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Sentenza n. 2128/2017 pubbl.

il 25/09/2017
SENT. N
RG n. 304/2013
R.G. N

REPUBBLICA ITALIANA Cron. N

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DAPPELLO DI BARI

SEZIONE LAVORO

composta dai signori Magistrati

1) dott. Vito Francesco Nettis Presidente rel.

2) dott. Liberato Paolitto Consigliere

3) dott.ssa Angela Arbore Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa iscritta sul ruolo generale lavoro sotto il numero dordine 304 dellanno 2013

TRA

Firmato Da: NETTIS VITO FRANCESCO Emesso Da: ARUBAPEC S.P.A. NG CA 3 Serial#: 307212485d1e13a459b6eb1c042bbfb
Italcementi s.p.a.

assistita e difesa dagli avv. Francesco Amendolito, Paolo Santinoli e Damiana Lesce

- appellante -

Lauda Giuseppina, Caggese Mario, Caggese Vincenzo e Caggese Anna Maria

assistiti e difesi dagli avv. Federico Gori , Vito Zaccaria e Aurelio Follieri

- appellati e appellanti incidentali -

Generali Italia s.p.a.

assistita e difesa dallavv. Maria Teresa Cavalli

- appellata -

RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

1. Con atto di citazione notificato il 20 gennaio 2005, Lauda Giuseppina, Caggese Mario, Caggese

Vincenzo e Caggese Anna Maria, eredi di Caggese Giuseppe, esponevano: che il de cuius aveva
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lavorato alle dipendenze della Italcementi s.p.a., con sede in Bergamo, dal 1973 al 6 agosto 1997,

data del decesso; che la morte era stata causata da insufficienza polmonare in tumore polmonare,

shock settico e insufficienza cardiovascolare; che sin dal 1984 il defunto Caggese era affetto da una

grave patologia a carico dellapparato respiratorio; che il carcinoma metastatico polmonare era da

mettere in relazione con lattivit svolta dal Caggese nellarco di 25 anni presso la Italcementi,

prima di Foggia, poi di Guardiaregia e infine di Trento, ove lo stesso Caggese svolgeva il lavoro di

insaccatore di sacchi di cemento da 50 kg; che responsabile della morte del Caggese era la

Italcementi per non aver adottato le cautele necessarie a salvaguardare la salute del suo dipendente.

Tanto esposto, Lauda Giuseppina, Caggese Mario, Caggese Vincenzo e Caggese Anna Maria,

convenivano in giudizio la Italcementi per sentirla condannare al risarcimento dei danni biologici,

morali ed economici patiti sia iure hereditatis sia iure proprio.

2. Radicatosi il contraddittorio, la Italcementi deduceva: che il defunto Caggese non aveva mai

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svolto mansioni di insaccatore bens quelle di stivatore, consistenti nel caricare i camion con sacchi

di cemento da 50 kg.; che la morte del Caggese non era dipesa da patologia causalmente

ricollegabile allattivit lavorativa svolta; che, inoltre, la societ aveva posto in essere tutti i

comportamenti richiesti dallart. 2087 c.c., in quanto: a) in tutte le unit della societ presso cui

aveva prestato la sua opera il Caggese, erano in uso impianti di depolverazione e abbattimento

polveri, adeguati alle conoscenze tecniche dellepoca; b) tutti i dipendenti delle cementerie avevano

sempre fatto uso di mascherina protettiva per il viso; c) il Caggese era stato periodicamente

sottoposto a visite mediche; che lammontare del danno asseritamente patito dagli attori era

inferiore a quello allegato (.500.000,00); che la societ aveva stipulato con la Generali

Assicurazioni s.p.a. convenzione relativa alla responsabilit civile verso i prestatori di lavoro, estesa

al rischio delle malattie professionali.

Tanto dedotto, la convenuta chiedeva il rigetto della domanda e, nel contempo, chiamava in

giudizio, ex art. 106 c.p.c., la Compagnia assicuratrice.

3. Questultima si costituiva in giudizio ed opponeva:


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che ai sensi dellart. 8 delle Condizioni Aggiuntive RCO lestensione spiega(va) i suoi effetti a

condizione che le richieste di risarcimento da parte del dipendente o dei sui aventi causa

pervengano allassicurato durante il tempo dellAssicurazione ovvero dalle ore 24 del 31.12.99;

che, essendo pervenuta la prima richiesta da parte di uno degli eredi del de cuius sin dal 5 ottobre

1998 la domanda di manleva non poteva trovare accoglimento;

che il diritto vantato dalla Italcementi si era prescritto ex art. 2952 c.c., atteso che le prime richieste

di risarcimento erano state ricevute dalla Italcementi in data 5 ottobre 1998 e 24 luglio 2000, mentre

la denuncia del sinistro era stata inviata con missiva del 24 agosto 2001;

che la Italcementi era decaduta dallazione ex artt. 1913 e 1925 c.c. e 15 C.G.A per non aver dato

tempestiva comunicazione della richiesta di risarcimento danni;

che lentit dellindennizzo in ipotesi dovuto non poteva essere determinata oltre i limiti del

massimale previsto in polizza.

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4. Disposto il mutamento di rito ex art. 426 c.p.c., il Tribunale, allesito dellistruttoria, con

sentenza del 7 gennaio 2013, cos provvedeva:

a) condannava la Italcementi al pagamento, in favore degli attori:

- iure hereditatis, della complessiva somma, gi rivalutata, di .793.486,00, da ripartirsi secondo la

quota ereditaria a ciascuno spettante;

- iure proprio, della somma, gi rivalutata, di .231.525,00, per ciascuno di essi;

- degli interessi su tali importi da calcolarsi, anno per anno, sulle somme previamente devalutate al

6 agosto 1997 e quindi anno per anno rivalutate;

b) rigettava la domanda di manleva avanzata dalla convenuta;

c) poneva a carico della Italcementi il pagamento delle spese di lite, liquidate in .12.000,00 sia per

i ricorrenti sia per le Generali Assicurazioni s.p.a.

5. Rilevava il primo giudice:


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che i ricorrenti avevano prospettato la sussistenza della responsabilit della Italcementi sulla scorta

delle caratteristiche nocive dellambiente lavorativo e della predisposizione di un numero di

controlli inadeguato a salvaguardare la salute del dipendente;

che la societ aveva opposto: che il Caggese era stivatore e non insaccatore; che essa aveva adottato

tutte le cautele del caso, installando gli impianti di depolverizzazione e abbattimento delle polveri,

fornendo i dipendenti di mascherine protettive e disponendo le visite mediche annuali; che le

polveri presenti nellambiente di lavoro non potevano aver causato la patologia contratta dal

Caggese; che questultimo era stato un forte fumatore e ci, probabilmente, era stata la causa della

malattia;

che, cos ricostruite le posizioni delle parti, la responsabilit della societ poteva ritenersi dimostrata

in base allistruttoria espletata;

che, invero, i testi Barutta, Scandolo, DAdda e Pesola avevano confermato che il Caggese era

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stivatore, che nei reparti erano installati impianti di depolverizzazione e abbattimento polveri, che

tutti i dipendenti erano muniti di mascherina e venivano annualmente sottoposti a visita medica;

che, tuttavia, dalla documentazione agli atti non risultava eseguita alcuna visita nei periodi dal 1973

al 1983 e dal 1986 al 1989;

che era certo che i lavoratori fossero esposti a rischio di inalazione di polveri e che la societ ne era

a conoscenza, tant che con accordo sindacale del 12 giugno 1974 lItalcementi si era impegnata a

eseguire visite mediche annuali sul personale esposto, ad affidare a istituti universitari

lindividuazione dei rischi, a procedere a valutazioni ambientali sulla presenza di inquinanti, tra cui

polveri, a raccogliere i risultati delle rilevazioni in un registro istituito presso ciascun stabilimento e

a istituire un registro dei dati biostatistici, destinato a raccogliere le statistiche relative alle malattie

e agli infortuni per singolo dipendente e reparto;

che non risultava provato che la societ avesse dato attuazione a tale accordo;
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che, in particolare, non risultava che il Caggese fosse stato sottoposto a visite annuali (cadenza

sicuramente rispettata solo dal 1990 in poi) e che la societ avesse istituito, tenuto e aggiornato il

registro sulle rilevazioni ambientali e il registro sui dati biostatistici;

che, a fronte di un ambiente di lavoro potenzialmente nocivo, che parte resistente si era impegnata

a monitorare e non ha monitorato, o comunque non ha provato di aver monitorato, non vi alcuna

possibilit di affermare che le misure di sicurezza indicate dai testimoni fossero idonee a

scongiurare i rischi esistenti;

che, per tale motivo, poteva ritenersi sussistente una responsabilit ex art. 2087 c.c. della

Italcementi;

che lespletata CTU medico legale aveva accertato, da un lato, che esisteva un nesso eziologico tra

la patologia da cui era affetto il Caggese e lattivit lavorativa dal medesimo espletata e, dallaltro

lato, che il fumo aveva svolto soltanto efficacia concausale;

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che il danno subito dal de cuius per danno biologico ammontava, alla data del decesso, giusta

tabelle del Tribunale di Milano, a .793.486,00 gi rivalutata;

che il danno subito dagli attori, iure proprio, era determinabile, sempre in base alle predette tabelle,

in .231.525,00, gi rivalutate, per ciascun erede;

che la richiesta di risarcimento del danno patrimoniale andava rigettata perch non era stata offerta

la prova che gli attori vivessero a carico del de cuius;

che infondata era la domanda di manleva avanzata dalla Italcementi, atteso che la denuncia del

sinistro era stata fatta dalla convenuta soltanto il 4 settembre 2001, a fronte di richieste di

risarcimento pervenute in data 9 ottobre 1998 e 31 luglio 2000, sicch lItalcementi era incorsa nella

prescrizione annuale di cui allart. 2952 c.c., nella formulazione vigente prima della novella di cui

alla l. 166/2008;

che le spese processuali, determinate in .12.000,00 sia per gli attori sia per le Generali s.p.a.,

andavano poste a carico della Italcementi, secondo la regola della soccombenza.

6. Con ricorso depositato in data 8 febbraio 2013 interponeva appello la Italcementi.


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Resistevano, con appello incidentale, gli eredi Caggese.

Resistevano, altres, le Assicurazioni Generali s.p.a.

7. Appello principale:

LItalcementi s.p.a. censura limpugnata sentenza con le argomentazioni qui di seguito

sinteticamente riportate:

A) violazione artt. 112, 426, 414 e 420 c.p.c.

a) Il Tribunale ha ravvisato una responsabilit contrattuale, mentre la causa era stata iscritta a ruolo

con la causale responsabilit extracontrattuale;

b) solo con le note conclusive i ricorrenti hanno addotto la responsabilit contrattuale e ci

comporta uninammissibile mutatio libelli.

B) contraddittoria motivazione

a) Il Tribunale, dapprima, ha affermato che era onere dei ricorrenti provare che lItalcementi aveva

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disatteso clausole contrattuali o norme di legge poste a salvaguardia della salute dei lavoratori e,

poi, ha condannato lItalcementi per il solo verificarsi del fatto dannoso;

b) Il Tribunale, da un lato, ha affermato che lItalcementi non era tenuta a difendersi in relazione a

tutte le possibili misure preventive astrattamente utilizzabili e, dallaltro lato, dopo aver ritenuto

apoditticamente esistente un ambiente solo potenzialmente nocivo, ha statuito che non vi era

alcuna possibilit di affermare che le misure di sicurezza indicate dai testimoni fossero idonee a

scongiurare i rischi esistenti.

C) violazione art. 2087 c.c.

Il lavoratore non pu limitarsi ad allegare lavvenuta lesione dellintegrit psicofisica, ma deve

indicare in concreto e dimostrare in che cosa si manifestata lomissione di tutela da parte del

datore di lavoro e lo stesso Tribunale ha ricordato che risultano scarsamente rappresentate le

concrete caratteristiche dellambiente di lavoro e risulta ignota, in ultima analisi, leffettiva entit

del rischio da scongiurare.

D) Violazione artt. 2087 c.c., 115 e 116 c.p.c.


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Ha errato il Tribunale nellescludere che le misure di sicurezza indicate dai testimoni fossero idonee

a scongiurare i rischi esistenti.

I testi hanno confermato: che il Caggese era stivatore; che tale mansione non esponeva il lavoratore

a contatti polverosi; che larea dove il Caggese prestava la sua attivit era isolata da quella dello

stabilimento vero e proprio; che lo stabilimento era attrezzato con efficienti sistemi di captazione

delle polveri che annullavano la polverosit nellaria; che tutti i dipendenti erano muniti di

mascherine.

La nocivit dellambiente di lavoro deriva, quindi, da un ragionamento presuntivo apodittico ed

erroneo.

Il Tribunale ha ritenuto che laccordo con le OO.SS. attesterebbe una nocivit dellambiente di

lavoro, ma non v alcuna prova n della presenza delle polveri, n della nocivit delle stesse.

Laccordo, di per s, non costituisce prova di una imprecisata nocivit.

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La violazione dellaccordo avrebbe potuto fondare un giudizio di responsabilit solo se fosse stato

dimostrato:

a) che leventuale osservanza avrebbe impedito il verificarsi del danno;

b) che il decesso era ricollegabile alla mancata osservanza.

Quanto alle visite periodiche, sebbene manchino i referti relativi a tutti gli anni (spiegabile con il

decorso del tempo) rileva che le visite effettuate hanno sempre riscontrato la piena idoneit

lavorativa del Caggese e lassenza di qualsiasi patologia. In particolare, se negli anni 1984 e 1985

(per i quali v prova documentale delle visite) il Caggese era risultato idonee in perfette condizioni

di salute, certamente e a maggior ragione lo era negli anni precedenti; parimenti, se nelle visite

successive al 1990 il Caggese era risultato idoneo e in buona salute, necessariamente doveva esserlo

stato nel periodo precedente (1986 1989), per il quale non vera documentazione attestante

lavvenuta sottoposizione del lavoratore alle visite annuali.


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Quanto ai supposti mancati rilevamenti ambientali e allomessa istituzione dei registri di cui

allaccordo sindacale, non v prova alcuna che tali rilevazioni avrebbero potuto impedire il decesso

del Caggese.

E) Violazione artt. 2087 e 1218 c.c., 115 e 116 c.p.c.

La CTU espletata nel corso del giudizio di primo grado , sotto vari aspetti, carente ed errata

poich:

a) lo stato dellarte in materia medico-scientifica ha, a oggi, escluso ogni possibile correlazione tra

cemento e malattie neoplastiche;

b) lassunto secondo il quale le patologie sofferte dal signor Caggese sarebbero ascrivibili al

cemento Portland sono macroscopicamente errate;

c) il CTU di primo grado ha affermato che nel cemento Portland vi sono due elementi pericolosi per

la salute, ossia il cromo e il biossido di silicio. Il CTU, in relazione al primo elemento, ha

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malamente citato il Trattato di Medicina del lavoro di V. Santorelli (pag. 393) dal quale emerge, al

pi, che nel cemento Portland v la presenza dellinnocuo sesquiossido di cromo e non del cromo;

peraltro, lassenza del sesquiossido di cromo confermata dalla scheda dati sicurezza (SDS) dei

cementi comuni e delle miscele contenenti cemento;

d) il biossido di silicio, diversamente da quanto affermato superficialmente dal CTU, non presente

nelle polveri di cemento Portland, che contiene, invece, silicato tricalcico, silicato bicalcico e

piccole quantit di alluminato tricalcico e alluminato ferrito tetracalcico, giusta informazioni

tossicologiche riportate nel capitolo 11 della SDS;

e) il CTU ha dato scarsa importanza al fatto che il Caggese fu per un lungo periodo un forte

fumatore.

F) Violazione artt. 2087, 1223, 1226 e 2043 c.c.

a) Il danno biologico personalissimo e intrasmissibile, sicch agli eredi compete, in astratto, solo il

risarcimento iure proprio,


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b) in ogni caso, il risarcimento va liquidato secondo la tabella INAIL del danno biologico di cui al

D.M. 12.7.2000 e non secondo le tabelle di Milano.

G) Violazione art. 1227 c.c.

Il Tribunale non ha considerato che il tabagismo ha concorso alla produzione dellevento,

riducendo, in maniera corrispondente, il danno risarcibile, con riferimento sia al danno iure

hereditatis sia al danno iure proprio.

H) Violazione artt. 2043, 2056, 2934 e 2947 c.c. nonch artt. 1224 e 1227 c.c.

a) Il diritto al risarcimento danni iure proprio ha natura extracontrattuale e si era prescritto;

b) manca la prova del danno patito da ciascun erede. Soprattutto riguardo ai figli difetta la prova

della convivenza ovvero di assidue frequentazioni. Inoltre, riguardo a tutti gli eredi, manca la prova

della qualit e intensit della relazione affettiva;

c) il danno liquidato eccessivo sia perch non contenuto nel minimo secondo le stesse tabelle di

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Milano (.154.350,00) sia perch non ridotto in base al rischio da fumo;

d) gli interessi non vanno riconosciuti perch gli eredi hanno atteso ben sette anni prima di agire

giudizialmente.

I) violazione artt. 2952 e 1915 c.c., 115 e 116 c.p.c.

a) Riguardo alla domanda di manleva, il Tribunale non ha considerato che con la lettera del 5

ottobre 1998, inviata dalla sola erede Caggese Anna Maria e non anche dagli altri eredi, non era

stata formulata alcuna richiesta risarcitoria. Lo stesso dicasi per la lettera datata 24 luglio 2000;

b) la polizza R.C.O., precedente a quella con le Generali, stipulata con la RAS (attivata dalla

Italcementi con la comunicazione del 21.8.2000) era partecipata in ragione del 50% dalle Generali

quale coassicuratrice e pertanto anche questultima doveva considerarsi legalmente a conoscenza

del sinistro sin dal 21.8.2000;

c) in ogni caso, pacifica lassenza di lettere sottoscritte dagli altri eredi e con riferimento a questi

loperativit della polizza non poteva essere disconosciuta.

8. Appello incidentale
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Cos argomentano le proprie doglianze gli eredi Caggese:

Violazione artt. 2043, 143, 433 e 2057 c.c.

Il Tribunale non ha liquidato il danno da perdita del reddito per la prematura scomparsa del padre di

famiglia.

Non necessaria la vivenza a carico.

Sebbene non pu operarsi la compensazione con la pensione di reversibilit, il danno pu essere

determinato in misura pari alla differenza tra il trattamento pensionistico pieno che il de cuius

avrebbe percepito e il minore importo erogato in via di reversibilit al coniuge superstite, pari sino a

luglio 2013 a .45.522,48, comprensivo di svalutazione monetaria e interessi.

9. Difesa Generali

La Compagnia assicuratrice ribadisce le proprie tesi:

a) Ai sensi dellart. 8 delle Condizioni Aggiuntive RCO lestensione spiega(va) i suoi effetti a

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condizione che le richieste di risarcimento da parte del dipendente o dei sui aventi causa

pervengano allassicurato durante il tempo dellAssicurazione ovvero dalle ore 24 del 31.12.99;

essendo pervenuta la prima richiesta da parte di uno degli eredi del de cuius sin dal 5 ottobre 1998

la domanda di manleva non poteva trovare accoglimento;

La lettera era finalizzata al risarcimento.

Al momento della stipula del contratto, inoltre, la Italcementi sapeva che il Caggese era deceduto e

che sarebbero state avanzate richieste risarcitorie. E tutto questo lha taciuto.

b) decadenza ex art. 1913 e 1915 c.c. e 15 C.G.A. per non aver la Italcementi dato tempestiva

comunicazione della richiesta risarcitoria;

c) lindennizzo va contenuto nei limiti del massimale previsto in polizza.

10. Disamina motivi

Appello principale

11. Il primo motivo (punto 7. lett. A) infondato.


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Come gi sottolineato dal Tribunale con ordinanza resa in corso di causa, gli eredi Caggese avevano

agito sia iure proprio sia iure hereditatis, lamentando linosservanza, da parte della Italcementi,

quale datrice di lavoro del de cuius, degli obblighi di tutela delle condizioni lavorative.

In tal modo gli attori hanno invocato, implicitamente ma inequivocamente, la responsabilit ex art.

2087 c.c. della Italcementi, la quale, significativamente, su tale tema ha incentrato le proprie difese

con la memoria di costituzione.

12. Il secondo, terzo, quarto e quinto motivo (punto 7. lett, B, C, D, E) possono essere trattati

congiuntamente, perch connessi.

I motivi sono fondati.

La motivazione del Tribunale presenta, effettivamente, le contraddizioni denunciate dalla societ

appellante.

Tuttavia, quel che maggiormente qui rileva che gli esiti della CTU espletata nel corso del presente

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grado del giudizio, disposta dalla Corte in conseguenza dei motivati rilievi mossi dallItalcementi

alle valutazioni espresse dal consulente di primo grado (sopra riassunti al punto 7. lett E), escludono

lesistenza di un nesso di causalit tra lattivit lavorativa espletata dal de cuius e la patologia che

ne ha determinato il decesso.

Ai nuovi periti, dott. Giuseppe Labellarte (specialista i medicina preventiva dei lavoratori e

psicotecnica) e ing. Massimo La Scala (professor of Electrical Energy Sistem Dip. di Ingegneria

Elettrica e dellInformazione, Politecnico di Bari) il Collegio ha posto i seguenti quesiti:

a) se, sulla base della documentazione disponibile ovvero da altra documentazione ufficiale,

tenendo conto delle specifiche mansioni espletate dal defunto Caggese Giuseppe, dellambiente di

lavoro e delle modalit di prestazione dellattivit lavorativa, come descritte dai testi escussi in

primo grado, se tra la patologia che ha condotto al decesso il Caggese e lattivit lavorativa

espletata nel corso degli anni, v, secondo criteri di certezza o di alta probabilit, un nesso causale;

b) in caso di positiva risposta al precedente quesito, se, secondo le conoscenze tecnico-scientifiche

del periodo di riferimento, linsorgenza e/o laggravamento (e in che misura) della malattia da cui
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era affetto il Caggese sia eziologicamente addebitabile all'insufficiente predisposizione, da parte

della Italcementi, di strumenti di sicurezza in violazione di obblighi contrattuali o di legge e, in

particolare, se sia ascrivibile a visite mediche annuali non espletate dallazienda tra il 1973 e 1983 e

tra il 1986 e il 1989 e/o ai mancati rilevamenti ambientali e allomessa istituzione dei registri di cui

allaccordo sindacale 12.6.1974;

c) in caso di positiva risposta ai precedenti quesiti, se allinsorgenza e/o allaggravamento della

malattia ha concorso la dipendenza del Caggese dal fumo di tabacco;

d) in caso di positiva risposta al precedente quesito, in che misura percentuale la patologia del

Caggese sia causalmente ricollegabile allattivit lavorativa espletata e al tabagismo.

13. I CTU hanno accertato quanto segue:

<<Al fine di rispondere ai quesiti posti dalla Corte di Appello di Bari, Sezione Lavoro,

i sottoscritti CC.TT.U. hanno provveduto a richiedere dati ed informazioni. In particolare, stata

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richiesta copia dei referti dellesame istologico su prelievo del 06.06.1997 e dellesame citologico

broncoaspirato del 09.06.1997, di cui si fa riferimento nella cartella clinica n. 14729, relativa al

ricovero presso la Divisione di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva, Presidio Ospedali

Riuniti di Foggia, dal 28.05.1997 al 17.06.1997(il referto dellesame citologico broncoaspirato non

risulta reperibile nellarchivio dellospedale).

Inoltre, stata richiesta alla Italcementi s.p.a. copia del curriculum aziendale che evidenzi le

mansioni a cui il Caggese stato effettivamente adibito durante la propria attivit lavorativa, tutte le

indagini ambientali effettuate nel periodo di interesse nonch le schede di sicurezza dei prodotti

utilizzati e la tipologia dei dispositivi di protezione individuale utilizzati allepoca dei fatti.

Si presa visione della documentazione presente nel fascicolo processuale e di quella

successivamente reperita.

Lesame della documentazione sanitaria permette di rilevare che il signor Caggese Giuseppe era

ricoverato presso la Divisione di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva, Presidio Ospedali

Riuniti di Foggia, dal 28.05.1997 al 17.06.1997, risultando affetto da Ittero ostruttivo da


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verosimile neoplasia della testa del pancreas, in paziente con neoplasia polmonare Ds; HBsAg

positivit; gastrite cronica; diverticolosi del colon. Non erano completati gli accertamenti

diagnostici proposti dai sanitari della predetta struttura a causa delle dimissioni anticipate su

volont dello stesso paziente.

Invero, i primi sospetti di una patologia pancreatica risalivano al 24.06.1996, circa un anno prima

del predetto ricovero ospedaliero, quando il Caggese si rivolse alla Casa di Cura Villa Igea di

Foggia a causa di un violento dolore addominale.

Previa visita preventiva del 18.06.1997, il paziente si sottoponeva a ricovero

presso lIstituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori di Milano, in data 25.06.1997, ed era

dimesso il 28.07.1997 con la diagnosi: Microcitoma con metastasi ai linfonodi peripancreatici

condizionanti stenosi delle vie biliari principali.

Sulla relativa cartella clinica sono inoltre indicate le seguenti informazioni cliniche:

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Il paziente stato ricoverato con il sospetto di duplice neoplasia, mediastinica e pancreatica. Gli

accertamenti hanno permesso di rilevare che vi alta probabilit

di interdipendenza fra le due neoplasie ed in particolare pare trattarsi di microcitoma con metastasi

ai linfonodi peripancreatici, condizionanti stenosi sulle vie biliari principali. stata quindi

instaurata terapia sintomatica (inserimento di protesi biliare autoespansibile tipo Schneider) con

notevole riduzione dei valori di bilirubina. Si consiglia di eseguire chemioterapia secondo lo

schema allegato se le condizioni del paziente lo consentono.

Infine seguiva il ricovero presso la Divisione di Medicina della Casa Sollievo della Sofferenza di

San Giovanni Rotondo dal 04 al 05.08.1997 (diagnosi: Neoplasia polmonare maligna; shock). Il

05.08.1997 si procedeva al trasferimento al Reparto di Rianimazione e Terapia Intensiva dello

stesso ospedale, ove avveniva il decesso in pari data.

Scopo dei questa consulenza tecnica quello di evidenziare un eventuale nesso causale tra la/e

patologia/e che ha/hanno determinato il decesso del Caggese e lattivit lavorativa esercitata.
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

Come si apprende dalla documentazione sanitaria esaminata, sulla persona dellassistito fu

diagnosticata una neoplasia polmonare e una neoplasia pancreatica.

Per quanto attiene alla prima, lesame istologico eseguito deponeva per un carcinoma polmonare

con caratteristiche di tipo microcitoma.

Appare chiaramente dalle considerazioni innanzi riportate, formulate dallo stesso Istituto Nazionale

per lo Studio e la Cura dei Tumori di Milano, che la diagnosi di probabilit, non di certezza. In

particolare, per quanto riguarda la neoformazione evidenziata a livello pancreatico, non stata mai

stabilita lorigine, ovvero se trattavasi di tumore primitivo o di metastasi, in quanto non stato mai

possibile eseguire un prelievo bioptico. Ci confermato dal consulente oncologo intervenuto in

data 22.07.1997. Tuttavia, nella diagnosi di dimissione dellIstituto Nazionale per lo Studio e la

Cura dei Tumori di Milano, la neoplasia riscontrata a livello pancreatico fu interpretata come

secondaria a quella primitiva polmonare, sia pure in base a criterio di probabilit e non di certezza.

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La sospetta neoplasia a livello tiroideo non avr mai un definitivo inquadramento nosologico.

Emerge chiaramente dallo studio dettagliato della documentazione sanitaria che non si avuta la

possibilit di appurare lesatta diagnosi del complesso patologico a causa delle difficolt insorte

durante lesecuzione degli accertamenti e del rapido evolvere della patologia che ha condotto al

decesso.

VALUTAZIONE DELLESPOSIZIONE AL RISCHIO

Gli ambienti di lavoro praticati dal Caggese alle dipendenze della Italcementi s.p.a. erano

rappresentati dai luoghi ove il cemento in polvere, prodotto dalla stessa azienda, confezionato in

sacchi in carta a doppio o triplo foglio, del peso di Kg 50 e in epoca pi recente di Kg 25 ciascuno,

era immagazzinato per essere caricato su mezzi di trasporto e inviato alle varie sedi di destinazione.

La mansione di stivatore, esercitata dal lavoratore in causa dal 20.10.1973 al 1994, consisteva nel

provvedere proprio al carico del prodotto finale dellazienda, confezionato in sacchi in carta e

destinato a essere immesso in commercio. La postazione di stivatore, dal punto di vista

dellesposizione ai rischi lavorativi, era caratterizzata dalla presenza di polveri.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

A tale proposito necessaria la seguente precisazione sulle polveri. Dal punto di vista della

medicina occupazionale, le polveri vanno distinte nei due gruppi: polveri inerti, non fibrotiche, e

polveri pneumoconiotiche. Questultimo gruppo interessa i due principali tipi di particolato: silice

libera e asbesto.

Le patologie che possono derivare dallesposizione a queste due polveri fibrogene sono

rispettivamente rappresentate dalla silicosi e dallasbestosi, note per la loro prognosi infausta. La

loro importanza, in particolare in passato, quando le condizioni di lavoro erano caratterizzate da

esposizioni notevolmente elevate, indussero lINAIL a istituire due distinte gestioni specifiche per

ciascuna di queste due malattie professionali, alle quali facevano capo le aziende che presentassero i

relativi rischi di esposizione da parte dei loro dipendenti, con lobbligo di versare un sovrappremio

distinto per ognuna delle situazioni a rischio.

La normativa di riferimento regolamentata dallarticolo n. 140 e successivi del T.U. D.P.R. n.

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1124/1965. Caratteristica singolare, prevista da ognuna delle gestioni speciali, il riconoscimento

della cosiddetta rendita di passaggio ai lavoratori riscontrati affetti da una delle suddette tecnopatie.

Tale indennizzo aggiuntivo, proposto dallIstituto assicuratore, consiste nellerogare unannualit

dello stipendio percepito dal lavoratore a condizione che questi abbandoni la propria occupazione,

avendo il tempo necessario al fine di trovare un altro posto di lavoro che non presenti il rischio

silicotigeno o asbestogeno.

Lazienda Italcementi s.p.a. rientra tra i datori di lavoro obbligati al suddetto sovrappremio, in

presenza di postazioni di lavoro a rischio da polveri fibrotiche, silice libera cristallina, atteso che la

produzione di cemento presente tra le lavorazioni elencate (Tabella allegato 8, lettera d, D.P.R. n.

1124/1965) e pertanto a prescindere dal tenore di esposizione degli operatori.

Nel caso in esame sono invocati in particolare due fattori di rischio, con potenzialit cancerogena,

rappresentati dalla silice libera cristallina e dal cromo (esavalente).

1) SILICE
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

La patologia per antonomasia associata allesposizione a silice la silicosi, che analogamente

allasbestosi, non riportata nella tabella delle malattie professionali, essendo entrambe

separatamente regolamentate dal DPR 1124/65.

Caratteristiche del rischio di silicosi:

Quantit di polvere aerodispersa respirabile (frazione respirabile: diam < 5 ) in [mg/m3];

Concentrazione % di SiO2 nelle polveri;

Tempo di esposizione > 10 aa (in rapporto alla concentrazione di SiO2);

Limite per il posto di lavoro (VLP, TLV-TWA) = 0.05 mg/m3 di SiO2 per 40 anni lavorativi; tale

limite sicuramente valido per gli anni di interesse dellindagine in corso stato successivamente

ridotto nel 2010 dalla American Conference of Governmental Industrial Hygienists (ACGIH)

Threshold Limit Value (TLV) al valore di 0,025 mg/m3.

Caratteristiche del quadro radiologico

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opacit prevalentemente rotondeggianti, sfumate, di bassa densit, distribuite simmetricamente; in

fase iniziale per lo pi localizzate nei campi superiori (rinforzo della trama broncovasale);

ingrandimento dei linfonodi ilari; talvolta calcificazioni a guscio duovo uovo (tipiche ma non

esclusive);

tendenza alla confluenza delle piccole opacit (segni di iperdiafania da enfisema centrolobulare)

Inoltre, nella tabella delle malattie professionali di cui al D.M. del 9 aprile 2008 (Decreto del

Ministero del lavoro e della Previdenza Sociale Nuove tabelle delle malattie professionali

nellindustria e nellagricoltura) sono comprese le patologie:

- mp 56, liparosi (J63.8)

- mp 62, pneumoconiosi da polveri di silicati del tipo argille (J63.8)

- mp 66, broncopneumopatia cronica ostruttiva (J44)

Si evince pertanto che il tumore del polmone non esplicitamente elencato nella tabella di cui al

D.M. del 09.08.2008, neanche in associazione alla silicosi.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

Il tumore polmonare per riportato nella tabella ex art. 139 (I.1.02 e I.1.03), che elenca una serie

di tecnopatie, comprese la malattie tabellate, nonch le malattie non tabellate, tuttavia correlate al

lavoro.

Tale tabella basata sullobbligo posto a carico di qualsiasi medico, anche nel sospetto di un nesso

di causalit tra lavoro esercitato e malattia elencata. Lobbligo consiste nella segnalazione della

patologia in causa allINAIL e alla ASL competente, servizio di prevenzione e sicurezza negli

ambienti di lavoro.

Le finalit della comunicazione obbligatoria sono prettamente di carattere statistico-epidemiologico,

offrendo la possibilit di monitorare tutte le malattie ufficialmente riconosciute come professionali e

le malattie semplicemente sospette di essere correlate al lavoro, in modo da ottenere ulteriori

elementi per i futuri aggiornamenti della tabella delle malattie professionali adottata dallINAIL.

Per comprendere quanto sia complessa la questione riguardante il potere cancerogeno legato

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allesposizione a silice cristallina, si riportano i seguenti pareri.

NellOttobre del 1996, un gruppo di lavoro della IARC, con una decisione sofferta e presa a

maggioranza, classifica la silice cristallina tra i tra cancerogeni per luomo (Gruppo 1)

Preambolo alla valutazione complessiva: La cancerogenicit non stata dimostrata in tutti i

comparti industriali [Variabilit: diversi tipi di silice, reattivit di superficie, fattori esterni]

Alla decisione, pur controversa, presa nel 1997 dalla Agenzia Internazionale per la Ricerca sul

Cancro (IARC) di classificare la frazione respirabile della silice cristallina (RCS) come un

carcinogeno di gruppo 1 per lUomo, sono seguite numerose indagini epidemiologiche in diversi

ambiti industriali, meta-analisi, reviews giunte per a conclusioni non sempre univoche. Ad

esempio alcuni studi indicano un aumentato rischio di neoplasia polmonare a seguito di esposizione

alla silice, altri restringono tale associazione agli individui con silicosi e altri ancora non

evidenziano alcuna associazione.

Sulla base di tali osservazioni appare condivisibile lopinione degli autori che la labile relazione

esposizione-risposta di assai difficile interpretazione.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

Nel 1997, la IARC si pronuncia in questi termini:

Il RISCHIO si incrementa :

con lesposizione cumulativa a SiO2,

con la durata cumulativa dellesposizione a SiO2

e con picchi di intensit di esposizione a SiO2.

La relazione dose-risposta NON attribuibile a fattori confondenti o bias degli studi.

Sempre la IARC a proposito del rapporto tra SILICE E CANCRO afferma che:

esiste una sufficiente evidenza di cancerogenicit, sia nelluomo che nellanimale, per la silice

cristallina, inalata nella forma di quarzo e cristobalite - gruppo 1;

esiste una limitata evidenza in sperimentazioni animali per la tridimite - gruppo 2B;

ed una inadeguata evidenza di cancerogenicit nelluomo per silice amorfa, terra di diatomee

calcinata e silice amorfa sintetica - gruppo 3-

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la cancerogenicit non stata rilevata in tutte le realt industriali esaminate

Nel 2003 lo Scientific Committee for Occupational Exposure Limits (SCOEL) dellUnione Europea

si pronuncia come segue:

il principale effetto nelluomo conseguente allinalazione di silice cristallina

respirabile la silicosi;

c una sufficiente evidenza per concludere che il rischio relativo di tumore del polmone

incrementato in soggetti con silicosi (e apparentemente, non in soggetti senza silicosi esposti a

polvere di silice);

pertanto, prevenendo linsorgenza della silicosi si ridurr il rischio di tumore;

dal momento che non possibile identificare una chiara soglia per lo sviluppo

della silicosi, ogni riduzione dellesposizione ridurr il rischio di silicosi;

un valore limite occupazionale dovrebbe essere inferiore a 0.05 mg/m3;


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

il ruolo cancerogeno della silice - di per s in assenza di silicosi ancora incerto le evidenze

non sono convincenti per meccanismo fisico-chimico diretto di genotossicit indotta dalla silice

cristallina su cellule in vivo.

Nelle Linee Guida di Pratica Clinica Basata sullEvidenza dellAmerican College of Chest

Physicians del 2007, viene semplicemente affermato: Levidenza sullesposizione alla silice, in

assenza di valutazione della presenza di silicosi, meno chiara. Nel 1997, la IARC ha classificato la

silice cristallina come un carcinogeno per luomo; tuttavia ci sono dubbi da parte di alcuni circa la

sua carcinogenicit e sul ruolo dellesposizione a silice rispetto a quello della fibrosi nei soggetti

con silicosi.

Nel documento Esposizione a silice e rischio di neoplasia polmonare: documento di consenso del

Direttivo Nazionale della Societ Italiana di Medicina del Lavoro ed Igiene Industriale (SIMLII)

Maggio 2012, si riporta:

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La silice cristallina, come quarzo o cristobalite, inalata da fonti lavorative stata classificata nel

gruppo 1 dalla IARC ma non correntemente inclusa nella direttiva UE sui cancerogeni. In

particolare, Gamble nel commentare le conclusioni IARC fondate sui 10 maggiori studi su silice

cristallina e cancro polmonare, propone la metanalisi di 18 studi per complessivi 2000 casi di

tumore (contro i 1000 da IARC). La conclusione che il peso dellevidenza derivante

dallepidemiologia occupazionale non supporta unassociazione causale tra tumore polmonare e

esposizione a silice, contrariamente a quanto concluso da IARC praticamente sugli stessi dati.

La SLC (n.d.r. Silice Libera Cristallina) classificata agente cancerogeno certo dalla IARC (IARC

2009) e, sebbene questa classificazione sia stata contestata da alcuni, nessuno ormai mette in dubbio

lassociazione tra silicosi e cancro del polmone (Piolatto, 2011).

A tale riconoscimento si oppongono alcuni autori e associazioni scientifiche che mettono in

discussione, non tanto il potere cancerogeno, quanto la definizione del meccanismo dazione che

considerano solo di tipo indiretto, cio mediato dalle lesioni silicotiche.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

Il documento Infortuni e Malattie Professionali - Metodologia operativa 2.0- pag. 144

Sovrintendenza Sanitaria Centrale dellINAIL, edizione 2014, riporta quanto segue:

In relazione allo stato attuale delle conoscenze su silice-silicosi-cancro appaiono condivisibili le

conclusioni relative alla cancerogenit della silice cristallina cos come evidenziato dallanalisi del

volume 100 C Monografie IARC 2012. Infatti la IARC, in relazione al tumore del polmone, proprio

partendo dal fatto che non tutti gli studi alla base della monografia IARC 1997 avevano dimostrato

un eccesso di cancro del polmone negli esposti a quarzo e a cristobalite, ha riesaminato la

problematica, focalizzando principalmente lo studio sul rapporto dose/risposta; stato elaborato

anche un riassunto di 8 metanalisi pubblicate riguardanti il cancro del polmone (peraltro solo una

delle metanalisi includeva studi che consideravano il rapporto dose/risposta) e ha considerato la

presenza di silicosi come un biomarcatore della alta esposizione a polvere di silice cristallina.

La IARC ha quindi cos concluso:

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- Vi sufficiente evidenza nelluomo della carcinogenicit della silice cristallina nella forma di

quarzo o di cristobalite. La silice cristallina nella forma di quarzo o di cristobalite pu causare

cancro del polmone.

- Vi sufficiente evidenza negli animali da esperimento della carcinogenicit della polvere di

quarzo.

- Vi limitata evidenza negli animali da esperimento della carcinogenicit della tridimite e della

cristobalite.

- La silice cristallina nella forma di quarzo o cristobalite pu essere cancerogena per luomo.

Position paper SIMLII su silice e cancro: posizione dellInail.

Si rimette integralmente la lettera trasmessa al Presidente SIMLII, da parte dei due membri di diritto

allinterno del Consiglio Direttivo, a seguito della presa di posizione dello stesso sul rapporto

diretto silice/cancro:

In relazione al documento SIMLII, nella sua ultima versione del dicembre 2011, non si pu non

concordare sulla complessit della problematica silice-cancro, anche evidenziata dalla presenza
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

della silice cristallina nel gruppo 1 della IARC e dalla contemporanea assenza di tale sostanza tra i

cancerogeni nella lista UE, nonch dal ruolo svolto dallentit della esposizione e dalle

caratteristiche chimico-fisiche delle particelle di silice, come suggerito anche dai dati sperimentali

nellinduzione del tumore. Si era pertanto ritenuto, da parte dellInail, che non fosse opportuno un

position paper della Societ in assenza della pubblicazione integrale del volume 100 della IARC,

che ha comunque confermato linclusione nel gruppo 1 della silice cristallina.

stato ora possibile esaminare la pubblicazione integrale (volume 100C Monografie IARC) che, in

relazione al tumore del polmone, proprio partendo dal fatto che non tutti gli studi alla base della

monografia IARC 1997 avevano dimostrato un eccesso di cancro del polmone negli esposti a

quarzo e a cristobalite, hanno riesaminato la problematica, focalizzando principalmente lo studio sul

rapporto dose/risposta; stato elaborato anche un riassunto di 8 metanalisi pubblicate riguardanti il

cancro del polmone (peraltro solo una delle metanalisi includeva studi che consideravano il

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rapporto dose/risposta) e considerata la presenza di silicosi come un biomarcatore della alta

esposizione a polvere di silice cristallina.

In considerazione del ruolo svolto dallentit della esposizione e dalle caratteristiche chimico-

fisiche delle particelle di silice (che ne determinano la cancerogenicit) lo studio stato incentrato

essenzialmente su specifiche industrie (diatomee, miniere di metalli, ceramiche, cave, sabbia e

pietrisco), sono stati esaminati i fattori di confondimento, sono stati studiati altri eventuali

organi-bersaglio (stomaco, apparato digestivo, esofago, rene, laringe) mentre, per quanto riguarda

il cancro negli animali da esperimento, sono stati essenzialmente considerati sufficienti gli studi

riportati nella Monografia IARC del 1997, nonch ipotizzati i meccanismi di azione della

cancerogenesi della polvere di silice cristallina.

Per quanto riguarda questultimo aspetto sono stati proposti 3 meccanismi di azione studiati nei

ratti.

Il primo, partendo dalla inalazione di silice cristallina, vede il coinvolgimento dei macrofagi con

rilascio di citochine e chemiochine, con persistenza di infiammazione, ruolo dei neutrofili,


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

citochine, fattori ossidanti, danno epiteliale con proliferazione ed infine alterazioni genetiche e

tumore del polmone; questo meccanismo viene considerato il pi accreditato ed un modello gi

evidenziato nella induzione della silicosi.

Peraltro non possono, a parere del gruppo di lavoro della IARC, essere esclusi altri due meccanismi,

che consistono: il primo nellazione extracellulare dei radicali liberi derivanti dallazione della silice

cristallina che successivamente inducono danno cellulare con proliferazione cellulare dellepitelio,

il secondo basato sullazione diretta della silice cristallina che, inglobata dalle cellule, determina la

formazione di radicali liberi intracellulari che induce la genotossicit.

Comunque a tuttoggi non possibile riconoscere con certezza quale di questi meccanismi sia

presente nelluomo esposto a silice cristallina.

La IARC ha quindi cos concluso:

- Vi sufficiente evidenza nelluomo della carcinogenicit della silice cristallina nella forma di

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quarzo o di cristobalite. La silice cristallina nella forma di quarzo o di cristobalite pu causare

cancro del polmone.

- Vi sufficiente evidenza negli animali da esperimento della carcinogenicit della polvere di

quarzo.

- Vi limitata evidenza negli animali da esperimento della carcinogenicit della tridimite e della

cristobalite.

- La silice cristallina nella forma di quarzo o cristobalite pu essere cancerogena per luomo.

Sulla base di tale inquadramento non appare, a parere dellInail, condivisibile il documento

proposto dal gruppo di lavoro SIMLII, che concludeva con: Appare coerente con quanto

complessivamente riportato nel presente documento mantenere, allattuale stadio delle conoscenze,

lorientamento della UE (e di conseguenza dei relativi recepimenti nazionali) di non etichettare la

silice cristallina respirabile con la dicitura H350i (ex R49-carcinogeno per inalazione); tanto pi

che, come noto, la Commissione scientifica ex art. 10 del D.lgs. 38/00, cui partecipa tra gli altri

lInail, nei criteri utilizzati per laggiornamento delle liste delle malattie per le quali obbligatoria
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RG n. 304/2013

la denuncia ai sensi e per gli effetti ex art. 139 del DPR 1124/65, aveva fatto riferimento al sistema

IARC senza per trascurare il confronto con le Liste della UE: tale impostazione stata

sostanzialmente riconfermata dalla attuale Commissione relativamente alla criteriologia da adottare.

Inoltre, viste le incertezze sul meccanismo oncogenetico della silice cristallina, lIstituto non pu

ancorare il riconoscimento delle neoplasie del polmone nei soggetti esposti a silice libera cristallina

alla presenza di un quadro radiologico di silicosi. Si ritiene, infatti, che nellambito delle malattie

non tabellate, quantomeno in via teorica, lentit dellesposizione, le caratteristiche chimico-fisiche

delle particelle della silice cristallina e quindi il riferimento a particolari settori industriali possano

essere fattori di inquadramento e di conseguente riconoscimento di carcinoma polmonare in esposti

a silice, pur in assenza di silicosi radiologicamente evidenziata.

In tal senso, non essendo ancora gli studi completamente esaustivi, lInail disposto a partecipare a

indagini incentrate sulla presenza di lesioni anatomopatologiche patognomoniche della silicosi in

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assenza di silicosi radiologicamente evidente, relativamente ai lavoratori esposti a silice cristallina

che abbiano contratto neoplasie polmonari.

Pertanto, pur apprezzando, come gi espresso in precedenti occasioni, lo sforzo effettuato dai

componenti del gruppo di lavoro in seno alla SIMLII, non si pu condividere il documento

proposto.

2) CROMO

Le malattie professionali da probabile esposizione a cromo elencate nella tabella di cui al DM

9/4/08 nuova tabella malattie professionali sono:

5) malattie causate da cromo,

Leghe e composti:

a) ulcere e perforazioni del setto nasale (j34.8) 3 anni

b) dermatite ulcerativa (l98.4) 3 anni

c) dermatite allergica da contatto (l23.0) 6 mesi

d) asma bronchiale (j45.0)


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RG n. 304/2013

Lavorazioni che espongono all'azione del cromo, leghe e composti.

e) carcinoma del polmone (C34)

Lavorazioni che espongono all'azione del cromo esavalente.

f) carcinoma dei seni paranasali (c31)

g) carcinoma delle cavit nasali (c30)

h) altre malattie causate dalla esposizione professionale a cromo, leghe e composti (icd10 da

specificare)

Lavorazioni che espongono all'azione del cromo leghe e composti.

Le industrie o i processi produttivi considerati principali fonti di esposizione a cromo e composti

del cromo esavalente sono: lavorazione dei minerali, industria chimica, tessile e metalmeccanica,

concerie, vetrerie.

Quanto alla cancerogenicit legata al cromo, nella forma esavalente, occorre precisare che un

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aumento delle neoplasie a carico dellapparato respiratorio riscontrabile in soggetti

professionalmente esposti nella produzione di cromati e bicromati esavalenti, nella cromatura

galvanica e nella produzione di pigmenti al cromo. Non si rileva un aumento del rischio in addetti

allestrazione del cromo.

Il motivo per cui il cromo esavalente possa indurre tumori dellapparato respiratorio solo in tre

situazioni occupazionali, nonostante il grande numero di soggetti esposti in svariate attivit

lavorative, dipende verosimilmente dal fatto che sono necessarie dosi molto elevate di cromo

esavalente per indurre tumori (De Flora, 2000)

La seguente monografia IARC evidenzia le circostanze in cui pu verificarsi lesposizione al cromo

esavalente contenuto nel cemento.

CHROMIUM (VI) COMPOUNDS

Chromium (VI) compounds were considered by previous IARC Working Groups in 1972,1979,

1982, 1987, and 1989 (IARC, 1973, 1979, 1980, 1982, 1987, 1990). Since that time, new data have
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

become available, these have been incorporated in the Monograph, and taken into consideration in

the present evaluation.

Chromium (VI) may be present as an impurity in Portland cement, and it can be

generated and given off during casting, welding, and cutting operations (for example, of stainless

steel), even if it was not originally present in its hexavalent state.

Il cromo esavalente pu essere presente come un'impurit nel cemento Portland e pu essere

prodotto e sprigionato durante la colata, saldatura, e taglio (per esempio, di acciaio), anche se non

era originariamente presente nella forma esavalente.

Non dimentichiamo infine che il cromo esavalente rappresenta uno dei tanti costituenti chimici

tossici presente nel fumo di sigaretta.

VALUTAZIONE DEL NESSO CAUSALE

Focalizzando lattenzione sulla possibile esposizione a silice libera cristallina nelle attivit legate

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alla produzione di cemento, con riferimento alla letteratura scientifica specialistica in materia

medicina occupazionale, ritroviamo i seguenti concetti.

Il quarzo contenuto nelle miscele di materie prime, durante la <<cottura>> del cemento, quasi

totalmente convertito in silicato di calcio, cosicch il prodotto finale, peraltro movimentato e

insaccato automaticamente, contiene silice cristallina in misura inferiore all1 1.5%. Pertanto il

comune cemento commerciale, non ritenuto fibrogeno per il polmone. La polvere di cemento,

alcalina e igroscopica, comunque irritante per le vie aeree, potendo determinare quadri di

broncopneumopatia cronica, complicati o meno da enfisema polmonare. (Trattato di Medicina del

Lavoro - L. Ambrosi e V. Fo ed. UTET 1996 pag. 313)

Lesposizione alla silice cristallina nelle cementerie, soprattutto nei riguardi del rischio silicotigeno,

di rilevanza trascurabile (cfr. Caratterizzazione elementare del particolato aerodisperso in micro

ambienti di lavoro e di vita. I II anno A. Bergamaschi e altri maggio 2006 Ricerca finanziata

dal Dipartimento di Igiene del Lavoro ISPESL).


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

Generalmente i vari prodotti di cemento del tipo Portland in commercio non contengono SLC in

proporzione apprezzabile. Questi prodotti sono costituiti da particelle molto fini e la loro

distribuzione dimensionale normalmente caratterizzata da percentuali di particelle sotto i 5 m

pari a circa il 90% (cfr. Linee guida nellesposizione professionale a silice libera cristallina a

cura di Regione Toscana Giunta regionale Direzione generale Diritto alla salute e politiche di

solidariet - Direzione generale della presidenza Lavoro e salute Network Italiano Silice

Coordinamento Regioni ISPESL ISS INAIL Dicembre 2005, pag 83)

A proposito della Silice Cristallina la IARC si esprime come segue:

Silica was considered by previous Working Groups in June 1986 and March 1987

(IARC, 1987a,b). New data have since become available, and these are included in the present

monograph and have been taken into consideration in the evaluation.

In the cement industry, crystalline silica exposure may occur during the handling of

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raw materials that may contain some quartz, such as clay and volcanic tuff, as weIl as the sand dust

may be added in the process. However, once manufactured, normal Portland cement contains little

crystalline silica (Prodan, 1983).

(Nell'industria del cemento, l'esposizione a silice cristallina pu verificarsi durante la manipolazione

delle materie prime che possono contenere quarzo, come argilla e tufo vulcanico, come pure la

polvere di sabbia che pu essere aggiunta nel processo di produzione. Tuttavia, una volta realizzato,

il normale cemento Portland contiene poca silice cristallina.)

Ed infine:

Lindustria del cemento, pur non essendo tra quelle pi interessate dal problema della silice libera

cristallina respirabile, ha tradizionalmente adottato misure volte alla riduzione dellesposizione dei

lavoratori (Risultati dellattuazione delle misure ambientali di prevenzione primaria e di

minimizzazione delle esposizioni professionali a polveri di silice, come ottenuti dallaccordo

NEPSI, nel periodo 2006/2010 Ing. Pierandrea Fiorentini Cementi Rossi Coordinatore del GdL

AITEC - Associazione Italiana Tecnico Economica del Cemento- Sicurezza sul Lavoro)
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

Soffermandoci sul caso in esame, appare rilevante la seguente documentazione:

1. Relazione della valutazione dei risultati delle indagini eseguite dal Centro di Igiene Ambientale,

Istituto di Medicina del Lavoro, Universit di Bari, presso lo stabilimento Italcementi di

Guardiaregia (Cb) nei giorni 22 e 23.05.1985, in cui si afferma: le determinazioni di polverosit

sono risultate accettabili. Infatti solo nelle postazioni ove stata riscontrata la presenza di silice

cristallina i valori rilevati si avvicinano a quelli del TLV. Le postazioni sono quelle del frantoio

calcare ed alla estrazione del calcare, argilla, ecc. sotto il capannone. pertanto consigliabile, vista

la presenza di silice cristallina, che si provveda a migliorare la cabina del frantoio e che loperatore,

uscendo, metta sempre la mascherina antipolvere. Per quanto attiene la zona di estrazione del

calcare, da verificare la possibilit di intervento tecnico per la riduzione dellinquinamento ed

anche la durata della esposizione per i lavoratori esposti. . . Altre zone polverose, ma senza presenza

di silice, sono risultate le varie posizioni di insaccamento e le bilance dei mulini cemento.

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2. Relazione dellindagine eseguita in data 26.11.1991 presso la cementeria di Salerno dal Centro di

Igiene Ambientale, Istituto di Medicina del Lavoro, Universit di Bari, in cui si riporta: I dati di

tabella 1 mostrano tenori di quarzo minimi o del tutto trascurabili nelle polveri sedimentate nei

principali reparti dello stabilimento. Conseguentemente, il fattore patogeno della silicosi non poteva

che essere trascurabile anche nella polvere aerodispersa e, in particolare, nella frazione respirabile

di essa. I risultati delle rilevazioni sulle polveri respirabili, riportati in tabella 2, inducono ad

affermare che nessuna delle maestranze dello stabilimento e della cava pu essere considerata

esposta a concreto rischio di silicosi.

Si osserva che, relativamente allattivit lavorativa svolta dal Caggese, non stato possibile

reperire indagini ambientali relative al Centro di Foggia ed allo stabilimento di Trento; nel primo

caso, appare naturale trattandosi di Centro consegna e, quindi, di unit della rete commerciale di

Italcementi S.p.a., cos come dichiarato dalla medesima societ.

Nei documenti 1 e 2, come ovvio, si fa riferimento ai valori limite utilizzati sulla base della

cognizioni e della normativa vigente allepoca dei rilievi. Volendo valutare il nesso di causalit
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

nella maniera pi conservativa appare giusto, a chi scrive, riferirsi ai valori limite attuali e tra questi

al valore pi conservativo adottato nellambito delle organizzazioni riconosciute in questo campo.

Sembra corretto utilizzare il valore di 0,025 mg/m3 introdotto da ACGIH nel 2010 per effetti sulla

salute relativi a silicosi e sospetta cancerogenicit per luomo (rispettivamente Health effect codes

HE10 e HE2).

Anche utilizzando tale valore limite, comunque, si osserva che molto probabile che gli stivatori

abbiano sperimentato esposizioni inferiori.

importante notare come, per le attivit di stivatore, non immediatamente valutabile la quantit di

quarzo (silice cristallina) per mancanza di significativit obiettiva dellindice essendo la

concentrazione di questa sostanza inferiore all1%. Lindice a cui ci si riferisce quello misurato

nelle indagini ambientali del 22 e 23 maggio 1985 e del 26 novembre 1991, dove nella postazione

dello stivatore, sul totale della polvere aspirata, si riscontra una percentuale di silice cristallina non

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significativa in quanto inferiore all1%. Nei calcoli per la valutazione dellesposizione, anche

assumendo, a vantaggio di sicurezza del lavoratore, che la percentuale di silice cristallina sia

prossima all1 %, si pu facilmente verificare che lesposizione mediamente inferiore al TLV di

0,025 mg/m3 assunto per le postazioni lavorative degli stivatori. Si pu riscontrare un

avvicinamento a questo valore di TLV solo nel caso degli stivatori dello stabilimento di

Guardiaregia sulla base del documento 1.

Anche in assenza di idonei DPI la frazione respirabile inferiore ai limiti fissati dallattuale

normativa che risulta pi conservativa rispetto a quella valida allepoca dei fatti.

A maggiore conforto per la stima di esposizione, si pu considerare che lutilizzo di comuni

mascherine antipolvere pu ridurre i livelli di esposizione alla polverosit totale e, in maniera

marginale e non significativa, ridurre la frazione respirabile.

noto, infatti, che mascherine antipolvere non garantiscono un efficace presidio nei confronti di

polveri sottili anche se posseggono una residuale e marginale efficienza di filtraggio nei confronti

delle stesse polveri sottili o di aerosol. [Wake D, Brown RC. Measurements of the Filtration
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Efficiency of Nuisance Dust Respirators Against Respirable and Non-Respirable Aerosols. Ann

Occup Hyg. 1988 Jan 1;32(3):295315.]

Lutilizzo dei Dispositivi di Protezione Individuali contro lesposizione alla polvere attestato per il

periodo 1982 -1986 dal documento n. 12 pervenuto in data 8.7.2015 a questi CC.TT.U.

denominato: Documento relativo ai mezzi individuali di protezione contro lesposizione alla

polvere e al rumore distribuiti ad integrazione della precedente dotazione nel periodo dal 1982 al

1986. Non nota la tipologia di dispositivo ma assumiamo che si tratti di comuni mascherine

antipolvere.

Si passa, quindi, a prendere in esame lesposizione al cromo esavalente.

noto che nel cemento pu essere contenuta una certa quantit di cromo esavalente.

La sua pericolosit ha indotto molti paesi a regolamentare la sua presenza nel cemento. La

Direttiva Europea 2003/53/CE, sulla base di studi scientifici che hanno provato la relazione fra i

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preparati di cemento contenenti cromo VI e reazioni allergiche nelluomo, ha stabilito il limite di

2ppm (cio 2 mg/kg) sul tenore di cromo VI solubile in acqua nei prodotti cementizi e ha definito

un metodo di prova che ne accerta il rispetto. Sulla base di questa normativa, il cromo metallico pu

essere comunque contenuto in quantit superiori.

Allo stato attuale della normativa, sono immessi nel cemento sfuso additivi che trasformano il

cromo esavalente in cromo trivalente (non dannoso). La direttiva Europea 2003/53/CE, recepita in

Italia attraverso il decreto ministeriale della salute D.M. 10 maggio 2004, proibisce la

commercializzazione e limpiego di cemento o di preparati contenenti cemento che, quando idrati,

contengono pi dello 0,0002% (2 ppm) di cromo idrosolubile esavalente, determinato come

percentuale in massa sul cemento secco. Tale limite imposto motivato dalla necessit di ridurre

drasticamente le dermatiti allergiche da contatto ed i rischi legati al fatto che il Cr VI cancerogeno

per luomo.
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Il cromo totale presente nel clinker Portland compreso tra 0,002% e 0,02%, rispettivamente 20 e

200 ppm. Tale valore deriva essenzialmente dai materiali argillosi, in minima parte dai

combustibili, dai corpi macinanti del molino del crudo e dai refrattari.

Il dato confermato da un articolo di review [1] che su questo tema riporta valori per il contenuto di

cromo nel cemento che variano a secondo del paese e dellepoca in cui stato prodotto. In questo

articolo di review si fa riferimento ad una Tabella 7 che riporta i risultati di uno studio del 2003 [2]

da cui possibile osservare una presenza di Cromo totale in ppm variabile da alcune decine a quasi

200 ppm, mentre il Cr (VI) non eccede alcune decine di ppm (30 nel caso del Portland). Di interesse

il caso dellItalia per cui si riporta un valore di Cromo totale variabile tra 40 e 71 ppm in peso ed un

valore di Cromo esavalente compreso tra 1 e 4 ppm.

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Nel processo di cottura del cemento nel forno rotante la presenza di Cr (VI) dipende dalla pressione

parziale di ossigeno e dalla presenza di cromati di sodio e di potassio. Molti studi enfatizzano

limportanza delle condizioni di ossidazione per la conversione in Cr (VI) come Reifenstein e

Paetzold, Boikova [4] e Fregert [1]. Lizagarra [3] osserva che clinker insufficientemente calcinati

danno origine a bassi contenuti di Cr (VI) dando supporto allipotesi che la formazione di Cr (VI)

avviene prevalentemente nella zona di combustione. Nello studio, si mostra la possibilit di ottenere

un decremento di Cr (VI) creando condizioni di riduzione nel forno di cottura. A seguito di

esperimenti su vari impianti stato possibile ridurre il Cr (VI) a 0 ppm in clinker con contenuti di

partenza di Cr (VI) pari a 5 ppm.

Il cromo presente, oltre che nei cromati citati, anche in soluzione solida nei minerali del clinker. In

studi di laboratorio, si osservato che il Cr (III) si ossida a Cr(V) sopra i 700 C e si riduce a Cr

(IV) oltre i 1400 C dando origine ad una presenza di Cr (IV) e Cr(V) [4]. Quindi, durante le varie

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fasi di cottura e raffreddamento una parte di Cr III da origine a Cr IV e Cr V. Quindi, in questa fase,

il cromo presente in tre stati di ossidazione (+3, +4, +5).

Anche nella fase di macinazione pu essere introdotto del Cromo metallico dovuto alle leghe

utilizzate nei mulini. Anche in questo caso si possono creare condizioni termodinamiche favorevoli

per lossidazione del Cromo metallico a Cr (VI) [5]. Differentemente, in [6], si sostiene che il

Cromo presente in questa fase del processo gradualmente si ossida a Cr (II), Cr (III) e Cr (IV) ma

non in Cr (VI).

Di tutto il cromo presente solo una parte legata ai composti non solubili (77% - 93%), mentre la

restante parte (dal 7% al 23%) pu essere facilmente solubilizzata. Le due specie solubili in acqua,

Cr IV e Cr V, non sono stabili dando origine a Cr III insolubile e Cr (VI) solubile.

Una conferma a queste percentuali, anche data da studio spagnolo, riportato in [3], che mostra

come il contenuto di Cr (VI) ricompreso nellintervallo 8% -20% del cromo totale del clinker.

Affinch venga rispettato il D.M. 10 maggio 2004 necessario aggiungere un agente cromo

riducente. Comunemente lagente riducente di maggior utilizzo il solfato ferroso ma sono state
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

individuate e realizzate altre soluzioni molto promettenti (additivi a base di antimonio, di-trisolfuro

di sodio, solfato ferroso monoidrato, solfato stannoso). Il solfato ferroso viene dosato allo 0,25-

0,3% circa e non influenza minimamente le reazioni di idratazione del cemento ma a contatto con

laria si ossida perdendo il suo potere riducente nei confronti del cromo esavalente. Per questo

motivo sui sacchi deve essere indicata la data di confezionamento e il periodo di conservazione

durante il quale il contenuto di cromo VI idrosolubile resta inferiore allo 0,0002% del peso totale a

secco del cemento.

Si pu ritenere, visto il periodo in cui i fatti sono accaduti, che potesse essere superiore al recente

limite di 2 ppm. Purtroppo, non stato possibile rintracciare alcuna indagine quantitativa che possa

permettere una documentata valutazione dellesposizione al Cromo (VI) nel caso specifico di cui

qui ci si occupa.

Bisogna considerare che gli additivi come il solfato ferroso agiscono soltanto in soluzione al

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momento dellimpasto. Questo dovuta alla necessit di raggiungere lobiettivo del D.M 10 maggio

2004 che recepisce la Direttiva europea 2003/53/CE e che riguarda la riduzione del rischio accertato

per il cemento consistente in dermatiti e irritazioni per contatto con la pelle. Tanto vero che il

citato D.M., cos recita a titolo di deroga, i punti 1 e 2 non si applicano all'immissione sul mercato

e all'uso di prodotti fabbricati mediante processi controllati chiusi e interamente automatizzati, in

cui il cemento e i preparati contenenti cemento sono manipolati unicamente da macchinari e che

non comportano alcuna possibilit di contatto con la pelle." Si ricorda che, i punti 1 e 2 sono quelli

che impongono il limite di 2 ppm per il Cr (VI) e le indicazioni e regole di confezionamento ed

etichettatura. Quindi limitare il Cr (VI) a 2 ppm ha la sola funzione di evitare le irritazioni della

pelle.

Il Cr (VI) viene preso in considerazione nella produzione del cemento solo per gli effetti irritativi

della pelle e per questo motivo non pu essere messo in relazione ai fatti di cui qui si discute che

fanno riferimento a neoplasie dellapparato respiratorio.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

Pur non disponendo di indagini quantitative a riguardo, volendo anche seguire, a proposito del

Cromo (VI) inalato, lipotesi prospettata dal CTP dottor Genchi per un verso e le osservazioni

presentate nella CTP a cura della professoressa Emanuela Turillazzi e del professor Pietro Apostoli

di natura opposta, si pu facilmente dimostrare che la concentrazione in aria del Cr (VI) non

superava il relativo TLV.

I limiti per il Cr (VI) in aria possono essere valutati come segue.

LOSHA (Occupational Safety & Health Administration, USA) ha aggiornato nel 2006 i limiti di

esposizione industriale a Cr(VI), in termini di TWA (Time Weighted Average) calcolato come

concentrazioni medie pesate in un turno lavorativo di 8 ore lavorative, ponendoli pari a 2,5 g/m3

per lAction Level (AL) e 5 g/m3 come PEL (Permissible Exposure Limit) ovvero limite che non

deve essere superato per tutti i lavoratori.

Il Threshold Limit Value (TLV) fissato dallACGIH (American Conference of Governmental and

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Industrial Hygienists) 0.05 mg/m3 nellaria, portato a 0.01 mg/m3 per i composti del Cr(VI)

insolubili;

Nel gennaio 2013, il NIOSH ha annunciato un nuovo Recommended Exposure Level (REL) di 0.2

g Cr (VI)/m3 per un TWA di 8 ore/die e 40 ore settimanali. Il NIOSH ha dichiarato che: new

recommendation is to prevent workplace hexavalent chromium exposure to reduce workers risk of

lung cancer. NIOSH also recommends that dermal exposure to Cr (VI) compounds be prevented in

the workplace to reduce adverse dermal effects including skin irritation, skin ulcers, skin

sensitization and allergic contact dermatitis. [8]. Si introduce, quindi, un valore raccomandato per

prevenire il cancro al polmone.

I CC.TT.P. professoressa Emanuela Turillazzi e professor Pietro Apostoli assumono nelle loro

valutazioni una concentrazione di 3 mg/m3 di polvere inalabile negli ambienti di lavoro nella

posizione di stivatore sulla base delle indagini ambientali del 1985, una quantit di Cromo totale

pari a 75 mg/kg e il Cromo VI pari al 20% di esso. Questultimo dato risulta confermato da [3] che
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
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fissa la percentuale di Cr VI rispetto al Cromo totale in quantit variabile tra 8 e 20%. I due

CC.TT.P. assumono come TLV il valore assunto da ACGIH di 50 g/m3.

Nelle nostre valutazioni, ci basiamo sugli unici valori di concentrazione di polveri in aria

effettivamente disponibili per questa indagine relativamente alla posizione dello stivatore. Si

assume, a vantaggio del lavoratore, che tutta la polvere misurata sia cemento. Nel campionamento

del 26/11/1991 sono registrati due valori di frazione respirabile delle polveri per gli stivatori 1,3

mg/m3 e 1,88 mg/m3 misurata con campionatori personali. Nel campionamento dei giorni 22 e 23

maggio 1985 si registra per le posizioni assunte dagli stivatori concentrazioni di polveri respirabili

pari a 2,61 mg/m3 e 0,87 mg/m3. Si pu, quindi, assumere a vantaggio di sicurezza un valore

tondo di 3 mg/m3 di polveri respirabili nella posizione di stivatore.

Assumiamo, quindi, che il Cromo totale presente nei cementi italiani sia pari al valore massimo

riportato in [1] ovvero 71 mg/kg e che il Cr VI sia pari a al valore massimo di 4 mg/kg riportato

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nello stesso articolo di review.

Assumendo questi dati, si ottiene una concentrazione di Cr VI variabile nellintervallo 0,045 g/m3

- 0,012 g/m3a seconda che si facciano le ipotesi secondo quanto riportato nella CTP della

professoressa Emanuela Turillazzi e del professor Pietro Apostoli oppure secondo le assunzioni qui

da noi riportate.

Differentemente dai CC.TT.P. professoressa Emanuela Turillazzi e professor Pietro Apostoli

vogliamo riferirci, cautelativamente ed a vantaggio del lavoratore, al valore di soglia limite pi

basso ovvero quello raccomandato dal NIOSH. Si osserva che, anche rispetto a tale soglia, i valori

di esposizione stimati risultano essere circa un ordine di grandezza inferiori.

Va ricordato, inoltre, che le neoplasie professionali sono simili a tutte le altre neoplasie e non

differiscono da queste per quanto attiene alla criteriologia adottata ai fini della diagnosi e della

terapia.

In presenza di sospette tecnopatie neoplastiche non pertanto possibile far riferimento a sintomi

patognomonici, n a tipologie istologiche o a markers specifici.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

Soltanto per alcuni agenti cancerogeni, ad esempio fibre di amianto e cloruro vinile monomero, in

grado di sviluppare rispettivamente il mesotelioma pleurico e langiosarcoma epatico, neoplasie

rarissime nella popolazione non professionalmente esposta, proprio per tale caratteristica, pu

essere relativamente agevole ravvisare un nesso causale. Detti tumori sono definiti ad alta frazione

etiologica, per lelevata quota di casi attribuibile alle esposizioni responsabili.

In neoplasie multifattoriali, come il tumore del polmone, i dati raccolti nellanamnesi lavorativa e,

in particolare, la misura documentata dellesposizione lavorativa sono alla base della diagnosi

eziologica.

Premesso che leziologia del tumore polmonare da ritenersi tuttora sconosciuta, le cause messe in

relazione sono il fumo di sigaretta (tabacco), fattori ambientali occupazionali e non occupazionali

(gas di scarico da motori diesel amianto, Radon), cicatrici polmonari (pregressa Tubercolosi),

predisposizione genetica.

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Una percentuale pari a 85 - 90% dei casi dei carcinomi polmonari correlabile con il tabagismo.

Nellambito della relazione tra carcinoma polmonare e fumo di tabacco occorre considerare

lelevato rischio relativo fumatori/non fumatori, il rischio proporzionale al numero di sigarette

fumate, la durata del fumo di tabacco e i tempi di insorgenza del cancro polmonare, laumento del

rischio con il crescere dellet per uno stesso livello di consumo di sigarette, la relazione fumo di

tabacco/carcinoma del polmone soddisfa i criteri di causalit e inoltre relazione dose risposta,

tipologia di confezione del tabacco, contenuto nicotina e catrame, periodo di tempo trascorso dalla

cessazione del fumo, induttore e promotore della carcinogenesi. (U.S. Surgeon Generals Report

1982; Doll R., Peto R. 1994; American Cancer Society; DE Carli A., La Vecchia C. 1994.

Shottenfeld 1996).

I principali tipi di tumore polmonare sono: carcinoma squamoso (o epidermoidale o a cellule

pavimentose) 30-35%, adenocarcinoma 30-50%, carcinoma anaplastico a grandi cellule 5-15%,

carcinoma anaplastico a piccole cellule 15-35%.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
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In base allistotipo, nel carcinoma a piccole cellule per il 98,9% dei casi si tratta di fumatori,

rispetto al 98% per il carcinoma squamoso, al 93,3% per il carcinoma a grandi cellule, all81,6%

per ladenocarcinoma.

Il tumore a piccole cellule prende origine dai bronchi di diametro maggiore, costituito da cellule

di piccole dimensioni e si presenta in genere nei fumatori, mentre molto raro in chi non ha mai

fumato. La sua prognosi peggiore rispetto a quella del tumore non a piccole cellule anche perch

la malattia si diffonde molto rapidamente anche in altri organi.

La presenza di un cancerogeno in una determinata situazione occupazionale non si traduce

automaticamente nella dimostrazione di esposizione per i lavoratori, tale da giustificare linsorgenza

della neoplasia. Occorre valutare le modalit di esposizione, i fattori quali-quantitativi, leventuale

linterazione di altre sostanze e/o fattori, sia in ambito professionali che extra.

In particolare per i tumori a bassa frazione eziologica, quale il tumore polmonare, importante

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levidenza di apprezzabili esposizioni a cancerogeni ai fini della valutazione del nesso di causalit,

soprattutto in presenza di fattori confondenti, come il fumo di tabacco. In tal caso andrebbe inoltre

valutato il cosiddetto rischio attribuibile, al fine di individuare almeno un rapporto concausale. Per

la valutazione del rischio attribuibile necessario fare riferimento al rischio relativo, le cui stime

possono essere ricavate da studi epidemiologici di situazioni simili.

Per quanto riguarda la letteratura scientifica in materia di oncologia professionale, una ricerca su

MEDLINE (Medical Literature Analysis and Retrieval System Online), che rappresenta la pi vasta

banca dati bibliografica biomedica, consultabile tramite il motore di ricerca PubMed, sviluppata dal

National Center for Biotechnology Information presso la National Library of Medicine, cui

afferiscono oltre 24 milioni di citazioni di articoli scientifici, permette di rilevare che a tuttoggi non

stata prodotta sufficiente evidenza scientifica in grado di dimostrare una chiara attivit

cancerogena correlata alla produzione di cemento ( A review and meta-analysis of cancer risks in

relation to Portland cement exposure. Cohen SS, Sadoff MM, Jiang X, Fryzek JP, Garabrant DH -
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
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EpidStat Institute, Ann Arbor, Michigan, USA - Occup Environ Med. 2014 Nov;71(11):796-802.

doi: 10.1136/oemed-2014-102193. Epub 2014 Aug 20).

Nella quasi totalit degli studi fondati su tumori polmonari interviene il fattore di rischio

rappresentato dallamianto, acclarato cancerogeno, componente dei manufatti in cemento-amianto

fino agli anni 90, quando lamianto venne ufficialmente eliminato dal commercio in Italia. Nella

banca dati sono rintracciabili alcuni articoli improntati sullipotesi di associazione tra polvere di

cemento e neoplasie gastriche e del colon, piuttosto che tumori del polmone.

Il seguente lavoro, condotto nel nostro paese, non evidenzia un aumento statisticamente

significativo di mortalit dovuta a neoplasie in lavoratori di cementifici, a meno che non si tratti di

esposti anche a fibre di amianto.

Mortality in a cohort of cement workers in a plant of Central Italy. Giordano F, Dell'Orco V,

Fantini F, Grippo F, Perretta V, Testa A, Fig-Talamanca I. Dipartimento di sanit Pubblica e

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Malattie Infettive Universit Sapienza Roma - Int Arch Occup Environ Health. 2012

May;85(4):373-9. doi: 10.1007/s00420-011-0678-8. Epub 2011 Jul 16.

Le conclusioni riportate nello studio sono le seguenti:

Portland cement workers had a statistically significant reduced risk of overall

mortality and of all cancers mortality probably due to the healthy workers effect. The study

confirmed an increased risk of respiratory system cancer only in the subgroup with previous work

exposure in a cement/asbestos plant.

(I lavoratori del cemento Portland hanno manifestato una riduzione statisticamente significativa del

rischio della mortalit in generale e della mortalit correlata a tumori, probabilmente a causa

delleffetto del lavoratore sano. Lo studio ha confermato un aumento del rischio di cancro

allapparato respiratorio solo nel sottogruppo con precedente esposizione lavorativa in un

cementificio / amianto).

In base a quanto emerge dalla letteratura scientifica in materia di medicina occupazionale e dalla

documentazione acquisita agli atti, sia di ordine sanitario che di igiene ambientale, si evince
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RG n. 304/2013

pertanto che gli agenti tecnopatici considerati nel caso in esame non soddisfano ai criteri medico-

legali di giudizio di idoneit lesiva qualitativa e quantitativa.

In particolare, necessita precisare che non appare di alcun rilievo il certificato medico rilasciato dal

dottor Michelantonio Cibelli il 9.10.1989, in cui era riportata la diagnosi di Broncopatia cronica

enfisematosa da inalazione di biossido di silicio (silicosi), in quanto tale documento voleva

rappresentare semplicemente il certificato introduttivo ai fini della domanda di riconoscimento di

malattia professionale, inizialmente silicosi o almeno broncopneumopatia da silicati e calcare,

inoltrata alla sede I.N.A.I.L. competente. A conferma di ci interviene la richiesta prescritta dallo

stesso sanitario, inerente agli esami clinico-strumentali, finalizzati a dirimere il sospetto

diagnostico.

Dalla documentazione relativa al ricovero ospedaliero presso la Divisione di Medicina del Lavoro

del Centro Medico di Cassano Murge dal 29.06.1992 al 03.07.1992, si evince tuttavia che era

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esclusa ogni forma di broncopatia in atto.

Inoltre, gli accertamenti eseguiti in ambito pneumologico presso lIstituto Nazionale per lo Studio e

la Cura dei Tumori di Milano, nellestate 1997, non evidenziarono caratteri radiologici n

alterazioni della funzionalit respiratoria compatibili con una patologia broncopneumonica cronica

ostruttiva.

Per i motivi suddetti, sulla scorta delle evidenze esaminate, considerata linadeguatezza qualitativa e

quantitativa delle presunte noxae lavorative, in conformit con il criterio di esclusione di altre

cause, posto che il fumo di tabacco ha assunto ampio rilievo nel determinismo della patologia

neoplastica, possibile escludere un nesso di causalit tra la patologia che ha causato il decesso di

Caggese Giuseppe e lattivit lavorativa espletata nel corso degli anni, dal 1973 al 1997, presso

lazienda Italcementi S.p.A.

OSSERVAZIONI SULLA C.T.U. DEL GIUDIZIO DI PRIMO GRADO

Atteso che le nostre risultanze appaiono diametralmente opposte a quanto accertato dal C.T.U.

intervenuto in prime cure, riteniamo opportuno formulare le seguenti considerazioni.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

Possiamo affermare che la consulenza tecnica eseguita in primo grado manifestamente basata su

una serie di imprecisioni e distrazioni, che hanno portato,

secondo un ragionamento non sempre coerente, alla definizione di un nesso causale.

Sotto laspetto formale si fatto uso di termini poco appropriati dal punto di vista scientifico,

quando si parla di assunzione di sostanze cancerogene, espressione pi adatta a farmaci e a cibi

che non allesposizione a noxae professionali, e, a proposito delle valutazioni medico-legali, quando

si fa riferimento alla patogenesi anzich alletiologia della neoplasia.

Dal punto di vista sostanziale stata evocata la sussistenza di due opposte evidenze, cos definite.

Tali sarebbero, da un lato, i dati riportati nelle cartelle sanitarie e di rischio in merito ai fattori di

esposizione rappresentati dalle polveri e dal rumore, dallaltro, le testimonianze rese dalle

maestranze del cementificio sulla presenza di aspiratori di polvere. In tal modo, il CTU intravede

difformit delle situazioni descritte tra i due rilievi e opta per lesistenza di polverosit

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ambientale.

Il CTU, con un ragionamento discutibile, formula affermazioni non sostanziate da evidenze medico-

legali per giungere impropriamente a conclusioni solo apparentemente veritiere, facendo

riferimento a un procedimento fondato su principi ritenuti indubitabili, indipendentemente dalla loro

verifica nella realt e nei fatti.

Per sostenere le proprie affermazioni egli si basato su:

- Evidenza di fattori cancerogeni, senza considerare le caratteristiche quali-quantitative degli stessi,

trascurando di indagare, come si fatto in questa consulenza tecnica, nella letteratura scientifica in

materia di igiene industriale e sui monitoraggi ambientali eseguiti dallazienda. Quanto alla

presenza di cromo nel cemento si fatto riferimento al testo di E. Sartorelli, pag. 393, omettendo

per di citare quanto riportato a pag. 729, volendo attenersi allo stesso testo di consultazione, in

merito alla possibilit di contrarre neoplasie in ambienti caratterizzati da cromo esavalente:

Numerose indagini hanno dimostrato che i sali di cromo, soprattutto i cromati, sono carcinogeni a

livello respiratorio. I lavoratori addetti alla produzione di cromati e di pigmenti contenenti cromati e
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forse anche quelli addetti alla cromatura elettrolitica presentano infatti unelevata frequenza di

carcinomi polmonari e delle cavit nasali e paranasali . Tra le lavorazioni a rischio non citata la

produzione di cemento.

Daltronde le malattie neoplastiche professionali determinate dal cromo sono rintracciabili nelle

industrie in cui si eseguono la cromatura galvanica, la saldatura ad arco di acciai speciali con

elettrodi ad alto tenore di cromo, la produzione e tintura con colori e inchiostri contenenti pigmenti

a base di cromati.

- Affermazione di una generica individuazione di patologia bronco-polmonare cronica, basata su

insignificanti rilievi obiettivi e strumentali. Per formulare la diagnosi di BPCO obbligatorio che,

tra i parametri dellesame spirometrico, lIndice di Tiffenau, ossia il rapporto tra FEV1 e FVC, sia

inferiore a 0,70.

Nel caso di specie, finanche le prove di funzionalit respiratoria risalenti al 25 giugno 1997 sono

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risultate nella norma e nel referto dellesame radiologico, eseguito il giorno successivo, era tra

laltro riportato: Non si apprezzano addensamenti pleuro-parenchimali a focolaio in atto.

Obliterati in esiti i seni costofrenici laterali agli sfondati posteriori.

Per inciso, sono considerati fattori di rischio della BPCO: fumo di sigaretta (70%), polveri e

sostanze lavorative (20%), inquinamento da fumo di tabacco, inquinamento domestico e

atmosferico.

- Erronea interpretazione dellevoluzione della patologia neoplastica polmonare.

Le considerazioni elaborate dal CTU lo hanno indotto ad affermare, in modo del tutto inesatto, che

si sarebbe potuto diagnosticare il tumore con notevole anticipo.

Tra le imprecisioni del suddetto CTU, appare suggestiva una evidente inesattezza, invero commessa

precedentemente dal medico radiologo dellIstituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori di

Milano, dottor Potepan, il quale, nel referto dellesame radiologico del torace (non TC torace come

sostenuto dal CTU di primo grado) del 26.06.1997, facendo riferimento a un confronto iconografico

con una TC eseguita altrove il 2.6.94, sostiene una lenta crescita, per il lungo tempo trascorso tre
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anni che avrebbe determinato laumento del diametro massimo della neoformazione da 5 cm a 7

cm.

Un attento esame della documentazione sanitaria disponibile permette di rilevare un inequivocabile

errore di distrazione, dal momento che non risultano essere stati effettuati esami TC del torace in

quella data, anche perch non vera alcun motivo.

certo invece che detto esame risale alla data 02.06.1997, ossia 24 giorni e non tre anni prima della

radiografia refertata dal dottor Potepan. Trattasi infatti della TC eseguita durante il ricovero

effettuato presso gli Ospedali Riuniti di Foggia nel mese di giugno 1997. La conferma di quanto da

noi rilevato deriva dal dato che, proprio nel referto di questo esame, il diametro massimo della

neoplasia indicato in misura pari a 50 mm. Pertanto non in tre anni, ma in poco pi di 20 giorni si

manifestato laumento delle dimensioni della lesione in causa. Ci dimostra che levoluzione della

patologia neoplastica stata invece molto rapida. La rapidit dellevoluzione inoltre confermata

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dallaggravarsi delle condizioni fisiche fino allexitus in breve tempo. Daltronde questa una delle

caratteristiche del tumore polmonare del tipo microcitoma.

Inoltre, attenendosi a quanto dichiarato dallo stesso radiologo, la lesione neoplastica mediastinica,

per le caratteristiche riscontrate alla data dellesame radiologico (26.06.97), era da ritenersi di

pertinenza tiroidea. Questo elemento per tralasciato dal CTU di prime cure.

Merita attenzione poi laffermazione relativa agli esami clinici senza un utile controllo

radiologico, che sarebbero stati in grado di evidenziare tale neoplasia, deducendo, in tal modo, una

situazione di inosservanza delle norme preventive.

A tale proposito si rileva che il CTU ignora del tutto il referto dellesame radiologico del torace del

22.03.1996, eseguito in occasione del ricovero presso lOspedale di Trento, quando non apparivano

lesioni pleuro-parenchimali a focolaio, potendosi escludere sia la presenza di una neoformazione,

sia i segni di uninterstiziopatia. Tale accertamento aveva luogo poco pi di anno prima della

diagnosi della neoplasia.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

Va osservato poi, che nel caso di specie, per le caratteristiche di esposizione a fattori di rischio, non

sussisteva lobbligo della sorveglianza sanitaria finalizzata sia al rumore che alla silice libera

cristallina, (vedasi lesposizione a rumore, ad esempio, a valori Lep,d (dBA) pari a 70,3, quando la

legge in vigore allepoca, D. Lgs. 15 agosto 1991 n. 277, imponeva lobbligo dellaudiometria in

presenza di valori superiori a 85 dBA). Quanto allesposizione a inquinamento corpuscolato, in

alcune cartelle sanitarie e di rischio, riportata la nota polveri non silicee, in accordo con i dati

emersi dal monitoraggio ambientale, innanzi riportati.

Tra laltro occorre considerare che, alla luce del d. lgs. 230/95, art. 111, comma 6,

particolare attenzione deve essere posta nella giustificazione delle indagini

radiodiagnostiche espletate su singole persone o gruppi di persone con fini medico-legali o di

assicurazione. Tali esami vanno effettuati con il consenso della persona.

Le attivit che comportano rischi da radiazioni ionizzanti devono essere giustificate. Per cui la

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radiografia del torace, anche in presenza di evidente esposizione a silice libera, non proponibile

annualmente.

Peraltro lo stesso NIS (NETWORK ITALIANO SILICE) propone la seguente periodicit

dellesame radiologico del torace in operatori esposti:

Durata esposizione/et periodicit

per i primi 20 anni 5 anni

per gli anni successivi 2 anni

esposti > 50% TLV 2 anni

- Riduzione al ruolo di mera concausa del fumo di sigaretta, nonostante questo fattore rappresenti

una vera e propria causa, sufficiente ed efficiente, nelleziologia della neoplasia polmonare.

A tale proposito ricordiamo che per concausa deve intendersi lantecedente medico-legalmente

rilevante che, seppur non sufficiente da s solo, necessario a produrre leffetto determinato.

CONCLUSIONI
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
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La diagnosi del complesso patologico accertato sulla persona di Caggese Giuseppe non risultata

certa, come appare dai referti degli esami istologici eseguiti e dalle informazioni cliniche formulate

dai sanitari dellIstituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori di Milano.

Sotto un profilo altamente probabilistico, ammesso dallo stesso Istituto, trattavasi di carcinoma a

piccole cellule a verosimile partenza dal polmone destro con metastasi mediastiniche e

concomitante neoformazione della testa del pancreas, quale metastasi della neoplasia polmonare.

Tenuto conto delle specifiche mansioni lavorative svolte dal lavoratore, in considerazione

dellinadeguatezza lesiva dei fattori di rischio chiamati in causa, emersa dalla letteratura in materia

di igiene industriale e dai monitoraggi ambientali documentati, attesa la sussistenza di efficienti

fattori etiologici di natura extraprofessionale, legati al fumo di sigaretta, non ravvisabile un nesso

di causalit tra il complesso patologico che ha determinato il decesso di Caggese Giuseppe e

lattivit lavorativa espletata presso lazienda Italcementi S.p.A.>>

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14. I CTU hanno, poi, aggiunto, in risposta alle osservazioni critiche dei CTP degli eredi Caggese le

seguenti considerazioni:

<<Per quanto attiene alle osservazioni presentate dalla controparte appellata, eredi Caggese, queste

sono inserite in due relazioni, di cui la prima a firma del dottor Gioacchino Genchi, dottore in

chimica, e laltra del professor Giuseppe Muscolino di Belforte, docente di chirurgia toracica.

Nella prima relazione, il consulente il dottor Gioacchino Genchi conferma la propria condivisione al

contenuto delle memorie formulate dagli avvocati Gori e Torre, disconoscendo in tal modo le

imprecisioni emerse dallesame della documentazione in atti e chiaramente evidenziate

nellelaborato peritale.

Inoltre, assumendo il ruolo di regista della consulenza tecnica dufficio, ritiene obbligatorio il

riferimento alla scheda dati di sicurezza del cemento, in quanto, a suo dire, sarebbero riportate

informazioni strettamente attinenti e di notevole importanza al caso in questione.

Le informazioni, assiemate dal consulente in maniera poco coerente, sono le seguenti:


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

Il cemento e le miscele contenenti cemento, possono irritare gli occhi, le mucose, la gola ed il

sistema respiratorio e provocare tosse. Linalazione frequente del cemento e delle miscele

contenenti cemento per un lungo periodo di tempo aumenta il rischio di insorgenza di malattie

polmonari.

Il contatto ripetuto e prolungato del cemento sulla pelle umida, a causa della traspirazione o

dellumidit, pu provocare irritazione e/o dermatiti (Bibliografia [4]). . . . In caso di ingestione

significativa, il cemento pu provocare ulcerazioni allapparato digerente. (pagina 2)

In caso di inalazione.

Portare la persona allaria aperta. La polvere in gola e nelle narici dovrebbe pulirsi naturalmente.

Contattare un medico se persiste lirritazione, o se si manifesta pi avanti o se si hanno fastidi, tosse

o persistono altri sintomi. (pagine 3 - 4)

In caso di ingestione.

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Non indurre il vomito. Se la persona cosciente, lavare la bocca con acqua e far bere molto.

Consultare immediatamente un medico o contattare il Centro antiveleni. (pagina 4)

Inalazione: linalazione ripetuta di polvere di cemento o miscele contenenti cemento per un lungo

periodo di tempo aumenta il rischio di insorgenza di malattie polmonari. (pagina 4)

Come si evince chiaramente dalla lettura della scheda, in realt non sono presenti elementi in grado

di offrire chiarimenti circa la specifica tossicit che a noi interessa, per il semplice motivo che, tra le

varie frasi di rischio, non inserita nessuna delle seguenti:

- R45: Pu provocare il cancro,

- R49: Pu provocare il cancro per inalazione.

Infatti, i vari tipi di tossicit elencati a carico delle vie respiratorie, delle mucose e della cute, sono

di tipo irritativo, oltre il fenomeno allergico che pu instaurarsi a carico della cute per le note

dermatiti caratterizzate da sensibilit al bicromato di potassio, un tempo diffuse invero in operatori

edili (muratori, carpentieri edili, piastrellisti, ecc.) piuttosto che in lavoratori di cementifici. Ma

questa un altro argomento che esula dal nostro attuale interesse.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

Ma v di pi. A pagina numero 10 della scheda dati di sicurezza allegata agli atti si riscontra un

esplicito riferimento alla Cancerogenicit: Nessuna associazione causale stata stabilita tra

lesposizione al cemento Portland e il cancro. La letteratura epidemiologica non supporta

lidentificazione del cemento Portland come sospetto cancerogeno per luomo. Il cemento Portland

non classificabile come cancerogeno per luomo (ai sensi dellACGIH A4: agenti che causano

preoccupazione sulla possibilit di essere cancerogeni per luomo, ma che non possono essere

valutati definitivamente a causa della mancanza di dati. Studi in vitro o su animali non forniscono

indicazioni di cancerogenicit sufficienti a classificare lagente con una delle altre notazioni).

Basato sui dati disponibili, non ricade nei criteri di classificazione.

Per cui, stando a quanto riportato nella suddetta scheda, la questione sarebbe gi risolta allorigine.

Effettivamente, solo una persona inesperta, fortemente inesperta, nella lettura delle indicazioni

riportate potrebbe trarre conclusioni fantasiose. Ma basterebbe un minimo di attenzione per

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comprendere le informazioni che il produttore aveva intenzione di trasmettere.

Si consideri, ad esempio, il richiamo al Centro antiveleni, che riguarda, ovviamente, eventuali

fenomeni acuti, non certamente eventi patologici cronici.

Mentre, per quanto concerne lavvertimento in caso di inalazione ripetuta della polvere di cemento

per lungo periodo di tempo, in grado di aumentare il rischio di insorgenza di malattie polmonari, il

riferimento di cui alla scheda succitata non rivolto alle malattie neoplastiche, bens alle

broncopneumopatie, peraltro comprese nellelenco delle malattie professionali, di cui si gi

trattato nellelaborato peritale.

importante rilevare che la valutazione del nesso eziologico riguardante le malattie professionali,

in particolare in presenza di patologie neoplastiche, richiede unattenta analisi basata sulle evidenze,

risultando improponibile il ricorso ad automatismi privi di fondamenti sia di medicina

occupazionale che di medicina legale, viziati dallelevato rischio di giungere, incautamente e

scioccamente, a conclusioni assolutamente inverosimili.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

A tale proposito si richiama quanto riportato a pagina 546 e seg. sul Trattato di Medicina del Lavoro

- Ambrosi Fo, a proposito delle liste IARC: Bisogna tuttavia tenere presente i non pochi

problemi che si incontrano nellallestimento e nellinterpretazione delle liste in riferimento a

particolari settori industriali o a specifiche occupazioni. Ad esempio, lesposizione a cancerogeni

noti pu essere dintensit molto diversa in diverse situazioni occupazionali e pu in una certa

situazione modificarsi nel tempo per sostituzione di sostanze identificate come cancerogene con

altre ritenute pi sicure, o per introduzione di nuovi processi industriali. Inoltre, le scarse

informazioni sui processi industriali e sulle esposizioni non permettono una completa valutazione

dei rischi. Ancora, qualsiasi lista non pu essere completa, perch considera solo un limitato

numero di esposizioni studiate per la presenza di un rischio cancerogeno. Pertanto, importante

ricordare, da un lato, che la presenza di un cancerogeno in una certa situazione occupazionale non

significa obbligatoriamente una esposizione per i lavoratori, dallaltro che lassenza di cancerogeni

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noto non esclude la presenza di rischi cancerogeni non ancora identificati.

Le controdeduzioni del C.T.P. dottor Gioacchino Genchi procedono confutando, ovviamente, i

richiami a qualsiasi dato offerto dalla letteratura, ora evidenziando situazioni di conflittualit, ora di

limiti degli studi.

In realt non sussistono riferimenti epidemiologici che affermino una chiara e significativa

correlazione tra lavoratori delle aziende produttrici di cemento e tumore polmonare.

Si afferma, nelle osservazioni del dottor Gioacchino Genchi, a pagina numero 12, che i CC.TT.U.

citano lingegner Fiorentini per avvalorare la tesi dellassenza della silice nel settore cemento.

Questo una argomentazione capziosa poich lingegner Fiorentini viene citato semplicemente per

affermare che Lindustria del cemento, pur non essendo tra quelle pi interessate dal problema

della silice libera cristallina respirabile, ha tradizionalmente adottato misure volte alla riduzione

dellesposizione dei lavoratori. Quindi, si afferma che la silice cristallina presente, sebbene

lindustria del cemento non sia lindustria pi interessata dal problema.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
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Nella relazione di C.T.U. i D.P.I. sono citati solo a pagina numero 33 dove, contrariamente a quanto

riportato nelle osservazioni del dottor Gioacchino Genchi, non si afferma che esse siano sufficienti

a filtrare particelle dellordine dei 10 m come ampiamente ci spiega lo stesso C.T.P. e come ben

noto.

Semplicemente, nella relazione di C.T.U. si afferma che le mascherine possono aver contribuito a

ridurre il livello di esposizione alla silice cristallina riducendo la polverosit totale inalata. Ovvero,

anche le mascherine antipolvere posseggono una residuale e marginale efficienza di filtraggio nei

confronti delle polveri sottili o di aerosol. [Wake D, Brown RC. Measurements of the Filtration

Efficiency of Nuisance Dust Respirators Against Respirable and Non-Respirable Aerosols. Ann

Occup Hyg. 1988 Jan 1;32(3):295315].

Anche in assenza di mascherine antipolvere, comunque, sulla base delle uniche rilevazioni

disponibili, la frazione respirabile inferiore al pi conservativo dei limiti fissati dallattuale

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normativa. Quindi, la nostra argomentazione che, sulla base delle misure disponibili, non si

superato il limite di esposizione noto al meglio delle conoscenze scientifiche del momento in cui si

scrive e che la frazione respirabile inferiore a tale limite. I D.P.I. non possono aver avuto altra

funzione che limitare ulteriormente lesposizione riducendo le polveri totali inalate a maggior

conforto di questa stima. Nella relazione di C.T.U. chiariamo meglio e ulteriormente tale punto.

A pagina numero 16 delle osservazioni del dottor Gioacchino Genchi fortemente si sostiene che In

realt, quindi, una neoplasia pu essere considerata di origine professionale se dimostrata

unesposizione ad agenti cancerogeni lavorativi dotati di idonea efficacia causale

indipendentemente dalla concorrenza di fattori extralavorativi come il fumo del tabacco.

Definizione presa da un documento predisposto dalla AUSL di Parma con il quale si concorda

specialmente nella quota parte in cui si parla di idonea efficacia causale che a nostro parere deve

essere dimostrata sulla base di un superamento dei livelli di esposizione limite da verificare (TLV

etc.). Che , poi, quello che si cercato di fare, nella relazione di C.T.U., sulla base dei dati

esistenti.
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Nelle pagine numero 16 e17 della relazione del dottor Gioacchino Genchi ci sembra si faccia un po

di confusione tra quanto riportato dai CC.TT.U. e gli autori delle indagini realizzate allepoca dei

fatti, si dice infatti: Gli autori delle indagini hanno dovuto ammettere la presenza della silice

cristallina con valori vicini a quelli di TLV (valore soglia) ma poi hanno concluso, a dir poco con

buona pace tranquillizzante per tutti, che le determinazioni di polverosit sono risultate

accettabili, addirittura tenori di quarzo minimi o del tutto trascurabili nelle polveri sedimentarie

nei principali reparti dello stabilimento [c da chiedersi la fine di quella silice da loro stessi

rilevata con valori vicini al TLV],..

Non chiara questultima domanda del dottor Gioacchino Genchi. Laffermazione le

determinazioni di polverosit sono risultate accettabili, addirittura tenori di quarzo minimi o del

tutto trascurabili nelle polveri sedimentarie nei principali reparti dello stabilimento appartiene ai

tecnici del Centro di Igiene Ambientale dellIstituto di Medicina del Lavoro - Universit di Bari,

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che hanno effettuato le indagini nel 1992 utilizzando un TLV dellepoca (0,1 mg/m3), il quadruplo

di quello a cui noi abbiamo fatto riferimento (0,025 mg/m3) perch il valore che meglio

rappresenta in questo momento il sentimento generale della comunit scientifica sulla questione in

esame. Quindi, la nostra valutazione che parla di avvicinamento (senza superamento) al valore di

TLV si riferisce al limite attuale . . . , ecco che fine ha fatto la silice . . . non finita da nessuna

parte, sempre la stessa ma sono cambiati gli orientamenti rispetto al limite costituito dal TLV.

Sono poi messi in dubbio dal dottor Gioacchino Genchi i dati emersi dai monitoraggi, gli unici

disponibili, effettuati dallIstituto universitario di Medicina del lavoro di Bari, peraltro previsti

nellaccordo siglato dallazienda Italcementi s.p.a. e dalla Federazione Lavoratori delle Costruzioni

FENEAL/FILCA/FILLEA in Roma in data 12 giugno 1974, allegato agli atti.

I CC.TT.U. necessariamente si sono dovuti riferire alle uniche due indagini ambientali risultate

disponibili, che costituiscono documentazione utile e probante. Contrariamente a quanto affermato

dal dottor Gioacchino Genchi, i CC.TT.U. non hanno fatto proprie pedissequamente le conclusioni

di coloro che hanno effettuato le indagini nel 1985 e nel 1992, bens hanno utilizzato i dati dei
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rilievi effettuati allepoca ed effettuato il confronto con i valori di TLV attualmente utilizzati quattro

volte minori; anche sotto questa ipotesi, con riferimento alla sola mansione di interesse per questa

indagine, si verificato il mancato superamento del TLV.

Il dottor Gioacchino Genchi afferma che non sono riportate notizie circa le modalit tecnico-

analitiche di esecuzione dei rilievi. Questo non corrisponde al vero, essendo entrambe le relazioni

corredate di una sintetica descrizione delle modalit di valutazione delle esposizioni (in vero con

maggior dettaglio nella relazione del 1992).

Per quanto riguarda le modalit di accesso di coloro che hanno effettuato i rilievi, se concordate o

meno, ovviamente non ne abbiamo notizia. Riscontriamo che sarebbe penalmente rilevante se

qualcuno o coloro che hanno fatto le indagini abbiano, volutamente e colpevolmente, alterato le

condizioni in cui si sono effettuati i rilievi. Ovviamente non possiamo che presumere la buona fede

di coloro, peraltro stimati professionisti, che hanno effettuato le indagini.

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Preoccupa la statistica citata dal dottor Gioacchino Genchi, che in qualit di Dirigente chimico

dellUfficio per la Tutela dellinquinamento atmosferico della Regione Siciliana, per cui in assenza

di preavviso anche in presenza dellorgano di controllo ARPA non si sia mai superato un qualsiasi

parametro chimico, situazione ritenuta non credibile dallo stesso Dirigente. Ci sembra che esistano

gli estremi per un comportamento penalmente rilevante su cui, ci auguriamo, si sia fatto chiarezza.

Per quanto riguarda la disquisizione sull1% attribuita ai CC.TT.U. e la mancanza di dati

significativi riportata a pagina numero 18 della C.T.P. crediamo si tratti di un fraintendimento del

dottor Gioacchino Genchi.

Infatti, la frase in questione riportata in C.T.U. la seguente:

importante notare come, per le attivit di insaccatore e di stivatore non immediatamente

valutabile la quantit di quarzo (silice cristallina) per mancanza di significativit obiettiva

dellindice. Infatti la concentrazione di questa sostanza inferiore all1%. Anche assumendo il

limite superiore di concentrazione di quarzo pari all1%, si pu riscontrare un avvicinamento al


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limite superiore solo nel caso degli stivatori dello stabilimento di Guardiaregia sulla base del

documento 1.

Lindice a cui ci si riferisce quello misurato nelle indagini ambientali del 22 e 23 maggio 1985 e

del 26 novembre 1991, dove nella postazione dello stivatore, sul totale della polvere aspirata, si

riscontra una percentuale di silice cristallina non significativa e, comunque, inferiore all1%. Nei

calcoli per la valutazione dellesposizione, anche assumendo, a vantaggio di sicurezza del

lavoratore, che la percentuale di silice cristallina sia prossima all1 %, si pu facilmente verificare

che lesposizione mediamente inferiore al TLV assunto per le postazioni lavorative degli stivatori.

Abbiamo introdotto questi dettagli nella relazione finale al fine di migliorarne linterpretazione.

Riguardo alla citazione attribuita a Wikipedia, in realt essa tratta dal sito di EcoTecnoMat spin-

off dellUniversit degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

La frase in questione ha valore puramente introduttivo ed ha il valore di confermare la presenza di

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Cr (VI) nei cementi, seppure in tracce. Infatti, il passaggio in questione concludeva con la presenza

del Cr (VI) solubile. Infatti, si concludeva:

Quindi nel clinker Portland il cromo presente in tre stati di ossidazione (+3, +4, +5). Di tutto il

cromo presente solo una parte legato alle fasi del clinker (77% - 93%), mentre la restante parte

(dal 7% al 23%) pu essere facilmente solubilizzata, tranne il Cr III che insolubile, come detto

precedentemente. Le due specie solubili in acqua, Cr IV e Cr V, non sono stabili dando origine a Cr

III insolubile e Cr VI solubile.

Il richiamo alla parte solubilizzata del Cromo (qui sottolineata) ovviamente riferito al Cr (VI).

In realt, i processi che avvengono sono vari e la discussione sulle varie reazioni a volte

controversa per cui una descrizione troppo sintetica pu aver creato dei dubbi.

Per questo, nella relazione di C.T.U., senza volere eccedere in dettagli, abbiamo meglio chiarito le

varie parti del processo ove avvengono le reazioni considerate e aggiunto nuove fonti per meglio

referenziare i vari passaggi.

Infatti, nella relazione definitiva di CTU si riportano in aggiunta le seguenti considerazioni.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

Nel processo di cottura del cemento nel forno rotante molto dipende dalla pressione parziale di

ossigeno e dalla presenza di cromati di sodio e di potassio. Molti studi enfatizzano limportanza

delle condizioni di ossidazione per la conversione in Cr (VI) come Reifenstein e Paetzold, Boikova

[4] e Fregert [1]. Lizagarra [3] osserva che clinker insufficientemente calcinati danno origine a

bassi contenuti di Cr (VI) dando supporto allipotesi che la formazione di Cr (VI) avviene

prevalentemente nella zona di combustione. Nello studio si mostra la possibilit di ottenere un

decremento di Cr (VI) creando condizioni di riduzione nel forno di cottura . A seguito di

esperimenti su vari impianti stato possibile ridurre il Cr (VI) a 0 ppm in clinker con contenuti di

partenza di Cr (VI) pari a 5 ppm.

Il cromo anche presente oltre che nei cromati citati, anche in soluzione solida nei minerali del

clinker. In studi di laboratorio si osservato che il Cr (III) si ossida a Cr(V) sopra i 700 C e si

riduce a Cr (IV) oltre i 1400 C dando origine ad una presenza di Cr (IV) e Cr (V) [4].

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Anche nella fase di macinazione pu essere introdotto del Cromo metallico dovuto alle leghe

utilizzate nei mulini. Anche in questo caso si possono creare condizioni termodinamiche favorevoli

per lossidazione del Cromo metallico a Cr (VI) [5]. Differentemente in [6] si sostiene che il Cromo

presente in questa fase del processo gradualmente si ossida a Cr (II), Cr (III) e Cr (IV) ma non in Cr

(VI).

Uno studio spagnolo [3] mostra come il contenuto di Cr(VI) ricompreso nellintervallo 8% -20%

del cromo totale del clinker.

Nella relazione di C.T.U. si affermava che: . . . il cromo totale presente nel clinker Portland

compreso tra 0,002% e 0,02%, rispettivamente 20 e 200 ppm.

Il dato confermato da un articolo di review [1] che su questo tema riporta valori per il contenuto di

cromo nel cemento che variano a secondo del paese e dellepoca in cui stato prodotto. In questo

articolo di review si fa riferimento ad una Tabella 7 che riporta i risultati di uno studio del 2003 [2]

da cui possibile osservare una presenza di Cromo totale in ppm variabile da alcune decine a quasi

200 ppm, mentre il Cr (VI) non eccede alcune decine di ppm ( 30 nel caso del Portland). Di
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

interesse il caso dellItalia per cui si riporta un valore di Cromo totale variabile tra 40 e 71 ppm in

peso ed un valore di Cromo esavalente compreso tra 1 e 4 ppm.

Per quanto riguarda la questione della carbonatazione, le condizioni di conservazione del cemento

in sacchi, in presenza di umidit, permettono allanidride carbonica contenuta nellaria di reagire

con il clinker formando carbonati alcalini e, in alcune situazioni, carbonato di calcio [7]. Quindi, il

termine si riferisce agli effetti dellaria sul cemento ed erroneamente stato associato al solfato

ferroso. Volentieri, correggiamo la frase.

Il C.T.P. dottor Gioacchino Genchi poi sostiene, correttamente, che gli additivi come il solfato

ferroso agiscono soltanto in soluzione al momento dellimpasto. Questo vero, ma proprio perch

lobiettivo del D.M 10 maggio 2004 che recepisce la Direttiva europea 2003/53/CE si occupa di

ridurre lunico rischio accertato per il cemento che quello di irritare la pelle. Tanto vero che il

citato D.M., cos recita a titolo di deroga, i punti 1 e 2 non si applicano all'immissione sul mercato

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e all'uso di prodotti fabbricati mediante processi controllati chiusi e interamente automatizzati, in

cui il cemento e i preparati contenenti cemento sono manipolati unicamente da macchinari e che

non comportano alcuna possibilit di contatto con la pelle." Si ricorda che, i punti 1 e 2 sono quelli

che impongono il limite di 2 ppm per il Cr VI e le indicazioni e regole di confezionamento ed

etichettatura. Quindi limitare il Cr VI a 2 ppm ha la sola funzione di evitare le irritazioni della pelle.

Il Cr VI viene preso in considerazione nella produzione del cemento solo per gli effetti irritativi

della pelle e, per questo motivo, non pu essere messo in relazione ai fatti di cui qui si discute che

fanno riferimento a neoplasie dellapparato respiratorio.

Ad ogni modo, volendo anche seguire, a proposito del Cromo VI inalato, lipotesi prospettata dal

C.T.P. dottor Gioacchino Genchi per un verso e le osservazioni presentate nella C.T.P. a cura della

professoressa Emanuela Turillazzi e del professor Pietro Apostoli di natura opposta, si pu

facilmente dimostrare che la concentrazione in aria del Cr VI non superava il relativo TLV.

I limiti per il Cr VI in aria possono essere valutati come segue.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

LOSHA (Occupational Safety & Health Administration, USA) ha aggiornato nel 2006 i limiti di

esposizione industriale a Cr(VI), in termini di TWA (Time Weighted Average) calcolato come

concentrazioni medie pesate in un turno lavorativo di 8 ore lavorative, ponendoli pari a 2,5 g/m3

per lAction Level (AL) e 5 g/m3 come PEL (Permissible Exposure Limit) ovvero limite che non

deve essere superato per tutti i lavoratori.

Il Threshold Limit Value (TLV) fissato dallACGIH (American Conference of Governmental and

Industrial Hygienists) 0.05 mg/m3 nellaria, portato a 0.01 mg/m3 per i composti del Cr (VI)

insolubili.

Nel gennaio 2013, il NIOSH ha annunciato un nuovo Recommended Exposure Level (REL) di

0.2g Cr (VI)/m3 per un TWA di 8 ore/die e 40 ore settimanali. Il NIOSH ha dichiarato che: new

recommendation is to prevent workplace hexavalent chromium exposure to reduce workers risk of

lung cancer. NIOSH also recommends that dermal exposure to Cr (VI) compounds be prevented in

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the workplace to reduce adverse dermal effects including skin irritation, skin ulcers, skin

sensitization and allergic contact dermatitis. [8]. Si introduce, quindi, un valore raccomandato per

prevenire il cancro al polmone.

I CC.TT.P. professoressa Emanuela Turillazzi e professor Pietro Apostoli assumono nelle loro

valutazioni una concentrazione di 3 mg/m3 di polvere inalabile negli ambienti di lavoro nella

posizione di stivatore sulla base delle indagini ambientali del 1985, una quantit di Cromo totale

pari a 75 mg/kg e il Cromo VI pari al 20% di esso. Questultimo dato risulta confermato da [3] che

fissa la percentuale di Cr VI rispetto al Cromo totale in quantit variabile tra 8 e 20%. I due

CC.TT.P. assumono come TLV il valore assunto da ACGIH di 50 g/m3.

Nelle nostre valutazioni, ci basiamo sugli unici valori di concentrazione di polveri in aria

effettivamente disponibili per questa indagine relativamente alla posizione dello stivatore. Si

assume, a vantaggio del lavoratore, che tutta la polvere misurata sia cemento. Nel campionamento

del 26/11/1991 sono registrati due valori di frazione respirabile delle polveri per gli stivatori 1,3

mg/m3 e 1,88 mg/m3 misurata con campionatori personali. Nel campionamento dei giorni 22 e 23
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

maggio 1985 si registra per le posizioni assunte dagli stivatori concentrazioni di polveri respirabili

pari a 2,61 mg/m3 e 0,87 mg/m3. Si pu, quindi, assumere a vantaggio di sicurezza un valore

tondo di 3 mg/m3 di polveri respirabili nella posizione di stivatore.

Assumiamo, quindi, che il Cromo totale presente nei cementi italiani sia pari al valore massimo

riportato in [1] ovvero 71 mg/kg e che il Cr VI sia pari a al valore massimo di 4 mg/kg riportato

nello stesso articolo di review.

Assumendo questi dati si ottiene una concentrazione di Cr VI variabile nellintervallo 0,045 g/m3

- 0,012 g/m3 a seconda che si facciano le ipotesi secondo quanto riportato nella C.T.P. della

professoressa Emanuela Turillazzi e del professor Pietro Apostoli oppure secondo le assunzioni qui

da noi riportate.

Differentemente dai CC.TT.P. professoressa Emanuela Turillazzi e professor Pietro Apostoli

vogliamo riferirci, cautelativamente ed a vantaggio del lavoratore, al valore di soglia limite pi

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basso ovvero quello raccomandato dal NIOSH. Si osserva che, anche rispetto a tale soglia, i valori

di esposizione stimati risultano essere circa un ordine di grandezza inferiori. Tali valutazioni sono

state aggiunte alla relazione di CTU.

Qui di seguito la bibliografia specifica sul Cromo aggiunta nella versione definitive della relazione

di CTU.

[1] PCA Hexavalent Chromium in Cement Manufacturing: Literature Review R&D n. 2983, 2007.

[2] ATILH 2003 Chromium in Cement, origin and possible treatments, ATILH Center for

information and documentation, Sept. 2003.

[3] Lizarraga, Serafin, Chromium VI in Cements, 5th Colloquium for Managers and Technicians of

Cement Plants, 25-27 February 2003, Seville, Spain.

[4] Bhatty, Javed, Chromium in Portland Cement: Literature Review, SN1971, Portland Cement

Association, Skokie, Illinois, USA, 1993, 10 pages.

[5] Klemm, Waldemar, Contact Dermatitis and the Determination of Chromates in Hydraulic

Cements and Concrete, Portland Cement Association, internal report, 2000.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

[6] APCA Hexavalent Chromium Task Force, SN2219, Portland Cement Association, Skokie,

Illinois, USA, 1998, 13 pages.

[7] G. Frigione, N. Mairo Materiali per ledilizia. Una guida ai materiali strutturali, ausiliari e di

rivestimento, Hoepli 2010.

[8] Criteria for a Recommended Standard. Occupational Exposure to Hexavalent Chromium.

Department of Health and Human Services (DHHS), Centers for Disease Control and

Prevention (CDC) & National Institute for Occupational Safety and Health, Jan.2013.

Al fine di sostenere la propria tesi, il consulente di parte dottor Gioacchino Genchi si avventura nel

tentativo di sminuire lazione del fumo di sigaretta nelletiologia del carcinoma polmonare.

Per dovere di completezza egli richiama lo studio sperimentale condotto dallIstituto Superiore di

Sanit nel 2004 circa il contenuto del cromo al di sotto del limite di rilevabilit del metodo, quando

si era semplicemente rilevata la presenza del cromo esavalente tra le sostanze annoverate nella

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composizione delle sigarette, senza peraltro indicarne il tenore.

Ma il C.T.P. dottor Gioacchino Genchi ricorda a tutti che invece significativa la presenza di

cadmio e non di cromo, tralasciando di ricordare, nella sua completezza opportunistica, che il

cadmio dotato di potere cancerogeno nei confronti del polmone.

definita ridicola e risibile una consolidata nozione nella letteratura scientifica di oncologia

occupazionale circa la cancerogenicit del cromo esavalente in determinati settori di esposizione

professionale.

Al riguardo basti confrontare quanto riportato a pagina numero 40 nellelaborato peritale (Sartorelli

pagina 393) oltre lo studio di De Flora (Threshold mechanisms and site specificity in chromium(VI)

carcinogenesis).

Ancora, sul gi citato Trattato di Medicina del Lavoro - Ambrosi - Fo, per quanto attiene al tumore

del polmone, a pagina numero 547, settimo capoverso si legge: Composti del cromo esavalente

sono responsabili di un aumento di tumori polmonari (oltre che di tumori delle prime vie aeree) in

soggetti professionalmente esposti nella produzione di cromati, nella cromatura elettrolitica e nella
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RG n. 304/2013

produzione di pigmenti al Cr, mentre gli addetti alla estrazione di minerali di Cr non sono a

rischio.

Tra laltro va sottolineato che molti casi di riconoscimento di malattia professionale a carattere

neoplastico, relativi ai succitati scenari di esposizione, caratterizzati da tenori di cromo esavalente

ben diversi da quello presente nella polvere di cemento, non trovano facile soluzione dal punto di

vista del nesso causale per le difficolt emerse, dovute alla reale esposizione. A prova di ci

lelevato contenzioso esistente in materia.

A tal punto, ridicole appaiono le affermazioni del consulente di parte.

Non chiaro il contenuto della frase riportata a pagina numero 24 della relazione del C.T.P.:

Lennesimo argomento impropriamente addotto dai CTU a sostegno della loro tesi del cancro

dovuto a fumo da sigaretta consisterebbe nel fatto che in tempi relativamente recenti non sarebbe

stata evidenziata alcuna lesione neoplastica polmonare.

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Immaginiamo si tratti del rilievo da noi espresso a pagina numero 42 della nostra relazione,

relativamente allesame radiologico del torace del 22.03.1996, eseguito in occasione del ricovero

presso lOspedale di Trento, il cui referto riporta: Non lesioni pleuro-parenchimali a focolaio in

atto. Ombra cardiaca nei limiti. Regolare il diaframma.

Come chiaramente si pu leggere nel referto, tale accertamento escludeva, in quellepoca, la

sussistenza sia di lesioni caratteristiche di fibrosi del parenchima polmonare, sia di lesioni di natura

neoplastica. Ci dimostra quanto non corrisponda al vero ci che il C.T.U. intervenuto in primo

grado aveva sostenuto in merito alla possibilit di evidenziare un tumore, erroneamente ritenuto a

lenta crescita, tramite esami radiologici da eseguire qualche anno prima della diagnosi.

Pertanto, rimaniamo sorpresi dalla capacit del C.T.P. in questione di interpretare in modo

totalmente alterato deduzioni che risultano esatte in quanto basate sulle evidenze.

Nella relazione del C.T.P., lassurdo viene raggiunto nella parte finale, quando si affrontano

argomenti di carattere sanitario:


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

formulando affermazioni incomplete sulla capacit metastatizzante del carcinoma polmonare,

peraltro smentite nella successiva relazione del C.T.P. medico di parte appellata, che definisce il

microcitoma quale malattia sistemica in quanto pu dare metastasi precoci per via linfatica e per

via ematica in tutti i distretti del corpo;

- sostenendo lindipendenza delle localizzazioni neoplastiche, in contrasto con quanto dedotto dai

sanitari dellIstituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori di Milano, in tal modo giungendo

a superare i dubbi che si posto il consulente oncologo dello stesso ospedale;

- negando la correlazione tra fumo di sigaretta e tumore del pancreas, quando acclarato lesatto

contrario;

sostenendo lesistenza di una lesione primaria polmonare evidenziata fino a 3 anni prima del

decesso, quando si inequivocabilmente dimostrato il clamoroso errore apparso nella

documentazione disponibile agli atti, per di pi accertabile da chiunque si degni di leggerla.

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Nelle ultime righe delle controdeduzioni, ove, nellennesimo e vano tentativo di sminuire lazione

del fumo di tabacco quale agente cancerogeno a livello del polmone, si riporta un consumo del

numero di sigarette tra 15 e 20, nonostante appaia chiaramente dai dati anamnestici, in particolare

sulle cartelle cliniche dei ricoveri ospedalieri effettuati, che il numero dichiarato dallo stesso

lavoratore 20.

Al riguardo si confrontino le cartelle relative ai ricoveri avvenuti presso gli Ospedali Riuniti di

Foggia dal 28.05.1997 al 17.06.1997 e presso lIstituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei

Tumori di Milano dal 25.06.1997 al 28.07.1997.

In occasione di questultimo, come si pu facilmente intuire, lattenzione rivolta a tale rilievo

anamnestico particolarmente elevata, essendo dedicata allabitudine tabagica unapposita parte

della cartella clinica in cui sono riportati i dati relativi allet di inizio (12 anni) e allet di

interruzione (57 anni), per un numero complessivo di sigarette giornaliere fumate pari a 20.
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

Infine, il C.T.P. propone di considerare le mai conosciute modalit di consumo delle sigarette:

aspirazione profonda o leggera, numero di boccate e . . . non sappiamo cosa si nasconde nellecc.

che segue.

Riguardo a quanto errata sia tale considerazione si riporta il seguente concetto:

Other aspects of smokingdepth of inhalation and the type of cigarettes smokedhave relatively

small effects on risk once duration of smoking and the number of cigarettes smoked are

considered. (The Health Consequences of Smoking: A Report of the Surgeon General. - Office of

the Surgeon General (US); Office on Smoking and Health (US). Atlanta (GA): Centers for Disease

Control and Prevention (US); 2004.)

Passando alla seconda relazione di parte appellata, a cura del professor Giuseppe Muscolino di

Belforte, osserviamo che, con toni pi pacati, il C.T.P. medico afferma che la patologia in causa

rappresentata da K polmonare con caratteristiche di microcitoma, definito esplicitamente

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microcitoma nella parte finale della stessa relazione, in tal modo discostandosi parzialmente dalla

diagnosi espressa dallIstituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori di Milano,

caratterizzata da un margine di probabilit, nonostante egli stesso abbia prestato la sua opera

professionale presso questo Istituto ospedaliero: si pu chiaramente leggere il suo cognome su una

pagina della cartella clinica, a meno che non si tratti di omonimia.

Il C.T.P. afferma che il cancro non colpisce tutti i fumatori, ma solo una piccola percentuale di

individui, omettendo di aggiungere che 9 casi su 10 di tumore del polmone sono dovuti al fumo.

Questo rapporto di 10:1 tende ad aumentare in base al numero di sigarette fumate, fino a

raggiungere il rischio di 20:1 in fumatori di 40 sigarette/die.

Nel nostro caso, il C.T.P., tendendo anchegli a sminuire lintervento dellabitudine tabagica, riduce

ulteriormente il numero di sigarette a 10-15 (il C.T.P. chimico indicava 15-20 sigarette: almeno ci si

metta daccordo!)
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

Quanto vaghe siano le tesi sostenute dal C.T.P. sul nesso causale, lo si riscontra nella frase riportata

a pagina numero 32: In linea generale lesposizione a determinati agenti patogeni in particolari

ambienti di lavoro quale causa di insorgenza di particolari forme di cancro. . .

Questi sarebbero i presupposti per porre diagnosi di malattie professionali?

Nella relazione del professor Giuseppe Muscolino si fa riferimento al fattore di rischio

rappresentato dalla silice. Nessun cenno a carico del cromo esavalente.

Per cui osserviamo che il solo fattore cancerogeno evidenziato dal C.T.P. medico rappresentato

dalla silice, peraltro senza specificare se trattasi di silice libera cristallina.

In linea con le proprie premesse il C.T.P. fa riferimento a generici componenti del cemento,

introducendo contestualmente il concetto di associazione tra silicosi e processo neoplastico

nellaccelerazione di questultimo (oggetto ancora in discussione, come abbiamo tentato di spiegare

nellelaborato), che avrebbe agito nel caso di specie.

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Nonostante gli accertamenti strumentali documentati siano risultati negativi per una forma di

pneumoconiosi, il C.T.P. allude inspiegabilmente alla presenza di silicosi.

dichiarata lesistenza di studi in cui si evidenzia un notevole incremento di tumori nella

popolazione di lavoratori del cemento soprattutto di sesso maschile, prevalentemente a carico dei

polmoni.

Il riferimento probabilmente rivolto a un lavoro, che risale al 2004, condotto in Lituania su

lavoratori occupati nella produzione di cemento, in cui si riscontrava un aumento del tasso di

neoplasie maligne, in particolare a livello del polmone e in maggior misura della vescica e inoltre

dello stomaco e non del colon retto.

Lincidenza risultava aumentata solo nella popolazione maschile.

In parziale contrasto con tali dati, oltre i riferimenti della letteratura in materia di oncologia

occupazionale richiamati nellelaborato peritale, intervengono ulteriori studi tra cui citiamo:
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

- Cancer mortality study among French cement production workers - W. Dab, M. Rossignol, D.

Luce, J. Bnichou, A. Marconi, P. Clment, M. Aubier, D. Zmirou-Navier, L. Abenhaim - Int Arch

Occup Environ Health, 84 (2011), pp. 167173;

- Cancer mortality and incidence in cement industry workers in Korea. - Dong-Hee Koh, Tae-

Woo Kim, Seung Hee Jang, Hyang-Woo Ryu Occupational Safety and Health Research Institute,

Korea Occupational Safety and Health Agency, Incheon, Korea - Saf Health Work. 2011

Sep;2(3):243-9. doi: 0.5491/SHAW. 2011.2.3.243. Epub 2011 Sep 30.

Sulla base delle proprie convinzioni, il C.T.P. afferma che il decesso del Caggese sia stato in

massima parte causato dallinalazione di sostanze cancerogene nellambiente di lavoro e conclude

per laffermazione del nesso di causalit, nonostante le chiare e indiscutibili evidenze contrarie.

Ci che sostanzialmente va tenuto in considerazione il carattere probabilistico, pertanto non di

certezza, della diagnosi della patologia neoplastica che ha determinato il decesso del lavoratore in

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causa.

Questo dato di fatto, inequivocabile e innegabile, come appare chiaramente dalla documentazione

sanitaria presente nel fascicolo processuale, rappresenta di per s motivo sufficiente per inficiare

allorigine un nesso di causalit.

Infine, alla luce delle nostre osservazioni, si ritengono non condivisibili le controdeduzioni prodotte

dalle parti, essendo viziate da evidenti errori e incongruenze logiche tese a generare interpretazioni

fuorvianti.

Pertanto si confermano le conclusioni formulate nellelaborato peritale>>.

15. In sede di discussione orale, il difensore degli appellanti ha lamentato un mancato invio, da

parte dei CCTTU, ai propri CTP di alcuni imprecisati allegati, omettendo, tuttavia, di considerare

che i CTP, nelle loro controdeduzioni allelaborato peritale, non avevano fatto cenno a lacune di

sorta e che le valutazioni espresse da tutti i periti (dufficio e di parte) hanno riguardato, ad ampio

raggio, la natura dei materiali usati dallazienda e delle loro componenti chimiche.

Lobiezione, pertanto, oltre che generica anche infondata.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

16. Sulla scorta delle conclusioni del CTU (che la Corte condivide in toto e fa proprie, poich

sorrette da ampia motivazione e fondate su rigorose valutazioni medico legali, ancorate a vasta

letteratura scientifica, richiamata nella relazione), la domanda attorea risulta infondata, atteso che

non v un nesso tra il carcinoma metastatico polmonare da cui era affetto Caggese Giuseppe e

lattivit da questultimo svolta presso la Italcementi.

Lappello principale va, conseguentemente accolto.

Restano assorbiti tutti gli altri motivi addotti dallItalcementi nonch quelli formulati dagli

appellanti incidentali.

17. Gli eredi Caggese vanno condannati a restituire allItalcementi le somme riscosse in esecuzione

della sentenza impugnata, giusta istanza formulata dallappellante alludienza del 21 settembre

2017.

18. Considerata la originaria dubbiezza della lite attestata dal diverso esito delle CTU e dei due

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gradi del giudizio ricorrono giusti motivi di compensazione tra tutte le parti.

Va precisato che la domanda di garanzia proposta dallItalcementi nei confronti delle Generali non

era palesemente infondata (anzi, nientaffatto peregrine appaiono le censure mosse dallItalcementi

alla motivazione addotta dal Tribunale a supporto della statuizione di rigetto della domanda e, in

particolare, quelle sopra riportate al punto I, lett. a) e c)).

Ne consegue che risulta operante il principio secondo cui le spese del giudizio sostenute dal terzo

chiamato in garanzia, una volta che sia stata rigettata la domanda principale vanno poste a carico

della parte che, rimasta soccombente, abbia provocato e giustificato la chiamata, trovando tale

statuizione adeguata giustificazione nel principio di causalit che governa la regolamentazione delle

spese di lite (Cass. 25541/2015).

Invero, il rimborso rimane a carico della parte che abbia chiamato o abbia fatto chiamare in causa il

terzo solo qualora l'iniziativa del chiamante si riveli palesemente arbitraria (Cass. 25541/2015;

10070/2017).

La disposta statuizione di compensazione, pertanto, ricomprende anche la posizione delle Generali.


Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

19. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012,

art. 1, comma 17, va dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte degli

appellanti incidentali dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per

il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

LA CORTE DI APPELLO DI BARI

sezione lavoro

definitivamente pronunciando:

sullappello proposto, con ricorso depositato in data 8 febbraio 2013, dallItalcementi s.p.a. nei

confronti di Lauda Giuseppina, Caggese Mario, Caggese Vincenzo e Caggese Anna Maria nonch

delle Generali Italia s.p.a. avverso la sentenza del Tribunale del lavoro di Foggia in data 7 gennaio

2013;

Firmato Da: NETTIS VITO FRANCESCO Emesso Da: ARUBAPEC S.P.A. NG CA 3 Serial#: 307212485d1e13a459b6eb1c042bbfb
sullappello incidentale spiegato da Lauda Giuseppina, Caggese Mario, Caggese Vincenzo e

Caggese Anna Maria;

cos provvede:

accoglie lappello principale e, in riforma dellimpugnata sentenza, rigetta la domanda avanzata da

Lauda Giuseppina, Caggese Mario, Caggese Vincenzo e Caggese Anna Maria con atto di citazione

notificato il 20 gennaio 2005;

dichiara assorbito lappello incidentale;

condanna Lauda Giuseppina, Caggese Mario, Caggese Vincenzo e Caggese Anna Maria a restituire

alla Italcementi s.p.a. quanto riscosso in esecuzione della sentenza di primo grado, oltre accessori

come per legge.

Compensa interamente tra le parti le spese del doppio grado del giudizio.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art.

1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte degli appellanti
Sentenza n. 2128/2017 pubbl. il 25/09/2017
RG n. 304/2013

incidentali dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a

norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Cos deciso in Bari, il 21 settembre 2017

Il Presidente estensore

dott. Vito Francesco Nettis

Firmato Da: NETTIS VITO FRANCESCO Emesso Da: ARUBAPEC S.P.A. NG CA 3 Serial#: 307212485d1e13a459b6eb1c042bbfb