la pratica. Questo può richiedere di impegnarsi a vita nella pratica.

43
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

PRATICA: Fate il vostro SADHANA con gratitudine, riverenza, gioia ed entusiasmo.


Queste qualità vi aiuteranno a perseverare nello sforzo. Coltivate continuamente
l’attenzione del Sé interiore e restate ancorati a Questo in tutte le esperienze della
vita. Imparate e praticate il NITYANANDA KRIYA, insegnato durante l’iniziazione al
secondo livello del Kriya Yoga di Babaj.

15. DRSTA-ANUSRAVIKA-VISAYA-VITRSNASYA VASIKARA-SAMJNA VAIRAGYAM


DRSTA = visto
ANUSRAVIKA = sentito
VISAYA = l’oggetto
VITRSNAYA = di colui che non ha desideri insaziabili
VASIKARA = la padronanza, la realizzazione
SAMJANA = la conoscenza, il segno, l’emblema
VAIRAGYAM = il distacco

Il distacco è segno di padr onanza di chi vede e sente parlare di un oggetto


senza desiderarlo.
Patanjali definisce qui il distacco (VAIRAGYA). Il desiderio verso gli oggetti visti o
di cui si è sentito parlare (DRSTA-ANUSRAVIKA-VISAYA) proviene dal subconscio e
colora le nostre percezioni – noi vediamo i nostri desideri piuttosto che la Realtà.
La dissociazione o il distacco verso questi mediante la pratica del SUDDHI DHYANA
KRIYA e di altre tecnicheYoga conduce a uno stato di non attaccamento in cui si fa
esperienza del Sé, e in cui allora si vive per gli altri in modo disinteressato. In
questo stato di pace profonda, gli oggetti che vediamo o di cui sentiamo parlare,
passano come le nuvole senza disturbarci. Noi restiamo attaccati solo al Sé.
Il distacco (VAIRAGYA) significa che non c’è alcun desiderio per gli oggetti
visti o di cui abbiamo sentito parlare, questi ultimi fanno riferimento ai ricordi o
alle associazioni che sono stimolati. Questo può ugualmente includere le cose
rivelate nei testi sacri o nei regni celesti. La rinuncia o il distacco non significa
l’abbandono degli oggetti, ma piuttosto l’abbandono del fatto di desiderarli (TRSNA)
in modo insaziabile. Desiderare insaziabilmente è immaginare la felicità procu-
rata dal possesso di qualcosa. E’ un’illusione. La felicità esiste all’interno di se
stessi, non negli oggetti al di fuori di sé. Il distacco permette di restare alla pre-
senza del proprio autentico Sè. La sua caratteristica è la sensazione di calma
anche in presenza di molti oggetti di attenzione o di distrazione possibile. Questa

44
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

calma è il segno del distacco e comprende non solo una passività verso l’esterno
ma anche un equilibrio interiore.
La padronanza del distacco (VAIRAGYA) comincia col distacco verso gli og-
getti di cui si fa esperienza coi cinque sensi. In loro presenza non si deve
innanzitutto lasciarsi andare a desiderarli. Più tardi la padronanza (VASIKARA) si
estende ai pensieri dei piaceri sensuali. Si fa uno sforzo per staccarsi dalle fanta-
sticherie del mentale. Un po’ più tardi, quando l’attaccamento si fa più debole, il
distacco può essere praticato quasi senza sforzo nello stato di veglia, ma deve
ancora essere esercitato contro le tendenze subconscie,per esempio con la pratica
dell’autosuggestione o con le affermazioni.
PRATICA: Coltivate il distacco e la serenità, sia che riceviate lodi o biasimi, successi
o smacchi, perdite o guadagni, piacere o dolore, sia che siate soli o in compagnia
di altre persone. Imparate e praticate il SUDDHI DHYANA KRIYA e le tecniche associate,
integrandole negli avvenimenti e le circostanze della vita quotidiana.

16. TAT-PARAM PURUSA-KHYATER-GUNA-VAITRSNYAM


TAD = quella, questa
PARAM = suprema
PURUSA = il Sé, la persona
KKHYATEH = grazie alla realizzazione
GUNA = le forze costituenti, gli attributi, la qualità
VAITRSNYAM = la libertà

Questa libertà guadagnata sulle forze costituenti (della natura) (che


sopraggiunge) grazie alla realizzazione (del Sé), è suprema.
La persona ordinaria, se non ha cominciato a praticare loYoga è implicata nei
desideri, che sono attivati dalle 3 forze costituenti della natura (GUNAS) con poco
o nessun controllo e intravede solo qualche idea passeggera di felicità. Queste tre
forze sono le seguenti: la naturale tendenza all’azione (rAJAS); la tendenza
all’inerzia (TAMAS); e la tendenza all’equilibrio (SATTVA). Siamo soggetti a molte
illusioni, proprio come una persona che guarda in uno specchio deformante. Con
la pratica del SADHANA dello Yoga, la pace dello spirito cresce. Cominciamo a
ottenere un po’ di controllo sui desideri e a pulire le tendenze subconscie. C’è un
certo distacco verso gli oggetti del desiderio che erano prima fonte di sofferenza
e di piacere. Ma siamo ancora soggetti al loro ricordo e di conseguenza abbiamo
spesso delle fantasticherie. All’inizio il distacco richiede uno sforzo.

45
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

Tuttavia, quando realizziamo in permanenza il Sé, la gioia e la pace ci col-


mano a tal punto che otteniamo automaticamente la discriminazione tra il Sé e il
non Sè e questo ci fa perdere ogni desiderio di implicarci nei desideri, nei ricordi
e nelle fantasticherie attivate dall’inconscio. Essi perdono intensità e svaniscono.
E’ uno stato senza desideri che non si fonda sul controllo ma sulla coscienza
spontanea e costante del nostro più grande Sé, onnipresente e continuamente
gioioso in ogni circostanza. Il distacco Supremo è senza sforzo. La conoscenza
discriminatoria ottenuta con questo livello di distacco permette allo yogi di vede-
re i limiti di tutti gli oggetti di desiderio. La chiarezza di visione che ne risulta
procura una stabilità nel distacco e permette una durevole realizzazione del Sè.
Swami Hariharananda Aranya ha sottolineato un punto importante a questo
proposito: “La conoscenza dell’uomo conduce direttamente o indirettamente al-
l’eliminazione della sofferenza. Questa conoscenza che porta la cessazione totale
e definitiva di ogni pena è la più alta forma di conoscenza. Non si può trovare
qualcosa di più elevato da conoscere.” A proposito di PARA-VAIRAGYA, la KATHA
UPANISAD afferma “Il saggio che conosce la felicità eterna non cerca l’immutabi-
le nelle cose effimere.”1
PRATICA: Aspirate a vivere in uno stato di serenità, nel quale non vi identificate
più con desideri diversi, coltivando il distacco, la contentezza, la resistenza,
l’assenza di paura, l’entusiasmo e la facoltà di adattarsi a tutte le situazioni. Se
non potete provare ciò in una particolare situazione, chiedetevi “perché.” Solo
una risposta onesta a questa domanda vi darà il mezzo permanente e senza sforzo
di superare quello che vi impedisce di raggiungere la realizzazione del Sé.

17. VITARKA-VICARA-ANANDA-ASMITA-(RUPA) ANUGAMAT-SAMPRAJNATAH


VITARKA = l’osservazione, il pensiero sconnesso
VICARA = la riflessione, il discernimento, l’esercizio della ragione
ANANDA = la gioia
RUPA = la forma
ANUGAMAT = accompagnato da, seguente
SAMPRAJNATA = l’assorbimento cognitivo distinto orientato verso l’oggetto

L’assorbimento cognitivo distinto (samprajnata) è accompagnato dalla


osservazione, dalla riflessione, dalla gioia e dalla pr esa di coscienza del Sè.

46
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

In questo versetto Patanjali inizia una sezione che presenta i diversi tipi di assor
-
bimento cognitivo (SAMADHI). Essi sopraggiungono quando si cessa di identifi-
carsi con le cinque fluttuazioni che emer gono nella coscienza. Nello stato di
assorbimento cognitivo (SAMADHI) si realizza la coscienza pura del soggetto. La
cognizione è la nostra facoltà di conoscere (gnosis). Durante l’assorbimento l’og-
getto e il soggetto si identificano l’uno con l’altro. Non è semplicemente uno
stato di vuoto. Così i quattro accompagnamenti di questo primo tipo di SAMADHI,
cioè l’osservazione, la riflessione, la gioia, l’esperienza del “io sono” non sono
semplici fluttuazioni della coscienza (CITTA VRTTH) come nel versetto I.6 ma il
prodotto ispirato di questa fusione tra il soggetto e l’oggetto.
Contrariamente all’assorbimento cognitivo non distinto (ASAMPRAJNATA
SAMADHI) (versetto I.18) qui ci sono oggetti materiali o sottili, utilizzati come
supporti o punti di partenza, che possono essere qualsiasi forma della Natura,
compresi i piani più sublimi dell’esistenza trascendentale.Alcuni lo chiamano
samadhi “distinto” in quanto i suoi accompagnamenti implicano delle distinzio-
ni.
Con riferimento all’inizio del commento, al versetto I.2, per conoscere
PURUSA, occorre anzitutto comprendere PRAKRTI. La prima tappa consiste nel con-
templare la natura nelle sue diverse manifestazioni.
1. VITARKA = l’osservazione e l’analisi della natura materiale, fino alle sue
caratteristiche elementari.
SAVITARKA SAMADHI si produce quando il mentale è concentrato su un
oggetto della natura.
PRATICA: Esercitatevi alla concentrazione e all’assorbimento in oggetti
materiali ( TRATAKA KRIYA), o praticate i KRIYA di meditazione ( DHYANA
KRIYAS) che implicano i cinque sensi ( JNANA INDRIYAS)

2. VICARA = la riflessione sulla natura sottile, facendo l’esperienza della


verità delle astrazioni, senza riferirsi alla osservazione materiale.
SARVIKARA SAMADHI si produce quando il mentale è concentrato su un’
astrazione.
PRATICA: Praticate i DHYANA KRIYA che implicano le nozioni astratte come
la verità, l’amore, la saggezza e le matematiche.

47
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

3. ANANDA = la gioia pura o la felicità. La gioia che è indipendente dalle


circostanze esterne, accompagna l’assorbimento cognitivo.
ANANDA SAMADHI si produce quando il mentale è concentrato sull’
esperienza della gioia in sé stessa, al di là di ogni astrazione.
PRATICA: La tecnica della gioia permanente (NITYANANDA KRIYA) insegnata
durante l’iniziazione al terzo livello del Kriya Yoga di Babaji.
4. ASMITA = il puro “io sono.” La soggettività pura.
SASMITA SAMADHI si produce quando voi siete solamente coscienti di “io
sono;” tuttavia le impressioni subcoscienti sono sempre presenti nel
mentale, interrate sotto forma di semi e possono sempre manifestarsi.
PRATICA: SARVIKALPA (l’equivalente tamil diSAMPRAJNATAH) SAMADHI KRIYA,
insegnato durante l’iniziazione al terzo livello del Kriya Yoga di Babaji.
Praticando in ordine i SAMADHI KRIYA, andando verso l’interno dai più
grossolani verso i più sottili, si può separare il SéPURUSA
( ) dalla natura
PRAKRITI.

18. VIRAMA-PRATYAYA-ABHYASA-PURVAH SAMSKARA-SESOAENYAH


VIRAMA = la cessazione, il distacco
PRATYAYA = il pensiero, la nozione, l’esperienza
ABHYASA = la pratica costante e regolare
PURVA = anteriore, anticamente, precitato, preceduto da
SAMSKARA = le impressioni subcoscienti, le abitudini, le tendenze
SESO = residuo, quello che si è risparmiato, il resto
ANYA = l’altro

Preceduto dalla pratica costante e dalla contemplazione del distacco (c’è)


l’altro (stato non distinto di assorbimento cognitivo, “a samprajnata samadhi
“che mantiene) delle impressioni inconsce residue.
Qui non ci sono più supporti oggettivi. Dopo avere compreso PRAKRTI, la natura,
nelle sue quattro manifestazioni (materiale, sottile, gioia pura e puro “io sono”),
descritte nel commento del versetto precedente, noi possiamo distaccarcene,
rilasciarle e risiedere nel puro Sè. E’ uno stato dove si trascendono tutte le
manifestazioni che accompagnano l’assorbimento cognitivo distinto (PRAJNATAH).

48
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

La loro cessazione si produce solamente dopo una pratica costante e prolungata


del distacco (descritta nel versetto I.12) con diversi metodi. L'assorbimento
cognitivo non distinto (ASAMPRAJNATA SAMADHI) segue l’assorbimento cognitivo
distinto (SAMPRAJNATAH SAMADHI) e diventa possibile solo dopo una pratica conti-
nua del distacco e della coscienza di Sé, durante molti anni. Il distacco Supremo
(PARAVAIRAGYA) è dunque il mezzo per raggiungerlo, poiché non può essere
raggiunto quando la concentrazione è posta su un oggetto. Resta solo una latente
impressione del distacco.
Nei versetti dal 2269 al 2295, il ‘T irumandiram’ descrive l’ascensione
della coscienza nel regno dei cinque sensi fisici e dei sensi sottili della natura, e
nell’al di là, negli stati superiori di esperienza (PARAVASTHA). Essa culmina
nell’esperienza pura (SUDHHAVASTHA) che, come l’assorbimento cognitivo non
distinto (ASAMPRAJNATA SAMADHI), trascende ogni distinzione della dualità ogget-
to-soggetto.
La sfera limitata dei TATTVAS
Cinque volte cinque
E MAYA impuro
Irreale
Essi le lasciano
Lasciate JIVA salire
Nella sfera di MAMAYA (Puro Impuro)
Penetrando, al di là
Nello stato di PARAVASTHA
Ciò che è puro (SUDDHA)
Là dove l’Anima è Tutto-Esistenza
E Non-Esistenza contemporaneamente (TM versetto 2294)
PRATICA: Esercitatevi continuamente a distaccarvi dalle implicazioni e dalle
identificazioni con tutti i movimenti del mentale, utilizzando i diversi KRIYA del
Kriya Yoga di Babaji, in particolare quelli insegnati durante l’iniziazione del
secondo livello, fino a che si sia stabilita l’equanimità. Praticate il NIRVIKALPA
(l’equivalente tamil di ASAMPRAJNATAH ) SAMADHI KRIYA, come durante l’iniziazione
del terzo livello del Kriya Yoga di Babaji.

19. BHAVA-PRATYAYO VIDEHPRAKRTI-LAYANAMM


BHAVA = arrivato o prodotto a partire da, la sorgente, l’origine, l’esistenza
PRATYAYA = la causa cooperante, la nozione, il suolo

49
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

VIDEHA = senza corpo, incorporeo, disincarnato, senza forma


PRAKRTI-LAYANAM = l’assorbimento in, aggrapparsi a, unito alla natura

Per gli (yogi) che (essendo) senza corpo, sono assorbiti nella natura, (c’è) l’
intenzione di rinascere.
Nell’assorbimento cognitivo distinto (SAMPRAJNATAH SAMADHI descritto al verset-
to 17) i semi interrati (BIJA) del desiderio, possono sempre mescolarsi al coscien-
te, a causa della presenza di tendenze abituali inconscie (SAMSKARAS) nella nostra
coscienza. Se moriamo prima di avere raggiunto lo stato più elevato di
ASAMPRAJNATAH SAMADHI (descritto al versetto 18), uno stato di assorbimento
cognitivo non distinto da alcun supporto, noi evolviamo e diventiamo esseri sen-
za forma (VIDEHA), un tipo di controllori della natura come gli angeli o le deità
che controllano diversi fenomeni. Questi esseri senza forma sono esseri umani
che si sono evoluti e hanno imparato a controllare la natura e questo controllo ha
dato loro certi piaceri nei regni celesti. Ma essi non possono totalmente liberarsi
dai desideri ed attaccamenti impellenti, a meno che non rinascano come esseri
umani e distruggano i semi del desiderio, qui, in questo mondo. Gli andirivieni
continueranno finchè tutti questi germi di desiderio saranno bruciati e non si sia
imparato a conoscersi totalmente. Ci si libera dai desideri quando si acquisisce
una comprensione chiara della propria natura e in seguito quando si abbandona
l’attaccamento alla realizzazione dei propri desideri.
PRATICA: Imparate a osservare e a riconoscere l’ego in azione. Osservatelo
attentamente. Quando fate dei progressi, o quando avete delle esperienze,
distaccatevi dalle reazioni di fierezza che seguono e che vengono dall’ego.

20. SRADDHA-VIRYA-SAMADHI-PRAJNA-PURVAKA ITARESAM


SRADDHA = la fede e la devozione intensa
VIRYAM = il vigore, la forza, il coraggio, la dignità
SMRTI = la memoria, la presenza di spirito
SAMADHI = l’assorbimento spirituale profondo o meditativo
PRAJNA = il discernimento, la comprensione
PURVAKA = precedente, preceduto da, servito con
ITARESAM = degli altri

Per gli altri (yogi) (il raggiungimento dell’assorbimento cognitivo non


distinto) è preceduto dalla devozione intensa, dal coraggio, dalla pr esenza
di spirito, dall’assorbimento cognitivo e dal discernimento.

50
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

Contrariamente agli yogi menzionati nel versetto precedente, che lasciano il


corpo fisico prima di raggiungere l’assorbimento cognitivo non distinto
(ASAMPRAJNATAH SAMADHI), quelli che riescono a raggiungerlo, lo fanno svilup-
pando le seguenti qualità:
SRADDHA = la devozione intensa con una fede implicita nelloYoga, con il
confidare nelle proprie capacità, nel proprio sadhana e nei suoi metodi,
e nel proprio maestro;
VIRYAM = l’energia, l’entusiasmo e il coraggio derivano da questa fede e
producono una intensa devozione nella quale le emozioni aiutano anche
la nostra pratica;
SMRTI = la memoria, con la quale ci si ricorda costantemente del cammino,
delle lezioni apprese, per non ricadere in una prospettiva materiale, si
resta sempre attenti;
SAMADHI = si coltiva regolarmente l’esperienza dell’assorbimento
cognitivo. Sebbene essa non sia costante a causa delle fluttuazioni del
mentale (CITTAVRTTIH) e delle distrazioni, essa si sviluppa grazie ai mezzi
del SADHANA dello Yoga
PRAJNA = il discernimento. Rimanendo vigili e attenti nella propria
coscienza, momento per momento, si è illuminati e guidati nello svolgersi
della vita.
L’energia spirituale e la forza portano attenzione e vigilanza. Queste, a loro vol-
ta, ci ricordano la via che si è scelta e la disciplina cui ci si sottomette. Questo
ricordo comporta un’ attenzione ininterrotta.
Tale attenzione continua permette il discernimento (PRAJNA) tra il Sé reale e
il non reale.
ASAMPRAJNATAH SAMADHI (l’assorbimento cognitivo non fissato
sull’oggetto) può sopraggiungere come conseguenza possibile
dell’esperienza ripetuta di assorbimento cognitivo fissato sull’oggetto
( SAMPRAJNATAH SAMADHI ) man mano che le tendenze inconscie
progressivamente spariscono. Può tuttavia verificarsi ugualmente se gli
studenti coltivano certe tendenze positive, elencate nel versetto I.20, come
la fede, l’entusiasmo, la vigilanza, il discernimento e la contemplazione.
Esse creano le condizioni ideali che permetteranno di dissolvere le vecchie
tendenze.

51
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

PRATICA: Coltivate la fede, l’entusiasmo, la vigilanza, il discernimento e la


contemplazione per dissolvere le vecchie tendenze. Entrate frequentemente nello
stato di assorbimento cognitivo distinto (SAMPRAJNATAH SAMADHI) utilizzando i
KRIYA DI SAMADHI insegnati durante l’iniziazione al terzo livello di Kriya Yoga di
Babaji.

21. TIVRA-SANVEGAMAM-ASANNAH
TIVRA-SANVEGANAM = determinato
ASANNAH = vicino,imminente, prossimo

(Per i praticanti che sono) totalmente determinati (nella lor o pratica, la


realizzazione dell’ assorbimento cognitivo) è imminente.
Si possono avere delle intuizioni di assorbimento cognitivo (SAMADHI), l’espe-
rienza del Sé, durante le quali il nostro mentale si concentra all’interno e si è
colmi di gioia assoluta (ANANDA), ma la vera sfida consiste nel poter prolungare e
stabilizzare questo stato. Per arrivarci, occorre praticare con devozione intensa o
entusiasmo, per coltivare lo stato di testimone cosciente e rivolgere il mentale e i
sensi verso l’interno e lontano dalle tendenze dispersive. Quando la concentra-
zione e la coscienza testimone diventano spontanee e continue, si può allora par-
lare di pratica intensa e determinata (TIVRA- SAMVEGA-SADHANA).
Ogni volta che si intraweda laSADHANA nel proprio essere interiore, sarebbe
saggio portarla all’esterno nella nostra vita. Si trova neiSIVA-SUTRA la seguente
espressione “la felicità del mondo è la felicità dell’unione spiritualeSAMADHI
( ).”
PRATICA: Guardate tutte le cose del mondo come Divine, e coltivate la visione
universale dell’amore.

22. MRDU-MADHYA-ADHIMATRATVAT-TATOAEPI VISESAH


MRDU = leggero, dolce, debole
MADHUA = medio, moderato
ADHIMATRATVAT = in ragione dell’intensità, più che d’abitudine
TATAS = proveniente, in conseguenza
API = così, anche, di più
VISESA = la dif ferenza caratteristica

Così la differ enza caratteristica (concernente il tempo richiesto per


raggiungere l’assorbimento cognitivo, dipende dalla pratica dello yogi, se
essa) è debole, moderata, o intensa.

52
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

Una pratica leggera (MRDU) è disuguale, irregolare, piena di dubbi, di alti e bassi
e di distrazioni che ci fanno disperdere. Una pratica moderata (MADHYA) conosce
periodi di intensità e devozione alternati a periodi di dimenticanza, di distrazio-
ne, nei quali ci si lascia andare a pensieri negativi e cattive abitudini. Una pratica
intensa (ADHIMATRA-SADHANA) è caratterizzata dalla costante determinazione a
ricordarsi del Sé e a conservare equilibrio nel successo e nello smacco, nel piace-
re e nel dolore, coltivando l’amore, la confidenza, la pazienza e la simpatia verso
gli altri. Diventa intensa quando veneriamo la forma del Divino che abbiamo
scelto, o quando ci sforziamo di vedere la Divinità in ogni cosa per cercare di
superare i nostri crescenti desideri. Qualunque sia l’intensità degli avvenimenti o
delle circostanze, qualunque sia la bellezza dello spettacolo dell’illusione (MAYA)
noi continuiamo a vedere il Divino dovunque.
PRATICA: Immergetevi nella pratica. Fate un passo avanti ogni giorno. Vedete
ogni cosa come facente parte del piano divino, che si svolge perfettamente per la
vostra evoluzione. Considerate che tutto è presente nel Piano Divino e che nulla
lo contrasta. Custodite questo nella mente e siate perseveranti e regolari.

23. ISVARA-PRANIDHANAD-VA
ISVARA = il Signore, Shiva, l’Essere Supremo
PRANIDHANAM = l’abbandono, la devozione
VA = oppure

Oppure, grazie all’abbandono al signore (si raggiunge con successo


l’assorbimento cognitivo).
Patanjali ci indica qui che si può raggiungere l’assorbimento cognitivo (SAMADHI),
anche abbandonando al Signore o all’Essere Supremo la coscienza limitata del
proprio ego. Egli ripete questa affermazione al versetto II.45. ma chi è dunque il
Signore? Patanjali utilizza il termine ISVARA. Nel ‘Tirumandiram,’ al versetto
105, SIVA è descritto nel modo seguente:
Al di là dei due KARMA ISA è seduto,
La semenza di questo mondo, il Dio onnipotente diviene;
“Questo” e “Quello” è “ISA” – così discute chi è senza pensiero,
Le scorie non conoscono il sedimento di base, proprio in fondo.
Per i Siddha tamil, ISA è un altro nome per l’essere supremo SIVA, che non deve
essere confuso con la deità limitata con lo stesso nome dei VEDA, né con il terzo

53
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

della trinità menzionata dai primi eruditi occidentali. Egli supera ogni
limite e ogni descrizione. SVA significa “suo proprio.” Di conseguenza ISVARA
significa “SIVA, il suo proprio Essere,” l’Essere Supremo, che è immanente e
trascendente in rapporto a ogni manifestazione. La realizzazione del Sé può
arrivare quando si abbandona la prospettiva di essere separati dall’Essere Supre-
mo e quando si riconosceSIVA come il proprio essere. L’espressione “JIVA diventa
SIVA ” riassume l’approccio dei Siddha tamil dello Yoga. L’abbandono
(PRANIDHANA) deve essere totale ed escludere ogni idea di stato particolare.
Occorre una discriminazione perentoria verso le nostre motivazioni. Nella devo-
zione abbiamo il sentimento che è “la vostra volontà, Signore, e non la nostra.”
Questa prospettiva rende facile la trascendenza. Quando avete l’impressione che
siete voi ad agire con la vostra volontà, siete bloccati nella prospettiva dell’ego,
del “Io posso. Io vado. Io non posso,” ecc. Ma quando si abbandona totalmente il
nostro “io” in favore del “V oi” ci eleviamo al di sopra della natura e siamo liberi
nel puro Sé. Questa forma di abbandono suppone che si senta, nel più profondo
del nostro essere, l’esistenza della presenza del Signore e il sapere che Egli è
sempre all’origine delle nostre azioni.
T.N. Ganapathy, nel suo libro ‘The Philosophy of the tamil Siddhas,’ ci ha
dato un criterio utile: “Il modo per sapere se questa persona è un Siddha o no è
sapere se egli o ella ha cantato le lodi di una divinità o di un dio locale. Nel
‘Tirumandiram’ non c’è alcun particolare riferimento a divinità o dei locali, come
troviamo nei poemi di ALVARS e dei NAYANMARS. L’opera è totalmente priva di
questo concetto di Dio che privilegia la relazione d’amore del credente con il suo
beneamato, il suo Dio, che si ritrova nella poesia lirica delle scuole di bhakti.”
La stessa cosa si può dire dei SUTRA
‘ dello Yoga di Patanjali’2. A questo proposi-
to è interessante notare che le deità non rientrano tra le cause dei poteri yogici
enumerati da Patanjali.
Kailasapathi ha fatto un’ osservazione intelligente secondo cui “I Siddha
non erano devoti nel senso di adoratori di idoli. Essi credevano in una Astrazione
suprema. Ciò che lo prova molto chiaramente è l’utilizzazione ripetuta dai Siddha
della parola CIVAM in tamil (sanc. SIVA), che è un nome astratto che significa
“bontà” “sotto i migliori auspici,” così come lo stato più elevato del Divino, nel
quale Egli esiste come intelligenza pura, preferendolo al termine usuale “CIVAN”
che significa SIVA. In altre parole essi credevano in un’idea astratta della Divinità
piuttosto che in un Dio personale.”3

54
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

La scelta della forma di Dio e del modo di esprimere la nostra devozione è


questione personale. E’ più facile, tuttavia, concentrare il nostro mentale su una
forma piuttosto che su qualcosa senza forma. La Divinità suprema è presente e
soggiacente a tutte le innumerevoli forme personali di Dio, nel culto delle diver--
se religioni e sette.
Nello Yoga, la devozione verso il Signore non sostituisce la pratica e il
distacco (come descritto nel versetto I.12). Patanjali mostra la relazione tra la
pratica, il distacco e la devozione nel versetto II.1
Patanjali ha praticato le sue devozioni a SIVA a Chidambaram e a
Rameswaram (dove anche RAMA ha venerato SIVA dopo aver vinto il demone
Ravana a Lanka). Ci sono statue in granito diPatanjali in questi due luoghi di
pellegrinaggio Shivaiti. I versetti 67 e 2790 del ‘Tirumandiram’ indicano che
Patanjali ha fatto le sue devozioni aSIVA a Chidambaram.
Nel tempio magnifico (di Chidambaram)
Egli ha danzato
Sotto lo sguardo dei due RSIS (Patanjali e Vyagrapada)
Egli ha danzato, Forma, Senza Forma e nella Forma Cosmica,
Per la Grazia Divina di SAKTI
Egli ha danzato,
Lui i SIDDHA, gli ANANDAS
Sotto la Forma della Grazia
Egli si è alzato e ha danzato (TM 2790)
Così la Realizzazione del Sé è una Grazia Divina, che è accordata all’adepto che
si abbandona al Signore. Il concetto di grazia (PRASADA) è presente lungo tutto il
‘Tirumandiram’ e le opere degli altri SIDDHAS. Come ottenere questa grazia?
Babaji ha affermato che l’ottenimento della Grazia del Signore dipende dalla
importanza della nostra devozione per il Signore, dal nostro SADHANA (pratica
yogica), dal nostro servizio del Signore verso il nostro prossimo. Con la devozio-
ne noi impariamo l’amore puro: l’amante e l’amato sono tutt’uno. Si abbandona
la prospettiva dell’ego. Un amore così fatto ci porta dalla dualità alla non dualità.
La SADHANA che comprende tutte le forme di Yoga che mirano a risvegliare il
ricordo del nostro Sé, purifica l’inconscio e dissolve la dualità. Diventiamo co-
scienti della Presenza in tutte le cose. Servendo gli altri dimentichiamo i nostri
piccoli problemi e il nostro piccolo Sé generato dal nostro ego e acquisteremo la
visione universale dell’amore.

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CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

L’abbandono al Signore è illustrato dalla storia di Narada, il menestrello divino


che incontra nella foresta uno yogi ascetico e un BHAKTI YOGI. Un giorno Narada,
un essere angelico, attraversa la foresta. Nota uno yogi impegnato in pratiche
austere ed estreme. Lo yogi è rimasto seduto in quel posto tanti anni che le formi-
che hanno coperto il suo corpo con un tumulo di terra. Quando riconosce Narada
si mette a piangere. “Oh, Narada” esclama “io so che tu conosci bene il Signore
Visnu e gli sei molto caro. Quando Lo vedrai, per favore, chiedigli quanto tempo
ancora devo restare qui seduto prima di poter essere ammesso nel suo regno
celeste.” Narada gli risponde: “Anima cara, sicuramente farò quello che mi chie-
di e quando ripasserò per questa foresta, ti riporterò la Sua risposta.”
Narada continua il suo cammino attraverso la foresta fino a un albero, dove
nota un uomo che si bilancia tra i rami come una scimmia e che ripete continua-
mente il nome del Signore “Rama, Rama.” E’ l’esempio di un BHAKTI YOGI ,
pazzo furioso della sua passione per il Signore. Quando egli nota Narada, escla-
ma “Oh, Narada, servitore e menestrello di nostro SignoreVisnu, sono contento
di vederti. Puoi, per favore, farmi un servizio e domandare a nostro Signore quando
avrò il permesso di raggiungere il Suo regno dei cieli.” Narada gli risponde
“Mia buona anima, sì, sarò felice di fare questa domanda e ti porterò la sua
risposta quando ripasserò di qui.”
Qualche anno più tardi, Narada passa di nuovo nella stessa foresta. Quando
arriva nel posto dove è seduto lo yogi ascetico, l’asceta lo saluta esclamando
“Oh, Narada, come sono contento di vederti. Hai una buona notizia per me?”
Narada gli risponde “Sì, ho una risposta ed è una buona notizia. Ho parlato di te
al Signore Visnu e mi ha chiesto di dirti che ti restano solo tre vite da sopportare
prima di poter entrare in paradiso.” L’asceta gli risponde “Cosa!Ancora tre vite!
Non posso aspettare così a lungo!” Poi si accascia. Narada scuote il capo per
compassione per l’asceta e continua il suo cammino.
Quando Narada arriva ai piedi dell’albero del pazzo furioso, il bhakti yogi,
lo trova nella stessa posizione, che si bilancia come una scimmia, ripetendo come
d’abitudine “Rama, Rama.” “Hai un messaggio del Signore per me?” domanda
il folle. Narada gli risponde “Sì, mio caro, ma temo che non sia una buona noti-
zia. Puoi contare il numero delle foglie di quest’ albero? E’ il numero delle vite
che ti restano prima di poter entrare in paradiso.”
Il folle gli risponde “Tu vuoi dire che entrerò un giorno in Paradiso! Rama,
Rama!” grida di gioia ed entra immediatamente in uno stato di estasi divina, uno
stato di SAMADHI.

56
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

PRATICA: La Madre dell’Ashram di Sri Aurobindo raccomanda i seguenti rituali


per coltivare l’abbandono al Signore nella forma o con l’af fermazione della propria
scelta.
Tre forme di abbandono totale al Signore:
1) Prosternarsi ai Suoi Piedi, abbandonando ogni fierezza e in perfetta umiltà.
2) Rivelargli tutto il nostro essere, aprendogli interamente il nostro corpo,
dalla testa ai piedi, come si apre un libro. Mostrare i nostri centri per
rendere tutti i loro movimenti visibili in tutta sincerità e non lasciare
nulla nascosto.
3) Rannicchiarsi nelle Sue braccia e fondersi con Lui teneramente in un’
assoluta confidenza.
Accompagnate da tre affermazioni:
1) Che la Vostra Volontà sia fatta e non la mia.
2) Secondo la Vostra Volontà, Secondo la Vostra Volontà.
3) Io sono Vostro per l’Eternità.

24. KLESA-KARMA-VIPAKA-ASAYAIR-APARAMRSTAH PURUSA-VISESA ISVARAH


KLESA = l’afflizione
KARMAN = le azioni
VIPAKA = il frutto che risulta dalle azioni
ASDAYAIR = il subcosciente o le impressioni interiori, il residuo
APARAMRSTAH = non af fetto da
PURUSA = il Sé, contrariamente al “sé” che si identifica con la propria
personalità o il proprio corpo
VISESA = straordinario
ISVARA = il Signore, l’Essere Supremo,SIVA

ISVARA è il Sè straordinario, che nessuna afflizione, nessuna azione, nessun


frutto delle azioni o nessuna impr essione interiore dei desideri, possono
colpire.
Il Signore, il Sé Supremo è il Sé di tutti i Sé. Questo Sé straordinario, contraria-
mente all’anima individuale che è implicata nella natura (PRAKRTI, descritta al
versetto 17) non è colpito dai desideri e dagli effetti karmici dei desideri. Per
realizzare questo Sé straordinario, dobbiamo abbandonare la nostra falsa identi-

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CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

ficazione con la personalità e i desideri. Dobbiamo superare le manifestazioni, le


azioni, i desideri e le af flizioni del mentale, tutti passeggeri. Il Signore non ha
mai avuto l’illusione di essere asservito alle forme limitate della natura.
PRATICA: Abbandonate coscientemente tutte le identificazioni, le definizioni, le
descrizioni limitate che avete al vostro riguardo. Osservatevi, osservate la vostra
personalità e le vostre azioni e il vostro modo di apprezzare i vostri progressi.
Notate come siete già cresciuti grazie a questa pratica. Avete,
. senza dubbio già
osservato che i disturbi esterni hanno meno effetto su di voi. E siate coscienti che
man mano che il Sè supremo si avvicina, la vostra “personalità” può espandersi
alimentata dai raggi del “Sole,” il Sé Supremo. Riconoscete che la perfezione è
uno stato interiore e che non dipende dallo sguardo degli altri.

25. TATRA NIRATISAYAM SARVA-JNA-BIJAM


TATRA = là dentro, là (nel Supremo)
NIRATISAYA = non sorpassato, non superato
SARVAJNA = l’onniscienza
BIJAM = la sorgente, la causa, l’origine, il germe

Là (nel Supremo) il germe della (manifestazione della totale) onniscienza è


insuperato.
L’Essere Supremo ( ISVARA) conosce tutto. Ogni conoscenza deve avere una
sorgente. La conoscenza limitata presuppone la conoscenza illimitata, così come
ogni cosa ha il suo contrario. Il germe (IJAM) di ogni facoltà di conoscenza esiste
in ogni cosa, il microcosmo nel macrocosmo. Nella stessa maniera la sillaba
radice OM è un seme di onniscenza. In quanto germe è in grado di spingere e di
crescere sempre di più. Per deduzione noi possiamo determinare l’esistenza di un
Essere Supremo, ma non possiamo dedurre alcuna informazione su di lui.
Riportatevi ancora al versetto 105 del ‘T irumandiram,’ citato prima nel
commento del versetto 23, dove l’Essere Supremo è menzionato come “il germe
di questo mondo.”
PRATICA: Riflettete sul senso diOM (vedere al proposito il commento del versetto
I.27)

26. PURVESAM-API-GURUH KALENA-ANAVACCHEDAT


PARVESAN = dei vecchi, degli antichi, degli antenati.

58
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

API= anche
GURU = il maestro, il genitore spirituale o il precettore
KALENA = per il tempo
ANAVACCHEDAT = non condizionato

Non condizionato dal tempo, egli è maestro anche dei piu’antichi maestri.
I RSIS che hanno rivelato (SRUTI) gli antichi testi sacri hindu (i CATURVEDAS dei
quattro VEDAS), e gli AGAMAS sono stati ispirati dall’Essere Supremo ed eterno,
SIVA (e da altre divinità) i cui insegnamenti sono tanto veri oggi come lo erano
migliaia di anni fa. L' assoluto non cambia e non dipende da un periodo storico,
dalla lingua o dalla cultura. Anche i grandi RSIS e i Siddha avevano bisogno
dell’ispirazione di SIVA per ricordare quello che era stato dimenticato. In ogni
epoca, il Signore rende la suprema saggezza accessibile ai ricercatori sinceri.
Egli è lo yogi idealizzato ed eterno, il cui esempio ispira ogni generazione di
aspiranti yogi. E’talvolta descritto come SIVA, seduto sulla cima del monteKailash
(TM versetto 20)
Nei versetti 67 e 68 del ‘Trumandiram,’ i maestri dell’antichità (ASTANATHAS
o gli otto NATHAS) che hanno seguito l’insegnamento di SIVA, sono descritti nel
modo seguente, e Tirumular spiega come è diventato uno di loro:
Cercate i Maestri che hanno ricevuto la grazia di Nandi (SIVA)
Prima i quattro Nandi, poi SIVAYOGA il Santo;
Patanjali e Vyagrapada, che venera nel recinto sacro di SABHA
E compreso me per arrivare al numero Otto. (TM 67)
Con la grazia di Nandi, sono diventato un maestro spirituale (NATHAH),
Con la grazia di Nandi sono entrato nella sorgente (MULAM),
Con la grazia di Nandi cosa non posso realizzare?
Guidato da Nandi io resto qui sotto. (TM 68)
Più avanti, nei versetti da 73 al 101, spiega come ha ricevuto questo insegna-
mento da parte di SIVA, che ha descritto come suo maestro spirituale o GURU, nella
maniera seguente, caratteristica dei SIDDHA yoga tamil:
Il nostro Nandi che non ha mai brandito il toro, il cervo e la scure
Il Dio infinito la cui immaginazione è il mondo
Che contiene tutte le cose mobili ed immobili, mi ha concesso questa
opportunità
E sulla mia testa ha piantato i suoi Piedi Sacri. (TM 89)

59
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

Io sono venuto per il grande cammino di Kailash,


nella stirpe del Signore che ha spiegato le verità precedenti,
Che è eterno, Verità brillante e senza limite;
Nandi, il Meraviglioso che danza gioiosamente. (TM 91)
Al versetto 2066, Tirumular dice “Il Signore è il guru supremo” e al versetto
2121 aggiunge:
Il guru che l’ha ammesso nella sua Grazia piena d’amore
E’ lo stesso Signore;
Egli lavora giorno dopo giorno
Perché il KARMA del suo discepolo perisca
Nella forma del Signore
Della sua capigliatura rossa fluttuante
Che porta il GANGA sfavillante
Il GURU appare
E le nostre sofferenze svaniscono.
PRATICA: Meditate e fatevi assorbire nel nome del Signore, SIVA. Praticate la
ripetizione del mantra diSIVA, dopo averne ricevuto l’iniziazione. Un MANTRA per
definizione, non è veramente unMANTRA se non lo si è ricevuto in una iniziazione
data da qualcuno che è stato a sua volta iniziato nello stesso modo e che se ne è
impregnato con la pratica. Seguite le vibrazione del MANTRA fino alla loro sorgente:
l’Unità e la Felicità.

27. TASYA VACAKAH PRANAVAH


TASYA = la sua, il suo
VACAKAH = la parola che esprime il fatto di parlare, dire, significare
PRANAVA = il suono misterioso e sacro OM (AUM)

La parola che esprime (ISVARA) è il suono mistico OM (AUM).


Noi diamo un nome a ogni cosa, a ogni manifestazione e anche al non manifesto
che vi è contenuto. OM comprende tre parti. “A” rappresenta la creazione, la
coscienza dello stato di veglia e BRAHMA. “U” rappresenta la conservazione, lo
stato di sogno e lo Spirito Supremo (VISNU). “M” rappresenta la distruzione, lo
stato di sonno senza sogni e SIVA. “Mmm…” è al di là del suono fisico, alla fine,
e rappresenta TURYA, il substrato fondamentale di ogni cosa, il quarto livello della
coscienza oltre lo stato di veglia, di sogno e del sonno senza sogni. La coscienza

60
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

del AUM conduce all’esperienza di ISVARA che è l’Essere Supremo, SIVA, l’Assolu-
to che contiene ogni cosa.
I Siddha come Patanjali e Tirumular hanno identificato il supremo MANTRA
OM con l’Essere Supremo, SIVA, o ISVARA, come è indicato al versetto 953 del
‘Tirumandiram’:
Quando con A, canta U simultaneamente
Allora la fusione (MUKTI) appare immediatamente;
Quando Ma è stato cantato,
Con me era Nandi.
Come potrei parlare della grandezza di mio padre?
Notate che il termine MUKTI in questo versetto può essere tradotto con “l’assolu-
zione dello spirito dalla necessità di reincarnarsi o dalle limitazioni materiali.”
PRATICA: Ripetete OM o OM KRIYA BABAJ NAMA AUM continuamente per una durata
minima di quindici minuti, ogni giorno all’alba

28. TAJ-JAPAS-TAD-ARTHA-BHAVANAM
TAD = quello
JAPAS = borbottare, mormorare, ripetere
TAD = quello, talvolta nel senso di “per conseguenza”
ARTHA = lo scopo, la fine e il bersaglio
BHAVANAM = il sentimento di devozione; la contemplazione
ARTHA-BHAVANAM = la riflessione su un soggetto

(Di conseguenza si dovrebbe) ripetere (questa sillaba sacra OM) mentre si


riflette sul suo senso con devozione.
La ripetizione di un MANTRA come AUM è il JAPAH. Il senso di AUM è dato nel
versetto precedente. Il JAPAH purifica il mentale, dissipa le tendenze negative e
crea un mezzo per fare esperienza della nostra vera essenza, il Divino. Poiché noi
siamo governati dalle abitudini del mentale, cambiare le abitudini con ilJAPAH, ci
permette di guadagnare padronanza su noi stessi, per agire con coscienza. Grazie
al JAPAH, le abitudini perdono la loro forza e spariscono.Voi realizzate poco alla
volta il senso delMANTRA dal momento che lo sentite nel vostro cuore.
Perché possa condurre al Beneamato, deve essere ripetuto con sentimento,
cioè con riverenza e un amore sincero per il suo significato. Sebbene Patanjali

61
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

non prescriva alcun rituale, alcuna preghiera o altro mezzo di manifestare “la
devozione al Signore” (ISVARA-PRANIDHAN, versetti I.23 e II.45), il fatto di ripete-
re AUM con sentimento e riflettendo sul suo significato, è conforme all’importan-
za data dai Siddha tamil al culto interiore, piuttosto che al culto nei templi.
Ripetendo OM (AUM) in una maniera continua, il mentale si concentra in un
punto, questo conduce all’assorbimento cognitivo distinto (SAMPRAJNATAH
SAMADHI) e a partire da questo, finisce per prodursi l’assorbimento cognitivo non
distinto (ASAMPRAJNATAH SAMADHI).
L’effetto di ripetere unMANTRA come OM o la sua varianteAUM ricorda quel-
lo che si sente quando si ascolta la musica classica con le cuffie stereofoniche:
“noi” scompariamo; cioè “quello che noi crediamo di essere,” i nostri pensieri,
cessano di esistere, e ciò che resta soltanto è la musica e, sicuramente, la coscien-
za pura, il Soggetto.
Sri Aurobindo ha detto che, quandoOM è ripetuto correttamente, con devo-
zione e non meccanicamente, può facilitare tanto l’apertura verso l’alto che la
discesa della Divinità.
PRATICA: Ripetete OM ricordandovi del Signore Supremo, con gioia, allegria, en-
tusiasmo, devozione, come se steste toccando i Suoi Piedi o il suo Cuore ad ogni
suono.

29. TATAH PRATYAKCETANA-ADHIGAMO’PY-ANTARAYA-ABHAVAS-CA


TATAH = a partire da quello
PRATYAK-CETANA = la coscienza interiore del Sé, colui i cui pensieri sono
rivolti all’interno
ADHINAGAMAH = l’acquisizione
API = anche
ANTARYA = l’ostacolo
ABHAVAH = la scomparsa
CA = e

(Da questa pratica) viene l’ acquisizione del “la coscienza interiore del Sè
“e la scomparsa di (tutti) gli ostacoli.
Quando la nostra coscienza si volge alle sensazioni esterne, noi ci identifichiamo
con le nostre reazioni a queste sensazioni. Seguendo il suonoAUM all’interno,

62
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

fino alla sua fonte, noi andiamo al di là delle onde della superficie e cominciamo
a fare l’esperienza del nostro Sé Universale. Sostituite i vostri pensieri col suono
AUM e fate scioglier la colla dell’ego che è la causa della identificazione con le
fluttuazioni che emergono nella coscienza. I VEDA e gli insegnamenti tantrici,
entrambi, lodano i mantra per raggiungere la realizzazione del Sé. La meditazio-
ne su AUM è chiamata OMKARA DHYANA e ha una posizione privilegiata nel Kriya
Yoga di Babaji. Man mano che si sviluppa l’attenzione interiore, essa rivolge il
flusso della coscienza verso l’interno, il vero Sé. Bisogna praticare spesso la
ripetizione del mantra e per lunghi periodi di tempo.
Il suono o il pensiero del MANTRA sostituisce il pensiero del “io” quando si
pratica il JAPAH. Quando il pensiero dell’"io” scompare, gli ostacoli (il cui elenco
è dato al versetto seguente) comprendenti la sensualità, il dubbio, la malattia,
ecc. non hanno alcuna presa per aggrapparsi. Si smette di alimentare l’insignifi-
cante girotondo dei pensieri usuali, e così essi perdono la loro forza progressiva-
mente e svaniscono. Resta una calma coscienza del Sé. E’ la bellezza del JAPAH.
Non si ha più bisogno di lottare con i desideri e le paure. Semplicemente si dirige
l’energia del proprio mentale lontano da loro, concentrandosi sul MANTRA. Essi
progressivamente svaniscono. I desideri e le paure sono come gatti: se li si nutre,
si moltiplicano. Se si smette di nutrirli, vanno altrove.
PRATICA: Ripetete spesso i mantra e sempre con sentimento di riverenza,
particolarmente quando si è ansiosi o quando si hanno desideri intensi. Poi state
in silenzio e meditate suA UM.

30. VYADHI-STYANA-SAMSAYA-PRAMADA-ALASYA-AVIRATI-BHRANTI-DARSANA-ALABDHA
BHUMIKATVA-ANAVASTHITATVANI CITTA-VIKSEPAH–TE’ANTARAYAH
VYADHI = la malattia, i mali
STYANA = la noia, la rigidità
SAMSAYA = il dubbio, l’esitazione
PRAMADA= la negligenza
ALASYA = la debolezza, l’inoperosità
AVIRATI = la mancanza di distacco, la compiacenza nei sensi
BHRANTI = falso, fuorviante, cattivo
DARSANA = l’opinione, l’osservazione, la comprensione
ALABDHA = lo smacco, non raggiunto

63
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

BHUMIKATVA = “la terra ferma,” la scena, il luogo, la base


ANAVASTHITATVANI = l’instabilità
CITTA = la coscienza
VIKSEPAH = le distrazioni, la dispersione
TE = questi
ANTARAYAH = gli ostacoli

La malattia, l’ apatia, il dubbio, la negligenza, l’indolenza, il compiacimento


nei sensi, la falsa per cezione, l’incapacità a trovare la propria via e
l’instabilità; queste dispersioni della coscienza sono ostacoli.
Gli ostacoli all’attenzione interiore o all’attitudine del testimone sono le nove
distrazioni qui menzionate. Tuttavia non sono insormontabili. Possono essere
superate grazie alla pratica dell’abbandono al Signore ( ISVARA-PRANIDHANAH),
come è stata precedentemente descritta, grazie anche allo japah con devozione,
così come praticando il contrario e praticando gli altri SADHANA dello yoga, tra
cui il volontariato (KARMA YOGA).
La malattia (VYADHI) è sia fisica che mentale. Essa è il risultato del modo
in cui si reagisce allo stress della vita.
L’ apatia (STYANA) si produce quando non si può mantenere una attenzio-
ne continua per mancanza di energia adeguata. Non bisogna sprecare la
propria energia e si deve evitare la fatica.
Il dubbio (SAMSAYA) è la tendenza del mentale a mettere in dubbio e quan-
do non è accompagnata da una ricerca di risposte può rendere cinici e può
contrastare il proseguimento dei nostri sforzi.
La negligenza (PRAMADA) è la disattenzione, la dispersione e la mancanza
abituale di concentrazione.
L’ indolenza (ALASYA) è una abitudine, dovuta allo scoraggiamento, alla
mancanza di entusiasmo o di ispirazione.
La compiacenza ai sensi o la dipendenza dai sensi (AVIRATI) si produce
quando non ci si stacca dai desideri ma li si incoraggia.
La falsa percezione (BHRANTI) consiste nel non vedere la realtà sottostante
L’incapacità di trovare la propria via (ALABDHA BHUMIKATVA) si produce
quando c’è una mancanza di pazienza o di perseveranza.

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CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

L’instabilità (ANAVASTHITATVA) è l’incapacità di conservare un equilibrio


durante gli alti e bassi della vita, a causa della mancanza di regolarità
nella pratica; quando ci si perde nello spettacolo effimero.
PRATICA: Fate una lista degli ostacoli sopra riportati che vi riguardano e descrivete
come appaiono nella vostra vita. Specificate quelli che vi affliggono maggiormente
e classificateli per ordine di importanza. Coltivate il loro contrario utilizzando le
tecniche di autosuggestione e di af fermazione. Cominciate da quelli che vi
riguardano di meno, eliminateli e passate all’ostacolo seguente, risalendo la lista
(vedere la nota 4 per aiutarvi con l’autosuggestione)

31. DUHKHA-DAURMANASYA-ANGAM - EJAYATVA-SVASA-PRASVASA VIKSEPA-SAHABHUVAH


DUHKHA = l’ansia, il dolore, la dif ficoltà
DAURMANASYA = la depressione, la disperazione
ANGA = il corpo, le membra
EJAYATVA = tremante, fremente, instabile
SVASA = l’inspirazione, la respirazione
PRASVASA = l’espirazione
VIKSEPAH = la distrazione
SAHABHUVAH = che accompagna, che appare insieme

Accompagnano (queste) dispersioni i tremori nel corpo, il respiro


irregolare, la depressione e l’ansia.
Le dispersioni mentali (VIKSEPAH) sono quei movimenti che provocano il nostro
oblio o la nostra perdita di coscienza interiore. Quando siamo molto assorti nei
nostri pensieri e perdiamo il nostro equilibrio, si possono avere effetti secondari
nelle emozioni come la depressione (DAURMANASYA), l’ansia (DUHKHA), i tremori
del corpo fisico o l’assenza di calma e anche nella respirazioneEJAYATVA
( –SVASA-
PRASVASA). Questi movimenti che accompagnano le dispersioni mentali possono
servire a ricordarci che abbiamo perso di vista il nostro vero Sé e dunque aiutarci
a ritrovarlo. Noi possiamo ripetere dei mantra o fare delle buone azioni per
cambiare le nostre emozioni, o respirare profondamente, o praticare delle posture
per calmare il mentale, le emozioni e il corpo. I trattamenti psicologici sono in
genere palliativi e sintomatici, ma tali attività yogiche raggiungono la vera parte
causale della nostra natura. Nei tempi antichi si sapeva bene che il corpo e il
mentale hanno una loro propria volontà e una loro propria memoria. Un approc-

65
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

cio integrale come loYoga eviterà che questi compagni provochino malattie più
gravi.
PRATICA: Quando siete in difficoltà o disorientati, fate delle ASANA YOGA . La
chiarezza verrà. O sedetevi in silenzio in una ASANA e prendete coscienza del
vostro respiro. Praticate la respirazione cosciente fino a quando la respirazione
lenta, profonda e regolare divenga naturale e permanente.

32. TAT-PRATISEDHA-ARTHAM-EKA-TATTVA-ABYASAH
TAD = quello (qui in riferimento a atha)
PRATISEDHA = evitare, conservare
ARTHAM = lo scopo, il senso
EKA = uno solo
TATTVAM = il soggetto, il principio, tradotto letteralmente con “lo stato di
quello”
ABYASAH = la pratica regolare, ripetuta

La pratica della concentrazione su un solo soggetto è il metodo miglior e


per evitare (gli ostacoli e i loro accompagnamenti).
La pratica della concentrazione su un solo soggetto (KKA-TATTVA-ABHYASAH) evita
al mentale di disperdersi o di perdersi nei propri pensieri. L'attenzione interiore si
sviluppa. Gli ostacoli come la apatia (sTYANA), la malattia (VYADHI), l’indolenza
(ALASYA), il dubbio ( SAMSAYA), la negligenza (PRAMADA) e la compiacenza nei sen-
si (AVIRATI), e i loro accompagnamenti come l’ansia (DUHKHA) e la depressione
(DAURMANASYA), si ritirano progressivamente.Tutti i tipi di yoga raccomandano
la concentrazione su un soggetto: il corpo ( ANGA), la respirazione, unMANTRA, la
meditazione (DHYANA).
Utilizzando l’oggetto come un simbolo, possiamo sviluppare la chiarezza e
la stabilità della nostra visione, che a loro volta ci permetteranno, in fin dei conti,
di trascendere il soggetto e di realizzare il nostro vero Essere. I soggetti varieran-
no secondo il nostro gusto, ma il fine, la realizzazione del Sè, è lo stesso.
La tendenza del mentale a disperdersi ci mantiene nell’illusione della sepa-
razione: non si riesce a fare l’esperienza dell’unità col Tutto. Pensieri spesso
ripetuti creano l’illusione della permanenza e invitano l’invasione di visitatori
non desiderati: gli ostacoli e i loro accompagnamenti.

66
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

La parola TATTVAM fa anche riferimento ai ventiquattro principi trovati in


PRAKRITI secondo il sistema filosofico delSANKHYA YOGA, e ai novantasei principi
della natura, elencati nei versetti 125, 154, e 38-410 del ‘Tiumandiram'. I Siddha
tamil erano scienziati di alto livello che hanno studiato la Natura, in tutte le sue
forme e a tutti i livelli. Invece che cercare semplicemente di trascendere la Natu-
ra, o di andare al di là del mondo delle manifestazioni, essi li hanno studiati e
hanno organizzato la loro comprensione nel sistema dei TATTVAS. Apprezzando la
Natura in tutte le sue manifestazioni, essi hanno potuto realizzare l’Essere
Supremo.
Il termine TATTUVAM in tamil è composto da due parti:TAT che significa “Quel-
lo,” cioè CIVAM (skt. SIVA), TUVAM (il suffisso UTVA in sanscrito) significa la Sua
natura. La conoscenza della vera natura dell’animo umano e di quella del Supre-
mo è la filosofia diTATTUVAM. 5
E’ generalmente più facile concentrarsi su una forma piuttosto che su qual-
cosa senza forma, di conseguenza nelle prime fasi dello sviluppo della concentra-
zione in un punto, si raccomanda di scegliere un oggetto con una forma. Se è un
oggetto che si trova affascinante o che ci ispira, sarà più facile perché il mentale
sarà meno incline a errare. In seguito ci si potrà concentrare su isvara stesso o sul
senso di “io.”
PRATICA: Centrate la vostra attenzione su un solo oggetto, come la fiamma di una
candela, con gli occhi aperti o, durante la meditazione, con gli occhi chiusi,
visualizzate un unico oggetto, o seguite il vostro respiro o ripetete un MANTRA.
Concentratevi regolarmente sulla forma della vostra divinità preferita (il vostro
ISTA DEVATA). Per esempio la forma di Babaji, KRSNA, SIVA o della Madre Divina,
non solo durante la meditazione, ma anche lungo l’intera giornata. Scegliete una
forma che vi attira, che ha risonanza in voi. Lasciate che la vostra divinità preferita
venga a voi, che sia con voi quando la venerate e che si animi a partire dalla sua
foto o dalla sua immagine. Siate coscienti della Presenza Divina che cammina
con voi, che vi parla, che vi guida e che vi sostiene quando è necessario. Ridete
col Divino (iniziazione al terzo° livello del Kriya Yoga di Babaji)

33. MASTRI - KARUNA - MUDITA - UPEKSANAM SUKHA - DUHKHA - PUNYA - APUNYA -


VISAYANAM BHAVANATAS-CITTA-PRASADANAM
MAITRI= l’amicizia, la benevolenza
KARUNA = la compassione

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CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

MUDITA = la gioia, gioire


UPEKSANAM = l’equanimità
SUKHA = felice, il piacere
DUHKHA = disgraziato, l’insoddisfazione, la sofferenza, l’ansia
PUNYA = virtuoso, che merita
APUNYA = cattivo, non virtuoso, che manca di merito
VISAYANAM = delle condizioni, degli oggetti
BHAVANATAH = coltivando, producendo
CITTA = la coscienza
PRASADANAM = la calma impassibile, la tranquillità

Coltivando gli atteggiamenti di amicizia verso chi è felice, di compassione


per chi è sfortunato, di gioia per i virtuosi e di equanimità verso i non
virtuosi, la coscienza mantiene la sua calma impassibile.
Il mentale può essere un ostacolo o un aiuto nel lavoro di realizzazione del Sé.
Per aiutarlo si raccomanda di coltivare questi quattro atteggiamenti nella vita
quotidiana. Anche se non si hanno aspirazioni spirituali, seguire questo consiglio
renderà la vita più serena. Il mentale tende a fare ogni tanto, il contrario.
L’amicizia o la benevolenza (METTA) verso chi è felice (SUKHA): è necessario
coltivarla poiché talvolta siamo gelosi o invidiosi di chi è felice e siamo critici
nei suoi confronti. Per esempio possiamo essere gelosi quando qualcuno gioisce
del frutto del suo lavoro nel mondo materiale. Dovremmo invece dire “fate che
essi continuino a prosperare in futuro.”
La compassione (KARUNA) verso chi sof fre (DUHKHA): anche e i nostri pen-
sieri e le nostre azioni per aiutare gli altri sono poca cosa, aprendosi alla compas-
sione, il nostro mentale e le nostre emozioni sono trasformate. Dovremmo evita-
re di giudicare dicendo per esempio “essi soffrono a causa del loro cattivoKARMA.”
La gioia (MUDITA) verso i virtuosi (PUNYA): imitateli e gioite perché esistono
queste persone.
L’equanimità (UPEKSA) verso i non virtuosi ( APUNYA): non lasciate che il
mentale sia influenzato da queste persone negative. Non giudicate gli altri. Non
dovremmo allontanarci da quelli che possono sof frire ma dovremmo anche amarli.
Si può amare qualcuno senza giudicare il suo comportamento. Giudicare gli altri

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CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

non fa che rinforzare nel nostro spirito le qualità negative che noi condanniamo.
In generale condanniamo gli altri per quello che abbiamo in fondo a noi stessi. Il
mondo è all’interno di noi. Per cambiare il mondo possiamo cambiare i nostri
pensieri. Dimenticate i difetti degli altri. Non indugiate sulle loro debolezze.
Indugiando sulle loro debolezze trasmettiamo loro dei pensieri che non fanno che
rinforzare le loro debolezze. Coltivando questi atteggiamenti, il mentale se ne
troverà purificato e ne deriva una totale serenità.
PRATICA: Coltivate l’amicizia verso chi è felice, la compassione verso chi è
disgraziato, la gioia per i virtuosi, e l’equanimità verso i non virtuosi. Meditate
su questo. Utilizzate le vostre relazioni personali per sviluppare queste qualità e
siate attenti alla calma che ne deriva.

34. PRACCHARDANA-VIDHARANABHYAM VA PRANASYA


PRACHARDANA = l’espirazione
VIDHARANABHYAM = della ritenzione di
VA = o
PRANASYA = del sof fio, della vita

Oppure (questa calma impassibile della coscienza è raggiunta) con la


espirazione (attenta) e la ritenzione del respiro.
Quando, prendendo coscienza della propria respirazione e grazie a una respira-
zione a quattro tempi, lenta e regolare con rapporti 1:0:2:0 o 2:0:2:0, il respiro
(PRANA) si raffina, i sensi e il mentale si calmano. Le cifre riguardano le durate
relative di inspirazione, dell’intervallo tra inspirazione ed espirazione, della
espirazione ed infine dell’intervallo tra espirazione e la inspirazione seguente.
Lo zero indica che bisogna evitare di trattenere il respiro. Si crea l’equilibrio
osservando il respiro che va e viene lentamente. Il mentale e il respiro sono legati
intimamente; a ogni stato psicologico corrisponde una forma di respiro caratteri-
stica. Quando la respirazione rallenta, anche l’attività mentale rallenta. Quando
il mentale è agitato, anche la respirazione è agitata. Di conseguenza possiamo
controllare il mentale controllando la respirazione.
Questo versetto non parla del controllo del respiro (PRANAYAMA) ma piutto-
sto della attenzione a una respirazione lenta e regolare da cui il termine specifico
utilizzato. Questo ricorda la pratica della meditazioneHAMSAH e la “meditazione
da praticare camminando con la respirazione coordinata” familiari agli studenti
del Kriya Yoga di Babaji.

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CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

Al versetto 567 del ‘Tirumandiram’ troviamo:


“Lasciare che il PRANA si unisca al Mentale,
E i due insieme calmarsi
Allora non ci sarà più né nascita né morte
Imparate dunque a dirigere il soffio.”
Nello spazio tra inspirazione ed espirazione, si può facilmente percepire laVeri-
tà.
L’attenzione alla respirazione può essere praticata in ogni momento e per
periodi prolungati e si applica particolarmente quando il mentale è turbato. L' as-
sorbimento cognitivo (SAMADHI) può essere realizzato con questa pratica.
PRATICA: La meditazione HAMSAH e la “meditazione camminando con la
coordinazione della respirazione,” insegnate nel Kriya Yoga di Babaji.

35. VISAYA-VATI VA PRAVRTTIR-UTPANNA MANASAH STHITIH-NIBANDHANI


VISAYAVATI = meditare su un oggetto percepito dai sensi
VA = o
PRAVRTTIH = l’attività, avanzare, la conoscenza
UTPANNA = portato, arrivato, nato, prodotto
MANASAH = del mentale
STHITIH = la stabilità, la calma
NIBANDHANI = tenendo, collegando, causando

Oppure la stabilità del mentale è ottenuta con (l’attenzione) cognitiva fissata


nel campo dei sensi.
I sensi sottili sono il centro d’attenzione in molti DHYANA e KRIYA del Kriya Yoga
di Babaji, o delle tecniche di meditazione. Nello stato di sogno ( SVAPNA) essi
sono esercitati senza attenzione. Se se ne fa soggetto di meditazione allora ci si
distacca dall’ agitazione mentale e si dirige il flusso dei pensieri. La calma
(PRASADANAM) e la stabilità (STHITIH) si sviluppano. Si può anche farne esperien-
za nella chiaroveggenza e nella chiarudienza, per esempio vedendo l’aura attor -
no al proprio naso o alle proprie dita o attorno a un’altra persona. Quando il
mentale è disperso, non c’è attenzione e dunque non c’è calma.
La concentrazione sulla punta del naso dà una percezione superiore all’odo-
rato. Secondo Swami Hariharananda Aranya, la concentrazione mirata sulla punta

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CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

della lingua, crea una sensibilità molto sviluppata per il gusto e rispettivamente
quella sulla lingua una sensibilità al tatto, e quella sulla radice della lingua per il
suono.
PRATICA: Praticate gli esercizi di visualizzazione o di concentrazione che implichino
uno dei cinque sensi sottili.

36. VISOKA VA JYOTISMATI


VISOKA = meraviglioso, senza pena
VA = o
JYOTISMATI = da JYOTIS: la luce suprema, l’illuminazione; +MATI: che ha,
che possiede
Oppure (concentrandosi sulla) luce suprema, infinitamente meravigliosa
(si abbandona ogni sofferenza e si fa esperienza della lucidità).
Un altro mezzo per calmare il mentale è immaginare una luce viva o la fiamma
di una candela all’interno di noi stessi, per esempio all’interno della fronte, del
cuore, o di uno dei nostriCHAKRA. Col tempo si finirà per fare l’esperienza della
Realtà della Presenza della Luce Divina dovunque. Molte tradizioni parlano del-
l’esperienza della Luce Divina – JYOTI, o “la Visione della Luce Dorata.” Nel
Kriya Yoga ci sono moltiDHYANA KRIYA che comprendono questa visione “leTre
Qualità Divine” così come la Concentrazione oTRATAKA su una candela. Questo
consente di far scomparire le impressioni subcoscienti ( SAMSKARAS) e avremo
allora la sensazione di essere un vasto oceano di luce. La calma arriva perché si
è superato il piano della dualità dove c’è una diversità di pensiero, per raggiun-
gere il campo dell’Assoluto, dove tutto è percepito come un oceano di luce. La
lucidità si produce quando i sedimenti si stabilizzano. La luce penetra tutto ma
noi raramente la notiamo perché siamo preoccupati per le forme. Come presi
dalle immagini di un film, non notiamo lo schermo, la presenza. Cristo ha detto
“Io sono la Luce.”
Una maniera di praticare questo è immaginare nel proprio cuore una luce
brillante senza limite, come il cielo, o trasparente; poi immaginare che il sé è nel
suo interno, cioè “io ne sono completamente impregnato.”
PRATICA: Praticate SARUPYA JYOTI SAMADHI DHY ANA KRIYA insegnato durante
l’iniziazione al terzo livello delKriya Yoga di Babaji.

71
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

37. VITA-RAGA-VISAYAM VA CITTAM


VITA = libero, liberato, partito
RAGA = l’attaccamento, la passione
VISAYAM = l’oggetto
VA = o
CITTA = la coscienza

Oppure (questa calma impassibile del mentale è raggiunta quando) la


coscienza (è diretta verso lo spirito delle grandi anime) che hanno vinto l’
attaccamento.
Nei versetti precedenti Patanjali riporta gli ostacoli e gli accompagnamenti che
turbano il mentale, e i diversi modi di placarli. In questo versetto apprendiamo
che la calma può essere coltivata nel mentale, concentrandosi sullo spirito di chi
è diventato puro, “una grande anima.” Una tale persona si è liberata dai desideri,
dalle paure, dalla collera e dalla cupidigia che turbano il mentale. Le sue vibra-
zioni e la sua natura tranquillizzano il nostro mentale inquieto e grazie al princi-
pio delle vibrazioni di compassione, anche noi diventiamo più calmi e ci liberia-
mo dagli attaccamenti. Il loro essere, il loro spirito, la loro energia, possono allo-
ra dirigere i nostri e diventiamo il loro strumento senza avere più l’illusione di
essere un attore separato.
Questa pratica è citata nel ‘Tirumandiram’ ed è insegnata nel Kriya Yoga di
Babaji.
PRATICA Meditate sulle grandi personalità spirituali. Lasciate che le loro qualità
vi impregnino.

38. SVAPNA-NIDRA-JNANA-ALAMBANAM VA
SVAPNA = il sogno
NIDRA = il sonno
JNANA = la conoscenza, la coscienza, la saggezza,
ALAMBANA = la base, che supporta, il recipiente, la dimora
VA = o

Oppure (la calma inalterata del mentale) è alimentata dalla conoscenza


che emerge nei sogni e nel sonno.

72
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

Il mentale può ricordare il proprio stato di serenità e di calma, rammentandosi


dei sogni che l’hanno portato in uno stato più elevato o rammentando la pace
provata durante il sonno profondo. Bisognerebbe ricordare la pace e non la
voglia di dormire. Nei sogni con visioni non ordinarie, facciamo esperienza di
una esistenza superiore, della Luce Divina e di nuovi stati di benessere. Il ricordo
di questi episodi può spronarci a tornare al nostro vero Sé, la cui natura è Essere,
Coscienza, Felicità.
Man mano che la nostra coscienza interiore si sviluppa col nostro SADHANA,
questi sogni visionari possono diventare più frequenti e più chiari. Nascerà una
comprensione più grande.
PRATICA: Segnate i vostri sogni in un diario. I sogni possono essere utilizzati come
oggetto di contemplazione.

39. YATHA-ABHIMATA-DHYANAD-VA
YATHA = come
ABHIMATA = desiderato
DHYANAD = della meditazione o della contemplazione
VA = o

Oppure dal soggetto di meditazione (scegliendone uno qualsiasi) secondo i


propri desideri.
Possiamo scegliere qualunque oggetto che ci piaccia, ma idealmente dovrebbe
essere una cosa che ci affascina e ispira. Nei versetti precedenti sono già stati
menzionati molti oggetti. Il mentale è attirato verso diversi oggetti dei sensi, o
soggetti diversi, secondo i desideri e gli interessi di una persona. Concentrandosi
su quello che si desidera, il mentale può esplorare e trovare i suoi limiti. Poco per
volta i nostri centri di interesse evolveranno dalle cose esteriori verso cose viste
soltanto all’interno, come i CHAKRA, le NADI, le divinità, la luce, i concetti
metafisici. Concentrandosi su questi soggetti il mentale smette di disperdersi e
trova la calma e la concentrazione: si prepara al SAMADHI.
PRATICA: Scegliete un soggetto e mantenetelo. Praticate il secondo DHYANA KRIYA.

40. PARAMA-ANU-PARAMA-MAHA(T)TVA-ANTO’SYA VASIKARAH


PARAMA = l’atomo primario, il più, estremo
ANU = piccolo, fine, minuscolo

73
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

PARAMA = il più
MAHA(T)TVA = la grandezza, la taglia, l’esteso, la grandezza
ANTAH = la fine, la conclusione
ASYA = suoi, di lui
VASIKARAH = la padronanza

(Progressivamente la nostra) padronanza (della concentrazione) si estende


(dall’atomo) più piccolo all’ infinitamente grande.
Gli Yogi sono in grado di mantenere il loro mentale concentrato su qualsiasi
oggetto, dalla più piccola particella subatomica fino alla totalità dell’universo.
Tutto diventa accessibile per persone così fatte.Avendo conquistato la padronan-
za del mentale, non è difficile meditare su qualsiasi soggetto.
Si sviluppa il siddhi della leggerezza (LAGHIMAN) e quello della grandezza o
dell’allargamento della propria persona (MAHIMAN), la coscienza del micro e del
macrocosmo; concentrando il mentale, abitualmente disperso, su un oggetto
(SAMYAMA o comunione), si diventa l’oggetto stesso e si può manifestarlo e
sviluppare il potere di materializzazione e anche tutti i siddhi, i poteri miracolosi
degli yogi. Così tutti i divini poteri possono essere sviluppati a partire dalla stabi-
lità del mentale.
PRATICA: Meditate su oggetti della natura, partendo dal piano subatomico, fino ai
livelli visibili, invisibili e cosmici.

41. KSINA-VRTTER-ABHIJATASYA-IVA MANER-GRAHITR-GRAHANA-GRAHYESU TAT-


STHA-TAD-ANJANATA SAMAPATTIH
KSINA = diminuito o indebolito, ridotto
VRTTIH = le fluttuazioni
ABHIJATA = prezioso, nobile
IVA = come
MANES = di una pietra preziosa o di un gioiello
GRAHITR = colui che conosce, che prende
GRAHANA = conoscente, prendente
GRAHYESU = conosciuto, preso
TAD = quello
STHA = presente, dimorante

74
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

TAD = quello, ciò


ANJANATA = che prende il colore di ogni oggetto
SAMAPATTIH = l’assorbimento cognitivo e l’identificazione con gli oggetti
della contemplazione; la coincidenza; l’unità; che si riunisce
Proprio come il cristallo puro prende i colori (o le forme) degli oggetti che
lo circondano, l’assorbimento cognitivo (si produce) quando, essendo state
ridotte (con diversi mezzi) le fluttuazioni (della coscienza), chi conosce,
ciò che è conosciuto e la loro relazione, diventano indistinguibili.
Qui viene descritto il processo per raggiungere il SAMADHI. Quando le fluttuazioni
della coscienza ( CITTAVRTTIH ), comprese le percezioni dei sensi, le
concettualizzazioni, i ricordi ecc. (vedere i versetti I.2 e I.5) sono diminuite
grazie alle diverse pratiche descritte nei versetti precedenti, lo yogi non vede più
la differenza tra lui stesso, gli oggetti della conoscenza e l’azione stessa del
conoscere (o il meditante, ciò su cui si medita e la meditazione). Quando la dif-
ferenza tra soggetto e oggetto scompare, scompare anche la facoltà di conoscere.
Il mentale diventa completamente assorbito e prende la forma del suo oggetto di
meditazione, come un cristallo che riflette la forma di un fiore posto vicino
a lui. Quando il mentale è assorbito dal pensiero di un santo o di un’altra grande
anima, riflette le qualità di questo santo. Il mentale di conseguenza riflette la
cosa nella quale è assorbito.
PRATICA: Meditate col maestro seduto al centro del vostro cuore, che brilla come
un cristallo puro. Fatevi assorbire in Quello, IO SONO.

42. TATRA SABDA-ARTHA-JNANA-VIKALPAIH SAMKIRNA SAVITARKA SAMAPATTIH


TATRA = dove, là, in ciò
SABDA = il suono, la parola
ARTHA = l’oggetto, il senso, lo scopo
JNANA = la conoscenza
VIKALPAIH = per o con l’immaginazione, la concettualizzazione
SAMKIRNA = mescolato, smaltato, non distinto
SAVITARKA = con osservazione, il pensiero, ragionante, la riflessione
SAMAPATTIH = l’assorbimento cognitivo dove ci si identifica con l’oggetto
di contemplazione, la coincidenza

75
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

Viene chiamato SAVITARKA SAMADHI o SAMADHI con riflessione l’assorbimento


cognitivo dove l’identificazione soggetto/oggetto si mescola con par ole
spontanee, oggetti, o con la conoscenza di oggetti materiali.
In questo versetto e nei due seguenti I.43 – 44, Patanjali analizza ASAMPRAJNATA
SAMADHI menzionato come assorbimento cognitivo “distinto” o “basato sull’og-
getto” (vedere al versetto I.17). Distingue quattro livelli: SAVITARKA (partendo da
un oggetto materiale, con la riflessione), ANIRVIRTARKA (partendo da un oggetto
materiale, senza riflessione), “savicara” (partendo da un oggetto sottile con la
riflessione) e NIRVICARA (partendo da un oggetto sottile senza riflessione).
Al primo livello di assorbimento cognitivo (SAMADHI) chiamato SAVITARKA
(da SA che significa “con,”VI che significa andare e venire e TARKA che significa
“riflessione”), l’identificazione del sé con l’oggetto materiale e visibile della
meditazione, può essere arricchito di idee sopracognitive e di concettualizzazioni
a proposito dell’oggetto di meditazione materiale e visibile. Esse emergono spon-
taneamente. L’oggetto visibile o materiale può essere la forma di un santo, di uno
yantra o di qualsiasi cosa nella natura.Tali cose sono spesso prese per oggetto,
negli esercizi di meditazione.
Esse non sono il risultato di pensieri erranti o di idee vaghe come i pensieri
ordinari. La chiarezza e la forza di queste idee è unica. Il fatto stesso che possano
sopraggiungere indica che l’assorbimento soggetto/oggetto (SAMADHI) non è com-
pletamente raggiunto. Anche le parole, gli oggetti e le idee possono emergere
indipendentemente gli uni dagli altri tra i momenti di assorbimento (SAMADHI).
PRATICA: Meditando su una forma visualizzata o con gli occhi aperti centrati su
un oggetto materiale visibile come la fiamma di una candela o su una pietra SIVA
LINGAM, lasciate arrivare le idee spontaneamente e senza sforzo, tra l’inspirazione
e l’espirazione. Imparate e praticate i DHYANA KRIYA insegnati durante l’iniziazione
al primo livello del Kriya Yoga di Babaji.

43. SMRTI-PARISUDDHAU SVA-RUPA-SUNYA-IVA-ARTHA-MATRA-NIRBHASA NIRVITARKA


SMRTI = le impressioni, i ricordi
PARISUDDHAU = purificato o pulito
SVARUPA = la sua propria forma
SUNY = vuoto
IVA = come se, come, “somigliante”

76
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

ARTHA = l’oggetto, la forma


MATRA = soltanto
NIRBHASA = brilla, è illuminato
NIRVITARKA = senza riflessione

Si chiama NIRVITARKA SAMADHI l’assorbimento cognitivo in cui


l’identificazione soggetto/oggetto é molto purificata dalle impressioni e in
cui, brillando senza riflessione, si ritorna, come vuoti, solo alla nostra vera
forma.
L’assorbimento cognitivo spogliato dai pensieri (NIRVITARKA SAMADHI), si produ-
ce quando c’è una cessazione totale delle idee sopracognitive e delle
concettualizzazioni che riguardano gli oggetti delle meditazioni materiali o visi-
bili. Contrariamente a quello che succede nell’assorbimento accompagnato da
pensieri (SAVITARKA SAMADHI, al versetto I.42), qui l’identificazione soggetto/og-
getto è totale. Nessuna idea sopracognitiva si innalza tra i periodi di assorbimen-
to sull’oggetto di meditazione, visibile o materiale. Chi conosce e ciò che è cono-
sciuto formano una sola unità.
PRATICA: Meditando su una forma visualizzata, o con gli occhi centrati su un
oggetto materiale visibile come una pietra SIVA LINGAM, lasciate crescere lo spazio
tra le respirazioni e lasciate che tutti i pensieri si estendano nel Silenzio.

44. ETAYA-EVA SAVICARA NIRVICARA CA SUKSMA-VISAYA VYAKHYATA


ETAYA = nella stessa maniera
EVA = così
SAVICARA = riflesso, con un riflessione sottile
NIRVICARA = super o non riflessione; senza riflessione sottile
CA = e
SUKSMA = sottile, fine
VISAYA = gli oggetti (vedere versetto I.11), la condizione
VYAKHYATA = spiegato, molto dettagliato

Si spiegano nello stesso modo gli (stati di assorbimento cognitivo in cui


l’identificazione soggetto/oggetto) è mescolata con parole e riflessioni sugli
oggetti sottili SAVICARA (SAMADHI) e in cui essa è senza parole nè riflessioni
NIRVICARA (SAMADHI).

77
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

Con riferimento al versetto I.17, gli oggetti sottili sono astrazioni, senza riferi-
mento all’osservazione materiale. Per esempio queste astrazioni possono essere
“l’Amore,” “la Purezza,” “la Felicità,” “Essere,” “Dio.” Nelle prime esperienze
si può servirsene come oggetti negli esercizi, quando il mentale impara a medita-
re. Come nel versetto I.42, le idee spontanee o le concettualizzazioni arrivano da
una sorgente sopracognitiva, come flashes di ispirazione e non come vaghi errare
della mente. Questo stato si chiamaSAVICARA SAMADHI.
Come al versetto I.43, noi cessiamo di identificarci con queste astrazioni
(vedere al versetto I.2), cioè il mentale è vuoto e sussiste solo l’impressione “io
sono,” senza essere mescolata con le idee o le riflessioni sulle astrazioni; questo
stato è chiamato NIRVICARA (non riflesso) SAMADHI.
PRATICA: Durante la meditazione sulle astrazioni o sui concetti, nello spazio tra
inspirazione ed espirazione, lasciate che le idee arrivino spontaneamente e senza
sforzo. Imparate e praticateARUPYA DHYANA KRIYA, dell’iniziazione al primo livello
del Kriya Yoga di Babaji. Più tardi lasciate crescere lo spazio tra le respirazioni
e lasciate che ogni pensiero si estenda nel Silenzio.

45. SUKSMA-VISAYATVAM CA-ALINGA-PARYAVASANAM


SUKSMA = sottile
VISAYATVA = la condizione di oggetto, la natura di una condizione
CA = e
ALINGA = non manifestato; secondo Vyasa, PRAKRITI, la causa più sottile
PARYAVASANAM = includente, la fine, il termine

La natura sottile degli oggetti fluisce nel non manifesto.


Nel versetto I.45, Patanjali descrive come l’esperienza ripetuta di assorbimento
cognitivo non riflesso, richiamandosi o meno agli oggetti materiali o sottili come
punto di partenza, conduce alla fine a uno stato continuo di assorbimento cognitivo
chiamato ASAMPRAJNATA SAMADHI.
L’esperienza del mentale, all’inizio con oggetti materiali o visibili della na-
tura, poi con oggetti più sottili come le astrazioni, si dissolve nella Sorgente ulti-
ma: la causa più sottile. E’ il regno del trascendente, il cuore della realtà che la
BUDDHIH o l’intelletto non possono afferrare. Non si può misurare l’oceano con
una tazza da thè, come non si può misurare la realtà fondamentale con le nostre
facoltà di discernimento. E’ la ragione per cui “chi conosce ilSAMADHI non ne

78
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

parla e quelli che non lo conoscono, ne parlano.” Nella realizzazione del Sé non
c è distinzione tra chi conosce, il conosciuto e il fatto di conoscere. Il Silenzio
regna. il Testimone dimora.
PRATICA: Mentre meditate su astrazioni o concetti, lasciate crescere lo spazio tra
le respirazioni e lasciate che ogni pensiero si estenda nel Silenzio.

46. TA EVA SABIJA SAMADHI


TAH = questi
EVA = in ef fetti (empatico)
SABIJA = con dei germi; con una causa principale
SAMADHI = l’assorbimento cognitivo

Tali assorbimenti cognitivi possiedono (dei) semi.


A questo punto ci si può domandare “dopo tale esperienza quale tipo di vita è
possibile?” Gli yogi cadono spesso nella trappola che consiste nel credere che
poiché hanno fatto esperienza di un tipo o un altro di SAMADHI, sono diventati
automaticamente dei santi, oppure che hanno raggiunto il più alto livello di per-
fezione. Si dovrebbe insistere sul fatto che il SAMADHI è uno stato mentale, nel
quale il mentale diventa soprattutto silenzioso. I quattro tipi di SAMADHI, menzio-
nati nei versetti I.42; I.44 e I.47: SAVITARKA, NIRVITARKA, SAVICARA e NIRVICARA,
sono tutti minacciati dalla esistenza di germi di afflizioni cognitive latenti. Que-
sti ultimi giacciono nell’inconscio e aspettano il momento opportuno per germo-
gliare. Finchè non saranno bruciati dal fuoco del SADHANA e nella forma più ele-
vata di SAMADHI, esiste sempre il rischio che la coscienza dello yogi riprenda di
nuovo le forme che vengono dall’inconscio e che l’Attenzione del Sé sia sostitu-
ita con l’identificazione con l’ego (vedere al versetto I.4). Lo yogi si può trovare
in una sorta di ascensore che sale verso il SAMADHI durante i periodi di pratica
intensa e che ridiscende nel campo della distrazione mentale e delle nevrosi in
altri momenti. Questa sindrome dell’ascensore è ricordata nel versetto IV.27,
“Nell’intervallo, pensieri distraenti possono arrivare a causa di impressioni del
passato.” Questo spiega perché tanti yogi diventati esperti nella salita verso stati
di SAMADHI, sono nevrotici come il loro prossimo, quando ne scendono. Più gra-
ve ancora, essi possono utilizzare la loro “esperienza” di SAMADHI, per gonfiare il
loro ego o per giustificare un comportamento offensivo verso gli altri, o anche
arrestare la loro disciplina yogica. Bisogna diffidare degli yogi che cercano di
giustificare un comportamento immorale chiamandolo esperienza spirituale.

79
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

Il rimedio per evitare di cadere nella trappola dell’orgoglio spirituale è dato


nel versetto IV. 28, dove Patanjali ci ricorda come fare scomparire le cause delle
afflizioni, date nei versetti II.1, 2, 10,1 e 26, con la pratica intensa e col distac-
co.
PRATICA: Utilizzate ogni momento, ogni avvenimento per “lasciare” quello che
disturba la pace del mentale.Abbandonate le reazioni. Coltivate la gioia. Siate
sereni di fronte alla dualità della vita (ma osservate con attenzione tutti i germi
che germogliano, fino alla loro scomparsa).

47. NIRVICARA-VAISARADYE‘DHYATMA-PRASADAH
NIRVICARA = super riflesso o non riflesso; al di là della riflessione
VAISARADYE = lucido, la chiarezza dell’intelletto
ADHYATMAN = il Sé supremo
PRASADAH = la calma impassibile

Nello stato originale del NIRVICARA SAMADHI (l’assorbimento senza parole


né riflessioni), il Sé supremo (brilla) in una calma impassibile.
Poiché non è distratto da alcun movimento che riguardi anche gli oggetti più
sottili, lo yogi resta in una coscienza molto elevata, identificata col Sé supremo,
puro, chiaro e brillante. Sussiste solamente l’impressione del “Io sono.” Si è
andati al di là di una esperienza effimera verso uno stato di Essere continuo e
permanente. Si è passati dalla esperienza della realizzazione del Sé o dalla Illu-
minazione, a uno stato permanente di realizzazione del Sé o Illuminazione.
E’ significativo chePatanjali utilizzi il termine calma impassibile P( RASADAH,
vedere il versetto I.33). In questo stato di calma, la miriade di manifestazioni
della natura non disturba la realizzazione fondamentale del “Io sono.” Si resta in
questo mondo ma non si è di questo mondo, l ’immobilità è un piano superiore,
al di là della calma, dove non c’è coscienza di nessuna cosa al di fuori di questo
essere indifferenziato. La calma non è l’assenza di pensieri o di emozioni, ma il
fatto di essere presenti con loro.
PRATICA: Esercitatevi a essere attivamente calmi e calmamente attivi. Siate presenti
in tutte le attività e in tutte le reazioni del mentale. Praticate la tecnica della gioia
continua (NITYANANDA KRIYA) insegnata durante l’iniziazione al secondo livello
del Kriya Yoga di Babaji.

80
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

48. RTAM-BHARA TATRA PRAJNA


RTAM = la verità, il dharma, l’ordine
BHARA = portante
TATRA = là
PRAJNA = la saggezza, la conoscenza, l’intelligenza; letteralmente verso
l’interiore (PRA) + conoscere (JNA); l’attenzione.
In questo ( NIRVICARA SAMADHI ) (stato di assorbimento senza parole nè
riflessione), la coscienza è portatrice di verità.
Nella coscienza fisica ordinaria, la conoscenza P( RAJNA) è raggiunta con i sensi o
col ragionamento. Ma nel SAMADHI, essa arriva dalla cognizione diretta o dalle
idee ispirate ed è “portatrice di verità “che significa senza errore. Si conosce, per
mezzo della percezione intuitiva, la verità delle cose, direttamente diventando
una cosa sola con loro. Questo è possibile grazie a un sesto senso o a una cono-
scenza psichica. Per identità con le manifestazioni della natura (PRAKRTI), lo yogi
diventa un saggio e può parlare correttamente di qualsiasi argomento, anche di
quelli che non ha mai studiato. Quella che Georg Feuerstein ha chiamato “la
visione della discriminazione” 6 è descritta più dettagliatamente da Patanjali nei
versetti II.26 e III.49.
PRATICA: Notate le idee e la saggezza che accompagnano questi stati. Esse sono
autentiche e procurano un benessere straordinario.

49. SRUTA-ANUMANA-PRAJNABHYAM-ANYA-VISAYA VISESA-ARTHATVAT


SRUTA = quello di cui si è sentito parlare, proveniente dalle tradizioni o
dalle sacre scritture
ANUMANA = la deduzione
PRAJNABHYAM = della conoscenza
ANYA = distinto
VISAYA VISESA = questa verità particolare
ARTHATVAT = lo scopo

Questa particolare verità ha un fine distinto, al di fuori di quello della


conoscenza, della deduzione o dello studio delle sacre scritture.
Patanjali distingue qui “le idee portatrici di verità” di cui si fa esperienza nel
NIRVICARA SAMADHI a partire dalle parole, dalla conoscenza e dalle riflessioni
descritte nel versetto I.42. Quando otteniamo queste idee “portatrici di verità”

81
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

(RTAM-BHARA PRAJNA) trascendiamo il mentale e possiamo, di conseguenza realiz-


zare l’Essere Supremo e il Sé. Nessun insegnamento trasmesso per via orale
(SRUTI) o nessuna deduzione logica (ANUMANA), può rivelare la verità dell’Essere
Supremo o del Sé, perché il mentale non può conoscere qualcosa di più sottile di
lui stesso. Si possono paragonare queste realizzazioni interiori con le loro descri-
zioni nelle scritture sacre o con le proprie deduzioni ragionando, ma non è neces-
sario. La realizzazione del Sé si produce quando il mentale diventa silenzioso.
Come è scritto nel libro dei Salmi “Si silenzioso e sappi che io sono Dio.”
PRATICA: Siate attenti e riconoscete con amore e gratitudine la frequenza dei
momenti in cui siete in stato di grazia.

50. TAJ-JAH SAMSKARO AENYA-SAMSKARA-PRATHIBANDHI


tad = quello
jah = nato, arrivato, proveniente da, prodotto da
samskara = l’impressione subcosciente
anya = altro
pratibandhi = facendo ostacolo, impedire, intralciare
Le impressioni inconsce prodotte da questa (attenzione portatrice di verità),
impediranno (l’arrivo di tutte) le altre impressioni inconsce.
Lo stato puro e non riflesso delle idee cognitive impedisce efficacemente
l’esternazione della coscienza nelle vecchie forme, di vecchi pensieri o abitudini.
Lo yogi non sarà più attaccato a nessuna cosa. Il piano retrostante è diventato il
primo piano nel campo di coscienza dello yogi, la sensazione del “Io sono”
regna. Nonostante che lo yogi possa continuare a vivere una vita normale, essa è
senza attaccamento a niente, eccetto l’impressione del “Io sono” Aurobindo l’ha
affermato in un modo succinto (e pieno di humor): “Ho perso l’abitudine di
pensare.”
Quando si raggiunge questo stato, tutto sarà realizzato con una coscienza
superiore. Lo yogi non è più nel “l’ascensore” tra le nevrosi e l’esperienza della
realizzazione del Sé. Lo yogi è illuminato: uno stato di realizzazione del Sé
senza sforzo e continuo, o una attenzione brillante, è presente in ogni momento.
PRATICA: La realizzazione del Sé è ora continua e senza sforzo. Lasciate che le
vecchie abitudini di pensare siano sostituite da questa nuova coscienza superiore
e da questo movimento. Siate Questo e lasciate che lavori attraverso voi.

82
CAPITOLO 1: SAMADHI-PADA

51. TASYA-API NIRODHE SARVA NIRODHAN NIRBIJAH SAMADHIH


TASYA-API = anche di questo
NIRODHE = con la cessazione; vedere I.2
SARVA = tutto
NIRODHAN = avendo smesso o essendo divenuti padroni
NIRBIJAH = senza germe
SAMADHIH = l’assorbimento cognitivo

Con la cessazione (dell’identificazione con) anche questa ultima impressione


(“io sono”), essendo state padroneggiate tutte (le altr e) si produce il NIRBIJA
SAMADHI cognitivo, senza germe.

Proprio come il bastone dei proverbi, che è utilizzato per attizzare il fuoco di
legna e che è gettato per ultimo nel fuoco, ci si distacca anche dall’ultima im-
pressione “io sono“, utilizzata per distaccare il Sé dalla identificazione con gli
oggetti (PRAKRTI) della coscienza. Quello che resta è la brillante attenzione del
Sé, indipendente da tutto. Non c’è più divisione tra chi conosce e chi è conosciu-
to, neanche lo stesso sentimento “ho realizzato Dio” e nemmeno nessun ciclo di
nascita e morte.
Tirumular definisce il SAMADHI o la conoscenza del Sè come uno stato in cui
“io” è diventato “Lui:”
Egli e lui non Lo conoscono più;
Se egli Lo conosce, allora non è Colui che conosce;
Se egli Lo conosce
Allora lui, Colui che conosce e Lui il Conosciuto
Non fanno che uno; (TM 1789)
PRATICA: Riflettete su questo “Volete o siete pronti per uno stato nel quale non
vorreste avere niente; uno stato dove non conoscereste niente; uno stato in cui
non sareste qualcuno?”

83
CAPITOLO 2°: SADHANA–PADA

SADHANA significa “disciplina.” I Siddha dello Yoga tamil hanno un celebre


detto “La felicità nella vita è proporzionale alla disciplina che si possiede.”
Questo comprende tutto quello che possiamo fare per ricordarci la verità del
nostro essere, e suppone che ci distacchiamo da ciò che non siamo. In questo
capitolo Patanjali raccomanda il KRIYA YOGA come la SADHANA o “la via della
realizzazione del Sé.” Feuerstein ha sottolineato che Patanjali fa riferimento
all’ASTANGA YOGA (lo Yoga a otto rami) in certi versetti del testo dei SUTRA.1 Il
KRIYA YOGA di Patanjali, indicato al versetto II.1 e spiegato nella introduzione,
comprende la pratica intensa ( TAPAS), il distacco ( VAIRAGYA), lo studio di sé
(SVADHYAYA) e la devozione verso il Signore (ISVARA-PRANIDHANA). Ma siccome
pochi sono preparati per questo,Patanjali ha raccomandato L’ASTANGA YOGA come
pratica preliminare. E’ in effetti ironico constatare che il nome diPatanjali sia
oggi associato all’ASTANGA YOGA piuttosto che con il KRIYA YOGA. Tirumular ha
abbondantemente scritto sull’ ASTANGA YOGA , così come il GURU di Babaji,
Boganathar Ridando vita alla antica arte scientifica del RIYA YOGA nel
diciannovesimo secolo, Babaji si è senza alcun dubbio molto ispirato aiSUTRA di
Patanjali. I numerosi paralleli tra il Kriya Yoga di Babaji e i SUTRA, indicati in
questo commento, mostrano chePatanjali era una delle fonti di Babaji.

1. TAPAS SVADHYAYA-ISVARA-PRANIDHANA KRIYA-YOGA


TAPAS = la pratica intensa; bruciato, raddrizzare col fuoco; “l’azione del
fuoco che brucia il fardello del proprio KARMA”
SVADHYAYA = lo studio di sé
ISVARA = il Signore, l’Essere Supremo
PRANIDHANA = l’abbandono a, la devozione verso (vedere I.23; II.45)
KRIYA = l’azione con coscienza
YOGA = l’unione (vedere I.1)

La pratica intensa, lo studio di sè e la devozione verso il Signore,


costituiscono il KRIYA YOGA.
TAPAs significa
“la pratica intensa.” Proviene dalla radice del verbo ST AP che signi-
fica rendere molto caldo. Questo fa riferimento a ogni pratica intensa o

84
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

prolungata per raggiungere la realizzazione del Sé, pratica che implica di vince-
re le tendenze naturali del corpo, delle emozioni o del mentale. A causa della
resistenza del corpo, delle emozioni o del mentale, è possibile sentire caldo o
dolore come effetto secondario, ma non è mai l’obbiettivo. Possiamo conoscere
molto bene i testi sacri, avere molto agito con devozione, ma se non abbiamo
praticato i TAPAS, i sensi, il mentale e le emozioni, arriveranno a sommergere la
nostra coscienza:
Spaventati essi hanno fuggito il coccodrillo nel fiume
E sulla riva sono caduti nelle braccia dell’orso
Così sono gli ignoranti di cui parlano le scritture
Quelli che fuggono ilTAPAS austero
Alla ricerca di nutrimento e affamati, essi errano senza fine
(TM versetto 1642)
Il controllo dei sensi non è fine a sé stesso:
Col mentale unificato ho fatto ilTAPAS
E ho visto i Piedi trionfanti del Signore;
Nell’ardore della ricerca ho fatto ilTAPAS
E ho fatto l’esperienza dello Stato di SIVA;
Quello che fate col desiderio ardente del cuore
Solo quello è il TAPAS;
A che serve allora ilTAPAS di quelli
Che non praticano? (TM versetto 1636)
Lo studio di Sé (SVADHYAYA), non è semplicemente lo studio dei testi sacri ma
comprende l’osservazione del proprio comportamento così come la dinamica
psichica del proprio mentale. A questo scopo possiamo registrare le nostre
esperienze in un diario, questo permette di trasformare la nostra esperienza
soggettiva in una esperienza oggettiva. Diventiamo allora coscienti di quello che
resta: il Testimone (DRASTA, vedere il versetto I.3). Poco a poco si cessa di identi-
ficarsi con la personalità, la somma dei movimenti del mentale e delle reazioni
abituali. Lo studio di sé (SVADHYAYA) porta alla discriminazione e alla padronanza
di sé. I Siddha come Patanjali non aspiravano soltanto alla trascendenza, ma
anche alla trasformazione della natura umana meno elevata. Non c’è mezzo più
incisivo di un diario intimo spirituale per smascherare “il grande ladro” cioè il
mentale che ha rubato “la perla del Sé.” Il mentale ci dà molte preoccupazioni e

85
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

illusioni. Non bisogna essere indulgenti col mentale; sorvegliatelo senza tregua.
La registrazione delle osservazioni su di noi in un giornale intimo spirituale ci
aiuta e ci dà l’occasione di correggere i nostri errori quotidiani. Ci dà anche
conforto e una fonte di ispirazione.
Anche lo studio dei testi sacri ci nutre e ci ricorda quello che siamo vera-
mente e ci aiuta anche a svilupparci.
ISVARA PRANIDHANA, o “l’abbandono al Signore,” comprende la pratica di
coltivare l’amore incondizionato per il Signore, così come il distacco verso quel-
lo che ci disturba. Si arriverà, alla fine, alla equanimità. Si “lascia la presa e ci si
abbandona a Dio” (vedere il commento dei versetti I.23 e II.45).
La parola Kriya Yoga, viene dalla radice del verbo kr che significa “fare” o
“fabbricare” ed è apparentato colKARMA, il principio che afferma che ogni azione
comporta una reazione. Lo yoga di Patanjali, di conseguenza, è una via a tre
rami: la pratica intensa (TAPAS), lo studio di sé (SVADHYAYA) e la devozione verso il
Signore (isvara pranidhana). Nel primo capitolo, nei versetti da I.12 a I.16,
Patanjali dà dettagli sulla prima delle tre discipline. Ci dice che la pratica rego-
lare, ripetuta (ABHYASA) e il distacco (VAIRAGYA) sono i mezzi delloYoga.
E’ interessante notare chePatanjali non indica quello che dovremmo prati-
care costantemente, cioè delle tecniche specifiche, ad eccezione del distacco
(VAIRAGYA). Questo prova con forza che se si praticasse il distacco continuamen-
te, per un periodo di almeno tre mesi, lasciando tutte le reazioni disturbanti del
mentale e delle emozioni, si arriverebbe allo stato di illuminazione, il risveglio
supremo del mentale. Ramana Maharshi ha descritto questo stato supremo di
SAMADHI con le seguenti parole: “Ora niente più mi può disturbare.” Poiché po-
che persone sono portate naturalmente e con impegno alla pratica regolare e
ripetuta, (ABHYASA) e al distacco (VAIRAGYA), Patanjali raccomanda delle pratiche
preliminari nel secondo capitolo. Feuerstein ha sottolineato tuttavia che lo Yoga
di Patanjali non era loASTANGA Yoga o “Yoga a otto rami,” descritto nei versetti
da II.28 a III.8, come pensava generalmente la maggior parte dei traduttori. ’Lana-
lisi dei testi ha rivelato che questi versetti provenivano da un’altra fonte scono-
sciuta. (1) Ci sono frequenti riferimenti allo astanga yoga nei SAIVAGAMAS, e
qualcuna di queste opere è anteriore ai SUTRA
‘ di Patanjali.’ Feuerstein ha creato
lo schema dell’albero seguente che mostra la relazione tra i due rami del Kriya
Yoga di Patanjali:2

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

KRIYA YOGA

ABHYASA VAIRAGYA
(la pratica costante) (il distacco)

TAPAS SVADHYAYA ISVARA-PRANIDHANA APARA-VAIRAGYA PARA-VAIRAGYA


(la pratica (lo studio (la devozione (preliminare) (superiore)
intensa) di sé) verso il Signore)

PRATICA: Praticate intensamente (TAPAS): riservate lunghi periodi di tempo per la


pratica concentrata e continua di tutte le forme di Yoga. Progressivamente
aumentate la durata fino alle 24 ore durante i giorni riservati esclusivamente allo
Yoga. Gli altri giorni praticateSHUDDI o i NITYANANDA KRIYA aumentando la loro
frequenza. Sviluppate la serenità di fronte al dolore e al piacere, ai guadagni e
alle perdite e alle altre dualità.
PRATICA: Praticate lo studio di Sé (SVADIYAYA): registrate le vostre meditazioni in
un diario; tenete un diario spirituale dove scrivete annotazioni sulle vostre
abitudini. S tudiate i testi sacri, compresi i ‘Sutra di Patanjali" e il ‘Tirumandiram.’
PRATICA: Praticate la devozione verso il Signore (ISVARA PRANIDHANA): coltivate
l’abbandono e l’amore per il Signore, descritto nel commento del versetto I.23.
Le cerimonie esteriori non sono così importanti come la venerazione interiore,
come nel quarto KRIYA del controllo della respirazione (un PRANAYAMA KRIYA
insegnato durante l’iniziazione al primo livello del Kriya Yoga di Babaji ) e
coltivando la riverenza per la presenza Divina in ogni cosa.

2. SAMADHI-BHAVANA-ARTHAH KLESA-TANU-KARANA-ARTHAS-CA
SAMADHI = l’assorbimento cognitivo
BHAVANA = coltivare, causare, manifestare
ARTHAH = l’intenzione, lo scopo, la fine e il bersaglio
KLESA = l’af flizione
TANU = ridotto, diminuito, indebolito
KARANA = fare, fabbricare, causare
ARTHAH = l’intenzione, lo scopo
CA = e

87
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

(Essi sono utilizzati) con lo scopo di attenuare ogni afflizione (e) di coltivare
l’assorbimento cognitivo.
Prima di poter raggiungere lo scopo dello Yoga, l’assorbimento cognitivo,
(SAMADHI), bisogna ripulire le fluttuazioni della coscienza CITTAVRTTIH
( ), che sono
state prima definite come afflitte (KLISTAH) o non afflitte (AKLISTAH) (vedere il
versetto I.5). E’ generalmente un processo lungo ma anche un po’ di pratica sop-
primerà la causa di molte sofferenze, come viene spiegato nei versetti seguenti. Il
Kriya Yoga pulisce le fluttuazioni della coscienza dell’egoismo, dell’abitudine a
identificarsi con l’insieme corpo/mentale. Man mano che esse si indeboliscono,
si rivela la realizzazione del Sé.
PRATICA: Fate il SADHANA senza fierezza, con uno spirito di distacco (VAIRAGYA),
per purificare e sradicare le cause della sof ferenza.

3. AVIDYA-ASMITA-RAGA-DVESA-ABHINIVESAH PANCA-KLESAH
AVIDYA = l’ignoranza
ASMITA = l’egoismo, lo stato “io sono”
RAGA = l’attaccamento
DVESA = l’avversione, l’odio; la repulsione
ABHINIVESAH = attaccarsi alla vita, il desiderio di continuità
PANCAKLESAH = le cinque afflizioni

Le cinque afflizioni sono: l’ignoranza, l’egoismo, l’attaccamento,


l’avversione e l’aggrapparsi alla vita.
Patanjali elenca qui le cinque afflizioni che impediscono la realizzazione del Sè.
Nei versetti seguenti spiegherà ognuna di loro. L ’ordine con cui vengono presen-
tate è significativo. A causa dell’ignoranza del nostro vero Sé, l’ego emer ge;
l’ego che è l’abitudine di identificarci con i nostri pensieri e le nostre sensazioni,
crea gli attaccamenti e l’avversione (quello che ci piace e che non ci piace) e alla
fine, la paura della morte
Paragonatele alle cinque catene primarie P(ANCA-PASAH), che ostacolano l’ani-
ma individuale, menzionate ripetutamente nel ‘Tirumandiram’:
1. TIRODAY (TAM): il potere della confusione (letteralmente “la dissimulazione ”)
2. ANAVA (TAM):
l’egoismo
3. MAYEYAM (TAM): i desideri, la manifestazione tangibile di maya

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

4. MAYA:
la causa materiale dell’unione di ciò che è conscio con ciò che è
inconscio
5. KARMA: un potere che, grazie alla sua continuità e al suo sviluppo,
determina la natura e la possibilità di esistenze ripetute dell’anima.
PRATICA: Meditate sulla natura di queste afflizioni (KLESAH). Identificatele per
categoria. Preparate una descrizione dettagliata della loro manifestazione nella
vostra vita.

4. AVIDYA KSETRAM-UTTARESAM PRASUPTA-TANU-VICCHINNA-UDARANAM


AVIDYA = l’ignoranza
KSETRAM = il campo, l’origine
UTTARESAM = degli altri
PRASUPTA = nel sonno, caduto, addormentato
TANU = debole, attenuato, ridotto, addormentato
VICCHINNA = intercettato, soppresso, dominato
UDARANAM = attivo, ingaggia, stimolato

L’ignoranza è il campo (dal quale altr e) afflizioni (emergono) e possono


essere: latenti, deboli, interrotte o manifeste.
La causa principale della sofferenza è l’ignoranza (AVIDYA) ed essa trascina le
altre. Si fa riferimento non all’ignoranza in generale ma precisamente all’assen-
za della coscienza del Sé. Essa è la causa della confusione tra soggetto,“io sono”
e tutti gli oggetti dell’attenzione. Essa maschera la nostra coscienza interiore e
crea una falsa identità: io sono il corpo, il mentale, i sensi, le emozioni ecc.
Nel caso della persona ordinaria, l’ignoranza A( VIDYA), l’egoismo (ASMITA),
l’attaccamento (RAGA), l’avversione ( DVESA) e il fatto di aggrapparsi alla vita
(ABHINIVESAH) sono costanti e sostenute. Noi seguiamo continuamente l’inclina-
zione dei nostri desideri ancorati nell’inconscio. Quando il nostro benessere o la
nostra sopravvivenza sono minacciati, noi reagiamo generalmente con paura,
senza riflettere. Quando cominciamo a praticare loYoga però, intercettiamo molti
di questi stimoli, facciamo resistenza e li sostituiamo con l’amore, la disciplina
personale, la generosità (DANA) ecc. Questo richiede tuttavia vigilanza e sforzo,
altrimenti le vecchie abitudini si risvegliano.
In un praticante avanzato delloYoga, le af flizioni (KLESAH) si indeboliscono
(PRASUPTAH), o si mettono a dormire, poiché lui o lei non reagisce più a queste

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

afflizioni. La disciplina (SADHANA) costante di chi pratica, suscita uno stato di


equanimità che non può essere disturbato da quegli stimoli.
PRATICA: Dopo aver identificato l’afflizione, cominciate con l’abbandonare questa
abitudine o questo desiderio, ma lavorate con una sola alla volta. Notate come la
vostra esperienza della loro eliminazione evolva con tappe differenti. Nella pri-
ma tappa, non si fanno sforzi per eliminarla; nella seconda tappa si comincia a
fare uno sforzo; nella terza tappa si spazzano via le tentazioni quasi senza sforzo.
Nella quarta tappa esse restano solo a livello dell’inconscio, soffocate. In queste
ultime tappe è possibile incontrarle solo nei sogni, mentre dormiamo.

5. ANITRA-ASUCI-DUHKA-ANATMASU NITYA-SUCI-SUKHA-ATMA-KHYATIRH-AVIDYA
ANITYA = effimero
ASUCI = impuro
DUHKA = doloroso
ANATMASU = nel non Sé, concernente o relativamente al non se
NITYA = permanente, eterno, continuo
SUCI = puro, non corrotto
SUKHA = piacevole, la felicità, il benessere
ATMAN = il Sé
KHYATIH = la cognizione
AVIDYA = l’ignoranza

L’ignoranza è il fatto di prendere l’effimero per il permanente, l’impuro


per il puro, il doloroso per il piacevole e il non Sè per il Sè.
E’ l’errore fondamentale che gli esseri umani hanno la tendenza di commettere,
ed essa implica l’idea erronea dell’identità con ciò che non siamo. Noi diciamo
“Io sono stanco” o “io sono malato, sono in collera o preoccupato.” Tuttavia,
quando diciamo “il mio corpo è af faticato” o “ho dei pensieri di collera,” ci
avviciniamo alla verità. Il nostro attuale contesto culturale, i media, la sintassi
della nostra lingua e il nostro sistema educativo, tutti incoraggiano questo errore
fondamentale, che nasconde la nostra vera identità, il Sè. Il Sé è il testimone
eterno, il Soggetto, un Essere Unito, costante puro, infinito, penetrante e presente
in ogni cosa. Tutto il resto è mutevole e di conseguenza un giorno sparirà.
Aggrappandosi all’effimero, a ciò che cambia, ignoriamo il Reale e soffriamo.
Ogni desiderio è doloroso perché crea un bisogno insaziabile di avere qualcosa

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

che non possediamo ora, o il bisogno di essere qualcosa che non siamo. Anche
quando esaudiamo i nostri desideri, ne verranno degli altri, col desiderio inoltre
di non perdere quello che possediamo e questo creerà ancora più sof f erenza.
PRATICA: Percepite il Sè permanente, puro, che impregna ogni cosa. Rimanete in
Quello.

6. DRG-DARSANA-SAKTYOR-EKA-ATMATA-IVA-ASMITA
DRG = il testimone
DARSANA = ciò che è visto; la buona comprensione; qui: il mezzo per vedere
SAKTYOR = dei due poteri (SAKTI)
EKATMATA = l’identità; la natura singolare o il sé; “che ha la qualità
dell’essere”
IVA = per così dire; come
ASMITA = l’egoismo, lo stato del “io sono”

L’egoismo è l’identificazione, per così dir e, dei poteri del Testimone


(Purusha) con quelli dello strumento della visione (l’insieme corpo/men-
te).
L’egoismo (ASMITA) è l’abitudine di identificarsi con quello che non siamo: l’in-
sieme corpo/mentale/personalità, lo strumento della cognizione. Noi ci identifi-
chiamo falsamente con i nostri pensieri, le nostre sensazioni e le nostre emozioni
senza riconoscere che essi sono solo degli oggetti, delle semplici riflessioni della
nostra attenzione. Questo conduce alla individualizzazione della nostra coscien-
za: lo stato “io sono” e la sua confusione con “io sono il corpo,” “io sono questo
sentimento” ecc. Questa confusione soggetto/oggetto è soppressa con la pratica
del distacco e del discernimento. Questo errore, è un prodotto della nostra igno-
ranza principale che riguarda la nostra vera identità.
PRATICA: Pensate che non siete “l’autore” ma soltanto il Testimone. Siate un
testimone e uno strumento e notate come ogni cosa è compiuta. Quando tutto va
bene ringraziate il Signore. Quando va male, prendetevene la responsabilità e
imparate a fare meglio.

7. SUKHA-ANUSAYI RAGAH
SUKHAM = il piacere
ANUSAYIN = attaccarsi a, tenersi su

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

RAGAH = l’attaccamento
L’attaccamento è l’adesione al piacere
A causa della individualizzazione della coscienza, della sua falsa identificazione
con un corpo particolare e con un insieme di pensieri e di ricordi, noi siamo
attirati verso diverse esperienze piacevoli nel nostro ambiente. L ’attaccamento
(RAGAH), come la paura, proviene dalla immaginazione ( VIKALPA). Si verifica
quando confondiamo l’esperienza interiore della gioia A( NANDA) con un insieme
di circostanze esterne, o di fattori esterni, e noi chiamiamo questa associazione il
piacere (SUKHAM). Immaginiamo che il piacere dipenda dalla presenza di queste
circostanze o dai fattori esterni. Quando questi non ci sono più, noi facciamo
esperienza dell’attaccamento, l’illusione che la gioia interiore possa ritornare
solo se torniamo a possedere questi fattori esterni. L ’attaccamento consiste nel
fatto di aggrapparsi (ANUSAY) e sicuramente implica la sofferenza (DUHKHAM).
Anche quando possediamo i fattori esterni, possiamo ancora sperimentare
l’attaccamento a causa della paura (l’immaginazione) di perderli. Tuttavia, in
realtà, la gioia esiste in sé stessa, non condizionata e indipendente dalle circo-
stanze o da fattori esterni. Per farne l’esperienza occorre prestarvi attenzione.
Pratica: (1) Coltivate l’attenzione prima, durante e dopo le attività o le circostan-
ze che danno piacere. Notate che la gioia resta in ogni momento, tanto a lungo
quanto è presente l’attenzione. (2)Allenatevi a disfarvi dei sentimenti di attacca-
mento.

8. DUHKHA-ANUSAYI DVESAH
DUHKHA = la sof ferenza
ANUSAYIN = aggrapparsi a; tenersi su
DVESA = l’avversione

L’avversione è il fatto di aggrapparsi alla sofferenza.


Nello stesso modo, si respingono esperienze diverse nel nostro ambiente. Sono
termini relativi e quello che è doloroso per una persona può essere piacevole per
un’altra. C’è però una terza reazione possibile, il distacco (VAIRAGYA), che Patanjali
propone come pratica essenziale per superare il dolore e il piacere (vedere i
versetti I.12, 15).

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

Quando andiamo all’interno, nel più profondo di noi stessi, e ci allontania-


mo da una esperienza dolorosa, allora la sua causa diventa evidente. Coltivando
questa prospettiva e questa comprensione, con pazienza e tolleranza, non siamo
più in difficoltà. “Se questo ci costa la pace interiore, allora questo costa troppo
caro.” Cambiare una situazione esterna dolorosa è spesso impossibile, se non
cambiamo prima di tutto la nostra percezione. Dovremmo innanzitutto esercita-
re la nostra volontà a chiarire e approfondire la nostra coscienza per evitare di
reagire con avversione. Aspirate a un cambiamento esteriore, a una situazione
più armoniosa. Accettate ogni lavoro che vi capita, nello spirito del KARMA YOGA
(volontariato), come un allenamento spirituale, per purificarvi dall’attaccamen-
to (RAGA) e dall’avversione (DVESA).
PRATICA: Agite sempre in maniera altruista, minuziosamente e pazientemente,
riconoscendo che non siete “l’autore.” Coltivate l’equanimità nell’azione, poi, in
seguito verso i risultati.

9. SVA-RASA-VAHI VIDUSO‘PI TATHA-RUDHO BHINIVESAH


SVARASA = la propria inclinazione; letteralmente “il proprio succo o
essenza”
VAHI = portato, supportato
VIDUSO PI = anche il saggio
TATHA = così
RUDHAH = arrivata, prodotta
ABHNIVESAH = attaccarsi alla vita, il desiderio di continuità

Anche a chi è saggio succede di aggrapparsi alla vita, (cosa che) permette
la sopravvivenza.
E’ il bisogno primario di sopravvivere, la fondamentale volontà di vivere, che
esiste in ogni essere vivente. E’ un istinto fondato sulla paura della morte e la
falsa identificazione col corpo.Abbiamo dovuto fare l’esperienza dolorosa della
morte e della rinascita tante volte che rabbrividiamo all’idea di ripeterla. Quan-
do realizziamo che siamo il Sé immortale, possiamo liberarci da tutte queste
afflizioni (KLESAH).
PRATICA: Riflettete sulla seguente affermazione: “morire alla morte, diventare
incapaci di morire perché la morte non ha più realtà.”

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

10. TE PRATIPRASAVA-HEYAH SUKSMAH


TE = queste (si riferisce alle af flizioni)
PRATIPRASAVA = risolvere nella loro causa; rintracciare le cause fino alla
loro origine
HEYAH = distrutto; conquistato
SUKSMAH = sottile

Queste (afflizioni nella lor o) (forma) sottile, sono distrutte dalla ricer ca
dell’origine delle (loro) cause.
Le cinque afflizioni (PANCA-KLESAH) alimentano la nostra falsa identità e la nostra
separazione dal Sè. Patanjali ci indica che è possibile liberarci di loro a due
livelli, nei versetti II.10 e II.11. A livello sottile, esse esistono come impressioni
del subconscio ( SAMSKARAS) e possono essere eliminate soltanto tornando
ripetutamente alla nostra fonte attraverso le varie tappe di SAMADHI. Poiché nella
nostra coscienza ordinaria, o anche in meditazione, non abbiamo accesso alle
impressioni del subcosciente, occorre eliminare la causa, l’egoismo, identifican-
doci ripetutamente col nostro vero Sé. Il nostro piccolo “io” viene progressiva-
mente assorbito nell’ “Io” più grande e in questo modo le impressioni del subco-
sciente si dissolvono.
E’ significativo chePatanjali non raccomandi metodi più brutali, come l’azio-
ne del maestro spirituale che consiste nello “schiacciare l’ego “dei suoi allievi, o
anche come l’argomentare, il ragionamento o gli approcci basati sulle emozioni.
Egli raccomanda soltanto di dissolvere le afflizioni (KLESAH) nella loro causa
principale, “l’ignoranza,” menzionata nel versetto II.4 (l’assenza della coscienza
di Sé, la confusione tra il Testimone (il Soggetto) e l’Oggetto osservato, gli
oggetti di cui si prende coscienza). Nel versetto I.12, prescrive come fare: con la
pratica costante e il distacco. Domandatevi “chi è attaccato?” “Chi prova avver
sione?” “Chi è che dice “io,” “mio,” “il mio.”Tali pensieri e tali sentimenti non
vi appartengono. Lasciateli.
E’ l’ego che si sente colpevole o fiero. E’ l’ego che prova sensi di colpa per
certe azioni che considera cattive e di conseguenza si sente indegno. E’ l’ego che
si crede l’autore delle azioni e che crede di potere lui stesso liberarci dal nostro
ego. E’ l’ego che pensa “io” non posso fare le pratiche, “io “non posso meditare
o controllare le mie emozioni o le mie abitudini. Un ego forte ci immerge nella
miseria del senso di colpa. L’ego è il sentimento di essere l’autore e di essere ai

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

comandi della nostra vita. Infatti l’ego pensa che se non fosse ai comandi, non
potremmo sopravvivere. Facendo laSADHANA, concentrandosi sul Sé, si comin-
cia a vedere che la Natura fa tutto e che l’ego non ha mai fatto niente. Ma all’ini-
zio dobbiamo occuparci delle fluttuazioni mentali più grossolane che emergono
nella coscienza, come riportato nei versetti seguenti.

11. DHYANA-HEYAS-TAD-VRTTAYAH
DHYANA = la meditazione
HEYAH = distrutte
TAD = queste: quelle
VRTTAYAH = le fluttuazioni (che emergono nella coscienza)

(Nel loro stato attivo) queste fluttuazioni (emergenti nella coscienza) sono
distrutte dalla meditazione.
Questo mostra che l’eliminazione delle fluttuazioni emergenti nella coscienza
(vedere i versetti I.2 e I.5), è una condizione preliminare all’assorbimento cognitivo
(SAMADHI). Esse possono essere eliminate con la pratica della meditazione
(DHYANA), che può essere definita nel versetto III.2 come “l’esperienza di avere il
mentale fissato su un solo oggetto P( RATYAYA-EKATANAT DHYANAM).”
La meditazione (DHYANA) è il processo più facile del mentale umano, ma i
suoi risultati non sono importanti. L’attenzione continua è più difficile, ma i suoi
risultati sono più grandi. Liberarsi dalle catene dei pensieri e contemplare il Sé, è
la cosa più difficile da realizzare ma il risultato è molto più importante. Si può
scegliere l’uno o l’altro, o tutti i metodi, ciascuno ha la sua ragione di essere e il
suo scopo. Questo richiede una fede incrollabile, pazienza e una grande volontà
di coinvolgersi nella propria pratica dello Yoga.
PRATICA: Meditate per comprendere il Sé. Esercitatevi a restare coscienti per fare
l’esperienza del Sé. E osservatevi per sapere cosa dovete lasciare da parte per
divenire il Sé.

12. KLESAH-MULAH KARMA-ASAYAH DRSTA-ADRSTA-JANMA-VEDANIJA


KLESAH = l’af flizione
MULAH = la sor gente, la fondazione
KARMA-ASAYAH = il serbatoio dei karma
DRSTA = visto o presente

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

ADRSTA = non visto o futuro


JANMA = la nascita, l’esistenza, la vita, la nascita
VEDANIJA = che deve essere sentito o vissuto

Il serbatoio dei KARMA, che hanno origine nelle afflizioni, si sente


nell’esistenza visibile (presente) e invisibile (futura).
A causa dell’esistenza delKLESAH, le afflizioni di ignoranza (AVIDYA), di egoismo
(ASMITA), di attaccamento (RAGA), di avversione (DVESA) e del fatto di attaccarsi
alla vita (ABHNIVESAH) noi accumuliamo e manifestiamo deiKARMA. Ci sono tre
tipi di KARMA.
1. PRARABDHA KARMA : quelli che sono espressi in questo momento ed
esauriti in questa vita.
2. AGAMA KARMA: i nuovi karma che sono creati durante questa vita.
3. SAMJITA KARMA: quelli che aspettano di essere realizzati nelle vite future.
Il ricettacolo di tutti i KARMA è chiamato il KARMA-ASAYA, “il serbatoio o la
matrice del KARMA” o “il deposito delle azioni.”
I KARMA aspettano una occasione per risalire alla superfice e manifestarsi
attraverso il KLESAH. Un KARMA importante può avere bisogno di una vita intera e
di un corpo particolare per esprimersi e gli altri KARMA che gli sono imparentati
saranno pure espressi ed esauriti in questa occasione. Questo continua fino a
quando si arriva alla realizzazione del Sé e si cessa di creare nuovi
KARMA.

Dobbiamo comprendere che noi stiamo semplicemente vivendo il nostro


destino karmico. Il tempo è il KARMA affermano i saggi. Abbiamo la nostra perso-
nale carta stradale karmica. Dobbiamo anche capire che ogni persona ha il suo
proprio KARMA e agisce in funzione di questo. Ci chiediamo perché una persona
agisce in un modo o vive in una certa maniera. Questa persona si sorprende di
noi nello stesso modo. Ciascuno di noi è programmato con una particolare natu-
ra. La nostra idea della perfezione proviene dalla nostra educazione e dal modo
con cui abbiamo appreso le nostre lezioni. Le circostanze della vita si producono
a causa del nostro KARMA. Ma abbiamo il nostro libero arbitrio per decidere se
affrontare ciò in modo positivo o negativo. Se decidiamo di trattarlo negativa-
mente, per esempio facendo soffrire gli altri, le reazioni ritornano a noi con forme
più intense e più spaventose. Gestire con pazienza queste circostanze, rendere
felici gli altri, neutralizza progressivamente le conseguenze karmiche.

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

PRATICA: Riflettete su questa af fermazione “per liberarsi dal KARMA, dobbiamo


realizzare che abbiamo già ottenuto quello che cerchiamo.”

13. SATI MULA TAD-VIPAKO JATY-AYUS-BHOGA


SATI = essere, esistere, prodursi
MULA = la radice
TAD = quello, questo
VIPAKAH = i frutti
JATI = la nascita, la produzione
AYUH = la durata di vita, il potere vitale, la vita
BHOGAH = le esperienze, i piaceri, mangiare

Per tutto il tempo che la vita esisterà, anche i (suoi) frutti esisteranno (cioè)
la nascita, la vita e le sue esperienze.
Per tutto il tempo che il mentale conserverà le attrazioni e le avversioni, l’anima
individuale continuerà il ciclo delle nascite, al fine di pagare i suoi debiti karmici.
Se una persona vuole mangiare eccessivamente, il KARMA può esprimersi al me-
glio nel corpo di un maiale. L’anima della persona continuerà ad evolversi con
l’esperienza di vita in un corpo di maiale. Non è il corpo o i sensi che cercano di
sperimentare piaceri diversi o di evitare dolori, ma piuttosto il mentale, spinto
dai suoi KLESAH e le sue impronte karmiche. La durata della vita (AYUH) e i tipi di
esperienze (BHOGAH) in una vita particolare (JATI) sono determinati dal nostro
serbatoio di KARMA (KARMA-ASAYAH). Quando un po’di KARMA è esaurito, l’anima
cerca di esprimere quelli che restano. Noi possiamo constatarlo quando la vita
prende una nuova direzione, per esempio durante la crisi dei quarant’anni o di un
cambio radicale di carriera.
Liberazione significa liberarsi dalKARMA e dai SAMSKARAS. Non significa la
fine della vita nel piano fisico, ma che può essere la fine di certi ruoli che inter
-
pretate nello spettacolo. Può significare che interpreterete un nuovo ruolo. Ma
sarete totalmente coscienti che interpretate semplicemente un ruolo e questo vi
lascerà liberi di farlo con amore incondizionato e con sincerità.
PRATICA: Ripetete “Signore, accetto la situazione come è.” Poi restate in silenzio
e senza pensarci fate quello che deve essere fatto, con amore incondizionato e
cercando sinceramente la verità. Fate il vostro dovere con spirito altruistaKARMA
(
YOGA), minuziosamente, senza attaccarvi ai risultati. Coltivate l’equanimità e
l’attenzione.

97
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

14. TE HLADA-PARITAPA-PHALAH PUNYA-APUNYA-HETUTVAT


TE = essi o esse, questi
HLADA = il piacere, la gioia, il diletto
PARITAPA = il dolore, il dispiacere, la pena
PHALAH = i frutti, la conseguenza, il risultato
PUNYA = meritevole, favorevole, virtuoso
APUNYA = non meritevole, sfavorevole, non virtuoso
HETUTVAT = in ragione della causa; in ragione del motivo

In ragione del KARMA, virtuoso e non virtuoso, ci sono conseguenze


(corrispondenti) piacevoli e dolorose.
Se rendiamo gli altri felici ( HLADA) otterremo piacere; se facciamo sof frire
(HARITAPA) gli altri, raccoglieremo dolore. Se ci si permette di essere veramente
felici, rendiamo automaticamente più felici quelli che ci sono vicini, sia che ini-
zialmente lo sappiano o no. Le nostre abitudini o le nostre impressioni del subco-
sciente (SAMSAKARAS), determinano con forza le nostre azioni. Di conseguenza la
qualità della nostra nascita ( JATI), della durata della nostra vita ( AYUH), della
nostra esperienza di vita (BHOGAH) è determinata dalle nostre impressioni del
subcosciente (SAMSKARAS). Dovremmo dunque coltivare i pensieri, le parole e le
azioni che ci elevano e che elevano gli altri.
PRATICA: Coltivate pensieri, parole e azioni che ci elevano e che elevano gli altri,
ma per prima cosa ascoltate e riflettete su ciò che vi guida nel più profondo di voi
ed evitate le reazioni dell’ego.

15. PARINAMA-TAPA-SAMSKARA-DUHKAIR-GUNA-VRTTIH-VIRODHAT-CA DUHKHA EVA


SARVA VIVEKINAH
PARINAMA = la trasformazione, il cambiamento
TAPA = l’ansietà, la pena
SAMSKARA = le impressioni del subcosciente; l’impressione lasciata da una
azione anteriore
DUHKAIR = per o con dolori, sof ferenze
GUNA = la qualità
VRTTIH = le fluttuazioni (della coscienza)
VIRODHAT = a causa di un conflitto o di una opposizione

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

CA =e
DUHKHA = il dolore; sof frire
EVA = in ef fetti, dunque
SARVA = tutto
VIVEKINAH = della discriminazione o discernere

In realtà, per il saggio, tutto è causa di pena, a causa del conflitto tra le
fluttuazioni (della coscienza) e le forze costituenti della natura, e con la
sofferenza (che emerge dalle) impressioni del subcosciente, dell’ansia e del
cambiamento.
Anche ottenere quello che si vuole crea sof ferenza (DUHKHA), quando comincia-
mo a temere di perderlo, o quando l’abitudine di desiderare crea nuovi desideri
(TRSNA), paure ( BHAYA) e ansia (TAPA). Anche se possiamo avere momenti di pia-
cere, sono destinati a sparire e il fatto di saperlo crea ansia, paura e sofferenza.
Nessuna esperienza crea felicità eterna. Quando capiamo questo, cominciamo a
individuare la fonte della felicità duratura che esiste al di là degli attaccamenti
alle cose o alle persone. Non è l’esperienza di cose piacevoli che crea la sof feren-
za, ma gli attaccamenti a loro. Allora il saggio permette alle cose di andare o
venire, senza perdersi in pensieri di paura, ansia o attaccamento. Il saggio coltiva
il distacco (VAIRAGYA) per sopprimere l’abitudine all’attaccamento e la confusio-
ne tra il benessere e gli oggetti o le circostanze esteriori.
PRATICA: Lasciate andare la pena, il desiderio insaziabile, la paura e l’ansia man
mano che sorgono nella vita quotidiana. Sentite il sollievo che arriva quando
lasciate totalmente queste emozioni.

16. HEYAM DUHKHAM-ANAGATAM


HEYA = evitato, dominato, distrutto
DUHKHA = la sof ferenza, il dolore
ANAGATAM = futuro

Quello che deve essere evitato è la sofferenza futura.


Non abbiamo bisogno di soffrire per essere felici !Anche se, presentato in questo
modo, sembra evidente, il fatto che siamo condizionati dalle impressioni del
subconscio ( SAMSKARAS) e dalle cinque cause di af flizione ( PANCA-KLESAH), ci
mantiene in una condizione di amnesia nei confronti di questa verità evidente.

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

Lo Yoga è allora l’ultimo richiamo o “l’antidoto” alla nostra facoltà di oblio,


molto umana. Quando ci ricordiamo del Sé, solo allora possiamo andare al di là
della “sofferenza a venire” (DUHKHAM-ANAGATAM), che proviene dal nostro serba-
toio di KARMA (KARMA-ASAYA). Cercando solo il piacere, dimentichiamo che ogni
cosa nel tempo e nello spazio finirà per passare; così la ricerca del piacere con-
durrà inevitabilmente alla sof ferenza. Coltivando l’attenzione interiore, trovia-
mo la gioia (ANANDA), anche quando la vita ci libera karmicamente un carico di
pomodori marci. Prendiamo le distanze dagli avvenimenti e diciamo “Ah, guar -
da questo!”
PRATICA: Fate la lista delle cose che secondo il vostro cuore, dovete evitare.
Domandatevi se è nella vostra natura realizzare l’una o l’altra di queste cose. Se
avete fatto una delle cose della lista, quale è stato il risultato? Non giudicate.

17. DRASTR-DRSYAYOH SAMYOGO HEYA-HETUH


DRASTR = il testimone
DRSYAYOH = ciò che è visto, questi (due che) sono visibili
SAMYOGA = l’unione
HEYA = eliminato, distrutto; conquistato
HETU = la causa, la ragione, l’intenzione

La causa (della sofferenza) da evitare, è l’unione del testimone e di ciò che


è visto (l’oggetto).
Quando il nostro corpo avverte dolore o sperimentiamo una perdita, diciamo,
“Io sto sof frendo”. Confondiamo il Sé (PURUSA) che osserva (DRSYA), con le costi-
tuenti forze della natura (PRAKRTI), tutto il resto. Chiediamoci: “chi sta sof feren-
do?” Realizzeremo immediatamente che non si tratta di noi. Noi siamo solo gli
osservatori. Una erronea identificazione è la causa alla radice di tutte le sof fe ren-
ze. L’unione tra l’Osservatore e l’Osservato (DRASTR-DRSYAYOH SAMYOGAH) è solo
apparente.
Oppure, sotto una altra prospettiva, perpcepiamo veramente la sofferenza,
finchè non arriveremo dall’altra parte. Siamo completamente con essa. Essa è la
nostra più grande maestra, tuttavia non lo sapremo mai se non lo sperimentere-
mo completamente.
Siamo venuti per partecipare, conoscendone la causa o no, all’unione tra il
Testimone e l’Oggetto. Se il corpo deve subire certe esperienze secondo il suo

100
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

KARMA, allora la sola maniera di evitare l’inevitabile sofferenza è l’equilibrio tra


Spirito e Volontà. La natura fa in modo che voi abbiate tanto piacere che soffe-
renza. Quando possiamo fondere la nostra volontà personale con la Volontà
Divina, possiamo accettare tanto la gioia che la sofferenza. Le esperienze che ci
arrivano sono esperienze di cui abbiamo bisogno in quel momento.
PRATICA: Accettate nello stesso modo la sofferenza e la gioia. Sedetevi in silenzio
e offrite entrambe all’Essere Supremo.

18. PRAKASA-KRIYA-STHITI-SILAM BHUTA-INDRIYA-ATMAKAM BHOGA-APAVARGA ARTHAM


DRSYAM
PRAKASA = il lampo, la luce, il lustro
KRIYA = l’attività
STHITI = l’inerzia, restare inerte
SILAM = la natura, la qualità, il carattere
BHUTA = l’elemento, il costituente del mondo manifesto
INDRIYA = l’organo dei sensi
ATMAKAM = avere la natura di; consiste in
BHOGA = l’esperienza
APAVARGA = la liberazione
ARTHAM = lo scopo
DRSYAM = ciò che è visto (l’Oggetto)

Ciò che è visto (l’Oggetto) possiede qualità di luminosita’, di attività e di


inerzia; è costituito da elementi e da organi di senso il cui scopo è (di frire
of
al Sè, al tempo stesso) l’esperienza e la liberazione.
Questo aforisma definisce le forze costituenti della natura ( PRAKRTI), il Visto
(l’Oggetto) (DRSYA). Esso comprende tutto ciò che è in grado di diventare l’og-
getto del soggetto trascendente o del Sé. I tre modi principali di manifestazione
della Natura, corrispondono ai tre costituenti principali della Natura ( RI-GUNAS).
Lo sfavillio della luce o l’equilibrio accompagna il costituente chiamato SATTVA.
L’attività o il movimento accompagna il GUNA di RAJAS e l’inerzia o la densità
accompagna il TAMAS. Queste modalità si producono sia a livello materiale che a
livello psicologico. La natura ci fornisce delle esperienze e alla fine libera la
nostra coscienza dalla catena delle false identificazioni. Noi finiamo per averne
abbastanza di soffrire tra le mani della Natura e cerchiamo un modo per svinco-

101
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

larci dalla confusione dell’ego (io sono il corpo/ mentale ecc.). La Natura
comprende gli elementi e il nostro corpo e il nostro mentale e le nostre emozioni.
Essa cambia continuamente. Con il distacco e il discernimento impariamo a
superarla. La liberazione del Sé dalle catene dell’ignoranza (vedere il versetto
II.3) si produce quando ricaviamo insegnamenti dalle esperienze che ci sono date
nella Natura.
PRATICA: Praticate iDHYANA KRIYA, insegnati nelKriya Yoga di Babaji che implicano
i cinque sensi. Comprendete bene i sensi e l’esperienza dei sensi e apprezzateli.
Prendete ogni esperienza come una opportunità di praticare l’attenzione, di essere
il Testimone e di distaccarvi dall’identificazione con l’Oggetto, gli oggetti di cui
si fa esperienza.

19. VISHESHA-AVISESHA-LINGA-MATRA-ALINGANI GUNA-PARVANI


VISHESHA = specifico, distinto
AVISESHA = non specifico, indistinto
LINGAMATRA = definito
ALINGA = indefinibile
GUNA = i costituenti principali della natura
PARVANI = le divisioni, le categorie

Le categorie delle principali forze costituenti della natura sono specifiche,


non specifiche, definite e indefinibili.
Patanjali analizza la Natura. Al livello più sottile essa è in uno stato statico,
indefinibile; poi quando comincia a manifestarsi la si può definire. In seguito
essa prende per forma gli oggetti dei sensi sottili che sono percepiti dal mentale e
dall’intelletto (per esempio le immagini visuali o le idee). Alla fine si manifesta a
livello materiale, in qualità di oggetti grossolani che possiamo conoscere con gli
organi dei cinque sensi. Normalmente la nostra comprensione si fa all’inizio con
la mediazione dei nostri sensi fisici, ma nelloYoga, man mano che la intuizione
e i sensi sottili si sviluppano, noi possiamo allora percepire fenomeni
extrasensoriali, come le aure o le attività che si producono a distanza o gli avve-
nimenti del futuro.
Contrariamente agli altri Siddha o Tantrika, Patanjali non descrive la Na-
tura come una potenza ( SAKTI) come la Madre Divina o ogni altra potenza o
forma femminile o personale.

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

I Siddha erano scienziati di alto livello; essi hanno consegnato o applicato


le loro osservazioni della Natura in numerosi campi della conoscenza, compreso
la medicina, la botanica, l’alchimia e la fisica.
Pratica: Contemplate il modo in cui la Natura si manifesta a tutti i livelli, come
viene mostrato dalle scoperte delle scienze fisiche e sociali. Cercate l’ispirazione
effettuando ricerche in questi campi. Contribuite alla comprensione umana della
Natura delle cose. Praticate iDHYANA KRIYA che implicano i cinque sensi, insegna-
ti durante l’iniziazione delKriya Yoga di Babaji.

20. DRASTA DRSI-MATRAH SUDDHO-API PRATYAYA-ANUPASYAH


DRASTA = il Testimone (vedere I.3)
DRSI = il potere di vedere
MATRAH = solamente, semplicemente
SUDDHAH = puro, corretto, pulito
API = anche, stesso, utilizzato per insistere su
PRATYAYA = l’attenzione; qui: i pensieri
ANUPASYAH = percepire

(Essendo) pur o, il Testimone, semplicemente con il poter e di veder e,


percepisce (direttamente) i pensieri.
Il Testimone è il Sé (vedere il versetto I.3), il soggetto puro che trascende. Egli
osserva continuamente i movimenti che emergono all’interno di lui stesso, il
mentale. Benchè il mentale abbia numerose esperienze, diverse e discontinue che
gli provengono dai cinque sensi, dalle emozioni, dai ricordi ecc. il Sé resta co-
stante. Il mentale è il suo oggetto. Il Testimone sembra vedere attraverso il men-
tale, ma in realtà, l’azione di vedere del testimone è indipendente dalle cose di
cui il mentale fa esperienza.
I nostri pensieri e le nostre idee diventano a volte un ostacolo o una compli-
cazione per la Volontà Divina. La cosa migliore che possiamo fare è aprirci a
questa Volontà. Restando calmi e sereni in tutta coscienza, permettiamo alla Sag-
gezza Divina di esprimersi liberamente attraverso di noi.
PRATICA: Sedetevi in silenzio, abbandonate tutti i pensieri di azione, di essere o di
avere e offrite assolutamente tutto al Signore.

103
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

21. TAD-ARTHA EVA DRSYASYA-ATMA


TADARTHA = per riguardo per (PURUSA)
EVA = solamente
DRSYA = ciò che è visto (l’Oggetto)PRAKRTI
ATMAN = il Sé

Ciò che è visto (l’Oggetto) (esiste) solamente per il Sè.


Riferendosi al versetto II.18, l’Oggetto esiste solo per servire la liberazione del
Sé. Una volta che il Testimone è liberato dalla sua confusione con l’Oggetto,
l’Oggetto non serve più a niente. Il Soggetto non è allora che un testimone e non
l’autore, o colui che ricava piacere. Prima che questo avvenga, l’Oggetto offre
l’esperienza, e attraverso questa esperienza noi ci risvegliamo progressivamente
e smettiamo di sognare che noi siamo l’Oggetto. I Siddha che restano indefinita-
mente nel mondo fisico, lo fanno per contribuire alla liberazione degli altri.
PRATICA: Distinguete chiaramente il Soggetto dall’Oggetto e restate solo come
Testimone. Apprezzate come l’Oggetto ci of fra molte opportunità di imparare
questa distinzione e di liberare completamente il Soggetto.

22. KRTA-ARTHAM PRATI NASTAM-APY-ANASTAM-TAD ANYA-SADHARANATVAT


KRTA = fatto
ARTHAM = lo scopo
PRATI = in direzione di, per
NASTA = distrutto, sparito, perso
API = anche se
ANASTAM = non distrutto
TAD = ciò
ANYA = altro
SADHARANATVAT = a causa di, in ragione dell’universalità

Per chi ha raggiunto lo scopo (della liberazione, l’Oggetto) scompare,


(tuttavia, l’Oggetto) non viene distrutto, in ragione del suo carattere
universale.
Questo aforisma rifiuta la nozione secondo la quale il mondo esiste solo nel
nostro spirito, ma in realtà non esiste. Patanjali afferma qui che gli oggetti

104
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

esterni hanno veramente una esistenza indipendente e che non sono colpiti dalla
nostra realizzazione del Sé. La realizzazione del Sé è un avvenimento individua-
le che non annulla il mondo oggettivo. Questo contrasta con gli insegnamenti di
molte scuole VEDANTA che affermano che la Natura ( PRAKRTI) è una illusione
(MAYA) senza realtà oggettiva. IlSAIVA SIDDHANTA, lo SHIVAISMO DEL CACHEMIRE e
il SAKTISMO TANTRICO, sono tutti d’accordo nel dire che “il mondo o l’Oggetto è
una realtà.”
Non si può servire gli altri che essendo Sé. Non si può amare gli altri che
per l’amore del Sé. Distinguete chiaramente con gli altri, il loro sé e il loro
comportamento. Noi possiamo non amare il loro comportamento ma amare lo
stesso, il loro Sé. Essi generalmente “stanno sognando ad occhi aperti,” secondo
l’espressione dei Siddha che descrive la nostra condizione umana.
PRATICA: Vedete in ciascuno il Testimone. Prendete gli altri come veramente
sono e non come credono di essere.Trattate ogni persona e cosa con rispetto.

23. SVA-SVAMI-SAKTYOH SVA-RUPA-UPALABDHI-HETUH SAMYOGAH


SVA = il suo proprio; qui:posseduto (PRAKRTI)
SVAMI = chi possiede (PURUSA); il signore, il capo
SAKTYOH = (due) poteri, l’energia, la capacità
SVARUPA = l’essenza; la propria forma; la natura (vedere I.3)
UPALABDHI = la riconoscenza, la percezione
HETU = la causa
SAMYOGA = l’unione

L’unione di chi possiede (purusa) e di ciò che è posseduto (prakrti), porta a


riconoscere l’essenza e il potere di ciascuno.
Nel mondo della Natura (PRAKRTI), che comprende i nostri sensi, il nostro menta-
le e le nostre emozioni, siamo portati a conoscere il nostro Sé. Così la Natura non
è solo ciò che nasconde il nostro Sè; essa è, alla fine, nostra Madre e il nostro
maestro che ci mostra il cammino di ritorno a casa. Lo stato di unione (SAMYOGA)
tra i due, crea un contrasto, che in definitiva ci istruisce.
PRATICA: Siate attivi con calma e attivamente calmi, stabili nell’Essere come il
testimone di tutte le attività della Natura. Realizzate che non siete l’autore.
Imparate e praticate il KRIYA della gioia continua (NITYANANDA KRIYA), insegnato
nella iniziazione al secondo livello del Kriya Yoga di Babaji.

105
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

24. TASYA HETUR-AVIDYA


TASYA = suo; di lui
HETU = la causa; la ragione, l’intenzione
AVIDYA = l’ignoranza

La causa di questa unione è l’ignoranza.


La falsa identificazione del nostro Sé con gli oggetti dell’esperienza non è illusoria,
ma è basata sull’ignoranza (AVIDYA). Una volta che realizziamo il nostro errore,
possiamo dire “ero così ignorante!” La realizzazione del Sé è la soluzione alla
nostra ignoranza.
PRATICA: Ricordate al vostro mentale che non è “il soggetto.” Fate un passo indietro
e conservate con fermezza la posizione dell'estimone interiore.

25. TAD-ABHAVAT SAMYOGA-ABHAVO HANAM TAD-DRSEH KAIVALYAM


TAD = questo (fa riferimento all’ignoranza)
ABHAVAT = a causa di, dovuto all’assenza o alla non esistenza
SAMYOGA = l’unione
ABHAVAH = la non esistenza, l’assenza, la negazione
HANAM = la rimozione, l’assenza, il declino
TAD = quello
DRSEH = di ciò che è visto (l’Oggetto)
KAIVALYAM = la libertà assoluta (vedere IV .34), l’unità assoluta, la
beatitudine, il distacco da tutti gli altri legami; il fatto di essere solo
Senza questa ignoranza (AVIDYA), tale unione (SAMYOGA) non si produrrebbe.
è essere completamente liberi (KAIVALYAM) dall’Oggetto (DRSEH).
Chi soffre? Chi è felice? Chi sono io ? Quando rispondiamo a queste domande,
vediamo che siamo solamente il testimone, la coscienza pura. Dunque siamo
assolutamente liberi, ma soli. IlTestimone resta nella sua propria e vera forma
(SVARUPA, vedere il versetto I.3). Il KARMA del Testimone si svolge, ma il Testimo-
ne non ne è colpito, egli resta il testimone staccato dal teatro della vita.
PRATICA: Prendete tutti gli avvenimenti, i pensieri e le emozioni, come oggetto
dell’attenzione e restate così, comeTestimone. Imparate e praticate il NITYANANDA
kriya.

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

26. VIVEVA-KHYATIR-AVIPLAVA HANA-UPAYAH


VIVEKA = la discriminazione, discernere
KHYATI = la percezione,la conoscenza
AVIPLAVA = ininterrotto, intatto, incrollabile
HANA = la rimozione, l’assenza, il declino, la fuga
UPAYA = il metodo, il mezzo col quale si raggiunge uno scopo

Il mezzo per farla scomparire è il discernimento cosciente ininterrotto.


Come si può fare per far scomparire questa ignoranza (AVIDYA) e raggiungere la
realizzazione del Sé? Patanjali ci consiglia di distinguere ciò che è permanente
da ciò che è transitorio; il Reale dall’irreale relativo, il Sé come separato dal
mondo. Prendiamo la prospettiva del testimone e portiamo la coscienza interiore
a ritirarsi progressivamente, ad allontanarsi anche dai nostri propri processi men-
tali. Nell’ultima tappa di questa distinzione ci identifichiamo col Sè nell’assorbi-
mento cognitivo non distinto (ASAMPRAJNATAH SAMADHI). Feuerstein si riferisce a
questo stato come “la visione incessante del discernimento.” 3 Per cogliere la
Verità, è necessaria una osservazione istante per istante. Ciascuno di noi deve
scegliere ciò che abbiamo bisogno di lasciar andare e ciò che può rimanere.
PRATICA: Allenatevi a essere il testimone, momento per momento, per periodi
sempre più lunghi, distinguendo il permanente dal transitorio, il soggetto puro da
ogni oggetto.

27. TASYA SAPTADHA PRANTA-BHUMIH PRAJNA


TASYA = i suoi
SAPTADHA = settuplo
PRANTA = finale, ultimo
BHUMI = il suolo, la scena
PRAJNA = la saggezza

Nell’ultima tappa, la nostra saggezza ha sette forme.


Sebbene Patanjali non spieghi cosa sia la “Saggezza settuplice” (SAPTADHA
PRAJNA), il Saggio Vyasa l’ha descritta nel modo seguente: noi facciamo l’espe-
rienza della fine del (1) desiderio di conoscere ancora più cose; (2) del desiderio
di stare in disparte da ogni cosa; (3) del desiderio di ottenere qualcosa di
nuovo;(4) del desiderio di fare qualcosa; (5) della sof ferenza; (6) della paura; e
(7) dell’illusione.

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

Questo si produce quando cominciamo a restare “nella nostra propria e vera


forma o natura” (SVARUPA):
1. noi realizziamo che la fonte di ogni saggezza è all’interno di noi stessi.
La nostra ricerca della verità all’esterno di noi stessi arriva alla fine.
2. La cessazione del dolore si produce quando i nostri attaccamenti (RAGAH)
e le nostre avversioni (DVESAH), spariscono.
3. Nell’assorbimento cognitivo (SAMADHI), ogni sensazione di separazione
individuale o di mancanza, è scomparsa. C’è una sensazione di unità con
tutto.
4. Noi sentiamo che non siamo più l’autore: non c’è più attaccamento o
desiderio individuale egoista.
5. L’ego crolla e le impressioni del subcosciente non possono più disturbare
il mentale.
6. Le impressioni del subcosciente cadono “come le pietre che cadono dalle
cime delle montagne e non vi torneranno mai.”
7. Il Sé resta solo, nella sua propria vera forma o natura, completamente in
pace, puro e solo. L’illusione della identificazione col mentale se ne è
andata e noi restiamo sempre nello stato di assorbimento cognitivo
(SAMADHI).
PRATICA: Quando notate turbamenti mentali o emozioni nel corso della giornata,
domandatevi ogni volta: “ora posso lasciare il mio bisogno di conoscere questo,
di avere quello, di fare questo, di essere quello o di evitare quella cosa?” Poi
domandatevi: “Lascerò la presa ?” e “Quando ?” Sentite il vostro corpo e il
vostro mentale che lasciano la tensione dovuta al fatto di aggrapparsi a questi
bisogni.

28. YOGA-ANGA-ANUSTHANAD-ASUDDHI-KSAYE JNANA-DIPTIR-A-VIVEKA-KHYATEH.


YOGA = l’unione
ANGA = il ramo
ANUSTHANA = perché, causato da o in conseguenza di una azione o dovuto
alla anusthana realizzazione di una pratica
ASUDDHI = impuro

108
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

KSAYE = nella o per la distruzione, il declino o la perdita


JNANADIPTI = la luce della saggezza, la conoscenza
A = fino a
VIVEKA = la discriminazione, il discernimento
KHYATI = la percezione, la conoscenza

Con la pratica delle discipline delloYoga, le impurità periscono e là si alza


la luce della saggezza che conduce al discernimento discriminante.
Questo versetto mostra che loYoga, in quanto sistema, esisteva molto prima dei
‘SUTRA di Patanjali.’ E’ stato soprattutto trasmesso per tradizione orale, tuttavia
si fa riferimento ai diversi sistemi dello Yoga in opere anteriori, tra cui i
‘Maitrayaniya-Upanisad.’ Questo versetto ci ricorda che la pratica dello ASTANGA
YOGA, come descritto nei versetti seguenti, ci porta a quanto è stato spiegato al
versetto II.26.
I diversi rami (ANGA) dello Yoga, non sono un fine in sé: non sono un modo
di sfuggire alla vita, o un modo di impressionare gli altri con la nostra forma o le
nostre competenze. Essi ci sono utili solo quando servono a purificare, a portare
la saggezza (PRAJNA) e “la visione incessante del discernimento” (ASAMPRAJNATAH
SAMADHI). Tuttavia essendo regolari nella nostra pratica, diventiamo padroni del
corpo, del respiro e del mentale e questo aiuta a liberare il Sé dalla confusione
dell’egoismo e delle abitudini negative.
PRATICA: Fate tutte le vostre pratiche con una attenzione totale, essendo il testimone
e non l’autore.

29. YA M A - N I YA M A - A S A N A - P R A N AYA M A - P R AT YA H A R A - D H A R A N A - D H YA N A -
SAMADHAYOASTAV-ANGANI
YAMA = la ritenuta, la padronanza di Sé
NIYAMA = l’osservanza
ASANA = la postura, la posizione
PRANAYAMA = il controllo del respiro
PRATYAHARA = il ritiro dei sensi, il ritiro
DHARANA = la concentrazione
DHYANA = la meditazione
SAMADHYAYAH = (del SAMADHI) le contemplazioni, gli assorbimenti o gli

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

stati sopracoscienti
ASTAU = otto
ANGANI = i rami o le parti

Gli otto rami dello yoga sono:


1. YAMA (la ritenuta)
2. NIYAMA (l’osservanza)
3. ASANA (la postura)
4. PRANAYAMA (il controllo del respiro)
5. PRATYAHARA (il ritiro dei sensi)
6. DHARANA (la concentrazione)
7. DHYANA (la meditazione)
8. SAMADHI (l’assorbimento cognitivo)
Questo versetto inizia una nuova sezione che, secondo Georg Feuerstein, sareb-
be stata aggiunta alle più recenti edizioni dei SUTRA, o presa da Patanjali da una
fonte sconosciuta.4
Nel versetto 549 del ‘Tirumandiram,’ Tirumular indica che NANDI o SIVA ha
rivelato la scienza degli otto rami delloYoga (YOGA ASTANGA). Gli otto rami sono
gli stessi di quelli dei SUTRA ma i versetti dal 549 al 631 del ‘Tirumandiram’
presentano questi otto rami in un modo più completo e più diretto che non i
SUTRA. Non si può dire cheTirumular abbia preso le idee di Patanjali. Contra-
riamente all’opera di Patanjali, il ‘Tirumandiram’ copre la totalità dello Yoga
come era conosciuto all’epoca.
Benchè la maggior parte dei commentatori abbia interpretato questi otto
rami come tappe successive da praticare una dopo l’altra, almeno un commenta-
tore5 ha riconosciuto che non era così, che potevano essere combinati in un cer -
chio: così, col loro potere combinato, lo yogi si spinge sulla via dell’interiorizza-
zione.
Paragonate questo versetto col versetto 552 del ‘Tirumandiram’:
YAMA, niyama e innumerevoliASANA,
Il benefico PRANAYAMA e l’uguale PRATYAHARA,
Dharana, DHYANA E SAMADHI per trionfare,
questi otto sono i rami inflessibili delloYoga.

110
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

I moderni studenti dello HathaYoga, sono influenzati dagli eruditi contempora-


nei, che credono che lo Hatha Yoga non si sia sviluppato che durante la prima
parte del secondo millennio, come è riportato nel ‘Gheranda Samhita,’ e nello
Hatha Yoga PRADIPIKA . Questo versetto e i versetti dal 558 al 563 del
‘Tirumandiram’ rivelano almeno 180ASANA importanti.
Nei versetti seguenti Patanjali descrive ognuno degli otto rami.
PRATICA: Praticate tutti i rami delloYoga come un sistema dove ogni ramo com-
pleta gli altri.

30. AHIMSA-SATYA-ASTEYA-BRAHMACARYA-APARIGRAHA YAMAH


AHIMSA = la non violenza
SATYA = la veridicità; l’autenticità; la sincerità
ASTEYA = non rubare
BRAHMACARYA = la castità; l’astinenza sessuale
APARIGRAHAH = l’assenza di avidità; la rinuncia
YAMAH = la ritenuta

Le astensioni sono, la non violenza, la sincerità, il non rubare, la castità e


l’assenza di avidità.
La non violenza (AHIMSA), comprende il fatto di non fare del male, sia con una
azione, una parola o un pensiero.HIMSA significa ferita e quindiAHIMSA è il fatto
di non causare ferite. Le nostre parole e i nostri pensieri hanno un potere impor
-
tante. Essi possono fare del male agli altri. Possono stimolare azioni dannose.
Quando cessiamo di fare del male agli altri, troviamo che il mentale smette di
nutrire risentimento, gelosia, collera o paura. Di conseguenza la nostra coscienza
si purifica. Coltivando il perdono, possiamo liberarci da queste emozioni che non
solo fanno del male agli altri, ma anche, in fondo, a noi stessi.
La sincerità (SATYA), implica non solo di evitare le menzogne, ma nello stes-
so modo l’esagerazione, l’inganno, la simulazione, l’ipocrisia, implica anche l’one-
stà nella pubblicità. In caso contrario ci inganniamo, ritardiamo il compimento
del nostro veroKARMA e creiamo o rinforziamo delle nuove conseguenze karmiche.
Lasciando da parte ogni finzione, ogni cosa immaginaria o irreale, nel nostro
mentale, in parole o in azioni, si scopre rapidamente cosa è la verità. Dire solo la
verità è molto rivelatore. Molte nostre parole sono veramente superflue, triviali e

111
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

irreali. Coltivare il silenzio o parlare solo di cose che elevano dopo aver riflettu-
to, porta una grande chiarezza, nel nostro spirito e nelle nostre relazioni.
Non rubare (ASTEYA), consiste nell’evitare di prendere qualche cosa che non
ci appartiene. Rubare rende scura la nostra coscienza e allora non arriviamo a
vedere la nostra essenziale unità. Di conseguenza il nostro cuore si chiude, le
tendenze dell’ego si rinforzano e questo ci toglie dalla via della realizzazione del
Sé. E’ una manifestazione di paura e di debolezza di fronte al desiderio. Ceden-
do abbandoniamo il nostro potere di padronanza di sé e rinforziamo l’ascendente
che le forze negative hanno su di noi.
La castità (BRAHMACARYA), implica l’astinenza sessuale sui piani fisico, emo-
zionale o vitale, e mentale. Coltivarla facilita il rilasciare quello che, in generale,
è una grande fonte di distrazione e di sofferenza per la maggior parte delle perso-
ne e, di conseguenza facilita il processo di realizzazione di Sé Anche. se si vive
una relazione di coppia, se si può coltivare la moderazione e la coscienza nelle
proprie relazioni sessuali, la maggior parte delle distrazioni e delle dispersioni
può essere evitata. Si ama l’altro come se stesso. Quando un voto non è rispetta-
to correttamente, c’è un pericolo di soppressione e di conseguenza, possono
sopraggiungere pericolosi effetti psicologici. Si deve far attenzione a non svilup-
pare antipatia verso le persone di sesso opposto, o sentimenti di colpa, di vergo-
gna o di frustrazione relativi ai desideri sessuali. Nella nostra attuale cultura
edonista, un ideale di astinenza sessuale e di purezza, sembra non solo bizzarro
ma impossibile alla maggior parte delle persone. Non è né l’uno né l’altro.Tut-
tavia per la persona che desidera praticare la castità, può essere necessario medi-
tare profondamente sui valori e le aspettative della cultura contemporanea, così
come sulla natura della sessualità. Per arrivare a soddisfare con successo questo
ideale, bisogna usare un approccio sano e applicarsi con pazienza e persistenza.
L’assenza di avidità (APARIGRAHAH) consiste nel non fantasticare sulla
acquisizione di beni materiali, né bramare beni che appartengono ad altri. Spesso
le persone immaginano che, se divenissero improvvisamente ricche, vincendo
alla lotteria o sposando qualcuno che ha molti soldi, o guadagnando molto in
borsa, troverebbero una felicità duratura. E’ follia pura. Compiacersi nell’imma-
ginare tali cose, ci allontana dalla sorgente interiore di una gioia durevole.
Il ‘Tirumandiram’ dà l’elenco delle dieci astensioni (YAMA), al versetto 554:
Egli non uccide, non mente, non ruba,
La sua virtù è notevole; buono, umile e giusto,

112
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

Divide le sue gioie, non ha difetti;


Non beve né desidera le cose d’altri.
Le astensioni (YAMA), regolano e armonizzano la vita sociale dello yogi e creano
le fondamenta per la sua pratica. Possono essere difficili da osservare in un primo
tempo, e chiedono molti sforzi coscienti e di volontà, ma, man mano che ci si
evolve, la loro osservanza diventa non solo una abitudine, ma diventa anche
praticamente senza sforzo, come un attributo alla realizzazione del Sé.
PRATICA: Senza giudicarvi, o senza giudicare gli altri, osservate con calma le
vostre azioni e le vostre emozioni nelle relazioni con gli altri e osservate i risultati.
Ricordatevi delle astensioni ( YAMAS) come un mezzo per coltivare il distacco
(VAIRAGYA), e il discernimento fra il testimone e l’Oggetto (VIVEKA-KHYATI).
Prendete nota dei momenti in cui dimenticate le astensioni. Per rinforzare la vostra
pratica delle astensioni, praticate le affermazioni (vedere i versetti II.33 e II.34).

31. JATI-DESA-KALA-SAMAYA-ANAVACCHINNAH SARVA-BHAUMA MAHA-VRATAM


JATI = la classe
DESA = il luogo
KALA = il tempo
SAMAYA = la circostanza, l’accordo, mettersi insieme, l’impegno
ANAVACCHINNAH = non limitato da
SARVA-BHAUMAH = (da SARVA-BHUMIH) che comprende il mondo intero;
universale
MAHAVRATAM = il gran voto, la risoluzione, la condotta o la decisione

Questo gran voto è universale e non è limitato dalla casta, il luogo, il tempo
o le circostanze.
Patanjali afferma qui che questi principi morali devono essere seguiti qualunque
sia il nostro stato.Anche lo yogi realizzato non le deve ignorare.Alcuni adepti un
po’ disturbati mentalmente, di tradizioni spirituali diverse, li hanno ignorati in
certi momenti, e questo ha causato polemiche o provocato loro la rovina 6 .
Questo grande voto (MAHA-VRATAM) consente fortemente allo studente diYoga,
di superare i desideri dell’ego e di raggiungere l’abbandono.Abbiamo bisogno
della purezza del cuore per essere totalmente impermeabili a ogni avvenimento
esterno. Per mantenere l’equanimità e conservare l’assenza di reazione, anche i

113
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

grandi maestri devono liberarsi di tutto quello che potrebbe danneggiare il loro
carattere.
Molti praticanti delloYoga sono sorpresi quando i “maestri spirituali” non
seguono le astensioni (YAMAS) e le osservanze (NIYAMAS). Non capiscono che si
può avere una grande realizzazione spirituale e avere acquisito poteri yogici
(SIDDHIS), ma conservare ancora un subcosciente pieno di tendenze negative. E’
per questo che nelKriya Yoga di Babaji, cominciamo col pulire il subcosciente
col SUDDHI DHYANA KRIYA, il primo DHYANA KRIYA insegnato durante l’iniziazione
al primo livello del Kriya Yoga di Babaji. E’ un processo lungo, ma anche un
piccolo sforzo aiuterà a sopprimere una gran parte delle distrazioni. Come si
vedrà nei versetti II.33 e II.34, oltre la pulizia del subcosciente, lo studente dello
Yoga troverà utile neutralizzare i pensieri negativi con pensieri positivi. Quando
gli altri, compresi i “maestri spirituali” non riescono a seguire tutti gliYAMAS e
NIYAMAS, non dovremmo condannarli. Dovremmo dar loro una “scopa” e inco-
raggiarli a pulire la loro cantina, come tutti. Non dobbiamo, tuttavia, dar loro il
nostro potere. Ciascuno è responsabile delle sue azioni e dei suoi difetti. Inoltre,
finchè la coscienza superiore non è discesa nel nostro corpo vitale e nel nostro
corpo fisico e non li ha trasformati, c’è ancora il rischio importante che le tenden-
ze dell’ego resistano e creino dei problemi. La vigilanza costante e la padronanza
di sé, sono necessarie per applicare questi due prime discipline fino al punto più
alto di realizzazione del Sè.
PRATICA: Mettete in pratica queste astensioni (YAMAS), nelle diverse situazioni:
per esempio sul lavoro, nelle vostre relazioni con “persone difficili” o di fronte
alle tentazioni. Riflettete sulla seguente espressione “Senza la volontà personale,
il corpo è flessibile e impersonale.Abbandonando ogni volontà personale, come
un relais di trasmissione, lasciate che Quello vi attraversi senza colorazione.”
Praticate il SUDDHI DHYANA KRIYA nella vita quotidiana.

32. SAUCA-SAMTOSA-TAPAH-SVADHYAYA-ISAVARA-PRANIDHANI NIYAMAH


SAUCA = la purezza
SAMTOSA = la contentezza
TAPAS = la pratica costante; lo sforzo intenso; l’austerità
SVADHYAYA = lo studio di sé
ISVARA-PRANIDHANA = il culto di Dio o l’abbandono di sé; l’abbandono al
Signore
NIYAMAH = le osservanze

114
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

Le osservanze (NIYAMAS) consistono nella purezza, la contentezza, accettare


la sofferenza senza causarla, nello studio di sé e nell’abbandono al Signor
e.
Le osservanze ( NIYAMAS) concernono la disciplina personale. Lo studio di sé
(SVADHYAYA), l’abbandono al Signore (ISVARA PRANIDHANA) e la pratica costante
(TAPAS) sono stati presentati nel versetto II.1. La purificazione deve essere fatta
sul piano fisico,vitale e mentale. Si può coltivare la contentezza (SAMTOSA)
apprezzando quello che abbiamo e non desiderando più di quello che è necessa-
rio per vivere. Gli YAMAS e le NIYAMAS ci ricordano i Dieci Comandamenti delle
tradizioni giudaiche, cristiane ed islamiche. Si ritrovano delle ingiunzioni simili,
sul comportamento morale, in molte tradizioni religiose.Tuttavia, la ricompensa
per la loro osservanza non è il paradiso o la virtù morale, ma una condizione
necessaria da soddisfare per la realizzazione del Sé.
Nel versetto 556 del ‘Tirumandiram,’ sono date dieci osservanze N( IYAMAS):
La purezza, la compassione, il nutrimento frugale e la pazienza,
La rettitudine, la verità e la costanza.
Egli le ama ardentemente;
Uccidere, rubare, desiderare, egli ha in orrore
Così si presenta con le dieci virtù
Chi osserva NIYAMA
Al versetto 557 del ‘Tirumandiram,’ sono indicati altri dieci attributi delNIYAMA:
Il TAPAS, la meditazione, la serenità e la santità
La carità, i voti della via delSAIVA e l’apprendimento del SIDDHANTA
Il sacrificio, SIVA, PUJA e i pensieri puri,
Con questi dieci, colui che segue il NIYAMA, perfeziona la sua via.
Non si può avere una vita fisica o spirituale senza un ordine e un ritmo.
I NIYAMAS sono il mezzo per vivere una vita armoniosa e ordinata; sviluppano
l’efficacia e la perfezione e preparano il SADHAKA (yogi) per tutto il lavoro che gli
viene dato.
PRATICA: Meditate su ciascuna di queste osservanze, utilizzando il quartoKRIYA
di meditazione (arupa DHYANA KRIYA), insegnato durante l’iniziazione al primo
livello del Kriya Yoga di Babaji.

33. VITARKA-BADHANA PRATIPAKSA-BHAVANAM


VITARKA = l’osservazione e l’analisi materiale (vedere versetto I.17); qui i
pensieri negativi, i pensieri sconnessi

115
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

BADHANE = l’asservimento, inibire


PRATIPAKSA = contrario
BHAVANAM = il fatto di coltivare; può anche significare la meditazione

(Quando si è) dominati dai pensieri negativi, dovrebbero essere coltivati


(i loro) contrari (cioe’ i pensieri positivi), (è il) PRATIPAKSA BHAVANAM.
Qui i “pensieri negativi” comprendono tutti quelli che violano i principi morali
degli YAMAS e dei NIYAMAS citati nei versetti precedenti. Invece che abbandonarsi
a loro o giustificarli,Patanjali raccomanda l’azione diretta: coltivare i pensieri
contrari (PRATIPAKSA-BHAVANAM). Per esempio, se abbiamo del risentimento verso
qualcuno, dovremmo far nascere pensieri di perdono. In modo simile in caso di
paura, dovrebbero essere coltivati pensieri di coraggio o di fiducia. Sebbene
Patanjali non dia dettagli in merito alla pratica di PRATIPAKSA BHAVANAM, sappia-
mo che i Siddha come Patanjali erano psicologi di alto livello. Contrastare le
tendenze radicate dei pensieri negativi, necessita di una pratica regolare e assi-
dua di tecniche come le affermazioni, l’autosuggestione e l’autoipnosi. Il subco-
sciente, come un elaboratore, opera secondo suggerimenti o istruzioni che sono
programmati dall’infanzia e continua a funzionare così anche se le istruzioni
fanno del male o provocano sofferenza. Tali suggerimenti vengono dati dai nostri
genitori, dai nostri amici, dai nostri maestri, dai media e dai simboli e valori della
nostra cultura, che impregnano il nostro mondo. Ne mondo attuale delloYoga è
sorprendente constatare che la maggior parte dei nostri maestri ed esperti non
hanno dato importanza o non hanno insegnato l’arte scientifica
dell’autosuggestione e delle affermazioni. Troppo spesso quelli che hanno adot-
tato uno stile di vita spirituale, credono che le loro pratiche spirituali risolveran-
no automaticamente i loro problemi psicologici profondi. Benchè la psicotera-
pia, inizialmente possa aiutare, manca spesso di una più ampia prospettiva spiri-
tuale. In fin dei conti il processo di guarigione richiede che ogni persona risponda
abilmente a tutti i pensieri ed emozioni malsane senza peraltro sopprimerle
(vedere la nota 7 per le tecniche pratiche per conformarsi a questo versetto).
PRATICA: Identificate e classificate i pensieri negativi abituali. Coltivate le
affermazioni e le autosuggestioni per contrastare abilmente le tendenze negative.
Meditate sulle emozioni positive associate alle suggestioni e alle affermazioni
positive che create. Praticate il perdono.

116
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

34. VITARKA HIMSA - ADAYAH KRTA - KARITA - ANUMODITA LOBHA - KRODHA -


MOHA-PURVAKA MRDU-MADHYA-ADHIMATRA DUHKHA-AJNANA-ANANTA-PHALA ITI
PRATIPAKSA-BHAVANAM
VITARKAH = qui: i pensieri negativi; i pensieri sconnessi
HIMSA-ADAYAH = la violenza ecc.
KETA = fatto
KARITA = portato a essere fatto
ANUMODITAH = approvato, permesso
LOBHA = l’avidità; il desiderio
KRODHA = la collera, la passione
MOHA = l’infatuazione, l’illusione
PURVAKAH = preceduto da; accompagnato da
MRDU = leggero
MADHYA = mediano, moderato
ADHIMATRAH = intenso
DUHKHA = il dolore, l’insoddisfazione
AJNANA = l’ignoranza
ANANTA = infinito; illimitato; eterno; qui:certo
PHALA = i frutti; i risultati
ITI = dunque
PRATIPAKSA = i pensieri contrari, letteralmente “il lato opposto” o “un
avversario o nemico”
BHAVANAM = la meditazione; produrre, manifestare, coltivare

Quando i pensieri negativi o le azioni negative come la violenza ecc. vengono


ammessi oppure approvati, sia che siano incitati da avidità, collera o
infatuazione, sia che siano fatti in modo legger o, moderato o intenso, sono
fondati sull’ignoranza e portano sicuramente il dolore. (ecco perché)
devono essere coltivati i pensieri contrari.
Patanjali indica chiaramente quello che succede quando ci si compiace in
pensieri negativi, qualunque sia la loro forma o la loro intensità, e sottolinea
l’importanza di coltivare il loro contrario. Lo yogi deve diffidare dei pensieri
negativi e non si deve abbandonare a loro, neanche debolmente. Questo ricorda il
versetto II.1 dove di definisce il Kriya Yoga come lo studio di sé (SVADHYAYA). Se

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

si registra con distacco (VAIRAGYA), quello che passa nel nostro mentale, si può
vedere quello che deve essere corretto. Si possono in seguito utilizzare le tecni-
che moderne dell’autoipnosi e le affermazioni (vedere la nota 7).
Talvolta dobbiamo ritirarci fisicamente da una situazione o da un’atmosfe-
ra dove dominano pensieri negativi. Se non è possibile, allora considerate queste
difficoltà come una opportunità per coltivare l’equanimità e il distacco verso le
reazioni negative. Pregate e cercate l’aiuto Divino e i consigli Divini. Meditate
portando la vostra attenzione sulla regione del cuore e concentrandovi sul
sentimento d’amore. Quando si presentano pensieri negativi, prendetene nota e
rilevate quali emozioni li hanno provocati. La coscienza è il primo passo.
PRATICA: Tenete un diario e notate le vostre tendenze negative. Applicate
. i metodi
di autosuggestione e di affermazione per coltivare il loro contrario.

35. AHIMSA-PRATISTAYAM TAT-SAMNIDHAU VAIRA-TYAGAH


AHIMSA = la non violenza
PRATISTAYAM = avendo stabilito
TAT = questo
SAMNIDHAU = la presenza, la prossimità
VAIRA = l’ostilità
TYAGAH = lasciato, abbandonato

In presenza di chi, con fermezza, è saldo nella non violenza, cessa ogni
ostilità.
Coltivando la pace interiore, lo yogi crea uno spazio dove tutti possono trovare la
pace. Generalmente i nostri pensieri colpiscono gli altri negativamente; ecco
perché la maggior parte delle persone trova abitualmente la pace quando è sola,
o in piena natura. Lo stato d’animo dello yogi è un regalo importante per il
mondo. Lo yogi può aiutare a guarire tutto il mondo intorno a lui. Se incontra
l’avversità, questo yogi la accoglie con calore, come una opportunità per guarirla.
Gli yogi costituiscono veramente la speranza per questo mondo pieno di ostilità
e di sofferenze.
In India ci sono molte storie di Santi che vivevano nella foresta e non erano
disturbati dagli animali selvaggi. L'influenza del Mahatma Gandhi, che ha
lanciato il movimento della non violenza per l’emancipazione politica dell’In-
dia, si fa ancora sentire oggi nei movimenti di difesa dei diritti civili e altrove.

118
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

Secondo la Madre dell’Ashram di Sri Aurobindo, l’esistenza pura ( SAT)


esiste, al di là della manifestazione. Essa è meravigliosamente luminosa, immo-
bile, tranquilla ed è un’ estasi priva di vibrazioni. Essa è molto utile. Dovremmo
conservarla nel fondo della coscienza e farvi riferimento per correggere ogni
disturbo. Mantenetela sempre in secondo piano, come se reggesse ogni cosa. Essa
è per sua natura silenziosa, immobile e luminosa: e dà il sentimento dell’Eternità
e dell’Infinito. Essa è il rimedio al disordine.
PRATICA: Riflettete su SAT, lo stato puro di essere, luminoso e silenzioso, tranqui-
llo e meraviglioso. Ricordatevene nelle vostre interazioni con ogni cosa.

36. SATYA-PRATISTHAYAM KRIYA-PHALA-ASRAYATVAM


SATYA = la verità
PRATISHAYAM = che è stabile
KRIYA = l’azione
PHALA = i frutti o i risultati
ASRAYATVAM = dipendere da; la corrispondenza; che dipende da; seguente

Per chi è saldo nella verità, le azioni e i loro risultati dipendono da (lui)
Letteralmente questo significa che se una persona dice sempre la verità, arriverà
un memento in cui tutto quello che dice, arriverà. Lo yogi ottiene il potere di
attirare automaticamente tutto quello che ricerca. La Natura provvede. Quando
ci lasciamo andare tra le fantasticherie o le mezze verità, dissipiamo le nostre
energie. Le forze dell’universo non possono facilmente scorrere attraverso di noi
a meno che non restiamo nella verità e nella realizzazione del Sé.
Chi è saldo nella verità ( SATYA), diviene senza paura, perché non ha più
niente da nascondere.All’inizio la verità necessita di uno sforzo, perché abbiamo
l’abitudine di mentire, soprattutto a noi stessi, ma con la pratica diventerà facile,
soprattutto quando noteremo che l’onestà ha ef fetti meravigliosi.
PRATICA: Riflettete sull’espressione “Sono capace di guardare tutte le cose della
mia vita senza deformare nulla? Ho la volontà di vedere quello che è veramente
di fronte a me, oppure vedo quello che voglio vedere?”

37. ASTEYA-PRATISTHAYAM SARVA-RATNA-UPASTHANAM


ASTEYA = il fatto di non rubare
PRATISTHAYAM = (essendo) stabile

119
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

SARVA = tutti
RATNA = la pietra preziosa, il gioiello; la ricchezza, le ricchezze
UPASTHANAM = la presenza, l’arrivo

La ricchezza arriva pertutti quelli che sono saldi nel principio di non rubar
e
Nello stesso spirito del versetto II.36, questo significa che quando lo yogi ha
adottato il principio di non rubare, la ricchezza va a lui. Rubare si verifica quan-
do desideriamo qualcosa che non ci appartiene, e poi quando si passa all’azione
soddisfacendo questo desiderio. In senso più lar go, questo comprende anche l’avi-
dità, fantasticare su quello che non abbiamo e anche se abbiamo del denaro,
questo implica accumulare in modo irragionevole. Patanjali ci ricorda che la
natura, come la corrente d’acqua, cerca di scorrere attraverso di noi; quando
diventiamo avidi o accumuliamo delle cose, essa offre altrove la sua generosità.
Più semplicemente “E’ meglio donare che ricevere” Perché, quando doniamo,
permettiamo all’universo di darci di più e di lavorare con la nostra intermediazione.
Infine, noi realizziamo, come il KARMA YOGI, che noi non siamo l’autore; smettia-
mo di attribuirci il merito per le cose che facciamo; smettiamo di sviare o di
rubare gli onori.
Se abbiamo adottato il principio di non rubare, facciamo il possibile per fare
il nostro lavoro o per fare funzionare le cose con molta attenzione, senza tensio-
ne, senza aspettare un risultato. Ogni ricchezza arriva con disinteresse. Siamo
ricompensati per le quattro cose che rendono veramente ricchi: l’uguaglianza, la
pace, il benessere spirituale in ogni circostanza così come la gioia e gli scoppi di
risa dell’anima.
PRATICA: Riflettete su questo: Sono capace di dare senza volere qualcosa in cam-
bio?

38. BRAHMACARYA-PRATISTHAYAM VIRYA-LABHAH


BRAHMACARYA = la castità, l’astensione sessuale
PRATISTHAYAM = essendo saldo
VIRYA = il vigore; la potenza, la forza, l’energia
LABHA = guadagnato, ottenuto

Per chi è saldo nella castità, il vigore è ottenuto.


La castità (BRAHMACARYA) è il distacco dalle fantasticherie sessuali. Fantasticare
sul sesso o lasciarsi andare alle emozioni del desiderio sessuale, dissipa e disper
-

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CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

de il mentale nella stessa maniera in cui gli atti fisici sessuali causano una perdita
della forza vitale. Coltivare il BRAHMACARYA ci permette di sublimare l’energia
vitale, per risvegliare i centri superiori della coscienza e allontanare la coscienza
dalle sensazioni fugaci dei sensi, per dirigerla verso la sorgente interiore ultima
della gioia.
Anche nella vita di coppia, dovremo praticare la moderazione sul piano
sessuale e tentare di trasmutare l’energia sessuale contemporaneamente con le
nostre pratiche e i nostri atteggiamenti. Possiamo vedere il nostro compagno come
una personificazione del Divino.
Al versetto 1938 del ‘Tirumandiram’:
Chi diventa schiavo del desiderio,
Sarà costantemente nella paura;
Il suo corpo si deteriora,
E la sua vita fugge
Egli non riceverà la Grazia
E non resta nel SIVA YOGA
Al versetto 1952:
Per ignoranza le persone lo sprecano ogni giorno;
E distrutti dai sensi, piangono di dolore;
Se coscienti praticano con saggezza loYoga supremo,
Il BINDU (l’energia spirituale trasmutata) è divinamente assimilato e scom-
pare.
Possiamo sfuggire ai nostri problemi con l’evasione verso l’alto, ma i nostri
problemi in basso sono sempre là e devono essere risolti. Immer gendoci profon-
damente in sè, nel nostro essere emozionale, aprendo il nostro cuore alla pace e
alla serena aspirazione per il Divino, la castità diventa facile.
Ma, come ha detto Sri Aurobindo: quando ci aggrappiamo ai principi del
“Tu dovrai” e del “T u non dovrai” quello che è nocivo per una persona può
essere benefico per un’altra.8 Quello che può essere nocivo in certe circostanze,
può essere benefico in altre condizioni. Quello che è fatto con un certo spirito
può essere disastroso, mentre la stessa cosa, fatta con uno spirito diverso, può
essere inoffensiva o anche favorevole. Ci sono molte cose da considerare: lo
spirito, le circostanze, la persona, il bisogno e la natura dell’individuo, il livello.

121
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

E’ per questo che si dice che il GURU deve trattare ogni discepolo secondo la sua
natura individuale e guidare la suoSADHANA di conseguenza; anche se la sadhana
ha lo stesso obbiettivo per tutti, essa differisce in ogni momento per ciascuno.
PRATICA: Sono capace di conservare Dio nel mio cuore, nel mio spirito e nel mio
corpo quando ho una esperienza sessuale? Sono capace di fare l’amore come una
offerta per la Divinità? Sono capace di stare come unTestimone in relazione con
l’Oggetto? Sono capace di vedere il mio partner come la personificazione del
Divino?

39. APARIGRAHA-STHAIRYE JANMA-KATHAMTA-SAMBHODHAH


APARIGRAHA = l’assenza di avidità
STHAIRYE = installato, essere saldo in; fermamente, la stabilità o la fermezza
JANMA-KATHAMTA = il “come e perché” della nascita
SAMBODHA = la conoscenza luminosa; la comprensione

Quando si è saldi nella assenza di avidità, appare la conoscenza luminosa


del come e del perchè della propria nascita.
Man mano che rinunciamo all’avidità (APARIGRAHA) o all’attaccamento, comin-
ciamo a identificarci sempre di più col Sé. Dalla prospettiva del Sé, che non è
limitata dal tempo e dal luogo, la conoscenza delle vite anteriori e delle tendenze
anteriori, diventa accessibile. Non restiamo più attaccati all’insieme limitato dei
desideri, basati sull’ego. Possiamo accedere al deposito delle tendenze abituali
radicate nel subcosciente. E’ importante guardarle con distacco. Quelli che non
lo fanno, e sono molti, si fanno inghiottire da questi ricordi.
Quando ci stacchiamo dai nostri desideri personali e dalle nostre preferenze
e quando ricordiamo e mettiamo in pratica il comandamento “Che sia fatta la
vostra Volontà,” allora si stabilisce l’assenza di avidità. Cominciamo a lavorare
a livelli sempre più profondi. Talvolta, quando una impressione subcosciente
(SAMSKARA) è sul punto di arrivare alla superficie per essere lasciata, la conoscen-
za di una esperienza di una vita anteriore, che ha precipitato il SAMSKARA,
emergerà pure.
Forse è così perché questa limitazione o questa tendenza possa essere total-
mente e finalmente sradicata dal corpo e dal mentale. E’ meglio non interessarsi
troppo o preoccuparsi di questa rivelazione, ma semplicemente “permettere” il
sollievo che la accompagna e che prepara il corpo a essere più ricettivo al cam-
biamento.

122
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

PRATICA: Riflettete sulla domanda: “Voglio staccarmi da tutto?” E anche “Sia


fatta la vostra Volontà.”

40. SAUCAT-SVA-ANGA-JUGUPSA PARAIR-ASAMSARGAH


SAUCA = la purezza
SVA-ANGA = il proprio corpo
JUGUPSA = il distacco spontaneo
PARAIH = con altri
ASAMSARGA = senza contatto né associazione

Con la purezza sopraggiunge il distacco spontaneo verso il proprio corpo


e la fine dei contatti con gli altri (corpi).
Nel contesto di questo versetto,JUGUPSA può suggerire qualcosa di più positivo o
di meglio equilibrato; cioè il distacco o la oculatezza verso il proprio corpo e il
suo contatto con altri corpi. Conoscendo la difficoltà della via della realizzazione
del Sé ed essendo coscienti delle tendenze del mentale a lasciarsi andare a pensie-
ri di desiderio sessuale per esempio, lo yogi cerca di minimizzare i rischi di
insuccesso, evitando il contatto con altri corpi.
Il corpo fisico evacua continuamente delle tossine, in particolare attraverso
la pelle. La maggior parte delle persone cerca di dissimulare questo, portando
vestiti, deodoranti, profumi e prodotti cosmetici. Probabilmente più del 90% del
tempo da svegli è consacrato a prendersi cura del corpo fisico, direttamente o
indirettamente. In fin dei conti il disgusto dello yogi può tuttavia trasformarsi in
una nuova prospettiva. Lo yogi può vedere il suo corpo in un modo migliore.
Come afferma Tirumular al versetto 725 del ‘Tirumandiram’:
Ci fu un tempo in cui disprezzavo il corpo;
Ma poi ho visto Dio nel suo seno
E ho realizzato che il corpo è il tempio di Dio
E così ho cominciato ad occuparmene
Con una cura infinita.
PRATICA: Riflettete sulla domanda “Io sono il corpo fisico?”

41. SATTVA - SHUDDI - SAUMANASYA - EKA - AGRYA - INDRIYA - JAYA - ATMA - DARSANA -
YOGYATVANI CA
SATTVASUDDHi = la purezza di essere

123
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

SAUMANASYA = la gioia nel mentale, la gaiezza


EKAGRYA = la concentrazione in un punto
INDRIYAJAYA = la padronanza dei cinque sensi
ATMADARSANA = la realizzazione o la visione giusta del Sé
YOGYATVANI = l’attitudine, il fatto di convenire
CA = e

Inoltre si ottengono la purezza dell’essere, la gaiezza, la concentrazione, la


padronanza dei sensi e l’attitudine alla realizzazione del Sè.
Non c’è una parola unica in italiano che possa tradurre SATTVA. E’ la forza costi-
tuente della Natura, che porta l’equilibrio; una modalità di pace, di equilibrio, di
calma e di luce. Letteralmente significa “Il fatto di essere.” La si sviluppa in
seguito al processo di purificazione (vedere ai versetti I.2 e II.28, 29, 30) e si
sviluppa anche una gioia mentale o il diletto che è indipendente dalle circostanze
esteriori; il mentale si concentra facilmente e cessa di essere distratto dai desideri
o dai sensi. Dà finalmente la capacità di realizzare il Sé. Seguendo gli YAMAS e i
NIYAMAS, otteniamo questa purezza di essere (SUDDHISATTVA), la prima delle
cinque osservanze (NIYAMA).
PRATICA: Meditate sulla purezza di essere (SUDDHISATTVA).

42. SAMTOSAD-ANUTTAMAH SUKHA-LABHAH


SAMTOSAD = a causa di o grazie alla contentezza
ANUTTAMAH = supremo; non superato, eccellente
SUKHA = la gioia, la felicità
LABHAH = guadagnato, ottenuto

Con la contentezza, si ottiene la gioia suprema.


La contentezza ( SAMTOSAH), (vedere il versetto II.32), una delle osservanze
(NIYAMAS), non implica il fatto di amare o no qualcosa; si produce quando una
persona è semplicemente sé stessa. La natura del nostro essere è la gioia assoluta
(ANANDA). Non c’è niente da fare, se non apprezzarla, o osservarla.
La contentezza è una calma interiore, che suggerisce l’armonia, il diletto in
sé stesso e l’amore interiore, uno stato in cui non si è turbati dalle dif ficoltà
intorno a sé. Non lo si avverte se non si è aperti per lei.

124
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

PRATICA: Dividete con gli altri la vostra contentezza e la vostra gioia, non la
vostra insoddisfazione. Esercitatevi a vedere il meglio negli altri e non i difetti.

43. KAYA-INDRIYA-SIDDHIR-ASUDDHI-KSAYAT-TAPASAH
KAYA = il corpo
INDRIYA = l’organo dei sensi
SIDDHI = la perfezione, l’acquisizione; il raggiungimento
ASUDDHI = l’impurità
KSAYAT = destinato alla distruzione
TAPASAH = a causa dell’austerità; la pratica costante

Con l’austerità le impurità del corpo e dei sensi sono distrutte e si ottiene
la perfezione.
Con la pratica costante (TAPAS), o lo sforzo costante, l’impurità (ASUDDHI) che
limita i piani fisico, vitale e mentale, è progressivamente eliminata. Di conse-
guenza i cinque sensi sottili corrispondenti ai sensi fisici (come la chiaroveggen-
za, vedere senza occhi, la chiarudienza, sentire senza orecchie ecc.) si sviluppano
e il corpo diventa invulnerabile, aggraziato e magnifico (vedere il versetto III.46,
per maggiori dettagli sulla perfezione del corpo o KAYASIDDHI ). Nel
‘Tirumandiram’ ci sono più di cento riferimenti alla perfezione del corpo e dei
sensi (KAYA INDRIYA SIDDHIH)
Per esempio:
Non essendo più indebolito nelle regole dei voti
Lo Yogi che deve meditare ha appreso
A dirigere la KUNDALINI attraverso la colonna vertebrale
E a percorrere tre MANDALA con la stessa felicità
Costui vive per sempre nel corpo di carne. (TM 612)
Se il corpo perisce, il PRANA se ne va
E la Luce dellaVerità non sarà raggiunta
Io ho imparato come curare il mio corpo
E facendo questo, anche il mio PRANA. (TM 724)
Se il seme seminale si appesantisce con l’astinenza sessuale
Esso (il corpo) non sarà mai distrutto
Se il corpo è allegerito con la disciplina austera

125
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

Lunga sarà la vita;


Se il nutrimento è preso frugalmente
Molto bene ne deriva
Voi potete diventare molto bene
Il signore con la gola di colore scuro ( SIVA con una gola blu o NILAKANTHA)
(TM 735)
Secondo Sri Aurobindo “Non si deve trattare la natura umana come una macchi-
na condotta secondo regole mentali rigide; è necessaria una grande plasticità per
gestire le sue complesse intenzioni.”Tuttavia, aggiunge che occorre un controllo
delle emozioni dell’ego per ritrovare l’armonia e l’unità nel corpo e nella vita
stessa. Sicuramente nello Yoga, dove parliamo di sbarazzarci dell’ego e di
elevarci negli stati della perfezione, sono indicate regole strette di condotta e di
disciplina. La libertà personale è autorizzata in un certo contesto, a condizione
che sia utilizzata con discrezione. NelloYoga vi è infine la sottomissione alGURU,
al Divino, alla legge dellaVerità, che è la base di una vita spirituale. Quello che
sembra ad alcuni una austerità, non è forse, che una buona scelta in tutta coscien-
za.
PRATICA: Riflettete su questa domanda: “Quali sono le cose nella vostra vita
quotidiana che gli altri potrebbero considerare come una austerità?” “Voi
considerate queste cose come una austerità o più semplicemente come un modo
di vivere?”

44. SVADHYAYAD-ISTA-DEVATA-SAMPRAYOGAH
SVADHYAYAT = a partire o a causa dello studio di sé
ISTADEVATA = la deità di propria scelta
SAMPRAYOGA = la comunione

Con lo studio di sè, arriva la comunione con una divinità di propria scelta.
Lo studio di sé (SVADHYAYA) è stato presentato nel versetto II.1 come uno dei tre
principali mezzi del Kriya Yoga di Patanjali, con la pratica costante e ripetuta
(TAPAS) e l’abbandono al Signore ( ISVARA-PRANIDHANA). Egli indica qui che lo
studio di sé permette di avvicinarsi alla forma di Dio ( ISTA-DEVATA) che noi abbia-
mo scelto. Come è possibile? Come è spiegato nel commento del versetto II.1, il
fatto di diventare coscienti di quello che non siamo, ci rende sempre più coscienti
di quello che siamo veramente:ISVARA. Anche lo studio dei testi sacri può ricor-
darci Chi siamo veramente. All’inizio possiamo trovare più facile proiettare il

126
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

nostro amore per il Divino su una forma esterna a noi stessi ed è certamente più
facile concentrarsi su una forma che su qualcosa senza forma; da cui la popolari-
tà di una grande diversità di immagini o di forme di Dio. Quella che ci attira di
più è chiamata la nostra ISTA-DEVATA o la deità di nostra scelta. Ma come si è
spiegato nella introduzione, iSiddha si distinguevano per il fatto che non prati-
cavano il culto di adorazione verso queste divinità. I Siddha hanno scoperto che
il Signore Supremo risiedeva all’interno di loro stessi.
Alcuni hanno af fermato che lo Yoga di Patanjali esclude la possibilità
dell’Unione (SAMYOGA) tra il proprio Sé e ISVARA, il Signore.9 E’ forse vero se si
crede che Patanjali aderisse strettamente alla filosofia Samkhya, una filosofia
dualistica che, nella sua prima forma, nega anche l’esistenza di un Essere Supre-
mo. Tuttavia, nei versetti come questo e il seguente e anche nel versetto I.23,
Patanjali sottolinea chiaramente il nostro potenziale di comunione col Signore.
Nell’introduzione di questa opera, ho affermato che Patanjali condivideva la
filosofia e la teologia di Tirumular e dei Siddha tamil. Benchè utilizzassero tutti
il linguaggio, sinonimo di dualismo, questo si riferiva alla condizione limitata ed
erronea dell’uomo ordinario, prima della sua realizzazione del Sé. La comunio-
ne della nostra anima (SAMYOGA), con la divinità di nostra scelta (ISTA-DEVATA)
significherebbe “che essi non sono due” e che lo “JIVA diventa SIVA.” Le anime
limitate ed incoscienti della loro vera natura, si liberano e si uniscono con il
Signore quando, grazie allo studio di sé, fanno la distinzione tra il loro vero Sé e
la personalità e le fluttuazioni del mentale. E’ ancora più chiaro nel versetto
seguente.
Quando cominciamo a studiarci profondamente, cominciamo a scoprire nel
nostro cuore, delle qualità che non solo appartengono alla nostra immagine pre-
ferita dell’Essere Supremo (ISTA-DEVATA) ma che appartengono ugualmente al
nostro Sé interiore.Tutte le cose sono composte dagli stessi elementi costituenti
e così la differenza risiede solo nella loro disposizione. Se non c’è che un potere,
che una sostanza, che una coscienza, che una verità, allora la sola cosa che ci
manca è la presa di coscienza di questa Unità. La comunione ( SAMPRAYOGAH)
arriva lentamente con questa presa di coscienza. La comunione viene con tutti i
suoi profumi. Noi possiamo udire, vedere, gustare, sentire o sapere. La comunio-
ne può essere risvegliata in una maniera così sottile che noi non ne abbiamo
coscienza, ma essa è là. Essa ci guida gentilmente, ci informa, ci incoraggia e ci
porta anche a certi momenti.

127
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

PRATICA: Riflettete su questo: la cosa più importante per purificare il cuore è la


sincerità e l’onestà assoluta verso Dio, il GURU, e il Sé. Comunicate con Quello
senza pretese, senza dissimulazione e senza mentire né deformare la verità. La
confessione aiuta a purgare la coscienza degli elementi imbarazzanti, essa cam-
bia l’aria all’interno e prepara per una relazione più intima con Dio, col GURU e
col Sè. Gesù ha detto “La Verità ti libererà.”

45. SAMADHI-SIDDHIR-ISVARA-PRANIDHANAT
SAMADHI = l’assorbimento cognitivo
SIDDHIR = l’acquisizione, il potere
ISVARA-PRANIDHANAT = a causa di o grazie all’abbandono o la devozione
verso il Signore
Abbandonandosi al Signore, si raggiunge l’assorbimento cognitivo.
Patanjali dà qui più dettagli sulla quinta osservanza (NIYAMA), che è “l’abbando-
no” o la devozione verso il Signore ( ISVARA-PRANIDHANA). Benchè sia la sola
delle osservanze specificamente imparentata con l’assorbimento cognitivo
(SAMADHI), niente indica che le altre quattro niyamas che sono la purezza ,
la contentezza (SAMTOSA), la pratica costante (TAPAS) e lo studio di sé (SVADHYAYA),
siano meno importanti o che la devozione verso il Signore (i SVARA PRANIDHANA)
sia una alternativa per queste. Come nella ricetta di una torta, le cinque NIYAMAS
formano un tutto e la loro combinazione è fonte di siner gia. L’abbandono al
Signore è stato descritto in precedenza, nel versetti I.23, come un mezzo per
raggiungere il SAMADHI. Come è stato spiegato nel versetto II.1, oltre la pratica
del distacco (VAIRAGYA), le tre principali pratiche che Patanjali definisce nel suo
Kriya Yoga sono l’abbandono al Signore, lo studio di sé e la pratica costante.
Sebbene l’abbandono al Signore suggerisca uno stato di dualità tra l’adepto
e il Beneamato, la realizzazione (SIDDHI) dell’assorbimento cognitivo (SAMADHI)
implica di andare oltre la dualità, nella non dualità o unità. Come Patanjali,
Tirumular utilizza la devozione per esprimere questo passaggio dallo stato di
separazione allo stato di unità.
Egli è Il Nostro
Egli è Il Primo
Egli ha insegnato i quattroVEDA
Egli è la luce che brilla nell’oro più puro
Essi L’hanno adorato amorosamente
Essi L’hanno avvicinato, spogli di ogni desiderio

128
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

Tutti sono saliti inAlto nell’Albero Mistico


Il loro respiro si è arrestato in SAMADHI
Essi hanno fatto Uno solo con Lui. (TM 626)
E al TM 136
Con i raggi ardenti del sole che colpiscono l’acqua
Il sale sciolto emerge in forma di cristallo;
Questo sale sciolto nell’acqua diventa liquido di nuovo,
Proprio come JIVA è sciolto di nuovo inSIVA
Sebbene il sale e l’acqua siano differenti “essi non sono due.”
Ci si apre al Signore e presto o tardi si è assorbiti nel Signore. Si medita sul
Signore e sulle sue qualità. Non dobbiamo essere impazienti. Il Signore stesso fa
ogni cosa nel momento che Egli sceglie. Quando accettiamo con gratitudine che
Egli fa tutto e che noi non abbiamo nulla da fare, neanche aspirarvi, allora Egli
arriva. E’ semplice e spontaneo e tutto quello che dobbiamo fare è di abbando-
narci al Signore con tutto il nostro cuore, il nostro corpo e il nostro mentale.
PRATICA: Pensate sempre al Signore, nella maniera che meglio vi conviene.

46. STHITA-SUKHAM-ASANAM
STHIRA = stabile
SUKHA = confortevole
ASANAM = la postura
L’ASANA è una postura stabile, confortevole.
Patanjali spiega qui quello che caratterizza una postura di Yoga (ASANA). Essa
deve permettere al praticante di restare stabile, cioè immobile e deve essere
confortevole, cioè deve permettere la decontrazione. Un po’ più tardi, nel Medio
Evo, attorno al 12° secolo, lo Hatha Yoga è stato sviluppato prima come un
mezzo per ottenere la padronanza sui processi energetici fisici e sottili, portando
al risveglio dell’energia della KUNDALINI. Nei SUTRA, non si fa nessun riferimento
alla KUNDALINI, ai centri di energia sottile (CHAKRA) o ai canali di energia (NADI)
cosi cari allo HATHA yogi o allo yoga Tantrika. Questo non vuol dire che erano
sconosciuti a Patanjali, ma semplicemente che ha scelto di non includerli. Nei
versetti 558 - 563 del ‘T irumandiram,’ otto posture ( ASANA) importanti, sono
descritte in dettaglio; ciascuna soddisfa le esigenze di Patanjali per la stabilità e
il confort. E’ probabilmente la più antica descrizione scritta delle ASANA dello

129
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

Yoga. Tirumular va più lontano menzionando 180 altre posture (ASANAS) impor-
tanti, senza nominarle.
BHADRA, GOMUKHA, PADMA e SIMHA
SOTHIRA, VIRA,e SUKHA
Queste sette con l’eminenteSVASTIKA
Costituiscono le otto. Tuttavia a conti fatti
Ci sono centottanta ASANAS (TM 563)
Nelle scuole contemporanee diYoga, quando lo Yoga è combinato con attività
come l’aerobica e la danza e quando l’obiettivo diventa la realizzazione di posture
sempre più difficili, si perde spesso di vista l’importanza del rilassamento, del
confort e della stabilità. Impoverite del loro principale obiettivo, le posture (ASANAS)
servono allora i valori della cultura contemporanea: l’apparenza esterna, la com-
petizione e l’individualismo.
PRATICA: Praticate il Kriya Yoga di Babaji per tappe e le posture due alla volta,
con un periodo di rilassamento fra ogni coppia di posture.

47. PRAYATNA-SAITHILYA-ANANTA-SAMAPATTIBHYAM
PRAYATNA = lo sforzo, sforzarsi, il grande sforzo; la tensione
SAITHILYA = il rilassamento, il rilasciare
ANANTA = infinito
SAMAPATTIBHYAM = (due tipi di) assorbimento cognitivo, lo stato (o gli
stati) di equilibrio
A partire dal rilasciare la tensione e dall’unità senza fine (si stabilisce il
SAMADHI).

Quando una postura (ASANA) è fatta correttamente, non solo sarà stabile e confor
-
tevole, ma anche ogni tensione (PRAYATNA), sia fisica che mentale, sparirà e alla
fine ne seguirà lo stato senza respiro dell’assorbimento cognitivo ( SAMADHI).
Questo processo è descritto nel versetto I.41. Il corpo diventa pura sensazione,
pura vibrazione. L’espressione dei Salmi ci ricorda il fine ultimo di un ASANA
di Yoga realizzato correttamente:
“Fai la calma in te e sappi che Io Sono Dio”
PRATICA: Scegliete una postura e padroneggiatela. Padroneggiare una posizione
significa che la si compie senza sforzo. Si può conservare la postura restando a

130
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

proprio agio per un periodo di tempo indefinito, a tal punto che si può meditare
durante la postura. Potete utilizzare l’aiuto di un cuscino o di una coperta se
necessario.

48. TATO DVANDVA-ANABHIGHATAH


TATO = in seguito; così, a partire di là
DVANDVA = le dualità, un paio di contrari
ANABHIGHATAH = invulnerabile

A partire di là si è invulnerabili alla dualità.


Quando una ASANA Yoga è stabile e confortevole e porta a uno stato di rilassa-
mento profondo e di assorbimento cognitivo, la coscienza si ritira dal mondo
esterno e da tutte le sue dualità (DVANDVAS). Non noteremo allora se fa caldo o
freddo, o se proviamo o no dolore nel corpo.
Si può a volte sentire un piacevole torpore, o ancora un ASANA può soprag-
giungere spontaneamente. Si può avere una sensazione di raggiungere una pro-
fondità più grande.
PRATICA: Una volta che siete padroni di una posizione, utilizzatela frequentemente
per meditare. Potete fare esperienza di una pace profonda nell'ASANA, o una
calma che non è che assenza di disturbi nel corpo, o ancora una certa stabilità e
una certa forza che emergono dalla calma.

49. TASMIN-SATI-SVASA-PRASVASAYOR-GATI-VICCHEDAH PRANAYAMA


TASMIN = a questo proposito
SATI = essere
SVASA = l’inspirazione, il soffio
PRASVASAYOR = delle espirazioni
GATI = il movimento, l’origine, l’estensione, la condizione
VICCHEDAH = tagliare, rompere; separare, interrompere, la cessazione;
qui il controllo
PRANAYAMA = il controllo del soffio

A proposito di (queste postur e), il controllo del respiro è il contr ollo dei
movimenti di inspirazione e di espirazione.

131
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

Sebbene il termine VICCHEDAH (vedere II.14) significhi letteralmente “tagliare,”


nel contesto della respirazione significa “controllare o regolare l’inspirazione e
l’espirazione.” Comprende il controllo del periodo tra i due, che è la durata
augurabile del trattenere il respiro, a causa del suo ef fetto sui movimenti del
mentale (vedere I.34).
PRATICA: Mentre calmate il corpo, dirigete il respiro nella tensione del corpo, poi
prendete coscienza dell’inspirazione e dell’espirazione. Utilizzate il respiro per
calmare il corpo, poi lasciate che il respiro vada e venga e restate fermi e comodi.
Utilizzate il respiro per rilassarvi profondamente nella postura.

50. BAHYA-ABHYANTARA-STAMBHA-VRTTIR-DESA-KALA-SAMKHYABHIH PARIDRSTO


DIRGHA-SUKSMAH
BAHYA = esterno
ABHYANTARA = interiore, all’interno
STAMBHA = stazionario, soppresso, arrestato
VRTTIR = la fluttuazione
DESA = il posto, lo spazio
KALA = il tempo
SAMKHYABHIH = per o con l’osservazione o il calcolo, il numero
PARIDRSTA =visto, intravisto, percepito
DITGHA = lungo, levato, grande
SUKSMA = sottile

Il controllo del respiro è esterno, interno o sospeso, il respiro è percepito


in termini di tempo, spazio e numero e (diventa lungo e sottile).
Ci sono tre fasi del respiro (PRANAYAMA): l’inspirazione (interiore oABHYANTARA),
l’espirazione (esteriore o BAHYA) o la ritenzione (fissa oSTAMBHA). Inoltre il con-
trollo può consistere nel dirigere mentalmente il flusso del soffio verso un punto
particolare (DESA) nel corpo, per esempio verso un centro di energia sottile che si
sceglie o un vortice (CHAKRA). Si dovrebbe ugualmente regolare la durata (KALA),
contando la lunghezza del soffio. Il numero di ripetizioni (SAMKHYAH), deve esse-
re controllato, perché se se ne fanno troppe oppure se si pratica in modo scorretto,
il PRANAYAMA può provocare reazioni spiacevoli. Di conseguenza si dovrebbe
imparare da qualcuno che ha una buona esperienza della sua pratica e che può

132
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

consigliare lo studente quando incontra difficoltà. Ci sono molti tipi di PRANAYAMA


e ognuno ha ef fetti diversi.
PRATICA: Dirigete mentalmente l’espirazione nel corpo, nel posto dove sentite un
calore o un disagio durante la posizione. Considerate il respiro come un modo di
ammorbidire il corpo senza forzarlo. Sarete padroni della posizione quando il
respiro sarà facile e regolare, e quando comincia a installarsi il silenzio. Imparate
e praticate i diversi PRANAYAMA del Kriya Yoga di Babaji, specialmente il KRIYA
KUNDALINI PRANAYAMA.

51. BAHYA-ABHYANTARA-VISAYA-ASEPI CATURTHAH


BAHYA = esterno
ABHYANTARA = interiore
VISAYA = la condizione, l’oggetto
ASEPI = il ritiro
CATURTHA = il quarto

Ce ne è un quarto durante l’intervallo (tra) i modi interni ed esterni (della


respirazione).
Patanjali fa riferimento a una pratica particolare (ben conosciuta dagli studenti
avanzati del Kriya Yoga di Babaji) nella quale ci centriamo su un oggetto di
concentrazione tra l’inspirazione e la espirazione. Quando la respirazione rallen-
ta, questo intervallo aumenta e man mano che la concentrazione su questo ogget-
to si approfondisce, la respirazione rallenta ancora di più, finchè, alla fine, respi-
razione e mentale diventano immobili ed entriamo in uno stato di assorbimento
cognitivo (SAMADHI). Questa pratica è generalmente preceduta da altre forme di
PRANAYAMA, descritte nei versetti 49 e 50.

PRATICA: Praticate la meditazione HAMSA (letteralmente “il cigno”) sempre


osservando il respiro.

52. TATAH KSIYATE PRAKASA-AVARANAM


TATAH = in conseguenza; allora
KSIYATE = è distrutto; è disciolto; diminuito
PRAKASA = la luce; lo sprazzo di luce; lo splendore
AVARANAM = il velo; la dissimulazione; coprire

133
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

Di conseguenza il velo che copre la luce (interiore) è distrutto.


Patanjali fa riferimento qui a uno stato particolare “la caduta del velo che copre
la luce interiore” (conosciuto dagli studenti avanzati diKriya Yoga di Babaji).
Nello stesso modo in cui si può togliere il velo, filo per filo, il PRANAYAMA ha per
effetto di togliere, uno per uno, i pensieri che insieme creano una oscurità interio-
re. La luce della coscienza che giace sotto è allora rivelata. Prima di arrivarci,
noi siamo come un bambino che guarda un cavallo di legno e vede il cavallo e
non il legno.
PRATICA: Persistete nella SADHANA del corpo fisico. LoHATHA Yoga apre il corpo
all’energia, alla gioia, alla pace profonda e al rilassamento.

53. DHARANASU CA YOGYATA MANASAH


DHARANASU = in, concernente la concentrazione
CA = e
YOGYATA = l’attitudine
MANASAH = del mentale

E il mentale diventa adatto alla concentrazione.


Il ritiro progressivo del velo interiore (AVARANAM) dell’oscurità mentale facilita la
pratica della concentrazione ( DHARANA). Ma l’esperienza della luce interiore
(PRAKASA) non è fine a sé stessa. Man mano che il corpo, il mentale e il respiro si
distendono, e che la luce interiore è rivelata, la resistenza naturale comincerà a
sciogliersi. La concentrazione diventa facile man mano che il mentale, il corpo e
il respiro si calmano.
PRATICA: Siate contenti: prendete la vita con semplicità (specialmente quando
sembra complicata).

54. SVA - VISAYA - ASAMPRAYOGE CITTASYA SVA - RUPA - ANUKARA IVA - INDRIYANAM
PRATYAHARAH
SVA = il proprio
VISAYA = la circostanza; la condizione; l’oggetto
ASAMPRAYOGE = il disimpegno; disunire
CITTASYA = del mentale; della coscienza
SVARUPA = la sua propria forma
ANUKARA = l’imitazione, la somiglianza

134
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

IVA = come se, giustamente come


INDRIYAYANAM = degli organi dei sensi
PRATYAHARA = il ritiro

Quando i sensi si distaccano dai loro oggetti e riprendono per così dire, la
loro propria forma di coscienza, allora si ha il ritiro dei sensi.
Il PRANAYAMA in sé stesso non è suf ficiente per controllare il mentale agitato, a
causa della attività dei sensi (INDRIYAH). Quando i cinque sensi della vista, del-
l’udito, del gusto, del tatto e dell’odorato sono attivi, la coscienza si unisce con
gli oggetti dei sensi e di conseguenza dimentichiamo il nostro Sé. Per esempio se
una persona è af faticata, dice “io sono affaticata.” Tuttavia quando restringiamo
l’azione dei cinque sensi, per esempio chiudendo gli occhi e sedendoci comoda-
mente senza distrazioni, la coscienza cessa di identificarsi con gli oggetti esterni
dei sensi, e i cinque sensi diventano come la coscienza stessa, senza forma, calmi
e centrati interiormente. I sensi sono come uno specchio: quando sono rivolti
all’esterno, riflettono il mondo delle forme; rivolti all’interno riflettono la luce
pura senza forme. Dobbiamo prendere le forme che i sensi ci sottopongono. Se
guardiamo spesso foto di santi e di esseri divini, il nostro mentale prende le loro
forme. Se guardiamo spesso film pornografici o violenti, il desiderio sessuale
dominerà il nostro mentale e ci assaliranno tendenze alla violenza. Così il ritiro
(PRATYAHARA) è il controllo dei sensi per dominare il mentale. La discriminazione
non è richiesta solo quando si è seduti in meditazione, ma ugualmente nella vita
quotidiana. Sono necessari anni di pratica per padroneggiare il ritiro. Possiamo
coltivarlo seguendo attività piacevoli che eleveranno la nostra coscienza e ci
ricorderanno i nostri ideali più elevati.Anche il nutrimento dovrà essere preso
come una offerta al Divino ( PRASADA). Swami Ramdas vedeva la sua divinità
preferita (ISTA-DEVATA) RAMA in ogni cosa e in ognuno e accettava ogni avveni-
mento come volontà di RAMA. E’ la forma più elevata di ritiro dei sensi
(pratyahara).
Quando faremo l’esperienza della luce e della pace in noi, esse ci detteranno
l’azione giusta a tutti i livelli del nostro essere. Non saremo turbati, né attirati
verso l’esterno o invasi da tutto quello che attira l’attenzione dei nostri sensi.
PRATICA: Pensate a tutto quello da cui lasciate invadere la vostra coscienza. Scartate
quello che disturba la vostra pace mentale. Quello che importante nella vostra
discriminazione è mantenere la connessione interiore col Sè.

135
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

55. TATAH PARAMA VASYATA-INDRIYANAM


TATA = di là, allora
PARAMA = supremo
VASYATA = la padronanza
INDRIYA = il senso

Allora (voi dovreste avere) la padronanza suprema dei sensi.


In questo ultimo versetto del secondo capitolo, che tratta dellaSADHANA, la via
della realizzazione, Patanjali non spiega cosa porta alla padronanza suprema dei
sensi, ma possiamo dedurre, per la posizione alla fine del capitolo, che essa è il
trampolino verso il capitolo successivo che tratta delle realizzazioni (SIDDHIS).
Man mano che ci ritiriamo dai disturbi del mondo esterno, il nostro mondo
interno diventa più tranquillo e la nostra natura più pura. Cominciamo a vedere
le cose come sono e non come vorremmo che fossero. Diventiamo come bambini,
nella nostra innocenza e la nostra spontaneità. Non vogliamo niente; siamo sod-
disfatti delle cose come sono.
Il ‘Tirumandiram’ contiene dieci versetti sul ritiro (PRATYAHARA) e comincia
a trattare l’argomento al versetto 578
Passo a passo praticate il ritiro del mentale
E guardare verso l’interno;
Una cosa alla volta, infinito è il bene che vi scoprirete;
E possiate allora incontrare,
Ora e qui
Il Signore che gli antichiVEDA cercano ancora dappertutto.
Nei versetti seguenti egli dice che fissare la concentrazione nel corpo, sui diversi
centri permetterà il risveglio della KUNDALINI e produrrà diverse esperienze che
conducono all’unione col Signore.
Nell’ultimo versetto che tratta del ritiro dei sensi (PRATYAHARA), il
‘Tirumandiram’ afferma:
Nell’atto del PRATYAHARA
Il mondo intero sarà visto;
Sbarazzatevi dell’ignobile oscurità
E cercate il Signore,

136
CAPITOLO 2O: SADHANA-PADA

Se i vostri pensieri sono fermamente centrati,


Voi vedrete la Luce Divina
E poi sarete immortali. (TM 587)
Questo ci aiuta contemporaneamente a comprendere come praticarlo e ci indica
quali risultati ci possiamo aspettare.
PRATICA: Nella vostra meditazione e per tutto il giorno, esercitatevi a non volere
niente e a essere soddisfatti di tutte le cose così come sono.

137
CAPITOLO 3°: VIBHUTI-PADA

VIBHUTI fa riferimento ai poteri straordinari descritti in questo capitolo,


sebbene non sia descritto in nessuna parte nei SUTRA. Nel ‘Tirumandiram,’ VIBHUTI
si riferisce alla cenere sacra che i SIVA yogi, spargono sul corpo, in particolare
sulla fronte (TM versetti 1655-1667). Questa cenere è il residuo delle cerimonie
del fuoco (YAJNAS), che gli asceti Sivantes (SADHUS) organizzano regolarmente.
Questa cenere rappresenta il residuo delle loro austerità e simbolizza la
purificazione col fuoco delle pratiche intense (TAPAS) (vedere II.1) alle quali si
sottomettono. I poteri sovrumani sono l’espressione della divinità nel cuore di
ogni individuo, una volta che gli strati superficiali della personalità limitata
dall’ego, sono stati consumati dal fuoco della pratica intensa.Patanjali non dà
definizioni di VIBHUTI, ma possiamo capire che significa “il risultato ultimo della
pratica yogica intensa.”Tali poteri non hanno valore in sé stessi, e se ci si attacca,
possono diventare un ostacolo alla realizzazione del Sé. Il termine VIBHUTI è di
conseguenza un termine appropriato che si riferisce nello stesso tempo alla
purezza che risulta dalla pratica intensa e al distacco verso tutti i risultati.

1. DESA-BANDHAS-CITTASYA DHARANA
DESA = un luogo
BANDAHAH = legare
CITTASYA = della coscienza
DHARANA = la concentrazione

La concentrazione è il fatto di fissare la coscienza su un luogo, su un oggetto


o su un’ idea.
La concentrazione ( DHARANA) è la quinta disciplina della via ottupla (a otto
discipline) dell’ASTANGA-YOGA. Essa comprende tutte le tecniche che implicano
l’azione di fissare il mentale su un solo oggetto dei sensi o in un punto. Essa può
implicare i sensi sottili della vista, l’udito, l’odorato, il tatto o il gusto.Essa non
include i sensi esteriori come quando si contempla una candela (una forma di
TRATAKA) o si sente della musica. Di conseguenza il mentale diventa stabile. Come
afferma il versetto 597 del ‘Tirumandiram’:

138
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

Contenere i cinque sensi massacranti del corpo


Nei cinque elementi,
Contenere i cinque elementi,
Negli organi cognitivi interni,
Contenere gli organi cognitivi interni,
Nei loro TANMATRAS (i cinque sensi)
Contenere i TANMATRAS
Nell’essere non creato,
Così è in verità laDHARANA
Praticata per tappe.
Gli iniziati del Kriya Yoga di Babji imparano, in una serie di iniziazioni progres-
sive a concentrarsi su ciascuno dei cinque sensi sottili (JNANA INDRIYAS) e a distin-
guerli dai cinque sensi esteriori (cioè la vista, l’udito, il gusto, il tatto, l’olfatto) e
dei cinque elementi oPANCA-BHUTA (l’etere, l’aria, il fuoco, l’acqua e la terra nei
quali rispettivamente funzionano). Così facendo prendono coscienza delle realtà
più grossolane ( TATTVAS) della natura e imparano finalmente a liberare la
coscienza dal loro ascendente.
PRATICA; Praticate i seguenti DHYANA KRIYA: il secondo (una sola forma o EKA
RUPA), il terzo (una forma in movimento o INAI RUPA, Tam.) e il quinto ( PURNA
BHAVA, letteralmente “pieno di emozioni”), o praticate la concentrazione su oggetti
materiali (TRATAKA KRIYA).

2. TATRA PRATYAYA-EKATANATA DHYANAM


TATRA = in questo
PRATYAYA = l’intenzione; il pensiero, la nozione, l’esperienza, la credenza,
la conoscenza, la base, la contemplazione religiosa, il mezzo
EKATANATA = avere la qualità di (TA) distendere (TANA); la qualità di avere
il mentale fissato su un solo oggetto
DHYANAM = la meditazione

In questo contesto, la meditazione è l’esperienza di avere il mentale fissato


su un solo oggetto.
La concentrazione ( DHARANA) necessita di uno sforzo perché il mentale erra
continuamente, così bisogna staccarsi dalle distrazioni e tornare all’oggetto
scelto con pazienza e fermezza. E‘ facile abbandonare e dire “io non sono fatto

139
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

per la meditazione.” Ci si può arrivare essendo pazienti con il mentale come lo si


sarebbe con un cucciolo che si cerca di ammaestrare. Quando la concentrazione
(DHARANA) diventa agevole, la meditazione ( DHYANA) comincia. Questo vuole
dire che la meditazione è raggiunta quando si padroneggia la concentrazione.
L’oggetto della concentrazione può diventare dinamico o implicare delle
associazioni di idee o di storie; può essere con o senza forme. Possiamo definire
la meditazione come “il fatto di essere continuamente coscienti dell’oggetto o del
soggetto scelti.” Tutte le scuole di meditazione potrebbero essere d’accordo su
questa definizione perché in tutte le scuole il meditante si sforza di conservare
un’ attenzione continua su un oggetto o su un soggetto che ha scelto. Quello che
differisce tra le scuole è l’oggetto o il soggetto scelti: le une scelgono il respiro, o
la punta del naso, altre scelgono un oggetto della natura come una rosa; altre
scelgono una forma geometrica come unoYANTRA o un MANDALA per invocare la
divinità; altre scelgono una idea astratta come “l’amore” o ancora altre praticano
con gli occhi aperti su un oggetto come un arco e una freccia.
Nella meditazione (DHYANA), ci sono tuttavia tre cose: l’oggetto, il soggetto
(colui che medita) e la relazione tra soggetto e oggetto. Cioè il meditante resta
cosciente dell’oggetto e delle idee che gli sono associate. I versetti da 598 a 617
del ‘Tirumandiram’ descrivono diversi tipi di meditazione.
La meditazione (DHYANA) è l’arte scientifica di padroneggiare il mentale. E’
una scienza perché contiene tutti gli elementi di un metodo scientifico. Essa parte
da una ipotesi da verificare, cioè dalla tecnica. Poi c’è la sperimentazione, nella
quale si praticano le tecniche. In seguito si registrano le esperienze come fanno i
ricercatori scientifici. In seguito si paragona la propria esperienza con quella
degli altri praticanti o del proprio maestro, proprio come fanno gli scienziati
nelle loro conferenze. Essa è un’arte perché occorre molta pratica e competenza.
Non basta conoscere la maniera di praticare la tecnica. In questo caso la sola
lettura di un libro o l’aver seguito un corso che spiega la tecnica, sarebbe in
grado di portare l’illuminazione.
PRATICA: Praticate le diverse forme di meditazione D( HYANA) per padroneggiare il
mentale a tutti i livelli. Il mentale comprende il subcosciente, i cinque sensi e le
loro controparti sottili, l’intelletto, i piani psichici e sopracoscienti.

3. TAD-EVA ARTHAMATRA-NIRBHASAM SVA-RUPA SUNYA-IVA SAMADHIH.


TAD = questa (meditazione (DHYANA))

140
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

EVA = in ef fetti
ARTHAMATRA = il senso o l’oggetto tutto intero
NIRBHASAM = brillare, sembrare essere
SVARUPA = la sua propria forma
SUNYAM = vuoto, il nulla
IVA = come se
SAMADHIH = l’assorbimento cognitivo

L’assorbimento cognitivo ( SAMADHIH) è questa meditazione, (in cui)


l’oggetto tutto intero (cioè la coscienza) brilla, come se fosse stato spogliato
della sua propria forma.
Nell’assorbimento cognitivo ( SAMADHIH), la meditazione ( DHYANA) va al di là
dell’assenza di sforzo. La distinzione tra il soggetto e l’oggetto e la loro relazione
scompare. Non si ha l’impressione o la coscienza di essere separati dalle cose. Il
SAMADHI non si pratica. Lo sforzo o la pratica sono richiesti solo per arrivare alla
tappa della meditazione. NelSAMADHI, l’autore scompare. Si è semplicemente in
SAMADHI, cioè in assorbimento cognitivo.All’inizio forse si farà l’esperienza di
uno stato senza respiro di comunione col Signore. Se ciò si ripete frequentemen-
te, questo stato potrebbe cominciare a impregnare il nostro mentale durante i
nostri stati di veglia e di sonno.
P RATICA : Cominciate con la meditazione HAMSA , e lasciate crescere
progressivamente lo spazio tra le respirazioni e lo spazio tra i pensieri. Più tardi
imparate e praticate iSAMADHI KRIYA, insegnati durante l’iniziazione al terzo livello
del Kriya Yoga di Babaji.

4. TRAYAM-EKATRA SAMYAMAH
TRAYA = di tre
EKATRA = su un oggetto, in un luogo, in rapporto stretto; insieme, preso
tutto insieme
SAMYAMA = letteralmente: un grande ritiro; da SAM: profondo o grande,
suffissi com o con; eYAMA: il ritiro (vedere il versetti II.29) qui interpretato
come “la comunione o la costrizione.”
La pratica di questi tr e ( DHARANA, DHYANA e SAMADHI) insieme su un solo
oggetto, è la comunione (SAMYAMA).

141
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

Quando la concentrazione, la meditazione e il SAMADHI sono combinati in una


sola pratica, questa pratica può essere chiamata “la completa ritenuta,” “la co-
strizione” o “la comunione.” Spesso i traduttori si sono riferiti a SAMYAMA come a
“la costrizione.” Il prefisso sanscrito SAM significa “in modo approfondito” o
“insieme.” Come si vedrà nei versetti seguenti,SAMYAMA comprende diversi ele-
menti, oggetti e idee, che portano a poteri straordinari o sovrumani (SIDDHIS). In
questo contesto la relazione con diversi oggetti può essere interpretata in modo
più giusto col termine “comunione.”
In tale stato di comunione (SAMYAMA) con l’oggetto della contemplazione, il
potere Divino si dirige verso ogni oggetto o ogni idea sulla quale ci si concentra
e di conseguenza l’oggetto o l’idea si materializza spontaneamente. Come nel
microcosmo del corpo umano si ha semplicemente bisogno di dare l’istruzione di
alzare il braccio perché il braccio si alzi, nel macrocosmo, i poteri Divini si
materializzano a volontà con il SAMYAMA.
PRATICA: Fate ogni cosa con ferma intenzione, visualizzando chiaramente quello
che deve essere fatto. Fate ogni cosa con calma, permettendo all’universo di
esercitare la sua volontà attraverso di voi.

5. TAJ-JAYAT PRAJNA-ALOKAH
TAD = quello, questo
JAYAT = a causa di, in ragione della padronanza; conquistare, il trionfo
PRAJNA = il discernimento; la comprensione, l’ispirazione (vedere I.20)
ALOKA = la luce, il lustro, lo splendore; guardare, vedere, comprendere

A causa della padr onanza (della comunione), appare la luce delle idee
ispirate.
Nel versetto I.20, il discernimento ( PRAJNA) è uno dei cinque livelli che precedo-
no la realizzazione dell’assorbimento cognitivo non distinto (ASAMPRAJNATA-
SAMADHI). Non si tratta della conoscenza ordinaria basata sull’esperienza del
mentale o il ragionamento intellettuale, ma di una conoscenza illuminata, nata
dall’ispirazione e discendente dalle sfere psichiche o trascendentali della coscienza
umana. E’ il fatto di conoscere una cosa perché si “è” questa cosa. Lo si è spiega-
to nel commento dei versetti I.42 e I.44.
PRATICA: Domandate al Signore “Cosa vuoi che io faccia?” Quando avete bisogno
di un consiglio praticate regolarmente il Babaji SAMYAMA DHYANA-KRIYA.

142
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

6. TASYA BHUMISU VINIYOGAH


TASYA = il suo, la sua
BHUMISU = per o alle tappe; stabilito; ancorato; la terra
VINIYOGA = l’applicazione, la progressione

La sua progressione si fa per tappe.


Le percezioni cognitive sopraggiungono progressivamente e sono a volte accom-
pagnate da un supporto materiale o astratto come spiegato ai versetti I.42 e I.44.
Come è stato menzionato al versetto I.17, osservazioni, riflessioni, gioia, e l’espe-
rienza del “io sono” possono accompagnare il SAMPRAJNATAH SAMADHIH, l’assor-
bimento cognitivo orientato verso l’oggetto. Esso si stabilizza e si purifica man
mano che se ne fa esperienza.
PRATICA: Praticate regolarmente tutti iDHYANA KRIYA insegnati nell’iniziazione al
primo livello del Kriya Yoga di Babaji. Notate in un diario le idee che vi vengono.

7. TRAYAM-ANTAR-ANGAM-PURVEBHYAH
TRAYA = tre; tripartito;tre parti
ANTAR = interiore
ANGA = la disciplina
PURVEBHYAH = (comparato ai)precedenti (yoga)

Confrontate con le discipline precedenti (queste) tre (insieme) sono le dis-


cipline interiori.
Questo versetto si riferisce alle otto discipline o alle otto parti dello ASTANGA
Yoga, citate nel versetti I.29. le prime discipline, cioè la ritenuta (YAMA), l’osser-
vazione (NIYAMA), la postura ( ASANA), il controllo del respiro ( PRANAYAMA) e il
ritiro dei sensi ( pratyahara) dettano la condotta esteriore dello yogi, come egli
gestisce il suo corpo e i suoi rapporti col mondo esterno. Le tre ultime discipline:
la concentrazione (DHARANA), la meditazione (DHYANA) e l’assorbimento cognitivo
(SAMADHI) trattano della coscienza stessa; dunque le si considera più interiori.
Più lavoriamo all’interno di noi stessi, più mettiamo da parte il bisogno di
distinguerci, e di “essere diversi.” Queste pratiche cominciano a liberarci dalla
nostra attitudine egocentrica e dalle nostre azioni egoiste. Con la pratica della
meditazione e della contemplazione, cominciamo a prendere coscienza che noi
facciamo parte di un tutto universale. Cominciando a unirci a qualcosa di molto

143
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

più grande di noi stessi, cominciamo a volerci liberare dagli impulsi, dagli istinti
e dai movimenti insignificanti del mentale.
PRATICA: Praticate regolarmente la discriminazione. In ciascuna delle vostre azioni,
notate ogni motivazione o ogni emozione che viene dall’ego.

8. TAD-API BAHIR-ANGAM-NIRBIJASYA
TAD = quello
API = anche, stesso, in effetti
BAHIR = esteriore
ANGAM = le branche
NIRBIJASYA = del carattere senza germe

Queste tre sono in effetti le discipline esteriori dell’assorbimento cognitivo


(SAMADHI) senza germe.
Tuttavia, in rapporto all’assorbimento cognitivo senza germe (ASAMPRAJNATAH
SAMADHI, vedere il versetto I.51) queste tre ultime discipline, non sono che este-
riori, e costituiscono solo un aiuto che si potrà sorpassare.
E’ per questo che Sri Aurobindo afferma “Quando il Sé interiore, ciò che
suscita l’aspirazione spirituale, arriva in primo piano e porta la coscienza verso
sé stessa, la pace, l’estasi, la libertà, la grandezza, l’apertura verso la luce e la
conoscenza superiore, cominciano a emergere naturalmente e spontaneamente.”
PRATICA: Sviluppate la purezza dei vostri sentimenti, che si tratti di simpatia,
amore o altro. Siate sinceri, senza preclusioni. Osservate ogni sentimento che
sale in voi; siate coscienti di ogni motivazione egoista che soggiace a queste
emozioni.
9. VYUTTHANA-NIRODHA-SAMSKARAYOR ABHIBHAVA-PRADURBHAVAU-NIRODHA-
KSANA-CITTA-ANVAYO-NIRODHA PARINAMAH
VYUTTHANA = emergere, l’azione di essere rivolto verso l’esterno, agitato
NIRODHA = la cessazione (vedere I.2); scomparire
SAMSKARAYOH = delle impressioni residue; l’impressione lasciata da una
azione passata che condiziona le azioni future; le impressioni che risiedono
nel subcosciente
ABHIBHAVA = irresistibile, potente

144
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

PRADURBHAVAU = l’apparizione, la manifestazione


NIRODHA = la cessazione, la ritenuta
KSANA = il momento, l’istante
CITTA = la coscienza; il mentale
ANVAYOH = seguire, la successione, il legame
NIRRODHA = la cessazione, la ritenuta
PARINAMAH = la trasformazione; l’impegno, lo sviluppo

Quando i (movimenti) agitati che emergono nella coscienza vengono


dominati e scompaiono (per l’ azione) della ritenuta, ne consegue, in questo
momento, lo sviluppo dell’impressione subcosciente della ritenuta.
I versetti III.9 e III.15 trattano della natura del cambiamento o della trasforma-
zione. Nei testi classici posteriori, come le ‘Upanisad,’ si considera ogni cambia-
mento come non reale; al contrario Patanjali e Tirumular, considerano entrambi
che il cambiamento è molto reale. La coscienza CITTA ( ) è una costante, ma il suo
contenuto cambia continuamente. La natura (PRAKRTI) è dunque ugualmente una
costante, nella quale appaiono e scompaiono diverse manifestazioni. Qui,
NIRODHA, o la cessazione, fa riferimento alla cessazione della falsa identificazio-
ne con ciò che è transitorio, cioè l’egoismo. Si è descritto come disfarsi dell’ego-
ismo nel commento ai versetti I.2 e I.12.
Sri Aurobindo chiama questo processo “il movimento purificatore di SHIVA.”1
Ad un certo stadio, senza ragione apparente, questo mondo non ci interessa più e
si perde la voglia di viverci. Tuttavia, quando ci si è stabilizzati a uno stadio più
puro di coscienza, questa indifferenza si trasforma nella gioia dell’unità, la gioia
dell’amore, della simpatia e dell’amicizia. C’è cambiamento quando la vecchia
forma di questi movimenti crolla per far posto all’espressione di un Sé superiore
nuovo. Durante la trasformazione e la transizione, si crea un vuoto: lo si avverte
come una delusione. L’espansione tuttavia può colmare questo vuoto. Questa
nuova natura crea un fondamento stabile per il Bhakti e la Gioia durevole.
PRATICA: 1) SUDDHI DHYANA KRIYA, insegnato durante l’iniziazione al primo livello
del Kriya Yoga di Babaji; 2) Quando il cuore si apre, mantenete la sua purezza
essenziale e voltatevi unicamente verso il Divino. Quando ci si apre verso la
coscienza superiore, siate silenziosi ed evitate di perdervi nei movimenti del
mentale. Non abbiate alcun desiderio, nemmeno la volontà di comprendere quello
che succede.

145
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

10. TASYA PRASANTA-VAHITA SAMSKARAT


TASYA = suo
PRASANTA = tranquillo
VAHITA = il flusso
SAMSAKARAT = l’abitudine

Il flusso tranquillo della trasformazione purificante, si sviluppa grazie alle


impressioni subcoscienti
Coltivando la pratica del distacco (vedere i versetti I.2 e I.12), si forma progres-
sivamente un flusso particolare di abitudine subcosciente (SAMSAKARA) di distac-
co ( VAIRAGYA). In questo modo si “abbandona” automaticamente la tendenza
egoista a identificarsi con gli oggetti di attenzione, con i pensieri e le emozioni.
Come è indicato al versetto I.17, quando questo non attaccamento è raggiunto,
non ci sono più sforzi da fare per distaccarsi. Si è staccati senza desideri. Regna
la pace suprema.
Quando cominciamo a essere coscienti di un’altra coscienza, diversa da
quella dell’ego e quando cominciamo veramente a vivere di più sotto la sua
influenza, allora le azioni purificatrici arrivano in modo continuo e automatico.
PRATICA: Quando gustate la pace, la gioia o l’amore, prendetene coscienza e risalite
alla Sorgente dell’esperienza. Ripetete spesso il processo, finchè l’esperienza sia
permanente.

11. SARVA ARTHATA EKAGRATAYOH KSAYA UDAYAU CITTASYA SAMADHI-PARINAMAH


SARVA = tutto
ARTHATA = il significato, l’oggetto; il fatto di essere una cosa, l’oggettività
EKAGRATAYOH = la fissazione in un punto
KSAYA = declinare, la distruzione
UDAYAU = emerso
CITTASYA = del mentale, la coscienza
SAMADHI-PARINAMAH = lo sviluppo, l’impegno o la modificazione nel
SAMADHI

Quando c’è un declino dell’identificazione con l’oggetto e appare la


fissazione in un punto, (allora emerge) lo sviluppo dell’assorbimento
cognitivo (SAMADHI) del mentale.

146
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

Il mentale nel suo stato normale è distratto da “tutti gli oggetti” esteriori che gli
vengono trasmessi dai cinque sensi e dalle loro controparti sottili (dall’immagi-
nazione). Lo yogi coltiva la concentrazione (DHARANA) e l’attenzione fissata in
un punto (EKAGRATAH), poi rivolge la coscienza verso l’interno, finchè non sia
assorbita che da un solo oggetto, sia che si tratti di un oggetto sottile che del Sè.
PRATICA: Praticate il secondoDHYANA KRIYA EKA RUPA o “una sola forma,” insegnata
durante l’iniziazione al primo livello del Kriya Yoga di Babaji. Quando lavorate,
concentratevi su un solo compito alla volta. Nella vita quotidiana siate concentrati
e siate il testimone interiore.

12. TATAH PUNAH SANTA-UDITAU TULYA-PRATYAYA CITTASYA-ECAGRATA-PARINAMAH


TATAH = poi, di là; da dove
PUNAH = ancora, ripetuto
SANTA = non molto marcato, reso silenzioso, placato, pacificato, calmo,
impassibile
UDITA = arrivato, apparente, visibile
TULYA = uguale, lo stesso, dello stesso genere, simile
PRATYAYA = i pensieri che dirigono l’attenzione; l’intenzione
CITTASYA = della coscienza
EKAGRATA = l’attenzione fissata in un punto
PARINAMA = la trasformazione; la modificazione; lo sviluppo

Da cui, quando le intenzioni che dirigono l’apparizione e la sparizione


ripetuta (dei pensieri) diventano simili, c’è una trasformazione (in)una
fissazione in un punto della coscienza.
Patanjali spiega qui il processo di trasformazione (PARINAMA) della coscienza
ordinaria dispersa, in uno stato di assorbimento cognitivo (SAMADHI).
“Perché colui il cui mentale è stabile e che sa che nella sua vera natura
l’oggetto della percezione non è niente, dovrebbe considerare una cosa accettabi-
le e un’altra inaccettabile?” ( ASTAVAKRA SAMHITA III.13). La sola cosa che ci
colpisce veramente è quello che noi pensiamo delle cose.
Chi è colui che i nostri pensieri colpiscono veramente? Quando ci identifi-
chiamo col corpo, i sensi, gli occhi per vedere le orecchie per sentire; cosa
sentiamo veramente? Anche quando non si pensa che al Divino, talvolta il nostro
ardore turba il nostro mentale e rallenta i nostri progressi.

147
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

PRATICA: Coltivate l’equanimità in ogni circostanza, nella dualità, il guadagno o


la perdita, il successo o lo smacco, i complimenti o i rimproveri, il piacere o il
dolore.

13. ETENA BHUTA-INDRIYESU DHARMA-LAKSANA-AVASTHA-PARINAMA VYAKHYATAH


ETENA = per o con questo
BHUTA = gli elementi: la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria, lo spazio; i
costituenti dell’universo creato
INDRIYA = l’organo dei sensi; il potere
DHARMA = il carattere essenziale
LAKSANA = la caratteristica; il fattore tempo
AVASTHA = la stabilità, lo stadio, la condizione
PURINAMA = la trasformazione; l’impegno; l’evoluzione, la maturità, il
risultato
VYAKHYATAH = spiegato, pienamente dettagliato

Per questo, in ciò che concerne gli organi dei sensi e gli elementi, la
trasformazione della qualità, del carattere e della condizione del (mentale)
è stata pienamente dettagliata.
Patanjali descrive come i cambiamenti si producano in tre maniere diverse: (1) il
cambiamento della sostanza o delle qualità ( DHARM-PARINAMA); (2) il cambia-
mento cronologico, cioè passato, presente e futuro (LAKSANA-PARINAMA); (3) lo
stato generale con le tappe di crescita o di declino (AVASTHA-PARINAMA). Per esem-
pio, una sostanza come l’argilla che è ora sottoforma di un vaso per l’acqua, non
era prima che un pezzetto d’argilla e diventerà polvere in un certo momento nel
futuro. Questi tipi di cambiamento sono universali e riguardano contemporanea-
mente la natura materiale e il contenuto della coscienza. Proprio come l’argilla è
la costante nell’esempio precedente, la coscienza è la costante quando i pensieri
emergono e si distaccano.
Durante la trasformazione (PARINAMAH) ci sono molti cigolii e frizioni. E’
una frizione divina, che permette al cambiamento di prodursi. Noi non siamo
semplicemente modellati e formati da mani piene d’amore, talvolta sono neces-
sari uno scalpello e un martello. Sono necessarie una grande determinazione
e una grande aspirazione. E’ in questi momenti in cui siamo martellati che si
realizzano i veri progressi. Ma occorre essere determinati e volere con fermezza
la realizzazione.

148
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

PRATICA: Stabilite una disciplina regolare e mantenetela. Coltivate l’attenzione in


ogni momento.

14. SANTA-UDITA-AVYAPADESYA-DHARMA-ANUPATI DHARMI


SANTA = placato, calmato, impassibile
UDITA = alzato, percorso, nato, prodotto.
AVYAPADESYA = che non deve essere determinato o definito
DHARMA = la natura, il carattere, la qualità essenziale
ANUPATI = seguente, corrisponde a
DHARMI = portatore del dharma; conoscere o rispettare la legge, qualche
cosa soggetta a uno stato particolare di condizione
E’ (ciò che è) soggetto alle leggi particolari della natura, (cioè PRAKRTI) la
(cui) natura è estinta, manifesta e indeterminata.
Una sostanza è presente in maniera costante, sebbene differente nella forma o
nella manifestazione. Le forme estinte sono quelle che la sostanza ha preso pre-
cedentemente. Le forme manifeste sono quelle che essa ha ora e le forme indeter-
minate sono quelle che essa manifesterà nel futuro. Per esempio, il vaso d’argilla
che si trova sullo scaffale non era in precedenza che un pezzetto di terra. Più
tardi, una volta rotto, si disintegrerà senza alcun dubbio in polvere. Tirumular
analizza la natura utilizzando fino a ottantasei elementi (TATTVAS) (TM versetto
154) che serviranno alla fine a trascenderla. Nel versetto 125 Tirumular affer-
ma:
I SIDDHA che hanno avuto la visione qui del mondo di Siva,
NADA (il principio del suono) eNADANTA (il suono ultimo)
L’Eterno, il Puro, che riposa nella Gioia pura
Trentasei le tappe che conducono alla Liberazione.
Le “trentasei” consistono in cinque principi di Siva ( TATTVAS), che emergono nel-
la sfera immateriale pura; in sette principi della conoscenza ( VIDYA TATTVAS) che
appaiono nella sfera immateriale/materiale e in ventiquattro principi (PRAKRTI
TATTVAS) che emergono nella sfera puramente materiale. L’ipotesi che sottende
questa analisi è che, grazie alla conoscenza della natura di ciò che rende schiava
la nostra coscienza, noi possiamo liberare il nostro Sé.
PRATICA: Praticate INAI (TAM) RUPA, letteralmente “la forma in movimento,” il
quarto dhyana KRIYA, (ARUPA o senza forma), il quintoDHYANA KRIYA (PURNA BHAVA,

149
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

letteralmente “pieno di emozioni”) e i DHYANA KRIYA avanzati, prendendo per


oggetto ciascuno dei trentaseiTATTVAS.

15. KRAMA-ANYATVAM PARINAMA-ANYATVE HETUH


KRAMA = le sequenze, le serie, la successione, l’ordine
ANYATVAM = la dif ferenziazione; il fatto di essere altro
PARINAMA = lo sviluppo, la trasformazione; l’evoluzione
ANYATVE = nel o concernente il fatto di essere altro o la dif ferenza
HETU = la causa; la ragione

La differenziazione delle sequenze (di queste differenti fasi) è la causa delle


differenze nel(le tappe della) evoluzione.
Detto con semplicità, le differenze innumerevoli nell’universo creato, risultano
da tre fasi temporali, come è descritto nel versetto precedente. L’universo cambia
continuamente. E’ nella natura di ogni cosa di esistere, di cambiare e di essere
distrutta. Il Sé non è colpito. Le cose sono distrutte semplicemente a causa della
loro propria rigidità, ma esse tuttavia non sono veramente distrutte. Gli elementi
essenziali presenti durante la vita restano gli stessi durante la disintegrazione. Le
cose sembrano disintegrarsi per cambiare forma. L’universo emerge dal Sè e si
dissolve di nuovo nel Sé.
Pratica: Pensate a questo: “tutto ciò che è già esistito e tutto ciò che esisterà,
esiste ora, in questo stesso momento” e che “tutto è costituito da un solo elemen-
to; che l’esistenza delle cose è solo una questione di interazione di questo ele-
mento con se stesso.” (La Madre)2

16. PARINAMA-TRAYA-SAMYAMAD-ATITA-ANAGATA-JNANAM
PARINAMA = (lo stadio di) evoluzione; la trasformazione, la maturità, il
risultato
TRAYA = tre
SAMYAMAD = a causa di o dovuto alla comunione
ATITA = il passato
ANAGATA = il futuro
JNANAM = la conoscenza

Dalla comunione con le tre (tappe del) l’evoluzione (nasce) la conoscenza


del passato e del futuro.

150
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

A partire da questo versettoPatanjali comincia a spiegare come, praticando la


comunione (SAMYAMA) su diversi oggetti o idee, si possono acquistare certi poteri
e arrivare in ultimo alla realizzazione suprema dell’assorbimento cognitivo non
distinto ( ASAMPRAJNATAH SAMADHI). Egli fa riferimento in questo versetto alla
natura tripartita della trasformazione o del cambiamento (P ARINAMA) menzionata
nel versetto III.13: la forma esteriore, il cambiamento nel tempo e lo stato gene-
rale. In questo caso, per esempio, uno yogi divenuto maestro nella comunione
(SAMYAMA) potrebbe conoscere il passato, il presente e l’avvenire di ogni persona,
a sua scelta.
Guardiamo tutti questi poteri della conoscenza interiore in modo pragmatico
e pratico. Il fatto che alcuni yogi avanzati siano in grado di leggere il passato, il
presente e l’avvenire di una persona prova l’Unità: l’unità della materia. Questo
non significa che noi tutti dovremmo aspirare a raggiungere il potere di conosce-
re l’avvenire. Se questo a Lui piace, allora dovremmo conoscerlo, altrimenti a
cosa può servire?
PRATICA: Sentitevi legati agli altri, tanto con quelli che non conoscete che con gli
amici e la famiglia.Amate gli altri e voi stessi. Non giudicate.

17. SABDA-ARTHA-PRATYAYANAM ITARA-ITARA ADHYASAT-SAMKARAS TAT-PRAVIBHAGA-


SAMYAMAT-SARVA-BHUTA-RUTA-JNANAM
SABDA = il suono, la parola
ARTHA = il senso; lo scopo
PRATYAYANAM = delle idee
ITARA-ITARA = rispettivo, reciproco, l’uno con l’altro
ADHYASAT = a causa della sovrapposizione
SAMKARAH = mescolato insieme, la confusione, frammisto
TAD = questo
PRAVIBHAGA = la distinzione; la separazione, la divisione
SAMYAMAT = a causa di o dovuto alla comunione
SARVA = tutti
BHUTA = essere
RUTA = il suono, la dichiarazione, il grido, il rumore, il boato, l’urlo, il
suono; la risonanza
JNANAM = la conoscenza

151
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

A causa della sovrapposizione r eciproca di par ole, significati e idee (si


produce) confusione; (tuttavia), con la comunione (concentrata sulla loro
distinzione), (si raggiunge) la conoscenza di tutte le cose.
In generale le persone non fanno distinzione tra un oggetto, il suo nomeSABDA ( )
e il suono (RUTA) del suo nome. Con la comunione SAMYAMA
( ) su questa distinzio-
ne, si sostiene che lo yogi possa conoscere lingue straniere. Dovremmo essere
coscienti dei potenti effetti che le parole possono avere su di noi. Gli effetti corri-
spondono al significato e all’energia intrinseca della parola impiegata. Quando
la nostra voce pronuncia delle parole, esse possono colpire gli altri. Quello che
diciamo e i termini impiegati per descrivere quello che crediamo, possono influ-
ire sulla nostra realtà.
PRATICA: Siate coscienti delle parole che dite a voi stessi e che dite agli altri.
Immaginate che esse siano abbastanza potenti da concretizzarsi.

18. SAMSKARA KSAT-KARANAT-PURVA-JATI-JNANAM


SAMSKARA = le impressioni subcoscienti
SAKSAT-KARANAT = la percezione intuitiva; l’emozione vera, la causa
immediata di ogni cosa
PURVA = precedente
JATI = la nascita
JNANAM= la conoscenza

Grazie alla percezione intuitiva delle impressioni subcoscienti (si manifesta)


la conoscenza delle vite anteriori.
Nello stato di comunione (SAMYAMA), il praticante può direttamente osservare le
impressioni subcoscienti e di conseguenza rivedere l’istante in cui si sono forma-
te, come un testimone del passato. Così diventa accessibile anche la conoscenza
delle vite anteriori (JATI).
In generale non è molto utile cercare informazioni sulle nostre vite anterio-
ri, perché questo può sconvolgerci a causa delle molte esperienze dolorose.
Tuttavia, se questo arriva spontaneamente, può darci dei chiarimenti molto utili.
Quando si è fermamente stabili nel distacco ( VAIRAGYA), si può guardare più
facilmente l’informazione sulle nostre vite anteriori.
PRATICA: Praticate il DHYANA KRIYA della Catena dei Ricordi, insegnato durante
l’iniziazione al terzo livello delKriya Yoga di Babaji.

152
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

19. PRATYAYASYA PARA-CITTA-JNANAM


PRATYAYASYA = dell’intenzione
PARA-CITTA-JNANAM = conoscere i pensieri di un altro

(In modo simile, grazie alla percezione intuitiva del) l’intenzione (dii un’altra
persona) (si è capaci di) conoscere i pensieri di un’altra persona
Il praticante è capace di leggere i pensieri di un’altra persona, praticando SAMYAMA
e rintracciando la percezione del pensiero di un’altra persona fino alla sua sor -
gente. Sebbene la maggior parte delle persone ordinarie possa eventualmente
captare i pensieri degli altri, generalmente li ignora, o li confonde con i propri
pensieri. Tuttavia lo yogi constata che queste forme di pensiero vengono dal-
l’esterno e con il SAMYAMA è in grado non solo di identificare chi li emette, ma
anche, una volta per così dire, all’interno, di leggere il contenuto attuale del
mentale dell’altro. Nell’attesa di aver purificato il nostro subcosciente, non è
però consigliato di concentrarci sugli altri o di cercare di leggere i loro pensieri,
in quanto questo può semplicemente rinforzare le nostre tendenze negative, come
l’avidità, il desiderio, la voglia di potere o il desiderio di manipolare.
Anche se è
per aiutare o guarire, lo yogi deve rispettare il fatto che ciascuno deve arrangiarsi
con il suo KARMA. L’intervento dello yogi può semplicemente ritardare la risolu-
zione del KARMA di un’altra persona. In generale lo yogi non interviene a meno
che non sia invitato a farlo. Inoltre la maggior parte dei pensieri delle persone
non merita di essere intercettato. Così generalmente lo yogi non fa sforzi per
captarli.
PRATICA: Concentratevi unicamente sugli spiriti dei grandi santi, fino a che il
vostro subcosciente non sia purificato.

20. MA CA TAT-SA-ALAMBANAM TASYA-AVISAYI-BHUTATVAT


NA = non
CA = e
TAD = ciò, questo
SALAMBANAM = con un supporto o una base; qui l’intenzione
TASYA = il suo
AVISAYI = non avere un oggetto
BHUTATVAT = in ragione dello stato di essere un elemento

153
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

Tuttavia (conoscere i pensieri di un altro) è senza fondamento (reale) perchè


gli elementi sono privi di oggetto.
In altri termini, la conoscenza che risiede al livello sottile non ha forma che le
corrisponda nel campo manifesto. Ci sono limiti nel leggere nel pensiero. Patanjali
afferma qui che questa capacità non permette di vedere gli oggetti esteriori (VISXAYA)
che un altro vede o che hanno fatto nascere i suoi pensieri.
PRATICA: Vedete il Divino in ogni persona, la parte di lei che è universale, infinita
ed eterna.

21. KAYA - RUPA - SAMYAMAT - TAD - GRAHYA - SAKTI - STAMBHE CAKSUH - PRAKASA -
ASSAMYOGE’ NTARDHANAM
KAYA = il corpo
RUPA = la forma, uno deiTANMATRAS
SAMYAMAT = a causa di o dovuto alla comunione
TAD = questo
GRAHYA = essere preso
SAKTI = il potere; qui l’attitudine
STAMBHE = la sospensione, la soppressione, l’arresto
CAKSUS = l’occhio
PRAKASA = la luce
ASAMYOGE = l’interruzione; la disgiunzione, la disunione
ANTARDHANAM = l’invisibilità, nascosto, dissimulato, invisibile

Con la comunione sulla forma del corpo, durante la sospensione della


capacità di esser e percepiti, con l’interruzione della luce (emanante da
questo corpo) (ne segue) l’invisibilità all’occhio.
Patanjali spiega qui che se uno yogi praticaSAMYAMA sulla propria forma e così
facendo sospende la circolazione della luce che essa emette, in modo tale che
questa luce non raggiunge gli occhi degli altri, egli diventerà di conseguenza
invisibile, o per lo meno non sarà notato dagli altri. Ci sono molte storie del santo
Ramalinga nella seconda metà del diciannovesimo secolo, che dopo aver posato
davanti a un fotografo con un gruppo di discepoli, non ha lasciato alcuna impres-
sione sulla lastra fotografica. Uno spazio bianco appariva invariabilmente nel
posto dove era in posa nel gruppo. Egli stesso af ferma che era dovuto a una

154
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

trasformazione Divina del suo corpo, piuttosto che a una sua volontà di essere
invisibile. Siate umili, semplici ed introspettivi quando lavorate, in tutta coscien-
za e senza attaccarvi alla ricompensa o all’attenzione che vi è data. Concentrate-
vi sull’Unità di ogni cosa. Vedete come siamo intimamente vicini gli uni agli
altri. Ecco dei modi di diventare invisibili che hanno un valore durevole.
PRATICA: Praticate l’umiltà, la semplicità e l’attenzione coscienziosa al vostro
lavoro.

22. SA-UPAKRAMAM NIR-UPAKRAMAM CA KARMA TAT-SAMYAMAD-APARA-ANTA-JNANAM-


ARISTEBHYAH VA
SA-UPAKRAMAM = mettere in cammino; intraprendere; manifesto
NIR–UPAKRAMAM = non in movimento, non preso, non perseguito; latente
CA = e
SAMYAMAT = a causa di o dovuto alla comunione
APARA-ANTA = il momento della morte; la fine; la conclusione; letteralmente,
“l’estremità occidentale”
JNANAM = la conoscenza
ARISTEBHYAH = i cattivi presagi, i segni di una morte imminente
VA = o

Il KARMA è sia latente che manifesto. Con la comunione con questo o con i
presagi della morte imminente, (arriva) la conoscenza del momento della
morte.
Nei versetti II.12 – 14, si è spiegato il serbatoio deiKARMA, i tipi di KARMA e le
cause del KARMA. Qui con concentrandosi sul serbatoio dei KARMA che giace nel
più profondo del subcosciente, con la pratica del SAMYAMA, il praticante può
vedere le tendenze e le abitudini che rivelano il suo avvenire, comprese le
circostanze della sua morte. I presagi sono avvenimenti esteriori fortuiti o poco
propizi che possono segnalare l’arrivo degli avvenimenti. Interpretare i presagi è
una scienza e un’arte, sebbene alcuni li considerino come una superstizione.
In certi momenti i grandi yogi hanno potuto prevedere la morte o altre cala-
mità, e sono riusciti con grandi sforzi a cambiare il corso degli avvenimenti.
Grandi poteri sono a disposizione di chi è in Unione con l’Assoluto.Anche noi,
con la nostra coscienza collettiva possiamo aiutare a cambiare l’avvenire.

155
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

PRATICA: Fate il vostro sadhana non soltanto per voi stessi, ma anche per il bene
di tutto il mondo, e conservate nello spirito le parole del giuramento del Kriya
Yoga di Babaji.

23. MAITRY-ADISU BALANI


MAITRY-ADISU = l’amicizia e altro
BALANI = i poteri; le forze

(Con la comunione) sull’amicizia e in simili qualità, (si ottiene) il potere (di


trasmetterle).
Questo versetto si riferisce alle attitudini raccomandate nel versetto I.33, com-
presa l’amicizia (MAITRI) verso chi è felice (SUKHA), la compassione (KARUNA)
verso chi è infelice (DUHKHA), la gioia (MUDITA) verso chi è virtuoso (PUNYA), e
l’equanimità (UPEKSA) verso il non virtuoso (APUNYA). Tali attitudini creano la
calma nel mentale e preparano lo sviluppo del potere ( BALA). Ignorare queste
attitudini spingerebbe al contrario, come nel caso della coscienza umana ordina-
ria, alla dissipazione del proprio potere in conflitti e in scambi e inutili perdite di
energia vitale. Le persone ordinarie, sperperano la loro energia vitale in migliaia
di attività sociali superflue o malaccorte, o con attitudini mentali distruttive come
la competizione, la gelosia, la paura, la collera, la depressione e l’orgoglio ecc.
PRATICA: Coltivate la gentilezza e la benevolenza e manifestate queste qualità
verso tutte le persone che incontrate. Sorridete agli altri sinceramente più spesso
che potete.

24. BALESU HASTI-BALA-ADINI


BALA = la forza
HASTI = l’elefante
BALA = le forze; i poteri
ADINI = gli altri

(Con la comunione) con la potenza degli elefanti e (di tali) altri (animali),
(si ottiene) la loro forza.
Con la comunione (SAMYAMA) con gli animali o i fenomeni della natura, come il
fuoco, il vento, l’aria, si acquista il potere che è loro proprio. Per esempio, per
acquistare la forza fisica, si puo’ fare dell’elefante il proprio soggetto di medita-
zione. Nelle tradizioni sciamaniche, come nel sud-ovest americano, i praticanti

156
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

comunicano con animali del loro territorio e manifestano i loro particolari poteri.
Questo riflette il principio ben conosciuto delle vibrazioni simpatiche della
fisica. Noi abbiamo la tendenza di prendere la forma dell’oggetto dei nostri
pensieri. Così le culture che hanno ideali o eroi ben definiti, tendono a riprodurre
questi eroi e ad adottare il loro comportamento eroico. Per contrasto, nell’ attuale
cultura popolare mondiale, i nostri idoli tendono a essere star ef fimere del
cinema e dello sport. Ne risulta una cultura di cinismo, debolezza e depressione,
dove la vita è una estensione della televisione e dei film. Detto in modo più
semplice “voi siete quello che guardate.”
PRATICA: Contemplate le qualità dei diversi animali che vi attirano. Praticate le
affermazioni che li evocano e assorbite queste qualità.

25. PRAVRTTY-ALOKA-NYASAT SUKSMA-VYAVAHITA-VIPRAKRSTA-JNANAM


PRAVRTTI = l’attività; andare in avanti, l’avanzare, il progresso, la nascita,
l’apparizione, la manifestazione, la cognizione (vedere I.35); qui: i sensi
sottili
ALOKA = la luce
NYASAT = dovuto al collocamento, all’installazione, all’applicazione o alla
disposizione
SUKSMA = sottile
VYAVAHITA = dissimulato; ostruito
VIPRAKRSTA = allontanato; distante
JNANAM = la conoscenza

Con la comunione con i sensi interiori illuminati, si ottiene la conoscenza


di ciò che è sottile, dissimulato e lontano.
Riferendosi al versetto I.35, il termine PRAVRTTI (la cognizione) e al versetto III.5
ALOKA (la luce), PRAVVRTI-ALOKA può essere compreso come “i sensi illuminati.”
Essi generalmente sfuggono al nostro controllo e non sono sviluppati, salvo che
per le persone eccezionali come i chiaroveggenti.Tuttavia la maggior parte di
noi ne fa esperienza durante i sogni. Con la comunione (SAMYOGA) con uno solo
o con tutti i sensi sottili, si può ottenere la conoscenza segreta di ciò che è sottile
(SUKSMA) come gli atomi, di ciò che è nascosto (VYAVAHITA), come un tesoro, di
ciò che è lontano (VIPRAKRSTA) come le terre lontane. La meditazione in generale
necessita un certo sforzo, fino a che l’ispirazione produce spontaneamente queste
esperienze.

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CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

PRATICA: Ricercate l’ispirazione e l’illuminazione dei sensi interiori con la pratica


regolare di INAI RUPA DHYANA KRIYA (letteralmente “la forma in movimento”) e di
PURNA BHAVA DHYANA KRIYA (letteralmente: “pieno di emozione”), insegnate du-
rante l’iniziazione al primo livello del Kriya Yoga di Babaji.

26. BHUVANA-JNANAM SURYE SAMYAMAT


BHUVANA = l’universo; il mondo, la regione cosmica
JNANAM = la conoscenza
SURYE = con il sole
SAMYAMAT = a causa di, dovuto a o in ragione della comunione

Dalla comunione col sole, si ottiene la conoscenza del mondo e delle regioni
cosmiche.
Questo versetto indica che i praticanti erano capaci di esplorare l’universo, come
è provato dalle loro opere di astronomia e astrologia. E’ utile ottenere il proprio
tema astrale di nascita. Il sistema di registro vedico indica quello che la vostra
anima si è impegnata a fare in questa vita e le lezioni da imparare. Certi com-
mentatori, come Swami Hariharananda Aranya hanno fatto notare che la paro-
la “sole” si riferisce qui alla “porta solare” nel corpo umano, e hanno spiegato
che essa è il canale centrale di energia (SUSUMNA NADI), che si trova nella colonna
vertebrale e si estende fino alla corona.3 Dato che il corpo umano è una replica
microcosmica del macrocosmo, se si pratica il SAMYAMA su questo raggio di luce
brillante, viene rivelata la totalità dell’universo. Descrive poi le sette regioni del
mondo che il saggio Vyasa fu il primo a enumerare: (1) la regione della verità
(satya-loka); (2) la regione dell’austerità (TAPAS-LOKA); (3) la regione del popolo
(JANA-LOKA); (4) la regione del grande Prajapati, Brahma, il Creatore ( MAHAR-
LOKA); (5) la regione del gran dio Indra ( MAHAR-INDRA-LOKA); (6) una regione
intermedia che si estende fino alla stella polare (ANTARISKA-LOKA); e (7) la regio-
ne eterea attaccata alla nostra regione terrestre, dove le anime degli umani mi-
grano dopo la morte (BHU-LOKA).
Quando le fluttuazioni del mentale (CITTAVRTTIH) cessano, si può constatare
l’esistenza di differenti regioni celesti (LOKAS). Al momento della morte, se si
lascia il corpo dalla strada della “porta solare” la SUSUMNA, si raggiungono le
regioni astrali superiori deiDEVA o al di là le regioni causali della verità. Questo
si chiama il grande assorbimento cognitivo (MAHA-SAMADHI), dove lo yogi esce
dalla corona. Altrimenti usciamo dalla “porta lunare” cioè una delle nove aper-

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CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

ture del corpo (che sono gli organi genitali, l’ano, i due occhi, le due orecchie, le
due narici, la bocca), secondo le nostre reazioni ai desideri che rimangono alla
fine della nostra vita. Se si esce dalle aperture sottili dell’ano o degli or gani
genitali, per esempio, si andrà probabilmente a sof frire nelle regioni astrali
inferiori. Là, sebbene il mentale sia attivo e pieno di desideri, questi ultimi non
possono essere realizzati, perché senza gli or gani dei sensi, non si ha alcun potere
di agire.

27. CANDRE TARA-VYUHA-JNANAM


CANDRE = con la luna
TARA = le stelle
VYUHA = comandare, la disposizione, la distribuzione
JNANAM = la conoscenza

Dalla comunione con la luna (viene) la conoscenza (della) disposizione delle


stelle.
In un modo simile, con la comunione (SAMYAMA) con la luna, i praticanti erano in
grado di acquistare la conoscenza non solo delle influenze della luna su di noi,
ma anche di conoscere quella delle stelle e delle costellazioni lontane. I Siddha
hanno sviluppato, la scienza dello SVARA YOGA, che utilizza l’influenza della luna
sui nostri corpi fisici e sottili. Essa riguarda la respirazione dalla narice destra e
la narice sinistra, l’emisfero destro e l’emisfero sinistro del cervello, i cicli me-
struali delle femmine, senza parlare dei movimenti delle maree e delle influenze
psichiche ed elettromagnetiche.
Swami Hariharananda Aranya ha interpretato qui il termine luna col si-
gnificato di “apertura lunare” o i sensi, e ha sottolineato che chi non lascia il
corpo da SUSUMNA o “apertura solare,” come è spiegato al versetto precedente,
deve reincarnarsi sulla terra.4
PRATICA: Notate in quali periodi la respirazione lunare (dalla narice sinistra),
l’immaginazione e l’attività cerebrale creativa, spaziale e visuale, sono
predominanti.

28. DHRUVE TAD-GATI-JNANAM


DHRUVE = con la stella polare
TAD = questo (si riferisce alle stelle del precedente SUTRA)

159
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

GATI= il movimento
JNANAM = la comunione

(Dalla comunione) con la stella polare, viene la conoscenza (dei) movimenti


delle stelle.
In maniera simile, la conoscenza dei movimenti delle stelle è raggiunta con la
comunione (SAMYAMA) con la stella polare. Poiché conserva la sua posizione nel
cielo, essa serve come punto di riferimento. Fissando la propria attenzione su un
punto unico come la stella polare e restando immobili e calmi, e assorbendosi
simultaneamente nel cielo, si conosceranno i movimenti delle stelle.

29. NABHI-CAKRE KAYA-VYUHA-JNANAM


NABHI = il punto centrale, l’ombelico
CAKRE = con la ruota
KAYA = il corpo
VYHA = la disposizione
JNANAM = la conoscenza

(Con la comunione) con il chakra dell’ombelico, si raggiunge la conoscenza


della costituzione del corpo.
Praticando la comunione (SAMYAMA) col plesso solare o il chakra dell’ombelico
(NABHI-CHAKRA), si può definire l’anatomia sottile del corpo umano; Questo chakra
è il centro della potenza di azione. I maestri yogi hanno identificato più di 72.000
canali (NADIN) che circolano nel corpo umano a livello fisico e sottile. Molti NADI
importanti sono oggetto di pratiche specifiche delloYoga.
La Madre suggerisce che con lo studio del centro dell’ombelico, potremmo
scoprire il nostro fine o il senso della nostra vita. Indica che la maniera di
collegarci a questo punto è portare il sof fio vitale ( PRANA) nella regione ombeli-
cale e rilassarsi. Portate ugualmente col sof fio vitale una sensazione di calma e di
benessere. Immaginate il PRANA che allarga questo punto ristretto. Rilassatevi e
lasciate la presa. “Visualizzate il movimento di un’onda che va e viene e rilassa-
tevi. Galleggiate su questo movimento ondulatorio infinito. ”
PRATICA: Praticate la tecnica precedente che consiste nell’allar gare il centro
dell’ombelico. Non lamentatevi del lavoro che la vita vi ha dato. Coltivate un
atteggiamento ottimista. Vedete la vostra vita e il vostro lavoro sotto una nuova
luce.

160
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

30. KANTHA-KUPE KSUT-PIPASA-NIVRTTIH


KANTHA = la gola
KUPE = il pozzo; la gola, la cavità
KSUDH = la fame
PIPASA = la sete
NIVRTTIH = la cessazione, la scomparsa

(Con la comunione) con la cavità della gola, si raggiunge la cessazione della


fame e della sete.
Il VISUDDHI CHAKRA, situato nella gola, è il centro della visualizzazione. La fame
e la sete sono soprattutto una funzione della nostra immaginazione e una abitudi-
ne. Mangiare e bere procurano una soddisfazione immediata e alleviano la so f f e-
renza emozionale, la depressione o la frustrazione. Si può pertanto eliminare
praticamente l’impulso di mangiare e di bere, alleviando questo bisogno emozio-
nale direttamente con la neutralizzazione del CHAKRA della gola ( VISUDDHI
CHAKRA).

PRATICA: Praticate i MANTRA, le ASANA e i DHYANA KRIYA per risvegliare il CHAKRA


della gola. Lasciate i desideri. Controllate la vostra tendenza a mangiare e a bere
per alleviare le vostre emozioni. Mangiate solo quando avete fame. Comunicate
quello che sentite.

31. KURMA-NADYAM STHAIRYAM


KURMA = la tartaruga
NADI = il canale di energia sottile; il cammino del prana nel corpo
STHAIRYAM =l’immobilità; la fermezza; la stabilità

(Con la comunione) con il canale della tartaruga, (si raggiunge) l’immobilità.


Il canale della tartaruga (KURMA NADI) è uno dei principali canali di energia (NADI)
nel corpo vitale. E’ situato sotto la gola. Praticare il SAMYAMA nel canale della
tartaruga porta l’immobilità e la stabilità durante la meditazione.
La tartaruga simbolizza il luogo dove il paradiso e la terra si congiungono.
Il carapace superiore della tartaruga è il simbolo del paradiso e il suo ventre
quadrato è il simbolo della terra. La tartaruga è associata al ciclo lunare, alla
Madre prima e all’essenza prima. Quando cominciamo a vedere il modo in cui
tutte le cose sono collegate, realizziamo che il cammino del paradiso passa per la
terra.

161
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

PRATICA: Ponete l’epicentro del mentale su questo canale della tartaruga (KURMA
NADI), utilizzando il sesto DHYANA KRIYA (NADI DHYANA) e fate esperienza della
calma interiore.

32. MURDA-JYOTISI SIDDHA-DARSANAM


MURDHA = la testa
JYOTISI = nella luce; il lampo di luce
SIDDHA = colui che ha raggiunto la perfezione, l’essere realizzato
DARSANAM = la visione

(Con la comunione) con la luce (della cor ona del)la testa, si ottiene una
visione degli esseri perfetti.
Il corpo fisico di ogni persona emette una luce. Con la pratica dello Yoga questa
luce si sviluppa progressivamente e si può vedere una luce intensa tutto intorno
alla testa, particolarmente sopra la testa. Non siamo limitati al corpo fisico. La
sede dell’Essare Supremo è situata sopra la corona della testa. Con il SAMYAMA
sulla luce alla sommità della testa, possiamo avere delle visioni dei maestri su-
premi e degli altri esseri divini.Al versetto 194 del ‘Tirumandiram’:
L’ape che cerca il nettare, vola in alto per raggiungere il suo fiore in alto,
E di conseguenza aspira il succo profumato;
Nello stesso modo, quelli che cercano la grazia divina benedetta,
Aspirano alla Luce al di là del nostro campo visuale.
Quando penetrate la luce (JYOTIS) sopra la corona della testa (MURDHA), non c’è
differenza tra soggetto e oggetto, tranne quando immaginate la vostra individua-
lità. La luce degli esseri perfetti è accessibile immediatamente alla maggioranza
degli studenti dello Yoga, anche senza che abbiano bisogno di perfezionare la
tecnica. La luce delle scritture degli esseri perfetti ci rischiara. E’ una luce tangi-
bile, nella quale potete immergervi ogni volta che aprite i loro libri Sri
. Aurobindo
afferma “La Parola ha del potere, anche una parola ordinaria ha del potere. Se è
una parola ispirata allora ha ancora più potere. Il potere che possiede dipende
dalla natura dell’ispirazione, dal tema e dalla parte dell’essere che
tocca. Se è la Parola stessa di alcuni passaggi dei grandi testi sacri, dei ‘Veda,’
delle ‘Upanishad,’ della ‘Gita,’ essa può anche avere il potere di risvegliare un
impulso spirituale e favorire certi tipi di realizzazione.”

162
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

PRATICA; Studiate con devozione le opere sacre degli Esseri Illuminati e degli
Esseri perfetti. Saranno per voi fonte quotidiana di ispirazione e di consigli
personali. I loro consigli arriveranno al momento buono. Praticate lo SVARUPA
JYOTI SAMADHI DHYANA KRIYA insegnato durante l’iniziazione al terzo livello del
Kriya Yoga di Babaji.

33. PRATIBHAD-VA-SARVAM
PRATIBHAD = un flash di illuminazione; l’intuizione; un flash d’intuizione
spontaneo e diretto
VA = o
SARVAM = tutto

Oppure tutti (i poteri arrivano da se stessi in) un flash di illuminazione.


Il flash di illuminazione (PRATIBHA) è una esperienza, una idea di quello che può
arrivare più tardi: l’illuminazione durevole o assorbimento cognitivo non distin-
to (asamprajnatah samadhi).Anche senza praticare SAMYAMA, tali poteri possono
venire spontaneamente e accompagnare questo flash di illuminazione. L’oscurità
della coscienza umana ordinaria è disintegrata in questa infusione di luce di co-
scienza.
Quando hanno domandato a Sri Aurobindo se fosse efficace il metodo di
meditazione errante, metodo che consiste nel sedersi e lasciare arrivare l’ispira-
zione degli dei e delle dee, egli rispose “che è il metodo in cui si presume che le
cose arrivino. Quando il mentale diventa silenzioso, si presume che si presenti
una intuizione, perfetta o imperfetta, all’inizio incostante, poi si installa e riguar
-
da tutto intorno. Sicuramente non è il solo modo possibile.Tutto quello che ho
scritto dopo il 1909, l’ho scritto in questo modo o piuttosto grazie a un mentale
silenzioso, e non solo con un mentale silenzioso ma con una coscienza silenziosa.
Ma gli dei e le dee non hanno niente a che vedere con questo.” 6

PRATICA: Siate coscienti delle ispirazioni che arrivano a voi quando il vostro
mentale è silenzioso. Non c’è bisogno di essere seduti in un asana perfetto per
avere un mentale silenzioso. Può succedere mentre si guida o si lavano i piatti.
Notate che le attività che non richiedono sforzi intellettuali, ci rendono più ricettivi.

34. HRDAYE CITTA SAMVIT


HRDAYE = al cuore; la base delle emozioni e delle sensazioni

163
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

CITTA = la coscienza
SAMVID = la conoscenza; la comprensione

(Con la comunione) sul cuor e, si raggiunge la conoscenza (della natura


del)la coscienza.
La coscienza (CITTA) si manifesta in un essere umano ordinario in tre stati: uno
stato di veglia (con i cinque sensi), in sogno (durante il sonno o svegli nella
immaginazione sul piano astrale) e nel sonno senza sogni. Esiste un quarto stato
(TURIYA) che è lo stato di coscienza fondamentale e trascendentale. Questo quarto
stato è accessibile solo portando la nostra attenzione sul cuore, non sull’or gano
fisico del cuore ma sul centro del nostro essere, che sul piano fisico è situato in
mezzo al petto. Da questo punto di vista possiamo distinguere oggettivamente gli
altri stati di coscienza, quando in generale si è semplicemente assorbiti nel loro
seno, incoscienti.
PRATICA: Durante la meditazione, focalizzate la vostra concentrazione sulla regione
centrale del cuore (non il cuore fisico).

35. SATIVA-PURUSAYOR-ATYANTA-ASAMKIRNAYOH PRATYAYA-AVISESAH BHOGAH PARA-


ARTHATVATSVA-ARTHA SAMYAMAT PURUSA-JNANAM
SATTVA = lo stato di essere; il prodotto di PRAKRTI; qui un essere manifesto
nella natura
PURUSA = il Se; il testimone inattivo; l’anima; umano, il carattere umano
primitivo come sorgente di ogni cosa
ATYANTA = perfetto, senza fine, intatto, perpetuo, eccessivo, molto grande
ASAMKIRNA = senza mescolanze, non improprio, non confuso, puro
PRATYAYA = la coscienza, l’intenzione; la nozione fondamentale
AVISESO = indistinto
BHOGAH = l’esperienza, l’uso, l’applicazione, l’esperienza risultante
PARA = opposto, ulteriore, più lontano di, più di, superiore o inferiore a
ARTHA = l’oggetto, lo scopo, l’intenzione
PARA-ARTHATVAT = a causa (di essere) dipendente da qualcun altro; il più
gran vantaggio; qui: il pensiero riposto
SVA-ARTHA = il proprio scopo; per essa stessa
PURUSA = il Se; umano, il carattere umano primitivo come sorgente di
ogni cosa

164
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

JINANAM = la conoscenza
(Quando c’è) un secondo fine, l’esperienza risultante è (che non c’è)
distinzione (tra) la coscienza dell’esser e manifesto nella natura e il Sè;
(quando si pratica) la comunione per sé stessa, (si acquisisce) la conoscenza
di Sè.
La natura (PRAKRTI) ha tre modi di manifestarsi (TRI-GUNAS), cioè l’attività (RAJAS);
l’inerzia (TAMAS) e il fatto di essere (S ATTVA). SATTVA implica anche l’equilibrio,
l’equanimità e include la parte più sottile della natura manifesta: l’intelletto. La
coscienza umana ordinaria, a causa del velo dell’ignoranza, è confusa e non
riesce a distinguere tra il nostro Sé puro, che non è implicato nelle manifestazio-
ni, e il nostro insieme corpo-mentale. Con la comunione (SAMYAMA) su questa
distinzione tra il Sé Puro (PURUSA) e la manifestazione della Natura (PRAKRTI) al
livello più sottile del nostro essere (SATTVA), possiamo comprendere cosa è il Sé.
PRATICA: Durante le vostre attività di lettura, studio e riflessione intellettuale,
mantenete la coscienza interiore sveglia e in secondo piano, osservando come un
testimone il gioco delle parole e delle idee. Imparate e praticate ilNITYANANDA
KRIYA, insegnato durante la iniziazione al secondo livello del Kriya Yoga di Babaji.

36. TATAH PRATIBHA-SRAVANA-VEDANA-ADARSA-ASVADA-VARTAH JAYANTE


TATAS = di conseguenza
PRATIBHA = l’intuizione; divinazione; qui: i flash spontanei di intuizione
SRAVANA = capire, concernente o percepito con l’orecchio
VADANA = toccare, provare, sentire
ADARSA = vedere, l’atto di percepire con gli occhi
ASVADA = gustare, assaporare, mangiare
VARTA = sentire
JAYANTE = sono nati o sono prodotti

Di conseguenza sopraggiungono dei flash spontanei di intuizione (basati


su) udito, tatto, vista, gusto e odorato.
Con riferimento al versetto III.35, la conoscenza di Sé raggiunta con la comunio-
ne (SAMYAMA) sulla distinzione tra il Sé (PURUSA) e l’Essere (SATTVA), può genera-
re i poteri di chiaroveggenza, chiarudienza, chiarsentenzia ecc. Quando noi ci
identifichiamo col Sé, che è Divino, allora il nostro potere circola nelle nostre
facoltà sottili latenti.

165
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

PRATICA: Coltivate la visione e l’udito interiori, praticando il INAI RUPA DHYANA


KRIYA (letteralmente “la forma in movimento”) e il PURNA BHAVA DHYANA KRIYA
(letteralmente “piena di emozioni”) insegnati durante l’iniziazione al primo livello
del Kriya Yoga di Babaji, e praticate i KRIYA avanzati concernenti i SIDDHIS.

37. TE SAMADHAU-UPARGAH VYUTTHANR SIDDHAYAH


TE = questi ( SIDDHIS)
SAMADHAU = nell’assorbimento cognitivo
UPASARGAH = l’ostacolo, la difficoltà
VYUTTHANE = alzarsi, svegliarsi, rivelare, fare posto; qui: nello stato di
veglia
SIDDHAYAH = le acquisizioni, il successo, la performance, la realizzazione,
la perfezione
Queste acquisizioni sono degli ostacoli all’assorbimento cognitivo, ma sono
poteri nello stato di veglia.
Non bisognerebbe attaccarsi a questi poteri (SIDDHIS) anche se dal punto di vista
materiale possono sembrare meravigliosi. Farne il proprio scopo non farà che
ritardare la padronanza dell’assorbimento cognitivo ( SAMADHI). Lasciateli
venire ma lasciateli anche andare. Essi sono indicatori lungo il cammino ma non
sono assolutamente necessari.
La Madre, a proposito dei poteri ( SIDDHIS): “questi poteri, questi doni,
queste costruzioni e queste manifestazioni, mi ricordano tutti la vita di un
giocoliere itinerante. Come un giocoliere voi andate di fiera in fiera ad esibire le
vostre prodezze. Ci fu un tempo in cui apprezzavo molto tutte queste cose che
sviluppavano la mia immaginazione perché potessi presentarle al Signore. Ma
non è necessario.” Si diventa entusiasti, è come le bolle di champagne, ma questo
complica le cose e maschera l’essenziale. Dovete aspettare che le bolle scompa-
iano per rimettervi in cammino, con calma, sulla via che porta allo scopo.
PRATICA: Praticate loYoga senza attaccarvi ai risultati.

38. BANDA-KARANA-SAITHILYAT PRACARA-SAMVEDANAT CA CITTASYA PARA-SARIRA-AVESAH


BANDHA = il legame, il ritiro, l’asservimento
KARANA = la causa, la ragione, l’intenzione, l’origine
SAITHILYAT = a causa di o dovuto all’allentamento

166
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

PRACARA = presentarsi, mostrarsi, la manifestazione, l’apparenza


SAMVEDANAT = a causa di o dovuto alla conoscenza
CA = e
CITTASYA = del mentale o della coscienza
PARASARIRA = un altro corpo o incarnazione
AVESAH = l’entrata, prendere possesso di, entrare

Con l’allentamento della causa dell’asservimento e con la conoscenza della


manifestazione, si può produrre l’entrata in un altro corpo cosciente.
Questo si chiama PRAPTI ed è uno degli otto grandi poteri indicati in molti testi di
Yoga, compreso il versetto 668 del ‘Tirumandiram’:
Diventare minuscolo come l’atomo all’interno dell’atomo A( NIMAN)
Diventare enorme in proporzioni inimmaginabili (MAHIMAN)
Diventare leggero come il vapore nella lievitazione (LAGHIMAN)
Entrare in altri corpi nella trasmigrazione (PRAPTI)
Essere in ogni cosa, penetrare ogni cosa (PRAKAMYA)
Essere il Signore onnipotente di tutta la creazione (I S ITA)
Essere onnipresente e dovunque (VASITA)
Realizzare ogni voto o ogni desiderio (KAMAVASAYITA)
Ecco gli otto Grandi SIDDHIS
Nel suo poema ‘La Storia della Vita Oceanica’ Siddha Boganathar, descrive
come aveva trasmigrato in un altro corpo per compiere la sua missione in Cina.
Tirumular stesso racconta di avere trasmigrato nel corpo di un vaccaro morto di
nome Mulan. (TM versetto 68).
Essi l’avevano fatto per assolvere il loro dovere ( DHARMA). Il GURU di
Boganathar, Kalangi Nathar, gli aveva chiesto di prendersi carico della sua
missione in Cina e dopo aver cominciato il suo lavoro là, realizzò che era neces-
sario cambiare il corpo per compiere il lavoro. Tirumular parla anche della
missione che SIVA gli aveva dato nel sud dell’India e spiega perché aveva dovuto
trasmigrare nel corpo del vaccaro morto, chiamato Moolar. Sebbene in questa
vita non saremo probabilmente mai chiamati a trasmigrare in un altro corpo,
possiamo tuttavia prepararci per la nostra prossima vita visualizzandola, cercan-
do l’ispirazione e mettendo ordine nel nostro attuale inventario di KARMA, perché
essa sia più facile.

167
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

PRATICA: Lasciate che il piano Divino Si realizzi attraverso voi.Visualizzate le


condizioni ideali della vostra prossima vita.

39. UDANA-JAYAT-JALA-PANKA-KANTAKA-ADISU ASANGA UTKRANTIS-CA


UDANA = la forza vitale nella parte superiore del corpo; soffio che sale,
uno dei cinque soffi vitali; l’emissione del soffio verso l’alto
JYAT = a causa di, per o dovuto alla padronanza; la vittoria
JALA = l’acqua
PANKA = la boa
KANTAKA = la spina
ADISU = e così di seguito
ASANGAH = non attaccato, libero da ogni catena, indipendente;
l’impermeabilità
UTRANTIH = uscito, andato al di là; qui: la levitazione
CA = e

Con la padr onanza della forza vitale nella par te superiore del corpo (il
praticante acquisisce il potere del)la impermeabilità alla acqua, al fango e
alle spine (così come il potere del)la levitazione.
Si identifica la corrente della forza vitale (PRANA) secondo le cinque regioni del
corpo: (1) PRANA, nella regione del cuore; (2) SAMANA, nella regione addominale;
(3) APANA, nella regione pelvica e delle gambe; (4)UDANA, nella testa e nel collo;
(5) VYANA, che penetra tutte le parti del corpo. La Comunione (SAMYAMA) con la
forza vitale nella parte superiore del corpo permette la levitazione del corpo,
chiamata anche LAGHIMA, e costituisce uno degli otto grandi SIDDHIS citati nel
versetto 668 TM.
La Madre afferma che il controllo del soffio (PRANAYAMA) avendo in testa
l’idea di raggiungere dei poteri, non fa che distruggere tutto. Praticate il PRANAYAMA
solo per aiutarvi a progredire. Dirigere il PRANA nelle parti malate del corpo è
molto benefico, questa tecnica chiamata PRANA SAHITCHAY KRIYA è insegnata du-
rante l’iniziazione al secondo livello del Kriya Yoga di Babaji. La padronanza
delle forze vitali o dei diversi tipi di PRANA, afferma la Madre, è come se il Signo-
re entrasse nel corpo sotto forma di aria, e quando è mantenuta all’interno, tutta
questa aria comincia a penetrare successivamente in tutti gli altri corpi per fare il
suo lavoro molto agevolmente e con sicurezza e con un potere tranquillo, in

168
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

modo sereno e confortevole. 7 Sebbene gli asceti possano senza alcun dubbio
diventare fisicamente impermeabili alle spine, al fango, agli insetti ecc., in modo
simbolico possiamo paragonare l’acqua alle emozioni, il fango a ciò che copre la
luce del Sé e associare le spine al cammino cosparso di spine, che diventa doloro-
so quando facciamo passi sbagliati e riprendiamo le nostre vecchie e cattive
abitudini psicologiche.
PRATICA: 1. Praticate PRANA SATCHITCHAY KRIYA, e gli altriKRIYA di auto guarigione
insegnati durante le iniziazioni al secondo e terzo livello del Kriya Yoga di Babaji.
2. Praticate SUDDHI DHYANA KRIYA e il ritiro del sensi P( RATYAHARA) in meditazione
profonda, come durante le iniziazioni del primo livello. 3. Quando scoprite in voi
dei turbamenti, affermate: “Signore, tocca a voi liberarmi da queste abitudini. Io
non posso farlo da solo.” Quando queste cose ci lasciano, la nostra coscienza è
trasformata. In quel preciso momento, dovremmo sentirci più “leggeri dell’aria.”

40. SAMANA-JAYAJ-JVALANAM
SAMANA = la forza vitale nella regione addominale del corpo
JAYAT = a causa della padronanza
JVALANAN = il lampo, lo splendore

Con la padronanza della forza vitale nella regione addominale, (si ottiene)
lo splendore.
Questo splendore può essere causato dalla comunione (SAMYOGA) con la forza
vitale (PRANA) in questa regione (SAMANA), o può risultare dall’effetto di una re-
spirazione che stimola il plesso solare. Il serbatoio o involucro vitale che circon-
da il corpo fisico è allora riempito. Invecchiando, questo serbatoio normalmente
si vuota e l’aura diventa progressivamente più spenta o anche scolorita in caso di
malattia.
Paragonate questo con ciò che dice a proposito il versetto 689 del TM:
Tutto il giorno il SIDDHA resta nel controllo del Sé (VASITVA)
Splendendo come il Sole,
Se acquista la rara visone del Vero Essere
Il suo corpo diventa d’oro
I suoi organi dei sensi, morti
Ed egli vede la sakti
Che appare come una tenera vite

169
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

Combinando il PRANA che scorre verso l’alto, e quello della regione della pelvi e
delle gambe, L’APANA, che scorre verso il basso e facendoli salire entrambi, il
fuoco di TAPAS comincia a magnetizzare il corpo e l’aura si sviluppa.
PRATICA: Praticate il KRIYA KUNDALINI PRANAYAMA come un mezzo per sviluppare
una salute eccezionale, forza e splendore.

41. SROTA-AKASAYOH SAMBANDHA-SAMYAMAD-DIVYAM SROTRAM


SROTA = l’orecchio
AKASAYOH = e l’etere
SAMBANDHA = la relazione, il legame, l’unione
SAMYAMAT = a causa di, dovuto a, o dovuto alla comunione
DIVYAM = divino
SROTRAM = sentire, qui,DIVYAM-SROTAM significa “la chiarudienza”

(Dalla comunione) sulla relazione tra orecchio ed etere, nasce la chiaru-


dienza.
Il suono viaggia attraverso l’etere o lo spazio. Nella chiarudienza si separa il
senso dell’udito dall’organo sensoriale, l’orecchio e si colloca mentalmente il
centro della coscienza verso un posto lontano “attraverso lo spazio”per così dire.
In seguito si ascoltano i suoni che si producono. Questo metodo richiede molto
allenamento, ma può anche prodursi spontaneamente; (come al versetto III.33.).
E’ utile sviluppare le attitudini naturali dei nostri sensi sottili. Il metodo per
sviluppare il senso sottile della chiarudienza comincia con l’intenzione di svilup-
parlo. La Madre spiega come possiamo “udire quello che c’è dietro un suono”
contattando la realtà sottile che risiede dietro il suono.Vi concentrate e udite poi
quello che c’è dietro di lui. Occorrono molti mesi di allenamento e molta pazien-
za.
PRATICA: Affermate la vostra intenzione di diventare chiarudienti. Praticate i KRIYA
avanzati per sviluppare la chiarudienza, insegnati durante l’iniziazione al terzo
livello del Kriya Yoga di Babaji.

42. KAYA-AKASAYOH SAMBANDHA-SAMYAMAT LAGHU-TULA-SAMAPATTEH CA AKASA-


GAMANAM
KAYA= il corpo
AKASA = lo spazio, l’etere; il substrato dei suoni; un buco; zero
SAMBANDHA = la relazione

170
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

SAMYAMAT = a causa di o dovuto alla comunione


LAGHU = leggero
TULA = la fibra di cotone
SAMPATTEH = a causa di o dovuto all’unione; qui: l’assorbimento cognitivo
CA = e
AKASA = lo spazio, l’etere; il substrato dei suoni; un buco; zero
GAMANAN = il movimento, andare da

(Con la comunione) sulla relazione tra il corpo e lo spazio, e (restando in


uno stato di) assorbimento cognitivo (focalizzato su) (oggetti) leggeri, (come
il) cotone, (si ottiene il potere di viaggiare attraverso) lo spazio.
Ecco un altro riferimento alla levitazione, il potere della leggerezzaLAGHIMA
( ),
menzionato al versetto III.38. Generalmente, nella coscienza ordinaria, noi
ignoriamo l’etere, anche se costituisce lo sfondo fondamentale a partire dal quale
il corpo e in realtà tutte le manifestazioni, si producono. Unificando (SAMAPATTIH)
la propria coscienza e il proprio essere con l’etere ( AKASAH), il corpo ( KAYA) stesso
trascende la legge di gravità e si può muovere a volontà.
La Madre dice che aveva l’abitudine, benchè costretta a letto, di allenarsi a
viaggiare attraverso lo spazio di molte camere, per vedere cosa succedeva in un
altro locale. Restava immobile, chiudeva gli occhi e progressivamente proiettava
la sua coscienza all’esterno. Faceva questo esercizio regolarmente, un giorno
dopo l’altro a una data ora. Ci raccomanda di utilizzare all’inizio la nostra
immaginazione, poi diventerà reale. A un certo punto sentiremo che la nostra
visione si sposta fisicamente.8
PRATICA: Praticate i SAMADHI KRIYA insegnati durante l’iniziazione del terzo livello
del Kriya Yoga di Babaji, e in questo stato, concentratevi su un oggetto leggero,
come il cotone, la seta o una piuma.

43. BAHIR-AKALPITA VRTTIR MAHA-VIDEHA TATAH PRAKASA-AVARANA-KSAYAH


BAHIR = esteriore; non essenziale; le membra esterne
AKALPITA = inconcepibile
VRTTIH = le fluttuazioni (che emergono nella coscienza, cioè CITTA-VRTTIH)
MAHA = grande
VIDEHA = il fatto di essere senza corpo, incorporale, la morte (vedere I.19)

171
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

TATAH = da dove; a partire da là, in seguito, in conseguenza


PRAKASA = la luce
AVARANA = il velo
KSAYAH = la distruzione; la diminuzione; la fine; in senso figurato “perdere”

Durante questa grande esperienza fuori dal corpo, le fluttuazioni che


emergono nella coscienza sono inconcepibili per chè esse sono per cepite
come esterne a questo corpo, e a partire da ciò, scompare il velo che copre
la luce del Sè.
A causa dell’egoismo, lasciamo che la nostra coscienza si perda in una nube di
pensieri che è così spessa da oscurare generalmente il nostro vero Sé, che possie-
de una qualità di luce ( PRAKASA). Con la comunione (SAMYAMA) con l’etere (AKASA,
come nel versetto III.41 e III.42) si trascende questa nuvola e proprio dietro si
vede la Luce del Sé.
Riferendosi alla sua esperienza straordinaria fuori dal corpo,la Madre spie-
ga “durante tutta l’esperienza, la individualità attuale non esisteva più, questo
corpo non esisteva più, non aveva limiti. Io non c’ero più, non restava che ‘La
Persona.’ Quando aveva lasciato il suo corpo, questo non significava che aveva
lasciato la sua coscienza fisica. Il suo contatto col modo terrestre era rimasto lo
stesso. Ella spiega che quando vi elevate a una certa altezza, l’apparenza del
corpo perde rapidamente la sua realtà. Là in alto l’apparenza esteriore è molto
illusoria. La nostra forma particolare, quella che percepiamo con gli occhi è molto
superficiale. A partire dal mondo vitale e al di là, è completamente diverso.”8

PRATICA: Praticate i SAMADHI KRIYA, insegnati durante l’iniziazione del terzo livello
del Kriya Yoga di Babaji, meditando su questo versetto.

44. STHULA-SVARUPA-SUKSMA-ANVAYA-ARTHAVATTVA-SAYAMAD-BHUTA-JAYAH
STHULA = grossolano, solido, materiale
SVARUPA = la propria forma, l’essenza
SUKSMA = sottile
ANVAYA = correlato; il legame; essere legato a
ARTHAVATTVA = lo scopo, l’importanza
SAMYAMAT = a causa di o dovuto alla comunione
BHUTA = gli elementi
JAYA = la padronanza

172
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

Con la comunione con gli oggetti (della natura) ai piani grossolani e sottili,
e con la loro essenza, le lor o relazioni e il loro scopo, si ottiene la padronanza
dei cinque elementi.
Gli oggetti (VISAYAH) nella natura, esistono a diversi livelli.A livello grossolano
possono essere percepiti dagli organi dei sensi (INDRIYANI); essi prendono anche
una forma sottile; sono anche in relazione con altri oggetti e servono a qualcosa.
Si potrebbe dire che gli elementi della natura, la terra ( PRTHVI), l’acqua
(AP), il fuoco ( TEJAS), l’aria ( VAYU) e l’etere ( AKASA) sono distinti e hanno una
composizione diversa. Secondo la scienza, la materia è ener gia in movimento.
Gli Esseri Illuminati affermano che l’energia (PRAKRITI) è la forza della Coscien-
za in movimento. Il Divino esiste in ogni cosa, anche se la sua presenza è velata.
Tutto esiste nel Divino. Il Divino crea tutte le combinazioni possibili. Noi vedia-
mo le cose e le loro forma specifiche. Non crediamo che una cosa possa esistere
e non esistere nello stesso momento. La materia può essere vista in una maniera
ordinaria e nello stesso tempo può essere percepita in un’altra maniera.
Sri Aurobindo afferma “Voi capirete un giorno che la materia stessa non è
materiale, non è una sostanza, ma una forma di coscienza, GUNA, il risultato della
qualità dell’essere, percepito con la conoscenza dei sensi.” 9
PRATICA: Il SAMADHI KRIYA, insegnato durante l’iniziazione al terzo livello del
Kriya Yoga di Babaji, restando in comunione con oggetti della natura.

45. TATO NIMA-ADI-PRADURBHAVAH KAYA-SAMPAT-TAD-DHARMA-ANABHIGHATAS-CA


TATAH = da ciò, in conseguenza
ANIMA-ADI = il potere di diventare minuscolo come un atomo e così via
PRADURBHAVA = l’apparenza; ciò che è visibile
KAYA = il corpo
SAMPAD = la perfezione, il successo, il raggiungimento
TAD = ciò
DHARMA = la natura, il carattere, la qualità essenziale, ciò che è stabilito o
mantenuto, la virtù, la religione
ANABHIGHATAH = la non-ostruzione; il fatto di essere inattaccabile
CA = e

(Arriva) poi la manifestazione dei poteri come la perfezione del corpo e


l’invulnerabilità delle sue funzioni.

173
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

Patanjali si riferisce all’inizio a uno degli otto celebri siddhis, chiamato il potere
di “diventare minuscolo come l’atomo al centro dell’atomo” (ANIMA). I Siddha
erano scienziati di alto livello ed erano in grado di esplorare non soltanto il siste-
ma solare ma anche la Natura a livello della particella subatomica. Molte delle
loro scoperte corrispondono a quelle della fisica attuale.
A proposito degli “altri” si riferisce agli altri otto grandi poteri, che sono
dati nel commento al versetto III.35 e in altri testi di Yoga (vedere i versetti 668-
93 del ‘Tirumandiram’ per una loro descrizione completa). Le interpretazioni
tradizionali di questi poteri differiscono secondo i testi.MAHIMA può significare il
potere di estendere la propria coscienza nella forma o nell’estensione più grandi.
LAGHIMA può significare il potere della levitazione o rendere il corpo leggero a
volontà, o la padronanza dell’elemento aria.PRAPTI è il potere di trasmigrazione
in un altro corpo o di estendere il corpo sottile o le sue membra (compreso il
viaggio astrale), o il potere di ottenere dovunque ogni obbiettivo desiderato.
PRAKAMYA è il potere di essere in tutte le cose, di impregnare tutto; il potere di
apprezzare tutto ciò che è sentito o visto; il potere di esercitare una volontà irre-
sistibile sul mentale degli altri; o il potere di ottenere un aspetto giovane più a
lungo che normalmente.Vasitva è il potere di essere il signore di ogni creazione,
il potere di controllare e di creare, il potere del mentale sull’illusione ( MAYA).
ISITRTVA è il potere di essere presente contemporaneamente dappertutto; il potere
di comandare e controllare, che risulta dal non attaccamento agli oggetti.
KAMAVASAYITVA è il potere di realizzare ogni voto o ogni desiderio compreso il
desiderio supremo, la realizzazione del Sé; la perfezione del corpo e l’invulnera-
bilità delle sue funzioni.
Tirumular ne parla in molti versetti:
Il Fuoco che ho visto nellaKUNDALINI splende in quattro KALAS;
Il PRANA che ho acceso e portato attraverso i sette Centri
Invade tutto il corpo,
Di una vita divina che spande l’ambrosia del corpo di carne,
Io divento un tenero cerbiatto. (TM 738)
Quelli che operano l’unione mistica
Con la SAKTI interiore di colore azzurro
Non avranno più capelli bianchi o rughe
E riguadagneranno una giovinezza che tutti potranno vedere;
Quello che dico è vero, per Nandi il Grande. (TM 734)

174
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

Il respiro che si è esteso fino a dodici MATRAS,


Se lo controllate e lo assorbite all’interno,
Potrete vivere mille anni sulla terra e sul mare,
Il corpo non muore;
Questo è vero;
Io lo giuro sul SignoreNandi. (TM 722)
Versetti come questi appaiono in tutta la letteratura dei diciotto Siddha dello
Yoga tamil, che sono personaggi leggendari della cultura dravidica del sud del-
l’India, e dei quali si dice che sono sempre vivi, e questo da secoli e secoli.
10

Invece che concentrarsi a sviluppare iSIDDHIS, ci si può concentrare sulla


crescita e l’evoluzione. Queste meraviglie del mondo, così come sono conosciu-
te, quello che i santi e i maestri hanno manifestato, sono esempi che ci mostrano
il nostro potenziale e le capacità che possiamo sviluppare. Sono semi che fiori-
ranno al momento giusto, nel posto giusto e presso le persone giuste.
Sri Aurobindo e la Madr e “L’aspetto fisico e l’aspetto fisico sottile,
sembrano fondersi, come se si impregnassero l’uno dell’altro. La sostanza mate-
riale fisica non ha più il tipo di densità non ricettiva che resiste alla penetrazione.
La vibrazione dell’uno può cambiare la qualità dell’altro. L’aspetto fisico sottile
sembra distribuire il suo potere, la sua luce e la sua capacità di coscienza secon-
do il grado di ricettività della vibrazione puramente fisica. La penetrazione
diventa percettibile quando questo lavoro, quasi ininterrotto è fatto molto molto
progressivamente, per un lungo periodo di tempo e principalmente o unicamente
quando il corpo è tranquillo, quando ogni attività si arresta e il corpo è concen-
trato o immobile.o forse semplicemente passivo. E’ visibile. Infatti la penetrazione
modifica la composizione. Non è semplicemente il grado di sottigliezza che
cambia. E’ un cambiamento nella composizione interna. C’è alla fine un effetto
a livello atomico. E’ così che si può spiegare come questa trasformazione può
essere fisicamente possibile. In superficie è un lavoro molto umile. Niente di
sensazionale, non illuminazioni che vi riempiono di gioia, anche se è bene per le
persone che cercano gioie spirituali, ma questo appartiene al passato. E’ un lavo-
ro molto modesto. Il corpo ha difficoltà con le nuove combinazioni di vibrazioni.
Il corpo deve essere molto tranquillo, ben controllato, molto calmo, in caso
contrario proverebbe panico. Tutti i poteri SIDDHIS, tutte le realizzazioni, tutte
queste cose sono molto stravaganti, è un grande spettacolo spirituale. Ma non è
come questo. E’ molto modesto, molto discreto, molto umile, niente di ostentato.

175
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

Occorrono anni e anni di lavoro estremamente coscienzioso, in silenzio, in tutta


tranquillità, prima che si abbiano risultati tangibili, prima che si noti qualcosa.
Quelli che vogliono andare in fretta, se provano ad andare in fretta in questo
campo, perderanno il loro equilibrio. Non potete andare in fretta. ’ostinazione
L è
essenziale. Il corpo è ostinato, ed è quello di cui si ha bisogno.”
11

PRATICA: SVARUPA (SORUBA Tam.) JYOTI SAMADHI KRIYA e la tecnica della gioia
continua (NITYANANDA KRIYA) insegnati durante l’iniziazione al terzo livello del
Kriya Yoga di Babaji . Integrateli costantemente con i livelli fisici sottili,
silenziosamente, con pazienza e ostinazione.

46. RUPA-LAVANYA-BALA VAJRA-SAMHANANATVANI KAYA-SAMPAT


RUPA = la bellezza; una bella forma
LAVANYA = la grazia, l’eleganza
BALA = la forza
VAJRA = scoppio di tuono, potente, inflessibile, di conseguenza significa
l’indistruttibilità
SAMHANANATVANI = avere qualità di solidità, robustezza, fermezza; di
stabilità, di resistenza
KAYASAMPAT = la perfezione del corpo

La bellezza, la grazia, la forza e una resistenza straordinaria (costituiscono)


la perfezione del corpo.
Patanjali definisce qui ciò che intende per perfezione del corpo (vedere il verset-
to III.45) chiamato anche KAYA SIDDHI nella letteratura degliYoga Siddhars tamil.
Invece che denigrare il corpo o sottolineare la sua mortalità, Patanjali lo glorifi-
ca con qualità che non possono essere che divine (DIVYAM): magnifico (RUPA),
aggraziato (LAVANYA), e resistente (VAJRA-SAMHANANATVA).
Tirumular parla della “acquisizione del (la perfezione del) corpo ( KAYA
(SAMPAT) SIDDHI) nei versetti 724-796.

Se il corpo muore,PRANA se ne va,


E la Luce dellaVerità non sarà ugualmente raggiunta
Io ho imparato come curare il mio corpo
E così facendo, anche il mioPRANA. (TM 724)

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CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

Così la conservazione del corpo non è fine a se stessa ma un mezzo per avere più
tempo per terminare il processo di realizzazione del Sé.
Ci fu un tempo in cui disprezzavo il corpo
Ma poi ho visto Dio nel suo seno
E ho realizzato che il corpo è il tempio di Dio
E così ho cominciato a curarlo
Con una cura infinita. (TM 725)
Questo versetto celebra e nobilita il corpo umano e ci presenta il suo manteni-
mento come un atto di venerazione dell’Essere Supremo. Il corpo è un veicolo
sacro e la dimora del Signore.
Quelli che hanno raggiunto lo splendore un centinaio di volte
vivranno mille anni in un corpo robusto
E Quelli che hanno vissuto mille anni così
potranno sicuramente vivere un milione o un miliardo di anni.
(TM 758)
Egli afferma qui che è possibile vivere nel nostro corpo indefinitamente. Se il
Divino è eterno e se noi realizziamo il Divino, allora divideremo anche questa
eternità.
Nessuno sa dove risiede il Signore;
Per quelli che Lo cercano
Egli risiede eternamente all’interno
Quando vedrete il Signore
Lui e voi diventerete uno. (TM 766)
Ques’ultimo versetto riassume anche la filosofia dei Siddha tamil (SAIVA
SIDDHANTA): JIVA diventa SIVA, al contrario degliAdvaita Vedantins che direbbe-
ro “Io sono Brahman.” Per confrontare i due punti di vista su una stessa base,
l’ultimo considera tutte le cose come se fossero sommerse in un oceano, mentre il
primo vede le cose come onde alla superficie di un oceano. Per gli Advaita
Vedantins, il mondo è irreale; per i Saiva Siddhantins esso è reale, ma la sua
forma è temporanea.
I nostri corpi fisici sono costruiti in maniera tale che attirano istintivamente
esperienze dolorose. Perfezionare il corpo significa che si è in grado di far fronte
a ogni ostacolo, difficoltà o disgrazia e che si continua con fiducia. I pensieri
possono avere ripercussioni sul corpo. Siate coscienti del vostro stato fisico. Quan-

177
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

do non c’è nessuna reazione nel vostro corpo a un pensiero o a una emozione, e
neanche di dolore, allora sapete che il vostro corpo ha raggiunto la perfezione.
Secondo Chapple e Viraj: “La perfezione del corpo non proviene dal
raggiungimento di uno stato di buona salute, ma da una comprensione dell’opera
dei TATTVAS. (vedere ‘Bhagavad Gita’XIII 2-5).”12
PRATICA: Prendetevi il tempo di meditare sul benessere fisico. Siate coscienti di
quello che succede nel vostro corpo, comprese le cause emozionali di turbamento.
Utilizzate il NADHI DHYANA KRIYA per scoprire la fonte nascosta dei mali e dei
turbamenti, insegnata durante l’iniziazione al primo livello del Kriya Yoga di
Babaji. Praticate le 18 posizioni raccomandate da Babaji nel suo KRIYA HATHA
YOGA.

47. GRAHANA-SVARUPA-ASMITA-ANVAYA-ARTHAVATTVA-SAMYAMAD-INDRIYA-JAYAH
GRAHANA = afferrare; il potere di percezione
SVARUPA = la propria forma, la natura essenziale
ASMITA = l’ego; il senso dell’ “io”
ANVAYA = la correlazione; il legame; l’associazione
ARTHAVATTVA = l’importanza
SAMYAMA = a causa di o dovuto alla comunione
INDRIYA = l’organo dei sensi; il potere dei sensi, il potere corporale; l’occhio,
l’orecchio, il naso, la lingua e la pelle.
JAYA = la padronanza; la conquista, la vittoria, il trionfo; di conseguenza,
INDRIYA-JAYAH è “la vittoria o il ritiro sul potere corporale dei sensi.”

Con la comunione sul (potere di) percezione e sulla nostra natura essenziale,
e anche sull’ego, sulla lor o correlazione e il lor o scopo, si acquisisce la
padronanza degli organi dei sensi.
In precedenza si è parlato di sensi in termini di ritiro dei sensi (PRATYAHARA), del
ritirarsi dalle fonti di distrazione (versetti II.54 e II.55). Patanjali afferma qui
che si possono dominare i sensi, non distaccandosi o sopprimendoli ma svilup-
pando al massimo il loro potenziale. Questo è possibile quando si si comprende
totalmente, con la comunione col potere di percezione, lo scopo dei sensi, la loro
relazione col nostro vero Sé e col nostro ego. Generalmente ignoriamo questa
relazione perché siamo totalmente assorbiti in ogni dato sensoriale che ci si
presenta. Questo versetto parla della stessa cosa del versetto III.44, nel quale il

178
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

piano grossolano dell’essere è legato agli elementi, ma qui, in questo SUTRA, il


senso sottile dell’ego: il senso del “io” è legato agli or gani dei sensi.
Quando studiamo la nostra natura, siamo in grado di vedere quali sono le
impressioni del subcosciente (SAMSKARAS) e i desideri ai quali ci aggrappiamo in
ragione della nostra natura e del nostro ego. Può essere che ci si aggrappi al
nostro fervore religioso verso Dio e pensiamo che sia una buona cosa. O forse ci
aggrappiamo al nostro bisogno di aiutare gli altri, di essere al servizio in questo
mondo e pensiamo che sia una buona cosa. Il fatto è che aggrapparsi a ogni
desiderio, a ogni bisogno o ad ogni credo, viene dall’ego La
. Madre afferma che
la natura del mentale è prendere una parte e chiamarla il tutto ed escludere tutte
le altre parti. E’ segno di mancanza di pienezza e mancanza di maturità spiritua-
le.
PRATICA: Praticate i diversi DHYANA KRIYA che implicano i cinque sensi (PANCA-
INDRIYANI) insegnati durante l’iniziazione al primo e al terzo livello del Kriya
Yoga di Babaji. Cercate l’ispirazione e l’apertura dei sensi sottili. Praticate lo
Yoga delle Nove Aperture insegnato durante l’iniziazione al terzo livello per
purificare le attrazioni subcoscienti verso gli oggetti dei sensi.

48. TATO MANO-JAVITVAM VIKARANA-BHAVAH PRADHANA-JAYAS-CA


TATAH = così; in conseguenza
MANAS = il mentale
JAVUTVAM = la rapidità; la velocità, la prontezza
VIKARANABHAVAH = l’attitidine sensoriale soprafisica
PRADHANA = il creatore; la causa primaria, la Natura, la parte principale
ed essenziale di qualcosa; l’anima suprema; l’intelletto
JAYA = la padronanza
CA = e

Di là deriva la rapidità del mentale, l’attitudine sensoriale soprafisica e la


padronanza della causa primaria.
La padronanza degli or gani dei sensi (VIKARANA) comporta la padronanza della
loro corrispondente parte sottile. JAVITVA è una stato nel quale la coscienza può
rapidamente spostarsi tra i livelli mentali, dal subcosciente verso il sopracosciente.
PRADHANA è sinonimo di PRAKRTI o della Natura nella filosofia Samkhya, che
comprende almeno 24 elementi o principi. La comunione (SAMYAMA) con questi
porta la padronanza dei principi della natura (TATTVAS).

179
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

Una volta che conquistiamo la padronanza degli or gani dei sensi, è una
spece di liberazione perché siamo liberi da tutte le motivazioni. L’azione diventa
un oggetto, senza nessun attaccamento ai risultati, dunque senza conseguenze.
Quando si chiedeva un consiglio alla Madre: che fare a questo proposito o di
fronte a questa situazione? Ella rispondeva invariabilmente “fate quello che
volete, non ha importanza.”
PRATICA: Vedete la mano invisibile del Divino che vi guida. Abbiate
. la sensazione
di essere voi stessi uno strumento del Divino, senza orgoglio, facendo il vostro
dovere nel miglior modo possibile.

49. SATTVA-PURUSA-ANYATA-KHYATI-MATRASYA SARVA-BHAVA-ADHISTHATRTVAM SARVA-


JNATRTVAM CA
SATTVA = essere, la leggerezza, il fatto di essere, l’esistenza
PURUSA = il Sè
ANYATA = la distinzione, la differenza
KHYATIMATRA = semplice; qui: solamente
SARVA = soprattutto
BHAVA = gli stati dell’essere; l’esisternza
ADHISTTHATRTVA = la supremazia; letteralmente “avere la qualità di tenersi
al di sopra o per di sopra;” l sovranità
SARVA = tutti
JNATRTVA = l’onniscienza, letteralmente “lo stato di essere un jnatr (colui
che sa, intelligente e saggio), l’onniscenza
CA = e

Vedendo la distinzione tra il sè e il fatto di esser e, (il praticante) acquisisce


l’onniscienza e la supremazia su tutti gli stati (di esistenza).
Dopo l’acquisizione dei poteri descritti nei versetti precedenti, si può conquista-
re l’onnipotenza e l’onniscienza se si abbandona il desiderio di averle. Questo
paradosso è stato introdotto al versetto II.26, dove il discernimento ininterrotto
(VIVEKA-KHYATIR-AVIPLAVA) tra il Sé e il transitorio fu prescritto come il solo mez-
zo per raggiungere lo stato più elevato e senza germe (NIRBIJA) dell’assorbimen-
to cognitivo non distinto ( ASAMPRAJNATAH SAMADHI). Distinguendo il Sé dello
stato di “essere,” colui che può esercitare l’onnipotenza (SARVA-BHAVA-
ADHISTHATRTVAM) o l’onniscienza (SARVA-JNATRTVAM) le lascia indietro. Detto in

180
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

modo succinto “quando abbandonate tutto, ottenete tutto.” Oppure, “quando


diventate sufficientemente puri per acquistare il potere di spostare le montagne,
non avete più voglia di spostarle, esse restano al loro posto.”
PRATICA: Praticate NIRVIKALPA SAMADHI KRIYA, insegnato durante l’iniziazione al
terzo livello del Kriya Yoga di Babaji, fino al momento in cui, ripetendo la pratica
(ABHYASA), non si stabilisca in permanenza all’interno, in tutti gli stati. In seguito
si è guidati dall’interno.

50. TAD-VAIRAGYAD-API DOSA-BIJA-KSAYE KAIVALYAM


TAD = quello; questo
VAIRAGYAT = a causa di o dovuto al non attaccamento
API = stesso
DOSA = l’ostacolo, il pregiudizio, l’errore
BIJA = il seme
KSAYE = nella distruzione
KAIVAYLAM = la libertà assoluta (vedere IV .34), l’unità assoluta, la
beatitudine, il distacco da tutti gli altri legami; il fatto di essere solo
Distaccandosi anche (dai SIDDHIS dell’onniscienza e dell’onnipotenza con)
la distruzione del seme di questo ostacolo, viene la libertà assoluta.
Un pensiero è una freccia tirata sulla verità; essa può toccare un punto ma non
può coprire l’intero bersaglio. Ma l’arciere è troppo soddisfatto del suo successo
per chiedere di più. Questa immagine è perfetta per quelli che immaginano di
aver trovato la Verità, semplicemente perché sono riusciti a toccare un punto.
Non è sufficiente. Si devono conoscere tutti i punti di vista e l’utilità di tutte le
cose. Tutto è utile e al suo posto. Non si possono avere pensieri conflittuali.
Vedete il tutto senza divisione. Non bisogna fare delle scelte. Non c’è che una
sola visione di QUELLO.
“Quando siete nello stato di ricevere questo, ricevete dal Divino la relazio-
ne Totale che siete in grado di avere; non è una divisione, né un ruolo, né una
ripresa, ma unicamente ed esclusivamente la relazione che ciascuno è in grado di
avere col Divino. Così, da un punto di vista psicologico,Voi Solo avete questa
relazione diretta col Divino. Si è soli col Supremo.” (Quaderno della Madre,
8-22-56)

181
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

Tirumular definisce la liberà assoluta (KAIVALYAM) in termini di unione con


SIVA, e questo richiede di superare le distinzioni e i poteri menzionati nel com-
mento del versetto III.49.
Essi non si attardano nella Sfera Pura di MAYA dei SIVA TATTVAS,
Là essi acquistano lo stato degli dei,
Ma questo è un trampolino,
La loro Anima si estende più lontano fino a raggiungere Lui -stesso
E fondendosi nella Sua Unione, facendosi da parte,
Diventano Essi S tessi Siva Immacolato
Questi sono, in verità, i SUDDHA SAIVAS. (TM 1440)
E
Io l’ho cercato in termini diVoi e Me
Ma Lui che non distingue traVoi e Me
M’ha insegnato la Verità: “Me” è infatti “Voi”
E ora io non parlo di “Voi” e “Me.” (TM 1441)
Come Patanjali che ha cominciato col fare distinzione tra il fatto di essere (SATTVA)
e il Sé, Tirumular è andato più lontano nello stato del “tutto unificato.”
PRATICA: Praticate NIRVIKALPA SAMADHI KRIYA, distaccandovi da tutte le idee e da
tutti i punti di vista.

51. STHANY-UPANIMANTRANE SANGA-SMAYA-AKARANAM PUNAR-ANISTA-PRASANGAT


STHANI = ben stabilito, avere un posto; occupare una posizione alta
UPANIMANTRANE = l’invito, l’of ferta
SANGA = l’attaccamento
SMAYA = il sorriso (con fierezza); l’orgoglio, l’arroganza
AKARANAM = niente causa; senza causa; l’assenza di azione
PUNAR = di nuovo
ANISTA = indesiderabile; non voluto, indesiderabile
PRASANGAT = a causa di una associazione; la devozione a, l’attaccamento
o l’adesione
(Anche) con l’invito degli esseri celesti (il praticante non dovr ebbe) lasciarsi
andare all’attaccamento o all’orgoglio (per chè) (possono svilupparsi)
tendenze inferiori indesiderabili e nuove.

182
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

Questo versetto si riferisce a un piano sottile e molto elevato di coscienza che


implica l’interazione coi DEVA o esseri celesti, per esempio in una visione, un
sogno, una esperienza fuori dal corpo. Questi esseri, sebbene non esistano sul
piano fisico, possono offrire ogni tipo di distrazione,di piacere, di lusinga, ma
durante tutta l’esperienza lo yogi dovrebbe restare in uno stato di distacco supre-
mo PARA-VAIRAGYA. Tutte le esperienze spirituali sono una preparazione che ci
servirà da transizione e da base per ogni sviluppo ulteriore. Non bisogna incorag-
giare queste esperienze con gli esseri celesti ma invece conservare una volontà di
progredire e di perfezionarsi. Tuttavia, spesso, sono le visioni e le esperienze
occulte che le persone desiderano veramente e per loro è qualcosa di concreto. Se
desideriamo ammirare gli esseri celesti e in seguito ne facciamo esperienza
potremmo essere soddisfatti di noi stessi. La parte migliore del nostro essere
potrebbe cominciare a tralasciare la sua aspirazione allo scopo vero. Conservate
unicamente questo scopo.
PRATICA: Anche se gli esseri celesti non vi coprono di fiori, con un po’ di attenzione
potete forse notare che avete sogni spirituali o premonizioni, o che sentite delle
voci nella testa che vi incoraggiano, o sentire che qualcuno vi aiuta. Credete a
queste esperienze. Questi esseri esistono attorno a noi e possiamo prenderne
coscienza aprendo a suf ficienza la nostra coscienza.

52. KSANA-TAT-KRAMAYOH SAMYAMAD VIVEVA-JAM JNANAM


KSANA = il momento; un dato momento nel tempo; una misura del tempo
TAD = questo; quello
KRAMAYOH = la sequenza; la successione
SAMYAMAT = a causa di o dovuto alla comunione
VIVEKA-JAM = prodotto o proveniente dalla discriminazione
JNANAM = la conoscenza

La conoscenza nasce dall’emerger e della discriminazione dovuta alla


comunione sulla successione di dati momenti nel tempo.
Per tutta la nostra vita facciamo esperienza di una cosa dopo l’altra, delle quali il
disegno divino è di togliere le squame dai nostri occhi. S tudiando in sequenza i
momenti della nostra vita, può apparire che ci sono due esseri distinti all’interno
di noi. Uno è più reale dell’altro perché gli è stata data più espressione; è più
realizzato, più cosciente di sé stesso, ma si mantiene appartato, in profondità

183
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

sotto la superficie. L’altro essere, la personalità di superficie, una collezione enorme


di pensieri ed emozioni, non ha ancora il potere di dirigervi apertamente verso il
vostro destino, e dunque può lasciarvi girare in tondo senza fine, come un cieco.
PRATICA: Focalizzando la vostra coscienza su particolari momenti, potete scoprire
quello che vi impedisce di realizzare il vostro destino. Cercate nella vostra vita le
persone o le situazioni che creano tensione, che demoliscono la vostra energia, o
vi scoraggiano. Vedete quello che siete pronti a sacrificare oppure no per la
realizzazione del Sé. Praticate la tecnica della gioia continua (NITYANANDA KRIYA)
insegnata durante l’iniziazione al secondo livellodel Kriya Yoga di Babaji.

53. JATI LAKSANA DESAUR-ANYATA-ANAVACCHEDAT-TULYAYOS-TATAH PRATIPATTIH


JATI = la categoria; la nascita; l’origine
LAKSANA = l’apparenza; la marca, il segno, il simbolo, la testimonianza,
la caratteristica, un segno favorevole
DESAIH = con o per i punti, le parti delle regioni, luoghi o porzioni
ANYATA = le distinzioni; la differenza
ANAVACCHEDAT = a causa di essere illimitato, non separato, continuo
TULYAYOH = carattere simile (di sue cose)
TATAS = così; da dove
PRATIPATTIH = la percezione, la constatazione, l’osservazione

Da qui la constatazione di (due) cose simili, (dovute al fatto che) esse non
sono limitate dalla differenza di origine, di marca o di luogo.
Oggetti materiali possono sembrare simili, ma c’è una realtà soggiacente. Si
comincia a vedere attraverso gli oggetti che hanno una apparenza simile, connet-
tendosi con quello che risiede nel piano retrostante delle distinzioni della
“realtà” vitale o mentale.
Come hanno sottolineato Chapple eViraj: “La lettura tradizionale diVyasa
afferma che uno yogi è in grado di distinguere due cose identiche malgrado il
fatto che esse abbiano occupato lo stesso spazio, ma in momenti diversi. Questo
significa che tutte le cose sono in uno stato di cambiamento continuo. Una lettura
diversa di questo SUTRA potrebbe riferirsi alla somiglianza tra il SATTVA o forma
non manifesta di PRAKRITI e il PURUSA. Per l’elenco delle loro somiglianze, vedete
il samkhya Karika XI. La chiave della liberazione è essere capaci di vedere la
differenza tra queste due cose; è ilSIDDHI più elevato di KAIVALYAM. Questo con-

184
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

testo è confermato dal contesto precedente e seguente questo passaggio.” (Vedere


III.45 e III.55)12
PRATICA: Praticate il NADHI DHYANA KRIYA, insegnato durante l’iniziazione al
primo livello del Kriya Yoga di Babaji, per realizzare la distinzione dietro le
apparenze.

54. TARAKAM SARVA-VISAYAM SARVATHA-VISAYAM-AKRAMAN CA-ITI VIVEVA-JAM INANAM


TARAKA = permettere di traversare, soccorrere, liberare, salvare
SARVA = tutto
VISAYA = lo stato
SARVATHA = in ogni maniera o in ogni rapporto, in ogni momento
VISAYAM = l’oggetto
AKRAMA = senza sequenza; la successione
CA = e
ITI = così; alla fine di una clausola indica anche la fine di una citazione o
di una espressione; “è detto che”
VIVEKA-JAM = prodotto o proveniente dalla discriminazione
JNANA = la conoscenza

E si dice che la conoscenza sorta dalla discriminazione è liberatrice, non


sequenziale e (comprende) tutti gli stati, in tutti i tempi.
L’insieme dei SUTRA può essere considerato come la saggezza dove si diventa
tutte le cose e tutti i momenti, senza limiti. Nel ‘Tirumandiram’ questa saggezza
collettiva è menzionata come il Cammino della Conoscenza (JNANA-MARGA)
Essa è la Saggezza sottile,
Di coloro che possiedono un intelletto sottile,
Dietro di essa c’è la saggezza del Signore,
Che è JINANA;
Questa Via è la Via sacra,
Per quelli che cercano lo stato di Siva,
La via di SAN-MARGA (Tam) (JNANA) è la Vera Via. (TM 1228)
La saggezza è anche il frutto degli sforzi e delle esperienze, che l’hanno precedeuta
e può venire per tappe. Tali tappe sono menzionate nel ‘Tirumandiram’ come
CARYA, KRIYA e yoga. CARYA (letteralmente “il corso o il movimento”) è definito

185
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

nel versetto 1444 del ‘Tirumandiram’ come “adorare amorosamente Siva,” la


via della devozione, del servitore che conduce al SALOKYA (tamil) MUKTI, dove
l’adepto dimora nella sfera del Signore;KRIYA è definito sia come il culto rituale
che il culto interiore del sacrificio che implica i nove orifizi del corpo umano,
assimilati ai nove focolari nel rituale del fuoco sacrificale (YAJNAS); esso conduce
al SAMIPA (tamil) MUKTI, dove l’adepto è vicino al Signore come suo figlio; yoga,
unire o l’unione dell’anima con l’essere immortale e la coscienza immortale e la
gioia del Divino: la via dell’amico del Signore, che conduce a SARUPYA (tamil per
SVARUPA) – MUKTI. Qui l’adepto acquista la forma e le diverse caratteristiche del
Signore. Questo conduce alla fine aSAYUJYA MUKTI dove si arriva all’Unione con
l’Essere Supremo (vedere i versetti 1015, 1228-29, 1427, 1477-87, 1507-1513,
1567, 1701, 2679 del ‘Tirumandiram’).
La discriminazione si produce quando comprendiamo quello che è impor -
tante per il nostro sviluppo personale e quello che ci distrae lungo il cammino. Il
soprannaturale è interessante ma non è indispensabile per lo Yoga. La Madre
dice che è importante essere in grado di passare per il coperchio in cima al cranio,
che mantiene la nostra coscienza chiusa nelle dimensioni fisica, vitale e mentale.
C’è un coperchio, di cui bisogna sbarazzarsi. Se potete farlo siete maturi per lo
Yoga. E’ come una apertura verso il mentale superiore, una apertura mentale
verso i regni superiori.
PRATICA: Praticate KRIYA KUNDALINI PRANAYAMA, i CHAKRA KRIYA, i PRANAYAMA e i
MANTRA superiori,e i SAMADHI KRIYA insegnati durante l’iniziazione al terzo livello
del Kriya Yoga di Babaji, per aprire il mentale superiore e per accedere alla
saggezza nata dal discernimento.

55. SATTVA-PURUSAYOH SUDDHI-SAMYE KAIVALYAM-ITI


SATTVA = essere; lo stato di essere
PURUSAYOH = del Sé
SUDDHI = la purezza
SAMYA = nel, a, verso o concernente l’uguaglianza, la regolarità, la
similitudine
KAIVALYAM = il fatto di essere solo; l’isolamento; la libertà assoluta

Nella identità della pur ezza del fatto di esser e, e del Sè, c’è una liber tà
assoluta.

186
CAPITOLO 3O: VIBHUTI-PADA

Come nel commento del versetto III.50, quando la parte sottile del nostro essere,
la coscienza ( CITTA), diventa completamente libera da tutti gli attaccamenti
(RAGAH) e da tutte le avversioni D( VESAH), essa si fonde col Sé. O comeTirumular
direbbe “JIVA diventa SIVA.” La cancellazione delle afflizioni (KLESA) mentali con
la purificazione, è stata spiegata nei versetti II.3 e II.10. Si diventa trasparenti
come un lago che lascia scendere i sedimenti verso il fondo, quando cessa l’abi-
tudine di identificarsi con i movimenti della coscienza. ’Lunità con l’Essere Spremo
è realizzata.
La Madre descrive quello che succede quando si stabilisce la libertà Assolu-
ta o il fatto di Solo Essere. “Quando c’è la stessa purezza nel proprio essere che
nel Sé, allora tutto arriva spontaneamente. Questo arriva semplicemente ed è
un’altra maniera di essere. In seguito niente avrà il potere di farvi ricadere nel
vecchio stato. E sia che passeggiate o laviate i piatti, niente potrà smuovervi da
Quello-la Coscienza. E’ una Coscienza, una Presenza. E tutto è là, il Potere, la
Presenza, la Coscienza, questa Gioia e questoAmore. E tutto questo insieme dà
quasi l’impressione di una Forma, dellaVibrazione di una Forma eppure non c’è
forma.”
PRATICA: Ricordatevi questa citazione: “Non si deve mai tornare indietro; si deve
sempre andare avanti. Le curve nella vita ci portano in direzioni diverse ma
dobbiamo andare dritti allo scopo. Non siate rancorosi. Ogni emozione sincera
deve restare. Non prendete nessuna decisione mentalmente. Imparate a stare
immobili, silenziosi e lasciate che il Signore parli attraverso di voi.Anche nelle
situazioni più dif ficili contate sulla vostra Fede in Dio per fare il meglio, e
affermate: ‘Bene, vediamo cosa succede!’Meno si spiega, meno si pianifica, è
sempre, sempre meglio.”13

187
CAPITOLO 4°: KAIVALYA-PADA

Questo ultimo capitolo ci porta allo scopo della nostra ricerca: la libertà assoluta
( KAIVALYA ), o quello che Sri Aur obindo chiama “Unità Assoluta.” 1
Questo ci ricorda l’insegnamento di Gesù: “Siate perfetti come vostro Padre nei
cieli è perfetto” e “Voi siete Dei e voi siete tutti figli dell’Altissimo” (Salmi 82.6;
citazione di Gesù, Giovanni 10, 34). Questa parola è stata eclissata dal dogma
erroneo secondo il quale Gesù era “L’unico Figlio di Dio.”
Si trova la curiosa opposizione tra “lo spirito e la carne” nella maggior parte
dei commenti dei SUTRA pubblicati in precedenza così come in molte tradizioni, in
Oriente come in Occidente.Anche se gli interpreti riconoscono che l’unione (yoga)
tra il Sé (PURUSA) e la Natura (PRAKRTI) costituisce la realizzazione finale, il loro
partito preso contro la Natura e in particolare contro la natura umana, ha impedi-
to loro di realizzare la potenza della realizzazione del Sé per trasformare la
Natura. E’ come se essi avessero supposto che le leggi conosciute della Natura
fossero immutabili. Essi, per la maggior parte hanno concluso che lo stato finale
della realizzazione del Sé,KAIVALYA, implica necessariamente che l’anima realiz-
zata debba lasciare il piano fisico. E’ di nuovo il divorzio tra lo spirito e la carne!
Sri Aurobindo ha tuttavia menzionato nelle sue opere, ‘La Vita Divina’ e ‘La
Sintesi delllo Yoga,’2 la possibilità di unaDISCESA SOPRANNATURALE che trasfor-
merebbe la Natura, come la si conosce normalmente.
Patanjali ci ha già detto nel versetto I.3 che “il Testimone dimora nella sua
vera forma (SVARUPA). L’anima individuale ( JIVA) allargandosi ritrova la sua na-
tura o la sua vera forma S(IVA). Detto in modo diverso, PURUSA, la pura coscienza
(CIT), si unisce (Yoga) con PRAKRTI (la Natura). Come indicato nel versetto IV.2,
questa unione può implicare una trasformazione radicale a diversi livelli. La
natura umana ordinaria, che era prima motivata solo dalle forze costituenti della
natura (GUNAS) è sostituita da una natura superiore (SVARUPA), in realtà dalla sua
propria natura essenziale e vera. Si fa spesso riferimento alla nostra vera forma o
alla nostra essenza (SVARUPA) nella letteratura degliYOGA Siddha Tamil. Tirumular
ne parla in termini di “manifestazione auto-luminosa” in dozzine di versetti (TM
1486, 2441, 2474, 2478-84, 2491, 2496, 2532, 2538, 2566, 2574, 2655, 2675,
2828-29, 2834-46, 2855-64). Come dimostrato in numerosi paralleli tra i SUTRA
e il ‘Tirumandiram,’ nella introduzione di questo commento, si trova nelle due

188
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

opere una concezione simile del risultato finale,KAIVALYA. Con questo raf fronto,
nell’ultimo capitolo, la nostra destinazione e di conseguenza la nostra via,
diventeranno più chiare.
Il termine SIDDHANTA segna la fine del perfezionamento o della realizzazio-
ne per lo Shivaita. Un Siddha è dunque chi manifesta unSIDDHI, una perfezione
o delle realizzazioni. “Io sono l’Essere Supremo,” dice ilVedantin; mentre “Io
diventerò l’Essere Supremo” dice il Siddhahntin. Benchè in un certo senso
KAIVALYA si riferisca alla realizzazione finale dello yogi, una volta raggiunta, essa
segna l’inizio di una infinità di possibilità. Gli altri interpreti non hanno capito
questo punto essenziale. Per esempio Feuerstein ha sottolineato che a causa del
dualismo filosofico esaltato daiSUTRA, KAIVALYA esige il nostro ritiro dal mondo
quando si è raggiunto lo stato più elevato di assorbimento cognitivo,
ASAMPRAJNATAH SAMADHI. Anche lo stato di JIVAN MUKTA, lo stato di colui la cui
anima si è liberata, non è possibile in questo quadro filosofico così strettamente
dualista.3 Ma KAIVALYA, considerato come un inizio e non semplicemente come
una fine è di conseguenza perfettamente sinonimo dello stato di un Siddha, colui
che ha realizzato l’Unità Assoluta con l’Essere Supremo sul piano spirituale
dell’esistenza, con l’abbandono di sé (SVA-PRANIDHANAM), permettendo all’Esse-
re Supremo (ISVARA) di discendere in lui a tutti i livelli. Questo comporta una
integrale trasformazione della natura umana, che include l’intelletto, il mentale,
il corpo fisico e il corpo vitale. Solo una trasformazione completa di questo tipo
merita il termine di “perfezione.” Essere spiritualmente risvegliato in un corpo
malato, con un mentale nevrotico, o in un corpo vitale perturbato, non è la
perfezione. I Siddha non erano fachiri o giocolieri che manifestavano poteri
divini (SIDDHIS) per loro piacere, e i SIDDHIS non erano semplici divertimenti, da
abbandonare quando ci si avvicina ai più alti livelli di realizzazione del Sé. E’
l’immagine spiacevole che molti interpreti hanno attribuito per errore ai Siddha.
I molti poteri descritti nel capitolo precedente sono dei trampolini, o in molti casi
dei sottoprodotti di un processo che porta all’unione totale e assoluta ( YOGA-
PARAMA) col Signore (ISVARA). Diventando “perfetti” sono diventatiSiddha e hanno
manifestato tutti i poteri del Divino. Che il Siddha resti o no sul piano fisico non
importa. Se il Siddha resta è solo per contribuire al risveglio e alla trasformazio-
ne della razza umana. Se lascia il piano fisico, non è perché ne è forzato dalla
degenerazione del suo or ganismo.
Nel PADA 4, Patanjali prepara il terreno per il livello finale della realizzazio-
ne del Sé, che in realtà non è mai “finale.” Come si potrebbe limitare il Divino o
la sua creazione? Lui che per definizione è senza limite? E’ a noi tutti che spetta
di scrivere l’ultimo PADA, il quinto.

189
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

1. JANMA-OSADHI-MANTRA-TAPAH-SAMADHU-JAH SIDDHAYAYAH
JANMAN = la nascita; l’esistenza
OSADHI = la pianta medicinale; la medicina. Da OSA che significa contenere
luce, e facendo probabilmente riferimento alla fotosintesi delle piante
MANTRA = letteralmente “la protezione del mentale;” il testo o il discorso
sacro; l’incantesimo, un versetto mistico; “lo strumento di un pensiero “.
Viene da MANAS (il mentale e TARA (la protezione)
TAPAS = la pratica intensa; brillante, raddrizzato col fuoco; “la sparizione
in fumo del fardello del proprio KARMA”
SAMADHI = l’assorbimento cognitivo
JAH = nato; arrivato
SIDDHAYAH = i poteri; la perfezione, la realizzazione; il raggiungimento

I poteri sono il risultato della nascita, delle erbe, dei MANTRA, della pratica
intensa e dell’assorbimento cognitivo.
Alcuni possono affermare che Patanjali non aveva nessuna conoscenza delTANTRA
perché non parlava della KUNDALINI o della SAKTI. Essi ignorano questo versetto
e gli altri nei quali egli parla del culto del Signore ( ISVARA I.24 e II.1). Forse
ignorano anche il senso più ampio della parola KUNDALINI, che rappresenta il
nostro potere potenziale e la nostra coscienza potenziale. Sebbene Patanjali non
utilizzi questo termine, né i simboli utilizzati dagli adepti delTANTRA (TANTRIKAS),
tutto il terzo PADA dei SUTRA è una descrizione del “nostro potere potenziale e
della nostra coscienza potenziale.” Lo stile succinto del testo dei SUTRA e la
volontà di Patanjali di presentare lo yoga come una filosofia spogliata di simbo-
li, di icone o di credenze settarie, spiegherebbero forse l’assenza di terminologia
TANTRICA tradizionale. Anche i molti versetti del terzoPADA dei SUTRA che descri-
vono l’uso della comunione (SAMYAMA ) su un oggetto o un’idea
particolare, fanno riferimento a quello che è essenzialmente una pratica tantrica,
l’unione o la concentrazione della forma con l’energia (SAKTI) per realizzare il
proprio potenziale.
Spesso, quando c’è quello che retrospettivamente si può interpretare come
una “degenerazione” o un eccesso nell’applicazione di una ideologia sacra, come
reazione si opera una riforma. Prendete l’esempio della riforma protestante
all’inizio del 15° secolo, che ha semplificato il culto religioso in reazione alla
decadenza del cristianesimo. In seno alle pratiche e alle credenze religiose, in

190
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

momenti di ef fervescenza e scambi tra le diverse sette, si possono trovare molti


esempi di sincretismo spirituale, come ilSikismo, il Sufismo, lo Shivaismo del
Cashemire e il TANTRA indu. Il Kriya Yoga di Patanjali, come lo si conosce oggi,
potrebbe essere nato da una sorta di sincretismo, di un movimento di riforma o da
una combinazione di altri elementi complessi.
Al di fuori della comunione (SAMYAMA), il potere (SAKTI) descritto in detta-
glio nel terzo PADA dei SUTRA, può svilupparsi come risultato dei poteri acquisiti
alla nascita ( JATI), o che possono essersi sviluppati in una vita anteriore.Anche
certe combinazioni di erbe medicinali (OSADHI), possono dare poteri speciali come
la chiaroveggenza ( ADARSA) o la profezia (la premonizione). I MANTRA,
concatenazioni di suoni particolari, sono utilizzati in molti casi in congiunzione
con simboli geometrici rituali (YANTRAS) per produrre risultati specifici. Questi
poteri possono anche svilupparsi con la pratica intensa della meditazione per
periodi prolungati ( TAPAS) o manifestarsi grazie all’entrata in assorbimento
cognitivo (SAMADHI). Tali poteri possono essere utilizzati per produrre risultati
specifici. Per esempio, negli anni 1940, un celebre asceta (TAPASVIN) Prasananda
GURU si sedette a fianco del Brahmanur Kali Koyil, vicino a ‘Kanadukatan,’ nel
tamil Nadu, senza muoversi per 48 giorni, per mettere fine a un periodo di grave
siccità. Il 48° giorno la pioggia iniziò a cadere intensamente e da allora, in questa
regione, non si sono più avuti problemi di siccità. Le tradizioni TANTRICHE
traboccano di simili conoscenze esoteriche. La totalità del quarto capitolo (TANTRA)
del ‘Tirumandiram’ è consacrata ai MANTRA e agli YANTRA.
PRATICA: Destinate lunghi periodi di tempo alla pratica intensa; imparate
correttamente i MANTRA come si insegnano durante l’iniziazione al secondo livello
del Kriya Y oga di Babaji. Praticate questi MANTRA intensamente; visualizzate le
condizioni della vostra prossima vita e coltivate le qualità necessarie in questa
vita. Utilizzate le erbe medicinali per migliorare il vostro equilibrio, la vostra
salute e accrescere la vostra vitalità.

2. JATI-ANTARA-PARINAMAH PRAKRTY-APURAT
JATI-ANTARA = in un’altra specie, daJATI: la nascita, e ANTARA: differente
PARINAMA = il cambiamento, l’alterazione, l’evoluzione, la trasformazione
PRAKRTI = la natura
APURAT = a causa di, dovuto a, l’eccesso, l’abbondanza; riempire; grandi
possibilità

191
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

La trasformazione in un’altra specie, (è dovuta alle) grandi possibilità


inerenti alla Natura.
Questo aforisma, assieme al versetto precedente, ci informa non soltanto della
possibilità ma anche della probabilità, secondo cui la specie umana, come è co-
stituita oggi, evolverà verso qualcosa di nuovo, che possiederà forse, capacità
che non si immaginano. E’ un aforisma notevole, tenendo conto che la maggior
parte dei testi tradizionali dello Yoga e i SUTRA in particolare, non parla che di
possibili accessi a stati superiori di coscienza solo per individui che hanno appli-
cato la metodologia e praticato con diligenza le tecniche di yoga. Raramente si
menziona una mutazione collettiva della specie umana se non nelle opere
contemporanee ‘La Vita Divina’ di Sri Aurobindo e ‘Thiruvarulpa’ di Ramalinga
Swamigal (La Canzone Divina della Grazia).4,5 Questi due autori hanno fatto
l’esperienza di una profonda trasformazione a livello cellulare, del loro corpo
fisico e hanno spiegato in dettaglio la loro visione secondo la quale, l’umanità
nella sua totalità potrebbe un giorno subire questa trasformazione divina. Si può
dunque concludere che gli stati superiori di SAMADHI, conducono invariabilmen-
te a stati ancora più rari di esistenza umana, sempre più spirituale e sempre meno
fondata sul corpo materiale grossolano, con le sue sofferenze e i suoi drammi.
Che visione notevole dà questa dichiarazione proprio all’inizio dell’ultimoPADA
dei SUTRA. E’ come se si dichiarasse che in quanto yogi non lavoriamo solamente
per la nostra salute individuale, ma che lavoriamo anche per una umanità nuova,
preferibilmente una umanità che saprà manifestare le qualità divine indicate nei
versetti III.45 e III.46, come la bellezza, la forza, la grazia, una straordinaria
resistenza e l’invulnerabilità delle sue funzioni.
Sri Aurobindo e la Madre sono tra i rari yogi del 20° secolo che non solo
hanno intravisto questa possibilità di una nuova specie umana, ma che l’hanno
ampiamente spiegata e hanno lavorato per farla nascere. Consultate ‘La Vita
Divina,’ ‘La sintesi delloYoga’ e ‘Savitri’ di Sri Aurobindo e i ‘Quaderni’della
Madre per maggiori dettagli su questa prossima tappa dell' evoluzione dell’uma-
nità.6,7 A questo proposito si può ricordare la predizione del GURU di Yogananda,
Sri Yukteswar, secondo la quale a partire dall’anno 4000, la telepatia sarà la
forma corrente di comunicazione tra gli esseri umani.
L’obiettivo dello ‘Yoga’ di Sri Aurobindo era di “far scendere sulla terra la
coscienza supermentale, di stabilizzarla fermamente in una collettività, creando
una nuova razza (non una razza di superuomini) ma una razza di persone per cui

192
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

i principi della coscienza supermentale (le leggi della saggezza) dirigano la vita
interiore, individualmente e collettivamente. Uno a uno, ogni individuo, secondo
la sua preparazione, dovrebbe accettare questa forza che stabilirebbe una
coscienza supermentale nel mondo fisico, creando così un nucleo per la propria
espansione. La nuova coscienza riguarderebbe tutto il mondo.Tutti sentirebbero
una Luce più grande e un Potere più grande e questo aumenterebbe alla fine le
loro possibilità.” 8
Bisogna preparare il mentale a ricevere questa forza. Bisogna liberare il
mentale da ogni concetto e da ogni attività. La grande forza può scendere solo in
un mentale calmo e silenzioso, là dove il lavoro si può fare sul sistema, senza
troppe reazioni né resistenza.
PRATICA: Immaginate di essere in Unione perfetta con la Coscienza Suprema,
entrate in essa con una incrollabile concentrazione.Vivete in Essa ogni minuto.
Quando notate un pensiero, una emozione o una vecchia abitudine che tentano di
distrarvi da Lei, rifiutate. Ritiratevi nel sostegno di questa luminosità silenziosa
e tranquilla.

3. NIMITTAM-APRAYIJAKAM PRAKRTINAM VARANA-BHEDAS-TU TATAH KSETRIKAVAT


NIMITTAM = la causa accessoria; il motivo; la ragione
APRAYOJAKAM = non causare o colpire; non iniziare
PRAKRTINAM = le manifestazioni della Natura; qui: l’evoluzione naturale
VARANA = circondare; gli ostacoli intorno
BHEDAH = la separazione; la divisione; la distinzione
TU = ma
TATAS = da questo; da dove
KSETRIKAVAT = come un fattore; come il proprietario di un campo

Gli avvenimenti fortuiti non causano (direttamente) l’evoluzione naturale,


ma levano gli ostacoli come un fattore (leva gli ostacoli) in un ruscello che
irriga il suo campo.
Questo versetto si rapporta al versetto IV.2 precedente e descrive come la Natura
si comporta, essa non agisce solo sugli esseri umani a livello individuale. Il senso
più ampio implica che l’individuo può influire sul corso della Natura. Noi pro-
duciamo un effetto non solo su noi stessi, ma anche sul nostro ambiente e sugli
altri membri della società. Le teorie attuali dell’ecologia sono fondate sul

193
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

seguente messaggio, ben conosciuto dagli iniziati che sono fedeli al giuramento
del Kriya Yoga di Babaji: “noi pratichiamo lo yoga non solo per nostro personale
beneficio, ma anche per il bene di tutti.” Questo ci ricorda anche la risposta di
Sri Aurobindo a un appello perché ritornasse a dirigere il movimento dell’indi-
pendenza indiana. Egli affermò che quello di cui c’era bisogno non era “una
rivolta contro il governo britannico, che poteva essere fatta da chiunque.. (ma)
una rivolta contro tutta la Natura universale.”9
La Madre afferma che è qualcosa che non si può fare o creare con uno
sforzo e che non è necessaria nessuna attività intellettuale. E’ qualcosa che si
deve diventare, qualcosa che si deve essere e vivere. Il lavoro si fa lentamente,
come la formazione di un pulcino in un uovo.Voi non sapete cosa succede all’in-
terno della conchiglia.All’interno sentite una pressione nonostante non ci siano
risultati. Poi, di colpo, tutto si apre improvvisamente e tutto è fatto.Tutto cam-
bia. La vostra vita cambia completamente esistenza.Voi dovete semplicemente
tenerci. Forse anche gli avvenimenti che sembrano provocare il caos, gli
sconvolgimenti e le distruzioni, semplicemente non sono che il lavoro della Na-
tura per togliere gli ostacoli, le resistenze che ostruiscono il cammino.10

PRATICA: Contemplate il seguente aforisma: “Dio è una infinità di possibilità. La


Verità non si riposa mai.”

4. NIRMANA-CITTANY-ASMITA-MATRAT
NIRMANA = creare, fare, formare, fabbricare
CITTA = la coscienza; da cui, in questo contesto NIRMANA-CITTA può
significare la coscienza “individualizzata”
ASMITA = l’egoismo, “lo stato io sono”
MATRAT = la limitazione; solamente

La coscienza individualizzata (non viene) che dalla limitazione dell’egoismo.


Nel versetto II.3 Patanjali cita l’egoismo (ASMITA) come una delle cinque cause
di afflizione (PANCA-UPAKLESAS) che impediscono la realizzazione dell’assorbi-
mento cognitivo (SAMADHI). Nel versetto II.6 Patanjali definisce l’egoismo come
“l’identificazione di colui che vede con colui che gli permette di vedere (l’insie-
me corpo-mentale)” (DRG-DARSANA-SAKTOR-EKA-ATMATA-IVA-ASMITA). J.W. Hauer
(1958)11 ha mostrato che NIRMANA-CITTA può significare “la coscienza
individualizzata,” cioè la parte della nostra coscienza che è implicata nei feno-

194
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

meni, come ciò di cui facciamo esperienza in quanto oggetti dei sensi, pensieri ed
emozioni. E’ diverso da quello che si potrebbe chiamare la coscienza nel cuore
del nostro essere, il Sé, che si tiene indietro, per così dire, come un testimone. In
questo SUTRA Patanjali spiega che questa coscienza individualizzata N( IRMANA-
CITTA) trova la sua origine nel momento in cui nel processo della Natura ( PRAKRTI)
si effettua la conversione delle potenzialità in questa realtà nella quale il soggetto
si distingue dall’oggetto. Questo punto è chiamato “la limitazione dell’egoismo”
(ASMITA-MATRA). Una divisione si produce a questi punto tra il soggetto e l’ogget-
to. Nella filosofia del Samkhya, questo si chiama “la responsabilità dell’io”
(AHAMKARA). Così il problema della individualizzazione, con tutte le sofferenze
che l’accompagnano, ha come origine un principio della Natura (PRAKRTI). In
altri termini, la nostra sofferenza non viene dall’esterno, ma dal nostro punto di
vista sulle manifestazioni della Natura. Per superare la sofferenza dobbiamo cam-
biare la nostra prospettiva. Lo yogi deve superare la limitazione dell’ego e colti-
vare una coscienza del Sé più elevata.
Noi vogliamo tutti essere unici, differenti, e “realizzare” cose straordinarie
nel mondo. Pensiamo che per lasciare un segno nel mondo è indispensabile avere
sensi acuiti e la testa piena di informazioni. Il nostro ego rafforza l’affermazione
della nostra identità, e il nostro bisogno di essere qualcuno rafforza il nostro ego.
Se restiamo al livello dei sensi ci identifichiamo con quello che crediamo che gli
altri pensino di noi. Quando, grazie all’immaginazione, or ganizziamo tutto in
piccoli pacchi, diamo alla nostra individualità e alla nostra coscienza individuale
una realtà indipendente.
PRATICA: Distaccatevi dal pensiero del “io.” Sostituite il vostro MANTRA al pensiero
del “io” e a tutto quello che segue. Conservate ogni attività esteriore alla super-
ficie del vostro Essere.

5. PRAVRTTI-BHEDE PRAYOJAKAM CITTAM-EKAM-ANEKESAM


PRAVRTTI = le attività, collocarsi verso l’interno, la cognizione
BHEDE = dif ferente; la distinzione
PRAYOJAKAM = il direttore; l’iniziatore
CITTAM = la coscienza; il mentale
EKAM = uno
ANEKESAM = numerosi

195
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

(Sebbene una coscienza individualizzata esista) durante le differenti attività,


l’ iniziator e è colui che è cosciente di altre numer ose (coscienze
individualizzate).
Una coscienza (CITTAM-EKAM) penetra tutte le manifestazioni della Natura. Tut-
tavia il principio dell’egoismo individualizza questa coscienza e crea l’impres-
sione artificiale di una separazione tra soggetto e oggetto. Seguendo la coscienza
fino alla sua fonte, si può cogliere questa Unità e superare la limitazione del-
l’egoismo.
Sebbene le nostre personalità possano essere uniche, nel cuore del nostro
essere siamo tutti simili: “uno senza secondo.” Quando cominciamo a compren-
dere che colui che siamo è lo stesso essere che abita gli altri, e come siamo tutti
intimamente legati, possiamo solo provare una grande umiltà e una profonda
ammirazione. Una volta che abbiamo scoperto chi siamo, cominciamo ad abban-
donare il bisogno di un sé individuale limitato.
PRATICA: Esercitatevi a essere coscienti di ciò che è cosciente.

6. TATRA DHYANA-JAM-ANASYAM
TATRA = là
DHYANAJAM = essendo evoluti per, emergente o nato dalla meditazione
ANASAYAM = senza residuo; qui suggerisce “libero dai depositi del
subcosciente”
Allora, (quello che) emerge dalla meditazione, è senza residui.
Dopo avere descritto come la coscienza diventa individualizzata, Patanjali ci
ricorda che la meditazione (DHYANA) ci dà un mezzo per liberarci dai depositi
accumulati nel subcosciente. Ci è stato detto nel versetto I.24 che questi depositi
sono il frutto della nostra azione (KARMA-VIPAKA) e che toglierli è il primo obietti-
vo dello Yoga (vedere il versetto I.2). I movimenti abituali o le fluttuazioni che si
alzano nella coscienza (CITTA VRTTIH) vengono da questi depositi nel subcoscien-
te. Man mano che i depositi vengono tolti, si arriva a conservare la prospettiva
del Testimone (vedere il versetto I.3).
PRATICA: Il SHUDDI DHYANA KRIYA e le tecniche relative alle Nove Aperture del
corpo insegnate durante l’iniziazione al terzo livello del Kriya Yoga di Babaji.
Contemplate le parole di Sri Aurobindo: in un mentale calmo è la sostanza
dell’essere mentale che è calma, così calma che niente la disturba. Se

196
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

sopraggiungono pensieri o movimenti, questo non viene dal mentale ma


dall’esterno, e passa nel mentale come un volo di uccello che passa nel cielo. Essi
passano, non disturbano af fatto e non lasciano tracce.Anche se mille immagini
di avvenimenti estremamente violenti passano nel mentale, la calma tranquilla
permane come se la struttura del mentale fosse una sostanza fatta di pace eterna
e indistruttibile. Un mentale che ha raggiunto questa calma può cominciare ad
agire, e anche se agisce in modo intenso e potente, conserverà la sua calma
fondamentale senza creare niente in prima persona; egli riceve da Lassù e gli dà
una forma mentale, senza aggiungere niente, con calma, senza passione, ma con
la gioia della Verità, col potere e la luce gioiosa del suo passaggio.” 12

7. KARMA-ASUKLA-AKRSNAM YOGINNAS-TRIVIDHAM-ITARESAM
KARMA = l’azione
ASUKLA = non bianco; impuro, sozzo
AKRSNA = né nero né scuro
YOGINNAS = lo Yogi; colui che ha loYoga
TRIVIDHAM = triplo
ITARESHA = degli altri

Il KARMA dello yogi non è nè bianco nè nero; (ma il KARMA degli) altri è di
tre tipi.
Il KARMA qui non si riferisce soltanto al bene e al male, ma a tutti i tipi di catego-
rie di differenziazioni. Tradizionalmente si divide ilKARMA in tre categorie: buo-
no, cattivo e misto. Il KARMA buono sono le azioni che si avvicinano allo scopo, al
SAMADHI; il cattivo KARMA ci mantiene nella trappola del SAMSARA con le sue
sofferenze; il KARMA misto implica le azioni che portano contemporaneamente
felicità e sof ferenza. Sicuramente troppo KARMA buono può in fin dei conti creare
sofferenza. Per esempio, se si nutre indefinitamente qualcuno che è nel bisogno,
egli finirà per perdere la sua indipendenza e proverà un gran risentimento. Lo
yogi realizzato, colui che è saldo nel PARA-VAIRAGYA (il supremo distacco) non è
più interessato a rincorrere la felicità né ad evitare la sofferenza. L’attitudine
dualista, motivata dal desiderio, è percepita come una trappola della coscienza
egotica. Quando lo yogi realizzato raggiunge l’assorbimento cognitivo non di-
stinto (ASAMPRAJNATAH SAMADHI), egli o ella non crea più impressioni subcoscien-
ti ( SAMSKARA o VASANA). Così lo yogi non crea nuove radici per KARMA futuri.
Tuttavia, prima di di arrivare là, l’apprendista yogi deve vigilare di fronte ai

197
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

desideri e deve continuare a praticare intensamente (vedere il versetto II.2) per


togliere i depositi che sono fonte di KARMA.
Per uno yogi avanzato, anche le azioni degli altri dirette contro di lui, posso-
no essere dirottate. E’ il mentale che giudica le azioni come buone, cattive o
indifferenti e che reagisce contro di loro per raccoglierne alla fine, i risultati. Lo
yogi, semplicemente, resta il testimone dell’azione, senza giudicare e con distac-
co (VAIRAGYA).
PRATICA: Restate come testimone di ogni cosa, senza giudicare.Agite in modo
disinteressato, ma riflessivo, senza attaccarvi ai risltati. Conservate l’equanimità,
nel successo e nello smacco, davanti ai complimenti e ai biasimi, nella perdita e
nel guadagno, le cose buone o le cattive. Siate vigili, individuate e rifiutate le
motivazioni egoiste.

8. TATAS-TAD-VIPAKA-ANUGUNANAM-EVA-ABHIVYAKTIR-VASANAM
TATAS = da dove
TAD = questo o quello
EVA = così, solamente
VIPAKA = la realizzazione
ANUGUNANAM = avere delle qualità simili, la condizione favorevole
EVA = solo
ABHIVYAKTIR = la manifestazione, la distinzione
VASANANAM = le impressioni subcoscienti; l’impressione di qualche cosa
che resta nel mentale; la conoscenza tratta dalla memoria
In questo modo si manifestano solo le impressioni subcoscienti le cui
condizioni per produrre i loro frutti, sono favorevoli.
Questo versetto costituisce il prolungamento dei versetti II.12 e II.13 che spiega-
no come i depositi subcoscienti S( AMSKARA) portano i loro frutti (VIPAA); essi aspet-
tano spesso la nascita appropriata o le circostanze propizie alla manifestazione
del SAMSKARA. C’è quasi sempre una corrispondenza tra le nostre azioni (KARMA)
e i depositi subcoscienti (SAMSKARA). L’eccezione si produce quando c’è una vo-
lontà cosciente per uscire da questo circolo vizioso di abitudini subcoscienti e di
azioni portatrici di KARMA. L’esercizio della propria volontà cosciente può essere
considerato come un SADHANA o come “ricordarsi di quello che si è veramente e
di quello che non si è, e questo si può fare grazie a tutti gli eserci zi Yoga, e anche
coltivando il contrario dei pensieri negativi,” come descritto nel secondo P ADA.

198
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

Il problema che noi incontriamo, è che le nostre impressioni subcoscienti


sono così facilmente deformate dai nostri giudizi e i nostri pregiudizi, le nostre
credenze e le nostre paure, che noi non vediamo nemmeno chiaramente le conse-
guenze delle nostre azioni.Tentando di risolvere le cose mentalmente, con una
visione deformata noi creiamo ancora del KARMA.
PRATICA: In ogni situazione calmate il mentale e prendete il tempo di vedere la
Verità. Evitate di reagire immediatamente alle impressioni subcoscienti.

9. JATI-DESA-KALA-VYAVAHITANAM-APY-ANANTARYAM SMRTI-SAMSKARAYOR-EKA-
RUPATVAT
JATI= le classi o le specie; la condizione di vita, la nascita
DESA = lo spazio; il posto
KALA = il tempo
VYAVAHITANAM = nascosto, separato
API = malgrado, anche
ANANTARYAM = il legame, la sequenza immediata o la successione
SMRTI = il ricordo
SAMSKARAYOR = le impressioni subcoscienti
EKARUPATVAT = a causa dell’uniformità; una forma, una specie

Poichè il ricordo e le impressioni subcoscienti residue sono una sola for-


ma, c’è un legame, malgrado la separazione delle nascite, dei luoghi e di
tempo.
In altri termini “le azioni passate, anche se non si ricordano, continuano a in-
fluenzare le azioni attuali.” 13 Il KARMA lascia impressioni nella coscienza
individualizzata. Il subcosciente personalizzato di ognuno è il prodotto della
uniformità ( EKARUPATVAT) tra il ricordo ( SMRTI) e le impressioni subcoscienti
(SAMSKARAS). Queste ultime sono riportate nel futuro, così le azioni di ogni indi-
viduo sono generate dalle impressioni subconscie risultanti dal KARMA, invece di
essere determinate dal serbatoio collettivo di impressioni, comune a tutta l’uma-
nità. La forza e l’influenza di queste impressioni sono cumulative e relative.
Certe impressioni subconscie, come la tendenza ad andare facilmente in collera,
possono essere neutralizzate da altre tendenze, per esempio perdonare gli altri.
Patanjali vuole sottolineare che sono le nostre impressioni subconscie (SAMSKARAS)
accumulate, che determinano le nostre azioni ( KARMA), e che questo insieme
personalizzato di SAMSKARAS può esprimersi in periodi di vita diversi, in luoghi
diversi e anche in esistenze diverse (cioè in vite future o in un’altra specie).

199
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

PRATICA: Esercitatevi a essere il testimone; guardate gli avvenimenti con distacco


e accettate lo svolgersi del vostro karma con equanimità.

10. TASAM-ANADITVAM CA-ASISO NITYATVAT


TASAM = di queste (impressioni)
ANADITVAM = il fatto di essere senza inizio; lo stato di non avere inizio
CA = e
ASISAH = domandare, una preghiera, un voto, un desiderio, una
benedizione; un favore di natura permanente, un esaudimento sicuro
NITYATVAT = a causa del carattere eterno, la continuazione

Queste (impressioni) sono senza inizio, perchè i desideri sono eterni.


Il bisogno fondamentale di Madre Natura di vivere, crescere, esprimersi col
desiderio, ha per conseguenza un numero senza fine, e quindi senza inizio, di
forme e creazioni, da cui le impressioni subconscie (SAMSKARAS) registrate nella
memoria (SMRTIH). Il desiderio include il fatto di aggrapparsi alla vita.Vedere i
versetti II.3 e II.9 che lo citano come una delle cinque afflizioni (KLESAS). Identi-
ficarsi col corpo è una delle nostre maggiori identificazioni primarie. E’ per
questo che siamo nati con un attaccamento molto forte alla vita in questo corpo.
A causa della volontà primaria di vivere, abbiamo paura della morte, cosi che
non realizziamo che non siamo il corpo.
PRATICA: Ricordatevi di “Restate in Me ( Babaji) e lasciate che si compia la
trasformazione di queste impressioni.” Siate sempre pazienti con voi stessi.

11. HETU-PHALA-ASRAYA-ALAMBANAIH SAMGRHITATVAD-ESAM-ABHAVE TAD-ABHAVAH


HETU = la causa
PHALA = il frutto; il risultato; l’effetto
ASRAYA = la corrispondenza; il fondamento; ciò da cui tutto dipende; la
dipendenza
ALAMBANAIH = per o con l’aiuto o il fondamento
SAMGRHITATVAT = poiché, dovuto a ciò che è afferrato, preso, raccolto
ESAM = di questi o quelli
ABHAVE = in, su, concernente ciò che non arriva, la sparizione; la mancanza
TAT = questo o quello
ABHAVAH = sparire; l’assenza

200
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

Poichè le impr essioni sono tenute insieme dalla causa, l’effetto, il


fondamento e il supporto, esse spariscono con la sparizione di questi quattro.
Qui la causa ( HETU) si riferisce alla causa primaria della sofferenza citata nel
versetto II.4, che è l’ignoranza (AVIDYA, cioè confondere il Sé con il non Sé), e che
genera le altre af flizioni: l’ego ( ASMITA), l’attaccamento ( RAGA), l’avversione
(DVESA) e il desiderio per l’esistenza (ABHINIVESAH) (vedere da II.3 a II.9). L’ef-
fetto o il frutto (PHALA) significano la maturazione della causa o le azioni (KARMA,
vedere IV.8). Il fondamento (ALAMBANA) significa il ricordo (SMRTIH), o il genere
di movimento della coscienza che definisce il campo personale in ciascuno
(vedere il versetto IV. 9). Il supporto ( ASRAYA) si riferisce allo stimolo oggettivo
(basato sui sensi) o soggettivo che si è presentato alla coscienza.
Patanjali dice qui che sebbene non possiamo cancellare direttamente le
impressioni subcoscienti (SAMSAKARAS), esse spariranno progressivamente se di-
minuiamo la nostra implicazione, o la nostra identificazione con questi quattro
fattori cioè la causa, l’effetto, il fondamento e il supporto, che trattengono i
SAMSKARAS. Il modo esatto per distaccarsi dalle implicazioni è il processo dello
Yoga che è stato spiegato in precedenza. (per gli esempi vedere i versetti II.2 e
II.11).
PRATICA: Praticate intensamente e continuamente lo studio di sé (SVADHYAYA), il
distacco (VAIRAGYA) e l’abbandono (PRANIDHANA).

12. ATITA-ANAGATAM SVA-RUPATO-STY-ADHVA-BHEDAD-DHARMANAM


ATITA = il passato
ANAGATAM = il futuro; ciò che arriverà
SVARUPATAH = in realtà, della propria forma; secondo la propria forma
ASTI = (egli) esiste, è
ADHVA = il sentiero, la strada, il cammino, il corso; la corrente
BHEDAT = a causa della differenza, della distinzione o della separazione
DHARMANAM = sotte le forme, con le caratteristiche, le qualità essenziali,
le virtù
Il passato e il futuro esistono sotto la forma reale di oggetti che si
manifestano, dovuti alle differenze nella corr ente delle forme (prodotte
dalla Natura).

201
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

Il passato e il futuro sono reali. Nel corso del tempo, la Natura, la sostanza prima
di tutta la creazione (PRAKRTI), è modificata e le forme individuali evolvono dal-
lo stadio di potenzialità pura allo stadio di manifestazioni e tornano poi allo
stadio di potenzialità pura. Il passato comprende tutte le forme che furono in un
certo momento materializzate e che sono tornate alla pura potenzialità. Il futuro
comprende le forme possibili che non si sono ancora manifestate.
E’ possibile vedere che il passato e il futuro sono scritti in modo molto con-
creto nei testi spirituali. La Coscienza Unica che ha scritto questi testi anni fa,
sarà anche la stessa Coscienza che leggerà questi testi negli anni a venire. La
stessa Coscienza che è esistita nel passato, sotto forme diverse, esiste oggi sotto
una forma identica o diversa, ed esisterà nel futuro sotto altre forme.
PRATICA: Contemplate il pensiero che il Sé individuale è come la goccia d’acqua
nell’oceano.

13. TE VYAKTA-SUKSMA GUNA-ATMANAH


TE = queste (forme)
VYAKTA = manifesto
SUKSMA = sottile
GUNATMANAH = le forze costituenti della natura

Queste (forme) hanno forze costituenti della Natura, manifeste o sottili.


Le forme della Natura (PRAKRTI) possono essere sottili (SUKSMA) o manifestate
(VYAKTAH), come è stato spiegato nei versetti I.16 e I.19. Sia che siano sottili o
materiali, sono composte di forze costituenti, o di umori della natura (GUNAS),
cioè le forze d’azione (RAJAS o la mutazione), di inerzia (tamas o l’immobilità) e
di equilibrio (SATTVA o la coscienza).
Qualcosa come un pezzo di argilla è manifesto se è presente e visibile. Con
la forma di un vaso che è esistito nel passato o che esisterà nel futuro, essa è
sottile. I cinque elementi (PANCA-BHUTA) e il’ “senso dell’io” sono sottili, ma gli
organi dei sensi, gli organi dell’azione e il mentale sono manifesti.
PRATICA: Riflettete come ogni forma è controllata da queste tre forze.

14. PARINAMA-EKATVAD VASTU-TATTVAM


PARINAMA = la trasformazione

202
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

EKATVAT = a causa dell’unità o della uniformità


VASTU = la cosa; l’oggetto
TATTVAM = uno stato tale; la realtà; lo stato di ciò, l’essenza

La realtà dell’oggetto deriva dall’unità della trasformazione.


Mentre la Natura (PRAKRTI) cambia continuamente, sembra possedere una realtà
statica ogni volta che una forza costituente primaria si ripete in ogni istante.
Patanjali spiega il fenomeno della permanenza delle cose riferendosi ai motivi
che si ripetono nei tre modi principali dell’energia della Natura (TRI-GUNA). Con-
trariamente alla filosofia Vedantica che ha sottolineato l’aspetto illusorio (MAYA)
del mondo, il ‘Tirumandiram’ così come i SUTRA che poggiano sul Samkhya,
sottolineano entrambi la realtà delle cose in quanto Natura, che si manifestano
secondo 24 principi (TATTVAS) o più, da cui le GUNAS.
SATTVAS è la GUNA dello Stato di Veglia,
RAJAS dello S tato di Sogno,
TAMAS dello S tato di Sonno Profondo,
NIRGUNA che distrugge le altre tre Gunas,
E’ l’attributo dello S tato Puro di TURIYA; (TM 2296)
Sebbene diverse, le tre agiscono all’unisono e producono il cambiamento. Esse
sono presenti in tutti i cambiamenti. Per esempio, nella conoscenza del suono,
esso deve avere la potenzialità, l’attività e il senso della percezione. Quando
osserviamo gli oggetti del mondo da una prospettiva spirituale equilibrata, pos-
siamo distinguere le cose che sono sane ed edificanti da quelle che sono distur -
banti e dunque destinate ad essere scartate. La sofferenza e gli oggetti che creano
la sofferenza, sono mutevoli e destinati a essere scartati. Ciò che è permanente,
puro, vivente e libero è edificante e sano. Si deve passare per questo processo di
discriminazione per tutto il tempo di ricerca della libertà spirituale.Tuttavia, una
volta che la si sia raggiunta, non è più necessario guardare gli oggetti di questo
mondo da questo punto di vista spirituale e di rifiutare certe cose. Quello che
resta una volta che si sia raggiunto lo scopo finale, è il Testimone che resta nella
sua vera natura (versetto I.3), una realtà che supera la comprensione della co-
scienza ordinaria individualizzata.
P RATICA : Praticate il INAI RUPA DHYANA KRIYA (letteralmente KRIYA della
“meditazione della forma in movimento”) e PURNA BHAVA INDIYA DHYANA KRIYA
(letteralmente KRIYA del “la meditazione sui sensi colmi di emozioni”), come

203
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

insegnato durante l’iniziazione al primo livello del Kriya Yoga di Babaji e


osservate ciascuna di queste forze della natura.

15. VASTU-SAMYE CITTA-BHEDAT-TAYOR-VIBHAKTAH PANTHAH


VASTU = l’oggetto
SAMYE = nella o concernente l’uguaglianza; il fatto di essere lo stesso, lo
stesso
CITTA = la coscienza; il mentale
BHEDAT = dovuto alla dif ferenza, la distinzione, le separazioni; la
molteplicità
TAYOH = di, nel o concernente questi due; ognuno; il loro
VIBHAKTAH = diviso, distribuito, separato, può variare
PANTHAH = il sentiero, il cammino, la strada, il corso

La maniera di (per cepire) gli stessi oggetti puo’ variar e a causa della
molteplicità delle coscienze.
Nel versetto IV. 4, Patanjali spiega come la coscienza C( ITTA) si è individualizzata
a causa dell’ego ( ASMITA). Di conseguenza ogni persona ha una coscienza
individualizzata e anche uno stesso oggetto sarà percepito in maniera diversa da
una persona all’altra. La percezione è abitualmente tinta dal desiderio, in parti-
colare, e dalle impressioni subcoscienti in generale. Si potrebbe credere che gli
oggetti e la coscienza individuale si situino a livelli di esistenza diversi. Il livello
di esistenza di un oggetto è stato spiegato nei tre versetti precedenti.
A partire dal momento in cui saremo in grado di vedere senza l’implicazio-
ne dell’ego, potremo percepire la realtà essenziale all’interno delle cose. Nella
coscienza ordinaria conosciamo le cose solo con l’intelletto, il mentale e i sensi e
le conosciamo solo attraverso la loro manifestazione esteriore, i loro risultati
esteriori e le loro deduzioni esteriori.
PRATICA: Ascoltate la vostra intuizione quando osservate. In ogni situazione vedete
al di là di quello che sembra evidente. Praticate l’amore incondizionato verso gli
altri. E’ il modo più rapido di mettersi al diapason con la realtà essenziale nel
cuore di tutte le cose.

16. NA CA EKA-CITTA-TANTRAM VASTU TAD-APRAMANAKAM TADA KIM SYAT


NA = non

204
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

CA =e
EKA = uno
CITTA = la coscienza; il mentale
TANTRAM = il filo, la parte essenziale, il punto principale, l’insegnamento;
qui: dipendente
VASTU = l’oggetto
TAD = questo, quello
APRAMANAKAM = non provato o dimostrato; qui: percepito
TADA = allora
KIM = quello che
SYAT = diventa

L’esistenza di un oggetto non dipende da una sola coscienza perchè se così


fosse, cosa diventerebbe questo oggetto quando questa coscienza non lo
percepisce?
Patanjali mostra qui la distinzione tra ogni oggetto dei sensi, i cinque organi dei
sensi (BUDDHINDRIYANI o JNANENDRYANI), cioè le orecchie, gli occhi, il naso, la
pelle, la lingua, che possono percepirli e i cinque elementi ( PANCA-BHUTA), cioè la
terra, l’acqua, il fuoco, l’aria e l’etere, che rendono possibile la sensazione. L’as-
senza degli organi dei sensi o degli elementi dei sensi non annulla l’esistenza
dell’oggetto dei sensi. In altre parole, tutti gli oggetti sono il prodotto dei GUNAS
di PRAKRITI e non sono il prodotto di un solo mentale.
PRATICA: Praticate il PURNA BHAVA INDRIYA DHYANA KRIYA (letteralmente, KRIYA della
“meditazione sui sensi colmi di emozione”) insegnata durante l’iniziazione al
primo livello del Kriya Yoga di Babaji e riflettete sulla distinzione tra oggetti,
elementi dei sensi e organi dei sensi.

17. TAD-UPARAGA-APEKSITVAC-CITTASYA VASTU JNATA-AJNATAM


TAD = quello
UPARAGA = colorare, tingere, scurire
APEKSITVAT = a causa di o dovuto all’anticipazione, l’attesa; desiderato,
ricercato; lo stato che necessita di o dipende da
CITTASYA = della coscienza o del mentale
VASTU = l’oggetto

205
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

JNATA = conosciuto
AJINATA = sconosciuto

Un oggetto è conosciuto o sconosciuto secondo che la coscienza ne prenda


o no il colore.
Noi riconosciamo gli oggetti perché nella nostra memoria si è iscritto un deposito
subconscio a seguito di una esperienza precedente di questi oggetti. Patanjali
chiama questo la colorazione della coscienza. Si tratta di una metafora per
descrivere la maniera in cui ci si ricorda.
Il Sé è l’ultimo soggetto; egli è così sempre superiore a tutti gli oggetti della
coscienza (UPARAGA-CITTASYA). Ne siamo coscienti perché i movimenti che emer-
gono nella coscienza sono sempre percepiti dal Sé. Il mentale non può essere
cosciente del Sé. Solo il Sé o il superiore (PRABHU), può essere cosciente di quello
che si produce nel seno della coscienza. Quello che chiamiamo la realizzazione
del Sé, sopraggiunge quando la Coscienza diventa cosciente del Sé puro, dello
sfondo fondamentale, sorgente della coscienza.
PRATICA: Notate come il riconoscere gli oggetti dipenda dalla memoria (SMRTI).
Quando voi guardate le cose come se fosse la prima volta, la coscienza pura
avanza in primo piano. Siate coscienti di quello che è cosciente.

18. SADA JNATAS-CITTA-VRTTAYAS-TAT-PRABHOH PURUSASYA-APARINAMITVAT


SADA = sempre
JNATAH = conosciuto
CITTA = la coscienza; il mentale
VRTTAYAH = le modificazioni; le fluttazioni
TAT = questo; quello
PRABHOH = il Superiore; il maestro
PURUSASYA = del Sé
APARINAMITVAT = a causa di o dovuto alla permanenza

Le fluttuazioni della coscienza sono sempr e conosciute, a causa della


permanenza del Sè, (che è) il maestro.
I movimenti in seno alla coscienza individuale (CITTA-VRTTAYAH) possono essere
percepiti solo da chi li osserva, la sorgente fondamentale della coscienza sullo
sfondo, che è laTranquillità, il Sé. Quando si resta indietro, come un testimone,

206
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

si può realizzare che tutte le azioni delle forze della natura fanno parte del lavoro
universale, e le azioni o gli avvenimenti non sono necessariamente il risultato
della nostra azione cosciente o della nostra personalità. Il Sé immutabile può,
attraverso voi, far sorgere degli avvenimenti e utilizzare qualche elemento della
vostra natura, ma generalmente non ne siete coscienti.
PRATICA: Contemplate lo svolgersi della vita e l’evoluzione delle sue miriadi di
possibilità.

19. NA TAT-SVA-ABHASAM DRSYATVAT


NA = non
TAT= questa (coscienza)
SVABHASAM = l’autoluminosità; la propria luce
DRSYATVAT = del fatto di essere visto; la natura di essere (l’oggetto) percepito

Queste (fluttuazioni della coscienza) non sono luminose in sè perchè sono


(oggetti) percepiti.
La coscienza (CITTA) è un oggetto per il Sé, o il Testimone, ed è a causa della
Luce del Sé che la coscienza è in grado di percepire. La coscienza individuale
riflette la Luce del Sé. Senza il Sé, la coscienza non potrebbe percepire gli oggetti
esteriori. Non si può avere un Testimone del Testimone. E’ per questo che il
Testimone è luminoso in sé. Questa descrizione somiglia molto a quella della
luce del mentale che il Buddismo tibetano chiama il SAMBHOGAKAYA o il corpo di
gioia.14
Il mentale non è nemmeno luminoso in sé, perché è conoscibile. Ciò che è
conoscibile è molto differente da Colui che conosce. Le modificazioni del menta-
le, come l’attaccamento, la paura, la collera, ecc. sono dunque oggetti e fanno
parte di ciò che è conoscibile. Solo il puro soggetto, il Testimone, ha la capacità
di essere luminoso in sé.
Il Testimone è l’Infinito Luminoso, l’essenza che si nasconde dietro la
coscienza individuale e le sue fluttuazioni e dietro il mentale, suo strumento.
PRATICA: Sdraiatevi e lasciate che il vostro corpo si rilassi, immobile. Immaginate
che una luce bianca vi avvolga. Immaginate tutte le cellule del corpo che si
impregnano di questa luce, coscienti del loro carattere eterno.

207
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

20. EKA-SAMAYE CA-UBHAYA-ANAVADHARANAM


EKA = uno e lo stesso
SAMAYE = il tempo; la circostanza, l’istanza, l’occasione
CA = e
UBHAYA = tutti e due
ANAVADHARANAM = il non-discernimento; la non-percezione

Di conseguenza, la coscienza non può percepire i due (soggetto e oggetto)


contemporaneamente.
La coscienza (CITTA) può percepire degli oggetti (VASTU), ma non può nello stesso
tempo diventare cosciente di sé stessa. Solo il Sé superiore può percepire la
coscienza e le sue modificazioni ( CITTA-VRTTIH). Il Sé è incapace di diventare
oggetto di attenzione di qualsiasi altro livello di coscienza, perché nessun altro
Lo contiene. La nostra coscienza individuale, per abitudine, si assorbe negli
oggetti di attenzione, e non arriva a essere cosciente del Sé, del Testimone.
Occorre frenare l’attrazione esteriore dei sensi e dei movimenti del mentale sulla
coscienza, e volgersi all’interno. Siate coscienti del Sé, la Presenza fondamentale
che impregna tutte le cose.
PRATICA: Esercitatevi a essere cosciente di ciò che è cosciente.

21. CITTA-ANTARA-DRSYE BUDDHI-BUDDHER-ATIPRASANGAH SMRTI-SAMSKARAS-CA


CITTA = il mentale; la coscienza
ANTARA = altro
DRSYE = la percezione
BUDDHI = l’intelletto; il primo TATTVA che emer ge da PRAKRTI, nella filosofia
Samkhya; la percezione; la discriminazione; il mentale
BUDDHEH = dell’intelletto, la percezione; la discriminazione; il mentale
ATIPRASANGAH = l’attaccamento eccessivo; l’impertinenza; qui: la
regressione infinita
SMRTI = la memoria
SAMKARAS = la confusione
CA = e

208
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

Se poniamo come principio la per cezione di una coscienza da parte di


un’altra (coscienza), dovremmo ammettere la loro regressione infinita e
ne risulterebbe una memoria confusa.
Patanjali rifiuta l’idea che nel centro di un individuo potrebbe esserci una serie
illimitata di coscienze individualizzate, ciascuna cosciente delle altre, poiché
questo causerebbe l’arresto del funzionamento della memoria. C’è una sola Co-
scienza nel centro di ogni individuo, e a causa dei movimenti essa ci appare
deformata. Tuttavia, quando le distorsioni del mentale si placano, si risveglia
una Coscienza Universale superiore, e così scompare il sentimento di possedere
un corpo e una personalità individuale.
PRATICA: Contemplate l’esistenza della Coscienza Universale unica che impreg-
na tutte le forme.

22. CITER-APRATISAMKRAMAYA TAD-AKARA-APATTAU SVABUDDHI-SAMVEDANAM


CITEH = della coscienza trascendentale; la coscienza superiore
APRATISAMKRAMAYAH = a causa di o dovuto all’immutato, la non
dissoluzione
TAD = quello
AKARA = la forma, la figura, l’apparenza
APATTAU = in, concernente l’avvenimento, l’arrivo, l’emergenza; entrare
in un dato stato; qui: prende
SVABUDDHI = il proprio intelletto

Quando la coscienza trascendentale immutabile prende la forma di questa


(coscienza), (diventa possibile) la per cezione del proprio intelletto.
Sebbene la coscienza universale superiore non cambi in sé stessa, essa prende la
forma della coscienza inferiore, a causa dell’ignoranza (vedere il versetto I.4).
La coscienza del nostro intelletto e del nostro mentale non sarebbe possibile se il
Sé non fosse in prossimità per illuminarla. Ma la falsa identificazione (SARUPYAM)
tra il Sé e la coscienza individualizzata è solo apparente. Quando i movimenti
che si elevano nella coscienza, scompaiono, il “Testimone resta nella sua vera
forma” (TADA DRASTUH SVARUPE VASTHANAM, versetto I.3).
PRATICA: Coltivate uno stato dello spirito in cui vi staccate daa tutti i turbamenti
mentali. Restate nello spazio tra questi turbamenti. Siate il Sé.

209
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

23. DRASTR-DRSYA-UPARAKTAM CITTAM SARVA-ARTHAM


DRASTR = il Testimone
DRISYA = ciò che è visto (l’Oggetto)
UPARAKTAM = colorato; tinto
CITTAM = la coscienza; il mentale
SARVA = tutti
ARTHAM = il significato, lo scopo; l’oggetto

Tutti gli oggetti del mentale sono tinti dal Testimone e dall’Oggetto.
Precedentemente, nel versetto IV.17, Patanjali ha indicato che un oggetto (VASTU)
può essere riconosciuto dalla nostra coscienza se essa è tinta (UPARAGA) da questo
oggetto (cioè se essa ha già un ricordo che lo riguarda). Ci dà qui una seconda
condizione necessaria perché si produca la percezione: la coscienza
individualizzata deve essere “tinta” (UPARAKTAH) o “illuminata” dal Sé (o il
Testimone). La seconda condizione esiste finchè si è vivi e in uno dei quattro stati
di coscienza: la coscienza fisica, il sogno ( SVAPNA), il sonno senza sogno e lo stato
trascendentale (TURYA). La coscienza individualizzata, tuttavia, a causa dell’igno-
ranza o della confusione sulla propria vera identità, prende il Sé eterno ed immu-
tabile per un oggetto e passa a fianco della propria vera identità.
PRATICA: Ricordatevi sempre del Sé.

24. TAD-ASAMKHYEYA-VASANABHIS-CITRAM API PARA-ARTHAM SAMHATYA-KARITVAT


TAD = quello
ASAMKHYEYA = innumerevole; la moltitudine
VASANABHIH = con o per le impressioni subcoscienti; le abitudini
CITRAM = eterogeneo, chiazzato, diverso
API = anche
PARA-ARTHAM = lo scopo più elevato; il supremo; l’interesse di un altro;
qualcosa d’altro, un oggetto destinato all’uso di un altro
SAMHATYA = insieme, simultaneamente, tutto nello stesso tempo
KARITVAT = a causa o dovuto all’azione o all’attività; effettuato

Questa (coscienza), sebbene piena di innumerevoli impressioni subcoscienti,


esiste per un altro (il Sè) perché può agire solo in associazione con lui.

210
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

La coscienza individuale ha come scopo la realizzazione del Sé. Sebbene sia


colma di innumerevoli impressioni subconscie, alla fine le si supera per raggiun-
gere la realizzazione di Sé, grazie al processo di purificazione yogica. Può
sembrare che i giochi del mentale si servano di scopi inferiori. Una volta scoperto
questo fine superiore, si comincia a essere meno implicati nei giochi del mentale
e a giocare il gioco della coscienza. A questo gioco, ogni volta che se ne è
coscienti, si “guadagna:” si fa l’esperienza della gioia. Ogni volta che ci si
dimentica di essere coscienti, si perde: si soff re.
PRATICA: Giocate il gioco della Coscienza: esercitatevi ad avere una coscienza
gioiosa, sempre, in ogni situazione, sia dolorosa che piacevole; praticate la tecnica
della gioia continua (NITYANANDA KRIYA) insegnata durante l’iniziazione al secondo
livello del Kriya Yoga di Babaji.

25. VISESA-DARSINA ATMA-BHAVA-BHAVANA-VINIVRTTIH


VISESA = la distinzione; il marchio distintivo; la proprietà particolare
DARSINAH = vedere, percepire, osservare, conoscere, comprendere
ATMABHAVA = l’esistenza del Sé o dell’anima; il Sé reale, la natura
particolare
BHAVANA = il mantenere; la pazienza; la meditazione; osservare; investigare
VINIVRTTIH = si rigira, ritirato; la cessazione, arrestare, levare, finire per
sempre
Per chi vede la distinzione tra vedere il Sè, cessa per sempre il
mantenimento (del falso senso del sè).
Negli stati elevati di coscienza, per esempio in meditazione profonda, si può
raggiungere il limite della coscienza individualizzata: l’osservazione pura. I pen-
sieri sono già stati lasciati. A questo limite si cessa di coltivare la coscienza
individualizzata e si coltiva senza sforzo la coscienza di Sé.“si perde l’abitudine
di pensare” come Aurobindo deplorava scherzando a metà, e si resta fissi in
questa coscienza di essere il soggetto puro, universale ed eterno.
Questo supera lo stadio in cui ci si può chiedere mentalmente e ripetutamente
“chi sono io?” Sebbene tale ricerca mentale possa alla fine prepararci alla “pura
osservazione,” generalmente solo il lungo processo delloYoga riesce a preparar-
ci alla fine a raffinare la coscienza individualizzata. Nel commento del versetto
IV.27 è spiegato come ASAMPRAJNATA SAMADHI conduca all’estinzione della co-
scienza individualizzata.

211
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

I saggi dicono che quando siete in questo stato di unione col Divino, passate
il tempo a ridere di tutte le cose della vita! Vedete il Divino dappertutto e in tutte
le cose e non vi vedete differenze. E con questa realizzazione nulla vi può far
ricadere nel vostro vecchio modo di vedere. Niente esiste se non Questa Coscien-
za, Questa Presenza, Questo Potere, Questo Amore, mai.
C’era una volta un saggio errante (SADHU) e istruito, chiamato Chela Swami,
che andava spesso nel piccolo villaggio di Kanadukatan, nella regione di Chettinad
nel tamil Nadu. Non portava vestiti e aveva l’aspetto di un folle. Arrivava e
partiva come il vento. Aveva sempre il sorriso sulle labbra. Ragazzi cattivi
talvolta gli lanciavano dei sassi. Egli sorrideva. Altre volte lo trattavano con
gentilezza e gli massaggiavano i piedi. Egli sorrideva.A volte i ragazzi gli rega-
lavano una banana. Egli sorrideva. Poi gli toglievano la banana. Egli sorrideva
ancora. Perché credete che sorridesse sempre?
PRATICA: Esercitatevi a restare in uno stato di coscienza gioiosa, sempre.

26. TADA VIVEKA-NIMNAM KAIVALYA-PRAGBHARAM CITTAM


TADA = poi, infatti
VIVEKA = il discernimento
NIMNAN = rivolto verso
KAIVALYA = lo stato solitario; la libertà assoluta (vedere il versetto II.24)
PRAGBHARAM = gravitare verso; la propensione, inclinazione
CITTA = la coscienza; il mentale

Poi la coscienza gravita verso la assoluta libertà ed è portata al


discernimento.
Quando resta solo un velo minimo di ignoranza (AVIDYA) o di confusione
(SAMKARA), tra il Sé e il non Sé, il nostro discernimento ( VIVEKA) tra questi prose-
gue automaticamente e si arriva inesorabilmente alla forma più elevata di SAMADHI.
Al versetto II.25, si descrive questo stato finale come una liberazione completa
in rapporto all’Oggetto percepito (DRSEH KAIVALYAM). Allora non resta che la pura
soggettività alla fonte della coscienza. I pensieri e le sensazioni possono conti-
nuare, ma il sentimento di essere il loro proprietario o il loro autore scompare.
Qualunque sia l’azione realizzata, si cancella l’impressione di esserne l’autore.
Si è soltanto il testimone.

212
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

KAIVALYAM nel senso di “stato solitario” non significa né la reclusione né la


rinuncia in quanto tali, ma la liberazione assoluta dalle cause di afflizione. Lo
stato solitario significa essere sempre aperti al Divino all’interno e permettere al
Divino di lavorare attraverso noi essendo liberati da ogni preferenza personale.
Lo stato solitario significa che non formate “più che Uno” perché non esiste più
nessun altro.
PRATICA: State “soli” nella folla. Che niente rovini la vostra pace e la vostra
equanimità, comunque siano gli avvenimenti attorno a voi.

27. TAC-CHIDRESU PRATYAYA-ANTARANI SAMSKAREBHYAH


TAT = questo; quello
CHIDRESU = strappare in pezzetti, avere dei buchi, bucato, il difetto, l’errore,
tra
PRATYAYA = l’intenzione; il pensiero, la nozione, la cognizione
ANTARANI = altri
SAMSAKARA = le impressioni subcoscienti

Nell’intervallo, (possono arrivare) altri pensieri, dovuti alle impressioni


subcoscienti.
Lo stato più elevato di libertà assoluta del Testimone (DRSEH KAIVALYAM) o assor-
bimento cognitivo non distinto (ASAMPRAJNATA SAMADHI) si manifesterà general-
mente all’inizio per periodi brevi. Le impressioni subcoscienti (SAMSKARAS)
continueranno a disturbare l’emer gere della coscienza superiore. Progressiva-
mente, lo yogi si ricorderà di staccarsi da tutte le impressioni esteriorizzanti,
tranne da quella del distacco (VAIRAGYA). Il movimento verso l’interno lo porterà
alla fine sul movimento della coscienza verso l’esterno, finchè sussiste la chiara
coscienza del Sé.
PRATICA: Esercitatevi a essere il testimone, a vedere tutte le distrazioni (VIKSEPA)
come onde alla superficie dell’oceano del vostro Essere. Siate l’oceano e non le
onde.

28. HANAM-ESAM KLESAVAD-UKTAM


HANAM = abbandonato, estinto, levato
ESAM = di questi
KLESAVAT = come l’afflizione
UKTAM = detto

213
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

Essi possono essere eliminati, come le afflizioni (come è stato spiegato in


precedenza).
Patanjali ci ricorda qui come eliminare questi pensieri distraenti, riferendoci ai
versetti II.1, 2, 10, 11 e 26 nei quali spiega le afflizioni (KLESAS) e indica come
eliminarle.
PRATICA: Considerate tutti i turbamenti come una opportunità di coltivare
l’equanimità ( UPEKSA) e la calma interiore. Con la pratica, quando vi sentite
turbati, troverete l’equilibrio sempre più rapidamente.

29. PRASAMKHYANE PY-AKUSUDASYA SARVATHA VIVEKA-KHYATER-DHARMA-MEGHAH


SAMADHIH
PRASAMKHYANE = nell’acquisizione; l’enumerazione, la riflessione, la
meditazione
API = anche
AKUSIDAYA = indifferente alla ricompensa o al guadagno
SARVATHA = costante; in ogni momento, sempre
VIVEKA = discriminativo
KHYATEH = del discernimento (vedere i versetti II.26 e II.28)
DHARMA = il carattere essenziale, la natura, il carattere
MEGHA = la nuvola
SAMADHIH = l’assorbimento cognitivo

Indifferenti alle ricompense e mantenendo sempr e un discernimento


discriminativo, segue allora lo stato di assorbimento cognitivo chiamato la
nuvola del DHARMA.
Il termine “nuvola delDHARMA” o “nuvola diDHARMA” non è spiegato, ma essen-
do dati gli elementi che l’hanno portato, necessariamente si deve produrre
proprio prima della acquisizione dell’assorbimento cognitivo non distinto
(ASAMPRAJNATAH SAMADHI), l’assorbimento ultra-cognitivo senza seme o NIRBIJA.
Questo può assomigliare al DHARMAKAYA o al “corpo di verità” del buddismo,
l’esperienza della vacuità del vuoto. Il discernimento discriminativo ( VIVEKA-
KHYATEH) è stato descritto nei versetti II.26 e II.28, come un mezzo di separare il
Sé dal mondo. Consiste essenzialmente nel ritrarsi all’inizio da tutti i movimenti
che si producono nella coscienza e poi spostarsi dalla coscienza individuale ver-
so “la sorgente della coscienza del Sé.”

214
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

In questo stato, la persona si libera dall’attrazione delle “paia di opposti”


propri del pensiero dualista (buono o cattivo, vero o falso, bello e brutto ecc.) e i
principi di buona condotta e di giusto dovere predicati dalDHARMA, diventano
superflui. Senza il senso dell “io” o del “mio” non si può avere il senso del dove-
re. Non si desidera nulla. Non c’è bisogno di fare qualche cosa. Sebbene il corpo
esista sempre, per la forza del KARMA passato, lo yogi non è af flitto dal corpo. Le
sue azioni, al livello del suo corpo e anche del suo mentale di superficie conti-
nuano fino a che ilKARMA sia esaurito.
PRATICA: Man mano che la coscienza si sviluppa e il cuore si apre, non lasciate
che si disperdano nei movimenti del mentale, come i ricordi, le fantasticherie e i
piaceri sensuali. Presentateli al Divino e così facendo conservate la purezza, la
contentezza e il discernimento.

30. TATAH KLESA-KARMA-NIVRTTIH


TATAS = di quello
KLESA = l’afflizione
KARMA = l’azione
NIVRTTI = la cessazione

A partire da là, sopraggiunge la cessazione delle afflizioni e l’azione.


Nel SAMADHI della nuvola delDHARMA (DHARMA-MEGHAH), lo sfondo si presenta
in primo piano e ciò che è in primo piano durante la coscienza fisica ordinaria, si
ritira sulla sfondo. Non si perde mai di vista la Realtà assoluta. Non si è più
addolorati dalle af flizioni (vedere il versetto I.24). Si cessa di essere provati dalle
azioni passate o di creare nuovo KARMA. La nostra coscienza si è elevata a uno
stato superiore trascendentale. Il sentimento di “essere il creatore” delle proprie
azioni non esiste più. Ci si sveglia dal sogno.
Tuttavia questo non impedisce di agire o di restare in questo mondo come
alcuni pretendono, a seguito della filosofia del SAMKHYA, che mette in opposizio-
ne la realizzazione del Sé e l’implicazione in questo mondo 15. Come detto prima,
i Siddha dello Yoga tamil non cercavano di lasciare questo mondo ma di trasfor-
mare qui la loro azione, consentendo la discesa della coscienza superiore a tutti i
livelli del loro essere, compreso il piano fisico.Tuttavia quando si agisce, non è
più col sentimento di essere l’autore, e ancor meno partendo da motivi egoistici.

215
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

Si può essere in questo mondo ma non di questo mondo. Perché restare in


questo mondo? I Siddha hanno spiegato spesso, che se essi restano, è solo per
aiutare la trasformazione divina degli altri che sono pronti per questo. Non è
molto diverso dal BODHISATTVA che può astenersi dal raggiungere l’illuminazio-
ne suprema finchè tutti gli esseri vi siano giunti con lui, o che può anche astenersi
dal raggiungere l’illuminazione solo per il beneficio di tutti gli esseri; o ancora,
una volta raggiunta l’illuminazione egli resta nel mondo finchè ci sarà sof feren-
za. Santideva nel suo BODHISATTVACARYAVARTARA ha detto: “tanto a lungo ci sarà
sofferenza nel mondo, io ci resterò.” 16
PRATICA: Praticate regolarmente il silenzio. Parlate solo quando è necessario e
per elevare gli altri, dopo aver riflettuto. Coltivate il silenzio ed evitate la piaga
dell’essere fiero dei propri risultati. Non cercate di comunicare o di
concettualizzare la Realizzazione che arriva; questi sforzi non faranno che
abbassare la coscienza.

31. TADASARVA-AVARANA-MALA-APETASYA JNANASYA-ANANTYAJ-JNEYAM-ALPAM


TADA = allora
SARVA = tutti
AVARANA = ricoprire
MALA = l’impurità, la polvere, la sporcizia
APETASYA = dei defunti; il ritiro
JNANAYSA = della saggezza
ANANTYAT = a causa dell’infinità, l’eterno
JNEYAM = essere conosciuto
ALPAM = poco; piccolo

Allora tutte le impurità e tutto ciò che ricopre la saggezza, sono eliminati.
A causa della infinità di questa saggezza, non resta quasi niente da conoscere.
Normalmente la nostra coscienza è assorbita o dispersa dagli oggetti di attenzio-
ne a causa della presenza di imperfezioni, tra cui il desiderio ( RAGAH), la memo-
ria (SMRTIH), l’ego ( ASMITA) e l’avversione ( DVESAH). Ma quando queste sono
tolte, la nostra coscienza può riflettere la “Realtà Assoluta” senza giudizio né
divisione. Staccandosi dalla confusione mentale, il Sé si identifica con la realtà
sottostante ad ogni cosa.Tutti i fenomeni diventano trasparenti in un campo del-
l’Essere, infinito ed eterno. E’ la saggezza, e contrariamente alla conoscenza essa

216
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

non è duale, è senza limite e la si apprende intuitivamente, perché essa è una cosa
sola col suo oggetto.
PRATICA: Riflettete sulla dif ferenza tra conoscere ed essere.

32. TATAH KRTA-ARTHANAM PARINAMA-KRAMA-SAMAPTIR-GUNANAM


TATAS = allora; di questo
KRTA = fatto; qui: realizzato o riempito
ARTHANAM = degli scopi
PARINAMA = la trasformazione
KRAMA = la sequenza; la successione
SAMAPTIH = la fine; la conclusione, il raggiungimento
GUNANAM = delle qualità o dei modi della natura

Allora le GUNAS terminano la loro sequenza di trasformazione perché hanno


realizzato il loro scopo.
Avendo trasceso gli stati di veglia, di sogno e di sonno profondo, il praticante
resta nel quarto stato (TURIYA), e cessa dunque di essere implicato, o di essere
soggetto alle qualità della natura (GUNAS).
SATTVA è la GUNA dello stato di Veglia
RAJAS dello stato di Sogno
TAMAS dello stato di Sonno Profondo
NIRGUNA, che distrugge le altre treGUNAS
È l’attributo dello S tato Puro di TURIYA (TM 2296)
E
Quando questo S tato è raggiunto
In cui il Sé diventa SIVA
Le MALAS (macchie), le PASAS (Tam. catene), le diverse
GUNAS e le esperienze
Che erano sopraggiunte a causa del JIVA disunito
Vanno tutte, interamente a scomparire.
Proprio come fanno i raggi della luna
In presenza del sole che sorge (TM 2314)
Lo scopo delle GUNAS è fornire il quadro e le funzioni perché l’anima individuale
(JIVA) possa superare la sua ignoranza e tornare all’unione col Signore Supremo.
Ora esse si ritirano sullo sfondo, nella luce della realizzazione del Sé.

217
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

PRATICA: Riflettete sul consiglio che lo Yoga dà del non dualismo qualificato
(YOGA-VASISTHA): non toccate niente di quello che è tangibile o che può essere
ottenuto dalla vostra azione; restate indifferenti e indipendenti da ogni cosa in
questo mondo, e affidatevi alla vostra coscienza dell’infinito. Immaginatevi che
dormiate quando siete svegli; consideratevi come il tutto, come se foste uno con
lo Spirito supremo.”17

33. KSANA-PRATIYOGI PARINAMA-APARA-ANTA-NIGRAHYAH KRAMAH


KSANA = il momento
PRATIYOGI = corrispondere; la contropartita
PARINAMA = la trasformazione
APARANTA = la fine
NIRGRAHYAH = finito; cessato; essere soppresso
KRAMAH = la sequenza; la successione

La successione e la (sua) controparte, il momento, cessano con la fine della


trasformazione.
Avendo raggiunto il più alto stato di coscienza trascendentale, si riconosce Colui
che è eterno e senza cambiamento, dietro i cambiamenti apparenti. “Fai la calma
in te e sappi che io sono Dio” È un altro modo di esporre quello che Patanjali
afferma in questo versetto. Nella calma, nel silenzio, si realizza la fine dei cam-
biamenti. Le onde si fondono nell’oceano dell’essere. Il mentale ha tagliato la
nostra esperienza della realtà in un numero limitato di pezzi; momenti, esperien-
ze, pensieri, sensazioni. In SAMADHi, andando al di là del mentale, si realizza ora
l’unione di tutte le cose. Quando ci risvegliamo dal sogno della vita, questo
somiglia alla realizzazione che si produce quando arriviamo alla fine di un film
che ci ha catturato. Noi vediamo tutta la nostra vita sfilare a marcia indietro
come la pellicola delle immagini del proiettore che è riavvolta.
PRATICA: Contemplate il seguete paradosso: una volta che il viaggio è terminato,
si torna al punto di partenza e si realizza che quello che si cercava era sempre
stato là.

34. PURUSA-ARTHA-SUNYANAM GUNANAM PRATIPRASAVAH KAIVALYAM SVARUPA


PRATISTHA VA CITI-SAKTIR-ITI
PURUSARTHA = lo scopo di un uomo; lo scopo del sé
SANYANAM = di essere vuoto

218
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

GUNANAM = delle qualità o delle forze costituenti della natura


PRATIPRASAVAH = riassorbire; ritornare all’origine o alla sor gente
KAIVALYAM = il fatto di essere solo; la libertà assoluta, l’indipendenza
SVARUPA = la propria natura o la forma in sé stessa e per sé stessa; vedere
il versetto I.3
PRATISTHA = il raggiungimento; la risoluzione; la perseveranza si installa
VA = o
CITASAKTI = il potere della coscienza pura o della coscienza superiore
ITI = così

Cosi’ lo stato supremo della libertà’ assoluta si manifesta, mentre le qualità


si riassorbono nella Natura, non avendo più lo scopo di servir e il Sè. Oppure
(sotto un’altra angolazione), il potere della coscienza pura si installa nella
sua pura e propria Natura.
Nell’ultimo versetto, Patanjali caratterizza lo stato supremo e assoluto di realiz-
zazione come la libertà assoluta (KAIVALYAM), e ci dice che questo implica l’unio-
ne della coscienza (PURUSA) con la Natura (PRAKRTI). Questo versetto rinvia al
versetto I.3 “Allora il testimone dimora nella sua vera forma” ( TADA DRASTUH
SVA-RUPE VASTHANAM). Sebbene sia una espressione che si ritrova lungo tutti i
SAMKHYA KARIKAS e i VEDANTA, si comprende meglio qui la sua utilizzazione, in
particolare nel contesto dei versetti precedenti (vedere I.16, 24, III.35, 49, 55,
IV.18) e nella filosofia deiSiddha dello Yoga tamil in generale.
Secondo i termini utilizzati daiSiddha dello Yoga tamil, si tratta dell’unio-
ne di SIVA (la coscienza Suprema) con laSAKTI (la potenza). In seguito a questa
unione, nel cuore dello yogi, a tutti i livelli, prende posto una trasformazione
radicale. La natura inferiore, prima motivata unicamente dalle forze costituenti
della natura (GUNAS) è sostituita da una forma superiore della Natura:SVARUPA,
“la sua vera Natura.” Gli iniziati del Kriya Yoga di Babaji, riconosceranno qui
lo SVARUPA SAMADHI o il SAMADHI d’oro, citato dovunque nella letteratura dei
Siddha dello Yoga tamil. Nel suo centro anche le cellule del corpo fisico lasciano
i loro modi e le loro programmazioni limitate, a quelli di una coscienza fondata
sul SAMADHI, e brillano di una luce dorata.Tutti i Siddha della tradizione dei 18
Siddha dello Yoga tamil, fanno riferimento a questo SVARUPA SAMADHI e hanno
descritto come il loro corpo brillava di una lucentezza dorata. Questo fu anche il
caso, nel 19° secolo di Siddha Ramalinga Swami, che lo descrive come “corpo

219
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

di Grazia della Luce Suprema.”18 E la stessa cosa fu anche per Sri Aurobindo
che la chiamava la “discesa del sopramentale.” 19 Le leggi della natura inferiore,
con l’azione delle forze costituenti della natura (GUNAS), sono sostituite da quelle
di una Natura superiore.Tutti parlano delle loro esperienze personali alla stadio
finale della trasformazione suprema.
Qual è il segno diSVARUPA MUKTI (la liberazione
della forma in sé stessa e per sé stessa)?
Il corpo fisico brilla del
Fuoco dell’immortalità. - Roma Rishi
In dozzine di versetti,Tirumular parla di SVARUPA in termini di “manifestazione
luminosa del Sé:”
JIVA essendo divenuto SIVA
Ed essendosi estinte le treMALAS
Montando negli Spazi Tripli
Nell’arresto del Desiderio e del Non- desiderio
Passa nello stato corporale di
Felicità SATYA-JNANA-ANANDA;
La in questo TURIYA di JIVA più avanzato
Si trova la Manifestazione Luminosa del Sé (SVARUPA) (TM 2834)
E il Santo Maestro, Parama Guru (il GURU supremo)
In quanto PARA immutabile penetra tutto senza fine
In questo stato immanente
Si estende la Sua Manifestazione Luminosa del Sé (SVARUPA),
Quando JIVA raggiunge lo S tato Finale di TURIYA (TM 2835)
In questo “S tato finale di TURIYA,” l’anima individualizzata ( JIVA) diventa
indifferenziata nello Essere Supremo, e raggiunge lo stato sottile di SIVA, lo stato
di Manifestazione Luminosa del Sé. La questione non è che in questo stato lo
yogi continui o meno a manifestare un corpo in questo mondo; non si è più
soggetti alle leggi ordinarie e alle forze costituenti della natura. Se si lascia que-
sto mondo non sarà perché la morte o il decadimento ci costringono. Come disse
Babaji “La Morte è uno scherzo per me, perché io sono la Morte della Morte".20

220
CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA

L’Unico è sempre solo:


Trascende i cinque KALAS,
E appare nello S tato di Risveglio (di TURIYA);
Raggiunge lo S tato solitario del KEVALA Superiore
E là resta solitario;
Privo di sensibilità,
Ardente entra nello S tato di (TURIYA) ATITA:
E allora tu sarai veramente ilTAT-PARA (TM 2450)
“Sorella benedetta” disse Babaji, “io ho l’intenzione di lasciare la mia forma
umana e di tuffarmi nella Corrente Infinita.”
“Io” ho già intuito il vostro progetto, maestro beneamato. Volevo discutere
con voi questa notte. Perché dovreste lasciare il vostro corpo?” La donna glorio-
sa lo guardò con aria supplice. “Che differenza fa se porto un’onda visibile o
invisibile sull”oceano del mio Spirito?”
Mataji rispose con un lampo originale di intelligenza. G“ URU immortale, se
questo non fa differenza allora vogliate non rinunciare mai alla vostra forma.”
“Così sia,” disse Babaji solennemente. “Io non lascerò mai il mio corpo
fisico. Esso resterà sempre visibile almeno a un piccolo numero di persone su
questa terra. Il Signore ha espresso il suo augurio con le vostre labbra... Non
avere paura, Ram Gopal” egli disse, “tu hai la benedizione di essere il testimone
della scena di questa promessa immortale”… Lahiri Mahasaya mi ha spiegato
più tardi molti punti metafisici che riguardano il piano divino, nascosto per que-
sta terra, concluse Ram Gopal. “Babaji è stato scelto da Dio per restare nel suo
corpo per tutta la durata di questo particolare ciclo del mondo. Le età passeran-
no, ma il maestro immortale, spettatore del dramma dei secoli, sarà ancora pre-
sente su questa scena terrestre.” 21
PRATICA: Immaginate la presenza di una Persona Divina vivente, come Babaji,
libera dalle limitazioni delle qualità o delle forze costituenti della natura, e libera
dal funzionamento limitato del mentale ordinario e del corpo. Imparate e praticate
VIJINANA BABAJI DARSANA KRIYA come insegnato durante l’iniziazione del terzo
livello del Kriya Yoga di Babaji.
AUM TAT SAT

OM KRIYA BABAJI NAMA AUM

221
LA TRADUZIONE CONTINUA DEI 195 SUTRA DEL
KRIYA YOGA DI PATANJALI
Capitolo 1: SAMADHI PADA
l’assorbimento cognitivo
1. Ora (inizia) l’esposizione dello yoga.
2. Lo yoga è la cessazione (del processo di identificazione con) le fluttuazioni
(che emergono nella) coscienza.
3. Allora il Testimone dimora nella sua vera forma.
4. Altrimenti c’è un’identificazione (dell’anima individualizzata) con le
fluttuazioni (della coscienza).
5. Ci sono cinque tipi di fluttazioni (della coscienza), che sono o non sono
afflitte.
6. Questi cinque tipi sono: i mezzi per raggiungere la vera conoscenza, le false
opinioni, la concettualizzazione, il sonno e i ricordi.
7. I mezzi per raggiungere la vera conoscenza sono: la percezione coi cinque
sensi, la deduzione e lo studio dei testi sacri.
8. Le false opinioni sono una conoscenza erronea che non è fondata sulla loro
forma reale.
9. La concettualizzazione è il risultato della conoscenza (raggiunta a partire)
dalla comunicazione orale senza una sostanza reale costante.
10. La fluttuazione del sonno si fonda sul credere nella non esistenza.
11. La memoria è il fatto di non lasciar partire (dalla propria coscienza)
l’esperienza di un oggetto.
12. Grazie alla pratica costante e al distacco, (emerge) la cessazione (della iden-
tificazione con le fluttuazioni della coscienza).
13. In questo contesto, lo sforzo per restare (nella cessazione della identificazio-
ne con le fluttuazioni della coscienza) è la pratica costante.
14. Tuttavia, questa (pratica diventa) fortemente stabile solo se essa viene
esercitata regolarmente e correttamente per un lungo (periodo di) tempo.

222
TRADUZIONE

15. Il distacco è segno di padronanza di chi vede e sente parlare di un oggetto


senza desiderarlo.
16. Questa libertà guadagnata sulle forze costituenti (della natura), (che soprag-
giunge) grazie alla realizzazione (del Sé), è suprema.
17. L’assorbimento cognitivo distinto ( SAMPRAJNATA) è accompagnato dalla
osservazione, dalla riflessione, dalla gioia e dalla presa di coscienza del Sé.
18. Preceduto dalla pratica costante e dalla contemplazione del distacco,
(c’è)l’altro (stato non distinto di assorbimento cognitivo, ASAMPRAJNATA
SAMADHI che possiede) delle impressioni inconsce residue.
19. Per gli yogi che (essendo) senza corpo, sono assorbiti nella natura, (c’è)
l’intenzione di rinascere.
20. Per gli altri (yogi) (il raggiungimento dell’assorbimento cognitivo non
distinto) è preceduto dalla devozione intensa, dal coraggio, dalla presenza di
spirito, dall’assorbimento cognitivo e dal discernimento.
21. (Per i praticanti che sono) totalmente determinati (nella loro pratica, la
realizzazione dell’assorbimento cognitivo) è imminente.
22. Così, la differenza caratteristica (concernente il tempo richiesto per raggiun-
gere l’assorbimento cognitivo, dipende dalla pratica dello yogi, se essa) è
debole, moderata o intensa.
23. Oppure, grazie all’abbandono al Signore (si raggiunge con successo l’assor -
bimento cognitivo).
24. ISVARA è il Sé straordinario, che nessuna af flizione, nessuna azione, nessun
frutto delle azioni o nessuna impressione interiore dei desideri, può colpire.
25. Là (nel Supremo) il germe della (manifestazione della totale) onniscienza è
insuperato.
26. Non condizionato dal tempo, egli è maestro anche dei più antichi maestri.
27. La parola che esprime (ISVARA) è il suono misticoOM (AUM).
28. (Di conseguenza si dovrebbe) ripetere (questa sillaba sacra OM) mentre si
riflette sul suo senso con devozione.
29. La pratica della concentrazione su un solo soggetto è il miglior modo di
evitare (gli ostacoli e i loro accompagnamenti). (Da questa pratica) viene
l’acquisizione de “la coscienza interiore del Sé” e la scomparsa di (tutti) gli
ostacoli.

223
TRADUZIONE

30. La malattia, l’apatia, il dubbio, la negligenza, l’indolenza, il compiacimento


nei sensi, la falsa percezione, l’incapacità a trovare la propria via e l’instabi-
lità; queste distrazioni della coscienza sono ostacoli.
31. Accompagnano (queste) distrazioni i tremori nel corpo, l’inspirazione
irregolare (del respiro), la depressione e l’ansia.
32. La pratica della concentrazione su un solo soggetto è il metodo migliore per
evitare (gli ostacoli e i loro accompagnamenti).
33. Coltivando gli atteggiamenti di amicizia verso chi è felice, di compassione
per chi è sfortunato, di gioia per i virtuosi e di equanimità verso i non virtuo-
si, la coscienza mantiene la sua calma impassibile.
34. Oppure, (questa calma impassibile della coscienza è raggiunta) con
l’espirazione (attenta) e la ritenzione del respiro.
35. Oppure la stabilità del mentale è ottenuta con (l’attenzione) cognitiva fissata
nel campo dei sensi.
36. Oppure (concentrandosi sulla) luce suprema, infinitamente meravigliosa (si
abbandona ogni sofferenza e si fa esperienza della lucidità).
37. Oppure (questa calma impassibile del mentale è raggiunta quando) la
coscienza (è diretta verso lo spirito delle grandi anime) che hanno vinto l’at
taccamento.
38. Oppure (la calma inalterata del mentale) è alimentata dalla conoscenza che
emerge nei sogni e nel sonno.
39. Oppure dal soggetto di meditazione (scegliendone uno qualsiasi) secondo i
propri desideri.
40. (Progressivamente la nostra) padronanza (della concentrazione) si estende
da (l’atomo) più piccolo all’indefinitamente grande.
41. Proprio come il cristallo puro prende i colori (o le forme) degli oggetti che lo
circondano, l’assorbimento cognitivo (si produce) quando, essendo state
ridotte (con diversi mezzi) le fluttuazioni (della coscienza), chi conosce, ciò
che è conosciuto e la loro relazione, diventano indistinguibili.
42. Viene chiamato SAVITARKA SAMADHI o SAMADHI con riflessione, l’assorbimen-
to cognitivo in cui l’identificazione soggetto/oggetto si mescola con parole
spontanee, oggetti o con la conoscenza su oggetti materiali.
43. Si chiama NIRVITARKA SAMADHI l’assorbimento cognitivo in cui l’identifica-
zione soggetto/ oggetto è molto purificata dalle impressioni e in cui, brillan-
do senza riflessione, si ritorna, come vuoti, solo alla nostra vera forma.

224
TRADUZIONE

44. Si spiegano nello stesso modo gli (stati di stati di assorbimento cognitivo in
cui l’identificazione soggetto/oggetto) è mescolata con parole e riflessioni su
oggetti sottili, SAVICARA (SAMADHI) e in cui essa è senza parole né riflessioni,
NIRVICARA (SAMADHI).
45. La natura sottile degli oggetti fluisce nel non manifesto.
46. Tali assorbimenti cognitivi possiedono (dei) germi.
47. Nello stato originale delNIRVICARA SAMADHI (l’assorbimento senza parole né
riflessioni), il Sé supremo (brilla) in una calma impassibile.
48. In questo ( NIRVICARA SAMADHI ) (stato di assorbimento senza parole né
riflessione), la coscienza è portatrice di verità.
49. Questa particolare verità ha un fine distinto, al di fuori di quello della
conoscenza, della deduzione o dello studio delle sacre scritture.
50. Le impressioni inconsce prodotte da questa (attenzione portatrice di verità),
impediranno (l’arrivo di tutte) le altre impressioni inconsce.
51. Con la fine (dell’identificazione con) anche questa ultima impressione
(“io sono”), poiché sono state padroneggiate tutte (le altre), si produce il
NIRBIJA SAMADHI cognitivo, senza germe.

CAPITOLO 2: SADHANA-PADA
la disciplina
1. La pratica intensa, lo studio di sé e la devozione verso il Signore, costituisco-
no il KRIYA YOGA.
2. (Essi sono utilizzati) con lo scopo di attenuare (ogni) af flizione (e) di
coltivare … l’assorbimento cognitivo.
3. Le cinque afflizioni sono: l’ignoranza, l’egoismo, l’attaccamento, l’avver-
sione e il fatto di aggrapparsi alla vita.
4. L’ignoranza è il campo (dal quale altre) af flizioni (emergono) e possono
essere: latenti, attenuate, interrotte o manifeste.
5. L’ignoranza è il fatto di prendere l’ef fimero per il permanente, l’impuro per
il puro, il doloroso per il piacevole e il non- Sé per il Sé.
6. L’egoismo è l’identificazione, per così dire, dei poteri del Testimone (PURUSHA)
con quelli dello strumento della visione (l’insieme corpo/mente).
7. L’attaccamento è l’adesione al piacere.

225
TRADUZIONE

8. L’avversione è il fatto di aggrapparsi alla sof ferenza.


9. Anche a chi è saggio succede di aggrapparsi alla vita (cosa che) permette la
sopravvivenza.
10. Queste (afflizioni nella loro) (forma) sottile, sono eliminate dalla ricerca
dell’origine delle (loro) cause.
11. (Nel loro stato attivo) queste fluttuazioni (emergenti nella coscienza) sono
eliminate dalla meditazione.
12. Il serbatoio dei KARMA, che hanno origine nelle af flizioni, si sente nell’
esistenza visibile (presente) e invisibile (futura).
13. Per tutto il tempo che la vita esisterà, anche i (suoi) frutti esisteranno (cioè)
la nascita, la vita e le sue esperienze.
14. In ragione del KARMA, virtuoso e non virtuoso, ci sono conseguenze
(corrispondenti), piacevoli e dolorose.
15. In realtà, per il saggio, tutto è penoso, a causa del conflitto tra le fluttuazioni
(della coscienza) e le forze costituenti della natura, e con la sofferenza (che
emerge dalle) impressioni del subcosciente, dell’ansia e del cambiamento.
16. (Quello che) deve essere eliminato, è la sofferenza futura.
17. La causa (della sofferenza) da eliminare è l’unione del Testimone e di ciò
che è visto (l’Oggetto).
18. Ciò che è Visto (l’Oggetto) possiede qualità di luminosità, di azione e di
inerzia; è costituito da elementi e da organi di senso il cui scopo è (di offrire
al Sé, al tempo stesso) l’esperienza e la liberazione.
19. Le categorie delle principali forze costituenti della natura sono specifiche,
non specifiche, definite e indefinibili.
20. (Essendo) puro, il Testimone, semplicemente con il potere di vedere, perce-
pisce (direttamente) i pensieri.
21. Ciò che è Visto (l’Oggetto) (esiste) solamente per il Sé.
22. Per chi ha raggiunto lo scopo (della liberazione, l’Oggetto) scompare, (tutta-
via, l’Oggetto) non viene distrutto in ragione del suo carattere universale.
23. L’unione di chi possiede (PURUSA) e di ciò che è posseduto (PRAKRTI), porta a
riconoscere l’essenza e il potere di ciascuno.
24. La causa di questa unione è l’ignoranza.
25. Senza questa ignoranza (AVIDYA), tale unione (SAMYOGA) non si produrrebbe.
E’ essere completamente liberi (KAIVALYAM) dall’Oggetto (DRSEH).

226
TRADUZIONE

26. Il mezzo per farla scomparire è il discernimento cosciente ininterrotto.


27. Nell’ultima tappa, la nostra saggezza è settuplice.
28. Con la pratica delle discipline dello Yoga, le impurità periscono e là si alza
la luce della saggezza che conduce al discernimento discriminante.
29. Le otto discipline delloYoga sono: YAMA / l’astensione, niyama / l’osservan-
za, ASANA / la postura, PRANAYAMA / il controllo del respiro, PRATYAHARA / il
ritiro dei sensi,DHARANA / la concentrazione,DHYANA / la meditazione,SAMADHI
/ l’assorbimento cognitivo.
30. Le astensioni sono la non-violenza, la sincerità, il non rubare, la castità e
l’assenza di avidità.
31. Questo gran voto è universale e non è limitato dalla casta, dal luogo, dal
tempo o dalle circostanze.
32. Le osservanze ( NIYAMAS) consistono nella purezza, nella contentezza,
nell’accettare la sof ferenza senza causarla, nello studio di sé e nell’abbando-
no al Signore.
33. (Quando si è) dominati dai pensieri negativi, dovrebbero essere coltivati
(i loro) contrari (cioè i pensieri positivi).(E’il) PRATIPAKSA BHAVANAM.
34. Quando i pensieri negativi o le azioni negative come la violenza ecc. vengo-
no ammessi oppure approvati, sia che siano incitati da avidità, collera o
infatuazione, sia che siano fatti in modo leggero, medio o intenso, sono
fondati sull’ignoranza e portano sicuramente il dolore. (Ecco perché)
devono essere coltivati i pensieri contrari.
35. In presenza di chi, con fermezza, è saldo nella non violenza, cessa ogni
ostilità.
36. Per chi è saldo nella verità, le azioni e i loro risultati dipendono da (lui).
37. La ricchezza arriva per tutti quelli che sono saldi nel principio di non rubare.
38. Per chi è saldo nella castità, si ottiene il vigore.
39. Quando si è saldi nella assenza di avidità, appare la conoscenza luminosa
del come e del perché della propria nascita.
40. Con la purezza sopraggiunge il distacco spontaneo verso il proprio corpo e
la fine dei contatti con gli altri (corpi).
41. Inoltre si ottengono la purezza dell’essere, la gaiezza, la concentrazione, la
padronanza dei sensi e l’attitudine alla realizzazione del Sé.
42. Con la contentezza si ottiene la gioia suprema.

227
TRADUZIONE

43. Con l’austerità le impurità del corpo e dei sensi sono distrutte e si ottiene la
perfezione.
44. Con lo studio di Sé, (arriva) la comunione con una divinità di propria scelta.
45. Abbandonando(si) al Signore, si raggiunge l’assorbimento cognitivo.
46. L’ASANA è una postura stabile, confortevole.
47. A partire dal rilasciare la tensione e dall’unità senza fine (si stabilisce il
SAMADHI).
48. A partire di là si è invulnerabili alla dualità.
49. A proposito di (queste posture), il controllo del respiro è il controllo dei
movimenti di inspirazione e di espirazione.
50. Il controllo del respiro è esterno, interno o fisso. Il respiro è percepito in
termini di tempo, spazio e numero e (diventa lungo e sottile).
51. Ce ne è un quarto durante il ritiro (tra) i modi interni ed esterni (della
respirazione).
52. Di conseguenza il velo che copre la Luce (interiore) è distrutto.
53. Il mentale diventa adatto alla concentrazione.
54. Quando i sensi si disuniscono dai loro oggetti e riprendono per così dire, la
loro propria forma di coscienza, allora si ha il ritiro dei sensi.
55. Allora (voi dovreste avere) la padronanza suprema dei sensi.

CAPITOLO 3: VIBHUTI-PADA
I poteri soprannaturali
1. La concentrazione è il fatto di fissare la coscienza su un luogo, su un oggetto
o su un’idea.
2. In questo contesto, la meditazione è l’esperienza di avere il mentale fissato
su un solo oggetto.
3. L’assorbimento cognitivo (SAMADHIH) è la meditazione, (in cui) l’oggetto
tutto intero (cioè la coscienza) brilla, come se fosse stato spogliato della sua
propria forma.
4. La pratica di questi tre ( DHARANA, DHYANA E SAMADHI ) insieme su un solo
oggetto, è la comunione (SAMYAMA).
5. A causa della padronanza (della comunione), appare la luce delle idee
ispirate.

228
TRADUZIONE

6. La sua progressione si fa per tappe.


7. (Confrontate con) le discipline precedenti, (queste) tre (insieme) sono le
discipline interiori.
8. Queste tre sono in effetti le discipline esteriori dell’assorbimento cognitivo
(SAMADHI) senza germe.
9. Quando i (movimenti) agitati che emer gono nella coscienza vengono
dominati e scompaiono (per l’azione) della ritenuta, ne consegue, in questo
momento, lo sviluppo dell’impressione subcosciente della ritenuta.
10. Il flusso tranquillo della trasformazione purificante si sviluppa grazie alle
impressioni subcoscienti.
11. Quando c’è un declino dell’identificazione con l’oggetto e appare la fissa-
zione in un punto, (allora emerge) lo sviluppo dell’assorbimento cognitivo
(SAMADHI) del mentale.
12. Da cui, quando le intenzioni che dirigono l’apparizione e la sparizione
ripetuta (dei pensieri) diventano simili, c’è una trasformazione (in) una
fissazione in un punto della coscienza.
13. Per questo, in ciò che concerne gli or gani dei sensi e gli elementi, la trasfor-
mazione della qualità, del carattere e della condizione (del mentale) è stata
pienamente dettagliata.
14. E’ (ciò che è) soggetto alle leggi particolari della natura, (cioèPRAKRTI) la
(cui) natura è estinta, manifesta e indeterminata.
15. La differenza delle sequenze (di queste dif ferenti fasi) è la causa delle
differenze nel(le tappe della) evoluzione.
16. Con la comunione con le tre (tappe del)l’evoluzione (nasce) la conoscenza
del passato e del futuro.
17. A causa della sovrapposizione reciproca di parole, significati e idee (si
produce) confusione; (tuttavia), con la comunione (concentrata sulla loro
distinzione), (si raggiunge) la conoscenza di tutte le cose.
18. La conoscenza delle vite anteriori (si manifesta) grazie alla percezione
intuitiva delle impressioni subcoscienti.
19. (In modo simile, grazie alla percezione intuitiva del)l’intenzione (di un’altra
persona) (si è capaci di) conoscere i pensieri dell’altra persona.
20. Tuttavia (conoscere i pensieri di un altro) è senza fondamento (reale) perché
gli elementi sono privi di oggetto.

229
TRADUZIONE

21. Con la comunione sulla forma del corpo, durante la sospensione della
capacità di essere percepito, con l’interruzione della luce (emanante da
questo corpo), (ne segue) l’invisibilità all’occhio.
22. Il KARMA è sia latente che manifesto. Con la comunione con questo o con i
presagi della morte imminente, (arriva) la conoscenza del momento della
morte.
23. (Con la comunione) sull’amicizia e simili qualità, (si ottiene) il potere (di
trasmetterle).
24. (Con la comunione) con la potenza degli elefanti e (di tali) altri (animali),
(si ottiene) la loro forza.
25. Con la comunione con i sensi interiori illuminati, si ottiene la conoscenza di
ciò che è sottile, dissimulato e lontano.
26. Con la comunione col sole, si ottiene la conoscenza del mondo e delle
regioni cosmiche.
27. Con la comunione con la luna (viene) la conoscenza (della) disposizione
delle stelle.
28. (Con la Comunione) con la stella polare, viene la conoscenza (dei)
movimenti delle stelle.
29. (Con la comunione) con il chakra dell’ombelico, si raggiunge la conoscenza
della costituzione del corpo.
30. (Con la comunione) con la cavità della gola si raggiunge la cessazione della
fame e della sete.
31. (Con la comunione) con il canale della tartaruga, (si raggiunge) l’immobili-
tà.
32. (Con la comunione) con la luce (della corona del)la testa, si ottiene una
visione degli esseri perfetti.
33. Oppure tutti (i poteri arrivano da sé stessi in) un flash di illuminazione.
34. (Con la comunione) sul cuore (si raggiunge) la conoscenza (della natura
del)la coscienza.
35. (Quando c’è) un secondo fine, l’esperienza risultante è (che non c’è) distin-
zione (tra) la coscienza dell’essere manifesto nella natura e il Sé; (quando si
pratica) la comunione per sé stessa, (si acquisisce) la conoscenza di Sé.
36. Di conseguenza sopraggiungono dei flashes spontanei di intuizione (basati
su) udito, tatto, vista, gusto e odorato.

230
TRADUZIONE

37. Queste acquisizioni sono degli ostacoli all’assorbimento cognitivo, ma sono


poteri nello stato di veglia.
38. Con l’allentamento della causa dell’asservimento e con la conoscenza della
manifestazione, (si può produrre) l’entrata in un altro corpo cosciente.
39. Con la padronanza della forza vitale nella parte superiore del corpo, (il
praticante acquisisce il potere del)la impermeabilità all’acqua, al fango e
alle spine (così come il potere) della levitazione.
40. Con la padronanza della forza vitale nella regione addominale, (si ottiene) lo
splendore.
41. (Dalla comunione) sulla relazione tra orecchio ed etere, nasce la chiarudienza.
42. (Con la comunione) sulla relazione tra il corpo e lo spazio, e (restando in
uno stato di) assorbimento cognitivo (focalizzato su) (oggetti) leggeri, (come
il) cotone, (si ottiene) (il potere di viaggiare attraverso) lo spazio.
43. Durante questa grande esperienza fuori dal corpo, le fluttuazioni che
emergono nella coscienza sono inconcepibili perché sono percepite come
esterne a questo corpo, e a partire da ciò, scompare il velo che copre la luce
del Sé.
44. Con la comunione con gli oggetti (della natura) ai piani grossolani e sottili,
e con la loro essenza, le loro relazioni e il loro scopo, si ottiene la padronanza
dei cinque elementi.
45. (Arriva) poi la manifestazione dei poteri, come la perfezione del corpo e
l’invulnerabilità delle sue funzioni.
46. La bellezza, la grazia, la forza e una resistenza straordinaria (costituiscono)
la perfezione del corpo.
47. Con la comunione sul (potere di) percezione e sulla nostra natura essenziale,
e anche sull’ego, sulla loro correlazione e il loro scopo, si acquisisce la
padronanza degli organi dei sensi.
48. Di là deriva la rapidità del mentale, l’attitudine sensoriale soprafisica e la
padronanza della causa primaria.
49. Vedendo la distinzione tra il Sé e il fatto di essere, (il praticante) acquisisce
l’onniscenza e la supremazia su tutti gli stati (di esistenza).
50. Distaccandosi anche (dai SIDDHIS dell’onniscienza e dell’onnipotenza con)
la distruzione del seme di questo ostacolo, viene la libertà assoluta.

231
TRADUZIONE

51. (Anche) con l’invito degli esseri celesti (il praticante non dovrebbe) lasciarsi
andare all’attaccamento o all’or goglio (perchè) (possono svilupparsi)
tendenze inferiori indesiderabili e nuove.
52. La conoscenza nasce dall’emergere della discriminazione dovuta alla comu-
nione sulla successione di dati momenti nel tempo.
53. Da qui la constatazione di due (cose) simili (dovuta al fatto che) esse non
sono limitate dalla differenza di origine, di marca o di luogo.
54. E, si dice che la conoscenza sorta dalla discriminazione è liberatrice, non
sequenziale. e (comprende) tutt i gli stati in tutti i tempi.
55. Nella identità della purezza del fatto di essere e del Sé, c’è una libertà
assoluta.

CAPITOLO 4: KAIVALYA-PADA
la libertà assoluta
1. I poteri sono il risultato della nascita, delle erbe, deiMANTRA, della pratica
intensa e dell’assorbimento cognitivo.
2. La trasformazione in un’altra specie, (è dovuta alle) grandi possibilità
inerenti alla Natura.
3. Gli avvenimenti fortuiti non causano (direttamente) l‘evoluzione naturale,
ma levano gli ostacoli, come un fattore (leva gli ostacoli in un ruscello che
irriga il suo campo).
4. La coscienza individualizzata (non viene) che dalla limitazione dell’egoi-
smo.
5. (Sebbene una coscienza individualizzata esista) durante le differenti attività,
l’iniziatore è colui che è cosciente di altre numerose (coscienze
individualizzate).
6. Allora, (quello che) emerge dalla meditazione, è senza deposito.
7. Il KARMA dello yogi non è né bianco né nero; (ma il KARMA degli) altri è triplo.
8. In questo modo si manifesteranno solo le impressioni subcoscienti le cui
condizioni per produrre i loro frutti, sono favorevoli.
9. Poiché il ricordo e le impressioni subcoscienti residue sono uniformi, c’è un
legame, malgrado la separazione delle nascite, dei luoghi e di tempo.
10. Queste (impressioni) sono senza inizio, perché i desideri sono eterni.

232
TRADUZIONE

11. Poiché le impressioni sono tenute insieme dalla causa, l’effetto, il fondamen-
to e il supporto, esse spariscono con la sparizione di questi quattro.
12. Il passato e il futuro esistono sotto la forma reale di oggetti che si manifesta-
no, dovuti alle differenze nella corrente delle forme (prodotta dalla Natura).
13. Queste (forme) hanno forze costituenti della Natura, manifeste o sottili.
14. La realtà dell’oggetto deriva dall’unità della trasformazione.
15. La maniera di (percepire) anche gli stessi oggetti può variare a causa della
molteplicità delle coscienze.
16. L’esistenza di un oggetto non dipende da una sola coscienza perché se così
fosse, cosa diventerebbe questo oggetto quando questa coscienza non lo
percepisce ?
17. Un oggetto è conosciuto o sconosciuto secondo che la coscienza ne prenda o
no il colore.
18. Le fluttuazioni della coscienza sono sempre conosciute, a causa della
permanenza del Sé (che è) il maestro.
19. Queste (fluttuazioni della coscienza) non sono luminose in sé perché sono
(oggetti) percepiti.
20. Di conseguenza, la coscienza non può percepire i due (soggetto e oggetto)
contemporaneamente.
21. Se poniamo come principio la percezione di una coscienza da parte di
un’altra (coscienza), dovremmo ammettere la loro regressione infinita e ne
risulterebbe una memoria confusa.
22. Quando la coscienza trascendentale immutabile prende la forma di questa
(coscienza), (diventa possibile) la percezione del proprio intelletto.
23. Tutti gli oggetti del mentale sono tinti dal Testimone e dall’Oggetto.
24. Questa (coscienza), sebbene piena di innumerevoli impressioni subcoscien-
ti, esiste per un altro (il Sé) perché può agire solo in associazione con lui.
25. Per chi vede la distinzione tra vedere e il Sé, cessa per sempre il mantenimen-
to (del falso senso del sé).
26. Poi la coscienza gravita verso la assoluta libertà ed è portata al discernimen-
to.
27. Nell’intervallo, (possono arrivare) altri pensieri, dovuti alle impressioni
subcoscienti.

233
TRADUZIONE

28. Esse possono essere eliminate, come le af flizioni (come è stato spiegato in
precedenza).
29. Indifferenti alle ricompense e mantenendo sempre un discernimento
discriminativo, segue allora lo stato di assorbimento cognitivo chiamato la
nuvola del DHARMA.
30. A partire da là, sopraggiunge la cessazione delle afflizioni e l’azione.
31. Allora tutte le impurità e tutto ciò che ricopre la saggezza, sono eliminati.
A
causa della infinità di questa saggezza, non resta quasi niente da conoscere.
32. Allora le GUNAS terminano la loro sequenza di trasformazione perché hanno
realizzato il loro scopo.
33. La successione e la (sua) controparte, il momento, cessano con la fine della
trasformazione.
34. Così si manifesta lo stato supremo della Libertà Assoluta, mentre le qualità
si riassorbono nella Natura, non avendo più lo scopo di servire il Sè. Oppure
(sotto un’altra angolazione), il potere della coscienza pura si installa nella
sua pura e propria N atura.

A U M T AT S AT

234
NOTE DELL’INTRODUZIONE E DEI CAPITOLI

Introduzione 1° parte
1. Govindan, M. Editore, ‘Tirumandiram: A classic of Yoga and Tantra,’ del
Siddhar Tirumular, Kriya Yoga Publications, Saint-Etienne-de-Bolton,
Quebec, Canada,1992.
2. Ganapathy, T.N. pagina 36, pagina 59 menziona 15 elenchi dei 18 Siddha.
3. Feuerstein, Georg,’The Yoga-Sutra of Patanjali: A New Translation and
Commentary,’ Inner Traditions, Rochester, Vermont, 1989.
4. Satchitananda, Swami, ‘Integral Yoga-Sutra of Patanjali,’ Integral Yoga
Publications, Buckingham, Virginia, 1984.
5. Aranya, Swami Hariharananda, ‘Yoga Philosophy of Patanjali,’University
of Calcutta Press, 48 Hazra Road, Calcutta, 700019.
6. White, David Gordon, ‘The Alchemical Body: Siddha Traditions in
Medieval India,’ University of Chicago Press, Chicago, 60637, 1996.
7. Zvelebil, Kamil V. ‘The Poets of the Powers: Freedom, Magic, and Renewal,’
Integral Publishing, Lower Lake, California, 1993. Ora distribuito
unicamente dalle, Kriya Yoga Publications, Saint-Etienne-de-Bolton,
Quebec, Canada.
8. Govindan, M. ‘Babaji – LoYogi Immortale – LaTradizione del KriyaYoga,’
e i diciotto maestri Siddha. Ed. Jackson libri. Gruppo Futura.

Introduzione 2° parte
9. Feuerstein, Geor g, ‘The Sutras of Patanjali, A New Translation and
Commentary’ Inner Traditions, Rochester, Vermont, 1989 pagina 78.
10. Feuerstein, Georg, ‘Yoga Sutra: An Exercise in theMethodology of Textual
Analysis,’ New Delhi, 1979. Da ordinare direttamente all’autore presso lo
Yoga Research and Education Center , P.O. box 1386, Lower Lake,
California, USA, 95457.
11. Feuerstein, Geor g, ‘The Sutras of Patanjali, A New Translation and
Commentary’ Inner Traditions, Rochester, Vermont, 1989 pagine 59-60.

235
NOTES

12. Govindan, M. Editore, ‘Tirumandiram: A classic of Yoga and Tantra,’ del


Siddhar Tirumular, Kriya Yoga Publications, Saint-Etienne-de-Bolton,
Quebec, Canada J0E 1P0, 1993, versetti 67 e 2790.

Capitolo 1: Samadhi-Pada
13. Aranya, Swami Hariharananda, ‘Yoga Philosophy of Patanjali,’pagina 41
14. Ganapathy T.N., ‘The Philosophy of theTamil Yoga Siddhas,’ pagina 30
15. K. Kailasapathay, ‘The writings of theTamil Yoga Siddhas,’ pagina 313
16. Rose L., ‘Your mind: The Owner’s Manual,’ pubblicato dalle Kriya Yoga
Publications.
17. Ganapathy T.N., ‘The Philosophy of theTamil Yoga Siddhas,’ pagina 71
18. Feuerstein, Georg, ‘The Yoga Sutra of Patanjali,’pagina 76.

Capitolo 2: Sadhana-Pada
19. Feuerstein, G. ‘Yoga Sutras,’ pagina 60
20. Idem, pagina 60
21. Idem, pagina 76
22. Idem, pagina 78
23. Idem, pagina 79
24. Feuerstein, G. ‘Holy Madness’
25. Rose, L. ‘Your Mind: the Owner’s Manual’
26. Aurobindo, Sri, ‘Letters onYoga,’ pagine 1424–1589
27. Feuerstein, G. ‘Yoga Sutras,’ pagina 89

Capitolo 3: Vibhuyi-Pada
28. Aurobindo, Sri. ‘Sri Aurobindo on Himself, Reminiscences and
Observations,’ pagina 356
29. The Mother, ‘The Mother’s Agenda,’ 1962, Vol.3, pagine 201-204
30. Aranya, Swami Hariharananda, pagine 299-302
31. Aranya, Swami Hariharananda, pagine 304-305
32. The Mother, ‘The Mother’s Agenda,’ 1962, Vol.3, May 29, pagina 175

236
NOTES

33. Aurobindo, Sri. ‘Letters onYoga,’ ‘The Divine and Hostile Forces,’pagine
382-389
34. The Mother, ‘The Mother’s Agenda,’ 1962, Vol.3, pagina 91
35. Idem, pagina 101
36. Aurobindo, Sri. ‘Reason, Science andYoga,’ pagine 222-224
37. Govindan, M. ‘Babaji - LoYogi Immortale - La Tradizione del KriyaYoga
e i Diciotto Maestri Siddha.’ Ed. Jackson libri – Gruppo Futura.
38. The Mother, ‘The Mother’s Agenda,’ Vol. 3, Aug. 28, pagine 320-323
39. Chapple and Viraj, pagine 104-105
40. The Mother, ‘The Mother’s Agenda,’ October 30, pagine 397-401

Capitolo 4: Kaivalja-Pada
41. Aurobindo, ‘Glossary of Terms in SriAurobindo’s Writings,’ 1978, pagina
221
42. Aurobindo, Sri, ‘La Synthese duYoga’ 2 e ‘LaVie Divine’
43. Feuerstein, G. ‘The Yoga Sutras of Patanjali’pagina 142
44. Aurobindo, Sri ‘La Vie Divine’
45. Govindan, M. ‘Babaji – LoYogi Immortale – LaTradizione del KriyaYoga
e i Diciotto Maestri Siddha,’ Ed. Jackson libri – Gruppo Futura.
46. Aurobindo, Sri, ‘Savitri’
47. La Mere, ‘L’Agenda de Mere’
48. Aurobindo, Sri, ‘SriAurobindo on Himself,’ pagine 143-172
49. Purani, A. b. 2 ‘EveningTalks with Sri Aurobindo,’ 1959 pagina 45
50. La Mere, ‘L’ Agenda de Mere,’ vol.3, 1962, Sept.5, pagina 336
51. Hauer, J.W. ‘Der Yoga,’ 1958, pagine 283-284
52. Aurobindo, Sri, Collected Works, Centennial Editions, volume XXIII,
pagine 637
53. Chapple, Chris and Viraj, Yogi Anand (Eugene Kelly), ‘TheYoga Sutras of
Patanjali,’ pagina 111
54. Rimpoche, Lati and Hopkins, Jeffrey, Death, ‘Intermediate State and Rebirth
in Tibetan Buddhism,’ pagina 45

237
NOTES

55. Feuerstein, G ‘TheYoga Sutras of Patanjali,’pagina 142


56. Shantideva. ‘A Guide to the BodhisattvaWay of Life,’ 1992, pag 193
57. Vyasa, Vasistha, Libro 5, capitolo 77
58. Govindan, M. ‘Babaji – Lo Yogi immortale – LaTradizione del KriyaYoga
e i Diciotto Maestri Siddha,’ Ed. Jackson libri. Gruppo Futura
59. Idem,
60. Neelakantan, V.T., ‘Babaji’s Masterkey toAll Ills,’ 1953
61. Yogananda P., ‘Autobiografia di unoYogi,’ Edizioni Astrolabio

238
BIBLIOGRAFIA

1. Traduzioni
Aranya, Swami Hariharananda, ‘Yoga Philosophy of Patanjali,’1981, University
of Calcutta Press, 48 Hazra Road, Calcutta, 700019.
Chapple, Christopher and Yogi Anand Viraj (Eugene P. Kelly Jr.). ‘The Yoga
Sutras of Patanjali:An Analysis of the Sanskrit with Accompanyng English Trans-
lation,’ Dheli: Sri Satguru Publications, 1990.
Elenjimittam, Anthony, ‘The Yoga Philosophy of Patanjali,’Allahabad : St. Paul
Society, 1974.
Feuerstein, Georg, ‘Yoga-Sutra of Patanjali:A New Translation and Commen-
tary,’ 1989, Inner traditions, One Park Street, Rochester, Vermont 05767.
Satchitananda, Swami, ‘TheYoga Sutras of Patanjali,’1978, IntegralYoga Pub-
lications, Yogaville, Route 1, Box 172, Buckingham,Virginia, 23921.

2. Pubblicazioni citate:
Aurobindo, Sri, ‘Letters on Yoga,’ Sri Aurobindo Ashram, Pondicherry, India,
605001; disponibile presso Lotus Light Publications, Box 325, Twin Lakes,
Wisconsin, 53181.
Aurobindo, Sri, ‘Sri Aurobindo on himself, Reminiscences and Observations,’
disponibile presso Lotus Light Publications, Box 325,Twin Lakes, Wisconsin,
53181.
Feuerstein, Georg, ‘Holy Madness:The Shock Tactics and RadicalTeachings of
Crazy Wise Adepts, Holy Fools and Rascal Gurus,’1991, Paragon House, Fifth
Ave, New York, N.Y. 10011.
Ganapathy, T.N., ‘The Philosophy of theTamil Siddhas,’ 1993, Indian Council
of Philosophical Research. Disribuito daAffiliated East West Press Pvt., Ltd.G-
1/6 Ansari Road, Daryaganj, New Delhi, 1 10002, 1/1 General Patters Road,
Madras 600002.
Govindan,M. ‘Babaji – LoYogi Immortale – La Tradizione del Kriya Yoga e I
Diciotto Maestri Siddha,’ Ed: Jackson libri. Gruppo Futura.

239
BIBLIOGRAFIA

Govindan,M. Editore, ‘Tirumandiram: A Classic of Yoga and Tantra,’ del Siddhar


Tirumular, II edizione 1996 KriyaYoga Publication, 196 rang de la Montagne,
B.P.90,Eastman, Quebec, Canada J0E 1P0.
Hauer, J.W., ‘DerYoga,’ Stuttgard, W. Kohlammer Verlag, 1958
Kailasapathy, K. ‘The Writings of the Tamil Siddhas,’ The Saints: Studies in a
Devotional Tradition of india.
Rose, Linda, ‘Your Mind: the Owners Manual’1999, KriyaYoga Publications,
196 rang de la Montagne, B.P. 90, Eastman, Quebec, Canada J0E 1 P0.
Shantideva. ‘A Guide to the Bodhisattva Way of Life. Dharamsala,’ India: Li-
brary of Tibetan Works and Archives,1992.
Swatmarama, Swami, ‘HathaYoga Pradipika,’ 1993, Bihar School ofYoga.
The Mother, ‘Les Carnets de la Mere,’ Institut de Recherches Evolutives, 32
Avenue de l’Observatoire, Paris, France. Disponibile anche presso Lotus Light
Publications, Box 325, Twins Lakes, Wisconsin, USA, 53181.
Venkatesananda, Swami, ‘The ConciseYoga Vasistha,’ 1984, State University
of New York Press, University Plaza,Albany, New York, 12246.
White, David Gordon, ‘The Alchemical Body: Siddha Tradition in Medieval
India,’ 1996, University of Chicago, Press, Chicago, Illinois, 60637.
Yogananda, Paramahansa, ‘L’ Autobiografia di unoYogi,’ Ed. Astrolabio.
Zvelebil, Kamil V. ‘The Poets of the Powers: Freedom, Magic and Renewal,’
Integral Publishing, Lower Lake, California, 1993. Ora distribuito solo dalle
Kriya Yoga Publications, St. Etienne de Bolton, Quebec, Canada J0E 1P0.

3. Riferimenti
Apte, V.S. ‘The Practical Sanskrit-English Dictionary.’ Volumi 1-3. Poona: Prasad
Prakashan, 1995.
Hiriyanna, M. ‘The Essential of Indian Philosophy.’ Delhi: Motilal Banarsidass,
1995.
Monier-Williams, M. ‘ASanskrit-English Dictionary.’ Delhi: Motilal Banarsidass,
1997.
Rimpoche, Lati, and Hopkins, Jeffrey. ‘Death, Intermediate State and Rebirth in
Tibetan Buddhism.’ Ithaca, NY: Snow Lion, 1985.
Yocum,Glenn E. ‘Hymns to the Dancing Siva: A Study of Manikkavacakar’s
Tiruvacakam.’ New Delhi: Heritage Publishers, 1982.

240
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA
I termini sanscriti sono classificati nell’ordine alfabetico sanscrito e non italiano.
Vedere la guida della pronuncia sanscrita per l’ordine alfabetico sanscrito.
A
akarana III.51 (niente causa; senza causa; l’assenza di azione)
akalpita III.43 (inconcepibile)
akusidasya IV.29 (indifferente alla ricompensa o al guadagno)
akrsna IV.7 (né nero né scuro)
akrama III.54 (senza sequenza; una successione)
aklista I.5; II.2 (non afflitto)
anga II.40 (il proprio corpo), II.28 (un ramo), II.29 (i rami o le
parti)
ajnata IV.17 (sconosciuto)
ajnana II.34 (l’ignoranza)
anjanata I.41 (che prende il colore di ogni oggetto)
anima III.45 (il potere di diventare minuscolo come un atomo e
così di seguito)
atad I.8 (chi non ha questa forma)
atiprasanga IV.21 (l’attaccamento eccessivo; l’impertinenza; qui: la
regressione infinita)
atita III.16,IV.12 (il passato)
atyanta III.35 (perfetto, senza fine, intatto, perpetuo, eccessivo,
molto grande)
atha I.1 (ora)
adrsta II.12 (non visto o futuro)
advha IV.12 (il sentiero, la strada, il cammino, il corso; la
corrente)
adhimatra-sadhana I.22 (la pratica,il ricordo continuo del Sé e l’equanimità)
adhigama I.29 (l’acquisizione)
adhimatra II.34 (intenso)
adhimatratvat I.22 (in ragione dell’intensità, più che abitualmente)

241
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

adhisthatrtva III.49 (la supremazia; letteralmente: “avere la qualità di


tenersi al di sopra o per di sopra;” la sovranità, la supremazia)
adhyatman I.47 (il Sé supremo)
adhyasa III.17 (a causa della sovrapposizione)
adhvan IV.12 (il sentiero, la strada, il cammino, il corso; la corrente)
ananta II.34,II.47 (infinito; illimitato; eterno)
anabhigata II.48 (invulnerabile), III.45 (la non ostruzione; il fatto di
essere inattaccabile, l’invulnerabilità)
anava II.3 (l’egoismo)
anavacchinna I.26 (non limitato da)
anavaccheda I.26 (non condizionato), III.53 (a causa del fatto di essere
illimitato, non separato, continuo)
anavadharana IV.20 (il non discernimento; la non percezione)
anavasthitatva I.30 (l’instabilità)
anasta II.22 (non distrutto)
anagata III.16 (il futuro), IV.12 (il futuro; ciò che arriverà)
anatman II.5 (il non-Sé)
anaditva IV.10 (senza inizio)
anashaya IV.6 (senza deposito subcosciente)
anitya II.5 (effimero)
anista III.51 (indesiderabile; non voluto)
animan III.38, 45 (essere minuscolo come un atomo)
anukara II.54 (l’imitazione, la somiglianza)
anugama I.17 (accompagnato da; seguente)
anupashya II.20 (percepire)
anupati I.9 (seguente, una conseguenza), III.14 (seguente, corrispon-
de a)
anubhuta I.11 (di cui si è fatta esperienza)
anumana I.7 (la deduzione, la riflessione),I.49 (la deduzione)
anumodita II.34 (approvato; permesso)
anusayin II.7 (attaccarsi a, appoggiarsi su)
anusasana I.1 (l’esposto)
anusthana II.28 (poiché, causato da o in seguito ad una azione o a una
pratica)

242
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

anekesam IV.5 (numerosi)


antah I.40 (la fine, la conclusione)
antara IV.2, 21 (differente), antarani IV.27 (gli altri)
antar-anga III.7 (una disciplina interiore)
antaraya I.29, 30 (gli ostacoli)
antar-dhana III.21 (l’invisibilità, nascosto, dissimulato, invisibile)
antariksa-loka III.26 (una regione intermedia che si estende fino alla stella
polare)
anya I.18, 50 (l’altro), II.22 (gli altri), I.49 (distinto)
anyata III.49, 53 (la distinzione, la differenza)
anyatvam III.15 (la differenziazione; la qualità di essere differente)
anvaya III.9 (il seguito, la successione, il legame), III.44 (correlativo;
il legame;essere legato a), 47 (l’associazione)
ap III.44 (l’acqua)
apana III.39, 40 (il prana che si dirige verso il basso nella regione
della pelvi e delle gambe)
aparanta III.22 (il momento della morte; la fine; la conclusione; lette-
ralmente “la estremità occidentale”), IV.33 (la fine)
aparamrstah I.24 (non colpito da)
aparigrahah II.30, 39 (l’assenza di avidità; la rinuncia)
aparinamitvat IV.18 (a causa o dovuto alla permanenza)
apavarga II.18 (la liberazione)
api I.22 (anche, lo stesso, di più), 26, 29, 51, II.9, II.20 (anche),
II.22 (anche se) III.8, 50 (stesso), IV .9 (malgrado), IV .24
(anche), IV.29 (sebbene)
apunya I.33 (cattivo; non virtuoso, mancante di merito), II.14
(sfavorevole)
apeksitvat IV.17 (a causa di o dovuto all’anticipazione, l’attesa; deside
rato, ricercato; lo stato che necessita o che dipende da)
apetasya IV.31 (dei defunti; la rimozione)
apratisamkrama IV.22 (a causa di o dovuto all’immutato, la non dissoluzione)
apramanaka IV.16 (non provato o dimostrato; qui: percepito)
aprayojakam IV.3 (non causare o colpire; non iniziare)
abhyantara II.50 (interno, all’interno)

243
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

abhyasa I.12; II.1 (la pratica costante)


abhava I.10 (il nulla, la non esistenza), I.29 (la scomparsa), II.25
(è assente), IV.11 (la scomparsa)
abhijata I.41 (puro o pulito)
abhinivesah II.3, 9 (attaccarsi alla vita del corpo); IV.11 (il desiderio per
l’esistenza)
abhibhava III.9 (scompare)
abhimata I.39 (desiderato)
abhivyakti IV.8 (la manifestazione)
abhyantara II.50, 51 (interiore)
abhyasa I.12, 13, 18, 32 (la pratica costante, regolare)
aristebhyah III.22 (cattivi presagi, i segni di una morte imminente)
artha I.28 (lo scopo, la fine e il bersaglio), I.32 (lo scopo), I.42
(l’oggetto, il senso), I.43 (l’oggetto, la forma); II.2, 18, 21,
22; III.3, 17, 35; IV.23 (lo scopo del Sé)
arthata I.49 (lo scopo), III.35 (il proprio scopo)
arthavattva III.44, 47 (lo scopo, il senso, l’importanza)
alabdha bhumikatva I.30 (l’incapacità di trovare la propria via, la scena, il
luogo, la base)
albdha I.30 (lo smacco, non raggiunto)
alinga I.45; II.19 (non manifestato; secondoVyasa, prakriti, la causa
più sottile)
alpam IV.31 (poco, piccolo)
avastha III.13 (la stabilità; lo stadio, la condizione)
avastha-parinama III.13 (lo stato generale con tappe di crescita o di
declino)
avasthana I.3 (resta)
avidya II.3,4, 5, 24; IV.26 (l’ignoranza)
aviplava II.26 (ininterrotto, intatto, incrollabile)
avirati I.30, 32 (la mancanza di distacco, la compiacenza nei sensi)
avisesha II.19 (non specificato; indistinto), III.35 (indistinto)
avisayibhutatva III.20 (che non ha oggetto perché e un elemento)
avyapadesya III.14 (non deve essere determinato o definito)
asukla IV.7 (non bianco; impuro, sporco)

244
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

asuci II.5 (impuro)


asuddhi II.28 (impuro), 43 (l’impurità)
asanga III.39 (non attaccato, libero da ogni ostacolo, indipendente;
l’impermeabilità)
asamkirna III.35 (non mescolato, non inadatto, non confuso; puro)
asamkheya IV.24 (innumerevole; una moltitudine)
asamprajnatah samadhi I.18, 20 (non distinto);II.26; II.28 (la visione
incessante del discernimento);III.49 (l’assorbi-
mento cognitivo non distinto); IV.25, 27, IV.29
asampramosa I.11 (non dimenticato)
asamprayoga II.54 (il disimpegno; disunire)
asamyoga III.21 (l’interruzione; la disgiunzione, la disunione)
asamsarga II.40 (senza contatto o senza associazione)
astau II.29 (otto)
astanga II.10 (a otto rami)
asti IV.12 ((egli) esiste, è)
asteya II.30, 37 (non rubare)
asmita I.17 (il senso del “io;” la coscienza del Sé), II.4, 6
(l’egoismo),IV.4, 31 (l’ego)
asya I.40 (suoi, di lui)
ahamkara IV.4 (“il responsabile dell’io”)
ahimsa II.30, 35 (la non violenza, l’assenza del desiderio di uccidere
o ferire)

a
a II.28 (fino a)
akara IV.22 (la forma, la figura, l’apparenza)
akasa III.41, 42, 44 (lo spazio, l’etere; il substrato del suono; un
buco; zero)
aksepi II.51 (il ritiro)
agama I.7, 26 (i testi sacri)
agama karma II.12 (i nuovi karma che sono creati in questa vita)
atmakam II.18 (avere la natura di; consiste in)
atmata II.6 (l’identità; “che ha la qualità dell' "essere")

245
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

atman II.5, 21, 41; IV.25 (il Sé)


adarsa III.36 (vedere, l’atto di percepire con gli occhi)
adini III.24 (e gli altri, l’altro)
anantarya IV.9 (il legame, la sequenza immediata o la successione)
anantya IV.31 (in ragione dell’infinito, l’eterno)
ananda I.17 (il giubilo), I.21 (la gioia assoluta)
anusravika I.15 (sentito)
apatau IV.22 (nel, che concerne l’avvenimento, l’arrivo, l’emergen-
za; entrare in un certo stato; qui: prende la forma)
apurat IV.2 (a causa di, dovuto all’eccesso, l’abbondanza; riempire;
le grandi possibilità)
abhasa IV.19 (luminoso, brillante)
ayuh II.13 (la loro durata di vita, il potere vitale, la vita)
alambana I.10 (il supporto, è fondato su), I.38 (la base, che supporta, il
recipiente, la dimora), IV,11
alasya I.30, 32 (la pigrizia, l’inoperosità)
aloka III.5 (la luce, il lustro, lo splendore; guardare, vedere,
scorgere);III.25 (illuminato)
avarana III.43 (il velo), IV.31 (che ricopre)
avesa III.38 (l’entrata, prendere possesso di, entrare)
asayair I.24 (il subcosciente o le impressioni interiori, il residuo), II.12
(il serbatoio o la matrice)
asisah IV.10 (domandare, una preghiera, un voto, un desiderio, una
benedizione; un favore di natura permanente, un esaudimento
certo)
asraya IV.11 (il fondamento)
asrayatva II.36 (la corrispondenza; dipendere da; dipendente da;seguente)
asana II.29, 46, 47, 48; III.33 (la postura)
asanna I.21 (vicino, imminente, prossimo)
asevita I.14 (ben praticato)
asvada III.36 (gustare, assa porare, mangiare)

i
itara III.17 (rispettivo, reciproco, l’uno con l’altro)
itaresam I.20 (degli altri); IV.7

246
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

itaratra I.4 (altrimenti)


iti II.34 (dunque), III.54 (così;alla fine di una clausola indica
anche la fine di una citazione o di una espressione; “si dice
che”); IV.34 (così)
idam (vedere asya, esam)
indriya II.41, 43, 54, 55, III.47 (i sensi, gli organi dei sensi)
indriyani III.44 (gli organi dei sensi)
iva I.41 (come), I.43; II.54 (come se, proprio come), III.3 (come
se)
ista II.44 (di sua scelta)

i
inai rupa III.36 (letteralmente “la forma in movimento”)
isvara I.23, 24; II.1, 32, 45 (Il Signore Siva, l’Essere Supremo)
isvara-pranidhanad I.23, 30, II.0,44,45 (la devozione verso il Signore, l’ab-
bandono al Signore)
Isitrtva III.45 (il potere di essere presente dappertutto, l’onnipresenza;
il potere di comandare e di controllare)

u
uktam IV.28 (detto)
utkranti III.39 (uscito; andato al di là; qui: la levitazione)
uttaresam II.4 (degli altri)
utpanna I.35 (portato, arrivato, nato, prodotto)
udayau III.11 (emerso)
udana III.39 (la forza vitale nella parte superiore del corpo; respiro
che sale, uno dei cinque soffi vitali; l’emissione del respiro
verso l’alto)
udaranam II.4 (attivo, ingaggiato, stimolato)
udita III.12 (arrivato, apparente, visibile), III.14 (levato, elevato,
nato, prodotto)
upanimantrane III.51 (un invito, un’offerta)
uparaktam IV.23 (colorato,tinto)
uparaga IV.17 (colorare,tingere, scurire)
uparaga-cittasya IV.17 (gli oggetti della coscienza)

247
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

upalabdhi II.23 (la riconoscenza; la percezione)


upasargah III.37 (l’ostacolo, la difficoltà)
upasthanam II.37 (la presenza, l’arrivo)
upaya II.26 (il metodo, il mezzo col quale si raggiunge uno scopo)
upeksanam I.33; III.23; IV.28 (l’equanimità)
ubhaya IV.20 (entrambi)

r
rsis I.26 (i saggi, i maestri)
rtambhara I.48 (la verità, il dharma, l’ordine)
rtam-bhara prajna I.49 (“le idee portatrici di verità”)

e
eka I.32 (un solo),IV.16 (uno), IV.5, 9 (uno, l’uno), IV.20 (uno e
lo stesso)
eka rupa III.11 (una sola forma)
eka-tanata III.2 (continuo)
eka-tattva-abhyasah I.32 (la concentrazione su un solo soggetto)
ekatra III.4 (su un oggetto, in un luogo, in rapporto stretto; insieme,
presi tutti insieme)
ekatvat IV.14 (a causa dell’unità o dell’uniformità)
ekarupatvat IV.9 (l’uniformità)
ekagratayoh III.11 (una sola macchia alla volta), 12 (la fissazione in un
punto)
ekagrya II.41 (la concentrazione in un punto)
ejayatva-svasa-prasvasa I.31 (i tremori del nostro corpo fisico, o l’assenza
di calma, la respirazione inuguale)
etaya I.44 (nella stessa maniera)
etena III.13 (per o con questo)
eva I.44 (così), I.46 (in ef fetti), II.15 (in ef fetti, dunque), II.21
(solamente), III.3 (in effetti); IV.8 (dunque, solamente)
esam IV.11 (di questi o quelli), IV.28 (di questi)

248
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

o
osadhi V.1 (una pianta medicinale; la medicina. Daosa che significa
contenere della luce, e che si riferisce probabilmente alla
fotosintesi delle piante)
Om I.25, 27,28,29 (il germe dell’onniscienza, il suono misterioso
o sacro)

K
kantaka III.39 (una spina)
kantha III.30 (la gola)
kathamta II.39 (il “come e il perché”)
karana III.18 (la causa immediata di ogni cosa)
karuna I.33 (la compassione)
karma II.3, 12, 16 (un potere che, grazie alla sua continuità e al suo
sviluppo determina la natura e la possibilità delle esistenze
ripetute dell’anima); IV.7, 8, 30
karma-asaya II.12, 13 (il serbatoio o la matrice del KARMA; “la consegna
delle azioni”)
karma-vipaka IV.6 (il frutto della nostra azione)
karman I.24; III.22 (l’azione, le azioni)
kalpita III.43 (concepibile)
kaya II.43, III.21, 29, 42, 45 (il corpo)
kaya sampat III.46 (l’acquisizione della perfezione del corpo)
karana III.38 (la causa, la ragione, l’intenzione, l’origine)
karita II.34 (portato a essere fatto)
karitvat IV.24 (a causa o dovuto all’azione o all’attività; effettuato)
kamavasayita III.38, 45 (realizzare ogni voto o ogni desiderio)
kala I.14, 26; II.31, 50; IV. 9 (il tempo)
kim IV.16 (quello che)
kundalini II.46, II.55; III.45; IV.1 (l’energia latente nel corpo)
kupe III.30 (il pozzo; l’incavo, la cavità)
kurma III.31 (la tartaruga)
kurma nadi III.31 (un canale di energia situato al di sotto della gola)
krta II.22 (fatto); IV.32 (fatto qui: realizzato o riempito)

249
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

kaivalya II.25; III.50 (la libertà assoluta, l’unità assoluta, la beatitudi-


ne, il distacco da tutti gli altri legami; il fatto di essere solo),
III.55 (lo stato solitario; l’isolamento; la libertà assoluta; IV.0,
26, 34 (l’indipendenza, l’assoluto, la libertà assoluta, lo stato
solitario)
krama III.15,52; IV.32,33 (le sequenze, le serie, la successione,
l’ordine)
kriya II.1, 36 (l’azione con coscienza), II.18 (l’attività); III.54
(il culto di adorazione o il sacrificio interiore)
krodha II.34 (la collera, la passione)
klistah I.5 (afflitto)
klesa I.24; II.2,3,12;IV.28, 30 (le affllizioni)
ksana III.9 (il momento, l’istante), 52 (il momento; un momento
preciso nel tempo; una misura di tempo); IV .33
ksaye II.28 (nella o per la distruzione, il declino o la perdita); III.43
(la distruzione; la diminuzione, una casa; la fine; nel senso
figurato “perdere”); III.50 (nella distruzione)
ksina I.41 (diminuito o indebolito, ridotto)
ksiyate II.52 (distrutto)
ksudh III.30 (la fame)
ksetra II.4 (il campo)
ksetrika IV.3 (come un fattore)
khyati I.16 (grazie alla realizzazione), II.26, 28 (la discriminazione),
III.49 cogliere la distinzione tra)

g
gati II.49 (il movimento, l’origine, l’estensione, la condizione);
III.28 (il movimento)
gamanan III.42 (il movimento, andare da)
guna I.16; IV.13, 34 (le forze costituenti, gli attributi; la qualità),
II.15 (le qualità), I9 (i costituenti principali della natura); IV
.32
(delle qualità della natura)
guru I.26 (il maestro, il parente spirituale o il precettore)
grahana I.41 (che conosce, che coglie), III.47 (il potere di percezione)
grahitr I.41 (colui che conosce, che coglie)

250
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

grahyesu I.41 (conosciuto, colto)


grahya III.21 (essere colto)

c
ca I.29, 44, 45; II.2, 15, 41, 53; III.20, 38, 42, 45, 48, 49, 54;
IV.10 (e)
cakra II.50; III.29 (la ruota)
caksus III.21 (l’occhio)
caturtha II.51 (il quarto)
caturvedas I.26 (i quattro vedas)
candra III.2 (la luna)
carya III.54 (“il corso o il movimento” la via della devozione)
citeh IV.22 (la coscienza trascendentale)
citisakti IV.34 (il potere della coscienza pura o della coscienza
superiore)
citta .4, 15, 16, 18, 21, 26CITTASYA
I.2, 30, 33, 37; III.9, 19, 34; IV
(del mentale, della coscienza), II.54; III.1, 1 1, 12, 38; IV.17
CITTAM (la coscienza, il mentale) IV.5.23
citta-vrttih I.2, 17; IV .18, 20 (le fluttuazioni, la modificazione, i
movimenti della coscienza)
cittar I.2 (SIDDHAR tamil)
citram IV.24 (pieno di)
civam I.23 (SIVA in tamil)
cetana I.29 (la coscienza)

ch
chidresu IV.27 (strappato in pezzi, contenere dei buchi, bucato, il
difetto, l’errore, tra)

j
jah I.50 (nato, arrivato, proveniente da, prodotto da) IV .1 jam
(arrivato) III.52, 54; IV.6 (prodotto o proveniente da)
jagrat I.2 (lo stato di veglia)
jana loka III.26 (la regione delle genti)
janman II.12, 39; IV.1 (la nascita, l’esistenza, la vita)

251
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

japa I.28; 29 (borbottare, mormorare, ripetere)


jaya III.39, 40, 44, 47,48 (la padronanza, la vittoria)
jala III.39 (l’acqua)
javitvam III.48 (la rapidità, la velocità, la prontezza)
jati II.13 (la nascita, la produzione); II.31 (la classe); III.18, III.53
(la nascita), IV.2, 9 (le classi o le speci; la condizione di vita,
la nascita)
jayante III.36 (sono nati o sono prodotti)
jiva I.2, 3, 23; IV.32 (l’anima individuale)
jivan mukta IV.0 (il fatto di vivere come un’anima liberata)
jugupsa II.40 (il distacco spontaneo)
jnaata IV.17, 18 (conosciuto)
jnatrtva III.49 (l’onniscienza)
jnana I.8, 9, 38, 42; II.28; III.16, 17, 18, 19, 22, 25, 26, 27, 28, 35;
(la conoscenza)
jnana indriyas I.17 (le facoltà dei sensi)
jnana-marga III.54 (il cammino della conoscenza)
jneyam IV.31 (essere conosciuto)
jyotismati I.36 (da JYOTIS: la luce suprema, l’illuminazione; +MATA:
che ha, che possiede)
jyotisi III.32 (nella luce; il fulgore della luce)
jvalanan III.40 (il fulgore, lo sfavillio)

t
tatas I.22 (di più), I.29 (di questo), III.12; IV.3 (allora, di questo),36,
48 proveniente, in conseguenza), 53 (così)
tattvam I.32 (il soggetto, il principio, tradotto letteralmente con “lo
stato di questo”); IV.14 (un tale stato; la realtà; l’essenza)
tad I.16, 28, 32; III.8, 50, 52; IV . 16,19,22,24 (questo), III.17, 28,
45; II.11; IV.8 (loro), II.13, 21, 35 (per Lui), II.25; IV.18 (suo),
III.3 (quello stesso), IV.17 (così), IV.11 (essi), III.22 (su que-
sti) (vedere anche tasya, tasmin, tayoh, te, ta, tasam, sa)
tada I.3; IV.16 (allora), IV.26 (poi, infatti), IV.31 (allora)
tada drastuh sva-rupe’vasthanam IV.34 (“Allora il Testimone resta nella sua
vera forma”)

252
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

tanu II.4 (debole, attenuato,ridotto, addormentato)


tantra IV.1 (Shaktismo), 16 (dipendente)
tantrikas IV.1 (i praticanti del tantra)
tapas II.1. III.40 (la pratica intensa; infiammare, raddrizzare col
fuoco; “l’azione del fuoco che brucia il fardello del proprio
karma”), II.32 (la pratica costante, lo sforzo intenso; l’auste
rità), II.43 (le austerità), IV.1 (la pratica intensa)
tapasvin IV.1 (asceta)
tapas loka III.26 (la regione dell’austerità)
tamas I.16; II.18; III.35 (l’inerzia, la densità)
tayoh IV.15 (di, in o concernente questi due; ciascuno; loro)
tasmin II.49 (a questo proposito)
tasya I.27 (suo), I.51 (anche quello); II.24,27 (suo); III.6, 10, 20
(suo)
ta I.46 (questi)
tapa II.15 (l’ansietà; la pena)
taraka III.54 (permettere di traversare soccorrere, liberare, salvare)
tara III.27 (delle stelle)
tasam IV.10 (di queste impressioni)
tirodayi II.3 (il potere di confusione, letteralmente “la dissimulazione”)
tivra-samvega-sadhana I.21 (una pratica intensa e determinata)
tu I.14; IV.3 (ma)
tulya III.12, 53 (uguale,lo stesso, dello stesso genere, simile)
tula III.42 (la fibra di cotone)
turiya III.34; IV.32,34 (il quarto stato di coscienza)
turiyatita I.2 (al di là dituriya, al di là del quarto stato di coscienza)
te I.30; II.10; III.37 (questi), II.14; IV.13 (essi)
tejas III.44 (il fuoco)
trsna I.15; II.15 (desiderare insaziabilmente)
tyaga II.35 (lasciato, abbandonato)
trataka I.17; 36 (la meditazione su un oggetto)
traya III.4, 7, 16 (i tre, tripartito; le tre parti)
tri-gunas II.18; III.35 (i tre modi principali di manifestazione della
Natura)

253
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

trividham IV.7 (triplo)

d
dana II.4 (la generosità)
darsana I.30 (l’opinione, l’osservazione, la comprensione); II.6
(ciò che è visto; la buona comprensione; qui: il mezzo per ve-
dere), 41 (la giusta visione del Sé), III.32. (la visione)
darsina IV.25 (vedere, percepire, osservare, conoscere, comprendere)
divyam III.41 (il divino)
dipti II.28 (la luce di)
dirga I.14, II.50 (lungo, elevato, grande)
duhkha I.31, 32 (l’ansia, il dolore, la dif ficoltà), I.33 (disgraziato,
l’insoddisfazione, la sofferenza, l’ansia); II.5, 6, 8 (la soffe-
renza), II.15, 34 (il dolore), II.16 (la pena); III.23 (disgrazia-
to)
duhkham-anagatam II.16 (la sofferenza a venire)
desa II.50 (il luogo, lo spazio)
drstr-drsyayoh samyogah II.17 (l’unione del Testimone e dell’Oggetto)
drdha I.14 (fermamente)
drhsyayoh II.17 (ciò che è visto,questi (due che) sono visibili)
drsi II.20 (il potere di vedere), II.25 (dell’Oggetto percepito)
drseh kaivalyam IV.26, 27 (la libertà assoluta conquistata sull’Oggetto
percepito)
drsya II.17, 18; IV.23 (l’Oggetto visto), IV. 21 (la percezione)
drsyatvat IV.19 (del fatto di essere visto; la natura di essere (l’oggetto)
percepito)
drsta I.15; II.12 (visto o presente)
drsta-anusravika-visaya I.15 (il desiderio insaziabile verso gli oggetti visti
oppure di cui si è sentito parlare)
drdha-bhumih I.14 (stabilito; ancorato; la terra)
devata II.44 (la deità)
desa II.31 (il luogo), II.50 (lo spazio); IV .9 (lo spazio); III.1
(un luogo), III.53 (la posizione)
dosa III.50 (l’ostacolo, il pregiudizio, l’errore)

254
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

daurmanasya I.31, 32 (la depressione, la disperazione)


drastr I.3; II.17, 20; IV. 23 (il Testimone)
dvandva II.48 (le dualità; un paio di contrari)
dvesa II.3, 8; III.55; IV.31 (l’avversione; l’odio; la repulsione)

dh
dharma III.13 (il carattere essenziale), III.14 (la natura, il carattere, la
qualità essenziale),III.45 (la natura, il carattere, la qualità
essenziale, ciò che è stabilito o tenuto, la Virtù, la religione);
IV.29
dharma-parinama III.13 (il cambiamento nella propria sostanza o le sue
qualità)
dharma-megha IV.29, 30 (nuvola del dharma)
dharmakaya IV.29 (il corpo della verità)
dharmanam IV.12 (le forme, le caratteristiche)
dharmin III.14 (portatore di dharma; conoscere o rispettare la legge,
qualcosa soggetto a un particolare stato)
dharana II.29, 53; III.1 (la concentrazione)
dhyana I.13, 39 (con la meditazione), II.1 1 (con la meditazione),
II.29; III.2 (la meditazione), IV. 6 (evoluto con, che viene o nasce
dalla meditazione)
dhruve III.28 (sulla stella polare)

n
na III.20 (non), IV.16 (né), IV.19 (non)
nada III.14 (il principio del suono)
nasta II.22 (distrutto)
nadi III.31 (il canale di energia sottile; il cammino del prana nel
corpo)
nabhi III.29 (il punto centrale, l’ombelico)
nitya II.5 (permanente, eterno, continuo)
nityatva IV.10 (a causa del carattere eterno, la continuazione)
nidra I.6, 38 (il sonno)
nibhandhanin I.35 (tenendo, legando, causando)
nimitta IV.3 (la causa accessoria; il motivo; la ragione)

255
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

nimna IV.26 (inclinato verso)


niyama II.29, 32 (l’osservanza)
niratisaya I.25 (non sorpassato, non superato)
nirupakrama III.22 (non in movimento, non preso, non perseguito; latente)
nirodha I.2, 12, 51 (pulire, smettere di identificarsi con), III.9 (pulire,
la purificazione)
nirgrahya IV.33 (finito; cessare; essere soppresso)
nirbija I.51, III.8 (senza germe)
nirbhasa I.43 (brilla; è illuminato); III.3 (brillare, sembrar essere)
nirmana IV.4 (creare, fare, formare, fabbricare)
nirvicara I.44,46,47 (superiflesso o non riflesso; senza riflessione
sottile)
nivitarka I.43 (senza riflessione)
nivrtti III.30; IV.30 (la cessazione, la sparizione)
nairantarya I.14 (senza fratture, senza interruzione)
nyasat III.25 (dovuto al collocamento, all’installazione, all’applica-
zione o alla disposizione)

p
panka III.39 (il fango)
panca II.3 (cinque)
panca-klesah II.3, 10 (cinque afflizioni)
panca-pasah II.3 (le cinque catene primarie)
panca-bhuta III.1; IV.13, 16 (i cinque elementi)
pancataya I.5 (quintuplo)
panthah IV.15 (la percezione)
para I.16 param (supremo); II.40 (con altri); III.19, 35, 38
(gli altri); IV.24 (per un altro)
parama I.40 (il più)
paramanu I.40 (l’atomo primario)
paravastha I.18 (gli stati superiori di esperienza)
para-vairagya III.51; IV.7 (il distacco supremo)
parinama II.15;III.9, 12,13 (la trasformazione, il cambiamento),III.11
(lo sviluppo), III.16 (lo stadio di evoluzione, la trasformazio-

256
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

ne, la maturità, il risultato); IV. 2(il cambiamento, l’alterazio-


ne, l’evoluzione, la trasformazione), I4, 32, 33 (la trasforma-
zione)
paritapa II.14 (il dolore, il dispiacere, la pena)
paridrsta II.50 (visto, intravisto, percepito)
parisuddhi I.43 (purificato, pulito)
paryavasana I.45 (includente, la fine, il termine)
parvani II.19 (le divisioni)
pipasa III.30 (la sete)
punya I.33; III.23 (virtuoso, meritevole); II.14 (favorevole)
punah III.12, III.51 (ancora, ripetuto)
purusa I.16, 24; III.35, 36, 49, 55; IV .18 (il Sé, contrariamente al
“sé” che si identifica con la propria personalità o col proprio
corpo) purusartha IV.34 (lo scopo dell’uomo; lo scopo del sé)
purna bhava III.1 (pieno di emozioni)
purva I.18, III.18 (anteriore), 26 (antico), III.7 (precedenti)
purvaka I.20 (precedente,preceduto da, servito con); II.34 (preceduto
da, accompagnato da)
prthvi III.44 (la terra)
prakasa II.18 (lo sprazzo, la luce, il brillio), II.52; III.21, 43 (la luce)
prakrti III.35,44; IV.2, prakctanam IV.3 (le manifestazioni della
Natura; qui: l’evoluzione naturale),34 (la Natura)
prakrti-laya I.19 (l’assorbimento in, attaccarsi a, unito alla Natura)
pracara III.38 (arrivare, mostrarsi, la manifestazione, l’apparenza)
pracchardana I.34 (l’espirazione)
prajna I.20 (il discernimento, la comprensione), I.48 (la saggezza, la
conoscenza, l’intelligenza; letteralmente chi continua a ( pra)
+ conoscere ( jna); (l’attenzione); I.49; II.27; III.5
Prajapati III.26 (Brahman)
pranava I.27 (il suono sacro Om)
pranidhana I.23; II.1, 32, 45 (l’abbandono, la devozione)
prati II.22 (in direzione di, per)
pratipaksa II.33,34 (i pensieri contrari)
pratipaksa bhavanam II.33 (meditare su o coltivare i pensieri contrari)

257
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

pratipatti III.53 (la percezione, la constatazione, l’osservazione)


pratiprasava II.10 (ritornare nella loro causa; rievocare l’origine delle
cause); IV.34 (riassorbire)
pratibandhi I.50 (facendo ostacolo, impedire, intralciare)
pratiyogi IV.33 (fare il legame; la contropartita)
pratisedha I.32 (evitare, custodire)
pratistham I.8 (fondato su)
pratistha IV.34 (essere fissato; la risoluzione; la perseveranza si radica)
pratisthaya II.35, 36, 37, 38 (avendo fissato)
pratyak-cetana I.29 (la coscienza interiore del Sé, colui i cui pensieri sono
rivolti all’interno)
pratyaksa I.7 (la percezione coi cinque sensi)
prayatna II.47 (lo sforzo, sforzarsi, un grande sforzo; la tensione)
pratyaya I.10 (il pensiero, la nozione, la credenza), 18 (l’esperienza),19;
II.20 (la coscienza, qui: i pensieri), III.2 (l’intenzione; il
pensiero, la nozione, la esperienza, la credenza, la conoscen-
za, la base, la contemplazione religiosa, il mezzo, la coscienza
diretta), i pensieri III.17 (delle idee), III.19 (dell’intenzione),
III.35 (la coscienza, intenzione: la nozione fondamentale);
IV.27 (un pensiero, la cognizione)
pratyaya-ekatanata dhyanam II.11 (l’esperienza di avere il mentale
fissato su un solo oggetto)
pratyahara II.29, 54 (il ritiro dei sensi, un ritiro)
pradhana III.48 (il creatore; la causa primaria, la Natura, la parte
principale ed essenziale di qualcosa; l’anima suprema;
l’itelletto)
prabhoh IV.18 (il Superiore; il maestro)
pramana I.6, 7 (i mezzi per acquistare la conoscenza)
pramada I.30, 32 (la negligenza)
prayojaka IV.5 (il direttore; l’iniziatore)
pravibhaga III.17 (la distinzione; la separazione, la divisione)
pravrtti I.35 (l’attività, avanzare; prendere conoscenza); III.25
(l’attività; andare avanti, l’avanzata, il progresso, la nascita,
l’apparizione, la manifestazione, la cognizione; qui: i sensi
sottili); IV.5 (le attività)

258
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

pravrtti-aloka III.25 (i sensi sottili illuminati)


prasanta III.10 (tranquillo)
prasvasa I.31; II.49 (l’espirazione)
prasamkhyana IV.29 (nell’acquisizione; l’enumerazione, la riflessione, la
meditazione)
prasangat III.51 (a causa di una associazione; la devozione a, l’attacca-
mento o l’adesione)
prasada I.47 (la calma impassibile); II.54 (un’of ferta di cibo al
Divino)
prasadana I.33 (la calma impassibile, la tranquillità)
prasupta II.4 (addormentato, assopito)
prakamya III.38, 45 (che penetra dappertutto)
pragbhara IV.26 (gravitare verso; la propensione, inclinazione)
prana I.34; III.29, 39, 40, 50 (la forza vitale)
pranayama II.29, 49 (il controllo della respirazione)
prathiba III.33, 36 (un flash di illuminazione; l’intuizione; un flash di
intuizione spontaneo e diretto)
pradurbhava III.9 (l’apparizione, la manifestazione), III.45 (l’apparenza;
ciò che è visibile)
pranta II.27 (nell’ultima tappa)
prapti III.38, 45 (entrare in un altro corpo, la trasmigrazione)
prarabdha karma II.12 (ciò che è espresso in questo momento ed esaurito
in questa vita)

ph
phala II.14 (i frutti, la conseguenza, il risultato), II.34, 36 (i frutti o
il risultato); IV.11 (i frutti; il risultato; l’effetto)

b
bandha III.1 (legare), III.38 (il legame, la ritenuta,l’asservimento)
balani III.23 (il potere), III.24, 46 (la forza)
bahir-anga III.8 (esterno, la branca esterna)
badhane II.33 (l’asservimento, inibire)
bahya II.50, 51 (esterno)
bija I.12, 25; III.50 (il seme)

259
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

buddhi I.45 (l’intelletto); IV.21.22, (l’intelletto; il primo tattva che


emerge da prakrti, nella filosofia Samkhya; la percezione; la
discriminazione; il mentale)
buddhindriyani IV.16 (i cinque or gani dei sensi)
brahmacarya II.30, 38 (la castità)

bh
bhaya II.15 (la paura)
bhava I.19 (lo stato di essere, l’esistenza)
bhava III.48 (la capacità), 49 (gli stati di essere)
bhavana I.28 (la riflessine su un soggetto, il sentimento per); II.2
(coltivare); IV.25 (il colloquio; la pazienza; la meditazione;
osservare; investigare)
bhavanatah I.33 (coltivando, producendo)
bhu-loka III.26 (la regione eterea della nostra terra, dove le anime degli
uomini migrano dopo la morte)
bhuvana III.26 ((l’universo; il mondo, la regione cosmica)
bhuta II.18 (l’elemento, il costituente dell’universo creato); III.13
(gli elementi: la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria, lo spazio), III.17
(essere), III.44 (gli elementi)
bhutatvat III.20 (in ragione di essere un elemento)
bhumih I.14 (stabilito; ancorato; la terra); II.27 (il suolo, la scena)
bhumikatva I.30 (“la terraferma,” la scena, il posto, la base)
bheda IV.3 (levare), IV.5 (differente), IV.12 (la differenza), IV.15
(in ragione delle differenze, la moltiplicità)
bhogah II.13, 18 (i piaceri, mangiare); III.35 (l’esperienza)
bhauma II.31 (universale)
bhranti I.30 (la falsa percezione, non vedere la realtà soggiacente)

m
manes I.41 (di una pietra preziosa o di un monile)
madhya I.22; II.34 (mediano; moderato)
manasah I.35; II.53; III.48 (del mentale)
mantra I.13, 29 (la sillaba sacra); IV.1 (letteralmente “la protezione
del mentale,” il testo o il discorso sacro; l’incantesimo; un

260
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

versetto mistico; “lo strumento di un pensiero”Viene da manas


(il mentale) e tara (la protezione)
mayeyam II.3 (i desideri, la manifestazione tangibile di maya)
maya I.22 (lo spettacolo dell’illusione); II.3 (la causa materiale)
mala IV.31 (l’impurità, la polvere, la sporcizia)
mahant III.43 (grande)
mahar indra loka III.26 (la regione del dio Indra)
maha–vratam II.31 (il grande voto, la risoluzione, la condotta o la decisione)
maha-samadhi III.26 (al momento della morte, l’uscita volontaria dalla
corona della testa)
mahar loka III.26 (la regione del Creatore)
mahiman III.38,45 (diventare enorme, in proporzioni inimmaginabili)
matrat I.43 (solamente); III.3 (solamente l’oggetto); II.20 (solamen-
te); III.49 (la distinzione tra); IV.4 (la limitazione, solamente)
mithya I.8 (falso)
mukti I.27 (fondere; l’assoluzione dello spirito dalla necessità di
reincarnarsi o dalle limitazioni materiali)
mudita I.33 (la gioia, gioire)
mudra I.13 (la posizione delle mani)
murdha III.32 (della testa)
mula II.12,13 (la sorgente, la fondazione)
mulam I.26 (la sorgente)
mrdu I.22; II.34 (leggero, dolce, debole)
megha IV.29 (la nuvola)
metta I.33; III.23 (l’amicizia, la benevolenza)
maitri I.33; III.23 (l’amicizia, la benevolenza)
moha II.34 (l’infatuazione; l’illusione)

y
yajnas III.54 (i rituali del fuoco sacrificale)
yatna I.13 (lo sforzo)
yatha I.39 (come)
yantras IV.1 (i simboli geometrici rituali)
yama II.29, 30 (la ritenuta, la padronanza di sé)

261
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

yoga I.1, 2; II.1, 28 (l’unione); III.54 (congiungere l’anima


con l’essere immortale)
yogin IV.7 (lo yogi)
yogyata II.53 (l’attitudine)
yogycani II.41 (l’attitudine, il fatto di convenire)

r
ratna II.37 (una pietra preziosa, un monile; la ricchezza, le ricchez
ze)
rasa II.9 (succo o essenza, potenziale)
raga I.37; II.3, 7; III.55 (l’attaccamento, la passione); IV .31 (il
desiderio)
rajas I.16; II.18; III.35 (l’attività)
ruta III.17 (il suono, la dichiarazione, il grido, il rumore, il rombo,
l’urlo, il suono; la risonanza)
rupa I.8, 17; II.54 (la forma), II.23 (l’essenza, la natura); III.3 (la
propria forma), III.46 (la bellezza, un bell’aspetto);IV.34 (la
forma, la natura)
rupatvat IV.9 (l’uniformità)

l
laksana III.13 (la caratteristica; il fattore tempo), III.53 (l’apparenza;
l’impronta, il segno, il simbolo, la testimonianza, la caratteri
stica; un segno favorevole)
laksana-parinama III.13 (il cambiamento cronologico, cioè passato,
presente e futuro)
laghiman III.38, 42, 45 (diventare leggero come il vapore; il potere
della levitazione)
laghu III.42 (leggero)
laya I.19 (l’assorbimento in, unito)
labha II.38, II.42 (guadagnato; ottenuto)
lavanya III.46 (la grazia, l’eleganza)
linga-matra II.19 (definito)
lokas III.26 (le sette regioni dell’universo)
lobha II.34 (l’avidità; il desiderio)

262
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

v
vajra III.46 (colpo di tuono, potente, inflessibile, di conseguenza
significa l’indistruttibilità), III.46 (durevole)
varana IV.3 (circondare; gli ostacoli intorno)
vasikara I.15,40 (la padronanza, la realizzazione)
vasyata II.55 (la padronanza)
vasita III.38, 45 (l’onnipresenza)
vastu I.9; IV.14, 15, 16, 17, 20 (gli oggetti; sostanza reale costante)
va I.23, 34, 35, 36, 37, 38, 39; III.22, 33; IV.34 (o)
vacakah I.27 (la parola che esprime il fatto di parlare, dire, significare)
varta III.36 (sentire)
vasanam IV.8, 24 (le impressioni subcoscienti; ogni impressione di
qualcosa lasciata nel mentale; la conoscenza generata dal
ricordo)
vahita III.10 (il flusso)
vikarana III.48 (l’attitudine sensoriale soprafisica)
vikalpa I.6, 9 (la concettualizzazione, l’immaginazione), I.42 (per o
con l’immaginazione, la concettualizzazione)
viksepa I.30 (la distrazione, la dispersione), I.31 (la distrazione
mentale)
vicara I.17 (la riflessione, il discernimento, l’esercizio della ragione)
vicchinna II.4 (intercettato, soppresso, dominato)
vicchedah II.49 (tagliare, rompere; separare, interrompere; la cessazio-
ne; qui: il controllo dell’inspirazione e della espirazione)
vitarka I.17 (l’osservazione; il pensiero incongruo); II.33 (l’osserva-
zione e l’analisi materiale), II.34 (qui: i pensieri negativi,
i pensieri sconnessi)
vitrsna I.15 (di colui che non ha desideri insaziabili)
videha I.19, III.43 (senza corpo, incorporeo, disincarnato, senza
forma)
vidya tattvas III.14 (i sette principi della conoscenza)
vidharana I.34 (e della ritenzione di)
viniyoga III.6 (l’applicazione, la pratica progressiva)
vinivrtti IV.25 (si rivolta, ritirato; la cessazione, arrestare, levare;

263
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

finire per sempre)


viparyaya I.6, 8 (le false opinioni)
vipaka I.24; II.13; IV.8 (il frutto che risulta dalle azioni)
viprakrsta III.25 (lontano; distante)
vibhakta IV.15 (diviso, distribuito, separato, può variare)
vibhuti III.1 (il risultato ultimo della pratica yogica intensa; la cenere
sacra)
virama I.18 (la cessazione, il distacco)
virodha II.15 (a causa di un conflitto o di una opposizione)
viveka I.5, II.26 (la discriminazione), 28; III.52, 54; IV .26, 29
(prodotto proveniente dalla discriminazione)
viveka-khyatir-aviplava III.49; IV.29 (discernimento discriminativo)
vivekin II.15 (della discriminazione o discernere)
visesa I.22 (la differenza), I.24, 49 (straordinario); II.19 (specifico);
IV.25 (distinto)
visoka I.36 (meravigliso)
visaya I.11, 15, 44; II.51, 54; III.20, 44 (gli oggetti), I.33 (delle
condizioni, degli oggetti), III.54 (lo stato), I.37 (l’oggetto),
I.49 (questa verità particolare)
visayatva I.45 (la condizione di oggetto, la natura di una condizione)
visayavant I.35 (meditare su un oggetto percepito coi sensi)
visuddhi cakra III.30 (il chakra della gola)
vita I.37 (libero, liberato, partito)
virya I.20 (il vigore, la forza, il coraggio, la dignità); II.38 (il
vigore; la potenza la forza, l’energia)
vrtti I.2, 41; II.50; vrttayah (le modificazioni, le fluttuazioni), I.4,
I.5, 10; II.11; IV.18 (le fluttuazioni della coscienza); III.43
(le modificazioni che emergono nella coscienza)
vedana III.36 (toccare, provare, sentire)
vedaniya II.12 (che deve essere provato o vissuto)
vaitrsnya I.16 (la libertà)
vaira II.35 (l’ostilità)
vairagya I.11, 12, 15; II.1 (il distacco intenso); III.50 (a causa di o
dovuto al non attaccamento)

264
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

vaisaradya I.47 (lucido, la chiarezza dell’intelletto)


vyaktah IV.13 (manifesto)
vyana III.39 (la forza vitale, il prana che penetra tutte le parti del
corpo)
vyavahita III.25 (dissimulato; ostruito); IV.9 (separato)
vayu III.44 (l’aria)
vykakhyata I.44; III.13 (spiegato, molto dettagliato)
vyadhi I.30, 32 (la malattia, i mali)
vyutthana III.9 (emergere, l’azione di essere rivolti all’esterno, agitato),
III.37 (montare, svegliarsi, liberare, lasciare il posto; qui:
nello stato di veglia)
vyuha III.27, III.29 (comandare, la sistemazione, la distribuzione)
vrata II.31 (il voto)

s
saktiyoh II.6, 23 (dei due poteri (sakti)); III.21 (l’attitudine)
sabda I.9, I.42; III.17 (la comunicazione orale; il suono; il linguag
gio)
sarira III.38 (il corpo)
santa III.12 (non molto marcato, reso silenzioso, placato, pacifica-
to, calmo, impassibile); III.14
sila II.18 (la natura, la qualità, il carattere)
Siva I.2, 3 (il Signore Supremo); IV.34
suci II.5 (puro, non corrotto)
suddha II.20 (puro, corretto, pulito)
suddhavastha I.18 (l’esperienza pura)
suddhi II.41; III.55 (la purezza)
sunya I.9 (il vuoto; senza, non avere nessuno), I.43 (vuoto); III.3
(vuoto, niente); IV.34 (di essere vuoto)
seso I.18 (residuo)
saithylya II.47; III.38 (la rilassatezza, il rilassamento)
sauca II.32, 40 (la purezza, la purificazione)
sraddha I.20 (la fede e la devozione intensa)
sravana III.36 (sentire, concernente o percepito con l’orecchio)

265
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

sruta I.49 (ciò di cui si è sentito parlare, proveniente dalle tradizioni


o dalle sacre scritture)
sruti I.26 (rivelato, insegnamenti trasmessi)
srotra III.41 (l’orecchio)
svasa I.31 (l’inspirazione, la respirazione); II.49 (l’inspirazione; il
soffio)

s
sa I.14 (quello)
sa (abhyasah) drdha bhumih I.14 (questa pratica diventa
fortemente stabile)
samipa mukti III.54 (l’adepto è vicino al Signore, come suo figlio)
samkhhyah II.50 (per o con l’osservazione o il calcolo, il numero)
samyama I.40 (che concentra il mentale su un oggetto); III.4, 16, 17,
21, 22 (letteralmente: una grande ritenuta; dasam: profondo,
grande, suffissi com o con; e yama: la ritenuta: (vedere il
versetto II.29) qui interpretata come “la comunione” o
“la costrizione” samyamat (in ragione della comunione),
III.26, 35, 41, 42, 44, 47, 52
samyoga II.17, 23, 25 (l’unione)
samvid III.34 (la conoscenza, la comprensione)
samvega I.21 (intenso, entusiasta)
samvedana III.38 (a causa di, di o dovuto alla conoscenza); IV .22 (la
percezione)
samsaya I.30, 32 (il dubbio, l’esitazione)
samskara I.11, 18, 50; II.15, IV .9 (le impressioni subcoscienti, le
abitudini, le tendenze), samskarayoh III.9 (le impressioni
residue; l’impressione lasciata da una azione passata che
condiziona le azioni future; le impressioni che risiedono nel
subcosciente); IV.8, 9, 10, 27 (le impressioni subcoscienti del
passato)
samhatya IV.24 (insieme, simultaneamente, nello stesso momento)
samhananatva III.46 (avere la qualità di solidità, robustezza, fermezza; di
stabilità, di resistenza
samkarah III.17 mescolato insieme, la confusione, mischiato),IV .21
(la confusione)

266
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

samkirna I.42 (mescolato, smaltato; non distinto)


sanga III.51 (l’attaccamento)
samgrhitatvat IV.11 (poiché, dovuto a ciò che è afferrato, preso, racolto)
samjita karma II.12 (quelli che aspettano di essere realizzati nelle vite
future)
samjna I.15 (la conoscenza, il segno, l’emblema)
sati II.13, I.49 (essere, esitere, prodursi)
satkara I.14 (pieno di riguardo, l’onore, la riverenza)
sattva II.41; III.35, 36, 49, 55 (il fatto di essere, il prodotto di prakrti;
qui: un essere manifesto nella natura)
satya II.30, 36 (la veridicità; l’autenticità, la sincerità)
satya-loka III.26 (una delle sette regioni del mondo, la regione della
verità)
sada IV.18 (sempre)
samtosa II.32, 42 (la contentezza)
samnidhi II.35 (la presenza, la prossimità)
saptadha II.27 (settuplo)
sabija I.46 (con dei semi)
samaya II.31 (la circostanza, l’accordo, riunirsi, l’impegno), IV .20
(il tempo; la circostanza, l’istanza, l’occasione)
samadhi I.20, 46, 51; II.2, 29, 45; III.3, 1 1, 37; IV .1, 29, 33, 34
(l’assorbimento spirituale profondo o meditativo, l’assorbimen-
to cognitivo)
samana III.39,40 (la forza vitale nella regione addominale del corpo)
samapatti I.41 (l’assorbimento cognitivo e l’identificazione con gli
oggetti della contemplazione; la coincidenza; l’unità;
riunentesi), I.42 (spontaneo), II.47; samapattih III.42 (a
causa di o dovuto all’unione; qui: l’assorbimento cognitivo)
samaptih IV.32 (la fine; la conclusione, la realizzazione)
sampad III.45, 46 (la perfezione, il successo, la realizzazione)
samprajnata I.17, 20 (l’assorbimento cognitivo, distinto, orientato verso
l’oggetto)
samprayoga II.44 (la comunione)
sambandha III.41, 42 (la relazione, il legame, l’unione)

267
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

sambhogakaya IV.19 (il corpo del piacere)


sambodha II.39 (la conoscenza luminosa; la comprensione)
sayujya mukti III.54 (l’Unione con l’Essere Supremo)
sarva I.25, I.51; II.15, 31,37; III.11, 17, 33, 49; IV.31 (tutti),III.49
(su tutti), IV.23 (tutti), III.54 (come in sarva-visaya, tutti gli
oggetti)
sarva-jnatrtvam III.49 (l’onniscienza)
saravtha III.54 (in ogni maniera o in ogni rapporto, in ogni momento)
IV.29 (costante; in ogni momento, sempre)
salokkya mukti III.54 (il servitore del Signore, che dimora nella sfera del
Signore)
savikalpa I.17 (samprajnata in tamil)
savicara I.44, 46 (riflesso)
savitarka I.42, 46 (con osservazione)
savitarka samadhi I.17 (concentrato su un oggetto nella natura)
sahabhuva I.31 (che accompagna, che appare insieme)
saksat III.18 (la percezione, sentire, il testimone)
sadhana I.13 (i mezzi per raggiungere il risultato)
sadharanatva II.22 (a causa di, in ragione della universalità)
sadhu IV.25 (santo)
samya III.55 (nel, a, verso o concernente l’uguaglianza, la regolarità,
la somiglianza), IV.15 (lo stesso)
samkhya IV.34 (un sistema filosofico spirituale e yogico);samkhyabhih
II.50 (il numero)
sarupyam I.4 (l’assimilazione; la conformità; l’identificazione); IV.22
(la falsa identificazione)
sarupya mukti III.54 (l’adepto è l’amico del Signore)
sarva-bhaumah II.31 (da sarva-bhumih; che comprende il mondo intero;
universale)
salambanam III.20 (il supporto)
siddha III.32, 37, 38; IV.30 (quelli che hanno raggiunto la perfezio-
ne, gli esseri realizzati)
siddhanta IV.0 (la realizzazione della perfezione)
siddhi II.43 (la perfezione, l’acquisizione; la realizzazione),
II.45;III.37;IV.1 (l’acquisizione, il potere)

268
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

sukha I.33; III.23 (felice), II.5 (il piacere), II.7 (il piacere), II.42
(la gioia),II.46 (confortevole)
suksma I.44,45; II.10, 50; III.25; IV.13 (sottile, fine)
surya III.26 (il sole)
sa-upkrama III.22 (mettere in marcia, intraprendere, manifesto)
saumanasya II.41 (la gioia del mentale, la gaiezza)
susumna nadi III.26, 27 (il canale di energia centrale nel corpo umano; la
porta solare)
stambha II.50, (stazionario, soppresso, arrestato), III.21 (la sospensio-
ne, la soppressione, l’arresto)
styana I.30,32 (la noia, la rigidità)
stha I.41 (presente, dimorante)
sthani III.51 (ben saldo, avere un posto; occupare una alta posizio-
ne)
sthitau I.13 (che resta in o che dimora in), 35 (la stabilità); II.18
(l’inerzia, restare inerte)
sthira II.46 (stabile)
sthula III.44 (grossolano, solido, materiale)
sthairye II.39 (installato, essere stabile in; fermamente, la stabilità o la
fermezza), III.31 (l’immobilità)
smaya III.51 (sorridere (con fierezza); l’orgoglio, l’arroganza)
smrti I.6, 11; IV.9, 10, 21, 31 (la memoria, i ricordi), I.20 (la
memoria, la presenza di spirito), I.43 (le impressioni, i ricor
di)
syat IV.16 (diviene)
sva II.9 ( svarasa) (la propria disposizione; letteralmente: “il
proprio succo o essenza”), II.23 (il proprio; qui: posseduto),
II.40 (il proprio), III.35; IV.22 (il proprio), IV.19 sva-abhasam
(l’autoluminosità)
sva-pranidhanam IV.0 (l’abbandono di Sé)
svapna I.38; IV.23 (il sogno)
svarupatah I.3 (nella propria natura), I.8 (la sua vera forma), I.43, II.23,
27, 54 (la propria forma), III.3 (della propria forma), III.44
l’essenza), III.45 (soruba in tamil), III.47 (la natura essenzia-
le), IV.0, 23, 34 (la sua propria natura)

269
INDICE DEI TERMINI SANSCRITI DEI SUTRA

svarupa mukti IV.34 (la liberazione dalla forma in sé stessa e per lei stessa)
svadhyaya II.1, 32, 44, 45 (lo studio di sé)
svami II.23 (il possidente (purusa); il signore, il capo)

h
hanam II.25, 26; IV.28 (la rimozione, l’assenza, il declino)
hamsah I.34 (“il cigno;” lojiva nella forza vitale)
haritapa II.14 (soffrire)
himsa II.34 (la violenza, fare del male)
hrdaya III.34 (nel cuore; la base delle emozioni e delle sensazioni)
hetutvat II.14, 17 (il motivo), 23, 24 (la ragione); III.15; IV .11 (la
causa; la ragione, in ragione della causa; a causa del motivo)
heyah II.10,11 (distutto; conquistato), II.16,17 (eliminato, domina
to, distrutto)
hlada II.14 (il piacere, la gioia, la delizia)

270
INDICE DEI KRIYA MENZIONATI NEGLI YOGA SUTRA
Arupa Dhyana Kriya: I.17, I.33, I.44, I.45, I.48, II.3, II.12, II.16, II.32,III.5,
III.14, III.23, IV.13
Brahmacharya Ojas Matreika Pranayama: III.32
Dhyana Supersiddhi Kriya della chiarudienza: III.17, III.18, III.36, III.41
Dhyana Supersiddhi Kriya della chiaroveggenza: III.36
Dissolvere una nuvola/ formare una nuvola: III.4
Eka Rupa Dhyana Kriya: I.13, I.32, I.39, II.54,III.1,III.11
Eenay Rupa Dhyana Kriya: I.13, I.17, II.55, III.1, III.25, IV.14
Dhyana Kriya dei diciotto Siddha: I.26, I.32, I.37
Dhyana Kriya dei cinque sensi: III.14, III.25, III.41, III.47
Hamsa Dhyana: I.34
Kriya Bhakti Yoga. I.23, II.1, II.44, II.45
Kriya Chakra Dhyana : III.29, III.30, III.31, III.32, III.34, III.54
Kriya Hatha Yoga : II.28, II.29, II.46,II.47, II.48, III.46
Kriya Kundalini Pranayama. III.40, III.54
Kriya Mantra Yoga: I.26, I.27, I.28, I.29, III.54, IV.1
Kriya Pranayama: II.49,II.50, II.51
Kriya della catena dei ricordi: I.11, III.18, IV.17
Nadi Dhyana: III.31, III.46, III.53
Nirvikalpa Samadhi Kriya:I.18, I.19, I.47, I.51, III.3, III.8, III.10, III.32, III.49,
III.50, III.54, IV.1
Nityananda Kriya: I.14, I.17, I.47, II.1, II.6, II.7, II.20, II.21, II.23, II.24, II.25,
III.13, III.35, III.52, IV.5, IV.7, IV.8, IV.9, IV20, IV.22, IV.23, IV.24, IV.25,
IV.26, IV.27
Omkara Dhyana Kriya: I.25, I.27, I.28, I.29
Prana Sahitchay Kriya: III.39

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INDICE DEI KRIYA MENZIONATI NEGLI YOGA SUTRA

Purna Bhava Indriya Dhyana Kriya: I.35, II.11, II.18, II.19, II.55, III.1, III.14,
III.19,III.24, III.25, III.36, IV.14, IV.16
Sarvikalpa Samadhi Dhyana Kriya: I.17, II.10, III.3, III.6, III.12, III.33, III.42,
III.43, III.44, IV.1
Settimo Dhyana Kriya (Babaji): III.19, III.22, III.48, IV
.15
Shuddi Dhyana Kriya: I.2, I.12, I.15, I.16, I.24, I.46, I.47, I.51, II.1, II.4, II.7,
II.8, II.15, II.26, II.40, III.9, III.10, III.51, IV
.4, IV.6, IV.11, IV.27, IV.28, IV.29
Siva Linga Veera SivaTradak Kriya: I.17, I.42, I.43
Svarupa Jyoti Samadhi Dhyana Kriya: I.36, II.52, II.53, III.3, III.32, III.44,
III.45, IV.2, IV.19, IV.34
Swara Yoga: III.26, III.27
Tradak Kriya (su punti diversi): I.17, III.1, III.29, III.32, III.34
Vinjnana Babaji Darshan Kriya: I.26, I.32, I.37, II.1, III.18, III.20
Yoga delle nove aperture:I.12, I.15, I.16, II.1, III.47, IV
.6, IV.29
Yoga Nidra: I.10

Altre tecniche:
Tenere un diario: I.5, I.7, I.17, I.30, I.38, I.40, I.41, II.1, II.34, II.44
Affermazioni e autosuggestioni: II.33, II.34
Il giuramento di impegno nel KriyaYoga: IV.3
Kriya Karma Yoga: IV.7, IV.8, IV.9, IV.30

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L’AUTORE

Marshall Govindan ha praticato il Kriya Yoga di Babaji in maniera intensiva a


partire dal 1969.
Ha studiato e praticato il Kriya yoga in India per cinque anni con Yogi S.A.A.
Ramaiah,e l’ha aiutato durante 18 anni a fondare 23 centri di Kriya Yoga nel mondo.
Durante questo periodo, ha praticato il Kriya Yoga di Babaji in media 8 ore al giorno
e in questo modo ha raggiunto la Realizzazione del Sè. Mentre era in India,ha
studiato la lingua tamil e gli scritti dei Siddha dello Yoga tamil. Nel 1980 ha aiutato a
riunire e pubblicare le opere complete di Siddha Boganathar. Nel 1986, ha diretto la
costruzione di un istituto di recupero e cure consacrato alla terapia Yogica, nel tamil
Nadu, in India. Nel 1988, Babaji Nagaraj, il fondatore del Kriya Yoga, gli ha chiesto
di cominciare a insegnare.

Nel 1991 ha scritto il best seller “Babaji e la tradizione del Kriya Yoga dei 18
Siddha” pubblicato attualmente in 9 lingue. Nel 1992 ha fondato l’Ashram del Kriya
Yoga di Babaji a Saint-Etienne-di Bolton, nel Quebec. Lì si organizzano corsi e ritiri
durante tutto l’anno.
Nel 1995, va in pensione, dopo avere lavorato 25 anni come economista e verificatore
informatico per la maggiore agenzia nel Quebec,il movimento corporativo
Desjardins. Può cosi dedicarsi a tempo pieno all’insegnamento e alla pubblicazione
delle opere nel campo dello Yoga. Da allora ha viaggiato intensamente per tutto il
mondo e ha guidato circa 50 gruppi di studio in più di 20 paesi. Ha fondato degli
ashram a Pondichery e a Bangalore e un ordine laico di insegnanti del Kriya Yoga:
l’Ordine degli Acharyas del Kriya Yoga di Babaji, un organo educativo non a scopo
di lucro, riconosciuto legalmente negli Stati Uniti, nel Canada e in India. Dal 1989
con corsi intensivi e ritiri ha personalmente iniziato più di 6000 persone al Kriya
Yoga di Babaji.

Nel 1999, ha avuto la grazia di ricevere il darshan di Babaji Nagaraj, presso il suo
ashram, a Badrinath, nell’Himalaya.
Egli co-dirige una equipe di eruditi in un importante progetto di ricerca sull’insieme
delle opere letterarie dello Yoga dei Siddha tamil.
E’ diplomato presso l’Università “George Washington”, e il Collegio degli affari
stranieri della Università di Georgetown.